Ultima lettera a Theo

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Rocco Taliano Grasso

Quaderni di Teatro

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In copertina:

La sedia di Gauguin, di Van Gogh

Rocco Taliano Grasso

Ultima lettera a Theo

commedia in due atti

Il Segnale                                      

                                                                                   

© 1999 IL SEGNALE

Via Tino Buazzelli, 21 - 00137 Roma

Tel. 06/82.40.96 - Fax 06/82.40.93

Contenuto

Van Gogh ritorna. Si risveglia, casualmente, a Roma. Scopre un mondo più compromesso che mai, frenetico e incapace di cogliere il vero della vita e dell’arte. Intreccia, quindi, un ultimo dialogo a distanza col fratello Theo; ma le sorprese non finiscono, ed egli arricchisce la tavolozza toccando con mano il vero volto della gloria che già detestava nella vita precedente. Soprattutto, questo drammatico e paradossale ritorno gli fornisce ancora una volta l’occasione di interpretare e testimoniare “un’opinione più alta della pittura: essa serve all’artista a esprimere le sue visioni interiori.” (Henri Matisse)


Suggerimenti scenografici

•   Van Gogh ha la barba rossa, porta il cappello di feltro grigio, la pipa, una valigia e il cavalletto.

•   Le luci della scena sono in prevalenza gialle e blu, variamente ed opportunamente declinate.

•   Nei momenti in cui sono richiamati dal testo, possono comparire in qualche modo i seguenti quadri: Pesco in fiore, La resurrezione di Lazzaro, Due contadini che vangano, La sedia di Gauguin, Notte stellata e cipresso, I mangiatori di patate, Campo di grano con corvi, Il ponte della ferrovia sopra Avenue Montmajour e l’immagine degli aironi bianchi.


Personaggi

Vincent Van Gogh

Ambulante amico

Direttore casa d’aste

Arnheim

Bullo

Madre con bambino

Passanti

Due donne con bambino

Amici dell’ambulante

Strillone

Collezionisti

Commesso

Commissario

Agenti

Barbone



Atto Primo

Un barbone si risveglia vicino all’ingresso della metropolitana. Ha con sé un cavalletto, una valigia di cartone che contiene materiale per dipingere e per scrivere. Si mette in ginocchio, si alza, avanza lentamente, gravemente.

Vincent: Un’altra città! Quanto tempo ho dormito? (Gli passa accanto un giovane con radioregistratore sotto braccio ad alto volume; è musica rock.) Dove... dove sono? Chi mi ha portato qui? Amnesie, dannate amnesie... eppure ieri sera ho bevuto soltanto un goccio di assenzio… In fondo, a che servirebbe saperlo? Ormai una città vale l’altra. Qui intorno non vedo... girasoli, e in lontananza non scorgo nemmeno mulini a vento. Silenzio, palazzi e silenzio. Palazzi austeri, una città tranquilla, si direbbe, bene…

Boato attutito che viene dal metrò. Viene letteralmente travolto dalla folla che esce all’improvviso dalla galleria; è costretto a sdraiarsi. Si rimette in ginocchio con il cappello in mano, grattandosi la testa. Riceve in elemosina qualche moneta dai passanti. Guarda esterrefatto le offerte. Quelli, andandosene in fretta...

Passante 1: Poverino, com’è ridotto!

Passante 2: Fanno affari d’oro, mia cara...

Passante 3: Mi fanno pena i barboni.

Passante 2: Avete sentito di quel barbone morto assiderato? Hanno scoperto che aveva un mucchio di soldi in banca, miliardi addirittura! Valli a capire questi straccioni...

Vincent ammutolisce. Passa un giovane gradasso, simile ad un bullo. Gli frega le monete e, arrabbiato per il magro bottino, gli sferra un calcio nel culo. Vincent si mette in fretta e furia il cappello.

Vincent: Se non fosse per i miei dolori cervicali, me lo mangerei il cappello. Cosa direbbe Theo? “Ecco cosa capita ad andar di notte!” Il buio deve avermi portato qui. Eppure, quand’è stato? Ieri, avantieri, una settimana, un anno o un secolo fa? Vagavo affamato per i campi, dovevo essere furioso e cieco per trovarmi qui... Dov’ero rimasto? Ho dormito in un pagliaio, no, era una baracca, o un bistrot? Ma qui è come se qualcuno mi avesse portato di peso, contro la mia volontà. (Passa un signore distinto, frettoloso.) Signore, signore... (Non gli dà retta; ne passa un altro.) Signore, signore... (Stesso esito; e un altro...) Gentiluomo, brav’uomo, signore, la prego! (Quello accenna a girarsi.) La prego, il nome di questa città... la prego!

Passante 1: Ubriacone! Straccione! Vai a lavorare, bevi di meno e vedrai che non te lo scordi il nome di tua madre...

Vincent: Mia madre... Che ne sa di mia madre? Lei conosce… Anne Cornelie Carbentus? (Quello non lo calcola più, se ne va). Io l’ho amata, mia madre. Che ne sa lei? (Passa un altro; Vincent gli si getta ai piedi.) Questa città, la imploro, mi dica dove sono, signore, gentiluomo, o impazzisco, e con me c’è da crederci! Un nome, solo un nome... che sarà mai un nome? Un fiato! Quattro, cinque sillabe, forse solo due, signore! Due sillabe!

Passante 2: Due sillabe? Me - rda! (Lo allontana con disprezzo.)

Vincent: (Sconcertato afferra la valigetta, la apre con foga, estrae carta e penna che appoggia sulla valigia come scrittoio.)

Theo! Fratello mio… dov’eravamo rimasti? Theo! Theo! Theo!

(Disperatamente, poi si placa.)

Già, Theo. Sempre, ovunque, Theo. Per fortuna, almeno, so dove indirizzarti questa lettera. E’ già importante. Non è escluso che prima di finire di scriverla, riuscirò a scoprire il nome di questa città, e a trovare una modesta pensione che per un po’ potrà farmi anche da recapito.

(Signora con bambino. Vincent tenta l’approccio, sfoggia un bel sorriso. Il suo obiettivo è il bambino. Fa smorfie, vuole accattivarselo, si avvicina.)

Maramao!

(Il bambino si volta, gradisce il gioco, si ferma incuriosito. La mamma apre un ombrellino, gironzola, guarda l’orologio, lascia il bambino alle spalle.)

Maramao! La-la, lu-lu, co-co, cu-cu. Il bimbo più bello sei tu! Vieni, vieni, vieni avanti piccolino.

(Offre al piccolo una caramella arretrando strategicamente.)

Su, su, da bravo, chiu chiu chiu...

(Il bambino afferra la caramella, la scarta, la divora; Vincent lo accarezza.)

Adesso dimmi, piccolino, di’ allo zio Vincent, che città è questa? Come si chiama?

(Il bimbo è impegnato a succhiare e sgranocchiare; pare non capire, sospettoso. Vincent cambia tattica.)

Tu ce l’hai un nome, vero? Qual è?

Bimbo: Romolo!

Vincent: Romolo, oh Romolo, che bello! Come Romolo e Remo, i gemelli figli della lupa! Romolo, sì, il figlio della lupa, quel marmocchio allevato dalla lupa che fondò la gloriosa città di Roma. Forse eri proprio tu, eh? (Il bimbo guarda la madre “lupa”.) Sì, sì, la lupa, la mamma!

Romolo: Mamma, mamma! Questo signore ha detto che so’ figlio de ‘na lupa. Mammina, ha detto che sei cattiva, sei ‘na lupa!

Madre: (Rivelandosi d’un tratto ben poco elegante.) Che? Il fijo mio… fijo de ‘na lupa?! E tu chi sei? A fijo de ‘na mignotta! (Ombrellata in testa, e Romolo gli butta addosso la carta della caramella.)

Vincent: (Si gratta la testa, si mette il cappello.) Meglio tenermelo sempre in testa questo dannato cappello!

Bullo: (Ritorna, canta una canzonaccia.) Ah Barbie! Ma tu  c’ hai la pellaccia dura! Nun t’hanno ancora acciambellato sotto la metropolitana, eh? E il cappello? Da quanno in qua i mendicanti se lo tengono su la coccia? Pija un po’, pija un po’! (Gli mette con la forza il cappello in mano.) E dovemo puro magnà noantri, no? Ah barbetta! (Glie la tira un po’, affettuosamente.) Mica c’avemo l’assistenza come voiartri. Vedi d’arrangià cinquanta sacchi che oggi me  devo fà pure un viaggetto, capito? Tu se’ sotto la mia protezione, Barbie. ‘Sto posto è prestigioso, nun te lo toglie nisciuno, tranquillo! Tranquillo! Qui se campa e se magna mejo che a piazza de Spagna! Cinquanta sacchi ppe’ stasera. Nun me delude’, barbaccia, sinnò... (Altra tiratina alla barba)

Vincent: (Sempre spaesato) Lei desidera cinquanta sacchi? Sacchi di cosa?

Bullo: Sacchi de che? Sacchi de merda, ooh! Ma ndo’ vivi? Me pare che vieni dall’oltretomba, ahò! Séntime, bello, o me fai trovà i sordi stasera o ti fascio più der fascio che cciò sulla trippa! (Si sbottona la giubba ed esibisce la svastica.)

Vincent: Mio simpatico e giovane amico, dimmi, almeno: che città è questa? Il nome, solo un nome e mi farai felice! E avrai tutto ciò che vuoi.

Bullo: E cche me poi dà, a straccione! Si nun c’ hai manco l’occhi ppe’ piagne’…

Vincent: Vuoi un acquerello?

Bullo: N’acquavite, vôi dì!

Vincent: Vuoi un ritratto con carboncino o a matita su cartoncino?

Bullo: E chi so’? La grande Marylin? Però... se po ffà, se po ffà! (Stuzzicato nell’amor proprio)

Vincent: O preferisci un olio?

Bullo: Sì, n’olio sì, co’ mezzo cetriolo e ‘na lattuga, e me fai ‘n’insalata. Facemo ‘na tavola calda all’aperto, e daje!

Vincent: Intendevo un olio su tela.

Bullo: (Cantando a squarciagola) Olio petrolio e acqua minerale / ppe’ vincere ‘sta Roma / cce vo la nazionale!

Vincent: Roma? Hai detto Roma? Siamo a... a... Roma?!

Bullo: Sì, Roma caputte munni!

Vincent: Roma?!

Bullo: Roma, Roma… quella in provincia de Ostia! Mbeh? Nun lo vedi sullo sfonno er cupolone? Puro cecato sei?

Vincent: Il cupolone? Dio! La cupola di san Pietro in Vaticano... Roma! Come sono arrivato qui? Devo avere volato...

Bullo: (Con le mani a megafono) A ‘mbriacooo!

Vincent: Ora mi spiego un paesaggio così diverso. Niente mulini, niente girasoli. I miei amati girasoli...

