U teatranti

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ITALO SCHIRINZI

(2007)

U TEATRANTI

COMMEDIA

in

due atti e quattro quadri

 versione in dialetto siciliano della commedia

“ Il certificato ”

dello stesso autore .

E mail: italoschirinzi@alice.it

cell. 340 5837903

U TEATRANTI

Commedia in due atti e quattro quadri

di

ITALO SCHIRINZI

Personaggi:

Salvatore Cipolletta..........................................U teatranti

Amalia..............................................................a mugghieri du teatranti

Rosario.............................................................u  figghiu

Don Felice Monreale........................................'n amicu di famigghia

Settimina..........................................................a mugghieri di don Filici

Don Domenico Triaca......................................L'omu di la verità

Anonimo...........................................................l'osti

Don Matteo Pulvirenti......................................l'amicu di don Filici

ll brigadiere........................................................u brigaderi

L'appuntato........................................................l'appuntatu

un omaggio a Luigi Pirandello e ad Eduardo, maestri di teatro,

                       

dedicato a mia moglie Giovanna

E mail: italoschirinzi@alice.it

Cell.    340 5837903

U TEATRANTI

Atto primo

( quadro primo )

                                              

                        La scena è costituita da un'ampia stanza facente parte di un appartamento                                   fatiscente, posto al piano terra di un quartiere povero di una città del sud dell'Italia.

                        L'arredo è molto modesto: una vecchia poltrona, consumata dall'uso e scolorita, un

                        tavolino con quattro sedie intorno, due delle quali all'occorrenza possono essere               accostate alle pareti o addirittura eliminate a discrezione del regista. In prima                             quinta  a destra una porta conduce alla camera da letto ed in quella di sinistra                          un'altra porta conduce alla cucina. In fondo, al centro, la porta d'ingresso, che dà                     sulla strada. In un angolo è appeso un quadro con l'effigie del santo protettore.

                        La storia si svolge ai giorni nostri.

                        All'apertura del sipario Salvatore Cipolletta, un uomo di poco più di quarant'anni,

                        attore di teatro di bell'aspetto, sta preparandosi per uscire. Dà una spolveratina alla

                        giacca di buona qualità ed ancora in ottimo stato, quindi la indossa sulla camicia                        bianca, senza mettersi la cravatta. Si ravvia i capelli, lisciandoseli direttamente con                      le mani. Poi, mentre è intento a lucidare le scarpe con un panno, appoggiando il                       piede su una sedia, entra in scena Amalia, la moglie: una donna ancora piacente, di

                        qualche anno più giovane di lui, con i capelli neri, raccolti in un toupet e vestita                           dimessamente. Indossa un paio di ciabatte, che strascica vistosamente. Sebbene la

                        bellezza sia alquanto sfiorita prematuramente, permangono tuttavia in lei i segni              inconfondibili di un antico fulgore. Donna in carne e pettoruta.

Scena prima

 

( Salvatore e Amalia )

Amalia:           (Entra in scena con la scopa e con uno straccio in mano con il proposito di spazzare

                        e spolverare) T'a cangiasti a cammisa?

Salvatore:        Si, si. 'A truvai supra u lettu e m'a misi subbitu.

Amalia:           'A vuoi a cravatta stamatina?

Salvatore:        No.  Anchi pp’e provi mi mettu l'abbitu di scena, u doppiu pettu cu li righi verticali, a                 farfallina e u cappeddu ntesta, comu si fussi 'n gran signuri.

Amalia:           'N gran signuri! Tu vivi di illusioni e nun ti renni cuntu ca i tempi sunu difficili pp'a                     povira genti comu a nuatri.

Salvatore:        Senti, nun cuminciari a fari a solita lamintela, ppi favuri.

Amalia:           Mi dispiaci ca ti l'haiu sempri a rigurdari ma cc'u teatru nun si può gghiri avanti, caru                   Salvatore, pirchì è na mprisa troppu difficili arrivari a fini du misi cu ddi pochi soldi,                  ca mi duni.

Salvatore:        C'hai aviri pacenzia, Amalia mia, chistu e 'n momemtu passiggieru ma u futuru sarà                     chiù megghiu, ti l'assicuru ju.

Amalia:           Speriamu ca è comu dici tu. Ppi cuntu miu, e a dillu nun vulissi fari piccatu, i cosi                       ieunu chiù megghiu quannu tu facevi u cuntrabbanneri di sigaretti. Pirchì, nonostanti

                        i rischi ca currevi, c'era chiù sicurizza ntu guadagnu. Eramu chiù assistati. N sustanza

                        c'era chiù tranquillità supra l'introitu mensili.

Salvatore:        Forsi è comu dici tu, ma ju passai tanti anni intra li carceri di menza Italia ppi                               scuntari i cundanni ca mi desiru i tribunali.

Amalia:           Chistu è veru e Diu sulu 'u sapi quantu mi dispiaceva, ma beni o mali c'eramu                              abbituati o fattu ca tu stavi 'n pocu intra e 'n pocu fora du carceri e oramai nun                            ci facevumu chiù casu.

Salvatore:        Siccomu ju nun era cuntentu di trasiri e nesciri du carceri circai di canciari vita cc'u                     propositu naturalmenti di migghiurari.

Amalia:           A l'improvisu ti facisti pigghiari da smania pp'u teatru e ppi nuatri mischineddi                            accumincianu i tempi duri. Chista è a verità.

Salvatore:        Ma comu, avissi a essiri cuntenta, ca ora occupu 'n postu importanti nta                                        filodrammatica locali, e inveci ti lamenti comu si fussi na disgrazia. Chista è na cosa                   incredibili.

Amalia:           'U me nun è 'n lamentu ma 'n invitu ca ti fazzu a essiri chiù cuncretu ni la vita.

Salvatore:        Tu nun lu sai pirchì, ppi curpa di dda bestia di to patri, arristasti ignoranti, ma u                           teatru è l'espressioni chiù nobili di la menti umana. U sapevunu puru l'antichi romani                 e, prima di iddi, i greci.

Amalia:           Si vidi ca ju sula  nun lu sacciu.

Salvatore:        Qualchi vota avissi a veniri ntu teatru quannu facemu i provi ppi vidiri pirsunalmenti                   quantu travagghiu c'è arreri a na rappresentazioni. 'N travagghiu seriu di costruzioni                    e di rifinitura comu fannu i muraturi assemi a u capumastru, ca accumincia ca                             liggiuta du cupiuni e finisci ca calata du sipariu.

Amalia:           Si ti fa piaciri qualchi vota ci vegnu veramenti ad assistiri a li provi.

Salvatore:        Ppi capiri l'importanza  du teatru e pp'apprizzarini l'intrinsicu valuri ci s'avissi a viviri

                        dintra, mangiarici, durmirici, respirari l'aria ca c'è ddà intra. Oddiu, chistu macari nun                 è sempri cunvinienti, ma è 'n modu di diri...

Amalia:           A mia mi pari ca u teatru ci l'avemu intra a nostra casa, custritti comu semu a viviri                      di stenti in dui cammiri e cucina di stu palazzu fatiscenti, ca u Comuni dichiarau già                        periculanti.

Salvatore:        Amalia, l'arti havi bisognu du so tempu ppi produrri boni frutti. Ma tu hai a stari                          tranquilla pirchì 'n jornu o l'autru ju addiventu famusu e  risolvemu di bottu tutti i                       nostri problemi.

Amalia:           Cu li chiacchiari nun si fa a spisa e ogni jornu, inveci, c'è bisognu di mangiari. Tu a                      sira, almenu ppi 'n paru d'uri, reciti a parti di 'n omu riccu e nobili e ti scordi di essiri

                        u miserabili ca si, ma ju, ca tuttu u jornu staiu appressu a li miserii di sta casa, nun                       haiui mancu u tempu di farimi illusioni.

Salvatore:        Cerca di fari funzionari a fantasia.

Amalia:           A fantasia? Comu fai a parrari di fantasia mentri a realtà si fa sempri chiù pisanti? 

                        Si cuntinua di stu passu ju 'n jornu o l'autru schiantu e mi nni vaiu a l'autru munnu.

Salvatore:        Amalia, nun t'angustiari. C'avemu 'n figghiu, ca si fici granni e prestu ni può dari                         anchi 'n aiutu.

Amalia:           Eh, Rosario! Rosario mi pari 'n pocu scapistratu. Chiddu curri sempri appressu a li                       fimmini e ci piaci troppu addivirtirisi, ma di travagghiu seriu nun nni parra mai e ju                     sugnu preoccupata pp'u so avveniri.

Salvatore:        A vintitri anni è normali ca curri appressu a li fimmini ma ju sugnu sicuru ca prima o                    poi u carussiddu saprà fari u so duviri e ci darà tanti beddi sodisfazioni.

Scena seconda

( Salvatore, Amalia, quindi, don Felice e Settimina )

                        ( Don Felice è un uomo di mezza età abbastanza in carne e non molto alto. E' tutto

                        vestito di bianco con la paglietta in testa e tiene un grosso sigaro un po' tra le dita                        ed un po' in bocca. La moglie Settimina, è una donna piccola di statura e non molto

                        bella. E' vestita abbastanza dimessamente. Si sente bussare alla porta e fa capolino

                        don Felice).

Don Felice:     C'è pirmissu?

Salvatore:        Avanti, avanti, trasiti, don Felice.

Don Felice:     Forsi vi stamu disturbannu nto menzu di na conversazioni importanti?

Salvatore:        Ma cchi diciti, don Felice, vuatri nun disturbati mai. Staumu raggiunannu di nostru                     figghiu Rosario, ca oramai si fici granni, e Amalia mi stava dicennu ppi l'appuntu ca                    u carusu....

Amalia:           Ci stava dicennu ca..... u carusu è bravu, vulintirusu e sempri n cerca di travagghiu.

Salvatore:        Si, si. Mi stava dicennu ca Rosario è vulintirusu e anchi affezionatu a so patri e a so                    matri. Eh! Ju sugnu sicuru ca u carusiddu u sapi quali è u so duviri.

Don Felice:     E l'havi a sapiri fari u so duviri si nun vuoli iri incontru a guai seri.

Salvatore:        Di quali guai stati parrannu, don Felice?

Don Felice:     Aviti a sapiri ca stu gran figghiu di bu...di bu... scusati, donna Amalia, ma nun vulissi                  ppi curpa so mancari di rispettu a vui.

Settimina:       E dillu, dillu chiddu, ca vulevi diri. Quannu ci vuoli ci vuoli, caspitina!

Don Felice:     Statti muta, Settimina.

Salvatore:        Pirchì ci l'aviti tantu cu Rosario nostru?

Don Felice:     Nun lu sapiti chiddu ca fici vostru figghiu Rosario? Ddu mascanzuni vagabunnu?

Amalia:           Cchi fici a criatura?

Don felice:      A criatura, diciti?

Settimina:       Eh! A criatura dici. Autru ca criatura!

Don Felice:     Statti muta, Settimina. Staiu parrannu ju e sacciu chiddu ca haiui a diri.

Salvatore:        E allura diciti tuttu  chiddu c'aviti da diri e nun facitici stari n pena.

Amalia:           Dicitinnillu ppi favuri.

Settimina:       E diccillu chiddu ca c'hai da diri, nun la fari tantu longa.

Don Felice:    Settimina, nun  mi fari innervosiri. (Poi, rivolgendosi ai due coniugi) Vostru figghiu,                   ca vuatri chiamati impropriamenti criatura, a forza di girarici attornu misi incinta                  Teresina, a me unica figghia, ca havi appena chinnici anni.

Amalia:           Oddiu, comu potti fari na cosa di stu generi?

Settimina:       A forza di girarici attornu ci s'avvicinau troppu e fici u patatracchiti. Ti facisti                              persuasa ora comu fici to figghiu?

Don Felice:     (Inizia a camminare nervosamente avanti e indietro per la stanza mentre gli altri              non sanno cosa fare e a turno gli vanno dietro, invitandolo a calmarsi). Si                              l'acchiappu l'ammazzu a lignati a tutti dui, parola mia.

Salvatore:        Uh! Chisti sunu paroli grossi, don Felice. A tuttu c'è rimediu tranni ca a la morti.

Don Felice:     Vulissi vidiri si a lu me postu nun vi pigghiava a nervusa puru a vuatri, dopu na                           notizia comu a chista.

Amalia:           Ora calmativi, don Felice, facitimmillu ppi favuri.  

Salvatore:        Suvvia, calmativi, don Felice.

Settimina:       E calmati, Felice.

Don Felice:     Ti vuoi stari muta, Settimina, si no va a finiri ca m’a pigghiu cu tia, ca nun fusti bona                  a vigilari supra la integrità fisica e morali di nostra figghia Teresina.

Salvatore:        Don Felice, statimi a sentiri. Chisti sunu cosi ca ponnu succediri quannu dui giuvini                    si volunu beni. Oramai 'u sapemu tutti comu vannu sti cosi. Na parola oggi, na parola      

                        dumani, 'n vasuni, n'abbrazzu, na carizza e a pagghia vicinu a l'accindinu pigghia                         focu e poi finisci ca si forma 'n incendiu. Anchi ntu teatru a li voti.....

Settimina:       Ma stavota nun pigghiau focu a pagghia, arristau incinta Teresina. 'U vuliti capiri                         chistu, si o no?

Don Felice:     Statti muta, Settimina. Chidda da pagghia ca s'incendia è sulamenti na metafora.

                        (Dopo un attimo di pausa) V'haiu a diri francamenti ca na surprisa comu a chista                         nun mi l'avvissi mai imaginatu. Pirchistu ora sugnu incavulatu.

Amalia:           A diri a verità, e lu putissi giurari davanti a Diu, mancu ju, ca sugnu so matri, mi                          puteva mmaginari ca Rosario avissi fattu na cosa di stu generi.

Settimina:       Anchi ppi mia chista fu na surprisa..... inaspettata.

Salvatore:        Scusati tantu, forsi chiddu ca dicu è na cosa ovvia, ma i surprisi secunnu mia sunu                      sempri inaspettati, si no chi surprisi sunu? Vi l'imaginati vuatri na surprisa cc'u                             preavvisu di qualchi jornu? Sti cosi si venunu a sapiri quannu u pastizzu purtroppu                   è già fattu. A cchi servi farisi maravigghia a frunti di 'n fenomenu naturali, ca è fruttu               di l'amuri.

Don Felice:     U guaiu è grossu, però, e ancora nun mi fazzu persuasu di chiddu ca successi a me                      picciridda.

Settimina:       U guaiu è grossu, grossu, u guaiu è grossu veramenti.

Don Felice:     Chi fai l'ecu, Settimina?

Settimina:       Vuleva partecipari puru ju.

Amalia:           Prima ca vuatri trasissivu nta sta casa, ju ci stava ppi l'appuntu dicennu a Salvatore ca                 supra a Rosario nun ci putemu fari tantu affidamentu pirchì nta sti ultimi tempi u                      vidu troppu distrattu e fimminaru stu carusu.

Salvatore:        Allura tu sapevi qualchi cosa e ti stavi muta?

Settimina:       Ah! 'U sapevi?

Don Felice:     Cchi sapeva?

Amalia:           Cu' è ca 'u sapeva?

Settimina:       Tu 'u sapevi.

Amalia:           Ju? No. Ju nenti sapeva. Aveva semplicementi 'n cattivu presentimentu, ca purtroppu                  s'avverau prima du previstu.

Don Felice:     Ora ci l'haiu ju u cattivu presentimentu e si nun salvamu almenu l'apparenzi ppi                            Rosario a cosa può finiri mali. Vi lu giuru.....supra a testa di me mugghieri Settimina                   (le poggia una mano sulla testa).

