Tutto è bene quel che finisce bene

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WILLIAM SHAKESPEARE

TUTTO è BENE QUEL CHE FINISCE BENe

Commedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: “ALL’S WELL THAT ENDS WELL”


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, “The Complete Works”, Collins, London & Glasgow, 1951-1960, pp. XXXII-1370) con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare la più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Welles e G. Taylor per la Clarendon Press, New York, U.S.A., 1988-94, pp. XLIX -1274; quest’ultima contiene anche “I due nobili cugini” (“The Two Noble Kinsmen”), che manca nell’Alexander.

2) Il traduttore ha aggiunto di sua iniziativa didascalie e indicazioni sceniche (“stage instructions”) laddove sono sembrate più opportune per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente concepita ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro di Shakespeare sulle moderne ribalte.

Si è lasciata comunque invariata, all’inizio e alla fine di ogni scena, come all’entrata ed uscita dei personaggi nel corso della scena, la rituale indicazione “Entra”/ “Entrano” (“Enter”) ed “Esce”/ “Escono” (“Exit”/“Exeunt”), avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita del personaggi, potendosi dare che questi si trovino già in scena all’apertura della stessa, o vi restino alla chiusura.

3) Il metro è l’endecasillabo sciolto, alternato da settenari; altro metro si è usato per citazioni, canzoni, proverbi, cabalette e altro, quando, in accordo col testo, sia stato richiesto uno stacco di stile.

4) I nomi dei personaggi che vi si prestino sono resi nella forma italiana.

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti (in particolare della prima versione di Giulio Carcano, e di quella del Bandini, del Melchiori, del Lodovici, del Lombardo, del d’Agostino e diversi altri), dalle quali ha tratto in prestito oltre alla interpretazione di passi oscuri o controversi, intere frasi e costrutti; di tutto ha dato opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

A Rossiglione

La vedova CONTESSA DI ROSSIGLIONE

BERTRAMO, conte di Rossiglione, suo figlio

ELENA, giovane gentildonna orfana di Gerardo di Narbona, sua pupilla

PAROLLES, compagno di Bertramo

RINALDO, maestro di casa della contessa

IL LAVA, buffone della contessa

UN PAGGIO

Alla corte di Francia a Parigi

IL RE DI FRANCIA

LAFEU, vecchio gentiluomo

DUE CORTIGIANI, due fratelli, gentiluomini francesi al seguito di Bertramo, poi CAPITANI

UN SOLDATO FRANCESE, in funzione di interprete

UN GENTILUOMO, falconiere reale

A Firenze

IL DUCA DI FIRENZE

LA VEDOVA CAPILETI

DIANA, sua figlia

MARIANA, amica della vedova Capileti

Gentiluomini, ufficiali, soldati e altri personaggi francesi e fiorentini

SCENA: a Rossiglione, a Parigi, a Firenze, a Marsiglia


ATTO PRIMO

SCENA I - Rossiglione, il palazzo del conte.

Entrano il giovane BERTRAMO, la CONTESSA sua madre, ELENA, LAFEU,

tutti vestiti a lutto

CONTESSA -

Lasciare ora andar via da me mio figlio

è come seppellire mio marito

una seconda volta.

BERTRAMO -

E per me, madre,

è piangere mio padre un’altra volta,

andando via: ma devo sottostare

a un ordine del re,

al quale sono tanto più soggetto

ora che sono sotto sua tutela.

LAFEU -

Signora, voi troverete nel re

un marito, ed un padre voi, signore.

Egli, che è sempre sì buono con tutti,

non potrà non aver proprio con voi

questa virtù: ché anzi, i vostri meriti

non che scemarla dove è sì abbondante,

riuscirebbero a destarla là

dov’essa fosse del tutto mancante.

CONTESSA -

Che speranze ci sono

per il suo male? Il re potrà guarire?

LAFEU -

Ahimè, signora, ha licenziato i medici,

dopo aver inseguito tanto tempo,

sotto le loro cure, la speranza,

senza ritrarne alfine altro vantaggio

che sentirla scemar di giorno in giorno.

CONTESSA -

(Indicando Elena)

Questa giovane donna aveva un padre

- ahimè, quanta tristezza in questo “aveva”! -

la cui perizia nella scienza medica

quasi era pari alla sua onestà;

e dico “quasi”, ché se fosse giunta

ad eguagliarla in tutto,

avrebbe reso la natura umana

non più mortale e lasciato la Morte

in ozio, per mancanza di lavoro.

Che fortuna sarebbe per il re,

s’ei fosse ancora vivo!

La sua vita avrebbe potuto essere

la morte della malattia del re.

LAFEU -

Che nome aveva, mia signora, l’uomo

di cui parlate?

CONTESSA -

Un nome assai famoso

nella sua professione, e a buon diritto:

Gerardo di Narbona.

LAFEU -

Ah, sì, signora, veramente bravo.

Ne parlava anche il re, ultimamente,

con alta ammirazione e gran rimpianto;

era di tal perizia nel suo ramo,

che di certo sarebbe ancora in vita

se fosse dato all’umano sapere

di far baluardo alla mortalità.

BERTRAMO -

Di che malanno soffre il re, signore?

LAFEU -

D’un fistola.

BERTRAMO -

Un male mai sentito.

LAFEU -

Così vorrei lo fosse per nessuno!

E questa nobile madamigella

è figlia di Gerardo di Narbona?

CONTESSA -

La sua unica figlia, mio signore,

e rimasta affidata alle mie cure.

Su di lei nutro tutte le speranze

promesse dalla sua educazione;

grazie alla quale rifulgono in lei

ancora più i suoi doni di natura;

ché laddove virtuose qualità

si sposano a una mente ineducata,

non si può che apprezzarle con rammarico,

e si rivelano bensì virtù

in chi le ha, ma anche traditrici.

In lei, per contro, sono sublimate,

perché sposate a una grande schiettezza:

s’ella infatti deriva da natura

i sentimenti nobili dell’animo,

deriva da se stessa la virtù.

LEFEU -

Vedo, contessa, che le vostre lodi

le strappano le lacrime.

CONTESSA -

È il miglior sale con cui una vergine

può condire le lodi che riceve.

Ogni volta che le ritorna al cuore

il ricordo del padre,

il dolore tiranno viene a suggere

vita dalle sue gote.

(A Elena che piange in silenzio)

Orvia, Elena, basta, ché altrimenti

si potrebbe pensar, da chi ti vede,

che palesi un dolore non sentito.

ELENA -

È vero, lo paleso, ma lo sento.

LAFEU -

Un contenuto compianto dei vivi

è un diritto dei morti;

ma un dolore eccessivo

è nemico del vivere.

CONTESSA -

Tant’è.

Se il vivere non è nemico al duolo,

e ne frena l’eccesso, il troppo duolo

divien nemico al vivere e l’uccide.

BERTRAMO -

(Inginocchiandosi alla madre)

Madre, vi chiedo, prima di partire

il vostro santo augurio.

LAFEU -

(A parte)

Come intendere questo desiderio?([1])

CONTESSA -

Bertramo, figlio mio, sii benedetto,

e possa tu, nei modi e nell’aspetto,

mostrarti degno figlio di tuo padre;

e possa in te la nobiltà del sangue

gareggiare con l’onestà di vita,

e la bontà spartirsi la corona

col tuo alto lignaggio.

Abbi amore per tutti, fede in pochi;

non far torto a nessuno.

Col nemico ti devi confrontare

piuttosto moralmente che di fatto;

conservati l’amico sotto chiave

con la chiave della tua stessa vita.

Lasciati biasimar pel tuo silenzio

piuttosto che pel tuo troppo parlare.

Scendano sul tuo capo

quanti doni vorrà largirti il cielo

ed intercederti le mie preghiere.

Addio. Signor Lafeu, questo ragazzo

ancora troppo acerbo cortigiano,

consigliatelo voi, mio buon signore.

LAFEU -

Non può mancar di ricevere il meglio

chi si prodigherà con devozione.

CONTESSA -

Che Dio lo benedica. Addio, Bertramo,

(Esce)

BERTRAMO -

(Rialzandosi)

Vi secondino quanti più bei voti

la vostra mente possa formulare.

(A Elena)

Siate voi di conforto ora a mia madre,

vostra signora, e abbiatene assai cura.

LAFEU -

Vi saluto, graziosa damigella;

conservatevi degna della stima

goduta dall’insigne vostro padre.

(Escono Bertramo e Lafeu)

ELENA -

Ah, fosse solo questo!

Non a mio padre io penso ora piangendo,

se pur queste mie lacrime lo onorino

più di quelle versate allor per lui…

Com’era?… Non me lo ricordo più.

Nella memoria mia c’è solo un volto,

il volto di Bertramo…

Per me è finita. Con Bertramo via,

no, no, non vivo più;

tanto varrebbe ch’io m’innamorassi

d’un astro risplendente,

- ché come un astro ei splende su di me -,

e pretendessi di farlo mio sposo;

e dovessi soltanto accontentarmi

di contemplar la sua luce rifratta,

come in un’orbita collaterale,

senza poter entrare in quella sua.

Così trova in se stesso il suo castigo

il mio amore ambizioso: la cerbiatta

bramosa d’accoppiarsi col leone

è destinata a morire d’amore.

Così dolce era stato fino ad ora,

se pur dolce tortura,

poterlo veder sempre, a tutte l’ore,

poter stare seduta a disegnare

con la mente sul foglio del mio cuore

la bella arcata delle sue sopracciglia,

il suo occhio di falco, le sue ciocche

di riccioli… ah, mio cuore,

troppo sensibile a lasciarti imprimere

da ogni linea, ogni curva, ogni tratto

del suo volto armonioso!… E se n’è andato,

e la mia fantasia che l’idolatra

deve ora adorar le sue vestigia…

Ma chi arriva qui ora?..

Entra, dal fondo, PAROLLES

Questi è uno che parte insieme a lui;

per questo m’è simpatico;

anche se so ch’è un vero trappolone,

un vanesio ed un fiore di codardo;

tuttavia questi vizi congeniali

gli si attagliano sì perfettamente

da trovar sempre facile indulgenza,

mentre in lui la virtù,

malgrado le sue vertebre d’acciaio,

sembra rabbrividire al vento gelido.

È così che vediamo tante volte

l’infreddolita saggezza al servizio

della sovrabbondante balordaggine!

PAROLLES -

Salute a voi, leggiadra reginella!

ELENA -

E a voi, monarca.

PAROLLES -

Eh, no!

ELENA -

Nemmeno io!([2])

PAROLLES -

Meditavate forse

sulla verginità?

ELENA -

Sì, giustappunto.

Anzi, voi che avete

una patinatura di soldato,

vi voglio fare una domanda: l’uomo

è nemico della verginità:

come si fa noi donne a barricarsi

contro di lui?

PAROLLES -

Chiudendogli la porta.

ELENA -

Grazie tante, ma lui vi dà l’assalto,

e la verginità, ch’è femminile,

per valorosa che possa mostrarsi,

è sempre debole nella difesa.

Istruiteci voi

in qualche strategia di resistenza.

PAROLLES -

Non ce n’è. L’uomo vi cinge d’assedio,

vi piazza qualche mina sotterranea,

e vi farà scoppiar come un pallone.([3])

ELENA -

La nostra povera verginità!

Dio la salvi da mine sotterranee

e da chi ci vuol far saltare in aria!

Non c’è nessuna strategia di guerra

con la quale le vergini

possano far saltare in aria gli uomini?

PAROLLES -

Eh, una volta che la verginità

è messa spalle a terra,

tanto più l’uomo può saltare in aria;

e poi, per farlo scaricare a terra

vi lascerete aprire una tal breccia

che addio la vostra bella cittadella!

Nella repubblica della natura

non v’è cittadinanza alla politica

di preservare la verginità.

La perdita della verginità

è, in natura, un acquisto razionale;

e mai vergine venne generata

senza che prima la verginità

fosse state perduta.

Anche voi siete fatta della lega

con la quale si coniano le vergini.

Per ciascuna verginità perduta

se ne possono ritrovare dieci;

verginità conservata per sempre

è per sempre perduta. Liberatevene.

È una compagna troppo freddolosa.

ELENA -

E invece io vorrei tenerla ancora,

a costo di dover morire vergine.

PAROLLES -

C’è ben poco da dire

a voler perorare in sua difesa:

essa è contro la legge di natura.

A perorar per la verginità,

si mette sotto accusa nostra madre:

che è chiara prova di disobbedienza.

Verginità e suicidio son tutt’uno;

la vergine che vuol restare vergine

è una che decide d’impiccarsi,

e dovrebbe trovare sepoltura

ai bordi delle grandi vie maestre,

lontano da ogni terra consacrata,

come una disperata peccatrice

contro natura. La verginità,

come il formaggio, genera dei vermi,

si consuma da sé fino alla crosta

e muore divorando le sue viscere.

Inoltre la verginità è stizzosa,

ambiziosa, superba, neghittosa

e soprattutto intrisa di egoismo,

il più proibito fra tutti i peccati

dai canoni delle scritture sacre.

Badate a non tenervela ben stretta:

non potreste che rimanere in perdita.

Datela via! Ed in capo ad un anno,

garantito, l’avrete raddoppiata:

un interesse davvero cospicuo,

e per nulla intaccando il capitale.

Vi convien liberarvene!

ELENA -

E che dovrebbe fare allora una,

che la vorrebbe perdere a suo gusto?

PAROLLES -

Vediamo un po’… Eh, sì, trattarla male,

magari offrendola a chi non la vuole.

È una merce che perde il proprio smalto

se lasciata a giacere in magazzino:

più ce la tieni, più cala di prezzo.

Smerciarla fino a tanto che è vendibile;

soddisfar la domanda di mercato

a tempo giusto. La verginità,

simile ad un anziano cortigiano,

porta in testa un cappello fuori moda,

un vestiario sontuoso ma impossibile,

come i fermagli e gli stuzzicadenti,

che non sono più in uso in società.([4])

È meglio un dattero nel vostro porridge

che una data sopra la vostra guancia.([5])

E la verginità, la vostra buona

vecchia verginità,

somiglia tanto a quelle pere vizze

di Francia, brutte fuori e dentro acide;

eh, sì, perdio, proprio una pera vizza,

che un tempo sarà stata anche assai buona,

ma adesso è vizza. Che volete farci?

ELENA -

Quella mia, non ancora… Il tuo padrone

troverà mille amori dove va:

una gli sarà madre, amante e amica;

qualcun’altra sarà la sua fenice,([6])

sua capitana e insieme sua nemica;

un’altra la sua dea, la sua sovrana;

una, da lui amata ma infedele,

sarà la sua umile superbia,

e insieme la superba sua umiltà,

il suo discorde accordo

e la sua armoniosa dissonanza,

la sua fede, la sua dolce rovina;

con tutto un mondo di nomi e nomignoli,

graziosi e pazzi, tenuti a battesino

da Cupido bendato… E allora lui…

che farà, non lo so… Dio lo protegga!

La corte è un tal cosa, ed egli è uno…

PAROLLES -

Uno che cosa?

ELENA -

… uno al quale io auguro

tutto il bene del mondo.

Però peccato…

PAROLLES -

Peccato che cosa?

ELENA -

Che gli augùri non abbiano in se stessi

corporea consistenza, sì che a noi,

che siamo di più umili natali,

da meno nobili stelle protetti,

sia concesso di offrire ai nostri amici

anche gli effetti di quei nostri auguri,

e di mostrare loro tutto ciò

che, rimanendo chiuso nel pensiero,

mai ci procurerà ringraziamenti.

Entra un PAGGIO

PAGGIO -

Monsieur Parolles, vi vuole il padrone.

(Esce)

PAROLLES -

Elena, arrivederci.

Se a corte mi ricorderò di te,

ci farò volentieri un pensierino.

ELENA -

Voi siete nato sotto buona stella,

monsieur Parolles.

PAROLLES -

Io? Sì, sotto Marte.

ELENA -

Proprio come pensavo: sotto Marte.

PAROLLES -

Perché “sotto”? Intendete “sottoposto”?

ELENA -

Le guerre v’han tenuto tanto “sotto”

che dovevate nascere per forza

sotto Marte.

PAROLLES -

Ah, sì, Marte ascendente.

ELENA -

Direi piuttosto Marte rientrante.

PAROLLES -

Perché rientrante?

ELENA -

Perché nel combattere

retrocedete sempre.

PAROLLES -

È una mia tattica

per prendere vantaggio.

ELENA -

Anche la fuga può recar vantaggio

quando a salvar la pelle

consigliera è la fifa. E in voi, monsieur,

fifa e coraggio sono fusi insieme

in maniera davvero prodigiosa

nella virtù di metter l’ali ai piedi;

ed apprezzo com’essa vi si addice.

PAROLLES -

Son troppo indaffarato

per stare qui a competere d’arguzia

con te; ma al mio ritorno

sarò un perfetto cortigiano in tutto,([7])

e la mia esperienza servirà

ad istruirti alla naturalezza,

sì che tu sia matura a ben accogliere

quello che ti consiglia un cortigiano

ed a capirne il senso e la portata;

se poi di tanto non sarai capace,

ti uccida la tua ingratitudine,([8])

e ti distrugga la tua ignoranza.

Addio. Quando ti resta un po’ di tempo,

di’ le tue orazioni;

e quando non ne hai, pensa agli amici.

Pigliati un buon marito,

e con lui pòrtati allo stesso modo

che lui con te. E così, ti saluto.

(Esce)

ELENA -

Spesso i rimedi che ascriviamo al cielo

stanno in noi stessi. Il fatidico cielo

ci lascia piena libertà di agire,

e sol fa pigre le nostre intenzioni

se pigri siamo noi ad eseguirle.

Che potenza è mai questa

che attrae l’amore mio a tanta altezza

da far ch’io veda cosa

di cui il mio occhio mai può dirsi sazio?

La natura fa unire e combaciare

da pari a pari come nate insieme

sostanze fra le quali la fortuna

ha aperto spazi immensi.

Le grandi imprese son solo impossibili

a chi misura fatica ed impegno

che sono necessari a realizzarle

col metro del raziocinio comune,

e ritiene che ciò ch’è già successo

non possa più ripetersi nel tempo.

Ci fu mai donna innamorata al mondo

che, avendo fatto tutto il suo possibile

per mostrar quanto vale,

non si sia poi conquistato l’amore?…

La malattia del re…

Forse l’impresa mia potrà fallire,

ma le mie intenzioni sono ferme,

né mi verranno meno a porla in atto.

(Esce)

SCENA II - Parigi, il palazzo reale.

Fanfara di cornette. Entra il RE DI FRANCIA,

con in mano una lettera, e con CORTIGIANI.

RE -

Fiorentini e senesi sono in guerra.

Finora han combattuto a sorti pari,

e seguitano a darsele di brutto.

PRIMO CORTIGIANO -

Così ci viene riferito, sire.

RE -

E c’è da crederci. Lo dà per certo,

d’altronde qui nostro cugino Austria,

(Mostra la lettera)

e ci avverte altresì che i Fiorentini

ci chiederanno aiuti; al qual proposito

il nostro caro parente, mi sembra,

anticipando ogni nostro giudizio,

vorrebbe che opponessimo un rifiuto.

PRIMO CORTIGIANO -

Il suo affetto per voi e la saggezza

di cui v’ha dato spesso prove, sire,

perorano per lui il più alto credito.

RE -

Il suo consiglio infatti ci ha convinti

della risposta che dobbiamo dare:

e Firenze([9]) s’avrà da noi un “no”

prima ancora di farci la richiesta.

Ciò non toglie che tutti i nostri nobili

che intendano combattere in Toscana

possano aver da noi ampia licenza

di schierarsi con l’una o l’altra parte.

SECONDO CORTIGIANO -

Ciò potrà ben servir da addestramento

pei nostri nobili, così bramosi

di respiri e d’azione all’aria libera.

Ma chi arriva?

PRIMO CORTIGIANO -

È il giovane Bertramo,

conte di Rossiglione, mio signore.

Entrano BERTRAMO e PAROLLES

RE -

(A Bertramo, scrutandolo dall’alto in basso)

Giovane, tu hai il volto di tuo padre:

la prodiga natura,

più provvida e studiosa che avventata,

t’ha conformato bene.

Possa tu derivare da tuo padre

anche le belle sue virtù morali.

Benvenuto a Parigi.

BERTRAMO -

Grazie, sire.

V’offro la piena mia disposizione.

RE -

Ah, riaver nelle membra quel vigore

di quando ci cimentavamo insieme

da amici, nelle prime prove d’armi!

Egli s’addentrò poi più pienamente

nell’arte militare di quel tempo,

alla scuola dei più grandi strateghi,

e ci rimase a lungo; ma l’età,

questa infernale perfida nemica,

scese furtiva poi sui nostri corpi,

e ci ridusse entrambi fuori d’uso.

Mi reca proprio gran sollievo al cuore

parlare di quell’ottima persona

che fu tuo padre: egli ebbe, in giovinezza,

quello spirito, vivido, frizzante

che possiamo bensì ben osservare

nella giovane nobiltà di adesso;

ma costoro s’esercitano invano

nell’arte dell’arguzia: i lor motteggi

non saranno notati da nessuno

e si ritorceranno su di loro

fino a quando non si decideranno

a nasconder la loro leggerezza

col merito, sul campo dell’onore.([10])

Cortigiano perfetto,

erano in lui fierezza ed ardimento

completamente scevri tuttavia

da rudezza o alterigia;

e s’era in lui di queste qualche volta

alcuna traccia, n’erano motivo

persone del suo rango, e il suo onore,

in quei casi, clessidra di se stesso,

conosceva l’esatto modo e tempo

in cui dar voce al biasimo, e la lingua

si faceva obbediente alla sua mano.

Gli inferiori trattava come pari,

chinando al lor livello la sua altezza,

e, umiliato dall’umile lor lode,

s’inorgogliva della sua umiltà.

Un tal uomo potrebbe esser modello

a questi nostri più giovani tempi,

e, ben seguito, ci farebbe accorgere

quanto siano involuti e in declino.

BERTRAMO -

Vedo, maestà, che in voi la sua memoria

splende più viva e ricca

che sopra la sua tomba; il suo epitaffio

non lo dipinge là altrettanto vero

quanto questi regali vostri accenti.

RE -

Potessi averlo ancora qui con me!

Diceva sempre (mi par di sentirlo:

le sue parole, sempre sì sagaci,

non le versava solo negli orecchi,

le innestava negli animi degli altri

perché crescessero e fruttificassero),

diceva sempre, quando l’umor triste

lo prendeva alla fine e come seguito

dei momenti di gran spensieratezza:

“Non fatemi più vivere,

“quando ad alimentare la mia fiamma

“non ci sarà più olio sufficiente;

“ch’io non abbia a restare lo stoppino

“fumoso in mezzo a più giovani spiriti

“i cui vigili sensi hanno a disdegno

“tutto che non sia nuovo,

“e i cui cervelli altro non san fare

“che inventar nuove mode,

“che duran meno della stessa moda”.

Questo augurio faceva egli a se stesso;

e questo è ora il mio, dopo di lui:

poiché non posso più portare a casa

cera o miele, ch’io possa scomparire

rapidamente dal mio alveare,

per lasciar posto alle nuove operaie.

SECONDO CORTIGIANO -

Voi siete amato, sire.

E coloro che v’amano di meno

sentiranno per primi la mancanza

di vostra altezza, se ci mancherete.

RE -

Certo, occupo un posto.

(A Bertramo)

Conte, da quanto tempo è deceduto

il medico di casa di tuo padre?

Era un nome famoso.

BERTRAMO -

Son circa sei mesi, mio signore.

RE -

Se fosse ancora vivo,

avrei potuto forse far ricorso

con migliore speranza alle sue cure…

Datemi il braccio… Gli altri m’han consunto

a forza di provare e riprovare…

Ormai in me natura e malattia

baruffano a lor pieno piacimento.

Sii benvenuto conte,

non mi sei meno caro tu di un figlio.

BERTRAMO -

Grazie a vostra maestà.

(Escono)

SCENA III - Rossiglione, il palazzo del conte.

Entrano la CONTESSA, RINALDO e IL LAVA([11])

LA CONTESSA -

Ora posso ascoltarvi: che mi dite

di questa gentildonna?([12])

RINALDO -

Mia signora,

la mia sollecitudine costante

nel soddisfare i vostri desideri

spero si trovi scritta nel curriculo

dei miei servizi resi fino ad oggi;

ché a metterci a vantare noi per primi

i nostri meriti, facciamo torto

in primo luogo alla nostra modestia,

e insozziamo la loro limpidezza.

CONTESSA -

(Verso il buffone)

Che ci sta a fare qui questo gaglioffo?

Via, via, messere! È solo per pigrizia

che non do credito alle lamentele

che sento numerose sul tuo conto;

perché so che sei stupido abbastanza

da combinare ogni sorta di guai

ed abbastanza abile

da commettere certe birbonate.([13])

LAVA -

Non v’è ignoto, signora,

ch’io sono un poveraccio.

CONTESSA -

Bene, Lava.

LAVA -

Eh, no, non tanto bene ch’io sia povero,

anche s’è vero che son molti i ricchi

che si dannano; ma se vostra grazia

mi dà il permesso di metter su casa,

Isbèl ed io (Isbèl è la mia donna)

ce la potremo cavare alla meglio.

CONTESSA -

Ti vuoi ridurre a chieder l’elemosina?

LAVA -

Comincio intanto a chieder l’elemosina

del vostro beneplacito, nel caso.

CONTESSA -

Quale caso?

LAVA -

D’Isbèl e mio, signora.

La servitù non è ereditaria,

e credo che non avrò mai dal cielo

la sua benedizione fino a tanto

che non avrò una prole dei miei lombi;

i figli sono infatti, come dicono,

sante benedizioni.

CONTESSA -

Ma il motivo

per il quale t’induci a prender moglie?

LAVA -

Lo richiedono i poveri miei lombi,

signora; mi ci pungola la carne,

e se il diavolo pungola, signora,

non c’è niente da fare, ci si va.

CONTESSA -

Tutti qui i motivi che sa addurmi

vossignoria?

LAVA -

Oh, in coscienza, signora,

ce n’è altri, ed altrettanto sacri.

CONTESSA -

Può conoscerli il mondo dei mortali?

LAVA -

Signora, sono stato un peccatore

come voi, come tutti in carne e sangue,

e mi sposo perché possa pentirmi.

CONTESSA -

Ti pentirai di esserti sposato

prima di tutti gli altri tuoi peccati.

LAVA -

Non ho amici, signora; e spero bene

poterne avere in grazia di mia moglie.

CONTESSA -

Gli amici che ti fa “in grazia sua”,

brutto furfante, sono tuoi nemici.

LAVA -

Vedo, signora, che in fatto di amici

non ne capite molto:

quei furfanti faranno al posto mio

quello ch’io sono ormai stufo di fare.

Chi ara la mia terra al posto mio

fa risparmiare fatica ai miei buoi

e lascia poi a me tutto il raccolto.

Se mi tiene per becco,

è lui il mio bracciante tuttofare;

chi diverte mia moglie fa un servizio

a pro della mia carne e del mio sangue;

e chi della mia carne e del mio sangue

si dà premura, vuol dire che l’ama;

e chi ama la mia carne e il mio sangue

vuol dire ch’è mio amico:

ergo chi fa l’amore con mia moglie

mi fornisce una prova d’amicizia.

Se tutti gli uominifossero paghi

e soddisfatti di quello che sono,

il matrimonio non avrebbe rischi.

Il giovin Cotoletta puritano

ed il vecchio papista Mangiapesce,([14])

per divisi che siano i loro cuori

in quanto alla lor fede religiosa,

in quanto a comprendonio son tutt’uno:

potrebbero scornarsi l’un con l’altro

come due cervi dello stesso branco.

CONTESSA -

Quando la smetterai, grossa canaglia,

d’essere uno sboccato maldicente?

