Un genio compreso

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Un genio compreso

di Vincenzo Rosario PERRELLA ESPOSITO

(detto Ezio)

15/11/2003

Personaggi:   11

Vincenzo Di Scarico

Luisa Di Scarico

Giovanni Di Scarico

Valentina

Pasquale Di Scarico

Antonio Fiore

Lucia

Padre Alfonso

Gerardo Canotto

Filippo Fogna

l’avvocato Felicia Del Lavoro

Il sogno di diventare un poeta. E’ quello che ha da sempre Vincenzo Di Scarico. Egli non ha nemmeno la cultura tale da poter esaudire il proprio sogno, ma si lancia ugualmente all’avventura, scrivendo poesie molto surreali e moderne nella concezione (e nel linguaggio). Molto speso, ci sono persone malefiche che giocano coi sogni del prossimo. E’ quel che accade al povero Vincenzo, vittima di un truffatore che gli fa credere la propria intenzione di pubblicare un libro con le sue poesie, dietro una cifra importante già pattuita e pagata in anticipo. Vincenzo ci casca, e quando scopre attraverso un avvocato di esser stato truffato, cerca di tornare della somma spesa, estortagli con l’inganno. Una cosa è certa: Vincenzo si dice pentito della scelta fatta e forse rinuncerà al proprio sogno per evitare altre batoste come quella appena subìta. 

Numero posizione SIAE 233047

Per contatti Ezio Perrella 3485514070 ezioperrella@libero.it

            Siamo nel salone di casa Di Scarico, a cui si accede da un ingresso comune (al centro) che dà alla porta d’ingresso. A destra c’è un divanetto con un appendiabiti a fianco. In mezzo c’è un tavolo con quattro sedie. La porta di destra conduce in cucina, in bagno e in camera da letto. A sinistra ci sono la stanzetta e lo studio del capofamiglia. 

ATTO PRIMO

1. [Valentina, Filippo Fogna, Gerardo Canotto e Pasquale]

                   Da destra entra Valentina la cameriera: canticchia e accosta le sedie al tavolo.

Valentina: “Tenìmmece accussì, anema e core… / ‘o sole mio… / io te vurria vasà…”!

                   Intanto, suonano alla porta.

                   E chi è? Marò, nun me dicere che mò nun me fanne fa’ cchiù niente!

                   Va ad aprire. Torna col testimone di Geova Filippo Fogna (è vestito di nero)

Filippo:     (E’ acciaccato e zoppicante. Ha un quotidiano in mano) Che Geova sia con voi!                

Valentina: (Seccata) Sentite, nun me facite perdere tiempo, che tengo che ffa’! Chi siete?

Filippo:     Sono un testimone di Geova. Io rappresento la coscienza!

Valentina: Ah, site ‘nu rappresentante? E allora mò me vulìte fa’ ‘na capa ‘e chiacchiere!

Filippo:     Bene, io mi siedo perché sto stanco. (Si siede sul divanetto) E tu come ti chiami?                  

Valentina: Valentina.

Filippo:     Valentina, guarda la tua vita com’èinutile. Tu non ti salverai mai. Io, invece, già

                   sono salvo, perché noi testimoni siamo...

Valentina: (Interrompe) Sentite, ma pecché ve site assettato? Pecché nun ve jate?

Filippo:     Impossibile. Io devo prima scuotere la gente di questa casa e poi me ne vado.

Valentina: (Mò ce dico ‘na palla, accussì se ne va!). Guardate, è inutile aspettare, adesso in

                   casa non c’è nessuno. Sono sola.

Filippo:     E io aspetto qua. A rrischio ‘e durmì ccà, stanotte, io aggia i’ fino in fondo! Te

                   l’ho detto, io sono il rappresentante della coscienza!

Valentina: Aéh, si torna don Vincenzo e ve trova ccà, chi sa addò ve fa arrivà...?!

                   E suonano alla porta.

                   Ah, ‘o vi’ lloco. Mò isso trase e vuje ve n’ascite!

                   E Valentina va ad aprire. Filippo, rimasto solo, fa considerazioni su di lei

Filippo:      E’ ‘nu poco acida, ‘a guagliona! Però è bellella! (Apre il quotidiano e legge)   

                   Torna Valentina con Gerardo, rappresentante di aspirapolveri (con valigetta).

Gerardo:   Comme staje, Valentì? E allora, te lo compri il mio aspirapolvere, sì o no?

Valentina: Ancora? Gerardo, ma mò viene tutt’’e juorne?

Gerardo:   E se capisce. Tutti devono avere in casa un aspirapolvere della “Nanetto”!

Valentina: Gerà, ma che me ne ‘mporta? Io tengo che ffa’. Si vuo’, parle cu’ chillo che sta

                   assettato lloco. Ha detto che è il rappresentante della coscienza! Statte buono!

                   E se ne va in una stanza a sinistra. Gerardo osserva dubbioso Filippo.

Gerardo:   (Ah, ecco la concorrenza! Chisto è ‘o rappresentante della “Coscienza”! Però   

                   nun l’aggio maje ‘ntisa st’azienda! E che vvo’ fa’? Me vo’ arrubbà ‘o cliente a

                   me? Ma mò ‘o faccio avvedé io!). (Gli si avvicina) Ehm... chiedo scusa...

Filippo:     (Si volta) Oh, finalmente una faccia nuova. (Posa il giornale in tasca) Siente,

                   nun m’aìzo pecché tengo ‘a coscia destra fàveza! E oggie me fa pure male!               

Gerardo:   Stai pure seduto. Permetti? Sono Gerardo Canotto, rappresentante della Nanetto!

Filippo:     Piacere, Filippo Fogna, testimone di Geova. Ma accomodati, così parliamo.

Gerardo:   Ma sì. (Posa la valigetta sul tavolo e si siede accanto a Filippo) Senti, poco fa,

                   la cameriera, Valentina, mi diceva che tu sei un rappresentante.

Filippo:     Certamente. Io mi occupo della pulizia di dentro! Io rappresento la coscienza.

Gerardo:   E che d’è? Nun l’aggio maje ‘ntisa.

Filippo:     Niente di meno? Ma quella esiste sin dai tempi degli uomini primitivi!

Gerardo:   (Sorpreso) Ma pecché? L’uòmmene primitive pulezzavene ‘int’’e ccaverne?  

Filippo:     Caro mio, la coscienza è sempre esistita.

Gerardo:   Per carità, invece, quello che vendo io, è molto più moderno.

Filippo:     (Forse si tratta di qualche setta!). Senti, ma quello che dici tu, riguarda le sette?

Gerardo:   No, tu puo’ pulezzà a chi ora vuo’ tu! ‘E ssette, ‘e ll’otto, ‘e nnove...!

Filippo:     Ma è inutile che fate. Un giorno, al mondo, resteremo solo noi. Voi sparirete!

Gerardo:   Ma sentite a chisto! Vuo’ scummettere che tu nun tiene chello che tengh’io? Per

                   esempio: la tua asta, si allunga?

Filippo:     (Offeso) Uhé, e comme te permiette? ‘O ssaccio io chello che tengo, vabbuò?

Gerardo:   (Contento) Ah, non ce l’hai!

Filippo:     E invece ce l’ho. Lo tengo di gomma piuma, però ce l’ho!

Gerardo:   Di gomma piuma? E allora è di pessima qualità. Ha da essere ‘na pazziella!

Filippo:     (Si alza) Ah, sì? Allora, quando tu sparirai, t’aggia venì a sfottere! Statte buono!

                   E va via ridendo, zoppicando, sotto lo sguardo di Gerardo, il quale si alza.

Gerardo:   He’ visto? Faceva tanto ‘o buffone, chillo, e invece il suo aspirapolvere tiene

                   l’asta allungabile di gomma piuma! Che malfattori! Andiamo via, va’!

                   Esce di casa.

2. [Valentina, Vincenzo Di Scarico e Giovanni]

                   Da sinistra torna Valentina. Osserva chi c’è nella stanza.

Valentina: Menu male, se n’hanne jute, chilli duje! E intanto ce steva ‘na mmuina dint’’a

                   stanza ‘e Giuanne. Si nun ce stesse io, ccà, vulesse vedé comme se facesse!                 

                   Suonano alla porta.

                   ‘N’ata vota ‘sta porta? Mamma mia, ma che vvonno, stammatina?! Uffà...!

                   Va ad aprire e poi torna con Vincenzo Di Scarico (con un quadernone in mano).

Vincenzo:  Valentina, sono venute persone che mi cercavano?

Valentina: Sì, don Vincé: un testimone di Geova e un rappresentante di aspirapolveri.

Vincenzo:  E te pareva! Dint’a ‘sta casa ce vene tutta gente inutile! E poi? Ci sono novità?

Valentina: No, nient’altro. E adesso scusatemi, vado pulire la vostra stanza. Con permesso.

Vincenzo:  No, aspetta. Ho scritto una nuova poesia: “Il cavallo con la carota in bocca”!

Valentina: Ah, ma è una poesia comica?

Vincenzo:  Qua’ comica? Chella fa chiagnere! Vorrei tanto che tu la ascoltassi.

Valentina: (Contrariata) No, ma io sto pulendo.

Vincenzo:  E vabbé, finisci dopo.

Valentina: E se viene la signora e ci scopre?

Vincenzo:  Valentì, tu ‘na poesia he’ sentì! E poi, in questa casa, comando io! Hai capito?

                   (Prende una sedia dal tavolo e l’accosta al divanetto) Avanti, siediti sulla sedia!

                   La fa sedere con forza, poi commenta mentre prende il quadernone dal tavolo.

                   Eh, c’è poco da fare, io sono un artista,è il mio destino. Del resto, per diventare

                   poeta,bisogna svegliarsi la mattina e dire: “Io sono un poeta”! E poi bisogna

                   gridarlo! (Si siede, si punge coi ferri del lavoro a maglia di sua moglie, salta in

                   piedi, grida) Aaaah! (Li prende) Chella scema ‘e mia moglie lassa ‘sti fierre

                   addò vanne, vanne! Guarde ccà, s’èsguarrato ‘o cazone! Ma come posso io

                   concentrarmi in questa casa? Come? (Getta i ferri a terra e poi si siede)

Valentina: Ma che fate, buttate i ferri della signora per terra?

Vincenzo: Ssst... taci! (Apre il quadernone e si concentra: pare più uno sforzo di vomito)

Valentina: (Preoccupata) Don Vincé, vi sentite male?

Vincenzo: No, è la concentrazione! Dunque: (Legge e recita) “La luna si specchia nel lago.

                   D’improvviso arriva un cavallo masticando una carota. Beve e beve, sentendosi   

                   osservato dalla luna nel riflesso del lago. E subito le dice: “Néh, ma che cacchio

                   tiene ‘a guardà? Nun he’ maje visto a ‘nu cavallo che se fa ‘na vevùta? Io me

                   stongo affuganno cu’ ‘na carota, ‘na fetente ‘e carota che steva ‘nterra ‘a puteca  

                   ‘e ‘nu verdummaro! Era lì, sola sola, e l’ho presa con me.”! E’ finita. Ti piace?

Valentina: (Non molto convinta) Sì, è proprio... commovente!

Vincenzo:  Sono contento che ti piace. Sai, in questa casa sono tutti invidiosi di me. Tu

                   invece no, perché vuoi limitarti a fare solo la cameriera! E allora ti dò un bacio!

                   Cerca di darle un bacio sulla guancia, ma Valentina si alza e lui cade a terra.

Valentina: Ehm... va bene. Adesso vado a mettere a posto nella stanza di vostro figlio.

Vincenzo:  (Si rialza) Allora adesso scrivo una dedica sotto la poesia e poi te la regalo: “A

                   Valentina, la cavalla più bella del branco! Tuo Vincenzo.”! Che te ne pare?

Valentina: (Finge di compiacersi) Ah, mi piace tantissimo. Con permesso.

                   E va via a sinistra blaterando.

                   (Uscendo) (M’ha chiammata cavalla!).

Vincenzo:  Comm’è bona Valentina! Ma pecché muglierema nun è tale e quale a essa?!   

                   Si siede al tavolo e scrive. Da sinistra torna Giovanni che lo nota.

Giovanni:  (Ah, ‘o vi’ lloco. Papà è turnato. Devo convincerlo a pagarmi il viaggio a Cuba.

                   Per fare ciò, ho perfino messo a posto le sue poesie che stavano sparse per terra.

                   Adesso ti cucino io! Eh eh eh...!). Ehm... papà, tu stai qua?

Vincenzo:  (Senza staccare gli occhi dal quadernone) E nun me vide?

Giovanni:  E già. (Mò ce ll’aggia dicere...). Ehm... papà, lo sai? Sto per fare il grande volo!

Vincenzo:  (Ironico) ‘O vero? Te vuo’ menà abbascio?

Giovanni:  No, io voglio dire che devo fare un viaggio a Cuba. Così imparo pure la lingua:

                   il cubese! Solo che avrei bisogno di un piccolo aiutino economico. Sai com’è, se

                   non ci vado, gli amici mi sfottono: mi chiamano “criaturo”.

Vincenzo:  No, ma che ce vaje a ffa’, a Cuba? Vuoi fare il cubista?

Giovanni:  (Finge piacere) Buona questa! Ehm... e stai bene? Il tuo mal di pancia come va?

Vincenzo:  Beh, ultimamente sto facendo solo un poco di aria!  

Giovanni: (Eh, e vide ‘e nun ‘a fa’ mò!). A proposito, papà, nel tuo studio ho trovato tutte

                   le tue poesie per terra.

Vincenzo:  (Alza lo sguardo dubbioso) Ah, sì? E ppo’ che he’ fatto?

Giovanni:  L’aggio pusate ‘ncoppa ‘o scaffale.

Vincenzo:  (Si alza) Miezu scemo! Ma chi te l’ha ditto a te? Ma pecché nun te staje fermo?

Giovanni:  Ma io te vuleve fa’ ‘nu piacere.

Vincenzo:  Ma qualu piacere? Io ll’aggio miso llà ‘nterra apposta, p’’e rrilegà. E mò aggia

                   fa’ ‘n’ata vota tutto cose d’’o capo.

Giovanni:  E vvuo’ che t’’e vvaco a scungecà ‘n’ata vota? Io nun ce metto niente!

Vincenzo:  No, lasse sta’! Tanto, ‘e sorde p’’o viaggio, nun t’’e ddongo ‘o stesso! Capito?!

                   Lascia il quadernone sul tavolo e va via a sinistra blaterando.

Giovanni:  Eh, aggio fatto ‘sta bella figura. Ma comme me l’aggia accattà a chisto?

                   Da sinistra torna Valentina.

Valentina: Ecco qua, ho finito. Ah, Giovanni, hai messo a posto le poesie di tuo padre?

Giovanni:  Sì, comme. E m’ha fatte pure ‘e complimente!

Valentina: Ti ha detto bravo?

Giovanni:  No, m’ha chiammato “miezu scemo”!

Valentina: E allora, meno male che non ci sono andata io a mettere a posto le poesie!

Giovanni:  Nun te prioccupà. Papà te porta ‘nparaviso, a te. Sono io il destinatario dei suoi

                   apprezzamenti! A proposito, Valentì, a me me piacesse ‘e fa’ ammore cu’ te!

Valentina: Senti, il bagno è libero?

Giovanni:  Perché, lo vuoi fare in bagno, l’amore?

Valentina: No, aggia pulezzà ‘o gabinetto!

                   E va via a destra.

Giovanni:  E va’, va’. Ma che d’è oggie? Nun me ne va bona una! Ma chi capisce?!

                   E va via a sinistra.

3. [Luisa, Lucia e Valentina]

                   Dalla comune (al centro) entra Luisa (con le chiavi di casa in mano). E’ seguita                

                   da Lucia, sua madre, che ha una busta in mano. Lucia è dura d’orecchio!

Luisa:        Mammà, viene, trase. (Posa le chiavi sul tavolo)

Lucia:        Ah, nun ce ‘a faccio cchiù a cammenà.

Luisa:        Mammà, staje stanca?

Lucia:        Che he’ ditto?

Luisa:        Aggio ditto... Ah, già, chesta nun ce sente! (Chiama) Valentina!

                   Da destra accorre Valentina.

Valentina: Dite, signora.

Lucia:        Luisa, e chi è ‘sta guagliona? ‘A ‘nnammurata ‘e fìgliete Giuanne?

Luisa:        No, mammà...

Lucia:        Comm’è bella! Guagliò, auguri!

Valentina: No, signò, so’ Valentina, ‘a cammarera.

Lucia:       ‘O vero? E quanno ve site cunusciute?

Valentina: Signò, io, ccà, ce stongo ‘a sett’anne!

Lucia:        Ah, ve site cunusciute quanno teniveve sett’anne?

Luisa:        No, mammà, guarde a me: essa è ‘a cammarera.

Lucia:        Fa ‘a cammarera? No, e io pe’ Giuanne avesse visto meglio a ‘na professoressa!

Luisa:        (Grida parecchio) Ma no, essa è ‘a cammarera nosta.

Lucia         ‘A cammarera vosta? Ah, ma chesta è Valentina? Uh, he’ raggione! Cià, bella!

Valentina: Oh, e tanto ce vuleva?

Lucia:        E sì, mò m’’a ricordo: chesta è ‘a schiava toja!

Valentina: Uhé, schiava a me?

                   Si volta indignata e se ne va col broncio a destra.

Lucia:        Ma che d’è? Aggio ditto coccosa ‘e male?

Luisa:        Lasciala stare. E mò dimme ‘na cosa: ma pecché te ne si’ gghiuta ‘e casa?

Lucia:        Aspié, me pare ‘e capì che me vuo’ dicere coccosa. Ma a me nun me ne ‘mporta

                   niente! Primma te voglio dicere pecché me ne sono gghiuta ‘e casa!

Luisa:        (Eh, m’ha risposto senza capì ‘a domanda!).

Lucia:        Però sienteme buono, Lucì… ca tu sì addiventata sorda!

Luisa:        (Sorpresa) Io?

Lucia:        E non contestare! Ascolta. Praticamente... io m’aggio appiccecata cu’ papà.

Luisa:       Ah, ce vuleva sulo chesta!

Lucia:       Mò me ne so’ venuta a stà ccà ‘nu poco ‘e tiempo! Accussì me so’ purtata ‘nu

                   poco ‘e rrobba. Sta ‘int’a ‘sta busta: so’ doje mutande e diece reggiseni!

Luisa:       (Eh, s’ha da cagnà ‘nu reggiseno ‘o juorno!).

Lucia:       Luisa, chillo, pateto, me fa arraggià sempe. Fa cierti ccose che quanno ‘e vvide,

                  te piglie ‘e nierve e te faje fredda fredda. Siente che mane gelate che tengo.

                  Gliele mette sul viso.

Luisa:       Uh, ‘o vero.