Settimina:       Oh! Levami subbitu sta manu d’a testa. Giura chiuttostu supra a testa to e annulla                       immediatamenti u giuramentu ca facisti supra a chidda mia.

Don Felice:     Va beni, va beni. Cunsiddira annullatu u giuramentu. (Poi, rivolto ai coniugi                                Cipolletta) Dicitici, perciò a ddu fetenti di vostru figghiu, scunghiurutu fimminaru,                     di organizzari na regolari fuitina o 'n fintu rapimentu, ppi struncari ntu nasciri                             qualunqui malevula insinuazioni da parti di la genti su la peddi di Teresina.

Salvatore:        Nuatri facemu comu vui desiderati, veru Amalia?

Amalia:           Ca certu.

Don felice:      E ppi com'ora nun vogghiu diri autru, riservannumi di diri qualchi cosa di chiù                             precisu direttamenti a vostru figghiu. Stativi beni. (Si avvia versi l'uscita principale

                        seguito da Settimina).

Amalia:           Vi auguru na bona jurnata a tutti dui.

Salvatore:        Na bona jurnata....

Settimina:       (Giunta sulla soglia della porta di uscita si gira ed accompagnando l'espressione             con un gesto con le mani, esclama:) Chi jurnata! (Don Felice e Settimina escono).

Scena terza

( Salvatore e Amalia )

Amalia:           Chistu è veramenti 'n guaiu grossu, caru Salvatore. Rosario fu troppu imprudenti.                        Troppu, troppu imprudenti.

Salvatore:        Eh, si. Troppu imprudenti fu Rosario.

Amalia:           Troppu 'u dissi già ju.

Salvatore:        Allura ju dicu assai, si cuntenta ora?

Amalia:           Rosario è ancora 'n carusu, nun c'havi 'n travagghiu veru, e nuatri nun semu ni li                          cundizioni di putiri aiutari sti dui carusiddi.

Salvatore:        C'ha' pinsari don Felice a mantinilli tutti dui finu a quannu Rosario nun si sistema.

Amalia:           Quannu ntisi diri ca Teresina arristau incinta ppi curpa di Rosario, a mia mi crullau u                    munnu addossu e appi paura di sveniri o sulu pinseri ca stu poviru figghiu si nguaiau                   accussì prestu. E ora cchi facemu? Pinsai, e u sangu mi si gilau intra li vini.

Salvatore:        Nun ti preoccupari, Amalia. 'U sai comu dici u pruverbiu? Quannu si chiudi na porta                   si grapi sempri 'n purticatu.

Amalia:           Si.....Aspetta e spera..... ca si grapi u purticatu.

Salvatore:        Ancora nun t'haiu dittu nenti pirchì ti vuleva fari na surprisa, ma.....

Amalia:           Oddio, n'autra surprisa? Di cchi si tratta stavota?

Salvatore:        T'haiu a dari na bona notizia. Ajeri sira, a la fini du spettaculu, a l'osteria di don                           Sasà mi parranu di na pirsuna benestanti, ca sta circannu 'n bravu atturi ppi farici                     interpetrari, ppi raggiuni ca ancora nun canusciu, a parti di so ziu ca veni di luntanu,                 e ju naturalmenti ci lassai dittu ca sugnu disponibili a esaminari a proposta. Pari fra                l'autri cosi ca sta pirsuna mi canusci ppi sintutu diri.

Amalia:           Salvatore, a tia ti pari, comu u solitu, ca ti spiegasti chiaramenti ma ju ancora nun ci                    haiu caputu nenti di sta nova recita ca tu hai a fari.

Salvatore:        C'è pocu da capiri. E' na recita comu a n'autra.

Amalia:           Inveci ccà c'è tantu da capiri. Cchi c'entra u ziu ca veni di luntanu cu la miseria ca                       c'avemu dintra?

Salvatore:        C'entra c'entra. E comu si c'entra! Vuoli diri chiù precisamenti ca ddu signuri                               benestanti s'affitta a mia ppi qualchi jornu, comu si ju fussi, ppi fariti 'n esempiu, na                    machina, na carrozza e mi chiedi di fari a parti di so ziu. Hai caputu ora?

Amalia:           (Poco convinta) Haiu caputu. Iddu s'affitta 'n cristianu, comu si s'affittassi na cosa.

Salvatore:        Chiù o menu è accussì. Dici ca è dispostu a pagari beni l'incombenza.

Amalia:           Cchi è ca ti paga?

Salvatore:        L'incombenza, u travagghiu, a prestazioni, u serviziu, comu caspita 'u vuoi chiamari?

Amalia:           Nun t'incazzari. Ju nun lu sapeva ca u serviziu si chiama incombenza, scusa tantu.

Salvatore:        E ora 'u sai. Va beni?

Amalia:           A mia mi basta ca ti paga. Travagghiu, serviziu o incombenza ppi mia è a stissa cosa.

Salvatore:        Puru chista, a pinsarici beni, è na forma di guadagnu, ca deriva ppi riflessu da u                          teatru, pirchistu c'ham'a essiri infinitamenti ricanuscenti e nun disprizzallu, comu, fai                  tu tutti i momenti.

Amalia:           Si è lecitu sapillu, quali incombenza avissi a fari tu?

Salvatore:        Si nun mi sbagghiu, avissi a fari a parti di nu ziu, seguennu 'n cupiuni, comu si stassi                   recitannu ntu teatru. L'unica differenza è ca, inveci di fari a parti du ziu supra u                          palcuscenicu, ju l'avissi a fari ni la vita, comu si fussi a me parti vera. Mi spiegai?

Amalia:           Ju haiu 'n bruttu presentimentu, Salvatore.

Salvatore:        Chi presentimentu hai?

Amalia:           Si tu ti cunvinci di essiri veramenti u ziu di ddu signuri scanusciutu, nun c'è ppi casu                   u periculu ca ti scordi di essiri me maritu e mi lassi sula a mmenzu a sti guai?            

Salvatore:        Ma cchi vai a pinsari, gioja? E' tutta na finzioni. Sulu ca u palcuscenicu è 'n pocu                         chiù granni di chiddu normali e tutti l'autri pirsunaggi sunu veri e pensunu ca sugnu                veru puru ju.

Amalia:           Iddi 'u pensunu. Ma tu si veru oppuru fintu?

Salvatore:        Ppi l'autri cristiani sugnu veru.

Amalia:           Ah, eccu. Ppi l'autri tu si veru.

Salvatore:        Si. Ma di fattu sugnu fintu. E' semplici no?

Amalia:           Matri mia, mi fai girari a testa cu sti to' raggiunamenti.

Salvatore:        Pirchistu ti dissi ca ppi mia nun c'è alcuna differenza. Quannu sugnu supra u                                palcuscenicu, di regula ju cchi fazzu?

Amalia:           Cchi fai?

Salvatore:        Comu chi fazzu? Recitu, nun è veru?

Amalia:           Veru è.

Salvatore:        E a stissa cosa haiu a fari ntu palcuscenicu di la vita. Hai caputu ora, bedda?

Amalia:           Si, si. Sta incombenza, comu la chiami tu, è 'n passu avanti nta to carrera di atturi o                     na buffunata di 'n momentu?

Salvatore:        Nun è na buffunata. E' na nova strata, ca si grapi davanti a nuatri e ca ni può purtari                    qualchi beneficiu di caratteri economicu.  E' u famusu purticatu ca si grapi quannu si                   chiudi a porta.

Amalia:           Si sicuru ca si grapi?

Salvatore:        Sicurissimu. Oggi c'haiu l'appuntamentu decisivu cu ddu signuri benestanti e speru                     ca ppi nuatri è l'iniziu di na nova vita.

Amalia:           Speriamu, speriamu ca è comu dici tu.

Salvatore:        Ora mi nn'haiu a gghiri pirchì mi stannu aspittannu ntu teatru ppi fari i provi.

Amalia:           Salvatore, ju vulissi ca puru Rosario attruvassi l'incombenza giusta e si sistemassi.

Salvatore:        Puru ju vulissi chistu, ma tu ora cerca di stari tranquilla e nun ti ci fissari cu la                              incombenza.... hai caputu? ( Esce ).

Scena quarta

( Amalia e Rosario )

                        (Rosario, giovane e aitante, dimostra più dei suoi ventitré anni. Ha un atteggiamento

                        da spaccone ed un modo di parlare da malandrino. Entra e chiede subito notizie del                    padre ad Amalia, che ha ripreso a spolverare o a spazzare......).

Rosario:          U papà si nni iu?

Amalia:           Si. Nisciu propriu nta stu mumentu.

Rosario:          Menu mali!

Amalia:           Pirchì dicisti menu mali, scrianzatu?

Rosario:          Pirchì havi a veniri don Felice, ca mi vuoli parrari a quattr' occhi di na cosa ca ci

                        interessa a iddu e ju ci desi appuntamentu nta me casa.

Amalia:           Stai attentu a chiddu ca fai pirchì don Felice ci l'havi cu tia pirchì, dici, ca cci mittisti                  incinta a so figghia, apprufittannu di la so ingenuità.

Rosario:          E allura, cchi c'è di stranu si la misi ncinta?

Amalia:           Comu cchi c'è di stranu? So patri è furiusu.

Rosario:          Mamma, Teresina nun è a prima carusa ca resta incinta e mancu l'ultima. Fussi chiù                      megghiu, perciò, si don Felice si nni facissi na raggiuni e nun mi stassi a rumpiri                          ancora i baddi. (oppure: nun mi scassassi a... minchia).

Amalia:           Inveci don Felici, parrannu cu nuatri, nun  mi parsi intenzionatu a suppurtari, pirchì

                        è cunvintu ca tu ci facisti 'n tortu gravi.

Rosario:          'U sacciu, 'u sacciu ca vuleva fari casinu ma, davanti a u fattu cumpiutu, s'appi                            necessariamenti a rabbuniri. Pensa ca mi proposi addirittura di iri a viviri nta so casa

                        assemi a Teresina.

                        (Bussano alla porta)

Rosario:          Chistu è sicuramenti iddu.

Amalia:           Ju mi nni vaiu dda banna. Mi raccumannu, nun lu fari innervosiri pirchì, quannu                          s'innervosisci,  don Felice addiventa piriculusu (Si avvia verso l'uscita e poi esce).

Rosario:          Sta tranquilla, mamma, 'u sacciu ju chiddu c'haiu a fari, nun sugnu chiù 'n picciriddu.

Scena quinta

( Rosario e don Felice )

Rosario:          (Va alla porta  ed invita don Felice ad entrare) Accumudativi, don Felice, ppi mia è                     'n granni onuri avirivi nta me casa.

Don Felice:     Giuvinottu,  vulissi ca ti facissi prima di tuttu persuasu ca stai parrannu pirsunalmenti  

                        di pirsuna cu don Felice Monreale di Palermo. Ju accittai volentieri di veniri nta sta                     casa ppi parrariti francamenti a tu ppi tu e schiaririti l'idei si ci l'hai ppi casu 'n pocu                 cunfusi.

Rosario:          Dicitimi tuttu chiddu ca aviti nta l'animu di diri pirchì ju sugnu a vostra cumpleta                        disposizioni.

Don Felice:     Tu facisti la bravata di seduciri sutta l'occhi mei Teresina, na carusidda ingenua di                       appena chinnici anni e, anchi si di malu cori, t'haiu a dari attu ca fusti bravu a farimi                    fissa.

Rosario:          Vi chiedu umilmenti scusa si vi mancai di rispettu ma, vi giuru, ca chidda mia nun fu                  na bravata ppi farivi fissa, pirchì ju e Teresina ni vulemu beni veramenti e avemu                  intenzioni di maritarini prestu.

Don Felice:     Ma chistu nun è tuttu chiddu ca ti vuleva diri, caru miu. Ora, ca ti  vulisti appropriari

                        di la parti, ca finu a jeri era chidda mia, hai u sacrusantu duviri di mannari avanti a                      to famigghia, pigghianniti tutti i responsabilità, ca nni derivanu, ppi fari stari beni a             Teresina. Ora tu addivintasti capu famigghia. Mi capisti, beddu?

Rosario:          Vi capii e v'assicuru ca sugnu intenzionatu a fari u me duviri e a lassari quantu prima                   a vostra casa ppi ghirimmini a viviri da sulu cu Teresa.

Don Felice:     Ju ti dissi sti cosi non pirchì mi scommoda ospitariti nta me casa, ma sulamenti ppi                      salvaguardari a to dignità di omu.

Rosario:          Vi ringraziu e vi sugnu assai ricanuscenti ppi li cosi ca mi stati dicennu, ma vi                               prumettu ca u picciriddu, ca Teresina porta n grembu, comu è veru ca esisti Dio,

                        nascirà nta na casa nova, unni avrà tuttu chiddu ca ju nun haiu mai avutu.

Don Felice:     Ju lu speru vivamenti e ti fazzu i me auguri.

Rosario;          Si mi cunciditi 'n pocu di tempu, stati tranquillu ca ju nun vi deludu. Haiu nmenti 'n                    progettu ca vogghiu prestu realizzari.

Don Felice:     Chi vuoi fari u teatranti comu a to patri?

Rosario:          Mancu ppi sognu. Vogghiu fari, inveci, comu tanti amici mei, ca ci desiru 'n cauciu a                   la miseria e si sistimanu beni.

Don Felice:     Accussì mi piaci. L'omu havi a essiri omu, caru miu, e nu sunu ammessi deroghi a                        stu propositu.

Rosario:          Sugnu d'accordu puru ju.

Don Felice:     Megghiu accussì. Si ppi casu ti nni scurdassi, stai tranquillu ca ti lu rigordu ju, ma                       ppi tia, però, nun fussi tantu cunvinienti.

Rosario:          Sugnu sicuru ca nun ci nn'è bisognu.

Don felice:      Ti auguru bona furtuna e ti cunfermu ca si benvenutu nta me famigghia. Ti salutu.

Rosario:          Vi ringraziu ppi la fiducia, ca mi dati e v'assicuru ca Teresina è n  manu boni. (I due                     si abbracciano e don Felice, salutando, esce di scena dalla porta principale).

                        Arrivederci, don Felice. 

Scena sesta

( Rosario e Salvatore )

Salvatore:        (Entra) Ti ntisi parrari cu qualchedunu. Cu' era?

Rosario:          Don Felice Monreale era.

Salvatore:        Cchi vuleva da tia?

Rosario:          Nenti. Discursi fra omini sunu. Vuleva chiarimenti supra la facenda di Teresina.

Salvatore:        Tu ci li dasti i chiarimenti, veru?

Rosario:          Certu ca cc'i desi e iddu arristau chiù ca sodisfattu.

Salvatore:        Ju era sicuru ca ti l'avissi cavata beni. Tu si 'n carusiddu spertu.

Rosario:          Vuoli ca vaiu a viviri nta so casa cu so figghia Teresina.

Salvatore:        E tu accittasti a so proposta, veru?   

Rosario:          Certu ca l'accittai. A tumma mi cci ittai.

Salvatore:        Bravu.

Rosario:          Ma ci dissi subbitu ca ci restu pocu nta so casa pirchì haiu intenzioni di irimmini                          prestu a viviri ppi cuntu miu.

Salvatore:        Ppi cuntu to?

Rosario:          Ppi cuntu miu assemi a Teresina, naturalmenti, nta na casa tutta nostra, unni fari                          nasciri u picciriddu.

Salvatore:        Ah! Si è masculu rigordati di mittirici u me nomu.