Bullo: Girasoli? Oooh! Qui a Roma ce girano solo le palle! Vedi de annà a piantalli sur Tevere! (Va via, ma in ultimo...) Ricòrdate quello che t’ho detto: almeno cinquanta sacchi, stasera, a furbetto trovatello!

Vincent: (Ammira il cupolone in lontananza.) Tipo strano! Posto strano, questo, secolo strano. Cosa è successo al mondo mentre io dormivo? E quanto ho dormito? Chi ha avuto l’infelice idea di portarmi qui? Theo, Theo, potessi soccorrermi... (Compare un signore distinto, dall’aria giovanile. E’ Arnheim, ha fretta.)

Arnheim: La prego, sono diretto a piazza degli Artisti e non conosco la strada, ma so che è nei paraggi… (Vincent è colpito dalla richiesta per via del riferimento agli artisti. Indugia meravigliato.) Ah, sono per lei… (Offre alcune banconote, ma poi sembra aguzzare lo sguardo sempre più verso il barbone, come se lo conoscesse…)

Vincent: Ecco, io non saprei, signore, ma a buon prezzo potrei abbozzare qualcosa per lei che ama l’arte, anche a richiesta, s’intende! (Arnheim ride di buon gusto ma senza disprezzarlo; gli dà anche una pacca affettuosa sul braccio.) C’è… c’è una piazza degli artisti nelle vicinanze?

Arnheim: E’ pressappoco quello che volevo sapere io da lei! (Sta per andare via.)

Vincent: (Lo raggiunge.) Il suo denaro, lo riprenda! (Arnheim non lo prende ma Vincent glielo mette in tasca: a questo punto Arnheim lo guarda ancora allibito, se ne va non prima di averlo fissato di nuovo come se avesse visto un fantasma. Anche Vincent, come folgorato da un ricordo, apre la valigia, estrae una lettera del fratello.) Dov’eravamo rimasti? Ecco, finalmente. Allora non è un incubo. Almeno tu ci sei ancora, Theo… luglio 1890. Devono essere trascorsi un po’ di giorni in più dei soliti che impiegavo per risponderti, fratello mio… ma l’aria è sorprendentemente più fredda e… bene! Ci sono ancora i cinquanta franchi. Fortuna che non li ho ancora spesi. Cosa è accaduto di così tragico da impedirmelo? Temo, però, che non mi basteranno; è ora che ti risponda… (Prende carta e penna.)

Caro Theo, un attimo fa credevo di trovarmi in una città sconosciuta, invece un ragazzo, un monellaccio, mi ha aperto gli occhi dopo un sonno più lungo del solito. Mi ha rivelato di trovarmi nientemeno che a Roma. Potrai mai credermi? Dirai: quell’inquieto zingaro che c’è in Vincent... Io, miserabile vagabondo a corto di credito, e di quattrini, qui, nella città eterna, a un passo dal Papa! Un cristiano atipico come me... Chi mi ha consigliato questo viaggio? Gauguin? Ma lui predilige le isole… Povera mente mia che non riesce più a tenere il passo con la realtà! Nei lunghi giorni di luglio ho avuto un presagio, qualcosa che incombeva sulla mia vita proprio mentre la mia arte esplodeva ancora, come ad Arles. L’ho perfino dipinto, questo presentimento: un campo di grano nel fulgore che precede la mietitura, ma turbato da uno stormo di corvi sotto un cielo che preannuncia tempesta. Che dirti di più? Tu, sì, l’hai sempre detto e scritto che i miei quadri un giorno avrebbero parlato e gridato al mondo per me. Ma ora penso a te, al bambino, alla diletta Jo e alle vostre restrizioni, al vostro appartamentino al quarto piano. Quando ci rivedremo? Sembra passato un secolo! Forse più. Dio! Soltanto l’amore ci crocifigge così per le distanze e le attese. Nella mia ultima di fine luglio te lo scrissi, ricordi? Riprendila, Theo. Anche tu, come me, custodisci tutto quello che sembra così tenero e fragile… Fu con lacrime che ti scrissi: “In fede mia, prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente serena, passerà molto tempo.”*

Ora sì, credo che quel tempo sia passato, che la mia mente sia più fresca e serena. Perché qualcosa, qualcuno, nel frattempo l’ha svuotata e rivoltata come un guanto. E’ stato come camminare a lungo in mezzo ai fiori. Cerco di fare luce. Mi basterebbe uno spiraglio. Ho paura di non riuscire; non tutto, dunque, è perduto… questa paura nasconde altro. Nulla potrei mai nasconderti. D’altronde sei sempre stato (non ti offendere, lo dico in senso affettuoso) il Torquemada dell’anima mia. Ho paura che a riprendere il filo della memoria, l’aggancio alla vita precedente, me ne riprenda anche i fallimenti, i tradimenti. Eppure non posso, e non voglio, sconfessarla! Ora la mano trema, la mente è già stanca, ma sento grandi energie affluire a raccolta dentro di me. Se questo offuscamento accade, è per un solo motivo, il più antico: ho fame, fratello! Da quanti giorni non mangio? (Pausa. Annusa l’aria.) C’è un buon odorino adesso nell’aria... a più tardi, fratellino…

(Chiude la valigia. Entra un ambulante con carrettino di generi alimentari.)

Vincent: Buondì, fratello lavoratore, a qualsiasi tempo e mondo tu appartenga. Fermati, orsù...

Ambulante: Come vanno gli affari, barbone?

Vincent: Siete tutti presi dagli affari, dunque. Ebbene, sappi, buon uomo, non sono quel che vedi, un barbone...

Ambulante: Allora sei quello che non vedo. La barba mi sembra reale... Una spuntatina, fratello, cce vole, diavolo! Sei zozzo, col barbone e vestito a festa. E che aria rassicurante! A vederti da vicino me pari venuto dall’altro monno! Nun te avvicinà, ahò, alla larga!

Vincent: Ho fame, signore.

Ambulante: (Risata) Sentìtelo, signori, il damerino, il candido. Lui ha... ha fame! E che fa? Vede i miei panini scorrazzargli sotto il naso e che fa? Che pensa? “Ma che spreco ‘sti panini! Siccome nun li magna nisciuno, li pappo io!” Ma che furbetto! Che simpatica canaglia! E io? Che ci sto a fare? Porto la carretta a spasso io, come fosse il cane, io… Lui mangia i miei panini e io, riconoscente, je dico commosso, cco’ du’ lacrimoni cuscì: “Grazie buon uomo! Ora il mio carico sarà più leggero e il mio viaggio più veloce. Ti sarò grato per sempre: a perenne ricordo della tua titanica fatica nel magnàtteli i miei panini.” E sì, ce nne so’ ancora de anime belle in giro. Le incontro tutte io, che consolazione!

Vincent: Pane, signore, solo un po’ di pane. Ne avrete giusta ricompensa.

Ambulante: E ndove? Nun me dì che vado in paradiso, eh? (Si tocca per scaramanzia.) Indovinato? Prospettiva allettante, nun c’è che dire, ma tu prova ad avvicinàtte ancora, ad allungare le manacce sulla mia tavola calda e vedemo chi cce va per primo lassù...

Vincent: (Fruga nelle tasche.) Deve esserci un equivoco, signore. Ho il denaro per pagare, buon uomo…

Ambulante: Ahò, e chiamame paninaro, a me ‘sto “signore” e ‘sto “bonomo” nun me piaciono proprio! Hai i soldi? Questa è musica ppe’ diavoli e santi. Ora si tratta. Mi dica, adorabile creatura d’oltretomba: come lo desidera? Alla romana? (Silenzio, Vincent non sa.) Alla diavola? (Silenzio.) Col ketchup? (Vincent sempre più confuso, l’ambulante sbuffa.) All’arrabbiata? All’incazzata? (Allora sembra escogitare un altro approccio.) Esprimi un desiderio, come quanno cade ‘na stella!

Vincent: (Banconote in mano, occhi sgranati sul menu…) Qualsiasi cosa, buon uomo, qualsiasi! La prego, faccia presto per l’amor di Dio…

Ambulante: Prima il denaro, altrettanto buon uomo!

Vincent: Fa nulla se sono franchi francesi?

Ambulante: Anvèdi ‘sti barboni, tutti sorprendenti, ricchi e morti de fame. E te voglio, a furia de risparmià... Franchi, hai detto? Se il denaro lo chiami “argent”, essendo l’ufficio dei cambi dietro l’angolo, ed essendo il franco più che mai in buona salute, deduco che l’affare si combina. Les jeux sont fait, donne moi l’argent!

Vincent: Parlez vous francais, monsieur ? Diavolo, cosa mi succede ? Credo di avere familiarità anche con quest’altra lingua…

Ambulante: Ahò, so’  ‘na potenza linguistica io... Per dieci franchi panino, bibita e stuzzicadenti omaggio della ditta. “Prendi tre paghi due”, come ai grandi magazzini. Perché sei te, e me stai simpatico, altrimenti...

Vincent divora il panino mentre quello si bea dei franchi, ma per poco… seguono imprecazioni.

Ambulante: Malandrino! Fijo de ‘na mucca ‘mpazzita! Lurido zerbino de portineria de condominio... Zoccola de cloaca massima de Roma tutta!! Questi... questi... (Vincent, temendo il peggio, si affretta a mangiare.) Questi so’ franchi scaduti! Al ladro! Al ladro!

Vincent: Buon uomo, mi creda. E’ carta moneta corrente. Son franchi buoni, mio fratello Theo non darebbe denaro falso nemmeno al peggiore degli uomini. E’ un uomo probo, un buon padre di famiglia…

L’ambulante gli strappa il panino dalla bocca.

Ambulante: Nun te magnà le mie sostanze, che mo’ me la paghi, malandrino!

Vincent: Mi creda, sul mio onore: li ho appena ricevuti, forse ieri, al più qualche giorno fa, da Theo, mio fratello!

Ambulante: Ah sì? E quanno sarebbe “ieri” o “qualche giorno fa”?!

Vincent: Beh, credo di avere dormito un po’, ma, approssimativamente, intorno al 10 luglio 1890...

Ambulante: (Si tocca ancora, si fa sornione...) 1890? E’ la data che c’è sulla banconota... E cuscì abbiamo appena festeggiato il centenario, eh? Ullallà! E quanti anni avrebbe, di grazia, la Signoria Vostra?

Vincent: Sono nato il 30 marzo del 1853.

L’altro adesso lo asseconda come per compatirlo, su e giù col capo.

Ambulante: Più di centocinquantanni... bel colpo, nonnino!

Vincent: No, signore… ho soltanto 37 anni.

Ambulante: 37?! (Prende la calcolatrice, calcola, mostra il risultato.) Vedi, nonnino? Qui sono più di 150... Come la mettiamo? Fa nulla, fa nulla. A parte qualche graffio e l’aria trasandata, li porti bene. Questo è l’importante. Rimane un solo problema. Serio, anche. A me chi mme paga il panino? (Vincent sta per usare lo stuzzicadenti, ma gli viene strappato.) Eh no, nonnino. Questo è troppo! Càvateli co’ le dita. E’ più originale. L’offerta “Prendi tre paghi due” nun vale più. Dunque?

