Timone
Di Matteo Maria Boiardo
Prologo
Entra Timone nel proscenio. luciano volto a li Spectatori; dice li sequenti versi: luciano. Io vengo a dimostrarvi, o spectatori, quel che non vide Roma trionfante nel tempo antiquo de li imperatori, n tra soi regni e soe pompe cotante vantar si pu di questa comeda che or fia rapresentata a voi davante. Io, qual foi greco, et abitai Soria, e son detto per nome Luciano, usata ho sol sin qui la lingua mia; ma la benignit di quel Soprano qual quivi regna, per darvi diletto, di greco oggi mi fece italiano. E me mandato ha nel vostro conspetto, a ci che in parte e brevemente dica di quanto fia trattato nel subietto. Per voi lassata ho la mia setta antica, ch filosofo un tempo era tenuto, ben che foi de' filosofi la urtica; di novo son comedo divenuto per farvi cosa grata, e non mi pento: ch el dar piacere a molti ben dovuto. Or, se vi agrada, oditi lo argumento che pi la cosa vi far palese: silenzio alquanto e stia ciascuno attento. Argumento Ececratide fo colitiese, nato in Atene e di sangue gentile: ma gentileza ponto non apprese, perch, lasciata ogni opera virile, solo a far roba pose la sua cura, discernendo el menuto dal sutile; e cum affanni, inganni e cum usura, (ch altrimente al d de oggi non se acquista) divenne rico fuor de ogni misura: rico a s solo, e poverello in vista, veniva da ciascun mostrato a dito per la miseria sua dolente e trista. Cos serb el tesor che aveva unito: n gi mai lo acquistato se mantiene da cui non pone freno a lo appetito. Or, come sempre a tal cosa interviene, morte occup Ececratide in tristicia, passando il spirto doloroso in pene, e lo erede rimase cun letizia; questo Timon da lui nato e disceso, che aponto allor uscia di puerizia. N ancora avendo per la etate empreso come si fa la libra ad oncia ad oncia e de la libra poi se aduna el peso, tenendo spesa inordinata e sconzia procur s, per quella ereditade, che adiudicata fu sancia prononcia. Non se avedendo prima, come accade di abondante divenne bisognoso, di bisognoso cde in povertade. Venuto al fin mendico e vergognoso, vien da color schernito e discaciato che per lui richi vivono in riposo. Tutto el tesor, che el patre avea lassato, pallagi e ville e gran possessione, donando a questo e a quello, ha consumato; et condutto in tal derisione, che cum la testa e bracie discoperte se veste una peliza di montone. Onde or per ira in rabia se converte, mena vita affannata e rencrescevole zappando spiagge inospite e deserte. Guadagna el pane apena a lui bastevole: ma tutti e' gran dispetti questo exsupera, che lui fo sempre a ciaschedun piacevole, et or ciascun lui cacia e lo vitupera; cos sovente aviene a lo infelice che spende indarno e il speso non recupera. Per lo Arabo in suo proverbio dice: Chi dona aqua a la palma sancia sale, fa verdi e rami e secca la radice. Ora Timon, condotto in tanto male, scorgendo omini molti ingrati e rei, ha preso a tuti uno odio universale. E biasmando ancora va li dei, che non struggono el mondo per vendeta, non guardando ad un bono o quatro o sei. Ma eccol lui, che la sua zappa assetta brontolando cum seco: in sin qua lo odo. A me convien partir, ch chi lo aspetta vien da lui combiatato a strano modo.
Atto primo
Entra timone da lo altro capo del proscenio, e prima comincia a zapare, poi, intrametendo la opera, volta la facia al cielo, e dice cos:
timone.
O Iove sociale et amicabile,
domestico, ospitale e presidente
a' giuramenti, e sei tanto mirabile
che altitonante i detto e omniparente
che aduni e' nimbi e per l'aria li scaci,
o se altro nome ti trova la gente,
maximamente li poeti paci,
quando han bisogno a l'opere pi nove
di nome che a lor rima se confaci,
ove la tua saetta orrenda, et ove
nascosa hai tu la folgore diversa?
Dove fugita la tua forza, o Iove?
Ogni tua possa in fabula conversa
et a guisa di fumo in su salita,
tanto monta nel ciel che in tera persa.
la tua fiamma forsi intepidita,
o pur le cose di qua gi non curi,
o la iustizia vien da te bandita?
Li robatori, e' falsari e' periuri
regnano al mondo per ogni confino,
da la tua pena liberi e securi.
Pi fia temuto un putrido stupino,
uno estinto tizon qual possa tingere,
che tua saetta o tuo furor divino.
Per questo Salmoneo volse confingere
contra a te tuoni e fiaccole di foco,
per la tua fama e tollere e confringere
e descaciarti a forza de ogni loco:
che maraviglia, se ebbe tanto ardire
vegendoti tornato s da poco?
Che debio, o Iove, ormai pi di te dire?
Credo sei di mandragora pasciuto,
ch in ogni tempo ti trovo a dormire.
Non chi speri avere alcun aiuto,
n aspetta pi da te soccorso el mondo,
ch vechio e sordo e cieco i divenuto.
Quando eri gioveneto e furibondo,
volavan tue saette come piume
strugendo e' scelerati a tondo a tondo;
le folgore per tutto facean lume
e terremoti in ogni regione,
ogni gozza di piogia parea un fiume;
tal che nel tempo di Deucalione
spandesti el mare e' fiumi in tal divizia,
che sol restarno in terra doe persone.
O come ben purgata la tristizia
era, s'tu non avessi riservato
quel seme a generar magior malizia!
Ma lassa, che ben sei da lor trattato
come tu merti, che oramai tra nui
conosciuto non sei, non che adorato.
N ritrovato ho un sol, o apena dui,
che di corone te onori o di fochi,
in quante terre mai vagando fui,
se non qualche un che a li olimpici giochi
te offrisse; non che 'l creda necessario,
ma per la usanza antiqua di que' lochi.
Ricrdate quel caso atroce e vario,
che un cicilian a te tolse el mantello,
quel che rase Esculapio a pel contrario!
E tu ti stavi queto, o mischinello:
vincitor de' giganti e de' titani,
lassasti spogliarti a quel rubello.
Non incitasti almen chiamando e' cani,
cridando al ladro: ma forsi tu dubiti
perch e' toi sacerdoti son lontani.
Una sagitta longa diece cubiti
Fidia ti pose in mano, e dubitasti
de adoperarla a bisogni s sbiti!
Quando creder mai che el cor ti basti
a punir quei che or sono al mal s prompti,
se a cui te proprio ingiuria non contrasti?
Quanti Deucalion, quanti Fetonti
vorebono a delicti tanti e tali,
per sumergere e' piani, ardere e' monti!
Ma aci che io lassi el dir de li altrui mali,
io, che onorai ciascun ateniese,
e gli infimi e' megiani e' principali,
e portate ho per lor fatiche e spese,
e son condotto in questa extremitate
sol per essere a quei troppo cortese,
schiffato sono (oh che calamitate!)
schiffato da coloro (oh dio! oh dio!)
che dovrebon basar le mie pedate.
Consumato ho me stesso e sparso el mio
per questi ingrati, (oh perfida sciagura!),
or son fugito come un monstro rio.
Come a le lettre de una sepoltura
qual per vechieza rotta ne la strata
ciascun trapassa e di guardar non cura,
cos la vista mia vien rifutata,
et avuta anche in odio da coloro
de' quali io foi salute alcuna fiata.
Et io vestito di pelle dimoro
che in tal delicatecia foi notrito:
son megio ignudo, e la terra lavoro.
Da la citate qua son refugito,
e cum la zappa el mio viver guadagno
servendo a prezo, dove io foi servito.
Quatro danari ho el giorno, e non mi lagno
del picol prezzo; questo almeno acquisto,
che quivi cum alcun non me acompagno.
Poi che vi sono, uno omo non ho visto,
n veder ni vorei, ch augel nocturno
non mi risembra augurio tanto tristo.
Odi, o figliuol di Rea e di Saturno,
leva su el capo, destate ora mai;
non apri li ochii nel fulgor diurno?
Leva su, ch pi somno dormito hai
che non fece Epimenide ozioso:
vieni e dona a ciascun tormenti e guai.
Scendi dal monte Eta forioso,
di fiamme armato e cum toi dardi in mano,
fa ciascun omo misero e doglioso;
se quel che di te deto non vano,
che dio non sei, et io lo stimo certo,
che gi moresti come corpo umano:
in Crete il tuo sepolcro apare aperto.
Le cortine del cielo se aprino, iove appare cum mercurio ne li abiti gi descripti, et insieme parlano, come apare di sotto.
iove.
Chi colui, Mercurio, che l gioso
tanto alto crida come disperato,
squalido tuto, irsuto e polveroso?
E parmi che zappando stia chinato
l dove el piano ad Imeto sogiace;
chi pote esser costui? come nomato?
Sia chi si voglia, nel parlare audace,
e forsi segue la filosofia,
ch quella setta sempre s loquace.
mercurio.
Patre, che dici ? or non vedesti pria,
che quello era Timon colitese,
qual ti parlava e dolsi tutavia?
Questo colui che gi gracie ti rese,
qual ce invitava al sacrifizio integro,
e cento bovi a la tua festa spese.
iove.
Come esser pu che tanto magro e negro?
Chi l'ha condotto in questa aversitate,
che or tanto tristo, e gi fo tanto alegro?
mercurio.
A questo l'ha condotto soa bontate,
lo appetito de onor, la altrui credenza,
on sua sciocheza, a dir la veritate:
ch, non avendo bona experienza
del mondo falso e de li adulatori,
distribuito ha el suo sancia prudenza.
Dato se in preda a corbi, ad avoltori,
n sapeva el meschin che ogni trapello
di cotal gente pien di traditori.
Exemplo ne verace el tapinello,
che ora non ha socorso da persona,
e donato ha gi tanto a questo e a quello:
ciascun el schiffa, ogni omo lo abandona,
n alcun si cura odirlo nominare,
n dentro Atene pi se ne ragiona.
iove.
Certo questo non da comportare:
n maraviglia ho gi che se lamenti
costui, che ha ben cagion de lamentare.
Ma non sarebi a quelle male genti
simile anche io, essendo persaso
di smenticarmi quel che tu ramenti,
quando il mio sacrificio era rimaso,
e costui pose cento bovi al foco,
che ancor mi par aver lo odor al naso?
Per occupazion tardato ho un poco
a dar punizione a'scelerati
che son moltiplicati in ogni loco,
maximamente poi che concitati
frno e' filosofanti in quella terra
isparti in cento parte e separati.
