Tre mesi di prigione

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TRE MESI IN PRIGIONE

Titolo originale: TROIS MOIS DE PRISON

Commedia in quattro atti

di M. CHARLES VILDRAC

VERSIONE ITALIANA DI SUZANNE ROCHAT


PERSONAGGI

ENRICO TABAROUX, operaio afflarne

AN­DREA BICHAT, impiegato statale

TONY GUERIDON, collega di Bìchat e scrittore di can­zoni

UN CARCERIERE

L'AGENTE

SECONDO AGENTE

MARIETTA, compa­gna dì Tabaroux

LEONTINA, moglie di Bì­chat

SIGNORA COLBOT

SIGNORINA ANGELA

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La scena rappresenta un interno modesto, quel­lo di Tabaroux. La finestra spalancata, sul fondo, dà sulla strada, nel quartiere operaio di Saint-Ouen. Sì vedono i piani superiori del caseggiato di fac­cia. Una tavola rotonda, una modesta credenza a diversi piani, sedie di vimini, muri quasi spo­gli. A sinistra, porta d'entrata. A destra, due porte. Una in fondo, è probabilmente quella della ca­mera da letto. L'altra in primo piano, è aperta sullo stanzino adibito a cucina.

 (All'alzarsi del sipario, Manetta finisce di sbuc­ciare le patate. Sul tavolo un cestino da spesa e su un giornale aperto, le bucce).

Marietta                        - (sola. Avvolge le bucce nel giornale e le porta in cucina nella cesta, cantando) « Quand le soleil descendra sur la plaine... Nanana, nanana...a... La chanson des blés d'or... ». (Ella ritorna dalla cucina con uno strofinaccio e riprende a cantare asciugando la tavola) «Quand le soleil descendra sur la plaine...». (Dopo aver asciugato la tavola, ritorna ancora verso la cucina con lo strofinaccio in mano, ma all'im­provviso si ferma soprapensiero e invece di cantare, recita improvvisando e dondolando la testa) « Quand le soleil descendra sur la plaine Le vent, le doux vent du soir Lui porterà la chanson des blés d'or». (Bussano. Ella trasalisce, corre in cucina a posare lo strofinaccio, apre la porta a sinistra. Leontina entra, vestita d'estate, colla borsa da spesa) Già qui, Leontina? Che bella sorpresa. (Si baciano) Quando siete tornati?

Leontina                        - (depone la borsa su una sedia) Ieri l'altro. Andrea doveva essere in ufficio ieri mattina.

Marietta                        - Come stai bene. Sei abbronzata. Siediti. E Andrea? Sta bene anche lui?

Leontina                        - (sedendosi) E' aumentato di un chilo e mezzo.

Marietta                        - E il piccino? Peccato che non l'ab­biate portato con voi.

Leontina                        - Sono andata a trovarlo ieri. E' un trionfo. Portarlo via? Sarebbe stato da pazzi. Cosa ne avrei fatto, laggiù? E' ancora troppo piccino per divertirsi sulla spiaggia, e non è abituato a stare con me; ci avrebbe sacrificati. Stava meglio a Joinville con la « tata » che gli vuol tanto bene, che lo tiene in giardino e lo mette a letto all'ora giusta. All'albergo, con un bambino, no.

Marietta                        - (curiosa) Allora, racconta. Era bello? Stavate bene?

Leontina                        - (volubile) Magnificamente: possia­mo essere grati al collega di Andrea che ci ha indicato quella pensione. Certo, era la migliore di Saint-Malo. Difatti, ha i suoi clienti fedeli. Era­vamo con gente molto per bene che ci torna tutti gli anni: un professore con la signora e i bam­bini, impiegati della ferrovia, commercianti...

Marietta                        - E il mare? Il paese?

Leontina                        - Il paese è meraviglioso. Hai rice­vuto le mie cartoline?

Marietta                        - Sì, grazie. Guarda, sono tutte e tre sulla credenza. (Va alla credenza dove le car­toline sono in mostra, e ne prende una colorata) Allora, davvero, il mare è di questo colore?

Leontina                        - Precisamente: quando è bel tem­po. D'altronde, è una fotografia.

Marietta                        - E' incredibile.

Leontina                        - E quando il mare si ritira, puoi andare a piedi asciutti su quelle rocce, su quelle isole; proprio su una di quelle è seppellito Chateaubriand. Hai la cartolina della tomba?

Marietta                        - Sì. (Una pausa) E quando il mare si ritira... E' questo che non riesco ad immaginarmi; si può camminare sul fondo?

Leontina                        - Non si tratta del fondo; è la spiag­gia che si prolunga, che si asciuga quasi per un chilometro. Andrea ti spiegherà con le sue foto­grafie. E poi, a bassa marea, trovi ogni sorta di cose. A proposito, Manetta. (Afferra la borsa) Ti ho portato quello che mi hai chiesto.

Marietta                        - (con gioia) Delle conchiglie?

Leontina                        - (ancora con la borsa chiusa sulle gi­nocchia) Delle conchiglie. Ne ho raccolte una quantità. E ne ho fatto una scelta per te. Ve ne sono delle rarissime.

Marietta                        - Presto, fammele vedere.

Leontina                        - Aspetta, bambina che sei. Ho vo­luto portarti un'altra cosa, un ricordo di valore. Ti ho comprato... (Toglie un involtino dalla borsa e lo apre) Guarda, bambina. Vi ho messo dentro delle conchiglie, ma il vero regalo, eccolo; un por­tafiori bretone. Teh, l'ho trovato a Saint-Malo, ma è fatto a Quimper; è un vero Quimper, c'è la marca. (Ella posa sulla tavola una maiolica di Quimper piena di conchiglie).

Marietta                        - (meravigliata) Oh! Che bellezza! (Ammira l'oggetto, interdetta, poi bacia Leontina) Titina, sei stata troppo generosa. Non me l'aspettavo.

Leontina                        - Ti piace? Per me è così artistico, così originale! Ne ho preso uno anche per casa mia.

Marietta                        - Com'è ben decorato. I colori spic­cano sul fondo bianco. Ti ringrazio. E le conchi­glie. Quante ce ne sono. Che bellezza, quella là; e questa qui. E questo gioiello.

Leontina                        - Su, Marietta, per vederle tutte, vuota il portafiori sulla tavola.

Marietta                        - (vuotando il portafiori) Sì, poi ce le rimetterò; è proprio fatto apposta.

Leontina                        - Ma no. I portafiori sono fatti per le piante e il muschio.

Marietta                        - E' vero. Lo metterò in mezzo alla tavola o sulla credenza.

Leontina                        - Starebbe bene sulla tavola, ma con un tappeto. Che cosa ne hai fatto del tappeto che ti regalò la zia Anna?

Marietta                        - E' nell'armadio della camera.

Leontina                        - Perché? E' bucato, è bruciato?

Marietta                        - Affatto; a Enrico non piace ve­derlo sulla tavola.

Leontina                        - (insinuante) Perché te l'ha regalato la zia Anna?

Marietta                        - Dice che me l'ha regalato perché non le piaceva più. E poi, Enrico ha le sue idee, lo sai. Dice che se una tavola è di legno si deve vedere il legno, non mascherarlo né soffocarlo.

Leontina                        - (interrompendola con un sospiro) Ah, quello là. A proposito, non ti ho chiesto di lui. Sta bene, sì?

Marietta                        - (ammira le conchiglie e continua ad ammirarle durante le battute seguenti) Sì.

Leontina                        - All'officina va bene?

Marietta                        - Bisogna, che vada bene. (Consul­tando collo sguardo una sveglia posata sulla cre­denza) Fra poco lo vedrai. Dovrebbe già essere qui.

Leontina                        - (maligna) Ah, dovrebbe.

Marietta                        - Lo sai, prima di uscire dall'offi­cina, si lava, si cambia e torna a casa piano, piano. Deve pur prendere una boccata d'aria dopo tanta polvere di smeriglio e di limatura.

Leontina                        - Avrà delle vacanze pagate?

Marietta                        - Non molte. E' troppo poco che lavora là. Gli daranno forse otto giorni.

Leontina                        - Quando?

Marietta                        - In settembre.

Leontina                        - Che cosa farete? (Gesto evasivo di Marietta) Starete qui, naturalmente.

Marietta                        - Andremo a pescare tutti i giorni.

Leontina                        - Al ponte di Charenton?

Marietta                        - Un po' dappertutto. Resteremo due o tre giorni a Juvisy, dove la madre d'un com­pagno di Enrico può affittarci una camera.

Leontina                        - A pescare. Delle giornate intere. Sarà allegro, per te che non peschi.

Marietta                        - Oh, a me non annoia, la pesca. Posso stare ore e ore seduta sulla riva a guardare.

Leontina                        - A guardare che cosa?

Marietta                        - Tutto. L'acqua, le piante, gli al­beri, i battelli che passano.

Leontina                        - Che spasso.

Marietta                        - Vicino all'acqua mi sento bene.

Leontina                        - Detto fra noi, non capisce come Enrico non abbia mai trovato il mezzo di portarti qualche giorno al mare.

Marietta                        - Via, Titina, non può. Non pos­siamo.

Leontina                        - Andiamo. Gli ho detto venti volte che vi sono biglietti a prezzo ridotto, treni popo­lari e spiagge a buon mercato; soprattutto in set­tembre. Dieppe è a tre ore da Parigi. Tuo marito è come tutti gli altri operai: deve guadagnare tanto se non più di un impiegato. Ciò non toglie che abbiate sempre l'aria miserabile.

Marietta                        - Ti prego, Leontina, mi dici sem­pre le stesse cose.

Leontina                        - Perché mi dispiace per te, Ma­netta. Se veramente Enrico guadagna così poco, nonostante si creda così furbo, tu potresti come prima, lavorare un pochino.

Marietta                        - Non vuole più. Dice che c'è ab­bastanza lavoro a casa e che se il piccino è morto, è perché io lavoravo ancora all'officina quando è venuto al mondo.

Leontina                        - Questo è sciocco. Anch'io lavo­ravo quando ho avuto Raimondo. Se tuo marito vuole che tu resti a casa, che ti dia allora un po' più di benessere. Tu non toglierai l'idea ad Andrea e a me che egli si beva almeno un quarto della paga.

Marietta                        - No, non beve.

Leontina                        - Allora, deve giocare. Senti, tu stessa mi hai detto...

Marietta                        - (prestando l'orecchio e con una bru­sca diversione) Sento la signora Colbot che rin­casa. Bisogna che le faccia vedere il bel portafiori. Se permetti, vado a chiamarla.

Leontina                        - Come vuoi, ma hai tutto il tempo per farglielo vedere.

Marietta                        - (va alla porta, allegramente) Ho voglia di farlo vedere subito a qualcuno. E poi, la signora Colbot sarà contenta di salutarti. (Esce la­sciando la porta aperta, e dopo poco la si sente dire) Venga anche lei, signorina Angela, venga a vedere. (Entrano la signorina Angela, la signora Colbot, poi Marietta. Marietta presentando la si­gnorina Angela a Leontina) Ecco l'altra mia vi­cina di pianerottolo, la signorina Angela di cui ti ho già parlato. (Alla signorina Angela) Mia sorella Leontina che ritorna dal mare. Lei ha già visto le sue cartoline.

Signorina Angela          - (salutando) Signora...

Signora Colbot              - (a Leontina) Buongiorno, signora Leontina, eccola di ritorno.

Leontina                        - Come vede, signora Colbot.

Signora Colbot              - Inutile chiederle se la sua salute è buona. Ha un aspetto radioso.

Leontina                        - E lei, signora Colbot, sta bene?

Signora Colbot              - Si tira avanti.

Marietta                        - (raggiante) Guardate che cosa mia sorella mi ha portato da Saint-Malo.

Signorina Angela          - Delle conchiglie.

Signora Colbot              - E un portafiori. Ebbene, bambina, può dire di essere molto viziata.

Marietta                        - E' bretone.

Signora Colbot              - Vedo, vedo. E' un vero, puro bretone. Le posso anche dire che è un genere apprezzatissimo. Sono stata a servizio, oh Dio, tanto tempo fa, da signori che ne avevano press'a poco uno uguale.

Leontina                        - Lo sa che non ce ne sono due esattamente uguali? E' questo, che ha valore.

Signora Colbot              - Lo so, signora bella, ho detto presso a poco. I miei signori l'avevano com­perato a Royan dove siamo andati tre anni di se­guito. E' tutto dire! Ah, Royan.

Marietta                        - E' bello, vero, signorina Angela?

Signorina Angela          - E che cosa ne fa?

Leontina                        - Perbacco, signorina. Un portafiori...

Signorina Angela          - E' per metterci delle piantine verdi?

 Marietta                       - No, fiori, fiori. (Corre al buffet e prende alcune tazze sul ripiano) Berrete un po' di caffè freddo... con questo caldo! L'ho pronto.

Signora Colbot              - No, grazie, si va via subito.

Signorina Angela          - (timida, è rimasta in piedi) Non vogliamo disturbarvi...

Marietta                        - Sì, sì, per festeggiare il mio por­tafiori e le mie conchiglie. Ma guardatele, le mie conchiglie. (Si dirige verso la cucina).

Leontina                        - (ad Angela che si china sulle conchi­glie) Si segga, signorina. Ha mai visto il mare?

Signorina Angela          - Sì, signora. Ci sono an­data da bambina, a Berck, con una colonia. Ne raccolsi, allora, delle conchiglie. Ce ne facevamo delle collane, guarnivamo i coperchi delle scatole. Ma non erano così carine.

Leontina                        - (confidenziale e con animazione, indi­cando con un gesto Marietta in cucina) Biso­gnerà insegnarle tutto questo. Che bambina. Mi ha chiesto di portarle delle conchiglie come al mio piccino di due anni.

Signora Colbot              - Lui sarà troppo piccolo per baloccarsi con le conchiglie; se le ficcherebbe in bocca.

Marietta                        - (tornando col caffè) Ah, so quel che metterò nel mio portafiori: dei bulbi di giacinto.

Signora Colbot              - Ma non è la stagione.

Leontina                        - Non ci vogliono fiori naturali. Non potresti comprarne continuamente per tenerlo sem­pre guarnito. Lascia fare a me, ti regalerò quel che ci vuole. Andrò in questi giorni in un em­porio. Comprerò muschio e fiori per il mio vaso e il tuo.

Marietta                        - Violette?

Leontina                        - Non fanno abbastanza figura. Ce ne vorrebbero troppe. E poi, bisogna variare i co­lori. Non preoccuparti, ci penso io.

Signora Colbot              - Certo che dai signori, dove c'è sempre un portafiori in mezzo alla tavola per i grandi pranzi, si mettono fiori veri, e non si può pretendere che durino più di una sera.

Leontina                        - A Saint-Malo, al nostro albergo, c'erano sempre fiori splendidi, sulle tavole: gla­dioli, garofani...

Marietta                        - Parlaci di Saint-Malo. Non ci hai ancora raccontato nulla.

Signorina Angela          - Avete fatto i bagni, si­gnora?

Leontina                        - Sì, sì, una volta. L'acqua era così ghiaccia che mi ha tolto la voglia di farne ancora. Ecco l'inconveniente di andare in ferie in luglio. Il mare è ancora troppo freddo. Mio marito ha fatto il bagno parecchie volte, ma dopo dovevo frizionarlo e fargli prendere un punch.

Marietta                        - Senza fare il bagno potevate re­stare seduti davanti al mare?

Leontina                        - Certo. Però al sole c'era troppo caldo. E poi, sai, al di fuori della spiaggia, le di­strazioni non mancavano.

Signora Colbot              - Lo credo.

Leontina                        - Saint-Malo è ancora cinta dalle mura, è tutta raggruppata, e da lontano può parer piccina. Invece è una vera città con le strade piene di gente, di negozi, di ristoranti, di caffè come sui « boulevards » di Parigi. Ce la siamo goduta lassù, la vita, ve lo dico io. Senza parlare del vitto dell'albergo che era quasi eccessivo, come ho già scritto a Manetta: pesce e carne a tutti i pasti, sidro e burro a volontà, e di qualità sopraffine. Difatti, dicevo a mio marito: in vacanza non bi sogna lesinare, si risparmierà questo inverno. E così tutti i giorni, a mezzogiorno e alle sette, ci offrivamo un «aperitivo-concerto».

Marietta                        - Davanti al mare?

Leontina                        - No. I caffè più belli sono in città, sotto le mura, è cosi intimo, così riparato. La sera poi, andavamo al cinema al Casinò. Mi piaceva da morire veder giocare alla roulette. Ho rischiato perfino, tre volte, cinque franchi. Ma li ho persi e non ho insistito. Il mio principio è di non con­tinuare a giocare se si perde.

Signora Colbot              - Anch'io avrei dovuto fare così, a Royan, quando ho perso in una sera tutto il mensile, che avevo appena riscosso.

Signorina Angela          - Dio mio!

Leontina                        - Che pazzia.

Signora Colbot              - Cara signora, mi sarei messa a piangere.

Marietta                        - Anche il Casinò è in città?

Leontina                        - Ma no, andiamo. Non te ne sei accorta dalla cartolina che ti ho mandato. (Prende la cartolina sulla credenza) Guarda.

Marietta                        - Ah, sì, è vero.

Leontina                        - Domina la spiaggia da una spia­nata sopraelevata. Più in là, c'è Pararne. Molto meno chic di Saint-Malo.

Marietta                        - Ho visto in un film, degli inna­morati che passeggiavano su una spiaggia al chiaro di luna. C'era una grande striscia di luce sul mare e si vedeva la schiuma bianca che si distendeva e poi moriva con dolcezza sulla sabbia.

Leontina                        - La stessa cosa l'abbiamo vista, esat­tamente, otto giorni fa.

Marietta                        - Dimmi dunque, vicino all'acqua, si affonda nella sabbia?

Leontina                        - Ma no.

Signorina Angela          - E' compatta, liscia, dolce, anche sotto l'acqua.

Leontina                        - Ci si può camminare anche in bi­cicletta, sulla spiaggia.

Marietta                        - E le conchiglie sono nascoste nella sabbia? Bisogna scavare, per prenderle?

 Leontina                       - Sentila, con le sue conchiglie.

Signorina Angela          - Non c'è bisogno di sca­vare. Il mare le depone sulla riva.

Marietta                        - Che incanto dev'essere, camminare lungo quella immensità azzurra, sulla sabbia fresca, e trovarsi di colpo ai piedi tante bellezze: guar­date, questa pare uno spillo di madreperla, e que­sta un petalo di rosa bianca. Non è vero? E poi, questa meravigliosa lumaca gialla, e quest'altra, pare fatta di marmo bianco venato di rosa. Guar­date. Dei gioielli, dei veri gioielli cesellati.

Leontina                        - Potrai fartene una collana.

Signorina Angela          - (a Manetta) Sì, con le più minute e più bianche, come quella. Bisogna forarle; le insegnerò come si fa.

Marietta                        - Oh, sì. Gliene regalerò. Faremo a metà. Per ora, le rimetto tutte nel portafiori.

Signora Colbot              - (alzandosi) Beh, tolgo il di­sturbo. Io non mi annoio, care signore, ma biso­gna che vada a mettere la pentola sul fuoco.

Signorina Angela          - Anch'io devo scappare.

Marietta                        - (alla signora Colbot) Avevo da chiederle qualche cosa, signora Colbot, e non mi ricordo che cosa. Ci pensavo quando è entrata Leontina. Ah, sì, come dice esattamente quella canzone che lei canta e che comincia così: (canta) « Quand le soleil descendra sur la plaine»?

Signorina Angela          - La canzone del «grano dorato ».

Leontina                        - Non sono così, le parole.

Signora Colbot              - (cantando)

« Mignonne, quand le soir descendra sur la terre... »

E' la sera che discende, bambina, non il sole.

Marietta                        - (delusa) Ah, sì?

Signora Colbot              - E discende sulla terra, non sulla pianura.

Marietta                        - Io preferisco sulla pianura.

Leontina                        - Se non è zuppa è pan bagnato.

