ULTIMA PAROLA
di Marco Puggini
(Canta Sogno te di Marco Puggini )
Entra dal fondo.
Sipario chiuso, i due ballerini principali sono gi in posizione nel proscenio, non ancora illuminati, immobili.
Non ho niente da dire,
non ho niente da fare,
non ho niente da aggiungere,
voglio dimenticare, per sempre, dimenticare.
Siamo i soggetti di una storia sbagliata,
siamo i soggetti di un film,
siamo i soggetti di una notte di pace
che non ha alcun confine.
Siamo stelle che brillano in cielo,
siamo pioggia anche quando sereno,
siamo animali da ingrasso o da macello
ma siamo i soli che hanno cervello.
Non ho niente da dire,
non ho niente da fare,
non ho niente da aggiungere,
voglio dimenticare, per sempre, dimenticare.
Siamo tutti vicini e distanti,
ci perdiamo nei sentieri pi lunghi,
siamo sassi che schizzano via,
siamo abissi di malinconia.
Siamo ladri di un tempo che nostro,
siamo amici che non riconosco.
Non ho niente da dire,
non ho niente da fare,
non ho niente da aggiungere,
voglio dimenticare, per sempre, dimenticare,
sempre, voglio dimenticare e
sogno, ancora, e sogno e sogno te,
e sogno, ancora, e sogno e sogno te, sogno e sogno te.
Sogno te.
Inizia a parlare accanto ai due ballerini immobili, che impersonificano il Maestro e Rosa.
Ti sei mai fermato a guardare la luna?
Io si, e non ho mai capito come fa a restare l, ferma, immobile, tutte le notti;
senza stancarsi mai della solitudine, senza stancarsi mai di restare l, ferma, immobile, tutte le notti, a guardare lo stesso mondo, da lass.
Ti sei mai fermato a guardarlo fissare la luna?
Io si; sta l, fermo, immobile, tutte le notti e non parla;
lui la guarda e lei lo guarda, io lo guardo e lui la guarda;
fermo, immobile, da quaggi.
Ti sei mai fermato a guardarla fissare lui, che non parla, che non si stanca di odiarlo, per continua a fissarlo; nella speranza che un giorno, o meglio, una notte, un suo sguardo, si stacchi dal cielo, cercando una scia, per amarlo.
Che meraviglia, stasera! Quanta bellezza, nel cielo! La luna piena e sincera, regala del suo splendore lintera visione.
Da poco coperta da una nuvola, aspetta, che torni a dar luce ai suoi giorni; ed io che lo aspetto, vorrei che quel cielo, da poco coperto, non perda quel velo; ed io che lo aspetto, e non sai da quanto, continuo a fissarlo, cercando un suo sguardo.
Ma quanta bellezza che vedo e non temo! Vorrei che tornasse quel cielo sereno. Oh notte, oh notte, di colpo velata! E questo linizio di una storia sbagliata.
Si apre il sipario.
Balletto sulle note di Fammi andar via di Claudio Baglioni, a met del quale lattore esce dal teatrino sullo sfondo e da ciascuna quinta a passo di musica escono le quattro ballerine, che applaudono fingendosi pubblico; al ripiegarsi dellattore sulla passerella, anche le ballerine rientrano dietro le quinte allo stesso modo.
Terminato il balletto, la morte del Maestro.
Voi non conoscete i tormenti
Che abusando della mia debolezza
Penetrano fin nelle inesplorate profondit
Dellabisso, che il mio cuore.
Vedrete un volto stanco e sofferente,
un volto estraneo a tutto, e a niente;
da quando il tutto e il niente sono estranei a questo abisso.
Se soffrire fosse per me un vanto,
non mi vanterei affatto.
Se soffrire fosse per me una pena,
non soffrirei affatto.
Perch ci che non , vi appare in questo palco
E ci che , mai vi sembrer esser vero.
