Timone di Atene

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WILLIAM SHAKESPEARE

TIMONE DI ATENE

Dramma in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: “THE LIFE OF TIMON OF ATHENS”


NOTA INTRODUTTIVA

Di questo dramma, annoverato dalla critica fra le “tragedie della vendetta” del teatro shakespeariano, insieme con “Tito Andronico”, “Amleto” e “Otello”, non si sa nulla circa la datazione, le fonti, la messa in scena, la stessa fattura di mano di Shakespeare. La critica più recente lo ritiene frutto di una collaborazione con un altro drammaturgo, Thomas Middleton, autore di buoni lavori drammatici rappresentati dalla Compagnia degli Uomini del Re (“The King’s Men”) di cui lo stesso Shakespeare faceva parte.(I) Tutto quello che si sa è che il lavoro è apparso stampato nell’in-folio del 1623 sotto il titolo “La vita di Timone di Atene” (“The Life of Timon of Athens”): titolo che suggerisce almeno come impropria la collocazione del lavoro tra le “tragedie della vendetta”, tutte espressamente intitolate “tragedia”.(II) Nel “Timone” infatti non ci sono truculenze o ammazzamenti.

Il personaggio è realmente esistito nella Atene di Pericle (inizio del V sec. a.C.). Ne parla Plutarco nella “Vita di Antonio”, descrivendolo come un maligno, un misantropo, un introverso, che evitava la compagnia di tutti tranne quella del filosofo Apemanto, “perché assai simile a lui per natura e condizione”, e quella del giovane Alcibiade, il brillante e intraprendente nipote di Pericle, perché si aspettava da lui che, bandito da Atene - come Coriolano da Roma - e sceso in guerra contro la città, recasse gran danno agli odiati Ateniesi.

Un Timone si trova anche in uno dei “Dialoghi dei morti ” di Luciano di Samosata, saggi di acerba critica della vanità umana: è un ricco e nobile ateniese, che, ridotto in miseria per la sua prodigalità, è abbandonato da tutti; costretto a isolarsi dalla città e a scavare radici per terra per cibarsi, gli dèi gli fanno trovare dell’oro. La notizia del ritrovamento si sparge per Atene, e Timone è di nuovo assediato da una folla di gente d’ogni ceto, tra cui alcuni dei suoi ingrati amici da lui beneficati al tempo della primitiva ricchezza. Contro tutti egli si scaglia, cacciandoli a colpi di vanga e a sassate.

Un Timone ateniese è anche il protagonista di una commedia, in terzine, di Matteo Maria Boiardo (1487), intitolata appunto “Timone” e ispirata alla vicenda del dialogo di Luciano, che però Shakespeare non conosceva, la traduzione dei “Dialoghi” essendo apparsa in Inghilterra solo nel 1637 ad opera di Thomas Heywood.

Sul piano drammaturgico-letterario, il “Timone” è opera ineguale: accanto a brani di grande raffinatezza poetica - come il dialogo iniziale fra il Poeta e il Pittore - ce ne sono di scadenti nella fattura e addirittura improbabili rispetto alla omogeneità della vicenda - come l’episodio di Alcibiade (III, 6) davanti al Senato in difesa del soldato condannato a morte, di cui non si sa altro che è colpevole di omicidio. Ciò ha fatto pensare all’intervento di altra mano, come s’è detto sopra.

Incertezza è anche nella datazione del lavoro, anche se essa deve esser fissata nella fase detta “maggiore” della produzione shakespeariana (1602-1608), quella cioè del grandi drammi dell’“Amleto”, dell’“Otello”, del “Re Lear”, di “Macbeth”, di “Coriolano”, per la presenza di certe sottigliezze stilistiche e per il magistrale uso del verso e della rima. Le disuguaglianze, oltre che all’intervento di altra mano nella fattura e alla presenza di situazioni non compiute e rimaste sospese - come quella di Ventidio - fanno pensare che il lavoro deve essere stato interrotto e ripreso in epoche diverse; alcuni pensano che sia stata la morte del poeta ad impedirgli di rifinirlo.

Timone, pur essendo un personaggio realmente esistito, come si è detto, non è tuttavia una figura storica come Coriolano, Giulio Cesare, Antonio e lo stesso Troilo di Troia: è piuttosto un tipo, un personaggio-simbolo, una personificazione dell’uomo divenuto per colpa degli uomini misantropo, odiatore di quel genere umano da lui beneficiato e mostratosi cinicamente irriconoscente; il tutto nel quadro di un mondo carico di tutti i vizi e le magagne dell’umana vanità, perché adoratore di una sola divinità: l’oro, e nel quale la presenza femminile è rappresentata da due etère al seguito del guerriero Alcibiade. La “vendetta” di Timone è perciò - senza produrre vera e propria tragedia nel senso senechiano - vendetta di un uomo contro la sua specie; ma una vendetta in cui non si uccide nessuno, e che si limita a deprecare e maledire, sia pure con un linguaggio violento e urlato, un sistema di vita. Anche se Shakespeare - come nota il Melchiori (III) - “consideri questo atto di denuncia come un equivalente della giusta vendetta”; come dimostrerebbe il fatto che a Timone è riservata la stessa sorte degli altri “vendicatori”, Tito Andronico, Amleto, Otello: la morte, che si darà da se stesso.


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Work, Collins, London & Glasgow, 1960, pag. XXXI, 1376) con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Taylor e G. Welles per la Clarendon Press, Oxford, U.S.A., 1994, pag. XXXIX, 1274. Quest’ultima contiene anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

2) Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, al fine della migliore comprensione, là dov’era necessario, dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente preordinata ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro shakespeariano sulle scene del teatro moderno. Si è conservato comunque, all’inizio, nel corso e al termine di ciascuna scena il rituale Enter e Exit/Exeunt,(Entra/Entrano, Esce/Escono) avvertendo peraltro che tali dizioni non implicano necessariamente ingresso o uscita di scena dei personaggi, potendo questi trovarvisi già all’apertura, o rimanervi alla chiusura. Si sa che nel teatro elisabettiano non esisteva scenario né sipario.

3) Il metro è l’endecasillabo sciolto, intercalato da settenari; altro metro è stato usato per citazioni, strofette, ballate, canzoni, ecc., quando si è dovuto far sentire, in accordo col testo, uno scarto stilistico.

4) I nomi dei personaggi sono stati, per quanto possibile, italianizzati.

5) Trattandosi di vicenda che si svolge nell’antica Grecia, è sembrata imperativa in italiano la forma del “tu”, ad onta del dialogante alternarsi dello “you”e del “thou” dell’inglese: i Greci non ne conoscevano altra.

6) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti - in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, e di quelle del Lodovici, del Baldini, del Melchiori, del Lombardo, del Montale e di altre, dalle quali ha preso in prestito, dandone opportuno credito in nota, intere frasi e costrutti.


PERSONAGGI

timone di atene

nobili ateniesi, adulatori: LUCIO

LUCULLO

SEMPRONIO

VENTIDIO uno dei falsi amici di Timone

ALCIBIADE condottiero ateniese

APEMANTO filosofo scorbutico

FLAVIO maggiordomo(1) di Timone

servi di Timone: FLAMINIO

LUCILIO

SERVILIO

servi dei vari creditori di Timone: CAFIS

FILOTO

TITO

ORTENSIO

UN POETA

UN PITTORE

UN GIOIELLIERE

UN MERCANTE

un vecchio ateniese

TRE FORESTIERI (uno dei quali è nominato Ostilio)

UN PAGGIO

UN MATTO

etère, amanti di Alcibiade: FRINE

TIMANDRA

CUPIDO e AMAZZONI nella pantomima

Nobili, senatori, ufficiali, soldati, domestici, ladroni e persone del seguito

SCENA: In Atene e nei boschi circostanti


atto primo

SCENA I - Atene, la casa di Timone.

Entrano, da porte diverse, IL POETA, IL PITTORE, IL GIOIELLIERE e IL MERCANTE

POETA -                                          Buongiorno, amico.(2)

PITTORE -                                                                          Lieto d’incontrarti.

POETA -                                          Era tempo che non ci vedevamo.

Come va il mondo?

PITTORE -                                                                       Si usura col crescere.

POETA -                                          Ah, sì, questo è notorio!

Che c’è infatti di strano al mondo d’oggi

che non sia già accaduto

e che non si ritrovi registrato

nel multiforme libro della storia?…

Guarda - magia della munificenza! -

quanti spiriti l’alto suo potere

ha saputo evocare in questa casa…

Quel mercante mi pare di conoscerlo.

PITTORE -                                      Quell’altro che è con lui è un gioielliere:

io li conosco bene tutti e due.

(Il Poeta e il Pittore s’allontanano;

vengono avanti il MERCANTE e il GIOIELLIERE)

MERCANTE -                                Eh, però che degnissima persona!

GIOIELLIERE -                             Oh, questo è sacrosanto.

MERCANTE -                                Il più ncomparabile degli uomini

Quasi fosse avvivato di continuo

dal soffio di una prodigalità

Instancabile. È al di là d’ogni lode.(3)

GIOIELLIERE -                             Ho qui un gioiello…

MERCANTE -                                                                    Fammelo vedere.

(Il Gioielliere gli mostra il gioiello)

È per il nobile Timone?

GOILIELLIERE -                                                                  Sì,

se arriverà a pagarmi quel che vale.

Ma quanto a questo, credo…

POETA -                                          (A parte)

“Per lucro decantare

“cosa di vil valore

“è come deturpare

“il nobil verseggiare

“con cui gloria ed onore

“si devono esaltare”.

MERCANTE -                                (Esaminando il gioiello)

È di buon taglio e di forma perfetta.

GIOIELLIERE -                             È assai prezioso. Osserva che bell’acqua!

(I due si allontanano, mentre ritornano avanti il POETA e il PITTORE)

PITTORE -                                      So che ora sei tutto concentrato

su una tua creazione

da dedicare a questo gran signore.

POETA -                                          Oh, sì, ma una cosuccia, una bazzecola,

scivolatami quasi giù dall’estro,

senza fatica, quasi senza accorgermene…

La poesia è simile alla gomma

che trasuda dai pori della pianta

dalla quale ritrae il nutrimento…

La silice non provoca scintille

se non viene fregata; la poesia

accende la sua nobile fiammella

da sé, e simile a impetuoso flutto,

scavalca ogni argine su cui s’abbatte.

E tu che porti là?

PITTORE -                                                                  Un mio dipinto.

E il tuo libro, quando esce dalle stampe?

POETA -                                          Subito che gliel’avrò dedicato.(4)

Ma vediamo il tuo quadro.

PITTORE -                                      (Mostrando il dipinto)

Un bel ritratto, eh?…

POETA -                                                                             E ben riuscito.

Molto bello, direi.

PITTORE -                                                                     Mah, non bellissimo…

POETA -                                          Io dico invece ch’è meraviglioso.

Quanta grazia traspare dal suo aspetto,

e quanta interna forza d’intelletto

risplende da quell’occhio!

E qual potenza d’immaginazione

aleggia su quel labbro! E quante cose,

nel suo mutismo, sembra dir quel gesto!

PITTORE -                                      È una discreta copia del reale.

Guarda questo dettaglio: non è buono?

POETA -                                          Direi, anzi, migliore del reale:

in questi tocchi la maestria dell’arte

fa riviver la vita,

ancor più viva della vita stessa.

Entrano, attraversando la scena, alcuni SENATORI

PITTORE -                                      (Indicando i senatori)

Quale seguito ha questo signore!

POETA -                                          Senatorid’Atene. Che fortuna!

PITTORE -                                      E quanti. Guarda.

POETA -                                                                        E guarda quanta gente,

che grande flusso di visitatori!

In questo mio lavoro ancora in bozza

ho cercato di tratteggiare un uomo

nei cui riguardi il mondo di quaggiù

si prodiga in abbracci e in blandizie

nella più ampia convivialità.

La mia libera musa

non che indugiare sui particolari,

si muove, se pur sempre contenuta,

in un gran mare di autocensura:(5)

nel corso ch’io le imprimo

non c’è ombra di malo intendimento

che possa avvelenarne anche una virgola:

essa procede nel suo volo d’aquila

dritta e ardita, senza lasciar traccia

alle sue spalle.

PITTORE -                                                              Come devo intenderti?

POETA -                                          Mi spiego meglio: vedi questa gente?

Persone d’ogni ceto e condizione,

tra loro assai diverse per natura:

alcune frivole ed incostanti,

altre gravi ed austere, tutte quante

venute qui ad offrire i lor servigi

al nobile Timone:

la dovizia che fa bell’ornamento

alla sua buona e generosa indole,

soggioga ed assicura al suo buon cuore

e al suo servizio cuori d’ogni specie,

a cominciare dall’adulatore,

dal volto ch’è un specchio deformante,(6)

fino a quell’Apemanto,

cui non c’è cosa che più piaccia al mondo

che aborrire se stesso… ed anche lui

cade in ginocchio davanti a Timone,

e, sol che questi gli accenni col capo,

torna, più ricco, in pace con se stesso.

PITTORE -                                      Li ho visti infatti conversare insieme.

POETA -                                          Allora, ho immaginato la Fortuna

seduta come in trono su un’altura

alta e ridente; ai piedi dell’altura

allineate genti d’ogni merito,

tutte le specie della razza umana

che sul grembo di questa nostra sfera

vanno industriandosi di giorno in giorno

a migliorar la propria condizione.

Tra questi, tutti con gli occhi rivolti

a contemplare quell’augusta dama,

ne raffiguro uno

con i tratti del nobile Timone,

che con un cenno dell’eburnea mano

la donna chiama a sé, e in un istante,

ti trasforma, con quella stessa grazia,

i suoi rivali in tanti schiavi e servi.

PITTORE -                                      Concezione del tutto pertinente:

il trono, la Fortuna, la collina

ed un uomo prescelto, con un cenno,

di frammezzo alla folla sottostante,

e che s’inerpica, col capo chino,

su per la faticosa erta montana

per attinger la sua felicità…

Tutto questo si presta egregiamente,

mi pare, ad essere raffigurato

dalla tua penna.

POETA -                                                                    Infatti. Ma non basta.

Ascolta quel che voglio ancora dirti.

Tutti questi che, solo poco fa,

eran suoi pari, ed anzi, fra di loro

qualcuno pure di più alto rango,

oggi non fan che stargli alle calcagna,

affollare ossequiosi le sue sale,

piovere mormorii sacrificali

alle sue orecchie, trasformar perfino

in un oggetto sacro la sua staffa,

dandogli a credere ch’è grazie a lui

che sono liberi di respirare.

PITTORE -                                      Infatti. Ma sarà sempre così?(7)

POETA -                                          Ah, quando accada mai che la Fortuna,

nel suo lunatico cambiar d’umore,

dovesse spinger giù dalla sua erta

questo suo più recente favorito

tutti che adesso si sono affannati

dietro di lui a scalare la montagna,

mani e ginocchi, fino su alla vetta,

lo lasceranno scivolare giù

senza che alcun di loro

s’accompagni al suo pie’ nella discesa.

PITTORE -                                      È stato così sempre.

Potrei mostrarti migliaia di quadri

a suffragare con l’allegoria,

meglio che non faccia la parola,

questi sussulti della dea Fortuna.

E ben faresti tu con la tua penna

a dimostrare al nobile Timone

quanto spesso sia occorso ad umili occhi

vedere il piede al posto della testa.(8)

Trombe. Entra TIMONE, volgendosi qua e là in modo cortese, verso ciascuno dei presenti. Lo accompagna e sta parlando con lui un MESSO, da parte di Ventidio.

TIMONE -                                       Imprigionato, hai detto?

MESSO -                                                                                 Sì, Timone.

È indebitato per cinque talenti

e non ha mezzi per saldare il debito;

e i creditori sono intransigenti.

Chiede una lettera da parte tua

a coloro che l’hanno messo in carcere,

o finirà per lui ogni speranza.

TIMONE -                                       Oh, nobile Ventidio!

Non sarò certo io di quegli uccelli

che scrollano le spalle al loro amico

proprio nell’ora di maggior bisogno.

Io lo conosco per un gentiluomo

che ben merita aiuto, e l’otterrà.

Gli saldo il debito e lo mando libero.

MESSO -                                         L’obbligherai per la vita, Timone!

TIMONE -                                       Tu, frattanto, salutalo per me.

Gli farò avere il prezzo del riscatto,

e, affrancato che sia, venga a trovarmi.

Prestare aiuto ai deboli non basta:

bisogna pure sostenerli dopo.

Va’ pure.

MESSO -                                                          Gioia e bene a te, Timone!

(Esce)

Entra un VECCHIO ATENIESE

VECCHIO -                                    Prestami orecchio, nobile Timone.

TIMONE -                                       Volentieri, buon vecchio. Parla pure.

VECCHIO -                                    Tu hai un servo di nome Lucilio.

TIMONE -                                       Infatti. Che hai da dirmi su di lui?

VECCHIO -                                    Chiamalo, nobilissimo Timone,

fallo venire qui davanti a te.

TIMONE -                                       Forse è già qui presente… o no?… Lucilio!

S’avvicina LUCILIO, uscendo da un gruppo di persone

LUCILIO -                                      Eccomi, sono agli ordini, padrone.

VECCHIO -                                    Questo giovane, nobile Timone,

questa creatura alle tue dipendenze,

ogni notte frequenta la mia casa.

Io son un uomo che fin dalla nascita

fui dedito alla lesina, al risparmio;

ed il mio stato merita un erede

di rango più elevato d’uno sguattero.(9)

TIMONE -                                       Bene, e allora?

VECCHIO -                                                              Io ho una sola figlia

e nessun altro di mia parentela

a cui lasciare quanto ho guadagnato.

È una bella ragazza,

tra le più giovani per andar sposa,

e l’ho tirata su con sacrificio

sobbarcandomi alle più grosse spese

per darle la migliore educazione.

Questo tuo servo s’è ora intestato

a voler conquistarsene l’amore;

ma io ti prego, nobile Timone,

di unire la tua opera alla mia

per far che più non abbia a frequentarla.

Io gli ho parlato, ma purtroppo invano.

TIMONE -                                       È un bravo giovane.

VECCHIO -                                                                     Lo resti pure,

ma resti pago della sua bravura

senza per ciò portarsi via mia figlia.

TIMONE -                                       Ma lei lo corrisponde?

VECCHIO -                                    È giovane, e si sa, a quell’età,

come si sia inclini a innamorarsi.

Gli amori della nostra gioventù

possono esserci d’insegnamento

di quanto sia leggera giovinezza.

TIMONE -                                       E tu l’ami, Lucilio?

LUCILIO -                                                                       Sì, padrone.

E so d’esserne pure ricambiato.

VECCHIO -                                    Se si marita contro il mio consenso,

io chiamo qui gli dèi a testimoni

che sceglierò l’erede dei miei beni

frammezzo agli accattoni della strada,

diseredando lei, completamente.

TIMONE -                                       E quale dote intenderesti darle

s’ella si maritasse ad un suo pari?

VECCHIO -                                    Trenta talenti subito e, in futuro,

l’insieme degli averi in mio possesso.

TIMONE -                                       Questo bravo ragazzo di mio servo

è al mio servizio da parecchio tempo,

e voglio compiere un piccolo sforzo

per fargli edificar la sua fortuna.

Questo, del resto, è un dovere tra gli uomini.

Dàgli tua figlia. Per corrispettivo

io gli assegno una somma equivalente

alla dote che tu darai a lei,

così diventerà di pari peso.

VECCHIO -                                    Dammi su ciò l’impegno tuo d’onore,

degnissimo Timone, ed ella è sua.

TIMONE -                                       Eccoti la mia mano: il mio onore

è impegnato su questa mia promessa.

LUCILIO -                                      Padrone mio, ti rendo umili grazie!

Che non mi tocchi mai prospera sorte

della quale non seguiti a sentirmi

sempre tuo debitore!

(Esce)

POETA -                                          (Avvicinandosi a Timone)

Degnati di gradire il mio lavoro,

e lunga vita a te, nobil Timone!

TIMONE -                                       Grazie. A fra poco. Ma non andar via.

(Al Pittore)

E tu che cos’hai lì, mio caro amico?

PITTORE -                                      Un dipinto, Timone, che ho fiducia

vorrai farmi la grazia di accettare.

TIMONE -                                       La pittura mi fu sempre gradita.

Un ritratto, si può davvero dirlo,

è l’uomo quasi nella sua realtà;

perché da quando la natura umana

fa gran commercio con il disonore,

l’uomo è solo l’esterna sua parvenza;

laddove queste immagini dipinte

son proprio quello ch’esse raffigurano.

Mi piace il tuo lavoro,

e ne avrai presto la dimostrazione.

Ora ti prego di restare qui

fino a che non udrai di me più tardi.

PITTORE -                                      Gli dèi t’assistano!

TIMONE -                                                                      Salute a te.

Qua la mano. Si cena insieme, amici.

(Al Gioielliere)

Il tuo gioiello deve aver sofferto

non poco sotto il peso delle lodi.

GIOIELLIERE -                             Che vuoi dire, che l’hanno disprezzato?

TIMONE -                                       Tutt’altro, amico: lodi a sazietà.

Se dovessi pagartelo

per quanto è stato da tutti esaltato,

mi spoglierei di tutto quel che ho.

GIOIELLIERE -                             Il prezzo è quello di tutte le cose

che a venderle producono un guadagno,

ma tu sai bene, nobile Timone,

che ci son cose che, se pure identiche

quanto a valore intrinseco,

portate addosso da gente diversa

finiscono per essere stimate

a seconda del loro possessore.

Se sarai tu a portar questo gioiello,

credimi, il suo valore crescerà.

TIMONE -                                       Hai voglia di scherzare.

MERCANTE -                                No, buon Timone, è voce generale;

ripete solo quel che dicon tutti.

Appare sul fondo APEMANTO

TIMONE -                                       Ehi, guardate chi viene!

Siete pronti a sentirvi maltrattati?

GIOIELLIERE -                             Se sarà insieme a te, sopporteremo.

MERCANTE -                                Vedrete: non risparmierà nessuno.

TIMONE -                                       Buon giorno a te, amabile Apemanto.

APEMANTO -                                (Che intanto è venuto avanti)

Aspetta almeno ch’io ti sia amabile,

prima di darmi questo tuo buongiorno;

ma amabile con te

io non sarò fino a tanto che tu

non sarai diventato di Timone

il cane, e tutti questi farabutti

persone oneste.

TIMONE -                                                                 Perché farabutti?

Non li conosci.

APEMANTO -                                                          Non sono Ateniesi?

TIMONE -                                       Sì.

APEMANTO -                                     Dunque non ho nulla da smentirmi.

GIOIELLIERE -                             Conosci me, Apemanto?

APEMANTO -                                                                        Lo sai bene:

t’ho chiamato per nome poco fa.

TIMONE -                                       Apemanto, tu sei troppo orgoglioso.

APEMANTO -                                Non c’è nulla di cui son più orgoglioso

che di non essere come Timone.

TIMONE -                                       Dov’è che stai andando?

APEMANTO -                                A spaccare le cervella a un Ateniese

che sia onesto.

TIMONE -                                                              Una bella cosuccia,

che può costarti una condanna a morte.

APEMANTO -                                Sì, se il non fare nulla, per la legge,

comportasse la pena capitale.(10)

TIMONE -                                       (Mostrandogli il dipinto del Pittore)

Ti piace questo ritratto? Che dici?

APEMANTO -                                Immensamente: per la sua innocenza.(11)

TIMONE -                                       Chi l’ha dipinto non è un bravo artista?

APEMANTO -                                Più bravo artista è stato senza dubbio

Colui che ha fabbricato quel pittore,

anche se ha fatto un brutto pezzo d’opera.

PITTORE -                                      Sei un cane!

APEMANTO -                                                     Della mia stessa razza

è tua madre: che altro potrebbe essere

quella che ha fatto te, s’io sono un cane?

TIMONE -                                       Rimani a cena con me, Apemanto?

APEMANTO -                                No, non mangio signori.

TIMONE -                                                                               Meno male!

Daresti un dispiacere alle signore.

APEMANTO -                                Ah, questo proprio no, perché son loro,

sì, le signore, a mangiarsi i signori:

è così che s’ingrossano di pancia.

TIMONE -                                       Un’interpretazione un po’ lasciva.

APEMANTO -                                Se la prendi per tale,

tientela pure, per il tuo disturbo.(12)

TIMONE -                                       (Mostrandogli il gioiello)

E di questo gioiello che ne dici?

Lo trovi di tuo gusto?

APEMANTO -                                Non tanto quanto trovi di mio gusto

l’essere franchi e schietti,

che agli uomini non costa proprio niente.

TIMONE -                                       Beh, quanto credi che possa valere?

APEMANTO -                                Nemmeno il tempo di starci a pensare.

(Al Poeta)

Dunque, poeta?

POETA -                                                                    Dunque, gran filosofo?

APEMANTO -                                Bugia!

POETA -                                                     E che! Non sei forse un filosofo?

APEMANTO -                                Certo.

POETA -                                                     Dunque non dico una bugia.

APEMANTO -                                E tu non sei poeta?

POETA -                                                                           Certamente.

APEMANTO -                                Dunque ho ragione a dire che tu menti.

Guarda ad esempio l’ultima tua opera,

nella quale descrivi lui, Timone,

come un degno signore.

POETA -                                                                                  E tale egli è.

Non me lo sono affatto immaginato.