Rosario:          Papà, chistu nun t'u pozzu assicurari pirchì don Felice mi chiesi a stissa cosa e cu                         Teresina nun nn' avemu ancora parratu.

Salvatore:        Rosario.

Rosario:          Cchi c'è ancora?

Salvatore:        Ci vuoi veniri cu mia a fari u teatranti?

Rosario:          No, papà. A miseria nun m'attira tantu. Haiu nmenti qualchi autru progettu ppi                             costruirimi 'n solidu avviniri. Bisogna essiri cuncreti nta vita e mirari dirittu a                               lu sodu. Nun si può campari sulu di fantasia.         

Salvatore:        Eh! Caru Rosario, ppi capiri a biddizza du teatru ci s'avissi a viviri dintra, mangiarici,

                        durmirici.....

Rosario:          Si. Respirari l'aria pulvirusa ca c'è dda intra....veru, papà?

Salvatore:        Tu e to matri mi pigghiati sempri n giru pirchì ju sugnu nnamuratu du me misteri. Ju

                        scelsi di fari l'atturi di teatru sicuramenti ppi n'antica vocazioni ma prima di tuttu                        pirchì mi piaceva fari 'n travagghiu onestu. Hai caputu? 'N jornu, quannu addiventu                  famusu, tutti hannu a parrari beni di mia e vuatri nn' aviti a essiri orgogliosi.

Rosario:          Tu si già 'n granni artista. Nun ti dari pena ppi nuatri ca di teatru nun capemu nenti.                     Statti bonu, papà, e nun ci fari casu a chiddu ca dici a mamma. (Gli batte la mano                     sulla spalla ed esce dalla porta principale).

Scena settima

( Salvatore e Amalia )

Amalia:           (Entrando dalla  porta laterale) Comu mai turnasti accussì prestu?

Salvatore:        I provi i rinvianu a dumani matina.

Amalia:           A propositu, a chi ura ci l'hai l'appuntamentu cu ddu signuri benestanti?

Salvatore:        A li quattru e menza du pomeriggiu, a l'osteria. Anzi, u sai cchi fazzu? Fra procu                          m'avviu pirchì nun vogghiu rischiari d'arrivarici troppu tardu. (Frattanto si annoda                      la cravatta). 

Amalia:           Salvatore, dimmi a verità senza giri di paroli ca mi cunfunnunu l'idei. Ddu purticatu,                   di lu quali mi parrasti stamatina, c'è a speranza ca si grapi veramenti ppi nuatri?

Salvatore:        Ju sentu ca qualchi cosa di bonu può succediri. Forsi semu a na svolta decisiva pp'u                     futuru da nostra vita.

Amalia:           Vulissi la Madonna ca, chiddu ca stai dicennu, fussi veru.

Salvatore:        Ci raccumannai a San Gennaro (o chi per esso) di aviri 'n occhiu di riguardu pp'a                         nostra famigghia, pirchì nn'avemu bisognu veramenti.

Amalia:           Specialmenti nta stu mumentu ci facissi daveru commodu 'n interventu di lu santu                      prutitturi.

Salvatore:        Ju  ci dissi: San Gennaro, vui siti 'n santu giudiziusu e certi cosi nu vi ponnu sfuiri.

Amalia:           A li santi nun ci sfuj mai nenti. Chiddi ci taliaunu d’u cielu.

Salvatore:        M'aviti a dari na manu e farimi iri i cosi pp'u versu giustu pirchì ju, Salvatore                                Cipolletta, fu Mariano, vulissi cuntinuari a viviri da citatinu onestu.

Amalia:           Ci 'u dicisti accussì, papali papali?

Salvatore:        Accussì ci 'u dissi, papali papali comu t'u staiu dicennu a tia.

Amalia:           Speriamu ca ti duna retta.

Salvatore:        Ju fui chiaru cu iddu. Eh, si. Caru San Gennaro, ci dissi, ju m'arrabbattu comu pozzu                  tra realtà e finzioni ppi raggiungiri u scopu di manteniri a famigghia, ma i tempi sunu                       duri e i tentazioni, di conseguenza, sunu tanti (rivolgendosi ad Amalia per chiedere                    conferma) nun è veru?

Amalia:           Si, si. I tentazioni sunu tanti, tanti, veramenti tanti.

Salvatore:        Si vui m'abbannunati, ci dissi, ju mi nni tornu a fari u cuntrabbanneri di sigaretti......

Amalia:           Oh, grazii a Dio!      

Salvatore:        .....comu spera me mugghieri. Ma poi vi putissi rimordiri a cuscenza si a picuredda si                   smarrisci n'autra vota.

Amalia:           Chi storia è chista da picuredda ca si smarrisci n'autra vota?

Salvatore:        Lassa perdiri, Amalia. E' na semplici metafora di la parabola evangelica. 

Amalia:           E u santu cchi t'arrispunniu?

Salvatore:        Si. Mi telefunau ppi dirimi di stari tranquillu.

Amalia:           Chi mi stai pigghiannu ppi fissa?

Salvatore:        Scusami, ma tu mi fai certi dumanni!

Amalia:           Mi cunfunnii cu ddu fattu da metafora di dda strolica di... Angelica, accidenti a mia.

Salvatore:        Nun ti preoccupari, nun successi nenti di mali. Ora ju mi nni vaiu a l'osteria a parrari                    cu ddu cristianu e poi ti cuntu comu iu a finiri.

Amalia:           Va, va, speriamu ca San Gennaro t'accumpagna e ti proteggi.

Salvatore:        Ciau, Amalia. (Esce).

Amalia:           Cchi è sta metafora? E cchi c'entra Angelica? Boh! Ju sinceramenti chistu                                    nun l'haiu ancora caputu. 

  

                                                                        Sipario 

Secondo quadro

Scena ottava

( Domenico, Salvatore, oste )

                        Osteria di don Sasà. La saletta dell'osteria è arredata molto semplicemente con due                     tavolini agli angoli opposti e due sedie intorno. Ad uno dei tavoli, quello più vicino                      agli spettatori, è seduto Domenico Triaca, uno strano personaggio, soprannominato

                        Eduardo, per una certa somiglianza con il grande attore napoletano soprattutto nel                     modo di parlare. L'angolo è inizialmente poco illuminato e Domenico ha un                               bicchiere in mano ed un fiasco di vino a sua disposizione, posto in bella vista sul                  tavolino. Appena entra nell'osteria, Salvatore non si accorge della sua presenza ma,

                        convinto che ci sia altra gente, fa un saluto collettivo.

Salvatore:        Bonasira a tutti e ca vi facissi bon pro chiddu ca vi biviti. ( Si accorge che la sala è                      pressocchè vuota e con la coda dell'occhio vede che c'è solamente don Domenico. Si                   dà un'aggiustatina al nodo della cravatta, che per la circostanza ha indossato sulla               camicia candica con il colletto inamidato, e fa un respiro ptofondo per contenere la                       sua emozione. ). Bonasira don Domenico. Nascostu comu siti nta la penombra, nun                  v'aveva mancu vistu. Vi chiedu scusa ppi la disattenzioni e vi presentu i me omaggi.     

                        (Così dicendo si avvicina al suo tavolo).

Domenico:      (Lo guarda dal basso verso l'alto) Tu si 'n granni atturi, 'n talentu naturali, e hai                            bisognu sempri di la scena. Da quannu accuminciasti a fari u teatranti addivintasti                       veramenti 'n pirsunaggiu.

Salvatore:        Accettu u cumplimentu ca mi faciti e speru di meritari u vostru elogiu.

Domenico:      Mi pari ca tu stai iennu di beni n megghiu e pensu ca prestu puoi raggiungiri                                importanti traguardi pirchì si veramenti bravu.

Salvatore.        Forsi chistu è ppi mia 'n momemtu furtunatu ma v'haiu fracamenti a cunfissari ca                        spissu di mia a vita si fici scornu. Sapissi quanti nn'haiu passatu! Haiu sempri                             tribulatu nta me vita.

Domenico:      Veni, assettiti vicinu a mia e fammi 'n pocu di cumpagnia.

Salvatore:        Grazii, vossia è tantu gentili cu mia (Si siede).

Domenico:      A chi ura ci l'hai l'appuntamentu cu ddu cristianu?

Salvatore:        A li quattru e menza, ma ju mi vosi anticipari ppi paura di fari tardu. Nun vuleva                         curriri u rischiu di pirdirimi sta bona occasioni.

Domenico:      Cchi vuoli da tia precisamenti ddu signuri?

Salvatore:        Mi dissiru ca mi vuoli ngaggiari ppi farimi fari a parti di nu ziu so, ca veni da                               luntanu.

Domenico:      A quali scopu, si è lecitu sapillu?

Salvatore:        Chistu sinceramenti ancora nun lu sacciu. Ma dici ca è dispostu a pagari beni. Aviti a                  sapiri, caru don Domenico, ca ju haiu nicissità di guadagnari prestu 'n pocu di dinaru                 pirchì me mugghieri mi dissi chiaru e tunnu ca nun ci la fa chiù a gghiri avanti cu ddi                 pochi soldi ca ci pozzu dari, facennu l'atturi di teatru.

Domenico:      Capisciu, capisciu....(e, dopo un attimo di pausa,) to figghiu Rosario comu si                                cumporta?

Salvatore:        Nun mi nni parrati, don Domenico, ddu carusu si misi nte pinseri.

Domenico:      Cchi fici di accussì gravi?

Salvatore:        Cumminau 'n guaiu grossu. 'N guaiu grossu, caru don Domenico.

Domenico:      Chi guaiu?

Salvatore:        Misi incinta Teresina, a figghia di don Felice Monreale, di ott' anni chiù nica di iddu                   e prestu si nni va a viviri nta so casa ppi vuliri di lu stissu don Felice.

Domenico:      Troppu generosu nta sta circustanza mi pari don Felice!

Salvatore:        Puru ju 'u pinsai chistu.  Di iddu c'aveva n'autra idea. Mi crideva ca era ppi la verità

                        chiù sarbaggiu.

Domenico:      A li voti ci si può anchi sbagghiari a valutari certa genti. E forsi tu ti sbagghiasti.

Salvatore:        Don Domenico, vui siti propriu saggiu e quannu parrati mi mittiti n suggizioni.  I                         vostri paroli sunu sentenzi e faciti dumanni sempri pertinenti. Siti 'n geniu e nuatri,                    mischineddi, a pettu a vui semu sulu 'n pugnu di pizzenti. Chista è a verità, a verità.

Domenico:      Comu fai a sapiri cu cirtizza ca chista è a verità?

Salvatore:        Pirchì è a verità, caru don Domenico, anchi si vui siti fin troppu modestu e cercati                       sempri di mettiri l'autri a propriu agiu.

Domenico:      Tu parri di verità cu troppa liggirizza, forsi pirchì vivi nta 'n munnu fattu di illusioni.                   Ma si tu sapissi quantu è difficili attruvari a verità, ci stassi attentu prima di                               numinalla.

Salvatore:        Pirchì a verità nun è chiù vera?

Domenico:      Certu ca è vera, ci mancassi autru ca a verità nun fussi vera. Ma ppi canuscilla l'hai                      prima a scuvari unni idda si trova.

Salvatore:        A mia mi pareva ca la verità era ni la vita ma, da quannu fazzu l'atturi di teatru, nun                    nni sugnu chiù sicuru. Ci sunu verità ca mi sfujunu. Secunnu vui unni i putissi                                   truvari st'autri verità?

Domenico:      Fatti purtari 'n biccheri e assaggia stu vinu.

Salvatore:        Si è ppi chistu ci vaiui ju stissu a pigghiarimi u biccheri. (Si alza e ritorna con il                            bicchieri in mano) Eccu fattu. (Si rimette a sedere).

Domenico:      (Solleva con una mano il fiasco di vino quasi vuoto, lo guarda, lo riguarda ed,                              indicandolo con l'indice dell'altra mano, in fine dice) U vidi chistu? Ccà intra c'è a                       verità.U sapevi tu? 

Salvatore:        Cunfessu a me ignoranza, ma ju nun c'haiu mai fattu casu.

Domenico:      A verità s'havi a pigghiari a picculi dosi, comu u velenu, ppi nun rischiari d'arristarici

                        scumbussulatu. (Si alza in piedi) Di verità, caru Salvatore, ci si può anchi mbriacari.

Salvatore:        Stasira mi pariti 'n poeta. Parrati precisu precisu comu 'n letteratu.

Domenico:      Ti cuncedu di fari stu commentu pirchì tu si 'n veru artista. Rigordati, però, ca la                         verità è sorprendenti chiù di la bugia e a li voti sapi essiri anchi crudeli.

Salvatore:        Mizzica! Chista forsi è n'autra verità ca stati dicennu.

Domenico:      Idda ti ferisci senza u minimu ritegnu e poi ppi la vrigogna s'ammuccia.

Salvatore:        (Impugna il fiasco) Dintra u vinu?

Domenico:      Precisamenti. Quannu tu bivi tantu vinu nun ti senti 'n pocu cunfusu, cu la testa ca ti                   scoppia?

Salvatore:        E comu? Cu li tempii ca mi battunu comu si fussiru dui tamburi (con la punta delle                     dita si tocca le tempie, simulando il movimento).

Domenico:      E' a verità ca ti martiddia la frunti pirchì tuppulia a la porta di la to cuscenza. Si senti

                        ca u to stomacu rivugghi e 'n gurgugghiu dintra li vudedda è a verità ca si ribella e ca                  vuoli nesciri a l'aria aperta.

Salvatore:        Scansatini! E cu' s'a puteva imaginari na cosa di stu generi?

Domenico:      Allura è inutili tentari di resistiri. Ti devi rassignari pirchì a verità nun la puoi chiù                        cuntrullari e di prepotenza veni fora.

Salvatore:        Aviti propriu raggiuni, Don Domenico. Ci aveva a pinsari prima.

Domenico:      E quannu veni fora troppu spissu sunu duluri pirchì a verità è micidiali.

Salvatore:        Secunnu vui a verità è accussì cattiva?

Domenico:      Cattiva? Forsi è megghiu diri ca è spietata. Ju sugnu na vittima di la verità. A 'n certu

                        puntu da me vita ni canuscii una ca mi fici veramenti mali e mi livau u piaciri di                           sunnari.

Salvatore:        Appi a essiri na terribili verità?

Domenico:      Scuprii di essiri statu traditu nti l'affettu miu chiù intimu, chiddu coniugali. M'hai a                    cridiri, Salvatore, fu comu na botta ntesta quannu me mugghieri, ca ju crideva santa,

                        mi sbattiu nta facci u so tradimentu senza farisi scrupulu di spizzarimi lu cori.

Salvatore:        E, dopu chiddu ca vi successi, nun siti ancora saziu di verità?

Domenico:      Ju cuntinuu a biviri stu vinu pirchì a voghhiu completamenti eliminari. A vogghiu                        catturari tutta ppi falla scumpariri da la facci di la terra e garantiri a tutti l'omini du                     munnu a possibilità di sunnari.

Salvatore:        E' n' importanti iniziativa chidda vostra nun c'è cchi diri. 'N propositu ca vi fa onuri  

                        davanti a l'occhi di la genti.

Domenico:      Si bivu u fazzu, perciò, anchi ppi tia.

Salvatore:        Vi ringraziu ppi la cortesia, ca mi usati. Don Domenico, vi la pozzu diri na cosa?

Domenico:      Dimmi tuttu chiddu ca vuoi.