Quanti di voi,
se io prendessi in mano, in questo istante,
un qualsivoglia strumento di morte,
e lo utilizzassi con fermezza,
per terminare la corsa dei lenti e impuniti battiti
che strascica ancora il mio cuore orgoglioso e insolente,
quanti di voi,
muoverebbero un muscolo, una narice, un ciglio?
Se non per lemozione di un attimo violento e improvviso.
Chi mai, chi mai penserebbe:
non finzione, morte vera!
Se avvenisse in un istante,
come qui, ora,
di un attore la sua ultima parola. ( buio)
Lattore inizia a raccontare..
Cos mor,
con questi stessi sentimenti, con queste stesse parole,
tirando fuori da un taschino che si era fatto cucire sul mantello,
per questo stesso evento, del tutto speciale,
un piccolo pugnale, di oro finissimo,
lungo quanto basta per trapassare il cuore e fare capolino dallaltra parte.
Era il suo ultimo lavoro inedito,
la cui sceneggiatura non aveva fatto leggere a nessuno
e nessun altro attore aveva voluto accanto a s.
Persino il sipario doveva rimanere sempre aperto,
perch non ci fosse stato nessuno vicino a lui
o dietro le quinte, pronto a strappargli dalla mano,
sempre che se ne fosse accorto in tempo,
ma era ci che lunico protagonista riteneva impossibile,
quel piccolo pugnale, di oro finissimo,
lungo quanto basta per trapassare il cuore e fare capolino dallaltra parte.
Prima di iniziare lo spettacolo, scese insolitamente fra il pubblico,
senza aver ancora indossato gli abiti di scena,
e osserv attentamente tutti i presenti,
dalla prima allultima fila,
per assicurarsi che ogni invitato si fosse gi accomodato,
nella poltrona assegnatagli dal caso,
e tutti fossero pronti per esordire in un applauso,
che sarebbe stato il suo ultimo applauso.
Per un attimo esit a tornare dietro le quinte,
perch sapeva,
che sarebbe stato il suo ultimo applauso.
Esit ancora una volta, perch sapeva,
che sarebbe stato il suo ultimo applauso
e perch era un applauso che non chiedeva nulla in cambio,
o meglio, voleva tutto, e niente.
Tutto era quello che si aspettava e niente, quello che aveva ricevuto.
Era un applauso fra il tutto e il niente.
Decise che non fosse un vero applauso.
Cos come aveva deciso che non lo fosse la sua vita, appunto, vera.
(Canta Felice giorno di Marco Puggini )
Sfoggiare una sicurezza tale,
che ostenta la verit.
Capire qual il modo migliore,
per non trovarsi, nel plotone,
a chiedere piet.
Se il senso
condannare un fatto,
io lho fatto gi:
restituitemi il posto,
restituitemi il giusto,
restituitemi il resto, che mi spetta,
della libert.
In questo mondo senza favole
io cerco ancora fra le nuvole
una figura immaginabile
che si trasforma in ogni istante.
Recuperare il tempo inutile
Basta non perderlo mai pi
Nemmeno i peschi mai germogliano
Come potresti fare tu.
Siamo scappati da una terra lontana
Fuggiti per mancanza dacqua
Ed ora siamo cos fragili
Che lacqua fresca scotta.
Noi due siamo gi stati prigionieri
Ma senza rendercene conto
E ci sembrava di essere gli eroi
Del borgo di altri come noi.
Ma ora con i piedi in terra e il viso
Se ti accorgerai che esisto
Ti sollever verso uno sguardo
Che non hai mai visto.
Giorno, felice giorno, che stai nascendo, nel cuore mio.
Giorno, felice giorno, del nostro incontro, del nostro incontro.
Notte, felice notte, di nozze e felice sei
E felice incontro con te.
Forza di un uragano,
ti prende il cielo e ti tira su;
forza del nostro amore,
riempie il cuore,
riempie lanima e il corpo,
corona i sogni che io riconosco, negli occhi tuoi,
negli occhi tuoi.