Vincent: Non ho altro denaro per pagare.

Ambulante: Finiamola co’ questa assurda commedia. C’hai ‘na pensione? L’elemosine? Fuori il bottino! (L’afferra per il colletto della camicia.)

Vincent: Ecco, ecco, ascolti! Ho un’idea!

Ambulante: (Lo molla.) Un’idea? Sentìtelo, signori. (A dei passanti) Lui, il reo, avrebbe un’idea per risarcire il mio panino innocente…

Vincent: (Convinto)  Beh, mio signore, per l’esattezza ne ho mangiato solo metà...

Ambulante: Fa anche lo spiritoso… Potrei chiamare i carabinieri e ti farei sbattere in prigione tutto intero, eh gaglioffo? Cannibale...

Vincent: Signore, un momento! Sono un pittore, potrei sdebitarmi facendole il ritratto...

Ambulante: Ritratto? Tu, un pittore? Un pittore… si dà anche delle arie... E chi te credi di esse’, buffone? VAN GOGH?!?

Vincent: Esatto, signore... Sono proprio io, Van Gogh! E’... meraviglioso! Lei mi conosce?

Ambulante: (Fa un inchino.) Beh, sa, la fama di Sua Maestà ha fatto il giro del mondo e, a quanto pare, anche la sua fame! (Mostra il panino.)

Vincent: (Ragiona tra sé.) Deve trattarsi di un omonimo, non è possibile. Ho venduto un solo quadro in tutta la mia vita. E ho continuato fino all’ultimo a regalarli per un piatto di fagioli… Theo, poi, mi avrebbe trionfalmente informato di un mio eventuale successo. No! Meglio non illudersi. Deve essere un mio omonimo. Il successo... l’ho odiato più della fame. (All’ambulante) Buon uomo, non si illuda! Sicuramente non sono io quel Van Gogh! La mia fama è ancora molto di là da venire, se mai verrà. Per ora c’è solo la mia fame...

L’ambulante gongola, finge di stare al gioco.

Ambulante: Gradisca, dunque, il suo vero nome, signor... (Altro inchino)

Vincent: Per servirla: Vincent Willem Van Gogh!

Ambulante: Aridajje... Tu sei bello tosto amico, eh? Intendiamoce: cce somigli pure a quello lì. L’ho visto in una locandina dell’edicola, er pittore famoso der Beneluxe. D’altronne tutti ‘sti peli rossicci so’ segno che te sei cotto al sole come un beduino. Anvedi che fasciatura rigida! (La tocca rozzamente dalla parte dell’orecchio sinistro e Vincent fa una smorfia di dolore.) Cche c’hai, l’otite? Ma ‘sti sordi me li dai o nun me li dai?

Vincent: Signore, la prego. Non ho altro per ricompensarla. Accetti il ritratto e, se potrò, un giorno le restituirò anche il denaro.

Ambulante: Vada per il ritratto! Diciamo che l’accetto come anticipo, ma sappi che se te becco da n’altra parte de Roma, te scucio tutto fino all’ultimo quatrino. (Si mette in posa; Vincent si accinge a ritrarlo.) E famme gagliardo, m’arraccomanno! Nun toglie’ ‘na piega a ‘sto sguardo felino che natura m’ha dato. Nutrisci bene de colore vivo ‘sta mascella alla Tyson.

Si dà colpetti sulla mascella prominente; Vincent mette il cappello per terra; di tanto in tanto qualche passante fa l’elemosina, compiaciuto del ritratto. Vincent esegue in poche battute e lo consegna all’altro che se lo studia con varie smorfie; il pittore siede vicino al cappello.

Ambulante:Nun c’è male, Van Gogghe, nun c’è male. C’hai il tratto forte, tu, denso e tenebroso. Ma che hai fatto, la boxe, la passione mia? Questo me lo metto in salotto. Anzi, me lo metto all’entrata ppe’ spaventà i ladri. Accidenti, che bestia d’omo che so’! Bravo, Van Gogghe, te sei meritato il panino, vojo dì, l’altra metà. Tié’! (Glie lo butta come l’osso al cane. Vincent mangia...) Addio, Van Gogghe. Fortuna tua che hai ‘ncontrato un romano verace cento ppe’ cento. Quei franchi nun li dà più a nessuno che t’accoppano. Dije a Teodosio tu’ fratello che te mannasse moneta più fresca la prossima vorta, e la cartastraccia se la tenese ppe’ lui. Da le parti nostra li frati li trattamo mejo der Beneluxe...

Esce cantando e stonando l’inno di Mameli.

Vincent: (Si rialza assorto.) Caro Theo, una lettera dopo l’abisso che sento esserci stato tra di noi,  che senso avrebbe se non ti rivelasse ciò che ieri non osai riferirti? Ti chiederai cosa non osai dirti… L’amore, le visioni. Si va verso le contrade oscure battute dal vento e dal gelo con un lume ridicolo in mano… Quanto può resistere? Cosa ci è dato di vedere? E quando la vita esplode nella sua pienezza, possiamo soltanto accostarci con la misera coppa delle nostre mani. Fui incontinente, naufragai per troppo amore. Oggi potrei scriverti con assoluta certezza che questo male fu la mia rovina, che non tentai mai di curarlo, perché il male, li male, fu lo spettacolo della vita stessa che straripa. Fui maldestro, mi avvicinai a tutte le fonti, e non fui capace di bere. Occorreva farlo a sorsi ed io, per la foga, me le rovesciai addosso come un bambino. Amare fu sempre un impeto, un rapimento. Guarda i miei autoritratti, i miei occhi visti coi miei occhi; non sono mai messi a fuoco sul mondo ma allucinati, deformi come… come un grembo di madre nel tempo; vorrebbero cogliere tutta la potenza della luce, della vita… sprigionarne l’anima! Guardali bene i miei poveri occhi… Povera mente mia, così inadeguata a sopportare quella vista, quel viaggio, quel goffo e ridicolo assalto alla Grande Opera… Come potevo riuscirci? E con quali armi potevo difendermi? L’unica volta che sparai davvero, uccisi soltanto me stesso. E sbagliai il colpo, mirai al cuore e… mi colpii alla pancia! (Ci ride su, imita quel gesto, non sa darsi pace, si sbeffeggia.) Anche come suicida non sono stato granché… Ho sofferto maledettamente prima di… di morire… Morire…? Ho detto… morire? (Si tasta il corpo.) Sappi, Theo, ora, finalmente,  quello spiraglio si apre. Capisco, finalmente! Versai la goccia del mio piccolo sguardo nel gran fiume della luce, ed essa mi ritorna, nulla si perde, ogni buona moneta matura a interesse e al giusto tempo si riscuote, ci scuote! Oh vorrei che tu capissi… Io… io sognai di ritornare! Predissi la mia morte dipingendo i corvi sui campi di grano. Osai di più, molto di più... Chi più di una mente folle, e quale altra gioia oltre l’arte, potevano trasformarmi in un uomo senza tempo, oltre il tempo? Immagino lo stupore, la confusione sul tuo volto, nel tuo cuore... Ricordi quel Rembrandt che raffigurava la resurrezione di Lazzaro? Ne feci una copia... Ma sofférmati, sofférmati sulla faccia di Lazzaro: non è Lazzaro. E’ la mia faccia. Sono io! Sì, ho dipinto e predetto la mia resurrezione! Come ho potuto? E’ stato più forte di me, capisci ora quel che mi accade oggi? Madame Ginoux, la buona e cara Madame Ginoux, era ammalata. Ne fui così commosso da prendermi sulle spalle il suo dolore, e morirne. E voila, ecco a voi il coup de théatre, il mio ritorno alla vita davanti agli occhi esterrefatti di Madame Ginoux e Madame Roulin! Rinasco, signori, scusate se è poco, mi riprendo la mia infanzia, anzi, la restituisco all’uomo che ho costruito e trascinato faticosamente tra rovi e spine giorno dopo giorno. L’uomo che io divenni è più mio che di Dio. Come dire: si torna a casa! Sfratto la morte che si è annidata nella cambiale scaduta del mio corpo. Riscatto la mia proprietà battendo moneta nuova. Ritorno! Eeeeeh! (Corre trionfalmente per tutta la scena.) Signori, di nuovo in carrozza, si riparteee! (Fa il trenino davanti ai passanti.)

1: E’ la fame!

2: E’ impazzito!

3: Poveretto! (Donna)

4: Mi fa pena, ma mi è simpatico. Gli do una moneta. (Altra donna)

Vincent le porge il cappello; ne raccoglie altre.

Vincent:  Grazie, signore e signori. Si torna, si mangia, si vivee! Ooooooh! Ebbrezza della ragione! Questa è la follia, signori. L’autonomia assoluta della ragione, evviva! Madame Roulin, in carrozza! Prego anche lei, Madame Ginoux: volete perdere la coincidenza?(Afferra le mani delle due donne, le conduce con sé. Si accoda anche un bambino attratto dal gioco. Alcuni giri, si ferma di colpo, si atteggia per dare lezione tra le risate generali.) Ricomponetevi, ora, mie signore. Questo viaggio è serio! L’ebbrezza del viaggio non sempre ci dà le esatte coordinate, la visione, la missione. Proseguite devote e concentrate sul paesaggio a venire. Mi raccomando, non perdete nemmeno un particolare, nemmeno un asino, ma senza paura, stavolta. Sia disteso il vostro sguardo: sereno! Serenità compete al viaggio interminabile. Ora che anche voi siete riscattati, godete lo sguardo, il desiderio! Sia senza fretta, senza frenesia. Piano piano, sia lento l’andare quanto tumultuoso il cuore, signore, enfant... Soltanto questo umanamente si addice, è degno!

Li accompagna disinvoltamente fino all’uscita, esortandoli a far piano, quasi guidandone i passi. Però...

Bimbo: Pittore! Pittore! Mi fai un bel disegno?

Vincent: Vieni, piccolo. Vieni a me. (Lo sistema, gli fa il ritratto, sussurrandogli qualcosa.)

Donna 3: Poverino, che buon barbone!

Donna 4: Anche i barboni hanno un cuore!

Bimbo: Mamma, mamma! Si chiama Vincent, viene dall’Olanda!

Donna 3: Oh, come Van Gogh...(Vincent si volta di scatto; mentre lei si rivolge all’altra.) Sono stata ad Amsterdam, li ho visti i suoi capolavori. Stai buono, Carletto, altrimenti zio Vincenzo potrebbe sbagliare...

Vincent porge il ritratto alla donna, col cappello in mano.

Vincent: Anche lei conosce Van Gogh?

Donna 3: Certo, chi non lo conosce?

