Un matrimonio di guerra

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Un matrimonio di guerra

di Vincenzo Rosario Perrella Esposito

(detto Ezio)

06/06/2014

Personaggi: 11

Giusto Nondirlo                              sposo

Beatrice Dante                                sposa

Norma Di Bellini                            cantante

Armando Pugliese                          cugino pugliese

Dolores Distomacos                       sarta

Fermo Conlemani                           cameriere locale

Libera Stanotte                                cugina di Beatrice

Don Modesto e don Ciro Apparte   preti gemelli

Narciso Vanesio                              cugino di Beatrice 

Kaspar Attutt                                   soldato SS

Comparse 2 soldati nazisti

Anno 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale. Napoli, locanda di Giusto Nonfarlo, nella zona dei Tribunali. E’ il periodo della dominazione nazista in Italia. I tedeschi controllavano le nascite e i matrimoni dei civili, come proprio censimento. Chi trasgredisse quste impostazioni, non poteva dare luogo ad un matrimonio. E dunque, talvolta capitava che una cerimonia avvenisse di nascosto, soprattutto durante orari di coprifuoco, al punto da scatenare l’intervento dei soldati delle SS. Nello specifico, si narra de matrimonio di Giusto e Beatrice. Alla presenza di pochi invitati, i due tentano di sposarsi. Ma una volta per un motivo, una volta per un altro, c’è sempre qualcosa che ne impedisce l’officiazione del matrimonio. Il comandante delle SS Kaspar è soldato severo. Per evitarne l’intervento, gli aspiranti sposi e i loro invitati devono fare in fretta la cerimonia e nascondersi quando avvertono la presenza di lui e dei suoi soldati. Ma alla fine il matrimonio si farà?       

Numero posizione SIAE 233047

Per contatti Ezio Perrella 3485514070 ezioperrella@libero.it


            Anno 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale. Napoli, locanda di Giusto Nondirlo, nella zona dei Tribunali. Al locale si accede da una comune centrale. A destra c’è una porta che conduce in cucina e bagno. A sinistra, altre sale e una camera da letto. In sala, tre tavolini con due sedie. Qualche scaffale e quadri alle pareti rifiniscono l’ambiente.

ATTO PRIMO

1. [Armando Pugliese, Fermo Conlemani, Narciso Vanesio e Giusto Nondirlo]

                   Seduti al tavolo, Giusto, Armando, Fermo e Narciso giocano a Scopone. Ecco le

                   squadre: Giusto-Armando contro Fermo-Narciso. C’è accanimento.

Fermo:      (Con soddisfazione) Scopa! E so’ quatte!

Armando: (Accento pugliese. Se la prende con Giusto) Disgrazieto, ma che hai combineto?

                   Vai a calare il Settebello e gli fai mettere scopa?

Giusto:      E io che ne sapevo che chillo teneva ‘n’atu sette? Io ne tengo ati dduje.

Armando: (Ironico) Bravo, dinci tutte le cherte che tieni in mana!  

Narciso:    (Ha uno specchietto. Vi si guarda) Va bene, Armà, adesso però tocca a te.

Armando: Giusto, guarda come si gioca a Scopone! (Tira la sua carta e poi grida) Scopa!

Fermo:      No, signor Armà, e comme facite a ffa’ scopa? ‘Nterra ce sta sulo ‘a carta vosta!

Narciso:    Infatti. Adesso tocca a me giocare la mia carta. E allora… scopa! E so’ cinche!

Giusto:      Armà, ma che cumbine? Vaje a jucà l’asso ‘e denare, accussì, bell’e buono?

Armando: Ma perché, devo avvisà a qualcuno?

Narciso:    Vabbuò, Giusto, ora tocca a te.

Giusto:      (Timoroso) Ma… è sicuro che tocca a me?

Narciso:    E sì. Tu vieni subito dopo di me. Perciò, gioca.

Giusto:      (Timoroso) Uh, Maronna mia! E si po’ sbaglio?

Fermo:      Signor Giusto, nun ve prioccupate, nun succede niente.

Giusto:      E vabbuò, io vaco. (Chiude gli occhi e gioca) Ecco qua.E’ successo qualcosa?

Fermo:      No, non ce l’ho questa carta. (Gioca la propria carta) Aggia refonnere pe’ forza.

Giusto:      ‘O vero? (Fiero) Armà, he’ visto?

Armando: Sì, sì, ma ora non ti atteggiare. Adesso ci penso io! (Tira la sua carta) Ecco qua!

Narciso:    Scopa! E sono sei!

Armando: Mannaggia ‘a capa toja, Giusto, mi hai fatto sbagliére!

Giusto:      E che c’entro io? Aggio capito, mò salvo io ‘a situazione. (Gioca la sua carta)

Fermo:      Ah, e mò sto’ ‘nguajato! (Gioca la propria carta) Signor Armà, mò tocca a vuje.

Giusto:      Armà, miette scopa. Nun ‘o tiene ‘o cavallo?

Armando: ‘O chevello?

Giusto:      No, qualu chevello? ‘O cavallo!

Armando: E io quello sto dicendo. Purtroppo ti devo da’ una brutta notizia: nun ce ne

                   stanne cchiù. (Gioca la propria carta) Devo rifondere per forza. Butto un 2.

Narciso:    E io me lo prendo. (Gioca la sua carta)

Giusto:      Scopa!

Fermo:      Ma no, che state dicendo?

Narciso:    Giusto, non è possibile che hai fatto scopa. A terra c’è il cavallo. Tu invece hai

                   calato un 6. Mancano ancora 3 numeri.

Giusto:      E ‘nu mumento, io ancora aggia fernì. Adesso butto pure un 3 a terra. (Mette sul

                   tavolo il 3, con soddisfazione) Ecco qua: 6 e 3=9: è scopa!

Fermo:      Ma nun se gioca accussì.

Giusto:      Tu e Narciso nun site sportive. (Poi a Armando) Armà, tu nun dice niente?

Armando: (Rassegnata) E che posso dicere? Hanno ragione loro. Alza quel 3 da terra.

Giusto:      Ma tu stai con me o contro di me?

Armando: Sto contro a te, a Fermo e a Narciso! Sto’ jucanno io solo! Va’, Fermo, va’!

Fermo:      Non prendo niente, ma è l’ultima carta, e quindi il cavallo è roba mia.

Giusto:      (Stufo) Ma che te piglie, tu? Néh, ma quanta cunferenza? Puosa chillu cavallo!

Fermo:      No, nun ‘o voglio pusà.

Giusto:      Fermo Conlemani!

Armando: Ma se quello non ti sta toccando proprio!

Giusto:      No, quello si chiama proprio Fermo Conlemani. Ed è il cameriere del mio

                   locale. Perciò, se non lascia quel cavallo, io lo licenzio!

Narciso:    Va bene, basta, ora! Contiamo le carte e vediamo quanti punti abbiamo fatto.

Giusto:      Ecco, forse è meglio.

                   Narciso e Giusto contano i punti accumulati nelle carte che hanno preso.

Narciso:    Noi abbiamo fatto 4 punti di mazzo, più le 6 scope, andiamo a 10.

Armando: E noi, invece?

Giusto:      (Imbarazzata) Ehm… ehm… amme fatto cocche punto in meno a loro!

Armando: E cioè?

Giusto:      Zero.

Armando: (Impreca in un pugliese incomprensibile) Ma porc’ miser’ infam’ che non pass’

                   un guaio iss’ e tutta la razza sua, mentr’ dorm’ la nott’ e non s’accorg’ di nient’!

Narciso:    Ma che cacchio ha ditto?

Fermo:      Boh!

Narciso:    Armà, adesso ci facciamo la seconda passata.

Armando: No, no, basta! Ve la diamo vinta. Tanto, ci siamo giocati un caffè.

Narciso:    Ma che caffè? Prima di giocare, abbiamo stabilito che ci giocavamo i dolci della 

                   pasticceria napoletana. Dunque, andiamo subito nella pasticceria qui di fronte.

Armando: E va bene, andiamoci un momento.

                   I quattro si alzano in piedi.

Fermo:      Vengo anch’io?

Giusto:      No, te lo porto io, il dolce. Tu pulisci nel locale e metti l’olio nelle lampade.

Armando: Senti, Narcì, invece d’’o dolce di fine pasticceria, lo vuoi un pacco di biscotti? 

Narciso:    No, no e no. Il dolce di fine pasticceria e basta!

Armando: (Deluso) Cugino mio, hai perso tutta l’ingenuité, la semplicité e la genuinité.

                   Andiemo, ch’è meglio!

                   I tre escono, mentre Fermo comincia a mettere a posto le sedie, seccato.

Fermo:      Ma pensa un poco: primma nun vincevo maje ‘na partita a carte. Ma da quando

                   gioco contro il signor Armando e il signor Giusto, vinco spesso. Che sfizio!

2. [Fermo e Norma Di Bellini. Poi Dolores Distomacos]

                  Mentre Fermo mette a posto le sedie, da sinistra entra Norma (è una pettegola).

Norma:     Fermo, avete finito di giocare a carte?

Fermo:     Sì. Perché? La sposa è pronta?

Norma:     Quasi! Quella poveretta di Beatrice e quel poveretto di Giusto si devono sposare

                di nascostoper non farsi notare dai soldati nazisti.

Fermo:   (Smette di mettere a posto ed interroga Norma) Siente, Norma, io nun aggio

                capito ‘na cosa: ma se i nazisti scoprono questo matrimonio, che succede?

Norma:  ‘O ssaje che nun l’aggio capito manco io? (Felice) In ogni caso, il matrimonio dei

                due sposini avviene qui nel locale di Giusto. (Poi triste) Già, proprio qui.

Fermo:   E che d’è? Tu mommò stive allegra!

Norma:  Fermo, tu non puoi capire. Io sono una grande cantante. Ma per colpa della

                guerra, non riesco ad essere scritturata in nessun teatro d’Italia. Ed ho perso pure  

                la voce. Io, la grande Norma Di Bellini!

Fermo:   E pecché, io nun so’ costretto a ffa’ ‘o cameriere ccà ddinto?

Norma:  Ma pecché, tu che vvulìsse fa’?

Fermo:   Il Re d’Italia, successore di Vittorio Emanuele!

Norma:  Ma famme ‘o piacere. Io che te stongo pure a sentere! Fermo, io vado qua fuori a

                prendere la sarta.

Fermo:   Quala sarta?

Norma:  ‘A sarta, chella che ffa ‘e vestite. Deve dare un’ultima sistemata al vestito di

                Beatrice. Io torno subito.

                Norma esce al centro. Fermo allora pulisce sui tavolini con uno straccio. Poi si

                guarda intorno, sale su una sedia e comincia una specie di comizio (osservato in

                silenzio da Norma e Dolores Di Stomacos che intanto entrano dal centro).

Fermo:   “Italiani! Maniata di brava gente! Accocchiamento di persone perbene! Qui è il

                vostro sovrano che vi parla: Re Fermo I di Portici! Voi non avrete altro sovrano al

                di fuori di me. Non nominate il mio nome in divano! E ricordatevi di preparare le

                mie feste. Ah, a proposito, non vi dimenticate di onorare il padre e la madre. E vi

                ordino di non uccidere, di non commettere cose sporche, di non rubare, non dire

                fesserie, non desiderare la roba e soprattutto la donna d’altri, e specialmente la

                mia! (Si volta verso le due) Avete capit…?

Le due:   (Lo applaudono) Bravoooo!

Fermo:   (Scende dalla sedia, imbarazzato) Ehm… no, niente. Norma, chi è questa signora?

Dolores: (Accento sardo) Dolores Distomacos!

Fermo:   Nun aggio capito: ‘o discorso mio v’ha fatto venì ‘o malo ‘e stommeche?

Dolores: No, sono Dolores Distomacos!

Fermo:   Olé!

Dolores: Non sono spagnola. Vivo a Napoli da quando sono nata, ma sono di origine sarda.

Norma:  Ed è una sarta. E’ una sarta sarda!

Dolores: E voi siete lo sposo?

Fermo:   Io? No, io songo ‘o cameriere ‘e chistu locale.

Dolores: Norma, allora ti devi sposare tu?

Norma:  No, il matrimonio è di Beatrice Dante.

Dolores: Ah, ecco, Beatrice e Dante si devono sposare.

Fermo:   No, Beatrice e Dante sono la stessa persona. E questa Beatrice si deve sposare con

                Giusto Nondirlo. E’ inutile che mi guardate così. Non è che questo tizio non vuole

                far sapere il suo nome, si chiama proprio Giusto Nondirlo. (Confuso) E si sposa a

                Dante e a Beatrice! A Beatrice e a Virgilio! Se sposa a tutta ‘a Divina Commedia!

                (Spazientito) Signò, io nun ce vulévo venì a ‘stu matrimonio. Vabbuò? Ecco qua!