Erano le righe di una canzone che aveva scolpito la memoria in un diario, nel giorno infinito del suo primo incontro con Rosa; quando la vide, come ogni sera, nel solito pub, alla solita ora e le disse:
A questo punto entra la ballerina principale con una rosa, che prender in mano lattore dopo avergli rivolto la seguente frase.
Ti vedo, finalmente, ed come se mi svegliassi da un incubo.
La ballerina, tornando indietro sulla passerella incontra il ballerino con il quale interagisce con una presa per poi stendersi a terra come morta, mentre il ballerino resta immobile a fissarla.
Il maestro, cos lo chiamavano, aveva una moglie, bellissima.
Laveva sposata perch era lunica ragazza del paese che lo attizzasse senza mai stancarlo.
Cos diceva lui.
Non vedo altro motivo valido al mondo che sposare una donna per farsela tutte le sere e ogni sera pi volte e ogni volta che ti va.. a te naturalmente! Se te ne prendi una brutta, amico mio, sarai costretto a pagare per tutta la vita, lunica cosa in cui madre natura non stata tirchia! Per tutta la vita! Eh, lho sempre detto che madre natura una puttana..
Cos diceva lui.
Sembrava un saggio ottantenne che non aveva pi niente da temere nella propria vita e non aveva pi peli sulla lingua.
Sempre che i peli sulla lingua nascano ad una certa et: io ancora, niente!
Soltanto che il maestro ottantenne non era e nessuno di noi credeva veramente che i suoi consigli fossero lo specchio veritiero dei suoi pensieri.
Anzi, sembravano catarifrangenti montati su una maschera invisibile, che indossava ogni giorno prima di varcare luscio della sua villa, per uscire, in Via degli innocenti, numero tre.
( seduto )
In realt tutti credevamo che avesse sposato Rosa perch lamava.
E come una rosa era bellissima
E come una rosa visse
E mor senza avere neanche il tempo di appassire,
come avrebbe fatto invece,
una rosa.
Eccome se lamava!
Quel giorno,
il giorno in cui Rosa mor,
il maestro che tanto amava dire: Un attore deve piangere solo sulla scena!,
Non siete mica puttanelle da quattro soldi..,
quel giorno, A questo punto il ballerino si china su di lei e fa quello che lattore sta descrivendo. si pos sul suo corpo ancora bellissimo,
pareva incontaminato,
e nascose i suoi occhi fra le sue mani fredde,
come in una maschera,
per inondare quel corpo, ancora bellissimo, di Rosa,
con la rugiada dolce del pianto.
(buio, entrambe i ballerini principali escono)
Quel giorno,
il giorno in cui Rosa mor,
entr in teatro e si chiuse dentro.
Provammo ad entrare quando ci assal il timore di qualche gesto estremo,
dovuto alla disperazione, tanta ne avevamo vista nei suoi occhi,
ma entrato in teatro, si chiuse dentro, e non usci per ventiquattro ore.
In teatro cera un vecchio giradischi, che inizi a suonare.
E si mise a danzare. Come se Rosa fosse ancora l, con lui, a contare i suoi passi.
Balletto sulle note di Che ne sar di me di Massimo di Cataldo.
E la musica cresceva. Cresceva.
Cresceva sempre di pi.
E tutto il paese danzava, insieme a lui.
E tutto il paese danzava, come se la morte,
fosse da poco arrivata e gi fuggita,
scacciata da quel monotono e gioioso ondulare di corpi, ribelli e ostinati.
Finch la notte non port via la forza, che permetteva a quei corpi di ondeggiare,
che caddero sfiniti in preda al sonno,
di cui la morte era ancora regina,
da cui la morte non deve scappare.
Cos fu lalba, di un sogno qualunque,
di un giorno che nessuno poteva dimenticare.
Cos u lalba, di una notte di quiete,
che port la tempesta, senza lasciare spazio al sole.
Il sole infatti si nascose capriccioso,
dietro un cielo coperto da nera follia,
trasformando a poco a poco, la promessa di un giorno,
in un abisso di malinconia.
Una scena gi vista pi volte,
sembrava in un unico atto,
lo spettacolo inedito,
dellunica morte.