Vincent: E’... è... un artista olandese?

Donna 4: Di quelle parti, sicuro... ma lei è un gran bell’ignorante!

Donna 3: Era! Si è sparato, suicidato!

Vincent: Anche lui, come... come me?

Donna 3: Come lei? Lei si è ...sparato?

Vincent: Sì, morii così, per liberare il mondo e coloro che amavo dall’oppressione dei miei mali.

Donna 4: Quest’uomo comincia a farmi paura. Adesso ha pure un’aria lugubre. Cara, andiamo!

Donna 3: A me fa tenerezza. Deve essere il delirio della fame.

Vincent: O il delirio della pioggia, il brontolio del tuono, il cipresso al vento notturno...

Donna 3: Il ritratto è magnifico. C’è, però, una stranezza: gli occhi, gli occhi di mio figlio. Non sembrano i suoi. Guardano lontano, sono fissi su un punto, come se avesse scoperto una cosa straordinaria e non riuscisse a… a contenerla. Questi occhi, li ho già visti, dove? Cara, ora c’è qualcosa che turba anche me...

Donna 4: Andiamocene!

Vincent: Quell’uomo, l’olandese, aveva un fratello?

Donna 3: Oh sì, si amavano, hanno lasciato un epistolario bellissimo. Non aveva fortuna con le donne.

Donna 4: Io ricordo il film!

Vincent: Il film?!

Donna 4: Con Kirk Douglas. Ma lei... dove ha vissuto finora?!

Vincent: E... c’era una tela con una sedia vuota ad Amsterdam?

Donna 3: Oh, sì, una sedia, solo una sedia in una povera stanza.

Vincent: La sedia di Gauguin…

Donna 3: Dipingere una sedia, che matto quel Van Gogh!

 Vincent: Era la sedia dell’amico che amavo, quando mi abbandonò. Non ho dipinto la sedia… ho dipinto l’assenza, l’abbandono, il dolore, ciò che mi si negava ancora, forse giustamente. Ho dipinto ciò che non c’era più (a capo chino, umiliato).

Donna 4: Andiamo, è pazzo!

Donna 3: Non prima di averlo ricompensato. 

Donna 4: Ma quel ritratto non vale dieci lire…

Donna 3: Beh, faccio finta di darli a Van Gogh in persona. E’ una specie di... come si dice? ecco, di risarcimento dei danni morali inflitti a quel genio povero e solitario.

Donna 4: Ti ammiro, cara. Anche questi barboni hanno bisogno d’amore. (Fa altrettanto; lui le segue.)

Vincent: Ma belle signore, questo cappello l’ho tolto per buona educazione… (Risatine; rimane solo e pensieroso.) Amare, amore. Ci risiamo. Cos’è stato l’amore per me? Un animale. L’animale che non ho mai addomesticato. Ho camminato sul cristallo dell’amore come vento largo sul mare… Theo, fratello mio, non te ne scrissi mai. Ebbi paura del tuo buon senso e feci di testa mia. Per paura, sì, paura di te, dei tuoi principi così alti, così... celesti, che mi avrebbero impedito quelle contrade sconosciute, che ho battuto a piedi nudi con l’istinto di un animale. Sì, tu mi avresti salvato da quel primo fallimento. Ti nascosi apposta il mio primo innamoramento proprio perché tu non potessi farci nulla… Non volevo che costruissi una diga contro il fiume che ancora una volta mi straripava dentro. Follia? Cos’è un uomo senza follia? E’ un legno senza tarlo, un serpe senza veleno, una strada senza accidenti, un prato senza rovi, una croce senza chiodi: materia inerte, primordiale, imperdonabile, dove non puoi appenderci un Cristo o stendere un balsamo per lenire la ferita. Che ne fai di ciò che non si può plasmare? Un mondo che non è più un mondo, una vita che non è più vita. Non c’è un bene dal quale si redime, dal bene non c’è ritorno… E’ un viaggio di sola andata. So già cosa obietterai con sdegno: che sto facendo l’apologia del male con il disprezzo del bene… No, no, no… No, è qualcosa di più sottile. E’ il rifiuto di un bene moscio, che assomiglia all’assuefazione, alla mediocrità, ai beni ereditati da scialacquare. Quei cinquanta franchi allegati alla tua, ogni volta... li custodisco, li amministro come acqua rara e preziosa nel deserto; solo il deserto fa miraggi… L’ho puntato, lo sguardo, dove Dio veniva subito incontro… nella miseria, nell’ingiuria. Ecco cosa sono stato io, Vincent Van Gogh: figlio del sangue e della luce, e ovunque guardavo io li vedevo… li vedevo, e ce n’erano ogni volta così tanti che non riuscivo nemmeno a contenerli! Il sangue e la luce… già quand’ero nel Borinage… Per nulla il Consiglio Ecclesiastico volle sbarazzarsi di me?

Capisci, finalmente, perché l’amore poteva solo prendersi gioco di me? Lui così alto e nobile, io così irruente e cialtrone. Così, quando mi innamorai la prima volta, non te lo scrissi, e la mamma non seppe nulla. Quando mi dichiarai ad Ursula ne ebbi in risposta una beffa: era già di un altro uomo!(Ride beffandosi di sé.)

Non me n’ero nemmeno accorto... Liberai le briglie del cuore al vento, e l’auriga sbandò paurosamente con le ruote all’aria.(Pausa)

Per fortuna i matti cadono sull’erba... Sì, Theo, ho cercato l’amore come ho cercato la verità, e alla fine del tragitto ho trovato sempre e solo un dolore.

Diventavo sempre più triste, allora mi sfogavo nel disegno. Ricordi le parole della mamma? “Vincent ha fatto parecchi bei disegni... Questo meraviglioso talento potrà diventargli prezioso.”* Prezioso! Anche la mamma voleva prendersi gioco di me? Vivo nella miseria, in una città che non conosco, tra gente cieca e frettolosa, che per poco non mi calpesta. (Ha un’intuizione.) Sarò più scaltro! Cambierò vita! Sarò più uomo del tempo, se soltanto capissi meglio in che tempo sono... e più a tempo!

Più astuto, veloce, agile! Già! Stavolta non mi calpesteranno. Li batterò sul tempo, questi signori passanti, e i creditori… anche quelli.

(Altro boato in lontananza, altra ondata di passanti dal metrò lo investe sballottandolo.)

Devo capire che mostro è che li vomita così.

(Va giù. Dopo un po’, ritorna anche lui  come trasportato dai passanti.)

Dove andate? Chi siete? Ehi, gente! Un momento, signori, signori! Ascoltate... Esigo una spiegazione, per Dio! (Rassegnato) Un mondo che ha fretta, dunque. Per andar dove? Devo forse perlustrare in tutte le direzioni? Un mondo sputato da un mostro di ferro che viaggia nelle viscere della terra, un mondo che soffre una sofferenza che non avverte... Un dolore diverso, inutile, senza redenzione.

Entra di nuovo l’ambulante.

Ambulante: Ah Van Gogghe! A chi predichi, agli uccelli? Qui semo a Roma, mica nella campagna olandese. E tu chi te credi di esse’? San Francesco? E pensa de meno, ah Socrate! Sta’ calmino, sta’ calmino. Ripòsate ’n’oretta. Tie’, magna un po’.(Gli dà un toast caldo.) La sai l’ultima? Ho appeso il ritratto al carretto e mo’ tutti te cercano! Bravo, cce sai fà co’ la spazzola. Sai che tte dico? Me daresti ‘na botta de vernice all’appartamento? Nun risponni? Beh, magna pure, magna, ma sta’ bono, sta’ bono... Cce vedemo stasera. Bono, bono...


Atto Secondo

Sera, scena soffusa di luci gialle e blu. Si scorgono insegne spente; Vincent è solo.

Vincent: Theo, un’anima buona, come se ne trovano tante in ogni luogo, mi ha sfamato. Ma, ecco, ben altra notte incombe ancora su di me. Non è la stessa notte di allora, quando fuggii da Breton, vagando tre giorni per terre sconosciute e selvagge, terre mie, però. O forse le terre sono di tutti, basta poco, un pezzo di pane spezzato e diviso.

Soltanto, io so che qui non potrei dipingere Dio. Ricordi le mie parole? “... ho un bisogno terribile di religione, allora vado di notte a dipingere le stelle.”

(Passanti frettolosi indifferenti) Qui non vedo nessuna stella, nemmeno loro ne vedono mai... Guardano tutti per terra, in questa città. Se osano guardare in alto, sono travolti da mostri vaganti…

Una volta mi paragonai a un uccello in gabbia; credo che gli uomini abbiano escogitato una nuova gabbia, più subdola e potente: è costruita con le sbarre della loro stessa libertà...

Si accende un’insegna alle spalle; Vincent la vede. Irrompe uno strillone.

Strillone: Edizione straordinaria! Comprate “La Civetta”! Edizione della sera! Edizione straordinaria! Maniaco violenta vecchietta, cadavere nel Tevere! Il Mostro dei Fori colpisce ancora!

(I passanti si fermano, comprano, leggono avidi, commentano sdegnati.)

Edizione straordinaria!! Gli Iris di Van Gogh battuti e venduti per 70 miliardi!! Clamoroso all’asta di Sotheby’s!!

Vincent accorre.

Vincent: Cosa hai detto? Ripeti, figliolo!

Strillone: Meno male che me chiamano strillone, ah mister barbetta rosolata... mo’ stùrate il timpano. Gli Iris di Van Gogh venduti per 70 miliardi!!! Leggere per credere, signori e… comprare per leggere, così vi togliete lo sfizio... “La Civetta”! Edizione straordinariaaa!!

Un altro signore compra il giornale; la foto degli Iris è in prima pagina, a colori. Vincent la vede sbalordito.

Vincent: Ma… sono i miei “Iris”…

Sguardo ostile del signore che si allontana da lui.

Signore 1: Maledetto! Ha colpito ancora, stavolta con un punteruolo! E le forze dell’ordine stanno a guardare. E’ il quinto delitto in un anno e sempre nella zona dei Fori.

Signore 2:  Io li sbatterei tutti in galera questi barboni vaganti! (Lo guardano in cagnesco, come se fosse il colpevole.) Una vecchietta! Creatura inerme! Vigliacco!

Vincent compra il giornale.

Signore 2: Ha comprato il giornale!

Signore 1: Vorrà sapere a che punto sono le indagini... per sviare i sospetti.

Signore 1: Addirittura! Allora indaghiamo. Ehi, tu, perché hai comprato quel giornale?

Vincent: (Euforico) Gli Iris, gli Iris di Van Gogh, ma non capite? I miei iris… Dove li hanno battuti? Chi li ha comprati?

I due lo guardano sempre più sospettosi.