APEMANTO -                                Degno, sì, degno: d’uno come te,

e di pagarti per le tue fatiche.

Chi si compiace d’essere adulato

è degno di colui che l’ha lisciato.

O cieli, fossi anch’io nato signore!

TIMONE -                                       Che faresti, Apemanto?

APEMANTO -                                Esattamente quel che faccio adesso:

odiare cordialmente ogni signore.

TIMONE -                                       Anche te stesso, quindi.

APEMANTO -                                                                        Certamente.

TIMONE -                                       E per quale ragione?

APEMANTO -                                Per non essere stato tanto saggio

da rifiutarmi d’essere un signore.

(Al Mercante)

Tu sei mercante, vero?

MERCANTE -                                                                      Sì, Apemanto.

APEMANTO -                                I traffici ti portino in rovina,

se non ci avrà pensato prima il cielo.

MERCANTE -                                Se lo faranno i traffici,

vuol dire che l’avrà voluto il cielo.

APEMANTO -                                Il commercio è il tuo dio,

e spetta ad esso mandarti in malora.

Tromba all’interno. Entra un MESSAGGERO

TIMONE -                                       Che cos’è questa tromba?

MESSAGGERO -                           È Alcibiade, e in sua compagnia

è una ventina d’uomini a cavallo.

TIMONE -                                       Vada qualcuno a far loro accoglienza,

ed a guidarli alla presenza nostra.

(Escono alcuni servi con il messaggero)

(Al Poeta e al Pittore)

Voi due restate a cenare con me,

e non andrete via da questa casa

se non dopo ch’io v’abbia ringraziato.

Quando avrete finito di cenare

mi mostrerete quel che avete fatto.

Son felice di avervi alla mia tavola.

Entrano ALCIBIADE e i suoi cavalieri

Oh, Alcibiade! Molto benvenuto!

APEMANTO -                                Certo, certo! Guardateli!

I crampi vi contraggano allo spasimo

quelle vostre flessibili giunture!

Che tra queste canaglie giulebbose

debba regnare tanto poco amore,

e debbano scambiarsi tra di loro

tanti ipocriti salamelecchi!

La specie umana va degenerando

in quella delle scimmie e babbuini.

ALCIBIABE -                                Timone, finalmente le mie attese

son soddisfatte, ed io sazio la fame

che avevo assai vorace di vederti!

TIMONE -                                       Sii molto benvenuto in casa mia!

E noi da qui non ci separeremo

senza avere trascorso il nostro tempo

tra i più vari piaceri. Entriamo, prego.

(Escono tutti meno Apemanto)

Entrano DUE NOBILI

PRIMO NOBILE -                         Apemanto, sai dirci che ore sono?

APEMANTO -                                L’ora d’essere onesti.

PRIMO NOBILE -                         L’ora per questo è sempre, in ogni istante.

APEMANTO -                                Tu sei perciò di tanto più dannato,

perché la lasci trascorrere invano.

SECONDO NOB. -                        Stai andando al banchetto di Timone?

APEMANTO -                                Sì, a godermi l’inclito spettacolo

del cibo che rimpinza i manigoldi

e del vino che scalda gli imbecilli.

SECONDO NOB. -                        Salute a te, salute a te, allora.

APEMANTO -                                Sei sciocco a dirmi “salute” due volte.

SECONDO NOB. -                        Perché, Apemanto?

APEMANTO -                                                                 Ma perché un “salute”,

facevi bene a tenerlo per te,

dal momento che io non me la sento

di ridartene uno.

PRIMO NOBILE -                                                      Allora impìccati!

APEMANTO -                                Sono spiacente, ma su tua richiesta

non son disposto a fare proprio niente!

Le tue richieste falle al tuo compagno.

SECONDO NOB. -                        Vattene via, cagnaccio attaccabrighe,

o ti scaccio a pedate!

APEMANTO -                                                                    E come un cane

io scanserò i tuoi calci di somaro.

(Esce)

PRIMO NOBILE -                         Questi è nemico della razza umana.

Su, non vogliamo entrare

a gustare anche noi la cortesia

del nobile Timone? Egli soverchia

l’essenza stessa della gentilezza.

SECONDO NOB. -                        Sì, ne trasuda da per tutti i pori.

Pluto, il dio dell’oro,

potrebbe solo fargli da lacchè.

Non c’è servizio resogli una volta

ch’ei non ricompensi il suo valore

almeno sette volte; non c’è dono

che gli sia fatto e non sia ripagato

in misura del tutto esuberante.

PRIMO NOBILE -                         Ha veramente l’animo più nobile

che mai abbia governato un uomo.

SECONDO NOB. -                        Che viva a lungo nelle sue fortune!

Vogliamo entrare, allora?

PRIMO BOBILE -                                                                    T’accompagno.

(Escono)

SCENA II - La sala dei banchetti in casa di Timone.

Suono alto di oboi. Grande tavola riccamente imbandita.

Entra dapprima FLAVIO con altro personale di servizio; indi TIMONE, seguito da alcuni NOBILI ateniesi e VENTIDIO, che Timone ha riscattato dal carcere; poi LUCULLO e ALCIBIADE. Dietro a tutti APEMANTO, che se ne sta a parte, col viso imbronciato, come al solito.

VENTIDIO -                                   Timone onoratissimo, gli dèi

si sono compiaciuti di pensare

a quanti erano gli anni di mio padre

e di chiamarlo ad una lunga pace.

Se n’è andato felice,

lasciando a me l’intera sua sostanza.

Perciò, secondo che la gratitudine

mi fa debito al tuo cuor generoso,

io ti restituisco quei talenti

grazie ai quali m’è stato consentito

di riottenere la mia libertà;

e ciò con tutti i miei ringraziamenti

e la mia infinita devozione.

TIMONE -                                       No, onesto Ventidio, niente affatto!

Hai male inteso la mia simpatia.

Ho sempre dato con libero cuore;

e nessuno può dire, in verità,

d’aver donato con lealtà di cuore

se sa di riavere quel che ha dato.

Se pur in mezzo ai nostri maggiorenti(13)

c’è qualcuno che gioca a questo gioco,

ci dobbiamo guardar dall’imitarlo.

Nei ricchi anche le colpe s’imbelliscono.

VENTIDIO -                                   Nobile spirito!

TIMONE -                                                              Sentite, amici:

le cerimonie furono inventate

con l’intento di dare un po’ di lustro

ad atti privi di calore umano,

ad accoglienze vuote, a cortesie

pentite prima d’essere mostrate.

Ma dove regna la vera amicizia

di cerimonie non c’è alcun bisogno.

Vogliate dunque accomodarvi, amici,

siete più voi graditi e bene accetti

alle fortune mie, che queste a me.

(Siedono tutti)

PRIMO NOBILE -                         Questo l’abbiamo sempre confessato.

APEMANTO -                                Oh, oh! L’avete proprio confessato?

E l’avete impiccato, dopo, o no?(14)

TIMONE -                                       Vieni, Apemanto, sei il benvenuto.

APEMANTO -                                No, non mi devi dire benvenuto:

io son venuto qui

per farmi mettere da te alla porta.

TIMONE -                                       Vergogna! Sempre il solito cafone!

Hai sempre in corpo un maledetto umore

che non s’addice a creatura umana;

una cosa del tutto riprovevole!

Si dice: “Ira furor brevis est”,(15)

amici, ma costui sta sempre irato.

Bene, che s’abbia un tavolo da solo,

visto che non gradisce compagnia,

né, certamente, è fatto per averne.

APEMANTO -                                Rimango solo a tuo rischio e pericolo,

Timone; sono qui per osservare,

è bene ch’io te ne faccia avvertito.

TIMONE -                                       Non importa. Tu sei un Ateniese,

perciò sei benvenuto. Quanto a me,

con te non voglio usar d’autorità;

ti prego tuttavia di fare in modo

che almeno il cibo ti faccia star zitto.

APEMANTO -                                Il tuo cibo lo sdegno.

A trangugiarlo mi soffocherebbe,

ché mai potrebbe indurmi ad adularti.

Quanti son che si mangiano Timone,

o dèi, ch’egli non vede!

E che pena vedere tanta gente

venire ad inzuppare il lor boccone

nel sangue d’un sol uomo!

E quel che è peggio è proprio lui, Timone,

- follia completa! - che ve li incoraggia!

Ah, mi son sempre chiesto come gli uomini

possano far fiducia ad altri uomini.

Stessero almeno accorti ad invitarli

senza che portino il coltello in mano:

sarebbe meglio per la loro tavola,

e maggior sicurtà per la lor pelle.

Di ciò ci sono esempi a non finire:

quell’uomo ch’è seduto accanto a lui

e che con lui divide adesso il pane,

che brinda insieme a lui,

dividendo con lui la stessa coppa,

è il più pronto ad ucciderlo. È provato!

Fossi un potente, avrei grande paura

di bere a tavola con certa gente,

e di scoprir così ai loro occhi

le vulnerabili corde vocali.

I grandi, nelle loro libagioni

dovrebbero portare intorno al collo

una gorgiera di ferro battuto.

TIMONE -                                       (Al Primo Nobile, alzando il bicchiere)

Un brindisi di cuore, caro amico!

E questo augurio giri per la sala!

SECONDO NOB. -                        Anche da questa parte, buon Timone.

APEMANTO -                                (A parte)

Anche da quella parte… Ma che bravo!

Come sa tirar l’acqua al suo mulino!

Questi son brindisi di malaugurio,

Timone, a te e alle tue fortune.

Da questa parte invece c’è qualcosa

troppo innocente per esser peccato:

l’onesta acqua, che mai ha lasciato

nessun uomo nel fango impegolato.

Essa fa il paio col mio parco cibo;

non c’è fra loro alcuna differenza.

I banchetti son troppo altera pompa

per esser vòlti a ringraziar gli dèi.

BENEDICITE DI APEMANTO

“O dèi immortali, /io non chiedo l’oro;

“per me vi prego / non già per costoro;

“solo vi chiedo / ch’io non diventi

“sì stolto da far fede a giuramenti,

“a voto ipocrita / a lagrimuccia

“di femminuccia,

“a can che dorme / od a gendarme

“che mi prometta / la libertà,

“o a falso amico / che mi dirà

“d’aiutarmi nella necessità.

“E così sia. / Peccate pure, amici;

“io, Apemanto / mangio radici.

E che ciò porti bene al mio buon cuore.

(Mangia e beve)

TIMONE -                                       Capitano Alcibiade,

so bene che il tuo cuore non è qui

ma è sempre sul campo di battaglia.

ALCIBIADE -                                Il mio cuore, Timone, è al tuo servizio.

TIMONE -                                       Preferiresti, via, far colazione

con carne di nemici,

che non sedere a cena con amici.

ALCIBIADE -                                Se quei nemici sono bene al sangue,

non c’è carne che possa stargli a pari;

ed avrei gusto che ad un tal banchetto

partecipasse il mio migliore amico.

APEMANTO -                                (A parte)

Fossero allora tuoi nemici tutti,

volesse il cielo, questi adulatori,

che tu potessi ucciderli…

e invitarmi a mangiar le loro carni!

PRIMO NOBILE -                         Se potessimo solo aver la gioia,

mio signore, che tu per una volta

volessi far ricorso ai nostri cuori,

così che noi potessimo dar voce

sia pure in parte alla nostra affezione,

ci sentiremo felici per sempre.

TIMONE -                                       Oh, s’è per questo, amici miei carissimi,

non dubitate, ché gli stessi dèi

devono aver previsto ch’io da voi

possa avere a ricever grande aiuto.

Perché, se no, sareste amici miei?

Perché, se no, avreste, proprio voi,

fra tante altre migliaia di persone

meritato questo affettuoso titolo

se non perch’io vi porto sul mio cuore,

a preferenza di chiunque altro?

Di ciascuno di voi singolarmente

ho parlato a me stesso

più di quanto voi stessi lo possiate,

col più schivo ritegno, in favor vostro;

e lo confermo.(16) O santi dèi, io penso,

quale bisogno abbiamo noi di amici,

se non dobbiamo averne mai bisogno?

Le creature più inutili del mondo

se mai di lor potessimo servirci

sarebbero del tutto somiglianti

a quei dolci strumenti musicali

ben custoditi dentro i loro astucci,

che tengono per sé i loro suoni.

Sapete, spesso mi sono augurato

d’esser povero, per il desiderio

di sentirmi ancor più vicino a voi.

Noi siamo nati al bene;

e che cosa possiamo chiamar nostro

meglio e con più ragione ed esattezza

se non quel che possiedono gli amici?

Qual prezioso conforto

poter disporre, come tra fratelli,

ciascun di noi delle ricchezze altrui!

(Piange)

O gioia, dissipata sul suo nascere!…

M’accorgo che i miei occhi

non riescono a trattener le lacrime.

E a cancellare questa loro colpa,

io bevo, amici, alla vostra salute.

APEMANTO -                                Tu piangi ed essi bevono, Timone.

SECONDO NOB. -                        Simile concezione ebbe la gioia

sugli occhi nostri, e in quello stesso istante

balzò di fuori, come un pargoletto.(17)

APEMANTO -                                (A parte)

Ah, ah, quel pargoletto!

Rido a pensare che sarà un bastardo!

TERZO NOBILE -                         M’hai commosso, Timone, t’assicuro.

APEMANTO -                                (c.s.)

Eh, sì, molto commosso…

(Tromba da dentro)

TIMONE -                                       Che cos’è questa tromba?

Entra un SERVO

Che succede?

SERVO -                                         Se ti piaccia, padrone, son qui fuori

alcune dame assai desiderose

d’essere ammesse.

TIMONE -                                                                      Dame? Cosa vogliono?

SERVO -                                         Avanti a loro, nobile padrone,

viene un corriero(18) il quale è incaricato

di dirti qual è il loro desiderio.

TIMONE -                                       Falle entrare, ti prego.

Entra CUPIDO

CUPIDO -                                       Salute, nobile Timone, a te

e a quanti gustano le tue larghezze!

I cinque sensi dei più raffinati

ti riconoscono per lor patrono,

e vengono liberamente qui

a render grazie al tuo cuor generoso.

L’udito, l’odorato, il gusto, il tatto

si levan deliziati dal tuo desco;

ed ora, ad allegrare la tua vista,

vengon da te queste nobili donne.

TIMONE -                                       Sian tutte benvenute,

e s’abbian l’accoglienza più cortese.

Musici, date ad esse il benvenuto!

(Esce Cupido)

LUCULLO -                                   Vedi, Timone, quanto sei amato!

Musica. Rientra CUPIDO, guidando una pantomima di dame mascherate da amazzoni, con liuti fra le mani, che suonano mentre danzano.

APEMANTO -                                Oh, che sciame d’umana fatuità

sen viene qua. E danzano, le pazze!

Quale folle spettacolo

lo splendore di questa nostra vita:

così la pompa di questo banchetto

a fronte a un poco d’olio e di radici!

Ci comportiamo come tanti pazzi

per divertirci; e dispensiamo prodighi

le nostre ipocrite adulazioni

nel bere alla salute di coloro

sui quali, quando siano fatti vecchi,

saremo tutti pronti a vomitare,

con dispetto ed invidia velenosi.

Chi può dire di vivere incorrotto,

o di non esser esso corruttore?

Chi muore senza portar nella tomba

una pedata, dono di un amico?

Quelli ch’ora mi danzano davanti

avrei paura che, un giorno o l’altro,

abbiano a calpestarmi. È già successo.

La gente, in faccia al sole che tramonta,

chiude l’uscio di casa.

I convitati si levano dalle mense, con segni di ostentato ossequio per Timone, e ciascuno di loro per compiacergli sceglie una amazzone e con essa si mette a danzare per uno o due giri, al suono degli oboi; poi smettono.

TIMONE -                                       Belle dame, aggiungeste molta grazia

al piacere del nostro stare insieme,

e la vostra presenza ha conferito

un tocco d’eleganza a questa festa

che non era nemmeno per metà

sì leggiadra e gentile com’è ora.

Avete aggiunto ad essa pregio e lustro,

oltre ad aver gratificato me

di quest’idea: perciò ve ne ringrazio.

PRIMA DAMA -                            Mio nobile signore,

ci tratti meglio che non meritiamo.

APEMANTO -                                (A parte)

Eh, certo! Perché il peggio è così marcio,

da non potersi prendere, ho paura,

nemmeno con le molle.

TIMONE -                                       Vi attende, donne, un piccolo rinfresco:

degnatevi, vi prego, di disporne.

TUTTE LE DAME -                       Ti ringraziamo, nobile Timone.

(Escono le dame con Cupido)

TIMONE -                                       Flavio!

FLAVIO -                                                   Padrone?

TIMONE -                                                                   Porta qui il forziere.

FLAVIO -                                       Bene, padrone.

(A parte)

Ancora altri gioielli…

E non c’è da poterlo contrariare

in tal suo vezzo, o io glielo direi…

e, in coscienza, è quel che dovrei fare:

perché quando avrà tutto dissipato,

si dorrà certamente che nessuno

si sia levato in tempo ad impedirglielo.

Peccato che la generosità

non abbia gli occhi a tergo, ad evitare

che l’uomo possa finire in rovina

a causa del suo cuore.

(Esce)

PRIMO NOBILE -                         (Ad un servo)

Dove sono i nostri uomini?

SERVO -                                         Qui presso, mio signore, ai vostri ordini.

SECONDO NOB. -                        Preparateci le cavalcature.

Rientra FLAVIO con il forziere

TIMONE -                                       Amici, una parola ancora, a tutti.

(Al Primo Nobile, estraendo un gioiello dal forziere)

Ecco, mio buon amico:

devo solo pregarti di onorarmi

col far più nobile questo gioiello

accettando di mettertelo addosso.

PRIMO NOBILE -                         Sono già tanto in debito con te,

per i tuoi doni…

TUTTI -                                                                        Come siamo tutti!

Entra un SERVO

SERVO -                                         Padrone, ci son fuori certi nobili

del senato, testé scesi di sella,

venuti a farti visita.

TIMONE -                                       Favoriscano, e siano benvenuti!

(Esce il servo)

FLAVIO -                                       Padrone, per favore, una parola:

è cosa che ti tocca da vicino.

TIMONE -                                       Da vicino?… Ne parleremo dopo.

Sul momento, ti prego, fa’ in maniera

che questi nuovi ospiti che arrivano

sian ricevuti come si conviene.

FLAVIO -                                       (A parte)

Non so davvero come.

Entra un altro SERVO

SERVO -                                         Mio signore, ti piaccia di gradire

il dono che ti manda il mio padrone

Lucio, in segno del suo sincero affetto:

una quadriglia di cavalli bianchi

come il latte, con bardatura argentea.

TIMONE -                                       Li accetterò con sommo gradimento.

Che siano degnamente ricevuti.

Entra un terzo SERVO

Che c’è ancora?

SERVO -                                                                     Di grazia, mio signore,

l’onorevole e nobile Lucullo

ti chiede se vuoi fargli compagnia

domani, a caccia; e t’ha mandato in dono

due coppie di levrieri.

TIMONE -                                       Caccerò volentieri insieme a lui.

Ed i suoi doni siano ricevuti

non senza un generoso contraccambio.

FLAVIO -                                       (A parte)

Dove s’andrà a finire, lo sa il cielo!(19)

Ci comanda di far grandi provviste

e di offrire regali principeschi,

e tutto questo con le casse vuote!

Non vuol saper lo stato della borsa,

né consentire a me di dimostrargli

qual mendico è ridotto il suo buon cuore,

impotente oramai a soddisfare

la sua voglia di dare a piene mani.

Le sue molte promesse

volano tanto al di là dei suoi mezzi

che tutto ciò che dice di donare

è un debito che s’apre; ogni parola

lo indebita. La sua beneficenza

è tanta, che or ne paga gli interessi.

Le sue terre son tutte ipotecate.(20)

In quanto a me, voglio proprio augurarmi

d’essere congedato con le buone,

avanti d’esservi costretto a forza.

Fortunato colui che non ha amici

a cui dar da mangiare;

perché tutti costoro si dimostrano

peggiori dei nemici.(21) Ho il cuore in lacrime

al pensiero di questo mio padrone.

(Esce)

TIMONE -                                       (Al Secondo Nobile)

Fai gran torto a te stesso, caro amico,

nell’abbassare in tal modo i tuoi meriti.

Ecco, una piccola cosa da nulla,

un segno della nostra simpatia.(22)

SECONDO NOBILE -                   L’accetto, con particolari grazie.

TERZO NOBILE -                         Oh, dell’umana generosità

egli è l’anima stessa!

TIMONE -                                       (Al Terzo Nobile)

Caro amico,

ora che mi ricordo, l’altro giorno

t’ho udito pronunciare grandi lodi

del mio corsiero bianco, che montavo.

Visto che tanto t’è piaciuto, è tuo.

TERZO NOBILE -                         Oh, Timone, perdonami, ma io…

TIMONE -                                       Puoi prendermi in parola, amico caro:

so che nessuno loda con ragione

cosa alla quale non porti affezione.

Io misuro l’affetto degli amici

su quello mio: te lo dico in coscienza.

(A tutti)

Verrò presto a trovarvi!

TUTTI I NOBILI -                          Oh, nessuno sarà più bene accetto!

TIMONE -                                       Credetemi, la vostra assiduità

in casa mia mi fa sì bene al cuore,

che mi par di non dare mai abbastanza.

Potrei, penso, donare interi regni

agli amici, senza stancarmi mai.

Alcibiade, tu sei un soldato

ed un soldato raramente è ricco;

donare a te diventa carità,

ché tutto quello su cui puoi campare

ti vien dai morti, e tutte le tue terre

consistono in un campo di battaglia.

ALCIBIADE -                                Infatti, e tutte imbrattate di sangue.

PRIMO NOBILE -                         Ti siamo sì fortemente obbligati…

TIMONE -                                       E così io a voi.

SECONDO NOBILE -                   Così infinitamente a te legati…

TIMONE -                                       Salute a tutti!

(Ai servi)

Lumi, e ancora lumi!

PRIMO NOBILE -                         Con te sian sempre, nobile Timone,

felicità, fortuna e onore al massimo!

TIMONE -                                       Sempre a disposizione degli amici!

(Escono tutti, tranne Timone e Apemanto)

APEMANTO -                                Qual fastidioso spettacolo è questo,(23)

di tante teste inchinate in avanti,

e tante natiche sporgenti indietro!

Dubito assai che tutti questi inchini

valgano il prezzo con cui tu li paghi.

Di certa feccia l’amicizia è piena.

Penso che i falsi cuori

non sappiano star saldi sulle gambe,

ed è così che gli imbecilli onesti

dilapidano i propri patrimonii,

per riceverne sol salamelecchi.

TIMONE -                                       Se tu non fossi acido, Apemanto,

sarei buono con te, come con tutti.

APEMANTO -                                No, no, da te non voglio proprio niente!

Perché se anch’io mi lasciassi comprare,

qui non ci resterebbe più nessuno

a strigliarti a dovere come meriti,

e cadresti più spesso nel peccato.

Stai scialacquando ormai da tanto tempo,

che temo di vederti, un giorno o l’altro,

dar via su una cambiale anche te stesso.

A che servono tutte queste feste,

queste pompe, queste tronfiezze inutili?

TIMONE -                                       Beh, se adesso ti metti ad inveire

ancora contro questi miei conviti,

giuro che non t’ascolto più. Addio.

Torna con una musica migliore.

(Esce)

APEMANTO -                                Ah, non vuoi ascoltarmi adesso, eh?

Allora non m’ascolterai mai più!

Ti sbarrerò la strada alla salvezza.

Ah, gli orecchi degli uomini,

che debban esser sordi al buon consiglio,

non all’ipocrita adulazione!

(Esce)


ATTO SECONDO

SCENA I - Atene, in casa di un senatore.

Entra un SENATORE con dei fogli in mano

SENATORE -                                 … E ancora, ultimamente, cinquemila;

novemila a Varrone ed Isidoro,

che aggiunte al prestito mio precedente,

fan venticinquemila…

Fino a quando dovrà continuare

questa furiosa dilapidazione?

Così non potrà andare; e non andrà.

Ti serve del denaro? Non fai altro

che portar via il cane a un mendicante

e donarlo a Timone: quella bestia

quella bestia ti conierà moneta.

Mi passa di dar via il mio cavallo

per acquistarne altri venti migliori?

Basta ch’io l’offra in regalo a Timone,

senza chiedere nulla in cambio, ed esso

mi figlierà venti puledri subito,

e tutti di buon sangue.

Non ha portiere alla porta di casa;

ma c’è sempre qualcuno

che con un bel sorriso invita a entrare

tutti quelli che passano di là.

Così non può durare,

e nessuna persona ragionevole

può creder duraturo questo stato.(24)

(Chiamando)

Cafis, ehi! Cafis, dico!

Entra CAFIS

CAFIS -                                           Son qua, padrone, in che posso servirti?

SENATORE -                                 Prendi il mantello e recati di corsa

dal nobile Timone: a nome mio,

fatti restituire il mio denaro.

E non farti distogliere dal chiedere

da qualche sua garbata reticenza,

né tacitare quando ti dirà:

“Oh, salutami tanto il tuo padrone!”,

mentre te ne starai giocherellando

col tuo cappello nella mano destra,

avanti a lui, così… Ma digli chiaro

e insisti che le mie necessità

mi gridan di pensare ai fatti miei,

ho anch’io le mie scadenze da pagare

- le sue, con me, son passate da un pezzo -

e che il mio credito ha sofferto danno

dal fatto della sua inadempienza.