Norma:  Fermo, stamme a sentì: vai un momento qua fuori. Nella macchina di Dolores c’è

                una valigetta con gli attrezzi da sartoria. Pigliancella ‘nu mumento, pe’ piacere.

Fermo:        E vabbuò. Con permesso.

                     Esce via a destra. Le due lo osservano perplesse.

Dolores:      Vogliamo andare dalla sposa? Così almeno vedo chi è.

Norma:        Subito, subito. Per di qua.

                     Le due escono a sinistra.

3. [Armando, Narciso e Giusto. Poi Beatrice Dante. Poi Kaspar]

                     Dalla comune al centro, di corsa, spaventati, affannati, giungono Armando,

                     Narciso e Giusto. Quest’ultimo chiude la porta del locale e vi si para davanti.

Narciso:      Mamma bella! I nazisti ci stanno cercando. C’è il coprifuoco e noi siamo usciti.

Giusto:        Ma noi non lo sapevamo. Armando, tu lo sapevi?

Armando:   Ma se io stamattina sono arriveto! Io stavo a Beri!

Narciso:      A bere?

Armando:   A Beri! La città di Beri.

Narciso:      Ah, a Bari.

Giusto:        E mò comme facìmme?

Armando:   E che ne so, io?

Narciso:      Nun ve prioccupate, sicuramente ‘e naziste già se n’hanne jute.

                     Si sente bussare alla porta con forza e la voce del comandante nazista Kaspar.

Kaspar:       (Accento tedesco) Aprite! Aprite, se no buttare a terra porten!

Narciso:      (Preoccupato) Avìte ‘ntiso? So’ lloro! Stanne ccà ffora.

Armando:   Manteniamo la chelma! Giusto, apri la porta, così ci parlo io.

Giusto:        E vabbuò.

                     Giusto apre a Kaspar (in divisa nazista)il quale Parla ai suoi soldati che

                     restano fuori.

Kaspar:       Soldaten aspettare qui. (Entra nel locale ed osserva i tre con sguardo severo)

                     Voi,non sapere che ci essere coprifuoco? Eh? Chi avere detto voi di uscire?

Arm&Nar: (Indicano Giusto) Lui!

Giusto:        Spie!

                     Kaspar squadra dalla testa ai piedi Giusto che allora fa altrettanto.

Kaspar:       Come chiamare voi?

Giusto:        Giusto Nondirlo!

Kaspar:       E perché non volere dirlo? Io vi ho chiesto vostro nome e cognome.

Giusto:        E io vi ho risposto: Giusto Nondirlo.

Kaspar:       (Comincia a spazientirsi) No, voi dovete dirlo.

Giusto:        Giusto Nondirlo.

Kaspar:       E invece dovete dirlo, se no vi arrestare!

Armando:   (Interviene tra i due) Aspettete, non vi appiccichete! Non è il cheso!

Narciso:      Il?

Armando:   Il cheso!

Narciso:      Ah, il caso!

Armando:   Del resto, noi italiani e voi tedeschi siamo alleati.

Giusto:        No, non siamo più alleati.

Armando:   Ah, no? (A Kaspar) Allora ve ne potete andere!

Kaspar:       Come permettere voi di intervenire? Quale essere vostro nome e cognome?

Armando:   Armando Pugliese! Vengo da Beri!

Kaspar:     Ah, non siete italiano?

Armando: Sì, sono italianissimo. Non si sente?

Kaspar:     Voi non mi convincete. (Poi a Narciso) E voi chi essere?

Narciso:    (Si vanta)Narciso Vanesio! Sono il fotografo più famoso di tutto il quartiere. (Si

                   guarda allo specchietto) E sono pure un bell’uomo!

Kaspar:     E cosa stare facendo qui, tutti e tre?

Giusto:      Scusate, ma a voi che ve ne frega? Ma insomma, chi vi pensate di essere?

Kaspar:     Comandante nazista: Kaspar Attutt!

Giusto:      (Gli rifà il verso) No, tu Ka nun spar a nisciun, o si no abbusk!

Kaspar:     Insomma, cosa fate in questo posto a quest’ora? Mica state andando a donne?

Narciso:    Ammagàre!

Armando: No, quali donne? Qua non ci sono donne.

                   Da sinistra entra Beatrice (di spalle) in abito bianco, non da sposa. Si lamenta.  

Beatrice:   No, no, no, non ci siamo! Il vestito è fatto male.

Kaspar:     E chi essere questa donna?

Beatrice:   (Lo riconosce e rimane sconvolta) Oddio!

Giusto:      No, ma quella non è una donna. E’ la mia fidanzata.

Kaspar:     Fidanzaten? Posso parlare io con lei?

Giusto:      No, ‘nu mumento. Che le vuo’ dicere? Tu si’ pericoloso. Tieni la mitraglietta!

Kaspar:     Voi stare tranquillo. Io solo interrogo lei. Parola di soldato del Terzo Reich!

Giusto:      E vabbuò, però miette ‘a sicura ‘a mitraglietta. T’arraccummànno. Cià, amò.

Beatrice:   Cià, tesò.

Giusto:      Guagliù, jammuncenne allà. Aiutatemi a mettere a posto nel locale.

                  Giusto, Armando e Narciso escono a destra. Kaspar li osserva, poi interroga

                  Beatrice (che tiene il volto un po’ girato dalla parte opposta, quasi ad evitare lo

                  sguardo del tedesco che le gironzola intorno).

Kaspar:    Appena io avere visto te, mi è venuto un colpo. Beatrice Dante! Da quanto

                  tempo io non vedere te.

Beatrice:  Che cosa vuoi? Sono andata via da Berlino e mi sono rifatta una vita con un

                  uomo abbastanza più grande di me.

Kaspar:    Tu avere fatto male a scappare da Berlino. Io e te eravamo star di teatro tedesco.

Beatrice:  Già. Ricordo ancora il successo dell’opera: “L’amante di Hitler”, che poi ero io.  

                  Ma non potevo restare in Germania. Dovevo salvare il bambino che era con me.

Kaspar:    E dove essere lui adesso?

Beatrice:  Non devi saperlo, Kaspar.

Kaspar:    Tu dimenticare che io sono un comandante di SS naziste. Se io voglio, io trovo!

Beatrice:  Ma insomma, che ti interessa delle cose mie? Se vuoi far carriera, vinci la guerra.

Kaspar:    E va bene, io andare via. Ma fuori c’è coprifuoco. Entro dieci minuti voglio

                  questo locale chiuso. Se no io lo chiudo per sempre.

                  Kaspar esce via. Beatrice pare un po’ turbata.

Beatrice:  Devo fare presto a sposarmi. (Guarda a sinistra) Cara sarta, quest’abito è

                  bellissimo! (Andando a sinistra) E’ stupendo!

                  Esce via a sinistra.

4. [Don Modesto Apparte e Libera Stanotte. Poi Armando, Fermo, Narciso e Giusto]

                  Dalla comune (al centro) entra Libera Stanotte (con una mantella con cui si cela                     

                  il viso) e il prete don Modesto Apparte (anch’egli cela il viso con una mantella).     

Libera:    Venite, venite, don Modesto. E’ questo il posto dove si svolge il matrimonio.

                 Modesto sta per parlare, ma Libera lo interrompe.

                 No, non parlate. Non c’è bisogno. Tra poco gli sposini saranno pronti e voi

                 potrete celebrare la loro unione.

                 Modesto sta per parlare, ma Libera lo interrompe.

                 Aspettate, non c’è tempo, non c’è tempo. (Chiama) Giusto, Beatrice!

                 Modesto sta per parlare, ma Libera lo interrompe.

                 Sì, sì, li ho chiamati.

                 Da destra torna Giusto.

Giusto:    Chi è?

Libera:    (Va da lui) Zitto, zitto, non parlare! Io ti conosco, anche se tu non conosci me.

                 Mia cugina Beatrice mi ha detto tutto. Io sono Libera Stanotte!

Giusto:    E ch’aggia fa’ che tu si’ libera stanotte? Io già tengo a Beatrice!

Libera:    Ma no, non sono libera in quel senso. Sono Libera Stanotte, nome e cognome.

Giusto:    Ah, meno male! E che ci fai qua? Sei invitata al matrimonio?

Libera:    Sì, ho portato pure il prete.

Giusto:    T’he’ purtato ‘nu prevete? Ma che mondo è questo?! Dove siamo arrivati?!

Libera:    Siente, ma tu fusse ‘nu poco scemo? Io ho portato il prete che deve celebrare il

                 vostro matrimonio. Modesto Apparte.

Giusto:    Vabbuò, però mò nun te muntà ‘a capa!

Libera:    No, Modesto Apparte è il prete. Don Modesto Apparte.

Giusto:    Ah, e dove sta? E’ lui? (Va da Modesto) Piacere, Giusto Nondirlo.

                 Modesto sta per parlare, ma Giusto lo interrompe.

                 Lo so, voi state per cascare nel solito equivoco dove cascano tutti. Io mi chiamo

                 Giusto Nondirlo. E di quale parrocchia fate parte?

                 Modesto sta per parlare, ma Libera lo interrompe.

Libera:    Pio Monte della Misericordia!

Giusto:    Ah, ecco. Don Modesto, io lo so, voi vi domanderete perché non ci sposiamo in

                 chiesa. E’ vero?

                 Modesto sta per parlare, ma Giusto lo interrompe.

                 Non vi preoccupate, ve lo dico subito: è troppo pericoloso di questi tempi

                 sposarsi ed avere figli, senza dover dare conto ai nazisti. E dobbiamo fare pure

                 presto, perché da queste parti ci sta una truppa tedesca di ronda. Volete

                 conoscere la mia futura sposa? Adesso ve la presento.

                 Si avvicina alla porta di sinistra e la chiama.

                 Beatrice! (Poi torna da Modesto e Libera) Ma prego, accomodiamoci. Tra poco

                 la fortunata che mi sposerà sta qui.

                 Giusto, Modesto e Libera si accomodano ad uno dei tavolini. Intanto da sinistra

                 tornano Beatrice (che ha il velo da sposa), Norma e Dolores.

Dolores:  Signorina Beatrice, avete visto com’è venuto bene, il vestito?

Beatrice: Sì, sì, va bene, diciamo così.

Norma:   Appena Giusto ti vedrà, si commuoverà.

Giusto:    (E pe’ forza me commuovo, cu’ tutt’’e sorde ch’aggio cacciato…!).

Dolores:  E allora adesso vi dico quanto mi dovete pagare. Dunque…

Beatrice: No, no, pago tutto dopo il matrimonio. Adesso dobbiamo celebrare.

Norma:   Ma non c’è nemmeno il prete.

Libera:      (Si alza in piedi e va dalle tre) E chi ve l’ha detto?

Beatrice:   Uhé, Libera! Signora Dolores, Norma, vi presento mia cugina Libera.

Libera:      Sì, piacere, però adesso non perdete tempo. Io torno più tardi con una sorpresa.

Beatrice:   Va bene, Libera. A dopo.

                   Libera esce via, mentre Beatrice interroga Giusto.

                   Néh, Giusto, ma dove sono gli altri uomini?

Giusto:      Altri uomini non ce ne sono. Caso mai ci stanno Fermo, Narciso ed Armando.

Beatrice:   E chiamali, così cominciamo la cerimonia.

Giusto:      (Va alla porta di destra e li chiama) Guagliù, jamme a venì ‘a parte ‘e ccà.

                   Da destra giungono Armando, Narciso (con macchina fotografica) e Fermo.

Armando: Eccoci qua. E’ venuto il prete?

Narciso:    Ma pecché, chi sta murenno?

Armando: Animale, il prete per il matrimonio.

Narciso:    Ah, già.

Giusto:      Il prete è venuto. Mò assettateve e facìtece fa’ ‘a cerimonia ‘ngrazia ‘e Dio.

                   Gli altri si siedono, mentre Beatrice e Giusto si appostano di fronte a don

                   Modesto che prepara i paramenti sacri.

5. [Detti tranne Kaspar]

                   E’ tutto pronto per il matrimonio. Don Modesto apre la bocca per parlare,  

                   quando suona l’allarme bombardamenti.

Tutti:         Oh, no!

Giusto:      Ma proprio mò ‘eva sunà ‘stu cacchio ‘e allarme?

Beatrice:   E mò comme facìmme?

Giusto:      Amma ì ‘int’’o ricovero. Mica putìmme rimané ccà? Voi che dite, don Modesto?

                  Modesto sta per rispondere, ma Giusto lo anticipa.

                  No, no, decido io: adesso ce ne andiamo tutti nel ricovero, poi torniamo qui e

                  celebriamo il matrimonio. (Agli altri) Signore e signori, ascìmme.

                  Tutti escono via (Narciso posa a destra la macchina fotografica e li raggiunge).

                  Da fuori, Giusto chiude la porta del locale. L’allarme cessa, si sentono giungere

                  gli aerei. Intanto la porta del locale si apre ed entra Kaspar. Si guarda intorno,

                  va a destra e torna con due bottiglie di liquore (una è di Grappa). Poi esce via.