Marietta                        - (alla signora Colbot) Ah, non mi pare. E come dice il seguito, signora Colbot?

Signora Colbot              - (canta seguita poi da Leontina e Marietta)

« Mignonne, quand le soir descendra sur la terre

Et que le rossignol viendra chanter encore,

Quand le vent sifflera sur la verte bruyère,

Nous irons écouter la chanson des blés d'or».

(Si apre la porta e appare Tabaroux. Ficca la chiave nella tasca, spinge la porta dietro a sé e resta fermo, scuotendo lentamente la testa e aggrottando le so­pracciglia. Il modo con cui scruta le quattro donne, non spiega se è corrucciato o se finge di esserlo. Esse, in principio, si mettono a ridere, poi, davanti all'atteggiamento strano di Tabaroux, ammutoli­scono imbarazzate. La signora Colbot disinvolta) Buona sera, signor Tabaroux; come vede, la casa è invasa.

Tabaroux                       - (imbronciato) Vedo. (Appende il cappello ad un attaccapanni vicino alla porta).

Marietta                        - (avvicinandosi a luì) Ebbene, En­rico, buona sera; che cos'hai?

Tabaroux                       - Nulla. M'accorgo che qui non ci si annoia.

Leontina                        - Non abbiamo nessuna ragione di annoiarci. E lei, Enrico? Prima di tutto, potrebbe darci il buon giorno.

Tabaroux                       - (burbero) Buona sera. La credevo a Saint-Malo, lei.

Marietta                        - E' ritornata, ieri l'altro, e guarda che cosa mi ha portato. Questo bel portafiori tutto pieno di conchiglie. Le conchiglie gliele avevo chie­ste, ma il portafiori è stato una sorpresa. Ero così contenta che ho chiamato la signora Colbot e la signorina Angela per fare ammirare tutte queste belle cose. (Mentre parla, Tabaroux si è accostato alla tavola guardando il portafiori con ostilità, poi si volta, accende una sigaretta e va ad appoggiarsi alla finestra voltando le spalle ai presenti).

Leontina                        - (a mezza voce) Sempre gentile.

Signorina Angela          - E' ora di scappare.

Signora Colbot              - Sì. Credo anzi che siamo rimaste un po' troppo. A rivederle, signore.

Signorina Angela          - A rivederle, signore.

Leontina                        - (alzandosi) Me ne vado anch'io. Ero rimasta per vedere il signor Tabaroux, ma...

Tabaroux                       - (girandosi) Ma che bell'idea.

Marietta                        - Enrico, che hai?

Leontina                        - Davvero, una bell'idea; quando si conoscono le sue belle maniere.

Tabaroux                       - (girandosi completamente) Cosa, le mie belle maniere? Posso aver voglia di far lo scemo come voi altre.

Leontina                        - Di far la scema?

Marietta                        - Enrico.

Signora Colbot              - (che è rimasta vicino alla porta con la signorina Angela) Dica un po', signor Ta­baroux, ho davvero l'aria di una donna che fa la scema? E anche la signorina Angela?

Tabaroux                       - (si avanza minaccioso verso dì lei, gri­dando) Credevo che lei se ne andasse,        - (ha si­gnorina Angela apre la porta e scappa) Andiamo, andiamo, cara bella signora, la prego.

Signora Colbot              - (uscendo) Puzza di vino.

Marietta                        - (a Leontina) Vai, Titina.

Leontina                        - E come. (Agguanta la borsa e poi a Tabaroux) Lei non è in uno stato normale. Non è possibile. Ha bevuto.

Tabaroux                       - Certo che ho bevuto. Con questo caldo, dopo aver sudato tutta l'acqua del mio corpo.

Leontina                        - Ne ero sicura, e questo spiega molte cose.

 Tabaroux                      - Come?

Marietta                        - Non è così perché abbia bevuto.

Tabaroux                       - Ha ragione, lei mi conosce.

Marietta                        - E questa non è una buona scusa.

Tabaroux                       - Piuttosto, perché ero così ho be­vuto. Lei stava dicendo, Leontina, «questo spiega molte cose». Parli chiaro, la prego.

Marietta                        - (a Leontina) Non rispondergli. Non ricominciate.

Leontina                        - Non aver paura. Me ne vado. Ar­rivederci, Marietta. (Si abbracciano).

Tabaroux                       - Perdonate. Un momento, non mi piacciono le punzecchiature, né le mezze parole. «Questo spiega molte cose». Quali cose?

Leontina                        - (rabbiosa) Lei lo sa come me! Eb­bene, queste cose spiegano perché siete sempre al verde, e mancate di ogni benessere. Vogliono dire queste cose che voi non potete andare al mare come noi, e che Marietta non ha neppure un cappello da mettersi... che...

Marietta                        - Stai zitta.

Leontina                        - Sì, sto zitta. Ho detto abbastanza per farmi capire.

Tabaroux                       - (dopo averla squadrata) Povera oca. Vipera! (Con scatto) E adesso, via. Basta con questa musica. Se ne vada dal modello degli sposi scribacchini. La deve aspettare sulla terrazza del caffeuccio della Posta, il suo Dédé, il suo candido Piccioncino; perché lui non può prendere il suo vermuttino senza di lei.

Leontina                        - Lei è proprio un mascalzone. Oh, povera Marietta, ti compiango. (Esce. Tabaroux si avvicina lentamente alla finestra aperta e si appog­gia al davanzale, mentre Marietta, tirando su ru­morosamente il naso, sparecchia svelta la tavola, e porta in cucina tazze e caffettiera. Ritorna, soffian­dosi il naso, mentre Tabaroux si volta).

Tabaroux                       - Povera Marietta. Tua sorella dice di compiangerti; ed eccoti, infatti, due volte da compiangere.

Marietta                        - Sì, sono da compiangere.

Tabaroux                       - Oh, non da tanto tempo. Quando sono ritornato, eri piuttosto allegra, direi.

Marietta                        - Per non essere più allegra, mi è bastato vederti entrare con quell'aria da funerale.

Tabaroux                       - Lo so. Avrei dovuto fare, secondo te, il burlone, l'allegrone, il damerino, e a me è impossibile fare lo smorfioso, capisci? Domanda piuttosto ad un orso polare di fare il pechinese da salotto.

Marietta                        - Almeno potevi essere educato.

Tabaroux                       - Ecco, lo stavo dicendo. Bisogna essere educati. Articolo primo del regolamento. Bi­sogna essere educati, pieni di belle maniere, di sor­risi, di « come sta, signora ». Intonarsi, essere nell'ambiente, mettersi sull'attenti, incassare tutto scusandosi, ingoiare il rospo e se non passa, farlo pas­sare per forza. Come se non bastasse stringere i denti, scocciarsi l'anima tutto il giorno in officina e sputarmi addosso per farmi luccicare, e anche a casa mia dovrei fare l'educato? Ah, no. Sono stanco di fare la scimmia anche qui. Io sono come sono. Sai che cosa facevo mentre tu centellinavi il caffè con la sorellina e con le dame del pianerottolo?

Marietta                        - Sì, centellinavi il vermuttino con tutta l'officina.

Tabaroux                       - No, da solo. Ho sfuggito gli altri. Se ho dovuto tracannare un bicchiere era per le­varmi il gusto amaro di bocca. Mi sentivo un mat­tone sullo stomaco, capisci? (Si siede con gli occhi fissi a terrà).

Marietta                        - (sospirando) Che cosa c'è di nuovo?

Tabaroux                       - Niente di peggio di ieri e di sem­pre. Non ce la faccio più, e mi andrà sempre di male in peggio, a lavorare come un galeotto sotto l'aguzzino.

Marietta                        - Bisognava rimanere da Mourillon.

Tabaroux                       - Era lo stesso. ( Una pausa. Marietta rimette sul ripiano le cartoline illustrate rimaste sulla tavola, poi posa il portafiori sulla credenza. Ella attende alle sue occupazioni fingendo di non interessarsi alle parole di Tabaroux) Dopo pranzo, nell'intervallo, allo spaccio, stavo ribattendo ad al­cuni compagni quello che tutti sanno: che il la­voro potrebbe essere un piacere, un esercizio della propria abilità e della propria intelligenza, per di­mostrare agli altri e a se stessi di che si è capaci, ma invece la maggior parte del tempo è disgusto, abbrutimento, stanchezza. Erano sette od otto ad ascoltarmi. Ecco l'aguzzino, questa specie di capo­rione che si intrufola, afferra due o tre parole del mio discorso e mi grida che farei meglio a tacere e che se intendo fare un comizio, posso affittare la sala Wagram. Sono stato educato; non gli ho risposto; del resto, non farei mai ad un aguzzino l'onore di discutere con lui. Bene, il lavoro riprende, mi at­tacco alla mia mola, affilo, affilo dieci, venti ferri da pialla; mi affanno perché i compagni che lavo­rano a cottimo non rimangano colle mani in mano. Per uno di loro, non ho neppure aspettato che ve­nisse a cercare il suo arnese, gliel'ho portato. Per rin­graziarmi vuole darmi una presa di tabacco. Gli dico che non ne faccio uso. Tac! Ecco l'aguzzino. Mi squadra dal fondo dell'officina, mi si lancia ad­dosso e che cicchetto! Come se mi trastullassi da un'ora. Allora, vada come vada, non sono stato edu­cato, gliene ho detta una grossa e sono venuto via. L'altro, quello della tabacchiera, rimpolpettato an­che lui, si è messo a spiegargli la cosa. Ma non ha servito a nulla. All'uscita sono stato chiamato in direzione. Là aguzzino, ri-aguzzino, aguzzino-capo; e che cosa mi dice questo signor aguzzino? Che non sono coscienzioso, che distraggo gli altri.

Marietta                        - (esce involontariamente dal suo bron­cio) Ti sei difeso?

Tabaroux                       - A che scopo? Ho fatto ancora l'educato. Ho incassato guardando quel brav'uomo negli occhi finché l'ho messo nell'imbarazzo. Lì per lì ho riso. Solo dopo, andandomene, mi sono sentito insultato e ferito.

Marietta                        - Non era una ragione per ferire an­che gli altri.

Tabaroux                       - Come? Incasso un'ingiuria per mantenere il mio posto, affogo nell'amaro, ho bi­sogno di essere solo, di sentirmi a casa mia; invece, ritorno e qui si canta e mi si accoglie sfottendomi. Ci sono visite e che visite? Dopo l'aguzzino dell'of­ficina, l'aguzzino della famiglia. E io sono il rom­piscatole. Almeno fossi stato avvertito, sarei venuto un'ora dopo.

Marietta                        - L'aguzzino della famiglia? Proprio oggi, Leontina non poteva essere più gentile. Ap­pena tornata, è venuta a farmi visita, a farci visita. Mi porta una cosina deliziosa, che tu non guardi nemmeno, senza contare che laggiù s'è messa a cer­care, per me, perfino le conchiglie.

Tabaroux                       - (piantato davanti alla credenza) Eh, lo credo; l'ha pensata bene. Aveva già man­dato le cartoline trionfali. Guardate. Ecco, dove noi ce la passiamo, noi altri. Al Casinò di Saint-Malo. Un'esistenza di sogno. Siamo dei gaudenti.. Ma guardateli questi posti incantevoli, questi ri­trovi da elegantoni. Per prima colazione, la mat­tina, animelle e aragoste. Ecco, il premio per l'ap­plicazione, l'ordine, l'economia. Ecco, il vantaggio della gratificazione di Capo d'Anno del nostro can­dido Piccioncino. Ecco, signori... che questo vi stra­bili e vi serva d'esempio!

Marietta                        - (con voce alterata) Qualsiasi cosa faccia mia sorella, tu la giudicherai sempre male. Non so se abbia voluto strabiliarci e darsi delle arie mandandoci le cartoline, ma intanto, sono stata contenta di riceverle perché sono belle, e tanto felice di aver un portafiori.

Tabaroux                       - E sei stata commossa dall'inten­zione.

Marietta                        - Proprio così.

Tabaroux                       - Tanto più che è proprio la prima volta che tu ricevi dall'egregia signora Leontina Bichat altra cosa che dei consigli.

Marietta                        - Questo dimostra che, in fondo, è più generosa di quanto tu non pensassi.

Tabaroux                       - - Questo dimostra, candido agnel­lino, che, primo, non ha saputo resistere al bisogno di farsi invidiare, secondo, compiangerti per poi con­solarti, e terzo, soprattutto, dare una lezione al sot­toscritto: Enrico Tabaroux.

Marietta                        - (seccata) Come sei cattivo.

Tabaroux                       - Perché la conosco. Spediamo qual­che cartolina, portiamo un regalo che faccia colpo a questa disgraziata creatura che non è mai andata più lontano di Pontoise. Come deve avvilirla il saperci al mare, che quello straccione di suo ma­rito non le ha mai fatto vedere.

Marietta                        - Per essere sicuro che gli altri la pensino così bisogna che tu stesso la pensi un po' così.

Tabaroux                       - Davvero?

Marietta                        - Che tu sia deluso, ferito nel tuo amor proprio. Sì, sì, ti conosco bene, sai.

Tabaroux                       - Ma, perdio, se avessi voluto ag­giustarmi per andare al mare, credi, forse, che non ci sarei riuscito?

Marietta                        - E' proprio per questo che sei ri­provevole.

Tabaroux                       - Ma non ho voluto, e non voglio. Giocare all'evaso per quindici giorni non mi at­tira più di un giro in giostra. Questo basterebbe per darmi un supplemento di nostalgia di libertà per tutto l'anno. Non sono come il canarino di mia nonna che facevano uscire dalla gabbia tutti i mesi. Andava ad appollaiarsi sulla cornice dell'armadio. Si illudeva di scoprire il Caucaso e ri­tornava nella sua gabbia tutto felice. Non gli man­cava che di portarsi dietro qualche cartolina. (Una pausa) Io ho dell'ambizione, capisci, Marietta, più ambizione per te che per me.

Marietta                        - Ma fino adesso, la tua ambi­zione...

Tabaroux                       - Fino adesso, sono imprigionato. Non ho trovato la via d'uscita. Ma puoi credermi che la sto cercando.

Marietta                        - Vorresti cambiare posto?

Tabaroux                       - Sì, di posto e di esistenza. Non do­mattina, ma forse più presto di quanto credi.

Marietta                        - (sospirando) Non credo nulla, non chiedo altro che vedere.

Tabaroux                       - Allora sì, che la madama di Saint-Malo potrà dire «questo spiega tante cose!». (Una pausa, poi con un nuovo scoppio di collera) Ah, quella vipera, che cosa ha saputo sputare! Le proibisco di rimettere i piedi, qui, capisci?

Marietta                        - Non ne deve avere molta voglia.

Tabaroux                       - (davanti alla credenza) E per co­minciare che si tenga i suoi ricordi di viaggio. Li ho visti abbastanza. (Mette insieme le tre carto­line e le strappa).

Marietta                        - (precipitandosi troppo tardi) Oh, cattivo! Erano indirizzate a me.

Tabaroux                       - Certo, per meglio ferire l'uomo. (Indicando il portafiori) E anche quest'arnese, credi che lo sopporterò sempre sotto gli occhi?

Marietta                        - (impaurita) Perché no?

 Tabaroux                      - Per me è come la presenza di Leontina, il suo gesuitismo e la sua insolenza.

Marietta                        - No e poi no.

Tabaroux                       - Sì e poi sì. Ficcalo nell'armadio della cucina; io non lo posso più vedere.

Marietta                        - (accesa) No, Enrico. Questo por­tafiori starà qui, sulla credenza. Lo riempirò di fiori e abbellirà tutto l'ambiente. Per una volta che ho qualche cosa di carino, di civettuolo, non vo­glio privarmene io che sono donna, io che non ho mai potuto ornare, abbellire un po' la mia casa.

Tabaroux                       - Ecco! Brava! Continua! E' preci­samente quello che ha voluto quella peste di tua sorella; che qui ci fosse, grazie a lei, un oggetto di lusso, un vaso da fiori decorato. Che tu possa per una volta ornare la tua capanna.

Marietta                        - Non importa ciò che voleva mia sorella. Non ho il tuo orgoglio.

Tabaroux                       - Ti credevo più fiera.

Marietta                        - (testarda) Metterò dei fiori nel vaso e il mio vaso sulla credenza. Le mie conchi­glie le metterò...

Tabaroux                       - (gridando) Leva questa roba o la faccio a pezzi.

Marietta                        - (con slancio, prendendo il portafiori) Va bene, lo nasconderò. Ci tengo troppo. Ma quando sarò sola, qui, a cucire, a pulire la ver­dura, a cucinare, cioè quasi tutto il giorno; eb­bene, lo riempirò dei fiori artificiali che mi daran­no e lo metterò sulla credenza, tutto per me sola.

Tabaroux                       - (interrompendola) Staremo a ve­dere, cara mia. (Strappa il portafiori dalle mani di Marietta e corre alla finestra) Potrai sempre andare giù a raccattare i pezzi.

Marietta                        - (atterrita) Enrico, ti avverto che se fai questo... Non farlo, Enrico.

Tabaroux                       - Giusto, c'è un agente nella stra­da, un vero, un aguzzino professionista. (Chiaman­dolo) Ehi, agente, acchiappalo. (Lascia andare il portafiori che si spacca sul marciapiede con fra­casso. Si sente qualche grido e la voce d'un mo­nello che da una finestra vicina grida: « Fate scal­dare la colla». Tabaroux si gira sospirando forte).

Marietta                        - (correndo alla finestra) Sei pazzo.

Tabaroux                       - (rappacificato, respingendola dolce­mente) Non andarci. Succederà quel che suc­cederà. Sarà stupido, ma mi sento alleggerito.

Marietta                        - (si lascia andare su una sedia, sin­ghiozzando) Ti detesto... Le mie conchiglie!

Tabaroux                       - (meditativo) Sì. (Si appoggia alla credenza) Non bisogna mai sfidare un uomo. (Bus­sano) Va ad aprire, dev'essere l'agente. (Marietta va ad aprire. Si vede Leontina, dietro la signora Colbot e la signorina Angela).

Marietta                        - Ah, sei tu?

Leontina                        - (sulla soglia) Che cosa ha fatto?

Tabaroux                       - Ancora lei. Si vuol levare di mezzo, sì o no?

Leontina                        - (a Manetta) Ero dalla signora Colbot. Non ho voluto andare via subito. Ero troppo preoccupata. Che cosa ha buttato dalla finestra?

Tabaroux                       - La sua insalatiera di beneficenza. Le sue conchiglie di consolazione.

Marietta                        - (con la gola stretta) Il portafiori e le conchiglie. Perché ero contenta e perché eri stata tu a regalarmeli.

Signora Colbot              - Che cosa le ho detto?

Leontina                        - Oh! Lei è un mostro, lei è...

Signorina Angela          - (interrompendola) Ecco la guardia. Lasci passare, signora Colbot.

L'Agente                       - (furioso) Beh! Che cosa succede qui? C'è un pazzo? (A Taharoux) E' lei che ha buttato un vaso dalla finestra? (Taharoux afferma con un cenno) E' un miracolo se non mi ha am­mazzato. Mi ha sfiorato la visiera prima di schiac­ciarmi un piede.

Tabaroux                       - Ma no. E' caduto davanti a lei, lontano un metro. Non ha preso sul piede altro che un coccio. Non volevo colpirla. In ogni modo, non rischiava nulla. Il vasellame non ha mai am­mazzato nessuno. E' più fragile di una testa.

L'Agente                       - (scandalizzato) E' tutto qui quello che ha da dire? Ah, ragazzo mio.

Leontina                        - Signor agente, lei vede, è ubriaco...

Tabaroux                       - (nettamente) No.

Leontina                        - (fremente e volubile) Signor agen­te, ha buttato dalla finestra un portafiori pieno di conchiglie. (Piagnucolosa) Un portafiori di Quimper, un oggetto di valore che da poco avevo rega­lato alla mia sorellina che vive con questo indi­viduo. Rincasa, gli occhi stralunati, la lingua pa­stosa, mi tratta con i titoli peggiori, mi caccia di casa, ecco tutto.