Salvatore:        Pirchì nun viniti puru vui a fari l'atturi di teatru. Vi putissivu fari na scorta di illusioni

                        ppi lu prossimu futuru e ricuperari tuttu u tempu persu. Mi pari ca siti già supra la                        bona strata.

Domenico:      A cchi servi farisi illusioni si hai la morti dintra u cori? U teatru è na bedda                                  invenzioni ma sulamenti ppi cu' havi ancora a vogghia di sunnari.

Salvatore:        Vi cunfessu ca la storia du vinu, ca havi a verità incorporata, mi incuriosiu assai                           anchi si temu ca a la fini unu si mbriaca ppi daveru e nun concludi nenti.

Domenico:      Pirchì dici chistu?

Salvatore:        Pirchì a verità havi anchi autri posti unni si può ammucciari ppi nun farisi attruvari. 

Domenico:      Quali posti ppi farimi 'n esempiu?

Salvatore:        U cori e a menti di la genti ipocrita e bugiarda ca, secunnu a vostra teoria, avissi a                       essiri rigorosamenti astemia.

Domenico:      Ricanusciu ca la me tesi nun havi 'n valori assolutu ma, secunnu mia, renni beni u                        sensu di chiddu ca vogghiu diri. Si dici sempri ca ntu vinu c'è a verità, nun è veru?                    Chistu n'u nsignanu prima di tutti i latini e ju stissu l'haiu potutu verificari di pirsuna.

Salvatore:        Bisogna ricanusciri ca forsi aviti raggiuni. Vui sì ca siti na pirsuna saggia e istruita,                      ca parra pirchì sapi chiddu ca dici.

Oste:               (Entra per portare via il fiasco ormai vuoto  e rivolto a Salvatore) Nun ci dari retta                      a chistu pirchì cu i so' discursi strampalati ti porta via u ciriveddu e nun ti fa chiù               raggiunari. Puru cu mia ci pruvau ma ju ppi furtuna mi salvai.

Domenico:      Statti mutu, osti di la malora, ca nascondi intra li vutti i milli verità de' to' clienti.

                        Pensa a fari u to duviri e nun ti occupari di l'affari mei. (L'oste esce dalla porta                            laterale).

                        (Dall'ingresso principale  entra Matteo Pulvirenti, l'uomo che Salvatore aspettava.                       E' alto, magro, di portamento distinto e di modi cortesi. Capelli lisci, impomatati e

                        baffetti neri ben curati. Indossa un cappello di feltro a falde larghe, scarpe bicolori

                        bianche e rosse, che stridono sotto il vestito grigio scuro o gessato. Età intorno ai                         cinquant'anni).

Matteo:           Bonasira. (Con gesto elegante si toglie intanto il cappello e lo poggia sul tavolino.                        Poi si mette a sedere ed accavalla le gambe, lisciandosi i baffetti).

Domenico:      Bonasira.

Salvatore:        Bonasira.

Matteo:           Aspettu 'n certu Salvatore Cipolletta, atturi di teatru. U canusciti ppi casu?

Domenico:      (Rivolto a Salvatore, sottovoce) Va', ma stai attentu a la verità pirchì può essiri                              piriculusa (Si alza ed esce dalla porta principale).

Salvatore:       (Si alza e va incontro a Matteo, il quale fa la medesima cosa). Sugnu ju ppi sirvilla.

Scena nona

( Salvatore e Matteo )

Matteo:           (Stringendo la mano a Salvatore) Tantu piaciri, Matteo Pulvirenti.

Salvatore:        U piaceri e tuttu miu, Salvatore Cipolletta.

Matteo:           Sugnu amicu e cuncitatinu di don Felice Monreale e vinni ccà appositamenti da                           Palermo ppi concludiri n'affari ca mi sta veramenti a cori.

Salvatore:        Si vi pozzu essiri utili....

Matteo:           Sarai sicuramenti utili. Don Felice mi parrau tantu beni di tia. Mi dissi ca si 'n atturi                     di teatru straordinariu e.....di capacità professionali nun comuni.

Salvatore:        Troppu bonu, don Felice.

Matteo:           Ma supratuttu mi dissi ca si 'n omu di spiritu collaborativu e servizievuli.

Salvatore:        Sugnu a vostra cumpleta disposizioni.

Matteo:           Beni. Accussì mi piaci. Tu avissi a interpetrari na parti assai importanti, 'n ruolu ,              dicemu accussì, di 'n certu spissuri anchi.... mentali. Anzi, putemu diri suprattuttu                        mentali. Praticamenti tu avissi a fari a parti du pazzu.

Salvatore:        Di unu ca è  pazzu vuliti diri?

Matteo:           Si. Di unu ca è pazzu ma nun sapi di essiri pazzu pirchì pirdiu la raggiuni.

Salvatore:        N sustanza di 'n pazzu veru. No di unu ca si finci pazzu ma ca pazzu inveci nun è?

Matteo:           Esattamenti. Don Felice m'assicurau ca tu si na pirsuna intelligenti, capaci, perciò,                       di fari beni a parti di unu ca è deficienti.

Salvatore:        Fra i tanti pirsunaggi, ca ju haiu rappresentatu nti la scena, mai mi capitau finu a ora                    di fari u pazzu, comu vui mi stati proponennu nta stu momemtu.

Matteo:           'N atturi bravu comu a tia nun si poni certamenti limiti ni la so attività. Nun è veru?

Salvatore:        No. no. Almenu ju nun mi nni pongu. Diceva accussì ppi essiri sinceru cu vossia. Ju                     sugnu 'n professionista seriu e nun mi tiru mai arreri si mi capita di recitari na parti                     particolarmenti mpegnativa.

Matteo:           Ju 'u sapeva già ca tu nun hai paura di nenti. Di tia mi desiru ottimi referenzi.

Salvatore:        Scusati, don Matteo, ma putissi sapiri chiù precisamenti di cchi si tratta?

Matteo:           Comu hai pututu capiri da li primi paroli di stu colloquiu informali, ju sugnu                                abbituatu a nun pirdirimi mai nte preammuli, ca lassu fari volentieri a chiddi                                addutturati, ca hannu scilinguagnulu e sapienza. N sustanza haiu nicissità di fari                                  interdiri da l'autorità giudiziaria me ziu Manueli, ca vivi da tanti anni ntu Venezuela,

                        anchi si a tutti l'effetti è sicilianu, ppi putiri disporri liberamenti di tutti i beni ca                          lassau            nta l'Italia abbannunati.

Salvatore:        Si nun sugnu indiscretu comu pinsati di fari concretamenti tuttu chistu?

Matteo:           Ppi raggiungiri l'obbietivu, ca mi interessa, ju haiu già preparatu tutti i documenti                        nicissari ppi mettiriti ni la cundizioni di fari momentaneamenti a parti di me ziu.

Salvatore:        Ah, eccu! Ppi sostituiri momentaneamenti a so ziu nti la pirsuna reali.

Matteo:           Comu vidi si tratta di na cosa semplici. Praticamenti tu hai a finciri di essiri me ziu                      Manueli, fari u pazzu e circari di cunvinciri di chistu a giuria de' medici periti,                             numinati da lu tribunali, ca havi a pronunziari a sentenza ppi la so perpetua                               interdizioni. U capisti, ora?

Salvatore:        'U capii perfettamenti. Ata statu limpidu e chiaru comu l'acqua di la fonti.

Matteo:           Si u risultatu, comu ju speru, è positivu, ti dugnu na bona ricumpensa, ca può fari                        cuntenta anchi a to mugghieri.

Salvatore:        'U sapiti puru vui ca me mugghieri si lamenta pp'i dinari?

Matteo:           Si. Mi nni fici cennu amichevolmenti don Felice.

Salvatore:        Ah, don Felice!

Matteo:           Cchi ti nni pari di sta proposta, ca ti fici?

Salvatore:        Ju sugnu 'n atturi di granni valuri, e sugnu capaci di fari qualunqui parti e, si la    

                        ricumpensa è adequata a l'impegnu ca ci mettu, sugnu ben lietu di sirvirivi beddu e                     prontu 'n pazzu veramenti eccezionali. Inquatrai già l'obbiettivu e mentalmenti mi                       sentu preparatu a cimentarimi nta sta nova mprisa

Matteo:           U vinti ppi centu di tutti i beni n questioni è a parti ca, a risultatu conseguitu, spetta a                 tia. A mia mi pari ca è sufficienti pp'accattariti na casa nta na zona signurili di la cità.

Salvatore:        Accettu subbitu l'incaricu si mi dati, però, na giusta caparra.

Matteo:           Tu si simpaticu ma anchi troppu diffidenti. T'abbastunu  trimila euru comu accuntu?

Salvatore:        Affari fattu. Eccuvi ccà la manu. (Una calorosa stretta di mano suggella il patto fra                    i due).

Matteo:           Mi raccumannu: teniti prontu pirchì fra qualchi jornu hamu a passari concretamenti                     a l'azioni. (Si avvia verso l'uscita).

Salvatore:        Vossia, nun si scurdassi, però, di darimi a caparra.

                        (Si rimette a sedere, pensieroso).

Matteo:           Stai tranquillu ca nun m'u scordu.

Sipario

FINE DEL PRIMO ATTO

U TEATRANTI

Atto secondo

Scena prima

( Amalia e Salvatore )

                        (In casa Cipolletta, mentre Amalia è intenta a pulire, dalla porta centrale entra                             Salvatore).

Amalia:           Core, core ngratu, t'hai pigliatu a vita mia....tuttu è passatu e nun ce......piensi.....chiù.

Salvatore:        Amalia, t'haiu a dari na bona notizia. San Gennaro (o chi per esso) s'accurgiu                               finalmenti di nuatri e  ora sugnu sicuru ca fra pocu a nostra famigghia si sistema.

Amalia:           Si sistema pp'e festi o ppi daveru?

Salvatore:        Ppi daveru.

Amalia:           Allura u santu ti fici u miraculu?

Salvatore:        Amalia, si tu 'u vuoi, nuatri putemu anchi canciari casa, ppi gghiri a stari nta 'n postu                   chiù eleganti, nta 'n palazzu unni abbitanu i signuri, pirchì prestu c'avemu i soldi                                  nicissarii pp'accattarini 'n appartamentu di lussu cc'u saluni, a cammara du lettu,  u             bagnu cu la doccia e a cucina. Accussì lassamu ppi sempri sta casa e stu quartieri.              Ccà  c'è n'aria asfissianti, ca puzza di miseria e ju nun la vogghiu respirari chiù.

Amalia:           Salvatore, ascuta beni chiddu ca ti dicu ju. Tu si u re di li trasformazioni, abbituatu                     a canciari pirsunaggiu cu facilità e nun trovi perciò impedimenti a passari da nobili a                      plebeu o da poviru a signuri. Ma ju, ca haiu statu sempri na povira pizzenti, ppi                          quanti sforzi fazzu nun mi cci vidu a stari nta 'n postu di signuri.

Salvatore:        A stari beni ci s'abbitua prestu, nun ti pigghiari pena ppi sta cosa.

Amalia:           E poi mi parissi di tradiri tutta dda genti, cu la quali haiu condivisu a giuvintù e la                       miseria.

Salvatore:        Allura tu cchi pensi ca nuatri hamu nasciutu sulamenti ppi suffriri?

Amalia:           Ju nun dicu chistu, ci mancassi autru, ma secunnu  mia è chiù megghiu cuntinuari a                     viviri ntu solitu ambienti, cu l'amicizii nostri, cu l'abbitudini cumuni, cu linguaggiu,                   ca usamu sempri. Nuatri semu poviri ignoranti. Chi cci facemu  nmenzu a chiddi                  ca sunu sapienti? 

Salvatore:        Cchi stai dicennu, Amalia? Tutti i cristiani du munnu sunu uguali.

Amalia:           Avissiru a essiri tutti uguali ma uguali inveci nun sunu.

Salvatore:        Cu' t'a dissi sta fissaria?

Amalia:           U diritturi da banca o l'avvucatu nun sunu cuntenti si hannu comu vicini di casa 'n                      teatranti cc'a mugghieri zaudda e ignoranti. E fannu 'n modu e manera di evitari                          d'incuntrari chiddi comu a nuatri. Allura, vidennuni scansati comu dui appistati, c'è u             casu ca ni sintemu umiliati. Dintra stu quartieri, inveci, semu tutti na famigghia e ntra              nuatri c'è chiù comunità. Si ti manca, ppi modu diri, 'n pocu di sali, c'è qualchedunu                         ca tranquillamenti ti lu duna. I signuri chistu nun lu fannu pirchì pensunu sulamenti a                 i fatti so' e si nni futtunu di chiddi ca ci stannu intornu.

Salvatore:        Ju ti lassai parrari ppi sèntiri chiddu ca avevi da diri ma nun sugnu d'accordu e nun                     condividu tutti i to' timuri. Anchi i signuri sunu fatti di carni e ossa comu a nuatri.                       N'avissimu a pigghiarini cuscenza ppi nun sintirini inferiuri a nuddu.

Amalia:           A propositu, quali parti hai a fari tu ppi cumpiaciri stu signuri tantu ginirusu?

Salvatore:        Nun t'u puoi mancu mmaginari. Mi dissi ca haiu a passari ppi pazzu davanti a na                         giuria, cumposta da esperti numinati da lu tribunali.

Amalia:           E tu accittasti?

Salvatore:        Accittai senza pinsarici dui voti. Si tuttu va beni iddu mi duna ppi cumpensu u dinaru                 nicissariu pp'accattarini na casa nta na zona signurili. Na cosa favulusa, da accittari                     a occhi chiusi. E ju mi ci jttai a tumma.

Amalia:           E...comu anticipu nun ti duna nenti?

Salvatore:        Comu nenti? Mi duna tri mila euru ncuntanti comu accuntu su l'impegnu successivu.                   Cu sti soldi ju pinsai già d'accattariti 'n vistitu di sita e di mittiriti nto itu n'aneddu                     prizziusu ppi fariti sèntiri di bottu na signura, mentri ju cc'u gessatu a doppiu pettu e                 li righi verticali, chi nguanti janchi e u bastuni cc'u pumiddu d'argentu, pozzu fari a                   parti du baruni, ca interpetru ogni sira supra a scena.

Amalia:           Statti attentu, Salvatore, cerca di nun cunfunniri mai u teatru cu la vita. Sunu cosi                       differenti e tali avissiru a ristari. L'unu havi a serviri  l'autra e nun viceversa. Cu sti tri                 mila euru, ca ti prummittiu ddu signuri, putemu intantu estinguiri u debitu, ca                           c'avemu cu don Felice e mittirini n paci cu la nostra cuscenza.

Salvatore:        Hai raggiuni. La to saggizza e ppi mia na cosa cara. Appena m'i duna i tri mila euru                     facemu comu dici tu e tuttu u restu u rimannamu a 'n autru momentu.

Amalia:           Pensu ca la to carrera arrivau a na svolta decisiva e ca fussi francamenti na bedda                        cosa si tu riniscissi a raggiungiri u scopu di passari ppi pazzu davanti a la giuria, ca                      havi a pronunziari la sentenza.

Salvatore:        M'haiu a mparari prestu a parrari e a cumpurtarimi comu na pirsuna deficienti.

Amalia:           Vidennuti accussì sicuru du fattu to e cu tantu entusiasmu mi si inchi u cori di                             cuntintizza. Ma n cuncretu comu pensi d'affruntari sta nova mprisa?

Salvatore:        Intantu mi mettu a studiari di bona lena a parti du dementi, circannu di individuarini                  linguaggiu, atteggiamenti e mimica facciali ppi essiri credibili a l'occhi di l'esperti.                       Ppi fari chistu vogghiu studiari qualchi pirsunaggiu di la vita di tutti i jorna.