Signore 2: Un vagabondo con la passione dell’arte... L’arte di uccidere! Tutti uguali... Cosa ti dicevo? Vuole sviare i sospetti. Guardalo negli occhi: sono fiammeggianti, luciferini. Prendi nota. Servirà alla polizia per l’identikit dell’assassino. La mano... Guarda, ha la mano ancora rossa di sangue!

Signore 1: Cos’è quella macchia rossa, barbone?

Vincent: Oh, lascio i tubetti sempre aperti.

Signore 2: Il terzo delitto lo commise lasciando aperti i tubi del gas di un povero vecchietto che viveva da solo!

Vincent: I tubetti dei colori. Mentre infilavo la mano nella valigia. Devo aver premuto il tubetto  e mi è schizzato sulla mano!

Signore 1: Premevi?!

Vincent: Sì, premevo, forse distrattamente ho forzato la presa, e la sostanza è schizzata...

Signore 2: Basta, basta. Ce n’è abbastanza. Andiamo ad avvisare la polizia!

Buttano il giornale, corrono.

Vincent: Sì, sono i miei Iris. Un altro Van Gogh, altri Iris? Cosa sta succedendo? Theo, fratello, sei lontanissimo o perduto per sempre? Se si andasse verso un ritorno, sarebbe bella persino la morte... E cos’è la realtà? Tutto si confonde, tutto è immerso nell’inganno. Non ci sarebbe la realtà del mondo se non avesse una logica che non è dei nostri occhi soltanto! Discussioni sciocche, che non ho mai amato... Ti scongiurai di dirlo al signor Aurier… ero a Saint Remy, in aprile... Ed io la vedo, sì, la vedo ancora! (Come in estasi) Presto, Theo, mandami 10 bianco zinco, 8 verde smeraldo, 5 cobalto, 6 verde veronese, 7 blu di Prussia... e 7 pennelli di puzzola, 10 metri di tela... Che altro? Presto! Aaaah! Sette pennelli di puzzola... 10 metri di tela... come possono bastare per raggiungere e imbrigliare quella luce inaccessibile? Lo spirito delle cose? Ciò che sempre si trasforma nel corpo del mondo... “il nodo d’oro che tiene in sé il segreto”… diceva Leonardo…

Amavo Mauve. E morii quel giorno di maggio che dalle dune tornai a casa da solo. Avevamo camminato insieme, io e il mio maestro. Avevo un brutto carattere, per Anton Mauve. Come per Gauguin. Per papà, per te. Mauve mi rimproverava persino... persino... perché lasciavo il pennello e proseguivo dipingendo con queste dita! Che glie ne fregava? E Mauve, mi amava Mauve? Gauguin, mi amava? Tu risponderesti, dall’alto della tua sapienza e della tua bontà, che ama chi rimane. Mauve e Gauguin non mi vollero più, non rimasero, forse non mi amavano? Semplice eppure falso. Mi amavano, Theo, mi amavano, e con tanta più forza, comprensione, rispetto. Furono  vento propizio alle mie spalle, anche se non fu sempre una carezza. Grazie a loro io fiorii. Quando Mauve morì, feci per lui un pesco in fiore. No, non era Mauve, quell’albero: ero io grazie a Mauve. La sua vita, la sua opera, innestati nel mio giovane tronco. Io, fui io, nessun altro ad ubriacarmi. Fui più presuntuoso di Mauve, di Gauguin, di Israel. Cercai ciò che essi non cercarono. Avevano paura dell’abisso? Spaccai il cuore delle cose. Le aprii come il guscio di una noce. Feci esplodere le particelle. Sì, sto per dirlo, alla fine: cercai quel volto che non ci è dato di vedere. E’ la ragione dei miei occhi allucinati. Io lo vedevo, lui mi sfuggiva, ora sembrava  sfumare, ora rimpicciolire, ruotare, ghermire. Giocava con me… il volto della quintessenza! Accecai perché puntai direttamente la fonte.

Ne vuoi di più? Prendi la figura curva di Mauve al lavoro nei campi... Il ritorno a casa dai campi... Lo feci anch’io. Ma non mi bastavano: le mie due contadine che vangano a Drenthe. Forse anche per te quelle povere contadine scavano nella torba. E sbagli. Pregano! E il cielo del crepuscolo si apre ad una luce, un sussulto. Finché pregano non è mai notte. Sì, anche lì andai oltre, più dell’Angelus di Millet. Ora finalmente sai fino in fondo il demone che mi pervase...

Irrompe il bullo.

Bullo: Barbetta, oooh, barbetta! Il tempo è denaro, oooh! Io te proteggo e tu sparisci come un fantasma. Così me ricompensi? Nun te piaceva l’entrata der metrò? Tu lasci la zona mia ch’ è ‘na miniera d’oro e te ne vieni qui, nella zona più critica?! E te metti a recità poisie? E te vojo che me predichi da mattina a sera: te sei scelto la piazza degli Artisti! E chi sei, Van Gogh? Oooh! Er cappello! In manooo! (Glie lo toglie dalla testa e glielo mette di forza in mano.) Nun te lo toglie’ dalla mano, capito? Me vôi fà morì de fame?(Poi con persuasione) Se hai voglia de girà, di tanto in tanto, quanno te stanchi, te siedi a ‘n’angoletto trafficato, t’accucci cor cappello mmezzo alle gambe e aspetti. Oooh, e quanno ‘mpari?! Sei mica rigazzino! E pure quelli ce sanno fà... Se voi stà qua, stacce pure, però me tocca divide’ l’entrate cor capo piazzaiolo. In Italia semo organizzati. Cche te credi? Mica semo in Olanda... Artro che olio de semi, qui semo mejo. Qui semo all’olio d’oliva! Ber posto, ber posto! Cce trovi ’a gente strana, scoppiata, l’amanti dell’arte, li matti e li snobbe. Da’ retta a me: ppe’ l’elemosina cce vo’ gente comune, ’a gente de tutti i giorni.

Quella che nun capisce gniente. Che tte dice: “’Sti barboni fanno schifo!” e nun t’ammolla gniente! Oppure, improvviso, gli s’apre er core e dice: “Poverino, cc’è o cce fa? Coscienza sua! Io la mia me la sgravo e quarcosa gliela do” e t’ammolla mille lire, dumila... (Sempre più persuasivo) Ragiona: su mille passanti, cc’è un 10% cco’ la coscienza, no? Va be’: (Numerando con le dita)la crisi dei valori, nun c’è religione, chi se fa l’affari sua, la caduta delle ideologie, mettice pure er materialista incallito, ‘a bestia e basta, beh, arrivamo a 90% , non di più. Un 10% de gente perbene cc’è o nun c’è? Mortiplica, dividi. Te ne rimangono cento su mille, a mille lire l’una. Ponno esse’ centomila tonde, ooh, nun se scherza! E tu me lasci ’a metropolitana ppe’ l’artisti. Da’ retta a me, barbetta: l’arte, nun ci annà appresso, che morimo de fame tutti e due!

Entra l’ambulante con un codazzo di clienti.

Ambulante: Van Gogghe! Amico mio! Mo’ cambio licenza. (Al bullo) E questo chi è? Oh, giù le mani dall’amico mio, malandrino. Io te conosco, che tra miserabili nun ce sfuggìmo. Questo nun è un barbone come tutti l’altri. Va’ via, sciò! (Lo scaccia in malo modo.) Sei duro de coccia, eh? Se te ripresenti, te metto la lozione, via, via!

1: La foto della mia bambina...

2: La buon’anima della mamma, mammina mia!

3: A me invece me devi fà in carne e ossa!

4: (Napoletano) A me san Gennaro, fatto a mano. Sa com’è, san Gennaro è un santo umano. Ama l’originalità, sennò non quaglia!

5: (Aria da professoressa) Io, maestro, l’aspetto a casa per il ritratto di famiglia.

Vincent sorride, fa cenni di consenso a tutti.

Vincent: …però, adesso, sono stanco!

Si leva un coro di “poverino”.

Ambulante: Capito? Van Gogghe è stanco. E’ lo sforzo ppe’ realizzà ‘ste mie aggrovigliate fattezze! Lo cercàmo domani. (Rivolto a lui teneramente) Mo’ riposa, riposa in pace, tròvate un bel sottoponte, ch’è più sicuro de la stazione Termini. Tutti quei drogatacci! A domani e buona notte, Van Gogghe!! Dormi bene, che quanno te svegli me devi fà ‘na ritoccatina alla mascella...

1: Ma, poverino, è ferito!

Ambulante: Macché, è ’na macchia.

2: Sembra che gli sanguini la mano...

Ambulante: No, no, no! Voi non v’intendete de arte. Vi dico che si tratta di un tubetto di colori o de ’na pennellata distratta. Il nostro Van Gogghe, come ogni vero artista, sta sempre un po’ con la testa fra le nuvole, vero, Van Gogghe? Che siete tutti un po’ picchiatelli?

Van Gogh: Non tutti.

Ambulante: Come? Come?

Vincent: Una notte di novembre ho percorso settanta chilometri a piedi fino a Courrières per conoscere Breton. (L’ambulante esibisce con smorfie la soddisfazione per la lunaticità di Vincent.)

5: Breton... Vuoi dire Jules Breton? Il grande pittore? E allora?

Vincent:  Non ebbi il coraggio di entrare nella sua casa. Troppo ordinato, troppo pulito il suo studio. Doveva essere un altro uomo, non l’uomo che avevo immaginato, o una proiezione egoistica di me stesso. Così me ne sono scappato. Per i campi, giorni e giorni...

Ambulante: Che potenza, amici miei, che potenza er pittore mio. Sentito bene? Settanta chilometri a piedi, a novembre, mica a primavera, coi fiorellini nei campi… e nei ghiacci der Beneluxe, affamato, mica come Clinton che faceva il footing a Villa Borghese qui da noantri. E’ un record, da Guinness, vi dico. E perché? Perché Brettolone nun era zozzo comme lui… come so’ zozzi tutti li veri artisti.

Vincent: No, no, amico mio. Il demone non entra nelle dimore pulite. Fu il mio demone a fuggire. L’eterna lotta.

5: Eterna lotta? Che lotta?

Vincent: Tra il demone e l’angelo.

Ambulante: Ahò, che parole! (Si sputacchia e si strofina le mani.) Mitico, mitico er pennellone mio!

5: Però, ci sa fare nella parte di Van Gogh.

4: Secondo me è un caso di reincarnazione. Se è vero come è vero che il sangue di san Gennaro s’aggruma e si quaglia, questo fenomeno è la prova della metempsicosi; quindi ci è dato per ogni corpo terrestre, onde per cui squaglia e s’aggruma in perpetuo tutta la materia: tutto si trasforma!

5: Tutto si conserva, vuoi dire, perché a me questo pare proprio lui.

4: Se fosse proprio lui, che è venuto a fare?

5: E poi lui si è suicidato: un colpo di pistola. Per il dolore non ha retto nemmeno il cuore del fratello.

Vincent: Theo? Non... non ha retto?!