Voce esterna: Due ore dopo!

                   Sirena del cessato allarme che si smorza pian piano. La porta del locale si apre,    

                   entrano Giusto e Fermo: si guardano intorno. Poi Giusto avvisa gli altri, fuori.

Giusto:      (A mezza voce) Via libera!

Fermo:      (Gridando) Via libera!

Giusto:      Ma ch’allucche a ffa’? Hanne ‘ntiso.

                   Entrano tutti gli altri.

Armando: Uhé, allora torniamo ognuno nelle proprie posizioni.

Narciso:     Io vado a prendere la macchina fotografica. 

                   Va a destra, mentre tutti gli altri tornano in posizione.

Beatrice:   Amore mio, finalmente ci sposiamo.

Giusto:      Aspiette, nun cantà vittoria.

Armando: (Fa uno starnuto) Etcià!

Giusto:      (Tiene in alto le mani) Mi arrendo!

Beatrice:   No, è Armando, è Armando!

Norma:     (Mano sul viso, si commuove e piange rumorosamente) Uuuuuh… uuuuh…!

                  Giusto, Beatrice e Modesto si guardano intorno.

Giusto:      Ma che d’è ‘su lamiento?

Beatrice:   Forse è trasuto cocche animale ‘intt’a dispensa!

Norma:     No, songh’io. Me so’ commossa.

Dolores:    E nun chiagnere, o si no me faje commuovere pure a me.

Fermo:      Ma ‘a vulìte fernì, tutt’e ddoje? (Si commuove) O si no me facìte commuovere

                   pure a me!

Giusto:      Ma ch’avutamiento ‘e stommeche! Speramme che torna ambresso Narciso.

                   Da destra torna Narciso con la macchina fotografica.

Narciso:    Eccomi qua. Ora vi potete sposare.

Giusto:      Bene, don Modesto, cominciate pure. Una bella cerimonia svelta, svelta! Grazie.

Modesto:   (E’ tartaglio. Sembra una mitraglietta) Du-du-du… du-du-du…!

Gli altri:    (Sorpresi) Eh?

Giusto:      Beatrì, ma ‘stu prevete è cacaglio!

Beatrice:   Uh, mamma mia. Chisto ce mette trent’anne pe’ ce spusà!

Modesto:   Du-du-du… du-du-dunque!

Giusto:      Sì, bonanotte! E mò comme facìmme?

Fermo:      M’è venuta ‘n’idea: qualcuno di noi vi legge la funzione sul libro di don

                   Modesto e ve la suggerisce. E voi ripetete. Ve piace st’idea?

Modesto:   S-s… s-s… s-sì!

Giusto:      E gghiamme bello, jamme. Armando, aggie pacienza, suggerisci.

Armando: Subito! (Si alza, va a sedersi accanto a don Modesto) Eccomi qua, sono pronto.

Modesto:   (Gli pone davanti il libro col cerimoniale) Le-leggete!

Beatrice:   Amore mio, finalmente ci sposiamo.

Giusto:      E gghiamme a ce movere, jamme! Vai, Armando.

                  Ma mentre Armando sta per leggere, va via la luce.

Narciso:    Bonanotte! Ch’è succieso, mò?

Armando: E’ andeta  via la corrente!

Narciso:    E addò è gghiuta?

Armando: Cretino, è mancheta la luce!

Giusto:      Fermo, disgraziato, che he’ cumbinato?

Fermo:      Io? Niente!

Dolores:    Mamma mia, io ho paura del buio.

Norma:     E pure io.

Beatrice:   E ve state zitte? Quanta muina state facenno! Forza, Giusto, fa’ turnà ‘sta luce.

Giusto:      Io? Fermo, fa’ turnà ‘sta luce.

Fermo:      Subito! Narciso, damme ‘na mana!

Dolores:    Oddio mio, ho troppa paura del buio. Norma, abbracciami!

Norma:     Certo.

Beatrice:   Anch’io ho paura. Giusto, abbracciami!

Giusto:      Ma certamente!

                  Torna la luce e si notano Dolores e Beatrice abbracciate, Norma che abbraccia

                  una sedia e Giusto che abbraccia don Modesto. Tornano Fermo e Narciso.

Fermo:      Néh, ma che state facénno?

Norma:     No, niente, io me stongo a bbraccianno a… (Nota la sedia)

Dolores:    Io me stongo abbracciano a… ‘a signurina Beatrice?

Giusto:      No, ma ‘a signurina Beatrice m’’a stongo abbraccianno io! (Guarda bene e nota

                   don Modesto) No, ne stongo abbraccianno a don Modesto! Don Modé,

                   jatevénne ‘o posto vuosto.

Modesto:   E va… e va… e va bene! (Esegue)

Armando: Forza, tornete alle vostre posizioni. Io mi sono proprio scoccieto. Mi sa che ho

                   sbaglieto a lasciare Beri per venire qua.

                   Tutti riprendono le loro rispettive posizioni.

6. [Detti tranne Kaspar]

                   Sono tutti pronti. Armando comincia a leggere il cerimoniale.

Armando: Nel nome del Pedre, del figlio e dello Spirito Sento, amen!

I due:        (Ripetono con accento pugliese) Nel nome del Pedre, del figlio e dello Spirito

                  Sento, amen!

Modesto:  (Ad Armando) Ma-ma co-comme pàrlene, ‘sti duje?

Giusto:     E lui così ci ha suggerito!

Beatrice:  E già, e noi così abbiamo parlato.

Modesto:  Ho ca… ho ca…                                                                       *(pare che la chiami “oca”)

Beatrice:  Oca a me?

Modesto:  No, ho ca… ho ca… ho capito! Scu-scu-scusate, ma vo-voi vi siete co-co-co…

                  co-co-co… co-confessati?

I due:        Eh?

Armando: Vuole sapere se vi siete confesseti!

I due:        No!

Modesto:   E co-co-co… e co-co-co… e co-co-co…!

Armando: E come vi sposete?

Modesto:   Gra-grazie!

Armando: Preghe!

Beatrice:   Scusate, ma è obbligatorio confessarsi?

Modesto:   E ce-ce… ce-ce…

Giusto:      Che c’è?

Modesto:   Nie-niente. Ce-ce… ce-certo!

Dolores:    (Si alza in piedi e protesta) Sentite, ma io tengo che ffa’! Nuje ce amma movere!

Fermo:      (Si alza in piedi e protesta) E pur’io tengo che ffa’.

Narciso:    Ma poi, se incominciano a bombardare, ccà facìmme ‘a fine d’’e furmiche! (Si

                   guarda allo specchietto) E io sono un bell’uomo!

Modesto:   Ah, sì? E allo- e allo-e allora me ne vado.

Gli altri:    No, no, no…!

Armando: Chelmi, chelmi!

Giusto:      Ma che “chelmi, chelmi”?

Beatrice:   E invece ha ragione Armando. Se ci dobbiamo confessare, ci confesseremo.                 

                  (Agli altri) Signori, per piacere, aspettateci nell’altra sala. Io e Giusto ci

                  confessiamo un momento. Tanto, si tratta di 10 minuti.

Gli altri:   (Seccati) E va bene.

                  Escono via a destra, compreso Armando.

Beatrice:  Giusto, comincia a confessarti tu.

Giusto:     Faccio presto, non ti preoccupare.

                  Beatrice esce a destra. Don Modesto indica a Giusto di sedersi al tavolo, cosa

                  che poi fanno. Anzi, giusto ha una domanda per Modesto.

                 Don Modesto, una curiosità: come ci si confessa?

Modesto: Fa-fatti il Se-Segno della Croce. Pe-però non in pugliese.

Giusto:    Ma che pugliese? Quello è mio cugino Armando ch’è pugliese. Io so’ napulitano.

                 Però mi confesso in italiano. Solo che c’è un problema: come si fa il Segno della

                 Croce? Non mi ricordo le parole!

Modesto: Nel no-nome del pa-padre, del fi-figlio, dello spi-spirito sa-santo, a-amen!

Giusto:    (Ripete tartagliando)Nel no-nome del pa-padre, del fi-figlio, dello spi-spirito sa-

                 santo, a-amen!

Modesto: Ma no-non tartagliando. Vabbuò, fa-famme sentì ‘e peccate tuoje.

Giusto:    Don Modé, per fare più veloce, vi dirò che l’unico peccato che non ho mai fatto, è

                 stato uccidere. ‘O riesto d’’e peccate l’aggio fatte tutte quante! Sono assolto?

Modesto: Ma-ma… ma-ma… ma-ma… ma-ma…

Giusto:    (Comincia a cantare) “Mamma…”…

I due:       (Si unisce anche Modesto, cantando) “…Son tanto felice / perché ritorno da te /

                 la mia canzone ti dice / ch’è il più bel giorno per me…”!

Modesto: Eh, ma che fa-facìte? Ve mettìte a cantà?

Giusto:    No, e io mi pensavo che volevate fare una confessione cantata.

Modesto: Ba-ba… ba-ba…

Giusto:    (Comincia a cantare) “Ba...ba…baciami piccina…”…

I due:       (Si unisce anche Modesto, cantando) “…Con la bo…bo…bocca piccolina /

                 dammi tan…tan…tanti baci in quantità / ma questi baci a chi li devo dar?...”!

Modesto: Si-silenzio! Ade-adesso dici l’atto di do-dolore.

Giusto:    Aeh, mò jate ‘int’’o difficile.

Modesto: Su-suggerisco io?

Giusto:    Pe’ carità! Va a ferni che fernesce ‘a guerra e nuje stamme ancora ccà! E’ meglio

                 che confessate a Beatrice. Ma tanto, quella tiene pochi peccati.

Modesto: E va-va bene. Ho un sa… ho un sa… ho un sa…

Giusto:    (Comincia a cantare) “Ho un sassolino…”!

I due:       (Si unisce anche Modesto, cantando) “…Nella scarpa, ahi! Che mi fa tanto, tanto

                 male, ahi! Batto il piede su, batto il piede in giù…”!

Modesto: Va-vattenne!

                 Giusto va subito via a destra. Modesto commenta.

                 Ma-ma… ma-ma… io nun ‘e capisco, a chiste.

                 Tornano, mano nella mano, Giusto e Beatrice.

Giusto:    Don Modesto, ecco Beatrice. Vi raccomando, una bella confessione veloce, così

                 ci sposiamo e non ne parliamo più.

Beatrice: (Si siede al tavolo accanto a Modesto) Sono pronta.

                 I due osservano Giusto che a sua volta osserva i due.

Giusto:    Oh, e ‘a vulìte accummincià, ‘sta confessione?

Modesto: E tu te-te… te-te… te-te…!

Giusto:    Tetté?

Modesto: Te-te… te-te ne devi andare.

Giusto:    E pecché? Io pozzo sentì ‘e peccate ‘e Beatrice. Io songo quase ‘o marito suojo.

Beatrice: Nun significa niente. Jamme ammore mio, aspiette ‘int’’a stanza a fianco.

Giusto:    E vabbuò. Abbasta che ce muvìmme.

                  Giusto esce via a destra. Modesto fa segno a Beatrice che può iniziare.

Beatrice:  Nel nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo, amen.

Modesto:  Fi-figliola, dimmi i tu-tuoi peccati.

Beatrice:  Padre, c’è una cosa che dovete sapere. Io sono una attrice teatrale, ma anche

                  ballerina e cantante. Ho lavorato per anni a Berlino in tutti i più importanti teatri.

                  Lì in Germania sono diventata famosa per aver fatto “L’amante di Hitler”.

Modesto:  Che?

Beatrice:  Sì. L’ho fatto per allietare il Führer, ma ben presto è diventata la mia condanna.

                  Con me c’era un bimbo. Ma le SS naziste controllano i nascituri non tedeschi per

                  vedere se sono ebrei. E allora io sono dovuta fuggire da Berlino insieme a Pippo.

Modesto:  E chi è Pi-Pippo?

Beatrice:  Il bimbo. Da due anni lavoro in questo locale come cantante, qui a via Tribunali.

                  E tra poco ne sposerò il titolare, Giusto Nondirlo. E questo è.

Modesto:  E Giu-Giusto lo sa de-dell’amante di Hitler e de-deò ba-bambino?

Beatrice:  E’ meglio che lui non lo sappia. Padre, per favore, assolvetemi direttamente

                  senza chiedermi altro. Poi un giorno vi spiegherò anche altri particolari.

Modesto:  E va-e va…

Beatrice:  Chi è Eva?

Modesto:  E va-e va bene. (Le manda la benedizione) Va’ a chiammà a Giusto e facìmme 

                  ‘stu matrimonio.

Beatrice:  (Fa il Segno della Croce e si alza in piedi) Grazie, don Modesto.

                  E corre subito a destra. Don Modesto commenta ancora.

