Un istante prima

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UN ISTANTE PRIMA

UN ISTANTE PRIMA

Commedia in tre atti

di ENRICO BASSANO

                                   

PERSONAGGI

FRANK MEYS

ANNE, sua moglie

ISAAC BRAND

La signora BRAND

L'AMMIRAGLIO

La signora dell'AMMIRAGLIO

GERALDINE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

(Il soggiorno di un cottage sorto, come tanti altri allineati accanto, in ima cittadella posta nella imme­diata prossimità di una zona "pressoché deserta, adibita, a campo per studi ed esperimenti nucleari. L'azione si svolge in un paese indeterminato. Il soggiorno, nell'abitazione dei coniugi Meys, è con­fortevolmente arredato. Una vetrata, sul fondo, può dare passaggio al giardinetto che circonda il cottage. La scena è vuota. Poi, un suono di campanello. Geraldine entra da sinistra, attraversa la scena, esce da destra per aprire la porta d'ingresso. Si ode la voce di Anne, qualche parola confusa di Geraldine. Anne entra in scena, evidentemente eccitata; la segue Geraldine. Compie rapidamente il giro del soggiorno, quasi danzando dalla gioia, con qualche giravolta infantile; poi si lascia cadere su una sedia a dondolo).

Geraldine                    - (dopo aver tentato di seguirla, subita­mente eccitata anch'essa) Signora, mia cara si­gnora...

Anne                           - (ridendo) Hai ragione, Geraldine, hai ra­gione. Non sai che cosa pensare, vero"?

Geraldine                    - Non so davvero... Qualcosa mi dice...

Anne                           - Ti dirò io, Geraldine. Ma poco, sai? Qual­che parola appena. Non posso dire dippiù... Ma con qualcuno debbo pure parlare, confidarmi, esplo­dere...

Geraldine                    - E il signor ingegnere?

Anne                           - (trasalendo) No, lui no. (Diventando im­provvisamente seria, come se il richiamo l'avesse tolta dallo stato di euforia iniziale) Non deve sa­pere ancora. C'è tempo. (Tentando di rientrare nel clima delle precedenti battute) Con te sola, Geral­dine. Siedi qui. Accanto a me.

Geraldine                    - (eseguisce) Se la signora me lo co­manda.

Anne                           - Più vicina, Geraldine. (Geraldine c. s.) Bene. (Pausa) Ho un segreto, Geraldine.

Geraldine                    - E non lo è per me?

Anne                           - Diciamo: mezzo segreto... Se riuscirò a parlare. (Pausa. Poi, con semplicità, non priva dì un'evidente emozione) Geraldine: avrò un bam­bino...

Geraldine                    - (balzando in piedi) Un bambino? Lei?

Anne                           - Io, sì. Io, Geraldine. Io che l'ho aspettato inutilmente per dieci anni. Io che mi sono fatta visitare dai più illustri medici di non so più quanti paesi. Io che ho temuto di impazzire quando mi è stato categoricamente garantito che non avrei mai potuto avere figli. Io, povera Anne, ormai quasi vecchia...

Geraldine                    - Che dice, signora? Alla sua età...

Anne                           - (portando le mani al viso) Che vergogna! Mamma, per la prima volta, a trentacinque anni... Che vergogna!

Geraldine                    - Ma come è avvenuto?

Anne                           - (scoppiando in una squillante risata) Che domanda, Geraldine!

Geraldine                    - (confusa) No, no, non volevo dire, signora... Ma, ecco, volevo chiedere, come ha sa­puto... Come ha potuto avere una certezza...

Anne                           - Torno adesso da una visita del dottor Staiter. La terza.

Geraldine                    - E' molto bravo.

Anne                           - Certo. Bravissimo. Un angelo. Lui non si è stupito, lui mi ha visitato, poi ha detto: per me, questo figlio c'è. E poiché io mi sentivo morire di gioia, di emozione, di sorpresa, ha con­tinuato: i bambini migliori sono quelli che arri­vano quando nessuno li aspetta. Come se piovessero dal cielo.

Geraldine                    - (commossa) Signora, signora mia... Dopo tanti anni di attesa... Ricorda quante volte... L'ho accompagnata anch'io a qualche visita... Poi...

Anne                           - Hai creduto che mi fossi data pace, vero? No, Geraldine. Io ho sempre,aspettato, senza stan­carmi. Ho soltanto deciso di aspettare da sola, senza più confidarmi, senza più chiedere, senza parlare. Tutta sola, dentro di me. Così si è potuto pensare che mi fossi finalmente acquetata. Lo ha creduto mio marito, lo hai creduto tu. E invece, in me, la pena era sempre più grande, sempre più fonda. Mi pareva un'enorme ingiustizia, la mancanza di un figlio, per due creature che si sono volute tanto bene, che ancora se ne vogliono, che si stimano e si rispettano... Ora tutto va a posto. Ora non penso più che la mia vita sia finita, conclusa. Ho tanto cammino davanti a me. Rabbrividisco, Geraldine.

Geraldine                    - L'ingegnere, signora... Quando sa­prà...

Anne                           - Tra poco. Non subito. Ancora qualche ora, qualche ora soltanto... Non giudicarmi male. Ma ho bisogno di tenere ancora per me, per me sola, questo grande segreto... Stasera, Geraldine. Prima di prendere sonno. Prima di addormentarci. Quando lui stenderà ancora una volta la mano verso la mia fronte, come fa da anni, per darmi la buonanotte... Allora gli dirò. (Pausa).

Geraldine                    - (sommessa) Posso preparare il pranzo?

Anne                           - Certo, Geraldine! E dovrai farmi nutrire molto, adesso.

Geraldine                    - Oh! Signora, non mi farà impazzire, vero? Come quando fu malata, e non voleva più saperne di inghiottire qualcosa...

Anne                           - Oh! no, certo. Ora debbo essere forte, robusta... Non vivo più per me, capisci1? (Suono di campanello).

Geraldine                    - Tra poco è l'ora del pranzo... Chi può essere a disturbare... Debbo aprire'?

Anne                           - Ma che cosa dici? Certo che devi aprire.

Geraldine                    - Aspetti. (Occhieggia dalla vetrata che forge sul giardino) Oh! Signora... Sono i Brand, marito e moglie! Vuol dire che lei è proprio gua­rita, non tornerà più al manicomio...

Anne                           - Che parola, Geraldine! Una semplice casa di salute... Va', va' ad aprire.

Geraldine                    - (titubante) Non sarà ancora... (Fa il gesto: mezza matta).

Anne                           - Non dire sciocchezze. Va'.

Geraldine                    - (esce, rientra annunciando) I signori Brand.

Anne                           - Avanti, avanti... (Entrano i Brand, una coppia di piccoli ebrei, lui impiegato negli stabili­menti dove lavora anche l'ingegnere, e la moglie sua, una donna striminzita, vestita di nero. Anche lui è magro, ed entrambi hanno i visi scavati da lunghi patimenti).

Brand                          - Scusateci, cara signora. Mia moglie ha fatto da una settimana ritorno a casa, ora sta pro­prio bene, si è completamente rimessa, ed ha subito voluto farvi visita, per salutarvi, per ringraziarvi del vostro interessamento. E' anche il mio primo giorno di ferie... Ne abbiamo approfittato...

Anne                           - Vi sono molto grata del pensiero. Vi trovo magnificamente, signora Brand!

La Signora Brand       - Davvero?

Anne                           - Una bellissima sorpresa. Sono proprio felice.

La Signora Brand       - Veramente questa non è l'ora adatta per una visita, tra poco rientrerà vostro ma­rito, e dovrete mettervi a tavola... Ma io ho detto a Isaac: se non andiamo stamane, chissà quando potremo. Abbiamo tante cosucce da fare, in casa. Ce le lasciamo da un anno all'altro, per occupare le ferie.

Anne                           - Perché non viaggiate un poco? La distra­zione di un soggiorno in un luogo nuovo...

Brand                          - Quale distrazione, signora? Distrarci da che? Noi abbiamo sempre il nostro pensiero fisso ad una cosa sola. Sempre quella.

La Signora Brand       - E abbiamo viaggiato tanto. Tutta la vita, signora. Sempre in giro per il mondo. E come segnali delle nostre tappe, i luoghi dove sono rimasti i nostri figli...

Brand                          - Non così, cara. Oggi è il primo giorno delle mie vacanze annuali. Volevo portarla a cena fuori. Non ha voluto.

La Signora Brand       - Mi sembra di essere prigio­niera, in questo paese. Troppe divise, troppe senti­nelle, troppi muri, alti e risoluti. Cemento armato. Muri bianchi.

Brand                          - Avrei dovuto cercare un'altra occupa­zione. Ma che ne posso io se sono un chimico, se m'intendo solo di formule e di esperimenti? Sono stato molti anni assistente all'Università. Poi ho dovuto lasciare quel posto. E' ancora una fortuna che mi sia stato possibile lavorare qui, dove certo la vita non è molto felice, molto libera...

La Signora Brand       - (sottovoce) Come se fossi­mo ancora in guerra. Il destino, dopo i campi di con­centramento, ha voluto serbarci questo, che li ri­corda tanto.

Brand                          - (interrompendo) Via, via, adesso tu esa­geri, mia cara. E dimentichi che stai parlando con la moglie di uno dei nostri uomini più in vista...

Anne                           - Mio marito è come tutti gli altri.

Brand                          - Oh! No, signora. So bene quello che dico. Vostro marito è considerato un « numero uno », qui. Gode di una stima e di un rispetto eccellenti. Lo stesso ammiraglio ha per lui attenzioni partico­larissime.

La Signora Brand       - Oh! Per questo sì. E se sa­peste quanto ve lo invidiano le altre signore che vivono qui! Ognuna baratterebbe volentieri il pro­prio marito col vostro!

Brand                          - (severo) Là, là, là, cara, ora esageri. (Ad Anne) Scusatela, signora. Più il tempo passa, e me­no sa tenere a posto il cervello e frenare la lingua... (Chinandosi verso Anne, sottovoce) E' sempre un po' svampita... Tanti dolori. Tante tempeste.