( pausa)
Aveva anche un figlio, Luca,
di cui pochi per erano a conoscenza.
Solo una canzone, che la memoria aveva scolpito nel suo diario,
lo svel al mondo, quando egli mor.
Lo svel al mondo, continuando a tenerlo nascosto,
dalla luce e dal calore degli uomini,
a causa di una malattia, che lo rendeva allergico,
alla luce e al calore del sole.
(Canta Luca non c di Marco Puggini )
Durante la canzone le quattro ballerine entrano strisciando dietro la passerella.
Lattore gli passer il lume che ha precedentemente acceso, che passer durante il tempo del primo ritornello e della conseguente strofa recitata, da una mano allaltra delle ballerine di cui solo le mani si dovranno vedere, lume che poi lattore riprender dall ultima mano del lato opposto a quello in cui laveva consegnato in questo momento ###
Luca non geloso
Luca non forza violenta
Luca non dorme su una panca
Luca rimane sveglio e inventa.
Scrive poesie damore
Accende un lume e un po calore
Riceve dalla fiamma fioca
Luca non gioca.
Ama la notte ed il dolore
Scrive tragedie e spezza il cuore
Luca non dorme su una panca
Luca rimane sveglio e inventa.
Ma lascia pure il foglio, quella penna ed il colore,
spargi bene sopra i fogli del tuo cuore.
Ma dormi dormi qualche ora e riposa un poco,
scoprirai che la tua vita, solo un gioco.
Ama la notte ed il dolore
Scrive tragedie e spezza il cuore
Luca non dorme su una panca
Luca rimane sveglio e inventa.
###
Luca non un amante
Luca non vede mai la gente
Luca non politicante
Luca non vota mai.
Luca non comune
Luca non sociale
Luca costretto a stare
Dentro un bunker senza uscire.
Egli come un vampiro si nasconde dal calore,
della micidiale luce del sole.
Ma lascia sempre il foglio, quella penna ed il colore
Sparge bene sopra i fogli del suo cuore.
Era un tipo un po bizzarro.
Nessuno conosceva il suo nome e a nessuno francamente interessava quale fosse il suo vero nome,
perch a tutti piaceva chiamarlo cos: il maestro.
Era un tipo bizzarro.
Una volta, ero da poco entrato a far parte della sua compagnia, si festeggiava la prima di uno spettacolo, che pensate, aveva scritto in meno di due settimane;
una volta, dicevo, mi incurios un suo atteggiamento: era un tipo alquanto bizzarro.
Non capivo perch avesse mollato il suo boccale di birra, ancora da finire, sul tavolo e con un gesto atletico si fosse precipitato alluscita del pub, il solito pub, lasciando i propri attori in preda alle lusinghe di Venere e Bacco.
Decisi di seguirlo, nascondendomi dietro lombra dei cornicioni.
Mugugnava una cantilena che sembrava limitazione stanca di un ubriaco, ma non era affatto ubriaco.
Continuai a seguirlo, nascondendomi dietro lombra dei cornicioni; daltronde era un tipo bizzarro.
Conoscevo quella strada: era via degli artisti, una traversa di via degli innocenti, una via cieca, in fondo alla quale per si apriva un mondo: il teatro.
Entr da una porticina, nel lato nord, nascosta da un roseto.
E un piccolo ingresso che da direttamente dietro la prima quinta del palcoscenico.
Era sempre aperto, giorno e notte, perch a nessuno sarebbe mai venuto in mente di entrare per quella porticina, nascosta da un roseto, nel lato nord.
Decisi ancora di seguirlo ed entrai anchio, senza nemmeno preoccuparmi di essere sgamato.
Quando entrai era gi al centro del palco.
Mi fermai dietro la prima quinta.
Continuava a mugugnare quel motivetto, che sembrava limitazione stanca di un ubriaco, finch non divenne una melodia molto pi orecchiabile.