Gli voglio molto bene e lo rispetto,

ma non mi posso rompere la schiena

per medicare un dito; i miei bisogni

sono impellenti e la lor sanatoria,

non si ottiene con lui che ogni volta

mi rimbalza la mia richiesta indietro

con le più belle parole del mondo,

ma deve trovar pronta soluzione.

Va’, datti un’aria quanto mai importuna,

il viso di chi esige per avere:

perché ho paura che quando ogni piuma

sarà tornata alla sua propria ala,

il nobile Timone, il cui piumaggio

oggi riluce come una Fenice,(25)

rimarrà spoglio peggio d’un pulcino.(26)

Fa’ presto.

SERVO -                                                            Vado subito, padrone.

SENATORE -                                 Prendi con te le cambiali scadute,

e sta’ attento alle date.

SERVO -                                                                               Bene.

SENATORE -                                                                                   Va’.

(Escono)

SCENA II - Sala nella casa di Timone

Entra FLAVIO con un fascio di cambiali in mano

FLAVIO -                                       Più nessuna attenzione, nessun freno!

Spese così insensate,

cui non solo non sa come far fronte,

ma che nemmeno pensa di cessare.

Non fa alcun conto di quello che perde,

né si cura di quel che può seguirne.

Mai mente umana fu tanto svagata

nel dimostrarsi tanto liberale.

Che posso fare? Non mi darà ascolto

fintanto che non se lo senta addosso.

Devo però parlargli, chiaro e tondo,

ora, appena ritorna dalla caccia.

Ahimè, ahimè, ahimè!

Entrano CAFIS e i SERVI DI ISIDORO e DI VARRONE, incontrandosi

CAFIS -                                           Io ti conosco: il servo di Varrone.(27)

Buona sera. Anche tu per il denaro?

SERVO DI VARRONE -               Tu non sei qui per lo stesso motivo?

CAFIS -                                           Appunto. Ed anche tu, Isidoro?

SERVO DI ISIDORO -                                                                      Anch’io.

CAFIS -                                           M’auguro che ci possa pagar tutti.

SERVO DI VARRONE -               Ho paura di no.

CAFIS -                                                                     Eccolo, viene.

Entra TIMONE con ALCIBIADE e altri

TIMONE -                                       E finito che avremo di cenare,

di nuovo fuori, mio caro Alcibiade.

(A Cafis che gli si avvicina)

Con me? Che mi vuoi dire?

CAFIS -                                                                                        Mio signore,

ho qui una nota di somme dovute…

TIMONE -                                       Somme dovute?… Tu di dove sei?

CAFIS -                                           Sono di qui, di Atene, mio signore.

TIMONE -                                       Bene, rivolgiti al mio maggiordomo.

CAFIS -                                           Non ti dispiaccia, nobile Timone,

ma è più di un mese che mi mandi indietro

in questo modo, un giorno dopo l’altro.

Il mio padrone ha gran necessità

di riavere quel che gli è dovuto,

e ti prega umilmente di onorare

tutte l’altre tue nobili virtù

rendendogli quant’è di suo diritto.

TIMONE -                                       Onesto amico, torna domattina,

fammi il piacere…

CAFIS -                                                                          No, mio buon signore…

TIMONE -                                       Non essere impaziente, caro amico…

SERVO DI VARRONE -               Io son uno dei servi di Varrone,

mio buon signore.

SERVO DI ISIDORO -                                                Io vengo da Isidoro,

che umilmente ti prega, buon Timone,

di rifondergli il credito al più presto.

CAFIS -                                           Se tu sapessi, nobile Timone,

in che guai si trova il mio padrone…

SERVO DI VARRONE -               C’è facoltà di sequestro, signore,

son passate sei settimane e più.

SERVO DI ISIDORO -                  Il tuo fattore, nobile Timone,

non fa che chiedermi di ripassare,

ed io ho l’ordine dal mio padrone

di rivolgermi a te personalmente.

TIMONE -                                       Datemi almeno un poco di respiro!

(Ad Alcibiade e agli altri)

Andate pure avanti, amici, prego.

Io vi raggiungerò immediatamente.

(Escono Alcibiade e gli altri)

(A Flavio)

Vieni qui, te ne prego. Dimmi un po’,

come succede ch’io sia infastidito

così da tante chiassose richieste

di crediti, cambiali insoddisfatte,

di pagamenti da lungo dovuti,

il tutto a scapito del mio buon nome?

FLAVIO -                                       (A Cafis e agli altri servi dei creditori)

Brava gente, vi par questo il momento

di trattare di simili faccende?

Cessate almeno di sollecitare

sua signoria fin che abbia cenato,

ch’io possa fargli intender le ragioni

per cui non foste ancora soddisfatti.

TIMONE -                                       Sì, amici, fate come lui vi dice.

(A Flavio)

E tu frattanto bada a intrattenerli

nel miglior modo.

FLAVIO -                                       (Ai tre servi)

Vi prego, seguitemi.

(Esce. I tre servi stanno per seguirlo, quando…)

Entra APEMANTO con un MATTO(28)

CAFIS -                                           Fermi; vien qui con Apemanto il matto.

Restiamo. Divertiamoci con loro.

SERVO DI VARRONE -               Che s’impicchi! Ci coprirà d’insulti.

SERVO DI ISIDORO -                  La peste a quel cagnaccio!(29)

SERVO DI VARRONE -               Beh, matto, come vanno le tue cose?

APEMANTO -                                Che fai, dialoghi con la tua ombra?

SERVO DI VARRONE -               Non l’avevo con te.

APEMANTO -                                Parlavi con te stesso.

(Al matto)

Vieni via.

SERVO DI ISIDORO -                  (Al servo di Varrone)

Ecco, il matto sta appeso alle tue spalle.(30)

APEMANTO -                                No, tu sei matto già per conto tuo,

e non ti serve che ti stia a ridosso.

CAFIS -                                           Insomma, il matto allora qui chi è?

APEMANTO -                                Colui che ha fatto l’ultima domanda,

brutte canaglie, servi di strozzini,

tutti ruffiani tra l’oro e il bisogno!

TUTTI -                                           Che siamo noi, Apemanto?

APEMANTO -                                                                             Degli asini.

TUTTI -                                           E perché, Apemanto?

APEMANTO -                                Perché chiedete a me chi siete voi,

e non vi conoscete da voi stessi.

Matto, parlagli tu.

MATTO -                                                                       Beh, come state?

TUTTI -                                           Oh, bene, bene, grammerci,(31) buon matto.

Che fa la tua morosa?

MATTO -                                         Stava appunto mettendo l’acqua al fuoco

per sbollentar dei polli come voi.(32)

Vorrei potervi incontrare a Corinto.(33)

APEMANTO -                                Oh, buona questa, matto, grammerci!

Entra un PAGGIO

MATTO -                                         Toh, ecco il paggio della mia padrona.

PAGGIO -                                       (Al Matto)

Ebbene, capitano, come va?

Che ci fai con sì saggia compagnia?

E tu, Apemanto, come va la vita?

APEMANTO -                                Vorrei avere un bastone per lingua,

per risponderti come si conviene.

PAGGIO -                                       Leggimi tu, Apemanto, te ne prego,

a chi sono dirette queste lettere.

Io non sono capace di capirlo.

APEMANTO -                                Non sai leggere?

PAGGIO -                                                                   No.

APEMANTO -                                Allora il giorno che sarai impiccato

non sarà per la scienza una gran perdita.

Questa è diretta al nobile Timone,

e questa ad Alcibiade. Va’, mio caro,

nato bastardo, morirai ruffiano.

PAGGIO -                                       Tu sei stato figliato da una cagna,

e morirai di fame come un cane.

Non rispondermi, sono già fuggito.

(Esce)

APEMANTO -                                Come fuggito sei dalla virtù.

Matto, vengo dal nobile Timone

insieme a te.

MATTO -                                                              E là mi lascerai?

APEMANTO -                                Se Timone è in casa…(34)

Voialtri tre servite tre strozzini?

I TRE SERVI -                                Così serviti fossimo da loro!

APEMANTO -                                Anch’io vorrei augurami lo stesso…

che vi facessero il più bel servizio

che mai carnefice abbia fatto a ladro.

MATTO -                                         Siete dunque tre servi di strozzini?

I TRE SERVI -                                Sì, matto.

MATTO -                                                         Credo non ci sia strozzino

che non abbia per servitore un matto.

Anche la mia padrona è una strozzina,

ed io sono il suo matto.

Quando vengono dai padroni vostri

quelli che chiedono danaro in prestito

arrivan tristi e se ne van contenti;

quando vengono dalla mia padrona,

entran contenti e se ne vanno tristi.

E volete saperne la ragione?

SERVO DI VARRONE -               Posso dirtela io.

APEMANTO -                                                            Allora dilla,

ti terremo così per puttaniere,

oltre che pel furfante che già sei;

non per ciò sarai meno stimato.

SERVO DI VARRONE -               E che cos’è un puttaniere, matto?

MATTO -                                         Un matto ben vestito,

e press’a poco come te: uno spirito,

che a volte appare come un nobiluomo,

tal’altra volta come un avvocato,

altra come un filosofo

col suo paio di pietre naturali(35)

in sovrappiù alla filosofale.

Molto spesso somiglia a un cavaliere.

E, insomma, questo spirito va in giro

sotto ogni possibile fattezza

che assume l’uomo fra gli ottanta e i tredici.

SERVO DI VARRONE -               Direi che tu non sei del tutto matto.

MATTO -                                         Né tu del tutto savio.

Tanto ho io di materia nel cervello,

quanta ne manca a te.

APEMANTO -                                                                    Bella risposta!

Degna direi davvero di Apemanto.

TUTTI I SERVI -                            Largo! Largo! Ecco il nobile Timone.

Rientra TIMONE con FLAVIO

APEMANTO -                                Andiamocene, Matto, vieni, seguimi

MATTO -                                         Ecco: non sempre ho da seguir l’amante,

o il fratello maggiore(36), oppur la femmina;

talvolta anche il filosofo.

(Esce con Apemanto)

FLAVIO -                                       (Ai tre servi)

Da questa parte voialtri, vi prego.

Vi chiamerò tra poco.

(Escono i tre servi da diversa parte)

TIMONE -                                       Mi meraviglia che tu, prima d’ora,

non m’abbia mai spiegato a chiare lettere

qual è lo stato delle mie sostanze

sì ch’io potessi contener le spese

nei limiti dei mezzi disponibili.

FLAVIO -                                       Non m’avresti ascoltato.

Malgrado abbia cercato a questo fine

il momento più adatto…

TIMONE -                                                                               Andiamo, andiamo!

Avrai scelto magari le occasioni

nelle quali ero molto maldisposto

e perciò non incline ad ascoltarti,

e da quel momentaneo mio rifiuto

prendi ora pretesto per scusarti.

FLAVIO -                                       Mio nobile signore,

quante volte t’ho messo sotto gli occhi

i miei conteggi, e tu me li hai scostati

con violenta impazienza,

dicendomi che ti bastava leggerli

nella riconosciuta mia onestà!

Quante volte, di fronte ad un tuo ordine

di ricambiare futili regali

con tanto e tanto, io ho scosso il capo

e m’è venuto perfino da piangere!

Sì, signore, vincendo anche il ritegno

delle buone maniere, t’ho pregato

di tenere più chiuse le tue mani.

Ed ho dovuto spesso sopportare

da tua parte non lievi reprimende

le volte che tentai di segnalarti

il basso flusso della tua marea

contro la grande ondata dei tuoi debiti.

Anche se tu m’ascolti solo adesso,

padrone mio, e seppur troppo tardi,

questo è il momento della verità:

tutto quel che ti resta di ricchezza

non basterà a pagare la metà

di tutti i debiti da te contratti.

TIMONE -                                       Che sian vendute tutte le mie terre.

FLAVIO -                                       Sono tutte coperte da ipoteca,

parte anche già sequestrate e vendute;

e quel che resta basta a malapena

a tappare la bocca ai creditori

che premono con la maggiore urgenza.

Il futuro si approssima a gran passi.

Quale difesa abbiamo nel frattempo?

E alla resa dei conti, che sarà?

TIMONE -                                       Ma le mie proprietà

si estendevano fino a Lacedemone.

FLAVIO -                                       Il mondo intero, buon padrone mio,

non è che una parola: fosse tuo,

e tu avessi potuto regalarlo,

con un soffio sarebbe presto andato!

TIMONE -                                       Ah, questo sì.

FLAVIO -                                                               Se nutri qualche dubbio

sul modo come io t’ho amministrato,

oppur sospetti della mia onestà,

chiamami pure a renderti i miei conti

davanti ai più severi controllori

e sottoponimi pure ad inchiesta:

gli dèi mi siano buoni testimoni

che quando le cucine e le dispense

s’affollavan di tutta quell’ingorda

e turbolenta gente, e le cantine

piangevan per le grandi libagioni

dei servi ubriaconi, ed ogni sala

risplendeva di lumi e rintronava

delle risa sguaiate dei giullari,

io me ne stavo tutto ritirato

con un fiume di lacrime negli occhi

presso una botte che gocciava vino

attraverso uno zipolo mal chiuso…

TIMONE -                                       Basta, ti prego!

FLAVIO -                                                                 … e mi dicevo: o cielo,

la liberalità del mio padrone!

Quanti ricchi bocconi hanno ingozzato

servi e bifolchi ancora questa notte!

Chi non è per Timone?

Qual cuore, testa, spada, forza, mezzi

non si offrono al nobile Timone?

Al grande, al degno, all’imperial Timone?

Eh, quando sian però scomparsi i mezzi

che pagan tutta questa adulazione,

sparirà anche il fiato dalle bocche

dond’essa esce. Finita la festa,

sarà gabbato il suo anfitrione.

Basta la prima nuvola

che venga ad annunciar scrosci d’inverno,

e questi moscerini correran tutti

ciascuno a ripararsi alla sua cuccia.

(Piange)

TIMONE -                                       Beh, Flavio, basta adesso con le prediche!

Nessuna bassa mania spendacciona

è mai passata ancora pel mio cuore.

Ho dato, sì, sconsideratamente,

ma non ignobilmente… Perché piangi?

Sei talmente sprovvisto di giudizio

da pensar che mi manchino gli amici?

Sta’ di buon cuore: voless’io spillare

tutte le botti della simpatia

e sondare l’affetto degli amici

chiedendo loro del denaro in prestito,

potrei avere a mia disposizione

le fortune di uomini su uomini

con la stessa facilità spontanea

con cui ora ti chiedo di parlarmi.

FLAVIO -                                       Possan trovar conferma i tuoi pensieri.

TIMONE -                                       E questi miei bisogni del momento,

in qualche modo sono coronati,

come una sorta di benedizione,

perché mi sarà dato, grazie a loro,

di mettere alla prova le amicizie.

T’accorgerai allora

fino a che punto ti sarai ingannato

circa le mie fortune:

negli amici io so di esser ricco.

(Chiamando)

Olà, di dentro! Flaminio, Servilio!

Entrano FLAMINIO, SERVILIO e altri servi

SERVI -                                           Agli ordini, padrone.

TIMONE -                                       Devo mandarvi a diversi indirizzi.

(A Servilio)

Tu dal nobile Lucio; tu, Flaminio,

dal nobile Lucullo (proprio oggi

ho cacciato con lui);

(Al terzo servo)

tu da Sempronio.

Raccomandatemi al loro affetto,

e dite loro quanto io sia felice

dell’opportunità che mi si offre

di ricorrere a loro per un prestito.

Chiedete loro un cinquanta talenti.

FLAMINIO -                                  Faremo come ordinato, padrone.

(Escono i servi)

FLAVIO -                                       (A parte)

Lucio, Lucullo?… Uhm!…

TIMONE -                                       E tu, mio caro, va’ dai senatori,

dai quali credo d’aver meritato

questa attenzione, dopo quanto ho fatto

per il benessere del nostro Stato.

Chiedi per me un migliaio di talenti.

FLAVIO -                                       Mi son presa licenza,

già pensando che fosse questa via

la più spedita via, a questo scopo,

d’usare il tuo sigillo ed il tuo nome

per rivolgermi a loro ufficialmente;

ma ho visto che scuotevano la testa,

e me ne son tornato a mani vuote.

TIMONE -                                       Che dici! È mai possibile?

FLAVIO -                                       Tutti insieme han risposto, e in modo unanime,

che sono a secco, non hanno un quattrino,

e non possono dar, loro malgrado,

quello che avrebbero tanto voluto;

che tu sei uomo degno… ma non sanno…

c’è qualcosa ch’è andata per traverso…

una nobil natura come te

si può trovare anch’essa in qualche inciampo…

che sperano che tutto si sistemi…

ch’è un vero peccato, e così via.

Così, accampando più importanti impegni,

scambiandosi tra loro sguardi torvi

e frasi smozzicate come queste,

tra salutini, mezze scappellate

e qualche gelido cenno del capo,

m’hanno lasciato muto, là, di pietra.

TIMONE -                                       O dèi, pensate voi a compensarli!

E quanto a te, fa’ cuore, te ne prego.

L’ingratitudine è una tara avita

nell’animo di questi vecchi arnesi.

Il loro sangue è un caglio, tutto gelo,

scorre loro a fatica nelle vene,

e questa assenza di calore umano

li fa ingenerosi: è la natura,

che a misura che si ripiega a terra

di nuovo, si fa torpida ed inerte,

in tutto adatta al suo ultimo viaggio.(37)

(A un quarto servo)

Va’ da Ventidio…

(A Flavio)

Via, non esser triste.

Tu sei leale e onesto,

ed in tutta franchezza ti dichiaro

che non meriti biasimo di sorta.

(Al quarto servo)

Ventidio ha perso di recente il padre,

per la cui morte è venuto in possesso

d’un grosso patrimonio.

Quand’era povero, e pei suoi debiti

fu imprigionato, ed era senza amici,

io sono stato a farlo liberare

con un riscatto di cinque talenti.

Portagli innanzitutto i miei saluti,

e poi fagli sapere che il suo amico

a causa di necessità impellenti

si vede ora costretto a ricordarsi

di quei cinque talenti.

(Esce il servo. A Flavio)

E quel denaro,

come tu l’abbia in mano, dàllo a quelli

ch’hanno più urgenza d’esser soddisfatti.

Né mai ti venga di pensare o dire,

Flavio, che le fortune di Timone

possan, fra tanti amici, naufragare.

FLAVIO -                                       Vorrei tanto poterlo non pensare.

Purtroppo, questo tuo convincimento

è il nemico dell’uomo generoso:

liberale com’è,

crede che tutti gli altri sian così.

(Escono)


ATTO TERZO

SCENA I - Atene, in casa di Lucullo.

FLAMINIO, con una scatola sotto il mantello, è in attesa di parlare con Lucullo.

Entra un SERVO di questi.

SERVO -                                         Ho avvertito il padrone che sei qui.

Viene subito.

FLAMINIO -                                                          Grazie.

SERVO -                                                                               Eccolo infatti.

Entra LUCULLO

LUCULLO -                                   (Tra sé)

Un famiglio del nobile Timone?

Un dono, certamente… Arriva a punto:

ho sognato stanotte di ricevere

un bacile d’argento con la brocca…

(Forte)

Flaminio, onesto Flaminio, buongiorno

e benvenuto sotto ogni rispetto!

(Al servo)

Porta del vino.

(Esce il servo)

Ebbene, come sta

quell’onorevole, compito, aperto

gentiluomo d’Atene, tuo padrone,

generoso e magnifico signore?

FLAMINIO -                                  Di salute sta bene.

LUCULLO -                                                                  Ne son lieto.

E tu cos’hai, lì, sotto quel mantello,

buon Flaminio?

FLAMINIO -                                                            Null’altro, in verità,

che un cofanetto vuoto, mio signore,

che per incarico del mio padrone

vengo a pregarti di voler riempire.

Si trova in grande ed urgente bisogno

di cinquanta talenti, e a te mi manda

perché tu glieli voglia provvedere,

non dubitando del tuo pronto aiuto.

LUCULLO -                                   Eh, là, là, là!… “Non dubitando”, ha detto?

Ahimè, Signore Iddio, il tuo padrone

sarebbe una degnissima persona,

se non tenesse sì aperta la casa

al grande scialo. Ho pranzato da lui

più d’una volta, e gliel’ho pure detto;

e ci son anche poi tornato a cena

proprio per consigliarlo a spender meno;

ma da quelle mie visite

lui non ha ritenuto alcun consiglio

né ammonimento. Ognuno ha i suoi difetti,

e il suo è d’esser troppo generoso.

Gliel’ho detto, ma non m’ha dato retta.

Rientra il SERVO col vino

SERVO -                                         Ecco il vino, padrone.

LUCULLO -                                                                       Bene, grazie.

Flaminio, ho sempre pensato di te

che sei uomo di senno.

 (Alza il bicchiere, che nel frattempo aveva riempito insieme con quello di Flaminio)

Alla salute!

FLAMINIO -                                  Ti piace di scherzare.

LUCULLO -                                   Ho già osservato in te, caro Flaminio,

(ti devo riconoscer quel che è tuo!),

uno spirito pronto e perspicace

che sa vedere ciò ch’è di ragione,

ed anche profittar dell’occasione,

quando gli si presenta sottomano.

Sono le tue migliori qualità.

(Al servo)

Puoi andare, ragazzo.

(Esce il servo)

Senti, onesto Flaminio: il tuo padrone

è un gentiluomo di manica larga;

ma tu, che hai la testa sulle spalle,

pur essendo venuto qui da me,

sai bene che non sono tempi questi

da prestare danaro, specialmente

se s’abbia come sola sicurtà

l’amicizia… Questi son tre scellini,(38)

sono per te. Tu, da bravo ragazzo,

fa’ la parte per me,

e di’ che non m’hai visto. Statti bene.

FLAMINIO -                                  È mai possibile che tutto al mondo

debba tanto cambiare e trasformarsi,

e solo noi rimaniamo gli stessi?

(Getta le monete in faccia a Lucullo)

LUCULLO -                                   Bah, vedo che anche tu sei uno sciocco,

ben adatto a servire il tuo padrone!

(Esce)

FLAMINIO -                                  Possano questi aggiungersi a quei molti

che ti guadagnino il fuoco eterno!

Sia l’oro fuso la tua dannazione!

Altro che amico, tu! Peste d’amico!

Ha dunque l’amicizia

un cuore così fiacco ed annacquato,

da inacidirsi in meno di due notti,

come il latte? O dèi,

son io penato per il mio padrone!

Questa canaglia ha ancora nello stomaco

i cibi offertigli dal mio padrone;

come gli possono esser salutari

e dargli nutrimento,

se s’è cangiato lui stesso in veleno?

Oh, gli vengano addosso sol malanni,

e quando sarà prossimo alla fine,

quel tanto d’energie che avrà acquistato

mangiando a spese del padrone mio,

non che aiutarlo ad espellere il morbo,

gli serva a prolungare l’agonia!

(Esce)

SCENA II - Atene, una piazza.

Entra LUCIO con tre FORESTIERI

LUCIO -                                          Chi, Timone? È mio grande e buon amico,

e gentiluomo rispettabilissimo.

PRIMO FOR. -                                Lo conosciamo anche noi come tale,

pur se gli siamo estranei.

Ma se posso ripeterti qualcosa

che sento dire in giro, per Timone

sono passate oramai l’ore felici,

e con lui scemano le sue sostanze.

LUCIO -                                          Storie! Non ci credete. Non può essere

che gli venga a mancare del denaro.

SECONDO FOR. -                         Credete a me, signore: or non è molto

un suo famiglio è stato da Lucullo

a chiedergli non so quanti talenti

in prestito, ti dico, sì, e d’urgenza,

spiegandogli la gran necessità

che lo spingeva a far quella richiesta:

e il prestito, però, gli fu negato.

LUCIO -                                          Come?…

SECONDO FOR. -                                          Sì, sì, negato. Garantito!

LUCIO -                                          Questo è davvero strano!

Me ne vergogno, davanti agli dèi!

Negato… a sì onorevole persona…

Ecco un’azione che fa poco onore.

Per parte mia, lo posso confessare,

ho ricevuto anch’io, di tanto in tanto,

da lui qualche modesta gentilezza,

come denaro, argenteria, gioielli

ed altre simili bazzecolette,

da non paragonar minimamente

ai doni ricevuti da Lucullo.

E tuttavia, se invece che a Lucullo,

avesse chiesto qualche cosa a me,

non gli avrei rifiutato quei talenti,

in una circostanza come questa.

Entra SERVILIO

SERVILIO -                                    (A parte, accennando a Lucio)

Eccolo là, per fortuna, il mio uomo!

Ho dovuto sudare per trovarlo.

(Forte a Lucio)

Signore onoratissimo…

LUCIO -                                                                                  Servilio!

Ben lieto di vederti. Stammi bene.

Salutami il virtuoso ed onorevole

tuo padrone, e mio eletto amico.

SERVILIO -                                    Non ti dispiaccia, onorato signore,

il mio padrone ha mandato…

LUCIO -                                                                                         Che cosa?

Egli non fa che mandare, mandare…

Ho già tanti obblighi verso di lui…

Come credi ch’io possa ringraziarlo?

E che cosa mi manda questa volta?

