Ultimi passi per la salvezza dell’Epiro

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ULTIMI PASSI PER LA SALVEZZA DELL’EPIRO

di

Giuseppe Manfridi

PERSONAGGI:

Pirro

Andromaca

Ermione

Pilade

Primo consigliere

Secondo consigliere

Terzo consigliere

Ragazzo

Coro

SCENA:

Un ampio spazio circolare dal cui centro si innalza una torre.

Altrove, come preso nel fuoco di una diversa inquadratura, un luogo deputato che rappresenti l’interno della torre.

I

(Il Coro come anima della città.)

CORO: E’ l’ora del convito.

Nel fitto della nostra convulsione v’accogliamo.
Mentre la vita scorre apro a voi, cari ospiti, le braccia.
Perciò

come a una soglia di circo mi trovate

qui a dirvi ‘benvenuti’.
E’ un’usurata convenzione che mi tiene

prologante al proscenio, a voi frontale, supponendovi

incuriosite presenze in questo pozzo d’ombre.
Intendiamoci per bene:

a parlarvi in me s’incarna

tutt’altro che un ‘me’, che un ‘io’, bensì piuttosto

un’articolata e neanche solo

dissonante moltitudine rozzamente miscelata

da un motivo cruciale che ha nome d’emergenza.
Io sono tale e quale

la folla delle strade.
Io sono il cicaleccio

degli anditi, il tremore

mormorante dei crocicchi, l’alterco, il capannello

che si forma e che si disfa come gemma

di masse compattate. E sono, ‘ultima ratio’,

l’ideologico buonsenso

elementare delle piazze.
E qui, oramai, qualsiasi luogo è piazza.
Non più lecita è nessuna intimità.
Io sono l’ansia

della città allertata da qualcosa d’imprevisto:

lassù, vedete?,

in cima a quel torrione - scoprirete

ben presto quale e quanto il suo valore per noi di queste terre - un non ignoto

emissario d’alleati ma nemico nei precordi, s’è affacciato stamane ad ostentare

un orribile principio d’invasione.
Quando arrivò e perché?
Segretamente? O Pirro, nostro Re,

di questo vilipendio era avvertito?
Se sì

perché tenerne all’oscuro la sua gente?
Oreste è il nome

dello straniero, di colui che di sé fece

esibizione tra quei merli; sotto il sole

levigato dell’aurora apparve e impose

sopra e contro di noi la sua figura. Un crampo

l’immagine nel cielo e fu bastante

a inseminare odiosi sensi di vergogna

ubicumque, di casa in casa. A spume

la voce è presto giunta ad allagare ogni quartiere.
Stuprata

sentiamo la Nazione.
Stuprati ci sentiamo, carne e spirito.
Di noi ciascuno. Di noi ciascuna.
Pochi lo videro ma ormai tutti lo sappiamo:

ORESTE, LI’

DONDE CALANO TUONI

PLUMBEI DI CAMPANE COME BOMBE, STA.

Oh, maledetta

quest’ombra giunta in Epiro!
Il matricida, il messo

di morte. Perché lui?
Reduci siamo

da una lunga guerra.
Forse voi non lo sapete, ve lo dico.
Parte vi prendemmo

per dovere e basta.
E ora cosa

ancora ci si chiede?
Per altri combattemmo,

per altri

molti di noi son morti.
E ora cosa

ancora ci si chiede?
E quello sembra non sia solo, anzi

per certo no.
Uno sgherro dello sgherro s’accompagna, Pilade.
L’amicizia fatta pelo

di volpe. E Pilade

qualcun altro di noi ha visto e vede

aggirarsi per le vie, dirigersi

- ma adesso dico: lo sta vedendo adesso -

alla volta del palazzo

dove Pirro lo attende e forse già sapendo

o forse già temendo

quel che dovrà sentire. Oh, maledette

le ombre giunte stanotte in Epiro!

II

(Pilade si presenta dinanzi a Pirro.)

PILADE: Il mio nobile capo, sia chiaro, è dalla vostra.
Il mio nobile capo, sia chiaro,

non è solo colui che sovrintende

all’umile funzione che m’investe. E’ assai di più.
Il mio nobile capo è un plurime consesso

di forze l’una all’altra armonizzata.
Stringatamente: è della coalizione

che sono un impiegato;

un subalterno all’uopo messo affianco

d’un crudo ambasciatore

di cui a mia volta, addolcendone la voce,

mi faccio qui emissario.
Il mio nobile capo ha dunque forma

momentaneamente, e solo

momentaneamnete, concisamente in lui: in Oreste.

Ma il mio nobile capo, torno a dire,

è in realtà molto di più:

è ciò a cui sottostiamo, e dico tutti:

l’ambasciatore di cui sono ambasciatore, nonché voi e la vostra gente.
Ribadisco: è l’alleanza, è l’unione a cui la vostra

indubitabile obbedienza confermerà la fedeltà dovuta.

PIRRO: Sei un parlatore, Pilade.
Ogni virgola in te è una cerimonia.
Immagino tu sia la faccia liscia

d’una moneta che ha il verso rugginoso e ruvido.
Quel verso ha nome Oreste, l’ombra giunta

in Epiro con i fregi

di tutte le potenze, con i gradi

di mille autorità, eppure quasi clandestina.
S’è già insediato, m’hanno detto,

nella livida rocca che sta eretta nel cuore della piazza.
Nella torre

che determina il fulcro da cui a linee

concentriche si irradia la mappa dell’impero.
Per diritto di forza conclamato,

soperchiando i miei diritti di sovrano e i miei doveri

di tutore del Paese, ha preso luogo

dove più ne ha avuto voglia: lì nel centro, lì in cima...
lì dove il nostro fondatore infisse il ceppo

che facesse come il ciotolo nell’acqua, dispiegando

a onde i casamenti, i viali, le cinte periferiche;

dal cuore ai margini, mutando accortamente

la qualità in quantità. Lì proprio

dove mai nessuno volemmo ad abitare

facendone, in ossequio

a un affetto collettivo,

il nostro Altare della Patria, il massimo

dei mausolei civili.
Dimmi il perché

di tanto sgarbo, Pilade!
Dimmi il perché di questa prepotenza!

PILADE: Ma nulla d’ufficiale, tu l’hai detto.
Intendo: il mausoleo, e quest’affetto...

Ben altre, sapevamo, son le sedi

in cui usate celebrare i vostri riti e tener caro

l’onore dei Penati. Adesso tu mi parli

di culti privatissimi. Mi scuso. Non ne eravamo a conoscenza.
Sembrò, all’opposto, un gesto assai discreto far dimora

tra mura vili, in un palazzo

appunto vuoto, che più a una breccia s’apparenta.
E’ brutale con se stesso il mio signore

e non gli parve fosse il caso d’attivare

parate macchinose, orpelli, fasti

per salutare il suo ingresso in questa terra.
Cogli nel gesto, invece, un segno di rispetto.

PIRRO: Sei falso, Pilade, e traditore come il mare

che assai pochi superstiti ha lasciato

dei superstiti di guerra, trascinando nel profondo

più d’un decimo del decimo

dei ragazzi che mandammo a combattere per voi.

PILADE: E di questo chi è che accusi?
Quei flutti hanno mangiato

ben altri e più copiosi

eserciti: il fior fiore

dei migliori, e proprio all’acme

della gioia tornando vittoriosi.

PIRRO: Fu il rimprovero del Cielo

a un eccidio maledetto!

PILADE: Ah, com’è vero che è difficile, impossibile,

affezionarsi a una vittoria!
Tu l’hai ottenuta, godila!

PIRRO: E quanto ancora si vuole che la paghi?

PILADE: Oh, ecco... finalmente siamo al punto.
E’ cosa minima e perché sia presa bene

ti dico subito ciò che non ti è chiesto:

né un tributo, né un impegno

che ti vincoli in altre imprese, né altre vite

da offrire a causa del fronte planetario,

poiché una pace

planetaria è il frutto vero, l’autentico bottino

di quello che tu chiami un eccidio maledetto...

PIRRO: Non siamo qui per commentare

ciò che è consunto. Se pur volessi

commenti non chiamerei te per questo.

Residuano ferite, se le curi chi ce l’ha.

PILADE: Non ho parlato a vuoto.
Poiché dicendo: non chiedo - non chiediamo -

altri lutti alla tua gente, debbo aggiungere:

un altro lutto tristissimo s’impone.
Ribadisco: per la pace planetaria.
E perché esso sia eccomi, eccoci, qui da te umilmente

per una non grave, come chiamarla?... RESTITUZIONE.

PIRRO: Non vedo cosa o chi

trovandosi protetto dai confini del mio regno possa dirsi

straniero in questa terra; neanche tu né il tuo signore sino a quando

vi direte nostri ospiti potrete

rischiare d’esser barattati

come ostaggi e, dunque, su pretese

di un tiranno chicchessia restituiti.

PILADE: Strana veemenza e strana difensiva!
Calma, Pirro...
cambia umore e cambia tono.
Come, a farmi meglio intendere, io cambio d’argomento.
Mettiamola così:

si tratta d’un errore, colpa non tua senz’altro,

sfuggito a quei contabili che spartirono la preda.
Insomma a te è toccato

qualcosa che nessuno

doveva avere a saldo e che, per sbaglio,

s’è mischiato coi trofei e a te è finito in dote.
Si tratta di Astianatte, il figlio d’Ettore e di Andromaca.
Vedi: un’inezia, come un’inezia

non può esser che un informe cucciolo di lupo...

un quasi feto, un quasi ancora

ventre di madre più che un nuovo corpo, nuova carne.
Ma questo non importa, né il suo nome, né il suo stato

d’infante viscera; l’essenza sta nel nome

del suo tetro genitore.
L’essenza è in un futuro a cui sarebbe

demenziale dar licenza. Un rancoroso

vendicatore rischieresti di covare alla tua corte.
Ripeto, per concludere,

le tre parole sorelle che germinarono il disguido:

errore, colpa e sbaglio.
Scuse infinite; avrai compreso, immagino.
Ridacci adesso

quel per te inutile bambino e la tua rocca

sarà prima dell’aurora nuovamente

quell’inviolato tempio che era prima del tramonto.

PIRRO: Sennò?

PILADE: Sarà il mio signore a dirti

cosa sarà altrimenti.

PIRRO: Che venga, l’aspetto.
Ci tengo moltissimo a saperlo.

PILADE: Non fare che scateni, per stupida ripicca,

un’aquila da un passero. Ridacci quel bambino.

PIRRO: Forse non sai, maldestro come sei nell’orientarti

tra le pratiche e i costumi della terra su cui regno, che qui tutto

ciò che viene per morire sul mio suolo

è contato ai censimenti come parte d’una sola

cittadinanza, Pilade.
Poiché dici: non chiedo alla tua gente un’altra vita, è qui che sbagli.
E’ ormai Astianatte

per tutti noi un compatriota.
E non meno di lui sua madre.