LAVA -

Sono un profeta, signora, un profeta

che dice il vero senza mezzi termini:

“Io vi ricanterò qui la ballata

“che l’uomo sempre vera ha ritrovata:

“i matrimoni il fato li procura,

“ma il cucù cantò sempre per natura”.([15])

CONTESSA -

Adesso va’; ne riparliamo dopo.

RINALDO -

Vi piaccia incaricare lui, signora,

di dire ad Elena di venir qui,

perché è di lei che vi dovrei parlare.

CONTESSA -

Messere, andate a dire alla mia dama,

Elena, intendo, che vorrei parlarle.

LAVA -

(Cantando)

“Lei disse: fu per questa bella faccia

“che i Greci andarono a bruciare Troia?

“Fu certo un’azionaccia.

“Fu ella forse di Priamo la gioia?

“Su questo sospirando si fermò

“e poi così parlò:

“se in mezzo a nove una buona ce n’è,

“una buona su dieci sempre c’è.”

CONTESSA -

Che! Una buona su dieci?

Sciagurato, mi stroppi la canzone!

LAVA -

Non la stroppio, signora, ve la spurgo,

dicendo che su dieci almeno una

ce n’è di buona. Dio così volesse

provvedere di anno in anno il mondo!

S’io fossi il loro parroco,

con una tale decima di donne

non avrei proprio nulla da ridire.([16])

Una su dieci, dice, eh? Che pacchia!

Ne nascesse una buona

solo ad ogni passaggio di cometa

o sol magari ad ogni terremoto,

se n’alzerebbe subito la media

nell’urna della loro lotteria;([17])

oggigiorno ad un uomo è più facile

estrarre dal suo petto il proprio cuore

che estrarre da quell’urna quella giusta.

CONTESSA -

Adesso però va’, messer briccone,

a fare quello che t’ho comandato.

LAVA -

Guarda un po’ come deve andare il mondo!

Che un uomo debba esser comandato

da una donna, senza che il mondo crolli.

L’onestà se non è sol puritana,

non fa male a nessuno;

basta che si rassegni ad indossare

la cotta candida dell’umiltà

sulla tonaca nera d’un gran cuore.([18])

Va bene, me ne vado!

Dirò ad Elena di venir qui.

(Esce)

CONTESSA -

Bene. Allora sentiamo. Dicevate?

RINALDO -

Io so, signora, quanto voi amiate

questa giovane vostra nobil dama.

CONTESSA -

Sì, molto, in fede mia, lo posso dire.

Suo padre l’ha lasciata a me affidata,

e, del resto, pur senza altra cagione,

ella, di per se stessa, ha pieno titolo

a ricevere quanto affetto trova;

merita più di quanto le vien dato,

ed io farò che le sia sempre dato

più di quanto ella possa domandare.

RINALDO -

Signora, vi dirò, mi son trovato,

non visto, poco fa vicino a lei,

più ch’ella, penso, non desiderasse.

Era sola e parlava con se stessa

ad alta voce, per le proprie orecchie,

convinta, giurerei, che nessun altro

stesse lì ad udir le sue parole.

Il cui tenore, si capiva bene,

era l’amore suo per vostro figlio.

La Fortuna - ho sentito che diceva -,

non è una dea, se ha posto tra noi due

tanta disparità di condizioni;

nemmeno è un dio Amore,

se usa esercitare il suo potere

solo tra due che son di pari rango;

né Diana è la patrona delle vergini,

se lascia che una povera sua adepta

venga colta indifesa al primo assalto,

senza speranza poi d’esser da lei

riscattata. E diceva tutto questo

con un amaro accento di dolore

quale mai profferire avevo udito

dalle labbra di vergine fanciulla;

e ho creduto che fosse mio dovere

portarvene senz’altro a conoscenza,

perché se danno dovesse venirne,

voi non foste senz’esserne al corrente.

CONTESSA -

E bene avete fatto ad informarmene.

Tenetelo però solo per voi.

Della faccenda m’ero già avveduta

per molti segni, ma così oscillanti

sulla bilancia del mio sospettare,

da non saper se crederlo o non crederlo.

Ora andate pei fatti vostri, prego,

e grazie per il vostro onesto zelo.

Più tardi avrò qualcosa ancor da dirvi.

(Esce Rinaldo)

È accaduto anche a me, in gioventù;

son cose di natura,

e noi della natura siamo figlie.

Questa spina appartiene giustamente

alla rosa dell’età nostra giovane;

è nostro sangue, ed è nata con esso.

È della realtà della natura

segno e sigillo l’amorosa impronta

ch’è stampata nell’animo dei giovani.

A ricordare i nostri giorni andati,

tali erano altresì i peccati nostri,

che non erano tali allor per noi.

Entra ELENA

(A parte)

E quel peccato lei, lo vedo bene,

ora, ce l’ha nell’occhio.

ELENA -

Mi volevate parlare, signora?

CONTESSA -

Tu sai ch’io sono, Elena, una madre

per te.

ELENA -

La mia onorata signora.

CONTESSA -

No, una madre. Perché non una madre?

Quando ho detto “una madre” m’è sembrato

che avessi visto un serpe!

Che cosa c’è nella parola “madre”

da farti trasalire in questo modo?

Dico che son tua madre,

perché ti annovero fra le creature

che ho portate nel grembo.

Non di rado si vede l’adozione

stare al pari con la paternità,

e un’estranea sementa

riprodurci un indigeno virgulto.

Tu non m’hai fatto gemere di doglie

e tuttavia per te ho mostrato sempre

le cure d’una madre per la figlia.

Ragazza mia, per carità di Dio,

ti senti proprio raggelare il sangue

al sentir dire che sono tua madre?

Che hai? Perché ti cerchia le pupille

Iride variopinta, l’inclemente

messaggera di pianto?

Tanto ti duole d’esser mia figlia?

ELENA -

Di non esserlo, anzi.

CONTESSA -

Ma se ti dico che sono tua madre!

ELENA -

Dovrei chiamare allora mio fratello

il conte vostro figlio?…

No, signora, dovete perdonare,

ma questo non può essere. Il mio nome

è umile, il suo chiaro ed illustre;

nessuno della mia famiglia è nobile,

della sua tutti; egli è il mio padrone,

il mio caro signore, ed io sua serva:

e tale voglio vivere e morire.

Non può essere egli mio fratello.

CONTESSA -

Né io tua madre?

ELENA -

Voi, lo siete, sì,

e vorrei tanto lo foste davvero,

purché il mio signore vostro figlio…

non fosse mio fratello! Vorrei, sì,

che voi foste la madre sua e mia,

nulla più ardentemente chiedo al cielo:

vostra figlia, senza esser sua sorella.

Non può darsi altrimenti

che, essendo tuttavia io figlia vostra,

egli non debba essermi fratello?

CONTESSA -

Sì, Elena, se tu fossi, mia nuora.

Dio non voglia che tu sia refrattaria

a un tal pensiero!([19]) Tanto ti sconvolgono

questi due nomi di “madre” e di “figlia”?

Impallidisci ancora? I miei timori

scopron la tua passione. Ora m’è chiaro

il mistero della tua solitudine,

e la fonte delle tue salse lacrime.

Ora mi appare del tutto lampante:

tu sei innamorata di mio figlio.

Fantasiose menzogne

con le quali cercassi di negare

un sentimento così manifesto

non valgono. Pertanto sii sincera,

e dimmi che è così, ché le tue guance,

vedi?, se lo confessano a vicenda;

e i tuoi occhi, che parlano a lor modo,

lo vedono mostrato sì palese

nel tuo contegno; solo il tuo peccato

e una colpevole ostinazione

ti legano la lingua

a far sospetta ancor la verità.

Parla, è così? Se davvero è così,

hai ingarbugliato una bella matassa;

e se non è, giurami che non è;

comunque t’ordino, dinnanzi al cielo

che potrà anche servirsi di me

per il tuo bene: di’ la verità.

ELENA -

Perdono, mia signora!

CONTESSA -

Ami mio figlio?

ELENA -

Voi non l’amate?

CONTESSA -

Non tergiversare:

il mio amore per lui

viene da vincolo a tutti noto.

Avanti, su, rivelami il tuo animo,

perché le tue reazioni

l’hanno già pienamente denunciato.

ELENA -

Ebbene, sì, confesso qui in ginocchio

innanzi al cielo e a voi,

che più di voi e solo al ciel secondo,

amo perdutamente vostro figlio.

La mia gente era povera ma onesta;

così il mio amore. Ma non vi adombrate,

ché non gli porta danno essere amato

da una come me. Non lo perseguo

con nessun segno di corteggiamento

presuntuoso, né lo vorrei per me

fin quando non lo avessi meritato,

se pur ancor non so per qual mio merito.

Io so di amare invano,

e di sperare contro ogni speranza;

eppure seguito a riversare

dentro questo ingannevole crivello

incapace di contenerla tutta

la piena straripante del mio amore,

sapendo ch’essa se ne va dispersa;

così, al pari d’un idolatra indiano,

vivo adorando il sole

che volge i raggi sopra il suo devoto,

ma non per questo sa chi esso sia.

Mia signora carissima,

non fate che il vostro odio prenda l’armi

contro l’amore mio, solo perché

amo colui che anche voi amate;

ma se voi stessa, il cui maturo onore

attesta una virtuosa giovinezza,

provaste al vostro tempo una tal fiamma

avvivata da casto e puro affetto,

sì che la vostra Diana era anche Venere,([20])

abbiate compassione, vi scongiuro,

d’una il cui stato non offre altra scelta

che prestare e donar nella certezza

di non avere mai restituzione;

d’una che non va in cerca per trovare

quello di cui va in cerca,

ma, come nell’enigma della favola,([21])

vive la gioia che la fa morire.

CONTESSA -

Non avevi intenzione ultimamente

di recarti a Parigi?

ELENA -

Sì, signora.

CONTESSA -

A far che cosa? Di’ la verità.

ELENA -

Ve la dirò, signora, innanzi a Dio.

Voi sapete che, prima di morire,

mio padre mi lasciò delle ricette

di prodigiosa e provata efficacia

che gli studi e la sperimentazione

gli avevano permesso di comporre

come rimedi di sovrano effetto;

e che mi comandò, per testamento,

di custodirle con estrema cura

siccome contenenti proprietà

superiori alla indicazione esterna.([22])

Tra le altre è indicato uno specifico,

di già provata sperimentazione,

che può curare il male disperato

di cui si dice stia morendo il re.

CONTESSA -

Era questo il tuo unico motivo

per andare a Parigi? Parla franco.

ELENA -

Sì, signora. E l’idea di questo viaggio

venne dal mio signore vostro figlio;

se no, probabilmente sia Parigi,

che quella medicina per il re

sarebbero rimasti ben lontani

dai miei pensieri.

CONTESSA -

E tu ritieni, Elena,

che andando tu a offrirgli il tuo rimedio,

il re accetterebbe di provarlo?

Su una cosa è d’accordo coi suoi medici:

ch’essi non possono fargli più niente,

cosa di cui anch’essi son convinti.

Come potranno dunque prestar credito

a una povera vergine profana

di medicina, quando le lor scuole,

sviscerato l’intero lor sapere,

abbandonano il caso al suo destino?

ELENA -

Ebbene c’è qualcosa in questo farmaco

che trascende perfino la perizia

del padre mio, che pure, lo sapete,

era al vertice della professione:

un qualcosa per cui la sua ricetta

per essermi venuta come lascito

a dispiegar l’effetto suo benefico,

è, come potrei dire?, resa sacra

dall’influsso degli astri più benigni;

e s’io potessi, col consenso vostro,

provarla sulla malattia del re,

sarei disposta, a rischio della vita,

a impegnarmi a ridargli la salute

entro un determinato giorno e ora.

CONTESSA -

Ne sei proprio convinta?

ELENA -

Sì, signora,

e in assoluta e completa coscienza.

CONTESSA -

Se davvero è così come tu dici,

Elena, allora non potrà mancarti

il mio affetto insieme al mio consenso,

e i mezzi e l’assistenza necessari.

Va’, porta i miei saluti più affettuosi

ai miei congiunti a corte. Io resto qui

a pregar Dio per questa tua impresa.

Parti domani, e sii certa di questo:

avrai da me ogni aiuto possibile.

(Escono)


ATTO SECONDO

SCENA I - Parigi, il palazzo reale.

Fanfara di trombe.([23]) Entra il RE con diversi giovani NOBILI in partenza per la guerra in Toscana; da un’altra parte entrano BERTRAMO e PAROLLES con un altro gruppo; i due gruppi si dispongono uno di fronte all’altro intorno al re.

RE -

(Al primo gruppo)

Addio, dunque, miei giovani signori.

Cercate di non far che si disperdano

queste vostre pugnaci aspirazioni.

(Al secondo gruppo)

Ed anche a voi, signori, il mio saluto.

(A tutti)

Spartitevi tra voi il mio consiglio,

dall’una all’altra parte;

se ciascuna se ne farà tesoro,

questo mio dono s’allungherà tanto

che ciascuno ne avrà quanto gli basta.

PRIMO NOBILE -

Sire, è vivissima nostra speranza,

dopo aver fatto buon uso dell’armi,

di trovare, al ritorno, vostra altezza

ristabilita nella sua salute.

RE -

No, questo ormai non sarà più possibile;

pure in cuore ancor non mi confesso

l’infermità che m’assedia la vita.

Buona fortuna, giovani signori;

ch’io viva o muoia, siate degni figli

della migliore nobiltà di Francia.

Fate che l’alta nobiltà d’Italia

- esclusa quella sol rimasta erede

dello sfacelo dell’ultimo impero -([24])

sia testimone che non siete andati

a corteggiar l’onore, ma a sposarlo.

Anche quando il più bravo dei segugi

rinunci ad inseguirla, siate voi

a scovare la preda ed acciuffarla,

e ne salga alto l’eco della fama.

PRIMO NOBILE -

Possa, maestà, obbedire la salute

ai desideri vostri.

RE -

Le ragazze d’Italia! State in guardia:

è proverbiale che al nostro francese

manchino le parole

per dir di no alle loro richieste.

State attenti, perciò,

a non far che cadiate prigionieri

prima ancora di scendere sul campo.

PRIMO e SECONDO NOBILE -

Terremo in cuore i vostri ammonimenti.

RE -

Addio.

(Ai suoi del seguito)

Accompagnatemi di là.

(Si ritira, sorretto, con il seguito)

PRIMO NOBILE -

(A Bertramo)

È un peccato, che voi restiate qui,

amabile signore.

PAROLLES -

Non è per colpa sua, messer Snobetti.([25])

SECONDO NOBILE -

Che bella cosa, però, queste guerre!

PAROLLES -

Magnifica! Ne ho viste io, di guerre!

BERTRAMO -

E io costretto a rimanere a casa,

con la solita solfa: “troppo giovane”,

“l’anno venturo…”, “ancora troppo presto…”

PAROLLES -

Però, ragazzo, se hai quell’idea,

coraggio e sguscia via. Vai anche tu.

BERTRAMO -

Eh, purtroppo m’è forza restar qui

a tirar la carrozza d’una femmina

come un cavallo alla testa d’un tiro,

ed a sentirmi le scarpe scricchiolare

sopra un piancito lucidato a cera,

fin quando poi non ci sarà più onore

da potersi acquistare con la spada,

e sarà sol portata al fianco

per ornamento alle feste da ballo.

Perdio, io me la svignerò di furto!

PRIMO NOBILE -

C’è onore anche nel furto.

PAROLLES -

Sì, fallo, conte.

PRIMO NOBILE -

Ed io vi sarò complice.

Per ora posso dirvi solo addio.

BERTRAMO -

Son diventato una parte di voi,

ed ora il separarmi è una tortura.

PRIMO NOBILE -

(A Parolles)

Salute, capitano!

SECONDO NOBILE -

Caro monsieur Parolles!

PAROLLES -

Nobili eroi,

la mia spada è parente delle vostre:

lustre, brillanti, insomma, buona tempra.

Nel reggimento dei duchi di Spina([26])

incontrerete un certo capitano,

Spurio il nome, con una cicatrice,

un distintivo di combattimento,

sulla guancia sinistra.

È stata opera di questa spada.

Ditegli che son vivo, e state attenti

a tutto quello che dirà di me.

PRIMO NOBILE -

Sarà fatto senz’altro, capitano.

PAROLLES -

Che Marte vi largisca le sue grazie

come sue nuove reclute.

(A Bertramo)

Tu che vuoi fare?

BERTRAMO -

Zitto, arriva il re.

Rientra il RE dal fondo

PAROLLES -

Mostrati di maniere più espansive

con quei giovani nobili signori;

ti sei tenuto a un troppo freddo addio.

Devi esser più cordiale con costoro,

quelli son gente al passo con i tempi;([27])

sanno sfoggiare il giusto portamento,

sanno mangiare, discorrere, muoversi

sotto l’influsso dell’astro più in voga,

e con loro bisogna pur ballare,

foss’anche il diavolo a guidar la danza.

Va’ loro dietro e da’ loro un addio

con più calore.

BERTRAMO -

È quello che farò.

PAROLLES -

Sono degne persone,

sapran mostrarsi buoni spadaccini.

(Escono Bertramo e Parolles)

Entra LAFEU e s’inginocchia al re

LAFEU -

Chiedo il vostro perdono, maestà,

per me e per la notizia che vi porto.

RE -

L’avrai se non mi stai lì inginocchiato.

LAFEU -

(Rialzandosi subito)

Eccomi allora in piedi e perdonato.

Avrei tanto voluto, mio signore,

che foste stato voi a inginocchiarvi

e a chiedere perdono in vece mia

ed a balzare in piedi al mio comando.

RE -

L’avrei voluto anch’io, e perché no,

per spaccarti magari quella zucca

e poi poterti chiedere perdono.

LAFEU -

Proprio spaccata in due!… Povero me!

Mio signore, la mia notizia è questa:

volete che qualcuno vi guarisca

del vostro male?

RE -

No.

LAFEU -

Oh, oh! Non vuole dunque mangiar l’uva

la mia volpe reale?

Eh, ma li mangerebbe certamente

la mia volpe reale i miei bei grappoli,

se gli riuscisse di arrivare a coglierli.([28])

Insomma, ho conosciuto un certo medico([29])

ch’è capace di dar vita in un sasso,

d’animare una roccia, e far che voi

vi mettiate a ballare una canaria([30])

con tutto il fuoco e la mozione giusta;

che col semplice tocco delle dita

può far resuscitare Re Pipino;

che possiede, vi dico, un tal potere

da porre in mano al grande Carlomagno

tanto di calamo, per fargli scrivere

versi d’amore dedicati a lei.

RE -

Lei chi?

LAFEU -

Diamine, sire, il dottor Lei!

È testé giunta a corte, mio signore,

se voleste degnarvi di riceverla.

Ora, sulla mia fede ed il mio onore,

se m’è lecito esprimer seriamente

quello che penso in tal scherzosa forma,

ho parlato, vi dico, con persona

che pel suo sesso, per l’età sua giovane,

per la saggezza delle sue teorie

e la costanza con cui le sostiene

m’ha stupito ben più ch’io possa dire

d’incolparne la mia credulità.

Volete compiacervi di riceverla,

ché questo ella vi chiede, e d’ascoltarla?

Dopo, ridete pure alla mie spalle.

RE -

Ebbene, buon Lafeu, falla passare

questa tua decantata meraviglia,

sì ch’io possa spartirla insieme a te,

o almeno fartene disincantare,

meravigliandomi poi della tua.

LAFEU -

Va bene. E ne sarete soddisfatto

vi dico, prima che tramonti il giorno.

(Esce)

RE -

Il solito suo prologo a qualcosa

che si dimostra poi non esser niente.

Rientra LAFEU con ELENA

LAFEU -

(A Elena, che indugia davanti al re)

Venite avanti, prego.

RE -

Eh, che rapidità, questo Lafeu!

LAFEU -

(A Elena)

Venite avanti… Questi è sua maestà.

Ditegli pure quel che avete a dirgli.

All’apparenza vi si prenderebbe

per un cospiratore;

ma da cospiratori come voi

il re non avrà proprio da temere.

Io mi faccio ora lo zio di Cressida,([31])

e vi lascio qui soli. Arrivederci.

(Esce)

RE -

Dunque, bellezza, par che avete a dirmi

cosa che mi riguarda?

ELENA -

Sì, signore.

Mio padre era Gerardo di Narbona,

ben noto qui nella sua professione.

RE -

Lo conoscevo bene.

ELENA -

Tanto meglio:

ciò mi risparmia di farne le lodi:

conoscerlo bastava.

Sul suo letto di morte il padre mio

m’affidò molte delle sue ricette

una in particolare, ch’era il frutto

il più pregiato delle sue ricerche,

e delle sue esperienze di molti anni,

m’ordinò di tenerla custodita

come la terza delle mie pupille,

anzi meglio e di più delle mie due.

Io così ho fatto. Avendo adesso udito

che vostra maestà è proprio afflitta

da quel male per cui è più efficace

quell’onorato dono di mio padre,

son venuta ad offrirlo a vostra altezza

con tutta la mia umile assistenza.

RE -

Ti ringrazio, fanciulla;

ma non possiamo aver troppa fiducia

ormai d’alcuna cura al nostro male,

quando i nostri dottori più famosi

han tutti desistito,

ed il collegio medico riunito

ha pur concluso che la scienza medica

è incapace, per quanti sforzi faccia,

di riscattare la natura umana

da processi che sono irreversibili.

Io devo aggiungere che non è lecito

a noi macchiare il nostro raziocinio

o avvilire le nostre aspettative

fino a prostituire il nostro male

inguaribile a empirici rimedi,

né dissociar la nostra alta persona

dalla reputazione ch’essa gode,

accettando rimedi irrazionali,

quando consideriamo irrazionale

sperare ormai in qualsiasi rimedio.

ELENA -

Quand’è così, signore,

sarà giusto compenso alle mie pene

il dovere compiuto. Non insisto

ad imporvi per forza i miei servigi;

vi chiedo solo, umilissimamente,

di poter riportare con me indietro

soltanto un vostro modesto pensiero.

RE -

Meno di questo non potrei concederti

senza passare da irriconoscente.

Ti sei offerta di recarmi aiuto,

ed io ti rendo quei ringraziamenti

che può offrire chi è prossimo a morire

a chi ha desiderato ch’ei vivesse.

Ma del mio male, che conosco a fondo,

tu non conosci nulla;

io so qual è il mio stato di pericolo,

tu non conosci l’arte.

ELENA -

Quand’è così, non vi può recar danno

ch’io tenti tutto quel che posso fare,

dal momento che avete ormai puntato

tutta la posta contro ogni rimedio.

Colui che fa le opere più grandi

molte volte si serve, ad eseguirle,

del più piccolo e debole ministro.

Le Divine Scritture ci tramandano

di bambini dotati di giudizio,

quando giudici si son dimostrati

bambini; immensi fiumi spesso sgorgano

da minuscole polle;

grandi mari si sono prosciugati

quando i grandi negavano i miracoli.

Spesso le aspettative son deluse

proprio laddove meglio esse promettono;

e s’avverano dove la speranza

è morta e cede alla disperazione.

RE -

Non posso darti ascolto.

Addio gentil fanciulla. Le tue cure

non fruite, te le dovrai pagare

di tasca tua; le offerte non fruite

non possono ricevere altro compenso

che un “grazie” a voce.

ELENA -

Un alito di voce

può respinger così un beneficio

ispirato da cielo. Non così

è con Colui che conosce ogni cosa.

Noi formiamo le nostre convinzioni

sull’apparenza; e, troppo presuntuosi,

consideriamo l’aiuto del cielo

alla stregua dei nostri fatti umani.

Caro signore, date il vostro assenso

a questo tentativo: sarà il cielo

non io a compiere l’esperimento.

Non son tale impostore

da proclamare d’aver fatto centro

prima ancora d’aver preso la mira;

ma so di credere, e credo per certo,

che la mia arte ha il suo potere,

e il vostro male non è senza cura.

RE -

Sei così fiduciosa?

E in quanto tempo speri di guarirmi?

ELENA -

Se la Grazia celeste mi fa grazia,

sarà prima che i cavalli del sole

abbian fatto percorrere due volte

al fiammeggiante lor torciere-auriga([32])

il diurno suo giro intorno al mondo,

e prima che due volte Espero rorido([33])

abbia stemprato l’assonnata lampada

nell’umido caliginoso occaso;

prima che la clessidra del nocchiero

abbia segnato ventiquattro volte

lo scorrere furtivo dei minuti,

ciò che di voi è infermo

lascerà l’altre vostre membra sane,

la salute vivrà libera in voi

e il vostro male si dileguerà.

RE -

Quale posta sei tu pronta a rischiare

su questa tua fiduciosa certezza?

ELENA -

La condanna di femmina impudente,

di temeraria sfacciata sgualdrina,

il generale pubblico ludibrio,

il mio nome di vergine

fatto argomento di oscene ballate

e marchiato d’infamia; o peggio ancora

che la mia stessa vita si concluda

tra le più vili e infamanti torture.

RE -

Mi pare di sentir parlare in te

la voce d’uno spirito divino

in un esile organo,

onde ciò che al buon senso pare assurdo,

acquista senso su un diverso piano.

La tua vita è preziosa,

poiché in te è raccolto ed esaltato

tutto quello può chiamarsi degno

del nome vita: gioventù, bellezza,

discernimento, dignità, coraggio…

tutto ciò che felicità e freschezza

di gioventù possono dir felice.

Per metterla a tal rischio,

tu devi possedere la certezza

d’una perizia quasi illimitata,

o una mostruosa temerarietà.

Proverò dunque, dolce guaritrice,

il tuo farmaco; ma, se morirò,

ricordati: sarà per te la morte.

ELENA -

Se andrò al di là del termine indicato,

o mancherò altrimenti a quel che ho detto,

mi sia pur data morte,

senza pietà: l’avrò ben meritato:

sarà questa la giusta mia mercede,

se non sarò riuscita a guarirvi.

Ma se riesco, che mi promettete?

RE -

Chiedilo tu.

ELENA -

Ma voi lo manterrete?

RE -

Sì, su questo mio scettro

e sulle mie speranze di salvezza.

ELENA -

Allora, con la tua mano regale,

mi darai qual marito in tuo potere

io ti richiederò. Rimanga escluso

ch’io sia tanto arrogante da pretendere

di sceglierlo fra la regal progenie

di Francia, con l’intento di innestare

il mio modesto ed umile casato

ad un qualsiasi ramo o simulacro

del tuo ceppo; ma uno, un tuo vassallo,

ch’io sappia d’esser libera di chiedere,

come tu di concedere.

RE -

D’accordo,

eccoti la mia mano.

Attuate che avrai le tue promesse,

il tuo volere mi troverà pronto

a soddisfarlo. Scegli tu il momento,

ché ormai son ben deciso

ad affidarmi a te e alle tue cure.

Di te vorrei però saper di più,

anche se ciò non gioverebbe molto

ad accrescere in te la mia fiducia:

da dove vieni, con chi sei venuta…

Ma no, rimani pur la benvenuta

senza interrogatorio, e benedetta

senza sospetto.

(Ai servi)

Ehi, voi, sorreggetemi.

(A Elena)

Se il tuo procedere nei miei riguardi

sarà all’altezza della tua parola,

i miei atti saranno ad esso pari.

(Trombe. Escono)

SCENA II - Rossiglione il palazzo del conte.

Entrano la CONTESSA e IL LAVA

CONTESSA -

Orsù, voglio vedere, signor mio,

fino a che punto sei bene istruito.

LAVA -

Ben nutrito potrete ben vedermi,

signora; bene istruito, un po’ meno.

Del resto tutto quel che devo fare

se non si tratta che d’andare a corte…

CONTESSA -

E già, “a corte!” Perché, c’è altro luogo

che consideri più altolocato,

per parlarne con tanta degnazione?