L'Agente                       - (a Taharoux) E che cosa ha detto prima di buttare quest'arnese, hein? Che cosa ha gridato? Crede forse che non abbia sentito?

Tabaroux                       - Se ho gridato qualche cosa, era perché lo sentisse.

L'Agente                       - La smetta di sfottere. Ho sentito benissimo che m'insultava. Ha gridato: « Eh, agente... », poi, non ho capito il resto, ma...

Marietta                        - (vivamente) Credo che abbia detto « Stia attento».

Tabaroux                       - Non mentire, cara, e non cercare di farmi mentire. Ho detto « acchiappalo ».

L'Agente                       - Come?

Tabaroux                       - (articolando) Ho detto: « Ehi, agente, acchiappalo ».

L'Agente                       - Ma allora, questa storia diventa una cosa seria.

Secondo Agente           - (scostando le donne ferme sulla porta) Largo, per favore. (Al suo collega) Che cosa c'è? Ho visto della gente giù.

L'Agente                       - Arrivi a proposito. Portiamo un po' al fresco questo cittadino. In seguito ad una baruffa familiare ha buttato dalla finestra un vaso da fiori di porcellana mentre stavo passando; mi ha preso di mira, insultandomi. L'ho scampata bella. L'ho preso proprio sul piede. (Taharoux va a prendere il cappello).

Secondo Agente           - Andiamo. Portiamolo via. (1 due agenti afferrano Taharoux).

Tabaroux                       - Non eccitatevi, non prenderò mica il volo.

Marietta                        - (tremante) Devo venire con lui?

L'Agente                       - (dopo aver riflettuto) No, se avremo bisogno di lei, la convocheremo al com­missariato o dal giudice istruttore.

Tabaroux                       - Non stare in pensiero, Marietta.

Leontina                        - (alla signora Colbot) Tutto il male non viene per nuocere.

Tabaroux                       - (dalla porta) Un momento, la­sciatemi scrivere due righe perché mia moglie possa andare a ritirare la mia paga, sabato.

LAgente                        - Scriverà in guardina. Avrà tutto il tempo. Su, andiamo. (Escono).

Leontina                        - (gridando dalla porta) Non stia in pensiero per Marietta. Grazie a Dio, ha una so­rella. (Marietta si siede abbattuta).

Signora Colbot              - Davvero. E anche noi siamo qui, è vero, signorina Angela?

Signorina Angela          - (tremante) Certo.

Leontina                        - (in piedi, appoggia contro di sé la te­sta di Marietta e l'accarezza) Per favore, vuole chiudere la porta, signorina Angela? (Angela si af­fretta a chiudere la porta e raggiunge la signora Colbot e Leontina sempre vicina a Marietta).

Signora Colbot              - Eccolo nei pasticci.

Signorina Angela          - - Non l'avevo mai visto così. E' sempre stato gentile con me. Veramente, si sentiva un carattere bizzarro, ma...

Leontina                        - Ah, signorina, lei non lo cono­sceva. Ci ha proprio fatto vedere il fondo della sua vera natura. E non mi leva dalla testa l'idea che tutto sia successo perché aveva bevuto.

Marietta                        - (con irritazione) No, ti dico.

Leontina                        - Allora è un pazzo. Per fare ciò che ha fatto e vantarsene, non può essere che un pazzo! e un bruto. A meno che non abbia già avuto a che fare con la giustizia. Non si sa mai.

Marietta                        - (scura) Senti, Leontina, stai zitta e lascialo stare; è stato punito abbastanza.

Signora Colbot              - Vedrà come gli costerà cara, tutta questa faccenda.

Leontina                        - Dunque, Marietta, raccontami bene come è andata la cosa. Come mai è arrivato a questo f punto? (Marietta tace) Tu capisci che dopo quella scenata, ci siamo subito messe ad ascoltare alla porta; eravamo così scombussolate. Ma non si ca­piva niente. C'erano dei ragazzi che urlavano.

Signora Colbot              - E io ho detto alla signora Leontina: a quest'ora passa tanta gente per la scala e si fa brutta figura se stiamo qui ad ascoltare.

Leontina                        - (a Manetta) Allora, avanti?

Marietta                        - No, non ora. Vorrei essere chi sa dove, e non pensare a nulla.

Signorina Angela          - Sentite, io la capisco. E' troppo sconvolta.

Leontina                        - Bene, bene, topino mio. Hai ra­gione. Non ne parliamo più.

Signora Colbot              - (a Leontina) Vuole che ce ne andiamo?

Leontina                        - Lasciatela un po' sola con me, per prendere delle decisioni.

Signorina Angela          - Appunto.

Marietta                        - (alzandosi) Non vorrei star qui, stasera.

Leontina                        - E pensi che io ti ci lascerei? Ti volevo proprio convincere di venire a casa mia.

Signora Colbot              - Sarebbe molto meglio per lei.

Leontina                        - (a Marietta, con autorità) E sai, non è solo per questa sera che ti porto a casa mia, ma per tutto il tempo che Tabaroux... (Alla signora Colbot) Il mio cognato più giovane è sotto le armi: la sua camera è libera.

Marietta                        - No, sei molto buona, ma...

Leontina                        - Ma, che cosa?

Signora Colbot              - (discreta) Venga, signorina Angela. Ci vedremo prima che parta, signora Ta­baroux.

Marietta                        - Sì.

Leontina                        - (accompagnandole) Va bene, a fra poco. (Escono e Leontina chiude la porta) Allora, Marietta, vieni da noi?

Marietta                        - Questa sera ci vengo volentieri per passare la notte. Ma proprio perché Enrico si è fatto arrestare, non voglio abbandonare la casa.

Leontina                        - L'abbandoneresti di più se tu an­dassi in vacanza. Stando da me potrai passarci di tanto in tanto.

Marietta                        - Come di tanto in tanto? Ma forse, rilascieranno Enrico domani o domani l'altro.

Leontina                        - Ma che cosa stai dicendo, cara? Prima bisogna che sia processato e non potrà es­serlo prima di una settimana o ancora di più.

Marietta                        - E dopo?

Leontina                        - Dopo, non so, ma il meno che gli possano fare è di schiaffarlo un mese in prigione. Non dimenticare che ha cercato di ammazzare un agente.

Marietta                        - Signore!

Leontina                        - Non morirà per tutto questo. Sia detto però, senza cattiveria, se l'è cercata. Forse gli farà molto bene. Non cominciare subito a com­piangerlo, Marietta.

Marietta                        - (sostenuta) No, non voglio com­piangerlo. Non lo devo compiangere. Lo sapeva benissimo che ero contenta di avere quel porta­fiori. E le conchiglie     - (infantilmente), le conchiglie; e anche le cartoline.

Leontina                        - Ha buttato via anche le mie car­toline di Saint-Malo?

Marietta                        - Le ha strappate. (Le fa vedere ì pezzi sparpagliati a terra).

Leontina                        - Marietta, Marietta! Io mi domando come hai potuto attaccarti a un soggetto simile. Ti porto via e ti terremo il più possibile. Per questa sera, portati l'indispensabile.

Marietta                        - Lio la minestra al fuoco.

Leontina                        - La puoi dare alla signorina An­gela, la tua minestra. Prendi soltanto l'occorrente per la notte. Lo metteremo nella mia borsa, la borsa del portafiori.

Marietta                        - E se domani fossi chiamata al commissariato? Se la polizia venisse?

Leontina                        - Lasceremo il mio indirizzo alla portinaia. Hai bene il diritto di non essere qui. Sei libera, mi pare.

Marietta                        - Non vorrei dare l'impressione di essere fuggita di casa.

Leontina                        - Non sei fuggita poiché lasci detto dove ti trovi. E' naturale, è logico che tu sia ospi­tata da tua sorella e da tuo cognato. Capiranno che sei di una famiglia per bene. (Marietta va verso la porta di destra, nel fondo; scosta una sedia, raccatta una conchiglia che è caduta quando Ta­baroux ha preso il portafiori. La guarda, sconsolata) Su, vieni.

Marietta                        - Di tutte le mie conchiglie, ecco tutto quel che mi rimane.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Il salottino dei Bichat, che comunica, in fondo, per mezzo di una vetrata sempre aperta, con la sala da pranzo, di cui si scorge la tavola coperta da un tappeto a frange e ornata da un portafiori simile a quello che sì è veduto nel primo atto: in esso sono infilati, rigidi, dei fiori artificiali. Lo stesso gusto traspare da tutta la stanza ammobiliata con lusso meschino e falso. Nel mezzo, su un tavolino circondato da seggiole, un vassoio con una bottiglia e bicchieri da liquore; a sinistra, un mobile con fo­nografo. Porte a sinistra e a destra; quest'ultima si apre sull'ingresso.

 (All'alzarsi del sipario, sì sente un ballabile che sta per terminare sul grammofono. Leontina e Bi­chat sono seduti vicino alla tavola. Leontina cuce un vestito, Bichat centellina un liquore. Marietta canterella l'aria del disco accennando passi di danza, con aria goffa).

Marietta                        - Ma sì, vi giuro che hanno suonato questo tango, ieri sera.

Bichat                           - (secco) No.

Leontina                        - Ce ne saremmo accorti, è uno dei nostri dischi.

Marietta                        - Hanno chiesto il bis due volte.

Bichat                           - (con aria dottorale, è il tono abituale del personaggio) Allora, non lo avrebbero soltanto bissato, ma «trissato».

Marietta                        - Bene, insomma, il signor Guéridon me l'ha fatto ballare tre volte. Verso la fine avevo già un po' imparato... (Balla).

Leontina                        - Prima di tutto, l'avremmo ballato, Dédé ed io.

Bichat                           - A meno che non l'abbiano suonato quando non c'eravamo.

Marietta                        - Sì, mentre siete andati a vedere i giochi acrobatici. Anzi, dopo quel tango sono ri­masta sola al nostro tavolo. Guéridon era andato a cercare le sigarette. (Ridendo) Figuratevi che molti signori sono venuti a invitarmi.

Leontina                        - Non c'è nulla di straordinario.

Marietta                        - Naturalmente, ho rifiutato. Non sarei stata capace, era una rumba. Ma mi faceva un certo effetto... mi chiamavano signorina. Mi ringiovanivano.

Leontina                        - (allegra) Ne hai veramente biso­gno; sei così vecchia!

Bichat                           - E poi, veramente, sei signorina. Non sei mai stata sposata, che io sappia.

Marietta                        - Ma sì, insomma, sposata libera­mente. Nel caseggiato del quartiere, tutti mi chia­mano signora.

Bichat                           - A proposito, non ho fatto caso, come ti chiama Guéridon?

Marietta                        - Oh! lui, sai, ha fatto presto a chia­marmi Marietta e...

Leontina                        - (terminando la frase) Bella figliuola.

Marietta                        - Mi dà ogni sorta di nomi pei scherzo. La prima volta che l'ho visto qui, credo che mi abbia chiamata signora.

Leontina                        - E' un uomo che si può permettere tutto. Ci sa fare.

Bichat                           - Questione di tatto. In ufficio, per esempio, quando canzona un collega, si spinge fin­ché può, ma non passa mai la misura. (Prende la bottiglia del liquore).

Leontina                        - Dédé... non prenderne più.

Bichat                           - Un gocciolino, è domenica.

Leontina                        - (va a levargli la bottiglia dalle mani) No, topino mio, sii ragionevole. Guéridon sta per arrivare; ne prenderai un altro bicchierino con lui. E dopo ti lamenterai dei bruciori di stomaco.

Bichat                           - (prendendo un giornale che legge distrattamente) Non è il rhum che dà i bruciori, è la grappa. Sta bene, ne riprenderò con Tony. Che cosa stavo dicendo?

Marietta                        - (che si è messa a riordinare i dischi leggendo i titoli) Parlavi di lui quando è in ufficio.

Bichat                           - Ah sì, è un vero numero.

Marietta                        - Quanto dev'essere buffo. Delle volte, mi chiedo se non gli succede mai di essere triste o almeno serio.

Bichat                           - Ti prego di credere che non scherza sempre. Prima di tutto, scrivere canzoni richiede molta riflessione e molto lavoro.

Leontina                        - Anche se si tratta di cose comiche. Bisogna trovare le rime, che cadano bene. Dev'es­sere un vero rompicapo.

Bichat                           - A volte ho visto Guéridon preoccu­pato durante tutta una giornata in ufficio, per un ritornello che non gli veniva.

Iviarietta                       - A dire il vero, l'altro giorno gli ho visto fare un viso grave, al Museo degli Invalidi, quando abbiamo visitato la tomba di Napoleone.

Bichat                           - Eh, perdinci!

Marietta                        - Strano, io l'ho trovato interessante come monumento storico, ma senza provare nes­suna commozione.

Leontina                        - Eppure, una tomba è sempre im-pie-mante.

Marietta                        - Ma là non si pensa ad un morto come al cimitero, ma piuttosto si guarda al lavoro, alla bellezza del marmo. Non ne avevo mai visto di quel colore. Lo volevo dire a Guéridon, ma mi sono fermata di botto nel vedere la faccia che fa­ceva: una faccia da funerale.

Leontina                        - E' andato Guéridon questa mat­tina al funerale?

Bichat                           - Sì.

Marietta                        - Al funerale di chi?

Bichat                           - Non lo so più. Certo che davanti alla tomba di Napoleone la tua immaginazione, Marietta, non poteva lavorare come quella di Guéridon che è molto più istruito di te e che per di più è poeta. Riviveva tutta un'epopea: le Piramidi, Austerlitz, Waterloo, e recitava forse a se stesso i versi di Victor Hugo.

Marietta                        - Difatti, racconta molte cose. Ha visto tutto ciò che si può vedere a Parigi. Ieri, ballando, mi enumerava tutti i posti dove si po­trebbe andare, dove mi potrebbe portare. Non ne conoscevo nessuno. Ne provavo perfino vergogna. Mi chiedeva: è già salita sulla torre Eiffel? No. Sulla torre di Notre-Dame? No. Conosce il Trocadero? Le corse? La festa di Neuilly? Il Louvre? La tomba del Soldato Ignoto? No. Era sempre no. Ah, allora, lei ignora tutto, della «Ville Lumière», mi ha detto.

Leontina                        - Davvero, poverina. Sei rimasta ignorante, lontana da tutto come ero io quando mi sono sposata. Non conosci che Saint-Ouen, il po­polino di Saint-Ouen, e i cinema di Saint-Ouen.

Marietta                        - (protestando) Oh, però...

Bichat                           - Di Parigi non conosci che le rive della Senna dove il signor Tabaroux andava a pe­scare con la lenza.

Marietta                        - E' già qualche cosa.

Leontina                        - Tutto quello che Guéridon ti ha citato, io lo conosco, e molte altre cose ancora. Fi­nalmente vivrai, Marietta. Ti faremo vivere un po' come tutti gli altri.

Bichat                           - O, più esattamente, come...

Leontina                        - (interrompendo, a Marietta) Stai attenta a non rompere i dischi. Lo sai, costano cari.

Bichat                           - (proseguendo) ...o più esattamente come quelli che sanno vivere, che hanno l'ambi­zione di elevarsi sulla scala sociale.

Marietta                        - Mi avete già tanto viziata. Da un mese ho l'impressione di vivere una festa continua.

Leontina                        - Povero tesoro.

Marietta                        - Non mi riconosco più, non mi ri­trovo più.

Leontina                        - Meglio così, bisogna che tu faccia pelle nuova.

Bichat                           - Vogliamo cambiarti completamente. (Manetta dimostra un certo imbarazzo) E fra qualche giorno ti metteremo al corrente di un progettino che ti interessa.

Marietta                        - Ah, sì?

Leontina                        - (a Bichat) Stai zitto, chiacchierone. (A Marietta) Ecco. Puoi andare ad infilarti questo vestito, Marietta; Guéridon deve venire verso le due e mezzo, e sono già le due.

Marietta                        - Grazie. Come sei cara.

Leontina                        - Hai tempo di dare una stiratina.

Marietta                        - Sì, e lo rimetterò sulle tue misure, io stessa, quando ne avrai bisogno.

Leontina                        - Senti, Marietta, non lo rimetterò più, te lo regalo.

Marietta                        - (confusa) Titina, non voglio; mi hai già dato troppe cose. E' quasi nuovo. Ti può ancora servire tanto.

Leontina                        - L'ho messo per due estati.

Bichat                           - Comprendi, Marietta, che se non fos­se in ottimo stato, Leontina non te lo regalerebbe.

Leontina                        - Vai, adesso.

Marietta                        - Bene, scappo. Grazie, Titina. (Va fino alla porta di sinistra, poi si ferma) Ti chiedo scusa se ti faccio questa domanda, ma il signor Guéridon te l'ha mai visto addosso, questo vestito?

Leontina                        - No. Almeno questa estate. Se credi che gli uomini si ricordino i vestiti!

Bichat                           - Ricordano quelli che hanno sgual­cito... appena appena.

Leontina                        - (con un tono di rimprovero) Dédé. (Marietta esce ridendo).

Bichat                           - Non va mica troppo male.

Leontina                        - Anzi, va molto bene. Guéridon di qui, Guéridon di là. Comincia a trovar naturale uscir sola con lui. E questa piccola civetteria, pro­prio adesso!

Bichat                           - Io, devo notare un progresso improv­viso da ieri sera. La serata al « Moulin de la Ga­iette » segna una tappa decisiva. Non c'è come il ballare per rivelare i sentimenti.

Leontina                        - Sei sciocco e ti sbagli. E' soprat­tutto da stamattina che ci sono dei cambiamenti. Da quando le ho parlato.

Bichat                           - Ci siamo? Le hai detto?

Leontina                        - Sì, facendo la spesa. Mentre pa­gavo il macellaio, si è lamentata una volta di più di esserci a carico e di non aver ancora lavoro. Questa volta, non ho lasciato sfuggire l'occasione; le ho risposto: « Mia cara, non preoccuparti; avrai ben capito che se ho lasciato il mio posto, se siamo andati a Saint-Malo, se viviamo nell'agiatezza, non è soltanto perché siamo economi, ma perché la no­stra posizione è veramente cambiata». Allora, le ho confidato in gran segreto che abbiamo vinto alla Lotteria Nazionale. Non le ho detto duecentomila lire, ma cento solo.

Bichat                           - E allora?

Leontina                        - Caro, le centomila lire hanno fatto un tale effetto che se avessi saputo, avrei detto cinquanta; e poi ho aggiunto: « Tu capisci che se ti ho nascosto questo finora è per via di Taba­roux, e Dédé mi ha proibito di parlartene prima che tu avessi rotto con lui definitivamente ».

Bichat                           - - Non avevi bisogno di attribuirmi que­sto discorso; e dei progetti, cosa hai accennato?

Leontina                        - Le ho detto che, naturalmente, tu mantenevi il tuo posto, ma che avevamo l'in­tenzione di mettere su un piccolo negozio di pro­fumeria e di articoli di toilette, giacché sono pra­tica in questo ramo. Per farla breve, le ho detto che le vogliamo proporre di occuparsene assieme a me, e che potrebbe farsi, finalmente, un'esistenza pia­cevole e sicura.

Bichat                           - Le è piaciuta l'idea?

Leontina                        - E come no? Mi ha ringraziata, ab­bracciata. Eccola, adesso, partita in quarta a sognare.

Bichat                           - La cosa più necessaria è che lei dica a quel delinquente, e il più presto possibile, che lo lascia; in modo che egli abbia già ingoiato il boccone quando uscirà di prigione, fra due mesi.

Leontina                        - E' quello che io non smetto mai di dirle, e da stamattina, credi, anche lei è di questo parere.

Bichat                           - E di Guéridon... non le hai parlato?

Leontina                        - Sì.

Bichat                           - Titina, non avresti dovuto. E' troppo presto. Ormai, Manetta si renderà conto che noi aiutiamo gli approcci di Tony, e può indisporsi, mettersi sulla difensiva.

Leontina                        - Ingenuo. Io conosco mia sorella. Non ho fatto altro che farle vedere e intravvedere degli orizzonti. Guéridon le fa la corte, e lei ne è lusingata e un po' inebriata, ma non le viene certo in mente che questo possa essere una cosa seria, insomma che un uomo come Guéridon pensi a sposarla. .