La Signora Brand       - So che cosa vai mormorando sul mio conto, Isaac. Tu mi denigri. Ma io non sono ancora istupidita come tu amabilmente vuoi far credere alla gente. (Ad Anne) Ho sofferto tanto, signora. Quattro figli. Quattro maschi. Alti, qua­drati, forti. E belli e buoni. Tutti, capisce?, ce li hanno uccisi tutti. Guerre e persecuzioni. (Scio­gliendosi in uno strano e toccante pianto infantile).

Anne                           - E come è possibile resistere?

Brand                          - Si resiste. Non si sa come. Si resta vivi. E' la parte più amara di tutto. Ad ognuno che spa­riva, ci rifugiavamo negli altri, come le vittime delle inondazioni rimaste aggrappate ai tetti delle case: l'acqua sale, e la gente rimonta le tegole per affer­rarsi a quelle ancora asciutte... Dopo l'ultimo, sem­brò che l'acqua ci sommergesse. Invece no. Salvi. Come? Non saprei dire. Ci salvarono gli stessi uo­mini che avevano ucciso i nostri figli. Avevano cam­biato idea. Eravamo diventati indispensabili alla umanità. Ci tirarono fuori dal mare di sangue e di fango. Soli. E non riuscimmo nemmeno a morire dopo, di fame e di dolore, perché ci costrinsero a mangiare, perché a me diedero questo impiego, e perché qualcuno disse anche che i nostri figli erano morti per una grande causa... Eroi, capisce?

La Signora Brand       - (piagnucolando) Quattro giganti, signora mia. E i sacrifici per tirarli su? E il bene che abbiamo loro voluto? Tutto inutile, tutto vuoto. (Con un grido) E perché poi?

Brand                          - Là, là, vecchia mia... Non era certo que­sto lo scopo della nostra visita... Il mio primo giorno di vacanza...

Anne                           - Un cordiale, cara signora Brand? Un dito di whisky?

Brand                          - Non disturbatevi, signora...

Anne                           - Prego (serve).

Brand                          - Grazie.

La Signora Brand       - Tra poco vostro marito tor­nerà a casa. Non vogliamo farci trovare qui.

Anne                           - Non disturbate affatto.

Brand                          - Fa soggezione, il vostro signor marito. E' molto stimato, ve lo assicuro io. Un grande valore.

La Signora Brand       - (guardando nel vuoto, inseguen­do una visione) Scoperte, sempre scoperte... Stu­diano sempre, questi uomini... (Ad Anne) Anche vostro marito studia sempre?

Brand                          - Ma che sciocchezze dici, vecchia mia? E' uno scienziato, lo sai pure. Certo dovrà studiare.

Anne                           - Per dirvi la verità, non me ne accorgo neppure, qui in casa, di essere la moglie di uno scienziato. Con me è semplice, parla volentieri di cucina, di cose frivole e dei fiori del giardino. Avete visto il grande cespo di rose accanto all'ingresso? (Va a spalancare la vetrata che sta sul fondo della scena: appare uno scorcio del giardino) Quello.

Brand                          - Certo. E' magnifico. Lo ammiriamo spesso, quand'è fiorito.

Anne                           - Lo ha piantato lui, e lo ha coltivato per molto tempo. Era il suo hobby. Poi, improvvisa­mente, non se ne è più occupato. Lo cura Geral­dine, ora, ma senza convinzione.

La Signora Brand       - (nuovamente assente) Già. Le rose. Fiorivano anche nel fossato del nostro ultimo campo di concentramento... Le coltivava il mag­giore che comandava il campo. (Rapita in una vi­sione angosciosa) Ogni giorno il maggiore faceva sparare addosso ai più giovani... Poi, sul fare della sera, andava a togliere le foglioline secche dai gambi delle sue rose... Con gesti delicati, con attenzione gentile...

Brand                          - Vecchia mia, sei proprio incorreggibile.

Anne                           - (ha avuto un attimo di smarrimento) Come dite?

Brand                          - Nulla, signora. Ho richiamato al dovere mia moglie. (Abbassando la voce) Non sono bastate le cure. E' sempre così agganciata, là, al passato... Bisogna perdonarla. (Alzandosi) Su, vecchia mia, ora dobbiamo proprio andare.

La Signora Brand       - (quasi ilare) Tanto più che mi ricordo adesso di avere lasciato nel forno il no­stro plum-cake! Che sventata! Lo troverò ridotto a carbone!

Anne                           - Semmai ritornate, cara signora Brand, e vi darò ben volentieri metà del mio: Geraldine è l'angelo del plum-cake, ne prepara dei meravi­gliosi.

Brand                          - Perdonateci, signora. Vi ringraziamo di tutto.

La Signora Brand       - Siete tanto cara. Permettete che vi abbracci?

Anne                           - Ma certo! (Sì abbracciano).

Brand                          - Lasciamo gli ossequi per il vostro signor marito. E ancora, scusateci.

Anne                           - Ma di che? Siete stati tanto cari. A pre­sto. Ritornate. (I Brand escono. Anne rientra im­mediatamente) Geraldine!

Geraldine                    - Eccomi, signora.

Anne                           - (è rimasta ritta al centro della camera, affer­rata dal ricordo di qualche parola della signora Brand) Geraldine, tu sai della signora Brand e dei suoi figli?

Geraldine                    - Mi pare di avere udito qualcosa della loro storia, signora. Delle persecuzioni subite, dei figli morti...

Anne                           - (trasognata) Geraldine, mai, finora, ho pensato ai pericoli ai quali si va incontro diventando madri... Nei lunghi anni in cui ho atteso inutil­mente un figlio, il pensiero che la mia creatura potesse venirmi tolta da qualcuno, da qualcosa, da forze estranee alla mia volontà, non mi aveva mai sfiorato... Com'è possibile? (Il suono ripetuto di un clackson).

Geraldine                    - Il signor ingegnere!

Anne                           - (con un grido, volgendosi alla porta d'in­gresso…Frank! (Geraldine è andata ad aprire la porta; Anne è rimasta immobile al centro della camera).

Frank                          - (entrando) Buongiorno, Anne.

Anne                           - (con un grido, correndogli incontro, gli si getta fra le braccia) Frank!

Frank                          - (stupito da quell'accoglienza inusitata) Che cosa succede, Anne?

Anne                           - (restandogli avvinghiata, e tenendogli il capo premuto sul petto) Frank! Frank!

Frank                          - Vorrai spiegarmi... E' accaduto qualcosa?

Anne                           - (sciogliendosi) Nulla, Frank. Proprio nulla. (Riprendendosi) Ti aspettavo. Tra poco sarà pronto il pranzo. Spero che Geraldine si sia fatta onore...

Frank                          - Sono stanco. (Siede) Berrei un whisky.

Anne                           - Certo. (Va al 'piccolo mobile bar, mesce) Puro?

Frank                          - Quando mai, Anne?

Anne                           - (trasalendo) Scusami. (Spruzza la soda nel bicchiere) Ecco.

Frank                          - (scrutando il viso di Anne) Eppure qual­cosa non va. (Pausa) Sembri una bambina che ha commesso qualche bricconata a scuola, e fatichi a mantenere il segreto...

Anne                           - (precipitosamente) No, no, Frank, nessun segreto... Nessuna novità... Forse sono un poco stan­ca anch'io. Presto avremo anche noi le nostre va­canze. Allora...

Frank                          - (con una certa gravità di tono) Ho molto timore per le vacanze, Anne. Non sono certo di poterle ottenere.

Anne                           - (sinceramente sorpresa) Oh! Non aspet­tavo altro, Frank, speravo proprio...

Frank                          - Sai benissimo che qui non siamo padroni di noi stessi. C'è qualcosa che sta sopra di noi. La­voriamo in condizioni diverse da quelle in cui la­vorano gli altri.

Anne                           - Lo 50. Purtroppo... Eppure l'aria, il cielo, dovrebbero essere uguali per tutti, no?

Frank                          - (visibilmente sorpreso) Ma che dici? Non ti ho mai sentito parlare in questo modo, con que­sto tono... Vediamo un po'. Se è il mancato periodo di ferie che tanto di spiace, potrai andare con Ge­raldine, dove vuoi tu, e divagarti un poco.

Anne                           - Con te, io volevo andare. Noi due soli. Geraldine non è te, certo.

Frank                          - (improvvisamente autoritario) Se è così, ti dirò che altri miei colleghi non faranno le ferie, quest'anno, e penso che forse nessuno di essi tro­verà in casa l'opposizione che sto trovando io. (Pausa, più ragionato) Si direbbe che questa sia la prima volta che tu devi compiere un piccolo sacrificio per colpa mia. Viviamo insieme da dieci anni. Per la qualità stessa del mio lavoro, ho dovuto spesso chia­marti a partecipare ai sacrifici che richiede la mia attività. Mai ti ho trovata riluttante. Neppure visi­bilmente contrariata. E ora...

Anne                           - Gli è che... (Pausa).

Frank                          - ... che?...

Anne                           - Niente. Scusami.

Frank                          - (conciliante) Una brutta giornata?

Anne                           - (quasi con un grido) Ah! no. Questo no... (Confusa) Voglio dire che non è successo niente di particolare perché tu debba pensare così... Non sono una bambina. (Con una involontaria sottolineatura) Non ho neppure l'abitudine di fare capricci o im­puntature. (Tentando di spiegare il «perché» delle parole pronunciate) Vedi, Frank, in questo strano paese nel quale abitiamo ormai da tre anni non ci si può acclimatare facilmente...

Frank                          - E me lo dici ora? Solo adesso te ne accorgi?

Anne                           - Posso essermene accorta anche prima, anche molto prima. Sì. E dirtelo solo adesso. Ho resistito finché ho potuto. Ora sento che qui mi manca l'aria per respirare. Mi manca più oggi che ieri. Mi mancherà - oh! certo - più domani che oggi.

Frank                          - (visibilmente preoccupato e con un tono per nulla conciliante) Ah! Ma allora è una cosa seria. Tanto seria quanto inaspettata. E io che credevo che tutto procedesse bene, che tutto, nella mia casa, in te, fosse calmo, sereno... Invece... (Pausa) Eppure non è possibile che quanto mi dici dipenda soltanto dal rammarico per le vacanze che non fa­remo. Ci dev'essere un'altra ragione. Un altro motivo. Forse qualcosa di cui non ti sei ancora resa conto esattamente... Può essere così?

Anne                           - Può essere.

Frank                          - E non vogliamo provare a cercarlo in­sieme, questo motivo?

