Tutto il male vien di lì

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TUTTO IL MALE VIEN DI LI’

Commedia in un atto e due quadri

di LEONE TOLSTOI

PERSONAGGI

La vecchia Akulìna, 70 anni, ancor valida, posata, all'antica.

Micaila, suo figlio, 35 anni, temperamento passionale,

amor proprio esagerato, vanitoso, forte fisicamente.

Marfa, nuora d'Akulìna, 32 anni, brontolona, parla molto e presto.

Paraska, 10 anni, figlia dì Marfa e di Micaila.

L'assessore municipale Taràs, 50 anni, posato,

parla lentamente, con aria d'importanza.

Un passante, 40 anni, magro, irrequieto,

parla abbondantemente, di modi spigliati, specialmente quando ha bevuto.

Ignazio, 40 anni, tipo faceto, gaio, scimunito.

Un vicino, 40 anni, affannone.

D'autunno. In un'isba con ripostiglio; questo vuol dire che de­nota una certa agiatezza del proprietario. L'isba senza ripostiglio è naturalmente più piccola, meno comoda.

Commedia formattata da

PRIMO QUADRO

La vecchia Akulìna fila; la massaia Marfa intride il pane; la bambina Paraska dondola la culla.

Marfa                               - Ah, il mio cuore non presente nulla di buono. Perché si trattiene tanto? Lo stesso come l'altro giorno, quando andò con la legna. Ha bevuto quasi la metà del guadagno. E la colpa poi è sempre mia.

Akulìna                            - Perché pensare al peggio? È ancora presto. Eppoi è anche lontano. Nel mentre che...

Marfa                               - Come presto? Akìmic è già tornato. Eppure è partito dopo. E Micaila non si vede ancora. Si stenta, si stenta, ecco tutta la felicità...

Akulìna                            - Akìmic portava a domicilio, e Micaila è andato al mercato.

Marfa                               - Non ci penserei tanto se fosse solo, ma per l'appunto è andato con Ignazio. E quando è insieme a quel grosso muso di cane, Dio mi perdoni, non può accader nulla di buono, im­mancabilmente si ubriaca. Lavora, lavora tutto il santo giorno. Tutto è sulle mie spalle. Dovresti aspettarti un po' di bene. Ma l'unico bene è dimenarsi dalla mattina alla sera. (S'apre la porta, entra l'assessore Taràs e il passante con le vesti a brandelli).

Taràs                                - Buona sera! A voi, vi porto un ospite.

Il passante                       - (salutando) Vi saluto, padrona.

Marfa                               - Ce ne porti troppo spesso. Ne abbiamo alloggiato uno mercoledì. Sempre da noi, sempre da noi. Potresti portarlo da Stiepanìda. Da loro non ci sono neanche bambini. Mentre io ne ho abbastanza dei miei. Ma tu sempre vieni da noi, sempre da noi.

Taràs                                - Li assegniamo per turno.

Marfa                               - Tu dici: per turno. Ma io ho dei bambini, eppoi non c'è il padrone.

Taràs                                - Pernotterà solamente, non ti consumerà mica il posto.

Akulìna                            - (al passante) Entra, siediti, sarai nostro ospite.

Il passante                       - Vi son molto riconoscente. Mangerei qualche cosa, se fosse possibile.

Marfa                               - Sei appena entrato e chiedi subito da mangiare. Come, non hai fatto il giro del villaggio?

Il passante                       - (sospira) Nel mio stato non sono abituato, e sic­come non ho provviste con me... (Akulìna si alza, prende il pane, ne taglia un pezzo e lo dà al passante. Il passante prende il pane) Merci: (Si siede sull'asse sotto la stufa; mangia avidamente).

Taràs                                - E Micaìla dov'è?

Marfa                               - Eh, in città, a portare il fieno. Dovrebb'essere tornato, ma ancora non si vede. Ecco e si pensa, forse gli è accaduto qualche cosa.

Taràs                                - Ma che gli può essere accaduto?