Amalia:           Quali pirsunaggiu t'interessa n particulari?

Salvatore:        Taliannu a televisioni, specialmenti i telegiornali, ju haiu spissu l'impressioni ca certi                     politici sunu pazzi, nun tantu ppi so' caratteristichi somatichi, quantu ppi chiddu ca                     dichiaranu, n fila, unu dopu l'autru, circannu inutilmenti di essiri spiritusi.

Amalia:           Puru a mia certi politici mi parunu pazzi. Pazzi scimuniti di chiddi veri.

Salvatore:        Ju pensu ca è sufficienti imitarini unu di chiddi chiù minchiuni ppi nun curriri u                           rischiu di sbagghiari.

Amalia:           Ci nn'hai nmenti qualchedunu n particulari?

Salvatore:        Si. Pensu, ppi fariti 'n esempiu, a ddu ministru ca dissi ca pagari i tassi è na bedda                       cosa. Oppuru a dd' autru pirsunaggiu ca dici sempri minchiati. Ci l'hai presenti?

Amalia:           Si, si. ‘U capii di cu' stai parrannu. C'è 'n riccu campionariu di pazzi ntu nostru Paisi?

Salvatore:        Hai vogghia. C'è u mmarazzu di la scelta. A pazzia è na caratteristica cumuni a tanta                   genti. Secunnu mia ntu nostru ciriveddu  c'è na casedda, dintra la quali è collocata a                 pazzia, comu c'è chidda da memoria, di l'intelligenza, di la gioja, di la malincunia..,                  e si unu si la scorda aperta può aviri qualchi sorpresa. (Mentre parla si fascia il capo                    con una bandana bianca e, con qul cencio avvoltolato in testa, si rivolge ala moglie                  chiedendole:) Amalia, comu staiu? Cchi ti nni pari?

Amalia:           (Lo guarda per un attimo in silenzio, sbigottita). Mi pari bonu. Temu, però, ca,

                        cumminatu accussì, puoi fari veniri  nmenti a li giurati 'n pirsunaggiu canusciutu, cu                     conseguenzi imprevedibili su l'esitu finali.

Salvatore:        Forsi hai raggiuni, è megghiu nun rischiari. (Si srotola la bandana). U sai cchi ti                           dicu? Forsi è megghiu interpetrari a parti du pazzu nti la manera chiù semplici e                                    lineari, ni la manera cioè tradizionali.

Amalia:           E comu è u modu tradizionali di fari u pazzu?

Salvatore:        Si ju dicu ca n Italia va tuttu beni, ca i treni arrivanu puntuali, ca c'è giustizia sociali,                   ca a liggi è uguali ppi tutti, ca i politici sunu quasi tutti pirsuni onesti e ca cc'u                         stipendiu di 'n operaiu s'arriva tranquillamenti a fini du misi, secunnu tia mi ci                               pigghiunu ppi pazzu, si o no?

Amalia:           E comu? Si ci dici sti cosi secunnu mia rischi addirittura di fariti ricoverari intra a

                        manicomiu. Perciò è megghiu nun esagerari ed essiri prudenti nta sti cosi.

Salvatore:        Eppuru ci vulissi u curaggiu civili di rumpiri stu velu di ipocrisia, ca copri di                                 saggizza tutti i minzogni da genti, ca si reputa normali, e sparigghiari definitivamenti                  i carti.

Amalia:           Chi si pazzu, Salvatore?

Salvatore:        Ancora no, ma mi staiu allenannu pp' addivintarici u chiù prestu possibili.

Amalia:           Allura si già ppi la bona strata.

Salvatore:        Dicemu ca sugnu ni la fasi preliminari, vah!

Amalia:           Chista è sicuramenti a prova chiù importanti da to vita e hai a fari n modu e manera                    di niscirini vincituri pp'u beni di tutta la famigghia.

Salvatore:        I fazzu tutti sbalurdiri, parola mia. E poi a nostra vita cancia di bottu da accussì a                        accussì (accompagna le parole con il palmo ed il dorso della mano), parola mia.

Amalia:           Ddi signuri giudicanti c'hannu a cridiri veramenti ca tu si pazzu, si no tu perdi a                          stima di tutti i to' clienti spettaturi e poi ti tocca di turnari a fari n' autra vota u                          cuntrabbanneri di sigaretti.

Salvatore:        Quannu tutti l'autri teatranti venunu  a sapiri c'haiu avutu successu m'hannu a taliari                    cu rispettu, cunsiddirannumi 'n atturi supraffinu.

Amalia:           Tutti t'hannu a fari i cumplimenti pp' aviri saputu fari u deficienti chiù megghiu di                       chiddi ca lu sunu veramenti. E ricanusciri pubblicamenti i tanti meriti ca c'hai.

Salvatore:        Ccà sta a grannizza di l'atturi: ni la capacità di superari cu la so  interpetrazioni                            teatrali u modellu veru di la vita.

Scena seconda

(Amalia, Salvatore, quindi don Felice e Settimina )

Amalia:           (Bussano alla porta d'ingresso ed Amalia va ad aprire) Viniti, viniti.

Don Felice:     Disturbu?

Amalia:           Nun disturbati affattu, viniti puru avanti.

Salvatore:        Staumu chiacchiariannu di na cosa e di n'autra ppi fari passari u tempu senza                               mpegnu.

Don Felice:     (Si fa serio) Nun sacciu si lu sapiti già, ma pari ca Rosario si vuoli trasfiririsi quantu                     prima assemi a Teresina nta na casa di lussu di la zona a mari ppi cuntrullari megghiu                 l'andamentu di tutti i so' affari.

Salvatore:        No. Ju nun nni sugnu a canuscenza. E tu, Amalia, 'u sapevi chistu?

Amalia:           Ju nun ni sacciu nenti di chiddu ca c'havi ntesta ddu carusu.

Salvatore:        Scusassi, don Felici, ma quali affari havi a cuntrullari u picciriddu?

Don Felice:     Di precisu nun lu sacciu mancu ju. Secunnu chiddu ca diciunu l'amici so', u                                  travagghiu procedi beni e u giuvinottu sta facennu passi da giganti.

Settimina:       Rosario e Teresina stannu progettannu di maritarisi n pompa magna. Mi...!

Amalia:           (Fa due colpetti di tosse per richiamare l'attenzione di Settimina)  Settimina, veni                         cu mia nta cammara du lettu, accussì putemu parrari n santa paci e lassamu l'omini                      liberi di chiacchiariari a piacimentu so.

Settimina:       Ci vegnu volentieri pirchì haiu da dariti tanti beddi novità. (Amalia e Settimina                            escono dalla porta, che da nella camera da letto).  

Amalia:           Allura, amuninni dda banna.

Scena terza

( Don Felice e Salvatore )

Don Felice:     Salvatore, ju ti vogghiu diri francamenti ca sugnu sodisfattu di to figghiu.

Salvatore:        Ah, si? Chistu mi fa tantu piaciri sintirivillu diri.

Don Felice:     Si vidi ca Rosario è di ottimu lignaggiu.

Salvatore:        Modestamenti assumigghia tuttu a so patri.

Don Felice:     E supra di iddu ci si può cuntari. Ju sugnu cunvintu ca cu l'aiutu nostru to figghiu può                raggiungiri importantissimi traguardi e criarisi 'n ottimu avviniri.

Salvatore:        Chistu 'u pensu puru ju pirchì u carusu mi pari spertu.

Don Felice:     Si, si. E' spertu e havi carattiri decisu e vuluntà di ferru. A diri a verità a prima botta                    ju l'aveva forsi 'n pocu suttavalutatu a to figghiu.

Salvatore:        Effettivamenti Rosario è tantu bravu, educatu e si fa vuliri beni da tutti ma, quannu è

                        nicissariu, si sapi anchi fari rispittari, caspitina.

Don Felice:     'N omu di rispettu nun s'havi a fari supraniari da nuddu, si no fa na brutta fini.

                        Bisogna teniri i redini sempri beni npugnu pp'arrinesciri a domari anchi i cavaddi                         malandrini.

Salvatore:        E cu' sunu sti cavaddi malandrini?

Don Felice:     Ci nni sunu, ci nni sunu ma Rosario è spertu, sapi u fattu so e pigghiau a strata giusta.

Salvatore:        Menu mali ca pigghiau la strata giusta e nun si fici straviari.

Don Felice:     A quantu pari si fici subbitu canusciri nta ddu difficili ambienti, ca tu stissu canusci                    pirchì 'u frequentavi finu a pocu tempu arreri.

Salvatore:        Don Felice, parrassi chiaru, ppi favuri. A littri granni.

Don Felice:     Chiù chiaru d'accussì cchi t'haiu a diri?

Salvatore:        Chi mi vuliti fari intendiri ca Rosario fa u camurrista, comu ntisi diri a l'osteria?

Don Felice:     Ju ti pozzu diri cu cirtizza ca rinisciu a conquistari n pocu tempu u cuntrollu di na                        zona importanti di la cità e ad assicurarisi a cullaborazioni di 'n pugnu di carusiddi                   fedeli e agguerriti spacciaturi, tagghieggiaturi.... marioli di prima qualità.

Salvatore:        Madonna mia! Vi cunfessu ca ju nun ci vuleva cridiri a ddi vuci pirchì, canuscennu                     beni a Rosario, nun ci lu faceva capaci di na simili azioni.

Don Felice:     A li voti ci si può sbagghiari a giudicari i figghi... E tu stavota ti sbagghiasti.

Salvatore:        Allura vui mi cunfermati ca....

Don felice:      Ora ppi migghiurari la posizioni sta circannu d'allargari a so zona d'influenza a dannu

                        di 'n cuncurrenti periculusu, ca apparteni a n'autra organizzazioni camurristica.

Salvatore:        Forsi nun mi criditi si vi dicu ca mi sentu annichilutu sutta u pisu di sta incredibili                       verità. Mi pari ca mi sta succidennu chiddu ca successi a Don Domenico Triaca                          quannu scupriu a so verità.

Don felice:      Ti nn'hai a fari na raggiuni, inveci di continuari a lamintariti comu na fimminedda. I                    figghi hannu dirittu di scegghirisi a strata ca chiù ci piaci, senza renniri cuntu a                           nuddu e menu ca mai a nuatri.

Salvatore:        Nun si finisci mai di mparari a canusciri i figghi. Di me figghiu Rosariu ju nun ci             capii nenti e supra di iddu mi sbagghiai di grossu.

Don felice:      Curaggiu, Salvatore, nun ti mettiri n pena ppi sta fissaria. Tu hai a essiri inveci                             cuntentu ca to figghiu Rosario è 'n carusu spertu ca havi spiritu di iniziativa.

                        (Amalia e Settimina rientrano sorridenti)

Settimina:       Felice, ora ni nn'hamu a gghiri a casa pirchì c'aspetta Teresina, mischinedda.

Don Felice:     Ppi mia ni nni putemu iri anchi subbitu e livarici u disturbu a sti signori.

Settimina:       Ti salutu Amalia, bona sirata a tia, Salvatore.

Salvatore:        Na bona sirata puru a vuatri dui.

Amalia:           Arrivederci Settimina, bonasira, don Felice.

Don Felice:     (Don Felice e Settimina escono dalla porta principale). Bonasira, bonasira..... 

Scena quarta

( Amalia e Salvatore )

Salvatore:        Amalia, t'haiu a dari na brutta notizia e nun sacciu da quali parti accuminciari.

Amalia:           Nun ti fari scrupulu cu mia e parra chiaramenti.

Salvatore:        I vuci, ca da tempu circulavunu nta cità, purtroppu eranu veri. Rosario fa 'n bruttu                       travagghiu. Fa praticamenti u delinquenti e si nun si ferma ppi tempu curri u rischiu                    ca l'ammazzunu comu 'n cani. Ju 'u canusciu beni dd'ambienti, anchi si era l'ultima               rota du carru, e t'assicuru ca è assai periculusu.

Amalia:           Quannu ‘a facisti sta scuperta?

Salvatore:        Ora, ora. Mi nni desi cunferma propriu ora don Felice. Ti giuru ca ju era a lu scuru di                   tuttu. Si nun l'avissi ntisu cu l'aricchi mei nun c'avissi cridutu. Bedda matri!

Amalia:           Tu arrivi sempri tardu comu u filibbussu. Ma nun c'è da farisi maravigghia. Tu fai                        l'atturi e vivi, perciò, sempri ntra li nuvuli. Di tuttu chiddu ca succedi supra sta terra                   nun t'accorgi mai di nenti. O nun lu vidi o fai finta di nun vidillu. Tu vai appressu a                    tuttu chiddu ca è fantasticu, fruttu di la imaginazioni e facennu accussì perdi di vista                       chiddu ca ti sta intornu. Finu a qualchi tempu arreri mancu ju sapeva nenti, pirchì                        nuddu mi parrau direttamenti di la decisioni ca piugghiau nostru figghiu Rosario,                      eppuru ju mi l'imaginava chiddu ca s'ava misu a fari senza dirini nenti.

Salvatore:        Forsi Rosario nun c'aveva u curaggiu di cuntarannillu pirchì si vrigugnava?

Amalia:           'N jornu ju ci visti troppi soldi nte manu e mi insuspittii. Quannu i soldi sunu troppi,

                        ntra mia e mia pinsai, nun sunu quasi mai puliti e accussì n effetti era. Ppi diversi

                        notti, pinsannu a chiddu ca puteva essiri,  nun riniscii a pigghiari sonnu, mentri tu,                       biatu, durmevi accantu a mia, nun sapennu chiddu ca stava succidennu nta to casa.

Salvatore:        Comu facisti poi ppi sapirini di chiù?

Amalia:           Comu fici? Doppu qualchi jornu chiesi lumi a don Felice e iddu mi cunsulau                                dicennumi ca, anchi si Rosario decisi di fari u malamenti, 'u sta facennu, però, nta na                  posizioni di cumannu e cu la dovuta dignità professionali.

Salvatore:        Chista tu la chiami dignità? Ma cchi stai dicennu, amuri miu?

Amalia:           Salvatore, è inutili ca unu si metti a fari u delinquenti ppi cuntinuari a viviri di stenti.

                        Allura tantu vali ca si nni va a fari l'impiegatu o l'operaiu.

Salvatore:        Ma chiddu di l'operaiu è almenu 'n travagghiu onestu, pulitu.

Amalia:           I giuvini nun s'accuntentanu chiù e volunu iri sempri avanti, volunu progrediri, farisi                   na posizioni. Nun sunu comu a tia, ca si fitenti, e ca da cuntrabbanneri ca eri ti nni               isti a fari u teatranti. Cc'u teatru nun si guadagna nenti e tu mittisti nmenzu a li guai              tutta la famigghia. Ppi furtuna ca Rosario è diversu e chiù intraprendenti di tia, pirchì                apparteni a la categoria di chiddi, ca si chiamunu rampicanti. Tu 'u sai cchi significa                 rampicanti?

Salvatore:        Ma comu, tu sapevi e nun mi dicevi nenti? Mi facisti viviri nta l'ignoranza di chiddu,                  ca succideva dintra a me famigghia? Allura puru tu c'avevi a verità ammucciata                               dintra u vinu, comu mi dissi don Domenico a l'osteria?

Amalia:           Ju nun sacciu chiddu ta ti dissi don Domenico ma, cunsiddiratu ca nun suspittavi                        nenti, pinsai ca era megghiu starimi muta ppi nun fariti troppu mali. Quannu tentai                    di parrarini cu tia e di mittiriti a currenti mi mancau u curaggiu di fallu. Nun truvai                      mai i paroli giusti ppi diriti chiddu ca c'aveva dinta u cori.