Lucia:       A proposito di mani: m’’e vvulesse lavà ‘nu poco. Ascénno ‘e casa, so’ caruta e

                  so’ gghiuta a ffernì cu’ ‘e mmane ‘ncoppa ‘o pipì d’’o cane!

Luisa:       E m’’e mmiette ‘nfaccia a me?

Lucia:       E ch’aggia fa’? Chillo, pateto, me ‘nzallanisce! Ma tu vuo’ sapé ch’è succieso?   

Luisa:       Sì, voglio sentì che scimmità è succiesa, ‘sta vota!

                  Si avviano a destra e Lucia comincia a raccontare.

Lucia:       (Uscendo) Dunque, stamattina, alle nove in punto...

4. [Valentina, Padre Alfonso e Filippo Fogna]

 

                   Suonano alla porta e da destra accorre Valentina.

Valentina: Vengo, vengo... ‘e che scucciante ‘e ggente!

                   Va ad aprire. Poi torna col parroco Alfonso (in abiti civili e col colletto bianco)                   

                   Padre Alfonso, come mai da queste parti?

Alfonso:    Niente, passavo di qua e sono venuto a trovare don Vincenzo e la signora Luisa.

Valentina: La signora non c’è e il signor Vincenzo è impegnato. Lo vado a chiamare?

Alfonso:    No, non fa niente. Quello starà componendo qualche poesia distruggente!

Valentina: Ma prego, accomodatevi.

Alfonso:    Però solo dieci minuti. (Si siede al tavolo) E allora, bella mia, comme staje?

Valentina: Eh, si lavora sempre. Don Vincenzo mi fa lavorare così tanto, ma così tanto, che

                   ieri mi è venuto il colpo di frusta!

Alfonso:    Don Vincenzo t’ha pigliato cu’ ‘a frusta? E tu pecché nun he’ chiammato ‘o

                   telefono azzurro?

Valentina: E che songo, ‘na criatura? Ma no, io dicevo che ho avuto il colpo di frusta, cioè

                   un gran mal di reni. Mica don Vincenzo mi ha frustato? No, lui mi adora, anche

                   se spesso mi prende a parolacce. E poi lui è molto religioso, anche se bestemmia

                   troppo. E poi è molto calmo, anche se a volte butta le cose in aria...!

Alfonso:    (Ironico) E’ proprio tranquillo, don Vincenzo! Pensa, iero mi è venuto a trovare

                   in parrocchia. Ci siamo messi a giocare a pallone sul campetto parrocchiale: io

                   steve in porta e isso m’’eva tirà ‘e rigore. Embé, me cride? Nun aggio maje visto

                   a uno cu’ ‘e piede cchiù stuorte ‘e isso! Pe’ tirà ‘nu rigore: ha scassato ‘e llastre

                   d’’a chiesa, ha bucato ‘o pallone e m’ha menato ‘na scarpa ‘nfaccia! Figurate!  

Valentina: Che cosa strana. E posso offrirvi qualcosa?

Alfonso:    Guarde, io me bevesse volentieri ‘na birra. Oppure ‘nu poco ‘e vino. Ci stanno?

Valentina: No, veramente, don Vincenzo è astemio. Teniamo solo acqua fresca.

Alfonso:     (Rassegnato) Siente, famme ‘o ccafé e nun ne parlamme cchiù!

                   Suonano alla porta.

Valentina: Scusate, Padre Alfò, aggiate pazienza...

                   E va ad aprire. Alfonso fa delle considerazioni lui da solo, guardandosi intorno.

Alfonso:    Ah, che bella casa, tranquilla e serena, frequentata da bella gente.

                  Dalla comune torna Valentina insieme a Filippo Fogna (sempre zoppicante).

Filippo:     Che Geova sia con te!

Alfonso:    (Lo nota) ‘O vi’ lloco, aggio parlato troppo ambresso!

                   Alfonso e Filippo si notano. Il primo si alza e i due si guardano studiandosi.

Valentina: Ehm... Padre Alfonso, questo signore è un testimone di Geova.

Filippo:     Io sono Filippo Fogna.

Alfonso:    E se vede!

Filippo:     Comme, scuse?

Alfonso:    No, vuleve dicere “piacere”! Io sono don Alfonso Tombino.

Filippo:     Tombino? ‘E che razza ‘e cugnomme!

Alfonso:    E fosse bello ‘o tuojo! Guarde, ch’è meglio a essere Tombino che Fogna!

Valentina: Ehm... va bene, va bene. Lasciate stare. Volete che vi porti del caffè? 

Alfonso:    No, no, aggio cagnato idea. ‘O ccafé che ffaje tu, sape d’acqua ossigenata!

Filippo:     Io non posso bere caffè, perché tengo la lingua e la bocca di plastica! E allora,

                   picceré, ccà nun è turnato ancora nisciuno? Io ho il dovere di pulirgli l’anima.

Valentina: (Mò ce dico ancora che no!). Ehm... no, non c’è ancora nessuno.

Filippo:     E va bene. Allora vorrà dire che comincerò a redimere questo signore qua.

Alfonso:    A me?

Filippo:     Certo. Pentiti, pentiti, se no tu e questa ragazza sprofonderete nelle viscere della

                   terra! (Porta la mano alla bocca) Porca miseria, i denti! Devo parlare più piano.

Alfonso:    Ma pecché, o si no se ne fuje ‘a dentiera ‘a vocca?!

Filippo:     Esattamente. E sapisse comme me fa male ‘sta coscia ‘e lignammo!  

Alfonso:    Pure? Siente, ma tu addò sì nato? ‘Int’a ‘na puteca ‘e mastrascio?!

Filippo:     E’ inutile che fai. Caro mio, un giorno ci salveremo solo noi testimoni di Geova.

Alfonso:    E comme te salve, tu? Ma te si’ visto buono? Tu si’ vivo pe’ miracolo. 

Filippo:     Ah, sì? Allora io ti lancio un’anatema!

Alfonso:    E io invece, te lancio ‘na scarpa appriesso!

Valentina: (Va in mezzo ai due) Vabbuò, ma mò calmateve...!

                   I tre si avviano pian piano all’uscita (Filippo e Alfonso continuano a litigare).

Filippo:     Siente, Tombino…!

Alfonso:    Che vvuo’, Fogna…?!

Filippo:     E’ inutile che sfutte: Tombino e Fogna so’ ‘a stessa cosa.

Alfonso:    E ccà te sbaglie: ‘o Tombino sta ‘ncoppa ‘a Fogna!

Valentina: Pe’ piacere, nun v’appiccecate. Andiamo fuori! Venite.

                   E escono via discutendo (Valentina cerca di tenerli divisi). Poi torna al centro.

                   Marò, speràmme ca nun se vattene fora ‘a porta! E che ce tenene, chilli duje!

                  Si da una sistemata veloce veloce e poi esce via a destra.

5. [Vincenzo e Antonio Fiore. Poi Lucia, Luisa e Giovanni]

                  Da sinistra torna Vincenzo tutto affaticato.

Vincenzo: Uff, ‘e che faticata! Mannaggia a Giuanne, nun me l’ha da tuccà ‘e ppoesie mie!

                  (Poi, felice) Però, quante ne ho scritte! L’unica cosa che potrebbe rovinare la mia

                  felicità è la presenza di mia suocera. Sta sempe ccà, pecché s’appicceca cu’ ‘o

                  marito, ‘n’atu surdo comm’a essa! Speramme che nun s’appiccechene cchiù!               

                  Suonano alla porta.

                  ‘A porta? E chi sarrà? Mò vach’io.

                  Va ad aprire e torna, contrariato, con Antonio Fiore, padre di Luisa.

                  Uh, mamma mia, me l’aggio chiammato! Ecco “sua sordità”!

Antonio:   Vicié, comme staje?

Vincenzo: Fin’a trenta siconde fa, steve buono! Mò stongo ‘nu schifo!

Antonio:   Bravo, bravo! (Siede al tavolo) A proposito, Vicié, si ce sta Luisa, nun ‘a

                  chiammà. Io m’aggio appiccecato cu’ muglierema.

Vincenzo: (Gli va accanto, seccato) Appunto! Chella mò vene ccà e nun se ne va cchiù!

Antonio:   Néh, Vicié, ma tu stisse parlanno?

Vincenzo: No, pe’ carità!... Scusate, papà-suocero, ma perché avete litigato con la suocera?

Antonio:   No, Vicié, chesto nun t’’o ppozzo dicere. Chiuttosto te voglio dicere pecché

                  m’aggio appiccecato cu’ muglierema!

Vincenzo: ‘E ch’accuppiata, isso e ‘a mugliera!

Antonio:   Vicié, credimi, io e mia moglie siamo due cose distinte e separate. Io, al secolo

                  Antonio Fiore, sono sempre stato una persona rispettata da tutti. Ma pe’ mezza

                  soja, siamo passati dal rispetto al dispetto! Perciò noi ci odiamo con tanto amore!

Vincenzo: ‘E che bellezza! Sentite, pe’ piacere, facite pace. 

Antonio:   (Capisce male) No, ma nuje nun steveme facenno ‘a brace! Stavamo in cucina. Il

                  fatto è che io e lei non ci capiamo.

Vincenzo: E se capisce!

Antonio:   (Capisce male) No, nun steveme frijenno ‘e pisce!

Vincenzo: Quali pisce? Papà, non litigate p’’e scimmità. So’ ccose che dùrene ‘nu juorne.

Antonio:   (Capisce male) Ecco, bravo... chella me fa ‘e ccorne!

Vincenzo: No, ma quali ccorne? Aggio ditto che vuje ate pigliato cocche parola pe’ scagno.

Antonio:   (S’arrabbia) T’aggio ditto ca nun stéveme ‘int’’o bagno!

Vincenzo: Ma no. Papà, alla vostra età, nun ata penzà a niente. Vuje tenite ‘sta ciorta.

Antonio:   (Capisce male) ‘A sciorda? Ma ‘o vvuo’ capì ca nun stéveme ‘int’’o bagno?! 

Vincenzo: (Con un gesto lo manda a quel paese) Ma va’...

Antonio:   Comunque, grazie. M’he’ ditto belli pparole. Peccato che nun l’aggio capite!

Vincenzo: E te pareva! Sentite, ma facite pace. Vuje, quanno state ‘nzieme, facite furore!

Antonio:   Ma qualu fetore? ‘O vvuo’ capì che nuje nun stéveme ‘int’’o bagno?!

Vincenzo: Marò, nun ‘o supporto cchiù!

Antonio:   Siente, mò me n’aggia ì. (Si alza in piedi) Però torno ‘n’ata vota. T’’o prumetto.

Vincenzo: (Si alza pure lui) Ma che? Papà, jatevénne in vacanza!

Antonio:   Ma nun me faceva male ‘a panza! Ma chisto nun capisce proprio niente?

                  E va via.

Vincenzo: E’ meglio che me ne vaco pur’io. Chella, mò, vene ccà. Aéh, ‘e ch’allerìa!

                  Esce via a sinistra deluso. Da destra, tornano Luisa e Lucia.

Lucia:       Chillo, pateto, nun ‘a tene ‘a faccia ‘e venì ccà, pecché ce stongh’io. He’ capì?

Luisa:       Ma pecché nun facite pace?

Lucia:       He’ ditto ch’amma fa’ pace? T’aggio ditto che no. Ha da schiattà!

Luisa:       Mammà, non essere riottosa.

Lucia:       (Capisce male) Chi? Io so’ rattosa?

Luisa:       Uh, mamma mia, ‘e che situazione!

                  Intanto, da sinistra, torna Giovanni. Non sa che c’è Luisa. Infatti parla a Lucia.

Giovanni: Mammà, senti… (Nota Luisa) ‘A nonna? Ha litigato un’altra volta col nonno?

Luisa:       E mica è ‘na nuvità?

Lucia:       Luisa, ma cu’ chi staje parlanno? (Si volta e lo nota) Uhé, Giuà. Comme staje?

Giovanni: Cià, ‘a no’! (Avvicinandosi) Lassamme sta’, è meglio che nun t’’o ddico! E tu?

Lucia:       Io? ‘Na bellezza! (Lo osserva) Siente, Giuà, ma comme te si’ fatto ‘ruosso!

Giovanni: ‘A no’, ma mò m’’o ddice tutt’’e juorne?

Lucia:       Comme?

Luisa:       Giuà, e nun le dicere ‘sti pparole accussì difficile, o si no chella nun capisce!

Giovanni: He’ raggione, mammà. O si no comme ce ‘a facimme, ‘a traduzione?!

Lucia:       Uhé, uhé, nun parlate ‘e spalle mie!

Giovanni: (Eh, chesta ‘e ttene annanzo, ‘e spalle!).

Luisa:       Senti, e com’è andato a finire il fatto del viaggio? Gliel’hai detto a papà?

Giovanni: Sì, mammà, però nun aggio apparato a niente. (Grida) Ma io non voglio mollare.

Lucia:       (Capisce male) Eh, Giuà, pur’io aggio perzo ‘nu molare!

Luisa:       Chesta capisce sempe ‘na cosa pé ‘n’ata! Giuà, ma mò pàteto addò sta?

                  Da sinistra torna Vincenzo, quatto quatto. Non nota i tre, ma i tre notano lui.

Vincenzo: (Appena fuori dalla porta) Aggia scennere primma che vene chella...!

Lucia:       Vincenzo carissimo!

Vincenzo: (Si spaventa) (Marò, già sta ccà!).

Luisa:        Vicié, viene ccà, fatte da’ ‘nu vaso. (Va a baciarlo sulle guance)

Vincenzo: (Sembra schifato) (Aéh, pure ‘o vaso me vo’ da’!).

Lucia:       Vicié, te pozzo dicere ‘na cosa? Ma comme te si’ fatto ‘ruosso!

Vincenzo: Io me so’ fatto ‘ruosso? E io so’ tant’anne ca nun sò cchiù piccerillo!

Lucia:       Uhé, Luì, Giuànne, ate visto chi ce sta?

Giovanni: E già, finalmente è uscito allo scoperto!

Vincenzo: Tu nun parlà proprio. Pe’ via toja, aggia avuta scungecà tutt’’e ppoesie mie!

Giovanni: E m’’e cchiamme poesie? Ma chi l’ha da leggere chelli quatte scimmità?

Vincenzo: Un profano, questo sei. Addò vulo’ ì tu? A Cuba? E avvi’ a ce ì… però a nuoto!

Giovanni: Sì? E tu invece nun ‘o perdere ‘o tiempo a scrivere ‘e ppoesie! Nun te sciupà!

Lucia:       (Capisce male) Vicié, he’ ‘ntiso a fìgliete? Ha ditto: miéttete a scupà!

Vincenzo: Sentite, pe’ piacere, stàteve zitta, vuje.

Luisa:       Uhé, nun accumminciate, tutt’e dduje. Giuà, vienetenne cu’ me ‘int’’a cucina.

Giovanni: E sì, ce vengo. Qua dentro l’aria non è buona. E’ viziata!       

                  Così Luisa e Giovanni vanno a destra in cucina.

Vincenzo: Ma che figlio screpolato, che tengo! (Poi nota Lucia che lo guarda e lui si volta

                  dalla parte opposta) Marò, e che me guarda a ffa’ ‘sta meza scema?!

Lucia:       Siente, Vicié, ma addò è gghiuta Luisa?

Vincenzo: (Senza guardarla) Dint’’a cucina.

Lucia:       Uhé, e vvuo’ risponnere, o no?

Vincenzo: (Si volta verso lei e grida) Aggio ditto che sta dint’’a cucina.

Lucia:       Uhé, e nun alluccà! Ma tu te penzàsse ca nun t’aggio ‘ntiso? Io steve distratta!

Vincenzo: Sì, distratta! Sentite, ora parliamo di vostro marito. Avete capito? Vostro marito!               

Lucia:       (Spaventata) Uh, mio marito? Addò sta?

Vincenzo: No, ma nun ce sta...

Lucia:       No, no, nun m’ha da vedé. (E si va a nascondere dietro al divanetto)

Vincenzo:  (La raggiunge) No, venite ccà, addò jate? 

Lucia:        Néh, se n’è gghiuto?

Vincenzo:  No, ma nun ce sta, nun ce sta...                

Lucia:        (Viene fuori) Nun ce sta? E che ddice a ffa’ “mio marito”? Tu me faje spaventà!

Vincenzo:  No, io vulesse sapé pecché ve site appiccecata cu’ isso.

Lucia:        Aspié, nun m’’o ddicere: tu vuo’ sapé pecché m’aggio appiccicata cu’ isso!

Vincenzo:  (Eh, tene ‘a telepatia, chesta!).

Lucia:        E mò te lo spiego. Vicié, mio marito fa i ricatti.

Vincenzo:  Ah, fa il ricattaro?!

Lucia:        No, non hai capito. Fa il ricattoso!

Vincenzo:  (Giesù, ma è proprio tutta scema chesta?!). Sentite, ma non è vero questo fatto.

Lucia:        Ah, nun è ‘o vero? E io allora te dico ‘n’ata cosa: chillo me fa ‘e ccorne!

Vincenzo:  Ma voi dovete stare vicini.

Lucia:        (Capisce male) L’aggia fa’ ‘e sofficini?

Vincenzo:  (Accennando un passo di Twist) No, ‘e “Fish and Crock”!

Lucia:        Vicié, pe’ me ave voglia ‘e se murì ‘e famme!

Vincenzo:  E chi ve crede? Vuje ce facìte sempe ‘e “vuommeche”!

Lucia:        (Fraintende) Eh? Io te faccio avutà ‘o stommeche? E comme te permiette? ‘Stu

                   piezzo ‘e scustumato! Tu si’ peggio ‘e mio marito, allora he’ fa’ ‘na brutta fine.                  

                   E va via a destra.

Vincenzo:  Ma che vvo’ chesta? Nun ce sente ‘e s’’a piglia cu’ me! Ma quanno se ne va?

                   Da destra torna Luisa arrabbiata.

Luisa:        Vicié, ma che l’he’ fatta a mammà? E’ trasùta dint’’a cucina chiagnenno.

Vincenzo:  Luì, ma chi l’ha fatta niente?! Chella ha fatto tutto cose essa.

Luisa:        No, ‘a verità è che tu nun ‘a vuo’. Ma che ffa’ che se sta ‘nu mese ‘a casa nosta?

Vincenzo:  ‘Nu mese? (Ironico) Accussì poco? Si era a essa, me steve duje anne!

Luisa:        Vicié, ma comme sì brutto!

Vincenzo:  So’ brutto? E essa no? Ha ditto che pàteto le fa ‘e ricatte: tuo padre il ricattiere!

                   E ppo’ se penza ca isso le fa ‘e ccorne. A proposito, apprìmma pàteto è venuto

                   ccà e m’ha ditto ch’invece è essa che ce fa ‘e ccorne a isso! Va’ a capì, va’!