“Se non si tratta che d’andare a corte…”

LAVA -

Bah, signora: se uno ha avuto in dono

dal Padreterno un po’ di gentilezza,

unita a un poco di buone maniere,

gli sarà facile spacciarle a corte;

ma chi non sa come fare un inchino,

scoprirsi il capo, baciarsi le dita

e spiccicare due parole insieme,

vuol dire che non ha ginocchia, mani,

labbra o cappello, e, a dirla francamente,

a corte se la caverebbe male.

Ma io, per me, ho una risposta a tutto.

CONTESSA -

Vergine santa, chi sa che risposta

sarà, di quanto abbondante in larghezza,

per adattarsi a tutte le domande!

LAVA -

È come il seggiolone del barbiere

che va bene per tutti i deretani:

il pizzuto, il robusto, lo spianato,

qualsiasi deretano.

CONTESSA -

Sarebbe a dire che la tua risposta

s’adatta bene a qualsiasi domanda?

LAVA -

Sì, come dieci grosse([34])

alla mano di un basso mozzorecchi,

o la corona francese([35]) alla zucca

d’una sgualdrinelluccia in taffettà;

o l’anello di giunco di Pierina

al dito di Pierino;

o come la frittella al Carnevale;

o come la moresca al primo maggio;([36])

il chiodo al buco, le corna al cornuto,

la bisbetica all’uomo attaccabrighe,

come le labbra d’una monachina

alla bocca d’un frate… che dir più?

come la carne insaccata alla pelle.

CONTESSA -

Insomma, dico, avresti una risposta

per chiunque ti faccia una domanda?

LAVA -

Dal duca in giù, fino all’ultimo sbirro.

CONTESSA -

Dev’essere davvero una risposta

di dimensioni quanto mai mostruose,

per adattarsi a tutte le domande.

LAVA -

Macché, una bagattella, v’assicuro,

se fosse un istruito a definirla.

Eccola a voi, con annessi e connessi:

chiedetemi se sono un cortigiano;

non vi farà alcun danno ad impararla.

CONTESSA -

Vediamo: tanto per tornare giovane

- magari lo potessimo! - da sciocca

ti faccio allora io quella domanda

nella speranza che la tua risposta

mi comunichi un grano di saggezza:

“Signore, prego, siete un cortigiano?”

LAVA -

(Imitando i modi leziosi di un cortigiano)

“Oh, là là, mio signore!”… Questo è niente,

un primo assaggio… Ancora, ancora, cento…

CONTESSA -

“Signore, sono un vostro umile amico

che vi vuol bene…”

LAVA -

(c.s.)

“Oh, là là, mio signore!”…

Su, su, incalzatemi, senza risparmio!

CONTESSA -

“Credo, signore, che non mangerete

di questo cibo troppo casalingo”.

LAVA -

“Oh, là, là”… Sotto, sotto, sempre più,

mettetemi alle strette, e sentirete.

CONTESSA -

“V’hanno frustato bene ultimamente,

credo, signore”.

LAVA -

“Oh, là là, signore!”…

Su, su non risparmiatemi! Insistete!

CONTESSA -

Sicché a uno che ti fustigasse

risponderesti: “Oh, là, là, signore!”

con l’aggiunta di : “Su, non risparmiatemi”?

Quel “là là” segue bene le frustate,

risponderesti bene alle frustate,

se volessi tenerti a quelle frasi.

LAVA -

Questo “Oh, là là, signore!”

non m’è andato mai male in vita mia

come ora con voi;

certe cose, bisogna riconoscerlo,

possono funzionare anche per molto,

ma non per sempre ed in ogni occasione.

CONTESSA -

Ma io sto recitando con il tempo

la parte della nobile anfitriona,

passandolo così svagatamente

con un buffone.

LAVA -

“Oh, là là, signora!”…

Ecco, stavolta ha funzionato bene!

CONTESSA -

Basta, torniamo a quel che devi fare.

Rècati a corte([37]) e porta questo ad Elena,

(Gli consegna una lettera chiusa)

e di’ che ti dia subito risposta.

Salutami mio figlio e i miei parenti.

Non mi pare poi molto.

LAVA -

Non è molto che cosa: il salutarli?

CONTESSA -

No, tutto quanto quel che devi fare.

Hai capito il concetto?

LAVA -

Pienamente.

Sono già là, prima delle mie gambe.

CONTESSA -

E ritorna con pari speditezza.

(Escono da parti opposte)

SCENA III - Parigi, il palazzo reale.

Entrano BERTRAMO, LAFEU e PAROLLES;

questi sfoggia intorno al collo sciarpe di colori diversi

LAFEU -

Dicono che i miracoli

son cose che avvenivano in passato,

ora che abbiamo i nostri sapientoni

a renderci correnti e quotidiane

cose che un tempo gli uomini tenevano

per soprannaturali ed inspiegabili.

Sicché oggidì noi ci facciamo scherno

dei terrori dei nostri padri antichi,

rifugiandoci in una conoscenza

che tuttavia è soltanto apparente,

quando sarebbe giusto sottostare

comunque alla paura dell’ignoto.

PAROLLES -

Eh, sì, in coscienza, questa guarigione

è la più straordinaria meraviglia

di cui si sia parlato tra la gente

nel mondo da gran tempo a questa parte.

BERTAMO -

Infatti, sì.

LAFEU -

Dopo che tutti i medici

l’avevano già dato per spacciato…

PAROLLES -

Già, i vari Galeno e Paracelso

di casa nostra…

LAFEU -

… e tutti i più sapienti

e addottorati…

PAROLLES -

Eh, no? Lo dico anch’io.

LAFEU -

… che lo consideravano incurabile…

PAROLLES -

Già, questo è il punto.

LAFEU -

… irrimediabilmente.

PAROLLES -

… come se ormai non gli restasse più…

LAFEU -

La vita è incerta e sol la morte è certa.

PAROLLES -

Eh, me l’avete tolto dalla bocca.

LAFEU -

Posso affermare in tutta verità

che mai si vide al mondo cosa simile.

PAROLLES -

Appunto; ed a volerne la conferma,

si può leggerla in quel… come si chiama…

LAFEU -

(Citando a memoria)

“Dimostrazione di un divino effetto

“su soggetto terrestre”.

PAROLLES -

Per l’appunto:

l’avevo sulla punta della lingua.

LAFEU -

Eccolo là, più vispo di un delfino.

In quanto a me, parlando con rispetto…

PAROLLES -

È strano, molto strano, questo è il fatto,

detto in parole povere;

e sarebbe perverso non vederci…

LAFEU -

… la mano stessa del cielo…

PAROLLES -

Sì, giusto.

LAFEU -

… che s’è manifestata nel più debole…

PAROLLES -

… e nel più umile dei suoi ministri

con tal potere, con tal trascendenza

da indurci a ripensare d’impiegarla

oltre la guarigione d’un sovrano,

sì da poter riscuotere, io dico…

LAFEU -

… un riconoscimento universale.

Entra il RE con ELENA e seguito

PAROLLES -

Giusto, così dicevo. Ma ecco il re.

LAFEU -

“Lustig”,([38]) come direbbe un olandese.

Finché avrò denti in bocca, giuraddio,

voglio amare le donne alla follia.

Guardalo là, sarebbe ora capace

di ballare con lei una corrente!([39])

PAROLLES -

“Mort du vinaigre!”([40])… Quella non è Elena?

LAFEU -

Perdio, direi di sì.

RE -

(A uno del seguito)

Va’ a dire a tutti i nobili di corte

di radunarsi qui, davanti a me.

(Esce il servo)

(A Elena)

Siedi, mia salvatrice, accanto a me,

vicino al tuo paziente risanato,

e da questa mia mano

i cui perduti sensi hai richiamato

ricevi un’altra volta ufficialmente

la conferma del dono a te promesso.

Devi soltanto pronunciare il nome.

(Entrano alcuni giovani NOBILI)

Bella fanciulla, guàrdati ora intorno:

questa accolta di giovani signori

pende dalla mia bocca

di sovrano e paterno lor tutore

per prender moglie. Sono tutti scapoli.

Scegli liberamente tra di loro.

Da me tu hai la facoltà di scegliere,

non essi quella di dirti di no.

ELENA -

A ciascuno di voi possa toccare,

quando nel vostro cuore spiri amore,

sposa bella e virtuosa. Tranne ad uno.

LAFEU -

(A parte)

Darei il mio baio e tutti i finimenti

per avere la dentatura sana

e la barba di questi giovanotti

così poco spinosa.

RE -

(Ad Elena)

Guardali bene. Non ce n’è nessuno

tra loro che non abbia un padre nobile.

ELENA -

Gentiluomini, il cielo, per mio tramite

ha ridonato la salute al re.

PRIMO NOBILE -

Ne siamo consapevoli,

e ne rendiamo grazie a Dio e a voi.

ELENA -

Io non sono che una fanciulla vergine,

e in questo sta tutta la mia ricchezza:

nel dichiararmi una fanciulla vergine.

Piaccia a vostra maestà, io ho finito.

Il rossore che avvampa le mie guance

sento che mi sussurra: “Sono qui,

perché tu sei di fronte ad una scelta,

ma se sarai respinta, al posto mio

scenda per sempre sopra le tue guance

il bianco della morte”.

RE -

Fa’ intanto la tua scelta. Poi vedremo.

Chi respinge il tuo amore

respinge insieme ad esso il mio favore.

ELENA -

Diana, ecco, io fuggo dal tuo altare,([41])

e volgo i miei sospiri

all’Amore, imperiale, eccelso iddio.

(Al Primo Nobile)

Signore, siete pronto ad ascoltare

la mia richiesta?

PRIMO NOBILE -

Ed anche ad esaudirla.

ELENA -

Grazie, signore. Il seguito è silenzio.([42])

LAFEU -

(A parte)

Perdio, mi giocherei la vita ai dadi,

a costo di buttare giù due assi,

per potermi trovare in mezzo a loro!([43])

ELENA -

(Al Secondo Nobile)

La fierezza che v’arde, mio signore,

in quei begli occhi prima ancor ch’io parli,

è una risposta troppo minacciosa.

Amore faccia le vostre fortune

venti volte al disopra di colei

che qui ve l’augura e del suo umile

modesto amore.

SECONDO NOBILE -

Non chiedo di meglio.

ELENA -

Vogliate dunque accettare i miei voti

e il cielo li esaudisca. Vi saluto.

LAFEU -

(c.s.)

Possibile che tutti la ricusino?

Fossero figli miei li frusterei,

o li manderei tutti dal Gran Turco,

per farne eunuchi per il suo serraglio.

ELENA -

(Al Terzo Nobile)

Non abbiate timore, cavaliere,

ch’io voglia prendere la vostra mano.

V’ho riguardo. Non vi farò mai torto.

Il cielo benedica i vostri voti,

e possiate trovar nel vostro letto

più vaga sorte, se vi sposerete.([44])

LAFEU -

(c.s.)

Questi ragazzi son fatti di ghiaccio:

non la vuole nessuno. Son bastardi

di padre inglese, costoro, è sicuro.

I Francesi non fan figli così.

ELENA -

(Al Quarto Nobile)

Voi siete troppo giovane,

troppo gioviale e troppo altolocato

per regalarvi un figlio dal mio sangue.

QUARTO NOBILE -

Non lo credo, bellezza.

LAFEU -

(A parte, osservando Bertramo)

Resta un chicco dal grappolo,

e tuo padre, son certo, amava il vino;

e tu non sei un asino, lo so,

com’io non sono più uno scolaretto

quattordicenne: ti conosco già.

ELENA -

(A Bertramo)

Non oso dir: “Vi prendo”,

ma che dono me stessa e i miei servigi

per tutta la mia vita al tuo potere

e alla tua guida. Sire, questo è l’uomo.

RE -

Bertramo, prendila, dunque, è tua moglie.

BERTRAMO -

Mia moglie, sire! La vostra maestà

vorrà concedermi in questa faccenda

ch’io mi faccia aiutare dai miei occhi.

RE -

Non sai quello che ha fatto ella per me?

BERTRAMO -

Sì, signore, lo so;

ma non spero di poter mai sapere

perché la dovrei prendere per moglie.

RE -

Sai che m’ha fatto alzare

dal mio letto di atroce sofferenza.

BERTRAMO -

E dovrebbe discenderne,

che l’aver fatto ella alzare voi

dovrebbe far calare in basso me?

Io la conosco bene: ella è cresciuta

in casa mia, a spese di mio padre.

Io, prenderla per moglie!

Sia causa il mio rifiuto di costei

piuttosto di perenne mia disgrazia

mio signore!

RE -

S’è solo la mancanza

in lei d’un titolo che tu disdegni,

io posso facilmente rimediarvi.

È ben strano che il sangue di noi uomini,

per colore, per peso e per calore

in tutti identico, se mescolato

l’un con l’altro sarebbe indistinguibile,

e si debbano invece attribuire

ad esso tali e tante differenze.

S’ella assomma in se stessa ogni virtù

salvo quella che dici di sdegnare

(esser lei figlia d’un povero medico)

tu sdegni la virtù per un blasone.

Non farlo. Quando opere virtuose

procedono da origine modesta

la loro origine trae dignità

da chi le compie, non dai suoi antenati.

E dove in titoli gonfi e sfarzosi

non alberga virtù, l’onore è idropico.

Il bene è bene da sé, senza nome;

così il male; la qualità è stimata

per quel che è, non pel nome che porta.

Ella è giovane, giudiziosa, bella,

e questi doni ha tutti ereditati

direttamente da madre natura,

e son essi che generano onore.

È un onore da burla, per converso,

quello di chi si vanta d’esser figlio

dell’onore, e non è come suo padre.

Fiorisce onore quando dai nostri atti

ci viene, più che da quelli degli avi.

Onore è termine anche spregevole,

quando è buttato, mendace epitaffio,

su ogni pietra tombale, su ogni tomba;

e spesso muto laddove la polvere

e un maledetto oblio coprono ossa

veramente onorate. Che più dirti?

Se ti senti di amar questa creatura

per la fanciulla semplice che è,

io, per lei, sono pronto a fare il resto.

Ella e la sua virtù son la sua dote;

ricchezza e titolo li avrà da me.

BERTRAMO -

Non mi sento di amarla,

e non voglio forzar me stesso a farlo.

RE -

Ma fai torto a te stesso

se pretendessi di scegliere altrove.([45])

ELENA -

Io son felice di avervi guarito,

signore. Al resto non pensiamo più.

RE -

È in gioco il mio onore,

e per difenderlo sono deciso

ad usare la mia autorità.

Su, prendila per mano,

orgoglioso e protervo giovinotto,

indegno d’un tal dono prelibato,

che cerchi, con spregevoli pretesti,

di mettere alla gogna l’onor mio

e i meriti di lei; non pensi tu

che se mettiamo la nostra persona

sul suo più alto piatto, la bilancia

farebbe tracollare quello tuo

fino al soffitto? Sai ch’è in noi il potere

di piantare la pianta del tuo onore

sul terreno sul quale piace a noi

di farlo crescere. Vedi perciò

di saper contenere il tuo disprezzo.

Obbedisci alla nostra volontà

che s’adopra soltanto pel tuo bene.

Non dar retta all’orgoglio;

rendi alle tue fortune l’obbedienza

che il dovere di suddito t’impone

e che la nostra potestà reclama,

ch’io non abbia ad escluderti per sempre

dalle mie cure, e lasciarti in balìa

dell’incurante e vacillante gorgo

dell’ignoranza e della gioventù,

scatenando su te la mia vendetta

e il mio odio, nel nome della legge,

senza il minimo senso di pietà.

Parla. La tua risposta.

BERTRAMO -

Mio grazioso signore, perdonatemi;

assoggetto il mio interno impulso

al vostro modo di vedere, sire.

Consapevole del potere vostro

di procurare grandezza ed onore

a pro di chi e dovunque lo vogliate,

io scopro che colei che ancor poc’anzi

il mio nobile animo pensava

infima, è ora l’eccelsa del re;

così nobilitata, ella ai miei occhi

è lo stesso che fosse nata nobile.

RE -

E allora avanti, prendila per mano,

dille che è tua, e lei la mia promessa

di titoli di proprietà e di grado

farà pesare almeno quanto te,

se non di più.([46])

BERTRAMO -

Accetto la sua mano.

RE -

La buona sorte e il favore del re

sorridano benigni a questo patto

che sarà celebrato senza indugio,

con rito breve, senza cerimonie,

stasera stessa. Il ritual festino

potrà aver luogo più in là, a suo tempo,

in attesa di amici ora lontani.

(A Bertramo)

Se tu l’ami, il tuo amore per me è sacro;

se no, sei un eretico.

(Escono tutti meno LAFEU e PAROLLES)

LAFEU -

Una parola, monsieur… m’ascoltate?

PAROLLES -

V’ascolto, monsignore.

LAFEU -

Bene ha fatto il signore tuo padrone

a rimangiarsi tutto.

PAROLLES -

Rimangiarsi!…

Il mio signore, eh? Il mio padrone!

LAFEU -

Sì, il tuo padrone: che linguaggio parlo?

PAROLLES -

Un linguaggio assai scabro, che a comprenderlo

avrebbe conseguenze sanguinose.

Il mio padrone!

LAFEU -

Che volete dire?

Siete voi pari al conte Roussillion?

PAROLLES -

A quello e a tutti i conti,

io sono pari, a tutto ciò che è uomo.

LAFEU -

A tutto ciò che sia uomo del conte;

il padrone del conte è altra roba.

PAROLLES -

Eh, siete troppo vecchio, signor mio,

rassegnatevi, siete troppo vecchio.

LAFEU -

Sono un uomo, messere, e dico “un uomo”,

un titolo che a te manco l’età

potrà dare, campassi anche cent’anni!([47])

PAROLLES -

Mi trattengo dal far verso di voi

cosa che mi sarebbe troppo facile.

LAFEU -

Per quel paio di volte,

che ci siamo trovati insieme a tavola,([48])

t’ho creduto persona di buon senso;

facevi tollerabilmente vanto

dei tuoi viaggi: il che può anche andare.

Ma le troppe fusciacche e bandierine

di cui sei sempre tutto pavesato

m’han dissuaso dal considerarti

un vascello di troppo grossa stazza.

Adesso poi ti sei scoperto tutto

e se ti perdo, non mi metto a piangere;

perché sei uno che non sa far altro

che porre cervellotiche domande,

ed anche in questo vali poco assai.

PAROLLES -

Se non vi proteggesse il privilegio

della vecchiaia…

LAFEU -

Non scaldarti troppo,

se non vuoi affrettare la tua prova,

altrimenti… Che Dio abbia pietà

di te e delle galline come te!

È meglio che ci salutiamo: addio,

faccione da vetrina di taverna!([49])

Non ho bisogno d’aprir le tue ante,

ché ti vedo attraverso. Qua la mano.

PAROLLES -

Signore, voi mi fate villania

in sommo grado.

LAFEU -

E con tutto il mio cuore,

è sempre meno di quanto ne meriti.

PAROLLES -

Non ne merito punto.

LAFEU -

Ah, sì, in coscienza,

fino all’ultimo decimo di grammo,

e non te ne torrò nemmeno un briciolo.

PAROLLES -

Bene, vuol dire che starò più accorto.

LAFEU -

E deciditi a farlo senza indugio,

perché dovrai mandar giù qualche rospo.

Quando con una di quelle tue sciarpe

sarai legato e picchiato a dovere,

allora capirai che voglia dire

farsi bello con tutti quei legacci.

Voglio restar comunque in relazione

con te, voglio anzi conoscerti meglio

sì che quando ti troverai nei guai

io possa dire: “È uno che conosco”.

PAROLLES -

Voi mi trattate in modi insopportabili,

monsignore.

LAFEU -

Vorrei, per il tuo bene,

che fossero le pene dell’inferno,

ed io a propinartele in eterno;

ma sono ormai fuori combattimento;

per cui ti pianto in asso,

con la più premurosa speditezza

consentitami dalla mia età.

(Esce)

PAROLLES -

Va’ va’, mi rifarò verso tuo figlio

di questi insulti, vecchio bofonchioso

ed immondo signore!

Per ora mi conviene pazientare,

non è possibile mettere in ceppi

l’autorità. Ma gliele suonerò,

se mi capita l’occasione giusta,

foss’egli il doppio del doppio più nobile!

Rientra LAFEU

LAFEU -

Ci sono novità per te, messere.

Il tuo padrone, nonché tuo signore,

ha preso moglie. Una buona notizia!

Ora avrai anche una nuova padrona.

PAROLLES -

Debbo sinceramente scongiurare

un’altra volta vostra signoria

di trattenersi dal recarmi offesa.

Il conte è il mio signore.

Il padrone che servo sta più in alto.

LAFEU -

Chi, Dio?

PAROLLES -

Appunto.

LAFEU -

Il tuo padrone è il diavolo.

Perché ti leghi quelle giarrettiere

alle maniche? Porti certe maniche

che paiono due braghe.

Fan così anche gli altri servitori?

Tanto varrebbe che ne andassi in giro

col deretano al posto della faccia.([50])

Foss’io più giovane, non dico tanto,

d’un paio d’ore, ti bastonerei.

Perché tu, a mio avviso, in quell’arnese,

sei davvero un’offesa universale,

e le dovresti prendere da tutti.

Tu sei stato creato, a mio parere,

perché il mondo s’alleni a schiaffeggiarti.

PAROLLES -

Questo è un brutale modo di parlare

ch’io non merito affatto, monsignore.

LAFEU -

Va’ là, messere, ch’io so che in Italia

l’hai prese sode per aver rubato

un acino da un melograno, un chicco;

tu sei un vagabondo,

altro che il grande e noto viaggiatore

che ti vanti di essere. Coi nobili

e con l’altre persone d’alto rango

ti permetti di prenderti licenze

più di quanto non te diano titolo

la tua nascita e quello che tu vali.

Se volessi sprecare la parola,

ti chiamerei canaglia. Ti saluto.

(Esce)

PAROLLES -

Bene, benissimo… dunque è così.

Pel momento, facciam finta di niente…

Entra BERTRAMO

BERTRAMO -

Rovinato! Inguaiato per la vita!

PAROLLES -

Che succede, dolcezza?

BERTRAMO -

Succede che benché l’abbia giurato

solenne e sacrosanto avanti al prete,

quella, a letto con me, non ce la porto!

PAROLLES -

Come, come, dolcezza?

BERTRAMO -

Parolles, amico mio, m’han dato moglie!

In Toscana io vado, a far la guerra,

ma quella, a letto io non me la porto!

PAROLLES -

Oh, hai ragione, sì, via dalla Francia!

È una buca da cani, questa Francia,

e non merita più che piede umano

la calpesti. Alla guerra, sì, alla guerra!

BERTRAMO -

Ho qui una lettera da casa mia.

È di mia madre, non l’ho ancora aperta.

PAROLLES -

Ci sarà tempo a leggerla.

Ora si va alla guerra, giovanotto.

Custodisce l’onore in un astuccio

chi resta ozioso a casa a non far altro

che stringer tra le braccia la sua bella,

sprecando in braccio a lei quel vigor maschio

che dovrebbe servirgli a controllare

gli scarti e le impennate del destriero

rutilante di Marte. Ad altre prode!

Questa Francia è una stalla,

e noi che ci restiamo dei ronzini.

Perciò, alla guerra!

BERTRAMO -

Ed io così farò.

La rispedisco a casa da mia madre,

non senza aver informato costei

di quanto io detesti quella donna,

e che appunto per questo son partito.

E da lontano poi scriverò al re

tutto quello che non ho avuto l’animo

di dirgli in faccia. Così apprenderà

che questo bel servizio che m’ha fatto

sarà solo servito a incoraggiarmi

a partire per quei campi italiani

dove si scontrano nobili spiriti.

La guerra è cosa di poca fatica,

a fronte di una casa manicomio

in compagnia d’una moglie aborrita.

PAROLLES -

Sei sicuro che questo tuo capriccio

ti durerà nel tempo?

BERTRAMO -

Vieni con me in camera e consigliami.

La spedisco via subito. Domani,

io alla guerra, e lei al suo rammarico

di zitella.

PAROLLES -

Eh, là, là, palla e rimpallo!

Un bel pasticcio! Giovane ammogliato,

uomo inguaiato. Perciò via, coraggio,

piantala e va’! Il re t’ha fatto torto?

Così è, zitto e mosca!

(Escono)

SCENA IV - Parigi, altra sala del palazzo reale.

Entrano ELENA leggendo una lettera e IL LAVA

ELENA -

Mia madre mi saluta. Ben gentile.

Sta bene?

LAVA -

Proprio bene non direi;

ma sta in salute, tutta vispa e allegra;

però bene non sta; ma, grazie al cielo,

sta benissimo e non le manca nulla.

Però, bene non sta.

ELENA -

Se sta benissimo,

che cos’ha, da non farla stare bene?

LAVA -

Ecco, in coscienza, starebbe benissimo,

tranne che per due cose.

ELENA -

Quali cose?

LAVA -

Una, che non è in cielo;

e piaccia a Dio di chiamarcela presto;

e due, che invece è in terra,

donde Dio voglia toglierla al più presto.

Entra PAROLLES

PAROLLES -

Fortunata signora, Dio vi salvi!

ELENA -

Spero trovarvi sempre premuroso

della mia buona fortuna, signore.

PAROLLES -

Ho pregato perché così l’aveste,

e seguito a pregare

ch’essa così vi duri conservata.

(Al Lava)

Ehi là, tu qui, furfante?

E la mia vecchia dama come sta?

LAVA -

Sta così: che se avessimo noi due

voi le sue rughe in faccia,

io i suoi soldi, avrei tanto piacere

che stesse come avete detto voi.

PAROLLES -

Io non ho detto niente.

LAVA -

E avete fatto bene a non dir niente,

perché più d’un padrone

è stato rovinato dalla lingua

dei suoi servi. Dir niente, fare niente,

niente sapere, niente possedere

sono gran parte del vostro blasone,

di nobiltà, ch’è assai vicino a niente.

PAROLLES -

Va’, va’, che sei il solito gaglioffo.

LAVA -

Sarebbe stato meglio che diceste:

“Sei un gaglioffo in faccia ad un gaglioffo”,

ossia: “Gaglioffo tu, gaglioffo io”,

che sarebbe la santa verità.

PAROLLES -

Va’ va’, sei un buffone sotto spirito:

ecco che cosa sei; t’ho ben scoperto.

LAVA -

E m’avete scoperto da voi solo,

o ve l’ha indicato qualcun altro?

PAROLLES -

Da me, furfante.

LAVA -

Ah, sì, in casa vostra?

La ricerca v’ha dato buoni frutti,

allora, perché proprio in casa vostra,

è un tal buffone da spassare il mondo

e far crepare tutti dalle risa.

PAROLLES -

(A Elena)

Una buona canaglia, e ben nutrito.

Signora, il conte parte questa sera:

lo reclamano affari molto seri.

È cosciente dei grandi privilegi

e dei riti d’amore che quest’ora

imporrebbe siccome a voi dovuti;

ma indifferibili necessità

lo costringono ora a rinviarli;

questo differimento darà al tempo

di meglio distillar nel suo alambicco

le dolcezze, sicché l’ora ventura

trabocchi di letizia e di piacere.

ELENA -

Che cos’altro comanda il mio signore?

PAROLLES -

Che prendiate congedo istantemente

dal re, dicendogli che questa fretta

vien solo dalla vostra volontà,

corroborandola con quelle scuse

che pensiate la renda più plausibile.

ELENA -

Che altro mi comanda?

PAROLLES -

Che, una volta ottenuta tal licenza,

attendiate ulteriori sue istruzioni.

ELENA -

Farò tutto secondo il suo volere.

PAROLLES -

Glielo riferirò.

ELENA -

Sì, ve ne prego.

(Escono)

SCENA V - La stessa.

Entrano BERTRAMO e LAFEU

LAFEU -

Voglio sperare che vossignoria

non lo consideri un buon soldato.

BERTRAMO -

Oh sì, e di valore a tutta prova.

LAFEU -

A prova solo delle sue parole.