Non meno di me, non meno

di tutta la mia progenie,

né di chiunque

sia approdato in catene o lancia in mano alle coste che ci fanno da recinto.

E la parola ‘ripicca’ non usarla

con lo sprezzo dedicato a ciò che è scialbo: è una parola tragica.
Già non vedo come possa

svanire facilmente in questo caso.
Riporta che alla vostra

ostinazione contrapporrò la mia.

PILADE: Ma grande Re...
Misura le cose e misura le questioni.
Ti si chiede in fondo che?...
Tu parlane ai tuoi ministri, sentirai...
un sacrificio risibile, e soprattutto nulla

che ti riguardi per davvero.

PIRRO: Ecco, diciamo che il nodo è questo.
Non siamo creature, noi, disposte al sacrificio.
Non per egoismo, anzi.
Solo chi attende ai propri desideri e chi li manifesta

premette la franchezza a ogni discorso.
Così tra gli esseri

viventi, così tra le Nazioni.

PILADE: All’altezza d’un desposta

illuminato le tue parole.
Tanto vale rapportarti per intero, sino in fondo:

dieci giorni da adesso ti son dati

per decidere di chi - se di un imberbe

pulviscolo, figlio di sconfitti, o se di un popolo -

dovremo fare carneficina.
DIECI, NON UNO DI PIU’. Frattanto

terremo noi campo in quella torre dove stiamo.

III

(Pilade attraversa la città.)

CORO: Il malvenuto come

scoria nel sangue circola

per i viali fatti vuoti

dall’allarme del suo passo.
Ed entra ed esce

dove gli pare e quanto

gli piace fare fa.
A quando una notizia?
Cosa

da tutto ciò aspettarsi?

PILADE: Avanti, seguimi, Città. Fa’ pure. Non mi spiace

il mio essere da te spiato e pedinato.
Sbirciami, origliami. E’ il mio pane.
Sù, divertiti a fare congetture. Mi diverte.
Seguimi e mi vedrai seguire.
Spiami e mi vedrai spiare.
Ah, ma come ti rintani! - Vedi, sei tu

la poco allegra, l’incapace

di divertirsi; la non pericolosa.
Sbarrata dietro

gli scuri alle finestre. - Bel modo il tuo

di fare corpo attorno a chi sostieni

venuto qui sarebbe ad insidiarti.

CORO: No, eccomi. Sbagli, non intera

mi sottraggo al tuo controllo, e son io che vengo a dirti: avanti, Pilade...

scegli tra me i nomi per le liste

che qualcuno a cui sei servo ti comanda.
Di proscrizione, immagino.

PILADE: Di proscrizione? E per che cosa?

CORO: Oh, di sicuro neanche tu lo sai,

mediocrissimo gregario; sei di quelli

che s’imbrattano di sangue masticando

selvaggina da altre mani macellata.

PILADE: I tuoi insulti sono fiori

spetalati sulla Storia per frenarne i meccanismi.
Lascio a te di giudicare l’efficacia dei tuoi sforzi.
Sei patetica: mi muovo

e tu pure nell’ombra muovi un passo.
Un botolo mi sembri,

un cimicioso randagio in questua d’ossa.
Ma t’avverto:

non sono io l’incognito. L’incognito è il tuo Re.
Guardalo là che esce

da una porta laterale quasi come un chicchessia;

come un garzone scaricata la sua merce.
E’ lui che seguo; seguimi,

lo seguiremo insieme. (Va)

CORO: Che quei sandali ti scalcino

tanta polvere sul muso da otturare le tue nari di segugio!
E che buon pro ti faccia stare a guardia

degli intimi sollievi di un sovrano!
Conosciamo quella strada per cui è aduso avventurarsi senza scorte.
E’ alla casa d’Ermione che conduce, la sua amante

soave, colei per cui noi tutti

parteggiamo sognandola regina.
Tenui dolcezze che inducono a specchiare

anonimi destini nel gioco dei potenti!
Saranno, se saranno, le sue nozze

quelle di tutte le donne della costa.
Altre cose, però,

sia a proposito dell’uno che dell’altra tra noi son mormorate.
Ma non adesso è il caso di parlarne.

IV

(Pirro cerca conforto presso Ermione.)

PIRRO: Acconsentirò.
Acconsentirò a tutto, non posso fare in altro modo.

ERMIONE: Dire ‘acconsento a tutto’ dà l’idea

di chi immoli se stesso o quasi.
Non è ora il caso. Qui si deve

decidere se dare

una semplice cosa e basta,

precisissima e dolente, ma una sola,

o se negarla.
Ma dire ‘tutto’ è darsi l’alibi più forte.

Spalancare le braccia per poi farsi colpire sulle gambe.

PIRRO: Tenerle chiuse vorrà dire

farsi colpire braccia e petto.

ERMIONE: Sicché hai deciso.

PIRRO: Niente ho deciso. Sto

decidendo. Sono un uomo

che sta decidendo.
E mentre decido non so con chi parlarne.
Sì, con te.
Ma il guaio con te, mia cara,

è che rispondi esattamente come

rispondo io a me stesso.

ERMIONE: Stenditi. Sta’ qui.
Forse invece di parlarne...

PIRRO: Concretamente:

tu potresti - ovverosia: potrai -

rinunciare per intero a quel tesoro

di minuzie variegate, di splendidi nonnulla

che sono, per intero, la tua vita?
Non dico alla tua vita, ma a ciò che in essa è contemplato

e grazie a cui

la tua vita è la tua e tu, Ermione, sei te stessa?...
Alle tue nozze, per fare un esempio chiaro.
Dire: acconsento

a tutto, è dire

lasciate a Ermione

il suo oggi e il suo domani.
Lasciatele il suo velo e le sue nozze.

Lasciate l’ora

prossima futura

a qualsivoglia cittadino del Paese

così come in questo istante

se la va prefigurando.

Chi è in debito persista

nell’ansia del rovello

che computa scadenze e l’avvicina

a rendere i suoi conti; chi è in credito non muti

i tempi stabiliti all’esazione; i tribunali

rimangano fedeli ai loro calendari. Prosegua il tempo

delle umane vicende in questi luoghi

al ritmo delle sfere: profetesse

di mutamenti perenni al di là d’ogni sorpresa.
Non per me,

non a mio nome né all’ombra del mio regno e del mio segno

vorrei mai fosse piantato

il seme dell’evento che costerna e tutto nega.
Storia infame!
M’hai legato al tuo dorso siccome il cacciatore

precipitato nell’abisso dal mostro preso al laccio.

ERMIONE: Ferma la testa!... La scrolli che mi sembra

tu voglia lanciar via questi tormenti come gocce

dai capelli infradiciati. Vieni da me, tra me,

che tutto quel che posso voglio darti...
Siano adesso

le mie le nostre

nozze, Pirro!
Siano adesso e non siano queste

qualcosa che mai possa

farti dare, innazi al mondo,

la risposta che non vuoi.

PIRRO: No, bisogna che ne parli!
Solo in Consiglio è possibile un confronto.
Ah, certo lo so: da ultimo

non avrò altri che me da convocare all’istante del giudizio.
E giudizio va chiamato, non scelta o decisione.
Come frutto d’un pocesso in piena regola.
Processo e sai a che cosa?
All’umano coesistere.
Sì, m’hai capito: processo contro

di me e contro

chi ci viene contro. Processo al vivere civile. Di questo parlerò.
Che mi capiscano e convincerli! Di che non so.
Parlando, come

scrivendo uno scrittore risolve i suoi problemi, c’è caso si chiarisca

a me per primo l’ammassao dello sgorbio.
Ecco cos’è: uno sgorbio,

è questo che ci espone tutti quanti al precipizio.
Oh, certo non sarà

un’assemblea di quelle facili; vedremo. Tenteremo.
Accade a volte che si possa con la forza di semplici parole...
E non dico ch’io semplici le voglia. Non so nemmeno

se sono il tipo da cavarmela con le parole semplici.

ERMIONE: Queste che usi

sono parole semplici.

PIRRO: Carezzami, Ermione... toccami, trattienimi.
Non al di là di te vorrei mai più trovarmi, eppure fuori

di te procede la mia storia e quella del Paese.
Via, lasciami, levati!... Tu non sai, coatto fiore

minuscolo di serra, tra che assurde confusioni vado a perdermi lasciandoti

e implorandoti

di essere, e per sempre, da te lasciato.

ERMIONE: Per sempre?

PIRRO: No, perdonami. Le parole travolgono il pensiero.
Di essere adesso. Non per sempre: solo adesso.

ERMIONE: O le parole dicono il pensiero?

PIRRO: Lo straziano se storto

si fa il chiodo che è perno del pensiero e a imprevedute

debolezze ci abbandona. A te sola, poveretta,

riservo di vedermi in questo stato e non vorrei.
O Ermione, quanto acciaio

nella tua fragilità! Ma sia quest’acme

l’estrema squallida

immagine di me che viene a farsi, nel tuo liquido amniotico, stordire.

(Pirro esce.)

ERMIONE: Quante volte, amor mio, questo proclama!

Quante volte il mio e il tuo dimenticarci

d’averlo già sentito pronunciare e d’averlo pronunciato!
E così tutto perpetua, nulla cede e nulla si risolve.
Ma a te legata rimarrò comunque.
E tu nemmeno puoi sapere quanto pesi

sopra e contro di me, personalmente, la tenebra di Oreste.
E nel buio delle scale quel frusciare

come di bestia che raspi tra i mattoni mi conferma

di qualcuno già arrivato a tormentarmi

col disgusto di un annuncio che mi è inutile scansare.
Udienza inevitabile. La patisco controvoglia per tributo

non so a nome di che cosa. Entri chi vuole.
Sbrighiamo la faccenda.
Colmo è già l’uscio

di un macabro grigiore. Colmiamone la stanza.




V

(Entra Pilade.)

ERMIONE: Perché da me?

PILADE: Ti infastidisco?

ERMIONE: Mi infastidisce

ciò a cui la tua presenza allude.

PILADE: Mi manda il mio signore

per un saluto e basta.

ERMIONE: Tu, Pilade,

da quanto gli sei affianco?

PILADE: Da un tempo sufficiente

a generare e distruggere più di un’amicizia.

ERMIONE: Amico

però non ti diresti.

PILADE: Una gerarchica chiarezza

fa duttile e inscindibile - perfetto,

alla fin fine - il mio servirlo e il suo essere

da me servito.

ERMIONE: Dunque saprai

quale il senso di certi suoi saluti.

