Trovarsi

TROVARSI

 


1932

Commedia in tre atti

di Luigi Pirandello

A Marta Abba

Arnoldo Mondadori Editore - Milano

1962

PERSONAGGI

donata genzi, attrice

ELJ NIELSEN

IL CONTE GIANFRANCO MOLA

ELISA ARCURI

CARLO GIVIERO

LA MARCHESA BOVENO

nina, sua nipote

SAL

VOLPES

UN DOTTORE

Enrico, cameriere di Elisa

una cameriera

un'altra cameriera d'albergo

Tempo presente. Il primo e il secondo atto, in Riviera;

il terzo, nella camera d'un ricco albergo in una grande citt.


ATTO PRIMO

Atrio della villa Arcuri in Riviera. A sinistra, la scala scoperta, di legno, con guida, che conduce ai piani superiori. Si vede, del primo, il ballatojo su cui dnno gli usci delle stanze sovrapposte. Sotto questo ballatojo, nel fondo, in mezzo, l'uscio che immette nella sala da pranzo: uscio a vetri smerigliati. A destra, appartato, un angolo, le cui pareti son formate da scaffalature di libri, intorno alle quali corre una panconata di cuojo. Un tavolino nel mezzo con portafiori, portasigarette, portacenere, ecc.

Ricchi mobili moderni, da atrio.

Sono in iscena, al levarsi della tela, il cameriere Enrico e la cameriera, presso l'entrata per ricevere gl'invitati. Il primo ad arrivare Carlo Giviero, giovane maturo, vicino alla quarantina, molto elegante, in smoking, viso pallido, di quelli che oggi in societ si sogliono definire interessanti , bella capigliatura nera, abbondante, bene acconciata, con la civetteria di qualche filo d'argento, statura alta, smilzo, aria annojata, leggermente ironica. Il Giviero dottore di medicina; ma, ricco, non esercita la professione, studia e scrive per diletto saggi di psicologia molto letterarii. Appena entrato, si sbarazza del soprabito leggero e del cappello, e domanda, ma come se gi sapesse, tant' vero che s'avvia alla scala:

giviero. Su?

enrico. Su, sissignore.

giviero (alla cameriera). Meglio?

la cameriera. S' levata; scender per la cena.

giviero. Bene bene.

dalla scala, salendo

E l'ospite la Genzi arrivata?

La cameriera. S, oggi, alle quattro.

Giviero. Col vento...

Picchia a uno degli usci sul ballatojo, apre, entra.

Enrico (Alla cameriera, rimasti soli). Chi sia poi, l'ho ancora da capire.

La cameriera. La Genzi? Come! Non l'hai mai sentita?

Enrico. Io no, mai. Che fa, canta?

La cameriera. Ma no, che canta! Recita.

Enrico. Ah. Credevo artista di canto.

Entrano la marchesa Boveno con la nipote Nina. Quella, enorme, pesante, ma vera signora; questa, una tombolina, vivace e arguta, con due occhi che forano e un nasino ritto che fiuta e frugola da per tutto. Nina afflitta e stizzita per la sua statura da bamboccetta, pi proclive ad allargarsi in formosit da donna che ad allungarsi in flessuosit da fanciulla. La trattano da bambina, un po' buffa, e questo la tiene in continua irritazione. Nina vorrebbe essere una signorina sportiva . La nonna, anch'essa un po' buffa nella sua sapiente antichit, sebbene spregiudicata, la comanda a bacchetta. Tutt'e due entrano con gli scialli, la nonna col cappello, Nina in capelli. La nonna ha l'affanno.

La Marchesa Boveno. Buona sera.

A Nina.

Di di, Nina, sbarazzati.

Alla cameriera.

Ho voluto portarli. Tira un ventaccio!

Nina. Potevi, il tuo soltanto.

La Marchesa Boveno. Anche tu, all'uscita, ti rimetterai il tuo; senza no no; s s; e finiscila, perch comando io!

Ai camerieri.

Non c' pi estate; pi stagioni! Anche il tempo diventato impertinente.

Botta a Nina.

Nina. Devo sentir freddo per forza...

La Marchesa Boveno. Devi, sicuro, se lo fa! Ragazzine moderne, tutte caldo. Lo sport! (Impudiche!).

Ai camerieri.

Ma come? Non c' ancora nessuno?

La cameriera. S, signora marchesa: su.

La Marchesa Boveno. Oh Dio mio, salire? Io, le scale...

La cameriera. Ma no, se vuole, pu trattenersi anche qua.

Enrico. Scenderanno tra poco per la cena.

La Marchesa Boveno. Ah, bene.

Nina. E arrivata la Genzi?

La cameriera. S, signorina.

Nina. Oh guarda. Credevo di no.

La cameriera. Con la corsa delle quattro.

La Marchesa Boveno (a Nina, deridendola). Credevo di no ! Perch credevi di no?

Nina. Non so... cos... Allora vado su!

La Marchesa Boveno. Aspetta! Dove su, se non la conosci?

Nina. Ma no, su dalla signora Elisa dico.

La Marchesa Boveno. Ah, bene. Di' all'Elisa...

Alla cameriera.

Non sar mica ancora a letto?

La cameriera. No, signora marchesa: s' levata dopo mezzogiorno.

Enrico. anche andata alla stazione...

La Marchesa Boveno. A ricevere l'amica, ho capito.

A Nina.

Bene, va' su...

Alla cameriera.

Chi c'?

La cameriera. Il conte Mola.

Enrico. ed salito adesso il signor Giviero.

La Marchesa Boveno. Se c' Mola, sono tranquilla. Be', di' all'Elisa che aspetto qua per non fare le scale.

Nina comincia a salire, e la marchesa va a sedere, dicendo:

Una volta o l'altra, di questo passo, divento tartaruga.

Si apre sul ballatojo l'uscio per cui poc'anzi entrato Giviero, e Il Conte Mola comincia a discendere, fermando Nina che sale. Il Conte Mola sulla cinquantina, bruno, robusto, capelli d'argento, piccoli ma folti baffi ancora neri, forse un po' con l'ajuto di qualche mistura, elegantissimo; dotato di una fine assennata bonomia.

Il Conte Mola. No, no, gi Nina, gi. S'aspetta tutti gi.

Ai camerieri.

Contrordine. Non sale pi nessuno.

Dir questo ancora dalla scala, sporgendosi dalla ringhiera. I camerieri, da gi, s'inchineranno e si ritireranno per l'uscio in fondo, ov' la sala da pranzo.

Nina (ancora col Conte sulla scala, ma cominciando a ridiscendere). Ma salito Giviero...

La Marchesa Boveno (da gi, udendola). (Stupida!).

Il Conte Mola. Vedi intanto che io discendo...

Nina. Perch Giviero salito?

La Marchesa Boveno. (Stpida!).

Il Conte Mola (gi disceso con Nina). Queste ragazze sono terribili, cara marchesa!

La Marchesa Boveno (a Nina). Domando come fai a pensare che il conte sia disceso perch salito Giviero?

Nina (con aria ingenua). Ma no, io non l'ho pensato, nonna. Giviero salito; il conte disceso, dicendo che non. deve pi salire nessuno...

La Marchesa Boveno E allora?

Nina. Niente, nonna. Giviero salito; il conte disceso.

La Marchesa Boveno E lo ripete!

Nina. Non cos?

113

Il Conte Mola. Sar cos; ma non c' proprio bisogno che tu lo dica, ragazza mia!

Pausa. Il conte va a prendere da un tavolinetto una sigaretta e l'accende.

Nina (rimasta assorta, coi tondi occhi invagati e nasino all'erta). Deve avere una gran paura la signora Elisa dell'incontro di questa sera di Giviero con la Genzi.

Il Conte Mola. Oh l l!

La Marchesa Boveno Quest'altra! Sei matta?

Nina. Alla spiaggia hanno detto che Giviero aveva prima la sua garonnire tutta parata dei ritratti della Genzi...

Il Conte Mola. Ma non s' mai sentito dire che ne sia stato...

Nina. l'amante: lo dica!

La Marchesa Boveno Ma Nina!

Nina. Oh Dio, nonna, si sa!

Il Conte Mola. Io avrei detto l'amico... Ma non si sa nient'affatto; n di lui, n d'altri, del resto.

La Marchesa Boveno Uh, poi! non esageriamo: un'attrice... amanti...

Il Conte Mola. Ne avr avuti; ma il fatto che non s' mai potuto attribuirgliene uno con precisione.

La Marchesa Boveno Sapr fare, Mola, sapr fare; non chiudiamo gli occhi! La virt, oggi, come va vestita...

Il Conte Mola (cavalieresco). Non propriamente un abito, marchesa!

La Marchesa Boveno Ma non dovete neppure lasciarla nuda, caro, se volete che si difenda!

Occhiata alla Nina, che rimane impassibile come un fantoccio.

Basta. Cambiamo discorso.

Nina (dopo una pausa, sempre come un fantoccio). La mia paura invece un'altra: dell'incontro di Elj con la Genzi.

La Marchesa Boveno. Elj? O dov' Elj?

Il Conte Mola. Toh, guarda! Pensavo proprio a lui...

Nina (strana, come assente). Lo so.

Il Conte Mola. Come fai a saperlo?

Nina (c. s.). Perch non qua; e lei vuole che venga.

Il Conte Mola. Appunto! Ma si figuri, marchesa, che s' messo in testa d'andar di sera, e con questo mare, sulla sua lancia a vela!

La Marchesa Boveno Pazzia! Tira un vento...

Il Conte Mola. E ha visto che mare?

Nina. Ma lo lasci andare! Meglio cento volte per lui che vada sul mare, anzich venire qua!

La Marchesa Boveno Questa matta! Farnetica! Che ti scappa di bocca, stasera? Guardate, Signore Iddio, come parla!

Nina (c. s. assorta). Perch vedo!

La Marchesa Boveno Che vedi? La finisci? Ma guardate che occhi! Oh, ti scuoto io, sai!

E la scuote.

Nina. Inutile: vedo, vedo...

Il Conte Mola. Che Elj corre pericolo?

Nina. S.

Il Conte Mola. Se va sul mare!

Nina. No, se viene qua.

Il Conte Mola (scrollandosi). Ma fa' il piacere!

Facendosi alla porta in fondo e chiamando.

Ehi, Enrico!

Nina. Oh Dio, lo fa venire, nonna, lo fa venire!

Il Conte Mola. Sicuro che lo faccio venire!

La Marchesa Boveno. O che importa a te, se lo fa venire?

Il Conte Mola. Me l'aveva giurato, che sarebbe venuto. E ho il permesso d'Elisa di mandarlo a chiamare.

A Enrico; che s' presentato sulla soglia.

Fatemi il favore, Enrico...

La Marchesa Boveno. Oh insomma, la smetti, Nina?

Il Conte Mola (seguitando, ad Enrico). S, mio nipote. Credo sia ancora a casa. O sar andato al Bar del Sole. Insomma, cercatelo e ditegli a mio nome che non tardi ancora a venire, anche cos come si trova, non importa... e che avete l'ordine di non ritornare senza di lui.

Enrico annuisce, s'inchina ed esce.

Nina. Dio volesse che s'adirasse per un ordine cos ridicolo!

Il Conte Mola. S'adirer senza dubbio; ma verr, per non darmi un dispiacere. Credi che s'adirer di pi sapendo la ragione per cui tu vorresti che non venisse.

Nina. Lei non sar cos ingeneroso da dirglielo!

Il Conte Mola. Glielo dir! Glielo dir!

Nina. Se lei glielo dice, io

La Marchesa Boveno (subito, minacciosa, come a parare che dica). Tu?

Nina ( per piangere). Niente. Lo far pentire.

E scappa, convulsa, nel giardino.

La Marchesa Boveno. Ohi, dico...

Il Conte Mola. Lasciate, marchesa! Bisogna rispettare le grandi infelicit dei bambini. Ne sono commosso.

La Marchesa Boveno. incredibile! Non l'ho mai veduta cos!

Entrano Volpes e Sal. Il primo, sui cinquant'anni, piccolino e baffuto, coi capelli grigi ferruginei, a spazzola, che pare abbiano avuto un colpo di vento di traverso; bruno, sporco, si stira spesso con due dita il labbro inferiore grosso e pendente; l'altro, d'uguale statura e fors'anche pi piccolo, ha invece, sotto i capelli grigi, alti ed estrosi, un'aria arguta e chiara, giovanile; naso erto, aquilino, che d l'impressione di non esser messo bene a posto, per cui tiene la testa piegata indietro e il mento in fuori, quasi a sorreggerlo senza farlo cadere.

Volpes (salutando). Buona sera, marchesa. Caro Gianfranco.

Sal (salutando la sola marchesa). Marchesa...

La Marchesa Boveno Ah, giusto voi due! Fa piacere vedervi insieme. Polo Sud Polo Nord.

Volpes. Siamo stati sempre in ottimi rapporti...

La Marchesa Boveno ... personali, lo credo bene. Ma quando scrivete...

Volpes. Naturale, marchesa. Io, Sud, trapassato; lui, Nord, ultragiovine!

Al conte Mola, indicando Sal.

Ma tu non conosci?...

Il Conte Mola. Non ho l'onore...

Volpes (presentando). Il conte Gianfranco Mola. Sal.

I due si stringono la mano.

Il Conte Mola. L'arte, come eterna, non dovrebbe avere et.

Sal. Ma il guajo che poi, come donna, ama la moda.

Alla marchesa.

E la Genzi?

Volpes. Ah, gi, la Donata?

La Marchesa Boveno Ancora non discesa.

A Volpes.

Lei che la chiama la Donata ...

Volpes. Oh, cos per uso... tutti...

La Marchesa Boveno. Ma dica, come donna... che tipo ?

Il Conte Mola. Una buona figliuola, dicono.

La Marchesa Boveno. Voi tacete!

Volpes. S... forse...

La Marchesa Boveno (a Mola). Ah, ecco, vedete che dice forse ?

Volpes. L'ho avvicinata poco, veramente... venuta su, da poco... Da quando io sto gi... Ma non per questo. Ha fama di...

La Marchesa Boveno ... leggera?

Volpes (subito). No no! Piuttosto...

La Marchesa Boveno ... capricciosa?

Volpes. Ma non nel senso di fatua, no! Scontenta. Inquieta. Ecco, insomma... una donna difficile, direi... non... non certo amabile .

La Marchesa Boveno. Ho capito. Superba, scontrosa.

Volpes. No no: scontrosa, forse; ma non superba; non per carattere, almeno. l'animo in lei... come potrei dire?

Sal. Permetti? La marchesa vuol sapere che tipo come donna . L'errore qui, mi scusi, marchesa.

La Marchesa Boveno. O perch?

Sal. Perch un'attrice non pi definibile come donna .

La Marchesa Boveno Volete dire che recita anche nella vita?

Il Conte Mola. Senza volerlo, per deformazione professionale...

Sal. Ma no, nien t'affatto! Non ho voluto dir questo. Sarebbe allora definibilissima: una donna che recita anche fuori della scena . Genere esecrabile. Io dico l'attrice, una vera attrice, com' la Genzi, cio che viva sulla scena, e non che reciti nella vita.

La Marchesa Boveno. Be', sar pure in qualche modo, nella vita; e si potr dir come! Tranne che per voi una vera attrice non sia pi una donna!

Sal. Una no; ecco: tante donne! E per s, forse, nessuna.

Scende dalla scala col Giviero la signora Elisa Arcuri, sui trent'anni, magra, capelli biondi innaturali, naso accentuato, occhi di turchese, aria di donna molto vissuta. Sente, scendendo, le ultime parole della marchesa, e quelle di Sal, e dice, salutando:

Elisa. Oh povera la mia marchesa, alle prese con questo cattivone di Sal! Caro Volpes! E Nina?

Il Conte Mola. In giardino.

Elisa. La mia Donata? Non dia ascolto a Sal, marchesa. la pi cara e semplice creatura di questo mondo.

La Marchesa Boveno. Ma mi vuoi dire scusa come tu l'hai conosciuta?

Elisa. Come? Eh, da piccola; compagne di scuola!

La Marchesa Boveno. Ah, ma allora... Credevo da poco tempo...

Elisa. Amica, s, da poco tempo. Posso dire, ritrovata. N'avevo perduto quasi ogni memoria. Quando cominci a essere per tutti la Genzi , mi ricordai d'un tratto che avevo avuto da piccola per compagna di scuola una di questo nome, Genzi, e che si chiamava proprio Donata: una ragazzina timida, gracile, sempre appartata... Tanto che non mi parve in prima ammissibile che potesse esser lei. Le scrissi. Era lei! M'invit ad andarla a trovare una sera nel suo camerino a teatro. Si ricordava di me anche lei, non solo, ma mi fece sovvenire di tante cose ch'io avevo dimenticate e lei no piccole cose d'infanzia... cose da nulla, ingenue... Per dirvi com'!