Luisa:        Papà? E’ stato ccà? E pecché nun me l’he’ ditto?

Vincenzo:  E pecché me l’ha ditto isso ‘e nun t’’o ddicere. Chille so’ uno peggio ‘e ‘n’ato.

Luisa:        Pecché, tu si’ meglio ‘e lloro? Tu sei un essere inutile. Saje fa’ sulo ‘e ppoesie.

Vincenzo:  Pecché, che tiene ‘a dicere? Io tengo ll’arte ‘int’’e mmane!

Luisa:        (Ironica) ‘O vero? E lavatélle!

                   E torna via a destra in cucina. Lui le parla dietro.

Vincenzo:  Uhé, io a màmmeta nun ‘a voglio. He’ capito? Accattàteve ‘na tenda ‘a

                   campeggio tutt’e ddoje e gghiatevénne a durmì sotto ‘e ponte!

                   Prende il quadernone dal tavolo e va via a sinistra imbronciato.

6. [Lucia, Valentina, Pasquale Di Scarico e Vincenzo. Infine Luisa]

                   Da destra torna Lucia che va a sedersi sul divanetto. E’ visibilmente triste.

Lucia:        Ma comme se permettene ‘e dicere ca io so’ sorda? ‘Sti ‘nfame!

                   Si mette col broncio. Suonano alla porta ma lei non sente. E suonano ancora.

                   Io ci sento benissimo! Senti che bel silenzio che c’è in questa casa!

                   Poco dopo, da destra, accorre Valentina.

Valentina: Ma che d’è, nisciuno va a arapì?

                   Nota Lucia, va da lei. Lucia la guarda (intanto non suonano più alla porta).

                   Signò, ma che ffacite? Nun l’arapite, ‘a porta? Nun l’ate ‘ntiso, ‘o campaniello?

Lucia:        Comme?

Valentina: Il campanello! Non l’avete sentito?

Lucia:        Ah, te piace ‘stu vestito? L’aggio pavato duje Euro! Uahm, ‘e che marjuole!

Valentina: Ma che me ne ‘mporta d’’o vestito?

                   Va lei ad aprire.

Lucia:        (Interdetta) Ma che d’è, nun l’è piaciuto ‘o vestito mio?

                   Torna Valentina insieme a Pasquale.

Pasquale:  Valentì, e tutto ‘stu tiempo p’arapì ‘a porta?

Valentina: Scusatemi, don Pasquale, ma purtroppo...

                   Indica Lucia (che non li sente proprio). Pasquale la nota e prova a svignarsela.

Pasquale:  Mamma ‘e ll’Arco! ‘A suocera ‘e Vicienzo! Ehm... Valentì, io torno domani!  

Lucia:       (Si volta e lo nota) Uhé, Pascà, comme staje?

Pasquale:  Uahm, m’ha intercettato! Ma che tene, ‘o radàr?!

Lucia:        Pascà, viene a t’assettà vicino a me, accussì facimme quatte chiacchiere!

Pasquale:  Mò vengo. Valentì, aggie pacienza, chiama a mio fratello Vincenzo, l’artisto!

Valentina: Sì, vado subito. Starà nel suo studio.  

                   E esce a sinistra. Pasquale guarda Lucia, seccato.

Pasquale:  Aéh, mò sentimme che va’ truvanno, Madame Bovary! (E va a sedersi accanto

                   a lei) E allora, ‘onna Lucì, tutto a posto?

Lucia:        Sì! Sapisse comme so’ cuntenta. Non t’immagini nemmeno perché ora sto qua.

Pasquale:  (Aggio capito: s’è appiccecata cu’ ‘o marito e cu’ frateme Vicienzo!).  

Lucia:       (Lo guarda bene) Pascà, t’aggia dicere ‘na cosa: comme te si’ fatto ‘ruosso!

Pasquale:  Me so’ fatto ‘ruosso? (Ironico) E sì, io fino ‘e stammatina ero ancora criaturo!  

                   Da sinistra arriva proprio Vincenzo, notato dai due.

Vincenzo:  Uhé, Pascà...

Lucia:        (Si alza) Ah, ehm... Pasquale, ora devo andare. (Dispettosa) Io odio le poesie!

                   Volta la faccia a Vincenzo e se ne va a destra.

Vincenzo:  Ma chesta è sempe scema?

Pasquale:  (Si alza) Cià, Vicié...

Vincenzo:  (Freddo) Sì, sì, t’aggio già salutato. Assiettete ‘n’ata vota. (Si siede al tavolo)

Pasquale:  (Sorpreso, si siede di nuovo) Embé, e chisto è ‘o modo ‘e accogliere a frateto?

Vincenzo:  Sì, Pascà. Quann’aggia fa’ ‘e ppoesie, nun voglio vedé a nisciuno. Manco a te.

Pasquale:  Ah, sì? E grazie tante. Sei un ingrato! E pensare che io ti ho portato una novella!

Vincenzo:  E miettammella ‘int’’o piatto, io m’’a magno aroppo!

Pasquale:  Ma che d’è, ‘na coscia ‘e tacchino?! Io dicevo una novella, cioè una novità. Caro        

                   Vincenzo, domani, qua a casa tua, arriva la Befana!

Vincenzo:  (Sorpreso) ‘A Befana? Ma si nuje stamme quase ‘a staggione!   

Pasquale:  E che significa? Io te l’ho promesso: domani qua ti porto a Babbo Natale!

Vincenzo:  Ma nun era venì ‘a Befana?

Pasquale:  Esatto, ha da venì ‘a Befana.

Vincenzo:  Allora nun vene cchiù Babbo Natale.

Pasquale:  Chi te l’ha ditto che nun vene cchiù?

Vincenzo:  (Spazientito) Ma se po’ ssapé chi ha da venì? Babbo Natale o ‘a Befana?

Pasquale:  Ma nisciuno ‘e tutt’’e dduje. Io voglio sapere se tu vuoi fare ancora il poeta.

Vincenzo: Pascà, ma tu me fusse venuto a sfottere? Che vaje truvanno? Se po’ ssapé?

Pasquale:  Vicié, tu diventerai un poeta con la “P” maiuscola. La “P” di Domodossola!

Vincenzo: E addò sta ‘a “P” a Domodossola?

Pasquale:  E che ne saccio? Io ‘a sento ‘e nummenà spisso, ‘sta città! Comunque, ascoltami

                   bene: domani ti faccio conoscere un editore. E’ un mio cliente, e... (Poi nota che

                   lui è rimasto come in trance) Vicié, ma ch’è stato? T’arrepìglie o no? Uhé!

Vincenzo: (Si ridesta) Pascà, sei il miglior fratello del mondo!

Pasquale:  Ma comme, tu primma m’he’ fatto chella bella accoglienza! 

Vincenzo: E nun ce fa’ caso, io cocche vvota so’ tutto scemo! Siente, ma chi è ‘st’editore?

Pasquale:  Un cercatore di talenti. Io gli ho detto che tu sei un poeta emergente che vuole

                   far conoscere le sue opere. E dimane isso vene ccà cu’ me.

Vincenzo: (Sorpreso) No! Vene ccà? ‘A casa mia? Ma comme he’ fatto?

Pasquale:  E quello, tuo fratello qui presente, è una volpe, una lince, un furetto...

Vincenzo: ‘Nu formichiere!

Pasquale:  No, ‘o formichiere no!

Vincenzo: Pascà, ma tu ci pensi?Finalmente chiuderò la tipografia e farò soltanto il poeta.                  

Pasquale:  A proposito, questo editore è un tipo strano. Sai perché? Gli piacciono le donne.

Vincenzo: Pascà, e pure a me, me piacene ‘e ffemmene. E allora fosse strano, io?

Pasquale:  Vicié, parlàmmece ‘a ommo... (Indica sé stesso) ...a frato (Indica Vincenzo): a

                   chisto le piacene ‘e femmene rattose! E tu devi fargli sentire una poesia che

                   descrive una donna che non sia streveza! Ma una donna con un viso tondo come

                   una mela, con due pere davanti, due meloni di dietro e le labbra rosso-ciliegia!

Vincenzo: Praticamente, ‘na fruttajola!

Pasquale:  No, una donna con i capelli... con i capelli... vabbuò, lass’’e sta’, ‘e capille!

Vincenzo: ‘A faccio zellosa?

Pasquale:  No, fancille ‘e capille, pare brutto! Insomma, Vicié, scrivi una grande poesia!

Vincenzo: Ah, e io già tengo l’ispirazione. Ecco il titolo: “Ritratto di donna osé”!

Pasquale:  Bellissimo! Però, oltre alla poesia, ci vorrebbe pure una presentazione scemica!  

                   Ecco, per esempio: quando bussiamo alla porta, ci viene ad aprire Valentina.

Vincenzo: Bella scuperta! Ma quanno po’ Valentina ha araputo ‘a porta, che succede? 

Pasquale:  Io le chiedo con voce solenne: “Dov’è Vincenzo Di Scarico, il grande artisto?”.

Vincenzo: Pascà, nun se dice “artisto” con la “O” finale, ma “artista” con la “A” finale.

Pasquale:  (Sorpreso) Veramente? Si scrive con la “A” di Torino?

Vincenzo: Esatto. E Valentina che te risponne?

Pasquale:  Lei dirà: “Il grande artista sorge dall’infinito, come Venere sorge dalle acque”!

Vincenzo: (Entusiasta) Uh, sì, sì, me piace!

Pasquale:  (Si alza) Il piano è perfetto. E allora ti lascio lavorare in pace. Tolgo il disturbo.

Vincenzo: (Si alza pure lui) Aspié, mò scengo pur’io. Aggia accattà ‘nu poco ‘e muzzarella.

Pasquale:  Ma come, un artista che compra la mozzarella?

Vincenzo: Pascà, pure l’artiste magnene!

                  E escono di casa. Poco dopo, da destra, tornano Lucia e Luisa.

Luisa:       Ma che d’è? Vicienzo è sciso?

Lucia:       Luisa, siente ‘na cosa: ma Giuanne e tuo marito… comme s’hanne fatte gruosse!

                  Luisa la osserva, interdetta.

FINE ATTO PRIMO

ATTO SECONDO

1. [Vincenzo, Giovanni e l’avv. Felicia Del Lavoro]

                   Vincenzo, seduto al tavolo, corregge la poesia sul suo quadernone. Giovanni,

                   sul divanetto, ha preso sonno.   

Vincenzo: “O dea della bellezza...”. (Non convinto) No, no, nun me piace: “O dea”, punto.

                   (Cancella, poi…) “Ma come faccio io a non guardare quella tua splendida

                   bonezza? E come faccio a non vedere quei tuoi pezzi di petti che ti ritrovi? E

                   quando ti volti per la vergogna, mostri quel popò di sedere...”. (Non convinto)

                   Quel popò di sedere? No, ma popò e sedere, so’ ‘a stessa cosa! (Cancella, poi…)

                   “Mostri quel sedere che pare il Vesuvio vicino al Monte Somma.Io ti ammiro

                   tutto il tempo, mentre cerchi di coprirti coi capelli tuoi lunghi, rossi e tinti. O

                   dea, che occhi azzurri hai, pieni di scalpore. E che labbra rosse che mi ridono in

                   volto. T’amo, o dea!”. (Felice) Marò, songo ‘nu genio! Che ne dici, Giuà? (Lo

                   nota dormire) Azz, chisto s’è addurmuto prorpio! Giuààà!

Giovanni: (Si sveglia di soprassalto) Uhé, papà! Stavi dicendo qualcosa?

Vincenzo: Stavo parlando con la mia musa respiratrice! Mi ha ispirato una nuova poesia.

Giovanni: Io invece sognavo Cuba. A proposito, grazie per avermi regalato il viaggio.

Vincenzo: Io? Ma te l’he’ sunnato? Io nun t’aggio regalato niente.

Giovanni: Come, non ti ricordi? (Finge di preoccuparsi) Ma allora tu soffri d’amnesia.

Vincenzo: Ma quanno maje? Io m’aggio fatto ll’analese e nun è asciuto niente!

Giovanni: No, papà, tu soffri di perdite di memoria. Il fatto è grave! Tu devi curarti.

Vincenzo: Siente, Giuà, io m’arricordo sulo ‘na cosa: tu, il mese scorso, hai lasciato il tuo

                  lavoro, perché dicevi che il tuo capo ti sturciava il cognome!

Giovanni: E chillo invece ‘e me chiammà Di Scarico, me chiammava “Impianto Igienico”!

Vincenzo: Cretino, animale, lacerta che sei! Quello, Di Scarico, è un cognome napoletano,

                  come Esposito! Lui, invece, ti ha chiamato in italiano!

Giovanni: Vabbuò, so’ fessarie! Io poi non faccio mai niente di male.

Vincenzo: Ah, no? E aiére pecché m’he’ miso ‘e ppoesie ‘int’’a lavatrice?

Giovanni: Papà, ma io l’ho fatto per tenerle pulite e profumate!

Vincenzo: Ah, sì? E pecché, dummeneca, t’’e purtaste ‘int’’o gabinetto?

Giovanni: E ch’’eva fa’? Papà, io teneve ‘nu ‘e malo ‘e panza...!

Vincenzo: E te vulive pulezzà cu’ ‘e ppoesie mie?! Ah, che onda, che onda!

Giovanni: No, ma io le volevo leggere, e… (Rassegnato) E vabbuò papà, è comme dice tu.

Vincenzo: E io mò t’’essa mannà a Cuba? Ma tu invece ‘o ssaje addò te mannasse?

Giovanni: Papà, non lo dire, ho capito! Anzi, se vuoi, ci vado subito...!

                  Ma suonano alla porta e Vincenzo va in fibrillazione.

Vincenzo: Uh, Marò... ‘a porta! Ma Valentina addò sta?

Giovanni: In camera sua. Si sta provando dei costumi da bagno per la prossima estate.

Vincenzo: Allora apri tu. E’ una visita per me. Io invece vado in bagno.

Giovanni: E comme, ‘na perzona te vene a ffa’ ‘na visita e tu te ne vaje ‘int’’o bagno?

Vincenzo: E certo. Io aggia recità ‘na poesia. Va’ a arapì e famme ‘na bella presentazione.

                  E ti raccomando, sorridi!

                  E scappa a sinistra in bagno.

Giovanni: E che ce sta ‘a sorridere?

                  Apre e torna con l’avvocato Felicia Del Lavoro (in taielluer e con valigetta).

Felicia:     Buongiorno.

Giovanni: Buongiorno. Scusate, ma voi siete venuta qua per ascoltare una poesia?

Felicia:     Io aggia sentì ‘na poesia? E chi m’’o ffa’ fa’? A me nun me piàcene, ‘e ppoesie!

Giovanni: Brava, siete grande! Vi voglio bene. Allora aspettate. (Chiama) Papà, puo’ turnà!

                  Da destra torna Vincenzo tutto impettito. I due lo guardano sorpresi.

Vincenzo: (Recita, non guarda chi c’è) “Ecco l’artista che sorge come Venere dalle acque”!

Felicia:     Ma che d’è ‘sta rrobba?

Giovanni: Papà, calmati! Lei non è venuta qua per sentire le tue stron... ehm... le tue poesie!

Vincenzo: (Nota Felicia) E chi è chesta?

Felicia:     Io non sono “chesta”, sono l’avvocato Felicia Del Lavoro.

Vincenzo: Io invece sono il poeta Vincenzo Di Scarico.

Felicia:     Bene, voi siete il fratello di don Pasquale. E io sto qua proprio per parlarvi di lui.

Vincenzo: Me vulite parlà ‘e frateme Pascale? E io già ‘o cunosco!

Felicia:     Ma no, io intendo dire che voi dovete stare attento. Vostro fratello finisce spesso

                  in tribunale perché… vo’ fa’ fesse ‘e ggente… vendendo merce scadente.  

Vincenzo: E che vvulite ‘a me? Io ce ‘o ddico sempe. Ma chillo tene proprio ‘a capa tosta.

Felicia:     Sì, ma pure voi dovete stare attento. Don Pasquale mi ha detto che tenete il vizio

                  di fare il poeta.

Vincenzo: Scusate, ma perché, è un reato?

Giovanni: (Ironico) Come no! Si rischia l’arresto per “schiamazzi poetici”!

Vincenzo: Overamente?

Felicia:     No, non è vero. Forse se l’è inventato lui.

Vincenzo: Giuà, si nun te staje zitto, te dongo ‘nu paccarone! Avvocà, dicevate?

Felicia:     Eravamo rimasti che voi volete fare il poeta. Ma lo sapete che significa scrivere

                  delle poesie inedite? Significa rischiare che qualche disonesto ve le rubi.

Vincenzo: (Preoccupato) ‘O vero? S’arròbbene ‘e ppoesie?

Giovanni: (Contento) E vabbuò, papà, ma che fa?

Vincenzo: Comm’è “che fa”? Ma mò te mengo ‘na seggia! Comunque, sentite, avvocata…!

Felicia:     Ma che avvocata? Si dice con la “o”. “Avvocato” vale sia per l’uomo che per la

                  donna. E’ una parola neutra.

Giovanni: Ah, è unisex!

Vincenzo: Ma che me ne ‘mporta a me? Avvocà, pe’ piacere, diciteme comm’aggia fa’.

Felicia:      Vi consiglio di cautelarvi: iscrivetevi alla SIAE! E’ la Società Italiana Autori ed               

                   Editori, dove si depositano le opere inedite. Però vi avverto che non è gratis.

Giovanni: No, papà, ma chi t’’o ffa fa’? Sono soldi buttati!

Vincenzo: Embé, ‘e vvoglio ittà. Vabbuò? Avvocà, addò se fa ‘stu fatto?

Felicia:      Se volete, adesso stesso vi accompagno io all’ufficio SIAE di Napoli. Solo che...

Giovanni: Aggio capito. Papà, me sa che he’ ‘a pavà pure all’avvocato qui presente!

Vincenzo: E qual è ‘o probblema? Aroppo ve pavo, avvocà.

Felicia:      No, ma mica per qualcosa? E’ solo che così penso a tutto io. Allora, andiamo?

Vincenzo: Sì, subito. Giuà, io lasso ‘a poesia ‘ncoppa ‘o tavule. Fai la guardia! Hai capito?

Giovanni: Ma chi t’’e tocca?!

Felicia:      E allora, arrivederci, Giovanni.

Giovanni: Arrivederci, avvocà. Ate fatto chist’affare, oggie! 

                  E così, Vincenzo e Felicia vanno via celermente. Giovanni trama qualcosa.

                  Ah, sì? Tu accussì ‘e vvuo’ spénnere ‘e sorde? E allora mò te faccio avvedé io!                 

                  (Prende il quadernone sul tavolo) E aroppo, povero a chi ‘a legge, ‘sta poesia!

                   E va via a sinistra sghignazzando.