BERTAMO -

E d’altri testimoni irrefutabili.

LAFEU -

Allora la mia bussola va male:

ho scambiato il fringuello per l’allodola.([51])

BERTRAMO -

Eppoi, signore, è uomo assai istruito

per quanto valoroso, v’assicuro.

LAFEU -

Avrò peccato contro il suo sapere

e trasgredito contro il suo valore,

allora: anima mia, sei in pericolo,

perché non sento proprio di pentirmi.

Ma eccolo. Vi prego intervenite

a far che mi diventi buon amico,

e io coltiverò quest’amicizia.

Entra PAROLLES

PAROLLES -

(A Bertramo)

Sarà tutto sbrigato, monsignore.

LAFEU -

(A Bertramo)

Signore, ditemi, chi è il suo sarto?

PAROLLES -

Signore!

LAFEU -

Ah, lo conosco. Già, “signore”,

lui, sì, buon artigiano, un bravo sarto.

BERTRAMO -

(A parte a Parolles)

È andata poi dal re?

PAROLLES -

Sì.

BERTRAMO -

Partirà?

PAROLLES -

Stasera, come le hai ordinato.

BERTRAMO -

La lettera a mia madre l’ho già scritta,

fatto il bagaglio e ordinato i cavalli;

sicché stanotte, quando dovrei prendere

possesso della sposa,

avrò finito prima d’iniziare.

LAFEU -

(A parte)([52])

Un grande viaggiatore

che al levar delle mense ti racconta

le avventure di viaggio, meno male;

ma uno che racconta fanfaluche

per due terzi del tempo, e ci rintrona

le orecchie di banalità arcinote

per gabellar le mille sue scemenze,

è da starlo a sentir solo una volta

e picchiarlo altre tre… Così costui.

(Forte a Parolles)

Salute, capitano!

BERTRAMO -

(A Lafeu)

C’è stato forse qualche dissapore

fra voi e questo signore, Monsieur?

PAROLLES -

Non so com’io possa aver meritato

di cadere in disgrazia con monsieur.

LAFEU -

Vi ci siete buttato anima e corpo,

con stivali, speroni e tutto il resto,

come uno ch’abbia voluto tuffarsi

in un mare di crema zabaione;

e adesso vi precipitate a uscirne

piuttosto che aspettar che vi si chieda

che diavolo ci state a far lì dentro.

BERTRAMO -

Forse lo avete giudicato male.

LAFEU -

E tale lo giudicherò per sempre,

dovessi pure coglierlo in preghiera.

Buona fortuna, conte, e, date retta:

sono noci senza gheriglio, queste.

Costui per anima ha il suo vestito:

non fategli fiducia,

almeno nelle cose più importanti.

Sono stato a contatto con più d’uno

di questi smidollati, e li conosco.

(A Parolles)

Addio, monsieur, ho parlato di voi

meglio di quanto abbiate meritato

o di quanto possiate meritare

ch’io lo faccia in futuro. Ma tant’è:

si deve rendere bene per male.

(Esce)

PAROLLES -

Un cervello un po’ ottuso, giurerei.

BERTRAMO -

Non m’è sembrato.

PAROLLES -

Che! Non lo conosci?

BERTRAMO -

Altro se lo conosco! E posso dirlo:

di lui parlano tutti con rispetto.

Entra ELENA

Ecco il mio piombo al piede.

ELENA -

Mio signore, ho parlato con il re,

secondo che m’avete comandato

ed ottenuto da lui la licenza

di partire da qui immediatamente.

Desidera però parlar con voi

in privato.

BERTRAMO -

Obbedisco al suo volere.

Non dovete meravigliarvi, Elena,

del mio contegno, che vi può sembrare

certamente non cònsono al momento,

né adempie alle funzioni ed ai doveri

che so d’essere miei. In verità

non ero preparato a un tale evento,

e sono stato colto alla sprovvista.

Ciò m’induce a pregarvi di partire

subito per la nostra residenza;

non domandatemi il perché di questo,

fatevene piuttosto una ragione

in voi stessa; perché le mie ragioni

son migliori di quanto non appiano,

ed i miei impegni sono più pressanti

di quanto può sembrare a prima vista,

a chi ne è all’oscuro, come voi.

Date questa a mia madre.

(Le dà una lettera)

Non ci vedremo prima di due giorni,

perciò vi affido alla vostra saggezza.

ELENA -

Signore, altra risposta non so darvi

che son la vostra umilissima serva…

BERTRAMO -

Su, su, basta così.

ELENA -

… e che sempre, con piena devozione,

cercherò di supplire a tutto ciò

che l’umili mie stelle m’han negato

con la nascita, per mostrarmi degna

della mia grande fortuna.

BERTRAMO -

Su, su,

lasciamo stare adesso. Ho molta fretta.

Tornate presto a casa. Arrivederci.

ELENA -

Di grazia, perdonate…

BERTRAMO -

Che c’è ancora?

ELENA -

Io non son degna di tanta ricchezza,

non oso dir nemmeno che sia mia…

però lo è… ma come un ladro timido,

mi struggo dalla voglia di rubare

sol quello che per legge m’appartiene.

BERTRAMO -

Che cosa, per esempio?

ELENA -

Qualcosa, o anche meno… nulla, nulla.

Non voglio dirvi quello che desidero,

mio signore… ma sì, sì, ve lo dico:

solo estranei e nemici, mio signore,

si separano senza darsi un bacio…

BERTRAMO -

Su, su, prego, non state ad indugiare,

mettetevi a cavallo.

ELENA -

Come volete voi, mio buon signore.

Dove sono i miei servi?

(A Parolles)

Addio, Monsieur.

(Esce)

BERTRAMO -

Va’, va’, vattene a casa,

dove sicuramente io non verrò

fintanto che potrò impugnare spada

ed udire un tamburo. A noi, andiamo.

PAROLLES -

Bravamente. Coraggio!

(Escono)


ATTO TERZO

SCENA I - Firenze, sala nel palazzo ducale.

Fanfara. Entrano il DUCA DI FIRENZE con scorta e due NOBILI francesi.

DUCA -

Così punto per punto avete udito

quali sono le cause essenziali

di questa guerra che già tanto sangue

ha fatto spargere, e che d’altro ha sete.

PRIMO NOBILE -

Sacrosanta ci pare la querela

di vostra grazia; nera ed infernale

quella accampata dalla parte avversa.

DUCA -

Perciò non è senza grande stupore

da parte nostra apprendere, signori,

che il nostro caro cugino di Francia

di fronte ad una causa tanto giusta

abbia chiuso il suo cuore alla richiesta

da parte nostra di mandarci aiuti.

SECONDO NOBILE -

Mio nobile signore,

io, in coscienza, di ragion di stato

non so parlare, se non nella veste

di un qualunque comune cittadino

che sta al di fuori delle procedure

del Consiglio del re

e può configurarsi nella mente

inadeguate o false congetture;

perciò non oso dire quel che penso,

perché mi son trovato troppe volte,

per scarsa conoscenza delle cose,

a indovinare e sbagliare di grosso.

DUCA -

Bah, faccia come vuole.

PRIMO NOBILE -

Sono certo però che molti giovani

che condividono le nostre idee,

stufi di starsene a poltrire in pace,

accorreranno qui di giorno in giorno

per la voglia di ritemprar le membra

nella guerra.

DUCA -

E saranno i benvenuti,

ed avranno da noi tutti gli onori

ch’è in nostra facoltà di conferire.

Voi conoscete già i vostri gradi;

quando se ne faranno di più alti,

saran per voi. Domani tutti in campo.

(Fanfara. Escono)

SCENA II - Rossiglione, il palazzo del conte.

Entrano LA CONTESSA con in mano una lettera e IL LAVA

CONTESSA -

È andata proprio come io volevo,

solo ch’egli non torna qui con lei.

LAVA -

A dir vero, il mio giovane signore

m’è apparso assai d’umore malinconico.

CONTESSA -

Da quali segni lo avresti capito?

LAVA -

Bah, sapete: si guarda gli stivali,

e canticchia; s’aggiusta la risvolta,

e canticchia; ti chiede qualche cosa,

e poi canticchia; si stuzzica i denti

e canticchia. Ho conosciuto un tale

che aveva questo umore malinconico

e s’è venduto un fastoso maniero

per una canzonetta.

CONTESSA -

Vediamo un poco che cosa mi scrive

e quando conta di tornare a casa.

(Apre con qualche difficoltà la lettera)

LAVA -

(A parte)([53])

Da quando son tornato da Parigi,

Isbel non mi va più.

I nostri baccalà e le nostre Isbel

qui di campagna, non son proprio niente

appetto ai baccalà ed alle Isbel

là della corte. Al mio bravo Cupido

è saltato il cervello, ora le donne

comincio veramente a vagheggiarle

come un vecchio il denaro: alla svogliata.

CONTESSA -

(Ha aperto la lettera e s’accinge a leggere)

Che dice qui?

LAVA -

Dice quello che dice!

(Esce)

CONTESSA -

(Legge)

“V’ho mandato una nuora:

“ha risanato il re,

“e rovinato me.

“L’ho sposata, ma non l’ho posseduta,

“e giuro che il mio “no” sarà per sempre.

“Vi diranno che son fuggito via:

“sappiatelo da me

“prima che ve ne giunga altrui notizia.

“Se per me ci sarà abbastanza spazio

“nel vasto mondo, mi terrò lontano

“più che potrò. Con tutto il mio rispetto,

“Bertramo, vostro sfortunato figlio”.

Non è per niente bello,

precipitoso e sbrigliato ragazzo,

fuggir così dai favori d’un re

tanto buono, attirando sul tuo capo

il suo sdegno per aver tu sdegnato

una fanciulla fin troppo virtuosa

per il rispetto d’un imperatore.

Rientra IL LAVA

LAVA -

Signora, brutte notizie in arrivo:

due soldati e la mia giovane dama.

CONTESSA -

Che c’è?

LAVA -

Però c’è qualcosa di buono

nelle notizie, qualcosa di buono:

che vostro figlio non sarà ammazzato

così presto com’io avrei creduto.

CONTESSA -

E perché dovrebb’essere ammazzato?

LAVA -

È quel che dico anch’io,

dato che, come dicono, è scappato.

Il pericolo sta nel farsi avanti,

perché è così che si perdono gli uomini,

anche s’è quello il modo di far figli.([54])

Eccoli, ne saprete più da loro.

Per parte mia, tutto quello che so

è che è scappato e basta.

(Esce)

Entra ELENA con due NOBILI francesi

PRIMO NOBILE -

Che Dio vi salvi, amabile signora.

ELENA -

Madama, il mio signore

se n’è andato, per sempre.

SECONDO NOBILE -

Oh, non così!

CONTESSA -

(A Elena)

Abbi pazienza.

(Ai nobili)

Signori, vi prego…

ho dovuto sentire in vita mia

troppe fitte di gioia e di dolore,

perché al sopravvenir dell’una o l’altro

non mi comporti più da vera donna.

Dov’è mio figlio, prego?

SECONDO NOBILE -

Signora, è andato a mettersi al servizio,

in Italia, del Duca di Firenze;

l’incontrammo ch’era diretto là,

donde veniamo e dove torneremo

dopo sbrigati alcuni affari a corte.

ELENA -

(Leggendo la lettera)

“Quando tu sarai in grado

“d’infilare al mio dito quell’anello

“che mai più dovrò togliere,

“e di mostrarmi un figlio da te nato

“e da me generato,

“solo allora potrai dirmi tuo sposo;

“ma io scrivendo “allora” scrivo “mai”.

È una condanna a morte.

CONTESSA -

Avete voi recato questa lettera,

signori?

PRIMO NOBILE -

Sì, signora,

e sentendone ora il contenuto,

ci duole molto che così sia stato.

CONTESSA -

(A Elena)

Ti prego, cara, cerca di far cuore;

se ti accaparri tu tutta la pena,

me ne rubi metà. Era mio figlio.

Ma ne cancello il nome dal mio sangue,

e adesso tu sei l’unica mia figlia.

(Ai nobili)

A Firenze è diretto?

PRIMO NOBILE -

Sì, signora.

CONTESSA -

Per arruolarsi?

SECONDO NOBILE -

Tale è il suo proposito;

e il Duca gli conferirà, credetemi,

ogni onore che a lui si converrà.

CONTESSA -

Voi tornate in Italia?

PRIMO NOBILE -

Sì, signora,

al più presto che ci sarà possibile.

ELENA -

(Seguitando a leggere la lettera)

“E fino a quando non avrò più moglie,

“in Francia non avrò nulla di mio.”

Quale amarezza!

CONTESSA -

C’è scritto così?

ELENA -

Proprio così, signora, letterale.

PRIMO NOBILE -

Questa è forse soltanto avventatezza

della sua mano, alla quale il suo cuore

non consentiva.

CONTESSA -

Non ha nulla in Francia,

fintanto che non avrà più una moglie!

Qui non c’è nulla che sia troppo buono

per lui tranne costei, che per marito

meriterebbe un nobile signore,

cui venti ragazzacci come lui

potrebbero far solo da valletti,

chiamando lei, ad ogni ora, “padrona”.

E, ditemi, chi andava insieme lui?

PRIMO NOBILE -

Un suo servo ed un certo gentiluomo

che mi pare d’aver visto altre volte.

CONTESSA -

Parolles?

PRIMO NOBILE -

Sì, buona signora, lui.

CONTESSA -

Un individuo molto scostumato,

e pieno di perfidia.

Mio figlio sotto la sua influenza

corrompe la bennata sua natura.

PRIMO NOBILE -

Certo, gentil signora,

il personaggio ha molto di quel troppo

che gli conviene per trarne profitto.([55])

CONTESSA -

Benvenuti, comunque, miei signori.

Vi prego, quando vedrete mio figlio,

ditegli che la spada

non potrà riacquistargli quell’onore

ch’egli perde così; molte altre cose

gli dirò per iscritto in una lettera

che pregherò voi stessi di recargli.

SECONDO NOBILE -

Disponete di noi, signora, in questo

e in tutto quanto vi piaccia affidarci.

CONTESSA -

Ma solo a patto che mi sia possibile

ricambiarvi le vostre cortesie.

Seguitemi, vi prego.

(Escono la contessa e i due nobili)

ELENA -

“E fino a quando non avrò più moglie,

non avrò nulla in Francia”…

“Finché non avrò più una moglie in Francia…”

Non avrai più una moglie, Rossiglione,

nessuna moglie in Francia, sta’ tranquillo,

così potrai riavere tutto il tuo!

Son io dunque, mio povero signore,

che ti costringo fuor dal tuo paese,

che espongo le tue membra delicate

agli eventi rischiosi d’una guerra

che nessuno risparmia?

Son io la causa che ti fa fuggire

la vita ed i piaceri della corte

dov’eri sol bersaglio di begli occhi,

per renderti bersaglio di moschetti

dalle bocche fumanti?

O voi, violenti plumbei messaggeri,

che cavalcate i corsieri del fuoco,

deviate la vostra traiettoria,

colpite solo l’aria invulnerabile

che canta quando voi la trapassate,

e lasciate intoccato il mio signore!

Chiunque sparerà contro di lui,

son io la responsabile

d’aver fatto di lui il suo bersaglio;

chiunque lo potrà colpire in petto,

son io la sciagurata

che lo costringe lì; e se ad ucciderlo

non sarò io, sarò io sempre stata

la causa di sua morte.

Quanto meglio per me sarebbe stato

affrontare un leone

ruggente sotto i morsi della fame;

quanto meglio per me,

se tutte le disgrazie di natura

fossero riversate sul mio capo!…

No, Rossiglione, no,

torna a casa da lì, dove l’onore

può conquistarsi tanto una ferita,

quanto perdere tutto. Me ne andrò.

Se ciò che ti costringe a star lontano

è soltanto la mia presenza qui,

come poss’io restare, a questo prezzo?

No, no, spirasse pur su questa casa

aura di paradiso e fossero angeli

tutti i suoi servitori! Me ne andrò,

sì che voci pietose, a tuo conforto,

possano riportare ai tuoi orecchi

il lieto annuncio della mia scomparsa.

Cala, notte; finisci presto, giorno.

Al calar delle tenebre, furtiva

nel buio, come una povera ladra,

Elena si dileguerà.

(Esce)

SCENA III - Firenze, davanti al palazzo ducale.

Trombe. Entrano il DUCA DI FIRENZE, BERTRAMO, PAROLLES

e soldati con tamburi e bandiere

DUCA -

Ti abbiamo nominato generale

della nostra cavalleria, Bertramo,

e, pieni di speranza,

noi riponiamo in te il nostro affetto

e la nostra fiducia

sulle promesse della tua fortuna.

BERTRAMO -

Troppo pesante compito, signore,

per le mie forze, ma ci adopreremo

ad assolverlo per il vostro onore

fino all’estremo limite del rischio.

DUCA -

Avanti dunque! E possa la fortuna

giocare sul tuo elmo prosperoso

come la tua propiziatoria amante.

BERTRAMO -

Eccelso Marte, io entro nei tuoi ranghi

oggi stesso, e ti chiedo solo questo:

rendi il mio braccio pari ai miei pensieri,

ed io mi mostrerò del tuo tamburo

amante e dell’amore spregiatore.

(Fanfara. Escono tutti)

SCENA IV - Rossiglione, il palazzo del conte.

Entrano la CONTESSA e RINALDO; questi ha in mano una lettera.

CONTESSA -

Ahimè, e ti sei prestato suo latore

di questa lettera? Non hai pensato

che avrebbe fatto quello ch’ella ha fatto

dandoti quella lettera per me?

Leggimela di nuovo.

RINALDO -

(Legge)

“Mi faccio pellegrina di San Giacomo,

“colà mi reco. Un amore ambizioso

“ha sì peccato in me, ch’io ora scalza

“calpesto il freddo suolo ad emendare

“con sacri voti questo mio errore.

“Scrivete ora, scrivete a vostro figlio,

“mio diletto padrone, che ritorni

“dal sangue e dai perigli della guerra.

“E quando sarà a casa, beneditelo,

“mentr’io, lontana, in fervoroso zelo

“invocherò in preghiera il nome suo.

“Chiedete voi per me il suo perdono

“per i duri disagi cui s’è esposto,

“ch’io sola fui, sua sdegnosa Giunone,

“a spingerlo lontano dalla corte

“per accamparsi tra nemiche schiere,

“là dove rischio e morte

“azzannano i calcagni del valore.

“Troppo egli è buono e bello

“per la morte e per me, che morte abbraccio

“per ridonargli intera libertà.”

CONTESSA -

Ah, quali acuti spilli pel mio cuore

anche le sue più tenere parole!

Rinaldo, mai sei stato sì maldestro

come adesso, a lasciarla andar così!

Se le avessi potuto parlare io,

sarei ben riuscita a dissuaderla

dal porre in atto simili propositi;

com’ella invece ha fatto.

RINALDO -

Signora, perdonatemi.

Se v’avessi potuto consegnare

questa sua lettera di prima sera,

forse c’era ancor tempo per raggiungerla;

però anche così, da quanto scrive,

sarebbe stato inutile inseguirla.

CONTESSA -

Quale angelo mai benedirà

questo indegno marito?

Non gli potrà venire nessun bene,

a meno che le preghiere di lei,

che son sì accette al cielo, non riescano

a proteggerlo dalla giusta collera

della superna giustizia.

Scrivi, scrivi, Rinaldo, a quel marito

davvero indegno d’una tale moglie,

ed abbia ogni parola che tu scrivi

tutto il peso dei meriti di lei,

ch’ei valuta con troppa leggerezza.

Esprimigli la mia immensa ambascia,

anche se in lui non avrà molta presa.

Spedisci il più veloce dei corrieri.

Forse quando saprà che se n’è andata,

farà ritorno a casa;

e io spero che anch’ella, nell’apprenderlo,

ritornerà al più presto, qui sospinta

dal suo amore sincero.

Quale di loro due mi sia più caro

non so. Procura tu questo corriere.

Ho un grande peso al cuore,

che la debole età mia non sopporta;

il dolore vorrebbe solo lacrime,

ma l’ambascia m’impone di parlare.

(Escono)

SCENA V - Firenze, davanti alle mura della città.

Entrano l’anziana VEDOVA fiorentina con la figlia DIANA,

le amiche VIOLENTA e MARIANA e altri cittadini.

Squillo di tromba in lontananza.

VEDOVA -

Sbrighiamoci. Se entrano in città

ci perderemo tutto lo spettacolo.

DIANA -

Ho sentito che quel conte francese,

s’è fatto grande onore in questa guerra.

VEDOVA -

Si dice che abbia preso prigioniero

il comandante in capo dei nemici,

e che abbia ucciso il fratello del duca.

(Altro squillo di tromba all’interno, più vicino)

Ah, fatica sprecata!…

Se ne vanno in un’altra direzione.

Sentite, si capisce dalla tromba.

MARIANA -

Non ci rimane che tornare indietro

e contentarci che ce lo raccontino…

Diana, tieniti in guardia,

mi raccomando, dai corteggiamenti

di quel conte francese; una ragazza

non possiede altro onore che il suo nome,

e l’onestà è la più ricca dote.

VEDOVA -

(A Diana)

Ho raccontato alla nostra vicina

di come un gentiluomo suo compagno

abbia tentato approcci su di te.

MARIANA -

Lo conosco quel tipo, che l’impicchino!

Certo Parolles: un basso paraninfo

degli osceni capricci del padrone!

Guàrdati, Diana, da loro: promesse,

lusinghe, giuramenti, regalucci

e simili strumenti di lascivia

sono ben altro da quello che appaiono.

Sono molte a lasciarsene sedurre;

ed il tragico è che certi esempi

di come facilmente si distrugga

una verginità, pur sì terribili,

non valgono per nulla a dissuadere

tutte l’altre dal farlo ed a cadere

anche loro invischiate nella pania.

Ma voglio proprio sperar che per voi

non abbisognino altri consigli:

spero cioè che la vostra onestà

vi faccia rimanere come siete,

anche se ciò comporti il solo rischio

di apparire immodesta e invereconda.

DIANA -

Quanto a me, non avete da temere.

Entra ELENA vestita da pellegrina

VEDOVA -

Lo spero bene… Toh, una pellegrina!

So che cercherà alloggio a casa mia:

si passano la voce… Glielo chiedo.

(A Elena)

Il cielo vi protegga, pellegrina!

Dove siete diretta?

ELENA -

A San Giacomo Grande.([56]) Per favore,

dov’è che alloggiano qui i pellegrini?

VEDOVA -

A San Francesco, qui, presso la porta.([57])

ELENA -

Da quella parte?

VEDOVA -

Sì, giusto, di là.

(Marcia militare da lontano)

Sentite? Vengono da questa parte.

Se aspettate, devota pellegrina,

finché vediamo passare i soldati,

poi v’accompagno io al vostro alloggio;

tanto più perché credo di conoscere

quanto me stessa chi deve ospitarvi.

ELENA -

Sareste voi?

VEDOVA -

Con vostra buona pace.

ELENA -

Vi ringrazio. Starò quanto vi piaccia.

VEDOVA -

Venite dalla Francia, mi figuro?

ELENA -

Infatti.

VEDOVA -

Qui vedrete ora sfilare

un cavaliere vostro conterraneo

che s’è portato valorosamente.

ELENA -

Come si chiama?

DIANA -

Conte Rossiglione.

Lo conoscete?

ELENA -

Per averne udito,

e se ne parla molto nobilmente;

ma di persona non l’ho visto mai.

DIANA -

Chiunque sia, qui è considerato

un prode combattente.

Si dice sia fuggito dalla Francia

perché quel re gli aveva dato moglie

contro sua volontà. Può esser vero?

ELENA -

Verissimo, conosco la sua sposa.

DIANA -

Un gentiluomo al seguito del conte

dice di lei tutto il male possibile.

Elena -

Sapete il nome?

DIANA -

Sì, monsieur Parolles.

ELENA -

Son d’accordo con lui,

ché in quanto a doti personali e meriti

se confrontata col nobile conte,

ella è davvero di troppo inferiore,

perché si debba solo nominarla.

Suo unico pregio, questo sì,

è una intemerata castità

su cui, ch’io sappia, non c’è da ridire.

DIANA -

Ah, povera signora!

Dev’essere ben dura schiavitù

esser sposata ad uno che l’aborre!

VEDOVA -

Chiunque sia, la povera creatura,

deve portare un grosso peso al cuore…

Però questa ragazza, se volesse,

(Indica Diana)

potrebbe renderle un bel servizio.

ELENA -

Che intendete? Che il conte, infatuato,

la tenterebbe con proposte illecite?

VEDOVA -

Appunto. E fa ricorso a tutti i mezzi

adatti in simili corteggiamenti

a corrompere la fragilità

d’una fanciulla. Ma, per sua fortuna,

ella è ben corazzata e sa tenersi

con lui in onestissima difesa.

MARIANA -

E Dio ne guardi se così non fosse!

Entrano, sfilando con tamburi e bandiere, BERTRAMO, PAROLLES con tutto l’esercito

VEDOVA -

Eccoli, arrivano!… Quello è Antonio,

il figlio primogenito del duca.

Quell’altro è Escalo.([58])

ELENA -

Qual è il Francese?

DIANA -

Eccolo, quello col pennacchio in testa.

Uno assai coraggioso. E vorrei tanto

che volesse anche bene alla sua moglie!([59])

Se fosse anche più onesto,

sarebbe un uomo davvero adorabile.

Non è un bel tipo?

ELENA -

Sì, mi piace molto.

DIANA -

Peccato che non sia altrettanto onesto.

E quell’altro è il furfante ch’è con lui

e che gli fa da guida in certi posti.

Foss’io sua moglie, darei del veleno

a quel fior di canaglia.

ELENA -

Ma qual è?

DIANA -

Quello scimmiotto, là, con quelle sciarpe

che gli svolazzano di qua e di là.

Però lo vedo alquanto rabbuiato.

ELENA -

Forse è stato ferito combattendo.

PAROLLES -

(Sfilando, come parlando a se stesso)

Noi perdere il tamburo!… Dannazione!

MARIANA -

Dev’esser dispiaciuto per qualcosa.

Ci ha viste.

VEDOVA -

(A Parolles che sfila)

Impiccati, accidenti a te!

MARIANA -

Te e le tue smancerie, ruffianaccio!

(Escono marciando Bertramo, Parolles e soldati)

VEDOVA -

Son passati. Venite, pellegrina,

vi guido dove troverete ostello.

In casa mia ce ne son già quattro o cinque,

anche loro diretti in penitenza

a San Giacomo Grande.

ELENA -

Vi ringrazio.

Non vorreste dividere con me

la cena? Ed anche voi, gentil fanciulla.

È un picciol segno di riconoscenza

che v’offro; e, ad ulteriore ricompensa,

vedrò di dare a questa brava giovane

un qualche non inutile consiglio.

VEDOVA e DIANA -

Accettiamo di cuore il vostro invito.

(Escono tutte)

SCENA VI - Accampamento davanti a Firenze.

Entrano BERTRAMO e DUE NOBILI francesi

PRIMO NOBILE -

Eh, no, mio buon signore, questa volta

voi lo dovete mettere alla prova,

e lasciare che faccia a modo suo.

SECONDO NOBILE -

E se alla fine vostra signoria

non scoprirà che quello è un gran cialtrone,

mi neghi pure tutto il suo rispetto.

PRIMO NOBILE -

Parola mia, signore, un bubbolone.

BERTRAMO -

Diamine, mi sarei tanto ingannato

sul suo conto?

PRIMO NOBILE -

Credetemi, signore,

per mia propria diretta conoscenza,

lo dico senza alcuna cattiveria

e come se parlassi di un parente:

quello è un fior di vigliacco,

un grosso, inesauribile bugiardo,

mancator di parola a tutte l’ore,

sprovvisto di qualsiasi qualità

per cui si possa dire meritevole

di conservar la vostra simpatia.