Di silogismi e cianze la lor guerra,
e ciascun vanegiando se trastulla,
credendo pi saper quel che pi erra.
E se di nulla se genera nulla
dicono cose piene di gran tedio,
che tutte al fin non montano una frulla.
Posto m'hano a le orechie un tale assedio,
che io non poteva odir da questa alteza
n porgere a Timone alcun rimedio.
Ma va, Mercurio , e mena la Richeza,
e fa che ella non facia alcun dimoro,
s'tu dovesti condurla per la treza.
Venga gi teco, e portti un tesoro,
e ritrovti el misero Timone
l dove egli occupato al suo lavoro.
Dirai a lei, che per nulla cagione
indi se parta, s come far sle,
che questa nostra ferma intenzione;
n attenda a soi lamenti o a soe parole,
perch el bono omo talor la discacia,
credendo di far meglio, e non la vle.
Or va, Mercurio, e questa cosa spacia;
cum tempo ordinaremo la vendetta
di cui l'ha posto in cotanta disgrazia.
Ma bisogna aconciar la. mia saetta,
perch ha la ponta disferata e trista
d'allor che io fulminai cum tanta fretta,
quando el falso Anaxagora sofista
disputava la essenza di noi dei,
concludendola in nulla in fatti e in vista.
Occider lo volea, ma non potei,
perch Pericle li oppose la mano,
ch sempre qualche bon diffende e' rei.
Ma non percosse la folgore in vano,
che ella gionse nel templo di Castore,
e cum roina lo distese al piano;
cos chi vl ben far, fa spesso errore.
mercurio lascia iove in sedia e, caminando per el proscenio superiore , dice le parole che segueno, volgendo el viso a li spectatori:
mercurio.
Pur talor giova lo essere importuno:
el fatto suo si vl pur sempre dire,
n aver rispetto a loco o ad om alcuno.
Ecco Timon che posto in tal languire:
se tacito si stava, a non parlare
cos di fame se potea morire.
Cum suo fastidioso lamentare
e cum soi cridi ha fatto un tal romore,
che forza Iove a doverlo aiutare.
N dio nel ciel, n in terra alcun signore,
che a lo assentir non pieghi ogni dureza
a cui ritorna e chiede cum fervore.
Ma dove trovar posso io la Richeza,
che abita el pi cum la cativa gente,
qual cum noi dei non ha dimesticheza?
Se io seguito la Fama, quella mente,
perch di lealtate e di moneta
al publico parlar credo niente.
Al suon la trover, ch non sta queta.
timone passa oltro al monte, e prima che vi arivi va dicendo queste parole:
timone.
Questo poco ha di ben la vita umana,
che el sonno, che similimo a la morte,
dal tristo affanno alquanto la alontana.
La notte al sole aperte ha gi le porte,
et io dormendo scordar tante onte
poi che altro pi non che me conforte.
Ora io voglio passare oltro a quel monte
per coricarmi al picolo tugurio
che io me ho construtto a lato de la fonte.
Cos mi concedesse il dio Mercurio
che io non sognasse alcuna vista umana:
gi non potrei veder pegior augurio.
Quale orso o tigre o qual fiera pi strana
non ha de la sua schiata conoscenza?
La aspide sola contra a' figlii insana.
Tra quella e noi ha poca differenza,
chi ben cercasse la natura al fondo:
credete a me, che n'ho la experienza,
pegior bestia de l'omo non ha el mondo.
Come timone ha passato el monte, le cortine se chiudeno e rimandalo ove vuole la scena. Il primo acto finito.
Atto secondo
Questo secondo acto tuto ne la scena superiore. mercurio conduce la richeza a iove, e tra loro parlano come aparer di sotto.
mercurio.
Ecco Richeza , de aroganza piena,
qual ritrovata ho cum molta fatica
e ritenuta ancor cum magior pena.
Non vole ire a Timon, ch sua nemica,
prima vl consumarsi e vl perire;
la cagion non scio io, lei ti la dica.
iove.
Perch non voli, o Richeza, obedire
a la mia voglia, a la qual non se ariscano
el cielo e li elementi a contradire?
richeza.
Chi vle aver subietti che obediscano,
s debbe e' soi mandati temperare,
che lo equo e la ragion non preteriscano;
chi vuol sanza iustizia governare
se dimostra tiranno in fatti e in detti,
n se deve per principe appellare.
iove.
Mal va el governo, quando da' sugetti
vien data lege; e briglia non si trova
s giusta, che a ciascun sempre diletti.
Ma tu perch sei posta in questa prova
di contrastarme e non gire a Timone?
Gi non vedo cagion che a ci te mova.
richeza.
Atto regale intender la ragione:
se ben ti contradico, in pace ascolta;
poi se a te piace, cangia opinione.
Io foi dal patre de Timone accolta,
tal che altra cosa non gli era rimasa
che egli avesse pi cara alcuna volta.
Ma costui poi me pinse fuor di casa
cum tanta subitecia e tanta fretta
come ei getasse cum le man la brasa.
Sua prodigalitate maladetta
la veste mi straci tutta da torno,
come egli avesse a fare una vendetta.
Ohim, tu vuoi che a lui faci ritorno:
come potr durare in tanti errori?
Ch io sar consumata in un sol giorno
in man de parasiti e de adulatori,
in man de ministrier, buffoni e paci.
Debio tornare in tanti disonori?
farano di me mille distraci:
ignuda gi mi vedo e scapigliata;
deh, non voler che a un ponto io me disfaci!
Mandami a qualche uno altro a cui sia grata,
lascia star cum Timon la Povertade,
fugita anche da quei che la han lodata.
Lascia gratarse al tristo ove gli scade,
ch a cui non vl aver provedimenti,
indarno se d aiuto, e alfin pur cade.
Dovuto ben, per dio, che se contenti
di guadagnar al d quatro danari,
che a una ora get gi deci talenti.
iove.
La tua querella, e' toi lamenti amari,
e ci che hai detto ho ben considerato;
ma a quel che fatto gi, non ho ripari.
Timone a le sue spese avr imparato
come sia bono el saperte godere,
e scio, che sar de animo mutato.
S che va pure a lui sanza temere;
e perch parve a te disconvenevole
quel che io comando, io non posso tacere:
tu di natura a me par lamentevole,
e sei tanto volubile e s instabile,
che non si trova a te partito agevole.
Chi aud mai levitate pi mirabile?
Or te lamenti perch un giovanetto
fo di natura trascurato e labile,
e te lassata ha gire a tuo diletto;
non ti ha per gilosia tenuta chiusa,
n per atti de altrui preso sospetto.
E poco avanti te vidi confusa,
cum le guanzie ambedue di pianto piene,
porgendo avanti a me s grave acusa:
che sotto a chiave e che sotto a catene
avevi fatta gi longa dimora,
serrata a la pregion cum tante pene,
che el capo non potevi pur trar fora,
dolendoti di questo oltro a misura,
e minaciavi de fugirte ancora.
Ma non el potevi fare a la sicura,
per doi governator che te anoiavano:
el Computo affannato cum la Usura.
Dicevi che costor, che s te amavano,
facevano una cosa fuor di usanza:
desidrando de usarti, e' non te usavano;
ma che alcun se pascea de disanza,
vegliando per guardarti afflicto e smorto,
e di tocarti non faceva instanza;
s come el cane in guarda posto a lo orto,
che non mangia e' poponi, e non consente
che altri ne mangi: ogni om gli d gran torto.
Tu ne ridevi (ancor mi torna a mente,
che ridevi cum gli ochii lacrimosi,
del pacio vanegiar di quella gente):
Al suo disio dicevi e' son ritrosi;
chi aud mai racontar cosa s nova?
Costor di se medesmi son gelosi.
Numerando e pesando fan la prova
cum una lucerneta sitibonda,
temendo de ogni cosa che si mova;
la famiglia proterva, a l'altra sponda,
quanto pi p rapisse a la nascosa,
e gioca e se solacia e il vino abonda.
Cos proprio dicesti questa cosa,
et ora te lamenti del contrario:
n voresti operar, n star in posa.
Chi suplirebe ad animo s vario?
Mal chi ti lassa, e pegio chi ti serra;
e pur far lo uno o l'altro necessario.
Meritaresti di starti soterra,
ove natura gi te avea riposta,
perch te stessa e gli altri tieni in guerra.
Scio ben che a ci non troverai risposta.
richeza.
Se la mia causa ben per te se intende,
tu assentirai che ragionevolmente
mi doglio, e che ciascun di lor me offende;
e s come Timon lascivamente
mi governava, ne ho presa rancura,
che cos poco me stimi o nente,
parimente mi parve accerba e dura
mia trista vita, quando gli altri ancora
me tenean chiusa sotto a serratura
a ci che el loco oscuro e la dimora,
a guisa de galina che se impasti,
pi grassa me facesse de ora in ora.
Quindi ho flacidi li ochii e i denti guasti;
n a la vendetta de que' discortesi
veder mi par mai pena che mi basti.
Indarno longa etate sieco spesi
n de essere oltregiata meritava,
per che alcun de quei mai non offesi.
Pegio, che ignun di lor non mi tocava,
e me teneva cum el beco digiuno,
mostrando ne li altri atti che me amava.
Ora tu intendi lo effetto importuno
de le due extremitate: et io non lodo
n quel n questo e biasimo ciascuno,
ma solamente con color me aprodo
che sano usar misura temperata
e son discreti; e con questi mi godo
quai non mi tengon troppo riserrata,
ni me lasciano andar in abandono
usandomi a' bisogni dislegata.
Deh, considera ben quel che io ragiono
re degli dei, intendi mia querella:
tu sei pur mio signor, tua serva sono.
Se alcun pigliasse a moglie una dongella,
a suo diletto sieco solaciasse,
e, preso avendo el suo piacer di quella,
a tutti li altri poi la abandonasse,
non discernendo el grande dal megiano;
anci egli stesso amanti procaciasse
essendo a la sua moglie ruffiano,
conducendola fuori a tutte l'ore:
che non la amasse io scio che sei certano,
per che tu sciai ben che cosa amore.
E simelmente, se a modo diverso
prendesse una fanciulla uno amatore,
mostrandosi di lei ferrito e perso
pe' gli occhi combattuti e per el viso
da color vivo in pallido converso:
da poi prendesse s simplice adviso,
che mai non la tocasse in bene o male,
tenendo ogni altro ancor da lei diviso:
chi non el riputarebe uno animale,
avendo in suo potere una fanciulla,
e non la usare in ci che ella pi vale?
Ch ben pazo chi non se trastulla,
quanto onor lo comporta, insin che pte,
ch ogni altra cosa al mondo torna nulla.
