Un matrimonio probabile

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UN MATRIMONIO PROBABILE

Atto unico

di GLAUCO DI SALLE

PERSONAGGI

Alkaios Angelopoulos, 67 anni

Achilles Fitrakis, 40 anni.

Commedia formattata da

La cabina di affari di Alkaios Angelopoulos nel suo yacht, ancorato al largo del porto del Pireo. È notte alta e il mare è immobile, nero. Le luci del cielo, zeppo di stelle, diradano all'orizzonte dove Atene e il porto sciorinano le loro luci fisse, allineate secondo il disegno della costa e della città. La cabina è grande e riccamente arredata.

Angelopoulos in camicia di seta è seduto su una poltrona, la sua, mezzo trono e mezza sedia di ufficio con lo schienale ribaltabile. È assorto. Entra Fitrakis. Ha bevuto nella riunione della sera, ma non è ubriaco. La stanchezza e un suo svagato modo di essere lo fanno sembrare a volte distratto, a volte ubriaco. Ha tra le mani il « komboloi ».

Fitrakis                          - Stavo andando a letto. Angelopoulos (fa cenno con la testa come a dire « Lo so, lo so »). Fitrakis. Mi hai chiamato? Angelopoulos (fa cenno con la testa di sì). Fitrakis. Non hai sonno? Non sei molto brillante se non da solo a solo, ma questa sera lo sei stato ancor meno del solito. Ep­pure la compagnia era simpatica e li avevi scelti uno per uno.

Angelopoulos                - (accenna ancora con la te­sta, vagamente).

Fitrakis                          - Chi è stato? La giovanissima etèra che ha cantato per te, tu che sei stonato, o Christos, il rampollo dell'enciclopedia che dovresti finanziare?

Angelopoulos                - (fa cenno di no, annoiato).

Fitrakis                          - Quel piccolo commerciante di cultura spicciola ha una cirrosi epatica che ga­loppa, ma beve. Che cosa hai? Non stai bene? Angelopoulos. Siediti.

Fitrakis                          - Grazie. (Si siede con lentezza) In queste notti ancora calde... ma non mi hai risposto. Come stai? Stai male? Angelopoulos. Sto bene e non mi fare più domande. (In tono di comando) Parla, parla tu.

Fitrakis                          - Devi ammettere che non è facile senza interlocutore... un monologo... non sapendo di che cosa vuoi che parli... Co­munque... sono un tuo dipendente anche se godo della tua amicizia. (Pausa) Quando sia­mo ancorati qui, non posso fare a meno, prima di andare a letto, di guardare Atene e il cielo, l'Acropoli e il cielo. Ne resto con-fuso. Se posso parafrasare Shakespeare, ci sono, caro Alkaios, più cose fra Atene e il cielo di quante non sia capace di sognare la tua filosofia... Mi piacerebbe essere stato abbandonato, in fasce, molti molti anni fa, su una pietra calda di sole in uno di quei monasteri fra molti sacri ulivi e pochi monaci, e sai perché? Per essere più greco di quello che sono... vero è che mi sento greco come un agnello greco... (S'interrom­pe. Qualche istante di silenzio).

Angelopoulos                - Parla. Parla!

Fitrakis                          - Sei indisponente. Vuoi che io par­li e non mi ascolti. Segui il filo dei tuoi pen­sieri e la mia voce ti serve da sottofondo. Non è una cosa nuova per un dipendente e un vecchio amico come me. Mi preparo. Dietro questo silenzio i coreuti sono già pronti a entrare nell'orchestra. Ti conosco bene. Quel tuo enorme naso di sottilissimo operatore meccanico... Sono in pensiero... Non che tu mi tolga la tua amicizia e il compenso per le mie prestazioni, sarebbe poco; mi puoi togliere l'amicizia e il com­penso quando vuoi e senza ragione... È che quando fai così mi provochi, e all'oscuro, nel buio più fitto, senza che tu me le accenni devo indovinare le risposte che vuoi da me. Ricorda che, oltre a essere il tuo medico personale e uno dei tuoi amici più devoti, sono anche un uomo che ha bisogno delle sue sette ore di sonno. (Pausa) Mi puoi smen­tire. In notti come queste, nelle quali tutto può accadere, me ne frego del sonno. (Pau­sa) I rumori della città si sono spenti, uno per uno. Lo hai sentito fino a poco fa risuo­nare il teatro di Dioniso? (Qualche attimo di silenzio).