SERVILIO -                                    Questa volta ha mandato solo me,

per domandarti, nobile signore,

di sopperire al suo bisogno urgente

con un certo ammontare di talenti.

LUCIO -                                          Credo che il tuo padrone

abbia sol voglia di scherzar con me:

non può avere bisogno di talenti,

né di cinquanta né di cinquecento.

SERVILIO -                                    Gliene occorrono meno sul momento,

ma non insisterei nella richiesta,

devi credermi, tanto caldamente,

se il suo bisogno non fosse reale.

LUCIO -                                          Parli sul serio?

SERVILIO -                                                              Sull’anima mia.

LUCIO -                                          Ah, che razza di bestia non son io,

a trovarmi sprovvisto di denaro

proprio nell’occasione più propizia

che mi si offriva di poter mostrare

tutta la mia onorabilità!

Ma quale disgraziata circostanza

ha voluto che proprio l’altro ieri

io dovessi acquistare un po’ di terra,

e perdere così un bel po’ d’onore!

Ma ormai, Servilio, davanti agli dèi

giuro che non ci posso far più niente

- e son per questo tanto più una bestia,

torno a dirti! -; era anzi io stesso in punto

di rivolgermi al nobile Timone,

questa gente lo può testimoniare;

ma ora non vorrei averlo fatto,

quell’acquisto, per tutte le ricchezze

di Atene. Porta tutti i miei saluti

al tuo degno signore; spero tanto

che non abbia a pensar male di me,

s’anche non posso usargli quel favore.

E digli pure questo: ch’io considero

uno dei miei più grandi dispiaceri

questo mio non potermi render utile

a così onorevole signore.

Buon Servilio, vorrai essermi amico

tanto da riferire al tuo padrone

una per una questa mie parole?

SERVILIO -                                    Lo farò.

LUCIO -                                                        Bravo, ed io troverò il modo

di rendertene merito, Servilio.

(Esce Servilio)

(Al primo forestiero)

Allora è vero quello che m’hai detto.

Timone è proprio ridotto allo stremo…

E chi ha subìto una volta un rifiuto,

è difficile si rimetta in sesto.

(Esce)

PRIMO FOREST. -                         Hai inteso Ostilio?(39)

OSTILIO -                                                                        Sì, e fin troppo bene.

PRIMO FOREST. -                         Eccola, questa è l’anima del mondo;

e della stessa stoffa

è l’anima di ogni adulatore.

Chi può chiamare amico

colui che intinge nello stesso piatto?

Perché Timone, a quanto mi risulta,

è stato un vero padre per costui;

ha cercato, con la sua propria borsa

di mantenergli il credito;

ha rimpinguato le sue proprietà;

che altro più? Il denaro di Timone

è servito a pagare i suoi domestici,

e si può dire ch’egli non fa un sorso,

senza, per bere, avvicinarsi al labbro

l’argento di Timone;

e nondimeno - ah, la mostruosità

della natura umana, quando appare

sotto la veste dell’ingratitudine! -

ecco che adesso gli nega un aiuto

che, a confronto di quanto egli possiede,

non vale l’obolo fatto a un mendico

da un donatore un po’ caritatevole.

TERZO FOREST. -                         La pietà geme innanzi a questa scena.

PRIMO FOREST. -                         Per parte mia, non ho gustato mai

la bontà di Timone in vita mia;

né mai alcuna sua munificenza

m’ha toccato, da rendermelo amico;

non esito peraltro a dichiarare

che se si fosse indirizzato a me

in un momento di necessità,

in omaggio alla sua altezza d’animo,

alla gran fama delle sue virtù,

allo specchiato suo comportamento

avrei considerato i miei possessi

come un dono venutomi da lui

e gli avrei dato la parte migliore,

tanta è la simpatia ch’egli m’ispira.

Ma m’accorgo che gli uomini,

devono ormai imparare a fare a meno

della pietà, ché nella lor coscienza

siede padrone solo l’interesse.

(Esce)

SCENA III - Atene, la casa di Sempronio.

Entrano SEMPRONIO e LUCILIO

SEMPRONIO -                               E deve proprio importunare me,

per questo?… Hum!… E sopra tutti gli altri?

Avrebbe prima potuto provare

con il nobile Lucio, con Lucullo;

ed anche con Ventidio,

pur ora divenuto anche lui ricco,

e, grazie a lui, uscito di prigione.

Tutti devono a lui il lor benessere.

LUCILIO -                                      E tutti sono stati già saggiati;(40)

ma si son rivelati vil metallo,

ché si son rifiutati di aiutarlo.

SEMPRONIO -                               Come! Gli hanno negato il loro aiuto?

Anche Lucullo?… E perfino Ventidio?

E si rivolge a me?… Tutti e tre?… Hum!…

Questo denuncia in loro poco affetto

e in lui assenza di discernimento.

Ed io sarei l’estremo suo rifugio?

Gli amici suoi lo dànno per spacciato,

al par di medici al suo capezzale,

ed io dovrei assumermelo in cura?

Assai mi umilia questo suo agire

e sono molto in collera con lui:

perché avrebbe dovuto ricordarsi

del posto che rivesto, e a me per primo

si sarebbe dovuto indirizzare,

se avesse avuto un poco di cervello;

perché son io, in coscienza, la persona

alla quale egli ha fatto il primo dono.

E mi tiene ora in così poco conto

da far di me la sua ultima istanza?

Eh, no! Questo potrebbe diventare

argomento di scherno per la gente;

ed io farei, fra i nobili di Atene,

la figura del povero imbecille.

Avrei voluto che la sua richiesta

fosse stata magari per il triplo,

ma che l’avesse fatta a me per primo:

non fosse che per la mia dignità,

sarei stato disposto a favorirlo.

Ma ritorna da lui, e aggiungi pure

alle risposte tiepide degli altri

anche la mia: non vedrà mio denaro

chi al mio onore reca nocumento.

(Esce)

LUCILIO -                                      Magnifico! Che fior di farabutto!

Il diavolo, quando ha insegnato agli uomini

l’arte della politica

non sapeva che cosa si facesse,

non sapeva d’andar contro se stesso.

E non posso evitare di pensare

che le scellerataggini degli uomini

finiranno con il riabilitarlo.(41)

Con che ornato e polito argomentare

costui s’ingegna ad apparire infame!

Si modella ad esempi di bontà

per esser tanto più crudele e tristo;

come fan certi che, sotto il pretesto

d’un infiammato ardore religioso,

manderebbero a fuoco interi regni:

tale il suo affetto per il mio padrone.

E proprio in lui aveva egli riposto

l’ultima sua speranza. Ora davvero

da lui si sono tutti allontanati

tranne solo gli dèi;

ora tutti gli amici sono morti,

e le porte che in tanti anni di grascia

non hanno conosciuto mai guardiani

debbon servire adesso, ben guardate,

a custodire salvo il lor padrone.

Ecco il bel risultato

dell’eccessiva liberalità!

Chi non seppe tenersi quel che aveva

deve tener chiuso in casa se stesso.

(Esce)

SCENA IV - Sala in casa di Timone

Entranodue SERVI DI VARRONE incontrandosi con altri SERVI di creditori di Timone e si dispongono ad attendere; poi entrano i SERVI DI LUCIO, DI TITO E DI ORTENSIO.

PRIMO SERVO DI VARRONE - Bene incontrati. Buongiorno ad entrambi,

Tito e Ortensio.

SERVO DI TITO -                                                    Ed altrettanto a te,

gentil Varrone.

SERVO DI ORTENSIO -                                        Oh, Lucio! Anche tu qui?

SERVO DI LUCIO -                      Già, e penso proprio per lo stesso affare

di tutti gli altri. Il mio è di quattrini.

SERVO DI TITO -                          E così quello loro, e di noi tutti.

Entra FILOTO

SERVO DI LUCIO -                      Ed ecco anche Filoto.

FILOTO -                                                                              Buondì a tutti.

SERVO DI LUCIO -                      E benvenuto a te, caro collega.

Che ora è?

FILOTO -                                                           Saran quasi le nove.

SERVO DI LUCIO -                      Così tardi?

FILOTO -                                                           Timone non s’è visto?

SERVO DI LUCIO -                      Non ancora.

FILOTO -                                                             Mi sembra molto strano

Di solito alle sette è già levato.

SERVO DI LUCIO -                      Sì, ma i giorni per lui

ora son diventati un po’ più corti:

il corso della prodigalità

si può dir simile a quello del sole:

ma non è come il sole ripetibile.

Nella borsa del nobile Timone

ho paura che sia profondo inverno,

ci si deve trovare poco o niente

a mettersi a frugare fino in fondo.

FILOTO -                                        In questo, ho la stessa tua paura.

SERVO DI TITO -                          (Al servo di Ortensio)

Voglio farti osservare un fatto strano.

Il tuo padrone t’ha mandato qui

a chiedere denaro, vero?

SERVO DI ORTENSIO -                                                      Infatti.

SERVO DI TITO -                          Intanto lui si porta bene addosso

gioielli avuti in dono da Timone,

e per i quali anch’io mi trovo qui

a reclamarne il pagamento.

SERVO DI ORTENSIO -                                                           È vero,

anch’io son qui venuto controvoglia.

SERVO DI LUCIO -                      Guardate che stranezza tutto questo:

che Timone, cioè, debba pagare

ben più di quanto non sia debitore:

come se il tuo padrone

si porti addosso dei ricchi gioielli

e ne mandi a Timone la fattura.

SERVO DI ORTENSIO -              Gli dèi lassù mi sono testimoni

di quanto mi sia grave quest’incarico.

So benissimo che il padrone mio

ha speso le ricchezze di Timone,

e questo fa la sua ingratitudine

ora peggiore d’una ruberia.

PRIMO SERVO DI VARRONE - Io devo avere tremila corone.

E tu?

SERVO DI LUCIO -                               Io cinquemila.

PRIMO SERVO DI VARRONE -                                  È una gran somma.

E potrebbe sembrare, dalla cifra,

che il tuo padrone abbia avuto in Timone

più fiducia che non ha avuto il mio,

se no, le somme sarebbero uguali.

SERVO DI TITO -                          Ecco che viene uno dei suoi servi.

Entra FLAMINIO

SERVO DI LUCIO -                      Flaminio, una parola.

È pronto il tuo padrone a venir fuori?

FLAMINIO -                                  Non ancora.

SERVO DI TITO -                                               Noi siamo qui in attesa.

Ti preghiamo di farglielo sapere.

FLAMINIO -                                  Non c’è bisogno. Sa fin troppo bene

che voi siete fin troppo diligenti.

(Esce)

Entra FLAVIO, imbacuccato in un mantello e traversa la scena

SERVO DI LUCIO -                      Toh, guardate quell’uomo imbacuccato:

non è il suo maggiordomo?

E se ne va così, come una nuvola.

Chiamatelo, chiamatelo!

SERVO DI TITO -                          (Chiamando)

Quell’uomo!

Hai sentito?

SECONDO SERVO DI VARRONE - (Avvicinandosi a Flavio che si f erma)

Signore, con licenza…

FLAVIO -                                       Che vuoi da me, amico?

SERVO DI TITO -                                                                  Siamo qui

tutti in attesa di certi denari…

FLAVIO -                                       Eh, se i denari fossero sicuri

come è sicuro che voi aspettate,

ce ne sarebbero sicuramente.

Ma perché non veniste a presentare

i vostri conti e le vostre fatture

quando gli ipocriti vostri padroni

sedevano alla mensa di Timone?

Essi allora potevano sorridere

e scherzare sul tema dei suoi debiti,

mentre ne trangugiavan gli interessi

sotto le lor fameliche mascelle.

Ora perdete sol tempo e fatica(42)

a pressarmi così. Fatemi andare

in santa pace per i fatti miei.

Il mio padrone ed io,

siamo giunti, credetemi, allo stremo.

Io non ho più di che fare di conto,

e lui non ha più niente di che spendere.

SERVO DI LUCIO -                      Già, ma questa risposta a noi non serve.

FLAMINIO -                                  Se dici che “non serve”,

vuol dire ch’essa non è tanto ignobile

quanto voi, che servite dei furfanti.

(Esce)

PRIMO SERVO DI VARRONE - Come sarebbe a dire? Che borbotta

questo illustre ministro licenziato?

SECONDO SERVO DI VARRONE - Lascialo pure andare.

È ridotto anche lui povero in canna;

e questa è già sufficiente vendetta.

Chi può parlare più sfacciatamente

d’uno che non ha più nemmeno un tetto

sotto cui rifugiar la propria testa?

Gente così non ha nulla da perdere

a parlar male delle grandi case.

Entra SERVILIO

SERVO DI TITO -                          Ecco Servilio. Adesso finalmente

potremo almeno avere una risposta.

SERVILIO -                                    Brava gente, potessi supplicarvi

di ritornare in un altro momento

ve ne sarei assai riconoscente:

perché - ve lo dichiaro a cuore aperto -

il mio padrone è di pessimo umore

come non è mai stato fino ad ora.

La sua consueta amabile natura

l’ha abbandonato; è molto giù in salute

e non può muoversi dalla sua camera.

SERVO DI LUCIO -                      Molti che se ne stanno chiusi in camera

non son malati; ma s’egli sta male,

potrebb’essere questa una ragione

per soddisfare subito i suoi debiti

e spianarsi la via verso gli dèi.

SERVILIO -                                    O dèi benigni!

SERVO DI TITO -                                                 Della tua risposta,

amico, non ce ne facciamo nulla.

LA VOCE DI FLAMINIO DA DENTRO -

Servilio, aiuto! Il padrone! Il padrone!

Entra TIMONE infuriato, seguito da FLAVIO

TIMONE -                                       Che dannazione è questa? In casa mia

si sbarrano le porte al mio passaggio?

Sono stato finora un uomo libero,

ed ora la mia casa

deve fare la parte del nemico

che mi deve tenere prigioniero?

E trasformarsi nella mia prigione?

E il luogo dove ho sempre banchettato

in allegria deve ora mostrarmi

un cuor di ferro, come tutti gli uomini?

SERVO DI LUCIO -                      Fatti avanti tu, Tito.

SERVO DI TITO -                                                           Mio signore,

questo è il mio conto.

SERVO DI LUCIO -                                                         E questo è il mio.

SERVO DI ORTENSIO -                                                                              E il mio.

I DUE SERVI DI VARRONE -    E questi sono i nostri.

FILOTO -                                                                            Tutti i nostri.

TIMONE -                                       Sì, subissatemi pure con essi,

e spaccatemi in due, fino alla cintola,

come tante alabarde.(43)

SERVO DI LUCIO -                                                            Ahimè, signore…

TIMONE -                                       E tagliatemi il cuore a pezzettini,

fino a produrne spiccioli…

TITO -                                              Quello mio sono cinquanta talenti.

TIMONE -                                       … e contate le gocce del mio sangue.

SERVO DI LUCIO -                      Cinquemila corone è il conto mio.

TIMONE -                                       E cinquemila gocce te lo paghino.

E il tuo?… E il tuo?…

I DUE SERVI DI VARRONE -                                          Nobile Timone…

TIMONE -                                       Sbranatemi, prendete la mia carne…

e che gli dèi vi confondano tutti!

(Esce)

SERVO DI ORTENSIO -              Ah, credo proprio che i nostri padroni

possono fare tanto di cappello

ai loro soldi; questi loro crediti

posson davvero dirsi disperati,

perché dovuti loro da un demente.

(Escono tutti)

Rientrano TIMONE e FLAVIO

TIMONE -                                       Canaglie! M’han lasciato senza fiato.

Creditori? No, diavoli!

FLAVIO -                                                                             Padrone…

TIMONE -                                       (Come inseguendo un pensiero)

Che, se così facessi?

FLAVIO -                                                                        Mio signore…

TIMONE -                                       Lo faccio. Flavio!

FLAVIO -                                                                      Sono qui, padrone.

TIMONE -                                       (Tra sé, sempre inseguendo il suo pensiero)

Sì, sì, ben combinato!…(44)

(Forte a Flavio)

Va’, invita di nuovo a casa mia

tutti gli amici: Lucullo, Sempronio,

Lucio… Vo’ offrire a tutti quei furfanti

un ultimo banchetto.

FLAVIO -                                                                        Mio signore,

è sol con l’animo in preda alla collera

che tu parli così. Non c’è rimasto

da imbandir la più parca delle mense.

TIMONE -                                       Non ti preoccupare. Va’, ti dico,

ed invitali tutti: la mia casa

apra ancora una volta le sue porte

alla marea di questi farabutti.

Al resto penseremo il cuoco ed io.

(Escono)

SCENA V - Atene, l’aula del senato.

Entrano TRE SENATORI da una parte; dall’altra ALCIBIADE con i suoi seguaci, restando indietro

PRIMO SENATORE -                   (Al secondo senatore)

Collega, puoi contare sul mio voto.

È un delitto di sangue,

e il colpevole deve andare a morte.

Non c’è nulla che più incoraggi il crimine

che l’indulgenza.

SECONDO SENATORE -                                         Nulla di più vero.

La legge deve essere implacabile.

ALCIBIADE -                                (Avanzando solo sulla scena)

Salute, onore e clemenza al Senato!

PRIMO SENATORE -                   Ebbene, che hai da dire, capitano?

ALCIBIADE -                                Io sono qui come modesto supplice

delle vostre virtù; ché la clemenza

è della legge la maggior virtù,

e soltanto i tiranni

fanno un uso crudele della legge.

È piaciuto alla malasorte e al caso

di pesar duramente su un mio amico

che in un impeto d’ira

s’è trovato ad urtar contro la legge,

abisso senza fondo per chiunque

ci caschi dentro senza calcolarlo…

L’uomo, a parte codesta sua mancanza,

è persona di belle qualità,

né s’è macchiato di vigliaccheria

facendo quel che ha fatto (e valga questo

a riscattare in parte la sua colpa):

animato da nobile furore

e da innegabile lealtà di spirito,

quando ha visto la sua reputazione

offesa mortalmente, ha reagito

contenendo peraltro la sua collera,

avanti che si fosse tutta spenta,

con sì pacata e repressa passione,

da parer più che altro interessato

a difendersi col ragionamento.

primo senatore -                   ti sobbarchi ad un esil paradosso,

troppo gramo, Alcibiade,

per far apparir degno un turpe fatto.

Con queste tue parole

ti sei preso la briga di sforzarti

a dar forma legale a un assassinio,

e di dar l’attributo di valore

alla rissosità; che è, a dir vero,

valore malamente concepito,

ricomparso sul mondo

quando vi ritornaron di bel nuovo

le sette e le fazioni. Valoroso

è colui che da saggio sa soffrire

tutto quel che di peggio sente dirsi,

e reputa gli oltraggi a lui recati

come cose esteriori alla persona,

sì da indossarli, con indifferenza,

come una veste, mai però elevando

gli oltraggi fino all’altezza del cuore,

così da mettere questo in pericolo.

Se i torti ricevuti son tal male

da forzarci ad uccidere, è follia,

per un male rischiar la propria vita!

ALCIBIADE -                                Ma signore…

PRIMO SENATORE -                                           Non potrai convincere

che appaiano innocenti colpe enormi

come questa. Valore non è mai

far vendetta, valore è sopportare.

ALCIBIADE -                                Perdonatemi allora, miei signori,

di grazia, se vi parlo da soldato.

Se c’è tanto valore a sopportare,

perché gli stolti uomini

espongono i lor petti a battagliare

e non sopportano alcuna minaccia?

Perché non riescono a dormirci sopra

e a lasciar che i nemici

taglino agevolmente lor la gola,

senza far loro alcuna resistenza?

Se c’è tanto valore a sopportare,

perché scendiamo in campo a guerreggiare?

C’è allora più valore nelle donne

che se ne stanno buone buone a casa,

se la sopportazione è quel che vale;

e l’asino è migliore combattente

del leone, e il ladrone messo in ceppi

è più saggio del giudice, se è vero

che la saggezza sta nel sopportare.

Signori, siate altrettanto clementi

per quanto siete grandi!

Chi è che non saprebbe condannare

una violenza fatta a sangue freddo?

Uccidere - non esito ad ammetterlo -

è l’eccesso supremo del peccato;

ma se, deograzia, è fatto per difesa,

è quanto vi può esser di più giusto.

Empietà è abbandonarsi all’ira;

ma dov’è l’uomo che in tutta sua vita

mai s’è lasciato trasportar dall’ira?

È questa, senatori, la misura

con la quale pesare questo crimine.

PRIMO SENATORE -                   Alcibiade, ti stai sfiatando invano.

ALCIBIADE -                                Invano? E i servizi da lui resi

alla patria, a Bisanzio, a Lacedemone,

non sarebbero posta sufficiente

a salvargli la vita?

PRIMO SENATORE -                                                  Che servizi?

ALCIBIADE -                                Io proclamo, signori, che quest’uomo

ha reso grandi servizi alla patria

e ucciso in guerra assai nemici vostri.

Basterà dire con quanto valore

s’è portato nell’ultimo conflitto

e quale somma di ferite ha inferto!

SECONDO SENATORE -             Ritraendone troppo buon raccolto!

Quell’uomo è nato per attaccar brighe,

e tal difetto spesso lo sommerge

e tiene prigioniero il suo valore;

e ciò, se non avesse altri nemici,

sarebbe sufficiente a rovinarlo.

In preda a questo suo bestial furore

è stato visto commettere oltraggi

e fomentar fazioni. Ci vien detto

che trascorre i suoi giorni nella crapula,

e quando beve è per tutti un pericolo.

PRIMO SENATORE -                   Deve morire.

ALCIBIADE -                                                        Un ben duro destino!

Meglio per lui se fosse morto in guerra.

Miei nobili signori,

se non pur in ragione dei suoi meriti

- anche se si può dire che il suo braccio

potrebbe ben guadagnargli il diritto

di morire quando sarà il suo tempo

senza restare in debito a nessuno -

prendete anche le mie benemerenze,

e fatene tutt’uno con le sue,

per aggiunger motivo a suo favore;

e poiché l’età vostra veneranda

so che vuole sentirsi garantita,

io son pronto ad offrirvi come pegno

le mie vittorie e tutti i miei onori,

purché costui sia reso alla sua vita.

Se per questo suo crimine la legge

lo tiene debitore della vita,

che sia allor la guerra

a riceverne il valoroso sangue,

ché se la legge è dura giustiziera,

la guerra certamente non lo è meno.

PRIMO SENATORE -                   Noi siamo per la legge. Ha da morire.

E tu cessa d’insistere per lui,

o finirai con l’indisporci al massimo.

Chi versa l’altrui sangue,

fratello o amico, ha da pagar col suo.

ALCIBIADE -                                Dev’esser dunque così? No, non deve.

Signori senatori, vi scongiuro

ricordatevi di chi sono…

SECONDO SENATORE -                                                       Come?

ALCIBIADE -                                Richiamatevi alla memoria…

TERZO SENATORE -                                                                   Che?

ALCIBIADE -                                Devo pensare sia la vostra età

a far che non vi ricordiate più

chi son io; altrimenti non mi spiego

ch’io possa esser caduto così in basso

da chiedere e sentirmi rifiutare

una grazia del resto assai comune.

Davanti a questo vostro atteggiamento,

mi si riapron tutte le ferite.

PRIMO SENATORE -                   Osi dunque sfidar la nostra collera?

Eccola, espressa con poche parole,

ma ben più ampia nelle conseguenze:

ti bandiamo per sempre!

alcibiade -                                                                        Mi bandite!

La vostra imbecillaggine bandite,

piuttosto, al bando mettete l’usura

che insudicia il senato!

PRIMO SENATORE -                   Se a due giorni da oggi

ancora il sole ti vedrà in Atene,

attenditi condanna più severa.

E perché non si gonfi vieppiù d’ira

l’animo nostro, il tuo patrocinato

sarà immediatamente messo a morte.

(Escono i senatori)

ALCIBIABE -                                Ah, vogliano gli dèi farvi invecchiare

ancora, da ridurvi tanti scheletri,

sì da far ripugnanza al sol guardarvi!

Pazzo che sono stato fino ad oggi!

Mentre io respingevo i lor nemici,

essi contavano il loro denaro

e lo davano in prestito ad usura!

Io, che son ricco solo di ferite.

E per esse, così mi si gratifica?

È questo il balsamo che sa versare

nelle ferite dei suoi condottieri

un senato composto di strozzini?

Bandito?… Beh, la cosa, dopo tutto,

non viene male: esser messo al bando

non è che mi dispiaccia; sarà questo

un valido motivo al mio rancore

e alla mia ira per colpire Atene.

Saprò rianimare i miei soldati

malcontenti,(45) e riacquistarne i cuori.

È un onore trovarsi ad affrontare

più nemici possibile. I soldati,

come gli dèi, non sopportan le offese.

(Esce)

SCENA VI - Atene, la sala dei banchetti in casa diTimone.

Tavola imbandita. Musica. Servi in faccende.

Entrano, incontrandosi, diversi NOBILI

PRIMO NOBILE -                         Buon giorno a te, signore.

SECONDO NOBILE -                                                             A te altrettanto!

Credo che questo nobile Timone

abbia solo voluto, l’altro giorno,

sincerarsi di noi.

PRIMO NOBILE -                                                      Lo penso anch’io.

Spero davvero che le sue sostanze

non si trovino proprio sì allo stremo

com’egli ci ha voluto far intendere

con questo suo voler mettere al vaglio

i suoi diversi amici.