Anne                           - Esiste qualcosa che potrebbe mutare il corso della nostra vita?

Frank                          - (scattando) E perché mai dovrebbe mu­tare la nostra vita? Lo sai chi sono e qual è il mio lavoro. Tre anni sono bastati a stancarti? Eppure sapevi benissimo di non avere legato la tua esi­stenza ad un boscaiolo, o ad un allevatore di ca­valli. Dunque? Rispondi. Questo preciso motivo? Lo aspetto.

Anne                           - Mi interroghi come se io fossi un soldato, e tu un ufficiale... Te ne accorgi? Anche tu oggi sei diverso : non mi hai mai parlato con questo tono.

Frank                          - (scosso) Hai ragione. Te l'ho pur detto: sono stanco. Molto stanco. Ho i nervi a pezzi. Sai... Bene, devi intendermi anche se non posso dirti nulla. Anne, sono impegnato, ecco, in un lavoro... molto, molto importante. E ho una grave responsabilità sulle mie spalle. Tutta su me, capisci?

Anne                           - Certo. Capisco. Debbo capire. Sono la moglie di un uomo diverso dagli altri: moglie di un uomo che deve essere capito. Che ha molto lavoro da compiere, e tutto importante. Perciò non ha neppure il tempo per capire gli altri, me com­presa.

Frank                          - Come lo dici male, tutto questo.

Anne                           - Non posso fingere, Frank. Non ho tro­vato il modo né il tono di dirtelo diversamente. (Pausa) Ora toccherebbe proprio a te cercare di capire qualcosa di me. Se ti rifiuti, se non puoi, se non trovi la forza di staccarti dal tuo lavoro        - qua­lunque esso sia - per dedicare qualche istante a me, a quello che di me dovrebbe pure interessarti, bada Frank, potresti farmi molto male. (Prevenen­dolo) No, non è una minaccia. Non ne sono capace. E' un avvertimento. Un segno amichevole, affet­tuoso...

Frank                          - Bene. (Sedendo, accavallando le gambe, con l'aria evidente di un violento sforzo per rimanere calmo) Sono qui per ascoltarti. Dimmi tutto quello che mi devi dire. Senza preoccuparti delle conse­guenze. Sono qui.

Anne                           - (amaramente disarmata) No, non così Frank! Mai più, così! Non mi devi interrogare, per­ché io non ho nessuna intenzione di rispondere ad un interrogatorio a freddo.,. Siamo ancora in caser­ma, Frank; o al tuo ufficio, o là, accanto ai tuoi ordigni, fra gli uomini che tu comandi e che obbe­discono senza fiatare... Non sai staccarti di là, Frank! Tu non trovi più la strada della tua casa, né quella della tua donna... (Con la voce alterata dall'emozione) Sono la tua donna, Frank; e questa che ti è intorno è la tua casa. Te ne dimentichi. Per questo, mi parli così...

Frank                          - E che altro vorresti?

Anne                           - (sinceramente torturata) Che tu capissi qualcosa da te, Frank! Senza chiedere! Senza in­terrogare! Senza ascoltarmi!

Frank                          - (sarcastico) L'indovino1?

Anne                           - (con un grido) Sì, Frank! L'indovino. Ci sono i casi, sai, in cui un uomo può essere, deve essere l'indovino della sua donna!

Frank                          - Ah! questa, poi...

Anne                           - Strappate tanti segreti all'universo... Car­pite segreti alla vita che è lassù, in alto, su altri pianeti, nel mondo inesplorato del cielo... E come non chiedere a te, io, una donna, di scoprire anche il mio piccolo segreto?...

Frank                          - (alzandosi di scatto) Ho capito. Vuoi gio­care. Vuoi - scusami, sai! - farmi perdere tempo. Non ne ho, Anne, tempo da impiegare nei giochi, in indovinelli, in capriccetti di donna... Sono ve­nuto a casa stanco, per fare colazione, per tornare subito a lavorare.

Anne                           - (irrigidendosi) Certo. Scusami. Ora darò subito ordini a Geraldine...

Frank                          - (per un tentativo di conciliazione) Ti prego, Anne. Devi ragionare. Io non sono in condi­zioni di poterti dire altro. Mi trovo a pochi passi dalla tappa più importante della mia vita. Finora mi hai sempre capito, mi sei sempre stata accanto. Non mancarmi oggi, Anne, te lo chiedo per pietà.

Anne                           - (ferma, senza slanci) Bene, Frank. Ma non devi invocare la mia pietà. Cerca soltanto la mia comprensione. E io mi sforzerò di capire. Er questo che mi chiedi?

Frank                          - (stancamente) Sì, questo. (Pausa) Que­sto, o qualcosa che somigli a questo.

Anne                           - (dopo un'esitazione) Ecco. Capirti. Capire. (Quasi con uno sforzo, irrigidendosi) Prometto.

Frank                          - (vorrebbe dire qualcosa: si capisce che non è convinto delle parole di Anne; ma la stanchezza lo vince; si distoglie con falsa disinvoltura) Il pranzo, Anne! Dovrò uscire più presto del solito! (S'avvia, esce rapido da sinistra).

Anne                           - (resta immobile al centro della scena. Porta le mani con infinita delicatezza sul ventre, come a proteggere « qualcuno ») Ancora un poco, per me, per me sola...

ATTO SECONDO

(Stessa scena. Sono passate sei ore. Anne sta lavo­rando quieta ad un ricamo. Battono i sei rintocchi di una pendola. Stridio dei freni di una macchina che si ferma all'ingresso del cottage. Da sinistra, entra, visibilmente emozionata, Geraldine).

Geraldine                    - Signora... signora... è l'auto del si­gnor ammiraglio che s'è fermata davanti alla casa... E con l'ammiraglio c'è pure la signora del signor ammiraglio... Vengono proprio qui... Suonano...

Anne                           - (alzandosi, come colpita da un improvviso presentimento) Che cosa può essere accaduto? Frank... Frank... (Al suono del campanello Geral­dine è rimasta inchiodata a terra) Corri, corri ad aprire. Falli entrare subito... (Tra sé) Che succede? Che cosa può essere accaduto?... (Entrano l'am­miraglio e la signora; luì è in borghese. Sono visi­bilmente calmi, affabili).

La Signora                  - Mia cara signora Meys...

Anne                           - Signora... Signor ammiraglio...

L’Ammiraglio             - Non vorremmo avervi recato il minimo disturbo.

Anne                           - Non immaginavo... Forse qualche notizia... (Con visibile ansia) Il mio Frank?

L’Ammiraglio             - Restate completamente tranquilla, signora. Vostro marito sarà qui tra non molto. Lo abbiamo preceduto di pochi minuti...

Anne                           - Gli è accaduto qualcosa?

L’Ammiraglio             - Assolutamente, no. Ve ne dò parola.

La Signora                  - Comunque, è proprio per parlarvi di lui che Io abbiamo preceduto.

Anne                           - (smarrendosi, come colpita da un lieve capo­giro) Dio... Dio mio...

L’Ammiraglio             - Vi ho dato parola... Sedetevi, ora.

Anne                           - (riprendendosi) Sì, scusate, scusatemi. Vi prego di accomodarvi. Volete gradire un tè? Qual­cosa di fresco...

La Signora                  - Grazie. Non scomodatevi.

L’Ammiraglio             - Quello che vi debbo dire, è bene lo dica subito. Per togliervi da ogni incertezza.

Anne                           - Grazie.

L’Ammiraglio             - Si tratta, sì, di vostro marito. Tra poco sarà qui. Stanotte non dovrà passarla in labo­ratorio. Soltanto domattina, alle dieci, riprenderà il suo lavoro. Ed è di questo che voglio, che debbo parlarvi.

La Signora                  - (stringendole una mano) Non vi agitate. Ciò che vi dirà mio marito è molto bello, molto importante. Sentirete.

L’Ammiraglio             - Ecco. Qui siamo tutti soldati, non è vero? Abbiamo tutti un dovere, un grande dovere da compiere. Lo avete anche voi, che siete la mo­glie, la compagna di vita di uno dei nostri uomini migliori. Del migliore, forse, in questo momento esatto. M'intendete? Siete calma?

Anne                           - (con uno sforzo evidente) Certo. Vi ascolto.

L’Ammiraglio             - Premetto che quanto sto per dirvi è un segreto. Un grande e grave segreto che non deve uscire da queste pareti. Vi dò una prova di grande fiducia.

Anne                           - Potete contare sulla mia completa discre­zione. Ho imparato a tacere, qui.

L’Ammiraglio             - Bene. (Pausa) Vostro marito è giunto alla vigilia di completare una scoperta che ci darà una indiscutibile supremazia nel campo della fisica nucleare. Pochi sanno dei risultati raggiunti da vostro marito...

Anne                           - (interrompendo) Io non so... non sapevo...

L’Ammiraglio             - Certo. Noi siamo legati dal vin­colo del silenzio, con tutti, anche con i nostri cari. (Pausa) Per questo voi non sapevate. E per questo io sono qui, da voi. Per informarvi di qualcosa. (Pausa) Ascoltatemi bene, cara. Domattina, alle dieci, vostro marito darà al mondo una grande scoperta. (Pausa) Un suo improvviso malessere...

Anne                           - (sobbalzando) Sta male?...

L’Ammiraglio             - Una semplice battuta di arresto, un lievissimo smarrimento, certo la stanchezza... Un nostro medico ha consigliato una momentanea e brevissima parentesi nella sua giornata di lavoro. Lo abbiamo convinto a lasciare il suo laboratorio, le sue carte, il suo tavolo da lavoro. Per qualche ora dovrà starsene calmo, qui, nella sua casa, ac­canto a voi. E a questo proposito debbo rivolgervi una domanda un po' delicata, ma non posso non farvela...

Anne                           - Dite, dite pure.

L’Ammiraglio             - Avete avuto qualche contrasto, con vostro marito, in questi giorni?

Anne                           - Ma... veramente... non saprei. Perché?

L’Ammiraglio             - Scusatemi, signora. Noi lavo­riamo in un clima diverso da quello degli altri. Esercitiamo una sorveglianza continua, special­mente di ordine psichico, sui nostri uomini. Oggi vostro marito non era del suo solito umore. Qual­cosa lo preoccupava, qualche nube era nei suoi pensieri... (Insinuante) C'è stata qualche lieve contrarietà d'ordine familiare? Qualche discussione?...