Angelopoulos                - Domani la chiamo al tele­fono e glielo dico.

Fitrakis                          - (lunga pausa). Chi?

Angelopoulos                - Marianne Jefferson.

Fitrakis                          - (guarda in giro, guarda Angelo­poulos, poi guarda ancora in giro). Bene: Marianne Jefferson.

Angelopoulos                - E glielo dico.

Fitrakis                          - Che cosa le dici?

Angelopoulos                - Che la sposo.

Fitrakis                          - Posso chiederti perché, glielo dici domani, la sposi?

Angelopoulos                - (esita). Perché ci si sposa?

Fitrakis                          - Fu chiesto a Sofocle, già molto vecchio, di parlare dei suoi amori, delle sue nozze con Nicostrata, delle sue pazzie per le cortigiane, una bellissima, Archippe, e rispose: «Sia ringraziata la vecchiaia che mi ha liberato da un padrone selvaggio ».

Angelopoulos                - Credi?

Fitrakis                          - Sei un uomo robusto e non trovo nessuna ragione perché tu non possa desi­derare Marianne Jefferson.

Angelopoulos                - A questa età?

Fitrakis                          - Ti risparmio le adulazioni dei tuoi amici e ti dico che, secondo il mio giudizio, è normale per un uomo come te.

Angelopoulos                - Mi conosci bene?

Fitrakis                          - È normale.

Angelopoulos                - Me la sposo.

Fitrakis                          - Questo mi lascia perplesso. Ti senti solo?

Angelopoulos                - Sempre.

Fitrakis                          - Incredibile

Angelopoulos                - Non fare dello spirito. Non lo apprezzo. Sai che cosa voglio dire.

Fitrakis                          - Scusa. La verità è che un tuo ma­trimonio era assolutamente improbabile fi­no a pochi minuti fa, quando mi hai detto chi vuoi sposare. Mi avessi detto, sto pen­sando, una donna, la più bella, la più ric­ca, la più celebre, avrei risposto : « Impro­babile ». Ma con Marianne Jefferson, che ti sposi è probabile. Non mi è chiaro perché, in questo momento, basta parlarne però, è sufficiente parlarne...

Angelopoulos                - Ti ho dato una delusione?

Fitrakis                          - Basta parlarne...

Angelopoulos                - Io la sposo.

Fitrakis                          - Lasciami pensare ad alta voce, anzi pensiamo ad alta voce e diciamoci i nostri pensieri, con ordine... Non mi basta: ho bisogno di rivolgerti delle domande, pos­so farti delle domande? La notte è ancora lunga. Mi servo da bere. (Si alza, va al mo­bile-bar, ecc., siede con il bicchiere) Che cosa ti piace di lei?

Angelopoulos                - Domanda idiota.

Fitrakis                          - Non mi offendere. Se rispondi co­sì, niente di lei ti piace in particolare. È ovvio. Non voglio solleticare la tua fanta­sia, del resto rigogliosa... Sono molto agi­tato, sai, sono in pensiero per te, per noi, direi. Non mi offendere. È una bella donna. Quante ce ne sono come lei. E più belle di lei? Quante volte l'hai vista? Tre, quattro, in crociera? Hai fatto delle « avances »? Le hai parlato da solo a sola, l'hai affasci­nata come sai fare tu?

Angelopoulos                - (rabbioso). No. No! Nes­suna proposta. Cosa vuoi sapere?