PILADE: No, signora. Né lo so

né m’ingegno di saperlo.
Io son preposto a riferire e, poiché sono

particella alla sua corte, quanto posso

è consegnare pure e semplici parole. Non è certo

mio compito indagarle se mi vengono da lui.
Ben s’intende che è diverso

quando torno per ridirgli dei responsi ricevuti, allora sì

che è mio dovere perforare l’enunciato disvelando le intenzioni.
Ma pur sempre

non sarà che un riferire.

ERMIONE: Nulla avrai

da faticare per quello che ti dico.
Pure e semplici parole con annesse

indiscutibili intenzioni.
Se ne stia da me lontano.

I suoi omaggi sono graffi, insulti, stupri.
Molto più che veri insulti. E veri insulti preferisco.
Mi sia contro, m’aggredisca, mi schiaffeggi, imbratti pure

con indelebili vernici rosso fuoco mura e strade

per urlare: mille volte

quella donna è una puttana!
Che il mio nome lo riduca a uno sberleffo, che ne faccia

chiara effigie di vergogna, come quanto

l’avvoltoio sa di immondo e d’escrementi uno sciacallo.
Mi voleva, e tu sai quanto,

quell’Oreste che in virtù d’una passione

già con forza ricusata adesso ostenta

conoscenze mai avvenute, confidenze mai spartite.
Se ne stia da me lontano.
Vagli a dire: per Ermione

è un obbrobrio il tuo saluto, e di più ancora

il sapersi ancora dentro la memoria in cui la stringi,

in cui la brancichi e la insudici: è un obbrobrio.
Che abbia fine, vagli a dire - lo farai? -

questa bava che a onde lascia il suo squallido accostarsi. Lo farai?

PILADE: Naturalmente sì.
E, come annunciavate,

nemmeno avrò bisogno di sondare

valenze occulte in ciò che vado a riferire.

VI

(La Città mormora.)

CORO: Qualcuno ha visto - così si dice, così ho sentito -

un’autentica Regina

dalla sua cella muoversi, scortata

per vie traverse, per vicoli nascosti - con l’intento, sembrerebbe,

di celarne i movimenti ed approdare,

non è chiaro se volente o se nolente,

a una meta che stupisce.
E che spaventa.
Caoticissima giornata in cui un nonnulla

crisalide si fa

di illazioni, le più folli.
Tant’è, ora dicono che sia

presso luoghi di segreti conciliaboli col Re.
E’ di Andromaca che parlo e noi sappiamo

quanto intento sia Pirro a procacciarsi le sue grazie.

Chi suppone, ingenuamente,

per avvenenze che ben altre

della corte potrebbero donargli, e chi suppone

per vanità di titoli.
Non è Andromaca

figlia e vedova d’eroi, e non è madre

d’un misterioso erede?

VII

(Andromaca condotta da Pirro.)

PIRRO: Sì, qui.
Un’altra volta qui.
Più sorpresa

o più offesa

per questa mia richiesta

d’avervi nuovamente qui?

ANDROMACA: Mi sorprese

l’essere stata già una volta offesa.
E in un tempo che chiamate,

consensualmente, dopoguerra.
Le offese della guerra fanno parte d’altri conti.

PIRRO: E, si direbbe, da voi

più perdonabili.

ANDROMACA: Più parte di me, senz’altro. Come parte

di me sono le membra

svaporate sopra i roghi,

sono i lutti

incarnati in queste carni

canale a sangue altrui.

Tra le frane della guerra è la mia storia.
Ma le goffe vostre voglie

d’affiancare a ciò che fui ciò che voi siete

m’è straniero come brezza

alle alghe più sommerse.

PIRRO: Il desiderio in me fu acceso,

e ancora è acceso,

dalla donna che ho dinanzi.

ANDROMACA: No: da quella!

Poiché altro io non sono se non ‘quella’ e mai più ‘questa’.
E voi, d’altronde, è quella che volete.
La vedovanza che si porta. La sua genealogia.
E’ all’onore di Ettore che ambite.
E’ al suo ‘mantra’ in me racchiuso.
Quante volte, microscopico

signorotto di provincia, potestà da quattro soldi,

sarò chiamata a negarvelo di nuovo?

PIRRO: Di certo non adesso.

So come regolarmi per schivare le vergogna.
Con me stesso

più di voi sono spietato.
Non camuffo

di strategie politiche il ‘no’ che ho ricevuto.
Né, tantomeno, mi industrio di vederci

un accordo mancato. Me ingiuriò

non altro che il rifiuto. - Ora:

la mia fu un’offerta, oltre di essa

subentrerebbe la preghiera, e io non ho preghiere

a misura di chi vive. Ma per venire al punto...

Vi apparirà, può essere, quasi continguo l’intreccio dell’odierno

discorso a quel privato mio approccio, ma è ben altro.

Io vi chiamo a pattuire

e diciamo così: a intervenire

in un frangente che tralascia

di preoccuparsi per i singoli disdegni o per solinghi

malumori o ragioni d’imbarazzo.
Farà, questo

colloquio, d’anticamera

a un gabinetto di guerra. Non per essere grottesco

ma da quanto avete detto

dimetto ogni timore di cogliervi in disagio.
Si vuole, si rivuole

vostro figlio. Chi s’è infisso come pruno

tra le carni del Paese

s’è portato per bagaglio come funebre uggiolìo,

questa bieca petizione. E a nome, sottolinea,

d’un fronte che contempla

me pure nel suo elenco.

ANDROMACA: Si vuole?... Si rivuole?...
Per cosa? E dove?
E, se lui, perché non me?
Perché solo di lui m’avete detto? Perché non me?

PIRRO: Voi l’avete la risposta. Nell’affanno vi impedite

di udire il vostro cuore che la urla.
Ma è esattamente quella.
Non sto a dire

di quanto fu preliminare e vacuamente

interposto all’attuale

estremo

stato delle cose.
Mi fu notificato: dieci giorni

per dare una risposta - e che GIA’ PIU’

NON SONO DIECI - e nessun margine

ad alcuna trattativa. - Ma

rivendicando ad Astianatte quei diritti

che sono qui preposti a organizzare

i modi della vita, ho percepito

la risorsa che ci è data. Per paradosso

l’esatto opposto del penoso contenzioso che vi offese,

e che mi offese.
La mia proposta è la seguente:

non si tratta più per me di dar la caccia

né a voi né al vostro nome

ma di omaggiare voi del mio.
Di rendervi consorte

della massima autorità tra questi luoghi.
Di innalzarvi

al rango di padrona

lecitamente messa nell’albo delle genti

su cui stendo il mio dominio. E fare

di vostro figlio un legittimo intoccabile rampollo.
O, se volete,

così all’inizio.
Sia dato come impegno:

per quest’inizio

non voglio sindacare conseguenze

né accampare pretese che, se il caso,

starà a voi di consentire.

ANDROMACA: Per chi lo fate?
E servirebbe?
Ma poi per chi lo fate?
E davvero pensate servirebbe?

VIII

(Nella Torre. Pilade presso Oreste, invisibile oltre un telo nero.)

PILADE: Stasera stessa, Oreste,

tutti sapranno tutto.
Le ambasce della gente che fantastica al presente

le più impervie congetture non avranno

materie nuove al loro lavorio.
Urbi et orbi

diffuso sarà il senso di questa novità:

il tuo essere qui giunto

e che una ridda cicalante ha scatenato.

Io m’escludo volentieri.
Tu sei il nome che imperversa.
Tu il demone ammantato di leggende.
D’una luce vicaria circonfuso

già mi sento potente a sufficienza e mi contento

del pavido omaggiarmi che ovunque m’è dovuto.
Dapertutto ne ho avuto la conferma:

ho la città ai miei piedi, ovvero ai tuoi.
Genuflessa, ridicola, carponi.
E chi mi fugge

mi omaggia con più forza, e omaggia te

con un ringhio soffocato che è gemito di resa.
Oh, Pirro ovviamente ha fatto il permaloso abbandonandosi a tediosissime proteste.

Più bizze, in verità. Capriccio quasi

d’una femmina piccata.
E, da femmina che appare, cerca femmine a lenire il suo travaglio

di ominide alla frusta.
E qui il punto per te ‘dolens’:

sai chi è la femmina. L’ho vista. Le ho parlato.
M’ha risposto esattamente

come avevi preveduto.
D’accordo, insisteremo.
Mi dirai tu sin quando. In sintesi:

s’è rivelata ottima l’idea

di fare albergo in questa rocca.

Quasi con mano m’è parso di toccare

come e quanto l’antifona sia stata recepita.
Insomma, non inutile è trascorso

questo nostro primo giorno. Senza intoppi, ma d’altronde

tu per primo lo dicesti: non ne avremo.

IX

(Trascorre il tempo.)

CORO: Non più ferma vedete

la città in attesa

di decisioni che in pochi sono chiamati a prendere.
Brulica e vibra

di mormorii affannosi; di discordi pareri; di opinioni.
Qui, eccola

in poche linee esemplari circoscritta.
Al vertice più alto del palazzo,

o truce torre carissima al Paese

e di cui siamo adesso alle pendici,

brilla una lastra al di là dei venti e su cui insiste

una tenebra morbosa.
Cola munto, di lassù,

il cuore d’ogni cittadino. E’ quella

la finestra della tana che s’è scelto

uno straniero a consumare l’occultata sua impazienza dopo il ‘diktat’

calato come scure sul dorso dello Stato.

Ahimè, ahimè...
Che luogo d’amare

deportazioni è questo! Qui

ogni libero cittadino deve

sorvegliare la prigionia d’un altro.
Etnie diverse

si guatano sospette e adesso maggiormente

che presi siamo in un tragico delirio.
Ci hanno detto che succede, le ragioni dell’evento.
E pure ci hanno detto

perché fu data la risposta che fu data.
Intanto il tempo passa

e niente accade.
Noi non cediamo,

quelli non cedono, e la macchina procede.
L’ulcera s’allarga

sotto una pelle rosea.
Per carità di Dio...

Svanirà l’incubo?
Pioverà fuoco?
Diteci qualcosa!

X

(In Consiglio.
Pilade parla dinanzi a Pirro e ai suoi ministri.)

PILADE: Signori, innanzitutto,

comprendo in voi la delusione.
Convocaste non me, ma qualcun altro.
Il mio signore, suddito

d’un potere a cui tutti siamo sudditi,

m’ha scelto ancora oggi per fare le sue veci.

PRIMO CONSIGLIERE: Questo è un affronto, Pilade.
Non è più tempo, converrai,

di luogotenenti e il nostro

fu proclamato come un incontro al vertice.

SECONDO CONSIGLIERE: Di’ chiaro: egli disdegna,

e in che maniera manifesta, d’ossequiare un’assemblea

che è statuto a una regione proclamata come Patria e vilipesa come un feudo.

PRIMO CONSIGLIERE: Quest’aula lo reclama! Il suo sottrarsi

è un calcolato insulto.