Modesto:  L’a-amante di-di Hitler? E ce-ce ha fatto pure ‘nu fi-figlio? Co-co… co-cose

                  dell’altro mondo!

                  Si alza in piedi, torna al suo posto verso sinistra e resta in attesa degli altri.

7. [Tutti, infine Libera. Tranne Kaspar]

                   Gli altri entrano. C’è brusio. Vanno a sedersi, tranne Armando (che siede

                   accanto a Modesto), Giusto e Beatrice.

Giusto:      Eccoci qua, don Modesto, siamo pronti.

Modesto:   Be-bene.

Beatrice:   Amore mio, finalmente ci sposiamo.

Giusto:      Aspiette, nun cantà vittoria.

Modesto:   Allo-allora, Segno della Croce.

I due:        (Si fanno il Segno della Croce con la mano sinistra) Nel nome del Padre, del 

                   figlio e dello Spirito Santo, amen.

Modesto:   Noooo! Co-con la destra si fa-fa il Se-Segno della Croce.

I due:        (Eseguono) Nel nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo, amen.

Modesto:   Le-leggi, A-Armando.

Armando: (Legge una pagina spagliata del cerimoniale con accento pugliese) “L’uomo  

                   non vive di solo pene, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio…”.

Modesto:   E che c’e-c’entra questo? A-Armà, hai sba-sbagliato pagina.

Armando: Uh, scusete! (Cerca la pagina giusta e poi legge) “Cherissimi, siete qui  

                   convenuti davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità, perché la

                   vostra decisione di unirvi in Matrimonio sia fortificata dal sigillo del Signore. Vi

                   chiedo pertanto di esprimere davanti alla Chiesa le vostre intenzioni. (Prende un 

                   fazzoletto e si deterge il sudore)

Modesto:   Sta sca-scalanno ‘na mu-muntagna, chisto! Co-continua!

Armando: “N. e N., siete venuti a celebrare il Matrimonio…”.

Giusto:      Un momento ma chi sono N. e N.?

Armando: Que ci sta scritto N. e N.!

Modesto:   E tu-tu… tu-tu… devi sostituire N. e N. co-coi loro nomi.

Armando: Ah, bene. (Legge) “Giusto e Beatrice, siete venuti a celebrare il Matrimonio

                   senza alcuna costrizione, in piena liberté e consapevoli del significato della

                   vostra decisione?”…

Modesto:   (Visto che i due sposi non rispondono, lui li richiama) Oh, e vo-volete dire sì?

I due:         Ah, sì, sì, certamente!

Armando: (Legge) “Siete disposti, seguendo la via del matrimonio, ad amarvi e a onorarvi  

                   l’un l'altro per tutta la vita?”…

I due:          Sì!

Armando: (Legge) “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi e a  

                   educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?”…

I due:         Sì!

Armando: (Legge) “Se è vostra intenzione di unirvi in Matrimonio, datevi la mano destra

                   ed esprimete davanti a Dio e alta sua Chiesa il vostro consenso.”… (Poi porta il 

                   libro dai due e lascia che essi leggano)

Giusto:      (Leggendo) “Io, Giusto Nondirlo, accolgo te, Beatrice Dante, come mia sposa.

                   Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella  

                   malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”!

Beatrice:   (Leggendo) “Io, Beatrice Dante, accolgo te, Giusto Nondirlo, come mio sposo.

                   Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella 

                   malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”!

Armando: (Legge) “II Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete  

                   manifesteto davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione. L’uomo non

                   osi separare ciò che Dio unisce.

Tutti:         Amen!

Modesto:   E ade-ade-adesso il ri-rito degli anelli.

Giusto:      (Legge) “Beatrice, ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà.

                   Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

Modesto:   (Li interrompe) Un mome-un mome…

Giusto:      Che c’è?

Modesto:   Ma dove sta… dove sta…?

Giusto:      (Comincia a cantare) “Dove sta Zazà?…”.

Tutti:         (Si uniscono al coro) “Oh Madonna mia! Come fa Zazà, senza Isaia…”!

Modesto:   Ba-bastaaaa! Io vo-voglio sapere do-dove stanno gli anelli. No-non li vedo.

Beatrice:   Ah, già, è vero. Dove stanno le fedi?

Giusto:      Le fedi? (Interroga gli altri) Scusate, qualcuno di voi tiene le fedi nuziali?

Gli altri:    No!

Giusto:      (Ricorda qualcosa) Oh, mamma mia!

Beatrice:   Ch’è stato?

Giusto:      M’aggio scurdato gli anelli ‘int’’o ricovero! Me l’aggio purtate quanno hanne

                   bombardato pe’ nun ‘e ffa’ arrubbà!

Gli altri:    Ma va’…!

Narciso:    (Seccato, va dai due) Ah, no, basta ccussì. Io me songo sfastriato. Me ne vado.

Armando: Aspetta, adesso recuperiamo gli anelli e loro due si possono sposare.

Narciso:    No, no, basta. Tanto, le foto ve le ho fatte. (Tira fuori lo specchietto e si guarda)

                   Io sono un bell’uomo e non posso perdere tempo. Le donne mi aspettano!

Fermo:      (Gli fa una pernacchia) Pzzzzz!

Narciso:    (Non se ne cura e saluta gli sposi) Cugino Giusto, quasi cugina Beatrice, io vi 

                   auguro tanti auguri con un augurio augurale per 100 anni! Stateve buono!

                   Esce via dal locale.

Giusto:      (Ci rimane male ma camuffa la delusione) Va bene, non pensiamo a Narciso. E

                   adesso, per favore, un poco di attesa. Io vado a recuperare gli anelli nel ricovero.

Armando: Aspetta, veniamo pure noi tutti. Così facciamo più presto.

Giusto:      Sì, grazie.

                   Tutti si aggregano davanti alla porta. Appena Giusto apre, giunge Libera che

                   gli lancia del riso.

Libera:      Tanti auguri, viva gli sposi!

Armando: Aspetta, questi due non sono ancorasposeti!

Libera:      Non ancora? E che aspettano? Io gli ho portato pure il prete don Modesto.

Modesto:   Ma… ma… ma…

Giusto:      (Comincia a cantare) “Maramao perché sei morto?”…

Gli altri:    (Si uniscono in coro) “Pane e vin non ti mancava / l’insalata era nell’orto / e una

                   casa avevi tu…”!

Modesto:   No, no! Ma… ma… questi due si so-so…

Giusto:      Vabbuò, ce o’ troppo tiempo pe’ spiegà. Vieni con noi che ti raccontiamo.

Libera:      E vabbé.

                   Escono tutti via (Giusto chiude le porte).

8. [Kaspar. Poi Fermo e Giusto]

Voce esterna: Due ore dopo!

                  Dalla comune (al centro) entra Kaspar. Si guarda intorno. Poi entra nella 

                  stanza a destra. Poco dopo, sempre dal centro, entrano Giusto e Fermo.

Giusto:     Fermo, t’aggia dicere ‘na cosa: io t’aggio scuperto.

Fermo:     Ma pecché, ch’aggio fatto?

Giusto:     Dint’’o magazzino sparisce sempe cocche butteglia ‘e liquore. Spicialmente ‘a

                  Grappa. Te le bevi tu! E’ accussì?

Fermo:     Io? Ma io nun saccio niente. Io non bevo. Sono sterile!

Giusto:     Astemio!

Fermo:     A me? E perché mi offendete?

Giusto:     Imbecille, aggio ditto che si’ astemio, cioè nun te bive ‘o liquore. E la prossima

                  volta che mi batti a Scopone, ti licenzio. Hai capito?

Fermo:     Sissignore.

Giusto:     E mò fa’ trasì a tutte quante. Amma celebbrà ‘stu matrimonio? (E si distrae)

Fermo:     ‘Nu mumento. (Va alla porta e vi grida fuori) Ja’!

Giusto:     (Si spaventa) Maronna mia, ‘e tedeschi!

Fermo:     (Si spaventa pure lui di riflesso) Oddio!

                 E corrono a gambe levate a sinistra. Poco dopo, esce appena fuori Giusto,

                 seguito da Fermo.

Giusto:     (A mezza voce) Néh, Fermo…! Ma addò stanne ‘e surdate naziste?

Fermo:     Nun ‘o ssaccio. Vuje l’avìte viste?

Giusto:     No, però aggio ‘ntiso a coccheduno ch’alluccava: “Ja’!”.

Fermo:     Embé?

Giusto:     Ja’ è tedesco. Vo’ dicere “sì”.  

Fermo:     “Ja’” l’aggio ditto io.

Giusto:     L’he’ ditto tu? Ma che ffaje? Te miette a parlà tedesco?

Fermo:     Ma nun è tedesco. E’ napulitano. Vo’ dicere: “Jamme, trasìte, muvìteve!”.

Giusto:     Embé, nun te permettere maje cchiù. He’ capito? Me staje facénno fa’ ‘e vierme.

                  Si calma, intanto zitto, zitto, dalla porta destra, entra Kaspar (con una bottiglia

                  di Grappa). Va dietro loro.

                  Ascolta, Fermo, hai preparato il buffet?

Fermo:     Sì, ho preparato un grande buffet: un buffettone!

Giusto:     Mò t’’o dongo, io, ‘nu buffettone. Noi dobbiamo festeggiare senza farci scoprire

                  dai nazisti. Hai capito?

Kaspar:    Ja!

Giusto:     (Pensa abbia parlato Fermo) Addò amma ì?

Fermo:     A nisciuna parte.

Giusto:     E allora pecché he’ ditto “Ja’”?

Fermo:     Ma chi ha ditto niente?

Giusto:     E allora fa’ ambresso, aiésce, va’ a chiammà ‘o riesto d’’a truppa.

Fermo:     Subito.

                  Fermo esce di casa. Kaspar allora osserva Giusto, poi gli picchietta sulla spalla.

Giusto:     (Senza voltarsi) Fermo, staje ancora ccà?

Kaspar:    Ja!

Giusto:     (Si volta verso Kaspar e gli parla inconsapevolmente) ‘A vuo’ fernì cu’ ‘stu

                  “Ja’”?

Kaspar:    Ja!

Giusto:     (Sconvolto) Ahia!

Kaspar:    Io cosa avere detto voi? Entro dieci minuti questo locale doveva essere chiusen.

Giusto:     E io tra dieci minuti lo chiudo. 

Kaspar:    Noi, voi dovevate chiuderen dieci minuti fa. Ora io andare a chiamare miei

                  soldaten. Per voi essere la fine. E questa bottiglia di Grappen me la prendo io.

                  Kaspar esce via con decisione (portando via con sé la bottiglia di Grappa).

Giusto:     E mò?

                  Giusto esce via a destra, a testa bassa.

9. [Armando, Fermo, Giusto, Modesto, Dolores, Beatrice, Libera, Norma, Kaspar e soldati]

                   Dalla comune entrano Fermo ed Armando.

Armando: Ma Giusto dov’è? Se n’è andeto?

Fermo:      No, forse se n’è andato.

Armando: Ho capito, se n’è andeto.

Fermo:      Se n’è andato.

Armando: E stiamo dicendo la stessa cosa. Insomma, che fine ha fetto?

                   Giusto torna da destra e va tra i due.

Giusto:      Sentite, vedìmme ‘e fernì ambresso, ambresso, ‘stu matrimonio.

Fermo:      E non dipende da noi.

Armando: Ma gli eltri dove stanno?

                  Entrano pure Modesto, Dolores, Beatrice e Norma.

Dolores:    Eccoci qua. Adesso possiamo finire il matrimonio.

Norma:     Mamma mia, nun ce ‘a faccio cchiù.

Beatrice:   E pare che te staje spusanno tu!

                  Tutti si schierano nelle relative posizioni.

Modesto:   Allo-allo-allora preparate gli anelli.

Giusto:      (Così fa) Sì, ma qual è la frase che devo dire?

Armando: (Legge) “Ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel

                   nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

Giusto:      “Armando, ricevi questo anello, segno del mio amore e…

Modesto:   (Li interrompe) Un mome-un mome… non lo devi dire a lui. Devi dirlo a lei.

Giusto:      Ah, già.“Beatrice, ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà.

                   Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. (Pone l’anello a Beatrice)

Beatrice:   “Giusto, ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome

                   del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. (Pone l’anello a Giusto)

Modesto:   Vi-vi… vi-vi…

Armando: Vi dichiaro marito e moglie!

Modesto:   App-appunto!

                   Parte un applauso e un sospiro di sollievo da parte di tutti.

Fermo:      Finalmente! Amme ittato ‘o sango, però finalmente ce simme risucite!

Giusto:      E già. Adesso prepara il buffet. Così…

                   Da fuori si sente Kaspar che fornisce ordini ai suoi soldati.

Kaspar:     Di qua, di qua! Schnell!

Giusto:      Oh, no, i nazisti stanno venendo qua.

Norma:     Oddio, ho paura!

Dolores:    E pure io.

Beatrice:   E come li fermiamo, adesso?