Fitrakis                          - Questa tua rabbia che non cer­chi di nascondere fa crescere il mio pensiero per te, per noi, direi. È una reazione esage­rata, questa tua rabbia. Ci si può innamo­rare anche dei meno belli, delle meno belle...

Angelopoulos                - Che cosa vuoi dire?

Fitrakis                          - Fai la parte dell'offeso perché ho parlato di « avances », quando sai benissimo che i tuoi miliardi te le hanno sempre por­tate in barca e addormentate, le signore e le signorine, fino dentro il letto della tua stan­za. Sei uno degli uomini più ricchi del mon­do... Sì, ho sbagliato, non dovevo dire « a-vances », bastava dicessi : « L'hai guardata? Ti ha risposto con gli occhi di no? Allora, la sposi per questo? Perché ti ha detto con gli occhi di no, di no alla tua barca?».

Angelopoulos                - (senza reagire, remissivo). Niente, niente...

Fitrakis                          - Parliamone ancora... Marianne Jefferson, la vedova del Presidente degli Stati Uniti d'America.

Angelopoulos                - Lo so.

Fitrakis                          - Lo sappiamo tutti. Non è per in­serirti nell'elenco delle « very important per-sons »?

Angelopoulos                - No.

Fitrakis                          - Non è per tramare nuove reti di affari?

Angelopoulos                - No.

Fitrakis                          - Non è per scalare la Casa Bianca?

Angelopoulos                - No.

Fitrakis                          - O ti sbagli?

Angelopoulos                - (molto meno sicuro, pesando la risposta). Non lo so.

Fitrakis                          - E lo chiedi a me.

Angelopoulos                - Lo chiedo a me stesso.

Fitrakis                          - Difficile. Certe nostre azioni ven­gono da lontano, hanno radici lunghissime che si perdono nel tempo e noi crediamo, stupidi, che siano nate ieri, dal nostro ul­timo gesto prima di dormire, dal nostro ul­timo atto cosciente... I sogni, no, ti costrin­gono a fare, nel sogno, azioni che vengono in presa diretta da venticinque anni prima e lo sappiamo, lo sappiamo... Che cosa darai a Marianne?

Angelopoulos                - Che cosa posso darle che non abbia già?

Fitrakis                          - Vediamo di girare la domanda..-Tu chi sei? Rispondo io per te. Potresti essere tentato di vestire abiti non tuoi... Sei un uomo ricchissimo: è la prima cosa che si sa. Sei il padrone di una fetta di mondo economico, in altre parole, il padrone di una fetta di umanità... questo non c'entra... quest'ultima proposizione non ci serve... Le cose, comunque, sono proprio tue e sono tantissime... Dalle la tua isola.

Angelopoulos                - E poi?

Fitrakis                          - Il Mediterraneo, azzurro come nessun altro mare.

Angelopoulos                - E poi?

Fitrakis                          - Una maggiore sicurezza econo­mica, non politica.

Angelopoulos                - Oggi.

Fitrakis                          - Per quel che dura.

Angelopoulos                - E ancora...

Fitrakis                          - Il tuo amore.

Angelopoulos                - Ci perdo nel paragone. È stata la moglie di un grande Presidente, di un giovane Presidente. Sono sicuro che ci perdo. L'amore di quel Presidente, poco o tanto che fosse, era sempre quello di un Presidente d'America. Dimmi, che cosa pos­so fare per lei.

Fitrakis                          - Parliamone ancora...

Angelopoulos                - Se vuoi...

Fitrakis                          - Puoi toglierla di là.

Angelopoulos                - Questo sì.

Fitrakis                          - E se preferisse rimanere?

Angelopoulos                - Perché?