 

2. [Valentina e Gerardo Canotto. Poi Luisa, Lucia, Giovanni e Vincenzo]

                   Da destra entrano Valentina e Gerardo (ha un aspirapolvere, lo passa a terra).

Gerardo:   Valentì, come vedi, questo aspirapolvere è senza filo, però funziona lo stesso!

Valentina: ‘O vero? Strano, io nun sento nisciunu rummore! Ma sta appicciato?

Gerardo:   (Verifica) No!... Valentì, distrattamente, aggio purtato l’aspirapolvere scassato!  

Valentina: E gghiamme bello. Si ce stesse ‘o signor Vincenzo, già t’’esse cacciato a cavice.

Gerardo:   E invece per fortuna non ci sta. Però ci stai tu. E tu sei buona... senza la “u”!

Valentina: Siente, ja’, vattenne, che tengo che ffa’.

Gerardo:   E l’aspirapolvere?

Valentina: Ma a chi ‘o vuo’ da’, ‘stu coso?! Nun funziona manco!

Gerardo:   E vabbuò, allora mò te ne vaco a piglià ‘n’ato. (Dalla tasca della giacca prende

                   un biglietto da visita) Intanto, ti lascio il mio biglietto da visita. Telefonami

                   quando vuoi, anche di notte. Hai capito? Bye, bye, baby!

                   Alza l’aspirapolvere, se lo carica in spalla ed esce via. Valentina resta stupita.

Valentina: Telefonami quando vuoi? Anche di notte?... A chi? Io ‘a notte aggia durmì!

                   Da destra entra Luisa che nota Valentina pensierosa.

Luisa:        Valentì, ma chi è ‘a porta? ‘Stu campaniello sta sunanno una continuazione!

Valentina: No, niente. Solo rappresentanti.

Luisa:        E allora adesso aiutami a pulire un po’ qua dentro. Deve venire Padre Alfonso a

                   benedire la statua della Madonna di Fatima, quella grande, gentile omaggio di

                   mio cognato Pasquale. Non abbiamo potuto portarla in chiesa perché è pesante.

Valentina: Va bene, sono pronta. Vado a prendere l’usoformio e altre cose. Con permesso.

                   Va via a destra. Luisa sistema le sedie. Da sinistra entra Giovanni, soddisfatto.

Giovanni:  (Ha il quadernone di Vincenzo) Ecco qua il mio capolavoro. Cià, mammà!

Luisa:        Cià, Giuà. Te veco alléro! Forse papà s’è cunvinto a te pavà ‘o viaggio a Cuba?

Giovanni:  No, mammà. Papà è incorruttibile. Tu, a papà, lo rompi, ma non lo corrompi!

Luisa:        (Chisto è peggio d’’o pato!). Stamme a sentì a me, si vuò fa’ pace cu’ isso, fatte

                   dedicà ‘na poesia!

Giovanni:  A chi? Chillo, si me legge ‘na poesia soja, a me scappa a rirere!

Luisa:        E allora arrangiate!

Giovanni:  E invece no: vendetta sia fatta! (Mostra il quadernone) Ecco qua la sua poesia.

Luisa:        Uh, Giesù, che vvuo’ fa’?

Giovanni:  Niente, chella già è brutta. Po’, ‘o masto, ccà, ce ha miso ‘a mana soja! L’ho

                   cambiata sana sana. E così, quando la leggerà, sarà un finale a sorpresa!

Luisa:        Bravo, accussì scuordatillo proprio, ‘o viaggio a Cuba! Damme ‘sta poesia.

Giovanni:  No, tanto, quello non mi aiuta lo stesso. E a ‘stu punto, m’aggia levà ‘nu sfizio.

Luisa:        Ma che vvuo’ fa’ succedere, ‘o burdello? Uhé, ja’, miette ccà ‘stu quadernone...

Giovanni:  No, nun t’’o dongo...

                   Si inseguono attorno al tavolo. Ma si sente Vincenzo dall’ingresso e si fermano.

Vincenzo: (Canticchia un motivetto casuale) “Un artista come me...”!

Luisa:        (Preoccupata) Uh, Marò, sta turnanno pateto. Puose mommò ‘stu quadernone.

Giovanni:  (Posa in fretta e furia il quadernone sul tavolo) Ehm... io vaco ‘int’’a cucina.

                   E corre via a destra. Entra Vincenzo che nota Luisa affannata.

Vincenzo: “Un grande artis...”! Uhé, Luisa. Ma che d’è, staje tutta affannata?

Luisa:       (Affannata) Ehm... no, no, niente. Mò aggio fernuto ‘e fa’ ‘e servizie!

Vincenzo: Vabbuò, mò famme piglià ‘a poesia mia.

Luisa:       (Aéh, mò siente!).

Vincenzo: (Prende il quadernone) Eccola qua! Luisa, se mò te la leggo, tu svenisci!

Luisa:       No, e allora nun m’’a leggere, nun tengo genio ‘e svenì!

                  E va via a destra in cucina.

Vincenzo: Ma comm’è aspra, chesta! E’ meglio che me ne sto da solo con le mie poesie!

                  Da destra, entra Lucia: mangia noccioline e getta i gusci a terra.  

Lucia:       Stanne pulezzànno ‘sta casa d’’a capa ‘o pero! Ma chi ha da venì?

Vincenzo: (Fa una pessima faccia) Oh, no, ce sta chesta! ‘E che scassambrella!

Lucia:       Uh, Vicié... (Si avvicina) Senti, mi piacesse tanto di sentere una tua poesia.

Vincenzo: Sì, te piacesse, eh! Ma io non le spreco con te!

Lucia:       Vicié, he’ ditto coccosa? Aggio visto che stive muvenno ‘a vocca!

Vincenzo: (Ironico) No, steve masticanno ‘na caramella!

Lucia:       Ja’, Vicié, pe’ piacere. Tu sei un grande artista.

Vincenzo: Ma tu vide chi m’apprezza, a me: chi nun me sente! E va bene, vi accontento.

Lucia:       Vicié, he’ accumminciato già?

Vincenzo: No, ancora aggia accummincià. (Apre il quadernone e cerca la pagina)

Lucia:       Però è bella ‘sta poesia. ‘E che parle?

Vincenzo: E ‘nu mumento! Dunque, la poesia si chiama: “Madonna, che donna”! (E legge):

                 “O Margherita, tieni il nome della pizza e del fiore che t’ho regalato. E ora basta,

                  non parlare più. Oh, orsù, ahimé, voilà... amiamoci come si amarono Giulietta e 

                  Romeo, Adamo ed Eva, Pascale ‘o scarparo e Pupetta ‘a salumiera...! Se vuoi, ti

                  giuro amore, così come Caino lo giurò alla sua dolce sposa Abele!”... E’ fernuta!

                  Lucia batte il piede per terra a tempo come si fa per una canzone e lui la sgrida.

                  Uhé, ma chesta é ‘na poesia, no ‘na canzone! (Chiude il quadernone sdegnato) 

Lucia:       Vicié, ma quanno fernesce ‘sta poesia?

Vincenzo: (Gridando) E’ fernuta!

Lucia:       Complimenti, è stuprenda! (Meravigliata) Marò, Vicié, ma comme faje?

Vincenzo: (Si vanta) Eh, io tengo l’arte dentro!

Lucia:       (Capisce male) Ah, tiene ‘o llatte intero?

Vincenzo: No, tengo ‘o llatte scremato! Vabbuò, mò però parlamme ‘e ati ccose. Quanno ve

                  ne turnate add’’o marito vuosto? Avite capito?

Lucia:       Me n’aggia ì addù mio marito? Néh, ma tu me ne stisse caccianno?

Vincenzo: He’ capito, eh! E quanno te muove?!

Lucia:       Vicié, mariteme è ‘n’ingrato! E penzà ca io ce faccio vedé sempe ‘o strip-tease!

Vincenzo: (Eh, e tu picciò t’appicceche sempe cu’ isso!).

Lucia:       Vuoi vedere come faccio con lui? Faccio prima una danza sexy per eccitarlo!

Vincenzo: (Schifato) Uhé, uhé, ma che v’ate misa ‘ncapa? Sentite, stateve qujeta!

Lucia:       E nun parlà tu sulo! Ora ti mostro la danza dei sette veli!

Vincenzo: (Ma tu te n’’issa mettere setteciento!).

                  Luisa comincia a ballare. Da destra accorre Luisa che si avvicina ai due.

Luisa:       Néh, ma che state facenno?

                  Lucia si volta, nota Luisa e fa finta di niente. 

Vincenzo: Io, niente. Sta facenno tutto cose mammeta!

Luisa:       No, tu vulive vedé a mammà comme se poglia.

Vincenzo: Io? Luì, ma te facesse male ‘a capa? E io ‘essa vedé a mammeta che se spoglia?!

Luisa:       Sì, mò te mettisse appaura ‘e vedé comme se spoglia ‘na femmena!

Vincenzo: Comme se spoglia ‘na femmena, no. Ma chella, mammeta, nun è ‘na femmena!

Luisa:       Ah, no? E che d’è?

Vincenzo: Pe’ te fà capì, mammeta è comm’a ‘na cepolla: si ‘a spuoglie, te fa chiagnere! 

Luisa:       Mammà, viene cu’ me, nun ‘o da’ retta a chisto. ‘E ppoesie l’hanne jute ‘ncapa!

Vincenzo: Ma chella, mammeta, me vuleva fa’ vedé la danza dei sette veli! Vuo’ vedé?

                  (Mimando) Sentite, mammà, è ‘o vero che me vuliveve fa’ vedé ‘o spogliarello?

Lucia:       Uh, chi, io? Ma vedite a chisto che va penzanno! (E finge di piangere) Aaah...!

Luisa:       ‘O vi’, sta chiagnenno. E allora, se piange, vuol dire che lei è sincera e tu no!

Lucia:       (Non piange più) Luisa, si va in cucina, così ti preparo le carte per il divorzio!

Luisa:       Sì, è meglio che ce ne jamme. Io, cu’ ‘e scieme, nun ce voglio arraggiunà!                

                  Voltano la faccia a Vincenzo e vanno via a destra in cucina.

Vincenzo: Ma vuje vedite ‘e che femmena. E che va penzanno, po’! Ave propio raggione ‘o

                  marito. Famme penzà all’editore, va’. Aggia ì ‘int’’o studio mio.

                  Arrotola il quadernone sotto il braccio e va via a sinistra.

3. [Giovanni, Antonio e Pasquale]

                   Dalla cucina (a destra) torna Giovanni con aria circospetta.               

Giovanni: Chi sa si papà già ha liggiuto ‘a poesia?! Comunque, mò me ne scengo, accussì

                  nun ‘o sento ‘e alluccà! E’ meglio che mi metto in salvo, non si può mai sapere!

                  Esce dalla comune, apre la porta ma si torva Antonio di faccia. Rientra con lui.

                  Uhé, ‘o no’, ma tu stive venenno ccà?

Antonio:   E se capisce, o si no che steve a ffa’ fora ‘a porta?

Giovanni: Ah, menu male, ‘sta vota m’he’ sentuto ‘a primma botta!

Antonio:   Néh, ma tu stive scennenno?

Giovanni: Ehm... sì. Sulo ca nun te spiego addò steve jenno, o si no facimme notte!

Antonio:   Siente, puorteme ‘o solito bicchierino ‘e cognac...

Giovanni: Aggio capito, ‘e nascosto d’’a nonna.

Antonio:   Bravo, he’ capito tutto cose. Però prima voglio svelarti un segreto.

Giovanni: Un segreto? E dimmi, di che si tratta?

Antonio:   Giuà, io ce sento! Ebbene sì! M’aggio accattato ‘n’apparecchio p’’a recchia! E’

                   tedesco. E’ talmente piccerillo che và direttamente ‘int’’o buco d’’a recchia!

Giovanni: (Esterrefatto) Uh, Giesù, ma tu che staje dicenno, ‘o no’?

Antonio:   ‘A verità. L’aggio pavato 1000 Euro, però ne valeva ‘a pena! E mò voglio sentì a

                   tutte chilli llà ca me sfòttene pecché so’ surdo. E spicialmente ‘a nonna.

Giovanni: (Entusiasta) ‘O no’, ma tu si’ grande! Sulo tu putive fa’ ‘na penzata ‘e chesta!

Antonio:   Dice ‘a verità, Giuà. Uhé, però ‘o ssaje sulamente tu, eh!

Giovanni: ‘O no’, ma te pare? Stai tranquillo! E allora adesso vado in cucina a prenderti il

                   cognac. Anzi, ne prendo uno pure per me, anche se sono astemio. E brindiamo!

Antonio:   Va’ io t’aspetto. Uhé, nun ce ‘o ddicere a nisciuno che stongo ccà. He’ capito?

Giovanni: Stai tranquillo. (Uscendo) ‘Stu nonno mio è proprio ‘nu masto!

                  E va via a destra (un cucina).

Antonio:   He’ visto che faccia che ha fatto Giuanne? Mò m’aggia fa’ ‘na panza ‘e resate!

                  Suonano alla porta.

                  Ma che d’è ‘stu rummore? Me pare ‘o campaniello d’’a porta! Uahm, ‘a quantu

                  tiempo nun ‘o sentevo! E chi sarrà? Mò vaco a arapì, va’!

                  Va ad aprire e poco dopo torna seguito da Pasquale, che appare sorpreso.

Pasquale:  Don Antò, ate araputo vuje ‘a porta? E comm’ate fatto a sentì ‘o campaniello?

Antonio:   (Uh, mannaggia a me! M’’eva scurdato ca io so’ surdo!). Ehm... uhé, Pascà, che

                   cumbinazione: io steve ascenno, tu stive trasenno e ce simme ‘ncuntrate.

Pasquale:  Ecco, me pareva strano che tu ‘ive ‘ntiso ‘a porta! (Grida) Don Antò, sediamoci!

Antonio:   (Stordito) Eh, e vabbuò, assettammece!

                   I due si accomodano al tavolo (Antonio a destra e Pasquale a sinistra).

Pasquale:  E allora, don Antò, avite fatto pace cu’ ‘a mugliera vosta?

Antonio:   Scummetto che tu vuo’ sapé si aggio fatto pace cu’ muglierema. Ma pe’ carità!

Pasquale:  E pecché? Sì, vabbuò, e che c’’o ddimanno a ffa’? Quanno me sente, chisto?!

Antonio:   (‘O vi’, he’ visto, c’è cascato pur’isso!).  

                   E da destra torna Giovanni con due bicchierini di cognac.

Giovanni: ‘O no’, ccà ce sta ‘o cognac... (Uh,ma ce sta ‘o zi’ Pascale? No, nun ha da scuprì  

                   ch’’o nonno ce sente!). Ah, ehm... uhé, ‘o zi’, t’aggio purtato ‘nu bellu cognac!

Pasquale:  A me? E tu comm’’o ssapive ca io so’ venuto ccà?

Giovanni: Ehm... ho sentito suonare la porta e ho pensato: “Sarrà sicuramente zi’ Pascale”!

Pasquale:  Ma pecché, io tengo ‘a tuzzuliata ‘e porta esclusiva?!

Giovanni: No, no… (Non sa cos’altro dire) ‘O zi’, e t’’o vuo’ piglià ‘stu cognac?

Pasquale:  Sì, sì, dammillo. (Prende il bicchierino) Alla salute! (E beve)

Antonio:   Uhé, e a me niente?

Giovanni: Ehm... no, ‘o no’, a te te fa male. Tu tiene ‘e pressione alta!

Antonio:   Ma miette ccà! (Gli tira via il bicchierino e beve come un ossessionato)

Pasquale:  ‘A faccia! Ma chisto nun teneva ‘a pressione alta?!

Giovanni: (Arrabbiato) Appunto! Vabbé, ma quello è leggero. E’ più acqua che cognac!

Pasquale:  Ma che acqua? Quello è fortissimo. Gliel’ho regalato io a Vincenzo.

Antonio:   (Dimentica che non deve rispondere) E’ ‘o vero, mamma bella, e comm’è forte!

Pasquale:  (Sorpreso) E comm’è, m’ha ‘ntiso?

Giovanni: No, ehm... (Finge d’essere triste) Zi’ Pascale, ‘o nonno parla isso sulo! Ha perzo

                  ‘e rrecchie e mò sta perdenno pure ‘a capa!

Antonio:   (Contrariato) Uhé, ma chi te l’ha ditto? Io, a vuje, nun ve veco proprio!

Pasquale:  (Sorpreso) Comme?

Giovanni: No, lui diceva: “Io, a voi, non vi vedo proprio”... perché lui non ci vede più!

Pasquale:  Che peccato! ‘N’ommo ‘e chella stoffa! Chillo ‘na vota faceva ‘e ciente metre!

Antonio:   Eh, a ‘na coscia!            

Pasquale:  (Non capisce) A ‘na coscia? Che vvo’ dicere “a ‘na coscia”?

Giovanni: Ehm... significa che sta perdendo pure l’uso di una gamba!

Antonio:   Aéh, me dispiace ca nun me pozzo rattà annanzo a vuje!

Giovanni: Ehm... e già, lui vuole dire che... sta perdendo pure l’uso di quelle zone là!

Pasquale:  E tanto, chillo già l’ha perze ‘a ‘na vita!

Antonio:   Ah, sì? E puorteme a soreta!

Giovanni: (Irrompe) Ehm... no niente, dice delle parole a caso!

Pasquale:  ‘O vero? Marò, ma comme fa chella strega d’’a mugliera a lassarlo a isso sulo?!

Antonio:   Parole sante!

Pasquale:  Comme dice?

Giovanni: No, dice: “parole sante”... pecché sta avvianno a vedé ‘e Sante d’’o Paraviso!

Pasquale:  Pure? E ccà me sa che fra ‘nu paro ‘e juorne aggia ì ‘o funerale suojo!

Antonio:   ‘Int’’e ccorne ca tiene!

Pasquale:  Comme?

Antonio:   (Cambia discorso) No, ehm... siente, Pascà, vulimm’ì ‘nu mumento ‘a bancarella

                   toja? M’aggia accattà “’nu chilo” ‘e cazettini e mutande!

Pasquale:  Eh, s’ha da accattà ‘nu chilo ‘e zeppole e ‘e panzarotte!

Giovanni: Vabbé, zio, accontentalo. Potrebbe essere l’ultima cosa che fai per lui!

Pasquale:  E se capisce. E ‘o ddice pure? Pé me è sempe ‘na possibilità ‘e guadagno!

                   I due si alzano in piedi.

                   A proposito, Giuà, ma pateto nun ce sta? ‘Eva scrivere ‘na poesia.

Giovanni: Se è la poesia che penso io, l’ha scritta, l’ha scritta!

Antonio:   Pascà, scennìmme. E arricurdateve ‘na cosa: io so’ surdo, ma ce sento ‘o stesso!

Pasquale:  Giuà, he’ raggione tu: chisto ha perzo ‘a capa! Siente ‘e scimmità che dice!