Ora, in conclusion, se tu ben nuote,
tra li omini l gioso mi diletta
chi me travaglia e non chi me percuote.
iove.
Certo di quella gente maledetta
che al fin raconti (io dico de li avari)
tu ne vedi ogni d la tua vendetta,
n lamentar ti di, che in tanti amari
affanni stano, e non hano baldanza
de ispender pure e' soi istessi danari:
questa sua pena la infernale avanza
di Tantal, che nel fiume e muor di sete,
perch di ber gli tolta la possanza.
N l'altre gente dimorano quete
che te cacian da s, ben che si dica:
chi senza roba, fora de la rete.
Anci pi noglia e pi travaglia intrica
colui, che de l'altrui viver conviene,
ch in terra non gi magior fatica.
E somigliarse possi troppo bene,
un cos fatto, al misero Fineo,
qual per la fame stette sempre in pene,
in sin che el forte sopra ogni altro deo,
(Ercule dico) li caci dal volto
l'Arpie, che fr cagion del caso reo.
Ora al sermon di prima me rivolto:
io vuo' che vadi a ogni modo a Timone,
ch io scio che adesso el troverai men stolto.
richeza.
Tu sei pur anche in quella opinione?
Io vi ander, se ben chiaro discerna
la mia roina e mia confusione.
Sapi che quello insano me governa
in una corba de intrata megiana,.
e la ussita ha magior de una caverna.
S che me mandi ad una empresa vana:
cos presto potrei cum un cribello
trar tutta la aqua fuor de una fontana.
iove.
Et io te acerto: se quel poverello
pi non ristrenge el bucco de la ussita,
s che la intrata sia magior di quello,
ritorner di novo a questa vita,
ripigliando la zappa e la pellicia:
ch ogni dimanda non sempre odita.
Ma pur la experienza d notizia
come se deba l'omo governare
quando scappato fuor de la tristizia.
Ora te parti e valo a ritrovare,
e Povertade scacciali da torno,
ch insieme non potresti dimorare.
E tu, Mercurio, fa che nel ritorno
da Mongibello e' fabri abbi menati,
che aconcino i mei dardi in questo giorno,
perch io possa punire e' scelerati
quai se mostrano al mondo in tanta copia
che altri non vedo, e i bon se stan celati.
Ora convengo gire in Etiopia
ove facto el convito de li dei:
curar voglio io la mia persona propria,
poscia cum tempo punir li rei.
iove, levatosi di sedia, camina tanto che passa le cortine; mercurio prende la richeza a mano e caminando per el proscenio e spesso firmandosi, ragiona cum lei, come aparer di sotto.
mercurio.
Richeza, andiamo: oh tu mi par sciancata!
Questo diffetto in te non vidi mai,
ben scio che eri cieca e tralunata.
richeza.
Da lo un de' piedi sempre intrappegai,
ma quando Iove vl che al gir sia prompta
calo de entrambi, e son pi lenta asai.
Vedi el suo aiuto ad om mortal che monta:
che io vo s tarda, e mentre che un me aspeta,
invechia, o more avanti che io sia gionta.
Ma nel partire io meno tanta freta
che e' sogni pi ligier non sono o e' venti:
alor fugendo sembro una saietta.
mercurio.
Io credo che me ingani o che tu menti:
ch io ho veduti molti in tanto impacio,
che per disagio avean la anima a' denti,
n avean moneta per comprarsi un lacio,
cum el qual se potessero impicare;
poi richi son tornati in poco spacio,
e cum gran pompa se fanno portare
cum sede de oro e carrette de avorio,
che ei stessi credon sempre di sognare:
e per la plebe ascoltano el mormrio
di soa fortuna in tanta subiteza,
n esser pu questo sanza tuo adiutorio.
richeza.
Altro fatto : Iove allor non me indreza,
adreciami Pluton, ch' el dio de' morti,
che sciai che el nome suo suona richeza.
Non vado alor cum questi pi distorti,
ma, chiusa in un legato o testamento,
bisogna che la carta via me porti.
Dal morto io vado un vivo a far contento:
el morto abandonato in un cantone,
e sopra ha un lenciolacio attrito e lento;
le gate intorno a lui fan questone,
da le ginochie in su lo han discoperto,
n di lui se tien conto o menzone.
Lo erede sta di fora ancora incerto,
batendo l'ale come el rondenino
quando aspetta la matre a beco aperto;
e vegendossi el pasto gi vicino,
ghigna sotto aqua e la carta richiede,
cignando a lo scrivan cum lo ochiolino.
Ciascun per ascoltare attento siede:
essendo el testamento publicato
se fa palese a tuti el novo erede,
quale , o qualche parente, che ha sognato
il morir de costui cum mille affanni,
per che lo ha gran tempo disiato;
o qualche adulator, che gi molti anni
ha tesi e' laci a questa ereditate
e pescata l'ha infin con fraude e inganni,
o qualche servo, che in fiorita etade
rese al patron di quella la primizia:
or prende el merto de la sua beltate.
Qualunque sia de questi, cum letizia
tutta mi prende, e non cura de amico,
n di parenti in tanta sua divizia.
E cangia di sua casa el nome antico,
fa nove insegne e di niun se cura,
e vien superbo pi che io non te dico.
Lo umile quando salisse in altura,
senza riguardo batte ogni omo a torno,
per che de ogni cosa egli ha paura.
Ora nel mio proposto anche ritorno,
seguendo a quel che prima io te avea detto:
quando un rico divene in un sol giorno,
a quella roba lui non pone affetto,
spende in cavalli e cani e meretrice,
et abandona el freno a ogni diletto.
Li adulatori intorno a le pendice,
per disertarlo, ben ciascun lo aiuta
e non se ne avedendo lo infelice,
la roba se ne va come venuta.
mercurio.
Tu dice cose che accadeno spesso,
n il male acquisto gionge ai terzi eredi;
ma pur mo' mi pensava meco stesso:
quando camini sopra a li toi pedi,
che Iove ad un te manda, e tu vi vai,
essendo cieca a quel modo, lo vedi?
richeza.
Credi tu che io el ritrovi sempre mai?
Io te giuro, per Iove, in veritate
che io prendo un per uno altro volte assai.
N stimar che abia tanta iniquitate
che io lasciasse Aristide per Calla,
lo un pien di frode e l'altro de bontate;
ma vado brancolando per la via,
e da quella persona che mi trove
son presa, o bona o trista che ella sia.
mercurio.
Donque viene inganato el somo Iove,
qual pur suol dir di dare a' boni il bene;
e in cotal forma el suo voler se smove ?
richeza.
Meritamente questo gli interviene,
ch, scorgendo che io vedo cos poco,
che gir non scio se altrui non me sostiene,
e' vuol ch'io vada (ascolta che bel gioco!)
tastando a ritrovare uno omo, a caso,
de quei che pi non sono in alcun loco.
El mondo s de' buon vuoto rimaso
che tra tutti cotesti che hai avanti,
potresti e' prodi anumerar cum el naso,
essendo pochi e' boni e i tristi tanti;
n discernir se posson de legiero,
ch tristecia se copre in varii manti.
Se io avesse ben la vista del cerviero,
come trovar potrebi io mai la tracia
de la bontade, ove perso el sentiero?
mercurio.
Parmi che tua ragion me sodisfacia;
ma ancor vorei sapere una altra cosa:
come , che a la tua fuga non te impacia
e lo esser cieca e lo esser s dogliosa?
Perch lo andare a tasto cum dimora,
e chi doglioso voluntier se posa.
richeza.
Ma io non son cioppa e non son cieca alora;
il corso nel partir non me fatica
e la vista fugendo se avalora.
mercurio.
Io non posso pi star che io non te 'l dica:
orba, sciancata e pallida pur sei,
e ciascun te ama e chiede per amica.
Io ho veduti molti, a li d mei,
di te s paciamente inamorati,
che sua vita han condutta a casi rei:
perch a suo modo non gli hai riguardati
se son getati da altissimi tetti,
da scogli in mare, e morti desperati.
richeza.
Quanti inganati son per falsi aspeti!
Ma credi tu che li omini s sciochi
se possano avider de' mei diffetti?
mercurio.
Gi non son tanto occulti, o cos pochi,
che veder non li possino abastancia
se non han, come te, turbidi li ochi.
richeza.
Lo error che or regna al mondo e la ignorancia
riccopre la mia faza a tuti loro,
facendo altro aparer per la distancia;
et io, fingendo, ancor mi trascoloro,
s che la mia brutecia se nasconde,
perch io mi pongo una maschera de oro.
Qualunque la riguarda se confonde,
e lo ochio ha s abaliato e sbigotito,
che el vero a la veduta non responde.
Quale omo credi tu tanto imperito
che, vegendome ignuda e discoperta,
non biasimasse el suo fole appetito?
mercurio.
Or quando alcun di tua forma se acerta,
levandoti la maschera dal volto,
come che alor da te non se converta?
richeza.
Lo omo che me apre lo uscio, tanto stolto,
che lascia meco entrar persone, quale
gli hanno ogni arbitrio di caciarmi tolto.
Pi sua prudenzia a contrastar non vale,
ch cum meco la Fraude e la Paura,
e la Aroganza matre de ogni male.
Onde a lasciarmi alcun non se asicura,
temendo di mutar la vita usata,
ch il cambiar suo costume cosa dura.
La mente sbigotita et occupata
pur me riguarda e me dovria fugire,
ch io son da tutti e' vicii acompagnata.
mercurio.
Qual sia la causa non saprebi io dire,
ma ciaschedun te prende voluntiera,
pur te lasciasti in possa ritenire.
Tanto sei lissa e lubrica e legiera
che el retenirti di molta fatica,
e come anguilla scappi a ogni maniera:
ma Povertate, aversa tua nemica,
se aprende come polipo marino,
e dove ataca a pena si districa.
Oh, pur mo' me ramenta, oh me tapino,
che abiam scordata cosa de importanza,
onde a venire abiam preso el camino!
richeza.
Qual cosa questa? io tengo in ricordanza
che dobiamo ire a far Timon beato:
se ci se adempie, avrem fatto abastanza.
mercurio.
Pure el tesoro abiam dimenticato,
sanza del qual non si fa mai contento
lo omo l gi, n dio viene onorato.
Li vasi nostri de oro e de argento
voglin ne' templi, e le veste pompose
di gemme, e rico el sacro aparamento.
richeza.
Non prender un pensier di queste cose,
che io non le curo veramente un pelo,
se ancor di dei le avesser precose.