Giusto:      Ci pensa Fermo!

Fermo:      Io?

Giusto:      E tu tieni proprio il nome adatto per fermare i nazisti!

Armando: Giusto!

Giusto:      Grazie, Armà!

Armando: No, io dico, Giusto, pure tu devi fermare i nazisti, mentre noi ci nascondiemo.

Giusto:      No, ‘nu mumento, ma che proposta è chesta?

Dolores:    Signor Giusto, ha ragione Armando. Noi abbiamo paura.

Giusto:      Ma pecché, io nun me stongo facénno sotto d’’a paura?

Fermo:      E pecché, io nun m’aggio già fatto sotto d’’a paura?

Beatrice:   Amore mio, fai presto a liberarti dei nazisti, così dopo, io e te…. Capisci?

Giusto:      Ci pensiamo io e Fermo!

Gli altri:    Bravo!

                   Armando, Dolores, Beatrice e Norma si nascondono a sinistra.

Giusto:      Facciamo finta che stiamo mettendo a posto qui dentro. Presto, Fermo! (Mette a

                   posto le sedie e nota che Fermo non si muove) Hai capito che cos’ho detto? Su,

                   facciamo finta che stiamo mettendo a posto qui dentro. Presto, Fermo! (Mette a

                   posto le sedie e nota che Fermo non si muove) Néh, ma te vuo’ movere, Fermo?

Fermo:    E si vuje me dicìte che m’aggia movere, pecché aroppo me dicìte “Fermo”?!

Giusto:    Cretino, te stongo chiammanno cu’ ‘o nomme tuojo! Forza!

                 I due mettono a posto in sala, mentre qualcuno bussa alla porta col pugno.

Kaspar:   Apriten!

Giusto:    (Tremando) A-apro io!

Fermo:    (Tremando) Fa-fate bene!

                 Giusto apre indeciso, mentre Fermo pulisce (tremando). Entrano Kaspar e due  

                 soldati (interamente vestiti di nero, con fascia con svastica sul braccio destro).

Kaspar:   Ancora voi qui.

Giusto:    Ma noi stiamo chiudendo. Abbiamo quasi finito le pulizie.

Kaspar:   Ma ci essere stata festa qui dentro. Cosa avere fatto? Matrimonio?

Giusto:    Chi? Noi? Ma per carità!

Kaspar:   Però tu avere fede su dito. Prima tu non avere.

Fermo:    Azz, ‘e ch’uocchio tene chisto!

Giusto:    Zitto! No, lui scherza. Va bene, allora usciamo, così chiudo a chiave il locale.

Kaspar:   E va bene. Io chiudere un occhio.

Fermo:    E bellu sfuorzo! Chillo già ne tene sultanto uno!

Giusto:    Non lo ascoltate, tanto quello è un ubriacone. Dicevate?

Kaspar:   Dicevo, io chiudere occhio. Tanto, qui non ci essere stato matrimonio.

Giusto:    Appunto! Prego, uscite prima voi.

                Vanno all’uscita, Giusto apre la porta ed entra Libera che lancia riso ai nazisti!

Libera:    Viva gli sposi! Tanti auguri! Tanti augur… (Si accorge che sono i nazisti) Oh oh!

Kaspar:   Prendiamola!

Libera:    Mamma ‘e ll’Arco!

                 Libera fugge via, inseguita dai nazisti. Giusto corre a chiamare gli altri a destra.

Giusto:    Uhé, fujite, fujite!

                 Giusto, Armando, Dolores, Beatrice e Norma fuggono via dal locale, ma non

                 Fermo che sale su una sedia e comincia il solito proselito.

Fermo:    “Italiani! Maniata di brava gente! Accocchiamento di persone perbene! Qui è il

                 vostro sovrano che vi parla…

                 Torna Giusto che va a prendere Fermo per il braccio.

Giusto:    Miezu scé,, jammuncenne!

                 E se lo porta via dal locale. I due chiudono le porte dall’esterno.

FINE ATTO PRIMO

Locanda di Giusto Nondirlo, nella zona dei Tribunali:il giorno dopo.

           

ATTO SECONDO

1. [Beatrice, Armando, Giusto, Fermo, Dolores e Norma]

                   Seduti nel locale ci sono Armando, Fermo, Dolores e Norma. In piedi, gironzola 

                   tra di loro Beatrice che canta (accompagnata al piano che è nella stanza destra,

                   suonato da Giusto) “Besame mucho”, canzone del 1940.

Beatrice:   “Besame, besame mucho / como si fuera ésta noche la última vez / Besame,

                   besame mucho / que tengo miedo tenerte y perderte después / Besame, besame

                   mucho /como si fuera ésta noche la última vez / Besame, besame mucho / que

                   tengo miedo tenerte y perderte después / Quiero tenerte muy cerca mirarme en

                   tus ojos verte junto a mi / Piensa que tal vez mañana yo ya estaré lejos muy lejos

                   de ti / Besame, besame mucho / como si fuera ésta noche la última vez /

                   Besame, besame mucho / que tengo miedo tenerte y perderte perderte después”.

                   Gli altri applaudono.

                   Grazie, grazie. Ma non dovete applaudire solo me. Pure Giusto che è nell’altra

                   stanza e che mi ha accompagnato col pianoforte. E non entra, perché è sempre il

                   solito timidone!

Armando: E ora andiamo a prenderlo noi. Forza, ragazzi, andiamo di là!

                   Così Armando, Fermo e Norma escono a destra. Norma resta seduta.

Beatrice:   Norma, e tu non vai con loro?

Norma:     No, preferisco trattenermi con te e parlare di Pippo.

Beatrice:   (Le siede accanto) Ah, a proposito, grazie di averlo nascosto per tutto questo

                  tempo in casa tua.

Norma:     E ci sta bisogno di ringraziare? Tu sei la mia migliore amica. Potevo mai

                  abbandonare il tuo figlioletto?

Beatrice:   Norma, io devo confidarti una cosa: quello non è veramente mio figlio.

Norma:     E allora chi è?

Beatrice:   Il figlio di una famiglia di ebrei. L’ho salvato da Auschwitz.

Norma:     Caspita! E… e come mai lo stai dicendo solo ora?

Beatrice:   Norma, questa è una situazione delicata. Non tutti sono disposti a rischiare la

                   vita per gli ebrei.

Norma:     Già, ma tu non l’hai rischiata. L’he’ fatta rischià a me e ‘a famiglia mia!

Beatrice:   E scusami per questo, ma ho dovuto farlo. Io ero troppo sott’occhio coi nazisti.

Norma:     E va bene. Ma adesso dove sta?

Beatrice:   Sul letto. Sta dormendo. Sapessi che faccia ha fatto Giusto, appena l’ha visto!

Norma:     E nun ha ditto niente?

Beatrice:   Quando me lo chiederà, io gli darò spiegazioni. Su, vieni con me.

Norma:     Certo, andiamo. So già che mi mancherà tantissimo.

Beatrice:   Ma tu puoi venire a trovarlo quando vuoi.

Norma:     E’ vero.

                   Le due escono a sinistra. Da destra entrano Giusto ed Armando.

Giusto:      Armà, io nun riesco a capì ‘na cosa.Stamattina, al mio risveglio, mi sono

                   ritrovato un bambino piccolo nel mio letto.

Armando: Auguri, Giusto!

Giusto:      Ma che auguri? Ma si io me songo spusato aiére e sera! Poi ero talmente stanco 

                   che non ho avuto nemmeno la forza di toccare Beatrice! Eppure se l’avessi

                   toccata, il bambino quando si materializzava? Stanotte?

Armando: E pure questo è giusto. Embé, stanotte vi siete addormenteti in due e vi siete

                   risveglieti in tre.

Giusto:      E comme se spiega, ‘stu fatto?

Armando: (Va a sedersi al tavolino) Eh, caro mio, le donne sono imprevedibili. Io già mi

                   sono sposeto una volta e sono rimasto pure vedovo.

Giusto:      (Si siede anche lui) Embé, e perché non ti risposi?

Armando: Maper carité! E chi me lo fa fare? Se acchiappo un’altra donna com’era mia

                   moglie, io mi devo solo sparere. Io non ho mai visto una donna più gelosa di lei.

Giusto:      Ma perché, che faceva?

Armando: Le pazzie. Durante la prima guerra mondiele, ci siamo sposeti prima che io

                   partivo per il Carso. Fortunatamente, mi hanno mandeto sul fronte a combattere

                   contro gli austriaci! Embé, mentre combattevo col nemico, bell’e buono si

                   presenta lei davanti a me e mi dice: “Uhé, esci a casa! Ti sei scordeto che tu

                   tieni una moglie?”. E io le ho chiesto: “Néh, ma tu che Carso ci fai sul Carso?

Giusto:      E com’è andata a finire?

Armando: Niente, hanno fatto tutto gli austriaci: si sono scoccieti… e l’hanno sparata! Poi 

                   è venuto un austriaco da me e mi ha detto in tedesco: “Amico, ma come hai fatto

                   a sopportare quella megera di tua moglie?”! Hai capito? Salvato dagli austriaci.    

Giusto:      Ma overamente staje dicenno?

Armando: Cretino, stavo scherzando! Mia moglie è scomparsa mentre andava in montagna

                   con la sua memme.

Giusto:      La sua memme?

Armando: La sua medre.

Giusto:      Ah, la sua mamma! Embé, è scomparsa con sua madre e tu non l’hai cercata?

Armando: A chi? Non ci ho mai penseto e mai ci penserò. (Si alza in piedi) Bene, cugino

                   caro, io mi vado a prendere il treno e me ne torno a Beri.

Giusto:      (Si alza in piedi) Già vai via?

Armando: Sì, devo tornere a chesa mia. Ti rinnovo gli auguri per il matrimonio.

Giusto:      Grazie tante. Vieni, ti accompagno fuori.

Armando: Salutami tutti quanti, soprattutto tua moglie. A proposito, chiedile chi era quel

                   bimbo nel tuo letto. Non vorrei che…

Giusto:      Non mi ci far pensare. Accumminciamme che cacchio!

                   I due escono dal locale.

2. [Fermo e Dolores. Poi Narciso]

                   Da destra tornano Fermo e Dolores.

Fermo:      Avete capito? Io vorrei un abito nuovo. Un abito da re d’Italia.

Dolores:    Da re d’Italia?

Fermo:      Sì, tipo Vittorio Emanuele. Se un giorno divento sovrano del paese, devo tenere

                   il vestito già pronto!

Dolores:    Ehm… tu diventi sovrano del paese?

Fermo:      E vi stupite? Io sono un cameriere regale. (Con voce importante) Italiani!

Dolores:    Va bene, io andrei.

Fermo:      No, aspettate, e perché ve ne andate?

Dolores:    Perché io sono una sarta da donna.

Fermo:      Ma vostro marito è un sarto da uomo.

Dolores:    Sì, ma mio marito… mio marito… non ci vede più bene. Ecco! Arrivederci.

Fermo:      No, che arrivederci? Voi conoscete tanti sarti, qua in zona. Chiedetegli di

                   cucirmi il vestito da re d’Italia.

Dolores:    E che m’aggia fa’ piglià pe’ pazza?Stateve buono!

Fermo:      Ma no…

                   Dolores esce via da locale. Fermo desiste.

                   Ma perché nessuno vuole accettare che io diventerò il re d’Italia? Io già sono

                   stato imperatore dell’impero romano! (Si guarda intorno e poi sale in piedi su

                   una sedia) “Italiani! Maniata di brava gente! Accocchiamento di persone

                   perbene! Qui è il vostro sovrano che vi parla: re Fermo I di Portici! Manca poco

                   e poi cadrete tutti quanti ai miei piedi!

                   Dalla comune entra Narciso: è ferito in volto, trasandato. Si inginocchia

                   davanti a Fermo che lo osserva, sorpreso.

                   Ua’, ancora aggia addiventà rre e già tengo a ‘na perzona inginocchiata annanzo

                   a me! (Poi si rende conto di chi è) Ma chisto è Narciso. (Scende dalla sedia) 

                   Uhé, Narcì, e che t’è succieso?

Narciso:    No, niente, sono stati i tedeschi.Mi hanno picchiato. E si sono presi pure la mia

                   macchina fotografica. (Tira fuori il suo specchietto) Guarda qua come mi hanno

                   rovinato il viso!

Fermo:      (Lo aiuta a rialzarsi) Ma dico io, perché ti hanno picchiato? Che hai fatto?

Narciso:    Niente.

Fermo:      Eh, niente.

Narciso:    Niente.

Fermo:      Ma qualche cosa devi aver combinato.

Narciso:    Niente.

Fermo:      Vabbuò, andiamo al bancone bar, ti faccio bere qualcosa. Poi si va in bagno.

Narciso:    Fermo, ti devo chiedere una cosa.

Fermo:      Dimmi.

Narciso:    Sono sempre un bell’uomo?

Fermo:      Ma famme ‘o piacere!