Fitrakis                          - (alzandosi con fatica dalla poltrona con il bicchiere in mano). Prima di rispon­dere, se permetti, mi verso un altro sorso... (Va al mobile bar, ecc.) Già, perché? (Ri­siede) Gli anni della sua vedovanza sono stati sotto gli occhi di milioni e milioni di occhi televisivi, di notizie radio, di articoli. L'hanno scovata in vacanza, alle grandi ce­rimonie con pudore, alle riunioni di fami­glia senza pudore, le sono state fatte richie­ste imbarazzanti e insinuanti, le hanno fatto processi alle intenzioni. L'hanno fatta salire sul palco, no, non per la corda ma per il sacrificio : la vedova con la « V » maiuscola, inconsolabile per ogni americano medio.

Angelopoulos                - La tolgo di là.

Fitrakis                          - Una francese con velleità giorna­listiche.

Angelopoulos                - E il secondo assassinio? Passato sopra di lei, così.

Fitrakis                          - Un chiodo ribattuto. Sì, una ra­gazza di famiglia andata incontro sorri­dendo a una tragedia americana, una euro­pea che ha preso su di sé, inconsapevole, sulle spalle gracili, un destino che non può scrollare. Tutto il dolore del « clan » dei Jefferson, lancinante, profondissimo, non voglio togliere niente a questo delirio, ha però forse una sua misura che rientra in un certo disegno, atroce fin che vuoi, ma rico­noscibile. Non mi so spiegare, lo vedo dal tuo sguardo. È come un perfido voto fatto in tempi remoti e che un giorno o l'altro sfonda la porta della tua casa con il calcio di un assassino, chiedendo soddisfazione secondo la promessa. Mi riesce difficile dire quello che intravedo. Scusami. Non vorrei che le mie parole venissero fraintese: nel tragico mosaico della politica americana di questi ultimi anni c'è una tessera che non collima, straziata, creata per altri fini, più modesti, per teneri paesaggi, ulivi di Arca­dia...

Angelopoulos                - Hai detto Arcadia?

Fitrakis                          - Io sono greco.

Angelopoulos                - Oppure?

Fitrakis                          - Oppure puoi toglierla di là per­ché il suo nome...

Angelopoulos                - Di chi?

Fitrakis                          - Dammi un secondo... È molto tardi e i pensieri mi si « lacerano » per la stanchezza. Non la senti, uomo imprevisto? Si è calata nelle nostre braccia, nel cervello, nei nervi, siamo pieni di stanchezza e sola­mente se chiudo gli occhi riesco a mala­pena e dipanare i fili dei pensieri... se riesco.

Angelopoulos                - Hai bevuto. È l'alcool. Quando bevi spandi il tuo estro poetico a fiotti.

Fitrakis                          - Posso garantirti che non mi hai offeso. Bene o male, anche se detto da te e con la buona misura dell'ubriachezza, mi fa piacere che mi venga riconosciuto un estro poetico.

Angelopoulos                - Un medico poeta, un me­dico per le donne.

Fitrakis                          - Non sei così insensibile alla poe­sia come fingi di essere. E poi non sono ubriaco.

Angelopoulos                - Lo sei sempre, dalle otto di sera in poi.

Fitrakis                          - Questa è una sporca calunnia. Devi essere fuori di te.

Angelopoulos                - Non mi contraddire!

 

Fitrakis                          - Non mi calunniare!

Angelopoulos                - Vorresti negarlo?

Fitrakis                          - Hai intenzione di farmi perdere tutta la notte rimproverandomi per sfogare il tuo malumore?

Angelopoulos                - Sei fuori rotta, dottore.

Fitrakis                          - Lo so, per gli dèi, mi fai perdere la notte perché sei in pena.

Angelopoulos                - (ironico). Come hai fatto a rendertene conto?

Fitrakis                          - È la mia diagnosi poetica.

Angelopoulos                - Riprendiamo il discorso.

Fitrakis                          - Sì, come vuoi, come vuoi...

Angelopoulos                - Stavi dicendo, quando ti ha preso la stanchezza o la sbornia, che voglio togliere Marianne di là perché il suo nome...

Fitrakis                          - ...è Antigone.

Angelopoulos                - Antigone?

Fitrakis                          - Proprio. Il suo nome.