La Signora                  - (intervenendo) Oh! Tutti ne abbiamo: in ogni casa, in ogni famiglia...

Anne                           - Certo, è facile... Ma non credo, non mi pare... Era stanco, ecco. Ha fatto colazione prima di me, io sono andata a tavola con'un po' di ritardo...

L’Ammiraglio             - Allora mi potete assicurare che1 non è avvenuto, qui, nulla di grave, niente di im­portante...

Anne                           - Ma no, certamente...

L’Ammiraglio             - Benissimo. Allora si tratta esat­tamente di quanto sospettavo: un lieve, brevissimo collasso di nervi. Possiamo stare tranquilli. (Pausa) Resta allora facilitato anche il vostro compito, si­gnora!

Anne                           - (trasognata) Un compito? Quale compito?

L’Ammiraglio             - Quello di dare a vostro marito una serata molto serena, e una notte... Ecco: la serata di un bravo ragazzo alla vigilia di un esame molto importante, anzi, diciamo pure definitivo, senza appello, ecco! Mi sono spiegato?

La Signora                  - Come sei bravo, tu, mio caro John! Sei un soldato, un ammiraglio, ma sai parlare con la semplicità di un uomo qualsiasi... Sei meraviglioso, John!

Anne                           - Vi siete spiegato benissimo. (E' evidente che una viva contrarietà sta sorgendo nel suo ani­mo) Una serata completamente tranquilla, senza sorprese, senza discussioni, senza la più lieve «no­vità», se ho ben capito, non è vero?

L’Ammiraglio             - Esattamente. La vita dei nostri uomini è sacra. Dobbiamo tutelarla con ogni mezzo, con tutte le forze. Chi vive accanto a questi uomini ha doveri inflessibili ai quali sarebbe delittuoso sot­trarsi. La loro esistenza è preziosa perché appartiene all'umanità.

Anne                           - (distaccata) Certo... certo...

La Signora                  - (infantilmente rapita) Sei un sol­dato, John, e parli come un poeta! (Ad Anne) Lo sapete che coltiva i fiori?

Anne                           - (con una involontaria punta di umorismo) Anche lui!

La Signora                  - Come un. giardiniere provetto. Ed ha creato per me, durante una guerra - ora non ricordo più esattamente quale: le ha fatte tutte, il mio John! - un nuovo ibrido di garofano giallo screziato di rosso...

L’Ammiraglio             - Sciocchezze!

La Signora                  - Come sciocchezze? Lo hai pure de­dicato a me, gli hai dato il mio nome, e tutta la stampa ne ha parlato...

Anne                           - (risoluta e chiaramente desiderosa di troncare il colloquio) State pure tranquillo, per me. Ho capito perfettamente.

L’Ammiraglio             - Ne ero sicuro, che avreste capito senza bisogno di altre spiegazioni. Siamo tutti sol­dati, qui.

Anne                           - Certo.

L’Ammiraglio             - (alzandosi) Vorrei che vostro marito, rientrando, non mi trovasse qui. Deve asso­lutamente ignorare la mia visita.

Anne                           - Qui, in casa, nessuno gliene farà parola. Speriamo che nessuno abbia visto la vostra mac­china, fuori.

L’Ammiraglio             - Ho preso le precauzioni neces­sarie: il mio autista è ad attenderci più avanti, all'altro isolato. (Si inchina a baciare la mano ad Anne) Vi sono grato per l'accoglienza e per la com­prensione dimostrata...

Anne                           - Un duplice dovere, signor ammiraglio.

La Signora                  - Siete la più bella delle nostre signo­re, e la più... come dire?... ah! ecco: la più intel­ligente!

Anne                           - Non sono che una donna, signora. Sono soltanto una piccola donna, e, per giunta, molto ignorante...

L'Ammiraglio             - La compagna di un uomo qual è il nostro Meys non può essere che una creatura d'eccezione.

Anne                           - (con un tono volutamente ingenuo) Non sono stata neppure capace di dargli un figlio...

L’Ammiraglio             - E che importa? La colpa non è stata certo vostra : destino.

Anne                           - (rivolgendosi alla signora) E voi ne avete avuto, signora?

La Signora                  - (con voce penetrata di un grande do­lore) Lo avevamo.

L’Ammiraglio             - (con forza) Lo abbiamo perso in guerra.

Anne                           - (stendendole le mani, con gesto schietto) Cara signora...

La Signora                  - (accogliendo la stretta con grande sin­cerità) Meglio non avere figli, per perderli così...

L’Ammiraglio             - (dispiaciuto) Andiamo, cara. A presto, signora. (Con intenzione) Ho ragione di credere che ci rivedremo assai presto, e in clima molto felice... di grande soddisfazione per voi...

Anne                           - Grazie, signor ammiraglio. Lo spero anch'io.

L’Ammiraglio             - E' cosa certa. E ora non oso ri­cordarvi la vostra... missione!

Anne                           - Agli ordini, signor ammiraglio... Credo che si dica così...

La Signora                  - Certo! E arrivederci, cara signora! (Una lunga e cordiale stretta di mano).

Anne                           - Arrivederci. E grazie per la fiducia accor­datami... (Via a destra. Scena vuota, poi).

Geraldine                    - (da sinistra) Signora?

Anne                           - (rientrando) Ecco, Geraldine. Se ne sono andati.

Geraldine                    - (si accorge che nessun bicchiere è de­posto sui mobili) Non hanno bevuto neppure un whisky?

Anne                           - Che sciocca sono stata, Geraldine! Non ho affatto insistito per offrire loro qualcosa... Ma come ho potuto fare? Si saranno offesi?...

Geraldine                    - (sinceramente) Poco male. Mi sono così antipatici...

Anne                           - Lui è un «soldato»... Lei...

Geraldine                    - ... una vittima. Lo dicono tutti. Lui ne fa quello che vuole. Sapete che cosa dicono in giro? Che lei è l'attendente del marito, non la mo­glie... E che forse non ha tutti i venerdì a posto nemmeno lei...

Anne                           - Ha perduto un figlio in guerra,..

Geraldine                    - Questo non dovrebbe bastare.

Anne                           - Che dici, Geraldine?

Geraldine                    - Certo. Se tutte le madri che hanno avuto dei figli morti in guerra perdessero il cer­vello, il mondo sarebbe pieno di donne impazzite, signora! Sa quante madri, abitanti qui con noi, nel­la cittadella, hanno lasciato figli in guerra? Otto su dieci, direi...

Anne                           - Ma è spaventoso, Geraldine... E tu ne puoi parlare con tanta tranquillità?

Geraldine                    - Signora mia, io credo sia difficile pas­sare la nostra giornata senza incontrare qualcuno che ha dovuto sacrificare uno o più familiari per colpa della guerra, delle guerre... Ma lei, scusi, sa, sembra accorgersene solo adesso...

Anne                           - (portando le mani alle tempie, come a repri­mere i battiti) Forse hai ragione. Non ho mai provato quanto sto provando ora. Come se mi affac­ciassi su un baratro, e lo avessi sempre avuto a pochi passi da me, e soltanto ora mi accorgessi della sua esistenza... Che cosa sta accadendo in me, Geral­dine?

Geraldine                    - Nulla, signora, nulla di grave. Ha un grosso pensiero suo, tutto nuovo, e non ci si è ancora abituata, e ne resta tutta scossa... Poi...

Anne                           - (un grido) No, Geraldine, non ci si può abituare facilmente... Non è un pensiero uguale agli altri... (Improvviso) E stasera, tra poco, non po­trò ancora dirgli nulla...

Geraldine                    - (sorpresa) Ma perché, signora?

Anne                           - Non... non puoi sapere... Non posso dirti, Geraldine... Ma c'è qualcosa per cui io non potrò parlargli del mio... del nostro segreto, ecco. (Tra sé) Non avevo pensato, a questo... Ma è una pena inau­dita, questa... (Un silenzio) No, non posso... (Come ripetendo le parole dell'ammiraglio) Dargli una se­rata molto serena, stare molto calmo, la notte di un ragazzo alla vigilia di un esame molto importante... Certo, non potrò dirgli nulla... Ancora un segreto tutto mio, fino a domani. Ma domani... (Con im­provvisa allegrezza) Domani sarà un gran giorno, mia cara Geraldine. Domani avremo da comunicare al mondo due grandi notizie... La mia: e sarà tutta e solo per il nostro mondo, questo, tra queste mura... E l'altra... Eh! l'altra per il resto dell'umanità... Do­mani, Geraldine, domani... che grande e bella cosa, Geraldine!

Geraldine                    - Certo, signora... Però io non riesco a capire perché lei debba rimandare...

Anne                           - E' giusto, Geraldine, non puoi, non devi capire. E' un segreto. Non posso parlare. Non potrò neppure parlarne con lui. (Non riuscendo a tratte­nersi) E' un segreto che mi ha confidato - e solo in parte - l'ammiraglio... Era lo scopo della sua vi­sita...

Geraldine                    - Ora forse comincio a capire.

Anne                           - (impaurita) Ma smetti subito, per carità... Su, presto, Geraldine. Tra poco sarà qui. La doccia pronta. Poi una cena leggera, sostanziosa. Direi un tè non troppo carico, un uovo alla coque e la com­posta di mirtilli... Quella fatta da me, s'intende.

Geraldine                    - Bene. E per lei, signora?

Anne                           - Oh! io devo nutrirmi molto, vero?

Geraldine                    - Certo. Bisogna prepararsi forti.

Anne                           - Lo sarò. Ma alla mia cena penseremo poi. Ora bisogna dedicarsi solo a lui. E mandarlo presto a nanna.

Geraldine                    - Si direbbe che lei ne aspetti due, bambini...

Anne                           - Lo hai detto. Improvvisamente... due volte mamma... E' meraviglioso, Geraldine! (Il suono ri­petuto in un clacson, lo stesso del primo atto).

Geraldine                    - Ecco il primo.

Anne                           - Corri. (Geraldine esce da destra; voci in­terne).

Frank                          - (entrando) Buona sera, cara.

Anne                           - Se mi getto nelle tue braccia, come stai mane, ti meraviglierai ancora?

Frank                          - Sto facendo l'abitudine alla nuova Anne,! Vieni! (Spalanca le braccia).