SECONDO CONSIGLIERE: O ci convinca del contrario:

che venga di persona e si confronti

col volere e il disvolere di chi non

per ribellione vuole intatti i suoi princìpi.

PILADE: Irritazione inutilissima. Io, è vero,

non sono che una spalla,

e una spalla a poco vale

per firmare carte estreme o per disporne la stesura.
Ne convengo: non più tempo

è di spalle ma nemmeno

d’ulteriori discussioni.
E con me non si discute.
Non ho orecchie, solo lingua.
Rinunciate a strepitare: un simulacro

fatto d’aria vi fronteggia, valutatene gli oracoli.

SECONDO CONSIGLIERE: Dove un servo

più di Pilade perfetto?
Coi tuoi fiati di castrato

biascichi requiem come filastrocche.

TERZO CONSIGLIERE: Per cortesia, che parli.
E non per concessione, ma per ordine.
Sù, Pilade.
Il silenzio del mio Re ti faccia da comando, t’ascoltiamo.

PILADE: Ebbene, signori,

retoricamente, ma con quanto di vero solo

la retorica può dire, dico, confidando d’essere creduto,

che l’ansia è collettiva.
Di tutti noi la pena.
Ma colpa fatene

al tempo che deborda e a una parola che non viene.
E francamente ci sorprende

l’impreveduta ostinazione.

Poi tanto non chiedemmo.
Sta di fatto che siam giunti

GIA’ ALLA TERZA CONTRORA MERIDIANA

da quando, giorni addietro,

venimmo a consegnare l’ambasciata.
Da allora in un ristagno totale di risposte,

come a bagno di quest’afa

che il vento spreme da un sole trasudato, graviamo inutilmente.
E il tempo, vi ricordo, va estinguendo.
Fu dato un ‘ultimatum’. Attenzione:

il calendario fa di ciascun giorno un numero, e i numeri son fissi.
Ci avviciniamo al ciglio.
Irresolubile è la data, il resto chiacchiere.
Con ciò, augurando

un buon proseguimento dei lavori,

a questo Consiglio porgo il mio saluto.

(Pilade esce.)

TERZO CONSIGLIERE: Ci eravamo sepolti

sotto veli di sabbia

per non più udire né più vedere

né più contare

il trapassare dalle notti al giorno.
Per farci quasi

dimenticare.
Ma abbiamo noi mai dimenticato

coloro da cui, penosamente,

speravamo d’esser dimenticati? Non mi sembra.
Si disse: inamovibili.
Si disse di far come

se quella torre ancora

inabitata fosse. Ma non lo era.
E non lo è.
Reale è la vita. Ha norme

materiali che non s’affidano al pensiero.
T’abbiamo seguito, Pirro, fin dove s’è potuto

ma, per quanto abominevole,

eccomi qui disposto a fare il passo

di chi si espone a mutare la sua rotta.

PRIMO CONSIGLIERE: E cedere, insomma!
Questo vuoi dire?...
E venir meno

a quell’etico principio per cui pure il nostro popolo

si sente di rischiare?

TERZO CONSIGLIERE: Mi limito a affermare

che è cosa proponibile.

Suggerisco di votarlo e non è detto

che io stesso non sia il primo a votar contro.

SECONDO CONSIGLIERE: Se si vota lo si faccia

però in piena libertà.
Non si dia per assodato

il sancire una conferma.

TERZO CONSIGLIERE: Certo che no.
Revisionare: è tutto.

PIRRO: Revisionare cosa?
Un ordine morale?
Giurisprudenza? Tradizioni?
E i nostri tribunali?
Armate un ‘golpe’, spodestatemi

e il mio dissenso non si porrà ad ostacolo.
Che vi suoni a tirannide, e lo sia,

ma io vieto, e con violenza,

di dar corso a quest’infame

ballottaggio: monumento alla viltà o,
se cercate nuovi stimoli al coraggio,

capolavoro di ipocrisia civile!...

Per dire poi alle folle: ne venga quel che venga, noi votammo.
Se verrà il meglio ciascuno ne avrà il merito;

se verrà il peggio nessuno ne avrà colpe.
Le ragioni dette ieri

non fu ‘bluffando’ che vennero chiarite,

e son le stesse d’oggi.

SECONDO CONSIGLIERE: Ma se è vero, mio signore,

che alla nostra fermezza è contrapposta quella loro,

e non per ‘bluff’, come tu dici, e l’una e l’altra...
di noi che ne sarà?

Almeno solo

considerarlo è giusto: di noi che ne sarà?

PIRRO: Ne sarà quel che sarebbe

per un sisma, un maremoto, un disastro naturale.
Quanto accade scavalca ogni politica.
Ma c’è un’istanza suprema che governa

sugli innumeri governi della terra.
E’ l’assemblea delle Nazioni.
Abbiamo ancora sette giorni:

è lì che andrò.
Difficile è l’accesso. Avere udienza

a ogni capo di Stato è consentito

per una volta, una e non di più.
Spenderemo questa carta. Quale l’esito

è impossibile da dire.
Ma se posa la Giustizia su un archetipo di legge

che è premesso anche alle nostre, vinceremo.
Altrimenti, vorrà dire, con giustizia

piegheremo il capo al sisma, al maremoto,

al disastro naturale.

XI

(La Città interroga Ermione. Ermione interroga la Città.)

CORO: NON PIU’ SETTE: SEI GIORNI

CI RESTANO. Nemmeno.
E ancora si questiona, ci si infuria, ci si scanna

candidando, ciascuno, un suo rimedio. E non appena

un farmaco è proposto si fa all’istante doppio

il glutine vociante e, sgretolando, si spartisce:

di qua chi ne trema, di là chi acconsente.
Si formano partiti, flagelli di discordia,

viticchio di ideali tradotti in occasione.

Ci si sbrana, ci si incanta; estemporanei

‘leader’ sorgono e tramontano;

ogni giorno ne conta in quantità.
Nuclei eccitati si autoeleggono a Senato.
E’ il pantano forense che rimonta.
E io... io, Città,

raggrumata nel midollo da unanimi spaventi,

così di fatto mi vedo lacerata

con la destra a straziarmi la sinistra, con i denti

frantumati mordendomi le ossa.
Ma, me disintegrata,

a chi e a che cosa

i voti che mi vengono levati?
Sarebbe come dire: sgozza il capro

perché al capro benigno sia il destino.
O forse c’è dell’altro? O forse sotterranee

privatezze alle quali sono estranea mi spingono sull’ara

del folle sacrificio?
Qualcuno gridi

una parola chiara. Feroce e secca.

L’unica. Sia pure

irreversibile. La gridi.

(Passa Ermione.)

Ermione, tu

qualcosa forse di questo che sospetto puoi sapere!
Perché scivoli nell’ombra quasi in fuga

dal nulla che ti segue? Il popolo ti adora.
Mostrarti fu da sempre la tua gioia

compensata dalla gioia di chi ha il bene di vederti.
O forse ti confondo. No, sei tu... allora voltati, rispondimi!

ERMIONE: Non è l’ora per feste improvvisate.

CORO: Ma puoi dirmi se sia vero

che da oblique interferenze è distratto il nostro Re.
Tu credo mi capisca.
Non è pettegolezzo, e assai legittima

è la voglia di sapere. E’ di noi che si decide.

ERMIONE: Il mio uomo sta partendo. Consentite

che mi trovi a salutarlo.

CORO: E che si porti

là dal mare gli auspici di noi tutti.
Ma rispondimi, Ermione: sai qualcosa?

ERMIONE: Ma di che? Quali oblique interferenze?

CORO: Strane visite che trescano

imperscrutabili interessi tra lui e la vedova esiliata.

ERMIONE: Maledette adescatrici, quale febbre

alludendo m’iniettate! Non so niente.
E’ Andromaca la vedova? E che visite?

CORO: Corre voce come l’acqua

che a rigagnoli serpeggia, si ramifica e si mischia.

ERMIONE: Ma di’ in fretta e fammi andare!

CORO: Se noi è a te che domandiamo!...

ERMIONE: In virtù di che sospetto?

CORO: Si suppone qualche patto tra il sovrano e la straniera.

Convocata fu a convegni

numerosi ultimamente.
La questione la riguarda, questo è chiaro.
Se l’oggetto del contendere è suo figlio.

ERMIONE: Ma non lei!

CORO: Non lei.

ERMIONE: E che voce in capitolo mai avrebbe?
Sarà madre, ma qui inutile a decidere.

CORO: Perciò è a te, ritorno a dire, che veniamo per sapere.

ERMIONE: Ah, cornacchia pervertita!
Com’è facile cibarsi

dell’onore di chiunque per chi onore non possiede!
Gracchiate tra le polpe che, gòrgoni reiette,

vi rallegra di scempiare.
Solo vostra è la mondezza che cercate in casa altrui.

CORO: No, mia prossima

e dolcissima Regina...
sincero, credilo, è il fervore dello slancio e la paura,

e non malevolo

lo sgradevole pensiero che t’abbiamo inoculato.

ERMIONE: Là già picchiano

le pale contro l’onda per staccare

il battello dalla riva. Senti i colpi,

e le grida. Dio non voglia

che sia tardi per vederlo!

(Ermione si allontana.)

CORO: Va’, accompagnalo

almeno con lo sguardo.
Lo vedrai e ti vedrà.
E che possa il suo viaggio perdonarci

se offesa hai ricevuto, e ci rimandi

da metropoli lontane una speranza.

XII

(Pirro di fronte alle Nazioni.)

PIRRO: Senza più scarti

o indecisioni

signori vi dirò

quale il grave momento che ci stringe.
Siamo all’ultimo crepuscolo. S’arroventa

dietro i monti il sole sotto il quale

dovremo, e non più tardi

di un suo prossimo sparire, rispondere al ricatto.
Tra noi gente

straniera ormai da tempo si è insinuata e vive.

Fu all’inizio

bottino di guerra: prigionieri

che con sagacia abbiam saputo collocare nelle strutture dello Stato.
Il mondo ci fu grato

per i metodi che usammo. Lo sapete, dacché molti

tra i governi più civili ci assunsero a modello.
Siamo un piccolo Paese che, a misura di se stesso,

per antichi contratti d’alleanza prese parte - e con stentata

convinzione, vale dirlo - al flagello d’una guerra

che ebbe origini in questioni

a noi estranee e su cui adesso non voglio argomentare.
Tenemmo ben serbati nel silenzio

delle case i gemiti e la rabbia ed affrontammo,

ciascuno per se stesso, la vicenda

dagli esiti casuali d’una giornata in guerra.
Padri e figli abbiamo dato

in ossequio di ciò che promettemmo.
E che mai non fu disdetto.
Vedove e orfani divennero

la massa popolare. Non più una sola

frangia di noi dolente ma la vera

maggioranza residuata, con i vecchi, per le strade.
Ripeto, signori:

tutto ciò in silenzio.
Ma vincemmo.
Mercè la forza dell’intera coalizione

carica d’altre potenze che non la nostra

ci trovammo, fortuitamente, dalla parte di chi vinse.
E ne avemmo ricompensa.
Quei prigionieri, appunto, a cui mi riferivo.
Ricordo voci contrastanti sapendo delle labili

violenze a cui li assoggettammo.
Fu per astuzia

non per pietà che lo facemmo.
Soggiogare assorbendo, compensando i ‘deficit’

e sorvegliando le crisi di rigetto.
D’altronde è cosa nota.
Come pure il sopruso che è giunto a dissestare

i ritmi quotidiani di questa mite azienda

che, cara a chi le dedica la vita, può essere una patria ai cittadini.
Ridire nomi e fatti

in questa sede mi sembra sia superfluo.