Non han bisogno gi de quelle in cielo,
perch qua su non sono e' corpi offesi
da tal cupiditate o da tal zelo.
Ma quando teco ne lo Olimpo ascesi,
io commessi al Tesor che se stia queto,
e se io non el chiedo mai non se palesi.
Passiam dunque di l dal monte Imeto,
se vi che io facia una orna de or venire
ove zappa Timone immansueto.
mercurio.
Andiamo, che io te guido onde vuoi gire.
Le cortine se chiudeno, et finito el secundo atto.
Atto terzo
Entra timone in siena dicendo le prime parole che segueno; cum lui sono la povertade e l'altre tre compagne. Sopraviene poi mercurio e la richeza, e parlano tra s ne' modi scripti di sotto.
timone.
Per utile de altrui e per mio danno
zapai, tapin, lo altro ier questo terreno,
che ancor guardando me rinova affanno.
Cos potessi io seminarlo apieno
di quella erba che a l'omo pi nemica,
aconito napello, o di velleno;
o germugliasse, in loco de la spica,
occisone e fame e pestilenzia,
ch non mi gravarebbe la fatica,
pur che perisce la umana semenzia
e che io vedesse ciascuno omo in pene.
Oh, fosse el mondo posto a mia sentenzia!
mercurio.
Seguitami, o Richeza, e atiente bene,
che gi siamo discesi a' campi bassi,
ove Timone, al paese de Atene.
richeza.
Attiente a me pur tu, ch, se me lassi,
potrei trovare Iperbolo o Cleone;
et avrem persa la fatica e i passi.
Se alcun de quei me tira in sua magione,
prima potrai veder Timon decrepito
che Iove adempia la sua intenzione.
Ma non me parve odir non scio che strepito,
come de un ferro? eh, trmi di paura,
ch chi non vede teme de ogni crepito.
mercurio.
Egli Timon, che in una terra dura
zappa quinci oltre, e percosso ha in un sasso,
ch, a dire el vero, egli ha mala coltura:
ignudo il campo e de ogni pianta casso,
erba o verbena sopra non vi apare,
et ha petroso il fondo pi de un passo.
richeza.
Questo mal loco, e non d'abitare,
tu lo pi iudicar che non sei cieco:
costui che paccio sol vi debbe stare.
mercurio.
Anci Fatica e Povertade sieco,
et evi la Prudenzia e Tollerancia,
gente meglior di quella che vien tieco.
richeza.
Partinci adunque, ch io non ho possancia
di por rimedio al fatto di costui:
lo assedio ha intorno, e persa ogni sperancia.
mercurio.
Iove ce manda, e poi che piace a lui,
non potrano adversare al suo mandato.
Se nosco dio, chi sar contro a nui?
Io, per sua parte, gli dar combiato.
La povertate se move del loco suo e vien contro a mercurio, e parlano cos tra loro.
povertate.
Ove conduci, o Mercurio, costei,
che cum tal continenza el passo move
come fosse consorte de li dei?
mercurio.
A questo ciappator ce manda Iove
per farlo rico e trar de afflizione,
s che egli bon che tu ne vadi altrove.
povertate.
Ora Richeza se torna a Timone,
poi che io l'ho tratto del fondo a la riva,
et insignato a viver cum ragione?
Dal mar de la abondanza, ove periva,
mi venne ignuda questa anima in bracio,
del suo poter e d'altro aiuto priva.
Io gli ho mostrato, e cum tempo e cum spacio,
a tollerar gli assalti di Fortuna
e non si far de' ben al mondo sazio.
Et or questa sfaciata et importuna
toglier mi debe un'alma guadagnata?
E non ha in questo gi ragione alcuna.
Ahi trista Povertate abandonata,
ogni om ti fuge, ogni om di te si dole:
io son da ciascun canto discaciata!
mercurio.
Risponderoti cum poche parole:
cos piaque a colui che qua ne manda,
a te convien voler quel che lui vle.
povertate.
Io ne ander, ma in qual loco, in qual banda,
ch ciascun fugir la mia presenzia?
Ma pur mi partir: Iove el comanda.
Venitene, o Fatica, o Sapenzia,
venite tutte; forsi che una volta
ritorner Timone a penitenzia,
e veder che compagnia gli tolta,
di me che sempre da ogni caso istrano
ho la sua mente a bon pensier rivolta.
Cum el poco cibo lo mantenni sano,
cum la fatica lo facea dormire,
mostrandoli sprezar el mondo vano.
mercurio.
Da poi ch'i' ho fatto queste dipartire,
andiamone a Timon, che l'ora tarda:
pur qualche cosa se gli convien dire.
Ma vedi, che rizato e noi riguarda.
Come la povertate cum le compagne hano passate le cortine, timone leva el capo, ch avea zappato sempre, mentre che le soprascrite persone hano parlato insieme. Ora volto a mercurio e la richeza, cum voce orgogliosa, dice cos:
timone.
Dite, che seti voi gente lunatica,
che andati intorno me facendo rotoli
per questi rovi, dove alcun non pratica?
Chi ve ha condutti per questi viotoli,
ove un disventurato ha suo ricovero
tritando cum la ciappa glebe e ciotoli?
Or che veniti a molestare un povero
laborator de altrui, un mercenario?
Che pustule vi copran sanza novero!
N Pluton, n Minos el suo vicario,
se me aspetati, vi potran diffendere,
che io non vi pianti cum el capo a contrario.
Che dimorati, e che stati ad attendere?
Se io coglio e' sassi e mostro la mia furia?
Lasciami un poco questa pietra prendere.
mercurio.
Non trar, Timone, e non ci fare iniuria,
tu ignori a la presenzia di cui sei:
noi sian messi di Iove e di sua curia.
timone.
Che monta a me se seti omini o dei?
Ch pratica non voglio o pace vosco;
tutti ad un modo vi riputo rei.
E questa cieca, che io non la conosco,
ma non deve esser troppo usata a danza,
perch va trabalando e il viso ha losco,
qua non far s poca dimoranza
che io veder la prova per expresso
come sapia trotare in consonanza.
richeza.
Mercurio, deh, per dio, partianci adesso:
non vedi che egli pacio naturale,
e de umor malenconico sopresso?
A cotal morbo rimedio non vale,
n aiuto si pu dare a cui lo spreza;
io temo non mi facia qualche male.
mercurio.
Non usare, o Timon, tanta dureza
verso li dei, e tanta bizaria:
io son Mercurio,questa la Richeza.
Iove, di te pietoso, qua ne invia,
e vl che grande aver possedi e dmini;
se tu questo dispreggi, fai folia.
timone.
Di voi non ho bisogno, e men de li omini,
n de la sorte mia ponto mi lagno,
pur che alcun non me guardi o non me nomini.
Cum questa ciappa el viver mi guadagno,
e quando el sol risplende, e quando piove,
mala onte di ciascun, mi scaldo e bagno.
mercurio.
Or vuoi tu che io raporti forse a Iove
parole tanto rustice e ritrose,
a lui che nel tuo aiuto se commove?
Siano del mondo le opere nogliose,
siano li omini ingrati, io non el distoglio;
ma contro de noi dei chi te dispose?
timone.
N di te, ni di Iove ormai mi doglio,
anci quanto pi posso vi rengrazio;
ma questa cieca cioppa io non la voglio.
Di costei son, Mercurio, ormai s sazio,
e tanto sua lordezia mi fastidia,
che pi lieve mi pare ogni altro impacio.
Mia vita tenne un tempo cum accidia,
e quando mi mostr mai pi carece
lo odio me accese, suscitando invidia.
Cum abondancia e cum delicatece
mi destrusse la vita e la persona,
superbo iniquo e tumido me fece.
Ma, quel che pi ne l'ira me sperona,
in man de gente finta e de ribaldi
mi pone, e poi fugendo me abandona.
Non te maravigliar che io me riscaldi,
ch, pensando a sua falsa levitate,
apena che io ritengo e' sensi saldi;
ne lo opposito poi, la Povertate
fatto ha ciascuno a me conpassionevole,
e tramutato lo odio cum pietate.
A me la trovai sempre veritevole,
e dimostrato m'ha cum qual maniera
venga el disagio a supportare agevole.
Lei m'ha trovata una richeza vera
qual per processi falsi, o acusatori,
o per violenzia de tiran non pra.
Tratto m'ha de le man de adulatori;
e la speranza mia posta in me solo,
fa che io disprezo li mondani errori.
S che, Mercurio, ormai levati a volo,
e torna a Iove, e d che il mio disire
saria vedere el mondo tutto in dlo,
non de esser nominato on de arichire;
perch io conosco ben questa putana,
che al meglio scappa e non se pu tenire.
richeza.
Se io dico mia ragione aperta e piana
non scio se ascolterai cum pacenzia;
e non me odendo la fatica vana.
timone.
Parla, ma breve, e cum altra prudenzia
che li orator, quai non finiscon mai;
tra le parole e cianze differenzia.
richeza.
A me pur bisognava dire assai:
nulla di manco considera un poco
di cui te dle e che cagion tu n'hai.
Onorato ti feci in ogni loco
di magistrati e seggi e di corone,
e la tua vita tenni in festa e in gioco.
Se e parasiti e false persone
te han posto in la miseria, ove tu sei,
non e gi mia la colpa o la cagione.
Di questo lamentar ben mi potrei,
che da lor fuor di casa foi sospinta,
e distracti e squarciati e' panni mei.
Ma da la Povert mi chiamo vinta,
dapoi che cum s bello adobemento
te ha questa pelle a la persona cinta.
Mercurio lo scia ben che gi non mento,
che io feci a Iove s longa desdetta
per non ire a trovare un malcontento;
che io scio che la miseria maledetta
fa sempre ciascuno aspero e ritroso,
e nel consiglio dubita e sospetta.
timone.
Pegio fa assai, et io che el provo, el chioso:
che el povero ad altrui rincresce e anoglia,
et a se stesso irato et odioso.
mercurio.
Costui, per quanto io credo, cangia voglia;
or va' , o Richeza, dimora cum lui
s che da te pi mai non se disoglia.
timone.
Iove el comanda, e cos pare a vui.
Perch debio arichir? per qual peccato?
Certo gi mai sacrilego non fui.
mercurio.
Fa', Timon, quel che Iove ha gi ordinato
ch, quando altro diletto non accada,
farai dolente almen chi te fu ingrato.
Ora convien che in Cicilia ne vada
per trar e' fabri fuor de Mongibello;
Timone, adempie quel che a Iove agrada,
e tu, Richeza, rimanti cum ello.
mercurio entra per machina, ascende in cielo o furtivamente se nasconde di subito. La richeza come cieca sta sospesa e parla come se vede di sotto; poi fuggie velocemente. timone zapando trova el tesoro, e parla come aparer al suo loco.
richeza.