Anne                           - (precipitandosi) Caro, caro... (Geraldine esce, dopo un'occhiata significativa).

Frank                          - (sciogliendosi) Torniamo seri...

Anne                           - Che brutto! Ma davvero tu mi trovi tanto mutata?... (Civettando) Guardami, osservami, studia­mi... Che c'è di nuovo?

Frank                          - (sinceramente preso) Qualcosa, sì. Forse una sfumatura. Più... come dire? Più donna, ecco!

Anne                           - A trentacinque anni? Una bella scoperta. E ieri? Com'ero, ieri?

Frank                          - Non so, non saprei... Come sempre. (Pausa) Forse la colpa è tutta mia. Da anni non ti guardo abbastanza. Non ti sei mutata solo adesso, certo.

Anne                           - (mortificata) No? Peccato...

Frank                          - Ma come puoi pretendere di essere cam­biata da un giorno all'altro? Sono io che ho il torto di non essermi accorto... Ecco: di non averti visto rifiorire.

Anne                           - Ero sfiorita, dunque?

Frank                          - Ti avevo guardato troppo. Eppoi, dopo troppo poco. Bene. Ora mi dovrò rifare. Faremo così. Ho un progetto.

Anne                           - Per noi?

Frank                          - Per noi due soli.

Anne                           - Soli?

Frank                          - Certo: non vorrai che lo estendiamo a Geraldine...

Anne                           - (con un impercettibile moto interiore) Sentiamo il progetto.

Frank                          - Forse ci prenderemo un bel po' di va­canze...

Anne                           - (battendo le mani) Che bellezza! Ma scusa, stamane, per via delle vacanze...

Frank                          - Già. Ma sono mutate certe condizioni. Ora posso dirti che andremo in vacanza, e per un tempo non breve... Viaggeremo: vuoi viaggiare? Pa­rigi? Londra?

Anne                           - Preferirei un piccolo posto tranquillo... Un angolo di campagna... Una' spiaggia non po­polata...

Frank                          - Altro mutamento? Ma non hai sempre desiderato i viaggi, le grandi città, i grossi alberghi... Ricordi, la prima volta, a Parigi?...

Anne                           - Sì. Ma ora... Non so dirti. E tu non devi farmi dire tutto, come se fossi all'esame... A poco a poco... Vedi, dovresti compiere un piccolo sforzo, vicino a me: guardarmi con occhi nuovi... Come se ci fossimo conosciuti ieri, e sposati oggi...

Frank                          - Ora, non te lo nascondo, incomincio ad impensierirmi... Che cosa accade in te?

Anne                           - (spaventata) No, no, Frank, non adesso, non oggi... Capirai la tua nuova Anne poco a poco. Dimmi, non sei contento di avere accanto a te una nuova Anne? Non dovrebbe dispiacerti. E' come se la nostra vita si rinnovasse.... E diventasse migliore, sai? Più bella, più ampia, più luminosa... Come dire? Ecco: più utile!

Frank                          - Ah! ho capito! Adesso ho capito tutto!

Anne                           - (con un grido di spavento) No! Frankie! Non è possibile! (Con un'ansia che lascia fero tra­sparire la gioia) Non devi ancora capire! Non è il momento, ora...

Frank                          - Ma certo che ho capito tutto! Dovevo pure aspettarmelo! Ascolta. Tu, con una intuizione tutta femminile, ti sei resa conto che io, sì, io, forse, tra non molto avrò toccato un punto importante della mia carriera, forse sarà all'apice... E vuoi fare ogni sforzo per essermi sempre accanto, ecco. Temi di poter essere un poco dimenticata, e allora, sì, inventi, crei una nuova Anne, e studi come inte­ressarmi, come «non farti lasciare indietro»... Cara Anne! Stai tranquilla! Non corri alcun pericolo. Qualunque cosa accada, io sarò sempre il tuo Frank, il sicuro compagno della tua vita... Cara, cara Anne. (Tenta di abbracciarla) E' così, vero?

Anne                           - (che si è visibilmente « smontata » durante il corso del dire di Frank; con voce assente) Forse, Frank. E' molto probabile sia così... D'altra parte come può, una piccola donna come sono io, restare senza paura accanto ad un uomo come te, che sale, che sale sempre più, che compie tappe sempre più importanti nella sua vita? Non ci sono altri mezzi, vero? per difendersi, per rimanere al suo fianco...

Frank                          - Ma non basta, per te, essere la mia com­pagna in ogni momento di incertezza, di timore? Tu sei stata e sarai sempre questo, per me. Non chiedo altro, alla vita.

Anne                           - (rassegnata, pure nascondendo sempre la grande voglia di dare libero sfogo al suo segreto) Naturalmente. O forse c'è ancora qualcosa che può essere compiuto da una donna come me... (Trat­tenendo un lampo di gioia interiore) Certo. (In un soffio) Si può portare un capitale, se Dio lo vuole...

Frank                          - Domani sera andremo a cena fuori. Vuoi?

Anne                           - Che bellezza!

Frank                          - E berremo lo champagne, come a Pa­rigi!

Anne                           - Non mi farà male?

Frank                          - Se non ti ha fatto male allora, certo non te ne farà adesso. E se ti farà girare un poco la testa, meglio: ti porterò a casa in braccio!

Anne                           - Qui non si possono compiere certi gesti...

Frank                          - E invece noi li compiremo. Perché io, domani sera... Be', attraverserò tutta la «zona proi­bita » con mia moglie fra le braccia, e nessuno oserà fiatare! Anzi, ci applaudiranno... (Lievemente esal­tato).

Anne                           - Frankie, Frankie, non ti ho mai visto, così... Vorrei proprio sapere...

Frank                          - (guardando l'orologio) Poche ore: esat­tamente... vediamo un po'... ecco: dieci ore, dodici al massimo. Poi saprai. Ora, te ne prego...

Anne                           - Certo, certo... Debbo «stare agli ordini». Ora tu cenerai.

Frank                          - Io solo?

Anne                           - Sì, Frankie. Io non ho appetito. Io pren­derò qualcosa dopo. Cenerai e andrai a dormire, d'ac­cordo? Poi ti raggiungerò...

Frank                          - Molto previdente, la signora... Direi: lun­gimirante...

Anne                           - Ecco: saggiamente lungimirante! (Ridono entrambi, sinceramente felici. Chiamando) Geraldine!

Geraldine                    - (da sinistra) Signora.

Anne                           - Pronta la cena del signore?

Geraldine                    - Prontissima. (Con intenzione) Pec­cato che non ho trovato la composta di mirtilli...

Frank                          - Davvero?

Anne                           - Non l'ha trovata, povera Geraldine, nei negozi... Ma potrei avertela preparata io, del nuovo raccolto...

Frank                          - Eppoi ti scervelli tanto per « essermi ac­canto»... Ma lo sai che la conserva di mirtilli, fatta in casa, dalla propria moglie, fa già peso nella feli­cità coniugale...

Anne                           - Se sei sicuro che può bastare... (Via).

(Sulla loro uscita da sinistra, buio in scena senza chiusura di sipario. Al ritorno della luce, più bassa della precedente, dopo qualche secondo, Anne è seduta sulla sua sedia a dondolo, poco lontano dalla vetrata che è appena dischiusa. Fuori c'è il pleni­lunio. Anne è quasi assopita. Ad un tratto una mano, dall'esterno, spinge la vetrata che si apre len­tamente).

Anne                           - (balzando in piedi, spaventata, con un grido soffocato) Chi è? (Appare la signora Brand; co­perta da uno scialle, indossa un vestito da casa).

La Signora Brand       - (ponendo un dito sulla bocca) Silenzio, per carità... Scusatemi, scusatemi tanto...

Anne                           - (comprimendo i battiti del cuore) Oh! Dio! Che paura! Tanta paura...

La Signora Brand       - Scusatemi... Ma davvero, non sapevo come venire da voi in altro modo... I nostri giardini sono così vicini... E' facile passare dal mio al vostro... Non avevo altra strada... Vi ho spiato tutta la sera. Mio marito dorme da due ore, il vostro è di là, solo, lo so, e voi eravate qui, sembrava che aspettaste...

Anne                           - Veramente...

La Signora Brand       - Non giudicatemi male. E soprattutto non abbiate paura. Io non sono... non sono pazza, ve lo assicuro...

Anne                           - Ma io non lo penso.

La Signora Brand       - Ho bisogno di comunicarvi qualcosa... Debbo parlarvi. Assolutamente. E' una cosa molto importante...

Anne                           - Ma oggi, stamane, durante la vostra vi­sita...

La Signora Brand       - Non sapevo ancora. E se anche avessi saputo...

Anne                           - (con molta incertezza) Se volete sedervi...

La Signora Brand       - Qui, vicino alla vostra sedia preferita... Lo so, vi vedo sempre seduta su questo dondolo... (Anne porta più al centro della scena la sua sedia e la signora Brand le si siede accanto).

Anne                           - Se vorrete dirmi... Mi raccomando, però, a bassa voce: mio marito non deve essere svegliato...

La Signora Brand       - Certo. E guai se si accor­gesse della mia presenza qui...

Anne                           - (spazientita) Vi prego, non tenetemi più in questa incertezza... Ora davvero sento che non reggo più...

La Signora Brand       - (acquista, nel parlare, una grande sicurezza, quasi un imperioso senso del dovere la spingesse al racconto) Vostro marito, domani, sarà l'uomo più illustre e ammirato del nostro paese. Poi del mondo intero. Lo sapevate1?

Anne                           - (smarrita) Qualcosa, ma qualcosa appena... Io so soltanto che domani... (Improvvisamente spa­ventata) Ma come fate voi a sapere questo? Doveva essere un segreto, un assoluto segreto... Io stessa, vi posso giurare, so pochissimo...

La Signora Brand       - Io so dippiù. Qui i muri hanno orecchi. Ci sono anche le spie, qui dentro, fra noi...

Anne                           - (balzando in piedi) Ma insomma, signora Brand, voi andate oltre... Io non vi posso più ascol­tare... Debbo chiedervi di lasciare immediatamente la mia casa...

La Signora Brand       - (alzandosi a sua volta, con il suo viso stravolto, afferrando una mano di Anne, e co­stringendola a sedersi nuovamente, quasi ipnotizzan­dola) Voi mi dovete lasciar parlare... Se gridate, se ci fate sorprendere, succederà uno scandalo, io sono decisa a tutto... Se non mi vorrete ascoltare, badate, mi ucciderò.