Vedo già gli altri

tribuni nazionali in lista per parlare. Sto finendo.
Consideratela, vi prego, in questo modo:

ci chiedono di dare uno dei nostri

per consegnarlo senz’altro a morte certa.
Mi spiego meglio:

se in virtù di quanto detto

vi sembra sia civile e che meriti di vivere

quel modello di governo sul prototipo del nostro

che ho voluto ricordare,

valutate il sillogismo:

i prigionieri di guerra sono ospiti,

e gli ospiti, per noi, son come noi.
Ergo:

non mi sbagliai affermando ‘uno dei nostri’.
Ebbene, per proteggere

un principio che sta a fulcro del nostro ordinamento

siam sotto la minaccia d’essere annientati.
Distrutti, rasi al suolo.
Minaccia non astratta: tangibile, imminente.
Noi non chiediamo un’arma per colpire, vi chiediamo

- signori, per carità, silenzio - uno scudo sufficiente per salvarci.
Ma insomma ascoltatemi, silenzio! E’ una beffa

essere trattati in questo modo! Per chi parlo?...
Signori!... Non si dimentichi di noi il mondo, ché chiamandolo a soccorso

noi lo chiamiamo a difendere se stesso.

XIII

(Ermione nella cella di Andromaca.)

ERMIONE: Glielo darai?
No, tuo figlio non morirà.
Non glielo darai.

Com’è piena, vero,

di biliosa raucedine una siffatta

domanda a una siffatta

regina, madre e prigioniera!
Ma non sbagliata, vero Andromaca? Non sbagliata!
Tra le tue mani tutto

è stato ormai rimesso.
Sei tu arbitro, sei tu a decidere.
Non vengo per indurti a una risposta o all’altra,

ma solo, ti giuro, per sapere.

Glielo darai?
E io

avrò il mio sposo?
Dal tuo dare tuo figlio o dal tuo darti, lo so bene,

altre vite che la mia sono in sospeso,

ma ciascuna, se potesse,

a suo nome implorerebbe:

cosa mai sarà di me?

ANDROMACA: Se,

Ermione,

- tu sei Ermione, non è cosi? Non ti conosco ma t’immagino

da come leghi la testa di mio figlio alle smanie tue di moglie - se

fosse a te posta la questione,

ma all’inverso che per me, di rinunciare

a un marito imminente per sottrarre a esecuzione

il mio Astianatte - questa carne che t’ingombra e che ti guasta

una vita pianeggiante e un bel progetto - che faresti?
La funzione tua di sposa immoleresti

a quella mia di madre?
E quanto staresti, dimmi,

a soppesare il caso? Mezza giornata, un’ora o meno?
Io credo meno.
Sinceramente è quello

che chiunque, me compresa, farebbe al posto tuo.
Così due donne

si fanno belve contro.

ERMIONE: Sicché lo sposerai.

ANDROMACA: Io non sono Ermione,

né il caso che ho supposto è tanto simile

a quello che mi tocca.

ERMIONE: Ma più feroce ancora, e dunque

non c’è da avere dubbi.

ANDROMACA: Scuro calore

ha la dolcezza in te.
Ma la vera dolcezza si versa nel tuo sangue.
L’hai detto non per scusa,

ciò che desideri non è per me rimprovero.

ERMIONE: Ma voglio sapere cosa

sarà di tanto amore.

ANDROMACA: Del tuo per lui?

ERMIONE: Sennò di quale?

ANDROMACA: Del suo per me.

ERMIONE: Del mio!

ANDROMACA: Non lo darò mio figlio.

ERMIONE: Vedi allora:

è quello che dicevo.

ANDROMACA: Se ti sembra

di leggere in questo una risposta...

ERMIONE: E non lo è?

ANDROMACA: Io solo ti ripeto:

non lo darò mio figlio.

ERMIONE: Di’ pure che ti farai puttana!

ANDROMACA: Urli contro qualcuno che non c’è.

ERMIONE: Contro qualcuna

che mi sta qui davanti.

ANDROMACA: Contro un maschio, Ermione,

che qui non c’è.
E non illuderti

di aver saputo nulla.

XIV

(Il ritorno.)

CORO: Il Re! Il Re!

Oggi è il giorno: torna il Re.
Ma parate striminzite si dispongono al suo arrivo.
Disgregato

ogni accenno di raduno.

Solo fitti assembramenti

ma nell’ombra dei portoni.
Perché è ingiusto festeggiare

ciò che sempre fu occasione

di esultanti giubilei?
Sta sbarcando.
Cosa fu della missione?
Già l’aspettano di dentro

con notizie da sentire

e con una che qui tutti

mastichiamo da ore e ore.
Chi l’ha visto? Chi lo vede?
Già è passato? Sta passando?

XV

(In Consiglio.)

PIRRO: Non io

ho molto a voi da dire ma voi a me.

Come Pilade con noi

non ho ascoltato ma parlato.
Non ci resta che aspettare.

TERZO CONSIGLIERE: Inutilmente?

PIRRO: Il da farsi è stato fatto.

TERZO CONSIGLIERE: Mi ripeto: inutilmente?

PIRRO: Un’espressione già intuita prima ancora di partire.

SECONDO CONSIGLIERE: Tua l’idea.

PIRRO: Aspettare non è un rischio.

PRIMO CONSIGLIERE: Dillo ad altri.

PIRRO: Anche noi imponiamo attese.

TERZO CONSIGLIERE: Con un termine obbligato.

PRIMO CONSIGLIERE: E mancano tre giorni. TRE.

PIRRO: A ogni modo

infecondo è argomentarci. Andiamo avanti.
Sembra ovunque

un braciere di bisbigli. Che è successo?

PRIMO CONSIGLIERE: Già, si pone una questione. Una di più.

Fra tante gravi

e che di tutte si fa compendio.
Un puro caso ha consentito stanotte di sventare

l’irrimediabile. E già chi preme - ovvero, Oreste -

per chiederne conto a mezzo d’un cencioso

gregario - Pilade - ritorna.
Perciò ora a te

di dirimere l’imbroglio. Penoso, ma

in casi estremi, ti ricordo,

pure il danno può mutarsi in occasione.
Due fra i nostri

più scriteriati giovani, due teste calde se l’espressione è lecita,

han caricato di zolfo le brecce della torre, dove calcano

sterpaglie marce e ghiande i ratti e dove intrecciano

gelide spire i più devoti

guardiani dell’altare: i serpi. Così l’han fatto:

con mani nude che ancora sono grigie

dell’inesploso crimine.
T’è chiaro? Del nostro asse gli sciagurati questo

stavano per farne: cero consunto, stecca

per uno spiedo; e cumulo abnorme, maceria e fumo.
Vuoi che t’annunci il senso

dei loro latrati adesso in gabbia?... "Non più mai

del patrio tabernacolo si farà latrina! Non più mai

tana laida allo straniero!"

SECONDO CONSIGLIERE: Una ronda tempestiva

seppe giungere per tempo e ci ha messo tra le mani

una carta assai opportuna da giocare.

PRIMO CONSIGLIERE: Cogli, Pirro,

il senso pieno d’un verdetto che a cuor leggero ti si chiede di firmare.
Nessun travaglio processuale. Dibattimenti zero.
Non c’è recondito cavillo che non gridi

la chiarezza ineluttabile dei codici.
L’imputazione è doppia.
Una, la prima, per attentato

contro la vita umana. E questo punto, c’è da dire,

almeno qui tra queste mura qualche appiglio alla difesa può anche offrirlo.

Siamo in stato d’assedio, chi lo nega? Un consesso popolare sono certo esiterebbe

a far pollice verso per un gesto di sapore, come dire?, irredentista.
Son condanne, si direbbe, che spettano al nemico.
Certo Oreste è in missione diplomatica. Tant’è... l’ergastolo potrebbe

con mitezza un po’ sommaria tacitare ogni protesta.
Ma poi si viene all’altro punto, capitale, che strozza l’indulgenza e non consente

di decidere altrimenti che nel modo

più doloroso e triste. L’offesa, intendo,

portata contro il simbolo più sacro del Paese. E qui la morte

ineludibile s’impone.
Perciò sarà opportuno proclamare

presso i nostri la sentenza in virtù del punto due

e, poiché nulla ci costa, presso gli altri

spacciarla come omaggio alla pace collettiva

e che dunque la si legga

in virtù del punto uno.

SECONDO CONSIGLIERE: Pur con angoscia, perché non dirlo?,

ma un fortunato evento.

PRIMO CONSIGLIERE: Contare i morti per semplici unità

ed arrestarci a un soffio dall’abisso.

TERZO CONSIGLIERE: Se ci leggi un espediente questo è solo

nel come si può fare propaganda

a qualcosa che si snocciola da sé, senza bisogno

di nessuna forzatura. E’ come un fatto,

rifletti, già compiuto.

SECONDO CONSIGLIERE: E sarà un dato non trascurabile notare

che poco o nulla insieme s’è discusso

circa il da farsi, se fosse giusto o meno.
Da giudici anzitutto,

e quindi da graduati

tutori a te affiancati a salvaguardia

del pubblico organismo, risolvemmo

collegialmente e in naturale accordo

con equità e ragione. Percorsi, lo sai bene,

non sempre coincidenti.

PIRRO: Ragione ed equità

son sempre coincidenti. Ma è che tu parli

per eufemismi e alquanto claudicanti.

Furbizia suona meglio.
E’ una virtù, non ricusarla.
Da stropicciarsi le mani, invero,

quando la legge, destramente dirottata

con qualche correzione, si piega ad assestare

beghe nostre personali di cui nulla può sapere.

PRIMO CONSIGLIERE: Beghe nostre tutto quanto sta accadendo?

PIRRO: Beghe nostre. La legge ne è all’oscuro.