Bichat                           - Credo infatti che egli non ci pensi. Gli piacciono le donne, ma non ha nessuna voca­zione per il matrimonio.

Leontina                        - Ci arriverà come gli altri il giorno che sarà incapricciato di una donnina seria e capirà che non può averla senza sposarla.

Bichat                           - Adagio, Titina, adagio, non antici­piamo gli eventi. Quando Guéridon mi ha detto che gli piaceva tua sorella, io gli ho confidato sem­plicemente che la volevamo salvare da Tabaroux, cioè strappargliela per sempre, e l'ho messo con­fidenzialmente al corrente del progetto del' negozio.

Leontina                        - Allora sa che abbiamo vinto alla Lotteria Nazionale.

Bichat                           - No, mi raccomando di non parlar­gliene. Gli ho detto che avevo avuto una piccola eredità, così, vagamente. Capirai, gli avevo pro­messo che se avessi vinto alla Lotteria più di cin­quantamila lire gliene avrei regalate dieci!

Leontina                        - (esclamando) Che stupidaggine!

Bichat                           - Parla piano. Insomma che cosa le hai detto a proposito di Tony?

Leontina                        - Appena il necessario. Dopo aver accennato al negozio... (S'interrompe perché hanno suonato).

Bichat                           - E' Guéridon. Vado ad aprire.

Leontina                        - Dì un po'... lasciamoli uscire soli, ma per salvare le apparenze, almeno per un mo­mento, diciamo di andare tutti insieme a vedere il bambino.

Bichat                           - Ma sì. (Esce, lasciando la porta aper­ta, ho si sente accogliere Guéridon in tono festoso) Benvenuto, mio caro poeta! Come stai?

Guéridon                       - (entrando) Salute, o Bichat, grande Bichat, il non plus ultra Bichat detto Dédé. (Salu­tando largamente col cappello) Madama Titina, i miei omaggi.

Leontina                        - Buon giorno, signor Guéridon. (Stretta di mano) Andrea non le ha preso il cap­pello.

Guéridon                       - L'ho tenuto, gentile signora, per poterla salutare meglio. (Si dirige verso l'entrata).

Bichat                           - Dammi. (Gli prende il cappello e sparisce per attaccarlo nell'ingresso).

 Leontina                       - (a Guéridon) Ma davvero, non po­teva venire a colazione da noi?

Guéridon                       - Impossibile. Il suo sposo deve aver­glielo già detto. Sono dovuto andare ai funerali di Ludovico Florent. Una messa con grande apparato, con discorsi che non finivano più. Sono uscito dal cimitero di Montparnasse alle due e mezzo. E ho dovuto ingollare due bocconi qui vicino, in quat­tro e quattr'otto.

Bichat                           - (rientrando) Ebbene, ora prendi un po' di rhum. Dagli un bicchiere, Titina.

Leontina                        - (mentre va a cercare il bicchiere in sala da pranzo) Chi è Ludovico Florent?

Guéridon                       - Il celebre compositore, l'autore di « Poiché l'amo », di « Piccolo nido», di...

Leontina                        - Ah, sì.

Bichat                           - E' una grave perdita.

Guéridon                       - Ma dove è dunque, la mia bal­lerina?

Bichat                           - A vestirsi.

Leontina                        - (posando il bicchiere che ha sul vas­soio, vicino a quello di Bichat) E' proprio cu­rioso di sapere perché non c'è ancora? (Versa il rhum) Sta mettendosi un bel vestito in suo onore.

Bichat                           - (a Guéridon) Sai, è ancora tutta ecci­tata per la serata di ieri.

Leontina                        - Un momento fa ballava da sola. Si può immaginare che effetto le ha fatto «Le Moulin de la Gaiette ». Era la prima volta che lo vedeva.

Guéridon                       - Povera bambina.

Leontina                        - E' tutta in brodo di giuggiole perché la vedrà ben vestita. Le ho regalato uno dei miei abiti, e si può figurare...

Bichat                           - (interrompendola) Titina, non era ne­cessario che tu ne parlassi.

Leontina                        - A Guéridon? Perché no? La civet­teria di Marietta è così ingenua.

Guéridon                       - (curioso) Continui, signora.

Leontina                        - Allora, ha voluto sapere se lei mi aveva già vista con quel vestito. Temeva lo ricono­scesse. L'ho tranquillizzata, capirà. (Risatina).

Guéridon                       - E' adorabile. E non le avete an­cora parlato dei vostri progetti, della piccola ere­dità?

Leontina                        - (vivamente) No, non ancora, e non gliene parli.

Bichat                           - Ti ho detto il perché. (Gesto rassi­curante di Guéridon).

Leontina                        - Dovrebbe già essere qui. Vado ad aiutarla a infilarsi il vestito.

Guéridon                       - Che cosa facciamo dopo pranzo?

Bichat                           - Andiamo a Joinville a vedere il bam­bino.

Guéridon                       - (senza entusiasmo) Benissimo.

Bichat                           - Quando dico andiamo, intendo dire che Titina ed io ci dobbiamo andare. Ma per te è un'altra faccenda. (Si versa il rhum).

Guéridon                       - No, no, andiamoci tutti.

Bichat                           - Non hai l'aria molto entusiasta, eh?

Guéridon                       - La mia unica obiezione è che c'è molto da camminare, laggiù, e che sono già stanco. Ho commesso la sciocchezza di andare a piedi da Montmartre a Saint-Germain-des-Prés. Ma questo non ha importanza.

Bichat                           - Mi fai ridere e mi fai compassione al tempo stesso.

Guéridon                       - E perché?

Bichat                           - Proprio a me che sono il tuo mi­gliore amico, non puoi dire senza tante storie che preferisci andare a spasso solo con Manetta?

Guéridon                       - Diciamo che lo preferirei se non fosse contrario alle buone regole.

Bichat                           - (con una risata ironica) Come se tu non fossi già uscito solo con lei.

Guéridon                       - Tu non capisci. Sono venuto per passare il pomeriggio con voi e non posso di fronte a tua moglie e alla stessa Manetta...

Bichat                           - Figurati. Non si tratta che di salvare le apparenze. Tu non vuoi andare a Joinville perché hai i piedi stanchi.

Guéridon                       - E' vero.

Bichat                           - Perché non ti piace la campagna.

Guéridon                       - E' vero.

Bichat                           - Perché non vai pazzo per i bambini.

Guéridon                       - Dipende...

Bichat                           - L'hai sempre detto. Non andrai a Joinville. Mia moglie sarà soddisfatta di vederti continuare il salvataggio di Marietta, e credi pure che lei non domanda di meglio che di essere sal­vata. Non preoccuparti. Accomodo tutto io e ci ritroveremo stasera per l'aperitivo.

Guéridon                       - Non mi resta che cedere alla vo­lontà dei miei piedi doloranti e questa sera ti dirò a che punto siamo col salvataggio.

Bichat                           - Ecco. Dove te la porti, quella bam­bina?

Guéridon                       - Non lo so, certo a vedere qualche cosa che la diverta e che la metta in un clima fa­vorevole. Ma è garantito che non voglio cammi­nare. Ci mancherebbe altro. (Entrano Leontina e Manetta).

Leontina                        - (irritata, a Marietta) Avevi ancora lasciato il gas acceso. Stai un po' attenta, perché costa caro.

Marietta                        - (confusa) Scusami. Non sapevo che il ferro fosse già caldo. Buongiorno, signor Guéridon.

Guéridon                       - Eccola, questa bisbocciona, que­sta nottambula. (Le stringe la mano, rivolgendosi a Bichat e Leontina indicando Marietta) Fresca come una rosa. Si direbbe che si sia appena alzata.

 Marietta                       - (ridendo) Scommetto che mi sono alzata prima di lei. Alle otto, stamane, facevo già il caffè.

Guéridon                       - Ma questa è troppa virtù.

Leontina                        - Ha l'abitudine di alzarsi alle sei e mezzo. (Riporta la bottiglia di rhum in sala da pranzo).

Marietta                        - (a Guéridon) E lei? Non si di­rebbe che ritorna da un funerale. Chi ha seppel­lito? Il suo padrone di casa?

Bichat                           - (con rimprovero) Marietta.

Guéridon                       - S'immagini se andrei ai funerali del padrone di casa.

Marietta                        - (seria) Di chi era il funerale?

Guéridon                       - Di Ludovico Florent.

Marietta                        - Un amico?

Guéridon                       - Un musicista, un compositore, Marietta.

Leontina                        - L'autore di « Poiché l'amo », sai?

Marietta                        - No, non lo so; io non so nulla. (A Guéridon) Aveva musicato qualche cosa di suo?

Guéridon                       - No, non scrivo che su vecchie poesie conosciute. Non l'avevo neanche mai visto, questo Ludovico.

Marietta                        - Allora, perché è andato al suo fu­nerale?

Guéridon                       - Non si va sempre ai funerali per il morto, Marietta, ma per vedere i vivi. (Sbalor­dimento di Marietta) Ma sicuro.

Marietta                        - Che idea balorda. Non ne vede abbastanza, di vivi?

Bichat                           - E' unica, questa Marietta. (Bichat e Leontina ridono).

Guéridon                       - No, cara bambina. Ci sono per­sone che non s'incontrano che ai funerali. Non sono andato a quelli di Ludovico Florent per pro­curarmi un piacere, mi creda. Non posso soffrire le pompe funebri. Ma così mi si è presentata l'oc­casione di incontrare canzonettisti celebri, direttori di «cabarets», artisti. Ho ricordato ad ognuno le parole di lode che essi mi avevano mandato quan­do inviai loro il mio volumetto. Capisce bene che per riuscire, non basta il talento, bisogna avere delle relazioni.

Bichat                           - (approvando) Diavolo.

Guéridon                       - E quando si è tutto il giorno in ufficio...

Leontina                        - Meno male che hanno fatto i fu­nerali di domenica.

Guéridon                       - No, signora Titina, è stato un peccato, perché in settimana, per un funerale, avrei potuto ottenere un permesso.

Bichat                           - A proposito di questi funerali; ecco, Titina, un uomo che ha camminato ed è stato in piedi per tre ore di seguito stamane, non sogna altro che sedersi davanti ad una bella bibita ghiacciata...

Guéridon                       - (senza entusiasmo) Ma no.

Bichat                           - Perciò dobbiamo impedirgli di ac­compagnarci a Joinville.

Guéridon                       - E tutto questo perché ho avuto l'imprudenza di confessargli che avevo le gambe fiacche. In ogni modo posso prendere l'autobus con voi e aspettarvi, laggiù, non lontano dalla sta­zione.

Leontina                        - Sarebbe assurdo e mi chiedo perché dobbiamo imporgli una tale «corvée».

Guéridon                       - Per stare con voi.

Bichat                           - Ci ritroveremo per l'aperitivo. Senti, caro mio, ti lasceremo con Manetta, se accetta di sacrificarsi.

Marietta                        - (vispa) Accetta volentieri.

Bichat                           - Bene. Andrete a farvi scarrozzare in qualche posto piacevole e riposante.

Leontina                        - Benissimo. E tu, Marietta, andrai a vedere il bambino in settimana.

Guéridon                       - (rassegnato) Non posso rifiutare la compagnia di Marietta.

Leontina                        - (a Bichat) E noi, topino mio, spic­ciamoci. Vado a mettermi il cappello. (Esce).

Guéridon                       - (a Marietta, cantando) Dite, bella figlia, Dove volete andare?

Marietta                        - Io non lo so. Dove vorrà.

Guéridon                       - (esaminandola) E prima di tutto, mi lasci fare un apprezzamento. Sì?

Marietta                        - (incuriosita) Sì.

Guéridon                       - Lei ha un vestitino... (Manda un bacetto espressivo) Non è vero, Bichat? (Bichat ap­prova sorridendo e va a cercare il cappello).

Marietta                        - (felice) Sì, mi piace tanto.

Guéridon                       - E lei piace a lui. E' un colore che le sta a meraviglia.

Marietta                        - Non sono stata io a sceglierlo, ma mia sorella.

Guéridon                       - Sì, ma è lei che lo porta.

Bichat                           - (tornando con il cappello) Il vestito è la metà di una donna.

Leontina                        - (ritorna, infilandosi i guanti) Al­lora, dove andate?

Guéridon                       - Ho un'idea. C'è un film sbalor­ditivo da vedere.

Bichat                           - Scoppierete dal caldo, in un cinema­tografo.

Guéridon                       - Affatto. Ci sono i ventilatori e il film è refrigerante. E' intitolato «Gli amanti del ghiacciaio».

Leontina                        - Dov'è?

Guéridon                       - Sui «boulevards». Non andremo a piedi. Le offro un taxi.

Leontina                        - Caspita.

Guéridon                       - Però il film non comincia che alle quattro. Prima, andremo a sederci in qualche caffè.

 Bichat                          - Ebbene, fate con comodo, noi scappiamo.

Leontina                        - Va bene. (Abbraccia Marietta e  stringe la mano a Guéridon) Allora, a fra poco.  (Esce).

Bichat                           - Facciamo alle sei e mezzo al caffè  della Posta.

Guéridon                       - Inteso. (Stringe la mano a Bichat).

Bichat                           - (a Guéridon, con un sorrisetto di complicità) Divertitevi. Arrivederci, Marietta.

Marietta                        - (l'accompagna fino all'entrata) Arrivederci. Un bacio al bambino. (Ritorna e chiude la porta).

Guéridon                       - Forse lei preferiva andare a Joinville?

Marietta                        - S'immagini. Tanto, il mio nipotino me lo godrò tutta sola in settimana.

Guéridon                       - Preferisce?

Marietta                        - Sì.

Guéridon                       - Perché?

Marietta                        - In settimana, l'autobus è quasi vuoto. Si attraversa il bosco di Vincennes, si ha l'impressione di andare lontanissimo. Mi metto sulla piattaforma e guardo gli alberi e i piccoli  viali che s'inoltrano nel bosco. Con Leontina si chiacchiera sempre e non si vede nulla. E quando sono sola, sa cosa faccio? Scendo al ponte di Joinville, così mi rimane un po' più da camminare, ma posso guardare la Marna e i battelli.

Guéridon                       - Bambina. (La guarda, sorridendo).

Marietta                        - Vado a prendere il cappello.

Guéridon                       - No, un momento. Sono appena arrivato e abbiamo tutto il tempo. Tenga, una si­garetta. Ho comprato delle inglesi per lei. (Gliele offre).

Marietta                        - Troppo gentile. (Prende una siga­retta che Guéridon le accende, si siedono).

Guéridon                       - (scherzoso) In fondo, lei è con­tenta di stare con me perché potrà andare da sola a Joinville.

Marietta                        - (dopo un movimento di protesta, stan­do allo scherzo) Sì, signore, unicamente.

Guéridon                       - Unicamente, no. C'è anche il ci­nematografo.

Marietta                        - Cattivo, lo sa che mi piace uscire con lei.

Guéridon                       - Lo spero bene.

Marietta                        - Ma non ci sarebbe che una cosa capace di trattenermi, e cioè il vedere come lei non solo paghi sempre, ma faccia addirittura delle pazzie. Anche ieri sera, per esempio, al « Moulin de la Gaiette » quella scatola di cioccolatini...

Guéridon                       - (ridendo) Pazzie? La signora ba­ronessa si burla di me? O confonde lucciole per lanterne?

Marietta                        - In ogni modo...

Guéridon                       - Le dispiace di dovermi qualche piccolo piacere?

Marietta                        - Non è questo, ma...

Guéridon                       - Non m'impedisca di viziarla un po' quando capita l'occasione e di provarle la mia felicità di stare con lei.

Marietta                        - Oh! la sua felicità.

Guéridon                       - Ma certo, la mia felicità, Marietta. Sicuro. Senta, le devo onestamente una confiden­za: ho recitato una parte, un momento fa, con questo caro Dédé, la parte dell'uomo stanco per non andare a Joinville, per passare il dopopranzo con lei.

Marietta                        - (confusa) Davvero?

Guéridon                       - E' così, come ho l'onore di dichia­rarle, piccina mia; e si ricordi che non ho accet­tato di stare qui che dopo essermi assicurato che lei ci restava.

Marietta                        - Come è furbo.

Guéridon                       - Davvero. Le confesso che mi sor­prendo da me. Sono tutto d'un pezzo e la furberia non è nella mia natura. Ma è tutto qui, quel che ha da dirmi? Che sono furbo? Non è un po' com­mossa?

Marietta                        - (interdetta) Sì...

Guéridon                       - (facendo il prezioso) Non è lei invece che coglierebbe l'occasione di giocare d'a­stuzia per passare qualche ora in buona compagnia col suo amico Tony Guéridon?

Marietta                        - (sviando il discorso) Io non saprei proprio come cominciare, per essere furba.

Guéridon                       - Se lei avesse davvero voglia di stare con me. Se diventassi per lei qualche cosa di più che un amico...

Marietta                        - Se lo augurerebbe veramente?

Guéridon                       - Marietta, è possibile che lei non si sia ancora accorta quanto mi piace. Quando usciamo insieme, la tengo stretta per il braccio, le sussurro all'orecchio ogni sorta di tenerezze e lei mi sorride senza rispondere, non sembriamo due innamorati? E quando stringo questa manina nel mètro e nell'autobus, lei non la ritira mai. (Le ha freso la mano e l'accarezza).

Marietta                        - (stupita) E' vero. (Ritira lenta­mente la mano) Ma trovo tutto questo molto gen­tile senza dare nessuna importanza. Mi dico che questo è il suo modo abituale, la sua maniera di essere galante. Ricordo che mia sorella mi ha detto, ancora prima che io la conoscessi, che era intra­prendente con tutte le donne.

Guéridon                       - Che errore. Vuole che glielo dica? Ebbene, in generale, sono le donne che sono civet­tuole con me e che mi provocano. Glielo giuro. Quando una donna si mette a stuzzicarmi, mi di­venta insopportabile e la tengo a distanza. Ben inteso, sfuggo con dolcezza, attento a non ferire e a non offendere. Così posso dare l'impressione di essere stato io a cominciare.

Marietta                        - Chissà quante donne ha cono­sciuto.

Guéridon                       - Evidentemente, ne ho conosciute parecchie.

Marietta                        - Molto più carine, attraenti di me.

Guéridon                       - Non è vero, poiché è lei che mi attira.

Marietta                        - Non mi conosce ancora bene e chissà che cosa immagina.

Guéridon                       - (interrompendola con enfasi) La conosco più di quanto crede, Marietta. E non si può preferire un fiore a tutti gli altri, nello stesso istante che si scopre? (Osserva Marietta con la sod­disfazione del conquistatore. Marietta rimane un momento sognante poi una risatina silenziosa la scuote) Perché ride?

Marietta                        - Penso quanto tutto è nuovo, ina­spettato, per me, da un mese. Sono stordita.

Guéridon                       - Me l'ha già detto, ieri sera, bal­lando. E come ieri sera le ripeto: non ci pensi, si lasci guidare. E lei, mi dica, ha conosciuto, fre­quentato, molti uomini?

Marietta                        - Come frequentato?

Guéridon                       - Voglio dire, è stata amata, ha amato parecchie volte?

Marietta                        - No, non c'è stato che mio marito.

Guéridon                       - Non è suo marito.

Marietta                        - Ma sì, eravamo sposati libera­mente da quattro anni.

Guéridon                       - (ridendo) Questo non si chiama essere sposati, perché non siete andati in municipio.

Marietta                        - Questo non era nelle sue idee. Di­ceva che la nostra unione non riguardava nessun altro che noi due. Diceva che era vergognoso che un uomo e una donna domandassero al governo il permesso di amarsi.

Guéridon                       - (pignolo) Non si tratta di per­messo, ma di garanzia legale, d'impegni reciproci.

Marietta                        - Non si garantiscono l'amore e la fiducia. Per quello, la pensavo un po' come lui.

Guéridon                       - (con commiserazione) Le ha fatto credere questo per darle l'illusione di essere sposata.