Anne                           - (trattenendo un urlo) Ma voi non sapete il male che potete farmi, in questo momento... Uni male immenso... (Con un soffio di voce) Aspetto un bambino...

La Signora Brand       - Voi? Un bambino... Non po­tevo sapere...

Anne                           - Nessuno sa. Non ho ancora detto nulla... Io sola...

La Signora Brand       - (con grande sorpresa) Voi sola? Allora nemmeno vostro marito lo sa?

Anne                           - Non ancora. Dovevo dirglielo stasera. Non ho potuto... (Con disappunto) Ora voi mi costrin­gete proprio a dire tutto. Era un mio segreto... Io ho avuto la certezza del mio stato solo stamane, dal dottor Stalter...

La Signora Brand       - (lasciandosi scivolare ai piedi di Anne, ed abbracciandole le ginocchia) Ora vedo chiaro... Ora capisco perché una forza sovrumana mi ha spinto fino a voi... La sola creatura al mondo in grado di capirmi... La sola persona alla quale potermi rivolgere...

Anne                           - (rialzandola) Vi prego, signora Brand. Mi sento male. Capite ora che potreste farmi molto male? E non a me sola?...

La Signora Brand       - (riprendendosi) Sicuro, avete! tutte le ragioni, vi chiedo ancora mille scuse... Ma non dovete impedirmi di parlare... Quando saprete) tutto, vi renderete conto del perché di questa mia visita così... così strana, così inattesa... Parlerò su­bito. Dopo ci calmeremo entrambe...

Anne                           - Un goccio di whisky?

La Signora Brand       - Sì, grazie. Mi darà forza. (Anne va al mobile bar, ritorna, offre con mano tre­mante un bicchiere alla signora Brand che trangugia avidamente) Sedete ancora qui. Ascoltatemi. (Un silenzio. Anne è in trepidante attesa) Vostro marito, domani, annuncerà una scoperta di gran­dissima importanza scientifica. (Pausa) Non avete un'idea del valore di questa scoperta?

Anne                           - No, sinceramente. Sono all'oscuro di tutto, Come sempre.

La Signora Brand       - Io no, invece. Io so. Poco, ma quel tanto che basta. (Anne fa l'atto di voler parlare. La signora Brand glielo impedisce) Non dite nulla. Non occorre. So benissimo che cosa vorreste dire. So anche che se voi chiamaste vostro marito, e gli denunciaste quanto vi ho detto, e quanto vi dirò ancora, molto probabilmente mi si manderebbe davanti ad un plotone di esecuzione. (Ferma. Ge­lida) Ma io non ho paura. Io ho visto la morte in faccia centinaia di volte. E ho « sentito » morire i miei quattro figli a poca distanza dal mio cuore. Ripeto: non ho paura. E so che mi ascolterete, perché è una madre che vi parla, e se voi siete madre a vostra volta, dovete ascoltarmi. (Pausa) La sco­perta di vostro marito darà al paese una potenza illimitata.

Anne                                     - Un'arma?

La Signora Brand       - E che altro? Sì, un'arma. Non so in che cosa consista. Un'arma spavento­samente micidiale. (Anne si chiude disperatamente il capo fra le mani) Non fate così. Bisogna essere forti, in questo momento. (Pausa) Io ho avuto la notizia solo poche ore fa. Anch'io ho inorridito. Ho pensato ai miei figli e ho visto, nel buio che mi avvol­geva, una selva infinita di mani levate verso di me, mani di madri, di spose, di sorelle invocanti un mio gesto, il gesto disperato di chi può, di chi deve tutto osare, per evitare all'umanità un nuovo pericolo di sfacelo, di annientamento...

Anne                           - Ma mio marito non può essere colpevole...

La Signora Brand       - (dura, inflessibile) Lo è. Lo sono tutti. Tutte le loro scoperte, tutte le loro con­quiste sono armi spaventose contro l'umanità. E' inutile che essi tentino di nascondere il vero mo­tivo che li guida.

Anne                           - (torcendosi le mani, presa da un'ansia dispe­rata) Ma infine, che cosa volete da me...

La Signora Brand       - (quasi solenne) Che fermiate all'ultimo istante la mano di vostro marito. Siete ancora in tempo.

Anne                           - (spaventatissima) Ma che dite"? Io? Come potrei!...

La Signora Brand       - Potete. E badate, sono luci­dissima. So quello che dico, esattamente. (Fredda) In un primo tempo ho pensato di ucciderlo, domat­tina, nascondendomi dietro il cespo delle rose, al momento della sua uscita di casa. Poi ho intravvi-sto la possibilità di usare di un gesto « umano » : siamo noi, le madri, che dobbiamo compiere ad ogni costo questa azione. Per anni ho pensato e sognato questo, sempre lontanissima dalla possibilità di com­piere anche il più breve passo. Ora il destino vuole che qui, accanto a noi, fisicamente vicinissimo, esista l'uomo che domani sarà il responsabile di nuove e maggiori distruzioni. (Grido soffocato) Bisogna fer­marlo! E' vicinissimo a noi. Se non lo fermate voi, lo fermerò io. Ma voi potete disarmarlo come si disarma un bambino, perché, vedete, essi sono tutti come grandi bambini, intenti a giocare con le armi che danno la morte. Ditegli che i figli non possono più continuare a nascere con la morte presso le loro culle... (Con infinita sincerità) Ditegli, ora che lo potete, che voi portate in seno una nuova vita, e che la sua scoperta di domani potrebbe annientare la carne della sua carne...

Anne                           - (con un grido soffocato) No, mio figlio no!

 

La Signora Brand       - (fredda, implacabile) E per­ché vostro figlio « no », e i miei figli « sì »? Che cosa credereste di poter fare, per salvare la vostra crea­tura, più di quanto non abbia fatto io per cercare di salvare le mie? Ho fatto tutto quello che era umanamente possibile fare. Le ho difese col mio stesso corpo, ho gridato «prendete me, uccidete me», ma non mi hanno ascoltato... (Insinuante) I nostri figli, vogliono. Le altre vittime non con­tano. Vogliono i giovani, perché i giovani sono gli uomini di domani... Vogliono falciare l'erba tenera, perché la desolazione sia completa... E noi madri dobbiamo solo piangere, solo disperarci, solo tre­mare di paura, di terrore?... Basta! Bisogna fermarli... Fermate il vostro uomo. Chiedetegli di fermarsi in nome della sua creatura che egli non conosce an­cora... Gettatevi ai suoi piedi, come io mi getto adesso ai vostri! (Eseguisce. Lungo silenzio).

Anne                           - Rialzatevi, per carità. Io tremo con voi e più di voi. (Trasognata) Non so ancora se sono desta, o se vivo in un incubo spaventoso...

La Signora Brand       - E' realtà. E' la « nostra » realtà. Non abbiamo più scampo.

Anne                           - (serrandosi le mani alle tempie) E' mo­struoso.

La Signora Brand       - Sì, mostruoso. Ed è per questo che noi dobbiamo reagire con l'unico gesto vera­mente umano, che può essere compiuto in questa epoca di tremenda disumanità. Fermatene uno. Può darsi che avvenga il miracolo. (Ispirata) E ringra­ziate il vostro Dio se vi trovate nelle condizioni di poterlo compiere... (Si alza, s'avvia) Siate forte. Forse potranno bastare poche parole... Forse una parola sola... Forse un semplice gesto...

Anne                           - (alzandosi, fra sé) Una parola... Un gesto... (La signora Brand, abbracciandola, comincia a sin­ghiozzare. Anne le parla dolcemente) Calmatevi, cara signora. Andate. Ritornate alla vostra casa. Io vi giuro che farò tutto il possibile. Se non riuscirò...

La Signora Brand       - Riuscirete. Lo sento... Addio... (E' giunta alla vetrata, quasi sparisce dopo un cenno di saluto).

Anne                           - (è rimasta immobile, inchiodata accanto alla sua sedia a dondolo. Guarda fissamente nel vuoto lontano, con occhi sbarrati. Poi, ad un tratto, porta le mani al ventre, nello stesso gesto della fine dell'atto primo, con gesto tenerissimo) Creatura, prima che tu nasca già ti chiamo in mio aiuto...

ATTO TERZO

(La stessa scena. E' trascorsa la notte dall'atto prece­dente. Una chiarità mattutina traspare dalla porta a vetri che dà sul giardino. Al levarsi del sipario Anne è seduta, su una sedia. Frank è in piedi, di lato, a sinistra. Indi deciso, senza pronunciare pa­rola, attraversa la scena e si dirige alla porta di uscita).

Anne                           - (fermandolo con un gesto) No. Aspetta, Frank. Devo dirti un'ultima cosa.

Frank                          - Ora? Stamane?

Anne                           - Sì. E so che non dovrebbe essere questo il momento adatto. Lo so. Ma debbo parlare lo stesso.

Frank                          - (allargando le braccia) Io non riesco più a capire nemmeno il più lieve significato delle tue parole, del tuo contegno... (Conciliante) Anne, se chiamassimo un medico?

Anne                           - Già fatto.

Frank                          - E allora?

Anne                           - Tutto a posto. Nessun male nervoso, nessuna deviazione mentale.

Frank                          - Ma vuoi allora spiegarmi e spiegarti chia­ramente? Ti ripeto ancora che stai comportandoti in un modo che non mi riesce, per ora, di giusti­ficare. (Osserva l'orologio) Non ho molto tempo, purtroppo...

Anne                           - Me ne basterà poco. E ti chiedo per­dono, perché capisco il male che ti faccio... Del resto tutto può risolversi in una domanda e nella rela­tiva risposta.

Frank                          - Una domanda tua?

Anne                           - Sì, mia, dal momento che sarò io a for­mularla.

Frank                          - Una domanda che riguarda noi due? La nostra vita coniugale?

Anne                           - Non precisamente.

Frank                          - Aspetto.

Anne                           - (pausa. Poi, raccogliendo tutto il coraggio che le resta) Di che genere sarà la scoperta che tu stai per compiere?

Frank                          - (meravigliato) E' di questo che mi vuoi parlare? E in questo momento? Anne, davvero non so...