Marfa                               - Come che cosa? Di buono non ne vedi; aspetta solo qualche cosa di male. Quan­do se n'è andato di casa, non gl'importa più nulla di noi. Ecco, e anche ora mi aspetto che ritorni ubriaco.

Akulìna                            - (siede alla rocca; a Taràs, indican­do Marfa) Non c'è verso di farla tacere. Anch'io glielo dico sempre: questa è la sorte di tutte le donne.

Marfa                               - Se fosse solo, non ci penserei. Ma è andato via con Ignazio.

Taràs                                - (sorridendo) Eh, sì, Ignazio Ivancic, di certo, in quanto a bere, gli piace di molto.

Akulìna                            - E se non si fosse occupato d'I­gnazio? Se ognuno fosse andato per conto pro­prio?...

Marfa                               - Tu parli bene, mamma. Ma io ne ho fino qui (mostra al collo). Finché è sobrio non ho niente da dire, ma quando è ubriaco, tu stessa lo sai com'è. Non si può dire una parola. Tutto va a rovescio.

Taràs                                - Eh, voialtre donne! L'uomo beve, sì, ebbene? Lasciatelo fare un po' il bravo; ci dormirà sopra, e di nuovo andrà tutto per il suo verso. Ma voialtre volete sempre contraddire.

Marfa                               - Fa quel che vuoi. Quando è ubria­co, tutto lo contraria.

Taràs                                - Ma appunto bisogna capire. A volte noi non possiamo fare a meno di bere. Il fatto vostro di donne è di stare a casa, ma per noi è impossibile, per via degli affari e la compa­gnia degli amici. E se anche si beve, non è poi un gran male.

Marfa                               - Sì, tu parli bene, ma per noi è difficile. Oh, com'è difficile! Se vi toccasse a fare, anche per una sola settimana, quello che facciamo noi non parlereste così. E impasta, e cuoci, e fila, governa il bestiame, e fai ogni specie di faccende; lavare questi marmocchi, vestirli, farli mangiare, tutto è sulle nostre spal­le. E se qualcosa non gli va, subito scoppia, e specialmente quando ha bevuto. Ah, che vita noi donne!

Il passante                       - (masticando) Questo è vero: tutto il male vien di lì, ossia tutte le catastrofi della vita hanno origine dall'alcool.

Taràs                                - Si vede che anche a te ti ha tra­volto.

Il passante                       - Non proprio l'alcool; però anche lui m'ha fatto molto male; senza l'alcool il corso della mia vita sarebbe stato tutto un altro.

Taràs                                - Secondo me, bevendone con senno, non può essere di nessun danno.

Il passante                       - E io dico così che esso con­tiene una tal forza d'inerzia che può guastare completamente l'uomo.

Marfa                               - Anch'io lo dico; tu t'affatichi, ti sforzi, e non c'è per te che una consolazione: d'essere ingiuriata e battuta come un cane.

Il passante                       - Non solo, ma c'è della gente, degl'individui, cioè, che ci perdono addirittura la ragione e fanno delle cose assolutamente sconvenienti. Finché uno non beve, dagli pure ciò che vuoi, non toccherà nulla di ciò che non gli appartiene, ma appena ha bevuto arraffa qualunque cosa gli capiti sotto mano. Quante busse ho preso, e sono stato anche in prigione. Finché non bevo tutto va bene, sono una per­sona onorata, ma appena bevo, ossia quando l'individuo di cui parlo beve, subito arraffa quel che gli capita.

Akulìna                            - Io credo che tutto dipenda dalla coscienza.

Il passante                       - Dalla coscienza sì, finché uno è sano, ma questa è una specie di malattia.

Taràs                                - Eh, via, anche una malattia! Scuo­terlo ben bene come si deve, bisognerebbe, e questa malattia passerebbe subito. Intanto arri­vederci. (Esce).

Marfa                               - (s'asciuga le mani e vuole uscire).

Akulìna                            - (guarda verso il passante, vede che ha mangiato il pane) Marfa, Marfa, porta­gliene dell'altro. (Si alza, va verso la tavola, prende il pane, ne taglia una fetta e la dà al passante).

