Un grande amore sta per cominciare

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UN GRANDE AMORE

STA PER COMINCIARE

Commedia in un atto

di ANDRÈ BIRABEAU

Versione italiana di C. Casassa

PERSONAGGI

LUI

LEI

IL BAMBINO

Commedia formattata da

Uno studio. Due porte. Una grande finestra con ten­dina. La domenica 8 aprile, a mezzogiorno.

(Lui è solo. Indossa una bella giacca da camera. Sta terminando di disporre, su una piccola tavola, due posate, due tazze, due piccoli piatti, molti panini imbot­titi e della frutta. Quando ha finito guarda l'orologio. Un po' di inquietudine. Pausa. Alcuni passi nella ca­mera. Uno sguardo attorno. Pausa. Altri passi nella ca­mera. Va ad abbassare la tendina. Guarda nuovamente l'orologio. Nervosismo. La mano tocca delle monete nella lasca. Un po' di superstizione : si dice, mentalmente : « Se è testa, ella verrà ». Butta in aria la moneta. Croce. Irri­tazione. Stacca il telefono).

Lui                                - Pronto! Invalidi 70-71. (Pausa) Pronto! Parlo in casa del signor Auguier? Il signore è in viaggio, sì, lo so. Ma la signora c'è? Ah! è uscita da cinque mi­nuti... (Il suo viso si rischiara) Mi dispiace... mi dispiace molto. E non rientrerà prima delle sette? (Il suo viso si rischiara sempre più) Oh! Sono davvero spiacente. Vi ringrazio, signorina. (Riattacca il ricevitore) Non deve tardare... (Una breve pausa. Tende l'orecchio) Sì... (Suonano. Egli esce e ritorna con lei, molto graziosa) Voi! Voi!

Lei                                 - Io, certo. Non mi attendevate, dunque?

Lui                                - Sì, vi attendevo. Ma questo è troppo bello... avevo paura. Io non oso mai credere alla felicità in anti­cipo. Io non dico mai : « domenica andrò in campagna... », ma dico sempre: «se domenica fa bel tempo...». Siamo a domenica e siccome fa bel tempo, eccovi qui. Vi adoro.

Lei                                 - Buon giorno.

Lui                                - E' tutto ciò che mi sapete dire?

Lei                                 - Cinque piani. Sono senza respiro.

Lui                                - Non avete preso l'ascensore?

Lei                                 - No.

Lui                                - Davvero? (Lui sorride).

Lei                                 - (sorridendo anche lei) Ah!... Avete sentito chiu­dere la porta dell'ascensore?

Luì                                - (sorridente) Sì. Vi chiedo scusa.

Lei                                 - Allora, sì, ho preso l'ascensore. Ma sono senza respiro lo stesso.

Lui                                - Sento il vostro cuore battere come quello di una lucertolina!

Lei                                 - Avrei preferito non confessarvi che era l'e­mozione.

Lui                                - Non dispiacetevi per questo rossore: vi abbel­lisce. Non siete mai stata così graziosa. La luce del mio appartamento s'addice magnificamente alla vostra tinta...

Lei                                 - (sorridendo) E allora?...

Lui                                - Allora bisognerà che veniate più spesso. Per civetteria, naturalmente. Voi 6Ìete venuta. Ah! come siete intelligente!

 Lei                                - Ho esitato molto ad avere questa intelligenza.

Lui                                - Ma ora siete qui. (Si rivolge alla stanza) Ella è qui! Ella è qui!

Lei                                 - Con chi ce l'avete?

Lui                                - Con tutti questi oggetti che vi attendevano da tanti giorni, ed ai quali vi avevo promessa da così lungo tempo! Questa poltrona mi diceva: «E' vero, dunque: la terrò nelle mie braccia!». Questa sedia: «Si siederà sulle mie ginocchia!...». Eccola, cose mie predilette! Voi la vedete. Eh? Che cosa vi avevo detto? Non è forse vero ch'ella è affascinante? O studio mio, ecco ciò che mi impediva di scrivere! O tappeti miei, ecco ciò per cui il mio desiderio affrettava i miei passi! E 4tu, telefono mio, riconosci la sua voce?