Anne                           - Te ne prego. Rispondimi...

Frank                          - Ma come si può rispondere? Che c'en­tra, con la nostra vita, la qualità del mio lavoro? Il mio stupore è tale che non riesco neppure ad affer­rare il possibile senso della tua domanda...

Anne                           - Ed hai ragione. E potresti anche farmi tacere senza spendere molte parole... (Ferma) Ma non lo farai. Non lo farai perché ti ho dato prova di essere stata, fin qui, una moglie che non ha mai tentato di penetrare nel chiuso mondo del tuo la­voro, che ti è stata sempre vicina con tutta la mode­stia possibile, senza turbare la serenità della tua opera, senza chiedere, senza indagare, paga soltanto di sentirsi vicino a te, una cosa tua, un pensiero tuo, una parte della tua vita intima... E' così, vero sempre.

Frank                          - Certo, Anne, e io credo di averti senza esitazione capito, di aver sempre ricambiato il tuo affetto.

Anne                           - (riprendendo la posizione iniziale) Ma ora Anne    non è più possibile. Ora credo di avere acquistato il diritto di sapere « chi » sarà mio marito, domani sei un grande uomo, questo lo so, lo dicono tutti, e ne sono sicura anch'io. Ma a che cosa sarà affidata la tua grandezza?

Frank                          - (sinceramente schiettamente arrendevole) Vedi, cara, è difficile risponderti. E' come a estirpa se mi interrogasse un bambino, incontrato per la strada, ai giardini pubblici...

Anne                           - Ecco. Esattamente. Non ti chiedo di più. Rispondimi come risponderesti ad un ragazzino un senza m: po' ardito, che lasciasse il suo gioco per domandarti: tu, signore, a cosa stai giocando, adesso?

Frank                          - (divertito) Bene. Io, allora, risponderei ad un gioco un poco più serio del tuo, signorino,

Anne                           - (assecondandolo) Con la sabbia? Con li pietre? Con l'acqua della vasca?

Frank                          - (c. s.) Con qualcosa di tutto questo, ma che non è tutto questo. (Improvvisamente colpito dm un pensiero folgorante, porta le mani agli occhi. No, no, basta...

Anne                           - (in tono totalmente mutato) E darà vita m morte, Frank, la tua scoperta?

Frank                          - (un attimo di stupore) Cosa vorresti dire?!

Anne                           - (ferma) Se la tua scoperta sarà un'arma! un'arma nuova, una potenza estrema nelle tua mani...

Frank                          - (facendo il gesto di scansare Anne per avviar-l si) Basta, Anne. Non posso più ascoltarti. Non posso seguirti su questo terreno. Ora devo andare! Non ho più tempo.

Anne                           - (incalzando) Arma, vero? E' questa la risposta che tu non mi darai. Lo sento. Lo so. Ma avrei voluto sentirlo dalla tua voce, dalle tue labbra. Tu! non puoi. Tu hai il segreto da mantenere. Il dovere del silenzio. Nessuno dei tuoi colleghi si sarà mai trovato in una situazione come questa. Tu, per la prima volta. Tu, la prima vittima di una posi­zione assurda, forse grottesca... Che può anche risol­versi con un gesto, vero? Scostandomi e passando oltre. (Pausa) Ma tu non lo farai senza avermi prima ascoltata ancora per pochi istanti. Poi te nel andrai, e potrai anche non tornare più, se lo vorrai.

Frank                          - (chiudendosi il capo fra le mani) C'è da impazzire...

Anne                           - Anche per me.

Frank                          - Ma insomma, che vuoi?

Anne                           - (con un grido) Sapere se oggi, domani, per sempre, porterò il nome di un... (Ha un attimo di esitazione),

Frank                          - ...di un?

Anne                           - ...di un assassino!

Frank                          - (urlando) Ma che stai dicendo?

Anne                           - (senza più alcuna possibilità di frenarsi) Quello che penso da pochissimo tempo, forse da poche ore. Un pensiero tremendo, allucinante, che mi si è piantato qui, nel mezzo del cervello, e qui, nel pieno del cuore, e che nessun ragionamento vale a estirpare... E' come un grande male improvviso come se mi si fosse gelato il sangue per una im­mensa paura, o sconvolto il cervello per un vicinis­simo pericolo mortale. Finora ti ho sempre seguito senza mai chiedere. Forse senza neppure ragionare. La tua donna, un poco la tua serva. E felice, lo sai, senza pensieri, senza sospetti, senza incubi. Poi, ecco, di schianto, qualcosa si è mutato in me. Qual­cosa di molto importante, capisci? E allora ho voluto gettare un'occhiata più avanti, lontano da noi, dalla nostra giornata e dalle nostre ombre, ed ho anche dovuto guardare meglio nella tua opera, nel genere del tuo lavoro... Ora non posso più tenere gli occhi chiusi, le palpebre abbassate, il cuore tranquillo e sereno... Ho visto qualcosa di nuovo, e tu hai capito che so, che ho capito anch'io. Tu hai scoperto qualcosa di cui io non ho neppure la più lontana idea. Se dicessi una sola parola, se azzardassi un termine che neppure mi giunge alle labbra, tu scoppieresti in una grande risata, e io sarei finita, polverizzata per sempre. E perciò io ti chiedo sol­tanto: è un'arma che stai regalando al tuo paese? Un'arma spaventosa, che metterà in pericolo il mondo intero, e che un giorno sarà usata contro altra gente, e che provocherà morte, distruzione, annientamento?... (Pausa) Ebbene, Frank, io ti chie­do, con tutte le forze, con tutto il coraggio che an­cora mi rimane, e in nome del bene che ci siamo voluti e che ancora ci vogliamo, ti chiedo, Frank, di fermarti. Puoi cominciare subito, materialmente. Resta qui con me, non uscire dalla tua casa. Ne usciremo assieme, stasera, domani, di notte, e ce ne andremo lontano da qui, e avremo una nuova vita, perché io, vedi, posso farti una grande, una bella promessa : io ti aiuterò a costruire una nuova vita... Una vita ben diversa da questa... M'intendi? Dovresti avere già capito che il coraggio che ho tro­vato in me per dirti quanto ti ho detto, mi è potuto venire soltanto da una forza nuova... Pensa ancora un momento, Frank, prima di rispondere, prima di compiere un gesto grave, prima di uscirtene, di qui scartandomi con un semplice annoiato gesto della mano... Te lo chiedo come una grazia, Frank: pesa ogni mia parola, e non rispondermi prima di aver pensato che qui, davanti a te, c'è la tua donna che può essere ben diversa da quella di ieri. Diversa, m'intendi?

Frank                          - (è impietrito; poi, compiendo uno sforzo di nervi, con una calma in cui s'avverte la volontà di assecondare le parole di Anne) Qualcosa è acca­duto in te, Anne, è chiaro, e di portata non lieve. Di questo « qualcosa », lo confesso, non riesco ad intuire l'intima essenza. Comunque ti debbo una risposta perché tu hai formulato non soltanto un semplice interrogativo, ma addirittura una condanna, quasi una minaccia. Hai anche pronunciato una pa­rola ben grave, forse senza renderti perfettamente conto del valore stesso della parola... Ma sei riu­scita ad ottenere una grossa, bada : ben grossa!, vit­toria: quella di trattenermi qui, ora, stamane, un istante prima...

Anne                           - Ecco : un istante prima. E' quanto volevo.

Frank                          - Questo vuol dire che qualcuno ti ha messo al corrente di un segreto...

Anne                           - Non ci sono più segreti, Frank, per nes­suno. Le cose sono nell'aria, tutto è scoperto, tutto resta indifeso...

Frank                          - Non discuto. Non c'è tempo che per le parole più urgenti, più importanti. Hai detto: fer­mati, non uscire di qui, andiamo via, scappiamo. (Pausa, raccogliendo le idee) Vuol dire che tu temi qualcosa che io posso fare. Tu non vuoi che io concluda il mio lavoro, la mia opera di anni di studio, di ricerche, di attesa...

Anne                           - (recisa) Questo.

Frank                          - E questa tua richiesta è provocata dal pen­siero che l'opera mia possa condurre alla scoperta di una forza nuova, di una forza che tu, molto sem­plicisticamente, chiami «arma»... E' così?

Anne                           - Esatto.

Frank                          - Una parola in più, e si potrebbe preci­pitare entrambi, in un baratro di ridicolo, di assurdo. Bisogna fermarsi giusto sull'orlo di questo pericolo gravissimo. Ascoltami. Sto per raccogliere il frutto di anni di studio, di lavoro, di spasimo. Non so quale sia la forza che mi ha aiutato, che mi ha sorretto fin qui. Tu, pure vivendomi accanto, non ti sei mai accorta di nulla. Ma sono arrivato al momento cruciale. Io ho la ferma certezza di essere riuscito. Non ho dubbi, non ho timori. Non credo assolu­tamente di avere sbagliato. (Trasformato) Ho sco­perto una forza nuova. L'ho isolata. L'ho fatta mia. E' qui, nel mio pugno! Ho speso anni della mia vita, per arrivare a questo istante. Altri l'hanno gettata, la loro vita, in questa stessa impresa. E non sono arrivati. Io ho vinto, Anne. Io ho vinto.

Anne                           - Un'arma...

Frank                          - Una forza, Anne! Una forza immensa, incalcolabile.

Anne                           - (trascinata da un terrore immane) Un'arma. Forse la più spaventosa di tutte! Tutto ciò che fate, tutto ciò che scoprite diventa arma! E tu legherai il tuo nome a questa, la più potente, la più tremenda... Il tuo nome, Frank!

Frank;                         - Che importa il nome? Che importanza ha la mia persona, di fronte a qualcosa che è più grande di noi, della vita stessa?