Il passante                       - Merci. Che appetito si può avere!

Akulìna                            - sei un operaio!

Il passante                       - Io? Ero macchinista.

Akulìna                            - Ebbene, guadagnavi molto?

Il passante                       - Ricevevo 50 e anche 70 rubli.

Akulìna                            - Il posto era buono. E com'è che sei caduto così in basso?

Il passante                       - Son caduto, non sono il solo. Son caduto perché i tempi son tali che per un galantuomo è impossibile vivere.

Marfa                               - (portando il samovar) Signore Iddio! Non c'è dubbio, ritornerà ubriaco. Il cuo­re me lo dice.

Akulìna                            - Certamente, avrà forse scialato un po'.

Makfa                              - Sicuro. Son sola ad arrabattarmi: e impasta, inforna, e cuoci, e fila, e tessi, e go­verna il bestiame, tutto è sulle mie spalle. (Gri­da dalla culla). Paraska, culla il bambino. Oh, che vita noi donne! Beve, tutto va all'incontrario... E guai se dici una parola..

Akulìna                            - (mettendo il tè in fusione) Siamo anche alla fine del tè. Gli hai detto di por­tarne?

Marfa                               - Ma certo. Voleva comprarne. Ma lo comprerà? Pensa forse alla casa? (Mette il samovar sulla tavola).

Il passante                       - (si allontana dalla tavola).

Akulìna                            - Ma tu perché ti allontani dalla tavola? Ora prenderemo il tè.

Il passante                       - Vi ringrazio della cordiale ospitalità. (Getta una specie di sigaretta [fatta di ordinarissimo trinciato involto grossolana­mente in foglio di giornale] e torna verso la tavola).

Marfa                               - O tu, che cosa sei? Contadino o di qualche altro ceto ancora?

Il passante                       - lo, comare, non sono né con­tadino né nobile. Son le due cose insieme.

Marfa                               - Come può essere? (Gli porge una tazza).

Il passante                       - Merci. Gli è che mio padre era un conte polacco, ma oltre a lui ce n'erano degli altri ancora, ed ho anche avuto due ma­dri. In generale la mia biografia è piuttosto complicata.

Marfa                               - Bevete ancora. Ma a scuola sei stato ?

Il passante                       - Anche sulla mia educazione posso dir ben poco. Non mia madre, ma la mia madrina mi affidò ad un maniscalco. Un mani­scalco fu perciò il mio primo pedagogo. E la sua pedagogia si riassumeva in questo: che lo stesso maniscalco batteva più che sull'incudine sulla mia disgraziata testa. Però, per quanto mi battesse, non potè togliermi l'ingegno. Capitai poi da un magnano. Qui fui apprezzato e rag­giunsi lo scopo: divenni capo-operaio. Feci conoscenza con gente istruita, mi ritrovai nel partito. Presi l'abitudine della parola. E la mia vita potè elevarsi giacché possedevo un talento straordinario.

Akulìna                            - Si sa bene.

Il passante                       - Ma sopraggiunse la tormen­ta rivoluzionaria. La vita del popolo ricadde sotto il giogo del dispotismo, fui messo in pri­gione, ossia privato della libertà.

Marfa                               - Ma per che ragione?

Il passante                       - Per aver difeso i diritti.

Marfa                               - Quali diritti, dunque?

Il passante                       - Quali diritti?! Quei diritti per i quali il borghese non deve far festa eter­namente, e il proletario lavoratore dev'essere rimunerato del suo lavoro.

Akulìna                            - Anche riguardo alla terra, vuol dire?

Il passante                       - Ma certo. Anche per la que­stione agraria.

Akulìna                            - Voglia il Signore e la Regina del Cielo. Si vive di già tanto ristretti. Ebbene, e ora che farai?

Il passante                       - Ora che farò?! Andrò fino a Mosca. Mi presenterò a un imprenditore. Cosa volete che faccia? Mi sottometterò; gli dirò: «Dammi qualunque sia lavoro, ma prendimi».

Akulìna                            - Ebbene, bevete ancora.

Il passante                       - Vi ringrazio, merci, vale a dire.