                   Escono via a destra (Fermo porta sottobraccio Narciso).

3. [Beatrice, Norma e Libera. Poi Giusto e Kaspar]

                  Da sinistra tornano Beatrice e Norma.

Beatrice:  Hai visto, Norma? Sta durmenno comm’a ‘n’angiulillo.

Norma:    Eh, aggio visto. Chiuttosto, t’aggia domandà ‘na cosa: come pensi di gestire la

                  situazione con Giusto?

Beatrice:  E che t’aggia dicere, Norma? Un po’ per volta gli spiegherò la verità. Del resto,

                  se ci vogliamo adottare Pippo, mio marito si deve abituare a lui.

Norma:    E se la prende male?

Beatrice:  Norma, mio marito non può avere figli.

Norma:    Che cosa?

Beatrice:  Però non dirgli che te l’ho detto.

Norma:    No, no, non glielo dico.

Beatrice:  E non lo dire a nessuno.

Norma:    Assolutissimamente a nessuno.

                 Dalla comune entra Libera, piuttosto preoccupata.

Libera:    Beatrice, Beatrice, t’aggia parlà ‘nu mumento.

Norma:    Aspetta, Libera, Beatrice sta parlando prima con me.

Libera:    Sì?

Norma:    Mi sta dicendo che Giusto non può avere figli. 

Libera:    (Sorpresa) ‘O vero?

Beatrice: Ehm… ma che dici, Norma? Em menu male che t’aggio ditto ‘e nun ce ‘o

                 ddicere a nisciuno! 

Norma:    E Libera nun è nisciuno!   

Libera:    Vabbuò, mò nun tengo tiempo ‘e penzà a te. Aggia parlà cu’ Beatrice.

Norma:    E nun puo’ parlà annanzo a me? Voglio sentere pur’io!

Libera:    E’ ‘na cosa delicata.

Norma:    E pure ‘o fatto che Giusto nun po’ avé figli è ‘na cosa delicata, però io ll’aggio  

                 ditto! Per cui, parla pure.

Beatrice: Per piacere, Norma, lasciaci due minuti da sole.

Norma:    E va bene. Mamma mia, che malfidate!

                 Esce via dal locale (ma, non notata dalle due, si apposta ad origliare appena

                 fuori porta). Beatrice si porta Libera in disparte.  

Beatrice: E allora? Che m’he’ ‘a dicere?

Libera:    Beatrice, ieri ho fatto un guaio. Però credimi, non l’ho fatto apposta.

Beatrice: Ma di che si tratta?

Libera:    Beatrì, ieri chi ha celebrato il vostro matrimonio?

Beatrice: Don Modesto. E allora?

Libera:    Un mese fa ha ricevuto la scomunica da Papa Pio XII.

Beatrice: E con ciò?

Libera:    Il matrimonio tuo e di Giusto non è valido!

Beatrice: Ma nun dicere eresie.

Libera:    No, è la verità. Un prete scomunicato non può celebrare una messa.

Beatrice: Oddio mio! E pecché me l’he’ purtato ccà?

Libera:    E io che ne sapevo? L’ho saputo stamattina dal suo fratello gemello, don Ciro.

Beatrice: Ma don Ciro è ‘nu ‘nzallanuto. Po’ essere pure che s’è sbagliato.

Libera:    No, no, mi ha fatto leggere la lettera di scomunica.

Beatrice: Oh, no! E mò chi ‘o sente, a Giusto? Già è stata un’impresa convincerlo al

                 matrimonio. Figuriamoci adesso che gli dirò che dobbiamo rifare tutto da capo.

Libera:    Che faccio? Ti vado a chiamare don Ciro? Così rifacciamo il matrimonio.

Beatrice: E che t’aggia dicere? Però portami pure la lettera di scomunica di don Modesto.

Libera:    Va bene, ci vediamo più tardi con Don Ciro. Fatti trovare già col velo da sposa.

Beatrice: Sì, sì, vabbuò.

                 Libera esce via. Beatrice si siede al tavolino e commenta da sola.

                 E mò comme se fa? Chi glielo dice a Giusto? (Si alza in piedi e va verso l’uscita

                 del locale) Meglio che mi vado a fare quattro passi, così evito di parlare con

                 Giusto. (Ma guarda fuori e rimane sconvolta) Oddio, Giusto sta tornando insieme

                 a quel soldato nazista. Mannaggia! ‘Nu matrimonio cchiù sfortunato ‘e chisto

                 ancora nun l’aggio visto! E famme annasconnere a Pippo, va’!

                 Esce via a sinistra. Dal centro entrano Giusto e Kaspar.

Kaspar:   Avere visto? Ieri non mi ero sbagliaten. In questo locale voi stavate facendo

                 matrimonio. Ammettete questo?

Giusto:    Ma no, quella era una festicciola tra amici.

Kaspar:   Con prete?

Giusto:    Perché, uno non può invitare un prete cacaglio a una festa?Il cacaglio ci vuole!

Kaspar:   E ora voi dire me cosa più importante: ma voi essere ebreo?

Giusto:    No, io sono il titolare di questa locanda.

Kaspar:   Ma io riferire a religione.

Giusto:    Ah, la religione? No, non sono ebreo. Mi hanno detto che sono cattolico, ma io

                 non ne capisco.

Kaspar:   E allora voi non avere sposato quella donna? Beatrice Dante.

Giusto:    Io? Per carità!

Kaspar:   (Indica la fede al dito) E quella fete?

Giusto:    No, qua non fete niente!

Kaspar:   La fete al dito.

Giusto:    Mi fete il dito? E dopo mi lavo le mani, così mi passa.

Kaspar:   Ma io mi riferire ad anello nuziale che voi tenere al dito.

Giusto:    Ah, questo? No, ma quest’anello l’ho trovato nel mio locale. L’avrà perso

                 qualcuno. Perciò, arrivederci.

Kaspar:   E va bene, io stare a sentire voi. (Si avvia all’uscita, poi si ferma e torna subito

                 da lui) Voi non volere sentire storia su Beatrice Dante?

Giusto:    No, grazie.

Kaspar:   E va bene, io stare a sentire voi. (Si avvia all’uscita, poi si ferma e torna subito

                 da lui) Rieccomi.

Giusto:    Me pare ‘o yo-yo, chisto: torna sempe areto!

Kaspar:   Io avere deciso di raccontare storia su Beatrice Dante.

Giusto:    E che me ne importa, a me? Mica me la sono sposata?

Kaspar:   Ah, no? E allora io posso dire voi che lei essere stata famosa attrice di teatro a

                 Berlino.Essere stata conosciuta come “L’amante di Hitler”.

Giusto:    (Sorpreso) Che? L’amante di Hitler?

Kaspar:   Ma a voi cosa importare? Mica vi siete sposato con lei? E non essere tutto. Lei ha

                 anche un figlio di nome Pippo.

Giusto:    (Sconvolto) ‘Nu figlio?

Kaspar:   Ma a voi cosa importare? Mica vi siete sposato con lei?

Giusto:    Sì, me la sono posata e come!

Kaspar:   (Lo addita) Ecco qua! Voi vi siete sposato ma non avere dichiarato vostro

                 matrimonio. E allora io denuncio voi. Arrivederci, herr Giusto Nondirlo.

                 Ed esce via. Giusto si siede al tavolo. Prova a farsene una ragione.

Giusto:    E del resto è accussì. E’ comme penz’io. Nun m’ha vuluto dicere niente pecché

                 me vuleva fa’ ‘na surpresa. Già, ma che surpresa è chesta?!

                 Da sinistra, quatta, quatta, esce Beatrice. Va verso l’uscita, ma Giusto la nota:

                 Beatrì!

Beatrice: Ehm… ammore mio! (Va da lui) Dimmi tutto.

Giusto:    No, io nun t’aggia dicere niente. Chiuttosto, tu m’avìssa dicere coccosa.

Beatrice: A proposito ‘e che?

Giusto:    Tutto chello che nun saccio e ch’avéssa sapé.

Beatrice: Ehm… giustamente! Siente, Giusto, te dispiace si ce avìmma spusà ‘n’ata vota?

Giusto:    Ah, aggio capito: t’è piaciuta talmente ‘a cerimonia che mò ‘a vulìsse ripetere.

Beatrice: No, nun è chesto. Se vieni con me, te lo spiego.

Giusto:    E vabbuò.(Si alza in piedi) Spiega, spiega!

Beatrice: Dunque, praticamente…

                 I due escono via dal locale.

4. [Fermo e Narciso. Poi Libera e don Ciro]

                 Da destra tornano Fermo e Narciso (che tiene del ghiaccio sulla fronte).

Narciso:  Ma ti dico che nun aggio fatto niente. I nazisti mi hanno picchiato gratis!

Fermo:    Sicuro?

Narciso:  Beh… non proprio gratis. Fermo, loro mi hanno sorpreso a rubare presso i loro

                 magazzini. Se mi acchiappano, mi fucilano. E se acchiappano chi mi nasconde,

                 fucilano pure lui.

Fermo:    (Spaventato, lo prende sottobraccio e lo conduce verso l’uscita) Jesce mommò ‘a

                 parte ‘e fora!

Narciso:  (Lo ferma) Ma mica mi vuoi cacciare?

                 Nasce una prova di forza tra i due: Fermo spinge verso l’uscita, Narciso spinge  

                 verso centro sala. Il dialogo tra i due è contrassegnato da voce sforzata.

Fermo:    No, assolutamente! Però se proprio te ne devi andare…?

Narciso:  No, quasi, quasi, mi trattengo un po’.

Fermo:    Ma non devi! Se i nazisti ti trovano qua, sono guai.

Narciso:  E invece resto.

Fermo:    No!

Narciso:  Sì!

Fermo:    No!

Narciso:  Sì!

                 I due si distaccano, affannati. Si siedono al tavolino.

Fermo:    Hai visto? Avete sbagliato ad accettare Vittorio Emanuele come re d’Italia.Ma io

                 sono la vostra fortuna. Un giorno caccerò i nazisti dall’Italia e porterò la pace.

Narciso:  Eh?

Fermo:    Sì, sì, sì! E tu sarai un mio suddito fedele! Inginocchiati e vàseme ‘sti mmane!

Narciso:  Fermo, pe’ caso he’ abbuscato pure tu dai nazisti?

Fermo:    Lo so, tu non mi credi. Ma Fermo I di Portici sarà realtà!

Narciso:  Fermo…

Fermo:    Che cos’è questa confidenza?

Narciso:  Maestà…

Fermo:    Adesso va bene. Devi parlarmi in modo regale.

Narciso:  Io avrei bisogno della regale carta e della regale penna per scrivere una regale

                 lettera a delle regali persone.

Fermo:    Bene, orsù, ora seguimi e ti darò il materiale che mi hai chiesto.

                 Esce via a destra con camminata regale. Narciso lo osserva con perplessità.

Narciso:  Mi avevano detto che questo era pazzo, ma io nun me penzavo fino a ‘stu punto!

Fermo:    (Da dentro) Narciso!

Narciso:  Che vvuo’? Cioè, maestà, sto venendo, sto venendo!

                 Esce via a destra anche lui con camminata regale, guardandosi allo specchietto.

                 Dalla comune (al centro) entra Libera Stanotte (con una mantella con cui si cela                     

                 il viso) e il prete don Ciro Apparte (anch’egli cela il viso con una mantella).     

Libera:    Bene, don Ciro, non ci sta nessuno. Vi potete smantellare!

Ciro:        (Così fa) Menu male! Scusa, ma tu chi sei?

Libera:    Ma come, don Ciro, vi siete dimenticato un’altra volta? Io sono Libera Stanotte.

Ciro:        Ah, si’ libera stanotte? (Fregandosi le mani) E allora, jamme, facìmme chello

                 ch’amma fa’!

Libera:    Eh?

Ciro:        Sì, però nun pozzo aspettà stanotte. Stongo eccitato comm’a ‘nu bufalo africano!

Libera:    Ma ch’avìte capito? Io mi chiamo Libera Stanotte e voi siete un prete.

Ciro:        Ah, già. ‘O ssaje che m’ero scurdato proprio?

Libera:    E lo so. Vuje site ‘nzallanuto. Come si dice in italiano: insallanuto!

Ciro:        Me l’hanno detto, sono un poco distratto. Diciamo svagato. Diciamo confuso.

                 Diciamo intontito. Diciamo…

Libera:    Aggio capito! Ma adesso dobbiamo fare presto a celebrare il matrimonio. Se ci

                 acchiappano i nazisti, ci sguarrano quattro parti!

Ciro:        Chi ci acchiappa?

Libera:    I nazisti.

Ciro:        E chi songhe?

Libera:    Quelli che hanno causato la guerra.

Ciro:        Ah, ma perché, c’è in atto una guerra?

Libera:    Basta, don Ci’, nun ce ‘a faccio cchiù! Andiamo a cercare gli sposini.