Lei                                 - (ridendo) Mio Dio, come siete giovane!

Lui                                - Io vi adoro, vi adoro, vi adoro!

Lei                                 - Ma non gridate così forte!

Lui                                - Lo proclamerei dinanzi al cielo!... Del resto, non c'è nessuno in casa. Immaginatevi se non congedavo tutti... Ho detto che dovevo andare in provincia ed ho loro accordato, di forza, una giornata di permesso. Fa bel tempo, l'azzurro del cielo invita a vedere la riviera, il mio cameriere ha un'auto - proprio così, mia cara -ed ha portato la cuoca sulla strada di Versailles, a set­tanta all'ora. Sono padrone in casa mia, oggi: impres­sione rara e magnifica. E così posso gridare a squarcia­gola: «Adoro la signora Auguier! Adoro la signora Auguier!».

Lei                                 - Ma tacete, dunque!

Lui                                - Lo grido perché , senza dubbio, voi non mi la­sciate ancora dirvelo nell'orecchio... (S'avvicina e cerca di abbracciarla).

Lei                                 - No. (Si scioglie) Ma che pazzerello siete!

Lui                                - Voi siete qui: io sono felice. Ho la felicità gaia, io! Faremo colazione insieme!

Lei                                 - Avete insistito tanto.

Lui                                - In casa mia!

Lei                                 - Non possiamo certo mostrarci in un ristorante!

Lui                                - Non è un rimprovero, signora... al contrario! Facciamo colazione insieme... tutto il giorno insieme... Non rientrerete in casa prima delle sette

Lei                                 - Fino alla sette!... Non pensateci neppure!

Lui                                - Davvero?

Lei                                 - Davvero.

Lui                                - Ah! Credevo. Ebbene, non fissiamo nessuna ora. Ma passeremo una bellissima domenica, ve lo pro­metto... Domenica: giorno in cui i lavoratori si riposano... il giorno spaventoso in cui si vede sulle strade una mol­titudine di ciclisti, la schiena rotonda, curvi sui loro ma­nubri come scrivani sullo scrittoio... e sui viali gente vestita di nero che spinge le vetturette dei bambini... Sembra che seguano un funerale!... Il funerale della loro esistenza d'amanti, infatti! Ma noi!... noi... Toglietevi dunque il cappello...

Lei                                 - (esitando) Si...

Lui                                - E' affascinante. Ma non vi è cappello che non si tolga... E venite a tavola. L'ho scelta piccolina perché vi fosse meno spazio fra di noi.

Lei                                 - Buon giorno, piccola nostra tavola.

Luì                                - Mangerete malissimo, forse; sono stato io a far la spesa... con una valigia. I domestici non sospet­teranno nulla, così. Ed ho nascosto le cibarie nella cas­saforte!

Lei                                 - (ride) Poveretto!

Lui                                - E sono stato io pure a mettere i coperti: man­cherà senza dubbio qualche cosa. Però ho messo due bicchieri.

Lei                                 - Ebbene?

Lui                                - Se voi m'amate, uno è di troppo.

Lei                                 - Andiamo, andiamo, un po' di saggezza!

Lui                                - Rassicuratevi: io sono meno ardito di quanto sembra. Parlo molto, ma è per nascondere a me stesso quanto sono commosso. So che la vostra presenza qui è una prodigiosa fortuna e le mie mani hanno paura di toccarvi. Guardate ciò che ho scritto sulla mia agenda.

Lei                                 - (legge) «Domenica 8 aprile: Se lei vuole, un grande amore sta per incominciare ».

Lui                                - Vorrà, lei?

Lei                                 - Credevo m'aveste invitata a colazione.