5: Sì, Theo è morto, sicuramente di crepacuore, sei mesi dopo di lui.

Vincent: (In crisi)  Theo, Theo, io ti ho ucciso, io che volevo salvarti risparmiandoti la mia disperazione.

3: Poverino, sembra davvero addolorato.

2: Non ci capisco più niente. E’ un caso patologico...

5: Identificazione maniacale...

Ambulante: Ragazzi, che storiaccia gagliarda... Che goduria! Quanno la racconto ai nipotini, d’inverno, davanti al caminetto, co’ ’na bella pignatta de fagioli alla brace! Già me stuzzica l’appetito. Già intravedo ’n’altro filmaccio: “La notte dei morti viventi numero due”. Stavolta a ‘sto fisicaccio glie danno la parte de Kirk Douglas...

Vincent è ormai chiuso in sé stesso.

1: Lasciamolo riposare. Ha vagato tutto il giorno.

4: Chisto ha vagato tutta ‘a vita soja. Lo so io il film: “ La locomotiva dal volto umano”...

Vanno tutti via, tranne Vincent. Lascia la valigia al centro, gira, si blocca, sempre luci che sfumano tra il giallo e il blu.

Vincent: Theo, ormai è evidente che mentre dormivo qualcosa è accaduto. E se anche tu fossi ancora tra i vivi, in un posto qualunque? Che importa? Verranno gli aironi bianchi come allora e non sarò più lo stesso uomo. Gli aironi conoscevano la mia destinazione. Non te ne parlai mai. Avevo sedici anni, andavo per i campi; era la mia grande passione. Alzai gli occhi al cielo e li vidi: erano bellissimi! Si levavano a stormo, attraversavano il cielo mai così azzurro, lassù dove il mio sguardo voleva osare ma non poteva. In quel momento ho costruito dentro di me un cielo che potevo attraversare. Caddi al suolo svenuto e quando rinvenni la metamorfosi era avvenuta. Non ero più lo stesso uomo. Come oggi, una luce si accese per sempre.

(Alla sua sinistra, si accende un’insegna col nome “VAN GOGH”; è una galleria e casa d’asta. Vincent arretra spaventato.)

Van Gogh! Ancora lui... cioè io... Per fortuna, chiunque sia, o io o lui, la vita gli ha arriso. Forse lì dentro ce n’è abbastanza per soddisfare la mia curiosità. Se questo signor Van Gogh ha plagiato la mia opera e la mia stessa identità, me la pagherà! Io muoio di fame e lui... approfitta in modo così spudorato. (Si pente.) E se anche fosse? Dovrei esserne felice... La mia opera vive! Anche a rischio di non goderla, di non prenderne per me.

Guarda ancora l’insegna. Un signore apre la porta. La scena è sempre più chiara. C’è uno striscione: “VAN GOGH, 10 OPERE IMMORTALI”. Alcuni entrano, siedono. C’è un leggio con un martellino. Una finestra nelle pareti di fondo. Vincent vuole entrare.

Commesso: (Aggressivo) Il signore è provvisto dell’invito, o del biglietto?

Vincent:  Il biglietto? Oooh, il biglietto!

Commesso: Il biglietto si acquisisce dietro prenotazione e... per tempo! Perciò non è possibile entrare. E poi si tratta, oggi, di una sessione riservata!

Vincent: Non avevo alcuna intenzione di vendere la gioia. Non è stato mai importante per me.

Commesso: Signore, non capisco. (Volgendosi altrove.) Pezzente!

Vincent: Anche lei non capisce? Potrei parlare, per la prima volta da quando sono qui, con qualcuno che capisce?

Entrano altri ospiti, disturbati da quella presenza ingombrante.

Commesso: La prego, signore, si allontani!   Si munisca di biglietto e ritorni se vuole, perché vede, non abbiamo tempo da perdere con gli scrocconi.

Vincent: Io sono Van Gogh!

Commesso: Naturalmente, e io sono Picasso! La mostra “VAN GOGH, DIECI OPERE IMMORTALI”, resterà aperta un mese, prima che le opere ritornino ai proprietari. E... si lavi, signore. Qui esponiamo Van Gogh, non reperti di fossili e dinosauri, tra i quali lei non sfigurerebbe. Abbia il dovuto rispetto per la grande arte!

Vincent se ne va, ma torna subito, eccitato dal commesso.

Vincent: Mi dica, almeno, signore. Lei ha detto: “Van Gogh, dieci opere immortali”, vero?

Commesso: Già!

Vincent: Quali sono le dieci opere immortali?

Commesso: (Contrariato, incerto) Io faccio il commesso, non il critico d’arte! Se vuole vederle, torno a dire, si prenoti e si munisca di biglietto!

Vincent: Ma signore, non ho soldi per pagare, ho solo banconote francesi scadute del secolo scorso. Se lei proprio non vuole dirmi nulla né farmele vedere, c’è un altro sistema per saperlo.

Commesso: Ah! Ossia?!

Vincent:  Mi dica almeno le opere mortali, così saprò che quelle che rimangono sono le dieci immortali!

Il commesso accusa il colpo e scuote la testa. Colpo di martello del direttore; si apre la sessione; il commesso chiude nervosamente la porta in faccia a Vincent.

Direttore: Signori collezionisti, ammiratori del grande maestro olandese! La casa d’aste ha ritenuto giusto aprire in esclusiva a voi questa prestigiosissima esposizione.

Qualche parola di circostanza è d’obbligo, dopo le dotte e abbondanti relazioni ascoltate a Roma in questi giorni dai più autorevoli critici d’arte del mondo.

(Vincent spia e origlia dal buco della serratura. Non è soddisfatto.)

E’ di queste ore la notizia di una vendita record degli “Iris” di Van Gogh per la… modesta cifra di settanta miliardi. L’evento ci conferma il valore inestimabile anche delle opere qui esposte: “I mangiatori di patate”, “Quattordici girasoli in un vaso”, “La sedia di Gauguin”, “La sedia di Van Gogh”, “Notte stellata e cipresso”, “Ritratto di Madame Roulin”, “Autoritratto, con cappello di feltro grigio”, altro “Autoritratto”, “L’Arlésienne”, ovvero Madame Ginoux e “Pesco in fiore”. Le opere ci sono state magnanimamente, eccezionalmente e provvisoriamente, purtroppo, (risatine) concesse dai più celebri musei e collezionisti del mondo, che non ci stancheremo mai di ringraziare. Soprattutto, cosa ormai impossibile, ognuno di noi vorrebbe ringraziare l’artista che le ha concepite. Se egli fosse qui in mezzo a noi(solenne, commosso) gli diremmo devotamente, come a Dio stesso: grazie Vincent Van Gogh!

Vincent entra spalancando la porta come un fulmine e avanza fieramente.

Vincent: Non fa niente, buon uomo! Mi bastano le tue parole, le tue scuse. Vi perdòno tutti quanti. Mettiamoci una pietra sopra...

Stupore, clamore, scambiato da Vincent per contrizione.

 Direttore: Cacciate questo selvaggio! Presto!

(Sbattuto fuori)

Signori, vi prego di accettare le mie scuse. Sono addolorato per l’incidente. Oggi le strade di Roma pullulano di sbandati. E’ la nostra democrazia malata, e pur sempre, ehm, un sintomo di democrazia, che deve destare in noi un senso di umana pietà. Anche il nostro Vincent vagò stanco, solo, deluso e affamato (con tono santocchio) come questo poveretto. Egli, e soltanto egli, avrebbe il pieno e autentico diritto di sedere in questa assise per illuminarci ancora e raccogliere quella fortuna che la vita e la nostra cecità si ostinarono a negargli ripetutamente.

(Vincent si dilegua nel retro.)

Il vostro amore per l’arte sia eguale alla vostra compassione; è anche questo un modo per onorare il grande maestro olandese. (Applausi) La casa d’aste vi ha, difatti, invitati in anteprima quali clienti e autorevoli appassionati nel panorama del collezionismo mondiale. Procediamo. Quelli alla vostra sinistra sono due autoritratti del genio olandese. Ammiràteli e scoprite con quanta introspezione il maestro catturasse la sua stessa sofferenza, l’intensità del suo sguardo, senza alcuna indulgenza.

Lì, in quei volti, in quegli occhi, c’è tutto l’uomo. Potrei addirittura dire, e lo dico: ecco a voi Van Gogh!

Dalla finestrella si affaccia Vincent del tutto simile all’autoritratto con cappello di feltro grigio, che fissa il pubblico.

1: (Signora in preda al panico) Il defunto! Aaaah!

2: Redivivo!

3: Si somigliano come due gocce d’acqua!

4: Sì, identici, sembra uno scherzo...

5: Per me è un fantasma.

Commesso: Ma no, calma, signori. E’ lo straccione di prima.

Direttore: Calma, calma. E lei, lei vada via!

(Ma Vincent s’intestardisce e rimane; il commesso è incerto se correre alla finestra o sul retro del locale.)

Insomma, cosa vuole?! Per l’amor di Dio...

Vincent: E’ ben poca cosa ciò che chiedo, se considerate che tutto è mio.

Direttore: (Sorrisetto per rabbonirlo) Così è tutto suo, lei vuol dire... insomma lei si sente il padrone!

Vincent: Raramente un grande artista è padrone della sua stessa fortuna, ma questa è sicuramente opera delle mie mani, per Dio!

Arnheim: Il barbone è un uomo senz’altro divertente. Questo gioco comincia a piacermi...

Direttore: A me comincia a stancarmi! Commesso!

Arnheim: Un momento! In fondo cosa chiede quest’uomo? Chiede di vedere, di ascoltare, di esserci. Perché non ha il denaro per pagare l’entrata...

Direttore: Appunto. Quindi, fuori!

Vincent: Ci sono già, signore!

Commesso: Niente scrocconi, qui! Adesso te lo faccio vedere io...

Arnheim: Lo lasci stare! Pago io per lui, ecco...

Direttore: Ma signor Arnheim… Beh, lei è uno dei nostri clienti più ambiti… Se lo desidera, l’intruso rimarrà, anche se la comune decenza ammonisce di ammetterlo in mezzo a gente perbene.

Vincent: Starò qui. E’ un posto di lusso, per uno che ha dormito sotto i ponti e nei pagliai.

Direttore: (Con ironia) Non ho nessuna intenzione di metterlo in dubbio! Ma l’avverto: se disturberà ancora la farò scacciare come un cane!

(Pausa, silenzio. Vincent sporge la testa rivedendo meravigliato le sue opere.)

Ecco, dicevo, signori. L’autoritratto, a destra del... del nostro insolito ospite, è un’opera del Van Gogh che risale al 1888...

Vincent: No, signore, si sbaglia. Lo feci nel 1886...

Altro sconcerto generale.

Direttore: Cooosa? Ancora lei...

Vincent: Sì, ricordo bene. Correva l’anno 1886. Ero da Theo, sul Boulevard Montmartre...