(Si odono dal vestibolo rumori e voci).

Akulìna                            - Ecco Micaìla, giusto in tempo per il tè.

Marfa                               - (si alza) Oh, povera me! Insieme ad Ignazio. Vale a dire che è ubriaco. (Si spin­gono innanzi Micaìla e Ignazio: ambedue sono ubriachi).

Ignazio                            - Buona sera! (Dice una breve pre­ghiera, segnandosi, davanti alle icone). Eccoci anche noi, corpo d'un bastone; arriviamo in tempo per il tè. Era tardi per la messa, era tardi per il pranzo, ma per la bettola era l'ora buona... Ah, ah, ah... Via, dateci il tè e noi vi daremo un po' di vodka. Va bene? (Sghi­gnazza).

Micaìla                             - (riempie le tazze e ne presenta alla madre, e poi anche al passante) Tieni, bevi anche tu.

Il passante                       - Vi ringrazio sentitamente. Alla vostra salute. (Beve di colpo).

Ignazio                            - Bravo il giovinetto! Come se la trinca, corpo d'un bastone. Non è vero, Mi­caìla?

Micaìla                             - Ma certo! Che c'è da rimpian­gere? Una volta tanto si può ben scialare.

Marfa                               - Sì, vantati pure. C'è poco di bello. In casa nulla da mangiare, e tu ecco che fai.

Micaìla                             - (minaccioso) Marfa!

Marfa                               - Che Marfa? Si sa che sono Marfa. Ah, vorrei non vederti mai più, essere senza coscienza.

 

Micaìla                             - Marfa, bada!

Marfa                               - Non c'è nulla da badare e non voglio badare a te.

Micaìla                             - Riempi le tazze e servi gli ospiti.

Marfa                               - Vergognati, cane rognoso. Non ti voglio più neanche parlare.

Micaìla                             - Non vuoi? Eh, tu, pellaccia, che hai detto?

Marfa                               - (dondola la culla. La bambina inti­morita se le avvicina) Che ho detto? Ho detto che non voglio neanche parlare con te. Ecco tutto.

Micaìla                             - Oh, te ne sei scordata? (Si alza da tavola di colpo, batte Marfa sul capo, facendole cadere il fazzoletto). E una!

Marfa                               - Ohi, ohi! (Corre in lacrime verso la porta).

Micaìla                             - Non mi sfuggirai, brutta caro­gna... (Si getta su di lei).

Il passante                       - (s'alza da tavola di botto e af­ferra Micaìla per un braccio) Non hai nes­sun diritto...

Micaìla                             - (si ferma e guarda stupefatto il pas­sante) È molto tempo che non ne hai as­saggiate?... affatto.

Il passante                       - Non hai diritto di maltrattare le donne.

Micaìla                             - Ehi, tu, figlio d'un cane. Ma que­sto l'hai veduto? (Gli mostra il pugno).

Il passante                       - Non ti permetto di abusare così del sesso debole.

Micaìla                             - E io te ne darò una tale scarica da mandarti a gambe all'aria!

Il passante                       - A te, battimi; perché non mi batti? Battimi! (Sporge avanti il viso).

Micaìla                             - (si stringe nelle spalle e allarga le braccia) Eh, se mi ci metto...

Il passante                       - E io ti dico: battimi!

Micaìla                             - Via, sei un originale, a quel che vedo. (Abbassa le braccia e scuote il capo).

Ignazio                            - (al passante) Si vede subito che hai molta simpatia per le donne, corpo d'un bastone.

Il passante                       - Io sono per il diritto.

Micaìla                             - (verso Marfa, va alla tavola, respi­rando affannosamente) Suvvia, Marfa, puoi accendergli un bel cero. Senza di lui t'avrei fatta a pezzettini.

Marfa                               - Che altro si può aspettar da te? Arrabbattarsi tutta la vita; e impasta e cuoci, e poi...

Micaìla                             - Su, basta, basta! (Offre da bere al passante) Bevi! (Alla moglie) E tu che hai da struggerti in lacrime? Non si può neppure scherzare?! Tieni, riponi il denaro; due fogli da tre rubli e due pezzi da venti copeki.