Ciro:        Sì, sì, certo. Di chi si tratta? Giulietta e Romeo? Renzo e Lucia? Tristano e…

Libera:    Bastaaaa!

                 Libera se lo tira via a sinistra.

5. [Giusto e Beatrice. Poi Norma. Poi Libera e don Ciro. Infine Fermo e Narciso]

                 Dalla comune entrano Giusto e Beatrice. Lei ha ricevuto uno schiaffo da lui.

Beatrice: (Tiene una mano sulla parte destra del viso) E pecché m’he’ dato ‘nu schiaffo?

Giusto:    E niente di meno, tiene pure ‘o curaggio ‘e domandà? Mi hai detto che il nostro

                 matrimonio non è valido, perché il prete è stato scomunicato. Io poi ho pure

                 saputo il fatto dell’amante di Hitler. 

Beatrice: Eh?

Giusto:    Sì, e pure il fatto di tuo figlio.

Beatrice: Mio figlio?

Giusto:    Se tratta ‘e chillu criaturo che m’aggio truvato ‘int’’o lietto stammatina.

Beatrice: Ah, Pippo!

Giusto:    L’he’ chiammato pure Pippo? ‘E chi schifo ‘e nomme!

Beatrice: Ma lascia che ti spieghi.

Giusto:    Beatrì, e che ce sta ‘a spiegà?Quel bambino è il figlio di Hitler. E se vede:

                 ‘ncoppa ‘o musso tene ‘na specie ‘e baffetto! 

Beatrice: Giusto, ma chi te l’ha ditte ‘sti scimmità?

Giusto:    Una persona che ti conosce molto bene.

Beatrice: Ah, ho capito, Norma. Chella traditrice. Il bello è che ti ha spiegato pure male.

                 Dalla comune entra Norma.

Norma:   Ma ho capito bene? Si ripete il matrimonio?

Beatrice: Ah, tu staje ccà? Che cosa gli hai raccontato a Giusto?

Norma:   Niente! Io non gliel’ho detto che tu mi hai svelato che lui non può avere figli.

Giusto:    Azz, pure?!

Beatrice: Io mi riferisco al fatto di Pippo e del mio passato a Berlino.

Norma:    Il tuo passato a Berlino? Eh, ti invidio proprio. Una grande artista come me,

                 avrebbe meritato certamente il proscenio de “L’amante di Hitler”!

Giusto:    Ma quanta amante tene ‘stu Hitler?

Beatrice: Insomma, basta! Qua sta succedendo un equivoco. Giusto, io non è che sono stata

                 l’amante di Hitler, sono stata “L’amante di Hitler” a teatro.

Giusto:    (Scandalizzato) Ah, sì? A teatro? Annanzo ‘e ggente?

Beatrice: E si capisce. La gente ci vuole.

Giusto:    E tu me vulìsse spusà? Ma sai che ti dico? Io non ti sposo mai più.

                 Da sinistra torna Libera che tira per mano don Ciro.

Libera:    Eccomi di ritorno, ora vi potete sposare!

Norma:    Uh, ci sta don Ciro! Don Ciro, mi vorrei confessare.

Ciro:        E va’ add’’o prevete!

Norma:    E il prete siete voi.

Ciro:        Ah, già!

Giusto:    E chisto fosse ‘nu prevete?

Ciro:        Amico, non offendiamo. Io un giorno diventerò Papa!

                 Da destra entrano Fermo e Narciso (con una lettera in mano).

Fermo:    Io un giorno diventerò re d’Italia!

Libera:    E io un giorno diventerò santa!

Giusto:    Ma chiste so’ asciute pazzi?

Ciro:        (Va da Fermo e Norma, li mette insieme, poi dice) Io vi dichiaro marito e moglie!

Beatrice: No, don Ciro, non sono loro gli sposi.

Ciro:        (Giusto e Narciso li mette insieme, poi dice) Io vi dichiaro marito e moglie!

Narciso:  Ma chisto sta ‘mbriaco?

Giusto:    No, è ‘nzallanuto! (Gli osserva le ferite sul viso) E che sono queste ferite?

Narciso:  No, niente, un gatto!

Giusto:    Un gatto t’ha abbuffato ‘e mazzate ‘e chesta manera?

Narciso:  Sì! (Mostra la lettera) E grazie a questa lettera, il gatto non abbofferà di mazzate 

                 mai più a nessuno! Ce vedìmme aroppo. Voi intanto cominciate a sposarvi.

                 Tira fuori lo specchietto, si guarda e poi esce via dal locale, quatto, quatto.

Ciro:        Scusate, ma mi devo sposare pure io?

Beatrice: No!

Ciro:        E chillo ha ditto: cominciate a sposarvi!

Libera:    Don Ciro, si devono sposare loro. (Indica Beatrice e Giusto)

Ciro:        Ah, e allora facciamo questo matrimonio. Forza, prepariamoci.

Giusto:    Io direi che non è il caso.

Gli altri:  Eh?

Giusto:    E sì. Se si celebra adesso il matrimonio, alla domanda se voglio sposare Beatrice,

                 risponderei di no.

Beatrice: Giusto, ma possiamo chiarire questo equivoco?

Giusto:    Qui, l’unico equivoco è un altro: quel bambino che riposa sul nostro letto. ‘A do’

                 è asciuto?

Norma:      E ringrazia a Dio. Tu non puoi avere nemmeno figli.

Gli altri:    (Tranne Beatrice) Eh?

Giusto:      Ancora? E basta cu’ ‘sta storia.

                   Esce via a sinistra.

Beatrice:    Ecco, se n’è gghiuto. Embé, m’è passato ‘o genio ‘e me spusà.

Norma:      Ma statu zitta. Va’ addu isso, invece ‘e parlà. E spiegagli tutto.

Beatrice:    E gghiamme.

Norma:      Vengo pur’io, accussì sento chello che ddicite!

                   Norma prende per mano Beatrice e se la porta via a sinistra.

Libera:      E io e don Ciro che facciamo?

Fermo:      Andate pure voi a parlare con Giusto.

Ciro:          Sì, andiamo pure noi a parlare con Giusto!

                   Ma se ne va a destra.

Libera:      No, no, aspettate. Di là è la parte sbagliata. Aspettateeee!

                   E lo segue. Fermo scuote la testa e si rilassa, sedendosi a tavolino.

6. [Armando, Fermo. Poi Giusto, Beatrice e Norma]

                   Intanto in sala entra e sbarra le porte, occhi spalancati, affannato, Armando.

Armando: Memme!

Fermo:      (Si spaventa e si alza in piedi) Mammà! (Nota che è Armando) Uhé, ma si’ tu,

                   Armà? Che cacchio ‘e paura m’he’ fatto fa’.

Armando: Tu? E io, allora?

Fermo:      Ma te n’ire juto?

Armando: Sì, me n’ero andeto. Però non posso tornare più a Beri.

Fermo:      E per forza, ci stanno un sacco di nazisti in giro

Armando: No, no, ci sta di peggio.

Fermo:      E pure gli alleati che bombardano.

Armando: No, no, ci sta di peggio.

Fermo:      Mamma mia, e che ce sta? ‘A peste?

Armando: Peggio!

Fermo:      ‘A carestia? Che ce sta? Nun me fa’ sta’ ‘npenziero.

Armando: Fermo, mia moglie e mia suocera si sono smarrite in montagna nel 1918.

Fermo:      Embé?

Armando: Le hanno ritrovate!

Fermo:      Morte?

Armando: (Sconvolto) Vive! (E va a piangere sulla spalla di Fermo)

Fermo:      Piangi, piangi! Ti capisco.

Armando: (Piangendo) Voglio una bottiglia di Whisky per dimenticare!

Fermo:      E gghiamme a piglià ‘o Whisky!

                   I due escono a destra. Da sinistra tornano Giusto, Beatrice e (dietro loro) 

                  Norma che origlia.

Giusto:     Beatrì, ma secondo te, io posso credere a quello che mi hai raccontato?

Beatrice:  Se non mi vuoi credere, non fa niente. Però io ti ho detto la verità. Fino a due

                  anni fa, ho lavorato in tutti i teatri di Berlino est e ovest. Lo spettacolo si

                  chiamava “L’amante di Hitler”.

                  Da destra torna don Ciro, spinto in stanza da Libera.

Ciro:          L’amante di Hitler, l’amante di Hitler!

Giusto:      Aéh, mò ce mancava sulo chisto.

Ciro:          Ma guardate, che io ho visto tutto.

Giusto:      Ma perché, ci stavate pure voi?

Ciro:          No!

Libera:      Ehm… don Ciro, sedetevi cinque minuti. (Lo fa sedere al tavolino e lo

                   rimprovera a gesti)

Giusto:      Insomma, “L’amante di Hitler” era un’opera di teatro. Allora tu non l’hai mai

                   incontrato personalmente?

Beatrice:   Ma che? Non sia mai. O perlomeno, una sera lui era presente tra il pubblico.

Norma:     Confermo!

Giusto:      Ecco, allora ce steva!

Beatrice:   Ma non l’ho incontrato.

Giusto:      E chillu criaturo, Pippo, a do’ è asciuto fora?

Beatrice:   E’ figlio di una famiglia di attori ebrei che sono stati deportati a Auschwitz. E io,

                   per salvare Pippo, me ne sono scappata con lui in Italia.

Norma:     Confermo!

Giusto:      Norma, ma tu staje sempe ‘nmiezo?

Beatrice:   Ma Norma è stata fondamentale in questa storia. Ha nascosto Pippo.

Norma:     Confermo!

Giusto:      Oh, comme sta pronta, chesta. Subito dice “Confermo”!E che t’aggia dicere,

                  Beatrì. Scusami se ho pensato male di te. Ma l’unica maniera per togliermi ogni

                  dubbio, è sposarti. Forza, don Ciro, noi siamo pronti.

Ciro:         (Si alza in piedi) Anch’io! In posizione.

                  Ma ci sono degli errori nelle posizioni: Giusto si mette al posto di Ciro (come  

                  sacerdote), mentre Ciro si mette vicino a Norma. Beatrice sta a fianco a Libera.

Giusto:     Fratelli e sorelle, siete qui pronti a contrarre matrimonio. Don Ciro, volete  

                  prendere in matrimonio la qui presente Norma… (Fa mente locale) Ma che me

                  state facénno fa’? Siamo io e Beatrice che ci dobbiamo sposare.

                  Invertono le posizioni: Giusto accanto a Beatrice, Libera e Norma una accanto

                  all’altra, Ciro  pronto a celebrare.

7. [Tutti. Alla fine Kaspar e i due soldati]

                   Tutto è pronto per il matrimonio. Ciro si prepara ad officiare per Giusto e  

                   Beatrice, ma…

Ciro:          Scusate, ce sta ‘nu problema.

Gli altri:    E cioè?

Ciro:          Nun m’arricordo ch’aggia dicere!

Libera:      Don Ciro, e leggete.

Ciro:          E non ci riesco. Ho sbagliato a portare gli occhiali.

Beatrice:   Se soltanto ci stesse Armando.

Giusto:      Ma quello se n’è andato.

Beatrice:   E perché?

Giusto:      Ha deciso di tornare a Bari. Chi sa quando lo rivedremo un’altra volta!

                   Da destra entrano Armando e Fermo, con una bottiglia di liquore a testa,

                   abbracciati, ubriachi, cantano…

I due:         “La società dei magnaccioni / la società de la gioventù. / A noi ce piace de

                   magna e beve / e nun ce piace de lavorà…”!

Giusto:      Néh, uhé, ma che state facénno, tutt’e dduje?

Fermo:      Signor Giusto, stiamo festeggiando.

Armando: E sì. Hanno ritrovato mia moglie e mia suocera vive.

Giusto:      Embé, e si’ cuntento?

Armando: Sì, perché non tornerò mai più a casa mia. Resterò per sempre a Napoli.

Giusto:      Oh, mamma mia!

Beatrice:   Va bene, Armando, adesso però dacci una mano a celebrare il matrimonio.

Armando: Un’altra volta?

Giusto:      E nuje amme acchiappato a ‘n’atu prevete che nun serve a niente!

Armando: Embé, a questo punto, mi faccio prete io. Ormai già mi trovo! Norma,

                   mantienimi un po’ la bottiglia. Però ti raccomando, non bertela tutta.

Norma:     (La prende un po’ inorridita) Nun ce tengo proprio!

Armando: (Si mette in posizione accanto a don Ciro) Eccomi qua.

Ciro:         (Lo osserva) Scusa, ma io mi devo sposare con te?

Armando: No, voi dovete sposare a Giusto e a Beatrice.

Ciro:         A tutti e due?

Armando: Volete sposare a uno per volta?

Ciro:         No, no, adesso sposo a tutti e due. Come si celebra un matrimonio?

Armando: E mò ci penso io. Nel nome del Pedre, del figlio e dello spirito Sento, amen!