Direttore: Lei è un insolente! Cacciàtelo! Fuori dai piedi...

Arnheim: Ma Van Gogh fu veramente ospite del fratello in Boulevard Montmartre. E’ il caso che lei controlli le sue date...

Direttore: (Controlla le carte nervosamente; poi ancora più a disagio..) Signori, sì, un piccolo errore, vogliate scusarmi; in effetti l’autoritratto è del 1886... (Mormorio in sala, occhiatacce del direttore a Vincent.) E il pittore, difatti, abitava con Theo... precisamente in Rue Victor Massé...

Vincent: Lei ha sbagliato ancora, signore! Abitavamo in Rue Laval!

Direttore: (Isterico) Quest’uomo è un ciarlatano. Posso… posso dimenticare una data, ma so leggere e leggo bene: Rue Victor Massé! (Mostra il catalogo.) Lei ha passato ogni limite... Fuori l’intruso!

Vincent: Eppure vi dico: era Rue Laval!

Cliente francese: Monsieurs! Io posso chiarire l’equivoco e nello stesso tempo prendere forzatamente atto che qui dentro, oggi, sta accadendo qualcosa di strano, di incredibile… o forse terribile (in tono più dimesso). Credo che quest’uomo abbia ancora una volta ragione. Abito a Parigi, amo l’arte e Van Gogh, conosco a memoria le vie e le strade della sua vita. Rue Victor Massé è una denominazione recente, ma allora, ai tempi del pittore, si chiamava proprio Rue Laval...

Mormorio, stupore, occhi puntati su Vincent, timorosi.

Vincent: Fu allora che conobbi Monet, e Pissarro, e Degas, e Renoir...

Direttore: Non esageri ora, e nel ringraziarla per… l’ulteriore precisazione, le rinnovo l’invito a tacere!

Arnheim: Quest’uomo, comunque, è sconvolgente. Non è affatto un male che rimanga in mezzo a noi, viste le sue particolareggiate conoscenze del pittore olandese. Rimanga pure al suo posto e ci illumini quando può… (Poi rivolto al direttore…) Noi paghiamo, e profumatamente!

Un altro: La presenza se l’è guadagnata sul campo!

Direttore: (Rassegnato) Sia fatta la vostra volontà, signori.

L’opera “La notte stellata” ci è stata concessa dal Museum of Modern Art di New York. Notate le piroette del blu e le tonalità incantevoli che assume, certo comunque non idilliache come, per esempio, nell’“Esterno di caffè di notte”...

Vincent: Incantevole e idilliaco un corno!

Direttore: Commesso! Una buona volta...

Arnheim: (Su tutte le furie) Fate parlare quest’uomo!

Direttore: Uno straccione!

Arnheim: Sono abituato a giudicare gli uomini dal valore delle loro idee e dal coraggio delle loro azioni, e quest’uomo ne ha da vendere!

Tutti: Parli pure! Sia concesso! Avanti! Ascoltiamolo!

Vincent: Non siate presi del tutto dalla notte, signori. Per me fu soltanto un pretesto per esaltare le virtù della luce. Nel giorno la luce delle stelle ci sfugge, è invisibile, ma c’è, e noi non siamo abituati a eludere i limiti del nostro sguardo. E’ il vostro vero male. A voi necessita la notte, e io ve l’ho data. Anch’io ho avuto bisogno della notte…ahimè, sento di venire da una lunga notte, una notte impazzita, sfuggita al controllo delle leggi della natura. Ma se c’è tanta notte, trionfano quelle poche luci, proprio come nel deserto si esalta quell’oasi sperduta.  In un tempio oscuro vince quell’unica candela sull’altare; quella fa strada al pellegrino esausto. La notte è ricca di azioni, di colori, non è più la nostra notte, è il Dio nascosto della vita, ah, la grande vitalità della notte... Il cipresso ondulato! Guardate, nemmeno lui ha pace, imperversano i vortici gialli e blu della notte. La realtà è la preghiera sfacciatamente silenziosa di tutte le cose. Se non sapete guardare oltre, voi siete ciechi, ciechi!

Cade il silenzio.

Direttore: La messa è finita! Il signor Van Gogh è soddisfatto del suo sermone? Vada pure in pace, ora!

Vincent: ... altrimenti perché ho ritratto Eugène Boch su un fondo stellato?

Arnheim: Ricordo, ricordo bene quel ritratto... ma non sempre è così: il dottor Gachet è su un fondo cupo dove io non leggo nessun trionfo, signor... Van Gogh!

Vincent: Ah, Gachet, mio fratello... Ma allora per me facevano luce i suoi occhi. Poi, subentrò la quiete dopo la tempesta. Lo rifeci, con più luce, più vita intorno, mio fratello Gachet...

Altri: Suo fratello?!

Arnheim: Sì, l’ha rifatto. Ci sono due versioni. Quest’uomo sa troppe cose... Sembra che ne sappia più di noi tutti su Van Gogh!

Cliente francese: Il quadro è a Parigi, al Museo d’Orsay...

Vincent: Incarcerato nei vostri musei.

Direttore: Come osa? I musei non sono carceri e sono aperti al pubblico!

Vincent: ...ma la loro solitudine e la vanità della bellezza non li uccidano del vostro perfido male: il vuoto, finché la loro anima non prevarrà sull’austerità dei luoghi, e l’ignaro visitatore dei musei non capirà che sono figli del sangue e della luce.

Direttore: I musei sono il tempio dell’arte!

Vincent: I miei quadri nacquero umili e poveri come Gesù Bambino. Nacquero nei pagliai. Odoravano di sterco di vacca. Sono figli per sempre del sangue e della luce. Voi avete trasformato la santità nel tempio, la verità nel dogma.

Arnheim: Quest’uomo è ispirato.

Direttore: Quest’uomo è pazzo.

Altro: Sarebbe stato un gran predicatore.

Vincent: Lo ero, ma mi hanno scacciato dal tempio. I ladroni e i mercanti hanno preso il sopravvento su colui che li ha fustigati.

Direttore: (Batte alcuni colpi.) Signori, basta con questa messinscena! Quest’uomo è un mentitore, un istrione, seppure geniale!

Arnheim: Un istrione geniale? Se lo fosse, sarebbe già titolo sufficiente per ammetterlo in mezzo a noi. E come spiega, la Signoria Vostra, tutta la sapienza di quest’uomo?

Direttore: Signor Arnheim! Vorrebbe forse asserire che in questa fatidica data Van Gogh… vive ancora? Oggi Van Gogh avrebbe... avrebbe... non oso nemmeno pensarci!

Altro: Più di 130 anni!

Direttore: Dunque cessi questa ridicola commedia! Nessuno è mai vissuto così a lungo e, soprattutto, nessuno è mai ritornato dai morti.

Vincent: Le dispiacerebbe?

Direttore: Questa è una rispettabile casa d’asta non una chiesa, signor Van Gogh! (Corregge subito la gaffe.) Van Gogh! Macché Van Gogh! Signor… signor... qual è, accidenti, il suo vero nome? Ce lo dica una buona volta.

Vincent: Vincent Willem, usi pure il nome, è più confidenziale.

Direttore: Bene, signor Vincent Willem...

Altro: Badi, signore, che Vincent Willem è l’esatto nome anagrafico di Van Gogh!

Direttore in stato ormai confusionale.

Arnheim: Piuttosto, non ci ha ancora spiegato come quest’uomo, un barbone, sappia tante cose sul pittore olandese.

Direttore: E’ molto semplice, mio caro e curioso cliente, professor Arnheim. Su Van Gogh sono stati scritti molti libri e cataloghi. La sua vita, ormai, è sotto gli occhi di tutti. E’ di dominio pubblico. Quest’uomo deve avere appreso dai libri, come chiunque!

Arnheim: Eppure le sue parole, le sue intuizioni...

Direttore: E’ un ciarlatano! Che ne sappiamo di lui? Quest’uomo potrebbe persino avere commesso dei... dei delitti!

Disapprovazione del pubblico.

Arnheim: Quando è così, non resta che un’ultima tentazione.

Altro: Si spieghi, Arnheim...

Arnheim: Se quest’uomo è Van Gogh, gli si diano una tela, un pennello, una tela e dei colori. Mettiamolo all’opera!

Tutti: (Come invasati) All’opera! All’opera! All’opera!

Direttore: Mi rifiuto! Il tempo è denaro. Questo non è un gioco. Io, soltanto io, sono il responsabile.

Arnheim: Appunto, il tempo è denaro. Se quest’uomo fosse soltanto simile al grande Vincent, egli ci regalerebbe un’altra opera immortale, dal valore incalcolabile. Dunque, sia messo alla prova!

Tutti: Alla prova! Alla prova! Gli sia dato il necessario!

Vincent: Non occorre! Porto già tutto con me...

Scavalca la finestra con la valigia e il cavalletto; inizia a pennellare; vari commenti.

Pubblico: Rifacci gli “Iris”!

Ma no, preferisco “I girasoli”!

Il Papa!

Sì, il Santo Padre!

La Madonna!

Una gran dama romana!

La famosa contessa Zerbellini!

Arnheim: Lasciamo il soggetto alla libera scelta dell’artista!

Pubblico: E’ così sereno e disinvolto!

Gli brillano gli occhi...

L’orecchio sinistro, ne manca un pezzo! Oh, sembra lui...

Che serata emozionante! Impagabile! Non mancherò di farmi sentire presso la Direzione della Casa!

Irrompe nella sala un commissario di polizia seguito dagli agenti.

Commissario: Fermi tutti! Signori, siete in grave pericolo! Abbiamo ricevuto una segnalazione. Stiamo cercando il sanguinario Mostro dei Fori.

Direttore: Commissario, la informo doverosamente che la rispettabile Casa d’asta da me rappresentata ha voluto offrire a questi prestigiosissimi ospiti internazionali un’anteprima di dieci celebri opere del grande Van Gogh! E lei…

Commissario: (Prima punta gli occhi su Vincent, che continua a dipingere imperterrito.) Ed io per voi, in anteprima, ho una grande notizia. Siatene pienamente orgogliosi: il Mostro dei Fori è in mezzo a voi!

Uno svenimento.

Direttore: Commissario, si spieghi meglio! Qui c’è solo gente perbene. Prestigiosi collezionisti! Risparmiatori che investono nell’arte la parte più cospicua dei loro guadagni. La invito a parlare con maggiore rispetto, altrimenti  finiremo sui giornali di tutto il mondo e l’immagine della Casa sarà irrimediabilmente compromessa.

Commissario: Non ne dubito, non ne dubito, signor direttore, ma noi stiamo cercando l’assassino!

Direttore: (Irritato) Questo losco sospetto non suscita in me alcun entusiasmo. Sappia che la Casa non mancherà di farsi sentire nelle sedi più opportune. Ora, prego, perquisisca e accerterà che tutti i presenti sono persone degne del massimo riguardo.