Akulìna                            - Oh, il tè e lo zucchero di cui ti avevo incaricato?

Micaìla                             - (toglie di tasca un involto e lo dà alla moglie. Marfa prende il denaro e l'involto e va nel ripostiglio, accomodandosi in silenzio il fazzoletto sulla testa) Come sono stupide le donne! (Offre di nuovo da bere al passante) Su, bevi!

Il passante                       - (non beve) Bevete voi stesso.

Micaìla                             - Via, non far complimenti.

Il passante                       - (beve) Alla vostra salute!

Ignazio                            - (al passante) A quanto mi pare,, ne devi aver viste parecchie in vita tua. Oh, co­desta giubba, che ti sta così bene, dove l'hai trovata? (Indica la veste in brandelli). Non hai bisogno d'aggiustarti. È bella anche così. Deve avere qualche anno, però... Che fare? Se n'avessi una simile anch'io, anch'io sarei simpatico alle donne. (A Marfa) Dico bene?

Akulìna                            - Hai torto, Ivanic, di burlarti di una persona di cui non sai nulla!

Il passante                       - È perché non è istruito.

Ignazio                            - Mi sei simpatico. Bevi! (Gli dà da bere. Il passante beve).

Akulìna                            - Egli stesso ha detto che tutto il male vien di lì, perché si beve; che è stato in prigione per questo.

Micaìla                             - Ma per che causa ci sei stato?

Il passante                       - (molto brillo) Fu in seguito ad una espropriazione...

Micaìla                             - Ma come andò, dunque?

Il passante                       - Andò così: siamo stati da lui, da quel pancione. Gli si dice: dacci il denaro, se no, guarda, c'è il revolver. E lui qui e lui là. Poi ci dette duemilatrecento rubli.

Akulìna                            - Oh, Signore!

Il passante                       - Noi volevamo solo disporre di quella somma per il partito. Ci guidava Sembrikoff. Ma s'avventarono su noi quei cor­vi. Ci arrestarono immediatamente e ci chiu­sero in carcere.

Ignazio                            - E vi ripresero il denaro?

Il passante                       - Si capisce. Però non poterono sostenere la mia colpabilità. Il Pubblico Mini­stero all'udienza parlò così: « Voi avete - dice - rubato il denaro». Ma io subito risposi: « Rubano i ladri - dico. Ma noi abbiamo eseguito un'espropriazione per il partito». Di modo che non potè darmi una risposta. E lui qui e lui là, ma non potè rispondermi, ce Con­ducetelo - dice - in prigione; toglietegli cioè la libertà ».

Ignazio                            - (a Micaìla) Furbo, però, figlio di un cane. Bravo giovinotto! (Gli dà da bere) Bevi, corpo d'un bastone!

AkulÌna                           - Ma come parli, Ignazio? Non ti vergogni?

Ignazio                            - Ma io, nonnina, non bestemmio. Questo è il mio modo di dire: «Corpo d'un bastone!...». Alla tua salute, nonnina!

(Entra Marfa; stando in piedi presso la ta­vola versa il te).

Micaìla                             - Ecco, così va bene. Che cosa c'è da offendersi? Io gli dico grazie. E te, Marfa, ti stimo non poco. (Al passante) Che credi? (Abbraccia Marfa) Io, la mia vecchia, l'ap­prezzo assai, eccomi se l'apprezzo. La mia vec­chia, in una parola, è di prima qualità e non la cambierei con nessun'altra.

Ignazio                            - Ecco, così va bene. Nonna Akulìna, bevi. Offro io.

Il passante                       - Che vuol dire la forza dell'inerzia. Prima tutto era così triste, e ora non c'è che buon umore e amichevoli disposizioni. Nonnina, io provo dell'affezione per te e per tutti gli uomini. Miei cari fratelli! (Canta una canzone rivoluzionaria).

Micaìla                             - L'alcool gli ha dato alla testa: ha bevuto a digiuno...