Poi si ferm in silenzio e dopo alcuni secondi fece per venire verso di me, ma si ferm di nuovo, un momento, e si volt con una certa smania, per andarsi a nascondere dietro la prima quinta del lato opposto a quello in cui io mi ero accampato, per poi riuscire, dopo un altro momento, cullando tra le braccia una chitarra, per giungere di nuovo al centro del palco.
Inizi ad arpeggiare per alcuni secondi sopra quella melodia.
Era un tipo bizzarro.
Entra dal teatrino nel fondo, il ballerino principale vestito da Socrate, che rimane immobile di fronte al telone.
Ad un certo punto si ferm in silenzio, poi fece per inchinarsi e ad alta voce esclam: prego, si accomodi, sig. Socrate! Anche tu hai saputo che faremo la stessa fine, non vero?
Ma come hai fatto a saperlo? Ah, si, vero, stato lui! Dicono che pu tutto.
Ma caro il mio vecchio Socrate, ti do una brutta notizia!
Tu non hai voluto scrivere niente? Beh, io ho scritto un sacco di cose, e quando sar costretto a fare la tua stessa fine, beh, i miei scritti rimarranno, nei secoli dei secoli. Amen.
Come dici? Faccio sempre in tempo?! Ma non eri quello che data una parola non torni indietro neanche se tammazzano?
(Fischia)
Hai imparato anche il latino adesso! A me piace pi del greco sinceramente, non te la prendere. Come hai detto? Ah, verba volant, scripta manent.
E allora tu pensa, pensa, che io inizio ad arpeggiare.
Prima mi era venuto in mente un motivetto, che potrebbe fare proprio al caso nostro.
Eh, vecchio oratore, poi la scriviamo per!.
Esce Socrate. Il ballerino si cambia velocemente labito indossando indumenti da giullare e con altre due ballerine si prepara nellingresso del teatro per il balletto successivo che imminente.
(Canta Apologia di Socrate di Marco Puggini )
Lasciate pure morire questuomo
Cerca clemenza chi chiede perdono
Ma di che cosa dover perdonare
Un uomo che non ha fatto alcun male?
Verso il destino ma senza paura
Capelli biondi e una splendida voce
Sono limmagine che prefigura
Il nazareno che andr sulla croce.
Io non rifiuto la patria e gli dei
Vorrei soltanto che la vostra giustizia
Dato che il mondo lo giudica lei
Alla sapienza consacri la vista.
Noi che fissiamo una stella polare
Non disprezziamo le stelle pi scure
Per sappiamo, chi naviga in mare,
guardando lei trova strade sicure.
Io non credevo che la nostra sorte
Riservi pure una splendida morte
A chi come Cristo davanti a Pilato
La propria condanna avr meritato.
Socrate il nome che un giorno mi han dato
Che la fortuna vi porti consiglio
La storia mai avr dimenticato
La morte innocente di un proprio figlio.
Lasciate pure morire questuomo
Cerca clemenza chi chiede perdono
Ma di che cosa dover perdonare
Un uomo che non ha fatto alcun male?
Inizi cos ad appoggiare parole, sopra quegli accordi arpeggiati, immedesimandosi completamente in un Socrate, alle prese con la propria condanna a morte; un Socrate, che gi conosceva chi dopo di lui avrebbe fatto la stessa fine, un Socrate che sapeva di far parte di una triade.
Come un sillogismo che inevitabilmente si sarebbe concluso in via degli innocenti numero tre.
Era decisamente convinto che sarebbe morto anche lui e anche lui senza aver fatto alcun male, anche lui condannato dalla consapevolezza di aver ricercato una verit, che differenza degli altri due , non era riuscito a preservare dalla follia del buio.
Iniziano a scorrere le note della canzone.
Ricordo il giorno in cui entrai a far parte della compagnia.
In teatro si stava provando per la prima volta, la prima scena del primo atto del suo primo capolavoro: Guerrino detto il meschino.
Era la sua commedia pi interessante, quella con cui il maestro divenne famoso in tutta la regione.
Un simpatico cavaliere errante, che girovagava il mondo in cerca della propria identit.
La commedia iniziava con un breve monologo del cavaliere.