Lui                                - Certo. Mangiamo, dunque. Ma vi prevengo, si­gnora: questa è una colazione d'innamorati. Nient'altro che panini imbottiti, frutta, dolci, tè, liquori. Tutte cose, insomma, che non impediscono di abbracciarci mentre si mangia.

Lei                                 - Oh!

Lui                                - E poi non avrei mai osato offrirvi uno stufato e delle mele cotte... Anche perché , in verità, non avrei saputo farle cuocere!

Lei                                 - Una colazione per gioco, allora.

Lui                                - Accomodatevi. Troppo sole, forse?

Lei                                 - Un poco, sì.

Lui                                - Mettiamo una nuvola. (Abbassa la tendina) Avete appetito?

Lei                                 - Non lo so.

Lui                                - Osate pure aver appetito.

Lei                                 - Ho la gola un po' chiusa.

Lui                                - (felice per quella confessione) Ah! come vi amo!... Bevete, allora. Una colazione per gioco: c'è uno spumante dolcissimo. Vi piace?

Lei                                 - Molto.

Lui                                - Ne ero sicuro. Non è passato molto tempo da quando eravate una ragazzina. E bisogna che faccia molta schiuma, non è vero?

Lei                                 - Oh, sì! Uno spumante che non faccia schiuma, è uno spumante nevrastenico.

Lui                                - Allora io vi verso uno spumante gaio. (Suo­nano).

Lei                                 - Hanno suonato.

Lui                                - Non abbiate timore. Dev'essere il gelatiere.

Lei                                 - Abbiamo, dunque, anche il gelato?

Lui                                - Vaniglia, lamponi, frutta e crema Chantilly.

Lei                                 - La perdizione dell'anima mia!

Lui                                - Aspettate, allora: vado a cercare questo pec­cato. (Esce).

 Lei                                - (apre la borsetta, si guarda nello specchio, si dà un po' di cipria ed un po' di rossetto sulle labbra, poi richiude la borsetta. Lui rientra, imbarazzato, la voce confusa, il gesto incerto).

Lui                                - Mia cara...

Lei                                 - Ebbene?

Lui                                - Non è il gelatiere.

Lei                                 - (sorpresa dal suo tono) Ah!

Luì                                - No.

Lei                                 - E chi è allora?

Lui                                - E'... è mio figlio.

Lei                                 - (dopo un attimo) Siete sposato?

Lui                                - (vivamente) No! No! (Con altro tono) Ma lo sono stato.

Lei                                 - Divorziato?

Lui                                - Sì.

Lei                                 - Ed avete un figlio?

Lui                                - Sì... Dalla malattia coniugale, sapete, ci si salva, ma rimangono spesso dei postumi.

Lei                                 - (osservandolo) Non sapevo... Ah! questa è bella! Ed io che vi credevo così giovane ancora

Lui                                - (vivamente) Ho trentacinque anni!

Lei                                 - Sì, ma... (L'osserva sempre) E' sciocco, ma io non avrei mai pensato che voi poteste esser stato spo­sato... Mi sembra così strano! Padre di famiglia! Voi!... Non me l'avevate mai detto.

Lui                                - (brontolando) Vorrei vedere!...

Lei                                 - Perché ?

Lui                                - Non c'è nulla da vantarsi.

Lei                                 - Suvvia, seriamente: perché ?

Lui                                - Sono serissimo. Perché non ci tenevo affatto che voi mi guardaste come mi guardate da due minuti.

Lei                                 - Come vi guardo?

Lui                                - (nervosamente) Trentacinque anni, svelto e brillante: si è ancora giovani. Raccontare che si è stato sposato, che si è divorziato e che si è padre di famiglia, è invecchiarsi. Non si è più lo sconosciuto libero, tenta­tore; si assume una gravità, un peso. Si è il signore che si è già fatto una vita, che ha dei doveri e dei pesi... Nulla di divertente. Sposato, divorziato... si evoca una sala di podesteria, uno studio d'avvocato, un tribunale, dei cor­ridoi sinistri... E' stupido, ma è così. Io ve lo dico, ma voi lo pensate.