SECONDO QUADRO

La stessa isbà. Di mattina.

Marfa                               - (prende la scure) Vo' a spaccar legna.

Akulìna                            - (con un secchio) Senza quello lì ieri sera t'avrebbe accoppata. Ma non si vede. Che sia andato via? Dev'esser andato via. (Escono una dopo l'altra).

Micaìla                             - (scende dalla stufa) Ma guarda, il sole è già alto. (Si alza, s'infila gli stivali). Si vede che è andata per l'acqua con la vec­chia. Mi fa male la testa. Non voglio bere più. Al diavolo il vizio di bere. (Prega davanti alle icone. Si leva). Vado ad attaccare. (Entra Marfa con la legna).

Marfa                               - Il mendicante d'ieri è andato via?

Micaìla                             - Se ne dev'essere andato; non si vede.

Marfa                               - Che Dio l'accompagni. Si vede ch'è un uomo intelligente.

Micaìla                             - Perché t'ha difesa?

Marfa                               - M'importa assai... (Micaìla indossa il kaftàn). Il tè e lo zucchero d'ieri li hai ri­posti tu?

Micaìla                             - Io credevo che tu li avessi presi.

(Entra Akulìna col secchio dell'acqua).

Marfa                               - (alla vecchietta) Mamma, hai preso tu le compere d'ieri?

Akulìna                            - Io non ne so nulla.

Micaìla                             - Io posai la roba sul davanzale della finestra.

Akulìna                            - L'ho visto anch'io.

Marfa                               - Ma dove sarà entrata? (Cercano).

Akulìna                            - Ma guarda che malanno! (Entra il vicino).

Il vicino                           - Ebbene, Ticonic, andiamo per questa legna?

Micaìla                             - Ma certamente. Attacco subito. Vedi, s'è perso della roba.

Il vicino                           - Ah, ecco. Che avete perso?

Marfa                               - Ecco, vedi, Micaìla aveva fatto delle compere in città. Il tè e lo zucchero: l'a­vevo messo qui sul davanzale della finestra: non pensai a riporli. Ora guardo, non c'è più nulla.

Micaìla                             - Sospettiamo un passante che ha trascorso qui la notte.

Il vicino                           - Quale passante?

Marfa                               - Un tale piuttosto magro, sbarbato.

Micaìla                             - Con la giacca tutta a brandelli.

Il vicino                           - Ricciuto, col naso ricurvo?

Micaìla                             - Sì, sì.

Il vicino                           - L'ho incontrato or ora. Mi son meravigliato di vederlo camminar così presto.

Micaìla                             - Dev'esser lui. L'hai incontrato lontano?

Il vicino                           - Credo che non dovrebb'essere ancora di là dal ponte.

Micaìla                             - (afferra il berretto ed esce in fretta col vicino) Bisogna raggiungerlo. Che bir­bante! È stato lui certamente.

Marfa                               - O peccatore, peccatore. Non c'è dubbio, è stato lui.

Akulìna                            - E se non fosse stato lui? Una volta appunto, sarà una ventina d'anni fa, si accusò un tale d'aver portato via un cavallo. Si raduna il popolo. Uno dice: «L'ho visto io stesso come gli ha messo la cavezza »; un altro dice che l'aveva visto come l'aveva portato via. Era un cavallo pezzato, di prezzo, appartenen­te a mio zio. Si raduna il popolo. Si cerca. Si imbattono nel bosco in quello stesso giovine. «Sei stato tu», dicono. Quello si scusa, giura che non è stato lui. « Non gli fate caso », di­cono. Le donne assicurano che è stato lui. Egli dice qualcosa d'insolente. Ieger Lapùskin, che ora è morto, era un mugik violento; si volta, e senza ahi né bai gli scarica un pugno sul muso. Una volta cominciato, tutti gli altri si gettano su di lui e, a forza di calci e di pugni, lo ridussero in fin di vita. Ebbene, lo crederesti? Il giorno dopo si trovò il vero ladro - e quello non era ladro affatto: era nel bosco solo per scegliere un albero.