SECONDO NOBILE -                                                    Tanto male,

infatti, non mi pare sian ridotte

a giudicar da questa imbandigione

cui siamo nuovamente convitati.

PRIMO NOBILE -                         Lo penso anch’io. M’ha mandato un invito

che diverse faccende mie private

m’avevano costretto a declinare;

ma ha tanto insistito

che ho dovuto alla fine intervenire.

SECONDO NOBILE -                   E lo stesso con me. Ero impegnato

in urgenti faccende da sbrigare,

ma lui non ha voluto udire scuse.

Son rimasto davvero dispiaciuto

di trovarmi sprovvisto di contante

quando ha mandato da me per un prestito.

PRIMO NOBILE -                         Di questo devo anch’io rammaricarmi,

ora che vedo come stan le cose.

SECONDO NOBILE -                   Ed è così per quanti siamo qui.

A voi quanto ha richiesto?

PRIMO NOBILE -                                                                      Mille pezzi.

SECONDO NOBILE -                   Mille pezzi!

PRIMO NOBILE -                                               E a voi?

SECONDO NOBILE -                   A me ha chiesto… Ma eccolo che viene…

Entra TIMONE con alcuni servi

TIMONE -                                       (Ai due nobili)

Con tutto il cuore, amici! Come state?

PRIMO NOBILE -                         Nel migliore dei modi, mio signore,

specie ad udire che anche tu stai bene.

SECONDO NOBILE -                   Non segue più di buon grado la rondine

l’estate, come noi seguiamo te.

TIMONE -                                       (Tra sé)

Né fugge più di buon grado l’inverno.

Così gli uomini: uccelli di passaggio!

(Forte)

Signori, il nostro pranzo

non vi ripagherà la lunga attesa.

Saziate nel frattempo con la musica

i vostri orecchi, se sapran cibarsi

ora dell’aspro suono della tromba.

Ci metteremo a tavola fra poco.

PRIMO NOBILE -                         Spero che non sarai rimasto male,

Timone, se mi son visto costretto

a rinviarti il servo a mani vuote…

TIMONE -                                       Figurati! Non darti alcun pensiero!

SECONDO NOBILE -                   (A Timone)

Nobile amico!

TIMONE -                                                              Oh, caro! Come va?

SECONDO NOBILE -                   Mi sento subissar dalla vergogna,

mio caro ed onorevole Timone,

al pensiero che quando, l’altro giorno,

m’hai mandato qualcuno per un prestito,

mi ritrovassi un povero pezzente.

TIMONE -                                       Caro amico, non dartene pensiero.

SECONDO NOBILE -                   Bastava che il tuo messo

fosse venuto un paio d’ore prima…

TIMONE -                                       Non affliggere più con tal pensiero

la tua preziosa memoria, ti prego.

(Ai servi)

Ragazzi, avanti, su, portate in tavola!

(I servi portano ad ogni posto un piatto coperto)

SECONDO NOBILE -                   Tutti i piatti coperti. Che sarà?(46)

PRIMO NOBILE -                         Cibo da re. Vedrai. Te l’assicuro.

TERZO NOBILE -                         (Intervenendo)

Non c’è dubbio; sarà quanto di meglio

possono offrire stagione e denaro.

PRIMO NOBILE -                         Oh, amico, come stai? Quali notizie?

TERZO NOBILE -                         Alcibiade è bandito; lo sapete?

PRIMO E SECONDO NOB. -       Alcibiade bandito?

TERZO NOBILE -                                                        Sì, bandito,

potete starne certi.

PRIMO NOBILE -                                                        Come! Come!

SECONDO NOBILE -                   E per quale ragione, se m’è lecito?

TIMONE -                                       Degni amici, volete accomodarvi?

TERZO NOBILE -                         (Al primo e secondo nobile)

Ve ne dirò di più fra qualche istante.

Ecco intanto un magnifico banchetto!

SECONDO NOBILE -                   Timone è sempre lui: antico stampo.

TERZO NOBILE -                         Ma durerà? Che dici, durerà?

SECONDO NOBILE -                   Per ora sì… ma col tempo, non so…

TERZO NOBILE -                         Eh, capisco, capisco…

TIMONE -                                       Che ciascuno raggiunga il proprio posto,

per favore, e con quello stesso slancio

col quale correrebbe verso il labbro

della sua donna. I piatti son gli stessi

in tutti i posti della tavolata.

Non fate come nei pranzi ufficiali

dove, per stabilir le precedenze,

si lasciano freddare le pietanze.

Sedete, accomodatevi dovunque.

Gli dèi richiedono le nostre grazie.

BENEDICITE DI TIMONE

“O voi, altissimi benefattori

“irrorate la nostra società

“con una pioggia di riconoscenza.

“Siate lodati per i vostri doni,

“ma largiteli sempre con riserva,

“per tema che le vostre deità

“abbiano ad esser segno di disprezzo.

“Date a ciascuno quanto può bastare

“a far ch’uno non abbia mai bisogno

“di prestare ad un altro; ché se gli uomini

“avesser dagli dèi denaro in prestito,

“rinnegherebbero pure gli dèi.

“Fate che il cibo offerto

“sia più pregiato di colui che l’offre;

“che non si trovino riunite insieme

“venti persone, senza che tra loro

“ci siano una ventina di furfanti;

“che se si trovino riunite a tavola

“dodici donne, almeno una dozzina

“in mezzo a loro siano… quel che sono.

“Fate che il resto dei vostri vassalli,

“o numi!, siano essi i senatori

“di Atene, o la più infima plebaglia,

“tutto che in loro è male, sommi numi,

“sia maturato per la distruzione!

“Quanto agli amici miei che sono qui,

“poiché essi per me non sono nulla,

“in nulla siano da voi benedetti,

“come al nulla essi sono benvenuti”.

Scoprite i piatti, cani, ora, e leccate!

(Tutti scoprono i piatti e li trovano pieni d’acqua calda, con dentro dei sassi)

UN CONVITATO -                        Che vorrà dir con questo il nostro amico?

UN ALTRO -                                  Non so spiegarmelo.

TIMONE -                                                                        Branco d’ipocriti,

che avete l’amicizia solo in bocca,

più seder non possiate a miglior mensa!

Il fumo e l’acqua calda

son tutto quello che a voi si conviene.

Questo è l’ultimo pranzo

in casa di Timone, che, invischiato

e sporcato dalle lusinghe vostre,

d’esse si lava, e ve le butta in faccia

con tutta la fumante vostra infamia!

(Getta acqua in faccia a tutti)

Possiate a lungo vivere aborriti,

untuosi, sorridenti parassiti,

affabili e cortesi distruttori,

lupi gentili, orsi mansuefatti,

matti giullari della dea Fortuna,

forchettoni, mosconi d’occasione,

servi adusi ad inchini e scappellate,

creature di fumo, marionette

adattabili a tutte le occasioni!

Tutti i malanni d’uomini e di bestie

vi coprano di schianze virulente!

(Ad uno che fa per uscire)

Ehi, che fai, te la squagli? Aspetta un attimo:

ingoia prima la tua medicina!

(Agli altri)

E tu lo stesso!… E tu!… E tu!… E tu!

Aspetta, vo’ prestarti del denaro,

non chiedertene…

(Li caccia fuori a spintoni)

Come! Tutti in moto?

D’ora in poi non ci siano più festini

ai quali non sia molto benvenuto

ogni matricolato farabutto!

Brucia, mia casa! e tu sprofonda, Atene!

Siano in odio a Timone, d’ora in poi,

l’uomo e la razza umana tutta intera!

(Esce)

Rientrano i SENATORI e altri NOBILI

PRIMO NOBILE -                         Ebbene, miei signori?

SECONDO NOBILE -                   Che ne dite di questa gran sfuriata?

TERZO NOBILE -                         Che roba! Avete visto il mio cappello?

QUARTO NOBILE -                     Ho perduto la toga…

PRIMO NOBILE -                                                             È solo un pazzo

che si lascia guidare dal capriccio.

L’altro giorno mi regalò un gioiello,

ed ora me l’ha fatto saltar via

dal cappello… Chi ha visto il mio cappello?

SECONDO NOBILE -                   Eccolo.

QUARTO NOBILE -                                    Ed ecco pure la mia toga.

PRIMO NOIBILE -                        È meglio andarsene.

SECONDO NOBILE -                                                    Timone è pazzo.

TERZO NOBILE -                         Ne sanno qualche cosa le mie ossa.

QUARTO NOBILE -                     Un giorno dà diamanti, un altro sassi.

(Escono tutti)


atto quARTO

SCENA i - Luogo fuori le mura di Atene

Entra TIMONE

TIMONE -                                       Mura che ricingete tanti lupi,

ch’io vi rivolga l’ultimo saluto.

Possiate sprofondare nella terra,

e non proteggere più questa Atene!

Matrone, datevi all’incontinenza!

Si dilegui nei figli l’obbedienza.

Schiavi e pazzi, strappate dai lor seggi

i gravi ed avvizziti senatori,

e governate voi in loro vece.

Verdi verginità, voi all’istante

convertitevi in pubbliche baldracche,

sotto gli occhi dei vostri genitori!

Bancarottieri, voitenete duro,

ed invece di rendere il dovuto,

fuori i coltelli, e tagliate la gola

ai vostri creditori. Servitori

che giuraste ai padroni fedeltà,

rubate loro tutto che potete,

poiché i vostri padroni sono ladri

e rubano a man bassa, legalmente!

Tu, serva, giaciti col tuo padrone:

la tua padrona è donna di bordello.

Tu, figlio, sedicenne ragazzotto,

sottrai di forza da sotto l’ascella

del vecchio zoppicante genitore

la sua morbida cruccia,(47) e fanne clava

a fargli schizzar fuori le cervella!

Pietà, timor di Dio, pace, giustizia,

buon vicinato, notturno riposo,

istruzione, costume, arti, mestieri,

gerarchie, riti, costumanze, leggi,

degenerate nei vostri contrari,

e regni dappertutto solo il caos!

Voi, pestilenze che affliggete gli uomini,

accumulate sul capo di Atene,

ch’è ormai matura pel colpo finale,

le vostre ardenti e contagiose febbri.

Fredda sciatica, tu riduci stroppi

i senatori, sì che le lor membra

divengan zoppe come i lor costumi.

E voi, lussuria e liceziosità,

penetrate pian piano nello spirito

e nel midollo della gioventù,

ch’essa possa nuotar controcorrente

dibattendosi dentro il grande fiume

della virtù, ed infine affogare

nella dissolutezza generale!

Voi, rogne e pustole pestilenziali,

disseminatevi su tutti i petti

degli Ateniesi, e peste generale

sia della vostra semenza il raccolto.

E fiato infetti fiato,

sì che di sol veleno siano fatte

tra loro, società ed amicizia.

Null’altro voglio portar via da te,

che la mia nudità, aborrita Atene!

(Si toglie la tunica e la getta contro le mura)

Toh, prenditi anche questa,

con le infinite mie maledizioni!

Timone se n’andrà nella foresta,

dove la più feroce delle fiere

sarà sempre più mite degli umani,

alti e bassi che siano. E così sia!

(Esce)

SCENA II - Atene, la casa di Timone.

Entra FLAVIO con due SERVI

PRIMO SERVO -                           Ci dici, allora, mastro maggiordomo,

dov’è il nostro padrone?

È vero che siam tutti licenziati,

sul lastrico, non ci resta più nulla?

FLAVIO -                                       Ahimè, compagni, che vi posso dire?

Gli giusti dèi mi sono testimoni:

io son ridotto a terra come voi.

PRIMO SERVO -                           In rovina una casa come questa?

In miseria un sì nobile padrone?

Tutto perduto, e nemmeno un amico

disposto a offrire un braccio alla sua sorte

e accompagnarlo per un po’ di strada?

SECONDO SERVO -                     Al compagno gittato nella fossa

anche ognuno di noi volge le spalle:

così coloro che gli erano amici(48)

s’allontanano dalle sue fortune

ormai sepolte, lasciandogli solo

i loro volti di falsa amicizia

simili a borse vuotate dai ladri;

e il poveretto, come un mendicante,

esposto giorno e notte all’intemperie

con addosso il suo male, la miseria,

dal quale tutti cercan di scansarsi,

se ne va camminando tutto solo

come l’immagine del vilipendio.

Altri nostri compagni…

Entrano altri SERVI di Timone

FLAVIO -                                       Anche loro sfasciate suppellettili

d’una casa ridotta alla rovina.

TERZO SERVO -                           Ma i nostri cuori portan sempre addosso

la livrea di Timone,

come puoi ben veder dai nostri volti.

Siamo sempre compagni e servi suoi

anche nell’afflizione.

La nostra imbarcazione imbarca acqua,

e noi, come infelici marinai,

stiamo sul ponte per metà sommerso,

a udire la minaccia dei marosi;

tutti quanti dovremo andar dispersi

in questo oceano d’aria.

FLAVIO -                                       O miei buoni compagni,

voglio dividere fra tutti voi.

quel poco che mi resta di sostanze.

Ovunque c’incontrassimo, in futuro,

cerchiamo, per amore di Timone,

di rimanere buoni camerati;

e qui, scuotendo il capo

come suonando una campana a morto

alle fortune del nostro padrone,

diciamoci tra noi:

“Abbiam veduto, ahimè, giorni migliori”.

(Offre loro la sua borsa)

Prenda ognuno qualcosa…

(I servi si dividono in silenzio il denaro)

Ed ora via.

Datemi tutti la mano, in silenzio.

Così ci separiamo,

poveri, ricchi solo di dolore!

(I servi si abbracciano e si allontanano per diverse parti)

Ah, la cruda miseria,

che viene a noi dopo tanto splendore!

Chi non vorrebbe rimanere spoglio

d’ogni ricchezza, s’essa a nulla porta

se non che alla miseria ed al disprezzo?

Chi vorrebbe vedersi così irriso

dalla pompa e dal fasto,

e viver l’amicizia come in un sogno,

e aver solo dipinti pompa e fasto,

come lo son le facce imbellettate

dei suoi sleali amici?

Povero mio padrone! Un uomo onesto

ridotto in basso dal suo stesso cuore

e rovinato dalla sua bontà!

Bizzarra e insolita natura d’uomo,

il cui solo peccato

è quello di aver fatto troppo bene.

Chi vorrà più mostrarsi generoso

anche a metà di quanto è stato lui,

se la munificenza,

che pur fa degli dèi quello che sono,

riesce ad esser sì funesta agli uomini?

Caro padrone mio,

tu che sei stato tanto benedetto

per essere poi tanto bestemmiato,

tanto ricco per esser tanto povero,

quella che fu la tua grande fortuna

esser ora la tua grande afflizione!

Ahimè, gentil signore!

È fuggito da questa ingrata accolita

di amici-mostri in furia, e non ha più

né i mezzi né la possibilità

di provvedere al suo sostentamento.

Mi voglio mettere alla sua ricerca.

Seguiterò a servirlo e ad obbedirgli

con la migliore buona volontà.

Fintanto che avrò un poco di denaro,

sarò ancora il suo amministratore.

(Esce)

SCENA III - Luogo boscoso e una caverna in riva al mare.

Entra TIMONE, uscendo dalla caverna

TIMONE -                                       O sole, tu di vita almo ministro,

suggi infetti vapori dalla terra,

che ne sia ammorbata tutta l’aria

sotto l’orbe di tua sorella luna!

Diversa sorte assegna, col tuo tocco,

a due gemelli dello stesso grembo

i quali siano per concepimento

e gestazione e nascita sì uguali

da distinguersi a stento l’un dall’altro:

il maggiore disprezzerà il minore.

La creatura umana,

assediata com’è da tanti guai,

una volta salita a gran fortuna,

non è capace di reggersi in essa

se non sprezzando altre creature umane.

Portami in alto questo mendicante

e trascinami in basso questo lord:

il primo, divenuto senatore,

si porterà un disprezzo ereditario,

il mendico gli onori della nascita.

È la pastura ad ingrassare il bue,

la sua mancanza lo fa dimagrire.

Chi, in purità di cuore,

oserà mai levarsi a dichiarare

che quell’uomo o quell’altro è adulatore?

S’è tale lui, lo sono tutti gli altri,

perché ogni grado della società

è adulato dal grado sottostante:

è così che la zucca del saccente

s’inchina all’imbecille pieno d’oro!

Tutto è sghembo, non c’è nulla di dritto

nelle nostre nature maledette,

salvo la dichiarata canagliaggine.

Siano perciò aborrite da Timone(49)

feste, congreghe, accolite! Timone

disprezza tutti, e financo se stesso.

Che la rovina abbranchi l’uman genere!

Terra, offrimi tu qualche radice.

(Si mette a scavare con le mani)

E a chi pretenda di cercar da te

roba migliore, stuzzica il palato

con i tuoi più mortiferi veleni.

Oh, ma che trovo mai qua sotto… oro?

Oro giallo, lucente, oro prezioso?…

No, dèi, non formulo voti insinceri:

radici ho chiesto solo, chiari cieli!

Tant’oro come questo è sufficiente

a fare nero il bianco, bello il brutto,

giusto l’ingiusto, nobile il volgare,

giovane il vecchio, vile il coraggioso.

O dèi, perché? Che cos’è questo, o dèi?

Questo allontanerà dai vostri altari

i vostri preti e i vostri servitori,

questo farà strappare da sotto il capo

dei vivi moribondi gli origlieri.(50)

Questo giallo ribaldo

cucirà insieme e romperà a vicenda

ogni fede, renderà sacro l’empio,

farà gradita l’aborrita lebbra,

metterà i ladri nei posti migliori

e darà loro titoli onorifici

e inchini e generale approvazione

dai senatori seduto a consesso.

È lui che fa che l’avvizzita vedova

si rimariti: lei, cui l’ospedale

e l’ulcerose piaghe in tutto il corpo

fanno apparire cosa disgustosa,

l’oro imbalsama, rende profumata

e riconduce ai giorni dell’aprile.(51)

Vieni, vieni, metallo maledetto,(52)

tu, puttana di tutto l’uman genere,

motivo di discordia tra le genti,

saprò ben io quel che fare di te,

in modo cònsono alla tua natura!

(Tamburi all’interno)

Ah, un tamburo…

(Di nuovo all’oro)

Tu sei cosa viva,

ma io ti seppellisco nuovamente.

Circolerai, incallito ladrone,

quando tutti i gottosi tuoi custodi

non riusciranno più a tenersi in piedi.

(Ricopre l’oro con la terra;

ne mantiene in mano un po’)

Tu però resta fuori, come pegno.

Entra ALCIBIADE in armi, con pifferi e tamburi.

Lo seguono FRINE e TIMANDRA

ALCIBIADE -                                (Non riconoscendo Timone)

Chi sei? Parla.

TIMONE -                                                              Una bestia come te.

Ti venga un cancro a consumare il cuore,

perché mi fai ritrovare di nuovo

davanti a un volto d’uomo!

ALCIBIADE -                                Come ti chiami? Perché tanto in odio

t’è l’uomo, visto che anche tu sei uomo?

TIMONE -                                       “Misantropo” è il mio nome,

ed ho in odio l’intera umanità.

In quanto a te, vorrei che fossi un cane

per poterti volere un po’ di bene.

ALCIBIABE -                                Io so bene chi sei,

ma sono ignaro e son del tutto alieno

a quel che t’è accaduto.

TIMONE -                                       Anch’io ti riconosco;

ma non voglio conoscere di te

più di tanto: che io ti riconosco.

Vattene, quindi, segui il tuo tamburo;

vattene a tingere di sangue umano

la terra, falla rossa, tutta rossa!

Se son crudeli regole canoniche

e leggi dello Stato,

che cosa non dev’essere la guerra?

Questa tua devastante prostituta

(Indica Frine)

ha più potere lei di distruzione

che non ha la tua spada.

FRINE -                                           Che ti caschino giù marce le labbra!

TIMONE -                                       Tranquilla, bella, non ti bacerò:

così il marcio rimane sulle tue!

ALCIBIADE -                                Così mutato il nobile Timone!

Come ha potuto?

TIMONE -                                                                   Come fa la luna,

quando non ha più luce da irradiare.

Solo che, a differenza della luna,

io non ho più potuto rinnovarmi,

per assoluta mancanza di soli

dai quali togliere la luce in prestito.

ALCIBIADE -                                Quale servizio, nobile Timone,

da amico, posso renderti?

TIMONE -                                                                                 Nessuno,

salvo sposare la mia stessa idea.

ALCIBIADE -                                Che sarebbe, Timone?

TIMONE -                                       Farmi promessa della tua amicizia,

e poi non mantenerla.

E se tu non mi fai questa promessa,

ti mandino gli dèi tutti i malanni,

perché appartieni alla specie degli uomini;

se invece me la fai, e la mantieni,

ti confondano, perché sei un uomo!

ALCIBIADE -                                Ho inteso dire delle tue disgrazie.

TIMONE -                                       Le avevi sotto gli occhi

al tempo della mia prosperità.

ALCIBIADE -                                Le vedo ora, il tempo che tu dici

era un tempo felice.

TOMONE -                                                                      Come il tuo,

ora, allacciato a un paio di bagasce.

TIMANDRA -                                 E questo qui sarebbe il coccobello

di Atene, acclamato con rispetto

da tutto il mondo?

TIMONE -                                                                      E tu non sei Timandra?

TIMANDRA -                                 E allora?

TIMONE -                                                       Seguita a far la puttana.

Tutti quelli che t’usano, non t’amano.

Regala loro le tue malattie

in cambio della foja che ti lasciano.

Sfrutta bene le tue ore di sale;(53)

concia bene i minchioni

per le stufe ed i bagni d’acqua calda,

porta la gioventù guancia-rosata

al digiuno e alle diete della cura

coi suffumigi.(54)

TIMANDRA -                                                           Va’ alla forca, mostro!

ALCIBIADE -                                Perdonalo, gentile mia Timandra,

perché la sua ragione s’è annegata

e perduta nella sua malasorte.

Sono restato a corto di denaro,

mio buon Timone, e questa scarsità

ogni giorno mi provoca rivolte

nella truppa rimasta senza soldo.(55)

M’ha fatto molto male

sapere che la maledetta Atene,

sconoscendo le tue benemerenze,

immemore dei nobili servigi

da te resi allorché i vicini Stati

l’avrebbero schiacciata, se non era

per la tua spada e per il tuo danaro…

TIMONE -                                       Batti il tamburo e vattene, ti prego.

ALCIBIADE -                                Ti sono amico, ed ho pena per te,

Timone.

TIMONE -                                                     Pena? Come puoi averne

per uno al quale dài solo fastidio?

Preferisco star solo.

ALCIBIADE -                                E allora addio. Ecco un po’ di denaro.

TIMONE -                                       Tienlo pure per te. Io non ne mangio.

ALCIBIADE -                                Quando avrò fatto dell’altera Atene

un mucchio di rovine…

TIMONE -                                       Sei in guerra con Atene?

ALCIBIADE -                                Sì, e n’ho ben causa.

TIMONE -                                                                          Gli dèi la distruggano,

dando a te la vittoria,

e poi dànnino te, quando avrai vinto.

ALCIBIADE -                                Perché anche me, Timone?

TIMONE -                                       Perché saresti nato

per conquistare questo mio paese

uccidendo nient’altro che ribaldi.

Riponitelo in tasca il tuo denaro.

E va’ avanti. Ti do io dell’oro,

prendilo, e va’ avanti contro Atene.

Sii tu per tutti quelli che ci stanno

come una pestilenza planetaria,

quando Giove diffonde il suo veleno

in sospensione nell’aria viziata

d’una città corrotta. La tua spada

non se ne lasci sfuggire nessuno.

Non ti commuovere davanti al vecchio

a cagione della sua barba bianca:

quello è sicuramente un usuraio.

Infierisci sulla matrona ipocrita:

è onesta solamente nel vestito,

ma sotto è una ruffiana.

Non lasciar che la gota della vergine

t’intenerisca il filo della spada,

perché quelle lattifere sue poppe

che di traverso ai legacci del busto

attirano gli sguardi mascolini

non sono iscritte su nessuna pagina

del registro della pietà: condànnale,

perciò, come i più biechi traditori!

Non risparmiar nemmeno il fantolino,

il cui sorriso pieno di fossette

strappa la commozione agli imbecilli:

pensa ch’esso è un bastardo

che un oracolo ambiguo ha designato

a tagliarti la gola, e fallo a pezzi

senza rimorso; imperversa dovunque,

mettiti intorno agli occhi ed agli orecchi

una corazza la cui salda tempra

non possano scalfire urla di madri,

di fanciulle, di bimbi, né la vista

di preti nei lor sacri paramenti

imbrattati di sangue. Ecco dell’oro

con cui pagare il soldo alla tua truppa.

Semina strage largo quanto puoi,

e quando avrai placato la tua collera,

va’ in malora anche tu! Non dire più.

Non c’è bisogno di parole. Vattene.

ALCIBIADE -                                Hai per me dell’altro oro

L’oro che m’offri accetto di buon grado,

ma non i tuoi consigli.

TIMONE -                                       Che tu l’accetti di buon grado o no,

ti maledica il cielo!

FRINE e TIMANDRA -                 Buon Timone, un po’ d’oro anche,

se n’hai ancora.

TIMONE -                                                                 Ce n’ho, e abbastanza

per ottenere che una meretrice

rinneghi il suo commercio, e una ruffiana

riesca a rinunciare al suo mestiere

di educare puttane al lupanare.