Angelopoulos                - Chiarisci.

Fitrakis                          - Chi era Antigone?

Angelopoulos                - Dimmelo tu.

Fitrakis                          - Antigone era una ragazza per be­ne, rispettosa del volere degli dèi. Aveva preso sulle spalle troppo gracili un peso troppo grave. Per un atto d'amore.

Angelopoulos                - Sei vago.

Fitrakis                          - Necessariamente.

Angelopoulos                - Parlami di questo atto, tut­to quello che sai.

Fitrakis                          - A dispetto del bando del tiranno Creonte, Antigone diede sepoltura al corpo del fratello Polinice, che altrimenti sarebbe rimasto senza onoranze funebri e in pasto ai cani e agli uccelli.

Angelopoulos                - Come andò a finire?

Fitrakis                          - Andò a finire che Antigone fu se­polta viva in una grotta e qui si diede la morte per impiccagione.

Angelopoulos                - È una storia antica. La co­nosco anch'io. Sono stato anch'io al teatro di Epidauro, più di una volta, e davano « Antigone » una di quelle volte. È una tra­gedia di Eschilo.

Fitrakis                          - Sofocle.

Angelopoulos                - Sì, Sofocle. Vieni al dunque.

Fitrakis                          - Ci siamo.

Angelopoulos                - Cominci a vaneggiare?

Fitrakis                          - Seguimi. Un atto d'amore, una sensibilità di fanciulla, una paura tardiva, una femminilità piena...

Angelopoulos                - Di chi?

Fitrakis                          - Di Marianne.

Angelopoulos                - Marianne non ha obbedito a nessuna legge divina.

Fitrakis                          - A una legge d'amore, sì. Quando conobbe il Presidente.

Angelopoulos                - Una faccenda umana.

Fitrakis                          - Sempre un atto d'amore.

Angelopoulos                - Non voglio discutere.

Fitrakis                          - Quando l'uomo intervistato co­minciò a intravvedere la presidenza, lei co­minciò ad avere paura.

Angelopoulos                - Quale?

Fitrakis                          - Ogni genere di paura. Quella di essere la moglie del Presidente, la madre dei figli del Presidente... La sorte le strito­lava le dita, ma quello era il suo posto, a quanto era dato di vedere, a occhio di tele­visione.

Angelopoulos                - E Antigone?

Fitrakis                          - Piangeva la sua sorte, di essere trascinata a morire senza aver conosciuto la gioia delle nozze, piangeva di paura per ciò che l'aspettava, oltre la spiaggia di Ache­ronte.

Angelopoulos                - E Marianne?

Fitrakis                          - Avrebbe voluto essere la donna di un uomo, lei, che di natura è, così come mi pare, incerta, e divenne moglie di un Presi­dente. E le sue paure, gli smarrimenti che qua e là trapelavano dai primissimi piani impietosi degli obiettivi erano, purtroppo, sinceri e veri. Ho visto raggelarsi il sorriso di Marianne a mano a mano che il Presidente marciava più sicuro, ho visto di fotografia in fotografia contrarsi le sue pupille, le pu­pille di Marianne, e il suo passo perdere la scioltezza. (Con forza) Ci sarebbe voluta Elettra!!!

Angelopoulos                - Cos'è quest'altra donna?

Fitrakis                          - La facciamo troppo lunga se ti racconto anche questa storia. L'autore però è sempre lo stesso. La donna è un altro tipo di donna: la controfigura di Marian­ne, una donna che non ti sarebbe piaciuta, che non avrebbe goduto dei rubinetti d'oro a forma di delfino di questa barca.

Angelopoulos                - (inquieto). Riassumi.

Fitrakis                          - A quest'ora?

Angelopoulos                - Non fai che piagnucolare!

Fitrakis                          - Sissignore, riassumo. (Silenzio) Ho perso il filo.

Angelopoulos                - Bevi meno! Bevi meno!