SECONDO CONSIGLIERE: Non per nulla

prima, dicendo, ho rimarcato che il caso qui pretende

la voce del giudice e quella del politico.
Felice sintonia

è quanto ne deriva.
Diciamo grazie al caso e cerchiamo di apprezzarla.
Già siamo all’epicentro

d’un guaio che di certo

non fummo noi a volere.
Bene, adesso

se la realtà compone

tra tanto caos un tratto che ricuce

lo strappo snaturato, o parte dello strappo,

ti sembra sia sensato

per sdegno ed altezzosa

fierezza di sovrano precludersi la sola

vera occasione per allentare il cappio?

PIRRO: Macabro uso

che fai di frasi fatte!
Non vieni qui a proporre di stringerlo, quel cappio, attorno al collo

di chi, se ho ben capito,

sorse tra noi a mostrarsi

pura stoffa di vero patriota?

TERZO CONSIGLIERE: Sciagurata giovinezza che troppo la sbandiera

questa stoffa dissennata. Ecco che fu, non altro.

PRIMO CONSIGLIERE: Facinorosi, folli. Teste calde, te l’ho detto.

PIRRO: E questa che sarebbe?
L’arringa dell’accusa o quella di difesa?

PRIMO CONSIGLIERE: Alle strette! Insomma, cosa?

Clemenza?
Per chi?
Per due sacrileghi e ribelli

o per un popolo clemenza?
Scegli! Per chi?
Ti piace d’essere pietoso. A caro prezzo

dovrai saldarlo con la pelle di noi tutti il tuo bel gesto.

E con le opere e le mura

che ti furono alfabeto da quando fosti al mondo.
T’abbracci ai neonati e stronchi le città! Ma quale foia

di solare perdizione, d’aurea e folle

beneficenza ti consiglia?

PIRRO: Ripeto quel che dici: sacrileghi e ribelli.
Così che hai detto, o no? Sacrileghi e ribelli.

SECONDO CONSIGLIERE: Il fatto l’hai saputo, superfluo è ogni commento.

PIRRO: Superfluo cosa, se siamo gente noi

vietata a ogni commento? Un lusso altrui. Di chi non ha potere.
Per noi aprirci a un’opinione vuol dire emettere un verdetto.
Perciò ripeto: sacrileghi e ribelli.
No!
O l’una cosa o l’altra.
Se è qui la traccia che ha improntato l’istruttoria non un grano

di giustizia può trovarsi. Né di logica giuridica.
Ribelli? E contro chi?
Contro chi già, e con turpe

abuso di potere, venne a ostentare il suo disprezzo, e quello sì ribelle,

contro i precetti che fanno di noi tutti - opere, mura e cittadini -

un autonomo sistema assunto a identità?
Poi sacrileghi. Dove e quando?
Annichilendo un dissacrato emblema?
Un di già offeso

e violentato simbolo?
Direi piuttosto impresa

cieca ed assoluta di igienico esorcismo. ‘Auto da fè’, penoso

ma mille volte sacro. - No, non regge

né una voce né l’altra, e sia

a rigor di logica che dando ascolto ai codici.

TERZO CONSIGLIERE: Caleidoscopico, o mio Re,

è il libro delle leggi.

Come un paesaggio:

puoi muovere lo sguardo ad indagarlo e chiedergli che mostri

più il cielo sovrastante o l’acqua del torrente o il bello della luce

che in un tal punto si diffonde, o l’orrido

di tanta architettura.
Eppure sarà sempre

quello stesso paesaggio e non un altro.
Ami la luce, cerca la luce. Ami l’acqua, volgi lo sguardo all’acqua.
In sintesi,

quel che devi, che dobbiamo domandarci - il momento ce l’impone - è:

cosa ci serve adesso?

Il folto della selva o l’acqua? Il cielo o l’ombra?

La legge trama ovunque

l’intierezza del paesaggio,

e quale che sia la scelta ovunque emergerà

a decretarsi inevitabile in quel punto.
E perciò giusta.
Come in ogni suo punto il paesaggio è naturale.
E ora questo ci serve: fatti giudice, Pirro.
Non è più tempo d’avvocati il nostro.

XVI

CORO: Ancora traffici e mistero.
Come un gioco.
Ma se a tutto ci si abitua, a questo no.
E’ una tombola giocata

dove i ceci sono teste.

(Passa Pilade.)

E lì, guardate!

A piede sciolto tutto il giorno

se ne va quello sciacallo;

e ci fiuta, ci sorride, ci saluta

lo scherano dell’inferno...
il sulfureo galoppino.
Poi s’apparta, come adesso

in sinistre discussioni.
Dove preme col suo piede, dove sfiata

il suo alito che impesta si vorrebbe

ustionare sino a rodere

suolo e pietre che ha infettato.

XVII

(Pilade a rapporto da Pirro.)

PIRRO: Riferisci: non più nulla

dal figlio d’Ettore si dovrà temere.
Informa ufficialmente

che lo integro nel regno col titolo di erede.
Non bastasse a fargli scudo

saperlo cittadino tra noi di queste lande, e confratello,

sappiatelo delfino. Oggi governo

per lasciare a lui le redini del regno.
Sua madre infatti sta

per divenire mia consorte.

PILADE: Bene. Anzi, male. Ciò significa

che una volta cresciuto quel ragazzetto avrebbe

armi pronte e sudditi e un esercito

per sfamare col tuo cibo le fameliche

e postume lagnanze di suo padre. No, non va. Non ci convince.
Già lo posso anticipare. Poi sorvoli

su un paio di questioni assai scottanti. In primis:

la sgradevole sortita all’Assemblea delle Nazioni.
Ma che patetico suffragio sei andato a mendicare!
Umilia te né più né meno

di coloro contro i quali hai sollevato

il tuo indice a sgranare un’accusa balbuziente.
Quel concilio, presso il quale hai sperperato

buone scorte di prestigio, è l’alta Chiesa

d’ogni civico principio democratico.
Ma considera

se la nostra richiesta non sia il frutto d’un democratico consiglio:

insieme decidemmo, noi con te;

ti convocammo e tu venisti;

con noi partecipasti, e il tuo partecipare

in equa percentuale fu quotato.
Ne avesti un tornaconto.
Per disguido t’è toccata un’eccedenza.
Ti si chiede di ridarla, è tutto qui.

PIRRO: In secundis?

PILADE: Già, in secundis,

l’incidente di stanotte.
I tuoi ministri t’avran detto.
Il mio nobile capo e chi per lui

- è sempre a nome suo

e loro che ti parlo - è ansioso di sapere

che cosa si prepara a quei teppisti.

PIRRO: In primis,

del mio prestigio non chiamo voi a tutori.

Ho affidato il mio messaggio a protocolli più adeguati.
In secundis:

abbiamo leggi non verbali;

compulsa i nostri libri e supporrai il verdetto.
Ma inutile che scacci come mosca dalla fronte ciò che adesso

s’è fatto ganglio basilare in quest’affare.
E vallo a dire: insormontabile.
Via le mani

dal futuro monarca del Paese!

PILADE: E questo grido

è a nome del Paese?

PIRRO: Se vieni da me e ne dubiti

sarà che professate anarchie per cui detesto

d’aver confuso, un tempo, la causa mia alla vostra.

XVIII

(La paura della Città.)

CORO: Non argini.
Né metri di giudizio.
Solo caos

che d’incanto s’è fatto taciturno.
E come in primordiali sequenze in bianco e nero

l’attore capitombola e gesticola

in un’apnea convulsa,

così appare il panorama cittadino

dove nulla più fa guizzo,

solo tetre riflessioni. Non residua

che un bestiale tremolio.
Ristagneranno

le piazze fra non molto,

imbalsamate

nella canicola scottante.

Atomizzata

in mille drammi la tragedia, dietro mille

porte chiuse starà chiusa.
Io sarò ridotta a polpo

che ringhiotte i suoi tentacoli fra le crepe dello scoglio.

(Compare il Re fiancheggiato dai suoi ministri.
Verso di loro avanzerà Andromaca.)

Là è il padrone di tali circostanze.
Che mischiume

di fiacca e di violenza nel suo sguardo!
Stressatissima creatura; non fu mai

tanto larva il mio signore. Ma attenzione... chi ne invade

la dimora raggricciata nell’angustia del presente?
Chi è che sale

prepotente a disturbarlo

mentre in ‘summit’ burrascosi

tiene testa al suo Consiglio?
Sinanche dalle guardie

s’è diffusa la notizia:

fu lei, l’altera sequestrata, che pretese di venire,

ma non più da clandestina.

Tutti noi l’abbiam saputo.
E’ andata, va.
A lui la stanno conducendo.
Ora già gli sta di fronte.

XIX

(Andromaca affronta inutilmente Pirro.)

ANDROMACA:

No... non più di tanto vi dico ‘grazie’ per non avermi trattenuto oltre la porta.
Mi accogliete con un sorriso di quasi orripilante

galanteria: sono venuta per sgualcirlo.
E a rifiutarmi.

Grondando dalla voglia d’oltraggiarti, d’oltraggiarvi...

muta accolita d’un capo da burletta.
Come osi, come osate, divulgare ciò che sento?
Quel ‘sì’ che non aveste oggi scorre per le strade inondando la città da un capo all’altro.
Chi lo disse? Abbi il coraggio, ma guardandomi negli occhi,

di ripetere, qui adesso: ‘Mia è la femmina di Ettore.’

Sù, pronuncia

queste sillabe seguendo le mie labbra. - Tu!...

Davanti a loro te lo dico, che tanto già lo sanno...
quando raschiata è stata alle radici la mia casa, il mio àlveo, le midolla

di tutto ciò che m’era pane, e quando d’ogni fabbricato

consueto alla mia vista un mozzicone

fumante è stato fatto,

nella torma

dei feroci predatori, sbarcati piombo in mano

e roventi mastodonti tra le braccia, quella notte io non t’ho visto.
Nel putrido dei gas e nel reticolo dei ‘laser’, non t’ho visto.
E sotto le scie stellanti delle capsule

incandescenti in cui s’è fusa la mia terra, io non t’ho visto.
Gli altri sì: ciascuno tra i bagliori di saette sventagliando

il suo vessillo a proclamare: "Mia pure la firma nel massacro!" - Loro sì!
Mentre invece le tue insegne, di’ se sbaglio,

a un ignoto caporale stavano rimesse

e strascinate ai bordi dell’immane cataclisma

per doverosa rappresentanza e basta. Questo sei tu, controfigura

da retroguardia, ed io

nello sfascio del tuo letto dovrei stipare

un appello travolgente di nomi che un ruscello

di latte, sangue a sangue, ha mescolato plasmando una tonante

teoria di padri e di mariti dal cui struggente esistere sono desunta anch’io?