La Marchesa Boveno. E ti s' affezionata?

Elisa. Subito! Ma sempre in giro, capir... ci scriviamo! Ora l'ho invitata a passare qua da me qualche settimana, con la promessa che non l'avrebbe vista nessuno, perch ha veramente bisogno di riposo.

Giviero. Nostalgia...

Elisa (urtata). Che c'entra nostalgia ? Di che?

Giviero. Dico, questa sua amicizia per voi... Nostalgia della sua anima bambina... della freschezza dell'infanzia lontana...

Sal. Possibile, s... Il piacere di ritrovarsi, con voi, in un ricordo lontano di s stessa.

Elisa. Ma quando? ma dove? Non pensiamo pi, n io n lei, alle bambinate nostre d'allora...

Nina (che sar rientrata dal giardino, senza farsene ac-corgere). Io non la posso credere sincera.

Sorpresa di tutti.

Sal. Oh Nina! E di dove scappi fuori?

La Marchesa Boveno. Ha sentenziato! Sentenzia, lei. Tutta questa sera non ha fatto altro che sentenziare.

Sal. Ma tu hai gli occhi rossi!

Nina. Sfido! Ho pianto.

Elisa. Oh povera Nina! E chi t'ha fatto piangere?

Nina. Il conte.

Elisa. Oh cattivo!

La Marchesa Boveno Non vero! Io, se mai, e giustamente.

Il Conte Mola. No, scusate, marchesa: se mai, la Genzi, di cui dice d'avere una gran paura.

La Marchesa Boveno. Ah, gi!

Elisa. Tu, paura, Nina?

Nina. Io, no. Non ho paura di nessuno, io.

Il Conte Mola. Ha paura per Elj... che intanto mi tiene veramente in pensiero!

Sal. Dov'?

Il Conte Mola. Non lo so! Dovrebbe essere qua. Mi promise che sarebbe venuto...

Elisa. Ha mandato a chiamarlo?

Il Conte Mola. Ma s, da un pezzo... Non vedo ancora nessuno...

Sal. Be', verr...

Nina. Speriamo di no!

Elisa. Ma che paura hai, tu Nina, per Elj della mia povera Donata?

Nina (impronta, rivolgendosi a Giviero). Ecco, lo dica lei, Giviero, che paura ho.

Giviero (restando, con tutti gli altri). Io? Oh bella! E come posso saperlo? perch lo domandi a me?

Nina. Perch tutti, questa mattina alla spiaggia, hanno detto che nessuno la conosce meglio di lei.

Giviero (prendendola in ridere). Ah, in effigie, ho capito: la storia dei ritratti! Qualche stupido che ha veduto e ha voluto malignare. Fortuna che li ho ancora tutti e potrei mostrarli! Nessuno che abbia una dedica o una firma; ritratti in vendita...

Nina. Ma tanti, Dio mio!

Giviero. Tanti - appunto - tanti - non uno solo - e tutti diversi l'uno dall'altro. Mi son serviti per uno dei miei studii sulla mimica dei sentimenti...

Volpes. Oh guarda, non lo sapevo... Pubblicato?

Giviero. No, lasciato l...

Elisa. E Donata lo sa?

Giviero. Ma no, come volete che lo sappia? Mai avvicinata, mai parlato con lei.

Nina. Ma che fa, non scende?

Elisa. M'aveva promesso che sarebbe scesa; ma non so... arrivata molto stanca, e anche... m' parso... turbata... Non deve star bene.

La Marchesa Boveno Soffre di qualche male?

Sal. Ah s, d'un gran male, per la sua et: insidiosissimo e irrimediabile.

Giviero (ironico). L'amore?

Sal. No. Perfettamente il contrario.

La Marchesa Boveno Come sarebbe?

Sal. semplice, marchesa. Mancanza d'intimit.

Nina. Ecco lui, adesso!

Sal. Che, io?

Nina. Eh, nonna dice che sentenzio io! Sentenzii tu, adesso, mi pare.

Sal. Rispondo a tua nonna che ha domandato di che male.

Il Conte Mola. Vive sola?

Volpes. Ch'io sappia...

Elisa. S, sola, sola.

La Marchesa Boveno Non ha parenti?

Volpes. Ah s, la madre che vive, credo, con un fratello.

Sal. Ne parla qualche volta, ma nessuno li ha mai veduti.

Volpes. Dicono che il fratello...

Elisa. Ma s, ma s! Per carit, non ne parlate davanti a lei!

Volpes. Oh, io non so neppure se sia vero! Me l'hanno raccontato.

Elisa. vero, vero; e non potete immaginare quant'ella ne abbia sofferto.

Il Conte Mola. Perch, il fratello... che cosa?

Volpes. Mah! pare che sia stato il primo ad ammettere...

La Marchesa Boveno (seguitando la frase). ... che quando una si mette a far l'attrice... ma s, via, si sa!

Elisa (risentita; poi, per cortesia, attenuando). Che si sa? Non si sa nulla invece, creda, marchesa; proprio nulla!

Il Conte Mola. Ve lo dicevo, io...

Elisa (a Volpes, seguitando). E lei, poich ha parlato del fratello, dovrebbe anche raccontare il seguito di codesta storia.

Volpes. Ma io non la so!

Elisa. Lo so io! E non me la piglio neanche tanto col fratello, che infine, sciocco, sapendo com' facile malignare, parlandosi d'attrici... - per metter le mani avanti a difesa del suo stupido amor proprio maschile, ammise... si, che le attrici... ma s, perch no? anche mia sorella! tutto questo, cos, leggermente, in un crocchio d'amici, ridendo e scrollando le spalle! Come Donata venne a saperlo, ne fu... oh! ferita nel pi profondo dell'anima. Non volle pi vederlo. E non ha pi riveduto d'allora in poi neanche la madre.

La Marchesa Boveno. Ammiro, ma... un'assoluta anormalit, ne converrete!

Il Conte Mola. Gi, e poi... la madre... dico...

Elisa. La madre, messa al bivio, prefer di seguitare a vivere col figlio.

Sal. Ecco, normalmente , marchesa! In una casa costituita normalmente , forse dicendole: Ti sarei d'impaccio, carina mia ... Tu hai certo bisogno di tutta la tua libert... . Cose vere, badiamo, verissime. Non c' da darle torto. C' soltanto da negare che la normalit delle galline possa intendere il volo disperato d'una gru.

La Marchesa Boveno. Grazie, Sal, per le galline.

Sal. Ma no, marchesa, Dio me ne guardi, non dicevo per lei! La gallina la morale comune, borghese, con tutti i suoi preconcetti e pregiudizii. Si giudica dalla professione: un'attrice!

La Marchesa Boveno. Ma no, caro, si giudica naturalmente anche da ci che si vede e che tutti sanno...

Sal. Bravo! Appunto! E quando non si sa nulla? Si seguita a credere lo stesso, perch, comunemente, un'attrice... Ecco il preconcetto, il pregiudizio!

La Marchesa Boveno. Sar il caso d'una rara eccezione...

Sal. Ma una vera attrice, creda marchesa, sempre una rara eccezione. - Quando diventa donna come tutte le altre e si fa una vita per s e se la vuol godere, nella misura che se ne lascia prendere finisce d'essere attrice.

La Marchesa Boveno. Come se ci fosse un'incompatibilit!

Sal. C'! E si chiama abnegazione , nel senso pi proprio della parola: negare s stessa, la propria vita, la propria persona, per darsi tutta e darla tutta ai personaggi che rappresenta . Invece comunemente si crede che per l'attrice l'arte sia soltanto una scusa al malcostume.

Volpes. Permetti? Vorrei domandarti come fa una attrice a dar vita ai suoi personaggi, se non ne ha nessuna per s, n sa che cosa sia: amare, per esempio, se non ha mai amato?

Sal. Ah gi! Tu sei quello dell'esperienza, me ne scordavo! Che, per sapere, bisogna prima provare. Io so invece che ho provato sempre soltanto ci che m'ero prima immaginato.

La Marchesa Boveno. Oh bella! Non ha mai dunque provato una disillusione, lei?

Volpes. Ecco appunto l'esperienza!

Sal. La disillusione? Ah, grazie! Per te sono queste le esperienze?

Volpes. I fatti certo non l'immaginazione!

Sal. Ma, caro mio, quando m' arrivato qualcosa che non m'aspettavo da una persona da una sensazione io non ho fatto nessuna esperienza; al contrario!

La Marchesa Boveno. E che ha fatto?

Sal. Non ho compreso pi nulla.

Tutti scoppiano a ridere, come per una battuta spiritosa; invece Sal ha risposto sul serio; tant' vero che rincalza.

S, marchesa; appunto perch il fatto non ha risposto all'idea che me n'ero formata. Non ho compreso pi nulla.

A Volpes.

Te ne farai, al pi, un'altra idea, che non sar pi quella; finch non t'avvenga il caso favorevole che ti far esclamare: Ah, ecco, cos, questo l'amore , perch l'amore l'avrai riconosciuto, questa volta, nell'idea che te n'eri gi formata. Ed ecco allora la vera esperienza per te; mentre l'altro rester il caso contrario, la prova fallita, il disinganno. Ma credi sul serio, scusa, che per amare ci sia bisogno di sapere come si ama?

La Marchesa Boveno. Dio mio, saperlo non sar come non saperlo!

Volpes. E tutte le donne lo vogliono sapere, e come!

Sal. D'accordo! Chi ti dice di no? Ma quando una attrice l'avr saputo? Siamo sempre li: o una disillusione o proprio quello che s'era immaginato. Non c' bisogno ch'ella ' sappia l'amore per s; basta che intuisca come lo sente il personaggio da rappresentare. Per lei, se lo sente, non lo vedr mai. Il sentimento cieco. Chi ama, chiude gli occhi.

Nina. Ah, eccola che scende.

Si fa silenzio.

Donata Genzi appare sulla scala, in abito da sera, e comincia a discendere. pallida, turbata in volto, con una piega dolorosa nella strana bocca tragica. Negli occhi grandi, dalle ciglia molto lunghe, ha un che di fosco e di smarrito.

Tutti si voltano a guardarla, alzandosi. Elisa si muove per accoglierla e far le presentazioni.

Elisa. Permetti, cara, che ti presenti La Marchesa Boveno Il conte Mola (Sal, Volpes, li conosci).

Sal. Cara Donata...

Volpes. Lietissimo, signorina, d'averla tra noi...

Elisa. Carlo Giviero, tuo studioso ammiratore...

La Marchesa Boveno. Ah gi, brava, studioso ; perch pare abbia fatto uno studio sulle sue immagini, sa?

Donata. Ah s? Non ne ho una sola che mi contenti...

Nina. Le ha tutte!

Giviero. Non tutte! Quasi tutte. Le pi espressive.

Pausa di sopravvenuto imbarazzo.

Elisa (finendo, in quest'imbarazzo, le presentazioni). ...E Nina, nipote della marchesa.

Sal (tanto per rompere il silenzio). La terribile Nina!

Nina (scattando, tutt'accesa in volto). Senti, Sal, non cominciare, o me ne vado!

La Marchesa Boveno (riprendendola, aspramente). Nina!

Nina. Ma no, scusa, nonna, non voglio essere la pietra d'affilare, se non sapete pi parlare davanti a lei, come avete fatto finora.

Elisa (con tono di lieve rimprovero). Ma che cos'?

Sal. Non sappiamo pi parlare? Chi te l'ha detto? Possiamo invece seguitare benissimo...

Elisa (a Donata). Si parlava naturalmente di te...

Volpes. O piuttosto, dell'attrice in generale...

Il Conte Mola. E non si diceva altro che bene...

Nina. Di lei, s! non dell'attrice in generale.

Sal. Non vero! Di quelle, se mai, che non sono da considerare vere attrici, sostenevo io. Ma del resto, tu che hai il tup di sbattere in faccia a tutti la verit, perch non confessi d'aver sentenziato che per te la Donata non pu essere sincera?

La Marchesa Boveno. Bravo, Sal!

Donata (a Nina, divertendosi). Non si confonda! bello! Risponda, subito! su!

Nina. Non mi confondo! Non mi confondo! per la nonna...

La guarda, come trasecolata.

Tu approvi...? tu che dicevi?...

La Marchesa Boveno. Che dicevo? Sono pronta a ripetere tutto quello che ho detto...

A Donata.

La conosco come attrice, non come donna; e volevo sapere...

Donata (con semplicit sorridente). Se sono sincera?

Nina (subito). No no! questo lo negavo io; e sa perch? perch le ho visto sostenere le parti pi opposte, e tutte con lo stesso calore di verit. E allora ho pensato che lei...

Donata. ...non possa essere ugualmente vera nelle parti pi opposte? Perch no? Io non c'entro... Sono ogni volta come mi vuole la parte, con la massima sincerit.

Giviero. Sal sosteneva una cosa molto interessante: che un'attrice non ha bisogno di conoscere per propria esperienza la vita; basta che sappia intuire quella del personaggio che deve rappresentare.

Donata. Mi par giusto.

Nina. Veramente Sal diceva amore , non la vita!

Giviero. lo stesso!

Donata. Chi ama, chiude gli occhi , ho inteso. Molto grave, per me, se cos; perch io, gli occhi...

Sal. Non li chiuderete mai? naturale! Siete attrice per questo.

Donata. Ma no, io dico nella vita...

Sal. S, cara. Perch avete questo in pi di tutti noi: che potete vivere davanti ad uno specchio!

Donata. Come, davanti a uno specchio?

Sal. Ma s, guardate: se a uno di noi per caso avviene di sorprendersi di sfuggita in uno specchio nell'atto di piangere per il dolore pi cocente, o di ridere per la gioja pi spensierata; subito il pianto o il riso ci son troncati dall'immagine che n'abbiamo, riflessa in quello specchio.

Giviero. Verissimo! Ne pu far la prova ognuno. Basta vedersi: non si pu pi n piangere n ridere. L'immagine arresta.

Sal (a Donata). Ebbene, voi avete al contrario questo dono: di poter vivere sulla scena, sapendovi guardata da tutti, cio con tanti specchi davanti, quanti sono gli occhi degli spettatori

Donata. Ma io non vedo gli spettatori, n penso mai che ci sono, recitando.

Sal. Ecco: potete vivere davanti a loro, come se non ci fossero! E credete pure che gli occhi li chiudete anche voi, istintivamente, nelle scene d'amore, quando v'abbandonate.

Donata. Ah s? Io non lo so...

Sal. Senza saperlo, senza volerlo, li chiudete.

Giviero. Ho io una sua immagine cos...

Donata. Con gli occhi chiusi?

Giviero. S, presa in gruppo, in un finale d'atto.

Sal. E se poi un giorno, nella vita, come vi auguro, vi avverr di chiuderli davvero, per conto vostro, mia cara amica, ebbene voi vi copierete. Ecco tutto!

A Volpes.

Tant' vero che non c'entra l'esperienza!

La Marchesa Boveno. Per, scusate, pure una bella condanna, io dico, amare in pubblico, alla vista di tutti senza poi saperne nulla per s!

Donata (sorridendo, mentre gli altri ridono). Ma pur l'unica possibilit di vivere tante vite...

La Marchesa Boveno Ah, sulla scena, grazie! In finzione!

Donata. Perch finzione? No. tutta vita in noi. Vita che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua espressione. Non si finge pi, quando ci siamo appropriata questa espressione fino a farla diventare febbre dei nostri polsi... lagrima dei nostri occhi, o riso della nostra bocca... Paragoni queste tante vite che pu avere un'attrice con quella che ciascuno vive giornalmente: un'insulsaggine, spesso, che ci opprime... Non ci si bada, ma tutti disperdiamo ogni giorno... o soffochiamo in noi il rigoglio di chi sa quanti germi di vita... possibilit che sono in noi... obbligati come siamo a continue rinunzie, a menzogne, a ipocrisie... Evadere! Trasfigurarsi! diventare altri!

La Marchesa Boveno. E non essere mai niente per noi stessi, Dio mio, in una nostra segreta vita?

Giviero. Certo, un'attrice non pu pi avere segreti per nessuno.

Donata (facendosi pi fosca). Perch non pu?

Giviero. Eh, scusi, se lei stessa dice che sulla scena si rivela tutta in tutte le possibilit d'essere che sono in lei, che segreti vuole pi avere? Noi la conosciamo, non solo com', ma anche come potrebbe essere!

Donata. No! Solo come potrei essere, se mai! Perch, sulla scena, non .sono mai io. Come io sono veramente, scusi, vuoi saperlo lei, se non lo so io stessa?

Giviero. Ma s, certo!

Nina. Ha le fotografie!

Giviero. No: ho gli occhi!

A Donata

Lei non pu vedersi; mentre noi spettatori la abbiamo veduta.

Donata. Non me! Come amerei io, per esempio, la prego di credere! Lei vede come ama questo o quel personaggio ch'io rappresento!