I due:        (Ripetono con accento pugliese) Nel nome del Pedre, del figlio e dello Spirito

                  Sento, amen!

Armando: (Cerca la pagina giusta e poi legge) “Cherissimi, siete qui convenuti… eccetera

                   eccetera…  Giusto e Beatrice, siete venuti a celebrare il Matrimonio… eccetera

                   eccetera… Siete disposti, seguendo la via del matrimonio, ad amarvi e a

                   onorarvi l’un l'altro per tutta la vita?”…

I due:          Eccetera eccetera!

Armando: No, dovete dire “sì”!

I due:         Sì!

Armando: (Legge) “Siete disposti… eccetera eccetera… esprimete davanti a Dio e alta sua

                   Chiesa il vostro consenso… eccetera eccetera… L’uomo non osi separare ciò

                   che Dio unisce.

Tutti:         Amen!

Ciro:          Ah, mò m’arricordo che succede: e adesso il rito degli anelli.

Armando: Esatto!

Beatrice:   Amore mio, finalmente adesso ci sposiamo.

Giusto:      Ma sì, adesso canta pure vittoria. Si va fino in fondo e non ci fermiamo più,

                   nemmeno se bombardano!

                  Alla porta d’ingresso si presentano Kaspar e i due soldati nazisti.

Kaspar:    Aaalt!

Gli altri:   (Seccati) E daaaaiiii!

Giusto:     Ma che miseria, nun se po’ ffa’ ‘na cosa ‘nsanta pace.

Kaspar:    Che cosa state facendo, qui dentro? Un altro matrimonio?

Beatrice:   Sì, ce stamme spusanno nuje. Vabbuò? Cocche problema?

Kaspar:    Signora,voi fare silenzio, altrimenti mettete nei guai. Capito? (Ai suoi soldati)

                  Arrestate il signor Giusto Nondirlo. 

Giusto:     Nun aggio capito, essa fa ‘e guaje e io vengo arrestato?! Ma so’ cose ‘e pazze!

Kaspar:    E portate via pure altri, mentre io interrogo signora Beatrice.

                  I due soldati portano via Giusto e pure gli altri (che protestano) li seguono.             

                  Kaspar allora si dedica a Beatrice.

Beatrice:  Ma si può sapere perché ce l’hai tanto con noi? Vogliamo sposarci. E allora?

Kaspar:    Tu conoscere benissimo leggi naziste.

Beatrice:  E va bene, metteremo a posto tutte le questioni burocratiche. Contento?

Kaspar:    Ma ionon essere interessato a questioni burocratiche. E’ da quando ci siamo

                  conosciuto a Berlino che penso… che penso… 

Beatrice:  (Dubbiosa) ‘Nu mumento, ma che staje dicenno?

Kaspar:    Essere io uomo di tua vita. Lascia perdere quel Giusto Nondirlo.

Beatrice:  E tu hai architettato tutta questa cosa perché vorresti sposarmi?

Kaspar:    Sei contenta?

Beatrice:  Ma non ci penso nemmeno!

Kaspar:    (Si incattivisce) E allora dove essere bambino ebreo? Io portare via con me.

Beatrice:  Pippo? Non c’è più. L’ho fatto adottare da una coppia.

Kaspar:    Ja? E allora io entrare in camera da letto e vedere.

Beatrice:  No, aspetta.

Kaspar:    Cosa c’è?

Beatrice:  No, niente.

Kaspar:    E allora andare.

                  I due escono a sinistra (Beatrice è preoccupata).

8. [Fermo, Armando, Giusto, i due soldati. Poi Kaspar e Beatrice]

                   Dalla comune entrano i due soldati nazisti legati, condotti da Fermo ed

                   Armando che guardano chi c’è in sala.

Armando: Presto, presto, non ci sta nessuno.

Fermo:      E adesso che ne facciamo di questi due?

Armando: E che ne so?

Fermo:      Li ammazziamo, li facciamo a pezzi e li diamo in pasto ai cani?

Armando: Ma che sei pezzo? Dobbiamo pensare a qualcosa di meno pericoloso.

                   Dal centro, entra pure Giusto.

Giusto:      Ah, finalmente aggio acchiappato a ‘sti duje naziste. Embé, vi ho dato quello

                   che meritavate.

Armando: No, guarda, che a questi due li abbiamo acchiappeti noi!

Giusto:      Li abbiamo…?

Armando: Acchiappeti!

Fermo:      (Traduce) Acchiappati.

Giusto:      Ah, ecco. Io direi, mettiamoli nel mio scantinato. Poi vedremo cosa farne.

Fermo:      E allora andiamo. (Quasi come frustasse cavalli) Ah, ah!

Giusto:      Ma che staje frustanno, ‘o cavallo?! Forza, fate presto.

                   Armando e Fermo escono via a destra. Giusto escogita qualcosa.

                   E mò tocca a chillu Kaspar!

                   Corre a destra a prendere qualcosa, poi torna con una padella in mano e si

                   nasconde. Da sinistra tornano Kaspar e Beatrice (con un pannolino ciripà in  

                   mano). Lei sembra sorpresa. Mentre Kaspar parla, Giusto gli si avvicina da

                   dietro con la padella in mano.

Kaspar:     Bambino non essere qui. Ma io troverò certamente lui.

Beatrice:   E Giusto?

Kaspar:     Quasi, quasi, io faccio fucilare tuo Giusto! (Se la ride) Ahahahah!

                  E Giusto gli dà una padellata dietro la testa. Kaspar si volta e lo guarda male.

Giusto:      Azz, ma che tene ‘a capa ‘e fierro, chisto?

Beatrice:   Ehm… mani in alto. (E punta il pannolino contro Kaspar)

Giusto:      E già, mani in alto! (E punta la padella contro Kaspar)

Kaspar:     E cosa fare tu qua?

Giusto:      No, niente, sono tornato a vedere se avevo spento le luci nel mio locale!

Kaspar:     E cosa volere fare con padella e con pannolino? Un momento, pannolino? Ma

                   allora ci essere davvero bambino qua dentro.

Beatrice:   (Nasconde subito il pannolino dietro la schiena) Oddio, no, no!

Kaspar:     E allora di chi essere questo pannolino?

Giusto:      E’… è ‘o mio! Vabbuò?! Nun me pozzo mettere ‘o pannulino?!

Kaspar:     Sentite,ora io arrabbiare! Ja, io arrabbiare veramente. 

                   Da destra giunge Armando con la pistola di uno dei due soldati nazisti.

Armando: Mani in alto!

Kaspar:    (Mette le mani in alto) No, io ora non arrabbiare più!

Giusto:      Ua’, grande, Armando! Néh, Armà, ma tu che ce faje ccà? Nun ‘iva ì a Bari?

Armando: Per l’amor di Dio! Hanno ritroveto mia moglie e mia suocera. Meglio i nazisti!

Kaspar:     Scusate, se voi dovete uccidere me, fate subito.

Armando: Non ti preoccupere!

Kaspar:     Was*?                                                                                                 *(trad. Che cosa?)

Armando: Ah?

Kaspar:     Eh?

Giusto:      Ma comme ve facìte a capì, tutt’e dduje? Armà, puorte a chisto ‘a parte ‘e dinto.

Armando: Andiemo!

                   I due escono a destra.

Beatrice:   Giusto, per fortuna Kaspar non ha trovato Pippo. Solo che non lo trovo più.

Giusto:      Quando siamo andati dentro, l’ho portato in un’altra sala più tranquilla.

Beatrice:   Ah, grazie! Bravo! Sono sicura che sarai un bravissimo padre per lui.

Giusto:      Beatrì, ma non sarebbe meglio se Pippo fosse adottato da qualcun altro?

Beatrice:   Che cosa? Non lo vuoi come figlio? Ma non lo senti il bisogno di diventare 

                   papà? Non la senti la voce del sangue? (Gli para il pannolino davanti) E non lo

                   senti questo pannolino?

Giusto:      (Nauseato) Uff, se sente e comme! Ma che l’ha’ dato a magnà, a ‘stu criatuto?

Beatrice:   Embé, Giusto, se non ti prendi pure Pippo, io non ti sposo più.

Giusto:      Questa è la tua ultima parola?

Beatrice:   Sì!

Giusto:      E che t’aggia dicere? Mi prendo a te e mi piglio pure a lui.

Beatrice:   (Felice) E allora completiamo il matrimonio. Dove sta don Ciro?

Giusto:      E chi ‘o ssape? Ora vedo fuori.

                  Esce dal locale. Beatrice, felice, stringe al petto il pannolino di Pippo.

Scena Ultima. [Armando, Fermo, Giusto, don Ciro, Beatrice, Libera, Norma. Poi Narciso]

                   Da destra tornano Armando e Fermo. Notano Beatrice abbracciare e parlare

                   col pannolino ciripà (e le si avvicinano man mano, non notati da lei).

Beatrice:   He’ visto? Ce ll’amme fatta. Giusto mi sposa e ti adotta. Ti voglio bene! Smack!

                   Beatrice riempie di baci il pannolino. Pian piano si volta verso i due e smette.

Fermo:      Armà!

Armando: Che è?

Fermo:      E’ asciuta pazza Beatrice!

Armando: E ti credo: si deve fare ‘sto matrimonio, ma non si conclude mai!

Beatrice:   Beati voi che non potete capire!

                   Dalla comune torna Giusto che spinge dentro don Ciro, Libera e Norma.

Giusto:      Forza, forza, tutti dentro! Dobbiamo finire il matrimonio.

Ciro:         Scusate, ma chi si deve sposare?

Beatrice:   Don Ciro, sempre io e Giusto, per favore, fate presto.

Giusto:      E questa volta, nemmeno le bombe ci fermeranno! Tutti in posizione!

                   Si mettono tutti in posizione:Giusto accanto a Beatrice, Libera e Norma una

                   accanto all’altra, don Ciro di fronte agli sposi, pronto a celebrare. Accanto a

                   lui, Armando. Infine, Fermo alla porta, a controllare che non entri alcuno.

Ciro:          Allora, cominciamo questa celebrazione fin dall’inizio.

Gli altri:    Noooo!  

Armando: Don Ciro, dobbiamo fare solo il fatto degli anelli.

Ciro:          Quale fatto degli anelli?

Armando: Le fedi: lui deve mettere la fede a lei e lei deve mettere la fede a lui.

Ciro:          Ah, sì, sì, già. E facciamo, facciamo.

Beatrice:   Libera, per favore, ci porti gli anelli?

Libera:      Ehm… li tenete già al dito!

Beatrice:   Ah, già. (Lo toglie e lo consegna a Giusto)

Giusto:      (Lo toglie e lo consegna a Beatrice) Secondo me,’nu matrimonio accussì, nun

                   c’è mai stato!

Beatrice:   Forza, dici quello che devi dire.

Giusto:      “Beatrice, ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà.

                   Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. (Pone l’anello a Beatrice)

Beatrice:   “Giusto, ricevi questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà. Nel nome

                   del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. (Pone l’anello a Giusto)

Gli altri:    (Applaudendo) Braviiiii!

Armando: Don Ciro, e volete dire la frase?

Ciro:         (Commosso, parla piangendo) Quala frase?

Armando: Come, quale frase? Quella là che usate quando dichiarate marito e moglie.

Ciro:         (Commosso, parla piangendo) Nun m’’a ricordo!

Armando: Don Ciro, fate presto!

Ciro:         Ma cu’ tutta ‘a buona vuluntà, nun m’’a ricordo!

                  Ad un tratto parte l’allarme antiaereo.

Giusto:     Fermi, nessuno si muova, tutti a vostri posti! Don Ciro, dite la frase.

Ciro:         E suggeritemela!

Tutti:        Vi dichiaro… vi dichiaro…

Ciro:         Vi dichiaro… vi dichiaro…

                  Ma ad un tratto entra Narciso, tutto festante.

Narciso:    Gli alleati, gli alleati! Stanno cacciando i nazisti. E’ fernuta ‘a guerra!

Gli altri:   (Tranne Giusto e Beatrice) Aléééééé!

Narciso:    Jamme tutte quante a festeggià!

Giu&Bea: No, no, addò jate?!

                  Escono via tutti, tranne Narciso, Giusto e Beatrice.

Narciso:    Néh, Giusto, Beatrice, ma ve site spusate?

I due:       Ancora no!

Narciso:   E vabbuò, ve spusate ‘n’atu juorno! Alééééé!

                 Ed esce via festante. Restano solo i due, sconsolati.

Giusto:    Beatrì!

Beatrice: Che d’è?

Giusto:    Ma secondo te, vale ‘stu matrimonio?

Beatrice: No!

Giusto:    E allora, almeno p’’o sfizio, dicìmmele nuje chella famosa frase.

Beatrice: E dicìmmele.

I due:      (All’unisono) Vi dichiaro marito e moglie! Ah, e quanno ce vo’, ce vo’!

                 E se ne escono via di casa, sottobraccio.

FINE DELLA COMMEDIA

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