Lei                                 - (mollemente) Ma che dite!

Lui                                - Vi piaccio meno da due minuti.

Lei                                 - Che sciocchezza!

Lui                                - Infatti! E poi, non sarebbe giusto... Sono stato sposato per così poco tempo! Non può avere importanza, questo.

Lei                                 - Sei mesi?

Lui                                - Quattro.

Lei                                 - (ironica) Ah! Un matrimonio d'amore senza dubbio!

Lui                                - Naturalmente. Ma non ha importanza, vero? Quattro mesi, tra cui il mese di febbraio che ha soltanto ventotto giorni! E sono così poco padre!

Lei                                 - Non ne dubito. Quanti anni ha?

Lui                                - Deve avere...

Lei                                 - « Deve avere »!  Vecchia civetteria...

Lui                                - No. Vi giuro che non ricordo mai in quale anno è nato.

Lei                                 - Non ci avete mai pensato?

Lui                                - Quando è nato io ero già partito. Deve avere otto anni.

Lei                                 - Un piccolo uomo!

Lui                                - Non esagerate.

Lei                                 - Me lo farete vedere un giorno.

Luì                                - (confuso) Ma egli è di là.

Lei                                 - Come?

Lui                                - L'ho fatto passare nella sala da pranzo.

Lei                                 - Ah!

Lui                                - (imbarazzato) Sì.

Lei                                 - E che viene a fare?

Lui                                - Viene a colazione.

Lei                                 - Oh!

Lui                                - E' il suo giorno.

Lei                                 - Il suo giorno?

Lui                                - Sì. Io ho diritto ad avere mio figlio un giorno al mese. E' la madre che tiene il bambino. Ogni mese, una domenica, ella me lo manda. Avevo completamente dimenticato che oggi era la sua domenica!... Quando abbiamo deciso questa piccola colazione, l'altro giorno, e mi avete detto : « Dopodomani, se volete, io sarò li­bera » ero così felice da non poter pensare a nient'altro. Del resto, non vi penso mai. Generalmente, è la cuoca che me lo ricorda. Quella sciocca avrebbe ben potuto... E' vero che le ho detto che partivo: forse ha creduto che avessi avvertito il bambino,

Lei ;                               - Ma perché non l'avete rimandato a casa subito?

Lui                                - Sua madre l'ha lasciato qui sotto, come sempre...

Lei                                 - Non desidera vedervi.

Lui                                - Ed il bambino sale le scale da solo. L'ho in­terrogato; ella è partita in macchina con degli amici per tutta la giornata. L'hanno portato qui passando.

Lei                                 - Tutto il giorno!

Lui                                - (nervoso) Sì.

Lei                                 - Oh! (Pausa).

Lui                                - E neanche un domestico per portarlo al ri-storante!

Lei                                 - Oh, povero piccolo! Al ristorante!

Lui                                - (con naturalezza) E' già abituato.

Lei                                 - Ah!

Lui                                - I bambini si divertono al ristorante.

Lei                                 - (ironica) Con un domestico!

Lui                                - Se l'intendono benissimo, lui ed il mio came­riere. Solamente, oggi, il cameriere non c'è!

Lei                                 - Allora...

Lui                                - (imbarazzato, dopo un attimo di silenzio) Al­lora... aggiungo un coperto...

Lei                                 - (urtata) Oh!

Lui                                - Pertanto...

Lei                                 - Guardate la vostra tavola, amico mio. L'avete scelta piccolina perché vi fosse meno spazio fra noi: non vi è dunque spazio per un terzo coperto... Del resto, voi stesso lo proponete senza convinzione.

Lui                                - (dopo una piccola pausa) Ma allora, che cosa dobbiamo fare?

Lei                                 - Una cosa semplicissima. (Prende il suo cappello).

 Lui                               - Oh! non ve n'andate!