Giovanni: Cià, ‘o zio, cià, ‘o no’...

                  Pasquale e Antonio vanno via.

                  ‘O nonno se steva facenno scuprì, mannaggia a isso! Però che grande uomo. Mi

                  ha dato coraggio: ma sì, aggia ‘nguajà ‘n’appoco ‘a poesia ‘e papà! Ho deciso.

                  E torna via a sinistra nella sua stanza (l’altra porta).

4. [Valentina, Luisa, Padre Alfonso, Vincenzo e Lucia. Infine Giovanni]

                   Da sinistra (la stanza a fianco) ecco tornare Vincenzo (senza quadernone).

Vincenzo:  E’ tutto pronto. Non voglio nemmeno rileggere la poesia per scaramanzia! E mò

                   fammi chiamare a Valentina per metterci d’accordo. (Chiama) Valentina!

                   Da destra accorre Valentina.

Valentina: Eccomi.                 

Vincenzo:  Allora, quando viene l’editore, ti ricordi che cosa devi dire?

Valentina: Ehm... più o meno sì.

Vincenzo:  Brava. Allora io vado nella mia stanza a prepararmi. Ciao, ci vediamo dopo...

                   E va via a sinistra, mentre Valentina si avvicina alla comune pensierosa.

Valentina: Speramme che m’arricordo chello ch’aggia dicere!

                   Ripassa in mente le battute, mimandole. Da destra entra Luisa e la nota..

Luisa:        Valentì, ma che staje facenno?

Valentina: Se ve lo spiego, voi non mi crederete mai!

Luisa:        Va bene, comunque continui dopo. Adesso sta arrivando.

Valentina: Chi? L’editore? Meno male...

Luisa:        Ma quale editore? Io stavo parlando di Padre Alfonso. L’ho visto dal balcone.

Valentina: (Spiazzata e preoccupata) Che? Padre Alfonso? Ah, e mò?

                   Suonano alla porta.

Luisa:        Ah, ‘o vi’ ccanno. Valentì, e vvuo’ ì a arapì? Tu me pare che te si’ incantata!

Valentina: (Un po’ indecisa) Mò vado...

                   Va ad aprire mentre Luisa si sistema. Valentina torna con Padre Alfonso.

Alfonso:    (Ha una boccetta d’acqua benedetta in mano) Che il Signore sia con voi.

Val.&Lu.:  E con il tuo spirito.

Alfonso:     Allora, donna Luisa, Valentina, che si dice, tutto a posto?

Luisa:         Eh, si tira avanti.

Alfonso:     E a te, bella guagliona?

Valentina: Tutto bene, grazie.

Luisa:         E a voi, che si dice?

Alfonso:     Non c’è male uno schifo, grazie! E don Vincenzo non c’è? Volevo salutarlo.

Luisa:        Come no. Adesso lo chiamo.

Valentina: (Preoccupata) Oh, no, ma non è il caso...

Luisa:        Valentina, statti zitta! Fammelo chiamare. (Chiama) Vincenzo, è arrivato!

                   Entra Vincenzo (guardando in alto), col quadernone in mano. Ha una sorta di

                   mantello sulle spalle. Valentina si dispera a gesti.

Vincenzo: “Ecco l’artista che sorge dall’infinito, come Venere sorge dalle acque”!

                   I tre sobbalzano. Vincenzo apre il quadernone e comincia a leggere, recitando. 

                   Ritratto di una donna osé: “O dea. Ma come faccio io a non guardare quella tua

                   splendida bonezza...”!

Alfonso:    (Sorpreso) Signò, ma che sta dicenno ‘o marito vuosto?

Luisa:        (Sorpresa e imbarazzata) Boh!

Vincenzo: “E come faccio non vedere quei tuoi pezzi di petti…”… (Alza lo sguardo verso i  

                   tre) “…Che ti ritrovi?”… E… (Si rende conto di chi c’è) Padre Alfò, vuje?

Alfonso:    (Ironico) No, nun songh’io! Songo ‘a signora “con i pezzi di petti”!

Luisa:        Vincé, Padre Alfonso deve benedire la statua della Madonna. Non ti ricordi?

Vincenzo: (Sconvolto) Ah, già, m’’eva scurdato!

Alfonso:    Ma comme, io vengo a ffa’ ‘na benedizione e vuje dicite ‘e parole sporche? Ma

                   non si dicono le parolacce... mannaggia ‘a miseria!

Valentina: (Lo riprende benevolmente) Padre Alfonso!

Alfonso:    E m’è scappato!

                  E da destra, frettolosamente, accorre pure Lucia.

Lucia:       Padre Alfò, questo malato di mio genero mi voleva far spogliare. Scomunicatelo!

Vincenzo: Io? Ma quanno maje?

Alfonso:    Don Vincé, ma che mi state facendo sentire?

Vincenzo: Ma nun ‘a data retta. Padre Alfò, io, a chesta, ‘a tengo ‘ncanna!

Luisa:        Vincenzo, ma è questo il modo di parlare con Padre Alfonso?

Vincenzo: E già. Scusate, Padre Alfò, volevo dire che a lei, ce l’ho sul “Pomo di Adamo”!

Alfonso:    Ma che dite? Ma che sono queste criaturate?! Voi, più che un poeta, sembrate

                   un approvato! Aroppo amma parlà ‘nu poco. Signò, jamme a vedé ‘a statua.

Luisa:        Padre Alfò, sta nella stanza da letto. Venite, vi faccio strada.

                   Luisa, Alfonso e Lucia vanno a destra.

Valentina: Don Vincé, mi dovete scusare, ma non ho fatto in tempo ad avvertirvi.

Vincenzo: Che figura ‘e merda aggio fatto! (Posa il quadernone sul tavolo)  

Valentina: A proposito, ma quando vengono? Non stanno un poco in ritardo?

Vincenzo:  Ma che ne saccio? Si venevene primma, me sparagnave ‘sta bella figura! Embé,

                   mò scengo e ‘e vvaco a cercà. Tu intanto tieniti pronta.

Valentina: Sentite, don Vincenzo, veramente io dovrei ancora mangiare.

Vincenzo:  E chesta magna sempe! Vabbuò, va’. Muovete, però! Io scengo. Cià.

                   Esce di casa, lei a destra. Dalla porta a fianco riecco Alfonso, Luisa e Lucia.

Alfonso:    Cara signora, abbiamo finito.

Luisa:        Grazie tante. Quando volete venirci a trovare, siete sempre il benvenuto.

Alfonso:    Verrò, verrò. Intanto, se volete mandarmi a vostro marito, io sto in chiesa.

Luisa:        E sì, vedite che putite fà, jà. Facitece ‘na bella lavanda!

Alfonso:    ‘Na lavanda gastrica?

Luisa:        No, ‘na lavanda ‘e capa!

Alfonso:    Ah, e nun ve prioccupate, io ce faccio proprio ‘o sciampo!

Lucia:        Padre Alfò, per la benedizione che avete fatto, pago io! Quant’è?

Alfonso:    (Indignato) Bonasera, donna Luì. Bonasera, donna Lucì.

                   E se ne esce di casa.

Luisa:        Mammà, ma faje sempe guaje?

Lucia:        Néh, ma staje dicenno coccosa?

Luisa:        Uff...!

                   La manda a quel paese con un gesto e poi va via a destra.

Lucia:        Ma che d’è, oggie? Ce ll’hanne tutte quante cu’ me?

                   E la raggiunge a destra.  

5. [Vincenzo, Valentina e Gerardo]

                   Si sente dal centro Vincenzo che sta rientrando a casa (è ancora sulla porta).

Vincenzo:  (Canticchia il solito motivetto a caso) “Un grande artista come me”! (Entra con

                   una bottiglia di spumante in mano) Ecco lo spumante per brindare al gran

                   giorno. Meglio che lo vado a mettere in frigo. Prima che vengono Pasquale e…

                   Suonano alla porta e Vincenzo si agita.

                   Uh, Marò... chiste so’ Pascale e l’editore. (Chiama) Valentina! Addò staje?

                   Da destra accorre Valentina che sta masticando.

Valentina: Eccomi, eccomi...

Vincenzo:  Magne sempe, chesta! Senti, io vado a prepararmi. Tu invece vai ad aprire la

                   porta. Valentì, è ora che il fato diventi fatina!

                   Prende il quadernone dal tavolo e corre via a sinistra nel bagno.

Valentina: (Ingoia il boccone) Ma comme parle, chisto?

                   E va ad aprire. Poi torna con Gerardo Canotto (con la sua ventiquattrore).

                   Ah, sei tu, Gerardo?

Gerardo:   Carissima Valentina! Che c’è, non sei contenta di vedermi?

Valentina: No, perché qua doveva venire un altro signore… e io dovevo dire: (Recitando

                   ad alta voce) “Sorge l’artista dall’infinito, come Venere sorge dalle acque”!

Gerardo:   E che vvo’ dicere?

                   E da sinistra esce Vincenzo col quadernone in mano, con incedere importante.

Vincenzo: “Ecco l’artista che sorge dall’infinito! Scappa, scappa, o spirito maligno”!

Gerardo:   (Impaurito) Mamma d’’o Carmene, l’esorcista! (Si nasconde dietro a Valentina)

Valentina: No, don Vincenzo, vi state sbaglian...

Vincenzo: Statti zitta, Valentina. Signore, scusate, ma vi ho spaventato?

Gerardo:   No, pe’ carità!

Vincenzo: E allora pecché v’ate miso areto a Valentina?

Gerardo:   (Le guarda il sedere) Pecché tene ‘nu bellu “lato B”!

Vincenzo: E io lo sapevo che voi eravate un po’ porcello. Però venite qua. Parlate con me.

Gerardo:   (Viene avanti timidamente) Sentite, signore, me ne posso andare?

Vincenzo: No, dovete stare qua.

Gerardo:   (Disperato) Uh, Giesù, m’ha pigliato in ostaggio!

Vincenzo: Ma prego, maestro, venite, accomodatevi.

Gerardo:   Sentite, ma è la stessa cosa se facciamo in piedi?

Vincenzo: (Si spazientisce) Uhé, aggio ditto: assettateve mommò ‘ncoppa a chella seggia!

                   Gerardo si siede subito. Vincenzo posa il quadernone sul tavolo e si siede.

Valentina: Don Vincenzo, ma io devo dirvi una cosa...

Vincenzo: Dopo, dopo. Adesso prendi questo spumante e portalo in frigo. E fai il caffè.

Gerardo:   A me senza zucchero.

Vincenzo: Ah, ma perché, lo volete pure voi, il caffè?

Gerardo:   Come volete voi, se non disturbo!

Vincenzo:  E vabbé, ma sì, Valentina, faglielo pure a lui.

Valentina: Sì, però devo dirvi che lui...

Vincenzo:  E te vuo’ mòvere?

Valentina: E va bene. Dopo però non mi dite che non vi avevo avvertito!

                   Prende la bottiglia di spumante dal tavolo e se ne va a destra in cucina.

Vincenzo:  E allora, eccoci qua. Scusatemi ancora se prima vi ho spaventato, ma io volevo

                   fare un’entrata da scioglimento di pancia!

Gerardo:   (Si tocca la pancia) E ci siete riuscito! Comunque io sono Gerardo Canotto.

Vincenzo:  Oh, carissimo Canotto. Salutatemi a vostra moglie: la scialuppa!

Gerardo:   Uhé, ma quala scialuppa? Ma chi v’’a da tutta ‘sta cunferenza?

Vincenzo:  E vabbé, scusatemi. Adesso mi presento: io sono il poeta Vincenzo Di Scarico.

Gerardo:   Oh, perfetto. Allora, signor Di Scarico, oggi da voi è venuto Babbo Natale!

Vincenzo:  Lo so, lo so. E state voi solo?

Gerardo:   E pe’ forza, ‘e rrenne l’aggio lassate fora ‘a porta!

Vincenzo: Ho capito, lui non è venuto perché teneva da fare. E vabbé, lasciamolo stare.

Gerardo:   (Ma ‘e chi sta parlanno?! Boh!). Ehm... e va bene, allora parliamo di affari?

Vincenzo:  Sì, subito. Anzi, non vedo l’ora di leggervi la poesia! Posso?

Gerardo:   No, cu’ tutt’’o core, ma io vaco ‘e pressa. Vabbé, torniamo a noi. Vedete, signor

                   Di Scarico, l’investimento che state per fare, è importante. Sì, è vero, all’inizio

                   la gente dice: “Passate un’altra volta, non mi interessano...”, ma poi, col tempo,

                   si cambia idea. Del resto, la gente sa riconoscere i capolavori!

Vincenzo:  E certo, mi avete rubato le parole di bocca!

Gerardo:   E pensare che quelli servono solo per togliere la polvere!

Vincenzo:  E si capisce, quelli servono solo per... (Fa mente locale) Quale polvere, scusate?

Gerardo:   Comme, nun ‘a sapìte ‘a pòvere? ‘A munnezza, ‘a schifezza, ‘a zuzzimma...!

Vincenzo:  Scusate, ma voi volete togliere la polvere con le mie poesie?

Gerardo:   ‘E ppoesie? E che me ne ‘mporta a me d’’e ppoesie?

Vincenzo:  Aspettate, ma allora vuje nun site chi sacc’io. E allora chi site, signor Canotto?

Gerardo:   Sono un rappresentante di aspirapolveri della Nanetto. Mi prestate due minuti?

                   (Prende il catalogo dalla ventiquattrore) Voglio presentarvi “Levazozzimma”!

Vincenzo:  E questo serve a togliere la polvere?

Gerardo:   Naturalmente.

Vincenzo:  E si uno t’’o mena appriesso, fa male?!

Gerardo:   (Si intimorisce e si alza in piedi) Ehm... ho capito il messaggio, non vi interessa!

Vincenzo:  (Si alza) He’ vinciuto ‘na piezza ‘e bambulella ‘e chesta manera. E mò vattenne!

Gerardo:   Me ne vado subito. (Chiude la ventiquattrore) Addio! A mai più!

                   Gli stringe la mano e corre via (ma ha dimenticato il catalogo sul tavolo).

Vincenzo:  Guardate, s’ha scurdato ‘o catalogo ccà ‘ncoppa! ‘E che fesso!

                   Poi va a sedersi sconsolato sul divanetto. Torna Valentina col vassoio coi caffè.

Valentina: Ecco i caffè.

Vincenzo:  No, niente caffè, Valentì. Niente caffè.

Valentina: Perché, che è successo?

Vincenzo:  Quello non era l’editore, ma un rappresentante di aspirapolveri.

                   Si alza e se ne va a destra nella stanza da letto (lascia il quadernone sul tavolo).

Valentina: He’ visto? E penzà ca io ce ‘o vvuléve dicere. E mò chi se ppiglia ‘sti café?

                   Beve i due caffè e se ne va a destra in cucina.

6. [Giovanni, Vincenzo, Valentina, l’editore Vespasiano, Pasquale e Lucia]

                   Da sinistra torna Giovanni tutto preoccupato.

Giovanni:  Marò, addò sta ‘a poesia ‘e papà? (Vede il quadernone sul tavolo) Ah, sta ccà. E

                   comme sto’ nervuso. Famme vedé ch’aggio scritto. (Apre il quadernone e legge)

                   Dalla stanza da letto (a destra) torna Vincenzo: lo nota leggere la sua poesia.

Vincenzo:  (Grida) Disgraziato, che staje facénno?

Giovanni:  (Si spaventa e chiude il quadernone) Mamma bella! Ah, ehm... niente. Volevo

                    vedere se la tua poesia sta bene! Ehm... senti, ma poi l’hai incontrato l’editore?

Vincenzo:  Non ancora. A proposito, ma tu che ha deciso? Vuoi andare ancora a Cuba?

Giovanni:  No, no, basta così. (Si siede spossato sul divanetto) Cuba è la mia isola proibita!

Vincenzo:  (Gli siede accanto) Peccato. Io avevo deciso di pagarti il viaggio a Cuba!

Giovanni:  (Sorpreso) Ah, e comm’è? No, cioè, volevo dire... e perché mai?

Vincenzo:  Niente. Se se mi riesce il fatto dell’editore... voglio farti questo regalo.

Giovanni:  (Oh, no, io ce aggio ‘nguajato tutta ‘a poesia!). Ehm... papà, devo dirti una cosa.

                   Suonano alla porta e accorre Valentina.

Valentina: Don Vincenzo, facciamo l’operazione “Ics”?

Vincenzo: No, ma non è l’editore. (Si alza in piedi) Sarà il Canotto che si è scordato il

                   catalogo. E vai, apri lo stesso, così gli faccio una bella sorpresa.

                   Esce a sinistra nel suo studio. Valentina va a aprire la porta. Giovanni sospira.

Giovanni:  Menu male che nun è l’editore! Aroppo aggia accuncià ‘a poesia ‘e papà.  

                   Torna Valentina con l’editore Vespasiano e Pasquale (con un pacco in mano).

Valentina: Prego, signor Pasquale, entrate...

Pasquale:  E qua ci sta pure l’editore. Prego, venite avanti.

Editore:     Grazie.

Giovanni:  (Sconvolto) (Che? L’editore? Ma è chisto? Uh, Marò, e mò comme faccio?).

Valentina: Don Vincenzo, c’è una persona che vi cerca!

                   Torna Vincenzo con una pantofola in mano e va verso di loro, minaccioso.

Vincenzo:  T’aggio ditto che te n’hé ‘a ì! (E tira la pantofola contro l’editore)

Pasquale:   Uhé, ma che ffaje? Jette ‘nu scarpone ‘ncuollo all’editore?

Vincenzo:  (Sorpreso) Che? Ma pecché… è isso?

Pasquale:   E certo ch’è isso. Che l’he’ pigliato pe’ ‘nu suricio?

Editore:     A me? E che tengo ‘a faccia d’’o topo, io?

Pasquale:  (Imbarazato) No, scusatelo, è stato uno sbaglio di persona. Lui è mio fratello.

Vincenzo:  Piacere, Vincenzo Di Scarico.

Editore:     Io sono il Marchese Vespasiano Catena del Water.

Vincenzo:  A ‘n’appoco ascìmme a pariente: io so’ Di Scarico e vuje Vespasiano! (E ride)

Editore:    (Serio, serio) Prego?

Vincenzo:  (Imbarazzato) Ehm… no, niente, niente.

Pasquale:   L’editore è venuto a rendere omaggio al grande poeta Vincenzo Di Scarico,

                    compianto artista partenopeo!

Vincenzo:  E che so’ muorto, io?

Pasquale:   No, quello era per fare la cosa più importante!

Vincenzo:  Vabbé, ma accomodiamoci. Che ci facciamo all’erti?! Valentina, fai il caffè.

Valentina: Subito.

                    Si siedono, Valentina va a destra in cucina, da dove escono Luisa e Lucia.   