Giviero. Se lei gli d il suo corpo, scusi! le sue labbra per baciare... le sue braccia per abbracciare... la sua voce per dire le parole d'amore... noi sappiamo come lei respinge o s'abbandona... le parole nel vario tono con cui le dice... le espressioni dei suoi occhi, della sua bocca... il suo riso... il modo per esempio, ho notato come carezza i capelli o li scompone sul capo dell'uomo che le piace...

Donata. Io le dico che vivo in quei momenti la vita del mio personaggio! Non sono io!

Giviero. Ma lei non pu essere diversa, mi scusi se insisto, perch nel personaggio lei stessa! Una attrice di tutti. Tanto vero lei deve sentirlo che s'innamorano di lei, gli spettatori; non del personaggio! Sal. E il pi grave questo, amica mia: che quando creerete a voi stessa il vostro dramma, non vi vedrete pi!

Donata. Io vedr sempre! E forse proprio questo il mio dramma.

Giviero. Di non poter chiudere gli occhi?

Donata. Forse, davanti a un pericolo... chi sa!

Volpes. Ecco, buttarsi! buttarsi l, e addio!

Donata. Buttarsi... Ma questo: l'orrore di... Finch si resta cos... sospesi... da potersi volgere con la mente... qua, l... a ogni richiamo in noi d'una sensazione, d'una impressione... a tante immagini che un desiderio momentaneo pu accendere... o un ricordo rievocare... con quest'alitare in noi... s, di ricordi indistinti... non d'atti, forse nemmeno di aspetti... ma, appunto, di desiderii quasi prima svaniti che sorti... cose a cui si pensa senza volerlo, quasi di nascosto da noi stessi... sogni... pena di non essere... come dei fiori che non han potuto sbocciare... ecco, finch si resta cos, certo non si ha nulla; ma si ha almeno questa pienezza di libert... di vagare con lo spirito... di potersi immaginare in tanti modi... Ora, compiere un atto, gi non mai tutto lo spirito che lo compie... tutta la vita che in noi... ma ci che siamo solo in quel momento... eppure ecco che quell'atto d'un momento compiuto c'imprigiona, ci ferma l... con obblighi, responsabilit, in quel dato modo e non pi altrimenti... E di tanti germi che potevano creare una selva, un germe solo cade l, l'albero sorge l, non potr pi muoversi di l... tutto l, per sempre... Quest'orrore, ecco, io lo sto vivendo con gli occhi bene aperti, ogni notte, e proprio davanti a uno specchio, appena - finita la rappresentazione - vado a chiudermi nel mio camerino per struccarmi.

Sal. Dev'essere effettivamente per voi il momento pi triste: tornare voi...

Donata. ...E non trovarmi!

La Marchesa Boveno. Ma come non trovarsi, mi scusi? perch? Davanti a quello specchio si trover, Dio mio, ancora cos giovane... bella... Verranno a trovarla amici...

Donata. S, qualcuno, qua e l... M'accompagnano all'albergo... a qualche caff, a far quattro chiacchiere... Ma ne ho cos poca voglia... e sono spesso cos stanca... Per fortuna, ho tante cure e cos poco tempo da badare a me... Ma quel momento

si volge a Elisa

ah sai, cara... veramente orribile... Il teatro s' vuotato... e tu non puoi immaginare che squallore spaventoso... Tutti se ne sono andati, con qualche cosa di me viva nel ricordo s e io, entrando nel mio camerino, sono ancora accesa del respiro caldo della folla che s' levata ad applaudirmi un'ultima volta sulla scena. Ma ora l, sola, a mani vuote, in quel silenzio, davanti a quel grande specchio sulla tavola che mi rappresenta intorno quegli abiti vani, che pendono immobili, e me seduta in mezzo, le spalle curve, le mani in grembo, e gli occhi aperti, aperti a fissarmi in quel vuoto... Non li chiuder mai mai!

Tutti restano per un momento in silenzio turbati. Donata, pi turbata di tutti, lo nota; non pu pi trattenersi; si alza e, provandosi a sorridere, dice a Elisa:

Senti, cara, non ti dispiacer... Sar perch sono cos stanca devi scusarmi non mi sento proprio in condizione stasera di restare in mezzo a voi. Scusatemi anche voi tutti. Mi ritiro.

Si sono alzati a poco a poco tutti. Donata s'avvia per la scala; comincia a salire.

Elisa. Se vuoi che ti faccia portare su qualcosa...

Donata. No, grazie. Non potrei. Buona notte a tutti.

Sale tutta la scala, apre sul ballatoio l'uscio della sua camera. E via. Tutti restano per un momento in un mortificato imbarazzo.

Elisa. Vi avevo tanto raccomandato di non parlare davanti a lei...

Sal (scherzoso). Tutta colpa di Nina!

Nina. Mia?

La Marchesa Boveno. Tua! tua! perch hai lasciato intendere che stavamo parlando...

Giviero. ...di ci che duole di pi in lei, in questo momento, a vedersi guardata...

La Marchesa Boveno. ...la donna! ecco, ci siamo

A Sal

Caro mio, avete un bel dire l'attrice ... tante vite ... quando poi non se ne ha una propria per s, bene o male!

Volpes. Ma se lei a non volerla...

Il Conte Mola. Ah, ma ne soffre! cos chiaro che ne soffre!

Volpes (scrollando le spalle). Ne soffre... ne soffre... Basterebbe che si risolvesse a far come le altre...

Elisa. E non capisce che la trattiene proprio questo? di fronte a ci che tutti s'attendono? il suo stesso fratello per il primo?

Volpes. Ma non solamente, santo Dio, perch come le altre , ma perch naturale! Allora, scusate, puntiglio?

Sal. S: se tu la vuoi diminuire. Potrebbe anche essere un diverso sentire di s, rispetto alle altre

Elisa. ecco! ecco!

Sal. per cui far come le altre non le sarebbe possibile. Si pu anche avere sdegno d'una necessit, quanto pi si riconosca comune e naturale.

Il Conte Mola. Ah, ma non allora pi l'amore!

Sal. Scusate: mi pare che finora non abbiate inteso parlare d'altro: prova , esperienza , bocca per baciare ...

Giviero. Perch appunto credo che non sia questione d'altro. Dignit, intelligenza, non escludono l'ardore del sangue. Anche la sua carne sar carne, perdio! bella, giovane...

Nina (con voce nuova, che stona). Perch non si sposa?

Sal. Ecco che Nina ha risolto il problema!

Elisa. Eppure la stessa domanda che le feci io in una lettera, or qualche mese.

Volpes. Ma non ci sarebbe neanche bisogno che sposasse! Prima di tutto, non le sarebbe facile, volendo seguitare a far l'attrice. Io per me, marito, non lo consentirei. N lei del resto sarebbe disposta, credo, a ri-nunziare, per ridursi moglie soltanto.

Sal. Non potrebbe!

Volpes. D'accordo!

Il Conte Mola. Ma sposare un attore, per esempio?

Volpes. Con l'esperienza che si ha sul palcoscenico, dei matrimonii tra artisti? Si sa come vanno a finire tutti quanti. E poi una come la Genzi non lo farebbe mai. Secondo me, abbiate pazienza: va bene, non come le altre ... ma c' modo e modo...

Giviero. Questione degli occhi, non avete inteso? Non li vuole, o non li pu chiudere!

Nina. Ah! Ecco Elj finalmente! Dio sia lodato...

Entra Elj, seguito da Enrico che, attraversata la scena, esce per l'uscio di fondo. Elj ha ventisei anni, biondissimo, ma bruciato dal sole, occhi chiari, aspetto esotico, veste da spiaggia, molto sportivo. senza cerimonie. Brusco, e tuttavia sognante.

Il Conte Mola (subito). Oh! C' stato proprio bisogno che ti si mandasse a cercare!

Elj (a Elisa). Buona sera, signora. Buona sera a tutti.

A Gianfranco

T'avevo pur detto, mi pare, che sarei andato prima da quello che doveva riparare la vela.

La Marchesa Boveno. Speriamo bene che non gliel'abbiano riparata!

Elj. Mi dispiace, marchesa: perfettamente in ordine e gi armata.

Il Conte Mola. Ah ma rester l, per questa sera, mi farai questo santo piacere!

Elj. Ma s, ma s, eccomi qua, difatti! Sono venuto e me ne star qua! Che vuoi di pi?

Elisa. Non grazioso per me, caro Elj, come lo dice... e per tutti questi miei amici...

Elj. Domando scusa; ma non per lei, signora, n per gli amici. Avevo detto che sarei venuto pi tardi, per passare la sera in loro compagnia; non c'era dunque bisogno che mi si mandasse a cercare, ecco! Cenare, ho cenato.

Entra dal fondo Enrico ad annunziare.

Enrico. La signora servita.

Elisa. Ah, bene, andiamo.

A Elj

Vuol restare qua? vuol venire ad assistere alla nostra cena?

Elj. Se mi permette, guarder qua qualche libro.

Il Conte Mola. Ma no! ma no! Vieni di l con noi!

Elj. Temi che scappi?

Elisa. Sarebbe bella! Ma s, faccia come vuole... Noi siamo di l; quando vuol venire... Prego, marchesa...

Via tutti per l'uscio in fondo. Enrico spegne la luce nell'atrio, che resta in penombra; rimane illuminato l'angolo dei libri, dove Elj. Questi sbuffa, tentennando il capo, come per dire: Ma guardate un po', non son padrone di fare come mi pare e piace! . Si volta a scorrere con gli occhi i libri nelle scaffalature, alla fine ne prende uno, che un album di riproduzioni di quadri, e si butta a sedere per guardarle. Poco dopo rientra Nina, cauta, a spiarlo.

Nina (piano). Elj...

Elj. Ah, tu? Che vuoi? Vieni a vedere se sono ancora qua? Sono qua! Sono qua! Digli che mangi in pace! Auff!

Nina. No; ti volevo domandare se volevi che il cameriere ti portasse qualche liquore.

Elj. Ah... Liquore?

Ci pensa un po'.

S.

Nina. Se vero che hai cenato...

Elj. Ho cenato! ho cenato! Un po' di Cognac! Ma fammi portare da Enrico la bottiglia! Cos almeno, per dispetto, mi ubriacher!

Nina. Bravo, si, subito! Ubriacati, ubriacati; ma davvero, sai! Se t'ubriachi, proprio quello che ci vuole.

E scappa via, in silenzio.

Elj. Perch quello che ci vuole?

Si volta; non la vede pi.

Ah, se n' andata...

Si rimette a sfogliare il libro.

pazza...

come sopra

Una volta o l'altra, finisce che l'acchiappo e la sbatto al muro come una gatta...

come sopra

Toh, guarda... pare lei, ballerinetta...

Posa sulla tavola il libro aperto; vede sulla panconata un grammofono, di quelli a valigetta, portatile, col disco gi pronto, e lo fa sonare. Si rimette a sedere e a sfogliare il libro mentre il grammofono suona un jazz. A un certo punto Elj si alza sbuffando per interrompere il grammofono. Entra Enrico con una bottiglia di Cognac e un bicchierino sul vassojo.

Elj (indicando il tavolino). Ah, bravo. Posa l.

Enrico. Mi scusi se ho tardato. Sto servendo in tavola.

Elj. Oh, non t'arrischiare a dire che m'hai ajutato ad armar la vela e a portar la lancia qua allo scalo.

Enrico. Ma che le pare! Stia tranquillo. Badi per, signor Elj, che non voglio responsabilit, io Il mare, ha visto, si fa sempre pi cattivo.

Elj. Non mi seccare anche tu col mare! Che responsabilit vuoi avere, se nessuno sapr che m'hai ajutato?

Enrico. Ma io dico per la coscienza...

Elj. Va' l, non mi far ridere!

Enrico. Non voglio rimorsi. Io ho obbedito a un suo ordine. Ma le dico di non mettere a repentaglio la pelle, appena suo zio se ne sar andato a dormire.

Ride sotto il naso.

Lo so che vuol fare cos... E gi tenere il segreto per me una grossa responsabilit.

Elj. Tu non sai nulla di nulla; e il resto affar mio. Basta cos.

Enrico. Almeno, signor Elj, non beva troppo...

Elj. Ti puoi pur portare la bottiglia.

Enrico. Oh sa? me la riporto davvero!

Via, col vassojo e la bottiglia.

Elj. Guarda un po'...

Donata ridiscende dalla scala. Pare un'altra, tanta la sua facolt di trasformarsi tutta. Ha un grazioso impermeabile verde e una cuffia di cerato dello stesso colore, una sciarpa al collo di seta azzurra, e stivalini. L'atrio ancora in penombra. Scorge l'angolo dei libri illuminato e vi si dirige. Elj non si scompone; non alza nemmeno il capo a guardarla. Donata resta un pezzo a mirarlo, prima stupita, poi stizzita da quella indifferenza. Alla fine domanda:

Donata. Sono ancora di l?

Elj (c. s.). S. A tavola.

Pausa.

Donata. E... lei forse aspetta?

Elj. Che finiscano! Spero che non si tratterranno a lungo a conversare dopo cena, visto che quella che aspettavano non arrivata...

Donata. Ah, lei sa che non arrivata?

Elj. Suppongo. Li ho visti tutti mogi mogi andare di l... Non so nulla, io. Non m'interesso.

Donata. Non sa neppure come si chiami?

Elj. Chi?

Donata. Quella che doveva arrivare...

Elj. Ah, non so... un'attrice, mi pare... Non ho potuto mai soffrire il teatro, io, s'immagini... Mi tengono qua, in cattura, sa? Perch mio zio, sissignori, ha preso sul serio la sua parte di tutore... Stasera il mare grosso... Rida, s, rida... da ridere... Teme che vada sulla mia lancia a vela...

Donata. E non vuole? Rido, scusi, perch, a immaginarla sotto tutela...

Elj. Ma che tutela, no, pi: sono maggiorenne. che gli voglio bene. Mi ha mandato a prendere e vuole che stia qua. Di tanto in tanto mi manda una certa ragazzina con certi occhi da basilisco... Ah, ma forse questa volta ha mandato lei...?

Donata. No, stia tranquilla, io non vengo di l.

Elj. Scusi, credevo... veramente d'un ridicolo cos esasperante...

Donata. Forse per, se c' qualche pericolo...

Elj. C'! Sicuro che c'! Ma questo anzi il bello! E allora che? le regate d'acqua dolce, col grecalino in poppa? Grazie tante! Non mi compravo la lancia! Io ho il sangue di mio padre, marinajo svedese, morto in mare a ventisei anni!

Donata. Deve averlo appena conosciuto...

Elj. Non l'ho conosciuto affatto! Sono nato due mesi dopo il suo naufragio. E mia madre aspett giusto fino al punto di mettermi al mondo, e non un minuto di pi, per andare a raggiungerlo. Mi pare che questo dica tutto; se mio zio fosse capace di comprenderlo...

Donata. Fratello della sua mamma?

Elj. M'ha cresciuto lui, qua in Italia. Non conosco che lui. Ma io sono svedese: Elj Nielsen. Ora basta! Sono arrabbiato con me, creda, non con lui; per la mia buaggine che mi fa sottostare a questo ridicolo, pur di non dargli un dispiacere.

Donata. Non amer lo sport suo zio?

Elj. Ma nemmeno io, lo sport! Lo detesto, cos come fatto: trucco, mania o speculazione. Mi voglio conservare gli occhi nuovi, io, ha capito? E sto con la natura. Mi guardo da ogni intimit, come dalla peste. Non voglio disillusioni. Voglio che anche gli altri mi restino nuovi. Tutto nuovo. Il bello per me l'improvviso... ci che non par vero... le sorprese continue che vengono... Se considero una cosa da vicino e sto a pensarci, addio! Vivere in societ? domandare perch uno ha detto o fatto una tal cosa? da crepare. Io voglio restare estraneo: estraneo. E nossignori, il gusto di tenermi qua a suffumigio, a bagnomaria, a ballare soffocato su una pentola che bolle...

Donata. ... quando sarebbe invece cos bello affrontare il pericolo sul mare tempestoso... Andiamo! Mi porti sulla sua lancia a vela!

Elj (restando). Che?

Donata. Non vuole pi?

Elj. Ma chi lei, scusi?

Donata. Ha bisogno di sapere chi sono? Allora domanda anche lei come gli altri? Se vuole restare estraneo! Anch'io, estranea... Andiamo!

Elj. Ah, lei forse l'attrice che doveva arrivare?

Donata. Non sa neppure il mio nome! Tanto meglio! La sfido a imbarcarsi con me sulla sua lancia a vela!

Elj. Ma no, aspetti, signora.

Donata. Non sono signora.

Elj. Signorina.

Donata. Non abbia paura che su me la parola possa arrossire: lo pu dir forte, senza esitare: signorina!

Elj. Signorina...