Salvatore:        Chiddu di Rosario è 'n tradimentu. Ju fici tantu ppi darici u bon' esempiu. A costu di                  tanti sacrifici pirsunali mi misi anchi a fari 'n travagghiu onestu e iddu, comu si nenti               fussi, si nni iu inveci a fari u malacunnutta. Ancora nun ci pozzu cridiri.....

Amalia:           Nun ti pigghiari colira, Salvatore. Ni la vita ci sunu diversi cumminazioni e ognunu                     havi u so destinu. C'è cu' arrubba legalmenti e c'è cu' guadagna inveci malamenti. E'                  questioni di seguiri a propria vocazioni, senza furzari u propriu destinu.

Salvatore:        Quannu Rosario era nicu e ju 'u videva crisciri, sperava di fallu studiari ppi vidillu 'n

                        jornu addivintari avvucatu, medicu o prufissuri ma, vistu ca nun c'aveva vogghia di                    studiari m'avissi cuntintatu di vidirici fari l'operaiu, basta ca era 'n travagghiu onestu

                        e dignitusu.

Amalia:           Ppi fari a fini d'u mortu di fami comu a tia?

Salvatore:        Nun lu vogghiu chiù vidiri nta facci né sèntiri parrari stu figghiu ingratu. Mi misi                         l'agitazioni dintra u cori, livannumi a serenità e a paci da famigghia. Però, ci hai                           curpa tu, ca ci dasti na manu inveci di scuraggiallu ntu mumentu giustu. Ma cu mia                     chiudiu definitivamenti u giuvinottu, ju di stu figghiu snaturatu nun nni vogghiu chiù                       sapiri.

Amalia:           Nun prumettiri oggi chiddu di cui dumani ti puoi pentiri. Rigordati ca Rosario è                          sangu nostru e, si 'n jornu havi bisognu, nuatri l'hamu si possibili aiutari. Iddu è

                        figghiu a mia comu lu è a tia e nun ti puoi ppi principiu rifiutari di cumpiri u to duviri                  di patri, cc'a scusa ca nun approvi la so scelta di vita.

Salvatore:        Sugnu veramenti sorpresu da sta to determinazioni. Nun ti ci faceva accussì decisa.

Amalia:           Si pinsavi ca ju era menu tosta ti sbagghiasti di grossu, caru miu.

Salvatore:        Francamenti nun canusceva stu latu du to caratteri e ora sugnu curiusu di vidiri finu a                 chi puntu si capaci d'arrivari.

Amalia:           Arrivu finu a unni è nicissariu arrivari pp'u beni di me figghiu.

Salvatore:        U sai ca cu stu cinismu tu mi fai paura?

Amalia:           Nun sugnu ju ca ti fazzu paura, a tia ti fa paura a realtà, caru miu.

Salvatore:        Sta realtà mi fa paura, no la realtà. Eh! Cara Amalia, c'è na bedda differenza.

Amalia:           Salvatore, cerca di gràpiri l'occhi na bona vota ppi sempri e talia stu munnu accussì                     com'è e no comu tu ti lu mmagini o comu ti piacissi ca fussi veramenti. U munnu, ca

                        nuatri ni sunnavamu nun esisti chiù. S'u purtanu via ppi sempri. 'U distrurenu cc'u                       miraggiu d'a bella vita, de' dinari, d'u benessiri da raggiungiri a qualunqui costu ppi                     nun sintirisi misi di cantu da la società. Quali esempiu c'hamu datu a ddi carusi                                   comu a Rosario? Chiddu d'a televisioni, chiddu de' jucaturi di palluni miliardari, d'u                  granni fratellu o di l'isula di chiddi famusi? Chistu è l'esempiu ca c'hamu datu?

Salvatore:        Amalia, nun lu sacciu, sugnu disorientatu, nun ti ntisi mai parrari accussì prima di                        ora.

Amalia:           Nun mi sintisti mai parrari nta sta manera pirchì ju mi tineva tuttu dintra u cori a                          costu di scuppiari, ma 'u videva ca Rosario era troppu interessatu a i dinari e pregava                a Madonna ca c'illuminassi u ciriveddu e 'u cunvincissi a nun pigghiari dda brutta                       strata.

Salvatore:        Ju nun nni sapeva nenti. Ti giuru, Amalia, ju nun nni sapeva nenti. Nenti.

Amalia:           Comu facevi tu a sapillu, si pinsavi sulamenti a u teatru, a u vistitu a doppiu pettu                       cu li righi verticali, a u bastuni cc'u pumu d'argentu, ca supra u palcuscenicu ti fannu               illudiri di essiri 'n baruni? Comu putevi vidiri chiddu ca succideva nta nostra casa si              eri cuncintratu a fari a parti du baruni? U baruni!.....Salvatore, anchi si nuatri nun ni                nn'accurgemu, pirchì ci l'avemu tutti i jorna sutta l'occhi e ni parunu sempri                                    picciriddi, i figghhi crisciunu, si fannu granni e ci taliunu. Si guardunu puru intornu,                       vidunu u munnu comu va e si cumportunu di conseguenza. Iddi volunu iri sempri                        avanti  mentri  nuatri arristamu  arreri e a distanza, ca ni separa, aumenta e addiventa                   ogni jornu chiù granni, finu a quannu scupremu a l'improvisu ca nun ci si capisci                    chiù, comu si parrassimu dui lingui diversi. Si unu parra sicilianu comu fa a capirisi                   cu 'n autru ca parra inglisi? Eccu, a 'n certu puntu succedi ca nuatri cuntinuamu a                       parrari sicilianu e i nostri figghi accumiciunu a parrari inglisi. 'N jornu, mentri ci                         stava stirannu a cammisa, Rosario mi taliau, si fici seriu e mi dissi: “mamma, Tiziu                       c'havi l'automobili granni, Caiu c'havi na bedda casa, Semproniu tieni tanti dinari”, i                  dinari, i dinari, i maledittissimi dinari” e nuatri inveci nun avemu nenti. Ti pari giustu                     chistu? ” Ci puteva diri ca è giustu? No. E allura circai di farici capiri ca ni la vita ci

                        sunu autri cosi, chiù mpurtanti de' dinari. “ Quali?” m'addumannau iddu? E ju ci                                     arrispunnii: di precisu nun t'u sacciu diri ma cridu ca c'è, ppi fariti 'n esempiu,                              l'onestà, la dignità, u rispettu.....Iddu mi taliau n'autra vota, mi fissau drittu nta l'occhi                      e si fici na risata. Na risata ca mi la sentu ancora rimbummari dintra l'aricchi. Na                      risata di chiddi strafuttenti, di chiddi ca nun si ponnu scurdari. U cori allura                         m'addivintau nicu nicu. Mi parsi addirittura ca si fermava e nta ddu mumentu  nun                        appi mancu a forza di reagiri. Comu è bruttu u munnu, Salvatore, comu è bruttu u                         munnu! Nta ddu precisu mumentu m'accurgii ca ju e Rosario parraumu dui lingui                        diversi. Nuatri genituri nun c'avemu chiù nenti da nsignarici a i picciriddi. Sannu                         tuttu, iddi, s'u mparanu direttamenti da la vita e nuatri vecchi nun sirvemu chiù a                                    nenti. A nenti. Comu è bruttu u munnu, Salvatore, comu è bruttu u munnu....!

                       

                        ( Si spengono le luci sul palco e si fa luce in sala. Poco dopo una voce dice: “ una                       settimana dopo”. Si riaccendono le luci sul palco e si spengono quelle di sala ).

Scena quinta

( Salvatore, poi anche Matteo )

Salvatore:        (Suonano alla porta d'ingresso) Accumudativi, don Matteo, mi auguru ca mi purtati                    notizii boni.

Matteo:           Autru ca boni, ottimi. L'autru jornu, quannu ti presentasti ppi recitari a parti du                           pazzu davanti a la Commissioni fusti di na bravura eccezionali. Facisti                                        n'interpetrazioni magistrali ppi efficacia e ppi qualità professionali. Sbalurdisti tutti.

Salvatore:        V'u dissi ju ca nun vi faceva fari brutta figura davanti a la giuria. Modestamenti fici                    'n pazzu, ca nun avrà mai l'uguali.

Matteo:           'U facisti accussì beni ca nuddu de' presenti potti minimamenti dubbitari. A logica de'                 to' raggiunamenti dimustrau chiaramenti ca si può essiri pazzi e pariri lucidi di menti                        e, viceversa, essiri savi e farisi passari ppi dementi. Bravu!

Salvatore:        Vi ringraziu. Fannu sempri piaciri i cumplimenti di na pirsuna come a vui pirchì

                        nta 'n certu sensu ci cuncilianu cu la vita.

Matteo:           Tu chi eri sciarriatu cu la vita?

Salvatore:        No. E' ca a li voti succedunu certi cosi, ca ti portunu a pinsari ca a vita nun vali nenti.

                        Poi, ppi furtuna, succedunu fatti comu a chistu e t'accorgi ca c'è sodisfazioni anchi a

                        fari 'n travagghiu onestu.

Matteo:           Sugnu cuntentu  ppi tia. A propositu, ti vuleva diri, però, ca nta sta circustanza ni la                    quali tu fusti u protagonista assolutu, successi  purtroppu 'n accidenti.

Salvatore:        Na cosa di nenti, speru?

Matteo:           Certu. 'N qui pro quo di l'ultimu momentu, ca nun invalida, però, u brillanti risultatu                   ca tu hai conseguitu cu la magistrali interpetrazioni d'a parti du pazzu.

Salvatore:        Ah! Menu mali.

Matteo:           …..Anchi si purtroppu ni metti a rischiu a ricompensa, ca avevumu prima pattuitu.

Salvatore:        Cchi stati circannu di dirimi, don Matteo? Nun facitimi stari supra i spini ora.

Matteo:           Staiu circannu di fariti capiri ca purtroppu i documenti, ca avevumu preparatu ppi                       fari dichiarari pazzu a me ziu, nun arrivanu n tempu utili  a destinazioni.....

Salvatore:        Nun arrivanu n tempu? E allura?

Matteo:           E allura.....appimu nicissariamenti a presentari a la Commissioni i ducumenti to', cc'u                   risultatu ca, data la bravura, cu la quali recitasti a parti du pazzu, inveci  ca                                  ricanuscila a me ziu,            ricanuscenu la pazzia pirsunalmenti a tia (tira fuori dalla tasca                   un foglio di carta e lo porge a Salvatore, che non lo prende), comu risulta da stu                                    verbali firmatu da tutti i componenti di la giuria. Leggi, leggi...e vidi si ti staiu                         dicennu na bugia.

Salvatore:        N pratica cchi significa tuttu chistu?

Matteo:           Nenti. Significa ca da oggi n poi ti puoi vantari ufficialmenti d'aviri conseguitu stu                      importantissimu ricanuscimentu e fregiariti du titulu di pazzu ppi dimostari a tutti  i                    to' cuncitatini ca si 'n atturi di grannissimu valuri (gli consegna il verbale nelle sue                      mani). Teni, pigghiatillu e conservalu beni. Chistu oramai apparteni  a tia.

Salvatore:        Ma ju nun vuleva chistu. Mi pristai ppi fari 'n favuri a vossia, ma nun pinsava  ca s'                      arrivava a tantu.

Matteo:           Chiddu, ca pinsavi tu, nun cunta nenti. Chiddu ca cunta è ca ora c'hai n manu u

                        certificatu di la Commissioni cumpitenti a giudicari di comu è la situazioni di la to                      menti. Chistu è 'n attu ufficiali.

Salvatore:        Speru ca chistu è nu scherzu ca m'aviti cumminatu ppi divertimentu vostru. I cosi,                       però, stannu nta n'autra manera, è veru? (Don Matteo non risponde). Dicitimi,                           perciò, ca è tuttu inventatu e ca nun è veru nenti. Su, dicitimmillu, ppi favuri. M'u                      vuliti diri, si o no?

Matteo:           No. Ju nun scherzu mai quannu travagghiu. E nta sta circustanza staiu travagghiannu.

Salvatore:        Allura pirchì 'u facistivu, rischiannu di mittirimi nte guai?

Matteo:           Nun ci fu premeditazioni da parti mia. Fu sulamenti na casuali cumminazioni  di fatti                  imprevedibili, ca s'intriccianu malamenti ntra di iddi......

Salvatore:        Ca s'intriccianu malamenti?

Matteo:           Si, si, ca s'intriccianu malamenti e ni ficiru a sorpresa di darini 'n esitu finali diversu                    da chiddu ca ju stissu m'aspittava.

Salvatore:        E ju ora cchi nni fazzu d'u certificatu?

Matteo:           Comu cchi nni fai? Si 'u sai utilizzari beni e ntu momentu giustu, può essiri nu                             stumentu di incredibili valuri, no 'n impedimentu.

Salvatore:        Don Matteo, ppi favuri, parrati chiaru pirchì ju certi cosi sinceramenti nun li                                 capisciu.

Matteo:           Ah! Si nun capisci sti cosi vuoli diri ca si daveru 'n deficienti e allura putemu chiudiri

                        u discursu e bonanotti a i sunaturi.

Salvatore:        No. Vi pregu, cuntinuati. Vuoli diri ca mi sforzu ppi capiri tuttu chiddu ca diciti ma,

                        si è possibili, parrati chiaramenti, circati d'aviri cumpassioni ppi 'n poviru ignoranti                      comu a mia.

Matteo:           Ora, ca tu si 'n pazzu patentatu, praticamenti si liberu di diri e di fari tuttu chiddu ca                   ti pari, di gridari a i quattru venti a verità, anchi chidda chiù indigesta, senza ca                          nuddu si nni può aviri a mali, comu si tu fussi a l'improvisu divintatu  ddu famusu              pirsunaggiu di Pirandello, ca cascau d'u cavaddu e ca ora nun mi rigordu  chiù mancu                comu si chiamava. Ah, eccu! Enricu mi pari ca si chiamava.

Salvatore:        Ci giuru ca finu a ccà 'u staiu capennu, forsi nun sugnu ancora deficienti, putiti                           perciò             cuntinuari.

Matteo:           Ti puoi permettiri di fari i pernacchi a i governanti, di chiamari buffuni u presidenti,                    senza rischiari na querela, di diri mali de' potenti, di insultari tutti i to' parenti. Ti                                   puoi pigghiari nsumma tutti ddi sodisfazioni ca prima senza certificatu nun putevi.

Salvatore:        Stati parrannu seriamenti o mi stati pigghiannu ppi fissa?

Matteo:           Salvatore, ascuta a mia. Tu nun si pazzu veramenti ma hai a furtuna di passari ppi tali                  a l'occhi di la genti. Si sai sfruttari sta furtuna, ca fra capu e coddu ti capitau, puoi                         essiri utili nun sulu a tia stissu ma anchi a chiddi, ca ti volunu beni, senza fari 'n                         granni sforzu ne rischiari chiù di tantu.

Salvatore:        Cchi avissi  a fari, secunnu vui, ppi essiri utili a chiddi, ca mi volunu beni?

Matteo:           Nta stu precisu momentu nun tu sacciu diri mancu ju, nun avennu ben chiara nmenti                   a situazioni generali, ma sugnu sicuru ca qualchi cosa puoi fari a brevissima                                    scadenza. Ppi com'ora ti salutu e ti rinnovu i cumplimenti.