Balletto sulle note di Il mago di Ligabue.
( il testo che segue va, secondo le mie intenzioni, interpretato e riscritto in romanesco )
Sarve a tutti! Io so Guerino detto er meschino.
Nun me guardate co sta faccia, per.
Lo so che come presentazione un po sfacciata, ma de nome m hanno dato questo e questo me tengo!
Si, un nome piuttosto pittoresco, ormai Guerino passato de moda.
Adesso vai allanagrafe, te fermi sulla lettera G e trovi: Gionatan, Gianantonio, Gianmaria, Giangiuseppe e er bambinello, Giancarlo, Gianmauro, Gianfilippo, Gianfranco, Gianluigi, Gianpiero, Gianmarco, Gianleonardo, Gianburrasca e gi naltro nun lo trovi pi.
Er nome mio invece un nome solitario, un nome che nun ci nessun artro.
E un po come se me chiamassi Benito, Adolf, Ernesto, Silvio B., Romano P..
Oh, restate boni che lho detti in parcondicio!
Er nome mio insomma un po come quanno quel regazzino che passeggia pe Roma, a un certo punto se ferma e dice: Ah, questa era la casa de donna Lucrezia, na mignotta rinomata!
Soltanto che er nome mio pi famoso de quello de donna Lucrezia.
Anche perch, quante Lucrezie ce so state: Lucrezia Borgia, Lucrezia la moglie de Tarquinio Collatino, la Lucrezia della Mandragola de Machiavelli e chi pi ne ha conosciute, pi ne metta;
Ma er vero problema nella storia der povero Guerino, che sarei io, detto er..Meschino, bravi, come sete bravi, quanto me piace, ripetete un po pi forte: Guerino detto er.bravi, quanto ve voglio bene! Ma annamo avanti.
Dicevo che er vero problema de sta storia, che na storia sbagliata! E capirete perch.
Adesso ve dico sortanto che na storia un po come ar tempo de donna Lucrezia, dove de mignotte ce ne staveno a volont e potevi pure nun pagalle; mo invece de mignotte ce ne stanno poche, si, quelle che se fanno pag: so quelle che nun se pagano che so tante, anzi troppe.
Ecco, vedete, la mia era na storia sbagliata dallinizio perch me capitava tutto er contrario de quello che armeno da bambino maveveno insegnato: per esempio er povero Arispetto, er povero padre mio, maveva insegnato da piccolo a cammina su du gambe, co le spalle dritte e la panza in fora.
Pe strada invece incontravo tutta gente che camminava a carponi; sembraveno tutti pecoroni, tutti caproni. E io passando glie dimannavo: ma che state a fa tutti co le chiappe allaria? E quelli marisponneveno: Nun lo so, me channo messo! E allora Guerino detto er meschino glie diceva: Emb, se te channo messo che stai a fa? Riarsate su! E quelli marisponneveno: Nun posso, da tanto che me channo messo! E Allora Guerino detto er meschino, perch de montagna, piedi grossi e cervello..fino, bravi, allora Guerino glie diceva: Se da tanto, taiuto io! Daje, cammina che taiuto, riarsate su. E quelli diceveno ar povero Guerino, che sarei io: a scemo! Chi te pare da esse, Padre pio? I miracoli da ste parti manco li santi li ponno fa pi!
Allora io rimontavo sopra ar cavallo mio, che stava anchesso a pecoroni e glie dicevo: Beh, tu armeno ce sei nato; annamo, porteme via, senn podarsi che purio armango nculato.
Entra il tamburino dallultima quinta per salire sulla passerella e percorrerla fino allaltro capo seguito dallattore, per giungere poi al centro del palco. Sul ritmo del tamburo lattore inizia a cantare.
(Canta Cerca ancora di Marco Puggini )
Cala la notte e cala la tela,
e gi Guerrino, sogna una vela,
che si dispiega soltanto nel vento,
di un respiro che dura un momento.