Luisa:         Vicié, ma chi era ‘a port... (Nota tutta quella gente) Ah, ehm... buonasera.

Pasquale:   Uhé, Luisa, comme staje?

Luisa:         Nun c’è male. (Si siede) E tua moglie Rosa? Ce fanne ancora male ‘e piede?

Pasquale:   Sì, e quella tiene l’alluce valgo. Devi sapere che…

Vincenzo:  Pascà, ma justo mò ata parlà d’’o pede ‘e mugliereta? E forza! A proposito,

                   signor editore, lei è mia moglie Luisa.

Editore:     Onorato.

Luisa:        (Imbarazzata) A chi ‘o ddicite?! Cioè, volevo dire: salve, buonasera, piacere!

Vincenzo:  E invece, quella vecchia... cioè, l’altra signora è mia suocera. Si chiama Lucia.

Editore:     Onorato.

Luisa:        (Nota che Lucia non ha sentito) Ehm... mammà, siente a chillu signore che dice.                

Lucia:        Aggia sentì a chillu signore? E che vvo’ ‘a me?

Editore:     Ho detto: onorato.

Lucia:        Ah, ve chiammate Onorato? Piacere, io me chiamme Lucia Izzo, vedova Fiore!

Luisa:        Ma quala vedova Fiore? Chillo papà è ancora vivo!

Pasquale:   Vabbé, editore, abbiate pietà di lei. Quella è non undente!

Lucia:         Uhé, ma state parlanno male ‘e me? State dicenno ca so’ sorda? E invece nun è

                    ‘o vero. Io non sono sorda. Sono solo... (Grida dietro Pasquale) ...distrattaaa!

Pasquale:   M’ha stunato ‘na recchia! Oh, chello che nun tene ‘int’’e rrecchie, ‘o ttene

                    ‘nmocca! Tene ‘na cacchia ‘e voce!                

Lucia:         E vabbuò, io vaco ‘int’’a cucina, tanto, ccà nun ce sta niente ‘e buono ‘a sentì!

                    Va via a destra, mentre colpisce involontariamente Giovanni.

Giovanni:   (Grida) Aaah, ‘a no’, puozze passà niente!

Vincenzo:   Uh, dimenticavo, editore, ci sta pure mio figlio Giovanni. Giuà, aìzete e saluta!

Giovanni:   (Si alza) Ah, ehm... salve. (Si siede sul divanetto e soffre)

Editore:      Piacere.

Pasquale:    E allora sono finite le presentazioni. Menu male. Prego, editore, potete parlare.

Editore:      Grazie. Dunque, signori, oggi è un gran giorno per il poeta qui presente…

Pasquale:    E per l’occasione, mia moglie Rita ha fatto i biscotti per Vincenzo! (Li mostra)

Luisa:         Ma a tua moglie nun ce fanne male ‘e piede?

Pasquale:    E mica l’ha fatte cu’ ‘e piede? L’ha fatte cu’ ‘e mmane! Prendili, Vincenzo!

                    Glielo consegna e lui lo prende con falsa euforia.

Vincenzo:   Ah, grazie. (Posa il pacco sul tavolo) Luisa, dopo conservali al solito posto.

Luisa:         Ma certo, Vincenzo. (Stamme rignenno ‘a munnezza cu’ ‘e biscotte ‘e chesta!).

Pasquale:   Facimme parlà all’editore, ch’è meglio. Prego, continuate.

Editore:      Dicevo che oggi è festa, perché il poeta qui presente pubblicherà le sue poesie.

                    Intanto Giovanni, pian piano, tenta di nuovo di avvicinarsi carponi al tavolo.

Vincenzo:   (Lo nota) Giuà, ma che staje facenno?

Giovanni:   Ehm... no, inseguivo una formica! (E torna dov’era prima) (Mannaggia a me!).

Editore:      Insomma, caro poeta, voi diventerete famoso. E domani vi porterò a vedere il

                    mio gabinetto. Così, io Vespasiano e voi Di Scarico, stiamo nel nostro habitat

                    naturale! (E ride, però soltanto lui) Scusate, e non avete riso?

Vincenzo:   No, nuje oggie facìmme pasta e pesielle! E ‘o vero, Luisa?

Luisa:         Sì, io ci metto pure un poco di cotena dentro! Per mantenerli più leggeri!

Editore:    Ma no, io volevo sapere perché voi non avete riso, cioè, verbo ridere...!

Vincenzo: Ah, volete sapere perché non abbiamo riduto? E scusate, che ce sta ‘a rirere?

Editore:    Ehm… lasciamo stare. Caro Vincenzo, voglio che sappiate che io a voi non

                  chiedo niente. Soltanto 5000 Euro.

Vincenzo: ‘A faccia d’’o baccalà! Scusate, e perché? Io mi sono pure iscritto alla SIAE.

Editore:     Ma quei soldi non servono a questo. Servono per le piccole spesucce accessorie.

Vincenzo: E già, avete ragione voi. Domani ve li do.

Editore:    E allora, adesso basta parlare, vogliamo ascoltare tutti quanti la vostra poesia.

Vincenzo: Sì, sì, va bene.

Luisa:       Va’, Vicié, schiàttele ‘a capa!

Vincenzo: Grazie. Dunque, editore, e voi tutti qui convenuti. Adesso voglio farvi ascoltare a

                   tutti la mia poesia da urlo! (Prende il quadernone sul tavolo)

Giovanni: Oh, no, papà, non lo fare! (Si alza e va per uscire via di casa)

Luisa:        Uhé, addò vaje? Assiéttete pure tu e sientete ‘a poesia ‘e papà! Marsh!

Giovanni: (Rassegnato, ubbidisce) Sì, sì.

Vincenzo: Dunque, la poesia si chiama “Ritratto di una donna osé”. (Apre il quadernone,

                   schiarisce la voce e legge recitando) “O dea... della Domiziana...”!

                   Tutti si guardano in faccia. Vincenzo è sorpreso e cerca di mettere una toppa.

                   Ehm... no, questa dea si chiama Domiziana! “Ma come faccio io a non guardare

                   quella tua splendida bonezza? E come faccio a non vedere quei tuoi pezzi di

                   petti pieni di silicone...? Ma forse sò addiventato frocio?”… (Ttupito) Che?

                   Boh!... “E quando ti volti per la vergogna... me faje arrecrià sanu sano!”.

Luisa:       (Ma che sta dicenno, chisto? Comm’è brutta, ‘sta poesia!).

                   Pasquale si deterge il sudore con un fazzoletto. Vincenzo seguita.

Vincenzo: “E quando ti volti per la vergogna, mostri quel sedereche pare il Vesuvio vicino

                   al Monte Somma... Uh anema, ‘e quanta bella rrobba che tiene!”. Che? Mah!

                   “Io ti ammiro tutto il tempo... e te zumpasse ‘ncuollo…”!Ma chi l’ha scritte

                   ‘sti ccose? (Guarda Giovanni) Ah, mò avvi’o a capì!

Giovanni: (Ma chi m’ha cecato, a me?!).

Vincenzo:  (Legge con sofferenza) “Mentre cerchi di coprirti coi capelli tuoi lunghi, rossi e

                    tinti, scambiati, bicolore, con la fila in mezzo, tutti sporchi, tagliati male e

                    spettinati!... (Si deterge anche lui il sudore) “O dea, che occhi azzurri che hai,

                    come i miei scarponi! E che labbra rosse... che mi sputano in volto!”...

Giovanni:  (No, papà, nun ‘a leggere ‘sta parte!).

Vincenzo:  O dea, io di pazienza non ne ho molta... e così è fesso chi ascolta!”...

Editore:     (Si alza) Adesso basta! Quella non è una poesia, è un insulto all’arte. Vado via!

                    E esce di casa sdegnato. Gli altri si alzano in piedi. Cercano di calmarlo.

Vincenzo:  No, editò, tornate indietro...

Pasquale:   Quello scherzava...

                   Pasquale, Vincenzo, Luisa e Rosa lo rincorrono. Da destra torna Valentina.

Valentina: Ecco i caffè. (Non vede nessuno) E che d’è, se ne sò gghiute? E ch’è succieso?

Giovanni:  Ch’è succieso? E’ succieso che m’aggia fà ‘e valiggie e me n’aggia fuì ‘e casa!

                   E scappa via a sinistra.

Valentina: Ah, e i caffè? (Li conta) Sono cinque.

                   E se li beve tutti.

                

FINE ATTO SECONDO

Casa Di Scarico, il giorno dopo. E’ tornata la calma dopo il trambusto del giorno prima.

ATTO TERZO

1. [Vincenzo, Antonio e Valentina]

                   Vincenzo ed Antonio sono seduti sul divanetto. Il primo pare stufo.

Antonio:    Vicié, famme sentì... ma allora mò si’ addiventato ‘nu cantante?

Vincenzo:  No, ma qualu cantante? Papà, io sono un poeta. Ate capito? Un poeta.

Antonio:    Un poeta? Uh, che peccato. A me me piacene assaje ‘e ccanzone. ‘Na bella

                   canzona napulitana ca me regne ‘o core! E ja’, miettete a cantà.

Vincenzo:  Ma ch’aggia cantà? Nonostante il guaio che stava per combinare Giovanni,

                    l’editore pubblicherà lo stesso le mie poesie.

Antonio:    Ma io nun te capisco. Comme staje parlanno brutto!

Vincenzo:  Vabbuò, basta, cagnamme discorso. Parlamme d’’a mugliera vosta: purtatavella!

                   (Mima) Quella piange sempre che vi va trovando! (‘E che palla!).

Antonio:    Chiagne? E ‘a chi ‘o vvo’? He’ visto? Nun po’ stà senza ‘e me, pecché è sorda!

Vincenzo:  E già, chillo isso ce sente! Fra isso e essa, tenene ‘e rrecchie tanto p’’e ttené!

Antonio:    Ma pecché, allora vulisse dicere ca io so’ surdo? E comme te permiette?

Vincenzo:  (Spaventato) Uh, mamma mia... e comme ha fatto a me sentì?

Antonio:    Siente, io ‘na vota nun ce senteve, ma mò invece ce sento pure troppo buono!

Vincenzo:  (Sorpreso) E comme va? Site juto a Lourdes?

Antonio:    No, tengo ‘n’apparecchio p’’a recchia che me fa sentì paricchio! Vene d’’a

                   Germania. L’ho comprato ieri e ora ci sento. Che d’è, Vicié, nun parle cchiù?

Vincenzo:  M’’ite fatto fesso!

Antonio:    Visto? E penzà che mia moglie nun s’’o vo’ accattà. Ma io invece voglio vivere.

Vincenzo:  Ah, e allora mò ce amma sta’ attiente a comme parlamme!

Antonio:    No, no, anzi, non la dire a nessuno questa cosa. Io te l’ha detta perché tu sei uno

                    dei pochi degni di saperlo. Gli altri no. E allora io li voglio smascherare a tutti!

Vincenzo:  Io vi ringrazio della fiducia. Sulo che mò nun me trovo! Vuje m’’ite fatto ittà ‘o

                    sango pe’ tant’anne pe’ parlà cu’ vuje! E vabbé, allora mi abituerò. Comunque

                    mò turnamme a parlà ‘e vostra moglie: fate pace!

Antonio:     Ah, ho capito: tu mi dai a mia moglie e io ti restituisco a tuo figlio! 

Vincenzo:  (Eh, me sta pavanno ‘o riscatto!).

Antonio:     No, Vicié. Giuanne si se vo’ sta addù me, me fa piacere, pecchè me fa

                    cumpagnia. Ma mugliérema no! Vicié, io t’’a lasso in eredità!

Vincenzo:  In eredità? E che me n’aggia fa’? Purtatavella ‘n’ata vota e basta! Ate capito?

Antonio:    No, questo mai!... Ehm... siente, Vicié, te voglio bene, pecché nun ce parle tu

                   cu’essa? Io po’ vengo cchiù tarde e m’’a vengo a piglià! 

Vincenzo:  Aggio capito, vuje vulite fa’ ‘o tipo orgoglioso! E vabbuò, ce penz’io.

Antonio:    Grazie, Vicié. Più che un genero, tu sei un amico!

Vincenzo:  Ma nun ‘o ddicìte proprio. Anze, mò me fa piacere ca ce sentite almeno vuje...!                

                   Da sinistra entra Valentina.

Valentina: Don Vincé, ho tolto la polvere nel vostro studio. Mò sta tutto in ordine.

Vincenzo:  Brava, brava. Valentina, e come, qua ci sta don Antonio. Non lo saluti?

Valentina: E ch’’o saluto a ffa’? Chillo manco me sente!

                   E se ne va a destra in cucina.

Antonio:    He’ visto, Vicié? Comm’è bello a ssapé chello ch’’a gente penza ‘e te!

Vincenzo:  E ‘a cosa cchiù bella è che v’’o ddicene propio ‘nfaccia!

Antonio:    E già. Vicié, io me ne scengo. T’arraccummànno ‘o fatto ‘e mia moglie.

Vincenzo:  Facite fa’ a me.

Antonio:    Grazie. Allora cià, ce vedimme cchiù tarde. E finalmente, ce sentimme pure!

                   Stringe la mano a Vincenzo e se ne va frettolosamente. Così Vincenzo esulta.

Vincenzo:  E vai! Il mio lavoro diplomatico sta funzionando! Fra poco quella stregaccia

                   maledetta se ne va! E io scriverò una poesia si di lei: “La partenza della strega”!

                   E corre celermente a sinistra nello studio.

2. [Giovanni. Lucia, Luisa e Valentina e Gerardo]

                   Dalla comune entra Giovanni, quatto quatto. Ha una busta e le chiavi di casa.

Giovanni:  Nun ce sta nisciuno. Famme movere, va’. M’aggia piglià duje vestite pulite...

                   Va a sinistra (nella stanzetta). Da destra entrano Luisa, Valentina e Lucia.

Lucia:        Ate visto? Stongo ccà ‘a tre gghiuorne e mariteme nun s’è visto proprio! Nun ‘o

                   tene ‘o curaggio ‘e venì ccà. E allora io nun me ne vaco maje cchiù ‘a ‘sta casa!

Luisa:        Aéh, si ‘a sente Vicienzo, ce spara a tutt’e ddoje!

Valentina: Infatti. A me mi chiede sempre se lei se n’è andata!

Luisa:        A proposito, Valentì: ma tu ‘a staje jenno sempe appriesso, appriesso?

Valentina: Signò, ma io faccio ‘a cammarera, no l’agente segreta! Ma che so’ pazza?!

Lucia:        (Capisce male) ‘E maccarune cu’ ‘a sarza? No, Valentì, me dispiace, nun l’he’

                   sapute cucenà. Chille sapévene ‘e pasta e cucozza!

Luisa:        Lasse sta’, Valentì. Nun da’ retta. Ormai chella nun fa pace maje cchiù cu’ papà.

Lucia:        Luisa, t’he’ ‘a rassignà. Si pateto nun me cerca scusa, io nun me movo ‘a ccà.

Valentina: Signora Lucì, ma don Vincenzo e ‘a signora Luisa, s’hanne sfastriate ‘e ve vedé!

Luisa:        Aspetta, ti anticipo: s’hanne sfastriate ‘e me vedé? E allora se facessene ‘a

                   mappata e se ne jessene a durmì in albergo! In questa casa comando io!

Luisa:        E sì, m’ha pure sfrattata! E allora mò basta, aggio deciso. Valentì, mia mamma

                   tene ‘a rrobba soja ‘int’’a stanzetta ‘e Giuanne. Mò ce vaco a priparà ‘a valiggia.

                   E va a sinistra, nella stanzetta di Giovanni, molto decisa. Lucia le parla dietro.

Lucia:        Uhé, io nun ce torno ‘a casa! He’ capito?

                   Si siede sul divanetto. Suonano alla porta. Valentina allarga le braccia...

Valentina: Comm’’o ssolito, stanne sunanno ‘a porta, e ‘a signora Lucia nun ‘a sente! 

                   Va ad aprire. Entra prima Gerardo con la sua solita ventiquattrore e poi lei.

                   Tu staje ‘n’ata vota ccà? Don Vincenzo t’’eva ditto che nun c’’iva venì cchiù.

Gerardo:   Eh, e càlmete ‘nu poco. Come sei alzezzosa!

Valentina: Comme songh’io?

Gerardo:   Alzezzosa! Io nun v’’o voglio vénnere cchiù l’aspirapolvere. Sono venuto a

                   riprendermi il catalogo che ho scordato qua. Senza quello, non posso lavorare.

Valentina: Ah, sì, sì, già. Sta dentro allo studio di don Vincenzo. Non ti muovere di qua, te

                   lo vado a prendere io. Ma dopo che te l’ho dato, aria...!

Gerardo:   (Ci prova) E insieme al catalogo, non ci sarebbe qualcos’altro... da parte tua?             

Valentina: Ma cammina!

                   Va a sinistra nello studio. Gerardo posa sul tavolo la ventiquattrore e si siede.

Gerardo:   Ma comme me piace, Valentina! E poi tiene un fisico! Sembra una sifilide!        

Lucia:        (Lo nota) Salve!

Gerardo:   (E chi è chesta? Mò ‘a saluto pur’io per educazione!). Ehm... salve.

Lucia:        Sentite, stabiliamo una cosa: io, ‘a casa mia, nun ce torno maje cchiù!

Gerardo:   Signò, e nun ce turnate maje cchiù. Vuje ‘a chi ‘o vvulite?

Lucia:        Sapete com’è? E’ la solitudine. La mia famiglia è come se non ce l’avrei!

Gerardo:   Ah, no? Come mi dispiace. Io pure c’ho mio nonno nella stessa situazione.

Lucia:        Come dite?

Gerardo:   (Grida) Mio nonno...

Lucia:        Ah, vostro nonno? E che fa?

Gerardo:   (Ma chesta fosse sorda?!). (Grida) Signò, sta isso sulo. ‘O vulisseve cunoscere?

Lucia:        Sì, sì, purtatele, purtatele! Ccà nun se rifiuta niente!

Gerardo:   Eh, è arrivata ‘a sapunara! (Gridando) Signò, mio nonno si chiama Ambrogio.

Lucia:        Ah, è frocio?

Gerardo:   Ma qua’ frocio? Fa il ragioniere.

Lucia:        Ah, fa ‘o chianchiere? E chillo è ‘nu bellu lavoro. Chella, po’, ‘a carne serve!

Gerardo:   Azz’oh, ma chesta è sorda ‘o vero!

Lucia:        E voi invece come vi chiamate?

Gerardo:   Gerardo.

Lucia:        Nun l’aggio amje ‘ntiso ‘stu nomme. Sarrà straniero! E che lavoro fate?

Gerardo:   Aéh, e mò comme ce ‘o spiego? Vabbuò, ja’... signò, faccio il salumiere!

Lucia:        ‘O rappresentante?