Salvatore:        Vi ringraziu tantu e vi rispettu. Aviti parratu chiaru ca chiù chiaru nun si può e ju haiu

                        caputu tuttu d'u principiu a la fini. Tuttu. Tuttu. Propriu tuttu haiu caputu, ci lu giuru.

Matteo:           Allura rigordati chiddu ca ti dissi: u certificatu è nu strumentu da sfruttari.

Salvatore:        Chista è na patenti, ca contru u me vuliri, bontà vostra m'aviti vulutu dari, e ju fazzu                   chiddu ca vui mi cunsigghiati di fari.

Matteo:           Bravu, accussì mi piaci. Addiu Salvatore e bona furtuna.

Salvatore:        Arrivederci, don Matteo. (Rimasto solo comincia a passeggiare per la stanza,                              rigirandosi fra le mani il verbale, del quale via via dà lettura ad alta voce dei passi                      più significativi) Vistu, vistu, vistu.....ma cchi vistunu? Sintutu u pazienti... chiddu                 ca è pazienti naturalmenti sugnu ju, pirchì iddi inveci mi parsiru tutti 'n pocu                          nirvusi....., Sintutu u pazienti... la Commissioni giudicanti dichiara a l'unanimità ca               Salvatore Cipolletta, fu Mariano, è affettu da pazzia. Mizzica! A l'unanimità.... Eh!                   Cari prufissuri, ci cascastivu comu i pira cotti.  Affettu da pazzia. Ju? Unni, quannu?                         Si scuprissiru ca ju sugnu l'atturi ca l'imbrugghiau tutti, ci arristassiru cu tri palmi di                     nasu. Certu, chidda me fu n' interpitrazioni perfetta, comu mi ricanusciu u stissu don                Matteo, ma ju pensu ca sti prufissuruni ni capisciunu pocu o nenti de' misteri di la                   menti s'arrivànu a la conclusioni ca Salvatore Cipolletta è affettu da pazzia.

                        A menu che don Matteo nun mi preparau 'n tranellu ppi darimi na bedda fricatura.                      A diri a verità ddu modu so di parrari a mmenza vucca nun mi piaciu tantu.                                Troppi reticenzi, troppi suttantisi: vedrai...potrai....farai... U certificatu è na cosa                            prizziusa pirchì puoi diri tuttu chiddu ca vuoi, puoi fari chiddu ca ti pari comu ddu                famusu pirsunaggiu di Pirandello. Chi paraguni è chistu? Chi c'entra nta stu casu                 Pirandello? Ddu famusu pirsunaggiu ju ci l'haiu presenti cu' è. Chiddu, però, cascau                         d'u cavaddu, ju nun cascai mancu d'u seggiuluni. Forsi don Matteo mi futtiu,                              facennumi cridiri na cosa ppi n'autra e ju comu 'n fissa ci cascai. 

Scena sesta

( Salvatore  e Amalia )

Amalia:           (Entra) Si nni iu Pulvirenti?

Salvatore:        Tu 'u vidi ccà?

Amalia:           No.

Salvatore:        Allura vuoli diri ca si nni iu. Dumanna inutili.

Amalia:           Quantu si spiritusu!

Salvatore:        A propositu, mi dissi don Matteo ca successi 'n qui pro quo. N sustanza mi dissi ca i

                        documenti di so ziu nun arrivanu n tempu utili d'u Venezuela  e pirchistu fu                                 nicissariu presentari.....

Amalia:           Fu nicissariu presentari a la Commissioni chiddi to'. Sacciu già tuttu, nun c'è bisognu                  ca m'u spieghi puru tu.

Salvatore:        Pirchì a tia cu' t'u spiegau?

Amalia:           Don Felice. Mi spiegau ppi filu e ppi segnu tuttu chidu ca ti succidiu.

Salvatore:        E chi ti nni pari a tia?

Amalia:           Nun ci trovu nenti di stranu.

Salvatore:        Comu nenti di stranu?

Amalia:           Chi cci curpa u poviru don Matteo si i documenti di so ziu arrivanu troppu tardi?                        Nun l'ava a purtari iddu ma cci l'avunu a mannari l'autri, mischineddu.

Salvatore:        Amalia, tu mi stai facennu ancora na vota impressioni. Mi pari troppu tenera e                             comprensiva versu Matteo Pulvirenti, ca mancau di parola e mi cumminau 'n beddu                    pastizzu.

Amalia:           U fazzu ppi sdrammatizzari. A la fini nun successi nenti di gravi. E' na vicenda quasi                   comica, ca si può pigghiari perciò a ridiri.

Salvatore:        Ju hai l'impressioni ca tu nun capisti beni chiddu ca successi oppuru ca lu vuoi                             deliberatamenti suttavalutari.

Amalia:           Ma cchi vai a pinsari, beddu?

Salvatore:        Praticamenti a mia mi chiamanu ppi recitari a parti di lu ziu rincugghiunutu di don                       Matteo, fraternu amicu di don Felice, e a la fini di tuttu risultau, inveci, ca u pazzu                     sugnu ju.

Amalia:           E allura?

Salvatori:        Comu, allura? Nun ti pari quantu menu streusa sta cosa?

Amalia:           Cchi vuoi ca sia nu scambiu di pirsuna? Può succediri tanti voti. A telefunu, pp'a                                     strata, a lu mircatu.....

Salvatore:        Ma cchi stai mpapucchiannu, bedda? Mi fai vèniri i nervi a sentiriti diri certi cosi.

Amalia:           Importanti è ca chiddu ca successi nun fu inutili. Pirchì ora puoi fari sapiri a tutti                         di aviri nte manu u certificatu, ca ricanusci a to bravura ni l'interpetrazioni teatrali.               Chista è a cunferma ca ti cci vuleva ppi fari 'n passu avanti nta to carrera di atturi.

Salvatore:        A quantu pari tu trovi tuttu chistu normali o additittura interessanti. Stai divintannu                    ppi casu na me tifusa o ti stai nnamurannu d'u teatru?

Amalia:           I to' culleghi teatranti nun si ponnu vantari d'aviri u stissu documentu, ca c'hai tu. U                   to è 'n privilegiu di lu quali avissi a essiri cuntentu.

Salvatore:        Essiri pazzu senza aviri la pazzia è na situazioni sconvolgenti, Amalia mia. C'è u                          rischiu ca, prima o dopu, ju mpazzisciu veramenti. Na cosa da nun augurari mancu                      o chiù peggiu nnimicu. Sulu a pinsarici mi sentu menu stabili u ciriveddu.

Amalia:           Nun esagerari cu stu turbamentu. Pensa chiuttostu a i vantaggi ca puoi aviri.

Salvatore:        Ti dissi puru chistu don Felice?

Amalia:           No. Chistu m'u livai di testa ju.

Salvatore:        E quali sunu, di grazia, tutti sti vantaggi?

Amalia:           Ma comu? Nun ti nni renni ancora cuntu? Hai a possibilità chiù unica ca rara, di fari,

                        ppi esempiu, u deficienti senza pagari daziu, di finciri di nun capiri chiddu ca nun ti                    cunvieni, di truvari na scusanti ppi n'offisa fatta o ppi na parola ditta, di chiediri                         l'esoneru ppi na pena inflitta. Aviri u certificatu oggi comu oggi è na furtuna.

Salvatore:        E chi furtuna!

Amalia:           Si 'u putissi aviri ju, Santa Madonna! Mi mittissi a strillari tuttu u jornu contru                             l'ingiustizii d'u munnu, contru a chiddi ca ni fannu marciri ni la miseria chiù niura;                       contru a chiddi ca nun si fannu caricu di l'esigenzi de' carusi, puvireddi, ca sunu                            custritti ad arrangiarisi da suli  ppi nun farisi supraniari da chiddi prepotenti. U                                  vulissi aviri puru ju u certificatu ppi diriti na vota ppi tutti ca nun si bonu a nenti, ca                nun ti curi da famigghia; ca vivi di illusioni, mentri da 'n momentu a l'autru ni può

                        crullari u munnu addossu senza darici mancu u preavvisu. Biatu a tia, ca c'hai u                           certificatu e puoi recitari a cumedia di la vita mentri l'autra facci, ca è 'n dramma, a

                        staiu vivennu ju.

Salvatore:        Si, si, certu. Ju c'haiu u certificatu. Ma cchi vuliti di mia? Chistu ancora nun l'haiu                       caputu. Si 'u vuliti v'u regalu pirchì ju nun lu vogghiu chiù sentiri mancu numinari.

Amalia:           'U sai o nun lu sai ca, mentri tu ti lamenti ppi nu scambiu di pirsuna, to figghiu è                          custrittu a fari l'assassinu?

Salvatore:        Cui, Rosario?

Amalia:           E cui, allura, me nannu?

Salvatore:        E pirchì, si è lecitu sapillu?

Amalia:           Comu tu sai to figghiu si misi a trafficari nta 'n settori unni a cuncurrenza è forti, forti                 assai, e si vuoli, mischineddu, farisi strata ppi migghiurari a so posizioni, c' havi na                    sula possibilità:  eliminari a ogni costu u so rivali. M'u dissi l'autru ajeri don Felice e                 mi misi l'angoscia dintra u cori.

Salvatore:        Mizzica! Ma don Felice è na fonti inesauribili di notizii, piccatu ca sunu tutti brutti,

                        ppi la miseria!

Amalia:           Si decidi d'ammazzallu pirsunalmenti, Dio, ci nni scampi e liberi, Rosario rischia              trint'anni di galera a vita o l'ergastulu addirittura, u capisci chistu, no?

Salvatore:        Scusa, ma nun fussi chiù megghiu si iddu ci rinunziassi a stu propositu omicida?

Amalia:           Comu fa a rinunziarici, poviru figghiu? Comu fa a rinunziarici?

Salvatore:        'U fa e basta. Chi c'è bisognu da carta abbullata ppi rinunziari a fari 'n omicidiu?

Amalia:           Ah, s'avissi almenu u to certificatu!

Salvatore:        Puru iddu?

Amalia:           Si avissi u certificatu fussi sicuramenti chiù protettu ne cunfronti d’a giustizia. Cu                       ddu pezzu di carta, ca tu disprezzi tantu, 'a putissi fari franca ppi accirtata incapacità              di intendiri e di vuliri o invocari a so scusanti a seminfermità mentali e otteniri na               consistenti riduzioni di la pena, si la situazioni ppi casu si mittissi mali.

Salvatore:        E cchi putemu fari nuatri pp'aiutallu? 

Amalia:           Vulennu, putemu fari tantu. Si inveci di custringiri ddu carusu ad agiri pirsunalmenti,                 'u putissi fari tu a lu so postu, nuatri fussimu tutti chiù tranquilli, nun ti pari?

Salvatore:        Chi sugnu scemu ju?

Amalia:           No. Nun si scemu, tu si pazzu. E siccomu si pazzu u tribunali nun ti può cundannari.

Salvatore:        Ma cu' ci cridi a sta storia di Salvatore Cipolletta, ca appena addiventa pazzu                              s'improvisa subbitu assassinu?

Amalia:           Ci l'hai o nun ci l'hai u documentu, ca fa fidi di la to pazzia?

Salvatore:        Ci l'haiu, ci l'haiu, ecculu ccà.

Amalia:           E si ci l'hai c'hannu a cridiri anchi ca suvirchiaria.

Salvatore:        Amalia, tu stai delirannu, amuri miu. Mi dispiaci ma nun ti pozzu incoraggiari nta sta                  brutta fantasia, pirchì chista mi pari na vera pazzia, nun fittizia comu è, grazii a                          Dio, chidda mia. Nun mi ci vidu a sparari a tradimentu a 'n omu ca nun mi fici nenti                 e ca mancu canusciu di pirsuna.

Amalia:           Nun ti cci vidi? 

Salvatore:        No. Sulu a pinsarici a me cuscenza si ribella e mi tremanu i manu. No, no. Nun mi                       sentu adattu ppi fari na cosa accussì brutta.

Amalia:           E va beni. Nun lu vuoi fari? E nun lu fari. Si tu si accussì fragili e nun ti la senti di                       sparari.... nun sparari, accussì ti metti n paci cc'a to cuscenza, mischineddu, e puoi                       cuntinuari a viviri senza u trimulizzu de' to’ manu. Chiddu ca è giustu è giustu e ju                  rispettu a to posizioni.

Salvatore:        Menu mali ca si d'accordu puru tu.

Amalia:           Ma na cosa l'hai a fari, caru Salvatore, ppi salvari nostru figghiu da lu periculu                             imminenti di finiri carzaratu. Sta cosa nun mi la puoi rifiutari, si no ppi tia sarannu                       guai.

Salvatore:        Secunnu tia chi avissi a fari ju, sintemu?

Amalia:           Ora tu dicu. Tu si sicuramenti 'n atturi di arti suprafina e anchi si, comu dici tu, nun                     si capaci di sparari, a l'occurrenza....si fussi nicissariu....avissi almenu a esseri capaci                        di recitari a parti di chiddu, ca sparau veramenti. Mi spiegai?

Salvatore:        Tu si pazza, Amalia. Tu mi facissi iri n galera da innoccenti senza pruvari ppi mia             cumpassioni, o sulu scopu, matri e figghiu, di sodisfari a vostra sfrinata ambizioni.                    Ma tu si pazza, figgia mia, tu si pazza.

Amalia:           Ti sbagghi, caru miu, pirchì u pazzu nta nostra casa finu a prova cuntraria, si tu.

Salvatore:        Nun è veru, nun è veru, nun è veru ca sugnu pazzu. Fu tuttu 'n imbrogghiu. A mia mi                  pigghianu ppi fissa ma nun sugnu pazzu, nun sugnu pazzu, nun sugnu pazzuuuuuu...

Amalia:           Strilla, strilla, grida , sbraita chiù forti ca puoi. Fatti sèntiri da tuttu u vicinatu,                             accussì la genti ti pigghia veramenti ppi pazzu e cridi chiù facilmenti a la nostra                           sceneggiata.

Salvatore:        Ju nun sugnu pazzu e u certificatu ora ju 'u strazzu, 'u fazzu n milli pezzi. Accussì, 'u                   vidi: unu dui,tri...(lo strappa). Eccu, accussì nun c'è chiù u fogghiu ca documenta la

                        me pazzia. Nun c'è chiù u certificatu. Si cuntenta ora?

Amalia:           Ma cchi scichi, cchi strazzi? Nun lu vidi ca chidda è na semplici fotocopia?                                  L'originali, chiddu veru, cci l'havi nto fasciculu u nutaru, bestia.

Salvatore:        Ah, pinsastivu a tuttu! Siti 'n mucchiu di delinquenti.

Amalia:           Salvatore, forsi ancora nun l'hai caputu, ma tu nun hai scampu. Chiddu ca n tanti                        anni nun facisti da saviu, l'hai a fari ora ca si cunsiddiratu pazzu e ppi na vota nta                    to vita t'hai a sacrificari pp'a famigghia. Si l'unicu, ca lu può fari e nun ti puoi                             esentari da stu imprescinnibili obbligu paternu. Arrivau u momentu ca t'ha pigghiari                         i to' responsabilità, pp'aviri fattu nasciri a to figghiu. Di sta riti nun ti puoi liberari.

Salvatore:        Amalia, ju sta parti nun la vogghiu fari. Nun mi si cunfà, ti lu dicu veramenti. Sugnu                   sicuru ca issi incontru a 'n fiascu clamurusu cu gravi priggiudiziu pp'a me carrera di                    atturi e pp'u me decoru di artista. Ju sugnu 'n atturi di teatru, nun sugnu 'n assassinu.