Donata. Cos.

Elj. Ma lei qua ospite...

Donata. S, della mia amica.

Elj. Mi parrebbe di mancare...

Donata. Io sono padrona di me!

Elj. Ma almeno prevenire...

Donata. Ha paura?

Elj. Io posso aver coraggio per me; ma paura per lei...

Donata. La dispenso d'aver paura per me: sono io a volerlo. Metto alla prova le sue parole: che per lei il bello l'improvviso, ci che non par vero: ebbene: eccomi, andiamo!

Rientra a questo punto Nina, che ha ascoltato le ultime parole.

Nina. Elj! Ma come, tu vai?

Elj. Non mi seccare!

Nina (a Donata). Con lei? Lei di nuovo discesa?

Donata. S. Ero andata su a riposare. Non mi stato possibile. Ho bisogno d'andar fuori, vado al mare...

Nina. No, Elj! Va cercando il pericolo... l'ha detto!

Donata. Appunto, il pericolo!

Nina. ... per chiudere gli occhi?

Donata (a Elj). La faccia tacere!

Elj. S, vada! vada! La faccio tacere! M'aspetti un po' fuori, vengo subito!

Donata esce.

Subito Elj prende Nina per il capo; glielo rovescia; le suggella la bocca con un violento lunghissimo bacio; e fugge.

Nina resta tramortita, come folgorata dal bacio; le si piegano le gambe; casca a sedere sulla panca, convulsa, avvampata, felice, senza potere articolar suono; poi geme, come una che rivenga a galla.

Nina. Oh Dio... oh Dio...

E accenna di riprendersi, con grande affanno; vorrebbe levarsi, non pu; alla fine d un gran grido; si leva, e correndo verso l'uscio in fondo:

Ajuto! ajuto! Venite! correte! Sono scappati! Tutt'e due...

E cade tra le braccia dei primi che accorrono, sorpresi, storditi, interrogando a soggetto, in gran confusione.

T E L A


ATTO SECONDO

Stanza nel villino di Gianfranco Mola in Riviera, adibita a studio di pittura per Elj Nielsen. La stanza a pianterreno ed ha in fondo una grande vetrata che s'apre sulla spiaggia del mare. Un uscio a destra; un altro, a sinistra, d nello spogliatojo. Bizzarro addobbo e molto disordine. Tele, disegni, cavalletto, un manichino che pu prendere tutti gli atteggiamenti, con una testa di cartone, tignosa, che non dice nulla. Divano-letto, con coperta di velluto e molti cuscini. Modelli di nave a vela. Tavolino-bar, tavolino da scrivere, poltrone, seggiole. Un grande specchio, nella parete sinistra, stato nascosto da Donata con uno scialle veneziano.

Sono passati venti giorni dal primo atto. Donata stata trasportata li di peso, mezza morta, da Elj, la sera del naufragio della lancia a vela, e li rimasta.

Al levarsi della tela, Donata, in vestaglia e con un accappatoio soprammesso per la medicazione, sta seduta in mezzo alla stanza, a capo chino, con le spalle voltate contro la vetrata. Il Dottore ha finito di medicarle la ferita alla nuca. Elj regge una catinella, dove il Dottore ha gettato l'ultimo bioccolo di bambagia.

Dottore. Ecco fatto. Vuol vedere, prima che passi alla fasciatura...?

Donata (subito, quasi con orrore). Ah, no no!

Elj. E poi, dove? Donata ha abolito gli specchi.

Dottore. Oh! Questo, per una donna...

Donata (per deviar subito il discorso). Crede che la cicatrice si vedr molto?

Dottore. Non siamo ancora, purtroppo, alla cicatrizzazione.

Elj. Dopo venti giorni!

Donata. Miracolo, caro, che non mi hai mangiato la nuca!

Dottore. Certo scollata si vedr.

Donata. E... si riconoscer che stato un morso...?

Elj (finendo la frase). ...di cane arrabbiato?

Dottore (a Elj, indicando). Eh, guardi... c' tutta la chiostra dei denti stampata...

Donata. ...affondata!

Elj. Fui sul punto, una volta, di perderne due per una barra di timone che mi sbatt in faccia. Avessi perduto almeno quelli due ferite di meno!

Donata. Preferisco che non li abbi perduti.

Dottore. Allora, rifasciamo?

Comincia ad eseguire.

Donata. Mi pare che alle bestie, per non perderle, si usa fare un marchio sull'anca.

Elj. Ma che paragoni!

Donata. Tu me l'hai fatto alla nuca.

Dottore. E fortuna che l'istinto lo port a farglielo! Sareste annegati tutti e due. Soltanto non capisco come li...

Elj. E dove?

Donata. Eh, ma alla gola sarebbe stato peggio!

Dottore. Ah, certo! E ben pi pericoloso!

Elj. Non potevo che li, scusi! Mi s'era aggrappata cos stretta al collo...

Dottore. Prima che la lancia scuffiasse?

Donata. Volevo morire.

Elj. Ma io no, grazie! Morire, proprio quando...? Lei capisce? non avevo altra presa che alla nuca... E la vita morse la morte, finch non le fece allentare le braccia e non l'ebbe inerte in suo potere, svenuta.

Donata. La tua vita...

Elj. No no, la nostra! la mia e la tua! Saremmo i morti tutti e due. cos invece ci siamo salvati tutti e due.

Donata. Ma tu forse, in quel momento, mordendo di' la verit cercasti di sbarazzarti di me, no? ferocemente...

Elj. No! Come lo puoi dire?

Donata. L'istinto...

Elj. Ma no, che istinto! Non fu l'istinto! Lo feci di proposito! T'avrei lasciata colare a fondo, allora, per salvare me solo. Rischiai d'annegare invece una seconda volta per sostenerti, nuotando con un braccio solo, nemmeno io so pi come. Fortuna che accorsero le barche; non reggevo pi.

Dottore (a Donata). Ah, ma le assicuro, sa? che le forze gli tornarono tutte, appena a terra! Se la prese in collo come una bambina, difendendosela contro tutti.

Elj. Ti volevano portare dalla tua amica, sfido!

Dottore. Cacci via tutti pazzo, pazzo furioso, le dico tirando dentro soltanto me, per darle ajuto.

Donata. Ma era pur giusto...

Elj. ... che ti portassero l?

Donata. Dovevano...

Elj. Eri in braccio a me!

Donata. E allora tu, dovevi...

Elj. Ma nient'affatto! Prima di tutto, era pi lontano. Lo scalo qua.

Donata. S, due passi di pi...

Elj. E poi, giusto un corno! t'eri, s o no, buttata al rischio con me? T'avevo salvata io. Ah, per morire insieme, si? Grazie! Non siamo morti: dovevi rimanere a me! Questo giusto, non vero, dottore?

Dottore. Per diritto di vita.

Donata. Suggellato con un morso, di cui mi rester il segno finch campo.

Dottore (finita la fasciatura). Speriamo il meno possibile.

Elj. Ah no, Dottore!

Dottore. Dico il segno! dico il segno!

Elj. Io non lascio la presa!

Dottore. Ma ora, per fortuna, non pi coi denti. Basta. Io vado. A rivederci a domani.

Donata. A rivederla, Dottore.

Elj. L'accompagno.

Via col Dottore. Donata, rimasta sola, si prova a piegare indietro la testa ed esprime, con gli occhi chiusi, un dolore che forse non soltanto della ferita.

Rientra Elj e la sorprende in quell'espressione.

Elj (premuroso). Ti fa male?

Donata. No. la fasciatura.

Elj. Troppo stretta?

Donata. No: come un collare. Non ho mai potuto sentirmi nulla al collo. Ma tu... non volevi uscire?

Elj. Io? No, dove?

Donata. M' parso volessi andare col Dottore... ma s, va' un po' fuori!

Elj. Ma no, che dici! Vuoi che ti lasci sola?

Donata. Vedi? Resti per me, per non lasciarmi sola.

Elj. No no, per me stesso, perch non potrei pi senza di te!

Donata. Chiuso qua da venti giorni; tu che

Elj. non me ne sono neanche accorto!

Donata. ti guardavi dall'intimit, hai detto, come dalla peste!

Elj. Perch non conoscevo ancora la tua! Da quella degli altri s, per un principio, t'ho detto: per non patire disillusioni. Da te, non c' pericolo.

Donata. anche troppo presto; e siamo ancora come tu, secondo un altro tuo principio, vorresti sempre restare

Elj. io? come?

Donata. eh, ancora come estranei

Elj. estranei? ancora? noi due? ma niente affatto! Sappiamo gi tutto quello che importa sapere. Basta.

Donata. Ah no, caro, non basta! Tutt'altro! Troppo poco!

Elj. S, s, credi! Io dico estranei nel senso di nuovi, intendi? sempre nuovi!

Donata. E ti pare possibile?

Elj. Ma s sta' a sentire! Amarci tanto da non poterci mai aspettare il male, n tu da me, n io da te. E poi nuovi, sempre, l'uno all'altra: che tu non sappia mai quello che ti possa venire da me: atti, pensieri, sorprese, che so? cose appunto che non ti pajano vere in uno come me. Anche se in prima non t'arrivino gradite, anche se ti sembrino strane, se escludi assolutamente che io te l'abbia potuto far per male, ti faranno sorridere. E sar sempre meglio che non averne mai pi nessuna se mi conosci tutto, se ti conosco tutta. Del resto io poi ti dico francamente... non lo so mica io, come sono...

Con un improvviso dubbio, che gli fa comicamente paura:

Se ho ingegno... Forse non ne ho... E con te bisognerebbe averne tanto...

Donata (ridendo). Ma no... che c'entra adesso l'ingegno!

Elj. Non ho mai cercato di saperlo, come sono... Mai fatta un'idea di me stesso...

Donata. Oh Dio, saprai almeno ci che ti piace o non ti piace...

Elj. Tu mi piaci! Vivere mi piace!

Donata. Vivere... c' modo e modo...

Elj. Ecco: senza saperlo: vivere... Non in mezzo agli altri, per esempio! Perch senti, un fatto: quando sono solo, sul mare, in campagna coi miei colori, insomma all'aperto anche se ho contrariet o c' rischi da affrontare non mi perdo, ci vado incontro, e sono lieto. In mezzo agli altri, invece, no: sono sempre di malumore; e non valgo pi nulla. Non posso soffrire tutto quello che solito.

Prende dal cavalletto una tavoletta dipinta.

Dipingo male grazie lo so; ma perch non facile, sai, dipingere come vorrei io... le cose come appajono in certi momenti... lo scoppio, lo scompiglio di tutti gli aspetti consueti che hanno ridotto la vita, la natura, oh Dio, come una moneta logora, senza pi valore. Io non capisco: come volersi umiliare... subire... Il solito cielo che t'ammicca con le solite stelle, sulle solite case che ti sbadigliano con le solite finestre, e tu che vai sul solito lastricato delle solite strade... Ah, che soffocazione! Ti sar avvenuto qualche volta non sai come non sai perch di vedere all'improvviso la vita, le cose, con occhi nuovi... palpita tutto, a fiati di luce - e tu, sollevata in quel momento e con l'anima tutta spalancata in un senso di straordinario stupore... Io vivo cos. In questo stupore! E non voglio sapere mai nulla! Tu, ecco, sei per me uno stupore, come mi sei apparsa, come ti sei gettata nel pericolo con me, come t'ho salvata, come sei ora qua mia... tutta, tutta uno stupore... la tua bellezza.... codesti occhi, come mi guardano...

Le prende la testa tra le mani.

Donata. Li chiudo... si, li chiudo davvero... se tu mi prendi... non vedo pi nulla... muojo per un momento in questa gioja che ti prendi di me e che mi di... Bisogna perdersi...

Elj. Nell'amore, s! Guaj se uno cerca di salvare qualche cosa! Per questo, istintivamente, a un certo punto, si chiudono gli occhi. Guaj a vederci, a vedersi... Ma tu piangi?

Donata. No! No! Non ci badare... Nulla!

Elj. Come no! Se un male che ti faccio senza volerlo, si che ci bado! Che cos'?

Donata. Niente... Ho scoperto in me... non so...

Elj. Una sofferenza? Per causa mia?

Donata. No. Forse perch sei stato...

Non sa aggiunger altro.

Elj. Come sono stato?

Donata esita.

Di' di'; non male, sai, provare in principio una sofferenza.

Donata. Ah s? Perch?

Elj. Perch guaj, gioja mia, guaj, in amore, a stabilire rapporti sul sublime! Una piccola sofferenza in principio proprio quello che ci vuole... Ma di' di', come sono stato?

Donata (dolcemente). Vuoi saperlo?

Esita ancora un po'; poi, senza attenuar la dolcezza, ma abbassando gli occhi:

Hai pensato a te... troppo...

Elj. A me? T' parso?

Donata (tornando a sorridere). Ma forse dell'uomo essere cos.

Elj. Non vuoi dir come? Vedi, questo, lo vorrei proprio sapere. Non capisco.

Donata. Basta, basta, ti prego; non ci far caso. Non saprei dirtelo.

Elj. Hai pure detto una sofferenza!

Donata. No... ora pi!

Elj. E allora? Parla! Non bene che tenga per te, nascosta, una cosa che... sar bene, invece, ch'io conosca.

Donata. Pu darsi che dipenda da me...

Elj. Non ti piace come io t'amo? Devi dirmelo, perch io... io non comprendo pi nulla: ardo tutto, basta che ti tocchi!

Donata. S, tu sei cos. naturale. Non stare pi a pensarci! Non devo pi pensare neanch'io; ma vivere, ora, avere una vita mia; essere come te! S, perch io finora tu forse non lo sai non ho mai appartenuto a me stessa, da un canto, pur avendo, dall'altro, appartenuto a me, troppo sempre sola e senz'aver mai voluto pensare a certe cose... ecco, a certe cose che tu, tutt'a un tratto, m'hai rivelate... ma vedi? in una maniera non so che ora vorrei fossero ancora nascoste, perch tu...

Elj. Perch io?

Donata. Perch tu potessi di nuovo cercarle in me, ma altrimenti.

Elj. E come?

Donata. Ah, cos difficile dirlo! Ma ora passato, ora passato. E forse dev'essere cos. La vita questa. E io non voglio pi vedere, non voglio pi sentire che in te la mia vita. Ecco, toccarla in te, cos: luce dei tuoi occhi

e gli passa le mani amorose sugli occhi

sapore delle tue labbra

e gli passa leggermente le dita sulla bocca, poi, carezzandogli e scomponendogli i capelli.

Ora vivo io ... ora amo io ...

Tutt'a un tratto avverte quell'atto d carezzargli e scomporgli i capelli gi notato dal Giviero nell'atto precedente e ritrae subito le mani, con orrore.

No!

Elj (stordito da quello scatto improvviso; ma non comprendendo e volendo ancora la carezza). Perch? Ancora!

Donata. No! No!

Elj. Mi piace tanto, quando mi carezzi cos i capelli o me li scomponi sul capo...

Donata. Io? i tuoi capelli? anche altre volte?

Elj. Ma s... Che hai?

Donata. Nulla! Non me n'ero accorta.

Elj. Ti strizzi le mani... ti vedo far certi gesti...

Donata. Gesti? Ma no! Che gesti ho fatto?

Elj. Eh, non posso mica rifarteli... Come ti sei levata... E come ora mi stai, guardando...

Donata. Oh Dio, no! no! per carit, non dirmi pi nulla!

Elj (stordito pi che mai, ma anche un po' divertito). Perch? cos'?

Donata. Non mi far pensare come sono, come mi muovo, come ti guardo; i gesti che faccio... Non voglio vedermi!

Elj. Hai nascosto gli specchi per questo?

Donata. S. Conosco troppo la mia faccia; me la sono sempre fatta, troppo fatta: ora basta! ora voglio la mia , cos com', senza ch'io me la veda.

Ha ancora nelle dita l'orrore della carezza scoperta.

Sai, ... per forza cos... perch io sono stata sempre vera... sempre vera... ma non per me... ho vissuto sempre come di l da me stessa; e ora voglio essere qua io io avere una vita mia, per me... devo trovarmi!

S'infosca; si esaspera.

Ecco, vedi? dico: trovarmi. orribile! Se parlo... Dovrei non parlare... Mi sento parlare... Non vorrei pi riconoscere la mia voce: me ne sono tanto servita! Vorrei parlare con una voce nuova; ma non possibile, perch non mi son mai fatta una voce, mai: e prima non ci ho mai badato; ho parlato sempre con questa mia voce. Ora non posso averne un'altra, vero? vero? la mia!

Elj. Ma certo che la tua! Di chi vuoi che sia? Bench tu, tante volte, non la voce sola, ma tutta, tutta, sai sembri un'altra irriconoscibile! S s, anche la voce ti cangi.

Donata. Anche la voce?