Io credo che Mercurio ne sia gito,
quanto io comprendo al dimenar de l'ale;
a me convien pigliar altro partito.
Tu dunque aspetta; e lo aspettar che vale?
Meglio che te affatichi al modo usato,
ch lo ozio a lo acquistar se convien male.
Odi, o Tesoro occulto e sotterrato,
vien qua di sotto, e lasiati pigliare.
Cava, o Timon, insin che l'hai trovato.
timone.
Zappa mia cara, or debbami aiutare,
trme una volta de li affanni tanti,
che pi non abbia cum altrui che fare.
O Iove, o bon Mercurio, o coribanti!
Onde questo oro s fulvo e lucente?
Chi lo ha apportato e posto qui davanti?
Ma che dico io? io sogno veramente,
e quando io sar desto, cum affanno
ritrover carboni e foco ardente.
Questo pure oro (io el toco e non me inganno)
signato, rubicondo e ponderoso.
Ormai che povro, lui se ne abbia el danno.
O sventurato oro e grazoso,
confortamento de l'anime lasse,
sancia del qual non se ha bene o riposo!
Ben credo che gi Iove se mutasse
ne la tua forma, e credo non se chiuda
cosa che el tuo poter non apra o passe.
Quale quella dongella tanto cruda,
che non aprisse el grembo a tale amante,
e se spogliasse, per piacerli, ignuda?
O Mida, o Creso, o oferte rutilante
poste ad Apollo in la insula di Delo,
che aveti voi a questo somigliante?
N el Re di Persia a mio rispetto ha un pelo;
io son da la Fortuna s levato,
che maraviglia che io non salti in cielo.
Quivi far una torre in megio al prato,
ch tutto comprer questo tereno,
tutto, che alcun vicin non voglio a lato.
Quivi soletto e di richeza pieno
avr, mentre che io viva, lo abitacolo,
quivi el sepolcro quando io ver meno.
Non mi cader mai contrario obstacolo,
qual cangi questa ferma opinone,
per forza di Fortuna o per miracolo.
Non voglio aver comerzio di persone:
de tutti e' cognoscenti e' forestieri
un solo amico a me ser Timone.
Ben fole che se piega de ligieri
per lacrime de alcun quando si dole,
e chi lo aiuta ha ben pochi pensieri.
Chi crede a' dolci preghi e a le parole
sempre inganato ne rimane al fine,
che fede in omo pi non vede el sole.
Non vuo' che legge umane n divine
compongano tra noi, ma solitudine
termine sola e metta le confine.
Potessi io pur cambiar similitudine,
ch questa forma in ogni vizio avanza
li altri animali, almen de ingratitudine.
Trib, suffragii, e la citadinanza,
compagnia, parentelle et amicizia
da me stimate fian come una cianza.
La mia natura sia gravezia e stizia,
bizaria, senestrecia e asperitate:
di cotal cose a ogni om far divizia.
Di queste servir voglio, e se egli accade
che alcun se abrusi, io sparger di sopra
olio e pegola accesa in quantitate;
e se egli advien che alcun de acque se copra
s che somerso porti gran periglio,
per suffocarlo prestar bona opra.
Lo odio mi crescie e non mi maraviglio,
anci esser pi dovrei crudo et ostco.
Non son Timone, uno altro nome piglio:
Misantropo me stesso apello e dico,
ch cotal nome sol me agrada e piace,
che interpretato de omini el nemico.
Questo el decreto e la legge verace
che sola posta fia per me soletto
e server cum mente pertinace.
Oh come vorei io che fosse detto
questo mio bene, aci che ciascheduno
de invidia se crepasse e de dispetto.
Ma, come io vedo, el ciel gi se fa bruno,
e gi li occei cominciano a rispondere.
Meglio che io passi el monte, et opportuno
che io cerchi dove io possa lo oro ascondere.
Partito timone rimane vuota la scena, et finito il terzo atto.
Atto quarto
Cominzia lo atto quarto nel quale la fama ne lo abito suo entra in scena, e dice le seguente parole:
fama.
Io son colei che publico ogni cosa,
o vera o falsa, pur che me atalenti.
E sempre volo, e mai non prendo posa.
Fama il mio nome, e la folgore e i venti,
occeli e tigri, di celeritate,
verso el mio corso, son sciancati e lenti.
Prendo vigor da la mobilitate,
e radoppio la lena al caminare;
spavento e regni e populi e citate.
Donne, che attente stati ad ascoltare,
forsi temeti voi che io non palesi
quel che faciti occulto e non apare?
Stati secure, perch gi compresi
che gli omini cum voi han mille torti
e vi han tradite e se chiamano offesi:
e se reputan poi scaltriti e scorti
ridendo de le beffe che vi fanno;
ma una sol cosa vuo' che vi conforti:
che, se fareti a loro alcuno inganno,
secreto lo terr, si come io soglio,
e chi sar gabato, suo fia el danno.
Or al presente ragionar non voglio
de alcun de questi che ascoltano intorno,
ben che io potrebi impirne pi de un foglio;
ma vengo a dirvi s come io ritorno
oggi de Atene, dove io palesai
ci che Timon trov questo altro giorno.
Anci n'ho detto pi del vero assai,
s come il mio costume e conseto,
ch a quel che io odo aggiongo sempremai.
E Timon, che credea starsi secreto
e vaghegiarsi lo or che avea trovato,
in questi giorni non ser quieto:
lui ser da la gente molestato,
ch ciascuno omo giotissimo a lo oro
pi che la mosca a latte riscaldato.
Ma contro a mia natura me adimoro:
mentre che mi diletta el star cum voi,
el tempo passa e perdo il mio lavoro.
Certo in tanta quete mai non foi
che io chiudessi per somno gli ochii mei,
perch io non dormo e fo vegiar altrui.
Ecco Timone, e forsi prega i dei,
che io non palesi el ritrovato acquisto;
ma se tacer volessi io non porei,
ch sempre dico ci che i' ho odito o visto.
Come timone appare, la fama se parte, et esso dice cos:
timone.
Perch non scazio io da l'animo insano
la trista cura e la solicitudine,
come scaciato ho ogni consorzio umano?
Lo affanno sempre vien cum promptitudine,
gionge improviso cum corso di cervo,
e poi se parte a passo di testudine.
Questo oro incide ogni mio aiuto e nervo,
questo me tien lontano a ogni riposo;
poi che io lo presi, a lui son fatto servo.
Lassar non el posso, e de tener non lo oso
mirabil facto e vero quel ch'io parlo,
che per lui vivo lieto e doloroso.
Leve modo da dire, e duro a farlo:
ma pur da me bisogna dipartirlo,
n ben mi cade in mente ove ocultarlo.
Tanto spavento ho, che io vergogno a dirlo;
ma non qua sepolto Timoncrate?
Sotto a quelle ossa ben potr coprirlo.
O sventurata mia felicitate,
credo che quivi ti starai sicura,
se in alcun loco la securitate.
Simplice tanto l'umana natura
che teme e' morti, e per religione
se guarda de violar la sopoltura.
Cum qual stracheza e quale afflictione
zappai questa orna, e poi cum quanta pena
l'ho ritenuta, e quanta passione!
Et or convien che affanni ogni mia lena
per riponerla sotto a questo sasso,
qual tanto grave ch'io el sostegno apena.
Oro mio caro, o se quivi te lasso,
come starai che alcun non te ritrove?
Ben gioso te vuo' porre al fondo basso.
Ma che vedo io? o dio, o Iove, o Iove!
o Mercurio, o Richeza! ben ponete
per aiutarmi tutte vostre prove!
Qua son due orne piene de monete!
S queto ho il mare e il vento ho s secondo
che, non piscando, ho i pesci ne la rete.
Chi pose qua questo oro in tanto pondo?
Credo che Timoncrte spoglia e' morti
come faceva e' vivi essendo al mondo;
n scio come Fortuna o el ciel comporti
che costui morto tanto oro possiede,
e il figlio vivo in tanti disconforti.
Filocoro, che a lui rimase erede,
dimora a la pregione, e, mendicando,
a questo a quel che passa un soldo chiede.
Ma a che vado io li altrui danni contando?
Che monta a me se quello in stato rio?
Cos se stia, o segua pegiorando.
Lo erede a Timoncrte sar io:
Filocoro star ne le catene;
quel che esser dovea suo, sar pur mio.
Ohim! che gente questa che a me viene?
Gi sangue intorno al cor non m' rimaso,
e la mia vita apena se sostene.
Costor cercando van di questo vaso,
qual ritrovato m'ho cum pene tante;
credo per l'orme el van seguendo a naso.
E mi pare conoscer quel davante:
Gnatonide di certo, quel porcazo
che di losenghe e cianze s abondante.
Costui gi fece vomitando un guazo
ne la mia casa; e chiedendoli aiuto
poi ne' bisogni, lui mi porse un lazo.
Or venga, che sar lo mal venuto,
ch, come ne la vista lo comprendo,
festante tutto e in riso disoluto,
ma io lo far partir de qui piangendo.
gnatonide cum altri apariscono, ma lui solo se presenta a timone e parla, cos:
gnatonide.
Non dissi io sempre che le opere bone
mai non eran scordate da li dei ?
Or vedeti la prova per Timone.
Dio te guardi, o Timon, de' casi rei,
bellissimo e a' compagni s piacevole,
come a li amici grato e largo sei.
Pi che el pavone assai sei riguardevole,
e come lo ermelin sei gentilissimo;
se ciascun te ama cosa convenevole.
timone.
Te struga dio, Gnatonide brutissimo,
fastidio di compagni e disonore,
et a li amici avaro et ingratissimo;
rapace e ingordo pi che lo avoltore
e pi lordo che el porco; oh che profondo
pazo colui che pu mostrarti amore!
gnatonide.
Sempre ne' scherzi fosti s iocondo!
Ma insieme ceneremo pur entrambi,
e tu sae ben che de piaceri abondo.
Io te ho portato un canto a ditirambi,
che la una nota in l'altra non incappa;
andiamo, che la voce non se scambi.
timone.
Ciarla pur, a tuo modo, e cianza e frappa,
che io te far cantare una ellegia,
tocando el tenor cum questa zappa.
gnatonide.
Ma tu me bati; ohim, fortuna ria!
Sarai citato ancor nanti ai prefetti,
ch mi hai ferito e fai gran vilania.
timone.
Io te scio dir, se la secunda aspeti,
sar citato per averti morto.
Che stai? De esser batuto te dileti?
gnatonide.