Cerca ancora il tuo passato,
cerca ancora il tuo presente,
cerca ancora il tuo destino,
cerca con chi pi vicino,
cerca con chi pi lontano,
cerca e non sarai mai solo!
Cambia ritmo
Parla, Guerrino parla, delle sue imprese terminate in una sbornia, di quando in cima a un monte con la schiena rotta, entr nellantro luminoso di una grotta.
Quando, Guerrino andando, alla ricerca di chi laveva messo al mondo, entr come gi detto dentro a quella grotta, cap che la sibilla, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, anche se n ce credeva glielavevan detto: sta attento na gran strega! Ma lui entrando come detto nella grotta, cap subito che la Sibilla, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, era na gran mignotta.
Altro, Guerrino altro, cercava e disse: se tu voi camp in eterno a me che me ne frega? Brutta strega! Io so venuto pe cerc mamma e pap, da te de certo nun me faccio infinocchi.
Dove, Guerrino dove, sentiva puzza se toccava le me mancano le parole faceva un salto sul cavallo e andava via.. e quel cavallo poverello, sempre in cima sto fardello, che non era manco bello, e puzzava come un verro,galoppando per la via, conosciuta la Sibilla, con gli zoccoli di capra, lui pensava: na puledra! Va a pens un cavallo a quello che consegue, dallavere dei rapporti sessuali con le streghe! Cos sempre galoppando per la via, degli zoccoli sentiva nostalgia.
Sogna, Guerrino sogna, un mondo dove va a fa un giro la menzogna, dove le maschere Egoismo e Ipocrisia, lasciano il passo ad una maschera che non fa chiasso, ma pian piano passo dopo passo, sopra il palco di quel mondo, che si, a volte un po del passo porta i sogni della gente, di quel mare di persone, che hanno un cuore, anche se non sempre appare.
Va a fa un giro alla menzogna, Egoismo e Ipocrisia, c la Vita e la vita lallegria, larmonia, la follia di amare, mia tua nostra, e anche se a volte sembra proprio una gran mostra, nun te pisci mai sotto, si, tosta, tosta, ma sempre meglio un cavaliere errante che cerca la bellezza, fossanche in una rima, si, tosta, tosta, anche la rima, ma dicevo che anche se la Vita sembra spesso na gran mostra, sempre meglio esse cavalieri erranti, che pass la vita, a cavallo de na giostra.
Cambia ritmo
Leghe, che senza un confine preciso,
disegnano della tua fine un sorriso,
che solo una favola pu regalare,
per non perdersi pi in questo mare.
Cerca ancora il tuo passato,
cerca ancora il tuo presente,
cerca ancora il tuo destino,
cerca con chi pi vicino,
cerca con chi pi lontano,
cerca e non sarai mai solo, mai!
A questo punto i ballerini principali indossando una maschera argentata, uscendo dal telone del teatrino, scendono con molta molta calma ( lattore si deve cambiare velocemente, ma non Superman!), tenendosi per mano, col medesimo passo, dal centro, fino ad arrivare nel proscenio. Arrivati al centro del proscenio si scostano poco luno dallaltro per lasciare lo spazio fra di loro allattore.
Era un tipo bizzarro e divertente e lo fu fino a quando pot cogliere il profumo delicato e dolce di una rosa, una rosa che spogliandosi a poco a poco dei suoi petali, non fece altro che smascherare la sua unica debolezza, quella di non poter vivere senza Rosa.
Un pugnale di oro finissimo fu il prezzo da pagare per aver colto il profumo delicato e dolce di una rosa senza spine. Una rosa senza spine che al termine di un giorno lo colp cos profondamente, da lasciare, sul cuore, una ferita, che rester sempre aperta.
Cos il maestro, al termine di un giorno, alla fine della sua prima ed ultima tragedia, con un applauso mai prima udito usc di scena, dopo aver detto, rivolgendosi alla sala,
di un attore, la sua ultima parola.
Lattore toglie le maschere ai ballerini e se ne va dal centro.
Balletto sulle note di Titoli di coda di Claudio Baglioni
Ultima Parola
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