Marietta                        - Non era un'illusione.

Guéridon                       - Eravate innamorati uno dell'altro?

Marietta                        - (imbarazzata) Perché ci saremmo sposati?

Guéridon                       - E ora?

Marietta                        - Lei sa bene.

Guéridon                       - - Non lo ama più?

Marietta                        - Lo detesto. Non gli perdono di avermi ingannata.

Guéridon                       - Ah, non gli bastava di bere, di essere brutale, villano; la tradiva anche?

Marietta                        - Non beveva. Su questo punto, Andrea e Leontina si sbagliano. Non è mai stato brutale con me. Aveva delle parole violente, degli scatti d'orgoglio, questo sì, ma non di più.

Guéridon                       - (insistendo) Ma la tradiva?

Marietta                        - (scura) Non ho detto che mi tra­disse con un'altra, ma che mi ha mentito, ingan­nato su quello che guadagnava. Mi ha sempre lasciato credere che non riceveva che un salario di manovale, e quando andai all'officina a ritirare la sua ultima paga, mi diedero quasi il doppio di quello che mi aspettavo di ricevere. Credetti fosse uno sbaglio, ma il cassiere mi disse che era la paga abituale di Enrico, quella di ogni settimana, da quando lavorava.

Guéridon                       - E lei non si era mai accorta di nulla?

Marietta                        - Credevo che tenesse per sé qual­che soldo. Però a volte, mi stupivo di vederlo gua­dagnare così poco. Un operaio bravo come lui, un uomo che sa fare di tutto, il contrario di un pigro. Ma si irritava, quando l'interrogavo. Diceva che se non avevo fiducia in lui potevo andarmene.

Guéridon                       - Bene. Ed è proprio quello che lei ha fatto.

Marietta                        - (amara) Avevo fiducia in lui e mi ha delusa. Soprattutto per questo gli serbo rancore.

Guéridon                       - E che cosa faceva del suo denaro? Se non beveva, giocava o aveva una relazione, le pare?

Marietta                        - E' quello che dicono Leontina ed Andrea. (Col nodo alla gola) Però, non lo posso credere ancora.

Guéridon                       - (abbracciandola alle spalle) Su, bambina, non si deve lasciar commuovere, poiché tutto è finito. Non l'ama più.

Marietta                        - (con sforzo) No. (Una pausa) E poi con tutto quel che mi ha fatto. Quel porta­fiori, gli avevo detto e ripetuto che ero felice di averlo, se n'è infischiato. E le conchiglie... con quello che rappresentavano per me.

Guéridon                       - Cosa rappresentavano per lei?

Marietta                        - Ebbene, il mare, le meraviglie, i gioielli del mare. Lei forse si burlerà di me, non importa. Io m'immaginavo di averle raccolte cam­minando. E poi, avrei voluto guardarmele una ad una, da vicino. Non le posso spiegare.

Guéridon                       - Che bambina.

Marietta                        - Mi trova sciocca?

Guéridon                       - Affatto, è tanto carina, invece. Senta, bambina mia, non pianga troppo sulle con­chiglie, gliene farò spedire delle uguali. Saprò do­mani dove sua sorella le ha comperate.

Marietta                        - (ridendo) Non le ha comperate.

Guéridon                       - Sì. Le ha comperate per lei e per il bambino. Le ho viste qui: erano due retine verdi, identiche, piene di conchiglie, e ogni rete por­tava l'etichetta di un emporio di Saint-Malo.

Marietta                        - Leontina non le ha raccolte?

Guéridon                       - Non le avrebbe mai trovate così belle e tutte scelte. Quelle che si vendono sulle spiagge sono le conchiglie che i pescatori trovano nelle loro reti quando le trascinano in fondo al mare.

Marietta                        - (nascondendo male il suo disappunto) Mi aveva detto di averle raccolte.

Guéridon                       - Ho fatto una «gaffe». La signora Titina ha voluto sbalordirla. Però, se lo tenga per sé. E noti bene che trovo molto più signorile da parte di sua sorella averle comperato delle conchi­glie di qualità piuttosto che portarle qualunque cosa che avesse raccolto sulla spiaggia.

Marietta                        - (senza convinzione) Forse.

Guéridon                       - Però, lei non dovrà sapere da dove verranno le conchiglie che le regalerò io.

Marietta                        - No, no, non voglio che lei me ne regali, d'altronde non saprei cosa farmene, sono senza casa.

Guéridon                       - Presto o tardi ne avrà una.

Marietta                        - (sospirando) Lo spero.

Guéridon                       - Marietta. Parliamo un po' seria­mente. Si confidi a me come al miglior amico. A che punto si trova con i suoi progetti?

Marietta                        - Non ne posso fare prima di aver  trovato un lavoro.

Guéridon                       - Ma Tabaroux sa che lei ha deciso di lasciarlo?

Marietta                        - Non ancora.

Guéridon                       - Avrebbe dovuto scrivergli da tempo.

Marietta                        - Preferisco dirglielo. Andrò alla prigione sabato prossimo.

Guéridon                       - Che idea strana. E' più facile e meno penoso scriverle che dirle, queste cose.

Marietta                        - Non per me e non con lui. E poi, alle carceri, leggono le lettere.

Guéridon                       - Cosa gliene importa?

Marietta                        - (stupita) Come? Ma questo m'impedisce, mi proibisce di scrivergli delle cose delicate e personali che possono mortificarlo. Se ho del rancore verso di lui, non lo dirò certo né al direttore delle carceri, né al Giudice istruttore.

Guéridon                       - Ebbene, lei è magnanima. Ma quando gli darà la notizia, se lui le risponde che: non intende lasciarla, che vuol tenerla per amore  o per forza?

Marietta                        - Non lo farà mai. Anche se mi dovesse rimpiangere, non lo farà mai. (Una pausa).

Guéridon                       - Ciò che mi sorprende è come lei! sia già andata a trovarlo in carcere.

Marietta                        - Sì, ci sono andata. Leontina e Andrea non volevano, erano furiosi, ma io ho pensato che se non ci andavo, nessun altro ci sarebbe andato.

Guéridon                       - E allora, questa visita, com'è an­data?

Marietta                        - Appena ho cominciato a rimpro­verarlo e a fargli delle domande, è andato su tutte le furie. Mi ha detto che ho un cervellino da gal­lina.

Gueridon                       - Gentile.

Marietta                        - Mi ha detto: « Stavo per darti qualche spiegazione, ochetta mia, ma poiché te le sei trovate da sola, non ti dirò niente». (Sul punto di piangere) E ha avuto la faccia tosta di aggiun­gere che se è in prigione è colpa mia.

Guéridon                       - Marietta, piccina mia, dimentichi tutto questo. (Enfatico) Non posso vedere questi occhi belli annebbiarsi di tristezza. Ho risvegliato in lei questi brutti ricordi soltanto nella speranza di consolarla. Era necessario che io sapessi se mi era possibile esserle utile, se potevo confortare il suo cuoricino, facendovi fiorire le gioie più dolci...

Marietta                        - (sorridendo) Sì.

Guéridon                       - (incalzando) Mi lasci coccolarla, mi lasci amarla. Lei certamente non ha idea di ciò che può essere la tenerezza di un uomo per una donna.

Marietta                        - (con nostalgia) Oh, sì.

Guéridon                       - No, Marietta. Lei non sa che cosa sia un uomo che conosce la donna come poeta e come psicologo, che sa rispondere a tutte le esi­genze della sensibilità femminile, lei non è mai stata colmata di riguardi, di cure, di premure.

Marietta                        - Che cosa ne sa lei?

Guéridon                       - Lo vedo dalla sua sorpresa, dalla sua gaia confusione, bambina mia, quando uso con lei la galanteria più semplice e usuale. Si lasci amare da me. Mi lasci provare di farla felice. Scom­metto che ci riuscirò. (Bacia la mano di Marietta con insistenza).

Marietta                        - Ma dove andremo a finire?

Guéridon                       - Lontano quanto vorremo, Mariet­ta, tanto lontano quanto lei vorrà. E' prematuro parlare d'avvenire prima di aver provato l'espe­rienza della felicità. Le chiedo soltanto quella fi­ducia che ha riposto tanto male un'altra volta.

Marietta                        - Per quel che riguarda il passato, il mio passato, la prego di non parlarne. Non le sarebbe molto facile capirlo.

Guéridon                       - (interrompendola) Ha ragione, ha mille volte ragione. Le chiedo scusa. Un passato così vicino, così penoso; non gliene parlerò più, non mi permetterò mai più di giudicarlo. Ho man­cato di tatto. Ma sa cosa vuol dire questo? Che io sono innamorato, un innamorato non si controlla più. Non mi porta rancore?

Marietta                        - No, lei è molto gentile, molto buono. D'ora in poi, ripenserò sempre alle parole.

Guéridon                       - E' il nostro segreto, vero?

Marietta                        - Certo.

Guéridon                       - Com'è dolce avere Io stesso segre­to. (Marietta riflette) A che cosa pensa?

Marietta                        - A nulla.

Guéridon                       - Lei si è rattristata di colpo. Che cosa c'è?

Marietta                        - Io pensavo che lei è una persona istruita, un poeta, che ha una posizione, mentre io...

Guéridon                       - (fa segni di protesta) Oh!

Marietta                        - (proseguendo) Lasciai la scuola a tredici anni per entrare in un laboratorio come rilegatrice, e poi...

Guéridon                       - Poi lei è diventata una donnina adorabile, con un'attrattiva e un fascino persona­lissimi, glielo giuro. C'è in lei qualche cosa di molto candido. Lei è una Musa. Non so esprimermi me­glio; per un poeta lei è veramente l'incarnazione della Musa.

Marietta                        - La Musa... che cos'è precisamente?

Guéridon                       - L'ispiratrice, quella che si canta e per la quale si canta, quella di cui un bacio esalta il genio del poeta. C'è davanti alla « Comédie francaise» una splendida statua di Alfred de Musset, sfinito e malato. Alle sue spalle la Musa china su di lui per confortarlo, per dargli l'energia di non più ripudiare l'esistenza, ma di cantarla. Gliela farò vedere. E poi, cara Marietta, non pensi di ri­tornare a fare la rilegatrice. (Misterioso) Io so certe cose... In questa casa si fanno dei progetti che la riguardano.

Marietta                        - (con stupore) Progetti?

Guéridon                       - Ascolti. Voglio che lei sappia da me quello che sua sorella e Bichat non vogliono dirle ancora, ma che mi hanno confidato. Qualche mese fa, Titina e Andrea hanno ereditato.

Marietta                        - (sorpresa) Ereditato? Ne è sicuro?

Guéridon                       - Sì, da un parente di Bichat, uno zio, un cugino, non so bene, una somma piuttosto ragguardevole che permette a Titina di comperare un negozietto di profumeria e di articoli da toi­lette, in questo quartiere; ella è molto pratica di questo genere.

Marietta                        - Sì.

Guéridon                       - Allora sua sorella le chiederà di lavorare con lei nel negozio. Anzi, lo dirigerà da sola quando sarà pratica, di modo che Titina potrà riprendere con sé il suo bambino e occuparsene completamente. Ha capito?

Marietta                        - Sì.

Guéridon                       - Tutto questo non le pare mera­viglioso?

Marietta                        - Oh, sì.

Guéridon                       - La padrona sarà sua sorella, ma a poco a poco lei finirà col rimanere sola nella sua botteghina profumata. Si tratta di un commercio piacevole, quasi completamente dedicato alla civet­teria e alla toilette femminile. E allora... allora io verrò dopo l'ufficio a chiacchierare con lei, l'aiuterò a fare la vetrina, giacché è un lavoro da poeta, disporrò come versi, come strofe, i rossetti, le sca­tole di cipria, i saponi e i dentifrici. (Marietta di­vertita scoppia a ridere) E poi... dietro il negozio, o sopra, ci sarà un angolino tutto suo (le si avvi­cina) un angolino suo che diventerà il nostro, dove le canterò le mie canzoni. Le conoscerà prima di tutti. (Essa lo guarda un po' turbata, poi abbassa la testa. Egli la bacia sui capelli e sulla tempia senza che ella reagisca) Ha capito, un momento fa ero io a dirle di non parlare dell'avvenire e sono pro­prio io che gliene parlo. E' più forte di me. Ma non dimentichi che ho promesso ad Andrea il più assoluto silenzio su tutto questo.

Marietta                        - Se gli ha promesso il silenzio, fa male a non mantenerlo.

Guéridon                       - Sì, gattina mia, ho parlato perché ho fiducia in lei, perché la sentivo inquieta, incerta del domani, e non potevo non rassicurarla. E tutto questo ci avvicina, Marietta. Mi guardi. (Essa alza un momento lo sguardo, sorridendo; egli l'attira a sé e cerca di baciarla. Essa si svincola e si alza).

Marietta                        - (con fermezza) No. Non si deve.

Guéridon                       - (inseguendola) Sì, Marietta.

Marietta                        - (svincolandosi di nuovo) No, non ancora.

Guéridon                       - (supplichevole) Perché?

Marietta                        - Perché mio marito non sa ancora che lo lascio. Soltanto quando gliel'avrò detto, sarò libera. Per dirglielo come si deve, come voglio io, non bisogna che sia già stata abbracciata da un altro, da lei. Non creda che se lei mi baciasse oggi, il suo bacio sarebbe già cancellato fra otto giorni.

Guéridon                       - Francamente lei ha un carattere. E' ammirevole. Sono commosso di sentire tutta l'importanza che dà a questo primo bacio. Anch'io non l'avrei dimenticato tanto presto. E come il suo scrupolo è elegante, pure nella sua esagerazione,

Marietta                        - Non è scrupolo, ognuno agisce se­condo la sua natura.

Guéridon                       - (poggiandole le mani sulle spalle) Non ce ne sono due come lei. Se non vuole che la baci ancora, scappi subito. Vada svelta a pren­dere il cappello. Non si dirà mai che lei abbia fatto appello invano alla nobiltà dei miei sentimenti. Pensavo di farla ballare, di tenerla fra le braccia come ieri sera; avremmo girato un disco, un valzer, ma no. Non ancora. Stasera, ancora con gli altri. Presto, Marietta, si metta il cappello e andiamo a vedere «Gli amanti del ghiacciaio». (La segue con gli occhi mentre esce ridendo).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Una sala da visita della prigione di Fresnes. Perpendicolare alla ribalta un corridoio divide il palcoscenico nel mezzo, separando due reparti chiu­si da sbarre di ferro. Porta in fondo al corridoio centrale ed in ciascuno dei due reparti. Questi possono essere limitati in modo convenzionale da tende, lo scenario consistendo unicamente nelle sbarre più vicine l'una all'altra nel fondo che in primo piano.

 (All'alzarsi del sipario, Tabaroux è nel reparto di sinistra, vestito da carcerato. Il carceriere va e viene nel corridoio).

Il Carceriere                  - (fa qualche passo in silenzio, poi si pianta davanti a Tabaroux) E' la prima voltai che ti viene a trovare, tua moglie?

Tabaroux                       - No, è venuta quindici giorni fai in un momento in cui lei non era di servizio.

Il Carceriere                  - (dopo una pausa) Quanto ti rimane ancora da fare?

Tabaroux                       - Quarantotto giorni da domattina.

Il Carceriere                  - Roba da nulla. Ti avevano! dato quattro mesi?

Tabaroux                       - Tre.

Il Carceriere                  - E' la prima volta?

Tabaroux                       - Sì. (Il carceriere passeggia).

Il Carceriere                  - Tre mesi non significano nulla. O sono troppi o sono pochi. Cosa hai fatto per farti schiaffare tre mesi qui senza la condizionale?

Tabaroux                       - Niente di speciale: ciò che chiamano oltraggi ad un agente della forza pubblica.

Il Carceriere                  - Ah. In una manifestazione?!

Tabaroux                       - Come le pare.

Il Carceriere                  - Uno sciopero? Qual è il tuoi mestiere?

Tabaroux                       - Tornitore di metalli. Per ora, ero amlatore in un'officina.

Il Carceriere                  - Hai bisticciato con gli agenti?

Tabaroux                       - No. Ho fatto paura ad uno di loro lasciando cadere un portafiori ai suoi piedi.

Il Carceriere                  - Un portafiori?

Tabaroux                       - Un'insalatiera, se preferisce.

Il Carceriere                  - E dove l'avevi presa questa insalatiera?

Tabaroux                       - In casa mia. L'ho fatta volare da una finestra del quarto piano.

Il Carceriere                  - Eh, caro mio, non scherzo. Per cavartela con tre mesi, avrai avuto un buoi avvocato e dei bravi testimoni sulla tua moralità.

Tabaroux                       - Sì, l'avvocato mi ha compreso. Era! un giovanotto coscienzioso col quale ho potuto spiegare tutto. Si è proprio messo nei miei panni, Ha trovato la giusta parola per spiegare l'accaduto: ha detto che non ho mai avuto l'intenzione di fare un bernoccolo all'agente, ma che ho voluto compiere un gesto simbolico. Sì, un gesto simbolico. Capisce lei?

Il Carceriere                  - Sì, insomma un gesto del qua­le ci si pente subito appena fatto, ecco. (Silenzio, passeggia).

Tabaroux                       - Mia moglie non arriva. L'ultima volta che sono venuto qui, c'era già.

Il Carceriere                  - Lo so perché ritarda, mi han­no avvertito giù. E' andata dal cancelliere perché aveva dimenticato di far firmare il suo permesso. Tabaroux (con un senso di tenerezza) E' sempre tra le nuvole.

Il Carceriere                  - Chissà quanto la dovremo ancora aspettare; c'è sempre la coda. (Si muove nervoso e rapido in un piccolo spazio).

Tabaroux                       - Visto di qui, lei sembra un pri­gioniero.

Il Carceriere                  - (inalberandosi) Che dici?

Tabaroux                       - (con una cordialità disarmante) Dico che visto di qui lei sembra un vero carcerato o piuttosto un orso in gabbia fra le due file di sbarre.

Il Carceriere                  - (raddolcito) Può darsi, però non si dicono certe cose. Se il capo fosse passato di sopra (leva la testa) e ti avesse sentito, avresti passato un brutto quarto d'ora e io avrei preso una lavata di testa coi fiocchi.

Tabaroux                       - Lei ha capito, però, che non ci ho messo nessuna malizia?

Il Carceriere                  - (assolve il carcerato con un bor­bottio e si allontana verso il fondo con dignità, fa una giravolta, si ferma un momento meditativo, poi ritorna) E' un fatto che noi siamo prigionieri quasi quanto voi.

Tabaroux                       - Senta, e non se la prenda a male, in un certo senso lo siete, ma in un altro senso mi sembra che lo siate molto di più.

Il Carceriere                  - (mezzo scandalizzato e mezzo di­vertito) Esageri un pochino. Non c'è nessuna relazione. Non sto in cella, io. Quando non sono di servizio, dormo in un buon letto accanto a mia moglie, posso bere e mangiare quel che mi pare, e in fin dei conti sono qui per guadagnarmi la vita. Ci sono entrato con delle raccomandazioni e avrò una pensione.

Tabaroux                       - D'accordo, d'accordo, però nelle ore di servizio lei non è soltanto prigioniero delle carceri, ma anche prigioniero dei carcerati.

Il Carceriere                  - Che burlone.

Tabaroux                       - La sorveglianza vi impegna occhio e spirito. Bisogna che siate sempre attenti a noi; noi, invece, col pensiero siamo lontani di qui quan­to vogliamo e la notte quando dormiamo e voi siete di guardia, mi lasci dire, siamo noi che vi teniamo qui e non voi che ci tenete.

Il Carceriere                  - (ridendo) Tanto dire che è il ladro a tenere la guardia.

Tabaroux                       - Tutti e due sono presi nella stes­sa trappola. Prima di essere preso, il ladro è libero come una lepre, invece la guardia è dentro da tanto tempo. (Ridono) Senza scherzi, da uomo a uomo, quanti anni di prigione le rimangono da fare?

Il Carceriere                  - Come?