Marfa                               - Si sa bene, non bisogna accusarlo ingiustamente. Benché sia caduto così in basso si vede che è un brav'uomo...

AkulÌna                           - Sì, si è lasciato anche troppo andare e non si può chieder nulla a un tale uomo.

Marfa                               - Come sbraitano; lo portano qui certamente.

(Entrano nella stanza Micaìla, il vicino e an­cora un vecchietto e un giovane, spingendo da­vanti a loro il passante del giorno prima}.

Micaìla                             - (tiene in mano il tè e lo zucchero. Alla moglie, nell'agitazione) Glieli abbiamo trovati nei calzoni. Ladruncolo. Figlio d'un cane!...

AkulÌna                           - È stato lui, infelice! (China la testa).

Marfa                               - Era dunque di lui che parlava ieri, quando diceva che appena uno ha bevuto porta via ciò che gli capita a tiro.

Il passante                       - Io non sono un ladro, ma un espropriatore. Sono un uomo d'azione e debbo vivere. Voi non potete capire. Fate di me quel che volete.

Il vicino                           - Bisogna portarlo dallo Starosta e direttamente al commissario di polizia.

Il passante                       - Vi dico, fate quel che volete di me; io non temo nulla e posso soffrire per le mie idee. Se foste delle persone istruite, po­treste comprendermi...

Marfa                               - (al marito) Che Dio gli perdoni. M'ha reso la roba. Lasciamolo andare senza peccato.

Micaìla                             - (ripetendo le parole della moglie) «Senza peccato»... c'insegna, senza di te non si sa ciò che si deve fare...

Marfa                               - lo dicevo soltanto, lascialo andare.

Micaìla                             - «Lascialo andare»... Senza di te non si sa ciò che si deve fare. Ecco la stupida: «Lascialo andare»... Che vada pure, però gli devo dire una parola perché la senta. (Al pas­sante) Dunque, ascolta, tu mossiù, ciò che ti voglio dire. Benché tu sia in una triste posi­zione, tu hai agito molto male, molto male. Un altro per questo t'avrebbe fracassato le co­stole e oltre a ciò t'avrebbe portato al com­missario di polizia; ma io ecco quel che ti dico: Hai agito male, peggio di così non potevi agire. Però sei in una triste posizione e io non ti vo­glio maltrattare. (S'interrompe. Tutti tacciono. Solennemente) Va', che Dio ti perdoni, e non lo far più. (Guarda la moglie) E tu vuoi inse­gnare a me?

Il vicino                           - È fatica sprecata, Micaìla, è fa­tica sprecata incoraggiarli...

Micaìla                             - (tiene sempre in mano il tè e lo zuc­chero) Che sia fatica sprecata o no, questo riguarda me. (Alla moglie) E tu mi vuoi inse­gnare... (S'interrompe guardando i pacchetti che ha in mano, e con un gesto decisivo li dà al passante, rivolgendosi verso la moglie) A te, prendi, per la strada berrai il tè. (Alla, moglie) E tu mi vuoi insegnare... Va', ho detto: va', basta con le chiacchiere.

Il passante                       - (prende i pacchetti. Pausa) Tu credi che non capisca? (La voce gli trema) Capisco perfettamente. Se mi avessi battuto come un cane, sarebbe stato per me meglio. Non capisco forse chi sono io? Sono un mise­rabile e un degeneralo, cioè. Perdonami, per amor di Cristo. (Singhiozza. Getta sulla tavola il tè e lo zucchero ed esce rapidamente).

Nota alla commedia. Nella primavera del 1910, a Teliatenki, un possesso di V. Certkoff, - il futuro ese­cutore testamentario di Tolstoi e che poi curò l'edizione dei tre grossi volumi delle Opere Postume (Mosca, 1911-1912), - un figlio di quegli, V. V., aveva orga­nizzato, utilizzando delle modeste capacità paesane, dei piccoli spettacoli. Tolstoi mostrò d'interessarsene mol­tissimo, e fu appunto per il teatrino di Teliatenki che gli venne in mente di scrivere Tutto il male vien di lì.

                                                                                          

FINE

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