Elj. S, in certi momenti che forse stai pensando... a cose che ti restano vaghe... e l'una dentro di te chiama l'altra, e t'allontanano... Poi, tutt'a un tratto -mentre io sto a guardare il tuo corpo, a cui certo in quel momento non pensi pi affatto ti volti brusca a fissarmi, come un'estranea!

Donata. Eh, se tu allora guardi il mio corpo...

Elj. E che vuoi che guardi?

Donata. ... ecco si, vedi? quello si mi veramente estraneo allora. E credi che soltanto cos, con quello, si pu restare, come tu dici, estranei. Io sono cos poco nel mio corpo.

Elj. E dove sei?

Donata. Quando si pensa, dove si ? Non ci si vede, quando si parla... Sono nella vita... nelle cose che sento... che mi s'agitano dentro... in tutto ci che vedo fuori case, strade, cielo... tutto il mondo... Fino al punto che, vedendomi talvolta richiamata da certi sguardi al mio corpo, trovarmi donna... oh Dio, non dico che mi dispiaccia ma mi pare una necessit quasi odiosa in certi momenti, a cui mi viene di ribellarmi. Non vedo pi, t'assicuro, non vedo pi la ragione ch'io debba riconoscere il mio corpo come la cosa pi mia, in cui io debba realmente consistere per gli altri. Ma sai che arrivo a sentire per il mio corpo... ma s, anche antipatia! Tante volte ne avrei voluto un altro, diverso.

Elj. Ah, ma io no! io voglio questo! io amo questo! E tu sei ingrata, se non te ne contenti.

Donata. Devi comprendere, per, che non il corpo soltanto... Se la tua vita e la mia si sono unite, non ti pare che dobbiamo pur venire a parlare tra noi di tante cose?

Elj. Ma s! ma s! di tutte quelle che vorrai!

Donata. Questo lasciarsi prendere dagli atti della giornata...

Elj. Eh, ma ne troveremo tanti, aspetta! ne inventeremo tanti cento al giorno! lascia fare a me!

Donata. Io dico ora queste necessit precarie delle cose che si debbono fare, dire... Arriva poi un momento... come questa mattina, uscita dal bagno... s, dev'esserci anche questo... e quello... le cure della persona... ma a un certo punto, cascano le braccia... C'era tanta luce, che accecava sono rimasta li, inerte, a pensare... Il bagno... Eh, altro che bagno! Mi sono gettata nel mare, come una cieca.

Elj (spalancando le braccia). Qua ti sei gettata, nelle mie braccia che non ti lasceranno pi! A che vuoi pi pensare adesso?

Donata. Ma anche per te a tante cose! della nostra vita come sar...

Elj. Programmi? Regole? No! Niente! Sar come sar. In qualche modo. In tanti modi.

Donata. Ma in tanti modi caro, come sono stata finora! E tu dici che non puoi soffrire il teatro? strano!

Elj. No, sai, il luogo: quella tetraggine palchi, tutte quelle poltrone andare a rinchiudersi l e poi come ci si va tutta quella gente che vuole stare attenta Dio mio, a cose che si sanno non vere

Donata. ma possibili create come tu puoi crearle a te stesso!

Elj. E non si pu vivere cos... come in vacanza? senza bisogno di crearsi nulla? A caso com' vero come tu sei vera come io sono vero che ci viene all'improvviso di scapparcene e piantiamo qui tutto... Questo non ti sar mai avvenuto a teatro!

Donata. Ma s! come no? di spezzare una scena e scapparsene all'improvviso...? tante volte!

Elj. Be', non importa. Andiamo lo stesso; andiamo un po' fuori!

Donata. Ma no, come? in vestaglia?

Elj. Non importa! Siamo sulla spiaggia! Vedo che stai troppo a pensare; sei stata qua troppo chiusa: andiamo! andiamo!

Donata. No, no, Elj: qua restiamo qua bisogna pensare, caro! vediamo di decidere un po'... Che vita pu essere, scusa, cos a caso?

Elj. Che vita? La vita come ti si presenta come ti va... senza bagagli...

Donata. Senza bagagli? Sapessi quanti ne ho io!

Elj. E io ti propongo d'ora in poi un tascapane a tracolla, e via! La gente ci vede passare a braccetto: Ecco un uomo d'ingegno e una donna di cuore! .

Donata. Ah, cos vagabondi tu dici?

Elj. Ti spaventa?

Donata. Ma no: che vuoi che mi spaventi? ti dico che non ho mai fatto altro finora! Ma non vita! Per trovar la vita facendo cos sai che ho dovuto fare? cercarla, sentirla in altre creature che l'avevano oggi in una, domani in un'altra create dalla fantasia a cui io ho dato la verit del mio corpo, della mia voce. Appunto, appunto in cento casi diversi come mi sono stati dati da vivere e li ho vissuti, sulla scena! Tu non sai in quante situazioni mi sono trovata

Elj. ma senza esser vere!

Donata. Ecco: ora mi trovo in una vera io , io e debbo pur vedere com', Dio mio! come mi ci sento dentro io , io in questa vita che dev'esser mia finalmente! io sola io come penso, come sento dentro di me, come sono! Mi sono gettata come una cieca ma non avrei mai potuto altrimenti... Ora, guarda: tu stesso m'hai portata qua: m'hai presa: non ho nulla da rimproverarti n da pretendere perch ho voluto anch'io l'ho quasi voluto io sola

Elj. no, come?

Donata. tu non volevi t'ho sfidato io ma poi, s, qua volesti portarmi tu: bene, vedi? ci sono io, ora, nella tua vita, come tu nella mia. Non possiamo restare insieme come due estranei. Tu vuoi riprendere la tua vita

Elj. ma con te!

Donata. ecco, con me... forse a te sar facile, se sei cos, che vuoi tutto a caso e senza regola... ma per me no, vedi? per me sar tanto difficile

Elj. perch?

Donata. ma perch ora io ho ho la mia vita e la voglio avere per me e non so come sar, con te che sei come un bambino che forse si spaventer come si spaventano tanti bambini quando vedono le maschere.

Elj. Vorresti tornare al teatro?

Donata. Ma certo...

Elj. Ah no no! Al teatro, no!

Donata. Debbo, caro: tra dieci giorni il mio mese di riposo sar finito.

Elj. A no no: io non ti lascio pi andare! No no, niente pi teatro! Hanno voglia d'aspettarti tra dieci giorni!

Donata. Ma ho i miei impegni!

Elj. Si mandano a monte!

Donata. S, e come?

Elj. A qualunque costo! Io non voglio saper nulla! Tu resti a me! a me! Ma figurati se io ti lascio pi ritornare al teatro, a dar vita ai tuoi fantocci! Te la do io, ora, la vita, se non hai mai vissuto; e tu a me!

Donata. Sono felice che tu mi dica cos. Ma tanto pi, allora, vedi? dobbiamo parlare, vedere...

Elj. S, s prima di tutto di scioglierti da codesti impegni

Donata. non facile

Elj. non sar impossibile!

Donata. impossibile no; ma son cos gravi! impegni con gli attori tutta una compagnia impegni coi teatri...

Elj. Ci sar da pagare una somma...?

Donata. Tentare di venire a un accordo...

Elj. Ecco, ecco questo si far subito!

Donata. Eh s, si dovrebbe subito: non c' pi tempo da perdere dieci giorni...

Elj. Subito subito! Mi dirai tu come si deve fare, perch io non lo so!

Donata. Prima di tutto, un telegramma al mio amministratore, perch venga qua

Elj. ecco: fallo ora stesso si spedir subito su su, senza perder tempo!

Donata. Ma no, Elj aspetta! non si pu cos subito!

Elj. Perch no? La risoluzione l'hai presa cos, di gettarti nella vita, e ora avanti! avanti! bisogna nuotare, nuotare!

Donata. Ma vedi che non ho saputo? Mi sono aggrappata a te, con gli occhi chiusi...

Elj. E resta cos, aggrappata a me, con gli occhi chiusi, se vuoi vivere! Ti vuoi trovare . Ma bisogna trovarsi cos nella vita, di volta in volta, senza cercare; perch, a furia di cercare, se alla fine riesci a trovarti, ma sai che t'avviene? che non trovi pi nulla e non puoi pi vivere: bell'e morta, con gli occhi aperti!

Donata. E allora lasciare tutto?

Elj. Tutto, s! Tutti i bagagli delle vesti altrui!

Donata. Ma ebbero pure la mia vita, quelle vesti!

Elj. Grazie, per vivere loro, e non tu!

Donata. Non vero: vissi pure io, in loro, della loro vita...

Elj. S: come di l da te stessa , l'hai detto. Ora invece sei tu, qua...

Donata. E dove sono?

Elj. Con me!

Donata. E tu chi sei?

Elj. Come, chi sono?

Donata. Non mi pare vero ancor nulla, lo vuoi capire?

Elj. Ma questo il bello!

Donata. Vuoi che non sappia neppure come vivremo insieme?

Elj. Sarai mia moglie!

Donata. S; ma...

Elj. Senti: un colpo di coda, come fanno i pesci, e si cambia direzione: il mare infinito...

Donata. Ma no... che dici?...

Elj. Dico una verit sacrosanta! Non si considerato abbastanza, gioja mia, che la Terra, guarda, tanta!

Fa, levando la mano e congiungendo il pollice e l'indice in alto, il segno d'un piccolo tondo

negli spazii celesti tanta! Mica un granello di sabbia, sai? come si crede. Che! Una gocciola d'acqua.

Donata. E con questo?

Elj. Acqua! Acqua! Con questo, tu dici? Con questo, i suoi abitatori pi proprii pensa chi vengono a essere? I pesci! I pesci, da cui si dovrebbe prendere regola. Dico sul serio, sai? Io credo che la prima ragione dell'infelicit degli uomini, degli altri animali detti di terraferma, sia proprio questa: che siamo una sciagurata degenerazione di quegli unici primigenii abitatori: degenerazione derivata dall'essere, a un dato momento, rimasti sul duro, in secco.

Donata ride.

S, s, la verit, credi! Ne ebbi il lampo una volta, in un acquario, ritrovando nell'aspetto d'ogni pesce i tratti, le espressioni, di tante facce umane di mia conoscenza. La Marchesa Boveno, famiglia delle tinche: mio zio, famiglia degli scorfani...

Donata (ridendo ancora). Ma via... smettila... che ti scappa di bocca?...

Elj. Ecco, vedi? ridi... Questa la vita... Ti ci ritrovi?... Un colpo di coda, e si vira altrove... Bollicine, bollicine... Niente: bollicine... Se tu ora pensi che il pi proprio dei pesci il silenzio, il silenzio! e che noi l'abbiamo perduto, questo bene, forse per andar gridando in tutti i modi la nostra sciagura d'essere rimasti cos fuori del nostro vero elemento! Guarda la foca, da un canto, in cui il mostro umano e bestiale comincia anche nella voce; e guarda dall'altro la donna! La donna tutta dell'acqua. Tutto il suo corpo un'onda. Tutte le sue curve e cavit sono marine. Una donna, come creatura pi marina che terrestre, in questa gocciola d'acqua, non si dovrebbe mai perdere!

Con risoluzione improvvisa:

S, s, ora esco davvero: vado da mio zio, per parlargli di tutto. uno scorfano saggio, mio zio; e quando si tratta di ragionare, ci vuol lui. Lo informer di quanto abbiamo stabilito...

Donata. Ma se non abbiamo ancora stabilito nulla...

Elj. Come nulla? Tutto! Mandare a monte gl'impegni! Sposarci!

Donata. Sposarci, va bene; ma prima bisogner veder tante cose, Elj, non cos! Anche per i miei impegni... Chi sa quanto ci sar da pagare!

Elj. Ci penser lo zio!

Donata. S, giusto che tu vada ora a trovare tuo zio

Elj. l'ho cacciato di casa, pensa, poverino: dalla sua stessa casa: pum! la porta in faccia. E dorme da venti giorni all'albergo. Appena mi vede, scorfano: un colpo di coda e cambia direzione.

Donata. Chi sa che avr pensato anche di me! come m'avr giudicata!

Elj. Non te ne curare: gli passa tutto, subito. Non ha altri che me; ed per me come un padre. Vado e lo porto qua. Parleremo di tutto; e vedrai che si aggiuster ogni cosa. Se vuoi anche la tua amica...

Donata. S, ora s...

Elj. Benissimo! Apriamo le porte! Chiede ogni giorno di te. qua dirimpetto: te la chiamo.

Donata. Si, s.

Elj. Cos, mentre io parlo con lo zio, non resterai sola. Vado.

Elj, via.

Donata resta un momento assorta; come smarrita; stordita. Poi si alza; ma perplessa; alla fine, con una risoluzione improvvisa, strappa con una bracciata lo scialle veneziano che nasconde il grande specchio sulla parete sinistra, e restando con lo scialle ancora in pugno si mira, dopo venti giorni, per la prima volta. Immobile, a lungo, in quell'atteggiamento, esprime dapprima maraviglia, poi quasi sgomento; istintivamente leva l'altra mano a rialzarsi un po' da un lato i capelli; ma riconosce il gesto teatrale e subito, con sdegno, l'interrompe. S'accosta, sporgendo il capo, di pi in pi allo specchio, come a un'acqua, e vi si mira affitto affitto negli occhi, quasi per leggersi dentro; ma ne ha un cos gran turbamento che se ne ritrae, quasi con paura. In quest'atto la sorprende Elisa.

Elisa. Donata...

Donata. Oh, cara...

Le si butta, convulsa, tra le braccia, lasciando cadere a terra lo scialle; trema tutta.

Elisa (sorpresa, affettuosa). Donata mia, Donata mia... che hai? tremi tutta...

Donata (senza lasciarla, stringendola anzi di pi). Ho avuto paura... ho avuto paura...

Elisa. Di me?

Donata. No! Mi sono guardata...

Elisa. Guardata? Che dici?

Donata. S, smarrita, l, in quello specchio! Non mi guardavo da venti giorni.

Elisa (sbalordita). No! Perch?

Donata. Vedi?

E si china a raccattar lo scialle per buttarlo sul divano.

L'avevo nascosto con questo e tutti gli altri!

Elisa. Ma no! Com'hai potuto fare? Non possibile!

Donata. Non ho voluto pi vedermi!

Elisa. Oh bambina! Bene, ora che ti sei veduta? Sei pi bella che mai!

Donata. Non comprendo pi nulla! Non mi trovo! Non mi trovo!

Elisa. Non ti trovi... come? con lui?

Donata. No! Non dico per lui! Lui cos, per aria, sparpagliato, tutto dietro alle cose...

Elisa. Ah, questo s!

Donata. Ma caro! tanto caro!

Elisa. E allora?

Donata. No. Io, io non mi trovo in me stessa. Credevo non mi dovessi pi riconoscere:

indica lo specchio

mi sono vista dapprima la stessa la stessa.

Elisa. Eh, certo!

Donata. Ma poi, accostandomi, per guardarmi negli occhi, ho avuto paura di... di essere cos... non so... non so pi come!

Elisa. Ma perch tutto t' avvenuto all'improvviso, cara! per questo! In una maniera cos inopinata! Ora vedrai che, a poco a poco...

Donata. S s, sar per questo, sar per questo...

Elisa. Ma certo che per questo! Ora vedrai...

Donata (con altro tono, un po' vergognosa). Tu m'hai scusata?

Elisa. Io? E di che? Tu non avevi e non hai da dar conto a nessuno di ci che t' piaciuto fare. Rischiasti di morire! Nello stato in cui eri

Donata. no: fu come una follia che mi prese li per li

Elisa. era inevitabile, io lo compresi cos bene; non potevi pi rimanere in quello stato. Bene: l'hai fatto ti sei buttata e io t'approvo. Ma ora dimmi, ora dimmi, cara: non sei contenta? un cos caro giovane bello forte un po' selvaggio un po' strano ma sei l'invidia di tante, sai? di tutte le ragazze e anche di tutte le signore della spiaggia, s... E non deve perci stupirti lo scandalo che scoppiato.

Donata. Ah s, scandalo? Eh gi, certo...

Elisa. Perch non s'era potuto mai dir nulla di te, ora si vendicano, capisci? Come se avessi fatto chi sa che cosa enorme enorme a confronto di quello che si sa di tante altre, che naturalmente si mostrano le pi indignate: da ridere! Io t'ho difesa contro tutti. Ma guarda un po', come se non avessi pi diritto, perch te l'eri sempre vietato! Sciocchezze, sciocchezze, di cui non ti devi curare.

Donata. E non so poi perch tanto scandalo, se ci sposiamo...

Elisa. Ah s? Vi sposerete? E non me lo dicevi ancora? Eh, ma allora benissimo! Guarda, vorrei scappare a gridarlo in faccia a tutti. Ne sono felice, proprio felice! La cosa pi normale, allora! Siete gi d'accordo su questo?

Donata. L'ha proposto lui stesso. andato a parlarne allo zio.