Tabaroux                       - Sì, insomma, se preferisce, quanti anni di servizio, ancora? Fra quanto va in pensione?

Il Carceriere                  - Dodici anni.

Tabaroux                       - Caspita! Quando penso che io fra quarantotto giorni... (Gesto di chi prende il volo).

Il Carceriere                  - Di' addirittura che non cambieresti il tuo posto con il mio.

Tabaroux                       - Francamente no, non cambierei, sia detto senza offenderla. Tutti i gusti sono gusti.

Il Carceriere                  - Se ancora tu fossi come cer­tuni... quei signori di borsa, di banca, quei palloni gonfiati che se la cavano con sei mesi di prigione per aver fatto una bella operazione e che ritrovano la loro macchina all'uscita, capirei. Questi, a dire la verità, anche carcerati che siano, li invidio, è gente che cade sempre in piedi. Ce n'è stato uno qui che ha ottenuto una promozione per un no­stro contabile; ma, nel tuo caso, credo che t'ingan­ni, ragazzo mio. Quando uscirai di qui sarà per andare ad ammazzarti in officina. Senza rendite, caro mio, si rimane sempre prigioniero del pane quotidiano e bisogna ancora stimarsi fortunato. Almeno qui non ci si stanca.

Tabaroux                       - Oh, certo non sarò io a dirle che in officina si sta molto meglio di qui. Però c'è più vita, ci si sente responsabili del proprio lavoro e non ci si sta tutto il giorno. In più, quando si è annoiati basta passare dal cassiere, il padrone non ti trattiene. Io, per esempio, non ho mai potuto abituarmi, ho bisogno d'aria, ho bisogno di sentir­mi padrone di me stesso, rifiuto di essere una mac­china.

Il Carceriere                  - Dunque, vedi che ho ragione.

Tabaroux                       - Sì, ma io non ritornerò all'officina. Uscendo di qui sarò doppiamente libero.

Il Carceriere                  - (con un certo interesse) Che cosa farai? (Si avvicina a Tabaroux).

Tabaroux                       - (con un tono confidenziale) Sono un buon operaio: tornitore, montatore o affilatore, sono specialista. Ho guadagnato già bene. E' un anno che faccio economie. Sono arrivato a vivere all'osso. E' già stata coraggiosa la mia donnina e accondiscendente, e pensare che non sa che ho messo dei soldi da parte. Non potevo dirglielo per non creare un ostacolo a sopportare il regime duro e io non avrei resistito. Poi ha una vipera di sorella che viene sempre a ficcare il naso in casa nostra e alla quale mia moglie non sa nascondere nulla. Sarebbe poi troppo lungo a spiegarle tutto. Insom­ma, ora ho abbastanza denaro per sistemarmi in campagna per mio conto. Il mio progetto sta per realizzarsi. Volevo risparmiare ancora un po' per essere più a mio agio, ma è certo che non uscirò di qui per ritornare all'officina. E allora, ti rendi conto, una volta finito il lavoro, me la godrò all'aria aperta e in pranzettini sull'erba, e la pesca alla lenza! A me ci vogliono i paesi con i fiumi.

Il Carceriere                  - Certo, se riesci.

Tabaroux                       - Non preoccuparti. Il mio padrone sarà un buon padrone. Conosce le sue capacità poi­ché sarò io il mio padrone.

Il Carceriere                  - E a tua moglie piacerà que­sta vita?

Tabaroux                       - Se le piacerà? Vorrei parlargliene quando verrà fra poco, ma non ci sarà il tempo; non le voglio sciupare la sorpresa, e poi, no, ora sta da quella strega di sua sorella che mi mande­rebbe tutto all'aria. Senza contare che sotto c'è un altro progetto, forse ancora più bello, una propo­sta d'un mio amico. Ma questo è ancora in em­brione. Mia moglie? Se le piacerà quella vita? Ah, amico mio, sono sicuro che l'avrà già sognata. Tu la vedessi seduta in riva all'acqua quando la porto con me a pescare, sia d'estate che d'inverno, lo cre­deresti, fa l'amore coi filini d'erba, gli alberi e le nuvole. A casa, a Saint-Ouen, povera piccina, sem­bra un passerotto in gabbia.

Il Carceriere                  - E' in ritardo, il tuo passerotto.

Tabaroux                       - In questo momento non andiamo tanto d'accordo. Ce l'ha un po' con me.

Il Carceriere                  - Perché?

Tabaroux                       - Per quel che ho fatto, perché sono qui. C'è un malinteso. Vuole giudicare senza sape­re, si lascia montare la testa e il passerotto fa l'oca. Bisognerebbe sculacciarla.

Il Carceriere                  - (guarda l'orologio) Un'oca è meno rapida di un passerotto.

Tabaroux                       - Se poi una donna si mette a farmi dei rimproveri e i conti in tasca... (E' interrotto dallo squillo di un campanello).

Il Carceriere                  - Eccola. Vado a farla entrare. (Esce in fondo. Tabaroux, rimasto solo, respira pro­fondamente, si passa la mano sulle guance e sul mento, cerca di prendere un atteggiamento disin­volto. Quasi subito il carceriere fa passare Manetta nel reparto di destra) Ecco, è qui. Avanti. (Esce).

Tabaroux                       - Manetta, buon giorno, mia cara.

Marietta                        - (commossa) Buongiorno, Enrico. (Una pausa durante la quale si avvicina alle sbarre e lo guarda) Come stai? Come te la passi?

Tabaroux                       - Bene e male, dipende dai momenti e dalle idee che mi tormentano.

Marietta                        - Non ti sei mica attirato troppe noie?

Tabaroux                       - Che noie?

Marietta                        - Non so, delle punizioni, delle privazioni.

Tabaroux                       - No. Non sono mica così pazzo. Osservo la regola del giuoco. Non sono mica mal visto qui. L'altro giorno c'era una perdita d'acqua che minacciava di allagare tutto, sono io che ho trovato il guasto e l'ho accomodato. Mi avevano dato un aiuto da quattro soldi, capace solo di affo­garsi per primo.

Marietta                        - Ah, meno male. (Una pausa) Dor­mi e mangi abbastanza?

Tabaroux                       - Sì, è il movimento che mi manca. Mi sembra di ingrassare. Sono gonfiato a forza di brodaglie.

Marietta                        - No. (Una pausa) Perché hai agito a quel modo, Enrico?

Tabaroux                       - Te ne prego, non ricominciamo.

Marietta                        - La notte, sei abbastanza coperto?

Tabaroux                       - (con un'esclamazione, sorpreso) Coperto? Con questo caldo? Se mi potessi innaf­fiare con l'acqua fresca; la canicola ci arrostisce,

Marietta                        - (confusa) E' vero, sono sciocca.

Tabaroux                       - (ridendo) Sei sempre la stessa, uc­cellino mio. Credevi che facessero una stagione a i parte per noi, per tagliarci ancora un po' più dal mondo? (Sospirando) Può darsi che se potessero...

Marietta                        - Questa vita ti è molto dura?

Tabaroux                       - Dura, sì, ma sopportabile. Perché, capisci, qui sono sepolto vivo, si tratta di passare una galleria. Fra quarantotto giorni rimetterò il naso fuori dal finestrino... e le foglie saranno ancora sugli alberi.

Marietta                        - Sì, ma sono pur sempre quaran­totto giorni. Più d'un mese e mezzo.

Tabaroux                       - Sono già alla metà. Soltanto dal una settimana il tempo mi è sembrato più lungo, perché sabato scorso ti ho aspettata invano. Forse ero stupido, ma non mi era passato per la mente che tu non potessi venire. Qui, capisci, quando non si pensa al giorno della liberazione, si pensa a quello della visita.

Marietta                        - (a testa bassa) Se avessi saputo...!

Tabaroux                       - Dopo, a pensarci, mi sono detto:! evidentemente l'ultima volta ci siamo scambiati pa­role che non le hanno fatto venire la voglia di ritornare. Mi serba rancore. Si è montata la testa o gliel'hanno montata. Ed esageravo tanto il mio pensiero fino a credere che anche oggi non saresti venuta.

Marietta                        - (riprendendosi) Non è perché noni ti serbo più rancore che sono venuta.

Tabaroux                       - (malizioso) E' per accertarti se ma­ne serbi ancora?

Mametta                        - So che te ne serberò sempre.

Tabaroux                       - Ma no, rassicurati.

Mametta                        - (inquietandosi) Rassicurati. Non posso purtroppo dirti altrettanto.

Tabaroux                       - Io sono già rassicurato in anticipo.

Marietta                        - Ti sbagli.

Tabaroux                       - Non mi vuoi più bene?

Marietta                        - (con dolcezza) No.

Tabaroux                       - Per il momento non me ne vuoi più. Se fossi al mio posto, Marietta, qui, in carce­re, ti sarebbe forse più caro immaginarti di voler­mene ancora.

Marietta                        - Non immagino nulla. (Una pausa).

Tabaroux                       - Da quando, Marietta?

Marietta                        - Come?

Tabaroux                       - Non mi ami più da quando?

Marietta                        - Dopo quello che ho scoperto quando sono andata a prendere la tua paga.

Tabaroux                       - Che cosa hai scoperto?

Marietta                        - Lo sai benissimo: che tu abusavi della mia fiducia da mesi e mesi, che mi ingannavi sul tuo guadagno, che avevi bisogni nascosti di denaro. Quando penso che hai potuto vedermi sop­portare ogni sorta di privazioni, di pensieri, di in­quietudini...

Tabaroux                       - Non le sopportavo anch'io, forse, le privazioni, non lavoravo anch'io, forse? Quando saprai che cosa facevo di quel denaro...

Marietta                        - Non ho più bisogno di saperlo. Non lo voglio sapere.

Tabaroux                       - Sì, che vorrai saperlo. E lo saprai lo stesso presto o tardi.

Marietta                        - Bisognava dirmelo a tempo.

Tabaroux                       - No, nel tuo interesse e nel mio.

Marietta                        - Nel mio interesse? Vuoi dire che era meglio lasciarmi ignorare cose che mi sareb­bero spiaciute o che mi avrebbero fatto soffrire? Cose brutte, certo.

Tabaroux                       - Che cosa, per esempio?

Marietta                        - Sono ben costretta a supporre che avevi dei debiti, hai potuto farmi credere che la­voravi dopo aver perso il posto. Oppure giocavi alle corse.

Tabaroux                       - E' tutto lì?

Marietta                        - (con voce alterata) Potevi anche dare quel denaro a un'altra donna.

Tabaroux                       - Questo non l'hai trovato da sola. E perché poi avrei sovvenzionato questa signora? Per avere il diritto di andare a letto tutte le sere con te? Di andare alla pesca tutte le domeniche con te? Che idiozia! Ti sei fatta una bella opi­nione di me.

Marietta                        - In fondo non posso credere che tu abbia un'amante. Ma, per esempio, prima di conoscermi, tu potevi aver avuto un bambino con un'altra, e per mantenerlo...

 Tabaroux                      - Questo l'hai trovato tu. Rassomi­glia alle favole che vai sempre fantasticando.

Marietta                        - (toccata) Non è vero. Conosco un caso come questo. Non deve essere mica tanto raro.

Tabaroux                       - (con malumore) Non ho figli. Se ne avessi uno a mio carico, lo sapresti. Non ho né donne né debiti e non gioco alle corse. Ti è dunque impossibile immaginare che non abbia po­tuto fare con quel denaro altro che sciocchezze?

Marietta                        - Quando si agisce bene non oc­corre nasconderlo. Ma te lo ripeto, poco m'importa che tu abbia fatto questo o quello del tuo denaro. Ciò che conta per me è di essere stata ingannata, soprattutto quando penso che questo durava da mesi e mesi e forse da anni e che forse avrebbe potuto durare ancora.

Tabaroux                       - No.

Marietta                        - Sapevi che avevo in te una .fiducia cieca. Ne hai approfittato per ingannarmi, per ba­rare. (Trattenendo a stento le lacrime) E' per que­sto, Enrico, che sono venuta a dirti...

Tabaroux                       - Che cosa?

Marietta                        - (con sforzo) Ebbene che... che non ti amo più... che...

Tabaroux                       - (interrompendola, irritato) L'hai già detto. E ammettendo che questo sia vero, Ma­rietta, vero e definitivo, ammettendo che abbia ver­so di te dei torti enormi, credi che sia molto gene­roso da parte tua venirmelo a dire e ripetere tra le sbarre della mia gabbia? Non avresti potuto aspettare un pochino? Credi che si abbia il cuore troppo contento qui? Vedi, piccola mia, quando decidi di fare visita a qualcuno in prigione o nell'ospedale, bisogna che sia per portargli un po' di conforto, per cercare di fargli sopportare il suo male con più pazienza. Altrimenti, credimi, fai meglio ad andare al cinema, è più generoso.

Marietta                        - (dopo un po' di silenzio) Ti chie­do scusa. Ma ho voluto essere sincera. Penso che se tu mi avessi amata almeno un briciolo, non avre­sti agito in questo modo. Allora...

Tabaroux                       - Bisogna vedere, ignori di che cosa si tratta. Cara, dimmi, sei sempre da tua sorella?

Marietta                        - Sicuro.

Tabaroux                       - Non vuoi ritornare a casa nostra?

Marietta                        - Ci sono andata parecchie volte. Ho anche pagato la bolletta del gas.

Tabaroux                       - Con quale denaro?

Marietta                        - Con quello della tua paga, della tua grossa paga.

Tabaroux                       - (amaro) Così tu vivi fra quelle scimmie che mi sputano addosso, e tu mangi il loro pane invece di rimanere al tuo posto e di accettare la sistemazione che avevo combinato.

Marietta                        - Non potevo rimanere così sola a casa per tre mesi, soprattutto dopo quel che è successo. Non capisci che mi sarei ammalata di tristez­za e di noia.

Tabaeoux                      - E di vergogna, vero? Davanti a tutta la gente del caseggiato, la portinaia, i botte­gai... avresti avuto vergogna di tuo marito.

Marietta                        - No, Enrico. Lo sai che non sono così vile. Non potrei vergognarmi che per una cosa fatta da me. Ti terrei rancore per aver buttato il portafiori dalla finestra anche se tu non fossi in prigione. Ti hanno condannato per la storia dell'agente. Quel che hai fatto all'agente non ha nul­la a che fare con quello che hai fatto a me.

Tabaroux                       - Senza tua sorella, le sue mano­vre, le sue provocazioni, nulla di tutto questo sa­rebbe successo. Ha preso fra di noi il posto che le hai fatto prendere tu stessa.

Marietta                        - No, ha serbato quello che aveva sempre avuto.

Tabaroux                       - Da te è sempre riuscita a sapere tutto di casa nostra.

Marietta                        - Non è vero. In ogni modo non potevo rimproverarle di interessarsi di noi.

Tabaroux                       - Interessarsi. Ah, sì, mi sorvegliava, mi controllava. Quella patata di suo marito e lei si permettevano di giudicarmi e di darmi dei con­sigli. E questo non ti faceva neppure ridere. Ave­vano diritto alla tua riconoscenza. Se ti ho na­scosto qualche cosa è proprio colpa loro. E' a loro che ho voluto nasconderlo.

Marietta                        - E' forse per loro che hai ridotto noi due a fare i parenti poveri e a questo stato di mediocrità?

Tabaroux                       - Senti, Marietta, non posso spie­garmi del tutto su questo argomento proprio perché stai da tua sorella. Però ti voglio dire una cosa che tu potrai anche ripetere a quei due impiastri, così manderanno giù di traverso la loro pastina in brodo: questo denaro che non è entrato in casa, questi soldi che ho tolto alla mia paga, non sono persi, li ho prestati.

Marietta                        - (atterrita) Li hai prestati? A chi?

Tabaroux                       - A uno in cui ho fiducia come in me stesso e che me li renderà. E' da questa per­sona che prendo ora, via via, qualche soldo per provvedermi qui alla cantina e che ti avrebbe dato da vivere se tu fossi rimasta a casa nostra.

Marietta                        - Questa poi. Hai prestato il dena­ro del quale avevamo tanto bisogno, che ci avrebbe permesso una vita più agiata. È' fortunato quello là: sacrificavi tua moglie, il tuo focolare, per lui. Sembra impossibile.

Tabaroux                       - Vedrai che mi approverai quando saprai tutto. Per il momento, immagina che abbia anticipato questo denaro per qualche cosa come... la liberazione di un prigioniero, perché due esseri come te e me, per esempio, abbiano la possibilità k di vivere, di respirare.

Marietta                        - E noi... vivevamo? respiravamo?

Tabaroux                       - (ridendo sotto i baffi) Non eri tu a lamentarti, ero io che brontolavo.

Marietta                        - (fuori di se) Non potevo lamentarmi perché non sapevo che cosa volesse dire godersi un po' la vita.

Tabaroux                       - E ora, lo sai?

Marietta                        - Proprio sì. Comincio ora a capire qualche cosa. Sto scoprendo tutto un mondo che ignoravo e che è pieno di cose piacevoli; entrando E ero quasi timorosa che tu mi domandassi come passo il mio tempo. Ma non è il caso.

Tabaroux                       - (con violenza contenuta) Ma brava. Serve a qualcosa avere un marito in prigione, una sorella in seta artificiale e un cognato col col­letto duro. Stai godendo tutte le fortune del mondo. Ebbene, no, Marietta, non è nella loro casa di borghesucci cafoni che tu vedrai la vita nella sua vera realtà. Se ti accontenti di simili buffonate non sei davvero difficile.

Marietta                        - Non sono mai stata difficile, per forza. (Si sente uno squillo di campanello che li E fa trasalire tutti e due).

Il Carceriere                  - (entra dal fondo) Cara signora, la visita è finita.

Tabaroux                       - Non ti ho detto niente di quel I che avevo da dirti.

Marietta                        - Neanch'io.

Tabaroux                       - Torna a casa nostra, Marietta. (Marietta fa cenno di no) Non aspettare che esca da qui per ritornarci. Sì, Marietta?

Il Carceriere                  - (alla porta del reparto di Marietta) Andiamo, signora, di qua.

Marietta                        - Ti scriverò. (Raggiunge l'uscita).

Tabaroux                       - (mentre Marietta passa la porta) Ritorna sabato, Marietta, sabato o mercoledì. (Ma­rietta esce senza voltarsi. Solo, stringendo le sbarre) Piccola canaglia!

Fine del terzo atto

ATTO QUARTO

In casa di Bichat. Lo stesso scenario del secondo atto. Sul tavolino, al centro del salotto, il porta­fiori di Quìmper pieno di fiori artificiali con i  petali arricciati infilati nel muschio.

(Marietta è in piedi vicino alla tavola, gli occhi su una lettera aperta davanti a se. Bichat va e vieni nervosamente per la scena).

Bichat                           - Inaudito. A che ora hai ricevuto questo espresso?

Marietta                        - Alle due e mezzo. Finivo di rigovernare e stavo quasi per uscire ma dopo l'espresso sono rimasta.

Bichat                           - Sei rimasta, eppure avevi una ragione» di più per andartene e non ritornare che il più tardi possibile.

Marietta                        - Ho voluto aspettare, sapevo benis­simo che dovevate rincasare tra le quattro e le cinque. Ho pensato di non esporvi alla seccatura di riceverlo in mia assenza.

Bichat                           - Ma non lo avrei ricevuto. Non avreb­be passato la porta. Proprio un peccato che questo espresso non sia arrivato un pochino più tardi, avrei potuto restituirlo a Tabaroux, da parte tua, senza che fosse stato neppure aperto.

Marietta                        - Non sarebbe stato vero.

Bichat                           - Purtroppo. (Guarda l'orologio) Per fortuna arriviamo a tempo lo stesso. Tutto andrà come se tu fossi ancora a Joinville. Gli diremo che non sei qui, che non desideri affatto vederlo, e poi gli sbatteremo la porta in faccia.

Marietta                        - Ma io non mi rifiuto di vederlo. Non voglio dare l'impressione di fuggirlo. Non mi fa mica paura.