Ma voi, sgualdrine, seguitate pure

ad alzare il grembiule!(56) A giuramenti

voi non siete tagliate da natura,

anche se so che nel sacramentare

siete così terribili campioni,

da far venire la febbre quartana(57)

agli dèi immortali che vi ascoltano.

Risparmiatevi quindi i giuramenti:

credo solo alla vostra professione.

Restate quel che siete: prostitute.

E se alcuno cercasse, con pia voce,

di convertirvi, siate sempre più

lascive ad adescarlo, ad infiammarlo

di guisa che la vostra ascosa fiamma

soverchi il fumo delle sue parole,

e non voltate la vostra casacca;(58)

anche se m’auguro che entro sei mesi

le vostre pene siano d’altro genere,

e tali da costringervi a coprire

le povere spelate vostre teste

con capelli di morti,

e di morti magari sulla forca.(59)

Vestiteci le vostre testoline

e seguitate ad ingannare gli uomini.

Continuate pure a fornicare

e mettetevi in faccia tanto lustro

da impantanarcisi pure un cavallo;

e venga un canchero alle vostre rughe!

(Dà loro dell’oro)

FRINE e TIMANDRA -                 Bene, bene dell’oro anche per noi!(60)

Beh, che vuoi che facciamo?(61)

Per l’oro, credimi, facciamo tutto.

TIMONE -                                       Gettare il seme della consunzione

nel midollo dell’uomo;

colpirlo nelle sue tibie sottili,

e fiaccare la sua virilità.

Render fessa la voce all’avvocato,

che più non possa difendere il falso,

né strillare per l’aria i suoi cavilli;

render canuto il flàmine

che inveisce ai difetti della carne

senza creder lui stesso a quel che predica.

Far cadere, corrotto da sifilide,

il naso, fino a spianarglielo tutto

sopra la faccia, a chi sa sol fiutare

la traccia del suo proprio tornaconto,

incurante del bene generale.

Rendete calvi i ricciuti ruffiani,

e fate sì che tutti gli smargiassi

reduci senza danni dalla guerra

s’attacchino da voi qualche malanno:

impestateli tutti, sì che in loro

s’inaridisca e s’annulli del tutto,

per riguardo alla vostra attività,

ogni erezione, alla sua stessa fonte.

Ecco ancora dell’oro.

Portate a dannazione tutti gli altri,

e quest’oro provveda a dannar voi,

e vi sia tomba il fondo dei fossati!

FRINE e TIMANDRA -                 Dacci altri consigli,

generoso Timone, ed altro oro.

TIMONE -                                       Prostituitevi sempre di più,

disseminate sempre nuove piaghe:

v’ho dato solamente una caparra.

ALCIBIADE -                                Tamburi, avanti, in marcia verso Atene!

Timone, addio. Se tutto m’andrà bene,

tornerò a visitarti.

TIMONE -                                                                      Io, al contrario,

se le speranze mie s’avvereranno,

non voglio più vederti.

ALCIBIADE -                                Ma non t’ho fatto mai male, Timone.

TIMONE -                                       Sì, hai parlato bene di Timone.

ALCIBIADE -                                E questo per te è male?

TIMONE -                                                                               È dimostrato.

È cosa che succede tutti i giorni.

Vattene, e portati via le tue cagne!

ALCIBIADE -                                Lo esasperiamo solo. Via i tamburi!

(Tamburi. Esce con Frine e Timandra)

TIMONE -                                       Possibile che la natura umana,

pur nauseata dall’ingratitudine

senta ancora le strette della fame?

(Si mette di nuovo a scavare la terra con le mani)

O tu, madre comune,

che nell’immensurabile tuo grembo

e con l’illimitato tuo respiro

tutto generi e nutri;

e della tempra ond’è formato l’uomo,

questo arrogante e superbo tuo figlio,

produci il nero rospo,

il colubro azzurrato,

la salamandra dall’aurata pelle,

ed il rettile cieco e velenoso,

e tutto quanto di più repugnante

è generato sotto il crespo cielo

che schiara l’almo fuoco d’Iperione,(62)

largisci dal tuo generoso seno

a chi aborrisce tutti i nati d’uomo

una semplice, misera radice.

Inaridisci il tuo fertile grembo,

ch’esso non abbia più a generare

l’ingrato uomo; fatti procreatrice

gravida solo di tigri e di lupi,

d’orsi e di draghi, popola il tuo spazio

di nuovi mostri, quali la tua faccia

rivolta in alto non ha mai offerto

alla marmorea magione del cielo.

(Scavando, trova una radice)

Oh, una radice! Grazie, cara madre!

Dissecca, o terra, tutto il tuo midollo,

le vigne e i campi solcati dal vomere,

da cui l’ingrato uomoha sempre tratto

i dolci sorsi ed i grassi bocconi

con i quali rimpingua la sua anima,

che, nata pura, viene da ciò a perdere

ogni virtù di buon discernimento.

Entra APEMANTO

Ancora un uomo? Peste, peste, peste!

APEMANTO -                                Son qui mandato da altrui volontà.

È voce che ti sei messo a imitare

i miei modi di vita, e a praticarli.

TIMONE -                                       Sì, solo perché tu non hai un cane

ch’io possa prendere a mio modello,

consunzione ti colga!

APEMANTO -                                                                    Questo è in te

la sconcertante manifestazione

d’una natura infetta e contagiata,

l’ipocondria d’un uomo sfiduciato,

nata da un mutamento di fortuna.

Perché questo badile?

Questo luogo? Quest’abito da schiavo?

Questa tua cera così incarognita?

I tuoi adulatori in questo tempo

veston di seta, tracannano vino

e dormono sul soffice, abbracciati

alle lor ganze profumate e infette,

e di Timone hanno dimenticato

perfino ch’è esistito.

Non fare vergognare questi boschi

atteggiandoti a rigido censore;

trasformati anche tu in adulatore

e studia come prosperar di nuovo

servendoti di quegli stessi mezzi

che t’hanno procurato tal rovina.

Mettiti le cerniere alle ginocchia

e fa’ che basti il più fievole fiato

della persona che vuoi adulare

a strapparti il cappello dalla testa:

fa’ le più alte lodi

di lei e del suo vizio più perverso

proclamandolo un vezzo sopraffino.

Così una volta si parlava a te,

e tu prestavi compiacente orecchio

a questo e a quello, come i tavernieri

che dànno sorridendo il benvenuto

a tutti, malfattori e procaccianti.

Diventa una canaglia come loro.

Se ti restasse ancora del denaro,

le canaglie se ne approfitterebbero.

Non cercare di somigliare a me.

TIMONE -                                       Se somigliassi per davvero a te,

mi manderei in malora da me stesso.

APEMANTO -                                In malora ti ci sei già mandato

per esser quel che sei

e che sei stato a lungo: un dissennato,

oggi un povero sciocco.

Ma credi forse che quest’aria diaccia

che qui ti fa da iroso ciambellano

t’aiuti a metter la camicia al caldo?

Che queste piante coperte di muschio

che son vissute più a lungo dell’aquila(63)

ti stiano alle calcagna come paggi

pronti a scattare al minimo tuo cenno?

O che l’acqua del gelido ruscello,

congelata dal freddo dell’inverno,

possa offrirti un cordiale mattutino

che valga a toglierti via dalla bocca

il sapore cattivo della notte

trascorsa nei bagordi e nella crapula?

Chiàmati intorno a te le creature

che vivon qui nella lor nudità

data lor da natura,

alla mercé d’un cielo sempre inquieto,

ed i cui corpi nudi, senza tetto,

esposti agli elementi sempre in lotta

son costretti a subire l’inclemenza

della natura nella sua crudezza,

e di’ lor di adularti. Oh, allor vedrai…

TIMONE -                                       … che tu sei un cialtrone. Va’, va’ via!

APEMANTO -                                Io t’amo adesso molto più di prima.

TIMONE -                                       E io t’odio di più.

APEMANTO -                                                               Perché, Timone?

TIMONE -                                       Perché vedo che aduli la miseria.

APEMANTO -                                Io non adulo niente:

dico solo che sei un disgraziato.

TIMONE -                                       Perché mi cerchi?

APEMANTO -                                                               Per darti fastidio.

TIMONE -                                       Questa è stata da sempre la funzione

della gente malvagia e degli sciocchi.

Ti piace tanto farla?

APEMANTO -                                                                 Sì, mi piace.

TIMONE -                                       Sei allora anche tu sciocco e malvagio.

APEMANTO -                                Se a punire la tua stolta superbia

tu avessi scelto di tua volontà

quest’abito di vita crudo e freddo,

sarebbe stato bene;

ma tu lo fai perché ci sei costretto.

Se non fossi ridotto ad un mendico

tu torneresti a fare il cortigiano.

La miseria voluta

vive più a lungo dell’incerta pompa

e riesce a trovar prima di quella

di che sentirsi piena e soddisfatta,(64)

perché continua sempre a rimpinzarsi,

mai sazia; l’altra invece è sempre sazia.

La miglior condizione, insoddisfatta,

è uno stato di vita folle e gramo,

peggio della peggiore condizione

di cui si possa viver soddisfatti.

E tu, nella miseria in cui ti trovi,

non dovresti augurarti che la morte.

TIMONE -                                       Non certo per consiglio di qualcuno

ch’è assai più miserabile di me.

Perché tu sei da sempre un disgraziato

cui la fortuna non ha mai concesso

il favore d’un suo tenero abbraccio,

e sei stato allevato come un cane.

Fosse toccato a te,

com’è toccato a noi fin dalle fasce,

di passare per tutti i dolci gradi

che questo breve mondo offre a coloro

che possono veder sempre eseguiti

gli ordini loro con cieca obbedienza,

saresti sprofondato nella crapula

e avresti fuso la tua giovinezza

chi sa su quanti letti di lussuria,

sempre ignorando i rigidi precetti

della misura e della temperanza,

anzi inseguendo i mielati trastulli

che ti si fossero parati innanzi.

Ma per me, che ho tenuto questo mondo

per mia pasticceria, al mio comando

avendo bocche e occhi e lingue e cuori

di non so quanti uomini,

in quantità maggiore certamente

di quanti avessi potuto impiegare,

innumerevoli intorno a me

da non poterli nemmeno contare,

e tutti, come foglie da una quercia

alla prima ventata dell’inverno,

son caduti dai rami, e m’han lasciato

tronco nudo e indifeso

alla mercé di tutte le tempeste;.

sopportar tutto questo per me, dico,

dopo aver conosciuto solo il meglio,

è grave peso. Ma tu, la tua vita

l’hai cominciata nelle ristrettezze,

e il tempo t’ha indurito a sopportarle.

Perciò perché dovresti odiare gli uomini?

Nessun di loro t’ha mai adulato,

ed a nessuno tu hai mai donato.

Se vuoi proprio imprecar contro qualcuno,

tuo padre stesso, il misero straccione

che mise incinta, forse per dispetto,

qualche altra medicante come lui

e t’impastò, straccione ereditario,

può esserne l’oggetto. Via di qui!

Vattene via! Se tu non fossi nato

nella più bassa condizione umana

saresti stato anche tu della specie

degli imbroglioni e degli adulatori.

APEMANTO -                                Sei dunque ancora il solito orgoglioso?

TIMONE -                                       Sì, orgoglioso di non esser te.

APEMANTO -                                Io di non essere mai stato un prodigo

TIMONE -                                       Ed io invece d’esserlo tuttora.

Se pure fossero racchiuse in te

tutte le mie ricchezze d’una volta,

ti manderei lo stesso ad impiccarti!

Vacci, va’!

(Dà un morso alla radice che ha in mano)

Ah, se in questa radice

ci fosse tutta la vita di Atene!

Ecco, vorrei mangiarmela così.

(Dà un altro morso alla radice)

APEMANTO -                                (Offrendogli un’altra radice)

Toh, voglio migliorare il tuo banchetto.

TIMONE -                                       Migliora prima la mia compagnia,

liberandomi della tua presenza.

APEMANTO -                                Migliorerò la mia, senza la tua.

TIMONE -                                       No, così migliorata non l’avrai,

ma solo malamente rabberciata.

Altrimenti, magari essa lo fosse!(65)

APEMANTO -                                Hai qualche commissione per Atene?

TIMONE -                                       Che ti ci porti il turbine! Se vuoi,

fa’ pur sapere a tutti che ho dell’oro,

Guarda, ce n’ho davvero.

APEMANTO -                                Ma qui l’oro non serve a nessun uso.

TIMONE -                                       Anzi, al migliore ed al più genuino:

perché qui dorme e non produce danno.

APEMANTO -                                Dove dormi la notte, tu, Timone?

TIMONE -                                       Sotto quello che sta sopra di me.

E tu il giorno, Apemanto, dove mangi?

APEMANTO -                                Dove il mio stomaco trova del cibo,

o piuttosto là dove lo trangugio.

TIMONE -                                       Ah, se avessi il veleno al mio comando

e sapesse il mio intimo volere!

APEMANTO -                                Dove lo manderesti?

TIMONE -                                       A insaporire quel che tu ti mangi.

APEMANTO -                                Tu proprio dell’umana condizione

non hai mai conosciuto il giusto mezzo:

conosci solo i due eccessi estremi:

quand’eri in mezzo all’oro ed ai profumi

tutta la gente ti rideva dietro

per la smodata tua raffinatezza;

adesso che ti sei ridotto in cenci,

non ne conosci alcuna,

e sei invece oggetto di disprezzo

per la ragione esattamente opposta.

TIMONE -                                       Non mi cibo di cosa che detesto.

APEMANTO -                                Detesti anche le nespole?

TIMONE -                                       Sì, perché è frutto che ti rassomiglia.(66)

APEMANTO -                                Se avessi detestato i succianespole

a suo tempo, ameresti più te stesso.(67)

Quando s’è visto mai uno scialone

che fosse amato per le sue ricchezze?

TIMONE -                                       E tu hai conosciuto mai qualcuno

che, essendone sprovvisto, fosse amato?

APEMANTO -                                Sì, me stesso.

TIMONE -                                                              Oh, certo, ti capisco!

Con tutta la ricchezza che possiedi

potresti mantenere appena un cane.

APEMANTO -                                Qual è la cosa al mondo

che tu ritieni sia più somigliante

ai tuoi adulatori?

TIMONE -                                                                   Son le donne;

perché son gli uomini essi medesimi,

in sé, l’adulazione. E tu, Apemanto,

cosa faresti del mondo,

se lo tenessi tutto in tuo potere?

APEMANTO -                                Lo darei alle bestie,

perché mi liberassero dagli uomini.

TIMONE -                                       E vorresti soccombere anche tu,

uomo con gli uomini, in questa rovina,

e rimanere bestia tra le bestie?

APEMANTO -                                Certo, Timone.

TIMONE -                                                                 Ambizione da bestia.

Ti concedan gli dèì di soddisfarla:

così se tu diventassi un leone,

saresti infinocchiato dalla volpe;

se diventassi pecora,

la stessa volpe ti si sbranerebbe;

se fossi volpe, e t’accusasse l’asino,

il leone di te sospetterebbe;

se diventassi asino,

la scemenza sarebbe il tuo tormento,

e vivresti per esser pasto al lupo;

se diventassi lupo,

t’affliggerebbe la voracità

e dovresti rischiar spesso la vita

per sfogare la fame; se unicorno,

orgoglio ed ira ti divorerebbero,

e finiresti per cadere preda

del tuo stesso furore; se fossi orso,

saresti stramazzato dal cavallo;

se poi fossi cavallo,

cadresti tra le zanne del leopardo,

e se fossi leopardo,

come stretto parente del leone,

la macchie stesse della parentela

sarebbero la tua condanna a morte;

tutta la tua speranza di salvezza

starebbe nel fuggir di qua e di là,

tutta la tua difesa nell’assenza.

Quale bestia potresti diventare

che non fosse soggetta ad altra bestia?

E che bestia sei già,

se non vedi che cosa perderesti

quando ti fossi trasformato in una?

APEMANTO -                                Se tu potessi piacermi a parole,

adesso ci saresti riuscito.

Di fatto, la repubblica di Atene

è diventata una giungla di bestie.

TIMONE -                                       L’asino allora ha scavalcato il muro,

che tu ti trovi fuori di città?

APEMANTO -                                Ecco che vedo giungere laggiù

un poeta e un pittore.

La peste della loro compagnia

la lascio addosso a te. Io me la svigno.

Ho paura che mi si attacchi addosso.

Quando non saprò più che altro fare,

tornerò a trovarti.

TIMONE -                                                                      E sarai benvenuto,

quando fossi rimasto solo tu

di vivo al mondo. Cane d’un mendico,

vorrei esser piuttosto che Apemanto.

APEMANTO -                                Tu sei il più buffone

dei buffoni viventi sulla terra!(68)

TIMONE -                                       Vorrei tu fossi pulito abbastanza

per poterti sporcar con uno sputo!

APEMANTO -                                La peste a te! Sei fin troppo perverso

perché ti colgan le maledizioni.

TIMONE -                                       Al tuo confronto ogni furfante è onesto.

APEMANTO -                                Dalla tua bocca sorte solo lebbra.

TIMONE -                                       Sì, se ti nomino. Non ti bastono,

perché non voglio sporcarmi le mani.

APEMANTO -                                Te le facessero cascare a pezzi,

marce, le mie parole!

TIMONE -                                                                          Via dai piedi,

tu, progenie di botolo rognoso.

Muoio di rabbia a veder che sei vivo!

Svengo a guardarti!

APEMANTO -                                                                 Oh, potessi crepare!

TIMONE -                                       Vattene, fastidioso seccatore!

Mi dispiace sprecare questa pietra

per cacciarti.

(Gli lancia una pietra, senza colpirlo)

APEMANTO -                                                     Bestiaccia!

TIMONE -                                                                               Vile schiavo!

APEMANTO -                                Rospo!

TIMONE -                                                     Carogna, carogna, carogna!

Sono stufo di questo mondo ipocrita,

e non sopporto, di quel che c’è sopra,

più niente, fuor del puro necessario.

Perciò, Timone, apprestati la tomba,

subito. Scegliti per essa un sito

dove il mare, con la sua lieve spuma

venga a lambir la tua pietra tombale

ogni giorno; componi un epitaffio

d’un tal tenore che la morte mia

suoni irrisione alla vita degli altri.

(Osservando l’oro)

O tu, dolce assassino di regnanti,

e prezioso strumento di divorzio

tra padri e figli! Tu, profanatore

empio e lucente del più casto e puro

letto d’Imene! Tu, gagliardo Marte!

Tu, sempre fresco e giovin seduttore,

amato e delicato, il cui rossore

scioglie pure la neve consacrata

in grembo a Diana!(69) Tu, visibil dio,

che hai il potere di saldare insieme

le cose più tra loro incompatibili,

e far ch’esse si bacino!

Tu che parli ogni lingua, ad ogni fine!

O saggiator dei cuori,(70)

considera l’umanità tua schiava

come ribelle, e con il tuo potere

getta il mondo in un caos di discordie,

sì che vi imperino solo le belve!

APEMANTO -                                Magari così fosse!

Non però fino a tanto ch’io sia vivo.

Dirò a tutti che tu hai dell’oro.

Sarai sicuramente tribolato

subito da una turba.

TIMONE -                                                                        Tribolato?

APEMANTO -                                Sì, tribolato.

TIMONE -                                                            Volgimi le spalle!

APEMANTO -                                (Allontanandosi)

Vivi, e tieniti cara la miseria!

TIMONE -                                       Tu vivi a lungo e muori nella tua!

(Esce Apemanto)

Oh, se n’è andato! Che ci siano al mondo

ancora cose somiglianti agli uomini!

(Esce mordendo una radice)

Entrano alcuni BANDITI

PRIMO BANDITO -                      Dove diamine può tenerlo, l’oro?

Non sarà che un frammento, un rimasuglio,

della passata sua grande fortuna.

Perché a gettarlo in tale scoramento

è stata la mancanza di denaro

e l’abbandono da tutti gli amici.

SECONDO BANDITO -                Si dice invece ch’abbia un gran tesoro.

TERZO BANDITO -                      Proviamoci con lui personalmente:

se di quell’oro non fa nessun conto,

ce ne darà senza colpo ferire;

se lo tiene gelosamente chiuso,

non so come faremo a impossessarcene.

SECONDO BANDITO -                Già, non lo porterà certo con sé;

lo tien nascosto…

PRIMO BANDITO -                      (Vedendo Timone che viene dal fondo)

Non è lui che viene?

TUTTI -                                           Dove?

SECONDO BANDITO -                           Laggiù. Così ce l’han descritto.

TERZO BANDITO -                      È proprio lui.

TUTTI -                                                                   Salute a te, Timone!

TIMONE -                                       Che volete, ladroni?

TUTTI -                                           Siamo soldati, Timone, non ladri.

TIMONE -                                       Gli uni e gli altri; ed in più figli di donna.

TUTTI -                                           Non siamo ladri, siamo solo gente

in stato di bisogno.

TIMONE -                                                                        Eh, sì, bisogno!

Il vostro massimo bisogno è il cibo.

Ma perché mai lo dovreste sentire?

Ecco, guardate: la terra ha radici,

e tutt’intorno qui, a non più d’un miglio,

sgorgano centinaia di sorgenti;

le querce son cariche di ghiande

e i rovi abbondano di bacche rosse.

La natura, massaia generosa,

espone inannzi a voi le sue vivande

sopra ogni cespuglio. Che bisogno?

Bisogno! Di che cosa?

PRIMO BANDITO -                      Non possiamo campare solo d’erba

o di bacche di rovo, o solo d’acqua

come gli uccelli, i pesci ed altre bestie.

TIMONE -                                       Ma a voi non bastano le stesse bestie,

e gli uccelli ed i pesci: voi per vivere

abbisognate di mangiare uomini.

In ogni modo debbo ringraziarvi

perché vi siete professati ladri,

e soprattutto perché non lo fate

sotto coperto d’aria bacchettona;

ché nelle professioni autorizzate

esiste un ladrocinio senza limiti.

Ladroni dichiarati, ecco dell’oro.

Andate avanti per la vostra strada,

dal grappolo succhiate tutto il sangue

così che quello vostro,(71)mescolato,

fermenti e schiumi per ardente febbre

e possiate sfuggir così la forca.(72)

Non date retta al medico:

gli antidoti ch’egli v’indicherà

sono tutti veleni e danno morte

più di quanto possiate voi rubare.

Con la borsa prendete anche la vita:

seguitate a commetter ladrocinii

da esperti praticanti del mestiere

come vantate d’essere.

Posso citare esempi a non finire

di furti in seno alla stessa natura:

è ladro il sole, e spoglia il vasto mare

con la sua grande forza di attrazione;

la luna è anch’essa un ladro vagabondo,

che ruba al sole il pallido suo fuoco;

è ladro il mare, il cui liquido flusso

scioglie la luna in lacrime salate;

ladra è la terra, che si nutre e ingrassa

degli escrementi rubati a noi tutti.

Ladra è ogni terrena creatura:

le stesse leggi che frenano e sferzano

hanno anch’esse, nella lor cruda forza,

un potere ladresco incontrollato.

Odiatevi, odiatevi l’un l’altro;

andate, e derubatevi a vicenda.

Ecco ancora dell’oro.

Scannate tutti quelli che incontrate,

son tutti ladri. Tornate ad Atene,

scassinatevi quante più botteghe:

non potrete rubare che a dei ladri.

Non dovete rubare

meno di tutto l’oro che v’ho dato.

Possa comunque l’oro

dannarvi tutti quanti siete. Amen.

(Si ritira nella caverna)

TERZO BANDITO -                      M’ha quasi persuaso

a detestare questo mio mestiere,

a forza d’incitarmi a praticarlo.

PRIMO BANDITO -                      Eh, se ci ha dato questi consigli

è sol per odio contro l’uman genere,

non perché vuol che prosperiamo noi

a seguitar questo nostro mestiere.

SECONDO BANDITO -                Voglio credere a lui come a un amico

e rinunciare a far questo mestiere.

PRIMO BANDITO -                      Beh, aspettiamo almeno,

che sia tornata la pace in Atene.(73)

Per diventare onesti

non c’è mai tempo troppo miserevole.

(Escono i banditi)

Entra FLAVIO e s’affaccia alla porta della caverna

FLAVIO -                                       O dèi! Sarebbe quell’uomo laggiù,

reietto, degradato, il mio signore?

Così disfatto, così svigorito?

O tu, meraviglioso monumento

di buone azioni male collocate!

Qual mutamento nella dignità

gli ha prodotto l’inopia disperata!

Nulla c’è di più vile sulla terra

di amicizie che possono condurre

anima degne alla più abietta fine!

Quanto poco s’addice al nostro tempo

il precetto di amare il tuo nemico!

Ch’io possa d’ora innanzi solo amare

ed anzi ricercare l’amicizia

di chi di nuocermi ha solo intenzione

anziché quella di chi, da amico,

mi nuoce già… M’ha visto… Sono qui

per offrirgli l’onesto mio dolore

e dedicargli, come a mio padrone,

la mia vita… Oh, caro mio padrone!

TIMONE -                                       (Uscendo dalla caverna)

Va’ via! Chi sei?

FLAVIO -                                                                    Non ti ricordi più,

padrone mio? M’hai dimenticato?

TIMONE -                                       Che me lo chiedi a fare?

Tutti gli uomini ho dimenticato,

e s’anche tu ti riconosci un uomo,

anche te come tutti.