SECONDO NOBILE -

Sarebbe bene che lo conosceste

per quel che è; se no, facendo credito

ad una integrità che non possiede,

vi potreste trovare a mal partito

a causa sua in qualche grossa impresa

o in circostanze di grave pericolo.

BERTRAMO -

Già, metterlo alla prova; ma in che modo?

SECONDO NOBILE -

Il miglior modo è di lasciarlo andare

a riprendersi in campo il suo tamburo,

come lo avete udito menar vanto

di voler fare con tanta baldanza.

PRIMO NOBILE -

E là io, con tre - quattro fiorentini,

gli salteremo addosso di sorpresa;

sceglierò uomini che non conosce,

sì che si creda in mano di nemici.

Lo legheremo, lo incappucceremo,

da fargli creder d’esser trasportato

verso l’accampamento del nemico,

e sarà invece nelle nostre tende.

Vossignoria dovrà soltanto assistere

all’interrogatorio che faremo:

s’egli, davanti alla nostra promessa

di fargli salva la vita, se parla,

punto da vil paura, non dirà

d’esser pronto a tradirvi e a spiattellarci

tutte le informazioni in suo possesso

sopra di voi, giurando e spergiurando

sulla salvezza dell’anima sua,

non fidatevi più del mio giudizio.

SECONDO NOBILE -

Oh, ci sarà da ridere.

Mandiamolo a riprendersi il tamburo.

Lui dice già d’avere sottomano

un suo particolare stratagemma.

Quando avrete assistito, monsignore,

al fallimento di questa sua impresa

e constatato di che falsa lega

è composta questa pepita d’oro,

se non lo caccerete a bastonate([60])

come l’ospite più indesiderato,

vuol dire che la vostra compiacenza

è proprio immarcescibile. Ma eccolo.

Entra PAROLLES

PRIMO NOBILE -

Ah, se volete farvi due risate,

non impeditegli di aver l’onore

di attuare il suo piano; in ogni caso,

che si vada a riprendere il tamburo.

BERTRAMO -

(A Parolles)

Ehilà, monsieur! Allora il tuo tamburo

t’è rimasto davvero in gola, eh?

SECONDO NOBILE -

Al diavolo! Non ci pensate più!

Alla fine non è poi che un tamburo.

PAROLLES -

E un tamburo per voi non vuol dir niente?

E perduto, per giunta, in questo modo?

Che razza di comando!

Dare l’ordine alla cavalleria

di far impeto contro le stesse ali

del nostro schieramento, e sbaragliare

in tal modo le nostre stesse truppe!

SECONDO NOBILE -

Non se ne può far carico al comando:

sono di quegli incerti

che càpitano in tutte le battaglie;

nemmeno Cesare avrebbe potuto

impedire che si verificasse

se fosse stato lui il comandante.

BERTRAMO -

Beh, non possiamo troppo lamentarci

del successo ottenuto, dopo tutto;

solo la perdita di quel tamburo

non ci ha recato onore; ma tant’è,

recuperarlo ormai sarà impossibile.

PAROLLES -

Poteva essere recuperato.

BERTRAMO -

Poteva; il fatto è che non lo è stato.

PAROLLES -

Quel tamburo dev’essere ripreso.

Se non fosse che in guerra

raramente l’onore di un’impresa

è attribuito a colui che la compie,

io, quel tamburo o un altro qualsivoglia,

mi sentirei capace di riprenderlo,

a costo d’un “hic jacet”.([61])

BERTRAMO -

Bene, monsieur, se proprio te la senti,

forza! Se pensi che la tua maestria

in materia di arcani stratagemmi

possa far ritornare alla sua sede

quello strumento d’onore, sii grande,

gettati nella grande impresa e va’!

Onorerò questo tuo tentativo

come una degna azione. Se riesce,

il Duca ne farà pubblico elogio

e ti darà fino all’ultima sillaba

tutti i dovuti riconoscimenti

che si convengono alla sua grandezza.

PAROLLES -

Giuro su questa mano di soldato

che sono pronto a farlo.

BERTRAMO -

Bravo, però senza dormirci sopra.

PAROLLES -

Subito; questa sera. E fin da ora

m’accingo a buttar giù le alternative

per rinsaldarmi nelle mie certezze

sul risultato e prepararmi l’anima

- non si sa mai - ad una buona morte.

Per mezzanotte avrete mie notizie.

BERTRAMO -

Posso arrischiarmi ad informar sua grazia

che ti stai accingendo a quest’impresa?

PAROLLES -

Non so qual esito avrà, monsignore,

ma giuro che mi ci cimenterò.

BERTRAMO -

So che sei valoroso,

e sulla tua perizia militare

posso ben garantire io stesso. Addio.

PAROLLES -

Non mi piacciono le parole inutili.

(Esce)

PRIMO NOBILE -

Ah, sì, come non piace l’acqua a un pesce!

(A Bertramo)

Monsignore, ma non vi sembra strano

un tipo che con tanta sicurezza

ha l’aria d’intraprendere un’azione

che sa che non può farsi,

e si danna giurando di intraprenderla,

e preferisce dannarsi che compierla?

SECONDO NOBILE -

Voi non lo conoscete, monsignore,

come lo conosciamo noi.

È certo che ha la grande abilità

d’insinuarsi nelle grazie altrui

riuscendo, per una settimana,

ad evitare d’essere scoperto,

ma una volta scoperto,

sarà per sempre, spero.

BERTRAMO -

Come, come?

credete dunque che non farà nulla

di tutto ciò che s’è impegnato a fare

con tanta serietà?

PRIMO NOBILE -

Nulla di nulla.

Si ripresenterà con qualche scusa

e vi rifilerà senza scomporsi

due, tre panzane più o meno attendibili.

Ma ormai lo abbiamo quasi nella rete.

Stanotte ne vedrete la caduta;

non è uomo costui da meritare

il rispetto di vostra signoria.

SECONDO NOBILE -

Ah, vi faremo divertire un po’,

prima di catturarla quella volpe!

Il primo a farlo uscire allo scoperto

è stato il vecchio buon monsieur Lafeu.

Quando lo avremo messo tutto a nudo

mi direte che fior di galantuomo

si cela sotto il suo travestimento;

e lo vedrete questa notte stessa.

PRIMO NOBILE -

Io vado a preparare le mie trappole.

Deve caderci dentro.

BERTRAMO -

Vostro fratello invece vien con me.

PRIMO NOBILE -

Come piace a vossignoria. Io vado.

(Esce)

BERTRAMO -

Vi condurrò alla casa che v’ho detto,

e vi farò vedere la ragazza.

PRIMO NOBILE -

Ma dite ch’ella è onesta.

BERTRAMO -

E questo è il guaio.

Ho parlato con lei solo una volta

e l’ho trovata fredda come ghiaccio;

le ho anche mandato, a più riprese,

per tramite di questo bellimbusto

che stiamo smascherando, doni e lettere,

ma me l’ha puntualmente rimandati.

Finora non ho combinato altro;

ma lei è una creatura deliziosa.

Non vorreste venir con me a vederla?

SECONDO NOBILE -

Con immenso piacere, mio signore.

(Escono)

SCENA VII - Firenze, in casa della vedova.

Entrano la VEDOVA ed ELENA

ELENA -

Se dubitate che sia proprio io

quella, non so come potrei convincervi

se non facendo crollare alla base

l’edificio che vado costruendo.([62])

VEDOVA -

Io, signora, se pure decaduta,

sono di buona ed onesta famiglia,

e mai mi son trovata a che fare

con simili faccende;

non vorrei perciò correre il pericolo

di macchiare la mia reputazione

ed il mio nome.

ELENA -

Né io voglio questo.

Per prima cosa dovete convincervi

che il conte è mio marito,

e che quanto vi ho detto su di lui,

con l’impegno del vostro giuramento

di tenerlo nel massimo segreto,

parola per parola è tutto vero.

Cosicché nel prestarmi quell’aiuto

che chiederò alla vostra cortesia

non dovete temere di far male.

VEDOVA -

In coscienza, dovrei prestarvi fede,

perché m’avete ben dato la prova

d’essere una signora d’alto grado.

ELENA -

Ecco, accettate questa borsa d’oro

per l’aiuto amichevole

che m’avete prestato fino ad ora

e come anticipata garanzia

di più preziosi riconoscimenti,

quando ne avrò riconosciuto il frutto.

Il conte, che vagheggia vostra figlia,

e stringe d’un assedio licenzioso

la sua bellezza, è deciso ad averla;

lasciate ch’ella alla fine acconsenta:

però seguendo le nostre istruzioni

sul modo come debba comportarsi.

Lui, nella foga del suo sangue caldo

non le rifiuterà, sono sicura,

qualunque cosa gli possa ella chiedere.

Il conte porta al suo dito un anello

che si trasmettono da padre in figlio

da quattro, cinque, sei generazioni

i vari membri della sua casata,

a partire dal loro capostipite.

Il conte custodisce quell’anello

con la più scrupolosa gelosia,

e tuttavia, nella sua pazza foja,

non gli sembrerà prezzo troppo caro

per acquistare ciò cui egli anela,

anche se dopo se ne pentirà.

VEDOVA -

Adesso vedo chiaro e fino in fondo

il vostro intento.

ELENA -

E vedrete anche allora

quanto legittima sia la sua causa.

Vostra figlia non dovrà fare altro,

con lui, prima di far finta di cedere,

che chiedergli di darle quell’anello.

Gli fissi quindi l’ora del convegno,

al quale sarà castamente assente,

e lasci a me d’andare al posto suo.

Dopo di che, aggiungerò al già dato,

per la sua dote tremila corone.

VEDOVA -

D’accordo, cara, m’avete convinta.

Date pure a mia figlia le istruzioni

su quel che deve fare: tempo e luogo,

così che questo legittimo inganno

riesca. Il conte viene qui ogni sera

con vari musici a far serenate

che si direbbero composte ad arte

per cantar meriti ch’ella non ha;

ed a nulla son valsi fino ad ora

i nostri sforzi per allontanarlo

dalle nostre finestre; egli persiste,

quasi fosse per lui question di vita.

ELENA -

Bene, stanotte metteremo in opera

il nostro piano; che, se avrà successo,

sarà servito a far d’un rio disegno

un atto di giustizia;

e, dando il giusto senso a quest’impresa,

a far di due peccati intenzionali

un’azione senz’ombra di peccato.

Ma mettiamoci all’opra.

(Escono)


ATTO QUARTO

SCENA I - Presso l’accampamento fiorentino.

Entra il PRIMO NOBILE francese con alcuni soldati

NOBILE -

L’unica strada da cui può venire

è qui, dall’angolo di questa siepe.

Quando gli salterete addosso, urlate,

terribilmente, quello che volete;

se non vi capirete tra di voi

non importa; essenziale è finger noi

di non capire quel che dice lui,

tranne quello di noi che incarichiamo

di far da interprete.

UN SOLDATO -

Lo faccio io, capitano, da interprete.

NOBILE -

Lo conosci? Conosce la tua voce?

SOLDATO -

No, signore, vi posso assicurare.

NOBILE -

E con che razza di strano linguaggio

pensi di corrispondere con lui?

SOLDATO -

Lo stesso che userete voi con me.

NOBILE -

Bisogna fargli credere

che siamo una masnada di stranieri

mercenari al servizio del nemico.

E, siccome ha una certa conoscenza

dei dialetti parlati di qui intorno,

dobbiam parlar ciascuno nella foggia

che ci viene alla mente in quel momento,

incomprensibili l’uno dell’altro,

purché facciamo finta di capirci;

sarà così raggiunto il nostro scopo:

un parlar da cornacchie, ben gracchiato,

e sufficientemente convincente.

In quanto a te, che ci farai da interprete,

devi apparire molto diplomatico…

Giù tutti! Eccolo che sta arrivando,

per farsi un pisolino di due ore

e poi tornare a gabellare il prossimo

e a giurare su tutte le sue frottole.

(Si nascondono)

Entra PAROLLES

PAROLLES -

Son le dieci. Tre ore basteranno

per tornare da loro e raccontare…

Che dirò d’aver fatto in questo tempo?

Dev’essere qualcosa di plausibile

per convincerli, pure se inventato.

Hanno già cominciato a sospettarmi,

e le disgrazie, da alcun tempo in qua,

bussano troppo spesso alla mia porta.

Ho una lingua che corre a briglia sciolta,

ma il cuore ha una paura maledetta

di Marte e sue creature, e non s’arrischia

a fare quel che promette la lingua.

NOBILE -

(A parte)

Questa è la prima vera verità

di cui si sia macchiata la sua lingua.

PAROLLES -

Qual diavolo m’ha indotto ad impegnarmi

d’andare a raccattare quel tamburo,

quando son certo che non è possibile,

e che non ne ho la minima intenzione?

Mi dovrò procurar qualche ferita

e dir che le ho toccate nell’azione.

Ma leggère non serviranno a niente:

“Con così poco te la sei cavata?”,

mi diranno; produrmene di grosse,

francamente, però, non me la sento.

Così, che prove mai potrò esibire?

Lingua mia, ti dovrò trovare alloggio

in bocca ad una donna burro e latte,

e comprarmene un’altra al posto tuo

dal muto del sultano Bajazet,([63])

se col tuo maledetto chiacchierare

non fai che mettermi in questi pasticci.

NOBILE -

(c.s.)

È mai possibile che questo tanghero

sia conscio d’essere quello che è,

e si ostini a continuare ad esserlo?

PAROLLES -

Forse mi basterebbe, alla bisogna,

produrmi qualche sgarro nel vestito

o spezzare la mia lama spagnola….

NOBILE -

(c.s.)

Non ti permetteremo di cavartela

così alla buona.

PAROLLES -

… o rasarmi la barba,

e dir ch’era con questo stratagemma…

NOBILE -

(c.s.)

Non ti funzionerebbe.

PAROLLES -

… o restar nudo,

e gettare i vestiti nel canale,

dicendo che così m’hanno spogliato…

NOBILE -

(c.s.)

Non ti servirà a niente.

PAROLLES -

… oppur giurare

d’esser saltato giù dalla finestra

della lor cittadella…

NOBILE -

(c.s.)

Quanto alta?

PAROLLES -

Trenta braccia.([64])

NOBILE -

(c.s.)

Tre grandi giuramenti

non ti varrebbero a darcela da bere.

PAROLLES -

Poter aver magari tra le mani

un qualsiasi tamburo del nemico…

NOBILE -

(c.s.)

Uno lo sentirai rullar tra poco.

(Tamburo fuori scena)([65])

PAROLLES -

Un tamburo nemico…

(A questo punto, escono i soldati, gli saltano addosso, lo legano, lo incappucciano, gridando):

NOBILE -

Throca, movusus, cargo, cargo, cargo!

TUTTI -

Cargo!

Cargo!

Villianda!

Corbo!

Cargo!

PAROLLES -

Oh, riscatto, riscatto! Non bendatemi!

SOLDATO INTERPRETE -

Boskos, thromuldo, boskos!

PAROLLES -

Ho capito,

siete del reggimento dei Muskòs,([66])

e io che non conosco quella lingua

dovrò perder la vita…

Se fra voi c’è un tedesco, un olandese,

un danese, un francese, un italiano,

che mi parli, gli svelerò segreti

da infligger la disfatta ai fiorentini.

SOLDATO INTERPRETE -

Boskos vauvados. Io so la tua lingua,

e ti capisco. Kerelybontò.

Raccomàndati l’anima, compare,

perché contro il tuo petto son puntati

diciassette pugnali.

PAROLLES -

Oh, mamma mia!

SOLDATO INTERPRETE -

Malka revania dulke. Prega, prega!

NOBILE -

Oscorbidulchos, voli-volivòrco.

SOLDATO INTERPRETE -

Il generale dice che è disposto

a risparmiarti, e bendato così,

ti vuole trasferire in altro luogo

per sottoporti ad interrogatorio.

Forse ci puoi fornire informazioni

ed avere così salva la vita.

PAROLLES -

Oh, lasciatemi vivere,

e vi rivelerò tutti i segreti

del nostro campo: la lor consistenza,

i loro piani; sì, vi dirò cose

da sbalordire.

SOLDATO INTERPRETE -

Ma sarai sincero?

PAROLLES -

Se no, ch’io sia dannato.

SOLDATO INTERPRETE -

Acordo linta.

Vieni, ti si concede dilazione.

(Esce Parolles scortato)

(Breve rullo di tamburo all’interno)

NOBILE -

Vada intanto qualcuno ad informare

il conte Rossiglione e mio fratello

che abbiamo catturato il beccaccione

e lo teniamo qui, incappucciato,

in attesa di udirli.

SECONDO SOLDATO -

Vado io, capitano.

NOBILE -

E digli pure

che questi è pronto a tradirci a noi stessi.

SECONDO SOLDATO -

Bene, signore.

NOBILE -

E che io nel frattempo

lo tengo qui bendato e sottochiave.

(Escono)

SCENA II - Firenze, in casa della vedova.

Entrano BERTRAMO e DIANA

BERTRAMO -

M’han detto che ti chiami Fontibella.

DIANA -

No, Diana, monsignore.

BERTRAMO -

Il nome d’una dea. E ne sei degna,

più che degna! Ma, anima squisita,

non ha nella tua vaga personcina

un posto amore? Se la viva fiamma

di giovinezza non t’accende l’animo,

tu non sei una vergine fanciulla,

ma una statua tombale.

Così rigida e fredda dovrai essere

da morta; ma alla tua età devi essere

quel che è stata tua madre

al tempo che dovette partorire

la soave creatura che tu sei.

DIANA -

Ella era onesta.

BERTRAMO -

Anche tu lo saresti.

DIANA -

No, mia madre compiva il suo dovere,

quel dovere, signore, che anche voi

dovreste compiere con vostra moglie.

BERTRAMO -

Non parliamo di questo, te ne prego.

Non contrastare i miei voti per te.

Lei, l’ho sposata contro il mio volere,

per costrizione, ma è te ch’io amo

per dolce costrizione dell’amore,

e rimarrò per sempre, totalmente,

tuo servitore.

DIANA -

Già, voi ci servite

fino a tanto che vi serviamo noi;

còlte che avete poi le nostre rose,

non ci lasciate che le nude spine

a far che ci pungiamo da noi stesse

e a rider della nostra nudità.

BERTRAMO -

Ma io ho giurato!

DIANA -

Mille giuramenti

non creano una fede; ma uno solo,

basta ch’esso sia semplice e sincero.

Noi giuriamo su ciò che non è sacro,

ed invochiamo a testimone Iddio.

Ditemi allora: s’io pur vi giurassi

che v’amo in nome dei grandi attributi

dell’amore,([67]) ci credereste voi,

se v’amassi in peccato? Non ha senso

giurare in chi si sostiene di amare

se si vuole il suo male.([68])

E dunque tutti i vostri giuramenti

sono parole e povere promesse

mai soddisfatte. Questo è il mio pensiero.

BERTRAMO -

Cambialo, cara, cambialo!

Non esser più tale santa-crudele!

Santo è amore, e la mia integrità

non ha mai conosciuto le male arti

di cui tu accusi gli uomini.

Non restartene più così sdegnosa,

ma abbandònati ai miei desideri

ammalàti di te, fammi guarire.

DIANA -

Vedo che gli uomini sanno sì bene

invilupparci nella loro rete,

che ci dimentichiamo di noi stesse….

Datemi quell’anello.

BERTRAMO -

Anima mia,

te lo posso prestare, se ti piace,

ma separarmene proprio non posso.

DIANA -

Me lo negate, dunque, mio signore?

BERTRAMO -

Quest’anello è un emblema dell’onore

della mia casa, trasmesso in retaggio

a me da lunga serie di antenati,

e sarebbe la più turpe vergogna

s’io lo perdessi.

DIANA -

E così è il mio onore;

anche la nostra casa ha il suo gioiello:

è la mia castità, retaggio anch’essa

di lungo ordine d’avi, e gran vergogna

sarebbe per me il perderla.

E le vostre parole di saggezza

portan dalla mia parte, a mio campione,

l’Onore contro i vostri vani assalti.

BERTRAMO -

E sia, ecco l’anello.

Tienilo, è tuo. E tuoi sian con esso

la mia casata, il mio nome, il mio onore,

la mia vita: io sono ai tuoi comandi.

(Si sfila l’anello e lo dà a Diana)

DIANA -

Allo scoccare della mezzanotte

date solo un colpetto alla finestra

della mia camera; farò in maniera

che mia madre non possa udire niente.

Pongo però una sola condizione

alla vostra lealtà di gentiluomo:

conquistato il mio letto virginale,

non dovete restarci più di un’ora,

e senza mai rivolgermi parola.

Ho per questo gravissimi motivi;

e li saprete quando quest’anello

vi sarà reso. Vi metterò al dito

nel buio della notte un altro anello

che, accada quel che accada nel futuro,

possa valere da testimonianza

di quel che avremo fatto questa notte.

Fino ad allora addio. Ma non mancate.

Avete conquistato in me una moglie,

pur se, proprio per questo,

più non potrò sperar d’esservi moglie.

BERTRAMO -

Ho conquistato, corteggiando te,

un paradiso in terra.

(Esce)

DIANA -

Per il quale

possa tu viver tanto, Rossiglione,

da ringraziare il paradiso e me!

Alla fine sarà forse così.

M’aveva ben prevenuta mia madre,

su come egli m’avrebbe corteggiata,

quasi che fosse stata nel suo cuore.

Ella dice che gli uomini

fanno tutti gli stessi giuramenti.

Costui a me ha giurato

di sposarmi alla morte di sua moglie;

e perciò io andrò con lui a letto

non prima d’essere morta.

Questi francesi son tutti fedifraghi;

se li sposi chi vuole. Quanto a me,

piuttosto vivere e morire vergine.

Solo che in questo gioco dell’inganno,

non mi sembra peccato

ingannar chi per vincere ha barato.

(Esce)

SCENA III - L’accampamento fiorentino.

Entrano i due fratelli NOBILI francesi con alcuni soldati

PRIMO NOBILE -

Hai consegnato al conte

la lettera che ci affidò sua madre?

SECONDO NOBILE -

Sì, circa un’ora fa.

Ci dev’essere scritto qualche cosa

che l’ha scombussolato,

perché nel leggerla s’è trasformato

da non parer più lui.

PRIMO NOBILE -

Lo credo bene;

s’è tirato sul capo, da sua madre,

molti rimproveri per quel che ha fatto,

e giustamente: ripudiar così

una sì degna moglie

ed una sì squisita gentildonna.

SECONDO NOBILE -

Soprattutto è maldestramente incorso

nel permanente sfavore del re,

che aveva già intonato il proprio cuore

a una tal liberale simpatia

verso di lui da fargli prospettare

tutto il bene possibile.

Voglio dirti una cosa sul suo conto,

ma che resti nel buio del tuo animo.

PRIMO NOBILE -

Come me l’avrai detta sarà morta

e chiusa in me come dentro una tomba.

SECONDO NOBILE -

È riuscito a sedurre, qui a Firenze,

una nobil fanciulla, reputata

di grande e costumata illibatezza,

e pascerà stanotte le sue voglie

con le residue spoglie dell’onore

di quella. Le ha donato, in contraccambio,

l’anello di famiglia,

e se ne va contento ed orgoglioso

dell’osceno baratto.

PRIMO NOBILE -

Ah, voglia Dio

mantenerci costantemente immuni

dalla rivolta della nostra carne!

Che cosa siamo noi,

quando ci abbandoniamo ai nostri istinti!

SECONDO NOBILE -

Ci facciam traditori di noi stessi;

e come accade in tutti i tradimenti,

che quando sono in atto,

finché non han raggiunto il loro fine

rivelan la natura degli autori,

così costui, con questa prava azione

tradisce la sua nobile natura

travolto dalla piena di se stesso.

PRIMO NOBILE -

E non è forse una nostra condanna

il farci noi gli stessi banditori

delle illecite nostre inclinazioni?

Sicché allora stanotte non godremo

del piacere della sua compagnia?

SECONDO NOBILE -

Non fino a un’ora dopo mezzanotte,

perché non può restarci più di un’ora.

PRIMO NOBILE -

Ci manca poco. Ma sarei contento

che presenziasse alla vivisezione

che noi faremo di quel suo compagno,

così ch’egli abbia modo di ricredersi

su quanto errato fosse il suo giudizio

che l’ha indotto a prestare tanto credito

a un personaggio di tanta doppiezza.

SECONDO NOBILE -

D’accordo, allora non faremo niente

dell’uno senza l’altro, aspetteremo;

perché la sua presenza

ha da servir da frusta per il primo.

PRIMO NOBILE -

Nel frattempo, che sai di questa guerra?

Che si dice?

SECONDO NOBILE -

Da quanto ho udito in giro,

ci sarebbero approcci per la pace.

PRIMO NOBILE -

Anzi, da quanto so, la pace è fatta.

SECONDO NOBILE -

Che farà ora il conte Rossiglione?

PRIMO NOBILE -

Vedo bene, da questa tua domanda,

che non sei della cerchia dei suoi intimi.

SECONDO NOBILE -

Dio non voglia; dovrei sentirmi complice,

del suo modo d’agire sconvenevole.

PRIMO NOBILE -

Sua moglie era fuggita di nascosto

circa due mesi fa dalla sua casa,

per ritirarsi, come pellegrina,

a San Giacomo Grande: un santo rito,

compiuto con austera devozione;

ma lì la sua natura delicata

è stata preda del suo crepacuore,

sì che infine ella ha reso in un lamento

l’ultimo suo respiro,

ed ora canta in cielo insieme agli angeli.

SECONDO NOBILE -

E tutto questo come si è saputo?

PRIMO NOBILE -

Gran parte dalle lettere di lei,

che documentano tutta la storia

fino al momento della sua scomparsa.

E la sua morte che, naturalmente,

non poteva annunciare ella per lettera,

è stata puntualmente confermata

dal superiore di quel sacro luogo.

SECONDO NOBILE -

Di tutto questo il conte è a conoscenza?

PRIMO NOBILE -

Punto per punto, e d’ogni altro dettaglio

che possa confermarlo.

SECONDO NOBILE -

Mi dispiace che possa esser contento

di tutto questo.

PRIMO NOBILE -

Troppe volte gli uomini

sono contenti delle loro perdite!

SECONDO NOBILE -

E quante volte invece ci succede

di dover piangere sui nostri acquisti!

La grande fama che gli ha procurato

la sua grande bravura di soldato

qui in Italia dovrà scontrarsi in patria,

con altrettanto grande disonore.

PRIMO NOBILE -

La ragnatela della nostra vita

è un intreccio di fili buoni e mali;

le nostre sole buone qualità

ci farebbero troppo presuntuosi

se non ci fossero i nostri difetti

a fustigarle; ed i nostri difetti

c’indurrebbero alla disperazione

se non trovassero alcun lenimento

nelle nostre migliori qualità.

Entra un SERVO di Bertramo

Beh, che ci dici? Che fa il tuo padrone?

SERVO -

S’è incontrato per strada con il Duca

e se n’è congedato ufficialmente.

Partirà domattina per la Francia.

Il Duca gli ha consegnato una lettera

di raccomandazione per il re.

SECONDO NOBILE -

Non credo che gli gioverà gran che,

lassù, fosse pur piena di più lodi

di quante egli ne possa meritare.

(Esce)

PRIMO NOBILE -

Dovranno esser davvero ultra-mielate

per addolcire l’amaro del re.

Ecco sua signoria.

Entra BERTRAMO

Dunque, signore?

Mezzanotte è passata da un bel pezzo.

BERTRAMO -

Oh, questa notte ho dovuto sbrigare

in poco tempo un monte di faccende,

che avrebbero richiesto, in altro tempo,

sicuramente non meno di un mese.

In breve: ho preso congedo dal Duca

e salutato quelli del suo seguito;

ho dato sepoltura ad una moglie,

e preso il lutto per lei;([69])

e ho scritto alla mia signora madre

per annunciarle il mio ritorno a casa;

nel tempo poi fra l’una e l’altra cosa

di queste ch’erano le più importanti,

ho sistemato varie altre bisogne,

l’ultima delle quali, la maggiore,

è rimasta tuttora non conclusa.