Bichat                           - Fantastico. Sei a sua disposizione. Ebbene, cara mia, gli fisserai un appuntamento, se ti pare, a Saint-Ouen o altrove, ma non qui. Tabaroux non mi imporrà la sua presenza. Sen­tirai tua sorella.

Marietta                        - Dov'è?

Bichat                           - Arriva tra poco, te l'ho detto, si è fermata un momento dal droghiere. (Guarda an­cora l'orologio) Quando penso che fra mezz'ora, o un quarto d'ora, forse, sentiremo la scampanel­lata del signor Tabaroux... (Una pausa) A propo­sito, non avevi un appuntamento con Guéridon alla porta di Vincennes?

Marietta                        - Sì.

Bichat                           - E allora?

Marietta                        - Non ci sono andata. Del resto non era sicuro di potermi accompagnare a Joinville. Non dovevamo aspettarci più di un quarto d'ora.

Bichat                           - Tuttavia, avevi il tempo di andare ad avvertirlo.

Marietta                        - Non ho voluto farlo.

Bichat                           - Temevi che ti impedisse di vedere Tabaroux, non è vero?

Marietta                        - Non me lo avrebbe potuto impe­dire, ma avrebbe tentato e mi sarebbe dispiaciuto lo stesso. Lo so da me, quel che ho da fare.

Bichat                           - (con uno scatto d'ira) E quando si tratta di una sciocchezza, non esiti. (Leontina entra con un pacco in mano).

Leontina                        - Sei già ritornata, Marietta? Cosa ce di nuovo?

Bichat                           - Te lo dirà lei, cosa c'è di nuovo.

Marietta                        - Non sono andata a Joinville, perché ho ricevuto un espresso di Enrico, (prende la lettera sul tavolo).

Leontina                        - (allarmata) Cosa vuole?

 Bichat                          - (avvicinandosi a Marietta) Ecco quello che vuole. (Prende la lettera dalle mani di Ma­rietta) Permetti? (Legge ad alta voce) « Mia cara Marietta, quando mi hai scritto per informarmi che non volevi più vivere con me, non ho risposto perché non c'era nulla da rispondere. Tu fai quello che vuoi. Amo troppo la libertà per non rispettare quella degli altri. Ma poiché ora sono tornato a casa mia, voglio il più presto possibile regolare un conto con te. Il denaro che avevo prestato mi è stato restituito e siccome era quello della comu­nità, metà è tuo. Verrò oggi stesso a portartelo, verso le cinque, da tua sorella. Se tu non fossi in casa, io ritornerò           - non ha scritto ritornerei         - finché non potrò rimettere personalmente questa somma in mano tua. Enrico». Ecco.

Leontina                        - Perdinci! Che cosa significa tutto questo?

Marietta                        - Ne sai quanto me?

Bichat                           - Significa che tra venti minuti, questo caro signore sarà piantato davanti alla nostra porta.

Leontina                        - (veemente) Stai pure certo che non gli apriremo e non lo riceveremo.

Bichat                           - Ben inteso.

Marietta                        - Andrò giù ad aspettarlo davanti al portone.

Leontina                        - (soffocando) Tu sei matta!

Bichat                           - Di' piuttosto che è un'ingenua, per non dire di più.

Leontina                        - (a Marietta) Credi sul serio che ti porterà dei soldi e che dopo si congederà con una riverenza?

Bichat                           - Non avverti l'inganno là sotto? E che il denaro non è che un pretesto?

Marietta                        - Un pretesto? Per quale ragione?

Leontina                        - Sciocca. Per cercare di riprenderti con le buone o con le cattive. Tu non capisci che ha bisogno di qualcuno per fare il suo letto e il suo mangiare?

Bichat                           - La tua parte di denaro! Prima di tutto questa parte sarà quella che vorrà lui, e puoi essere sicura che non te la darà se non acconsenti a ritornare a casa con i soldi in tasca.

Marietta                        - (con calma) Non accenna a nulla nella lettera. Mi ripete ancora una volta di fare quel che voglio.

Leontina                        - Le mosche si prendono col miele.

Bichat                           - Cerca di menarti per il naso.

Marietta                        - Vedrò, ma non lo credo. Secondo quel che mi scrive...

Leontina                        - Ma come fai ad avere sia pur la minima fiducia in lui?

Marietta                        - Mi ha ingannata tacendomi certe cose, ma ha sempre fatto quel che diceva di fare, e poi lo conosco: è troppo fiero per chiedermi di ritornare con lui. (Lasciando trapelare la sua emo­zione) Oh, su questo punto, sbagliate in pieno.

Bichat                           - Ebbene, se lui è fiero, lasciami dire che tu non lo sei affatto. Ti fa sapere alle due e mezzo che verrà alle cinque con del denaro e poco ci manca che tu vada perfino ad incontrarlo.

Leontina                        - E' quasi da non credersi.

Marietta                        - Se lo voglio vedere non è per il denaro, anzi, lo rifiuterò questo maledetto denaro.

Leontina                        - Ora poi, non ci capisco più nulla.

Marietta                        - E' proprio sfuggendolo che io man­cherei di fierezza e di coraggio; darei l'impressione di aver paura di lui.

Bichat                           - E' assurdo. La tua assenza non sa­rebbe una fuga e la tua diffidenza non è paura.

Marietta                        - Vi ripeto che non ho bisogno di diffidare. Non so se Enrico abbia prestato vera­mente denaro e glielo abbiano reso, so solo che vuole portarmelo.

Leontina                        - (ironicamente) Onestamente!

Marietta                        - Forse... ma con orgoglio soprat­tutto, ed io gli voglio dire che ormai è troppo tardi, che i soldi di oggi non possono sostituire quelli che mi mancavano in casa, tre mesi fa, sei mesi fa e ancora di più.

Bichat                           - (guarda di nuovo l'orologio) D'ac­cordo. Però tu gli dirai tutto questo in casa sua o altrove, ma né qui né oggi. Sulla porta metterò una busta con un bigliettino indirizzato a Taba-roux e con scritto: « Marietta è assente, le scriverà per fissare un appuntamento».

Leontina                        - (approvando) Precisamente, ma dopo «Marietta è assente», bisogna aggiungere: «lei dimentica che Marietta non abita qui in casa propria, ma da persone che lei ha ingiuriate » o press'a poco.

Bichat                           - Io preferirei la calma e la dignità.

Leontina                        - Eppure, Dédé, non possiamo la­sciar passare questa nuova insolenza.

Bichat                           - Va bene, va bene. (Va a sedersi da­vanti a una piccola scrivania e prende un foglio da una cartella).

Leontina                        - (continuando la sua frase) E' pro­prio il colmo. E tu, Marietta, non ne sei affatto indignata.

Marietta                        - (che fino adesso è rimasta silenziosa) Sentite, è perfettamente inutile attaccare qual­siasi carta sulla porta. Ve l'ho già detto: scenderò e l'aspetterò nella strada. Cosi...

Bichat                           - Andiamo! Andiamo!

Leontina                        - Così potrà pensare che ti abbiamo mandata ad aspettarlo nella strada e che qui non sei in casa tua.

Marietta                        - Ma è precisamente quello che stavate per scrivere sulla porta: «lei dimentica che Marietta non è qui in casa sua».

Bichat                           - Titina ha voluto dire: « lei dimen­tica che Marietta non è sola in casa sua ».

Leontina                        - (enfatica) Marietta, lo sai benis­simo che sei qui come in casa tua, te l'abbiamo detto e provato abbastanza, perché costringermi a ricordarti tutto quello che abbiamo fatto per te e che stiamo ancora per fare, per la tua tranquillità, il tuo benessere, la tua felicità? Però non possiamo andare a rinchiuderci in camera mentre tu rice­verai qui quest'uomo indegno di te e di noi.

Bichat                           - Se veramente ha dei soldi da darti, te li spedisca per assegno. Glielo potresti scrivere, Marietta. Per ora, usciamo tutti e tre: non met­tiamo niente sulla porta. Troverà la casa vuota. (Guarda ancora l'orologio) Sarebbe la soluzione mi­gliore.

Marietta                        - E se torna questa sera? Ha detto che ritornerà se non mi trovasse.

Bichat                           - (va a prendere la lettera e legge) Vediamo. (Cerca la frase e legge) « Se tu non fossi in casa, io ritornerò finché non potrò rimettere personalmente questa somma in mano tua». Inaudito.

Leontina                        - Inverosimile.

Marietta                        - Dunque, capite che per la vostra tranquillità...

Leontina                        - (interrompendola) Bisogna ammet­tere che ti sei mostrata di una mollezza, di una debolezza, di una compiacenza, senza limiti. Tutto sarebbe già finito da tanto e tanto tempo se fin dal principio tu non fossi andata a vederlo, se tu gli avessi subito scritto come ti avevo consigliato.

Marietta                        - Avrebbe voluto rendermi questi soldi in ogni maniera.

Leontina                        - (acida e ironica) Questi soldi che sarai abbastanza furba di rifiutare, non è vero, già che ne hai tanti!

Bichat                           - D'altronde, questa storia non può es­sere che una finzione. Tabaroux non ha soldi.

Marietta                        - Vi dico di sì.

Leontina                        - Allora, ecco la prova palese che giuocava o aveva impegnato questi soldi in un af­fare più o meno losco, che, per miracolo, è riuscito ad andare in fondo. E' possibile. Da lui ci si può aspettare di tutto. Allora, senti, Marietta, se questo denaro esiste veramente, non hai il diritto di rifiu­tarlo. Se non fossimo qui, per aiutarti, per esem­pio, non faresti così la sdegnosa, è vero? Stiamo sistemandoti un alloggio, d'accordo, ma noi non possiamo che darti un anticipo per le prime spese, tu stessa hai insistito perché sia così.

Marietta                        - (interrompendola, esasperata) Sì, sì, hai ragione. Hai mille volte ragione. Non rifiuterò niente, e per questo ora scenderò. Non c'è null'altro da fare. (Si dirige risolutamente verso la porta).

Leontina                        - (dopo un attimo di esitazione, corre dietro a Manetta e la fa tornare indietro) Eb­bene, no. Non scenderai. Mi vergognerei per te, non voglio per mia sorella un'umiliazione che rica­drebbe su di noi.

Bichat                           - Allora?

Leontina                        - Bisogna che Tabaroux la trovi si­stemata nel nostro comodo alloggio. Soprattutto se le porta dei soldi. Gli voglio dare l'impressione che ne potrebbe fare a meno. Andiamo a fare due passi e lasciamola qui.

Bichat                           - (approvando) Non è una cattiva idea.

Leontina                        - La dobbiamo finire, poiché lei lo vuole assolutamente vedere; ebbene, lo riceverà nel suo nuovo focolare, però glielo dirai, Manetta, che siamo usciti proprio per non incontrarlo.

Mametta                        - Non tocca a voi andarvene.

Bichat                           - (gran signore) Sì, Titina ha ragione. Daremo una lezione di buona educazione a questo zoticone. E poiché siamo noi a darti l'ospitalità, Manetta, ti cediamo il posto come si suol fare fra gente che sa vivere.

Leontina                        - Lo cediamo a te, non a lui.

Marietta                        - (con stanchezza) Va bene, come volete.

Leontina                        - Te ne prego, che questa liquida­zione non vada per le lunghe. Gli dirai che tor­niamo tra dieci minuti.

Marietta                        - Tornerete tra dieci minuti?

Bichat                           - Ma no, figurati, andiamo con comodo a prendere l'aperitivo sul boulevard.

Leontina                        - (pizzicando Bichat di nascosto) Fa­remo un giretto di una mezz'oretta. E sarà meglio, anzi, Marietta, che quando sarà andato via, dopo cinque minuti circa, tu spalanchi la finestra: signi­ficherà che noi possiamo venire su.

Marietta                        - Inteso.

Bichat                           - (consultando l'orologio) E ora, an­diamo, altrimenti lo incontreremo per le scale. Se lo incontro e ha il coraggio di dirmi una parola che non mi vada, gli rompo la faccia.

Leontina                        - Non dire stupidaggini. Andrai di­ritto per la tua strada. Non penserai mica di fare a pugni. Prima di tutto è più forte di te. A fra poco, Marietta.

Marietta                        - A fra poco.

Leontina                        - (prima di uscire) Sii calma, stai sulle tue e prendi i soldi com'è tuo diritto.

Bichat                           - (ritorna col cappello in testa) E spe­discilo presto.

Marietta                        - Aprirò la finestra poco dopo che sarà uscito. (Rimasta sola, Marietta sta un istante immobile, palpitante. Poi va a specchiarsi, si ag­giusta i capelli e il vestito, dà un'occhiata al salot-tino, mette a posto due sedie e si accorge improv­visamente che sul tavolino di mezzo c'è il porta­fiori coi fiori artificiali, lo prende e fa un passo verso la sala da pranzo, ma poi cambia parere e lo rimette al suo posto dicendo) No, che ci stia. (Os­serva poi il portafiori e ne toglie due o tre fiori particolarmente brutti e volgari. Ma non è ancora soddisfatta. Rimette i fiori dov'erano e dice di nuovo) No. (Porta il portafiori in sala da pranzo. Mentre ritorna, suonano. Va ad aprire. Tra le quinte) Come, è lei?

Guéridon                       - (c. s.) Marietta, cosa succede? (En­tra seguito da Marietta e butta il cappello su una sedia) L'ho aspettata venti minuti al mètro, poi sono andato a Joinville dove sono rimasto un'ora a tenere compagnia al marmocchio.

Marietta                        - Non ci sono andata perché non potevo. La prego di scusarmi. Ma lei non deve star qui.

Guéridon                       - Buon Dio! Ho capito, ho capito. E' proprio come pensavo.

Marietta                        - Come? Che cosa pensava?

Guéridon                       - Le giuro, Marietta, che quella donna non è niente per me, assolutamente niente. Una conoscenza; una conoscenza utile.

Marietta                        - Che donna?

Guéridon                       - Lo sa benissimo. La donna che era con me ieri sul metro.

Marietta                        - Ieri? Sì, ho preso il mètro, ma non ho visto né lei, né quella signora.

Guéridon                       - Davvero?

Marietta                        - Glielo giuro. Senta, non può rima­nere qui. Aspetto mio marito.

Guéridon                       - (trasalendo) Tabaroux?

Marietta                        - Mi ha mandato un espresso per dirmi che sarebbe qui alle cinque.

Guéridon                       - Oh, questa poi. (Guarda l'orolo­gio) Ma sono quasi le cinque. Non lo riceva, non gli apra, o, se preferisce, aprirò io. Le garantisco che non entrerà.

Marietta                        - (con dolcezza) Bisogna che lo ri­ceva. Leontina e Andrea sono usciti in questo mo­mento per lasciarmi sola. Si tratta di un ultimo in­contro. Enrico consente alla separazione, ma vuole rimettermi la parte dei soldi che aveva prestato e che gli hanno restituito.

Guéridon                       - E lei crede che sia vero?

Marietta                        - Sì, è vero e non ho nulla da temere.

Guéridon                       - Andrò a rinchiudermi nella sua camera o in cucina.

 

 Marietta                       - No, no, vada via. Non potrei sa­pere che lei è qui. Ho bisogno di essere calma, vada via, presto. (Suonano).

Guéridon                       - Dio mio, eccolo. (Corre verso la porta di sinistra).

Marietta                        - (imperativa) No.

Guéridon                       - (ritornando indietro) Allora dica che sono venuto per vedere Andrea. Lei non mi conosce, stavo uscendo; troverò delle parole adatte. Vada ad aprire.

Marietta                        - Va bene. (Va ad aprire. Guéridon, il cappello in mano, prende l'atteggiamento un po' cerimonioso dell'estraneo).

Tabaroux                       - (tra le quinte) Buon giorno, Ma­rietta.

Marietta                        - (c. s.) Buon giorno, Enrico, acco­modati. (Seguito da Marietta, Tabaroux entra con un pacco in mano. Guéridon gli fa un saluto col capo).

Tabaroux                       - (sorpreso, contraccambiando il saluto) Signor... (S'inoltra verso il centro della stanza).

Guéridon                       - (a Marietta) Allora, signorina, sarà così gentile di dirgli che il suo vecchio amico Tony è venuto quasi sicuro di trovarlo, un sabato, a quest'ora. Gli scriverò per chiedergli un appuntamento. Tony, se ne ricorderà, vero?

Marietta                        - Sì, signore.

Guéridon                       - (esce) Mi scusi e non si disturbi, conosco la casa. (Marietta lo accompagna) Arrive­derci, signorina.

Marietta                        - (tra le quinte) Arrivederci, signore. (Rientra).

Tabaroux                       - Chi è?

Marietta                        - Non lo so, un amico di Andrea.

Tabaroux                       - Sei sola?

Marietta                        - Sì, Leontina e Andrea sono usciti in questo momento perché venivi tu.

Tabaroux                       - Troppo gentili.

Marietta                        - Siediti.

Tabaroux                       - Credo che non ti avrebbe fatto piacere venire a Saint-Ouen e che se ti avessi chie­sto un appuntamento, avrei corso il rischio di aspet­tare a lungo, invano.

Marietta                        - - No... perché?

Tabaroux                       - In ogni modo, toccava a me di­sturbarmi. Se non fosse stato che per il denaro te lo potevo mandare. Ma c'è anche questo. (Le mo­stra il pacchetto) Bisognava portartelo. (Glielo porge).

Marietta                        - Che cos'è (Prende il pacchetto).

Tabaroux                       - Guarda. E' un portafiori, così non rimpiangerai troppo l'altro. L'ho trovato da un an­tiquario. E' antico. Non è un Quimper ma un Nevers. (Marietta ha aperto il pacchetto e posa sul tavolo il portafiori che ammira con un'emozione contenuta) I Quimper sono comuni e se ne trovano quanti se ne vuole, ma questo è molto più raro, più delicato, più ornato. Dentro ci potrai mettere dei bulbi di fiori.

Marietta                        - Ti ringrazio, Enrico... ma sei mat­to; è troppo bello, e poi non era il caso.

Tabaroux                       - Sì, era proprio il caso. Per me e per te... Quanto alle conchiglie, avrai i mezzi per andartele a raccogliere. Ecco il denaro che ti spetta. (Leva dalla giacca una busta che depone sul tavolo davanti a Marietta) Puoi guardare, ho segnato la cifra sulla busta.

Marietta                        - (senza muoversi, guarda la busta) Oh, ma non accetto una somma simile. D'altronde non accetto nulla, Enrico, non voglio nulla. Ormai è troppo tardi.

Tabaroux                       - (con dolcezza) E' tuo.

Marietta                        - Riprendi questo denaro.

Tabaroux                       - Nemmeno per sogno. Ne ho al­trettanto, e tu ne avrai bisogno, non fosse altro che per sganciarti dai Bichat.

Marietta                        - (protestando) Sono libera.

Tabaroux                       - So quel che dico. E poi, il giovane Bichat sta per essere congedato dalle armi, avrà bisogno della sua camera e tu dovrai sistemarti in qualche posto.

Marietta                        - Sì. (Una pausa. Tabaroux si alza e accende una sigaretta).

Tabaroux                       - Sarebbe indiscreto chiederti cosa farai?

Marietta                        - Lavorerò. Ho trovato una sistema­zione abbastanza bella. Un posto di fiducia.

Tabaroux                       - (dominandosi) Ah, benissimo. Que­sto ti darà una certa indipendenza. In che genere?

Marietta                        - Nel commercio. Un posto di gèrente. Quando sarò pratica terrò da sola un nego-zietto di profumeria e di articoli di toilette. Avrò il mio alloggio nel retrobottega o di sopra.

Tabaroux                       - (con ironia fredda) Meraviglioso. Starai tutto il giorno dietro a un piccolo banco e venderai pettini, saponi, spazzolini da denti, for­celle...

Marietta                        - (offesa) Boccette di profumo, sca­tole di cipria...

Tabaroux                       - Sicuro. E la sera chiuderai la tua bottega e non avrai che dieci passi da fare per tro­varti davanti al tuo fornellino a gas.

Marietta                        - E non mi avrà certo stancata il lavoro della giornata.