FLAVIO -                                                                        Io sono

un tuo umile e onesto servitore.

TIMONE -                                       Allora proprio io non ti conosco:

gente onesta non ne ho mai conosciuta

intorno a me. Tutti quelli che avevo

erano dei furfanti, solo buoni

a servire alla mensa altri furfanti.

FLAVIO -                                       Il cielo è testimone

se mai vi fu infelice maggiordomo

ch’abbia provato più sincero duolo

per la rovina del proprio padrone

di quello che han sofferto gli occhi miei

per quella tua…

(Piange)

TIMONE -                                                                   Che fai, piangi?… Avvicinati:

io t’amo allora perché tu sei donna,

e smentisci così la tua natura

d’uomo cuore-di-pietra,

i cui occhi hanno lacrime soltanto

per il gran ridere e la lussuria.

La pietà è in letargo.

Strani tempi, che piangono ridendo!

FLAVIO -                                       Amato mio signore,

riconoscimi e accetta il mio dolore;

e finché questo mio misero gruzzolo

non s’esaurisca, tienimi, ti prego,

al tuo servizio, tuo buon maggiordomo.

TIMONE -                                       Avevo dunque in casa un maggiordomo

così sincero, e giusto,

e, come vedo, così soccorrevole?

Questo ridona alcunché di mitezza

a questa mia natura inferocita.

Ch’io guardi la tua faccia:

quest’uomo è nato da donna. È sicuro.

E allora o dèi eternamente giusti,

perdonate, vi prego, la rudezza

della mia inconsulta imprecazione

di poco fa contro il genere umano,

senza alcune eccezione!

Io voglio proclamare innanzi a voi

che qui davanti a me c’è un uomo onesto.

Ma, vi scongiuro, intendetemi bene:

ce n’è uno e non più… e questo solo

non è altro che un umil maggiordomo.

Come avrei preferito odiarla tutta,

l’umanità! Tu invece ti riscatti.

Ma all’infuori di te,

la mia maledizione a tutti gli altri!

Mi pare tuttavia, a questo punto,

che tu sia più onesto che assennato:

perché se tu m’avessi, nel servirmi,

trattato male o perfino tradito,

non ti sarebbe stato poi difficile

trovare altro servizio;

perché è così che molti

migrano verso un secondo padrone

passando sopra il collo del lor primo.

Dimmi la verità

- poiché di tutto io devo dubitare,

anche se mai non sono stato certo

come ora di te - non è per caso

questa tua gentilezza a mio riguardo,

la gentilezza interessata, ipocrita,

usuraia del ricco, che non dona

se non è ricambiata venti volte?

FLAVIO -                                       No, mio degno signore: Ahimè, signore,

troppo tardi sospetto e diffidenza,

si sono insinuati nel tuo petto.

In altro tempo, avresti fatto bene

a diffidare delle falsità;

ma purtroppo il sospetto arriva sempre

quando del nostro ci è rimasto poco!

Quello ch’io ti dimostro, lo sa il cielo,

è affezione sincera, devozione

alla tua anima incomparabile,

sollecitudine per il tuo cibo

e per il tuo campare.

Credimi, onoratissimo signore,

qualunque beneficio d’ora innanzi

mi dovesse toccare nella vita,

io lo darei per ottenere in cambio

che potesse avverarsi questo voto:

che tu possa tornar ricco e potente,

nient’altro avendo come mio compenso

che il poter contemplar la tua ricchezza.

TIMONE -                                       Ebbene, guarda qua:

il tuo voto s’è subito avverato.

(Gli mostra l’oro)

Tu che sei l’ultima persona onesta,

prendine a tuo talento:

gli dèi, dal fondo della mia miseria,

hanno mandato a te questo tesoro.

Vattene via con esso,

vivi ricco e felice; ma ad un patto:

di costruire lontano dagli uomini;

li dovrai tutti odiare e maledire,

a nessuno farai la carità,

e prima di soccorrere un pezzente

devi vedere bene che le carni

per la fame si stacchino dall’ossa.

Largisci ai cani quel che neghi agli uomini.

Lascia che se li inghiottano le carceri,

che i debiti li facciano avvizzire

fino a ridurli l’ombra di se stessi;

lascia che tutta l’umana progenie

si riduca una selva inaridita,

e malattie d’ogni specie e natura

tutto ne succhino il cattivo sangue!

E così ti saluto. Sii felice.

FLAVIO -                                       No, mio padrone, lascia ch’io rimanga

insieme qui con te, a confortarti.

TIMONE -                                       No, se tu temi le maledizioni,

non rimanere, fuggitene via,

fintanto che sei fortunato e libero.

Procura di non riveder più uomo,

e fa’ che anch’io non riveda più te.

(Esce Flavio, sconsolato.

Timone rientra nella caverna)


ATTO QUINTO

SCENA I - La foresta davanti alla caverna di Timone

Entrano IL POETA e IL PITTORE

PITTORE -                                      Se mi sono annotato bene il luogo,

non dovrebb’essere lungi da qui.

POETA -                                          Che pensare di lui? Sarà poi vero

quel che si dice, che sia pieno d’oro?

PITTORE -                                      Questo è sicuro. Lo dice Alcibiade.

Frine e Timandra hanno avuto dell’oro

dalle sue mani; ed ha anche arricchiti

certi poveri reduci sbandati

dandone loro in grande quantità.

Si dice pure che una grossa parte

l’abbia donata al suo ex maggiordomo.

POETA -                                          Allora tutto questo suo tracollo

sarebbe stata solo una finzione

per saggiare gli amici?

PITTORE -                                                                            Sì, nient’altro.

Lo rivedrai presto rifiorire a Atene

come una palma, insieme coi maggiori.

Penso perciò che non facciamo male

a venirgli ad offrire il nostro affetto

in questa sua miseria immaginaria:

ciò ci farà apparire agli occhi suoi

persone oneste, e potrà pur servire

a soddisfar le nostre aspettative

con quanto esse s’adoprano ad avere,

se son giuste e veridiche le voci

circa la sua fortuna.

POETA -                                          Che avresti tu da presentargli adesso?

PITTORE -                                      Sul momento, soltanto la mia visita.

Ma gli prometterò un capolavoro.

POETA -                                          Bisognerà che anch’io faccia così,

e gli parli di qualche mio progetto

che concerna la stessa sua persona.

PITTORE -                                      Ottima idea! Promettere s’accorda

perfettamente con l’aria del tempo:

apre gli occhi all’attesa. Mantenere

è roba da minchioni sprovveduti,

e tener fede alla parola data,

è, salvo che tra gente rozza e ingenua,

oggigiorno del tutto fuori moda.

Promettere è cortese ed elegante;

mantenere è una sorta di legato,

un testamento che in chi l’ha stilato

denuncia grave infermità di mente.

Entra TIMONE, uscendo dalla caverna,

non visto dai due.

TIMONE -                                       (Tra sé, guardando il pittore)

Artefice sublime!

Ma mai sarai capace di dipingere

un uomo turpe e tristo quanto te!

POETA -                                          (Al pittore)

Sto pensando a che cosa posso dirgli

d’aver in mente di scriver per lui.

Dev’essere una qualche descrizione

di lui stesso com’è:

una satira contro le mollezze

della prosperità e una denuncia

delle infinite goffe smancerie

che fanno da immancabile codazzo

ad una gioventù nell’opulenza.

TIMONE -                                       (Tra sé, guardando il poeta)

Ti vuoi dunque mostrar nella tua opera

la canaglia che sei? Sferzar negli altri

le tue stesse magagne? Se è così,

fallo pure. Ho dell’oro anche per te.

POETA -                                          Bene, andiamo a cercarlo.

“Troppo tardi arrivare / e mancar la fortuna,

“significa peccare / contro la buona luna”.

PITTORE -                                           “Giusto, proprio così.

“Fin che il sole risplenda,

“prima che notte scenda,

“alla luce del dì

“mai ricerca fallì.”

TIMONE -                                       (A parte)

Venite pure, ch’io v’aspetto al varco!

Eh, che gran dio quest’oro, ch’è adorato

in un tempio più lercio d’un porcile!

Eppure sei tu, oro,

ch’armi il barco a solcar l’onda schiumosa,

e riponi onorata riverenza

in un furfante. A te ogni adorazione,

e siano coronati di flagelli

i santi che obbediscono a te solo.

Accingiamoci ad incontrar costoro.

(Si fa avanti)

POETA -                                          Salve, degno Timone!

PITTORE -                                      Nobile nostro patrono di un tempo.

TIMONE -                                       Sarei io dunque vissuto abbastanza

per vedere due uomini dabbene?

POETA -                                          Signore, avendo spesso profittato

della tua grande generosità,

e avendo udito che t’eri appartato,

abbandonato da tutti gli amici,

a punire la cui ingratitudine

non basterebbero (oh, aborriti spiriti!)

tutti i flagelli che riserba il cielo…

Ma come! Proprio a un uomo come te,

la cui nobiltà d’animo

come la luce di benigna stella,

pioveva viva, sulla loro vita!

Francamente, ne son tanto smarrito,

che non trovo parole sufficienti

a ricoprire tanta ingratitudine.

TIMONE -                                       Lasciala pure nuda,

così che gli uomini la vedan meglio.

Voi siete gente onesta, e in quanto tali,

fateli meglio vedere e conoscere.

PITTORE -                                      Noi due possiamo dire, lui ed io,

d’aver oprato sotto la gran pioggia

dei tuoi doni, e gustato il loro dolce.

TIMONE -                                       Oh, sì, voi siete uomini dabbene.

PITTORE -                                      E siam venuti qui,

a offrirti i nostri modesti servizi.

TIMONE -                                       Oh, uomini onestissimi!

Già, ma come farei a sdebitarmi?

Potreste voi cibarvi di radici,

e bere acqua di fonte?

PITTORE -                                      Faremo tutto quello che potremo,

per servirti.

TIMONE -                                                            Voi siete gente onesta.

Avete udito dire che ho dell’oro;

Sono sicuro che l’avete udito.

Dite la verità,

da quegli uomini onesti quali siete.

PITTORE -                                      Così si dice, nobile signore.

Ma non siamo venuti qui per questo,

il mio amico ed io.

TIMONE -                                       Brave, oneste persone! Tu riesci,

come nessuno meglio in tutta Atene

a fare simulacri; sei il migliore

a contraffare, lo fai così bene

da far sembrare vero il contraffatto.

PITTORE -                                      Beh, diciamo a un dipresso, mio signore.

TIMONE -                                       No, amico, no, è proprio come dico.

(Al poeta)

Quanto alle tue finzioni,(74)

il verso vi fluisce in uno stile

così fine e scorrevole e polito,

che tu riesci fin nella tua arte

ad esser vero, come in realtà.

Ma tutto questo a parte, onesti amici,

debbo dire che avete un picciol neo.

Oh, beninteso, niente di mostruoso,

né, d’altronde desidero comunque

vi diate molta pena per correggerlo.

I DUE -                                            Ti supplichiamo, faccelo conoscere.

TIMONE -                                       La prenderete a male.

I DUE -                                                                               Niente affatto,

anzi, te ne saremo molto grati.

TIMONE -                                       Veramente?

I DUE -                                                                 Non devi dubitarne.

TIMONE -                                       Ebbene, è questo: che ognuno di voi

s’è fidato finora di un ribaldo

che lo tradisce come meglio può.

I DUE -                                            Davvero?

TIMONE -                                                       Sì, lo ascoltate che mente,

lo vedete che inganna simulando,

conoscete le sue truffe volgari,

e tuttavia lo amate, lo nutrite,

lo custodite dentro il vostro petto,

pur sapendo ch’è un fior di farabutto.

PITTORE -                                      Io non conosco alcuno che sia tale.

POETA -                                          E io nemmeno.

TIMONE -                                                                 Sentitemi bene:

io v’amo molto, e vi darò dell’oro,

ma liberatemi da quei balordi

che sono sempre in vostra compagnia:

impiccateli prima, pugnalateli,

affogateli dentro una latrina,

sopprimeteli con qualunque mezzo,

poi tornate da me,

e avrete tutto l’oro che vorrete.

I DUE -                                            I loro nomi, Timone. Chi sono?

TIMONE -                                       Chi sono, eh? Tu vai da questa parte,

e tu da quest’altra:

bene, sarete sempre due per parte,

perché ognuno di voi,

anche messo da parte ed isolato,

avrà sempre con sé,

compagno inseparabile, un furfante.

(A uno dei due)

Tu, se non vuoi che là dove sei ora

ci siano due balordi,

sta’ lontano da lui.

(All’altro)

E se tu vuoi

che là ove sei ci sia un sol balordo,

lascialo solo. Via di qui! Sloggiate!

Ecco l’oro per voi;

perché per l’oro siete qui, canaglie!

(Getta loro delle pietre)

(Al poeta)

Tu hai per me un lavoro:

eccoti il pagamento! Via di qui!

(Al pittore)

Tu sei un alchimista:(75)

trasforma allora in oro queste pietre.

Via, rognosi cagnacci!

 (Li caccia a sassate e si ritrae nella caverna)

Entra FLAVIO con DUE SENATORI

FLAVIO -                                       È inutile parlargli, vi ripeto;

è talmente tutto racchiuso in sé,

che nulla ch’abbia l’apparenza d’uomo

gli è bene accetto, tranne che se stesso.

PRIMO SENATORE -                   Comunque, guidaci alla sua grotta.

Abbiamo ricevuto questo incarico,

ed abbiamo promesso agli Ateniesi

di venir qui e parlare a Timone.

SECONDO SENATORE -             Gli uomini non sono sempre uguali

in ogni circostanza: è stato il tempo

a ridurlo così e i suoi dolori;

se adesso il tempo, con più larga mano,

gli offrisse la fortuna d’una volta,

può farne ancora l’uomo che è già stato.

FLAVIO -                                       Questa è la sua caverna;

pace e felicità sempre vi alberghino.

Timone, signor mio!

Timone! Mostrati, c’è gente amica

che ti vuole parlare. Gli Ateniesi

ti recano un saluto per il mezzo

dei due più venerati senatori.

Parla con loro, nobile Timone.

Entra TIMONE, affacciandosi all’entrata della caverna

TIMONE -                                       Ardi, o sole, sorgente di conforto!

Parlate, avanti, gente da capestro.

Per ogni vostra parola sincera

vi spunti una vescica!

Ed ogni falsa sia come un cauterio

sulla radice della vostra lingua

e la consumi mentre è proferita!

PRIMO SENATORE -                   Degno Timone…

TIMONE -                                                                   Degno, sì, per voi,

così come lo siete voi per lui.

PRIMO SENATORE -                   I senatori di Atene, Timone,

ti salutano.

TIMONE -                                                          Li ringrazio tutti!

Vorrei contraccambiarli con la peste,

se potessi attaccarmela per loro,

e li potessi contagiare tutti.

PRIMO SENATORE -                   Oh, dimentica i torti ricevuti,

e che noi siamo i primi a deprecare!

Con unanime affetto, i senatori

ti pregano di tornare ad Atene,

ed han pensato a cariche speciali

da offrirti, che si trovano vacanti

e pronte perché tu possa coprirle

ed impiegarle a tuo miglior talento.

SECONDO SENATORE -             L’ingratitudine verso di te

è stata troppo grande e grossolana,

lo riconoscono; ond’è che il popolo,

ch’è pur sempre restio a ritrattare,

accortosi di quanto ora gli manchi

l’aiuto di Timone, nel suo intimo,

è come se temesse la rovina,

se non venisse in aiuto a Timone.

E ci manda da te, per fare a te

atto di dolorosa contrizione,

e per offrirti una riparazione

più sostanziosa delle loro offese

pesate sopra una giusta bilancia:(76)

sì, tal somma d’affetto e di ricchezza

che valga a cancellare dal tuo animo

quanti torti essi t’abbiano recato,

ed a lasciarvi inciso il loro affetto

a lettere indelebili in eterno.(77)

TIMONE -                                       Voi m’incantate, degni senatori,

mi trascinate all’orlo delle lacrime;

ma prestatemi il cuore d’uno sciocco

e gli occhi d’una donna, e piangerò

per i conforti che voi mi recate.

PRIMO SENATORE -                   Perciò ti piaccia di tornar tra noi,

ad assumere un posto di comando

in questa tua, tua e nostra, Atene;

sarai accolto con riconoscenza,

e investito dei massimi poteri

a cui il tuo nome resterà legato

finché vivrai. Così respingeremo

i furibondi attacchi di Alcibiade

che, simile a un cinghiale inferocito,

sta sradicando dal proprio paese

la pianta della pace.

SECONDO SENATORE -                                              E minaccioso

alza la spada contro le sue mura.

PRIMO SENATORE -                   Così, Timone?…

TIMONE -                                                                   Bene, v’acconsento.

Sì, signori, acconsento, e in questi termini:

se Alcibiade mai dovesse uccidere

dei miei concittadini,

fate in modo che sappia di Timone

che a Timone non gliene importa nulla;

ma se saccheggerà la bella Atene,

se tirerà la barba

ai venerandi menti dei suoi vecchi,(78)

se porgerà le nostre sante vergini

al vituperio d’una guerra infame,

che sappia, e che gli venga ripetuto,

che fu Timone ad esortarlo a tanto,

mosso a pietà dei nostri vecchi e giovani.

Ripetetegli, dico, che Timone

non può dirgli nient’altro che a lui stesso

di tutto ciò non importa un bel niente…

e ch’egli se la prenda pure al peggio.

Per quanto poi riguarda i lor coltelli,

non datevene pena

finché ci saran gole da tagliare

in mezzo a voi. Per me, non c’è una lama,

in tutto il campo della ribellione,

che non mi stia di gran lunga più a cuore

della più veneranda delle gole

di tutta Atene. E con questo vi lascio

all’assistenza degli dèi propizi,

come ladroni ai loro carcerieri.

FLAVIO -                                       Non restate più oltre. È affatto inutile.

TIMONE -                                       Stavo appunto scrivendo il mio epitaffio:

domani tutti lo potranno leggere.(79)

La lunga malattia della mia vita

è molto prossima alla guarigione,

e il nulla sta per arrecarmi il tutto.

Ma voi andate, e seguitate a vivere.

Ed Alcibiade sia la vostra peste,

e voi la sua, e tutto duri a lungo.

PRIMO SENATORE -                   Ho capito: stiamo parlando invano.

TIMONE -                                       E tuttavia io amo la mia patria;

non son uno che possa rallegrarsi

del comune naufragio,

come vuol farlo intendere la gente.

PRIMO SENATORE -                   Ben detto.

TIMONE -                                                          Salutatemi, vi prego,

i beneamati miei concittadini.

PRIMO SENATORE -                   Queste parole tue

son degne delle labbra da cui escono.

PRIMO SENATORE -                   E s’introducono nel nostro orecchio

simili a grandi eroi conquistatori

tra la folla plaudente del trionfo.(80)

TIMONE -                                       Salutateli tutti, e dite loro

che a liberarli dalle loro angustie,

dalla paura di colpi nemici,

da malattie, da perdite di averi,

da delusioni d’amore, ed insomma

da tutti i guai che possono assalire

questo nostro pur fragile vascello

lungo il malcerto viaggio della vita,

renderò loro questa cortesia:

mostrerò loro come prevenire

la collera selvaggia di Alcibiade.

SECONDO SENATORE -             Questo mi piace assai; ritorna a noi.

TIMONE -                                       Ecco, vedete, qui nel mio recinto

mi cresce un albero che, fra non molto,

per mio uso dovrò tagliare e abbattere.

Dite agli amici miei, dite ad Atene,

dal più basso al più alto cittadino,

lungo tutta la sua scala gerarchica,

che a chiunque di loro piacerà

mettere fine alle proprie afflizioni,

non ponga tempo in mezzo, corra qui

prima che l’albero di cui parlavo

abbia sentito i colpi della scure,

vi leghi un bel capestro e vi s’impicchi!

Salutateli tutti, a nome mio.

FLAVIO -                                       Non state a importunarlo ancora. Andate.

Tanto lo troverete irremovibile.

TIMONE -                                       Non tornate mai più;

ma dite agli Ateniesi che Timone

s’è costruita l’eterna dimora

sopra l’estremo margine sabbioso

del salso flutto, che una volta al giorno

lo coprirà con la schiumosa cresta

dei suoi marosi sempre turbolenti.

Allora, sì, là potete venire,

e fare della mia pietra tombale

il vostro oracolo… Ora, mie labbra,

lasciate ancora andar quattro parole,

e si spenga per sempre la mia voce:

“a tutto quanto al modo c’è di male

“sia rimedio la peste e l’infezione!

“Sia dell’uomo sola opera la tomba,

“e la morte la sua sola mercede”.

Sole, cela i tuoi raggi!

Timone ha posto termine al suo regno.

(Esce)

PRIMO SENATORE -                   Il suo risentimento è ormai legato

indissolubilmente alla sua indole.

SECONDO SENATORE -             È spenta ogni speranza di riaverlo.

Convien riprendere la via di Atene,

e cercare colà quale altro mezzo

ci resta per scamparci dal pericolo

che ci sovrasta.

PRIMO SENATORE -                                             Sì, convien far presto.

(Escono)

SCENA II - Davanti alle mura di Atene

Entrano ALTRI DUE SENATORI e un MESSO

TERZO SENATORE -                   Ciò che tu ci segnali è molto grave.

Son davvero sì ingenti le sue forze?

MESSO -                                         Mi son pure tenuto sotto al vero.

Aggiungo che la sua rapidità

fa prevedere un arrivo immediato.

QUARTO SENATORE -               Se qui non ci riportano Timone,

correremo davvero un grosso rischio.

MESSO -                                         Ho incontrato un corriere, un vecchio amico,

il quale, pur trovandoci a combattere

noi due da parti opposte, il vecchio affetto

lo portò a parlar da vero amico.

M’ha informato così che stava andando

a cavallo dal campo di Alcibiade

alla caverna dove sta Timone,

con un dispaccio nel quale Alcibiade

lo pregava di mettersi con lui

contro la vostra città in questa guerra,

mossa in parte per vendicare lui.

Entrano i DUE PRIMI SENATORI

TERZO SENATORE -                   Ma ecco i nostri colleghi che tornano.

PRIMO SENATORE -                   Di Timone non c’è più da parlare.

Da lui non aspettatevi più nulla.

Già s’odono i tamburi del nemico

e il loro pauroso scorrazzare

rende l’aria affocata dalla polvere.

Entriamo ed apprestiamoci a difesa.

Temo che tocchi a noi di rovinare:

il laccio è nelle mani del nemico.

(Escono, entrando nelle mura)

SCENA II - Boscaglia. Si scorge la caverna di Timone,

e una rozza tomba in primo piano.

Entra un SOLDATO(81) cercando Timone

SOLDATO -                                    Secondo quanto m’è stato descritto,

dev’esser questo il luogo…

Chi va là?… Ehi, ho!… Non c’è nessuno…

(Vede la tomba su cui è un cartiglio)

E questo che cos’è?

(Legge il cartiglio)

“Morto è Timone,

“il cammino ha compiuto;

“lo leggano le fiere:

“qui un uomo ha vissuto.”

Quest’altro non so leggerlo.(82)

Ne prenderò l’impronta con la cera.

Il nostro generale è molto bravo

a decifrare qualsiasi scrittura.

Giovane d’anni, ma vecchio di senno.(83)

A quest’ora dev’esser già accampato

sotto le mura dell’altera Atene,

la cui caduta segnerà la meta

della sua ambizione di soldato.

(Esce)

SCENA IV - Davanti alle mura di Atene

Trombe. Entra ALCIBIADE con la truppa

ALCIBIADE -                                Trombe, date l’annuncio

a questa vile e corrotta città

del nostro minaccioso avvicinarsi.

(Squilli di tromba a parlamento)

Sugli spalti appaiono i SENATORI

Voi fino ad ora siete andati avanti

riempiendo il tempo con ogni licenza

e facendo del vostro solo libito

l’indirizzo ed il fine della legge;

e fino ad oggi io stesso con quant’altri

che come me giacevano assopiti

all’ombra della vostra autorità

abbiamo errato standovi a guardare

con le braccia conserte ed in silenzio,

ed esalato invano il patir nostro.

Ora il tempo è venuto

che la schiena sì a lungo ripiegata

dell’uomo forte si sollevi e gridi:

“Basta, non più!”. La vostra iniquità

siederà in affanno, senza fiato,

sui vostri oziosi scanni,

e la vostra impinguata tracotanza

dovrà sentirsi mozzare il respiro

nel terrore d’una tremante fuga.

PRIMO SENATORE -                   Nobilissimo e giovane Alcibiade,

già dal tempo che i primi tuoi rancori

erano ancora chiusi nel tuo animo,

avanti che tu avessi alcun potere

e noi ragione alcuna di temere,

mandammo a te a placare la tua

e cancellar la nostra ingratitudine

con numerosi segni di affezione.

SECONDO SENATORE -             Così come ci siamo adoperati

a ricondurre il mutato Timone

all’amore di questa sua città,

inviandogli un umile messaggio

accompagnato da ricche promesse.

Non tutti siamo stati sconoscenti,

da meritare indifferentemente

il comune flagello della guerra.

PRIMO SENATORE -                   Queste mura non sono state erette

dalle mani di chi t’ha fatto torto;

né son, del resto, i torti tanto gravi

che l’alte torri, i trofei e le scuole

della nostra città debban cadere

per le colpe di alcuni cittadini.