Anne                           - Io non sono che una donna, Frank. Io non so altro. So che sono la tua donna, e che porto il tuo nome, e che vivo la tua vita. Ma questo mi basta per pensare che tu, domani, oggi, tra pochi istanti, avrai lì, in quel tuo pugno già stretto, non so se per colpire o per tenere ben chiuso il tuo segreto, una nuova sciagura da scatenare sul mondo. Ancora la morte, Frank. Ancora una volta una forza per uccidere, per uccidere, per uccidere! (Urlando, chiudendosi il capo tra le inani) Basta, Frank! Bi­sogna fermarsi, Frank! Voi non capirete mai questo. Voi non volete fermarvi. Nessuno vi grida di fer­marvi, di alzare gli occhi dalle vostre carte, dai vostri istrumenti, dai vostri calcoli spaventosi. Lo grido io, Frank! Lo grido a te, che sei mio marito. E vorrei poterlo chiedere anche a nome di qualcun altro... (Raddolcendo il tono, quasi sommesso) Ascolta, Frank. Se avessimo avuto un figlio, e se questo figlio fosse qui, accanto a me, e chiedesse anche lui, come me, per la mia stessa voce, il sacrificio che io ti chiedo, lo ascolteresti?

Frank                          - (fermo, deciso) Ora basta. Anne.

Anne                           - Rispondimi! Se te lo chiedesse un figlio, in nome di tutte le altre creature umane, di', Frank, ti fermeresti?

Frank                          - (freddo) E' assurdo. E' fuori di ogni senso.

Anne                           - (con un grido) Rispondi chiaro, grida senza ritegno, ma rispondi: se te lo chiedesse un figlio tuo, ti fermeresti?

Frank                          - (con eguale impeto) No, Anne, no, no, no!

Anne                           - (appressandoglisi, con le mani strette ai fian­chi, poi, d'improvviso, battendole sul ventre, con una disperazione infinita) Non lo avrai, Frank! Non lo avrai! Frank! Non lo avrai! (Le mancano le forze, sta per accasciarsi ai piedi di Frank. Frank la sor­regge, poi la solleva, la fa sedere su una poltrona. E' rimasto in piedi accanto a lei, con gli occhi fissi nel vuoto. Un silenzio. Anne si riprende, con voce rotta dall'emozione) E' per lui che te lo chiedevo, Frank. Per nostro figlio. Per il figlio che porto in me. Non hai capito nulla, di me, delle parole che ti ho detto. Non hai avuto neppure il sospetto che un altro segreto, beri più importante, Frank!, ti era cosi vicino, così tuo!

Frank                          - (riavendosi da uno stupore infinito) Un figlio?

Anne                           - Si Frank. La cosa più semplice, più naturale, più bella del mondo. Lo abbiamo tanto atteso. Poi tu non hai più saputo né aspettare né sperare. Sono stata esaudita. E' da ieri che attendevo di dirtelo. È per questo che ho avuto il coraggio di parlare. È questo che ti ho chiesto di fermarti. Solo per questo Frank. Perché ho sentito la vita battere m me, in ogni goccia del mio sangue. La vita, capisci? Portare una vita vuol dire spalancare gli occhi su di un mondo nuovo. Vedere quanto non si è mai visto. Come salire su una montagna come essere librati sul mondo intero. E se si porta la vita, si teme doppiamente la morte.

Frank                          - (in preda ad una smarrita disperazione senza più udire le parole di Anne) Un figlio! Un figlio!

Anne                           - (sincera) Mio povero Frank! Non hai nep­pure la possibilità di gioire per questa notizia. Pro­nunci la parola « figlio » con un tale smarrimento, come fosse una condanna...

Frank                          - (agganciato da un incubo) Un figlio... Un figlio... Che cosa hai gridato, pochi istanti fa?) Quale minaccia?

Anne                           - (con fermezza) Ho deciso, Frank. Una decisione spontanea, senza alcuna minaccia. (Pausa)] Non avrai questo figlio. Non so ancora come, ma so soltanto che non lo avrai, che non porterà il tuo nome, che forse tu non lo vedrai mai. Sono pronta a1 tutto, Frank. Anche a compiere il gesto più assurdo, più disperato. (Indicando la sedia a dondolo) Là, per; tutta la notte, mentre sul giardino batteva la luna, ho pensato a questo. Avevo previsto questo mo­mento. Avevo già presa la mia decisione. Non mi sono chiesta, né mi chiedo, se nel metterla in atto o anche con il solo pensarla, io compio un gesto umano o pazzesco. So soltanto una cosa, e con estrema chiarezza: io non ti darò questo figlio. Se tu ti ribelli, se tu ricorrerai alla forza, o alla legge, o a chissà quale altro mezzo a tua disposizione, eb­bene, Frank, io ho lunghi mesi innanzi a me, e1 nessuno potrà impedirmi, in un certo istante, da mettere fine a tutto. A tutto, capisci?

Frank                          - Ma questo è quanto di più disumano si possa pensare! Un delitto!

Anne                           - Meno grave del tuo. Io posso stroncare la vita della mia carne. Tu prepari il massacro di figli nati e non nati. (Violenta) Potrai ucciderli anche tutti. Ma il mio, no. Il tuo, no. Capisci bene: non sarà tra le vittime di una nuova carneficina. In me, solo in me, per sempre.

Frank                          - (dopo un lungo silenzio, si è seduto accanto ad Anne, e tace fissando lo sguardo in un punto lontano; poi, con tono staccato, quasi parlasse in trance) Qualche tempo fa ho veduto giocare dei bimbi. Passavo accanto al giardino pubblico, ho udito i loro gridi, sono entrato, mi sono seduto su una panchina. Erano in parecchi, attorno ad un grosso pallone, color fiamma, una delle nostre sonde fuori uso. Ad un tratto, stretto violentemente in una mischia, il pallone scoppiò con una forte detona­zione. Tre o quattro di quei ragazzi, per lo spa­vento e per la rincorsa stroncata, caddero riversi a terra, sulla ghiaia... Tra loro, i brandelli del pal­lone apparvero come rivoli di sangue... (Coprendosi gli occhi con le mani) Gettai un urlo, balzai in piedi, corsi fuori dal giardino, scappai disperata­mente, inseguito dalle improvvise risate dei ragazzi subitamente rientrati nel gioco... (Pausa) Se sono ritornato al lavoro quella mattina, Anne, vuol dire che nulla, nessuno può fermarmi, può fermarci. Perché, credimi, l'ebbi immediato, il pensiero di andare al mio ufficio soltanto per scrivere e conse­gnare una lettera di dimissioni. Più di ogni altro monito, mi squarciò le tenebre nelle quali vivevo e operavo quel gioco di bimbi diventato improvvi­samente immagine di tragedia. L'avevo in me, ca­pisci? Quel pensiero atroce, quel sospetto. Covava in me da chissà quanto tempo! (Pausa) Sono rien­trato al mio ufficio, ho ripreso il mio lavoro. Come un automa. Avvertivo soltanto un gran peso al cuore. Anche tu, in quei giorni, non ti sei accorta di nulla, di me e della mia pena. (Pausa) Io sono certo che ognuno dei miei compagni di lavoro si è tro­vato di fronte agli stessi dubbi, agli stessi interro­gativi. Questa è la realtà. E se anche uno si fer­masse, a che potrebbe servire il suo gesto? E' già accaduto, forse. Ma noi abbiamo continuato il cam­mino. (Pausa) Non siamo padroni della nostra vo­lontà. Siamo tutti le piccole ruote di una grande macchina, di una macchina che macina il tempo, che non si arresta mai. Noi individualmente non contiamo. Noi crediamo di essere qualcuno, di avere un nome, una personalità, una vita tutta nostra... Noi siamo nessuno. Spariscono anche i nostri volti. Si annienta la volontà. Sono gli altri che ci esal­tano, che creano il mito della nostra personalità. E noi tutti ci lasciamo ingannare. Per sopravvivere, capisci? Ci lasciamo convincere da chi ci considera esseri superiori, creature elette, campioni di civiltà, eroi della scienza... Qualcuno riesce anche ad ingan­narsi per tutta la vita, e forse è felice. Gli altri... Lo vedi. Basta un segno, per il risveglio : una voce di donna, una parola che entra nuova nel corso dei nostri pensieri, nel disegno della nostra giornata... (Profondamente colpita, Anne allunga una mano verso il braccio di Frank, quasi a volerlo sostenere, ma non lo sfiora) Farai ciò che vorrai, Anne. Può darsi ch'io non ti ritrovi più qui, al mio ritorno. Ma è molto più probabile che tu rimanga al tuo posto. (Con infinita tristezza, ma fermo e quasi duro) Perché tutti siamo colpevoli, Anne. Nessuno sa e può sottrarsi alla condanna. Neppure noi. Dopo ogni cataclisma provocato dagli uomini, il mondo intero pensa che debba essere l'ultimo, per sempre, per tutto il resto della esistenza umana. Ma tutto si rimette in moto verso un'altra mèta di sangue. (Con forza) Che fanno le madri, per arre stare il cammino alla nuova guerra che stroncherà la vita dei loro figli? Piangono e tremano di paura. Ma che altro possono fare? Basterebbero un grido e un gesto compiuto da tutte insieme per fermare la macchina bestiale che stroncherà le loro crea­ture. Quando mai è stato gettato quel grido? E compiuto quel gesto? (Pausa) Tutti colpevoli, Anne. Tutti condannati. Anch'io. Colpevole del cammino che ho compiuto, condannato da te che mi sei tanto vicina, che ora porti nella tua carne il segno della mia vita... Non invoco pietà, Anne. Ti chiedo solo di essere umana, nell'istante in cui tutti, in alto o in basso, illuminati od oscuri, siamo colpevoli di non aver saputo fermarci in tempo... (Si irrigidisce, com­piendo uno sforzo sovrumano per non abbando­narsi ad un pianto disperato e liberatore).

Anne                           - (faticosamente si alza dalla sua poltrona; lunga pausa. Poi) Non siamo più soli, tu e io, con il domani affidato a questa vita nuova... Siamo tutti in attesa. In attesa che qualcuno decida per noi. Che qualcuno ci insegni, ci guidi. Noi due siamo cancellati : la nostra è l'attesa di tutti, per tutti... (Compie un passo verso Frank) Adesso usci­rai di qui come ogni giorno. Presto, Frank. Finché le forze mi reggono. Esci come sempre, Frank. Forse non è accaduto nulla. (Frank ha un attimo di esitazione, poi, con passo fermo, esce. Anne è rimasta immobile ritta al posto in cui ha pronun­ciato le ultime parole. Si avverte, nel suo corpo, un lungo brivido. Porta le mani al ventre, in racco-cimento. Volge il capo in alto. Pronuncia le pa­role con tono semplice, chiaro) Dio, perdona a noi tutti. Dio, perdona anche a quelli che devono an­cora nascere.

FINE

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