E con che fretta

vuoi inghiottire tanti eroi per trasformare te in eroe e legittimarti,

e finalmente

per dirti, insieme agli altri, vincitore di qualcosa!
Ma l’avermi rapinato del diritto d’una scelta mi costringe, non capisci?;

a nemmeno più pensarci. A scagliare il ‘no’ più forte

che nel fuoco della gola mi s’impasta.
Costringendomi! Obbligandomi!...
Ah... disumana è l’idiozia molto più della ferocia!
Ma perché venire allora a proporre, a predisporre

perché io lo valutassi e infine agire a questo modo?
Per vantarti?... Per stupire la tua corte?...
Sciagurato! Tu lo sai su quali carni

ricadrà questo rifiuto!

PIRRO: Non più oltre,

mentre il mondo su noi come

la terra sulla terra delle fosse si richiude,

sopporterò l’abbandonarti tuo a schermaglie

di femmina non degna del titolo e del nome per cui ti fai da urna.
A noi servi, e scade il tempo disposto alle parole. Tutto va

tramutandosi in azione; irreducibile.

Che tu lo voglia o non lo voglia ti useremo.
Rispettarti oltremisura costa un prezzo esagerato.
Non tradisco la mia gente in ossequio d’un defunto nemico ucciso in guerra.
Non è nulla a noi il tuo Ettore

se non l’unica uscita dall’intrico.
Suo figlio diverrà la mia progenie.
E con ciò chiuso. Rammenda il velo

matrimoniale, Andromaca: al talamo rimonti.

Da sguattera, volendo, ho il diritto di trattarti:

ora lo faccio:

t’impongo di tacere.
Leggi pure in quest’ordine un regalo: ti consente

di fare ciò che ti conviene.
E senza il peso di saperti consenziente.

(Via tutti, tranne il Coro che avanza e uno dei Consiglieri.)

XX

(La Città chiede notizie.)

CORO: E tu niente ci dirai?

CONSIGLIERE: Tutto procede.

CORO: Una cosa solamente:

è bene o male

che sia entrata quella donna nel palazzo?

CONSIGLIERE: Una prassi regolare.

CORO: Non è questo che si dice.

CONSIGLIERE: E che si dice?

CORO: Che sin troppo condizioni

il futuro che ci tocca quanto Pirro

è per lei disposto a fare.

CONSIGLIERE: Un ‘si dice’, per l’appunto. Poi, comunque,

dal governo saran presto diramati

comunicati sull’evolvere dei fatti. (Va.)

CORO: In quest’orgia di soppresse

evidenze anch’io vorrei

trovar luogo a un tornaconto

che è il più misero fra tutti

e temo il meno dibattuto: ancora vivere.

Ma di nuovo si vocifera

di segretissimi via vai,

di traffici velati nell’oscuro, e tutto in demone trasmuta.
Ahi, livida notte... a pugno

sul cranio mio ti stringi, e intanto

IL TERZULTIMO GIORNO VA SPRECATO.

XXI

(Un ragazzo con i polsi legati è di fronte al Re.)

PIRRO: Perché solo tu?

RAGAZZO: Il mio compagno non vuol saperne.

PIRRO: Sto decidendo di voi. Non gli interessa questo?

RAGAZZO: Lui dice che

se è nel suo diritto rifiutarsi, si rifiuta.

PIRRO: Non ha ragioni da difendere?
Un diritto, semmai,

è venir qui per farlo.

RAGAZZO: Lui dice: se vuoi va’ tu,

per me, se è mio diritto, mi rifiuto.

PIRRO: E tu,

in che ti senti differente?

RAGAZZO: Più tenace è il mio silenzio.
Venire o non venire per me è lo stesso.
Ma se avessi rifiutato chissà a quali

insulse congetture mi sarei dato in pasto.
No, non ho voglia

d’offrirvi alcun significato.

PIRRO: Dunque, tra i due, sei tu il più radicale.

RAGAZZO: Non ritengo

sia necessario spiegare a chi già sa.

PIRRO: E sarei io

quello che già sa?

RAGAZZO: Chiunque viva all’ombra

di quella torre invasa.
Solo che tu

tra coloro che sanno sei l’unico che possa.

PIRRO: Fare cosa?

RAGAZZO: Quel che io

insieme al mio compagno non son riuscito a fare.

PIRRO: E credi gioverebbe

alla causa per cui entrambi parteggiamo?

RAGAZZO: Credo nel gesto

ideologico portato a compimento.
Tu lo potresti. Fallo.

PIRRO: Rispondimi!

RAGAZZO: Fallo.

PIRRO: Mi vedi così tanto a te fratello?

RAGAZZO: L’obbligo tuo

è esattamente questo: esserlo.

PIRRO: Ma lo sai a chi parli?

RAGAZZO: Io so

chi essere dovresti, non chi sei.

PIRRO: E chi, secondo te? Sentiamo.

RAGAZZO: Un uomo offeso. Uno che pensi

il mio stesso identico pensiero,

e a cui per me non abbia senso

nulla dire per essere compreso.

PIRRO: Il tuo pensiero?

E’ furore il tuo pensiero.
Se possibile ha aumentato i nostri danni.

RAGAZZO: Il mio pensiero è un braccio

che avete troncato al polso.
Sbagliavo, appunto: solo mio, non tuo.
Perciò non perdi sangue.

PIRRO: E già che l’hai premesso:

più loquace è lo sprezzo del tuo amico

del tuo dire senza dire

deridendo inutilmente.
Giustissimo preambolo.
E anche epilogo di tutta la faccenda.

(Il ragazzo scompare nell’ombra.)

XXII

(Il Re e la Città.)

PIRRO: Bene, è il momento

di rapportarvi sullo stato delle cose.
Apritevi, orecchie

della città occultata.
Succintamente:

Andromaca diventa la mia sposa.
Suo figlio, dunque, intoccabile per dogmi

ovunque conosciuti e a cui siam certi

non vorranno i nostri antichi alleati ribellarsi.
Ma per contro

a morte andranno

coloro che attentarono al cuore delle sacre

memorie nazionali.

Saranno presto altrove

rese pubbliche le carte, editate le sentenze.

(Avanza il Coro.)

CORO: Ciò vuol dire:

due morti nostri per pagare uno straniero.
Pur se in cambio di noi tutti.
E nemmeno con certezza.

PIRRO: Nell’un caso e nell’altro fu la legge a funzionare.

CORO: Legge usata

come tu non hai mai fatto.

PIRRO: Ho lasciato all’addizione

fruttare la sua somma.

CORO: E così non hai mai fatto.

PIRRO: Ma così dovevo oggi.

CORO: Chi fu a dartene il diritto?

PIRRO: Si doveva fare in fretta.
O a te, forse,

fa paura di contare?
Con l’aurora noi saremo

quasi giunti alla scadenza: alla vigilia

di quel giorno che qualcuno

già ha chiamato del giudizio.

Dopodomani: giorno

che è l’imminenza stessa. Per paradosso, giorno

più vicino di stanotte o di domani, e più reale.

CORO: Sarà la fine o c’è ancora da sperare? Che ne fu

della tua perorazione? Del tuo viaggio? Di noi, dunque,

è inudibile la voce?
Ti risposero

promettendoti risposte.

PIRRO: E arriveranno.
Oh, sicuro.
Funebri balsami

per ungere la salma.
No, da noi

ci tocca la difesa. Fosse pure

questa offerta dall’inerzia delle leggi.

(Pirro si allontana.)

CORO: Fermati! Non ancora, aspetta!
Un altro modo, forse...

ridandolo... ridandolo...

E’ tanto atroce? Davvero un’eresia

agìta contro i Padri?
O sino a tal punto sbavi

per quella donna ermetica

che il Cielo t’ha vietata?

XXIII

(Ermione s’avventura all’interno della Torre.
Giunge davanti alla tenda nera.)

ERMIONE: Non so cosa

sia qui venuta stanotte a darti.
Forse solo perché è notte

e il malsano della terra si sprigiona come fumo.

Non so cosa

m’abbia spinto. Potrei dirti

la voglia che m’ha acceso

intuire, Oreste, le tue voglie.
L’avvertire

come un tremito odoroso d’animale

la tensione indeflettibile

che è in te di possedermi.
Fosse questo, mi sono domandata, il vero amore

e non quello che ragiona,

non quello che conduce a confidenze, ad affettuosi

muti scambi d’interesse, al frequentarsi

giorno a giorno nel piacere

d’entusiasmarsi per una gioia d’altri,

d’affaticarsi per la fatica altrui.
C’è una luna da licantropi nel cielo

e di tutto ciò che dico ha fatto voce approfittando

d’un rancore inarginabile.
Tu lo sai che m’ha corroso come un sorso di cianuro,

m’ha scavato un vuoto in corpo,

nell’anima, nell’utero.
Luna e stelle, questo vuoto,

l’han riempito del tuo spettro e t’hanno fatto da lacchè

trascinandomi qui in cima.
Sono cagna

con la quaglia sanguinante stretta in bocca.
‘Odio’ ha nome

la preda che ti porto.

Il mio odio per un altro

cerca, infine, il tuo amore per Ermione.
Nessun senso

avrà questo sposalizio d’odio e amore, turpe e sado-

masochistico, al di là di questa notte.

Ma stanotte varrà tutto.
Tu sei molto intelligente, mi capisci.
E non sia solo

contro Pirro il tuo stuprarmi,

il tuo modo innamorato di ghermirmi:

contro tutta la città voglio che sia.
Contro tutta e contro tutti.
Tutti: per me non uno

ha levato il suo ricordo;

non dico i suoi lamenti, ma il ricordo.
E innanzi a tutti, platealmente,

resa misera,

costretta a decadenze

meritate per il fatto che son fuori

dal cerchio della Storia. Inutile, superflua.
Sostituibile

con pubblico profitto. Odio

e non amo.
Quel che sta per avvenire

sarà senza ambiguità:

se ancora mi reclami

è te che voglio.
Per finire, per non farmi

più mai da te volere

e consumare

qualcosa nella vita sino in fondo.

(Si avvia oltre la tenda nera.)

XXIV

(La Città costretta ad ossequiare Andromaca.)

CORO: Strapazzata da nevrotici comandi,

spettatrice m’hanno resa di spettacoli che incalzano

forsennati uno via l’altro; sarà forse per distrarmi.
Superata la penultima

notte prima del ‘big bang’, nella luce di un’aurora

non ancora messa a rischio,

m’han chiamata a gran raccolta,

come in mare si usa fare su in coperta,

per nutrirmi d’un castigo che si vuole sia d’esempio.

Così in vetta a un patrio Golgota ho assistito

al macello disumano

di due nostri consanguinei. Primi morti, c’è chi dice,

del massacro niente affatto scongiurato.
E strillarono i vitelli.
Uno svenne, poi rinvenne

giusto in tempo per vedere

il suo sguardo nella sguardo

di chi andava a garrotarlo.
Un ministro ha ripetuto:

"Sia per vostra garanzia."