Lei                                 - Posso forse restare? Andiamo, amico mio, im­maginatevi la nostra colazione... la nostra colazione d'in­namorati... con questo piccolo fra noi!...

Lui                                - Non l'ho invitato io!

Lei                                 - Lo so. Ma poi?... Che cosa ne faremo di lui, poi?... Ce n'andremo tutt'e tre, lui fra noi, tenuto per mano, a trascinare i piedi nella polvere del viale, fino a sera, come le persone sposate vestite di nero di cui mi parlavate poco fa... Una bella domenica, veramente!

Lui                                - Ascoltate...

Lei                                 - Lasciatemi, dunque. E' una cosa sbagliata, ecco tutto. Voi avete ragione: non bisogna mai dire «Se do­menica fa bel tempo... ». La giornata s'annunciava bella, ma è caduto un acquazzone verso mezzogiorno...

Lui                                - Oh! Come è stupido tutto questo!

Lei                                 - E non bisogna mai scrivere in anticipo sulla propria agenda. (Legge) « Domenica 8 aprile. Se lei vuole un grande amore sta per incominciare ». (Prende una matita).

Lui                                - Che cosa fate?

Lei                                 - Lo cancello.

Lui                                - Ma io non voglio! Lo difendo!

Lei                                 - Cancello solo una parte : la prima. « Se lei vuole... ». Non è stata lei a non volere.

Lui                                - Ma è crudele quella cancellatura! Scrivete su­bito un'altra cosa su un'altra pagina. «Lunedì 9: ella verrà.» Sì?

Lei                                 - Non potrò, lunedì 9.

Lui                                - Martedì 10, allora?

Lei                                 - Mio marito...

Lui                                - Niente parole grosse!

Lei                                 - Mio marito ritornerà stasera.

Lui                                - Oh! Ma quando, allora?

Lei                                 - Non lo so.

Lui                                - Siete in collera con me? No? Non potete essere in collera. Non è colpa mia. Ritornerete, vero? Promet­tetemi che ritornerete!

Lei                                 - (freddamente) Ma certamente.

Lui                                - Me lo promettete?

Lei                                 - Ve lo prometto.

Lui                                - Non così.

Lei                                 - Sì.

Lui                                - Quando?

Lei                                 - Un giorno in cui saremo liberi l'uno e l'altra.

Lui                                - Sì, siete in collera. Ma credete forse che non sia seccato anch'io, che non sia furioso?... che non abbia un irrefrenabile desiderio di rompere qualche cosa? Io che sognavo questo giorno da quando vi ho conosciuta, che avevo immaginato... che mi ripromettevo...

Lei                                 - Tacete! Adesso questo è offensivo!

Lui                                - Ma io vi amo... vi amo. Mia cara

Lei                                 - Zitto!... Vostro figlio potrebbe sentire... Suvvia, arrivederci.

Lui                                - (nervoso) Vi telefonerò questa sera... appena avrò reso il bambino...

Lei                                 - (fredda) Già.

Lui                                - E verrò a trovarvi domani. Sarete in casa do­mani?

Lei                                 - Probabilmente.

Lui                                - No, non andate ancora via: ho ancora mille cose da dirvi.

Lei                                 - Ma ho premura.

Lui                                - Di far che cosa?

Lei                                 - Ma di mangiare, amico mio! Non ho affatto desiderio di rimaner digiuna, figuratevi! E qui... (Indica la tavola, ride ed esce. Egli l'accompagna con mille con­fuse proteste. Rumore della porta. Egli ritorna irritatis-simo).

Lui                                - E' certo. Non me lo perdonerà mai! (Un me­mento di passeggiata nervosa, poi apre bruscamente la porta della sala da pranzo) Ebbene, entra!... (Seccato) Entra, suvvia! (Il bambino entra. Otto anni, un piccolo corpo fragile, due gote pallide e dei grandi occhi. Va verso suo padre e tende la fronte) Che cosa c'è?