SECONDO NOBILE -

Se è cosa di difficile disbrigo

e dovete partire domattina,

bisognerà che la facciate in fretta.

BERTRAMO -

Ho detto “non conclusa”

perché ho paura che avrà qualche strascico

dopo la mia partenza da Firenze.

Ma non vogliamo goderci il dialogo

fra il Matto-finto-tonto([70]) ed il Soldato?

Suvvia, portatemelo qui davanti

questo modello di furfanteria

che m’ha ingannato da ambiguo profeta.

SECONDO NOBILE -

(Ai soldati)

Andate, voi, e menatelo qui.

(Escono due soldati)

Ha passato tutta la notte in ceppi

il nostro povero eroe manigoldo.

BERTRAMO -

Non è gran male. L’han bene meritato

i suoi calcagni che per tanto tempo

hanno portato a torto gli speroni.

E come s’è portato?

SECONDO NOBILE -

L’ho gia detto,

signore: sono i ceppi a portar lui.

Ma per rispondervi a miglior tono,

dirò che piange come una mocciosa

che ha versato il suo latte. Ha fatto a Morgan,

che crede un frate, la sua confessione,

raccontandogli tutta la sua vita,

dai primi albori della sua memoria

alla presente sua malaventura

del ritrovarsi relegato in ceppi.

E che credete ch’abbia confessato?

BERTRAMO -

Spero nulla su me.

SECONDO NOBILE -

La confessione

è stata tutta e messa per iscritto

ed ora verrà letta in sua presenza;

per sapere se vostra signoria

v’è menzionata, dovrete ascoltarla

pazientemente, stando qui con noi.

Rientrano i due soldati con PAROLLES incappucciato con il PRIMO SOLDATO come interprete

BERTRAMO -

Accidenti! Bendato e incappucciato!

Di me non può dir nulla.

PRIMO NOBILE -

Zitti, zitti!

Arriva il nostro uomo incappucciato.

Portò-tartà-rossà.

PRIMO SOLDATO -

(A Parolles)

Il nostro generale sta chiamando

quelli che devon farti la tortura;

che cosa sei disposto a confessare

senza il loro intervento?

PAROLLES -

Confesserò tutto quello che so,

senza coercizioni.

Se mi pestate come carne trita,

non potrò dirvi una parola in più.

PRIMO SOLDATO -

(Al primo nobile)

Bosko chimurco.

PRIMO NOBILE -

Boblindo chicùrmuco.

PRIMO SOLDATO -

Siete molto clemente, generale.

(A Parolles)

Il nostro generale ti comanda

di dare una risposta alle domande

che ti porrò leggendole da un foglio.

PAROLLES -

Ed io risponderò la verità,

per quanto so di scampare la pelle.

PRIMO SOLDATO -

(Legge)

“Primo, precisi di quanti cavalli

consiste la cavalleria del Duca”.

PAROLLES -

Cinque-seimila, ma son tutti brocchi

e inservibili e tutti sparpagliati,

e i loro rispettivi comandanti

sono tutti dei poveri straccioni.

Lo giuro sulla mia reputazione

e sul mio credito, per quanto è vero

che spero solo di scampar la pelle.

PRIMO SOLDATO -

Devo scriver così la tua risposta?

PAROLLES -

Esattamente. E vi ci giuro sopra,

nella forma e nel modo che volete.

BERTRAMO -

(A parte, al primo nobile)

Lui non fa differenza!

Razza d’incorreggibile furfante!

PRIMO NOBILE -

(A parte a Bertramo)

Oh, v’ingannate su di lui, signore!

Questi è monsieur Parolles, il valoroso

uomo d’arme - così si è definito -

che porta tutta la teoria di guerra

nel nodo della sciarpa, e la sua pratica

in punta al fodero della sua spada.

SECONDO NOBILE -

Non mi fiderò più d’ora in avanti

di chi tiene la spada sempre lucida,

né crederò un esempio di prodezza

chi porta una divisa così in ghingheri.

PRIMO SOLDATO -

Bene, ho verbalizzato.

PAROLLES -

Ho detto “cinque-seimila cavalli”…

scrivete “circa”, per la verità;

voglio esser preciso.

PRIMO NOBILE -

(c.s.)

Su questo punto è assai vicino al vero.

BERTRAMO -

(c.s.)

Non mi sento però di ringraziarlo

per il genere di verità che dice.

PAROLLES -

(Al soldato)

Ho detto pure “poveri straccioni”.

Questo scrivetelo, prego.

PRIMO SOLDATO -

Già scritto.

PAROLLES -

Umili grazie. Quel che è vero è vero.

Sono proprio dei poveri straccioni.

PRIMO SOLDATO -

(Leggendo ancora)

“Domandargli di dire a quanto ammontano

le truppe a piedi”. Che rispondi a questo?

PAROLLES -

In fede mia, dirò la verità,

avessi solo un’ora ancor da vivere.

Vediamo un po’: Spurio, centocinquanta;

Sebastiano, altrettanti;

altrettanti Corambo e pure Giacomo;

Guiltiano, Cosmo, Lodovico e i Grazii,

un duecentocinquanta per ciascuno;

e duecento cinquanta per ciascuno

il mio reparto, quello di Cristoforo,

quello dei Benzii e quello di Vaumont:

e dunque l’effettivo nel totale

non arriva, tra buoni e scalcagnati,

a sì e no quindicimila uomini;

metà dei quali nemmeno s’arrischiano

a scuotersi la neve dai cappotti

per la paura di cascare a pezzi.

BERTRAMO -

(c.s.)

Che far di lui adesso?

PRIMO NOBILE -

(c.s.)

Nulla, direi, se non che ringraziarlo.

(Al primo soldato)

Domandagli di me,

e di che stima godo presso il Duca.

PRIMO SOLDATO -

Bene, è scritto: “Chiedetegli se sa

che fra quelli del campo fiorentino

è un capitano Dumain, un francese;

di che stima egli gode presso il Duca,

e come è reputato il suo valore,

la sua integrità ed esperienza

nell’armi; e se lui stesso non ritiene

che sia possibile o no di corromperlo

con appropriate offerte di denaro,

e indurlo a disertare”. Che rispondi?

Che puoi dire riguardo a tutto questo?

PAROLLES -

Per carità, lasciatemi rispondere

punto per punto all’interrogatorio.

Una domanda alla volta, vi prego.

PRIMO SOLDATO -

Ma lo conosci questo capitano?

PAROLLES -

Lo conosco altroché. Era garzone

a Parigi da un certo ciabattino,

finché non l’hanno cacciato a pedate

per aver messo incinta una ragazza,

una povera idiota dell’ospizio

del comune,([71]) una povera innocente

muta, che fu impotente a dirgli “no”!

(Il primo nobile furibondo alza la mano per colpirlo,

ma Bertramo lo ferma)

BERTRAMO -

No, con licenza, fermo con le mani….

Tanto so già che non passerà molto

gli arriverà una tegola in testa.

PRIMO SOLDATO -

Allora dunque questo capitano

è in campo, o no, col Duca di Firenze?

PAROLLES -

Sì, c’è quel pidocchioso, ch’io ne sappia.

PRIMO NOBILE -

(A Bertramo che lo guarda sbalordito)

Beh, adesso non guardatemi così.

Fra poco sentiremo anche di voi.

PRIMO SOLDATO -

(A Parolles)

Di che credito gode presso il Duca?

PAROLLES -

Tutto quello che il Duca sa di lui

è ch’egli è solo un mediocre ufficiale

in forza al mio reparto; e l’altro giorno

m’ha scritto di buttarlo fuor dai ranghi.

Credo d’aver in tasca la sua lettera.

PRIMO SOLDATO -

Eh, perbacco, cerchiamola senz’altro.

(Il primo soldato comincia a frugare nelle tasche di Parolles, ma non trova niente)

PAROLLES -

Sono mortificato…

Non so com’è: se non l’ho qui con me,

sarà rimasta insieme all’altre lettere

del Duca che conservo alla mia tenda.

(Il primo soldato, continuando a frugare,

trova un foglio)

PRIMO SOLDATO -

Eccola; qui c’è un foglio. Devo leggerlo?

PAROLLES -

Ma non sono sicuro che sia quella.

BERTRAMO -

(A parte, al primo nobile)

Il nostro interprete è davvero in gamba.

PRIMO SOLDATO -

(Legge il foglio)

“Diana, il conte è uno sciocco, pieno d’oro…”

PAROLLES -

Oh, no, non è lettera del Duca,

quella, signore, è solo un mio consiglio

a una brava ragazza di Firenze,

certa Diana, perché si tenga in guardia

dalle lusinghe d’un certo Bertramo,

conte di Rossiglione, un ragazzotto

scioccherello e vanesio, sempre in fregola.

Vi prego, riponetemela in tasca.

PRIMO SOLDATO -

Prima, con tua licenza, voglio leggerla.

PAROLLES -

L’ho scritta, v’assicuro, quella lettera

intenzionato a rendere un servizio

più che onesto alla povera ragazza;

perché sapevo bene, conoscendolo,

quale pericoloso donnaiolo

fosse il giovane conte Rossiglione:

un lussurioso, una vera balena

per la verginità, divoratrice

di tutti i pesciolini in cui s’imbatte.

BERTRAMO -

Maledetta canaglia doppiafaccia!

PRIMO SOLDATO -

(Legge)

“Quando ti giura amore,

“fagli sborsare del denaro e prendilo,

“ché lui consuma, ma non paga il conto.

“Un gioco ben portato

“è a metà guadagnato. Farai bene,

“se avrai in precedenza contrattato.

“A cose fatte, non paga arretrato.

“Prendili prima, Diana, e sappi questo

“che ti consiglia un soldato modesto:

“ci s’infrasca con uomini maturi,

“non si baciano uomini futuri.

“E dammi retta: il conte è un bel gaglioffo,

“che paga avanti, ma non dov’è in debito.

“Sono, come all’orecchio t’ho giurato,

“il tuo PAROLLES, parola di soldato”.

BERTRAMO -

Costui, parola mia,

dovrà passare sotto le frustate

di tutti gli uomini del mio reparto

con questi versi appiccicati in fronte!

PRIMO NOBILE -

Ecco, questo è il devoto vostro amico,

il vostro poliglotta,

l’armipotente guerriero, signore!

BERTRAMO -

Se c’è cosa ch’io non sopporto al mondo,

è il gatto, e questi per me adesso è un gatto.([72])

PRIMO SOLDATO -

(A Parolles)

Dalla faccia che fa il mio generale

mi par d’intendere, caro messere,

che ci sarà procurato il piacere

di vederti impiccato.

PAROLLES -

Oh, non sia mai!

Non ch’io abbia paura di morire,

ma, dato che ho commesso assai peccati,

vorrei passare il resto dei miei giorni

solo a fare mea culpa.

Oh, lasciatemi vivere, signore,

in prigione, costretto in ceppi, ovunque,

purché vivo.

PRIMO SOLDATO -

Vedremo cosa fare,

se dirai tutto senza reticenze.

Torniamo a questo capitan Dumain:

tu hai risposto già circa la stima

che ha il Duca di lui e del suo valore;

ma che puoi dire sulla sua onestà?

PAROLLES -

Che ruberebbe un uovo in un convento.

Che in quanto a stupri e violenze carnali

non ha davvero da invidiare a Nesso.([73])

Capace di mentire, signor mio,

con tanta disinvolta facciatosta

da far passare per assurdo il vero.

Sua massima virtù l’ubriachezza,

per via che s’ubriaca come un porco,

e solo quando dorme non fa danno,

salvo che alle sue povere lenzuola;

ma, poiché tutti sanno del suo vizio,

lo mettono a dormire sulla paglia.

Sulla sua onestà,

ho ben poc’altro da dire, signore,

tranne ch’è un individuo

che ha tutto ciò che non dovrebbe avere

un uomo onesto, mentre non ha nulla

di tutto quello che fa onesto un uomo.

PRIMO NOBILE -

(Sempre sottovoce a parte a Bertramo)

Costui comincia ad essermi simpatico.

BERTRAMO -

Per che cosa: per questa descrizione

della sua onestà? Gli venga un cànchero!

Per me somiglia sempre più ad un gatto.

PRIMO SOLDATO -

(A Parolles)

E sulla sua perizia militare

che cosa mi puoi dire?

PAROLLES -

Eh, so solo che ha fatto il tamburino

per una compagnia di attori inglesi,([74])

ma della sua perizia militare

altro non so, se non che in quel paese

ebbe l’onore di far l’ufficiale

in un posto chiamato Mile-end,([75])

dove addestrava a mettersi per due

le guardie di città. Vorrei anch’io

rendergli tutto l’onore che posso,

ma neppure di questo son sicuro.

PRIMO NOBILE -

Più ribaldo della ribalderia!

A tal punto, che quasi si riscatta

per la sua straordinarietà!

BERTRAMO -

Peste lo colga! Sempre un gatto è!

PRIMO SOLDATO -

(A Parolles)

Se le sue qualità, come tu dici,

sono roba così a buon mercato,

è inutile allora domandarti

se si lasci corrompere dall’oro

fino alla diserzione e al tradimento.

PAROLLES -

Per un quarto di scudo, quello lì,

si venderebbe a titolo perpetuo

il sacro feudo della sua salvezza

con diritto di ereditarietà

a se stesso, escludendone gli eredi.

PRIMO SOLDATO -

E quanto all’altro capitan Dumain,

il fratello, che cosa ci puoi dire?

SECONDO NOBILE -

Che! Gli chiede di me?

PRIMO SOLDATO -

Che tipo è?

PAROLLES -

Un altro corvo della stessa cova.

Non di grande statura come il primo

in fatto di onestà, ma assai più grande

quanto a cialtroneria in generale.

Supera suo fratello per viltà,

ch’è tutto dire, perché suo fratello

in questo è ritenuto un gran campione.

Se c’è una ritirata, nella fuga

supera pure l’ultimo lacchè;

e se c’è un’avanzata,

si fa venire i crampi alle calcagna.

PRIMO SOLDATO -

Lo tradiresti il Duca di Firenze

se ti promettono salva la vita?

PAROLLES -

Càspita! E anche il comandante in capo

dei suoi squadroni di cavalleria,

conte di Rossiglione!

PRIMO SOLDATO -

Vado a dir due parole al generale

per conoscere quello che decide.

(Fa finta di allontanarsi.

Parolles è sempre incappucciato)

PAROLLES -

E così non dovrò più stamburare.([76])

Vadano al diavolo tutti i tamburi.

Solo per farmi bello col tamburo,

ed ingannare l’immaginazione

di quel viziato ragazzaccio, il conte,

mi son cacciato in questo ginepraio!

Ma chi poteva mai immaginare

un’imboscata di truppe nemiche

proprio là dove m’hanno catturato?

PRIMO SOLDATO -

Purtroppo, amico, non c’è alcun rimedio:

devi morire. Dice il generale

che uno che sì proditoriamente

ha rivelato, come hai fatto tu,

tanti segreti del suo proprio esercito,

e detto male, senza alcun ritegno,

di personaggi di sì alta stima,

non serve, vivo, a nessun fine onesto.

Perciò non c’è che fare: morirai.

A te, carnefice, mozzagli il capo.

PAROLLES -

Oh, Dio Signore, lasciatemi vivere!

O, s’io devo morire,

lasciate almeno ch’io possa vederla

la mia morte!

PRIMO SOLDATO -

Sì, questo t’è concesso.

(Gli tolgono il cappuccio con la benda)

Di’ pure addio a tutti i tuoi amici.

BERTRAMO -

Buongiorno a te, nobile capitano.

PRIMO NOBILE -

Dio vi dia bene, capitan Parolles.

SECONDO NOBILE -

Che Dio vi salvi, nobil capitano.

PRIMO NOBILE -

Capitano, io parto per la Francia;

non volete mandare per mio mezzo

un salutino al mio monsieur Lafeu?

SECONDO NOBILE -

Buon capitano, mi volete dare

una copia di quel bel poemetto([77])

che avete scritto a Diana

con gli elogi del conte Rossiglione?

S’io non fossi quel fiore di vigliacco

che dite, me lo prenderei di forza.

Comunque, state bene.

(Escono Bertramo e i due nobili francesi)

PRIMO SOLDATO -

Capitano, sei tutto una rovina…

tutto, tranne la sciarpa

che serba intatto il suo superbo nodo.

PAROLLES -

Chi non è rovinato da un complotto?

PRIMO SOLDATO -

Se tu potessi scoprire un paese

non d’altri popolato che di donne

coperte di vergogna come te,

ci potresti fondare egregiamente

la nazione della spudoratezza.

Statti bene. Anch’io parto per la Francia.

Si parlerà tanto di te, lassù.

(Esce con gli altri soldati)

PAROLLES -

In fondo, posso ringraziare il cielo.

È andata bene: avessi un cuore grande

mi scoppierebbe dalla contentezza.

Non sarò più, magari, un capitano;

ma potrò ben mangiar, bere e dormire

comodamente come un capitano.

È l’esser quel che sono a farmi vivere.

Chi sa di essere un millantatore,

stia bene un guardia, ché giunge il momento

che farà la figura del somaro.

Arrugginisci, spada;

spallidite, rossori; e tu, Parolles,

vivi sicuro nella tua vergogna.

Gli altri t’hanno beffato?

E tu vivi di beffe e fa’ fortuna!

Il mondo è largo, ci son mezzi e posto

per tutti. Io, Parolles, li troverò.

(Esce)

SCENA IV - Firenze, in casa della vedova.

Entrano ELENA, la VEDOVA e DIANA

ELENA -

Per convincervi che non v’ho fatto torto,

mi sarà ben garante un personaggio

tra i più grandi della cristianità;

perché avanti a lui io dovrò andare,

a inginocchiarmi ai piedi del suo trono,

per portare a buon esito il mio piano.

Gli ho reso, tempo fa, un gran servizio,

a lui più caro quasi della vita

e tale da destar la gratitudine

anche nel cuore di pietra d’un Tartaro.

So che Sua grazia si trova a Marsiglia,

dove mi sono procurata già

conveniente maniera di recarmi.

Voi dovete sapere

ch’io son creduta morta. Mio marito,

sciolto l’esercito, ritorna a casa,

dove, il cielo aiutando,

e il re mio buon signore permettendo,

noi giungeremo del tutto inattese.

VEDOVA -

Mia nobile signora,

mai servo accolse con maggior piacere

di noi due la fiducia in lui riposta.

ELENA -

Né voi, signora, aveste mai amica

più di me impegnata fedelmente

a compensar la vostra devozione.

Sicuramente il cielo m’ha creata

perché fossi datrice di una dote

a vostra figlia, e ha destinato lei

a strumento ed aiuto suo e mio

perché io ritrovassi mio marito.

Però, che strane creature gli uomini,

che riescono a fare un sì dolce uso

di ciò che aborrono, quando accecati

da sconci ed ingannevoli pensieri

insozzano la notte.

La lussuria riesce a vezzeggiare

una cosa aborrita,

scambiandola per quello che non è.

Ma di questo, più tardi.

Nel frattempo, voi, Diana,

seguendo bene le mie istruzioni,

dovrete ancor soffrire un po’ per me.

DIANA -

Se alle vostre istruzioni, mia signora,

non s’accompagnano morte o disdoro,

io son pronta a soffrir quel che volete.

ELENA -

Ancora, sì, vi prego;

ma per noi verrà con quell’“ancora”

l’estate, quando avran le rose petali

oltre alle spine, e saran profumate

quanto pungenti. Ma dobbiamo andare;

la carrozza ci aspetta e il tempo stringe.

Tutto è bene quel che finisce bene.([78])

Il tempo ha sempre coronato l’opera.

E qual che sia la via,

la fine premia sempre la virtù.

(Escono)

SCENA V - Rossiglione, il palazzo del conte.

Entrano la CONTESSA, LAFEU e IL LAVA

LAFEU -

No, no, a fuorviare vostro figlio

è stato quel messere in taffettà,

quella canaglia color zafferano

capace di ridurre alla sua tinta

tutta la gioventù d’una nazione

ancor malcotta e non lievitata.

Vostra nuora sarebbe ancora in vita

e vostro figlio sarebbe qui a casa,

sicuramente in grazia più del re

che di quel calabrone codarossa.

CONTESSA -

Ah, non l’avessi conosciuto mai!

È stato lui a causar la morte

della più illibata gentildonna

della cui creazione la natura

poté mai compiacersi con se stessa.

Foss’ella stata carne di mia carne,

e mi fosse costata a partorirla

il più grande travaglio di una madre

io non le avrei voluto

un più profondo e radicato affetto.

LAFEU -

Era proprio una degna gentildonna.

Un’erba come quella

non la si trova tra mille insalate.

LAVA -

Davvero, era la dolce maggiorana

nell’insalata, o piuttosto la ruta,

che è l’erba della grazia.

LAFEU -

Ma queste non son erbe da insalata,

manigoldo, son solo erbe aromatiche.

LAVA -

Io d’erbe non m’intendo, monsignore,

non sono il gran Nabuccodonosor.([79])

LAFEU -

Chi sei allora, o chi credi di essere:

un furfante o un buffone?

LAVA -

L’uno e l’altro, vossignoria: buffone

quando ho da fare il servizio a una donna;

e furfante per il di lei marito.

LAFEU -

Che significa questa distinzione?

LAVA -

Che froderei il marito della moglie,

e le farei il servizio al posto suo.

LAFEU -

Così quello si trova al suo servizio

un furfante. E la moglie?

LAVA -

Alla moglie darei, per divertirla

e renderle servizio, la mia mazza.([80])

LAFEU -

Sei furfante e buffone, tutt’e due:

non posso a meno di dartene atto.

LAVA -

Sempre pronto a servirvi…

LAFEU -

No, no, no!

LAVA -

Allora, se non voi,

posso sempre servire, monsignore,

un gran principe, grande come voi.

LAFEU -

E chi è, un francese?

LAVA -

A dir la verità, il nome è inglese,

ma in Francia la sua faccia è più infuocata

che in Inghilterra.

LAFEU -

E che principe è questo?

LAVA -

È il “Principe Nero”, monsignore,

principe delle tenebre anche detto,

alias il diavolo.([81])

LAFEU -

Basta così.

Eccoti la mia borsa, te la lascio;

ma non per suggerirti di tradire

quel tuo padrone. Seguita a servirlo.

LAVA -

Io son uomo di bosco, monsignore,

ed i falò mi son sempre piaciuti;

e il padrone di cui testé parlavo

tiene acceso in eterno un grande fuoco.

Di sicuro egli è il principe del mondo;

ma la sua principesca nobiltà

rimanga alla sua corte; la mia casa

la preferisco con la porta stretta,

tanto stretta da non poterci entrare

i grandi; ci potranno forse entrare

quei pochi in mezzo a loro che si umiliano,

ma la gran maggioranza

son troppo freddolosi e delicati,

e sceglieranno il cammino fiorito

che mena alla gran porta e al gran fuoco.([82])

LAFEU -

Vattene, va’, tu cominci a stufarmi

con i tuoi lazzi; e te lo dico prima,

perché non voglio arrabbiarmi con te.

Va’ per i fatti tuoi. Bada soltanto

che i miei cavalli siano ben strigliati

e senza trucchi.([83])

LAVA -

Se facessi trucchi,

con quei cavalli, sarebbero trucchi

sempre “imbroccati”, ché le vostre rozze

sono brocchi per legge di natura.([84])

(Esce)

LAFEU -

Un furfantaccio, astuto e malizioso.

CONTESSA -

Proprio così. Il mio povero marito

ci si spassava molto; ed è per lui

che seguito a tenerlo qui con me;

e questo lui lo sa e ne approfitta

per mandare la lingua a briglia sciolta;

ed infatti è sfrenato in lungo e in largo,

come un cavallo, e corre dove vuole.

LAFEU -

Ma è simpatico, male non ci sta.

Per riprendere il filo del discorso,

stavo dunque per dirvi, mia signora,

che quand’ebbi notizia della morte

della buona signora vostra nuora

e che il mio signore vostro figlio

era in viaggio per ritornare a casa,

ho convinto il sovrano mio padrone

a parlargli in favore di mia figlia;

cosa che sua maestà,

nella sua nobile delicatezza

ha ricordato di avere proposto

lui stesso al tempo che il vostro figliolo

ed ella erano in minore età.

Ho avuto da Sua altezza la promessa

che farà questo passo;

e potrebb’essere il modo migliore

per cancellare il suo risentimento

contro il conte Bertramo.

Che ne direbbe vostra signoria?

CONTESSA -

Che ne son ben felice, monsignore.

LAFEU -

Sua maestà è in viaggio per Marsiglia

del tutto risanato e vigoroso

come a trent’anni. Sarà qui domani,

se non m’ha detto il falso la persona

che di rado mi diè false notizie.

CONTESSA -

Mi riempie di gioia la speranza

di poterlo veder prima ch’io muoia.

Anche mio figlio sarà qui stasera,

secondo che m’annuncia una sua lettera.

Debbo pregare vostra signoria

di restare con me fino a domani

per assistere a questo loro incontro.

LAFEU -

Stavo appunto chiedendomi, signora,

come pregarvi di questo favore

senza potervi sembrare indiscreto.

CONTESSA -

Non avevate che a invocar per voi

il privilegio della nobiltà.

LAFEU -

Signora, me ne son fin troppo valso,

ma vedo, grazie a Dio, ch’è ancora valido.

Rientra IL LAVA

LAVA -

Madama, sta arrivando vostro figlio

con un cerotto di velluto in faccia;

se ci sia sotto o no una cicatrice,

lo sa solo il velluto;

ma è una bella toppa di velluto:

la sua guancia sinistra,

è una guancia con doppio pelo e mezzo,

mentre la guancia destra è solo pelle.([85])

LAFEU -

Una ferita nobilmente presa,

voglio dire una nobile ferita

è una livrea d’onore;

tale sarà probabilmente quella.

LAVA -

Già, ma ci sono toppe di velluto

che coprono altre piaghe.([86])

LAFEU -

Signora, andiamo incontro a vostro figlio.

Ho proprio una gran voglia di parlare

con questo giovin nobile soldato.

LAVA -

Eh, oltre a lui ce n’è una dozzina

che sfoggiano eleganti copricapi

e certe cortesissime lor piume

che fanno riverenze a destra e a manca.

(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I - Marsiglia, una via.

Entrano ELENA, la VEDOVA, DIANA e due accompagnatori.

ELENA -

Tutto questo viaggiare giorno e notte

vi deve aver mandato giù di spirito;

ma non se ne poteva fare a meno.

Siate però sicure di una cosa:

che facendo tutt’uno giorno e notte

per me e logorando al mio servizio

le vostre membra così delicate,

siete tanto cresciute di valore

nel conto della mia riconoscenza

che nulla vi potrà più cancellare.

Entra un GENTILUOMO, falconiere reale

Giusto in punto! Quest’uomo può aiutarmi

a procurarmi udienza presso il re,

se vorrà usare la sua autorità.

Dio vi salvi, signore!

GENTILUOMO -

E così voi.

ELENA -

Signore, il vostro viso non mi è nuovo;

vi ho visto già alla corte di Francia.

GENTILUOMO -

Ci sono stato, infatti, qualche volta.

ELENA -

Credo, signore, che non sia scemata

la buona fama d’uomo generoso

di cui godete; per questa ragione,

spinta da assai scabrose circostanze

che m’inducono a mettere da parte

i complimenti, vorrei trar profitto

dalle vostre virtù per un favore

di cui vi sarei grata in sempiterno.

GENTILUOMO -

Che volete ch’io faccia?

ELENA -

Che vi degnaste consegnare al re

quest’umilissima mia petizione

e che usaste la vostra autorità

per farmi ammettere alla sua presenza.

GENTILUOMO -

Ma il re non è più qui.

ELENA -

Ah, no?