Questo fu nel primo caldo.
Ruota il giorno. Nel bruciante mezzodì

ora, presto, mi si chiede

di ammirare la prescelta,

la signora che dovrei

adottare per matrigna e che si vuole

mescolare ai miei minuti come parte di me stessa.
Ma io so bene che quel sangue

dissipato per oblio

solo serve a bilanciare il suo, di lei, salire al trono.
Per intanto da lontano non ci giungono segnali.
Sembra proprio

che il consorzio delle umane civiltà trovi inutile o eccessivo

valutare con urgenza il nostro caso.

(Avanza Andromaca.)

ANDROMACA: La tua avversione la condivido e accetto.
Simile è a quella

che mi riservo da me sola.
Il mio rigore, la mia fermezza

tu puoi vederlo a cosa son ridotti: cartapesta

per una maschera burlesca. La solenne

integerrima vestale, all’insaputa

quasi di se stessa, va a fare quel che fa. Pur io capace

di anestesie totali: così mi scopro. Poiché, evidentemente, così sono. Ma

non si può stare come statue nel disordine.
La pelle non ha marmo: ha pori

per cui il disordine penetra e si sparge.
Costeggiare l’evento m’è più duro che il trovarmi nel suo magma.
Vivo tremando

al pensiero del disprezzo futuro di mio figlio,

ma pure dell’inverso:

che mio figlio, dimentico di tutto,

non provi per me il minimo disgusto.
Consumato sino in fondo sarebbe il tradimento.
E, nonostante ciò che avviene, temo inoltre

che comunque a nulla serva ciò che avviene.
E che lui muoia: rimane questo il primo

di tutti i miei spaventi.

CORO: Insomma, tu non pensi

che il piegarci a tanti astrusi compromessi, già pedaggio

che a noi tocca e che a te tocca di pagare,

possa escludere il disastro?

ANDROMACA: Tu che pensi?

CORO: Dico a te, ne sai di più.

ANDROMACA: Sono identiche le ore

che io consumo in solitudine alle tue.
Puoi figurartele nutrite dei medesimi sussulti,

di un identico alternare la passione del momento

alle smanie d’un risveglio.
Quanto ti dico è quello che già sai:

non resta che il reale. E, come chiodi

nella parete, in quel reale noi.

(Andromaca si allontana.)

XXV

(La Città grida.)

CORO: E’ vero, Andromaca.
E’ vero, sorella, è vero.
Tutti stretti in egual sorte

facciamo da orologio l’uno all’altro

e andiamo offrendo l’angoscia dello sguardo

parte al suolo e parte a chi in ricambio

ci rimanda in un lampo il suo terrore.
E non un polso

fra tanti che s’impastano ai sudori delle fronti

può farsi da cervello e decidere d’armarsi anteponendo

un’estrema ribellione alla catastrofe.
Non un’arma può essere levata.
Soldati e vecchi, bestie di casa e donne...
ovunque roteano

le medesime pupille che impazzano tra il vuoto.
Finito è pure il tempo dei sussurri, degli svelti conciliaboli,

finito è il tempo delle crocchie tempestose

tra cui i pareri guizzavano rabbiosi

come aspidi e locuste, segno almeno

di coscienza popolare, di vivace

persistenza collettiva. Ahi, che falce

ha troncato alle caviglie quelle collere vitali!
Fu un vento che sospinse la lama a tanta furia:

dico un vento poiché tale

m’appare il tempo ormai prossimo a scadere.
E così oggi

quest’aria grigia come zinco ci racconta

che l’intimo patema di ciascuno

è una pubblica questione. E’ il pathos della Patria.
Tu, pietra

della scala, tu gonfia

balaustra a cui vedo ancora sporti

dei fanciulli senza giochi, e voi, lassù, fanciulli sorvegliati dalle madri,

e voi scatti spumeggianti

del rivolo che passa... resistete!
In voi mi specchio, in voi si specchiano

le cose tutte nelle quali vi specchiate:

il fiume nello sguardo

dei fanciulli, i fanciulli nel chiarore

dell’aria che li bagna,

le madri nelle fulgide

fiammate oro zecchino delle nuche, delle piccole

nuche in apprensione...
Mistero di un’inquieta

passione mai provata!
Resistete! Resistiamo!
Tu, erba

che mi cadi sotto gli occhi... tu, vitale

pulviscolo, resisti! Imponi

al vento che soverchia il tuo resistere.
Sollevati, fuscello

di clorofilla come giunco e prendi

pure da me la forza ora che in te mi sperdo!
Sia questo il nostro patto e non più fragile:

come d’acciaio, come tra Nazioni...
Che io più di te non viva.
Che tu più di me non viva.




XXVI

(Nella Torre. Pirro è davanti la tenda nera.)

PIRRO: A questo punto tra noi un colloquio

s’è fatto inevitabile.
A costo, come accade, di essere io a cercarti.
Tra oggi e domani non più è intermessa alcuna luce

E DOMANI SCOCCHERANNO

LE ORE SEGNATE PER TUTTE LE SCADENZE.

Lo sai, per parte mia,

ho preso decisioni, ho ribattuto

alle richieste di estorsione non chiudendo

ogni via alla trattativa, ma nei limiti concessi

a preservare il decoro dello Stato.
Siam coscienti che obbedienze

superiori reclamano rispetto.
E crediamo, in verità, d’averlo espresso.
Ma, da te, solo mutezze; solo il ghiaccio

di impazienze giunte al punto di rottura.
Ora basta, via di mezzo i tirapiedi!
Faccia a faccia.
Posso credere che mai

questa terra avrà altri giorni dopo l’alba che s’annuncia?
E scuotiti, reagisci!

Esci di lì, fammi

sentire la tua voce.

(Entra, alle sue spalle, Pilade.)

PILADE: A chi è che parli?

PIRRO: Non a te.

PILADE: Per forza a me.
Solo, altrimenti, ai muri

e a quel lugubre velame.
O vedi qualcun altro?

PIRRO: Non lo vedo ma lo so.

PILADE: Lì dietro, forse?

PIRRO: Tu m’hai detto che sta lì:

nella nicchia più alta. Come un templare

dov’è la cella campanaria.

PILADE: Verissimo.
Ci stava.
Sino a stamane.
Ma guarda chi c’è adesso.

PIRRO: Più nessuno?

PILADE: Guarda.

(Pirro scosta la tenda. Oltre di essa, in una pozza di sangue, sta il cadavere seminudo di Ermione.)

PILADE: Che complicato enigma - vero, Pirro?
La tua sposa promessa e ricusata

così discinta; in una melma di sangue

deflorata e morta.
Da Oreste macinata.
Considerevole silenzio.
Pena e stupore si annullano a vicenda.
Ma è presto detto:

fu da sé che volle tutto.
Prima l’amplesso, e poi darsi la morte.
Ma questo, lo comprendo, è un fatto tuo privato.
Riflettici da solo.
Io ti lascio.
Il mio capo è già lontano.
Faccio come l’artigliere che vien dopo raccogliendo masserizie.
Ma di fretta, il tempo scorre.
E’ letale per chi resta quella luce che già scorgo.
Pure tu, se trovi un varco, dammi retta:

insalvabile è oramai questa città. (Va.)

XXVII

(Pirro sul corpo di Ermione.)

PIRRO: Caduta è la parola.
Ogni gesto della vita

trascorsa; ogni memoria

s’erge al fondo dello sguardo

come una statua immane,

e si fa totem,

reliquiario

d’una deità tribale.
La prima volta

che t’ho veduta, totem.
La prima frase

tra noi scambiata, totem.
Totem le tue spalle,

i tuoi zigomi, i sorrisi.
E si muovono

i tremendi simulacri.
Tutto di te, Ermione,

come un esercito

inerme e al tempo stesso

minaccioso, senza suoni

e a passo grave,

procede inesorabile

contro di me, qui inetto

a scansare solo un dito.
Viene col sole

portatore di rovine,

gravido di tuoni.
Viene con l’ora

della mia disgregazione.
E mio è tutto

ciò che sta per disparire.
Tranne te,

eternata selvaggina.
Fuori resti

da questo De Profundis

che piangendo sul tuo corpo

sto intonando per me stesso.
Allodola bruciata,

la tua morte non si mischia

all’olocausto che imbandisce

promiscuità di lutti e fosse.
Eri tu la mia certezza.

Non rifugio, non supporto,

ma il mio essere qualcosa.
Ecco i rombi

puntualisssimi e predetti.
Oh, t’amai

pazzescamente.
Dio, perché

così perverso

fai l’amore che invisibile si rende

quanto più si fa sicuro,

cementato,

maturato

per resistere una vita?
Te volevo e su di un’altra

ho svagato per manie

periferiche al mio cuore.
No, c’entrava

per davvero la tutela del Paese.
Non ci credi?
Ridi, Ermione,

ora al tonfo delle mura,

ora all’urlo delle genti.
Che faresti,

se potessi,

per calmare il mio sconforto?
Un fallito

il tuo uomo s’è mostrato.
Ma tu qui

troveresti le parole

per ridarmi, ancora adesso,

la fiducia e ancora adesso

io qualcosa potrei fare.
Con te viva saprei come

l’inevitabile evitare.
Oh, amor mio

solo tu consoleresti

questa ormai maceria umana

per la morte d’una donna come Ermione,

dolcissima, fortissima!
Le sirene, i sotterranei...
tutto è cancro, tutto stronca

il sussulto scaturito

dagli errori di uno solo.
Di uno solo. Di uno solo.




XXVIII

(Altrove.)

CORO: Negli orridi fusi ravvolte

ruggiscono donne, in tumulto

con uomini e bestie, confusi

straziati prigioni toccati

dall’uso del fuoco, travolti.

XXIX

(Nella Torre.)

PIRRO: Con te resto

per sempre a celebrare il fallimento che ho prodotto.
Brandelli di utopie senza costrutto.
Corrotte beghe, ridicoli precetti.
E non sarò nient’altro. Solo,

senza consorte, così finisco,

nella memoria di chissà chi, lasciando

a nessun erede un apologo tristissimo.

XXX

(Nel fragore della fine.)

CORO: Ahi, luci improvvise... Ardono

bare di bronzo e fiamme!
La strage è dispiegata!
Come un panno sul tavolo fa vela

calando su noi tutti.
O pace, breve colpo

di cuore che oggi è il sogno

in cui la carne frana.
Che dico oggi? ORA!

Più non tenebre

naturali rivedremo.
O pace, e non più pace!
Levatevi silenzi

che coronate le tempie di chiunque,

che occludete il fiato in ogni gola...
Fatevi forma!
Fatevi eretta

figura del Giudizio,

preghiera, monumento!
Che sia uno squasso

devastante contro il fuoco!
Oh, strepita, Città!
Per morire degnamente

ci vuole che dovunque

sia inteso il tuo morire.
Che violenti l’universo

il grido in cui ti disfi!

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