Elisa. Ma non lascerai mica il teatro, no? Sarebbe un peccato!

Donata. Pare di s. contrario. Non vuol saperne.

Elisa. Ma a te non sarebbe possibile!

Donata. Io ancora non so. Ho tutti i miei impegni, da cui non sar facile sciogliermi. Ma non sono soltanto gl'impegni...

Elisa. Eh, lo capisco! Se si tratta di questo...

Donata. Non c'ero preparata neanch'io. Me l'ha detto: poco fa. Io non gliel'avevo nemmeno chiesto. Lo feci tu intendi soltanto per... volevo liberarmi... ma s, fors'anche della vita! Quello che ho provato in questi giorni... inverosimile! Io dico che, da soli, o di nascosto dentro di noi, anche in presenza degli altri, siamo pazzi. Io, figurati provare anche una spavalda soddisfazione d'averlo potuto fare alla fine s, s una soddisfazione come per un'inferiorit superata, anche per la mia professione d'attrice e anche verso le altre donne. E appunto verso le altre donne (quelle che tu mi dici le pi indignate) ho provato a mettermi... cos non ridere sul mento negli occhi la sfida, come un'improntitudine che ormai non dovessi pi lasciare come una gi del tutto spregiudicata, che accetta la posizione... s, di donna che ha accolto l'amore fuori d'ogni legalit, ammettendo ormai come niente che tutti possano credere che s, avendolo fatto una volta... farlo ancora, come tutte le altre... E questo, capisci, pur sentendomi dentro, nello stesso tempo, cuocere dal dispetto d'averla data vinta a chi se l'aspettava... e d'esser venuta meno cos... No no, non era inevitabile, come tu dici! E poi, per non provarci in fondo ti giuro alcun piacere; anzi, se debbo dirti, una vera sofferenza; forse... si, con questa sola soddisfazione, di sentirla come una cosa che la donna deve fare per quietare in lei un uomo e di provare, dopo, anch'io questa quiete, grande, per un attimo, senza pi pensare, per non turbarmela, a ci che m' costata, compensandomene con la gratitudine tenera e un po' vergognosa ch'egli mi dimostra. Questa, mi immagino, l'unica cosa che possa veramente stabilire il legame. L'affetto... Su tutto il resto, chiudere gli occhi, per riaprirli soltanto in questo affetto riconoscente; e salvare tutto cos.

Elisa. Eh, ma gli uomini adesso, cara, pretendono che debba essere la donna, invece, a restar grata a loro, del piacere che loro le dnno.

Donata. Loro?

Elisa. Perch la donna divenuta cos stupida d'averlo dato loro a vedere s s fino al punto che ne hanno ormai acquistato la pi profonda convinzione e si fanno anche pregare!

Donata. Ma non vero!

Elisa. Che, non vero? Eh, capisco che tu devi attendere che nasca per te ancora bene l'amore...

Donata. Ma s, io l'amo!

Elisa. Ma non ancora con lui! . Quando amerai con lui allo stesso modo e allo stesso tempo che lui sar un'altra cosa... vedrai...

Donata (levandosi, turbata). Io so per ora che, in certi momenti, come me lo vedo davanti l cos sicuro in quel suo corpo agile e pronto (s, bello! ma tutto l, ma tutto l! mentre io...) in quei momenti, vedi? se mi s'accosta... non so, io lo odio!

Elisa (sorridendo). No! che dici!

Donata. S, s! Perch non posso essere nelle sue braccia una cosa soltanto sua... un corpo l e nient'altro, che diventa suo... Mi sento tutta sconvolgere provo anche ribrezzo di me stessa... Se questa tutta la vita che m'aspettavo! Vuoi che sia in questo tutta la mia vita?

Elisa. Ma no, certo! Perci ti dico che non devi lasciare il teatro!

Donata. No no, non penso adesso al teatro! Vedessi almeno come sar...

Elisa. troppo presto!

Donata. S, certo, troppo presto...

Elisa. Bisogna che t'intenda con lui...

Donata. Sfugge, sfugge non pu fermarsi un momento a pensare... Ed io...

S'interrompe, perch ritorna col pensiero a ci che Elisa ha detto prima.

S, forse vero quello che tu dici. Vorrei anch'io difatti in quei momenti sentire il contrario non d'essere io, l, una cosa sua, ma che fosse lui, invece lui, mio! Non ; non perch io non sono nulla, sento che non sono nulla in quel momento con lui; e provo allora una sfiducia che mi gela, che m'avvilisce e mortifica; come se in fondo fossi stata spinta da una curiosit che m'abbia forzata a vincermi, o dal bisogno di provare anch'io...

Elisa. Non niente questo credi! S, lo capisco... Ma aspetta, aspetta... Non c' stata in te l'attesa... la preparazione... E non hai ancora tanta confidenza con lui, da poterti difendere...

Donata. Come, difendermi?

Elisa. Imparerai! imparerai! In principio cos! Lo costringerai intanto a fermarsi questo si e a cercare con te, d'accordo, senza sfuggire una maniera di vivere che ti contenti. cos buono, in fondo, come un fanciullo...

Donata. S, e cos estroso...

Elisa. Se ti ama poi tanto e ti vuole sposare...

Donata. Eh s, forse sono io... che vuoi che ti dica... Ma credevo, capisci? che appena entrata in una vita mia, subito mi si sarebbe chiarito tutto; che sarei uscita, intendo, dall'incerto in cui vagavo prima. Ma che! Non vero! peggio! E in questa incertezza, vedi? contribuisce a tenermi anche lui che mi dice che dev'esser cos... tutt'a caso, come vien viene... i fatti della giornata...

Elisa. Eh gi... la vita, com'...

Donata. Anche tu dici cos? Ma allora vero!

Elisa. Che, vero?

Donata. Questo mio smarrimento allora naturale: quest'ansia... Non c' veramente, non ci pu essere nulla di certo... La volont, s, la volont di farcela, una vita, il bisogno di farla consistere in qualche modo, com' possibile... eh s, com' possibile, perch non dipende pi da noi soltanto, ci sono gli altri i casi le condizioni e chi ci sta pi vicino che possono contrariarci, ostacolarci non sei pi tu sola, in mezzo a tutto questo increato che vuol crearsi e non ci riesce non sei pi libera! E allora... allora dove la vita creata liberamente, l invece, nel teatro! Ecco perch mi ci sono sempre trovata subito, sicura l s! E il vago, l'incerto che sentivo prima, non dipendevano dal non avere io ancora una vita mia: ma che! no! peggio, peggio averla! Non comprendi pi nulla, se t'abbandoni ad essa perdutamente. Riapri gli occhi, e se non vuoi lasciarti andare a tutto ci che solito, che diventa abitudine, solco, monotonia che non ha pi colore, sapore, allora tutto incerto di nuovo, instabile; ma con questo: che non sei pi come prima; che ti sei legata, compromessa con ci che hai fatto, e in cui cos difficile, impossibile trovarti tutta intera, sicura. Lo comprendevo anche prima; ma ora lo so, lo so per prova! Dimmi, dimmi almeno di lui... che almeno sappia di lui qualche cosa che ancora non so.

Elisa. Sai che non ha altri parenti all'infuori dello zio...

Donata. S, questo lo so. E questo zio?

Elisa. Lo vedesti da me.

Donata. S, il Conte Mola

Elisa. un vero signore, perfetto gentiluomo

Donata. Elj dipende da lui?

Elisa. Sono stati sempre insieme, come padre e figlio.

Donata. figlio d'una sorella di lui, lo so, morta giovane.

Elisa. Ecco, s. Ma in che rapporti stiano propriamente tra loro, non saprei dirtelo. Credo per che Elj debba avere anche del suo, dalla parte materna, la dote... Sono almeno, hanno fama di molto agiati.

Donata. Vorrei saperlo, perch tu comprendi se Elj dipendesse da lui

Elisa. ah, ma lui far sempre tutto quello che vorr il nipote!

Donata. Tu l'hai pi veduto?

Elisa. S; e c' stato anzi qualche urto tra noi. molto irritato, capirai!

Donata. Contro di me?

Elisa. Non contro di te propriamente; contro di lui: stato messo alla porta... E poi, per lo scandalo... Un uomo come lui... tutto appuntato con gli spilli... martire delle forme... L'ha offeso il modo... Ma son sicuro che per te...

Donata. Sai se, per caso, non avesse qualche idea per il nipote?

Elisa. Ah s, credo.... Ma a proposito! Tu non sai quello che fece Elj alla Nina, quella sera? sai, quella ragazzina...

Donata. ...che non mi credeva sincera?

Elisa. S, quella. Ah, una delle sue! Proprio feroce, sai!

Donata. Non so nulla! Che fece?

Elisa. Ma s... pare che, per farla tacere, le abbia detto o fatto... non si sa bene che cosa... parla di suggello ... patto suggellato ... e si preme con le mani la bocca... Noi la trovammo l boccheggiante, che gridava ajuto, soffocata...

Donata. Ah s?

Elisa. Puoi immaginarti, poverina, innamorata di lui come una gatta... Ne come impazzita... s, s tuttora...

Donata. E tu sai che lo zio avrebbe veduto bene...?

Elisa. S, suppongo d'accordo con la nonna... sai, quella vecchia, la Marchesa Boveno. Ah, furibonda! la marchesa furibonda!

Donata. Sar andata a gridar vendetta allo zio?

Elisa. Eh, figurati!

Donata. Ci sar di mezzo allora anche questa ragazzina ora per lo zio...

Elisa. Ma no; che vuoi che sia! non cosa a cui si possa dare importanza! Una ragazzata! Il conte seccato per le conseguenze che ha portato... lo scombussolamento momentaneo di quella poverina...

Si ode a questo punto dall'interno la voce del conte Mola.

Il Conte Mola. Permesso?

Elisa. Ah, eccolo! Vuoi che vada?

Donata. Aspetta un po'. Avanti!

Il Conte Mola. (entrando, forzandosi di vincere l'imbarazzo). Buon giorno, Donata... Cara Elisa...

Donata. Buon giorno...

Elisa. Caro conte...

Donata. S'accomodi...

Il Conte Mola. Grazie.

Donata. Ed Elj?

Il Conte Mola. Elj... ecco se mi permette, questa volta, gli ho reso la pariglia: ho lasciato io lui fuori, per poter parlare posatamente...

Elisa (alzandosi). Allora io ti lascio, Donata...

Il Conte Mola (alzandosi subito anche lui). No, io avrei caro, invece, che lei restasse, Elisa...

Elisa. Ma se avete da parlare... io non so...

Donata. Se il conte stesso desidera che tu rimanga...

Il Conte Mola. S, lo desidero; sapevo che lei era qua; me lo disse Elj; mi sono appunto affrettato a venire, per trovarla ancora qua...

Elisa. Ah... bene... allora

a Donata

se anche tu vuoi...

Donata. Ma s, figurati, resta! Io per tengo a dir subito che tutto questo...

Si alza smaniosa; si passa le mani sulla faccia.

Dio mio, no...

Scoppia a ridere

non potete immaginare come tutto questo mi sa di teatro...

Elisa. Oh bella!

Donata (sempre ridendo, male, convulsa). Ma s... Una scena preparata, a tre, con Elj lasciato fuori... Debbo mettermi qua?... L? che posa debbo prendere? mi metter a recitare... forse un pochino meglio di voi, scusate...

Il Conte Mola (imbarazzatissimo). Ma no... perch... perch le pare cos...?

Elisa (guardando il conte e ridendo con Donata, per contagio). S s... curioso... come l'hai detto... anche a me, anche a me, ora, sta facendo quest'effetto... Ma guarda che idea!... Forse perch teatrale anche la vita, cara!

Donata. Eh no, scusate! Allora, il teatro! Almeno l si sicuri che tutto avverr come deve avvenire, sino alla fine... No, conte, mi scusi! Per me grave, grave! C' di mezzo la mia vita; sono ora qua viva, io, in uno stato che lei pu bene immaginarsi... So quello che ho fatto guardi non pretendo nulla. Se a lei ha recato dispiacere; se lei aveva altre idee per suo nipote e non approva ecco la prego, lasci la posatezza, tutto il suo garbo io non sono in grado di sopportare pi nulla; ho bisogno in questo momento di sapere a che attenermi. Lei contrario? Lo dica!

Il Conte Mola. Ma io... ecco...

Donata. contrario. Sta bene. Mi risponda: Elj ha bisogno del suo consenso?

Il Conte Mola. Ma no... io...

Donata. Mi risponda, mi risponda s no per carit!

Elisa. Ma no, aspetta, Donata, cos non possibile...

Il Conte Mola. Io non sarei affatto contrario, se...

Donata. Se...? dica, la prego! Le ripeto che ho bisogno di sapere!

Il Conte Mola. Se non me ne lascia il tempo, scusi...

Elisa. Calma, calma, cara... Siediti qua, accanto a me... Prego, conte...

Il Conte Mola. Mi dispiace ora veramente d'aver lasciato fuori Elj.

Elj sporge a questo punto il capo dall'uscio; ma il conte non se n'accorge e prosegue:

se questo ha potuto dar l'impressione...

Elisa (scorgendolo). Eccolo qua Elj! Come il diavolo!

Elj (entrando d'un balzo). Che diavolo! Come l'Angelo Salvatore!

Allo zio:

Vedi? te l'avevo detto io?

Il Conte Mola (alzandosi, adirato). Ah, ma io posso parlare apertamente anche davanti a te, sai!

Elj. E si parla! sfogati! buttami in faccia tutto quello che vuoi!

Il Conte Mola. Volevo risparmiare a lei

indica Donata

di farle conoscere la mia riprovazione, la mia indignazione per il tuo modo d'agire!

Donata. Ma quello che Elj ha fatto, l'ho voluto anch'io!

Elj. No, aspetta! Ha detto che non te la voleva far conoscere!

Allo zio:

Be', e ora che gliel'hai fatta conoscere?

Il Conte Mola (a Donata). La mia riprovazione soltanto per lui.

Elj. Perch t'ho portata qua! Tu non potevi neanche volerlo: non davi pi segno di vita! E lui cos offeso perch chiusi anche a lui la porta in faccia non vero?

Donata. Ma ad andare sulla lancia lo sfidai io: lui non voleva.

Il Conte Mola. Ah no no, mi scusi, Donata: proprio per questo! lui non doveva accettare la sua sfida, approfittare dello stato in cui lei Si trovava!

Donata. Ma non poteva saperlo, Elj, il mio stato...

Elj (con impeto). Era cos bello! cos coraggioso! divino! Tu non ne sei pentita! Non ne sei pentita! Non ne puoi essere pentita!

Donata. No, Elj, no!

Elj. Non mancherai a te stessa! Non mi mancherai! Non mi mancherai!

Donata. No! no! ma dobbiamo ora vedere

Elj. niente vedere! ci sposeremo! tu sei mia! Lui cos irritato anche per ci che feci prima.

Il Conte Mola. Ah, indegno, indegno quello che hai fatto!

Donata. Questa complicazione, veramente...

Elj. Ma no, che complicazione!

Allo zio:

Oh, basta ora con quello che ho fatto! Le ho dato quello che voleva, per levarmela d'attorno! Finiamola! Mi volete mandare all'ergastolo per un bacio a una ragazzina che non si voleva levare di mezzo?

Elisa (non potendo trattenersi dal riderne). Ah, fu un bacio?

Il Conte Mola. Non ne rida anche lei, Elisa, la prego...

Elj (a Donata). L per l, capisci? non trovando altro modo... mi seccava... bene; un bacio affar finito!

Il Conte Mola (fremendo). Lasciamo andare, lasciamo andare! Non ti permetto d'aggiungere la derisione!

Donata (a Elj, per fargli intendere le ragioni dello zio). Il conte sar amico della marchesa... '

Il Conte Mola. Da tanti anni, molto amico, Donata. Non si fa cos! La vita non una burla, e tanto meno una follia! Io sono vivamente costernato anche per lei, cara Donata... mi consenta che la chiami cos...

Donata. Ma s, ma s; io la ringrazio anzi...

Elj (cercando d'abbracciare lo zio). tanto buono, te l'ho detto...

Il Conte Mola (respingendolo, risentitissimo). Ma no, lasciami, ti prego! Io non sar sempre il tuo zimbello!

A Donata:

Mi faccia il piacere, Donata... Io non posso proprio davanti a lui...

Elj. Bene bene, sta' tranquillo, parla a tuo agio: me ne rivado ecco me ne rivado! Ma non la pigliare ancora cos, per carit! E sopra tutto, non me la umiliare, non me la umiliare...

Via.

Il Conte Mola. pazzo! pazzo!

Elisa. cos...

a Donata:

tu hai detto bene: estroso ...

Il Conte Mola (raffibbiando, convinto). pazzo!

Elisa. Non mi spaventi la mia Donata...