Ora ascolta, Timon, tu me fai torto:
ma ungeme qua sopra un poco d'oro,
che medicina de molto conforto.
timone.
Se pi ti trovo in questo teritoro,
io te dar uno unguento cos facto!
Ancor me aspecti, se cerchi martoro.
gnatonide.
Costui, come io comprendo, al tuto mato:
o idio, come del sno tramutato!
Se io me ne parto vivo, io n'ho bon pacto.
timone.
Or questo in sua malora se n' andato!
Ma chi quello altro che provar mi vle?
Fliade certo, el calvo spelizato.
Pi falso uomo di lui non vide el sole;
sempre adulando e cum viso benegno
chiede denari e paga de parole.
Come lodava e' mei versi e lo inzegno
quando io foi rico! E s'io cantava forsi,
iurava la mia voce esser di cegno.
In premio di tal lode assai li porsi,
et avendo una figlia a maritare
di dua talenti in dote lo soccorsi.
Lo altro giorno lo andai a ritrovare,
che io era infermo, e feci tal richiesta
che in cotal caso non dovea negare;
ma lui mi disse de speciar la testa.
Fugie gnatonide e fliade fuor de li altri se tra' avanti e dice queste parole:
fliade.
Senza vergogna, o omini sfaciati,
che conosciti mo' Timon adesso,
qual frenesia vi mena? o dove andati?
Gnatonide in brigata or se era messo,
ma tractato fo ben como una bestia;
cos intraviene a li ignoranti spesso.
Nui altri certo usamo pi modestia,
ch, essendo antiqui soi familiari,
pigliamo el tempo a non darli molestia.
Dio te salvi, o Timon! prende ripari
e ben te guarda da li adulatori,
quai non amano te, ma e' toi denari.
Io te portava adesso, per ristori
de' danni che hai sofferto, molto argento;
ma intendo che hai trovato assai tesori,
e tu di ben pensar se io son contento;
or, poi che pi non te bisogna el mio,
darti un bon consiglio in suplemento.
timone.
In vero ho de ascoltarti gran disio:
ma fati un poco in qua per mio dilecto,
ch tanto longe intender non posso io.
fliade.
Ohim, vedite questo maledecto,
che me ha spezato el capo cum furore;
da star non pi qui per chi ha intellecto!
timone.
Questo altro chi ? Demea, il grande oratore,
scrivan a' presidenti del senato;
che privilegio ha in man quel trufatore?
Costui fo per falsario condennato,
n potendo pagar la qualitade
fo posto a le pregione incatenato;
et io pagai per lui, mosso a pietade,
non sol la vera sorte, ma le spese:
qual merto me ne rese, or ascoltate.
Quando el tributo de Egina si prese,
qual tra nui citadin se parte a testa,
Sei tu forsi mi dise ateniese?
Tutti e' villani (or che vergogna questa?)
vengono in frota, e pur quel stribizato
avanti li altri sempre mi molesta.
Se pi vi viene, io li dar un combiato
che non vi tornar l'altra dimane.
Cos fui da questo omo discaciato,
e da li altri anche, a furia, come un cane.
Partendosi fliade cum la testa rotta, viene oltre demea cum uno decreto o privilegio in mano, e come gionge presso a timone, lo inchina, e dice cos:
demea.
Dio te salvi, o Timon, grande ornamento
del tuo lignagio e colona de Atene,
scudo di Grezia e sol stabilimento.
Per tua cagion consiglio oggi si tiene;
el populo e 'l senato fan colegio
per onorarti come si conviene.
Facto m'hano formare un privilegio:
ben sciai che anche io de amico lo distese;
deh, se te piace, ascolta che io te il legio:
Da poscia che Timon colitiese
di senno e di bontate insieme adorno,
largo, gentil, magnanimo e cortese,
per farsi gloroso al mondo intorno
vense nel corso, ai cesti, e la palestra,
e li altri giochi Olimpici in un giorno.
timone.
El tuo parlare al ver gi non se adestra,
ch a veder cotal giochi io non foi mai ;
ben mal ti mostra quel che te amaestra.
demea.
Se non gli hai visto, tu li vederai;
ma el tuto ho io per ordine notato,
e se me ascolti ben lo intenderai:
Per la sua patria poi se diportato
cum valentigia contro a li Acarnani,
e lo exercito loro ha dissipato;
a la bataglia, ne li aperti piani,
de li peloponensi, le due parte
occise e fece in peci cum sue mani.
timone.
Quante menzogne nuoti in queste carte!
Non sciai che allor non mi volisti scrivere,
che non ebbi arme e fui posto in disparte?
demea.
Non me impedir, per dio, lascia ch'io livere.
Tu dispregi e' trionfi guadagnati,
che equale a li altri toi voresti vivere;
ma noi tristi saremo e tropo ingrati
se' gesti toi non han debito onore,
e procaciam che sian remeritati:
Oltro di questo, essendo senatore,
ha consigliato bene et utilmente
a le cose megiane e a le magiore.
Perci el senato e 'l popul se consente,
le trib tute e lo offizio Elieo,
de adrizare una imagine al presente
in forma de Timon , si come a deo;
presso a Minerva poi fia collocata
su ne la roca facta de Teseo.
La folgore abia in mano, e coronata
de raggi de oro intorno abia la testa,
e sia da novi tragici lodata.
Dentro al templo di Baco, a la sua festa,
oggi sua lode sia tracta del saco,
s che a ciascun sia nota e manifesta.
timone.
Ma il non oggi la festa di Bacco!
A dirte el vero io non posso soffrire:
chi non sarebe a tante cianze straco?
demea.
Ascolta pure e lassiami sequire:
La qual celebritate per Timone
in questo giorno se abia a transferire.
Demea fo quel qual fie' questo sermone
e nel senato disse la sentenzia;
Demea, di lui parente e suo garzone,
che imparata ha da quello ogni scienzia;
e Timone ha s Iove per le chiome,
che nel fare e nel dire ha gran potenzia.
Questo il decreto ch'io scrisse a tuo nome.
Un mio figlio anche ti volea menare,
e l'ho scordato, che io non scio pur come;
gi dal tuo nome el feci nominare,
e sempre vuo' che segua le tue voglie
in tutto ci che sapii comandare.
timone.
Tutto oggi tu me vendi, frasche e foglie:
non credi che io conosca e' tracti tuoi?
Tu non prendesti mai, che io sciapia, moglie.
demea.
Se io non la presi, io la prender poi,
e un figlio maschio ne trar de subito,
e sin ora l'ha nome come vi.
timone.
Se aspecti questo colpo, gi non dubito,
tu non prenderai moglie de questo anno,
che io te far sotterra intrare un cubito.
demea.
Dunque vi tu, Timone, esser tiranno,
batendo cotal omo? aspecta un poco:
ancor te ne far vergogna e danno.
Nel templo de Minerva hai posto el foco
e tratto lo oro dei publici officii;
ch gi non l'hai trovato in questo loco.
timone.
Deh, omo mentitore e pien di vizii,
credi che io tema tua lingua proterva?
Usa pur cum altri questi artificii.
Guarda se egli arde el templo di Minerva,
o se s' egli rotto o aperto lo erario
ove il tesor che publico si serva.
Ma tuo costume fo sempre ordinario
di far cum false accuse tua vendetta:
or tuo' questa anche, ribaldo falsario.
Che guardi tu, persona maledecta?
De l'altre fanfanelle ancor te pensi?
Trista tua vita, se questa altra aspecta!
Ben sarei sancia possa e sanzia sensi,
se io ho de li Acarnan sconficto el stuolo
e le due parte de' peloponessi,
poi non potessi contro a un omeciuolo,
avendo vinti e' giochi tutti quanti
che se fan in Olimpia a un giorno solo!
Ma chi questo altro che viene avanti,
tanto adagiato e' passi, s soave?
Ben lo cognosco a li usati sembianti!
Egli Trasicle, el filosofo grave,
che si dimostra un sancto ne la vista
e ponto di bontate in s non have.
Come barbuto, et ha la facia trista,
che un Triton par dipinto, a la marina!
e tra la plebe s bon nome aquista!
E me ricorda gi che una matina
predic la abstinenzia cum tal voce
che sembrava d'intorno una roina,
mostrando quanto al corpo e a l'alma nce
la voluptate e aver piacer del mondo:
ch strugie lo uno, e l'altra afflige e cce.
La sera questo saco senza fondo
cen cum meco, ch io el volsi ricevere
a un convito magnifico e iocondo.
Un paggio mio, che li portava el bevere,
strac, s spesso iterava el camino,
ch avrebe asciuto, in tante fiate, el Tevere;
n di aqua vi mischiava un gociolino,
abench a me paresse, per el vero,
che el fiume Lete sorbisse, e non vino,
qual tra' da la memoria ogni pensero:
cos parea che smenticato avesse
el sermon che avea fatto tanto austero.
E non sara persona che credesse
le gran disonestate che egli usava,
che a un parasito non sarian permesse.
Da ciascun lato cum el cubito urtava,
e se altri avea davanti un figatello,
sancia aspetar inviti se 'l pigliava,
tragualciando el bocon come uno ocello,
che intrego gi passava per el collo,
e tenea li ochii fitti nel piatello.
Tutto un cengial, s come fosse un pollo,
volse davanti e tutta una gran torta,
e temeva anche non andar satollo.
Ma quel che al nostro riso apr la porta
fo che essendo ebriaco in qualitade
da non andare a letto sancia scorta,
comincia a dire de la sobrietade
cum parole confuse e voce garba;
e 'l vin di boca tutavia li cade.
Cridando se dirochia e se disbarba
per dir de la imondizia de' gulosi,
avendo di sapor piena la barba.
Oh quanti inganni ha l sotto nascosi!
Per che e' vizii tutti han la sua posta
nel scapulario a questi dolorosi.
Ma io ve scio dir, se ponto se me acosta,
che io li trar la polvere del manto
cum quella ipocresia che vi nascosta:
costui che a li altri vuol mostrarsi un santo,
e per ambizon solo e per pucio
de dispregiare el mondo se d vanto!
Quanta superbia gonfia quel capucio
quando e' reprende e' minimi e' magiori,
e mostra non temer de alcun el crucio.
Ma non scio perch tanto se adimori,
che l sta solo, e tacito me guarda.
A quel che io credo, pur vl che io lo onori.
Or io cominciar, poi che lui tarda.
Avendo timone parlato come apare di sopra, ne viene contra a trasicle, che alquanto scostato da lui sta tacito; ma timone verso esso dice cos:
timone.
Come, o Trasicle, sei stato cotanto
per venire a vedere el tuo Timone?