SECONDO SENATORE -             Né son più in vita coloro che in prima

hanno promosso la tua messa al bando:

ha lor spezzato il cuore la vergogna

d’aver tanto mancato di giudizio.

Entra, pertanto, nobile signore,

nella nostra città, bandiere al vento;

e se la tua vendetta ha tanta fame

di un cibo che fa orrore alla natura,

procedi pure alla decimazione

dei destinati a morte, e fa’ che i dadi

decretino la sorte dei segnati.

PRIMO SENATORE -                   Tutti non hanno offeso. Non è giusto

punire quelli che sono rimasti,

per coloro che non ci sono più.

La colpa criminale

non si eredita al pari della terra.

Conduci dunque dentro le tue schiere,

caro concittadino,

ma lascia fuori tutta la tua ira;

risparmia la città che fu tua culla

e i tuoi congiunti, i quali, fatalmente

cadrebbero con quelli che t’offesero,

nel cieco esplodere della tua collera.

Come un pastore, fatti presso al gregge,

sceverane le pecore rognose,

ma non le uccidere tutte in un fascio.

SECONDO SENATORE -             Potrai meglio costringerci a concederti

tutto quel che vorrai con il sorriso

piuttosto che col taglio della spada.

PRIMO SENATORE -                   Ti basti porre solamente il piede

contro le nostre corazzate porte,

ed esse si spalancheranno a te,

se avanti manderai il tuo gran cuore

ad annunciare che entrerai da amico.

SECONDO SENATORE -             Getta a terra il tuo guanto,

o altro pegno d’onore, ad indicare

che ti vorrai servire della guerra

solo per far vendetta dei tuoi torti,

non per darci rovina e distruzione;

ed a pegno altresì che le tue forze

resteranno alloggiate qui in città

fino a tanto che avremo soddisfatto

interamente ai desideri tuoi.

ALCIBIADE -                                Ecco il mio guanto.

(Getta il guanto contro le mura)

Scendete ed aprite

queste non espugnate vostre porte:

solo cadranno sotto la mia spada

quei nemici di me e di Timone

designati da voi per il castigo,

non uno in più; e perché dai vostri animi

sia allontanato qualsiasi timore

circa le mie generose intenzioni,

farò che dei miei uomini

nessuno abbia a lasciare il suo quartiere,

o a turbare il normale svolgimento

della giustizia in seno alla città,

senza incorrere nelle vostre leggi

e toccarne la più severa pena.

PRIMO SENATORE -                   Parole nobilissime!

ALCIBIADE -                                                                 Scendete,

allora, e mantenete quella vostra.

(I senatori scendono dagli spalti e aprono la porta)

Entra il SOLDATO di ritorno dalla caverna di Timone

SOLDATO -                                    (Ad Alcibiade)

Mio generale, il nobile Timone

è morto. È seppellito in riva al mare,

sul lido, proprio al margine dell’onda.

Sulla pietra tombale è questa scritta,

incisa, che ho calcato sulla cera,

e la cui molle impronta

supplisce alla mia povera ignoranza:

ALCIBIADE -                                (Legge)

“Qui giace il corpo d’uno sventurato

“da un’anima infelice abbandonato.

“Il nome non cercate,

“o creature malvagie che restate!

“Tutte consunte dalla peste siate!

“Timone io fui chiamato,

“tutti gli uomini vivi ho detestato.

“Passate, viandanti, non sostate”.

Bene esprimono queste tue parole

quello che fu il tuo ultimo sentire.

Tu detestavi in noi

i nostri affanni d’esseri mortali,

sprezzavi i parti delle nostre menti,(84)

e quelle piccole gocce di pianto

che versa la natura nostra avara;

nobile idea è stata tuttavia

quella tua di far piangere per sempre

sull’umile tua tomba

la sterminata fronte di Nettuno

per offese ormai tutte perdonate.

Morto è il degno Timone, e noi tra poco

onoreremo qui la sua memoria.

(Ai senatori)

Siate voi stessi a condurmi in città;

voglio unire la fronda dell’ulivo

alla mia spada, e fare che la guerra

abbia a educare gli uomini alla pace,

e che la pace allontani la guerra,

e l’una faccia da medico all’altra.

Via, rullate tamburi!

(Tamburi. Escono tutti, entrando in Atene)

FINE


(I) A Middleton si attribuiscono tutta la 2a scena del I atto; tutto il III atto, eccetto alcuni passi della 6 a scena; il dialogo fra Timone e il suo intendente Flavio a chiusura del IV atto. Questa collaborazione è negata dal Baldini; ma il suo prezioso “Manualetto shakespeariano” è del 1964, anteriore alle ricerche degli anni ’70 e ’80, che hanno suffragato l’ipotesi della collaborazione col Middleton.

(II) I titoli originali delle tre sopraelencate sono infatti: “The Most Lamentable Tragedy of Titus Andronicus”; “The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark”; “The Tragedy of Othello, the Moor of Venice”.

(III) Giorgio Melchiori, “Shakespeare”, Laterza, 1994, pag. 552.

(1) Traduce l’inglese “steward” che appare in tutti i testi; va notato tuttavia che “maggiordomo” è figura della società medioevale, come “siniscalco”; nella Grecia di Timone era il “primo servo”, “major domus”, quindi “maggiordomo”, ma in quest’ultimo senso.

(2) “Good day, Sir”: è inutile osservare che i Greci, come i Romani, non conoscevano le espressioni di “signore”, “signoria vostra”, ecc. Shakespeare, è noto, fa parlare i suoi personaggi col linguaggio del suo tempo.

(3) Si capisce che i due parlano del loro ospite e cliente Timone.

(4) “Upon the heels of my presentment”, letteralm.: “Alle calcagna della mia offerta (a lui)”. “A lui” non è nel testo, ma è implicito nel termine “presentment” che ha il significato specifico di “dedication of a book to a patron”.

(5) “… moves itself in a wide sea of tax”: “….si muove in un vasto mare di censura”. Shakespeare usa spesso “tax” per “censura” (cfr. “Tax of impudence” in “Tutto è bene quel che finisce bene”, II, 1, 169). Il Poeta vuol dire che essendosi egli mosso in un vasto mare di autocensura, nei suoi versi non c’è ombra di malignità. Le lezione del passo è peraltro dubbia; altri hanno “wax”, che il Baldini rende addirittura con un incomprensibile “mare di tavolette di cera”.

(6) “… the glass-faced flatterer”: “… l’adulatore la cui faccia riflette, come in uno specchio, quella che non è la sua vera”.

(7) Il testo ha: “What of these?”: “Che (dire) di costoro?”

(8) “… to show Lord Timon that mean eyes have seen the foot above the head”: intendi: “Non è raro che chi sta più in basso (“mean eyes”, “occhi di gente bassa”) veda capitombolare chi sta più in alto, coi piedi al disopra della testa (a gambe all’aria).

(9) “… more raised than one which holds a trencher”, letteralm.: “… di rango più elevato di uno che regge il tagliere in cucina”.

(10) “Right, if doing nothing be death by law”: Apemanto dice che non farà nulla che gli possa procurare una condanna a morte, perché secondo lui, non esiste un Ateniese onesto al quale egli possa “spaccare le cervella” (“knock out brains”), come ha detto che sta andando a fare.

(11) Un ritratto, a differenza della persona ritratta, è sempre e comunque innocente.

(12) “So thou apprehend’st it; take it for thy labour”: la battuta non ha senso in italiano, se non forse nel gioco del doppio senso di “prendere” (“Se la prendi (intendi) così, tienitela pure…”); in inglese è un quibble sul doppio significato di “apprehension”. Timone ha detto: “That’s lascivious apprehension”, dove “apprehension”è “interpretazione”; Apemanto gli risponde: “So thou apprehend it”, dove “apprehend”è “prendila”.

(13) “… our betters”: cioè tra le persone più altolocate di noi.

(14) Apemanto ironizza sul termine “confessato” del Primo Nobile, che ha voluto intendere “l’abbiamo sempre dichiarato”; ma lui prende “confessato” per “fare confessione”: ai condannati all’impiccagione si chiedeva se volessero un prete per confessarsi, prima del supplizio.

(15) La lezione esatta è: “Irae furor brevis est”, “Il furore prodotto dall’ira è di breve durata”. La frase, com’è nel testo può significare: “L’ira è un furore breve”.

(16) “… and thus far I confirm you”: “thus far” nell’antico inglese aveva valore di “thus said”. Non mi pare si possa intendere - come lo vedo inteso dal Baldini e dal Montela - “ed in ciò il vostro amore trova conferma”: Timone sta parlando del “suo” amore per gli amici.

(17) “Joy had the like conception in our eyes…”: frase volutamente retorica e artificiosa, come se Shakespeare con essa abbia voluto fare il verso al parlare eufuistico del Nobile. Senso: “Come nei tuoi, anche nei nostri occhi la gioia è stata concepita alla stessa maniera, e puoi vederla che nasce (nelle lacrime) come un pargoletto”. Shakespeare gioca spesso sul doppio significato di “conception”, “conceive”, che valgono “concepire con la mente” e “concepire col ventre materno” (cfr. “Re Lear”, I, 1, 10 e segg.:”I cannot conceive you” - “Sir, this young fellow’s mother could”; e anche “La bisbetica addomesticata”, V, 2, 23-24 “Thus I conceive by him” - “Conceives by me! How likes Hortensio that?”).

(18) “Corriero”, per “forerunner”, lo prendo in prestito dal Baldini: non è nei lessici, ma è suggestivo, per un corriere che è Cupido in persona.

(19) “Lo sa il cielo” non è nel testo, che ha: “What will this come to?”, “A che andrà a parare questo?”

(20) “His land’s put to their books”, letteralm.: “La sua terra è iscritta nei loro registri”; “loro” ossia del creditori, come garanzia dei debiti.

(21) Nel testo la frase è comparativa: “Più fortunato (“happier”) è chi non ha un amico cui da dar da mangiare, di chi ha amici che son peggiori dei nemici”.

(22) Che cosa gli dia, non si sa. Alla scelta del regista.

(23) “What a coil’s here”: “coil” ha qui il senso di “fastidious affair”, come in “Amleto”, III, 1, 67: “When we have shuffled off this mortal coil”, “Quando ci fossimo scrollati via / Questo mortale fastidioso impiccio”).

(24) “No reason can sound his state of safety”, letteralm.: “Nessuna ragione può risuonare (come una sonda) della sanità della sua condizione”.

(25) La Fenice, il mitico uccello creato dalla fantasia degli antichi Egizi, aveva penne rosse, bianche e dorate.

(26) “… will be left a naked gull”: bisticcio di doppi sensi: “gull” è “pulcino appena nato (quindi implume)”, e “credulone”, “sempliciotto”, “grullo”.

(27) Il testo ha semplicemente: “Buona sera, Varrone” (“Good even, Varro”): i servi dei creditori di Timone sono indicati coi nomi dei rispettivi padroni; così più sotto “… and your too, Isidore”. Il “Good even” lascia intendere che il tempo della scena è la sera (“even” è l’ultima parte del giorno), e che perciò sia passato qualche giorno dall’ultima scena dell’atto precedente.

(28) La didascalia del testo ha “Enter Apemantus and Fool”: s’è reso “fool” con “matto” e non con “buffone”, perché questo personaggio, a somiglianza del “fool” di “Re Lear” e del Feste della “Dodicesima notte”, non ha nulla della sguaiata e sboccata figura del buffone, consueta nel dramma elisabettiano, la cui funzione è di divertire il principe con lazzi e battute più o meno lubriche: il “fool” introdotto da Shakespeare in questa scena del “Timone” - e solo in questa, perché il personaggio scompare - è il tipo dalla pazzia lucida, sentenziosa, che contrappunta il dialogo di Apemanto - anche lui matto per la sua parte - con arguzie moralizzanti, quasi con funzione di coro del primo dramma greco.

(29) Si riferiscono, s’intende, ad Apemanto, il quale tratterà subito da matto il servo di Varrone, e da canaglie e da asini tutti.

(30) Cioè: già t’ha appeso alle spalle il cartello di matto.

(31) Storpiatura goffa del francese “grandmerci”, “molte grazie”.

(32) “… to scald such chickens as you are”: “to scald” è proprio l’azione d’immergere il pollo nell’acqua, per poterlo meglio spennare, “sbollentare”, appunto. L’immagine, riferita alla “morosa” del matto, contiene la lubrica allusione alla perdita dei capelli causata dal contagio della sifilide.

(33) “Would we could see you at Corinth”: “Corinto”, nel gergo popolare, stava per “bordello”, “ postribolo”, dal nome della città greca nota per la dissolutezza dei suoi abitanti. Il Matto si augura di vedere i suoi interlocutori in un postribolo, non si capisce se proprio in casa della sua “morosa”.

(34) “If Timon stay at home”: Apemanto vuol sottintendere: “Non aver paura che non ti lascio; finché Timone sta in casa, ci sarà già un pazzo, è inutile che ci rimani tu”.

(35) “… sometime like a philosopher, with two stones more than’s artificial one”: bisticcio su “stone”, che vale “pietra” ma anche “testicolo”, “ghiandola seminale dell’uomo”: “artificial stone” era chiamata la “pietra filosofale” ricercata dagli alchimisti, e che, secondo loro, avrebbe avuto la virtù di cangiare in oro qualsiasi metallo.

(36) “I do not always follow… elder brother…”: “elder brother” è il figlio primogenito che eredita la maggior parte delle sostanze paterne e che ha quindi più da scialacquare, e quindi più bisogno che qualcuno gli stia dietro ad impedirglielo.

(37) “and nature, as it grows again toward earth”: è il concetto biblico del graduale ingobbirsi in vecchiaia, che è il reinchinarsi dell’uomo (“nature” è spesso “uomo” in Shakespeare) verso la terra, donde viene, per ridiventare polvere.

(38) “Here’s three solidares for thee”: “solidare” (o “solidate”) era in origine un pezzo di terra fruttante la rendita annua di uno scellino; il termine divenne poi sinonimo di questa moneta.

(39) Ostilio è, verosimilmente, il nome del secondo forestiero che ora sarà indicato col suo nome.

(40) “They have all been touched”: “to touch” si dice dell’oro, quando se ne saggia il grado di purezza con la pietra di paragone detta appunto “touchstone”. Il verso successivo contiene la metafora.

(41) Senso: il diavolo, insegnando agli uomini l’arte della politica - con le sue finzioni, le sue scaltrezze, le sue spregiudicate malefatte - lo ha reso più diavolo di se stesso; sicché, in definitiva, esso è andato contro i propri interessi, perché l’uomo finirà con lo spodestarlo da principe del male, e quindi col riabilitarlo di fronte alla maggior perversione dello stesso uomo.

(42) “You do yourselves but wrong”, letteralm.: “Voi non fate che torto a voi stessi”.

(43) Questo verso non è nel testo, che ha solo: “… and knock me down with them”: “with them” si riferisce al precedente “conti” (“bills”) che vale anche “picche”, “alabarde”: si è dovuto serbare il doppio senso per la comprensibilità del quibble in italiano.

(44) Nel testo la frase è auto-interrogativa: “So fitly?”: “Così ben combinato?” Altri (Montale) intende, erroneamente: “Così a buon punto?”, come riferito a Flavio che ha detto di esser lì. Ma “fitly” - avverbio che s’usava al tempo di Shakespeare, ora non più - vale solo “in a way that is fit”, “becomingly”, “suitably”, “opportunely”, riferito a cose.

(45) “… my discontented troops”: di che cosa siano “malcontente” le truppe di Alcibiade, se della messa al bando del loro capo o della condanna a morte dell’ignoto soldato, non si sa. Più sotto, parlando con Timone, dirà che i suoi soldati sono in rivolta perché egli non ha più denari per pagarli. Ma qui non sembra possa riferirsi a questo.

(46) “Che sarà?” non è nel testo; ma è palesemente domanda attratta dalla battuta seguente del Primo Nobile.

(47) “… the lined crutch”: “la cruccia imbottita di stoffa” (nel suo supporto sotto l’ascella).

(48) “As we turn our backs… so his familiars…”: la correlazione “as… so” impone che “his” sia riferito a Timone, e non ad un generico “chi”, come intendono molti. “Familiars” sta chiaramente, come spesso in Shakespeare, per “amici” non per “familiari”: Timone non ha parenti.

(49) “… da Timone” non è nel testo; ma è attratto dal “Timone” della frase successiva. Si deve intendere che Timone parla di sé nel proporsi di aborrire le feste, ecc.

(50) Secondo alcuni commentatori, c’è qui un riferimento all’uso di togliere il guanciale al disotto della testa di un moribondo per rendergli più agevole il trapasso e, in sostanza, affrettargli la morte.

(51) “… embalms and spices to th’ April days again”: cioè ai giorni della giovinezza.

(52) “… damned earth”, letteralm.: “… dannata terra”.

(53) “Make use of thy salt hours”: “salt”, aggettivo, nel senso di “lecherous”, “salacious” si dice della cagna e di altri animali in calore; applicato alle persone, si dice delle puttane.

(54) “… to the tub-fast and diet”: “tub-fast” è il digiuno imposto al paziente durante la cura della sifilide dal fatto che questa consisteva nel rimanere immersi in una botte affumicata.

(55) “… in my penourious band”: letteralm.: “… nella mia banda in penuria (di quattrini)”.

(56) “Hold up, you sluts, your aprons mountant”: cioè “Continuate a fare il vostro mestiere di prostitute”. “Apron” è il grembiule di stoffa (l’artigiano lo portava di cuoio, cfr. “Giulio Cesare”, I, 1, 7: “Where is thy leather apron?”) che la donna portava, e ancor oggi porta in alcuni paesi, sorretto da un legaccio allacciato intorno alla vita; ma la parola si dice di qualsiasi capo di vestiario che copra a protezione una parte del corpo. Di una moglie virtuosa si dice che ha “una buona apron-string tenure”, “tiene bene allacciato il suo grembiule”; il tenerlo alzato o slacciato (“hold up”) è delle prostitute, delle donne facili.

(57) “Although I know you swear, terribly swear / Into strong shudders and to heavenly agues / Th’ immortal gods that hear you”: bisticcio su “swear”: il primo è “giurate”, il secondo è “bestemmiate”. “Voi non giurate, bestemmiate; e quando bestemmiate - dice Timone - lo fate con tale paurosa forza, da far venire i brividi di “celesti quartane” agli dei che vi ascoltano. Le febbri quartane si manifestano con forti brividi in tutto il corpo.

(58) “And be no turncoats”: cioè “non pensate a mutar mestiere”.

(59) “Yet may your pains, six months, be quite contrary”: passo variamente interpretato. Il senso sembra essere questo: Timone, nell’esortare le due donne a non mutare il lor mestiere di meretrici, augura loro, tuttavia, non che preoccuparsi di “infiammare clienti” al gioco dell’amore, ad aver ben presto (fra sei mesi) preoccupazioni d’opposta natura: quelle di riparare alla loro bellezza, disfatta dalla sifilide con la caduta dei capelli, col portare una parrucca, magari fatta con capelli di gente morta impiccata.

(60) In mancanza di qualsiasi didascalia, questa battuta delle due donne e quelle che seguono delle stesse e di Timone lasciano chiaramente intendere che questi ha dato dell’oro anche a loro. Nella traduzione si è dovuto farlo intendere con più evidenza.

(61) Ho creduto d’intendere così il secco “What, then?” del testo. Le due etère, da tutto il discorso di Timone, non s’aspettavano più ch’egli desse loro dell’oro. Perciò sono sorprese del suo gesto, e gli chiedono se gli debbano dare qualcosa in cambio (“Per l’oro facciamo tutto”). E Timone dice loro quel che debbono fare in cambio.

(62) Iperione, il Titano padre del sole e della luna; sta qui per “sole”.

(63) L’aquila, nella letteratura classica, era simbolo di immortalità.

(64) Questa parafrasi in due versi traduce il semplice “is crown’d before” del testo, letteralm.: “… è coronata prima”, che, riferito a “miseria voluta”(“willing misery”) in italiano non significa nulla, anche se resa, come da molti “… riporta prima la palma (della vittoria)”.

(65) “If not, I would it were.” Apemanto vuol bene a Timone, come gli ha detto; e vorrebbe dargli conforto, ma dispera ormai ch’egli gradisca la sua compagnia, come al tempo quando lo invitava ai suoi banchetti.

(66) “Ay, tough it look like thee.” La nespola (“medlar”) somiglia ad Apemanto, secondo Timone, perché diventa marcia prima di essere matura.

(67) Il succo di queste battute sulla nespola, in inglese, sta in un quibble basato sulla omofonia fra “medlar”, (o “meddlar”, “nespola), e “meddler”, “impiccione”, “intrigante”, uno che insomma dà fastidio. Per rendere in qualche modo il bisticcio si è adottato “succianespole” per “meddlers”, come suggerito dal Montale.

(68) “Thou art the cap of all the fools alive”, letteralm.: “Tu sei il berretto a sonagli di tutti i matti-buffoni viventi”. Bisticcio sul termine “cap”, che vale “berretto a sonagli del buffone”, e “culmine”, “cima”.

(69) “… the consecrated snow that lies on Diana’s slap”: cioè “induci perfino le vestali a infrangere il voto di castità”. Diana è la dea della castità femminile, che proteggeva le fanciulle fino al matrimonio. La “neve consacrata” è appunto la metafora della verginità a lei sacra.

(70) “O thou touch of hearts”, letteralm.: “O tu, pietra di paragone dei cuori”. Per “pietra di paragone” (“touchstone”) v. sopra la nota (40).

(71) “Go, suck the subtle blood of the grape”: l’immagine dell’uomo come grappolo d’uva (“grape”) è biblica. Non s’intende Shakespeare senza la Bibbia.

(72) Cioè: possiate morire della febbre di cui vi siete contagiati succhiando il sangue infetto degli uomini, senza aspettare che intervenga la legge ad impiccarvi.

(73) Atene è in guerra contro Alcibiade, che la sta assediando.

(74) “And for you fiction…”: il testo gioca ironicamente sul doppio significato di “fiction” che vale “fantasia”, “ispirazione”, ma anche “finzione”; così come prima, col pittore, ha giocato su “counterfeit” (“Thou draw’st a counterfeit best in all Athens”) che vale “riproduzione”, “ritratto”, ma anche “contraffazione”, “falsificazione”.

(75) “Your are an alchemist, make gold of that”: l’alchimia come arte di adulare è concetto che si ritrova in Shakespeare nel sonetto CXIV:

“Oh, di te incoronata la mia anima

“s’abbeveri di questa adulazione,

“peste regale, o ch’io dovrò pur dire

“che è vero quel che l’occhio mi rivela,

“e che maestro di quest’alchimia

“è stato solamente l’amor tuo”.

(Traduzione del traduttore)

(76) “… a recompense more fruitful / Than their offense can weigh down by a dram”, letteralm.: “… una riparazione più fruttuosa di quanto possa pesare l’offesa (a te recata) su una bilancia tanto sensibile da risentire anche il peso di una dramma”. La dramma (“dram”) era, dopo il grano (“grain”), il minimo peso della Scala Avoirdupois.

(77) “… in the figures… ever to read them thine”: “… con caratteri da leggersi in perpetuo come tuoi”.

(78) Tirare la barba ad uno era il più grave oltraggio che si potesse fare ad un uomo; qui Timone lo equipara, come atto di guerra, allo stupro delle vergini da parte della soldataglia di Alcibiade.

(79) “It will be seen tomorrow”: “Lo si potrà vedere domani”. È il preannuncio che Timone dà della sua morte imminente, che si darà non si sa come, perché sarà annunciata sulla scena da altri.

(80) “… like great triumphers in their applauding gates”, letteralm.: “… come grandi trionfatori attraverso gli applausi dei loro archi trionfali”.

(81) Si tratta, evidentemente, del corriere di Alcibiade, che il messo dice di aver incontrato, nella scena precedente.

(82) Secondo alcuni commentatori, quella che il soldato legge - e che è scritta in un cartiglio poggiato sulla tomba, come era uso all’epoca di Shakespeare (cfr. anche la scena 3a del V atto di “Tanto trambusto per nulla”), è la prima parte dell’epitaffio che Timone s’è scritto da sé, come ha detto parlando coi senatori; la seconda parte è in latino, come era anche uso in molte tombe elisabettiane. Il soldato non sa il latino, e perciò dice di non capirla. La leggerà per intero Alcibiade nella scena finale. Il fatto è però che nemmeno Alcibiade sapeva il latino. Alla sua epoca (l’epoca di Pericle, del quale Alcibiade era il nipote, V secolo a.C.) Roma era agli inizi dell’era repubblicana, e non aveva ancora irradiato fuori d’Italia le sue armi e la sua lingua. La tomba di Timone è dunque, per Shakespeare, una tomba elisabettiana.

Se s’ha da credere però a Plutarco, sulla tomba di Timone di Atene erano effettivamente incisi due epitaffi, uno scritto da lui stesso, l’altro da Callimaco, poeta alessandrino, entrambi, ovviamente, in greco.

(83) “An aged interpreter, though young in days”: “Un interprete anziano, sebbene giovane d’anni”. È la definizione di Alcibiade che Plutarco (X, 4) mette in bocca a Teofrasto.

(84) “Scorn’dst our brain’s flow”: “flow” è qui da intendere come “creazione continua” (“constant sequent”), cioè “idea”.

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