Gerardo:   Uahm, ha azzeccato!

Lucia:        E di che cosa?

Gerardo:   Di aspirapolveri. (Lo mima con le mani)

Lucia:        Ah, me servesse propio! E chillo serve sempe ‘nu tostapane ‘int’’a casa!

Gerardo:   Vabbuò, levamme mana!

Lucia:        Io invece mi chiamo Lucia. Diteglielo a vostro nonno. A proposito, ma ci sente?

Gerardo:   E certo.

Lucia:        No, pecché io nun ‘e supporto ‘e ggente sorde!

                   Da sinistra torna Valentina con una busta in mano.

Valentina: Eccomi qua. Aggio juto a piglià ‘o catalogo tuojo. Tié.

Gerardo:   (Si alza, prende la busta e guarda dentro) E io qua dentro vedo solo coriandoli!

Valentina: No, è il tuo catalogo: don Vincenzo l’ha ridotto così. S’è sfugato, ‘o crestiano!

Gerardo:   E s’è sfugato cu’ ‘o catalogo mio? E io mò comme faccio?

Valentina: Siente, è meglio che te ne vaje, o si no faje ‘a stessa fine d’’o catalogo tuojo!

Gerardo:   Per carità! Devo cancellare quest’indirizzo dalla mia lista! Arrivederci, ‘a no’!  

                   Prende la ventiquattrore e esce via di casa arrabbiato. Lucia resta sorpresa.

Lucia:        Ma comm’è, se n’è gghiuto? E ‘o nonno suojo nun m’’o presenta cchiù?

Valentina: Menu male. Signò, nun ce simme perze niente!

                   E va a destra in cucina. Lucia ci rimane male.

Lucia:        Che peccato! E vabbuò, mò me vaco a sentì ‘nu poco ‘a radio!

                   Si alza in piedi e va via a destra.

4. [Vincenzo, Padre Alfonso, Valentina, Giovanni, Pasquale e Felicia]

                    Da sinistra torna Vincenzo che fa delle riflessioni.

Vincenzo:  Ho dato i 5000 Euro all’editore. Sicuramente li guadagnerò un’altra volta dalla

                   vendita dei libri con le mie poesie. Ma come sono furbo!

                  Suonano alla porta.

                  E chi è mò? Forse l’editore s’ha scurdato coccosa. Ma io gli apro con gioia!

                  Va ad aprire e torna seguito da Padre Alfonso.

                  Padre Alfonso carissimo! Che bella sorpresa! Venite, accomodatevi.

Alfonso:    Grazie, don Vincé.

                  I due si siedono.

                  E allora, grande poeta, come va?

Vincenzo: Eh, Padre Alfo, tengo un’emzoione dentro…! Sono pieno di andrealina!

Alfonso:    Andrea e Lino? E chi so’ ‘sti duje?

Vincenzo: No, l’andrealina è chelal cosa che ve vene quanno tenìte ll’emozione.

Alfonso:    Ah, tenete l’adrenalina! Sentite, ma avete fatto pace con vostro figlio?

Vincenzo: (Cambia umore) Beh… ‘a verità… no!

Alfonso:    E questo non va bene. Don Vincé, io capisco che voi siete andato in freva per il

                   fatto della poesia. Così avete incolpato vostro figlio di tutto. Come si dice: il

                   capro respiratorio! Ma la miglior vendetta è il perdono! “Siate buoni e

                   caritatevoli coi fratelli che con voi non lo sono stati”!

Vincenzo: Uahm, comme parlate bello, vuje! Me piace ‘e ve sentì!

Alfonso:    E si me sentisseve ‘e sunà l’organo int’’a chiesa: paro ‘a Fisarmonica ‘e Vienna!

Vincenzo: E vabbé, che vi debbo dire? Devo perdonare a mio figlio? E sia così!

Alfonso:    Bravo. Molto bene. Mi dovete dire nient’altro?

Vincenzo: Sì, dobbiamo parlare di mia suocera. Come sapete, si è appiccicata col marito.

Alfonso:    Ah, ha litigato?

Vincenzo: No, si è proprio appiccicata! E mò sta a casa mia a non fare niente. Padre Alfò,

                  m’’ita crerere: da quando sta qua, io e mia moglie non andiamo più d’accordo.

Alfonso:    Vi appiccicate?

Vincenzo: No, litighiamo! E tutto chesto pe’ mezza ‘e chella strega!

Alfonso:    Capisco. Don Vincé, mezz’ora fa è venuto vostro suocero a confessarsi da me.

                  Uahm, ‘e che cunfessione: tre ore e diece!

Vincenzo: Ah, forse perché teneva molti peccati?

Alfonso:    No, pecché nun ce senteva! E io ogni tanto ‘eva ascì ‘a ‘int’’o confessionale pe’

                  ce fa’ capì ‘e ddomande!

Vincenzo: (E chillo steva facénno apposta! Però chisto nun ‘o ssape!).

Alfonso:    E poi ci siamo messi a giocare a carte. Io ho pure vinto 20 centesimi! E fra una

                  scopa e l’altra, mi ha detto che vuole fare pace con la moglie, se lei si ammolla!

Vincenzo: E chi la convince a mia suocera? Padre Alfò, voi non potete fare niente?    

Alfonso:    Vediamo un po’. Proverò a parlare con vostra suocera. E già, proverò! (Si alza)

Vincenzo: (Si alza pure lui) E che d’è, già ve ne jate?

Alfonso:    E io tengo che ffa’. Piuttosto, vi raccomando, non dimenticate di venire a messa.

Vincenzo: Quanno?

Alfonso:   ‘On Vincé, e quanno se fa ‘a messa? ‘A dumméneca!

Vincenzo: ‘O vero?

Alfonso:    Ate visto? V’aggio fatto fa’ ‘sta bella scuperta! Arrivederci.

                  Gli stringe la mano e va via. Vincenzo prima è dubbioso, poi diventa raggiante.

Vincenzo: Tra poco mia suocera se ne va! E io torno ad essere l’uomo più felice del mondo! 

                  Suonano alla porta

                  Ma che me ne ‘mporta d’’a porta? (Chiama) Valentina, và a arapì tu!

                   Da destra entra Valentina. 

Valentina: Vado io, vado io... come sempre! Con permesso.

                   Va ad aprire.

Vincenzo:  Sono sicuro che dalla porta sta per entrare un’altra notizia fantastica!

                   Valentina torna con Pasquale, che pare preoccupato, e l’avvocato Felicia.

Pasquale:  Valentina, non ci sta mio fratello?

Valentina: Sì, sta qua dentro. Perché, vi serve?

Pasquale:  Ma che d’è, ‘nu straccio pe’ lavà ‘nterra?

Valentina: Un momento, piano, piano. Signor Vincenzo, ci sta vostro fratello.

Vincenzo: (Felice) Cià, Pascà. Comme so’ cuntento ‘e te vedé.

Pasquale:  Aspié, mò che te dico pecché stò ccà, nun sì cuntento cchiù!

Vincenzo: Pecché, ch’è stato?

Pasquale:  Prima di tutto, ti voglio presentare l’avvocato Felicia Del Lavoro.

Vincenzo: Sì, la conosco. Salve, avvocato.

Felicia:      Salve.

Pasquale:  E mò, Vicié, famme parlà. L’avvocato qui presente è venuto nella mia boutique!

Vincenzo: Nella mia...?

Pasquale:  Boutique!

Vincenzo: Pascà, tu ‘na bancarella ‘e mutande e cazettine tiene!

Pasquale:  E nun me fa’ fa’ ‘sti ffigure!

Felicia:      Don Pasquale, non perdiamo tempo, si tratta di una cosa drammatica.

Vincenzo: Drammatica? E vabbé, accomodiamoci.

                   I tre si accomodano al tavolo (Vincenzo pare confuso). Valentina esce a destra.

Felicia:      (Estrae un foglio dalla valigetta e legge) Dunque, signor Vincenzo, voi vi

                   chiamate “poeta” di cognome e di professione fate il “Di Scarico”…! E’ così?    

Vincenzo: No, veramente, io me chiamme Di Scarico e faccio ‘o poeta!

Felicia:      Uh, mannaggia a me, me so’ sbagliata a scrivere.

Pasquale:  E vabbé, non vi preoccupate: scorreggete!

Felicia:      Ch’aggia fa’?

Vincenzo: Volete che scorreggio io?!

Pasquale:  Pe’ carità! Lasse tutto cose accussì! Nun scorreggià niente!

Vincenzo: E vabbuò, avvocà, faciteme ‘nu riassunto veloce veloce: qual è ‘o probblema?

Felicia:      Adesso vi spiego: l’editore Vespasiano Catena del Water...

Vincenzo: Ah, che brava persona!

Felicia:      E’ un truffatore. Vi ha truffato.

Vincenzo: Chill’ommo ‘e niente!

Felicia:      Veramente, più che truffato, il falso editore vi ha sfruttato. In ogni caso,

                   parliamo di truffa.

Pasquale:  Però, secondo me, non è una truffa. Perché scusate: se lui era stato truffato, era

                   una truffa, ma giacché è stato sfruttato... è una frutta!

Felicia:      ‘On Pascà, ma quala frutta? Ccà ce sta poco ‘a magnà... ehm... poco ‘a pazzià!

Pasquale:  E intanto, menu male che mio fratello nun ha cacciato ancora ‘e sorde! O sì?

Vincenzo: (Rassegnato) Sì, Pascà, sì: 5000 Euro.

Pasquale:  Ce l’he’ date già? Mò, si t’’e cercavo io, dicive ca nun ‘e ttenive!

Vincenzo: Mannaggia ‘a capa mia. E mò comme faccio? Chi m’’e ddà ‘n’ata vota?

Felicia:      Ve li da lui: quel tizio è stato arrestato perché ha truffato altre persone, oltre voi.

Vincenzo: Ah, sì? E’ stato arrestato? Menu male! Accussì, accòmme ‘o ‘cchiappo, ‘o sparo!

Pasquale:  E nun ‘o puo’ sparà. ‘O ssaje pecché? L’he’ denuncià e l’he’ purtà in tribunale.

Vincenzo: Ma in tribunale aggia purtà coccosa?

Felicia:      Sì: la ricevuta dei 5.000 Euro che gli avete dato. Fatemela vedere un momento.

Vincenzo: Quala ricevuta?

Pasquale:  Manco ‘a ricevuta t’he’ fatto da’?

Felicia:      Don Vincenzo, io avrei una soluzione: vi dovete trovare un testimone.

Pasquale:  Ma pecché, s’ha da spusà ‘n’ata vota?

Felicia:      No, quello serve per incastrare il truffatore. E allora, ci sta questo testimone?

Vincenzo: Pascà, falle tu, ‘o testimone. Ormai sei esperto, l’hai già fatto al mio matrimonio!

Pasquale:  No, Vicié, nun se ne parla proprio. Aroppo t’avessa fa’ pure ‘o regalo?

Felicia:      Ma no, io parlo di un testimone vero che dimostri che don Vincenzo, i soldi, li

                   ha dati veramente al falso editore. Così, dopo, il truffatore vi risarcisce.

Vincenzo: Ah, he’ capì, Pascà? Mi risarcicce?

Pasquale:  Te da ‘e ssasiccie?

Felicia:      No, ‘e ccustatelle! Vi “risarcisce”! Ma insomma, ci sta o no questo testimone?

Vincenzo: No, nun ce sta. E poi, io, i soldi, non li ho pagati in contanti, ma con assegno.

Felicia:      Pure? Sentite, fate così: trovatevi un testimone che non sia un vostro familiare.

Vincenzo: E addò ‘o truvamme, a chisto?

Felicia:      Ve lo trovo io. Ve lo mando qua tra poco.

Vincenzo: Veramente? Uahm, avvocà, site grande! Pure ‘e testimonie fàveze, tenite!

Felicia:      Sì, ma questa cosa non si può fare gratis. Ha un leggero costo!

Vincenzo: Aggio capito, aggia pavà pure a vuje!

Pasquale:  Vicié, a te te fanno fesso ‘e tutte manere!

                   I tre si alzano in piedi.

Vincenzo: E che ce vuo’ fa’. Noi artisti siamo facilmente vittime degli imbroglioni.

Felicia:      E già, è vero. Ci siete cascato con tutte le scarpe!

Pasquale:  Vicié, si’ cascato cu’ tutte ‘e scarpe? E addò?

Vincenzo: Nun ‘o ssaccio!... Famme vedé.

                  Vincenzo, Felicia e Pasquale controllano sotto le scarpe del primo.

Felicia:      Ma che fate? Io dicevo… Vabbuò, basta, mò me n’aggia ì. Signori, io vi saluto.

Vincenzo: Arrivederci, avvocà. E grazie ancora.

Felicia:      Grazie a voi. Arrivederci, don Pasquale.

Pasquale:  Arrivederci, arrivederci.

                  Lei esce di casa. Vincenzo impreca verso Pasquale. 

Vincenzo: Pascà, è ‘nu periodo stuorto. Tutto si ritorce contro di me. Solamente in casa mia

                   posso stare tranquillo.

                   All’improvviso si sente un rumore dalla stanzetta di Giovanni (a sinistra).

                  (Spaventato) Marò, che d’è ‘stu rummore? Veneva d’’a stanzetta ‘e Giuanne.

Pasquale:  (Tremando) Vicié, no-non ci lasciamo prendere dal panico!

                   E si butta sotto il tavolo. Vincenzo prende una sedia e si avvicina alla porta.

Vincenzo: (Timoroso) Aspié, mò ce penz’io!

                  Ma da lì esce Giovanni con la sua busta e i due saltano dallo spavento.

Giovanni: Mamma mia, sono morto, portatemi al cimitero! (E si appoggia spalle al muro)

Pasquale:  (Da sotto al tavolo) Vicié, ch’è succieso?

Vincenzo: (Ancora impaurito, posa la sedia e ci si siede sopra) Niente, è sulo Giuanne.

Pasquale:  (Viene fuori) Embé, e ce steva bisogno ‘e avé tutta ‘sta paura?

Giovanni: Papà... papà, non mi ammazzare, io non volevo rovinarti la poesia. Mi credi?

Vincenzo: Ma chi te vo’ accidere? Cierto, pe’ chello che he’ fatto, io avessa fa’ scuppià ‘a

                  bomba d’’o Giappone. Comme se chiamma? ‘ A bomba ‘e Ciro ‘a scigna!  

Giovanni: Hiroshima.

Vincenzo: Chella llà. Ma io nun faccio succpià niente. Puose ‘sta borza. Puo’ turnà ‘a casa.

Giovanni: ‘O vero? Menu male. A proposito, papà, ma il fatto dell’editore com’è andato?

Vincenzo: Benissimo. 

Pasquale:  Giuà, tuo padre ha perzo cinchemila Euro ‘a pateto! L’editore era ‘nu marjuolo.  

Vincenzo: (Lo guarda male) Grazie, Pascà!

Pasquale:  Prego, Vicié!

Giovanni: (Sorpreso) Che? T’hanne fatte fesso? (Alza la voce) T’hanne fatte fesso?

Vincenzo: Nun alluccà. Va’, va’ ‘int’’a cucina a magnà. Accussì po’ essere che t’affuoghe!

Giovanni: E sì. Io stongo djuno d’aiére. ‘O mmagnà d’’o nonno fa schifo! Sape d’asfalto!

                  Giovanni esce a destra. Pasquale e Vincenzo si siedono sul divanetto.

5. [Pasquale, Vincenzo e Filippo Fogna]

                  I due, sedutisi sul divanetto, dopo un attimo di silenzio, cominciano a parlare.

Pasquale: Vicié, tu m’he’ ‘a scusà. Aggio sbagliato. ‘O falso editore te ll’aggio purtato io.

Vincenzo: Pascà, ma nun ‘o ddicere proprio. Purtroppo ‘e guaje vanne addò vonno lloro!

                  Suonano alla porta.

                  ‘A porta? Famme vedé qual’atu guaje sta trasénno ‘int’’a casa mia!

                  E va ad aprire. Pasquale riflette da solo.

Pasquale: Marò, speramme ch’è ‘o testimone che c’’eva mannà l’avvocato.

                  Vincenzo torna insieme a Filippo (che come al solito zoppica).

Vincenzo: Venite, venite, entrate.

Filippo:     Che Geova sia con voi!

Pasquale:  Vicié, e chi è ‘stu signore?

Vincenzo: Boh! Ha ditto che vene ‘a Genova! Scusate, ma voi chi siete?

Filippo:     Noi testimoni veniamo ad annunciare la pace!

Pasquale:  (Salta in piedi felice) Ah, è ‘o testimone!

Vincenzo: Menu male, va’. Noi stavamo aspettando giusto a voi! Venite, accomodatevi.

Filippo:     Grazie, mi ci vuole proprio.

                   I tre si siedono e Filippo si rilassa (sotto lo sguardo attento degli altri due).

                   Scusate, ma tengo la protesi del ginocchio destro che mi fa male!

                  Vincenzo e Pasquale si guardano in faccia perplessi.

                  Dunque, io mi chiamo Filippo Fogna.

Vincenzo: Io sono Vincenzo Di Scarico.

Pasquale:  Io invece sono suo fratello Pasquale, commerciante di biancheria intima!

Vincenzo: Dunque, signor Fogna, voi mi dovete fare una bella testimonianza a regola

                   d’arte! Metteteci pure un poco di pianto, che non guasta mai! Accussì vuje

                   commuovete ‘o giudice e nuje vincimme sicuramente!

Filippo:     Quando si recita col cuore, non si può non piangere. Anzi, pure voi due dovete

                   piangerere di commozione!

Pasquale:  E ch’amma fa’, ‘e chiagnazzàre?!

Filippo:     Ma state tranquillo. Noi, in realtà, dovremo veder piangere il maligno!

Vincenzo: Il maligno? Ah, aggio capito, vuje ‘o chiammate accussì, a chillu truffatore!

Filippo:     Esatto. Pensate, che ogni volta che parlo di lui, io sto male... (Si mette una mano

                   sull’occhio destro) Uh, scusate, me fa male st’uocchio ‘e vetro!

Vincenzo: (Preoccupato) Uh, mamma mia, Pascà, he’ ‘ntiso? Tene ‘n’uocchio ‘e vetro!

Pasquale:  Aggio ‘ntiso! Sentite, ma voi vi rendete conto che siete un testimone oculare?

Filippo:     E allora?

Pasquale:  E allora ci dovete vedere bene. Se non vedete bene, che gli dite al giudice?

Filippo:     Oh, ma quello il Giudice Supremo già sa tutto!

Pasquale:  ‘O vi’, he’ ‘ntiso? Già sape tutto cose. Se vede che già ce l’ha ditto l’avvocato!

Filippo:     E poi, per queste cose, non occorre vedere con gli occhi, ma col cuore!

Vincenzo: Ma che dicìte? Pe’ testimonià, ce vonno ll’uocchie. Che ce azzecca ‘o core?