Donata. Ma no, io, figurati... se per questo... Anzi, che sia cos...

Il Conte Mola. Io non dico che per un momento non possa anche piacere; ma credano che vivere con lui... Io l'ho lasciato fare finora...

Elisa. Questa un po' colpa sua...

Il Conte Mola. Ma non c' verso, amica mia, di dominarlo con la ragione vede? Si riesce appena con un po' d'affetto, se egli lo sente... si, dico, per il freno che lui stesso riesce a imporsi per non spaventare e non tenere in continuo palpito chi gli vuol bene.

Elisa. Eh, per questo anche bello!

Il Conte Mola. S, questo l'ha, perch di natura affettuosa.

Elisa. Dunque vede...

Il Conte Mola. Ora io ecco, dico...

esita, a Donata:

mi permette?

Donata. Ma s, ma s, mi dica!

Il Conte Mola. Ecco: un conto, io dico, la sua vita, la vita d'un giovanotto, come finora l'ha avuta sempre facile e cos purtroppo fuori dell'ordinario... tutta grilli... (creda, non si tiene! non si tiene!)... un capriccio dopo l'altro... mai conti da fare, mai conti da rendere... e senz'alcun senso di responsabilit (ignora tutto, non conosce neppure i limiti delle sue sostanze, quantunque, debbo dirlo senza vizii e schietto non abbia mai sperperato troppo) (i suoi capricci sono pericolosi sopra tutto per la sua incolumit)... Ecco, con una vita cos... e la facilit con cui crede... (e s'inganna! s'inganna!) di aver trovato in lei tutt'a un tratto la compagna ideale, la compagna voglio dire di tutte le sue stravaganze, delle sue pazzie, capisce? (io non riesco forse a esprimere la mia costernazione...)

Donata. Comprendo, comprendo ci che lei vuol dire: la mia vita lei non crede ch'io la possa affidare a lui, cos, ciecamente?

Il Conte Mola. No, ecco, dico: un altro conto la sua vita, Donata! la sua vita che preziosa... che non le sar stata certo mai facile...

Donata (fosca, recisa). No mai!

E si alza, come non potendo pi contenere un'ambascia che le fa mpeto dentro.

Il Conte Mola. Lo credo bene! Chi sa che le deve essere costata! Difficolt d'ogni genere, lotte, amarezze per arrivare dov' arrivata!

Donata. Ah s s difatti arrivata! Ma sa fin dove, conte... arrivata? Fino al punto di gettarla via l... Se non era lui che mi salvava...

Elisa (colpita dal subitaneo alteramento di Donata). Ma no, cara, che dici?

Donata. S proprio cos se vuoi saperlo! Non so bene ci che avvenne in me in quel momento di terrore, sbattuta nel mare quella morte urlante liquida e di piombo so che chiusi gli occhi proprio per morire. A questo, ecco, a questo, conte, ero arrivata!

Il Conte Mola. Difatti, s, ricordo, ce ne disse lei stessa qualcosa, quella sera; e forse quanto ci disse niente! Ma deve pur tener conto mi pare che dopo tutto per s, dico lei ha vinto!

Donata. Dopo tutto s: ma cos appunto, sa, quando si vince come ho voluto vincere io. Il prezzo della mia vittoria a me, donna qua, nelle mie mani, sa che cosa parso? io, donna, come l'ho sentito? Come un insulto s! Io donna, io donna, dico! Perch, a me donna, sarebbe stato anche facile, sa, far vincere l'attrice e facile, allora, facile anche per me, la vita! bastava insudiciarla, questa vittoria, anche un poco, non molto, con lodi che andavano all'attrice, perch la donna le aveva procacciate. Non aver mai potuto tollerare questa confusione della donna e dell'attrice l'aver voluto salvare l'orgoglio dell'attrice che vuol vincere sola, per quel che vale questa presunzione di credere che quanto c'era in me di nuovo, di vivo nella mia arte, questo soltanto e nient'altro mi dovesse bastare per vincere... ho vinto, s, ho vinto sola oh, sola come in cima a una montagna, nel gelo... mi sveglio, apro gli occhi in mezzo a un silenzio e a una luce che non conosco, e a cose che per me non hanno senso... che donna sono pi? com'? com'? che sento? dove mi trovo? che ho nelle mani, che non ho pi nemmeno la forza di sollevarle? quest'orgoglio d'aver vinto? si, come un macigno, buono soltanto da legarmelo al collo per affogare: ecco tutto, quando non se ne pu pi! Vi giuro che si pensa alla fine, si pensa se ne valeva la pena! Bisogna che la dia alla fine qualche cosa la vita, la dia, la dia... io ho dato tutto me stessa... sempre, senza mai pensare a me... e vedermi trattata come se non dovessi sentir nulla, come se fossi di marmo... o con certe impudenze... cose, sa? di quelle che torcono le visceri dentro, come una fune;... e notti, notti, a piangere lagrime di sangue, senza veder pi la ragione di star perdendo cos gli anni migliori della vita... senza un conforto, senza una gioja... Ho vinto, s, ho vinto... ma eccomi, cos... Non ne posso pi, non ne posso pi...

Elisa (commossa, andando a lei, come ad accoglierla in s). Cara! Cara! Lo vedi? Lo vedi quello che vale la tua vita?

Il Conte Mola. Tutta la sua arte... quel che l' costata... queste lagrime... tanta nobilt... Egli non ne sa nulla!

Donata (risolvendosi). S, questo giusto: bisogna che egli lo sappia.

Elisa (incalzando). Non ti conosce! Non t'ha mai veduta!

Il Conte Mola (c. s.). Eh gi! quella che lei veramente quello che vale una vita come la sua! Appunto questo volevo dire! Ecco! Bisogna che egli sappia che valore ha, il dono che lei gliene vuol fare!

Elisa (c. s). S, s, anche per lui, Donata! Non puoi abbandonargliela cos, come se non ti fosse costata nulla!

Donata (rigida, fissando gli occhi nel vuoto). E anche per me. S. Dev'essere una prova anche per me. Ne ho bisogno io stessa. Sento ora che ne ho bisogno io stessa.

Elisa. Una prova? Che vuoi dire?

Donata. S. Se io io posso avere anche una vita.

T E L A


ATTO TERZO

Camera d'un ricco albergo in una grande citt. Alcova in fondo, con l'arco ornato da una tenda damascata che nasconde il letto. Vi s'accede salendo uno scalino. Davanti, come un salotto, con un gran divano in mezzo, tavola di stile, poltrone... Sulla tavola, una grande lampada guarnita di un paralume violaceo. Nella parete sinistra l'uscio comune. In quella destra, l'uscio che mette in comunicazione con la camera accanto, occupata da Elj. Questa scena deve essere in forte contrasto con le due precedenti: cupa, pesante, sovraccarica di densi colori, quanto gaje, leggere e luminose erano le altre.

Al levarsi della tela, la scena al bujo, vuota. Poco dopo, si sente aprire da fuori l'uscio a sinistra. Entra Elj, che preme accanto all'uscio uno dei bottoni elettrici; sbaglia; s'accende soltanto il lume violaceo sulla tavola, che rischiara appena, lugubremente, la scena. Elj appare col cappello in capo, in smoking e ancora col soprabito nero addosso; attraversa la scena, pallido, alterato, nervosissimo; va ad aprire l'uscio della sua camera, che quasi dirimpetto; entrai lasciandolo aperto: fa lume di l nella sua camera; e questo lume si riverberer fortemente sulla scena attraverso l'uscio aperto. Breve pausa. Si sente picchiare ripetutamente all'uscio di sinistra. Elj, che non s' tolto ancora il cappello e il soprabito, si fa all'uscio della sua camera e grida:

Elj. Avanti!

E alla cameriera d'albergo che si presenta:

Che volete?

Cameriera. La signorina tornata?

Elj. No! Lo vedete bene che non tornata.

Cameriera. Ah, scusi. Credevo che il teatro fosse finito.

Elj. Non ancora finito.

Cameriera. Bene bene. Apparecchier pi tardi. Scusi.

Fa per uscire; s'imbatte nel conte Mola che sopravviene in abito da sera, anche lui agitato e in ansia. La cameriera si scansa; d luce alla camera ed esce, richiudendo l'uscio.

Elj. Non dirmi nulla, per carit!

Il Conte Mola. Ma si scappa cos dal teatro?

Elj. Non resistevo pi!

Il Conte Mola. Potevi almeno aspettare la fine del second'atto, che si chiudesse il sipario!

Elj. Non resistevo pi, ti dico!

Il Conte Mola. L'uscita d'uno spettatore, proprio in quel momento! col gelo che s'era diffuso in sala... Mi son sentito i brividi alla schiena!

Elj. Ah, tu, i brividi?

Il Conte Mola. Dico per la tua uscita! Potevi almeno non fartene accorgere! Chi sa che sar accaduto...

Elj. La mia uscita... chi se n' accorto?

Il Conte Mola. Ma tutti! E tu non sai com' il teatro in certi momenti... basta un niente, il minimo rumore! E lei, ora? Il terz'atto sar finito. Ti aspetter...

Elj. Le ho mandato un biglietto.

Il Conte Mola. Che biglietto?

Elj. Che non resistevo pi e che l'aspettavo qua. Ma non la posso pi nemmeno aspettare! Non posso pi rivederla. Me ne vado. Le dirai tu che sono partito.

Il Conte Mola. Che? Vorresti partire?

Elj. Ora stesso torno al mare in macchina.

Il Conte Mola. Ah no! Intanto la macchina non te la lascio portar via.

Elj. Va bene, prender il treno.

Il Conte Mola. Oh insomma, vuoi smetterla una buona volta con codesta furia?

Elj. Non posso sopportare nemmeno l'idea di rivederla, lo vuoi capire? E me ne vado perch non mi trovi qua! Se c' una corsa di notte, la prendo; se no, domattina.

171

Il Conte Mola. Ma vorresti partire cos, senza dirle nulla?

Elj. Le dirai tu che l'aspetto l quando avr riacquistato la sua faccia quand'avr finito di dare a vedere a tutti

Il Conte Mola. Ma che dici? Sei pazzo? Non hai visto che le accaduto?

Elj. Perch avr provato vergogna lei stessa...

Il Conte Mola. Un disastro! Un disastro!

Elj. Dio! come si fa? com'ha potuto fare una cosa simile? mostrarsi fin nella pi segreta intimit com'era stata con me! Sotto gli occhi di tutti! Ho riconosciuto ogni gesto, ogni mossa!

Il Conte Mola. Ma no! Che hai riconosciuto? Tutt'altro!

Elj. Come tutt'altro! Che vuoi saperne tu?

Il Conte Mola. Io l'ho vista prima! com'era prima, in questa stessa scena d'amore!

Elj. Vuoi far conoscere a me quel suo modo particolare di guardare nel dir certe cose? e di sorridere, nell'atto di...? che non nemmeno un sorriso, ma la dolcezza di un'implorazione?

Il Conte Mola. E non hai visto che non poteva pi dir nulla? n guardare, n sorridere? Una pena!

Elj. Perch io ero l, sfido! Io che ormai sapevo io solo!

Il Conte Mola. Ma che tu solo! Tutti!

Elj. Ah s? Quel finir di guardare, quasi per non veder le parole?

Il Conte Mola. Ma s! Ma s!

Elj. E quel sorridere, come di bambina che s'imbeve davanti all'acqua e para le mani, come quando io la volevo prendere?

Il Conte Mola. Ma questa commedia, caro, stata il suo maggior successo durante tutta l'annata...

Elj. E allora tutti sanno che cos? che fa cos? Ma se io posso provare assicurare, assicurare che non sapeva nulla hai capito? nulla! Prima, allora, era una finzione? O fors'anche dopo, con me?... Ma no! Ora sapeva, ora sapeva, e perch sapeva, era cos tutta, come trattenuta, a dire... a fare... La vergogna ch'io la stessi a vedere... l, cos... a mostrare a tutti ci che io solo potevo dire che aveva veramente saputo con me... E che vorrebbe ora? farlo accettare anche a me? di mostrarsi cos? come d'essere di tutti? Grazie! Io mi vergogno per lei, se lei non se ne vergogna! Io non posso ammetterla, questa finzione! E tanto peggio, se per lei come vero! Io me ne vado! me ne vado! Mi parrebbe davvero allora di riprendermela, come dopo ch' stata di tutti! Grazie! Grazie! Dille quello che sento, quello che provo e che per me non possibile! Resti qua di tutti!

Fa per andare.

Il Conte Mola (trattenendolo). Aspetta! Perdio, aspetta! Forse ne sar convinta lei stessa ormai, che non possibile nemmeno per lei. Ha voluto fare questa prova l'ha detto!

Elj. S consigliata da voi: per farmi vedere quel che valeva! Ma che volete che valga quella che voi vedete lass, a paragone di come l'ho vista io, mia, tutta per me quando credevo che fosse cos, soltanto per me con la faccia che Dio le ha data bella limpida con quegli occhi nudi, smarriti e ridenti tutta impiastricciata ora l, come se l' fatta una maschera con quelle ciglia e tutto quel belletto come una...

espressione di schifo

ah! E vi par brava? vi par tanto brava davvero? A me parsa un tremulo fantasma che non trovava il verso di muovere un passo e di spiccicare una parola! E voi ad applaudire quelle che vi parevano tutte le sue bravure d'attrice! A me parsa ridicola tutta una smorfia ecco quello che parsa! per me non vale nulla! Ah s, brava? M'avete fatto assistere a una bella prova!

Il Conte Mola. Ma se ti sto dicendo che mancata mancata per tutt'e due gli atti davanti al suo pubblico! Nessuno l'ha pi riconosciuta! stato come uno sgomento in tutti a vederla sulla scena come se non fosse pi nemmeno sicura della sua parte, si, si, appunto perch sapeva che c'eri tu!

Elj. Io che mi torcevo.

Il Conte Mola. Ma un'attrice, caro mio, del suo pubblico prima di tutti! Ha il dovere d'essere del suo pubblico! E non pu essere soltanto tua!

Elj. E resti allora del suo pubblico!

Il Conte Mola. Tranne che tu ecco non diventi per lei tutti tutti e sai allora che vuol dir questo per te?

Elj. Io, tutti? Io sono uno!

Il Conte Mola. E vuoi che lei trovi in te, che sei uno, tutta la vita, le emozioni, le soddisfazioni che finora le ha date l'amore del suo pubblico? Ma che puoi essere tu per lei, pensa!

Elj. Io? Che posso essere io? E non l'hai detto tu stesso? Se per me, questa sera mancata davanti a tutto il suo pubblico ecco quello che sono per lei! Bene: ora scelga: o l'amore di tutto il suo pubblico, per quello che finora le ha dato, o il mio, per quel che io le ho dato!

Il Conte Mola. E non capisci che glielo pu dare chiunque ci che tu le hai dato se tu ora le manchi e te ne vai?

Elj. Ah certo chiunque se lei vuole! Ma pare che lei non sia di questa opinione se ha fatto la prova ed ecco come tu dici mancata!

Il Conte Mola. E allora perch te ne vai se hai vinto? Aspetta che venga qua a dirti che amandoti come ti ama non potr pi recitare.

Elj. No. Voglio che sia lei sola qua a prendere la decisione di staccarsi e che mi venga a trovare lei da s dove l'aspetto. Non voglio che mi trovi qua umiliato di quanto m'ha fatto soffrire, di ci che m'ha dato a vedere anche di lei stessa umiliata lass del suo stesso sentimento per me, di mostrarlo nel modo, Dio, nel modo stesso con cui l'ha vissuto con me, quella stessa voce, quei gesti... Io ne ho orrore, orrore. Ci sono di l le mie valige. Fammele spedire. Ma del resto, non ne ho bisogno. Abiti cittadini. Se non vuol venire, dille che mi imbarco e che faccio voto di non ritornare a terra mai pi.

Via per l'uscio a sinistra. Il Conte Mola gli corre dietro.

Il Conte Mola. Ma no, Elj!

Chiama dalla soglia dell'uscio.

Elj!

Si tira un po' indietro, perch sopravviene La cameriera.

Cameriera. Prego, signore: c' qualcuno che riposa...

Il Conte Mola. Domando scusa. Ma che... Io non posso restare qua questa la camera di lei...

Cameriera. Della signorina; ma se vuole, pu passare di l.

Indica la camera accanto.

Il Conte Mola (come non si sapesse dar pace). Vi ha lasciato anche la luce accesa... e le valige...

Cameriera. Il signore partito?

Il Conte Mola. S, cio... non so... forse, momentaneamente...

cameriera. Devo ritirare le valige?

Il Conte Mola. No, per ora.,. Bisogna ch'io aspetti il ritorno della signorina...

Cameriera. E allora s'accomodi.

Il Conte Mola. Non qua, no... Non posso farmi trovare nella sua camera... L'aspetter gi nell'hall...

Cameriera. Ecco la signorina!