E pur monstravi gi de amarmi alquanto!
trasicle.
Me non move a venir quella cagione
che mosse li altri tristi poverelli,
che han la tua roba in admirazione;
ma io non son n fui gi mai di quelli,
n me potrian cangiar dal mio proposito
quanti tesori al mondo son pi belli.
Io non uso mangiar cibo composito,
come fan quei che son detti felici,
a nominarli per suo nome opposito;
mio cibo il pane e l'erbe e le radici:
e se tal vita io lasso qualche volta,
solo per caritate de li amici.
O vanit del mondo iniqua e stolta,
che pi vi fa la vesta porporina
di questa gregia che ho dintorno avolta?
Io vi ho compassion, gente meschina,
perch non stimo lo oro o lo ariento
pi che vile alga a lato a la marina.
A te vengo, o Timon, per farti attento
che te guardi da lo or che hai ritrovato,
perch el suo possessor non fa contento.
La roba non fa mai l'omo beato;
discacia via da te questo periglio,
extingue questo foco che hai a lato!
Dolce figliolo, ascolta el mio consiglio:
questo or, questo serpente venenoso,
guarda, per dio, che non te dia de piglio.
Getalo in mare el tristo doloroso
qual per tentarti avanti ti aparito;
getalo in mar, se cerchi aver riposo!
Ma non passar per troppo oltro al lito,
e quando el gittarai, fa' che persona
altri che me lo possa aver sentito.
Forse questa ragion non ti consona,
che croli el capo e guardi stranamente?
Un'altra n'ho, se questa non bona.
Distribuisse a la povera gente,
a cui due libre, a cui una, a cui megia,
pur che apresso di te resti nente.
Maximamente la povera gregia
de' filosofi mei ti racomando,
ch chi del suo non ha convien che chegia.
Troppo a me non bisogna andar cercando,
che poca cosa basta che mi pasca;
ma sol per dare ad altri te adimando.
Empieme de oro almanco questa tasca,
qual sol dua moggia tiene a la eginese,
o poco pi, che io creda, ve ne casca.
O avaricia che ha le anime accese!
Cos staria ciascun sancia ramarchi
se, come io fo, temprasse le sue spese.
timone.
Or parti che a tuo modo ben ti carchi?
Perch'io non scio de Egina la mesura,
attendi tu che quel segno non varchi.
trasicle.
O mare, o terra, o dio de la natura!
Un saggio batte, questa anima sioca:
n legge o libertate al mondo dura!
timone.
Aspetta, che pi anco te ne toca;
chinici quatro io vuo' giongerti ancora,
per impirti la saca in sino in boca.
Ma qual gente questa altra che vien fora?
Blescia, Gnison, Lachete, e una brigata:
credo in Atene alcun non se adimora.
Veramente sar la mal trovata!
Lassa che io monte a la casa del fieno,
per trare e' sassi poi de la levata.
trasicle.
Non trar, Timon, che nui se ne andaremo.
timone.
Gi non te ne andrai cotanto presto,
che tu non porti questa teco almeno!
Costor tutti ne vano et io me resto.
Ora a prender riposo io ne vuo' gire;
se el somno a me non viene, io star desto:
chi molto pensa, poco pu dormire.
Partito timone rimane vuota la scena, et finito lo acto quarto.
Atto quinto
Comincia el quinto acto nel quale entra lo auxilio ne lo abito suo, e dice le parole che segueno, cio:
auxilio.
Se ad alcun de li dei che hanno potenzia,
per tema, per bisogno o ver per uso
vien da voi fato onor e riverenzia,
dovristi ad onorarmi levar suso
et inchinarmi, el capo discoperto:
ma non me conosceti, onde io vi scuso.
Lo Auxilio sono, il qual sanza alcun merto
vengo da povri chiesto solamente,
ma necessario a ciascun son di certo,
perch cos bisogno ha lo om potente
di esser servato in sua felicitate,
come de esservi posto chi ha niente.
Ne lo animo a Timon questo non cade,
che stima solitario esser beato,
n aver mistier de altrui se persuade.
Falsa questa credenza, et ingannato:
ciascun quantunque grande, alcuna volta
ha pur bisogno de esser aiutato.
Ma forsi che la turba quale ascolta
crede ch'io venga sol per predicare
e farli di proverbi una ricolta.
Anci venuto son per aiutare
voi spectatori; e per pi farvi intendere,
quel ch' in occulto voglio palesare:
cos potreti assai meglio comprendere
lo effecto e il fin di questa comeda.
Ora ascoltati, e statime ad intendere.
In quel sepolcro l presso a la via,
ove Timon, che me fugie a gran torto,
posto ha el tesor ch'egli ebbe in sua bala,
dentro vi giace Timoncrte morto,
qual navic nel mar de la richeza
e sancia danno si redusse in porto.
Costui, gi presso a l'ultima vechieza,
propose di soccorere un suo figlio,
disposto in tutto a prodiga larghecia.
Cos provide cum cauto consiglio
di conservar quel che avea posseduto,
doppo sua morte, sancia alcun periglio.
Avendo molto gi del suo venduto,
nascose lo oro in quella sopoltura,
occulto s che mai non fo saputo.
A certi amici soi dete la cura
da esser sepulto l cum bona fede,
sancia alcun lume, e ne la notte oscura.
Filocoro suo figlio lascia erede,
et essendo a la morte gi vicino,
gemendo e lacrimando a s lo chiede.
Et a lui dice: Poi che el mio destino,
vuol che al fin vade ove ogni uom ricolto,
legate ho le mie some e via camino.
Or, se me amasti mai poco n molto,
su la tua fede io vuo' che mi prometa
de venir l, dove io sar sopolto.
Ma intendi ben: dece anni prima aspetta;
questa epistola l mi porterai,
pnmela al capo poi che l'avrai letta.
Nanti a quel tempo tu non la aprirai,
se lo amor che io te porto te palese,
se io debo aver speranza in te giamai.
Filocoro promesse, e meglio attese
a questo che a la roba a lui lassata,
che in poco tempo tutta la dispese.
Tutta l'ha via donando consumata,
n altro de' ben paterni ha pi el gargione
che la epistola chiusa e sigillata.
Per debiti anche posto in la pregione;
cos captivo e de sventura pieno,
per satisfare a le promissione
manda un suo servo nomato Parmeno
(suo servo no, che gi lo ha fatto franco)
a quel sepolcro con la litra in sieno.
Et ogi aponto el termine passa anco,
che gi propose el padre al gioveneto:
deci anni son compiuti pi ni manco.
Ma l veggio Timon, che ne lo aspecto
vien sdegnoso e turbato come suole,
onde io mi parto e quivi non lo aspetto,
ch mai non dono aiuto a cui non el vle.
Come timone apare, lo auxilio se parte, et esso timone viene cum s dicendo le sotto scritte parole.
timone.
El Somno, sopra a li altri dei piacevole,
odia la Povertate e la Richecia,
e a l'una e a l'altra inapto e sconvenevole.
Quella non posa, nel vegiare avecia,
che non pote el disagio sofferire,
e giorno e note a guadagnar se afrecia.
L'altra, che el guadagnato vuol tenire,
sempre in sospecto e teme ci che sente,
vive angoxiosa e mai non pu dormire.
Come interviene a me, lasso dolente,
che pensando a quelle orne che io trovai,
non posso aver riposo ne la mente.
Tutta la note io non dormite mai;
pur chiusi gli ochii a l'ore matutine,
ma con travaglie e cum affanni assai.
Nel sogno doe formiche picoline
mi parea de vedere intorno a lo oro,
mordace in vista e prompte a le rapine.
De la paura ancor mi transcoloro,
ch mi sembrava indarno contrestare
e non aver diffesa al mio tesoro.
Quante formiche io trovi a lavorare,
tutte le occider come nemiche.
Ohim! che gente quella che me apare?
Di certo queste son quelle formiche
che io vidi in sogno, onde io presi sospetti
trovar da lor sgranate le mie spiche.
Mira come son bruni e picoletti,
et han passo di volpe falso e lento,
e sembiante de ladri negli aspetti.
Or vengano oltre, che se io non mi pento,
cum questa zappa li far tal gioco
che alcun de lor non andar contento.
Son fermi e forsi vano in altro loco.
Fermasi timone; parmeno e siro lentamente procedendo tra loro cos ragionano.
siro.
Tu sei franco, o Parmeno, e pur ancora
servi el patrone antiquo; s sei bono
che mai non uscirai de affanni fuora.
parmen.
O Siro, tanto pi tenuto sono,
quanto mi stringe sue benignitade,
che non mi potr far gi magior dono:
da servit me trasse in libertade.
Ma se omo alcun patisse male a torto
Filocoro quello esso in veritade,
qual a' bisogni de altri ha tanto prto,
che egli de lo altrui fato bisognoso,
onde io credo morir de disconforto.
Suo servo foi, e tenemi in riposo;
et or convien ch'io el pasca a la pregione
de mie fatiche, lasso doloroso.
siro.
Non ti dar tanta pena et afflictione:
abi bona speranza che li dei
porgano a l'opre iuste guidardone.
parmeno.
Sperar non posso in casi tanto rei,
che se per carte la fortuna bona
me prometesse, io non li crederei.
La roba persa, ogni omo lo abandona;
egli in pregione e non ussir mai,
tanto obligato sopra a la persona.
siro.
Le lacrime de li ochii tratte m'hai,
tanto ho compassione al tuo lamento.
Ma dime: nel presente dove vai?
parmeno.
Io porto queste letre al monumento
ove sepolto el vechio Timoncrte;
cos lasci, che io creda, in testamento.
Di fuor sono a Plutone intitulate,
quel che sia dentro non posso io sapere;
dece anni gi son chiuse e sigillate.
siro.
Faciamo donque lor questo apiacere
de aprir la legatura e la seraglia,
poi che son state tanto pregioniere.
parmeno.
Io non lo asentirei, n a te ne encaglia;
Plutone, il dio de' morti, s potente,
che contro a lui non forza che vaglia.
siro.
Questo dio de' sopolti ho per nente,
ch morte in omo vivo non se adopra,
e poi che 'l spirto gito non si sente.
Ma poscia che non vi che il se discopra
questo secreto, alquanto me la presta,
che io veda almen quel ch' scrito de sopra.
parmeno.
Tu l'hai aperta, ohim, che audacia questa?
Consumati sarem, per dio verace.
Oh quanto questa cosa mi molesta!
siro.
Ascolta come leggio, se 'l te piace:
Timoncrte a Filocoro suo figlio
manda salute et abondanza e pace.
parmeno.