GENTILUOMO -

No, no;

il re è partito da qui questa notte,

e più speditamente del suo solito.

VEDOVA -

Signore Iddio! Tutta fatica inutile!

ELENA -

Tutto è bene quel che finisce bene,

anche se sembrano tutte contrarie

le circostanze e inadeguati i mezzi.

(Al gentiluomo)

E, di grazia, signore, dov’è andato?

GENTILUOMO -

A Rossiglione, credo; anzi son certo.

E là mi stavo dirigendo anch’io.

ELENA -

Allora vi scongiuro, monsignore,

poiché probabilmente lo vedrete

prima di me, vogliate consegnare

nell’auguste sue mani questa lettera.

Non vi procurerà nessun richiamo

da lui, che, anzi, vi ringrazierà

per il disturbo che vi siete preso.

Vi seguirò con la celerità

che i nostri mezzi ci consentiranno.

GENTILUOMO -

Lo farò volentieri.

ELENA -

E ne riceverete, v’assicuro,

da lui ringraziamenti, e forse più.

(Alle due donne)

Noi dobbiamo rimetterci a cavallo.

Andiamo, andiamo dunque a prepararci.

(Escono)

SCENA II - Rossiglione, cortile interno nel palazzo del duca.

Entrano IL LAVA e PAROLLES

PAROLLES -

Mio bravo mastro Lava, fa’ il favore,

va’ da monsieur Lafeu da parte mia,

e consegna in sua mano questa lettera.

Tu m’hai già conosciuto, caro amico,

quando avevo maggior dimestichezza

con più freschi vestiti; ma, mio caro,

con me l’umore della dea Fortuna

s’è intorbidato e dalla mia persona

emana il tanfo della sua avversione.

LAVA -

Eh, l’avversione della dea Fortuna

dev’essere qualcosa d’assai sporco,

se emana il forte puzzo che voi dite.

Da oggi in poi non mangerò più pesce

fritto dalla Fortuna… Aria, aria!

(Il Lava fa l’atto di scostarsi e turarsi il naso)

PAROLLES -

Ehi, non occorre che ti turi il naso,

amico, sto parlando per metafora.

LAVA -

Se la vostra metafora, signore,

o la metafora di qualcun altro

puzza, bisogna che mi turi il naso.

Ti prego, fatti in là.

PAROLLES -

Va’, portami, ti prego, questo foglio.

LAVA -

Puah!… State alla larga, per favore.

Dovrei portare una carta del cesso

della Fortuna a un nobil gentiluomo…

Eccolo, toh, che arriva di persona.

Entra LAFEU

Monsieur Lafeu, qui c’è un escremento

della Fortuna, o meglio del suo gatto,

che non odora di gatto muschiato,

caduto nella fetida peschiera

della sua avversione, nella quale

come dice, s’è tutto inzaccherato.([87])

Vi prego, mio signore, questa carpa

trattatela il meglio che potete;

a me sembra un furfante decaduto,

un’ingegnosa, stupida canaglia.

Con questi confortevoli aggettivi

gli manifesto tutto il mio compianto

per la sua sofferenza,

e lo lascio alla vostra signoria.

(Esce)

PAROLLES -

Sono un uomo, signore,

crudelmente graffiato da Fortuna.

LAFEU -

E che vuoi che ci faccia? È troppo tardi

per tagliare le unghie alla Fortuna.

Ma che mascalzonata hai combinato

per farti sgraffignare in questo modo?

È una brava signora la Fortuna,

in fondo, e non permette ai mascalzoni

di prosperare a lungo nel suo regno.

Toh, ecco un cardecue.([88])

(Gli dà la moneta)

Siano i giudici a farti far la pace

con la Fortuna. Ho altro da pensare.

PAROLLES -

Una parola sola, vostro onore,

vi prego di ascoltarmi.

LAFEU -

Ho capito, tu chiedi un altro soldo.

Eccolo, e tieniti la tua parola.

PAROLLES -

Il mio nome è Parolles, mio buon signore.

LAFEU -

Allora chiedi più d’una parola…([89])

Per le pene di Cristo, qua la mano!

Come va il tuo tamburo?

PAROLLES -

Oh, monsignore,

voi foste il primo a scoprire chi ero.

LAFEU -

Ah, sì? Ed anche il primo a ricoprirti…

di vergogna.

PAROLLES -

Sta quindi a voi, signore,

in qualche modo rimettermi in grazia,

avendomi portato allo scoperto.

LAFEU -

Eh, no, gaglioffo! Tu mi vuoi far fare

sia la parte di Dio che del demonio,

l’uno che ti rimette nella grazia,

l’altro che te ne scaccia.

(Trombe da dentro)

Arriva il re,

lo riconosco dalla sua fanfara.

Compare, fatti vedere più tardi.

Ho parlato di te ancor iersera.

Anche se sei un pazzo e una canaglia,

ci sarà da mangiare anche per te.

Su, seguimi.

PAROLLES -

Ringrazio Dio per voi.

(Escono)

SCENA III - La stessa.

Trombe. Entrano il RE, la CONTESSA, LAFEU, nobili, cavalieri e seguito

RE -

Con lei abbiamo perduto un gioiello,

e quel che noi valiamo

n’è rimasto di molto impoverito.

Ma a vostro figlio, nella sua follia,

è mancato il cervello per stimare

tanto valore.

CONTESSA -

Acqua passata, sire;

vostra altezza lo voglia riguardare

solo come uno sfogo di natura,

una vampata dell’età sua giovane

nella quale olio e fuoco, troppo ardenti

per poter soggiacere alla ragione,

la sopraffanno e bruciano con essa.

RE -

Tutto è stato, onoratamia signora,

da me dimenticato e perdonato,

benché sopra di lui fosse già teso

l’arco del mio castigo,

aspettando il momento di colpire.

LAFEU -

(Alla contessa)

Io, signora, scusandomi in anticipo,

vi voglio dire questo: vostro figlio

ha fatto grave torto a sua maestà,

a sua madre, a colei ch’era sua sposa,

ma ancor più grave l’ha fatto a se stesso.

Ha perduto una moglie

la cui bellezza abbagliava lo sguardo

degli occhi più esigenti; il cui parlare

incantava chiunque l’ascoltasse;

le cui doti di rara perfezione

imponevano ai cuori più restii

di chiamarla umilmente lor padrona.

RE -

Lodar ciò ch’è perduto

ne fa più cara al cuor la rimembranza.

Ebbene, via, chiamatelo;

con lui ci siamo ormai riconciliati,

e il rivederci potrà dileguare

l’ultima nube di risentimento.

Non ci chieda perdono: la sostanza

della gravissima sua colpa è spenta,

e noi i suoi tizzoni ancora accesi

vogliamo seppellire in una fossa

più fonda dell’oblio.

Che venga innanzi a me come un estraneo,

non già come un colpevole.

Informatelo ch’è con questo spirito

che lo vediamo.

UN GENTILUOMO -

Sarà fatto, sire.

(Esce)

RE -

(A Lafeu)

Che v’ha detto riguardo a vostra figlia?

Gliene avete parlato?

LAFEU -

Sì, si rimette tutto a vostra altezza.

RE -

Allora questa unione si farà.

Ho appena ricevuto dall’Italia

lettere che ne esaltano la fama.

Entra BERTRAMO

LAFEU -

Mi pare che il suo aspetto lo confermi.

RE -

(A Bertramo)

Bertramo, oggi il tuo re

è una giornata fuori di stagione:

vedrai in me ad un tempo sole e grandine

anche se occhieggia, tra le sparse nuvole,

qualche raggio di sole luminoso.

Su, vieni avanti: il bel tempo è tornato.

BERTRAMO -

Perdonatemi, amato mio sovrano,

le mie colpe; ne sono assai pentito.

RE -

Tutto per bene. Il passato è passato,

non ne parliamo più.

Afferriamo pel ciuffo sulla fronte

il momento che fugge: siamo vecchi

e sui più celeri nostri decreti

l’impercettibile passo del tempo

scivola via furtivo e silenzioso

prima che li possiamo porre in atto.

(Indicando Lafeu)

Ti ricordi, Bertramo,

della figlia di questo gentiluomo?

BERTRAMO -

Mirabilmente, sire. Da principio

su lei era caduta la mia scelta,

avanti che il mio cuore

osasse fare di questa mia lingua

un troppo audace araldo di se stesso;([90])

una volta però che la sua immagine

vi s’infisse, trasmessa dal mio occhio,

la lente deformante del Disprezzo,

che distorceva tutti i lineamenti

d’ogni volto, alterandone i colori

oppur considerandoli rubati,

mi dilatò o contrasse quelli suoi

fino a farne un oggetto ripugnante.

Così accadde che ella,

di cui tutti facevano le lodi,

e che io stesso dacché l’ho perduta

ho sempre avuto in cuore, all’improvviso,

divenne agli occhi miei come una polvere

che li accecò.

RE -

Una scusa bene espressa.

Il fatto stesso che tu l’abbia amata

riduce di parecchio il tuo gran debito

verso di lei; ma l’amore tardivo,

come un perdono di resipiscenza

recato al condannato giustiziato,

si volge come un amaro rimprovero

contro il grande che tardi l’ha concesso

e grida: “Quel che è buono non c’è più!”

Spesso la nostra cieca avventatezza

valuta zero i tesori che abbiamo

e noi non apprezziamo il lor valore

finché non li vediamo nella tomba.

Spesso i nostri disgusti, ingiustamente

per gli altri e soprattutto per noi stessi,

distruggono le più care amicizie,

e poi piangono sulle loro ceneri;

e mentre il nostro amore,

ridestato alla luce del mattino,

piange considerando l’accaduto,

l’odio trascorre nella sua vergogna

un pomeriggio di profondo sonno.

Sia questo l’ultimo rintocco funebre

per la dolce Elena; ora dimenticala,

ed invia alla bella Maddalena

il tuo pegno d’amore. Per entrambi

son già accordati i dovuti consensi,

e noi ci fermeremo a Rossiglione

per presenziare alle seconde nozze

del nostro vedovo.

CONTESSA -

E tu, buon cielo,

benedicile meglio delle prime!

Altrimenti, o natura, fa’ ch’io muoia

prima che avvenga questa loro unione!

LAFEU -

(A Bertramo)

Orbene, figlio mio, in cui innestato([91])

sarà il nome della mia casata,

mandate un pegno d’amore a mia figlia

che valga a riaccenderne lo spirito

e ad indurla a venir subito qui.

(Bertramo si toglie dal dito un anello e lo dà a Lafeu; questi lo guarda sbalordito, poi:)

LAFEU -

Per la mia vecchia barba,

e per ogni suo pelo,

che soave creatura era davvero

quella povera Elena!

Un anello del tutto uguale a questo

vidi certo che ella aveva al dito

l’ultima volta che presi congedo

da lei a corte.

BERTRAMO -

Non era lo stesso.

RE -

Ch’io lo veda, di grazia; ché il mio occhio,

mentre parlavo, spesso n’era attratto.

(Lafeu gli dà l’anello)

Questo anello era mio,

l’ho dato io ad Elena, e nel darglielo

le dissi che se mai nella sua vita

avesse avuto bisogno di aiuto,

grazie a questo mio pegno, avrebbe in me

trovato sempre chi la soccorreva.

Che arte hai tu usato per sottrarle

la cosa che le dava più d’ogni altra

fiducia e sicurezza nella vita?

BERTRAMO -

Qualunque cosa vi piaccia pensare,

mio grazioso sovrano, questo anello

non fu mai suo.

CONTESSA -

Sulla mia vita, figlio,

io ti giuro che gliel’ho visto al dito;

e l’aveva più caro della vita.

LAFEU -

L’ho vista anch’io con quell’anello al dito,

son sicuro.

BERTRAMO -

Signore, v’ingannate;

ella non ha mai visto quest’anello.

Me lo lanciarono da una finestra,

a Firenze, ravvolto in una carta

col nome di colei che lo gettò:

era una nobile dama del luogo

e credeva ch’io fossi senza impegni;([92])

ma poi, quando le dissi del mio stato,

e le feci sapere, onestamente,

che non m’era possibile seguire

l’onorevole corso delle cose

al quale essa aveva dato avvio,

se ne ritrasse, mesta e rassegnata,

ma non volle riprendersi l’anello.

RE -

Lo stesso Pluto, che conosce il mezzo

di trasformare in oro un vil metallo

e di moltiplicarlo all’infinito,

non conosce i misteri di natura

com’io conosco bene quest’anello.

Esso fu mio, e da me fu di Elena,

chiunque sia che l’abbia dato a te;

perciò se hai contezza di te stesso,

non hai che a confessare ch’era suo,

e che gliel’hai sottratto con la forza.

Ella giurò davanti a tutti i santi

che mai l’avrebbe sfilato dal dito

se non per darlo a te, nel vostro letto,

nel quale tu non sei mai entrato,

o per mandarlo a noi, e solo a noi,

se si fosse trovata in gran pericolo.

BERTRAMO -

Ella non l’ha mai visto. Lo ripeto.

RE -

Tu dici il falso, giuro sul mio onore,

e mi fai sorgere certi sospetti

che vorrei tanto scacciar dalla mente.

Perché se mai dovesse risultare

che sei stato con lei così inumano

- non lo sarà, ma tuttavia… non so -

da odiarla a morte, per questo ella è morta;

e niente m’indurrebbe meglio a crederlo

che veder quest’anello in mano a te;

a meno che non fossi stato io stesso

accanto a lei a chiuderle le palpebre…

Conducetelo via!

(Le guardie s’impadroniscono di Bertramo)

Comunque vada questa brutta storia,

le prove già raccolte

non possono tacciar d’inconsistenza

i miei dubbi; se mai di leggerezza,

per esser stati troppo pochi. Via!

Vorrò indagar più a fondo in quest’affare.

BERTRAMO -

Se mai vi riuscisse di provare

che quest’anello è mai stato di Elena,

dovrete anche provare

che ho condiviso il suo letto a Firenze

dove non è mai stata.

(Esce sotto scorta)

RE -

Brutti pensieri m’avvolgon la mente.

Entra il GENTILUOMO falconiere

GENTILUOMO -

Mio grazioso sovrano,

non so s’io sia da biasimare o meno,

ma devo sottoporre a vostra altezza

la petizione di una fiorentina

che ha tentato per quattro o cinque volte

di venire a portarvela lei stessa

senza mai riuscirvi, suo malgrado.

Mi sono assunto io tale incombenza,

convinto a tanto dalla dolce grazia

con cui la poverina me l’ha chiesto.

So che a quest’ora anch’ella è qui nei pressi,

e aspetta ansiosa una vostra risposta;

ho avuto l’impressione, dal suo volto,

che si tratti di cosa assai importante

e che, secondo che m’ha detto a voce,

brevemente, con accorati accenti,

riguarderebbe vostra altezza e lei.

RE -

(Leggendo)

“Dopo molte promesse di sposarmi

“non appena sua moglie fosse morta,

“arrossisco nel dirlo, egli m’ha vinta.

“Ora il conte di Rossiglione è vedovo;

“e di quelle promesse è debitore

“verso di me e verso l’onor mio,

“a lui pagato. Ha lasciato Firenze

“furtivamente, senza congedarsi,

“ed io, per ottener da voi giustizia,

“l’ho seguito fin qui, nel suo paese.

“Accordatemi, sire, la giustizia

“che solo è in vostre mani!

“Non fate che fiorisca un seduttore,

“e sfiorisca una povera fanciulla.

“Di voi devota, Diana Capileti.”

LAFEU -

Voglio comprarmi un genero alla fiera

e vender questo al miglior offerente!

Alla larga! Non voglio più saperne!

RE -

I cieli mostrano d’averti caro,

Lafeu, portandoti a tale scoperta.

Fate entrare le autrici della supplica,

e introducete qui di nuovo il conte.

(Escono alcuni del seguito)

(Alla contessa)

Comincio proprio a temere, signora,

che alla povera Elena la vita

sia stata tolta delittuosamente.

CONTESSA -

Se così è, giustizia sui colpevoli!

Rientra BERTRAMO, sotto scorta

RE -

Mi sorprende, signore, di vedere,

dacché le mogli per te sono mostri,

e le fuggi, piantandole in bolletta,

dopo aver lor giurato di sposarle,

che pensi di sposarti un’altra volta.

Entrano la VEDOVA e DIANA

Chi sono queste donne?

DIANA -

Io sono, sire, un’umil fiorentina,

appartenente all’antica famiglia

dei Capileti. Vostra maestà

ha preso già visione, come intendo,

della supplica, e sa quanto pietoso

sia il mio caso.

VEDOVA -

Ed io sono sua madre,

sire, la cui età e il cui onore

hanno sofferto gravissimo oltraggio

dai fatti esposti nella nostra supplica,

e saranno per sempre compromessi

se voi non vi poniate alcun riparo.

RE -

Conte, voi conoscete queste donne?

BERTRAMO -

Negare di conoscerle, mio sire,

non posso, né lo voglio, innanzi a voi.

Di che m’accusano?

DIANA -

Perché, signore,

guardate in questo modo vostra moglie,

come fosse un’estranea?

BERTRAMO -

Monsignore!

Non è vero, costei non è mia moglie!

DIANA -

Se voi vi sposerete,

darete a un’altra donna questa mano,

ch’è mia; darete via i giuramenti

fatti al cielo per me, che sono miei;

darete via me stessa, perch’io sono,

in forza di quei vostri giuramenti,

tanta parte di voi, che chi vi sposa

sposa anche me… tutti e due o nessuno.

LAFEU -

(A Bertramo)

Vedo che avete una reputazione

parecchio mal ridotta, signor mio:

voi non siete un marito per mia figlia.

BERTRAMO -

(Indicando Diana)

Mio sovrano, costei è una creatura

infatuata quanto disperata,

con la quale mi sono divertito

qualche volta a Firenze. Vostra altezza,

vorrei che aveste più nobile stima

dell’onor mio, anziché ritenere

ch’io lo voglia affondare in tal pantano.

RE -

La mia stima tu non l’avrai amica

finché non te l’avranno guadagnata

le tue azioni; a te di dimostrare

che il tuo onore è più alto

della stima che ora ho io di te.

DIANA -

Vogliate domandargli, vostra grazia,

a giuramento, s’egli creda o no

d’avermi tolta la verginità.

RE -

(A Bertramo)

Beh, che rispondi?

BERTRAMO -

Ch’è una spudorata,

mio signore, notoriamente stata

un facile trastullo a tutto il campo.

DIANA -

Mi fa torto, signore; non credetegli.

Se fossi stata quella che lui dice,

m’avrebbe posseduta a poco prezzo.

Guardate quest’anello: è ineguagliabile

per intrinseco pregio e per valore;

e ciò malgrado, lui l’ha dato in dono

a un facile trastullo del suo campo…

s’è vero che ero quella che lui dice.

CONTESSA -

Arrossisce, è toccato. Quel gioiello

è passato per sei generazioni,

da uno all’altro dei suoi antenati,

e da loro portato e posseduto.

Quell’anello val più di mille prove

che costei è sua moglie.

RE -

(A Diana)

Mi par che abbiate detto d’aver visto

a corte chi lo può testimoniare?

DIANA -

Sì, signore, ma ho qualche riluttanza

a valermi per ciò d’un testimone

sì screditato. Il suo nome è Parolles.

LAFEU -

L’ho visto oggi quell’uomo,

se così può chiamarsi quello là.

RE -

Cercatelo e portatemelo qui.

(Esce uno del seguito)

BERTRAMO -

Che può dire costui? È noto a tutti

che costui è un’infida canaglia,

con tutti i vizi e i difetti del mondo,

uno che a dire solo una parola

di verità, gli viene il mal di capo.

Che vale s’egli dice che son io,

o questo o chiunque altro, se si sa

ch’è pronto a dichiarar qualunque cosa?

RE -

Ella ha il tuo anello.

BERTRAMO -

Lo so che ce l’ha.

Vero è che mi piaceva e l’ho abbordata

con la spensieratezza giovanile.

Ella ben conosceva la distanza

tra me e lei, e ha saputo adescarmi

infiammando abilmente la mia voglia

con una ben studiata ritrosia;

nelle amorose fantasie, si sa,

ogni ostacolo opposto al desiderio

non fa che accenderne sempre nuove;

alla fine la sua civetteria

unita alla sua grazia disinvolta

m’ebbero al prezzo da lei stabilito:

ebbe l’anello ed io ebbi da lei

quello che un qualsivoglia subalterno

avrebbe avuto a prezzo di mercato.

DIANA -

Mi dovrò rassegnare. Giustamente,

voi, che avete potuto ripudiare

una prima sì nobile consorte,

potete ben digiunare di me.

Perciò vi prego - tanto ormai son pronta

a rinunciare a voi come marito,

privo d’ogni virtù come voi siete -,

mandatevi a riprendere l’anello,

ve lo restituisco,

e voi rendetemi il mio.

BERTRAMO -

Ma non l’ho.

RE -

(A Diana)

Il vostro anello? Che anello, di grazia?

DIANA -

Un anello, signore, molto simile

a quello che portate al dito voi.

RE -

Riconoscete allora quest’anello?

Questo lo aveva lui.

DIANA -

Ed è quello che io gli diedi, a letto,

quella notte.

RE -

Ma allora non è vero

che lo gettaste a lui dalla finestra?

DIANA -

Io v’ho detto la pura verità.

Rientra il servo con PAROLLES

BERTRAMO -

Confesso, mio signore:

quell’anello era suo.

RE -

Che ti succede?

Ti vedo trasalire all’improvviso;

basta una piuma a farti sussultare.

(Indicando Parolles alle donne)

È questo l’uomo di cui parlavate?

DIANA -

Sì, vostra grazia.

RE -

(A Parolles)

Dimmi un po’, messere,

ma bada a dir la verità, te l’ordino,

senza timore di far dispiacere

al tuo padrone, perché son qua io

a coprirti, se parli onestamente:

che sai di lui e di questa signora?

PAROLLES -

Piaccia a vostra maestà, il mio padrone

s’è portato da vero gentiluomo.

Scappatelle ne avrà pur fatte, certo,

come le han fatte tutti i gentiluomini.

RE -

Veniamo al punto. Amava questa donna?

PAROLLES -

Per amarla, direi di sì, signore;

ma in che modo?

RE -

Sei tu che devi dirlo.

PAROLLES -

Eh, diciamo, signore, alla maniera

che un gentiluomo sa amare una donna.

RE -

E cioè?

PAROLLES -

Che l’amava e non l’amava.

RE -

Sì e no, allo stesso modo

che tu sei un gaglioffo e non lo sei.

Che equivoco compagno è mai costui!

PAROLLES -

Io sono un pover’uomo, monsignore,

agli ordini di vostra maestà.

LAFEU -

È un ottimo tamburo, mio signore,

ma come parlatore è proprio zero.

DIANA -

Sapete che promise di sposarmi?

PAROLLES -

In coscienza, so più di quanto dico.

RE -

Vuoi dirci allora tutto quel che sai?

PAROLLES -

Sì, con licenza di vostra maestà.

Io facevo da tramite fra i due,

come ho detto; ma in più egli l’amava,

ché, anzi, n’era innamorato pazzo,

e parlava di Satana, del Limbo

e delle Furie, e di non so che altro.

Ma tanto io ero nella lor fiducia,

che sapevo del loro andare a letto

e di tante altre cose di dettaglio,

come la sua promessa di sposarla

e altro, che però solo a parlarne

mi metterei nei guai, ragion per cui

non voglio dire tutto quel che so.

RE -

Hai detto quanto basta,

salvo che non ti resti ancor da dire

che si sono sposati.

Ma sei un testimone troppo furbo…

perciò fatti da parte.

(A Diana)

Quest’anello voi dite ch’era vostro?

DIANA -

Sì, signore.

RE -

Dove lo compraste,

se lo compraste, o da chi vi fu dato?

DIANA -

Non mi fu dato, né l’ho mai comprato.

RE -

Allora dite, chi ve l’ha prestato?

DIANA -

Non me lo ha dato in prestito nessuno.

RE -

Insomma, dove l’avete trovato?

DIANA -

Non l’ho trovato.

RE -

Se non era vostro

in nessuno di tutti questi modi,

come avete potuto darlo a lui?

DIANA -

Io non gliel’ho mai dato.

LAFEU -

Questa donna, signore, è come un guanto

che va largo alla mano,

e s’infila e disfila a volontà.

RE -

Quell’anello era mio.

Lo diedi io alla sua prima moglie.

DIANA -

Per quel che so, può esser vostro o suo.

RE -

Bah, portatela via, m’ha infastidito!

Mettetela in prigione; e via anche lui.

(A Diana)

Se non mi dici come l’hai avuto,

quest’anello, fra un’ora sai morta.

DIANA -

Non ve lo dirò mai.

RE -

Va’, va’ in prigione!

DIANA -

Pagherò la cauzione, maestà.

RE -

Ora comincio a credere davvero

che sei una volgare prostituta.

DIANA -

Per Giove,([93]) se mai uomo mi conobbe,

siete voi.

RE -

Perché allora fin qui

non hai cessato di accusare lui?

DIANA -

Perché è lui il colpevole,

e tuttavia colpevole non è.

Secondo lui io non sono più vergine,

ed è pronto a giurarlo;

mentr’io posso giurare d’esser vergine,

e che lui non lo sa.

Grande re, io non sono una sgualdrina;

per la mia vita, o è vero che son vergine,

o son la moglie di questo vegliardo.

(Indica Lafeu)

RE -

Costei abusa delle nostre orecchie.

Menatela in prigione!

DIANA -

Madre cara, portatemi il riscatto.

(Esce la vedova)

Un momento, regale mio signore:

ho mandato a chiamare il gioielliere

che ha l’anello, e mi sarà garante.

Quanto a questo signore

che m’ha ingannata, come lui ben sa,

pur se mai m’ha violata, io lo scagiono.

Egli ben sa di aver contaminato

il mio letto, ma quello che non sa

è che, così facendo, ha messo incinta

la donna ch’è la sua moglie legittima,

che tutti credon morta,

e che, al contrario, sente già nel grembo

scalciare dolcemente il proprio bimbo.

Ecco dunque l’enigma:

colei che è morta è viva, ed ora è qui,

ed eccovi così la soluzione.

Rientra la VEDOVA con ELENA

RE -

Che razza di stregoneria è questa

che inganna la funzione dei miei occhi?

È realtà quella che vedo?

ELENA -

No,

mio buon signore, quella che vedete

è solo l’ombra di una moglie: il nome,

ma non la cosa in sé.

BERTRAMO -

Entrambe, entrambe!

Oh, perdono!

ELENA -

(A Bertramo)

Signore mio diletto,

quando io ero come questa vergine,

trovai in voi squisita gentilezza.

Eccovi il vostro anello, l’ho io al dito;

e, guardate, ecco qui, la vostra lettera.

Dice: “Quando avrai preso dal mio dito

quest’anello e sarai incinta d’un figlio…”

Questo ora è. Sarete dunque mio,

ora che siete doppiamente vinto?

BERTRAMO -

(Al re)

Quand’ella può mostrarmi tutto questo,,

mio sovrano, in maniera inconfutabile,

io prometto che l’amerò per sempre,

teneramente.

ELENA -

Se non sarà chiaro,

o si dimostrerà non veritiero,

divorzio e morte sian tra voi e me.

Mia cara madre, siete sempre viva?

VEDOVA -

Sì, ma miei occhi annusano cipolle,

sto per piangere…

(A Parolles)

Buon mastro Tamburo,

prestami un fazzoletto… così, grazie.

Accompagnami a casa,

voglio farmi tornare il buon umore

con te. E lascia stare i complimenti,

è roba irrancidita.

RE -

Vogliamo ora conoscer questa storia

punto per punto, e far che in allegria

trascorra il flusso della verità.

(A Diana)

Se tu sei fiore ancor fresco e non còlto,

scegli un marito, ti farò la dote;

perché in virtù del tuo onesto aiuto,

come ho capito, hai fatto che una sposa

restasse sposa, e tu restassi vergine.