Fitrakis                          - Ah! Ecco. Marianne uguale An­tigone.

Angelopoulos                - Ridicolo.

Fitrakis                          - Stiamo cercando sì o no di dare un senso a questo matrimonio?

Angelopoulos                - Va' avanti.

Fitrakis                          - Vuoi portarla via di là perché sei greco.

Angelopoulos                - Di Smirne.

Fitrakis                          - Non interrompermi, tu sei greco e tu solamente puoi farlo perché hai i mezzi per farlo.

Angelopoulos                - Devo interromperti. C'è qualcosa che non va. Io ho i mezzi, qui hai ragione, ma se fossi tedesco, avessi un im­pero di carta stampata e fossi nato ad Am­burgo?

Fitrakis                          - (si alza in piedi, si avvicina ad Angelopoulos). Alkaios, mio signore, il de­naro non è tutto e non può tutto. Sei greco e dentro di te (si allontana da Angelopoulos) c'è qualcosa che ti fa più ricco. (Lentamente) C'è il senso del tragico.

Angelopoulos                - Se fossi nato ad Amburgo?

Fitrakis                          - Forse il senso del ridicolo.

Angelopoulos                - Non so neanche perché ti sto ad ascoltare. Parole, parole.

Fitrakis                          - Ti sembrano parole? Le mie?

Angelopoulos                - Dimostrami che non sono parole!

Fitrakis                          - Posso tentare... Devo cercare... Ho la testa che mi pesa... e il mare ha cam­biato colore... (Pausa) Come avresti voluto spendere la tua vita, Alkaios? Io lo so! Al timone di una nave da carico, tutta la tua vita, timoniere anonimo, una nave in rotta sotto la Croce del Sud.

Angelopoulos                - (impetuosamente e con en­tusiasmo). Sì. Questo è vero! L'hai detto! È vero! È vero!

Fitrakis                          - Una cuccetta pulita, l'odore salso degli spruzzi, la nostalgia dei ritorni, il mo­tore sotto i tuoi piedi saldi...

Angelopoulos                - Certo! Certo! Questo è ve­ro. L'ho sempre desiderato...

Fitrakis                          - E hai qualche centinaio di milioni di dollari, una nave da guerra attrezzata a panfilo, una linea aerea privata, cambi letto e fuso orario ogni tre giorni... e la cuccetta?

Angelopoulos                - Quale?

Fitrakis                          - (a voce molto alta). Quella della nave da carico in rotta sotto la Croce del Sud! E il timoniere anonimo?

Angelopoulos                - Quale?

Fitrakis                          - Quello che dorme nella cuccetta mentre l'oceano gli dà sonni profondi. E il nome?

Angelopoulos                - Di chi?

Fitrakis                          - Del timoniere che ha finito il suo turno e indugia ancora un minuto sotto le stelle languide... e l'anima è immensa...

Angelopoulos                - Di chi?

Fitrakis                          - (pacato, con dolcezza). Tua, Al­kaios. (Lunga pausa).

Angelopoulos                - Ma questo non basta. Può accadere di diventare chi non si sarebbe voluto diventare. Non è sufficiente.

Fitrakis                          - Ti sei messo in moto appena hai preso coscienza della tua inquietudine, e cioè quando hai capito che niente era vera­mente importante. Hai cominciato a lot­tare...

Angelopoulos                - ...Quando la mia città fu conquistata con ferocia.

Fitrakis                          - Ma sarebbe un errore credere che cominciare la lotta potesse essere per te più che una semplice affermazione di prestigio. Sarebbe farti torto. Che cosa volevi far valere? Il tuo coraggio? La tua intelligenza? Non è questo. Dire che hai fatto fatica, che hai sopportato, che hai pianto, lo vogliamo dire, è rappresentare soltanto la miseria della condizione umana, non la tragedia. Tu sei stato chiamato dagli dèi a chiarire il senso oscuro della tragedia, perché hai vinto.

Angelopoulos                - Ma se dici che ho vinto...