Commissario: (Indica Vincent.) Tutti?

Direttore: (All’improvviso meno sicuro) Tutti! Cioè, quasi tutti...

Commissario: (Gironzolando, con l’obiettivo finale di puntare su Vincent.) Corre voce che un barbone, il cui identikit ci è noto, si aggiri ora in questa piazza, con le mani ancora macchiate del sangue del suo ultimo delitto.

Si avvicina a Vincent, lo scruta, lo confronta. Vincent comincia a dare segni di nervosismo.

Pubblico: La mano, l’abbiamo vista tutti, è macchiata di sangue!

Commissario: Prendetelo! Presto! E’ lui!

Vincent fugge, scavalcando la finestra; agenti all’inseguimento per la stessa via…

Pubblico: Il mostro! Il mostro! Il mostro è in mezzo a noi!

Un’anziana signora: Oooh, mi avrebbe stuprata...(Sviene.)

Arnheim: (Ironico, alla svenuta) Era un timore o un desiderio?

Signora precedentemente emozionata: Emozionante! Sempre più emozionante! Direi: irripetibile! La Direzione mi sentirà.. Oh, vorrei svenire anch’io, ma, accidenti, non mi viene mai naturale!

Scompiglio generale. Quando tutto si placa, Arnheim si avvicina al cavalletto di Vincent; il direttore ripristina l’ordine.

Direttore: Professor Arnheim, il suo istrione geniale! Ora sarà ben soddisfatto delle sue intuizioni… Povera casa d’asta! Io lo dicevo! Un maniaco, un mostro, accolto con tutti gli onori come se fosse Van Gogh! Finiremo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo... Bel colpo! Ed io sarò licenziato. Questa è la conseguenza della mia indulgenza... Ora, però, credo sia il caso di sospendere questa sessione. Spero non ci siano più pareri contrastanti, finalmente, signori… (Ma tutti attendono da Arnheim il responso sul quadro di Vincent.) Completi pure la sua opera, professor Arnheim… Ci dica, cosa ha fatto il suo… Van Gogh?

Donna svenuta: Sì, sì, cosa? Sento che sto per svenire ancora...

Signora precedentemente emozionata: Felice di seguirti, mia cara...

Altro: Soggetto grandioso...

Direttore: Dunque, dottor Arnheim?!

Arnheim: (Sorridente, beffardo) Niente di quanto immaginiate, signori, e il disegno non è completo. C’è una faccia, una faccia misteriosa, da bifolco, con un bel grugno...

Direttore: Insiste nell’autoritratto, il vostro… Van Gogh!

Pubblico: Che delusione! Un illustre sconosciuto...

E io  pensavo al Santo Padre!

Io, invece, speravo che il suo occhio felino mi avesse catturata nel pubblico...

Arnheim: Certo lo speravo anch’io, madame! Tutta nuda, magari in compagnia della Signora Gadget e Madame Roulin, una suggestiva triade delle Grazie al bagno...

(Quella ci crede.) Dunque, signori, Van Gogh ritorna e ci regala un altro mistero, una nuova avventura dell’arte.

Direttore: La sessione è sciolta!

Ma irrompe l’ambulante con un quadretto in mano.

Ambulante: Van Gogghe! Van Gogghe! Dove te sei cacciato? Ah Vanni, amico mio, rivèlate ancora!

Direttore: Toh, uno dei mangiatori di patate è scappato dal quadro! E vengono tutti qui i miserabili! Avanti così, e dopo il mio licenziamento mi arruoleranno di diritto nell’Esercito della Salvezza.

Ambulante: Ahò, fringuello, e taci!Van Gogghe l’hai visto o no? Eppure è passato da ‘ste parti, giuro, ma l’hanno scambiato pel mostro dei Fori. Signori, l’avete visto? M’aveva promesso de ritoccà quarche particolare de questo mio volto gagliardo.

(La sala si svuota. Rimangono il commesso e l’ambulante che si avvicina al ritratto sul cavalletto.)

Dio bono! Ma questo so’ io, so’ io, come me vojjo io! E’ la perfezione! Questo l’ha fatto lui.

Commesso: Lei che ne sa?

Ambulante: Perché so’ io gagliardo e tosto, co’ la mascella alla Tyson toccata dalla grazia, ahò! Van Gogghe, Van Gogghe, amico mio, sei er più der più. Ndo’ cazzo è annato?!

Commesso: (Alla sala vuota, indicando l’ambulante come l’uomo del quadro.) Signori, ecce homo!

Luci blu, buio, la scena si svuota. Torna Vincent con la pipa.

Vincent: Theo, io ero folle, ma ora so che Dio nel frattempo ha trasformato tutto il mondo in un manicomio. E mi consola che in questo caos sono il folle meno pericoloso, ma anche quello più a rischio, il capro espiatorio... Stanno per arrivare… vengono a prendermi… li sento… (Voci fuori campo)

Fratello, ho bisogno di te, un dannato bisogno di rivederti, e temo che questo desiderio passi attraverso un altro oblio; ma dopo, stavolta, forse ci sei veramente tu, ci siamo noi! Allora non temo più nulla per il mio povero corpo! Vedo già le catene, o una camicia di forza che stringe lo straccio di un abito. La partita è ancora aperta. Se accadrà, desidero ritornare Vincent, quel povero estroverso di Vincent che vide gli aironi bianchi. Un mio buon olio costerà soltanto un gruzzolo sufficiente per un buon banchetto. Non trovi assurdo che un quadro con un mangiatore di patate valga più della vita di un mangiatore di patate?!

Pazzo mondo più pazzo di me! I miei capolavori non mi potrebbero arricchire mai, e sai perché? La mia morte è per loro valuta pregiata. Ahimè, la mia unica ricchezza l’ho già avuta in dono dalla sorte, e la porterò sempre con me: questo, e soltanto questo, mi fa audace e sereno verso il nuovo oblio che mi aspetta.

(Accenna ad andarsene, fa pochi passi, ma ritorna indietro.)

Post scriptum: volevano che dipingessi il Papa, il volto della Vergine, il cupolone, Roma o una gran dama, io che ho fatto i mangiatori di patate, i lavoratori immersi nella torba... (risata) Cambiare registro di colpo. Il Papa: niente male per il figlio di un pastore protestante. Così gli ho dipinto quel povero cristo ambulante, uno che vende pane e salsiccia per tirare a campare.

Ho mantenuto la promessa. Gli ho fatto un grugno come voleva lui, alla... alla… come si dice? Alla Tyson! Cosa mi costava regalare un sogno a chi mi ha regalato un po’ di pane per nulla? E’ stato divertente, tutto molto divertente… Ma lascio ancora l’opera incompiuta, la mia nave è nel porto senza ormeggi, la mia tavolozza è più ricca, ora.

(Guarda la mano macchiata di rosso.)

Forse ho esagerato col rosso. Gli eccessi mi fregano sempre!

Imbecilli. Se avessi affrontato il mondo con cinismo e cattiveria avrei vinto. Imbecilli. Caravaggio dipinge “La decollazione”, scrive il suo nome col rosso del sangue che sgorga dal collo della vittima. Tutto si può dire di Caravaggio tranne che firmi un delitto, e che sia lui l’assassino! Ma l’imbecillità del mondo riuscirebbe ad incriminare Caravaggio. Imbecilli. (Aspetta un po’.) Imbecilli. Un perverso destino incombe sul mondo, gli uomini sono braccati da sé stessi. Gauguin aveva ragione poco prima di fuggirsene a Tahiti: “La vostra civiltà è la vostra malattia!”

Vedo la realtà mutare ancora vertiginosamente intorno a me, ma non ho forza per scappare, per volare…

Theo! (Aironi bianchi sul fondo) Eccoli ancora!

(Barcolla.)

Vanno…vanno…dove diavolo vanno adesso? Mi tornano le forze, finalmente posso andarmene, ma qui tutto è oscuro, non riconosco le strade, eppure non mi sento perduto…

(Si contorce: sullo sfondo si vede “Il ponte della ferrovia sopra Avenue Montmajour”.)

E’... è il ponte della ferrovia! A casa! Sono di nuovo a casa mia. E’ un buon posto dove fermarsi. Fratello, avrei potuto vivere in qualsiasi tempo, e nessun tempo mi sarebbe mai appartenuto. Io… io ho un tempo mio, soltanto mio.

(In ginocchio)

Non temere più per me, fratello. No, non mi sento perduto. Ricordi le parole di Padre Pietersen? “Vincent dà l’impressione di vivere nella propria luce.”*

Si trascina verso il fondo, ma non ce la fa. Luce blu, poi gialla. Irrompono il commissario, gli agenti, i giornalisti, un fotografo; clamore, frasi di circostanza. Irrompe anche l’ambulante disperato; si butta sul corpo di Vincent, cercano inutilmente di trattenerlo. Arriva anche Arnheim, defilato, solitario, spia la scena.)

Ambulante: Van Gogghe! Ahò! E svégliate! Ahò, e nun fà scherzi?! Che botta de sonno t’ha preso! Te lo volevo dì: attento che il sole de marzo a Roma è pazzerello, gioca brutti scherzi... ma tu gniente, eh? Coccia, coccia, che mala coccia te ritrovi…

Commissario: Buon uomo, il tuo Van Gogh non può più risponderti. Adesso ci lasci lavorare, oppure comprometterà il nostro lavoro e rischierà di essere incriminato per… inquinamento delle prove.

Ambulante: Inquinamento? Ahò, commissà, e cchi sso’, ’na fabbrica? E cche sso’ ‘ste prove? Ah commissà!

Commissario: Costui che giace ormai, per fortuna inerme, è nientemeno che il Mostro dei Fori!

Ambulante: Ve siete ammattiti tutti? Ahò, ma quale mostro? Ma quale foro? Questo nun strappa manco un fiore, questo sprizza innocenza da tutti i pori! Van Gogghe è innocente, innocente, capito? Innocente come un rigazzino, mi’ fijo! Bastava guardallo nell’occhi...

(Lo portano via.)

Me stavi simpatico, Van Gogghe... Te volevo dì grazie....

Te volevo portà a magnà a casa mia... Van Gogghe!

Commissario: Sorvegliatelo! Ma prima le foto, svelti! (Sorvegliano e fotografano l’ambulante) Non lui, ma il cadavere. Accidenti, sorvegliate e fotografate il cadavere!

Passa un altro barbone con una valigetta: l’ambulante lo guarda minacciosamente.

Ambulante: Nun sei tu, no, tu non sei più Van Gogghe! Nun ce provà nemmeno ! Van Gogghe è unico, capito?!

(Ma si intenerisce, lo prende a braccetto.)

‘Nnamo va’!

Strillone: Scoperto il Mostro dei Fori! Un barbone! Si spacciava per Van Gogh! Edizione straordinaria!

Calano le luci, la sagoma di Arnheim si staglia sul fondo, indugia davanti a Vincent prima di uscire di scena.


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