Entra infatti, affannata, ansiosa, Donata. Per far presto a rientrare in albergo non s' neanche struccata ed ha ancora, sotto la mantiglia, l'abito di scena.

Donata. Ah, lei conte? Elj di l?

E fa per dirigersi alla camera di Elj. La cameriera si ritira.

Il Conte Mola. No, Donata... Non l'ha incontrato?

Donata. No. sceso?

Il Conte Mola. Un momento fa...

Donata. Gi? Dove? Io per far presto non mi son neppure struccata...

Il Conte Mola. Mi permetta... Per dove sar sceso? Pu darsi che non abbia ancora lasciato l'albergo... Che sia alla cassa...

Donata. Alla cassa? Perch?

Il Conte Mola. Ma suppongo... Posso provare...

Fa per andare.

Donata. No! Aspetti! Lasciare l'albergo? Vuol partire?

Il Conte Mola. S...

Donata. Ah, le ha proprio detto che partiva?

Il Conte Mola. Che tornava alla spiaggia e che la aspettava l...

Donata. Me?

Il Conte Mola. Dice che non ha potuto resistere...

Donata. Questo lo so!

Il Conte Mola. scappato dal teatro... io l'ho raggiunto qua...

Donata. Ed scappato anche di qua... per non vedermi cos, vero?

Il Conte Mola. Gli intollerabile...

Donata. E io ora dovrei andarlo a raggiungerlo l? Sciocco!

Vedendo comparire Elisa, seguita da Giviero.

Ah, Elisa, brava, vieni! Venga, venga avanti, Giviero! Volevo appunto pregare il conte di scendere gi per invitarvi a salire.

Elisa (come a spiegare, turbata, la ragione per cui, senza invito, salita). Abbiamo incontrato gi...

Donata. Ah, era ancora gi davvero...

Elisa. S in uno stato...

Il Conte Mola (a Donata, per avviarsi). Posso, se vuole...

Donata (con forza e con sdegno). No!

Poi, attenuando un po':

Scusi, vuole che lo richiami io ?

Quasi tra s, convulsa, smaniando, ma volendosi vincere per orgoglio:

Sciocco... sciocco...

A Elisa

partito...

Giviero. Gi, ce l'ha detto, scansandoci, ed uscito___

Donata. Perch ha sofferto troppo a sentirmi recitare lui, sofferto, capisci? dopo che... Ma basta! Basta! Sciocco... Dite, dite qua voi al conte, che cosa successo al terz'atto! Vede? Sono corsa cos, ancora con l'abito di scena; volevo essere io la prima ad annunziarglielo, felice

Elisa. Un delirio! Un vero delirio!

Giviero. Ah! Mai stata cos grande!

Il Conte Mola. Ah s? S' dunque ripresa al terzo atto?

Elisa. Una cosa grande! Se lei fosse rimasto... Tutto il pubblico in piedi, frenetico!

Giviero. La vera, la vera grande vittoria!

Donata. Ma no! Ma no! Io non dico questa della scena! Io dico la mia, la mia vittoria su me quello che stato per me alla fine

Elisa. il trionfo!

Donata (subito, irritata che Elisa non la comprenda). no! la mia liberazione! Rientrata nel mio camerino, vibravo dentro, tutta, come d'una pazza risata s, di trionfo; mi sono scorta per un attimo allo specchio, la testa alzata, le mani alzate, ma perch mi pareva di stringere in pugno la vita! E pensando a lui, che dovessi far felice anche lui, ecco, ero corsa qua a gridargli che m'ero ritrovata alla fine. Lei, conte, m'aveva vista? Ero perduta, caduta, mi sentivo tirare gi, gi, dal pubblico che mi mancava quel silenzio quel vuoto sudavo sangue il martirio! Il martirio. E d'improvviso, io non so, uno scatto qui dentro, e la liberazione! Ho dimenticato tutto mi sono sentita prendere, prendere, sollevare ho riavuto tutti i miei sensi, l'udito perduto; mi s' fatto tutto chiaro, e sicuro, sicuro ho riavuto la vita,

Il Conte Mola. Ah, ne sono felice con lei, Donata! veramente felice!

Elisa. Lei non pu figurarsi che cosa stato!

Giviero. La partecipazione del pubblico che s' sentito rapire, rapire, veramente, perch ha avvertito questa liberazione e ha riconosciuta in essa alla fine la sua attrice!

Donata. Ma no! Ancora dite dell'attrice? No! No! Io mi son sentita felice come donna! come donna! Felice di potere ancora amare! Questa era la mia vittoria! Felice che sarei corsa qua a gridarlo a lui che aveva sofferto, non ' certo quanto me perch lass ci sono stata io ad agonizzare per due atti, mentre a lui bastato scrivermi in un biglietto non resisto pi e scapparsene dal teatro! Quello che ho patito per due atti, sapendo che lui era l, che mi vedeva per la prima volta e mi riconosceva in tutti i miei atti, isolandomi dal personaggio, trattenendomi e impedendomi d'entrare nella finzione! Dovevo sciogliermi, staccarmi, staccarmi da quella cosa informe, increata, meschina, ch'era stata sua, e che non ero io, che non ero io... una afflizione, l esposta, scoperta nel suo sentimento, per cui non mi sarebbe stato possibile mai pi vivere sulla scena, come del resto neanche nella vita! ecco trovar la forza di liberazione mi sono liberata! ma ci che ho sentito in quel momento di liberazione, nel pi profondo di me stessa, stato questo: che amavo, che mi s'apriva, in quella facilit, pieno ed intero anche l'amore; che conquistavo in quell'improvviso superamento d'ogni angustia, in quell'accensione di tutta l'anima, non solamente la mia interezza d'attrice, nell'arte, ma anche la mia interezza di donna, nella vita! Lo volevo far comprendere anche a lui ora, qua; dirgli che a teatro se non comprendeva questo non doveva pi venire; e che bastava questo; non arrischiarsi pi, anche per non far correre a me il rischio di non trovarmi pi nemmeno l oh Dio, di smarrirmi, di perdermi anche l, cosa che non m'era mai, mai avvenuta! Ho visto l'abisso! Ho provato un tale avvilimento di me stessa no, no peggio immiserimento che m' apparso chiaro tutt'a un tratto che se la vita, l'amore che sentivo per lui, dovevano ridurmi cos, far provar questo, eh no! io stessa allora, io stessa non valevo pi nulla, neanche per lui! Mentre ora ecco quest'orgoglio dell'amore di tutti venivo a darlo, qua, a uno solo a lui! S dove? sciocco partito!

Il Conte Mola. Sciocco, sciocco, s non ha compreso nulla s' sdegnato s' sentito rivoltare! Egli non comprender mai in lei l'attrice, Donata per lui non vale nulla me l'ha detto!

Donata. Per lui vale la donna, l... quella che si vergognava... eh lo so: quella lui vorrebbe s, s, Giviero, che si vergognava ma proprio, sa? di carezzargli i capelli (sa, quel gesto notato da lei...). Ne provai orrore io stessa d'essere vera, com'ero stata sempre da attrice d'essere io insomma io, questa che sono! Quasi che non fossi pi donna, perch ero attrice! vera cos come sono io, io nella vita, come nell'arte... Non sono qua vera?

Giviero. Ma certo, Donata!

Donata. E allora? Se non trovo pi, nella vita, me stessa d'essere come sono questa! vuol dire che nella vita non mi trover mai, mai perch non possibile trovarsi fuori di quel sentimento che ci d la certezza sicura almeno di noi stessi!

Giviero. Ma s, proprio cos! E perci lei, guaj, guaj se deroga minimamente a se stessa!

Il Conte Mola (fermo, reciso). Ah no attrice, con lui mai!

Elisa. E allora peggio per lui!

Il Conte Mola. Certo! Peggio per lui!

Donata. E peggio anche per me.

Giviero. Ah no, per lei no, scusi! E la sua conquista di questa sera, allora? Se lei alla fine ha vinto in se stessa la prova!

Donata. Ah! s, vinto ancora una volta, vinto e sola sola ancora una volta ah ma questa volta, per sempre! per sempre! con questa doppia paura per la mia arte e per me di riaccostarmi alla vita. Basta! Basta!

Con recisione di nauseata stanchezza:

Ma s, basta, per carit! Lasciatemi sola, vi prego. Ho bisogno di trovarmi sola di restare qua sola... Trovarsi... Ma s, ecco: Non ci si trova alla fine che soli. Fortuna che si resta coi nostri fantasmi, pi vivi e pi veri d'ogni cosa viva e vera, in una certezza che sta a noi soli raggiungere, e che non pu mancarci!

Con scatto di fastidio insopportabile:

Ah Dio quell'uscio con la luce di l rimasta accesa!

Il Conte Mola. Vuole che vada a chiudere? Spegner...

Donata. S, mi faccia il favore...

Il conte eseguisce.

Elisa. Tu sai che puoi chiamarmi sempre, quando vuoi... se t'occorresse...

Donata. Grazie, cara, lo so. Buona notte. Buona notte, Giviero. Grazie, conte, buona notte.

Il Conte Mola (esitante, mortificato). Ha lasciato di l anche le sue valige...

Donata. Aspetter che noi adesso, con la sua macchina, gi, andiamo a portargliele...

Il Conte Mola (stordito). Come dice?

Donata. No, conte. Verr lei a ritirarle domani. Scherzavo.

Il Conte Mola. Ha detto che se lei non veniva, si sarebbe imbarcato e non sarebbe ritornato a terra mai pi...

Donata. Il mare...

I tre si ritirano, perplessi, afflitti. Donata resta in mezzo alla stanza col capo reclinato indietro e gli occhi chiusi; sta un pezzo cos; poi risolleva il capo, contrae tutta la fronte, sempre con gli occhi chiusi, come per suggellare in s, con la volont, l'accetta-zione del suo destino. Si reca presso l'uscio a premere il bottone elettrico che accende sulla tavola la lampada dal paralume violaceo, e spegne il lampadario del soffitto; poi va verso la grande specchiera alla sua sinistra e accende le due lampadine ai lati, e si siede per struccarsi; ma prima si guarda un po' allo specchio. Nell'atto di sollevare una mano per staccarsi da un occhio il lungo ciglio finto, si sovviene della battuta della commedia che segn poc'anzi nel teatro l'inizio della sua liberazione.

Coi deboli non si pu essere pietosi. E allora cacciala, cacciala via!

Tra s, come non contenta del tono con cui ha detto la seconda frase:

No.

Si prova a ripeterla con tono pi sdegnoso e d'impero.

Cacciala via! Cacciala via! lei stessa, lo vedi? a volermi crudele! Ma vi pare che lui possa esitare, tra me e voi? So, signora, so la vostra grande nobilt, la levigatura che ne...

arresto di memoria

No, com'?

Come ripassandosi ora la parte, senz'alcun tono:

che ne viene s ai vostri atti e ai vostri modi cos semplici e pur cos soffusi e misurati... no, non misurati, governati ecco governati ma sarebbe meglio misurati -. misurati da tanta superbia.

Tutto questo, ripassato a memoria e non recitato. Ora, riprendendo a recitare e pigliando inavvertita- mente dalla specchiera un ritratto, perch ha bisogno per la parte di farsi vento con un ventaglio che non ha:

Non volete insomma andar via?

Ma d'un colpo arresta il movimento di sventagliarsi, perch s'accorge che quello il ritratto di Elj; lo guarda un po' turbata, e poi lo sbatte capovolto sul piano della specchiera; si butta indietro sulla spalliera bassa della seggiola e col capo cos rovesciato, ridente d'un riso di sfida, grida al suo fantasma d'arte:

E allora, prendimi! prendimi!

Perch durante tutta questa azione di Donata dacch s' seduta davanti alla specchiera, e le battute che ha recitate o s' ripassate, la scena, dietro di lei, si sar a poco a poco come dilatata: l'arco dell'alcova si sar schiuso in mezzo e allargato da una parte e dall'altra, lasciando in mezzo un vano in penombra come d'una sala di teatro, di cui quell'arco cos allargato venga a figurare come il boccascena d'un palcoscenico illusorio, che del resto il palcoscenico stesso dove si sta recitando; ma illuminato ora da una luce innaturale di visione: la visione che Donata ne ha, tanto che vi saranno gi sorti quando ella rovescer indietro il capo e tender le braccia gridando: E allora, prendimi! prendimi! , gli altri personaggi della scena evocata; da dietro il divano, un uomo e una donna, tutt'e due giovani: lui bello, forte, bruno, in smoking; lei nobile, un po' appassita, molto bionda, in abito di societ, reste-ranno, un po' discosti, immobili, come fantasmi; lui, al richiamo di Donata, accorrer alla destra di lei; e lei col braccio destro gli cinger la vita; ma poi, riflettendo, dir tra s:

No: lei era di l...

E allora, come se il movimento fosse pensato da Donata, la donna, rimasta dietro il divano, si sposter da sinistra verso destra; e contemporaneamente Donata far passare l'uomo dietro la sua sedia per cingerlo col suo braccio sinistro.

Ecco: cos!

Rivolgendosi alla donna:

Non volete andar via?

Si alza, gridando all'uomo:

Abbracciami!

Ma com'egli fa per abbracciarla, la donna si nasconde gli occhi con le mani, e Donata scoppia a ridere.

Ah ah ah guarda, guarda si nasconde gli occhi! si nasconde gli occhi!

E svincolandosi da lui:

Lasciami, stupido! Non capisci che non ti provoco io? Provoca lei; e se non se ne va, non so fin dove son capace d'arrivare sotto i suoi occhi!

Alla donna:

Ecco, vedete? Non vi basta? Sono io a non volere; lui pronto ad amarmi sotto i vostri stessi occhi! Vi assicuro, signora, che tutto quanto avviene conseguenza delle vostre tante virt. Non l'ho scelto io, vostro marito. M'ha scelta lui. Io posso essermene compiaciuta appena un momento. S, l'ammetto. Ma bisogna anche tener conto delle circostanze. Lui era il solo che destasse un certo interesse tra noi donne. Eravamo troppe, e annojate; e cos pochi gli uomini; e lui il pi gradevole. Ora che lui tra tutte scegliesse me, certo mi fece piacere. Ma poi basta! Poi mi saresti sembrato per lo meno importuno. Un uomo intelligente queste cose le capisce. V'assicuro che veramente il mio cuore non s'era mai per nulla interessato a lui. Foste voi, proprio cos superiore, e la vostra apprensione, a dargli credito ai miei occhi. Eh, se voi n'eravate gelosa! Gelosa di me non calcolata nel vostro rango... E io mi sono allora impegnata con me stessa per puntiglio si, e bench stimassi che per lui non ne valeva la pena a dimostrarvi che avevate ragione d'aver paura di me. E diedi subito fuoco; subito; come una capace di tutto . Non sarei stata cos; ma a furia di dirmelo, di leggerlo a tutti negli occhi, specialmente nei vostri, che volete? l'avete fatto credere a me stessa alla fine, che sono veramente capace di tutto . Murata, murata, senza via di scampo, in questo concetto che tutti si son fatto di me. Capace di tutto. Anche di rubare, perch no? Stupida, se non n'avessi profittato! Non dico rubare... bench, per il gusto di giocare... sapete che ho lasciato perfino che sotto gli occhi mi s'esaminassero prima le carte? Eh, con te non si sa mai! ... e io, sorridere... S, capace di barare... spaventoso, perch allora una cosa capirete farla o non farla... E poi anche di questo nasce un certo orgoglio ma si, quello del diavolo che provoca sulle labbra, specialmente a noi donne, un certo sorriso di compiacenza, come tutto ci che comincia a diventare spudorato. Ecco: spudorato: ci siamo: Guardatemi! Non volete andare? Bene. Restate. Siamo qua due donne. Che potete voi dare a quest'uomo? Parlate! Muovetevi! Mostrate! Badate che io vi strappo l'abito addosso! Sono cos sicura di lui, vedete, che posso disprezzarvi in sua presenza come voglio! Voi siete una povera, povera miserabile creatura; e io vi vinco! guardatemi! io posso avere tutto l'amore che voglio e darlo! io, tutto l'amore! e a me l'amore di tutti! di tutti!

La visione d'un tratto sparisce, come colpita da questo ultimo grido, che subito Donata avverte in contrasto col suo caso. La scena si restringe d'un colpo e si spegne tutta, tranne che nella lampada violacea e nelle due lampadine ai lati della specchiera. Questo restringimento e spegnimento avverr nel mentre che una lontana eco di insistentissimi applausi verr di l agli orecchi di Donata, che sar caduta a sedere su una poltrona presso la lampada violacea, con le braccia rilassate e le mani vuote, ma la testa alzata, come a cogliere con un vano sorriso sconsolato l'eco di quegli applausi. Si alza di scatto e dice, aprendo le braccia:

E questo vero... E non vero niente... Vero soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova.

T E L A

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