Di ciò e del più e del meno che è seguìto,

troveremo la giusta spiegazione

a nostro miglior agio.

Tutto è bene, mi sembra tuttavia,

se finisce così. E se la fine

è ora questa d’un passato amaro,

il dolce sarà ancor più benvenuto.

(Escono tutti)


EPILOGO

Or che il gioco è finito,

il re si fa mendico,([94])

e sarà soddisfatto

d’un applauso sentito;

del quale tutti noi nel ripagarvi

faremo il nostro meglio per piacervi

sempre di più. Sia nostra

or la vostra indulgenza,

sarà vostra

la miglior nostra scenica sapienza.

Le vostre mani dateci cortesi,

e i nostri cuori vi sarete presi.

FINE


([1]) “How understand we that?”: questa battuta, messa qui ed attribuita a Lafeu da quasi tutti i testi, non ha, in verità, molto senso; tanto che l’“Arden Shakespeare”, forse più logicamente, se pur con non molto più senso, la mette in bocca ad Elena, in risposta all’endiade/sillogismo di Lafeu “dolore eccessivo nemico del vivere/ vivere uccide dolore”. Il lettore la prenda come vuole.

([2]) In italiano queste due battute non hanno alcun senso; ma dovevano divertire quei pochi del pubblico che ne riuscivano a cogliere (non era facile) il bisticcio spiritoso. Parolles dice: “Save you, fair queen!”. “Dio vi salvi, bella regina!”. Ma “queen” si pronuncia come “quean”, “sgualdrina”. Elena, che capisce il bisticcio, risponde a tono: “And you, monarch”, dove “monarch”, “monarca” è omofono di Monarco, un noto buffone italiano alla corte della regina Elisabetta. Perciò entrambi si rispondono: “Eh, no, io non sono Monarco” - dice Parolles; ed Elena: “Se tu non sei Monarco, nemmeno io sono quella che dici.”

([3]) “Man… will undermine you and blow you up”: questa battuta, e le altre che seguono del dialogo tra Elena e Parolles, sono una specie di fuoco d’artificio di doppi sensi. Qui “blow up” è sì, “saltare in aria (per effetto di una esplosione sotterranea)”, ma anche “gonfiarsi per essere incinta (per effetto di una “carica” dal disotto)”. È chiara l’allusione lubrica.

([4]) Come cambiano il mondo e le mode del mondo! Shakespeare descrive qui visibilmente la società del suo tempo; tre secoli prima, nel rappresentare la vicenda di Re Giovanni senza Terra, fa dire al suo personaggio Filippo Faulconbridge, detto “Il Bastardo” quanto sia chic per i gentiluomini conversare dopo il pranzo con uno stecchino tra i denti, ogni tanto facendo sentire il sibilo del succhio (“Re Giovanni”, I, 1, 188-194):

“Ora alla mensa di mia signoria

“siederà, penso, il grande viaggiatore,

“con tanto di stecchino in mezzo ai denti,

“ed io, dopo ben bene rimpinzato

“il mio stomaco ormai cavalleresco,

“ed una bella succhiatina ai denti,

“mollemente appoggiato……”

([5]) “Your date is better in your pie and your porridge than in your cheek”: nel testo c’è il gioco di “date” usato nei due sensi di “dattero” (si usava, di rimedio, il dattero nei dolci in mancanza dello zucchero) e di “data”, “data di nascita”, “età”. Si capisce che cosa intende Parolles per “dattero”.

([6]) “… a phoenix, captain, and an ennemy”: per Shakespeare la fenice è l’uccello prodigioso della mitologia che, vergine, genera se stesso. “Vergine fenice” (“maiden phoenix”) chiamerà, per bocca di Cranmer, la regina Elisabetta, nell’“Enrico VIII”:

“la vergine fenice che, morendo,

“genera dalle ceneri un erede

“bello e meraviglioso come lei…”

Qui Elena, nel suo farneticare di donna innamorata, immagina che una tal donna sarà uno degli amori di Bertramo “laggiù” dove andrà, cioè a Parigi.

([7]) Parolles, si ricorda, accompagna il conte Bertramo alla corte di Francia a Parigi.

([8]) “… thou diest in thine unthankfulness”: “Muori nella tua irringraziatezza”, intendi: “Muori da nessuno ringraziata”. Elena ha detto prima che covare segreti pensieri d’amore è cosa di cui nessuno ti è riconoscente.

([9]) “Il Firenze” e, prima, “nostro cugino Austria” sono il modo di chiamare i sovrani col nome del paese di loro dominio, che si ritrova in tutto il teatro di Shakespeare; s’intende che si tratta qui del re d’Austria e del duca di Firenze.

([10]) “… till their own scorn return to them unnoted / ere they can hide their levity in honour.”: il passo è variamente inteso: “… fino a che le loro beffe ricadano su di loro da nessuno notate prima che essi possano nascondere la loro leggerezza con il merito”; oppure: “… fino a quando, sentendo ripetere da altri le lor vecchie facezie, non le riconosceranno più”. Abbiamo seguito l’interpretazione del Melchiori (Classici Mondadori, 1999) che intende giustamente “honour” per “onore guerriero”, il re di Francia avendo di ciò parlato poco prima.

([11]) Si è seguito, nella resa italiana di questo nome, il suggerimento del Baldini (Gabriele Baldini, “Manualetto shakespeariano”, Einaudi, Torino, 1964, pag. 394), che vede nel “Lavach” dell’in-folio una deformazione del francese “lavage”, “lavaggio”, “risciacquatura”, piuttosto che, come altri, quella del francese “la vache”, “la vacca”.

([12]) Di quale gentildonna vuol parlare Rinaldo alla contessa si vedrà in seguito, dopo il lungo interludio giocoso tra la contessa e il suo buffone: si tratta di Elena. È questa la scena introduttiva alla vicenda-madre della commedia: l’amore di Elena per Bertramo, e Shakespeare, da esperto drammaturgo, la condisce con una specie di suspense, interrompendo all’inizio il discorso di Rinaldo con le arguzie del Lava.

([13]) “… such knaveries yours”: “such”, cioè quelle (furfanterie) di cui si lagnano. Altro intende tutta la frase: “… e abbastanza abile nel negare di averle commesse”.

([14]) I puritani il venerdì mangiavano carne; i papisti (così si chiamavano i cattolici dopo lo scisma di Enrico VIII) al contrario il venerdì facevano digiuno e mangiavano pesce.

([15]) Senso: “Sposati si diventa, cornuti si nasce”.

([16]) “We’d find no fault with the tithe-woman, if I were a parson”: “tithe” era il tributo, corrispondente alla decima parte del raccolto agricolo - detto perciò “decima” - corrisposto alle istituzioni ecclesiastiche per il loro sostentamento.

([17]) “’Twould mend the lottery well”: altri intende: “sarebbe come vincere al lotto”. Ma “lotto” è voce sconosciuta ai tempi di Shakespeare.

([18]) Il ragionamento del Lava è piuttosto contorto e sottilmente allusivo. Egli dice: “Va bene, mi rassegno al pensiero che un uomo debba stare agli ordini di una donna, e faccio appello alla mia onestà, che non è soltanto dote dei puritani, i quali sanno coprire con la cotta dell’umiltà il loro cuore orgoglioso”; l’allusione è a quei sacerdoti protestanti di tendenza puritana, la cui rigida e puntigliosa onestà aveva guadagnato loro l’epiteto di “precise” o “precisian” (cfr. “Misura per misura”, I, 3, 50: “Lord Angelo is precise”; e Marlowe “Doctor Faust”, 214: “I will set my countenance like a Precisian”). Costoro, si diceva, portavano esternamente la tonaca prescritta dalla chiesa anglicana (la “cotta dell’umiltà”) ma sotto indossavano l’abito nero dei calvinisti (“il gran cuore”). Pensate se uno spettatore moderno potrà mai almanaccare certe sottigliezze per comprendere un attore che reciti Shakespeare! E c’è ancora chi s’avventura a metterlo sulle nostre scene!

([19]) “God shield you mean it not!”: letteralm.: “Dio ti salvi dal non avere questo intendimento”. Molti leggono, chissà perché, questa frase al contrario: “Dio ti guardi da un tal pensiero!”. Hanno capito male: la contessa, come mostra tutta la scena, non è affatto contraria all’amore di Elena per suo figlio!

([20]) “… that your Diana was both herself and love”: “… sì che la vostra Diana era allo stesso tempo se stessa e amore”: Diana è la dea protettrice della castità femminile, la deità a lei contrapposta, dell’amore carnale, è Venere. Un amore che sia l’una e l’altra è l’amor sacro e profano insieme della perfetta ars amatoria classica.

([21]) “… but riddle-like lives sweetly where she dies”, letteralm: “… ma, alla maniera dell’indovinello, vive dolcemente dove muore”. A quale “indovinello” si alluda, è impossibile dire; ma doveva esser corrente tra il pubblico del tempo, se bastava un semplice “riddle-like” per evocarlo a paragone.

([22]) Traduco come se la lezione fosse - come suggerito dal Dover Wilson - “more than they were in motes”, “più che non lo indichi l’etichetta”, invece che “in note”dell’Alexander e degli altri testi, che vedo del resto tradotto nel modo più diverso (“… di contenuto più denso di quanto non paia”, il Lodovici; “… proprietà superiori a quelle comunemente note”, il Melchiori; “… i cui effetti erano superiori ad altri più famosi”, la Rosati Bizzotto, et dispersiter alii. A me sembra che Elena abbia voluto dire che il padre, nella sua sapienza medica, era riuscito a creare, con gli stessi elementi usati da altri, formule più efficaci di quanto gli stessi elementi fossero generalmente ritenuti capaci.

([23]) “Flourish of cornets”: è il segnale che annuncia l’entrata in scena di sovrani e di altri alti personaggi. Sui segnali musicali nel teatro shakespeariano, v. l’apposita nota alla mia traduzione del “Re Lear”.

([24])“… those bated that inherit but the fall of the last monarchy”, “… ad eccezione di quelli che ereditano soltanto la decadenza dell’ultima monarchia”; a quale tipo di nobiltà italiana voglia alludere il re di Francia, è difficile dire. Egli parla ad un gruppo di giovani guerrieri francesi in partenza per l’Italia dove c’è, secondo lui, una nobiltà altrettanto degna di loro, e un’altra nobiltà rammollita, cui non resta che la nostalgia dell’ultimo impero di Roma, il “sacro” come il “pagano”, che la lor mollezza ha fatto decadere. A questa nobiltà - egli dice ai suoi - che dopo aver audacemente corteggiato la gloria, se n’è allontanata, fate vedere che andate là non per fare come loro, ma per corteggiarla e sposarla, la gloria.

([25]) “The spark”: nell’antico inglese si dava questo appellativo (“favilla”, “scintilla”) in chiave spregiativa ad un giovane, uomo o donna, esibizionista di modi sussiegosi e affettati.

([26]) “In the regiment of the Spinii”: “Spinii” è nome inventato; forse Shakespeare ha nell’orecchio il nome di Malaspina.

([27]) “… they wear themselves in the cap of the time”: letteralm.: “… essi si vestono sotto la cappa del tempo”. La frase è variamente intesa: “Sono al culmine della buona società”; “Sono il pennacchio sull’elmo del tempo”, et aliter ad libitum.

([28]) Riferimento alla nota favola di Fedro de “La volpe e l’uva”. La volpe dice che l’uva non le piace solo perché la pergola è troppo alta per raggiungerla. È la metafora del re che dice non voler guarire, perché non ha un farmaco che lo guarisce; se lo avesse, direbbe di sì.

([29]) “I have seen a medecine”: per “medecine” nello stesso senso di “medico” (“physician”) in Shakespeare, cfr. “Macbeth”, V, 2, 27: “Meet we the med’cine of the sickly weal”.

“Andiamo incontro al medico

“di questa povera patria ammalata.”

E del resto tutto il discorso di Lafeu si riferisce ad una persona fisica (Elena, appunto), e non ad una medicina, come intendono molti.

([30]) “Canary”: “canaria” (o “canario”), danza vivace d’origine spagnola.

([31])“I am Cressid’s uncle”: riferimento a Pandaro, il compiacente zio di Cressida, che favoriva gli incontri amorosi della nipote col principe troiano Troilo, figlio di re Priamo. La vicenda è l’argomento della commedia “Troilo e Cressida” della stesso Shakespeare. Il nome Pandaro è poi divenuto sinonimo di “mezzano” in generale.

([32]) “… their fiery torcher”: “torcher” sta qui per “torch-bearer”, intendendo con questo appellativo il sole stesso, Elios, l’astro solare che, secondo l’iconografia classica, conduce durante il giorno un cocchio fiammeggiante tirato da quattro cavalli spiranti fuoco dalle froge.

([33]) “Moist Hesperus”: Espero era il nome dato dai Greci al pianeta Venere quando appariva la sera (Fosforo quando appariva al mattino).

([34]) “Ten groats”: il “groat” era al tempo di Shakespeare una monetina del valore di circa 4 pence, tenuta spregiativamente di poco valore, i nostri “quattro soldi” (come nel famoso testamento letterario di Robert Greene in cui si accenna per la prima volta a Shakespeare per la penna di un contemporaneo: “A groats-worth of wit bought with a million of repentance”, “Un soldo di spirito pagato con un milione di penitenza”).

([35]) “… as your French crown”: è l’abusato doppio senso tra “corona” (moneta) e “zucca pelata”, la calvizie prodotta dalla sifilide detta “mal francese”.

([36]) “… a Morris for a May-day”: la moresca era una danza vivace ballata nelle piazze da danzatori con maschere e ghirlande, all’inizio della primavera.

([37]) “Va’ a corte” non è nel testo, che ha un secco: ”Give Helen this”; lo spettatore e il lettore sanno che Elena è a Parigi alla corte del re, lo sa anche la contessa ma che lo sappia il Lava non ce l’ha detto nessuno prima.

([38]) “Lustig” è nel testo, che però è tedesco per “allegro”, “gaio”, “di buon umore”; in olandese è “lustik”, e in inglese “lustick”, antico per “lusty”.

([39]) “… a coranto”: è il nome inglese della “corrente”, danza assai vivace di origine italiana in voga nei sec. XVI e XVII.

([40]) Esclamazione francese da trivio (piuttosto “Mort au vinaigre!”, “Morte all’aceto!”).

([41]) “Now, Diana, from thy altar do I fly”: Diana era la divinità che presiedeva alla verginità delle fanciulle, sicché ogni fanciulla vergine era considerata sua sacerdotessa.

([42]) “All the rest is mute”: letteralm.: “Tutto il resto è muto”, cioè “Non ho altro da aggiungere”.

([43]) È tradotto a senso. Il testo inglese è più intricato e contorto: “I’d rather be in this choice than throw ames-ace for my life”: “Preferirei trovarmi a correr l’alea in questa scelta, che giocarmi la vita gettando ai dadi una coppia d’assi”. La coppia d’assi (“ames-ace”)è il punto più basso al gioco dei dadi.

([44]) “… and in your bed find fairer fortune if you ever wed”: cioè il cielo vi conceda una sposa più bella di me, se vi sposate.”

([45]) “Thou wrongest thyself if thou shouldst strive to choose”: la frase è variamente letta, da alcuni perfino in senso contrario, come se il re a Bertramo che ha detto “Farei torto a me stesso, ecc.”, dicesse, in tono condiscendente: “Certo, faresti ingiuria a te stesso se dovessi importi uno sforzo per amarla”. Ma il re dice il contrario: “Fai torto a te stesso se perdi questa occasione, perché perderai anche il mio favore”. Non che concessiva, la frase del re è impositiva. “Te la devi sposare, perché lo voglio io; è in gioco il mio onore” - dice subito dopo.

([46]) “… a counterpoise… a balance more replete”: è sempre la metafora della bilancia e dei due pesi introdotta prima dal re.

([47]) “Campassi anche cent’anni” non è nel testo, è preso in prestito dal Lodovici (cit.).

([48]) “… for two ordinaries”: “ordinary” è il pranzo a prezzo fisso consumato in una taverna; ma Shakespeare lo usa anche come “pranzo” in generale (così in “Antonio e Cleopatra”, II, 2, 229: “And for his ordinary pays his heart”).

([49]) “… my good window of lattice”: per “lattice” nel senso di “insegna di taverna”, v. anche in “Enrico IV - Seconda parte”, II, 2, 76: “Through a red lattice, and I could discern non part of his face from the window”:

“… mi son sentito chiamare da lui

“dietro l’insegna rossa d’una bettola,

“ed io, da fuori, attraverso la grata,

“non potevo veder nessuna parte

“della sua faccia…”

([50]) Il testo inglese, in verità, è più scurrile sboccato: “Thou wert best set thy lower part where thy nose stand”: “Tanto varrebbe che tu mettessi la tua parte più bassa al posto del naso”; e si capisce quale “parte più bassa” dell’uomo può sostituire la protuberanza del naso.

([51]) “Then my dial goes not true”, letteralm.: “Allora l’ago della mia meridiana (o il quadrante del mio orologio) non mi dice l’ora giusta”.

([52]) È uno di quei brevi monologhi che Shakespeare si compiace di far fare all’attore rivolto al pubblico.

([53]) V. la nota 52 sopra.

([54]) Il Lava in fatto di oscenità non scherza, è il più sboccato dei buffoni di Shakespeare. Si capisce che qui gioca lubricamente sul doppio senso dell’espressione “stand to”che vale “star fermi ed eretti”, per contrasto con lo scappare (“to fly”) precedente; ma è anche il verbo della copula maschile.

([55]) “… the fellow has a deal of that too much / Wich holds him much to have”: questa è una delle frasi di Shakespeare che ha fatto sfarfallare nei sensi più disparati le menti dei vari curatori. Tanto per dare un’idea al lettore della diversità delle interpretazioni, ne cito tre delle più prestigiose: Giorgio Melchiori (Mondadori, 1999) traduce: “… quel tale va troppo oltre e troppo spesso, approfittando del fatto che gli conviene”; Lodovici (cit.) traduce: “… è un tipo che ha molto di quel tanto che lo fa passare per un 'da più'”; altri: “… quell’individuo troppe ne possiede, che lo fan ritenere di gran merito”… et dispariter ad libitum. Il lettore scelga.

([56]) “To Saint Jacques le Grand”: si capisce che è un nome inventato: a Firenze non esiste un santuario o convento di questo nome. I soliti critici pedanti si son dati la pena di ricercare nei dintorni e hanno trovato un improbabilissimo San Giacomo d’Altopascio, località sicuramente ignota a Shakespeare.

([57]) “Beside the port”: per “port” nel senso di “gate”, “porta”, in Shakespeare v. anche in “Troilo e Cressida”, IV, 4, 110: “At the port, lord, I’ill give her to thy hand”:

“Alle porte della città, signore,

“io la rimetterò nelle tue mani”.

([58])“That Escalus”: “Escalus” per Shakespeare è il nome generico di un appartenente alla nobiltà scaligera, come il Duca di Verona in “Romeo e Giulietta”, ma anche un nome proprio sic et simpliciter come il gentiluomo viennese di “Misura per misura”. E poiché un duca Della Scala - come molti traducono questo nome - non si sa che ci starebbe a fare a Firenze, questo traduttore ritiene che “Escalus” sia “Escalo” e basta.

([59]) “I would he loved his wife”, letteralm.: “Vorrei che amasse sua moglie”.

([60]) “… if you give him not John Drumm’s requirements”, letteralm.: “Se non gli farete un trattamento da tamburo maggiore”; “to give John Drumm’s requirements” è frase idiomatica per “riservare a qualcuno un’accoglienza pessima, fino a ricacciarlo indietro appena arriva”.

([61]) “… or hic jacet”: cioè al rischio della vita, o il tamburo o morte. “Hic jacet” è la frase che inizia gli epitaffi funerarii.

([62]) “… but I shall lose the ground I work upon”: cioè svelando al conte Bertramo chi sono, che comprometterebbe tutto il mio piano.

([63]) “… and buy myself another from Bajazet’s mute”: si è seguita la lezione “mute”, “muto” dell’“Oxford Shakespeare” invece di quella dell’Alexander che legge “mule”, “mulo” dall’in-folio, perché più convincente e logica. I “muti” dei serragli dei sultani ottomani erano gli eunuchi, cui si mozzava la lingua perché non riferissero quel che vedevano nell’harem. Come loro vuol essere Parolles, che se la prende con la sua lingua che lo mette nei guai. Del resto anche “comprare la lingua da un mulo” non ha senso.

([64]) Questo dialogo, in cui sembra che Parolles risponda alle domande del Nobile francese, il quale per esigenze di scena deve star nascosto non visto né udito, è piuttosto grottesco ad un spettatore moderno; ma al tempo di Shakespeare, col il palcoscenico proteso in mezzo alla platea, non s’andava troppo per il sottile sulla materia.

([65]) Si tratta evidentemente, del tamburo dei soldati, che deve dare a questi il segnale dell’assalto al povero Parolles, e deve coprire l’incomprensibile linguaggio di questi.

([66]) “… the Muskos regiment”: qualcuno traduce: “… siete del reggimento dei moscoviti”, come se Parolles abbia inteso che quelli parlano russo; ma “Musko” per “moscovita” è pura congettura.

([67]) “If I should swear by Love’s great attributes”: la lezione “Love’s” in luogo di “Jove’s” dell’in-folio è un emendamento moderno che trovo adottato dal Melchiori (cit.) e ritengo più aderente al discorso di Diana.

([68]) “This has no holding, / To swear by him whom I protest to love/ That I will work against him” Senso: se io ti giurassi di amarti di un amore corrotto, farei il tuo male, e il mio giuramento non avrebbe senso. Ma il passo è diversamente inteso da coloro che leggono “him” per Dio e traducono: “Non ha senso un giuramento fatto nel nome di Colui ch’io sostengo di amare, di comportarmi contro il Suo volere”.

([69]) “… buried a wife, mourned for her”: “dato sepoltura e preso il lutto”, s’intende, nel pensiero e nell’animo, avendo appreso della sua morte. Da chi e come Bertramo abbia appreso dell’immaginata morte di Elena, non si sa.

([70]) “… this dialogue between the Fool and the Soldier”: “the Fool” è riferito a Parolles; ma la parola assume in Shakespeare parecchie accezioni: il “fool” di “Re Lear” non è lo stesso “fool” (Pompeo) di “Misura per misura”, questi non è lo stesso del “fool” (Feste) della “Dodicesima notte”. Parolles non è né sciocco né buffone, né matto: è un finto-tonto vittima delle sue millanterie; ma capace di sentirsi accusare da astuto cortigiano, di uomo “ricco della capacità di influenzare” (III, 2, 90-91).

([71]) “for getting the shriev’s fool with child”: “the shriev’s fool”, “la mentecatta dello sceriffo”, cioè una ragazza scema ricoverata nel ricovero/ospizio comunale. “Shriev” è forma arcaica di “sheriff”, il sindaco dei comuni inglesi.

([72]) Il gatto ha fama d’essere animale subdolo e traditore.

([73]) Nesso, il centauro che rapì Dejanira ad Ercole.

([74]) Le compagnie di attori girovaghi si facevano precedere da una specie di pagliaccio col tamburo (come “O’ pazzariello” a Napoli).

([75]) Mile-end era il nome di una specie di piazza d’armi alla periferia di Londra dove si addestravano le guardie.

([76]) È uno di quei soliloqui nei quali, frequentemente in Shakespeare, l’attore parla al pubblico che gli sta intorno, e dal quale non è diviso da una ribalta.

([77]) Il testo ha “sonetto”; in verità, come s’è visto, non è un sonetto, ma una composizione, piuttosto melensa, di distici a rima baciata, sul tipo delle ballate popolari.

([78]) È il titolo della commedia. Lo si ritroverà ripetuto più sotto.

([79]) “I am no great Nabuchadnezzar”: allusione al re di babilonia Nabuccodonosor II che, secondo la leggenda biblica, per aver distrutto Gerusalemme e deportato gli ebrei in Babilonia, fu da Dio fatto impazzire e ridotto a cibarsi di erba come un animale.

([80]) “… my bauble”: i buffoni di corte portavano una mazza più o meno ornata e variopinta. Qui però si capisce che cosa sottindente per “mazza” lo sboccato Lava.

([81]) È parso alla critica di vedere in queste parole del Lava, anche se la vicenda della commedia è fuori tempo, un accenno a quell’Edoardo principe di Galles, primogenito di re Edoardo III, detto appunto “Il Principe Nero” (“The Black Prince”) che era considerato una specie di diavolo dai francesi, ai quali inflisse una memorabile sconfitta a Crecy nel 1346.

([82]) La “porta stretta” e il “cammino fiorito” sono reminiscenze evangeliche (da “Matteo”, VII, 13).

([83]) “without any tricks”: il trucco che facevano gli stallieri era quello di mettere sego nel foraggio, perché i cavalli lo rifiutassero, ed essi potessero venderselo.

([84]) “If I put any tricks upon ’em, sir, they shall be jades’ tricks, which are they own right by the law of nature”, letteralm.: “Se facessi dei trucchi con loro, signore, sarebbero trucchi da ronzini, che è quel che spetta loro di diritto per legge di natura”. Traggo il costrutto “brocchi”/ “imbroccare” dal Lodovici. Ma il Lava gioca sul doppio senso di “jade” che vale “cavallo brocco”, “ronzino”, ed è anche sinonimo di “hussy”, “baldracca”. Il quibble è intraducibile.

([85]) Il Lava celia sempre lubrico, per divertire il pubblico: questo sapeva che all’epoca i barbitonsori, per ricoprire le incisioni praticate sulle guance al fine di eliminare le pustole provocate dalla sifilide, usavano impecettarle con cerotti di velluto cerato.

([86]) “But it is your carbonado face”: letteralm.: “Ma ci sono anche altre ferite”. Per “carbonado” nel senso arcaico di “ferita”, “ferire”, “tagliare”, “affettare” (“cut”, “slash”, “hack”) in Shakespeare, v. anche “Re Lear”, II, 2, 35-36: “… or I’ll so carbonado your shanks”, “… o ti affetto gli stinchi”.

([87]) “Here is a pur of Fortune’s, sir, or of Fortune’s cat but not a musk-cat…”: qui c’è un diabolico intreccio di doppi sensi che è difficile, non che tradurre, districare a parole. “Pur” (o “purr”) è il sordo mormorio del gatto che fa le fusa, ma anche, per estensione, ogni suono similare, quindi, in linguaggio idiomatico, anche quello della emissione di gas intestinali; il Lava prima pensa a quest’ultimo significato, e l’appioppa alla Fortuna, poi si corregge, e pensa al primo, cioè al gatto: ma non a un gatto qualunque, ma ad un gatto muschiato. Ora il gatto muschiato non esiste, e “musk-cat” è invece ogni quadrupede della famiglia dei cervidi che hanno la qualità di secernere, da una ghiandola, la caratteristica sostanza che odora di muschio, e che è usata anche in profumeria. Ma siccome nella parola c’è “cat”, anche se il gatto non c’entra niente, il Lava ci gioca, e lo fa passare per gatto odoroso di muschio.

([88]) “There’a cardecue for you”: “cardecue” è la pronuncia francese del “quart d’écu”, la moneta che corrispondeva a un quarto di scudo.

([89]) “Parolles”, pronunciato “paroles” in francese è il plurale di “parole”, “parola”.

([90]) Cioè: prima ch’io avessi osato di dichiararmi a lei.

([91]) Il testo ha “digested”, “digerito”, o anche “incorporato” (Melchiori).

([92]) “ingaged”: “in” privativo; sta per “in-engaged”.

([93]) “By Jove”: esclamazioni e invocazioni pagane come questa sono frequenti nei personaggi cristiani di Shakespeare. Non c’è che da lasciarle come sono.

([94]) Si capisce da ciò che l’attore che recita l’Epilogo è quello che nella commedia ha fatto la parte del re.

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