Amalia:           C'hai sulu qualchi jornu ppi pinsarici ma nun cridiri ca la puoi fari franca e lavariti                       i manu comu a Pilatu. Ti lu dici Amalia, a figghia di don Marengo Nucisicca.                               Taliami nta facci, Salvatore. St'occhi mei, ca tu ora vidi asciutti, nun hannu a                             chianciri ppi curpa to o di la to cuscenza. U figghiu mi l'hai a salvari e mi lu salverai

                        a qualunqui costu, tenilu beni nmenti, sangu di giuda. (Esce di scena dalla porta, che                  da nella camera da letto).

Scena settima

( Salvatore da solo,quindi, don Domenico )

Salvatore:        (Passeggia nervosamente per la stanza, rimuginando le parole, che gli ha detto                            Amalia e poco dopo si rivolge a San Gennaro ( o chi per lui ) raffigurato nelleffige

                        appesa alla parete) U figghiu mi l'hai a salvari e mi lu salverai......A qualunqui                              costo....tenilu beni nmenti. Comu? Comu? San Gennaro, ju vi pregai umilmenti di                       darimi n'aiutu nta sta delicatissima vicenda ma è u casu di diri c'aviti esageratu. Da                    'nmomentu a 'n autru mi staiu truvannu nta na situazioni complicata a causa forsi di                     la scarsa attenzioni, cu la quali aviti seguitu u casu miu. Scusati si vi lu dicu                                francamenti. Ora, si putiti rimediari cu 'n interventu appropriatu, ju vi nni fussi                            ricanuscenti. E nun vi dicu autru ppi nun pàriri troppu petulanti. ( Riprende a                               passeggiare nervosamente per la stanza ) Mi l'hai a salvari e mi lu salverai....e mi lu

                        salverai.....E' na parola. ( Si avvicina alla porta, che dà nella cucina, allunga una              mano ed afferra un fiasco di vino all'interno. Lo guarda, lo riguarda...) Mi dissi don                       Domenico ca ccà dintra c'è a verità. ( Ne beve un sorso direttamente dal fiasco).                          Si c'havi raggiuni iddu, mi pozzu livari subbitu u sfiziu di sapiri cchi c'è sutta tuttu                  stu pastizzu. Pirchì Amalia, ca di solitu è na fimmina di pusu, fu accussì magnanima                 supra ddu presuntu  sbagghiu, ca fici don Matteo Pulvirenti a dannu miu? E chi parti                  sta facennu ddu ruffianu di don Felice, ca pari unu ca nun c'entra nenti, e inveci si                      scopri ca sapi tuttu iddu? ( Intanto suonano alla porta. Salvatore rimette al suo                          posto il fiasco del vino, va verso la porta d'ingresso, apre la porta e riceve la visita                    inattesa di don Domenico Triaca ).

Domenico:      C'è pirmissu?

Salvatore:        Viniti, viniti, accummudativi. Oh! Don Domenico, capitati propriu a propositu. U                       celu forsi vi mannau nta me casa.

Domenico:      (Gli batte una mano sulla spalla) Caru Salvatore, i tempi sunu duri e cu' nun havi                        strumenti adequati pp'addifinnirisi nta stu munnu di lupi, rischia di fari na brutta fini.                 Gira e furria hannu raggiuni sempri i prepotenti pirchì ppi chiddi chiù debuli nun c'è                 sufficienti protezioni da parti di lu Statu.

Salvatore:        Stasira stati dicennu na granni verità prima ancora di aviri bivutu u vinu.

Domenico:      Si 'n poviru cristu qualchi cosa nun la vuoli fari, pirchì nun ci pari giusta, lu mettunu

                        ncruci e ci la fannu fari cu la forza, Ci giranu a la larga, ci fannu i cumplimenti, e                         cercanu di cunvincillu, usannu u vastuni e la carota. Ma, si nun ottenunu chiddu ca                     volunu, passunu subbitu a li maneri forti e a ddu puntu nun vali  chiù la pena di                            resistiri pirchì nun ci si può fari nenti. Nenti, capisci? Nenti.

Salvatore:        Aviti raggiuni, don Domenico. Prima ca vui arrivastivu, inaspittatamenti nta sta casa,                  ju stava riflettennu ppi l'appuntu supra sti cosi, ca mi stati dicennu, e nun videva                             comu mi nni puteva nesciri da sta situazioni.

Domenico:      Forsi nun videvi comu nisciratinni pirchì na via di nisciuta nun c'è?

Salvatore:        Vui affirrati sempri l'attimu ca fuji, comu si dici comunementi, e faciti sempri centru.                  O siti 'n magu oppuru siti beni informatu. Forsi facistivu 'n pattu cc’u diavulu, ca vi                  suggirisci ogni vota chiddu c'aviti a diri.

Domenico:      Nenti di tuttu chistu, caru amicu. Ju sugnu semplicementi 'n attentu osservaturi di                       chiddu, ca succedi attornu a mia, e c'haiu l'aricchi sempri tisi ppi circari di affirrari                      chiddu ca porta u ventu. Certi cosi si respiranu nta l'aria e ju da qualchi jornu sentu

                        puzza di violenza.

Salvatore:        Ascutannu i vostri paroli m'haiu fattu persuasu ca nun c'è possibilità di reagiri contru

                        la prepotenza, organizzata da 'n pugnu di brutti malandrini. Forsi anchi Amalia,                           puviredda, nun si potti ribellari a l'arroganza di sti delinquenti e sta circannu di                            farimmillu capiri a la so manera.

Domenico:      E' inutili resitiri quannu l'esitu è scuntatu.

Salvatore:        Si haiu a partecipari ppi forza a sta tragedia, allura è megghiu ca lu fazzu da                                 protagonista, ppi pigghiarimi l'applausu a scena aperta. Chista è forsi l'ultima recita                     da me vita e la vogghiu fari ni la manera giusta, ppi lassari 'n bon rigordu ntra la                                   genti. Pp'u beni di la me famigghia è megghiu ca fazzu, perciò, a parti, ca mi tocca,             circannu di cunvinciri tutti ca sugnu 'n assassinu.

Domenico:      Ti fazzu i me auguri, Salvatore.

Scena ottava

( Salvatore, Domenico, Amalia, don Felice e Settimina )

Salvatore:        ( Va incontro agli ospiti ) Bongiornu, don Felice, chi notizii aviti?

Don Felice:     Vinni ppi diriti di stari tranquillu pirchì tuttu sta iennu secunnu i previsioni.

Salvatore:        Mi fa tantu piaciri, sintirivillu diri.

Amalia:           E Rosario miu comu sta?

Settimina:       Mi dissi Teresina ca è 'n pocu nirvusu, u carusiddu.

Amalia:           Poviru figghiu, chi mala jurnata sta passannu!

Don Felice:     Statti muta, Settimina. Rosario nun c'havi mutivu di essiri nirvusu. Salvatore,                              aspittannu chiddu ca succedi, tu t'avissi a teniri prontu ppi qualsiasi eventualità.

Salvatore:        Prontu sugnu, don Felice, prontu sugnu.

Settimina:       E' prontu, u sintisti Felice? Salvatore è prontu.

Don felice:      Ti vuoi stari muta, si o no?    

Settimina:       Nun parru chiù.

Amalia:           Si prontu, Salvatore?

Salvatore:        Si, Amalia, prontu sugnu. Ju sugnu 'n atturi qualificatu, cu anni d'esperienza supra i                     spaddi, capaci d' affruntari situazioni anchi difficili e fari qualunqui parti, anchi                          chidda di maggiuri mpegnu. E' veru, don Domenico?

Domenico:      E' la verità.

Amalia:           Ju haiu ancora a spiranza ca San Gennaro ni può fari a grazia.

Settimina:       Ma quali grazia, bedda. Oramai è troppu tardu.

Don felice:      (Alza la voce) Settimina......

Settimina:       ( Mettendosi l'indice sulle labbra fa segno che terrà la bocca chiusa ).

Salvatore:        Cara Amalia, a vita du teatranti è imprevedibili ed è sempri nbilicu fra realtà e                             finzioni. Cu passari di l'anni si fa tanta fatiga a tèniri separata l'una da l'autra e nun                     sempri ci si rinesci, pirchì i dui cosi tendunu inevitabilmenti a cunfunnirisi l'una cu                  l'autra. Ju oggi staiu fatigannu a capiri chiddu ca sta succidennu nta sta casa.  Ccà                nun si capisci chiù unni finisci a cumedia e unni accumincia , inveci, a tragedia. Dicu                         beni don Domenico ?

Domenico:      E' la verità, è la verità.

Amalia:           Era megghiu si cuntinuavi a fari u cuntrabbanneri di sigaretti. Era megghiu....

( Entra Rosario )

Rosario:          ( Con fare strafottente ) Bonasira. Chi bedda cosa stari tutti a vegghia! Nun è veru?

                        ( Alla generale sorpresa fa seguito il silenzio imbarazzato di tutti ).

Amalia:           Chi vinisti a fari ccà, disgraziatu?

Rosario:          Vinni a salutari e ringraziari  u papà ppi tuttu chiddu ca sta facennu ppi mia.

Amalia:           C'hai na bedda facci tosta, nun c'è cchi diri.

Salvatore:        A mia m'ha piaciutu sempri recitari ma nun pensava di fallu ppi evitari a galera a tia.

Amalia:           Purtroppu nun ci la putemu scegghiri a parti da fari duranti a nostra vita.

Salvatore:        A vita nun è teatru e la parti ca ni tocca di fari l'hamu necessariamenti a mpruvisari.

Rosario:          Papà, nun ti preoccupari. Tu si 'n granni atturi e ju sugnu sicuru ca anchi senza fari                       mancu na prova t'a sai sbrugghiari beni u stissu. Chi nni diciti vuatri?

Don Felice:     Salvatore è 'n  omu di teatru....'n atturi di primissima qualità.....

Settimina:       E' 'n granni atturi, veru don Domenico?

Domenico:      E' la verità.

Settimina:       Menu mali. Ppi na vota ci nsirtai.

Amalia:           A parti du patri è chidda chiù difficili, pirchistu quasi nuddu ‘a sapi fari beni.

Salvatore:        Cu st'ultima recita ju vogghiu inveci dimustari ca almenu ppi na vota nta me vita                         l'haiu saputa fari beni.

Rosario:          'U sapeva ca tu nun m'abbannunavi o me destinu.

Salvatore:        Ti ringraziu pp'a fiducia, beddu.

Amalia:           E ora basta, Rosario, ppi favuri.

( Entrano due carabinieri )

Brigadiere:      Salvatore Cipolletta, fu Mariano, di professione atturi di teatru. Cu' è?

Salvatore:        Sugnu ju ppi servirivi.

Brigadiere:      C'è 'n mandatu di cattura da eseguiri. Lei è accusatu di l'omicidiu volontariu di tali

                        Pasquale Dibisceglie, di anni vintinovi, priggiudicatu.

Salvatore:        Si è accussì....(Offre i polsi per farsi ammanettare e rimane con le braccia protese in                    avanti ) accummudativi, nun faciti cumplimenti. Purtroppu era na cosa ca ava a fari                    ppi forza na l'interessi di la famigghia e ju la fici. Mi nn'assumu, perciò, tutta la                                    responsabilità comu unicu esecuturi.

Brigadieri:       Si 'u fici è giustu ca ora nni paga i conseguenzi.

Salvatore:        Naturalmenti. Si unu sbagghia, prima o dopu havi a pagari u so debitu cu la giustizia,                  veru Rosario?

Brigadiere:      Appuntatu, ci mittissi subbitu i manetti a stu delinquenti.

Amalia:           'N momentu, brigaderi, vui nun lu putiti arristari.

Brigadiere:      Pirchì?

Amalia:           Iddu c'havi u certificatu.

Brigadiere:      Quali certificatu?

Amalia:           E' pazzu, brigaderi. Salvatore Cipolletta è pazzu ( con l'indice della mano destra si

                        tocca la tempia ).

Brigadiere:      Pazzu è?

Amalia:           Si, si, pazzu è. E' veru don Felice?

Don Felice:     Si, si, lu cunfermu. Salvatore Cipolletta è pazzu conclamatu. Vuatri nun lu sapiti?

Settimina:       C'havi u certificatu di la Commissioni di la pazzia. Chistu 'u sannu tutti oramai.

Amalia:           Don Domenico, diciticcillu puru vui a lu brigaderi  ca Salvatore Cipolletta è pazzu.

Domenico:      Si, si. E' la verità.

Brigadieri:       (Fa cenno all'appuntato di eseguire l'ordine e mentre lui prepara le manette......)

                        Vuatri nun v'aviti a preoccupari. A giustizia havi a fari u so corsu normali ma si                            Salvatore Cipolletta è pazzu, comu vui diciti, sarà prestu liberatu.

Don Felice:     Iddu teni u documentu e vui nun lu putiti arristari. Chiddu ca stati facennu è na                          suvirchiaria ca vi può custari cara.

Salvatore:        (Mentre l'appuntato gli applica le manerre ai polsi) Lassati perdiri, don Felice, ppi

                        favuri. I carrabbineri hannu a fari u so duviri. (Rivolgendosi a don Domenico) Caru

                        don Domenico, avivati raggiuni vui a diri ca a verità è brutta assai. Idda nun si trova,

                        però, sulamenti dintra u vinu ma, comu putiti cunstatari di pirsuna, si trova anchi                         intra sta casa. Ed è brutta, propriu brutta a verità. (Rivolgendosi ad Amalia, che vede               commossa) Amalia, nun chianciri, nun ci nn'è motivu. Tantu ju tornu prestu liberu,               nun è veru don Felice ca tornu prestu?

Don Felice:     Certu, certu, ca torni liberu. U certificatu parra chiaru, chiaru, anzi chiarissimu.

Amalia:           (Bacia Salvatore, lo abbraccia ma non riesce a dirgli nemmeno una parola e,                               quando si allontana dal marito si asciuga gli occhi umidi di pianto).

Salvatore:        U sintisti, Amalia? U certificatu parra chiaru. Chiuttostu rigordati di purtariccillu                         quantu prima a l'avvucatu. (Poi si gira verso il figlio, lo fissa con lo sguardo e                              scuote la testa) A tia, Rosario, ti vogghiu diri sulamenti na cosa: era megghiu ppi                 tutti si tu facevi u teatranti. Brigaderi, ppi capiri a biddizza du teatru, bisogna starici                dintra, mangiarici, durmirici, respirari l'aria ca c'è dda intra....

Brigadiere:      Certu, certu, dintra, dintra...stai tranquillu Cipolletta, tu hai a stari dintra...dintra...                      Ma ora amuninni, nun pirdemu autru tempu a stari ancora fora.

Salvatore:        (Mentre i carabinieri lo spingono verso l'uscita) Amalia, mi raccumannu, nun ti                            scurdari du certificatu, hai caputu? Si no chisti mi lassunu dintra veramenti.

Amalia:           (Annuisce ma non ha la forza di parlare e gli fa un cenno di saluto con la mano).

Salvatore:        (Insiste) U certificatu. (Giunto sulla soglia della porta di uscita, alza le braccia al                        cielo, mostrando i polsi con le manette, si volta verso la moglie e ripete) Amalia, u

                        certificatu, u certificatu....( Esce insieme ai carabinieri ).

Domenico:      ( Fa un passo avanti e, rivolto a tutti gli altri ed al pubblico dice ) Signori, chista è

                        a verità.

    

FINE

Sipario

 

Email: italoschirinzi@alice.it

Cell. 340 5837903.                              

       

                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                                                                  

         10

                                   

                                                                                               

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