Tabaroux                       - Si capisce. Non si compra uno spazzolino da unghie così spesso come un etto di burro. Roba che non si mangia.

Marietta                        - In ogni modo è un genere di ven­dita dove si vede più gente.

Tabaroux                       - Insomma, sei contenta, questo è l'importante.

Marietta                        - Sono contenta di avere questo posto, sì. Non potevo sperarne uno più simpatico e più vantaggioso.

Tabaroux                       - E' tua sorella, naturalmente, che te l'ha trovato, no? Avrà conservato molte rela­zioni nel campo della pasta dentifricia e delle lame da rasoio. (Una pausa) E poi, ben inteso, avrai certamente la clientela dei colleghi di tuo cognato. Chissà, ci sarà ben qualcuno, giovane e distinto, che verrà la sera, dopo l'ufficio, a tirarti giù la saraci­nesca.

Marietta                        - (la voce strozzata) Forse.

Tabaroux                       - Non te la prendere, Marietta, non è mica cattivo quel che ti dico. Tua sorella ci ha certamente pensato. (Una pausa) Però non ti so immaginare nel fondo di una bottega a rosicchiare le tue giornate, morso a morso, come un topino ro­sicchia il formaggio e trovando ciò meraviglioso...

Marietta                        - Mi vedevi bene a Saint-Ouen a rammendare, lavare, e a rigovernare i piatti.

Tabaroux                       - No, Marietta; no, Marietta, nem­meno là ti vedevo e lo sai benissimo.

Marietta                        - Ci si può adattare ad un impiego che ha nessun rapporto con ciò che si sognava. Mi immagino che dovrai ritornare anche tu in offi­cina... tu che parli con tanta compassione per il lavoro degli altri.

Tabaroux                       - No, precisamente no, non ci tor­nerò.

Marietta                        - E cosa farai?

Tabaroux                       - Ora te lo dirò. Ma prima bisogna che tu sappia esattamente tutto riguardo a questo denaro. Ho voluto vederti anche per la spiegazione che ti devo. Mi puoi concedere ancora cinque mi­nuti?

Marietta                        - Sì.

Tabaroux                       - Questo denaro, Marietta, non lo avevo prestato.

Marietta                        - E' proprio quel che pensavo.

Tabaroux                       - Ascoltami bene, te ne prego. Que­sto denaro lo mettevo via, alla Cassa di Risparmio. Effettivamente doveva servire a due prigionieri per permettere loro di vivere e di respirare. Questi due prigionieri eravamo tu ed io.

Marietta                        - (veemente) Andiamo! Se fosse stato così, perché me lo avresti nascosto?

Tabaroux                       - (interrompendola) Ascoltami. Avevo un progetto. Un meraviglioso progetto del quale ti volevo serbare la sorpresa fino all'ultimo momento, tanto più che la sua effettuazione era lunga e difficile. Bisognava mettere da parte un bel muc­chio di denaro. Forse non ci avresti creduto abba­stanza per importi dei sacrifici. Allora io te li ho imposti senza che tu lo sapessi, era più facile e meno penoso. Le cose si accettano meglio quando si è persuasi che non c'è mezzo di fare diversa­mente. Avevo bisogno di tutta la tua energia per arrivare in fondo. Se tu avessi saputo, probabil­mente ci sarebbe voluto doppio tempo a rispar­miare la somma, avresti detto, o l'avrei detto io stesso, pazientiamo qualche mese di più ma vi­viamo un po' meglio. Però da tempo volevo lasciare l'officina il più presto possibile, non ne potevo più. Mi conosco, rischiavo un colpo di testa, e poi... ne avresti parlato con tua sorella.

Marietta                        - (protestando) Oh.

Tabaroux                       - Sì. Il progetto ti avrebbe entusia­smata, non saresti stata capace di contenerti, troppo contenta di spiegarle il perché del nostro regime a pane e acqua.

Marietta                        - E allora? Non era una cosa da non poter confessare?

Tabaroux                       - Confessabilissima. Ne ho parlato difatti ai miei migliori amici: a Emilio, a Fene, a Bourdon. Ma i tuoi due Bichat sono incapaci di capire l'audacia e la fantasia. Il mio programma l'avrebbero trovato una stravaganza, si sarebbero accaniti a demolirlo, vi avrebbero sbavato sopra. E poi, in fondo, non li riguardava.

Marietta                        - Non ho mai detto loro delle cose che non li riguardassero. Ti sei sempre fatto delle idee sbagliate a questo riguardo.

Tabaroux                       - Ammettiamolo. E' finito, non ne parliamo più.

Marietta                        - Posso sapere qual era il tuo fa­moso progetto?

Tabaroux                       - Certo. Te lo dico subito. Era sem­plice e radicale. Avremmo abbandonato Saint-Ouen e dopo aver equipaggiato un carrozzone-automobile grazioso come quello che avevamo visto un giorno sul «quai dAlfort » e che ti faceva tanto sognare, mi sarei messo a fare l'arrotino-ambulante con un materiale dei più perfezionati. Tre pietre diverse mosse dal motore della macchina, riparo smonta­bile, illuminazione elettrica. Stai sicura che non sa­rei andato a zonzo per le strade con un campa­nello, tutti i grandi mercati di Francia, cominciando dalla Normandia, sarebbero stati miei. Mi sarei messo in relazione con le piccole industrie e avrei accettato volentieri anche le forbici delle brave massaie, dando loro il piacere di guardarmi a lavorare. Per affilare le seghe avevo in testa un bel sistema nuovo. Tu avresti venduto i coltellini, i temperini fabbricati da me, i coltelli da tasca; un modello di mia invenzione: il coltello svedese per­fezionato, tutto quello che può esistere di più sem­plice, pratico e originale. I campagnoli ne sareb­bero andati in visibilio.

Marietta                        - (impressionata) Davvero?

Tabaroux                       - Non esagero.

Marietta                        - Ma quanti soldi ci sarebbero voluti.

Tabaroux                       - Sì, ce ne sarebbero voluti, ma non tanti. Non mancano buone occasioni per comprare un bel camioncino senza spendere follie. Mi sareb­be stato facile trovare quel che faceva al caso mio. Emilio ed io avremmo revisionato il motore e aperte delle finestre nella carrozzeria. Bourdon lo avrebbe attrezzato nell'interno: le imposte graziose, un letto, il tavolo da rovesciarsi contro la parete, gli scaf­fali, delle casse, e ancora; tutto dipinto per te di vernice grigio chiaro e bordi blu, impiantito di li­noleum a quadretti bianchi e neri, non ti restava che da mettere le tendine come ultimo tocco.

Marietta                        - (desolata) Enrico, perché non me lo hai detto prima?

Tabaroux                       - Sai, negli ultimi tempi sono stato dieci volte sul punto di parlartene e mi sono sem­pre trattenuto. Dicevo: oramai, continuiamo cosi fi­no alla fine e la sorpresa sarà più bella per lei. La prima volta che sei venuta alle carceri, avrei vo­luto raccontarti la mia storia, ma tu ti sei messa a interrogarmi, sospettarmi, accusarmi. Allora, no, im­possibile. Buon Dio, non potevi aspettare che io parlassi?

Marietta                        - Aspettare. Dopo che non avevi detto nulla per mesi e mesi. Ti serbavo rancore, e ammetti che la ragione c'era, non tanto per i soldi quanto per essere stato misterioso con me per tan­to tempo. (Una pausa) Ed ora ho un'altra specie di risentiménto: perché hai dubitato che io, sa­pendo la cosa, non mi sarei adattata a nuove eco­nomie? Io ti posso assicurare che ne avresti fatte, che ne avremmo fatte di più.

Tabaroux                       - Lo dici ora. Del resto, per essere giusti, non se ne potevano fare di più.

Marietta                        - Sì, sì, molte di più. Ogni priva­zione mi avrebbe resa felice. Invece di andare al cinema, avremmo parlato del carrozzone e studiate sulle carte le strade e i paesi da percorrere. La fe­licità di sperare tutte queste cose, di pensarci ogni giorno, te la sei tenuta tutta per te; e trovavi ancora il modo di non essere contento.

Tabaroux                       - E' vero, Marietta, ero impaziente, tiravo calci fra le stanghe. (Una pausa).

Marietta                        - Ma credi veramente che avrem­mo potuto guadagnare abbastanza per vivere?

Tabaroux                       - E vivere bene, ne sono sicuro. Avevo fatto i miei calcoli giusti.

Marietta                        - Ma mantenere il carrozzone è caro: benzina, gomme...

Tabaroux                       - Avevo pensato a tutto.

Marietta                        - E avevi ancora molto da econo­mizzare per...

Tabaroux                       - Ero a posto, giusto quel che mi occorreva. Insomma, potevamo partire.

Marietta                        - Compravi il camion?

Tabaroux                       - Sì. L'avrei comprato... con te, ben inteso. Ormai non ne vale più la pena.

Marietta                        - (turbata, interrompendolo) Sì, hai ragione. Ma devi farlo lo stesso, Enrico; bisogna che tu lo faccia. Non sono io, certo, che ti impe­dirò di farlo, poiché ti ho detto che non volevo questi soldi.

Tabaroux                       - (sorridendo) Lasciami continuare, bambina mia. Non sai quello che voglio dire. Non è più il caso di comprare il carrozzone e non ho quasi più bisogno di denaro perché il mio progetto non vale più nulla in confronto dell'altro o piuttosto di ciò che Emilio ha trovato per me.

Marietta                        - (mal celando il rimpianto) Ah.

Tabaroux                       - E' dieci, cento volte più meraviglioso. E' una cosa che abbiamo desiderato tante  volte, ma non avrei mai creduto fosse possibile.

Marietta                        - (ansiosa) Che cosa?

Tabaroux                       - Un barcone, Marietta, ed io il  barcaiolo. La bella vita sull'acqua. Ci pensi? Non lo trovi meraviglioso?

Marietta                        - (triste) Sì.

Tabaroux                       - (dopo averla osservata) Ecco com'è andata: un buon amico di Emilio ha uno zio. Questo zio è proprietario di tre barconi che vanno  a zonzo per mesi e mesi sui fiumi e sui canali, cabotando carbone, cemento, tegole, grano e fosfati. Su ognuno di questi barconi c'è una famiglia, è la I regola.

Marietta                        - Ah?

Tabaroux                       - Un capo-barcaiolo con la moglie! che lo aiuta. Ben inteso se hanno dei bimbi non li lasciano a terra. Sopra uno di questi barconi c'era un vecchio con la sua vecchietta, vivevano così sull'acqua fin dall'infanzia. Ma la vecchia è morta e per il vecchio tutto è finito: non vuole più na­vigare. D'altronde era ora che si riposasse. Ma nes­suno lo sostituisce, ti sembrerà strano, forse, ma dicono che non trovano nessuno per fare questa vita d'incanto, preferiscono bucare i biglietti sul mètro. Dunque, l'amico di Emilio ha parlato di me. Emilio aveva avuto quest'idea proprio mentre io ero in prigione, anzi, proprio perché ero in pri­gione si è dato tanto d'attorno. Conosceva i miei gusti, capisci, mi voleva proprio fare contento. Bi­sogna aggiungere che Emilio aveva un po' paura del carrozzone, lo sai com'è timido, è un ragazzo che non oserà mai tentare nulla. Per fartela bre­ve, l'amico di Emilio mi ha presentato a suo zio. Non è stata una cosa molto facile, non si diventa barcaiolo dalla mattina alla sera, il mestiere è piut­tosto complicato; bisogna conoscere la manovra, i canali, il carico, le questioni di noleggio e tante altre cose ancora.

Marietta                        - E allora?

Tabaroux                       - Allora mi sono battuto da leone. Ne ho fatti dei grandi discorsi allo zio! Dopo un'ora me lo ero proprio conquistato. Ha capito che avevo la vocazione e che non desideravo altro che imparare. Abbiamo trovato la soluzione: il vec­chio barcaiolo finché io sia pratico resterà con me, lo sostituirò in tutto, non avrà che da comandare. Andiamo già d'accordo. E' un tipo simpatico, è conosciuto come il migliore dei vecchi fumatori di pipa e di coccio. Ho visto anche il barcone, è attraccato al «quai de la Rapée », pulito, civettuolo e verniciato a nuovo.

Marietta                        - E sopra c'è posto per abitarvi?

Tabaroux                       - Certo, un bell'ambiente quadrato bianco e marrone con una finestra graziosa per ogni lato e due davanti. C'è ancora la porta in mezzo con una scalettina ribaltabile a quattro gra­dini. Nell'interno un fornello con gli ottoni ben lucidati e sul tetto una cassa di fiori bianca e ver­de con i gerani e le cappuccine.

Marietta                        - (dopo un po' dì silenzio) Ma quel vecchio è ancora a casa sua e fin che ci starà vor­rà essere il padrone.

Tabaroux                       - No, la vuole lasciare perché sua moglie non c'è più. Si sistemerà dove si mettevano i cavalli quando si faceva l'alaggio. E' un locale molto grande e dove si può stare molto bene. (Una pausa) Però... bisogna ti confessi, Marietta, che... sì... insomma non ho ancora avuto il coraggio di dire che non avrò mia moglie con me. (Marietta scoppia improvvisamente in lacrime. Tabaroux si avvicina e dolcemente la stringe a se).

Marietta                        - (piangendo) Portami via con te.

Tabaroux                       - Certo, certo che ti porto via con me, passerottino mio. Troppo felice... non c'è da piangere. (Marietta si alza, sorride tra le lacrime e si asciuga gli occhi. Poi si guardano, si abbracciano e si baciano).

Marietta                        - Enrico!

Tabaroux                       - Che cosa, piccina?

Marietta                        - Se non te lo avessi chiesto, non mi avresti detto di partire con te? .

Tabaroux                       - (con un sorriso) No. Ma ti avrei detto che non potevo imbarcarmi da solo. Che avrei dovuto prima di tutto risposarmi e che non ne avevo nessuna voglia.

Marietta                        - (con tenerezza) Cattivo.

Tabaroux                       - (c. s. scherzando) Piccola cana­glia. Dimmi, pensavi sul serio di lasciarmi?

Marietta                        - In certi momenti riuscivo a con­vincermi di poterlo fare.

Tabaroux                       - Io l'ho creduto veramente, un mo­mento fa, quando, appena arrivato, mi hai raccon­tato la storia del negozio.

Marietta                        - E io, quanto ho ricevuto il tuo espresso, ho avuto un colpo come se fossi venuto ad annunciarmi che mi volevi lasciare.

Tabaroux                       - Questo poi.

Marietta                        - Certo, accettavi così facilmente che ti lasciassi...

Tabaroux                       - Figurati! Sarei arrivato col carroz­zone, il barcone e il portafiori.

Marietta                        - (ridendo) Sei furbo come una scimmia. Però senza il barcone non avrei mai sa­puto come fare a dirti di portarmi via.

Tabaroux                       - L'avresti detto senza dirlo. Il bar­cone però c'entra per una buona parte, confessalo.

Marietta                        - Oh, sì... ma non è solo per il bar­cone.

Tabaroux                       - Ti comprerò una poltrona di vi­mini e te ne starai comoda sul ponte ad orlare i tovagliolini come una principessa sul suo « pan­filo»... e guarderai sfilare i pioppi, i villaggi, le province.

Marietta                        - (in estasi) Oh! (Poi subito inquie­ta) Ma dimmi, si naviga anche di notte?

Tabaroux                       - Mai. Verso la fine della giornata, ci si ferma in un bel punto vicino ad un paesino, si attracca e si butta la passerella. Io tiro fuori le mie canne, l'aria è tiepida, il vènto è caduto, ed è l'ora più bella perché il pesce abbocchi, e ne sal­ta dall'acqua fin che vuoi. Così mentre io ti pre­paro mezzo chilo di frittura, tu vai a prendere il latte in paese.

Marietta                        - (proseguendo) Attraversando i pra­ti, raccolgo un fascio di margherite per il mio por­tafiori.

Tabaroux                       - La mattina, d'estate, ci si alza col sole. C'è un po' di foschia grigia rosa che si trasci­na sull'acqua, sembra che anche il fiume abbia riposato durante la notte... fa fatica a ripartire verso il mare, senza un ciuffo d'erba che naviga, non si avvertirebbe il senso della corrente. Il vento non è ancora levato, sembra che gli alberi aspettino qualche cosa che debba accadere. Se sull'altra ri­va, laggiù, un pescatore getta la canna da luccio, senti il sughero che fa « fi oc ». Se il ragazzo salta nella sua barchetta o una gazza ladra si mette a chiacchierare, succede la fine del mondo, un chias­so indiavolato. E intanto tu porti le tazze e la caf­fettiera sul ponte...

Marietta                        - (interrompendolo) C'è un tavolino?

Tabaroux                       - Sicuro che c'è. E tu vedrai indo­rarsi la cima del pioppo più alto mentre ti pene­tra l'odore di fieno e d'acqua, come a Meulan.

Marietta                        - Sì.

Tabaroux                       - (confidenziale) Dimmi, vai bene l'odore di un negozio di profumi...

Marietta                        - Enrico, stai zitto.

Tabaroux                       - Non se ne parlerà più. Piuttosto, cara signora, siamo un po' seri: quando vuoi ve­nir via di qui?

Marietta                        - Adesso, subito.

Tabaroux                       - Povero passerottino mio, l'hai det­to come se anche tu fossi stata in prigione.

Marietta                        - No, in verità non ci sono stata, ma mi sentivo come uno che da un momento all'al­tro doveva andarci.

Tabaroux                       - Mi meraviglio. Allora questa gran vita, l'elegante gabbia da canarino con la palla di argento, la piccola altalena e tutte le mattine ad ora fissa la distribuzione del...

Marietta                        - Stai zitto.

Tabaroux                       - (l'abbraccia e si alza) Su, presto, scrivi un biglietto. Di' solo che non ti aspettino questa sera.

 Marietta                       - Solo questo?

Tabaroux                       - Capiranno subito. Potrai poi scrivere domani... non so, qualche cosa alla loro portata... che abbiamo vinto alla Lotteria Nazionale.

Marietta                        - (ridendo) Anche noi?

Tabaroux                       - Perché anche noi? Hanno guadagnato alla Lotteria Nazionale?

Marietta                        - Sì, hanno vinto qualche cosa, ma non tanto come noi.

Tabaroux                       - (che si trova vicino alla scrivania) To', qui c'è un foglio di carta pronto. (Marietta ride) Perché ridi?

Marietta                        - (sedendo davanti alla scrivania) Per nulla. Ti spiegherò. Facciamo presto. Tu, caro, ficca questa busta in tasca e avvolgi di nuovo il portafiori. Sai, mi piace tanto. E' molto più bello dell'altro. Stai attento a non romperlo.

Tabaroux                       - (facendo il pacco) Non c'è pericolo, per questo. Quanto alla busta, è tua.

Marietta                        - Mettila in tasca, è più al sicuro. (Scrive, dicendo man mano) « Non mi aspettate I questa sera. Non siate preoccupati per me ». (Mentre Tabaroux rifà il pacco con grande cura, Marietta corre in sala da pranzo, riprende il portafiori che mette sul tavolo, poi pone il foglio di carta fra i fiori artificiali) Ecco.

Tabaroux                       - (davanti ai fiori) Accidenti! C'è da disgustarsi della natura e dei fiori... ma il tuo biglietto non stona. Allora, Marietta, andiamo. (Le prende la mano).

Marietta                        - (liberandosi) Fra tre minuti, il tempo di mettere assieme la mia roba. (Corre verso la ì porta di sinistra).

Tabaroux                       - Sbrigati, vedrai che arriveranno da un momento all'altro. Sono qui già da parecchio tempo.

Marietta                        - (alla porta di sinistra) Nulla da te­mere. (Passa la porta e ritorna subito) A proposito, Enrico, nel caso che lo dimenticassi, ricordami che prima di andare via, devo spalancare la finestra.

Tabaroux                       - Perché?

Marietta                        - E' un segnale d'intesa con loro.

Tabaroux                       - (va ad aprire la finestra) Capisco. Significa che il passerotto ha preso il volo.

FINE

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