Il Bambino                    - Sono venuto a dirti buongiorno, papà.

Lui                                - Me l'hai già detto arrivando.

Il Bambino                    - (ritraendosi) Sì... (Una pausa).

Lui                                - (nervoso) Ebbene, non ti levi il cappotto?... Non restare impalato così... Sei a casa tua!

Il Bambino                    - Sì, papà. (Obbedisce, ma non è a suo agio. Il padre guarda dalla finestra. Bruscamente l'apre: si capisce che ha visto lei, in istrada, e guarda se ritorna indietro. Non ritorna. Richiude la finestra).

Lui                                - (mormora) Un bel fiasco! (Accende nervosa­mente una sigaretta).

Il Bambino                    - Che bel vestito hai, papà!

Lui                                - (dopo uno sguardo alla sua bella giacca da ca­mera) Faresti bene a soffiarti il naso invece di dire delle sciocchezze!

Il Bambino                    - (timoroso) Sì... papà. (Si soffia il viso. Una pausa).

Lui                                - (senza interesse) Sei stato buono questo mese?

Il Bambino                    - Sì, papà.

Lui                                - Bene. (Pausa) I tuoi professori sono contenti di te all'Istituto?

Il Bambino                    - Sì, papà.

Lui                                - Benissimo.

Il Bambino                    - Meno, forse, il professore di storia... (visto che il padre non dice nulla, continua) ed il pro­fessore di aritmetica... (e. s.) ed il professore di gram­matica...

Lui                                - (che non l'ascolta) Benissimo.

Il Bambino                    - (sorprese) Eh? (Una pausa. Passeggiata nervosa di lui).

Lui                                - Hai fame?

Il Bambino                    - Sì, papà.

Lui                                - Mettiti a tavola, allora.

Il Bambino                    - Ma non è preparata la tavola nella sala da pranzo.

Lui                                - Non vedi che è qui?

Il Bambino                    - Oh! è questa?...

Lui                                - Ma certo.

Il Bambino                    - (contento) Si mangia qui?

Lui                                - Naturalmente.

Il Bambino                    - Tutto quello che c'è?

Lui                                - Sì.

Il Bambino                    - Null’altro che questo?

Lui                                - Non ti basta, forse?

Il Bambino                    - Oh! sì! (Entusiasta) Non vi è minestra... (Guarda tutto) E quanti panini!... Oh!

Lui                                - Che cosa c'è?

Il Bambino                    - Dello spumante!

Lui                                - (imbarazzato) Già.

Il Bambino                    - E questo, papà, che cos'è?

Lui                                - Gelatina.

Il Bambino                    - E questo?

Lui                                - Caviale.

Il Bambino                    - (impressionato) Oh! (Suonano).

Lui                                - Questa volta è il gelatiere.

Il Bambino                    - C'è anche il gelato?

Lui                                - (irritato) Beninteso. Siediti, dunque! (Lui esce. Rimasto solo, il bambino riguarda tutto, tocca un frutto con precauzione).

Il Bambino                    - E' proprio vero! (Il padre entra) Com'è il gelato?

Lui                                - Vaniglia, lamponi, frutta e crema Chantilly.

Il Bambino                    - (rapito dall'ammirazione) Ah! (Non si muove più).

Lui                                - Ebbene, mangia giacché hai fame!

Il Bambino                    - Oh, papà... è per me... è per me che hai comperato tutto questo?

Lui                                - Ma... ma sì, naturalmente.

Il Bambino                    - Oh! papà... papà... (Si mette a singhioz­zare).

Lui                                - Ebbene, che cosa ti prende adesso?... Che cos'hai? Perché piangi?... Non ti ho detto nulla...

Il Bambino                    - (piangendo) Oh, papà!...

Lui                                - Non è una risposta questo: « Oh, papà! »... Che cos'hai?... Sei ammalato?... No?... Allora, che cosa vuol dire questo? Eh?... Perché piangi?