Filippo:     Scusate, ma questi sono problemi che non vi riguardano. M’’o vveco io!  

Vincenzo: Cu’ ‘n’uocchio sulo? E vabbuò, tanto, nun ce sta niente ‘e meglio!

Filippo:     E allora, vogliamo leggere il giornale? Dentro ci sono tutte le testimonienanze.  

Vincenzo: (Ah, he’ capì, Pascà? Chisto tene ‘nu giurnale cu’ tutt’’e ffalse testimonianze che

                   ha fatto ‘int’’e tribbunale!).

Pasquale:  (E chillo ‘a tene propio ‘a faccia d’’o ‘mbruglione!).

Vincenzo: Sentite, per favore, leggiamolo dopo il giornale, signor Fognatura!

Filippo:     Come volete voi.

Vincenzo: E ora sentite la mia storia: quello là, il maligno, è stato a casa mia con l’inganno!

Filippo:     (Sorpreso) Ma chi? Il maligno? E’ stato qua?

Vincenzo: Sì, me l’ha portato mio fratello Pasquale!

Filippo:     (Si arrabbia con Pasquale) Ma come, voi gli portate il maligno fino a casa?

Pasquale:  E io che ne sapevo? Quello s’è spacciato per editore!

Filippo:     E si capisce, quello può assumere varie forme... (E si tocca la gamba sinistra)

                   Ah, scusate, ma ‘sta coscia ‘e lignammo me fa male sempe!

Vincenzo: (Preoccupato) Pure ‘a coscia ‘e lignammo, tene?! Sentite, ma inzomma vuje

                   tenite ‘n’uocchio ‘e vetro, ‘na coscia ‘e lignammo, ‘na protesi ‘o ginocchio...!

Filippo:     E che fa che tengo la gamba di legno? Io cammino con la forza del pensiero!

Pasquale:  Ah, he’ capito? Sape fa’ ‘a levitazione!

Vincenzo: E vabbuò, accuntentammece!

Filippo:     Scusate, per curiosità, ma quando il maligno è venuto qui, voi che avete fatto?

Vincenzo: Niente, gli ho offerto il caffè!

Filippo:     (Alza il braccio destro) Che? (Si blocca) Aaaah! S’è svitato ‘o raccio! Aiuto!

Pasquale:  Uh, mamma mia. Vicié, aiutammele.

                   I due si alzano e lo aiutano.

Vincenzo: Pascà, avvita, avvita! ‘N’appòco, poco! ‘N’appòco, poco! Stop! Ecco qua!

                   Alla fine ce l’hanno fatta e si siedono affannati.

Pasquale:  (Dopo aver ripreso fiato) Vicié, chisto se ne sta carenno a piezze!

Filippo:     Scusatemi! Guardate che cosa devono sentire le mie orecchie di vetro resina!

Pasquale:  Pure? He’ capì, Vicié? Tene ‘e rrecchie ‘e vetro, e l’ha accattate a Resìna!

Vincenzo: Scusate, ma ci sentite?

Filippo:     Certe volte si e certe volte no!

Vincenzo: E come, tenete pure le orecchie fasule...?! Ma comm’’o facite ‘o testimone?

Filippo:     E ve l’ho detto prima: con il cuore. Io c’ho un cuore che canta!

Vincenzo: Ma che tenite, ‘na radio ‘o posto d’’o core?!

Pasquale:  Ma l’avvocato addò l’ha pigliato a ‘stu testimone? ‘A ‘int’’o scasso?!

Vincenzo: Ma io, quanno a chisto ‘o porto in tribbunale, ‘o giudice me sputa ‘nfaccia!

Filippo:     (Sorpreso) Tribunale? Giudice? Ma di che state parlando?

Vincenzo: Com’è, di che sto parlando? Del fatto del falso editore.

Filippo:     Il falso editore? Ma chi ‘o sape, a chisto? Io nun saccio niente.

Vincenzo: Ma a voi non vi manda l’avvocato Felicia Del Lavoro?

Filippo:     Ma quando mai? Io sono un testimone.

Vincenzo: Ma testimone ‘e che?

Filippo:     Testimone di Geova.

Pasquale:  Ah, site ‘o testimone d’’a causa ‘e Genova?

Vincenzo: E io sto’ cuntanno ‘e fatte mie a uno che nun ce azzecca niente? Ma puzza via!

Filippo:     Ma che facite? (Si alza) Me ne cacciate?

Vincenzo: (Si alza) No, te votto fora!

Filippo:     Ah, sì? E va bene. (Si avvicina alla comune) Allora, anatema su di voi!

Vi.&Pa.:   A ssòreta!

                   E Filippo se ne va via zoppicando. Anche Pasquale si alza in piedi.

Vincenzo: Addò vaje? Te ne fuje? Embé, si t’acchiappo, te faccio avvedé io...

Pasquale:  No, Vicié, nun ‘o fa’ male...

                   Vincenzo rincorre Filippo, seguito da Pasquale che cerca di fermarlo.

6. [Valentina, Lucia, Padre Alfonso, Antonio e infine Vincenzo]

                   Dalla cucina (a destra) entrano Valentina e Lucia.

Lucia:        Valentì, pozzo parlà ‘nu poco cu’ te?

Valentina: Comme no, nun se pava!

Lucia:        Comme?

Valentina: Ho detto sì!

Lucia:        Grazie. Sai una cosa? Io, ogni volta che ti guardo, ti invidio proprio, perché sei

                   giovane e bella. Mi ricordi quando io avevo la tua età. Mò però m’aggio fatta

                   vecchia. Però non lo dire a nessuno! La vecchiaia porta tanti problemi, anche se

                   ogni età c’ha i suoi problemi. Il mio è la sordità. Però non lo dire a nessuno!

Valentina: No, nun dicite accussì. Voi anziani siete utili a noi giovani.

Lucia:        Valentì, è inutile. Non ti sento. Pazienza! Mò ti faccio vedere le mie foto di

                   quando avevo la tua età: ero giovane, forte... e ci sentivo! Aspettami qua.

                   E va via a destra in cucina.

Valentina: Però ‘sta signora me fa ‘nu poco pena. Le pesa ‘o fatto ca nun ce sente.

                   Suonano alla porta.

                   Ecco, io invece ci sento e devo andare ad aprire la porta!

                   Va ad aprire. Poco dopo torna seguita da Antonio e Padre Alfonso.

Alfonso:     Valentì, stai da sola?

Valentina: No. Se volete, vi chiamo la signora Luisa.

Alfonso:     E sì, gioia mia, famme ‘stu piacere. Dince ‘a signora che ce sta ‘o pato.

Valentina: Va bene. Allora aspettate un momento.

                   E va via a destra in cucina.

Antonio:    Padre Alfò, io vi debbo ringraziare anticipatamente.

Alfonso:     Ma no, non dovete, e…! Vabbuò, che ce ‘o spiego a ffa’? Chillo nun me sente!

                    Antonio se ne va in disparte a riflettere. Rincasa Vincenzo tutto affannato.

Vincenzo:  Mamma bella, e comme curreva, chillo! Accussì azzuppato, tene chella corza?

                   (Nota i due) Uhé, Padre Alfò.

Alfonso:     Don Vincé, salve. Ate visto a chi v’aggio purtato? ‘O suocero vuosto. Mò basta,

                   aggia risolvere ‘o fatto cu’ ‘a mugliera soja. Solo, che ci è voluto per spiegarlo  

                   a lui. Ce ll’aggia avuta peffìno scrivere. E comm’è brutta ‘a sordità!

Vincenzo: No, nun dicite accussì, o si no ve sente... no, cioè, quello mio suocero è intuitivo!

                  Può sentirvi lo stesso. Scusatemi un attimo, gli dico una cosa in disparte.

Alfonso:   Vulite perdere ‘o tiempo? E facite, io m’assetto ‘nu poco.

                  E si siede al tavolo. Vincenzo si avvicina da dietro ad Antonio, pensieroso.

Vincenzo: (Papà... papà... so’ Vicienzo, ve putite girà. E jamme, nun facite apposta che nun    

                  sentite! A Padre Alfonso, l’’ate fatto fesso, ma a me no. Oh, e ve vulite avutà?).

                  Antonio non risponde e allora Vincenzo gli picchietta sulla spalla per chiamarlo.

Antonio:   (Si volta) Uhé, Vicié, si’ tu?

Vincenzo: E ja’, mò stateme a sentì...

Antonio:   (No, aspié, famme parlà: Vicié, primma ‘e scennere, so’ gghiuto ‘int’’o bagno.

                  Embé, so’ sciuliato ‘ncoppa ‘o tappeto, se n’è fujùto l’apparecchio ‘a ‘int’’a

                  recchia, è gghiuto ‘int’’o gabinetto! (Deluso) E picciò, io nun ce sento cchiù!).

Vincenzo: Uh, Marò, vuje che state dicenno? Site turnato ‘n’ata vota surdo?!

                  E Antonio non gli risponde e anzi, dispiaciuto, si va a sedere al tavolo.

Alfonso:    Don Antò, e allora? Dicitece a don Vincenzo pecché state ccà.

Antonio:   Padre Alfò, ve pare chisto ‘o mumento ‘e pazzià? Io ce voglio dicere a Vicienzo

                   pecché sò venuto ccà!

Alfonso:    (Eh, menu male che cocche vvota ‘ncarra, chisto!).

Vincenzo: (Mannaggia, e penzà che poco fa ce senteva accussì bello!). (Va sul divanetto)

Antonio:    Vicié, te voglio cuntà tutto cose. Io ho riflettuto. E già, ho riflettuto, perché io

                   sono un riflettore!

Alfonso:    (Eh, è ‘nu lampiero!).

Antonio:    E aggio capito che, ‘sti ‘ppìcceche cu’ mia moglie... sono bananità! Noi siamo

                   vecchi! Dobbiamo pensare alla vecchiaia. Perciò, ci metto una preta sopra!

Vincenzo: Sì, però mò ce manca ‘o cunsenso d’’a suocera. Ma quella non accetterà mai. 

                  Da destra entra Luisa che trascina Lucia.

Lucia:       No, nun voglio venì, Luisa, è inutile ca me puorte...

Luisa:       E viene, nun fa’ ‘a scema.

Lucia:       No, nun ‘o voglio vedé cchiù!

                  Ma invece i due si notano e fanno un viso felice. Antonio si alza in piedi.

Antonio:   Lucì...

Lucia:       Antò...

                  I due si avvicinano l’uno all’altro, fino a ritrovarsi di fronte.

                  Antò, so’ stata tre gghiuorne senza ‘e te. Ma senza ‘e te, nun ce pozzo cchiù sta’!

Antonio:   Lucì... Lucì, nun aggio capito che cacchio he’ ditto... però va buono ‘o stesso!

Lucia:       Antò, simme propiro duje scieme!

Antonio:   Lucì, simme proprio duje scieme! Nuje simme surde, però vulimme fa’ apposta

                  ‘e ce sentì. Ma che ce ne ‘mporta? ‘E pparole so’ fatte pe’ chi ‘e ppo’ ssentì!

Lucia:       Antò... Antò... (Si innervosisce) Néh, uhé, ma che he’ fatto senza ‘e me?

Antonio:   Ah, ma te staje alteranno? Guarde che si’ cchiù brutta, quanno t’arraggie!

Lucia:       E nun parlà zittu zitto. Dimme cu’ quala zengara m’he’ miso ‘e ccorne?

Antonio:   Lucì, dimme cu’ qualu zinghere m’he’ miso ‘e ccorne!

Lucia:       E una cosa, nun cagnà discorso!

                  E vanno verso l’uscita spingendosi e offendendosi.

Antonio:   (Uscendo) Femmena ‘e niente!

Lucia:       (Uscendo) Ommo ‘e tre ssorde!

                   Vanno via. Luisa va da Vincenzo e don Alfonso, che si alzano in piedi.

Luisa:        Guardate che bella cosa, hanne fatto pace!

Vincenzo:  Ma si’ sicura ‘e ‘stu fatto?

Alfonso:     Don Vincé, ognuno fa pace come vuole. Basta che si fa pace.  

Vincenzo:  Avete ragione, don Alfò. Lo sapete? Anch’io ho fatto pacecon mio figlio.

Alfonso:     Ah, menu male. E adesso voglio vedervi sempre vicini, a voi e a vostra moglie.  

                    E mò scusate, ma me n’aggia ì, perché sono stanco. E quando io sono stanco...

                    non cornetto più! Arrivederci!

                   E va via.

Vincenzo:  He’ ‘ntiso, Luisa?

Luisa:        No, hé ‘ntiso tu, Vicié? Chillo ce l’aveva cu’ te.

Vincenzo:  Ma che staje dicenno? Chillo ce l’aveva cu’ te!

Luisa:        No, ce l’aveva cu’ te…!

                   E vanno in cucina a destra, continuando a litigare. 

Scena Ultima.[Valentina, Pasquale, l’avvocato Felicia, Luisa, Vincenzo e Giovanni]

                   Suonano alla porta. Da destra entra Valentina.

Valentina: Vengo, vengo...

                   Va ad aprire, poi torna con Pasquale e Felicia.

Pasquale:  (Affaticato) Mamma bella, ‘e che surata! Siente, Valentì, è turnato Vicienzo?

Valentina: Sì.

Pasquale:  Allora vall’a chiammà. E chiamme pure a Luisa. Ci sono novità importanti.

Valentina: Subito.

                   E va a destra in cucina. Pasquale è tutto affannato (ed ha un pacco in mano).

Pasquale:  Mamma mia, nun ce ‘a faccio cchiù. Aggio fatto ciento chilommetre ‘e corza!

Felicia:      Adesso calmatevi e prendete fiato.

                   Valentina torna seguita da Vincenzo e Luisa.

Valentina: Ecco qua i signori Di Scarico.

Vincenzo:  Uhé, Pascà.

Pasquale:  Oh, ecco qua il sommo poeta Vincenzo Di Scarico!

Luisa:        Eh, e non esageriamo mò. Addirittura sommo poeta?!

Pasquale:  E se capisce, sommo poeta: chillo è nato a Somma Vesuviana!

Vincenzo:  Eh... effettivamente! E allora, che me dice, Pascà? Ce stanne nuvità?

Pasquale:   Sì. Ti ho portato di nuovo l’avvocato Felicia Del Lavoro.

Vincenzo:  Avvocà, vi presento a mia moglie Luisa.

Felicia:      Molto piacere.

Luisa:        E’ tutto mio. Ma accomodiamoci.

Pasquale:  No, grazie. Dobbiamo parlare subito.

Luisa:        Volete che vi faccio un poco di caffè?

Vincenzo:  No, aspié, famme sentì primma che me vonno dicere e ppo’ facìmme ‘o ccafé!

Luisa:        E vabbuò. Sentìmme che ce vonno dicere. Pascà, parle, parle !

Pasquale:  Avvocà, vi lascio la parola.

Felicia:      Dunque, signor Di Scarico, il testimone che stavate aspettando, non vi serve più.

Vincenzo: (Preoccupato) ‘O vero? Allora aggio perzo ‘e sorde?

Felicia:      Ma no. Come ben sapete, il falso editore è stato arrestato.

Luisa:        Il falso editore? In che senso “falso”?

Felicia:      Signora, non sapete cosa vuol dire quando una persona truffa un’altra?

Luisa:        Ma pecché, Vicié, tu si’ stato truffato?

Vincenzo: Ehm… sì, però io non volevo!

Luisa:        Aroppo io e te facimme ‘e cunte! Prego, avvocà, continuate.

Felicia:      Dicevo che il falso editore è stato arrestato. E così al topo se n’è caduta la coda!

Luisa:        (Inorridita) Marò, a me me fanne schifo ‘e suricie!

Vincenzo: Ma quello è un esempio.

Luisa:        No, no, me fanne schifo ‘o stesso!

Pasquale:  E vabbuò, avvocà, aggiate pacienza, cagnate animale!

Felicia:      E allora, nella nostra trappola è venuta a cadere una lucertola!

Luisa:        (Inorridita) Uh, a me me fanne schifo ‘e llacerte!

Vincenzo: Avvocà, lassate sta’ ‘e suricie e ‘e llacerte, e facìteme capì coccosa.

Pasquale:  E che ce vo’? Il falso editore ti ha dato un nome falso. E tu, sull’assegno, ci hai

                   scritto quello. E così lui non ha potuto prendere i tuoi soldi.

Vincenzo: ‘O vero? Ma pecché, m’ha dato ‘o nomme fàvezo? E allora comme se chiamma?

Felicia:      Ciro Scarafoni!

Luisa:       (Inorridita) Uh, a me me fanne schifo ‘e scarrafune!

Pasquale:  Vicié, ma comme te l’he’ spusata, a chesta?!

Vincenzo: Vabbuò, Pascà, inzomma, ‘o truffatore che me vuléva truffà a me, alla fine è

                   rimasto truffato isso! E’ accussì?

Pasquale:  Esattamente.

Luisa:        Menu male, Vicié, comme so’ cuntenta. Tu sei nato proprio con la camicia.

Pasquale:  E si vedisse ‘a mutanda! E’ proporzionata ‘o mazzo!

Felicia:      Don Pasquà, ora tocca a voi stare attento, se no andate a finire carcerato.

Pasquale:  Io? Pe’ cocche mutanda scassata e cocche cazettino bucato? Ma pe’ carità!

Felicia:      E invece v’’ita stà attiento, pecché pure a me m’ate vennuto ‘na mutanda bucata!

Pasquale:  E vabbuò, sciocchezze! Cu’ ‘a mutanda bucata, passa ll’aria fresca!

Vincenzo: (Nota il pacco in mano a Pasquale) Pascà, ma che d’è ‘stu pacco?

Pasquale:  Me l’ha dato mia moglie. Saranno i soliti biscotti che fa lei.

Vincenzo: Ehm... ma ce ll’amma magnà afforza?

Luisa:        E se capisce. Ja’, pare brutto.

Pasquale:  Ma sì. Avvocato, mangiate pure voi un biscotto.

Felicia:      Uno solo tanto per gradire.

                   Apre il pacco e gli altri prendono un biscotto, lo mangiano... e poi si lamentano.

Vincenzo: (Sofferente) Aaah... è piccante!

Felicia:     (Sofferente) Aiuto!

Luisa:       (Sofferente) Marò, comm’è forte...!

Vincenzo: (Sofferente) Ma che c’he’ miso ccà ddinto?

Pasquale:  Mia moglie ha messo la polvere alla fragola che le avete regalato voi.

Vincenzo: Disgraziato, chillo è ‘o cerasiello messicano! Tu ll’’iva menà ‘int’’o spaghetto

                   aglio e uoglio! Ah, brucia, brucia...!

                  Accorrono da destra pure Valentina e Giovanni e notano tutti lamentarsi.

FINE DELLA COMMEDIA

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