La lettra vien da lo infernal conciglio
e vane a la pregion, come io comprendo;
onde el tornare adietro bon consiglio.
N a carcere n a inferno gire intendo,
ove ogni ben e ogni leticia persa;
ma segui pur legendo, ch'io te attendo.
siro.
Se la una et non fusse a l'altra adversa,
quella de' gioveneti prompta al spendere,
quella de' vechii a retener conversa,
a me non bisognava ponto atendere
di guardarti la roba e di nascondere:
quel che allora ti tolsi, or ti vuo' rendere.
Ma perch io credo ci natura infondere,
come lo exemplo aperto se ne vede
ne la pi parte, e non si pu respondere,
non solo di perdon, ma di mercede
degno mi parve el vizio di natura,
perch a la etade molto se concede.
Onde, vivendo ancor, io presi cura
(poi che hai gitato via quel ch'io ti dedi)
di por rimedio a tua disaventura.
Prende adunque queste orne, che tu vedi
meco sopolte, e sapii governare
meglio tua vita, e in tal modo provedi
che pi non abii quivi a ritornare;
perch a tua posta ben venir potresti,
ma non creder moneta ritrovare.
Sol le ossa mia e il loco trovaresti
ove fugendo te potrai coprire,
quando dissagio o fame te molesti:
questi son tanto acerbi a sostenire,
che non solo a' sopolcri e presso a' morti,
ma ne lo inferno licito a fugire.
parmeno.
Gi sol de la speranza mi conforti.
Certo questo sperar non sar vano,
che qualche bona cosa non aporti.
siro.
Se pur non l'ha trovata quel vilano,
qual l dimora in vista s cruciosa,
rito in un piede cum la zappa in mano.
parmeno.
Colui non ha trovata alcuna cosa,
ch pi serebe alegro ne lo aspetto,
et a me par persona dolorosa;
veggin pur noi se vero quel che hai letto.
Li doi servi vengono verso il sopolcro: timone li scrida cum le seguente parole, et coss rispondono come aparir di sotto.
timone.
Dove andati voi, ladri exequiali?
Voi veniti pensando un tanto excesso,
che aveti meritati tutti e' mali.
Per spogliare un sepolcro quivi apresso
sacrilegi veniti e robatori;
ma ben vi punir sancia processo.
parmeno.
Non far, bono omo: nui siamo oratori
che portamo una epistola a Plutone;
iusticia vuol che el missagier se onori.
Questa comune e publica ragione,
che lo oratore in ogni parte vada
da lo uno a l'altro sanza offensione.
timone.
Anci condur se deve ove li agrada;
poi che Pluton a lui gir vi conforta,
cum questa zappa vi far la strada.
siro.
Non ce bisogna in quel viagio scorta,
ch ogni om sa caminar andando al chino,
n morte tiene chiusa la sua porta.
A Timoncrte che quivi vicino
debiamo noi le lettre apresentare:
lui poi le porter, che scia el camino.
timone.
Pur vi far cum Timoncrte andare,
e morir a ogni modo vi conviene;
n tuto el mondo vi potria campare.
parmeno.
Or sei tu forsi fato re de Atene,
che e' franchi citadin tu voglia occidere,
e minaciare a li omini da bene?
timone.
Per poco fo che io non mi mossi a ridere!
Voi seti franchi ? Io so ben che de un tristo
la servitute non se pu dividere.
Non debo, Parmeno, aver mai visto
che Timoncrte te compr in mercato
per dece mine, e fece un male aquisto?
Quest'altro, Siro, el qual servo nato,
poscia a Cremete venne revenduto;
tristo el conobi, e sempre pegiorato.
parmeno.
Se a Timoncrte servo n'hai veduto,
Filocoro da poi mi ha fatto franco;
che monta a me, se tu non l'hai savuto?
siro.
N a me Cremete fo patrone unquanco;
conservo meco, e soffre molti affanni,
subiecto come io sono, o poco manco.
timone.
Io conosco Cremete gi molti anni,
libero e citadino ateniese;
lui non servo, e scio che tu me inganni.
siro.
Se le sue qualit non hai intese,
io, che sieco mi sto sotto ad un tetto,
volendo odir te le far palese.
Colui che a molti dedito e sugetto
non credo io gi che libero se dica,
n lo creder mai chi abia intelletto.
Se la dimane io surgo cum fatica,
se Cremete svegliandomi me anoglia,
de la avarizia a lui ponge la ortica,
e fuor di letto el tra' contro a sua voglia;
et ora al seminare tutto intento,
or vuol che 'l seminato se racoglia
Quindi comete la sua vita al vento,
disposto ad aquistar per mercanzia,
n mai de lo aquistato sta contento.
Pare a te, dunque, che libero sia
colui che fatto servo ad ogni vizio ?
Perch sua sorte meglio de la mia?
timone.
Chi adunque in libert? Dammene indicio.
Le tue ragion mi sono al cor s fisse,
che io per me stesso non scio far iudicio.
siro.
Libero quel che a s solo obedisse,
che strengie il freno a la cupiditate,
n la avarizia el pongie, come io disse;
non teme el scemo de la povertate,
e non estima el colmo de richecia,
n per Fortuna cangia qualitate;
non cura infamia, e la fama disprecia.
Se me trovi uno a tal modo sincero,
de libertate io te dar certecia.
timone.
Per Ercule mio dio, tu dici el vero,
et in me stesso ben lo provo assai,
ch ho gi de libert perso el sentiero.
Per mia disaventura io scapuzai
ne la richeza, e ben fui male acorto,
che poi riposo non ebi pi mai.
Ma, certo, de lo affanno che io sopporto
peggio mi fa, che lamentar non lice,
ch, se io me doglio, mi lamento a torto:
ben sapevo io che quella meretrice
tiene in sospetto chiunque la possede,
e chi sta in tema mai non felice.
Or io vi posi in mio mal ponto el pede,
e la pena a dritura stabilita
a colui che ha provato e poi non crede.
Adunque io seguir la prima vita
che io me avea presa, inculta e solitaria,
in sin che morte la aver finita.
L'altra gente servile e mercenaria
qual vive al mondo, avr tutta dispetta
che a mia natura diversa e contraria.
Quella ora sia proffana e maledetta
che mi far veder persona umana,
se morta non la mostra o in grave stretta.
In qualche monte o in qualche selva strana
mi pascer de' fructi che vi nascano,
e cacer la sete a la fontana.
E quando al verno e' rami se diffrascano,
nel tronco concavato de un gran rovero
me faran letto le fronde che cascano,
on che in qualche spelunca avr ricovero.
Ma vestir sancia aiuto non mi posso:
ben de ogni animal l'omo pi povero,
ch ogni altro nasce cum la veste adosso,
e l'omo ignudo debile e mendico
sol de malicia e falsit riscosso.
Ma perch non facio io s come io dico ?
Ch non scacio costor che ho qua davanti,
dipoi che ho preso ogni omo per nimico?
Partitivi in malora tutti quanti,
via nel mal ponto, che, se me aspetati,
io vi far partir con doglia e pianti.
A chi dico io ? ancora ve arestati ?
Io vi far sentir come el vilano
suol dar licencia a lo asino de' prati.
siro.
Costui non de lo intelletto sano,
io me ne avedo a li atti e a le parole;
pi contender con lui sarebe invano.
parmeno.
Cum danno a' paci contrastar si sle;
ma el non aver Filocoro obedito
di questa letra, me rencresce e dle.
siro.
Gi ne la mente avea, pensando, ordito
che noi ce nascondiamo quivi atorno,
guardando, che costui se sia partito.
Non star qua, che creda io, tutto el giorno;
da poi pi queti e sancia alcun periglio
potremo a quel sepolcro far ritorno.
parmeno.
Andiamo, a me piace anche el tuo consiglio.
Li doi servi se partono e poco da poi timone, dicendo le parole che seguano apresso:
timone.
Pur ho scaciate queste due formiche,
che raspavano lo oro e la mia buca;
or vadan pur, che dio le malediche.
Cotal fortuna a casa li conduca,
che li fiachi le gambe al primo passo
e nel secondo lo osso de la nuca.
Voi altri che ascoltati gioso al basso,
chiedeti, se voleti alcuna cosa,
prima che io parta, perch mo' vi lasso.
Ben che abi l'alma irata e desdegnosa,
a voi non l'aver tanto ritrosa.
In me non pietate al tuto extinta;
facia di voi la prova chi li pare:
sino a la corda che io me trovo cinta
li prester, volendosi impicare.
Partito timone entra lo auxilio, quale volto a li spectatori dice cos :
auxilio.
Forsi che atenti ancora riguardati
che li dui servi a voi tornino avanti:
ma pi non ussiran, non li expectati.
Tra voi gente onesta ne' simbianti;
pur ne la sera, che le strade oscurano,
mal se potria fidarse de cotanti.
Siro e Parmeno gi non se asicurano
de scoprir quel tesor sanzia bisbiglio,
n di aver vostra compagnia se curano.
Ma io, che aiuto ogni omo, e son lo Auxilio,
et unico ristoro a' malcontenti,
che ogni cosa turbata raconciglio,
perch io stimo far quel che ve atalenti,
vi narer la fin di questo gioco:
or, se vi piace odirla, stati atenti.
Partito che fia ogni om di questo loco,
qua se ritroveran Siro e Parmeno,
che l nascosi stan, da longi un poco.
El vase de Timon, che de oro pieno,
trarano integro de la sopoltura,
e le orne che son sieco, pi ni meno.
Queste doe orne, cum bona dritura,
Filocoro aver; quel de Timone
tra s dispartirano per misura.
El giovene fia tratto de pregione;
pi prodigo non fia ma liberale
servendo e dispensando cum ragione.
Questi altri, sempre usati a patir male,
saporirano el ben, ch quando viene
richecia sancia affanno assai pi vale.
Siro fia franco e viver in Atene,
e cum Parmeno spesso ad una mensa
se goderano el guadagnato bene.
Chi non acquista, a la spesa non pensa;
ma colui che in molti anni roba aduna,
in un sol giorno rado la dispensa.
Cos conceda la bona Fortuna
a l'ultimo di voi come al primiero
molta richecia e non fatica alcuna,
a ci che in festa e cum minor pensiero
sia dispensata dal vostro apetito,
el qual non serva el megio di ligiero.
Et io, che son lo Auxilio, ve ne invito,
spectando in me colui che largo ispenda,
che io ne rifonda un palmo per un dito.
Ma ben apra le orechie, e meglio intenda:
se per se stesso aiuto non procacia,
da me socorso ponto non atenda.
A Dio vi lasso, e lui richi vi facia.
FINE
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