Il Bambino                    - (fra le lacrime) Perché ... perché ...

Lui                                - Perché che cosa?

Il Bambino                    - Perché ... Tu mi vuoi dunque bene, papà?

Lui                                - (dopo un istante, scosso) Che cosa dici?

Il Bambino                    - Hai comperato tutto questo per me...

Lui                                - (serio) Ah!

Il Bambino                    - E' la prima volta... Allora... (Ricomincia a piangere).

Lui                                - Sì.

Il Bambino                    - Allora, tu capisci... (/ singhiozzi gli impediscono di parlare).

Lui                                - Sì... credo di comprendere. Abitualmente, alla tua domenica, mangiavamo di là, su quella grande tavola della sala da pranzo... Mangiavamo, Dio mio, non im­porta che cosa... La cuoca aggiungeva, forse, quando vi pensava, una piccola crema... Dopo pranzo, ed erano ap­pena le due, ti davo dei giornali illustrati mentre io fumavo la mia sigaretta... e ti dicevo : « Tieni, diver­titi... ». Dopo ti conducevo al cinema... e fino alle sei non c'era bisogno di parlare. E prendevamo presto un tassì per riportarti a casa di tua madre... Ti parlavo così poco... sapevo così poco parlare con te... Oggi... oggi tu hai visto questa piccola tavola preparata con amore... quest'angolo preparato per essere felici... Queste co6e scelte per piacere... Allora tu hai creduto... E' questo, vero?

 Il Bambino                   - (piangendo) Sì, papà.

Lui                                - Sono per questo le tue lacrime?

Il Bambino                    - Sì, papà. (Una pausa. Lui alza la testa del bambino, dolcemente).

Lui                                - (dolcemente) Tu mi vuoi dunque bene, piccolo mio?

Il Bambino                    - Oh! sì, papà. (E si butta nelle sue braccia, piangendo forte).

Lui                                - Tanto così? (Il bambino non può rispondere, ma fa cenno di «si» col capo) Ah!... (Gravemente) Non lo sapevo. (Il bambino piange) Ma non piangere più, via! Non pian­gere più. Vuoi ammalarti?... (Il bambino piange di più) Andiamo, an­diamo! Avevi dunque il cuore così grosso? («Sì», accenna il bambino) Così grosso, veramente?... («Sì», fa il bambino) Io non sapevo... non lo sapevo... Ho fatto così poco per es­sere amato da te!... Ma questo non impedisce... (Dolcemente) Allora, avevi paura di non essere amato? («Sì», accenna il bambino) Avevi paura di essere un bambino sperdu­to?... (« Sì », fa il bambino) Sì, ha forse già molto sofferto, questo pic­cino... già... (« Sì », fa il bambino) Non sapevo... (Con voce profonda, commossa) Mio piccolo uomo... mio piccolo uomo...

Il Bambino                    - Papà...

Lui                                - (serrandolo forte fra le sue braccia) Mio piccolo uomo!

Il Bambino                    - Ahi!

Lui                                - Ti ho fatto male?

Il Bambino                    - Non è nulla.

Lui                                - Ti ho stretto troppo... scu­sami. Sono un po' brutale... Bisogna che impari ad accarezzare un bam­bino... (Ripensa alle donne che ha accarezzato) E' un'altra cosa... Ma imparerò, vedrai... Non piangere più, mio piccolo uomo, non piangere più... (Gli accarezza la testa) Vedi, ti accarezzo già meglio... (Una la-crima gli sale agli occhi. Volta la testa, imbarazzato di mostrarsi com­mosso. Vede allora la sua agenda. La prende e legge ciò che è rimasto scritto) « Domenica 8 aprile... Un grande amore sta per incomincia­re »... Mangiamo, piccolo mio, man­giamo: è per te...

(Il sipario scende lentamente men­tre, sotto la sua carezza ancora mal­destra, i singhiozzi del suo piccolo ragazzo si calmano).

FINE

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