Fitrakis                          - Qui sta il problema. Continua tu...

Angelopoulos                - ...Che cosa mi vuoi far credere...

Fitrakis                          - Non io... Tu lo sai...

Angelopoulos                - La verità...

Fitrakis                          - La conosci.

Angelopoulos                - La verità è che nessuno vince mai, nulla e nessuno. La vita è guasta in partenza.

Fitrakis                          - (felicemente e brindando). Evoè! Alla tua salute, amico.

Angelopoulos                - Alla fine il limite più lon­tano è solamente e sempre un limite, una linea dura, la rovina assoluta.

Fitrakis                          - Questa è consapevolezza!

Angelopoulos                - E tu?

 

Fitrakis                          - Io? Oh! Io sono un piccolo me­dico che, come dici tu, dalle otto di sera in poi farnetica...

Angelopoulos                - Perché tu no?

Fitrakis                          - Io appartengo alla massa, sono nella categoria inferiore, quella anonima. Non ho lottato, non sono riuscito, nean­che agli inizi, a inserirmi nel manipolo de­gli eroi... La tua è una casta, appartieni agli aristocratici, ai responsabili, ai protagoni­sti. Tu accusi, io sono rassegnato. Tu chiedi perché, io taccio.

Angelopoulos                - La sconfitta non è la tra­gedia?

Fitrakis                          - No, assolutamente no. La trage­dia è nel successo pieno.

Angelopoulos                - Ma ti si fa incontro la ro­vina assoluta; la morte.

Fitrakis                          - Evoè!

Angelopoulos                - (deciso). Voglio sposare Ma­rianne Jefferson!

Fitrakis                          - Vuoi la tua Antigone.

Angelopoulos                - (grida). La voglio qui.

Fitrakis                          - Non è importante, niente è im­portante.

Angelopoulos                - Qui, la voglio qui.

Fitrakis                          - Dovrai darti da fare.

Angelopoulos                - Come sempre.

Fitrakis                          - Parliamone ancora, vuoi?

Angelopoulos                - No. Ma già che ci sei, me­dicastro, fammi l'oroscopo.

Fitrakis                          - (ride). L'oroscopo? Vuoi dire il vaticinio.

Angelopoulos                - Quello che ti pare, fai pre­sto.

Fitrakis                          - Meglio un sacrificio agli dèi. Fini­sce a tavola e si beve molto e si canta.

Angelopoulos                - A che serve?

Fitrakis                          - A ingraziarteli, a farteli amici.

Angelopoulos                - Comincia, dottor Fitrakis!

Fitrakis                          - (si alza ubriaco). Mi manca tutto: l'altare, l'orzo mescolato al sale, la vittima.

Angelopoulos                - Fai come se ci fossero.

Fitrakis                          - (la pantomima del sacrificio: tra­scina un tavolo in mezzo alla scena, si lava le mani, lotta con un torello che costringe in ginocchio davanti all''altare, gli fa alzare il col­lo, lo sgozza, lo scuoia, accende il fuoco, spruz­za il vino sullo spiedo, assaggia il fegato, il cuo­re, i polmoni, riempie fino all’orlo la tazza e beve e mangia lasciandosi infine cadere sul­la poltrona. Tutte queste azioni sono sotto­lineate da parole, brevi battute, grugniti, respiri, come: «Le mani... il lavacro delle mani... » o « // fuoco... il fuoco... », ecc.).

Angelopoulos                - Allora svegliati! Qual è l'oroscopo?

Fitrakis                          - (fuori di sé). ...Il sacrificio... Vuoi sapere la verità? (Inizia in sordina la marcia dei « marines ». Pausa. Fitrakis si allontana, barcolla, si allontana)... Vuoi sapere la ve­rità? (Angelopoulos è immobile. La marcia americana aumenta di volume) ...Gli dèi si sono compromessi... (Sipario lentamente, la marcia a volume altissimo) Gli dèi si sono compromessi!

FINE

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