Un padre ci vuole

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Un padre ci vuole

Commedia in tre atti  di Stefano Landi

PERSONA G G1

ORESTE         - Sui 30 anni, ma invecchiato, risecchito, con un che di arcigno negli occhi. Una faccia macerata di studioso -lenti a stringinaso, barbettina -in contrasto coi vecchi panni di fustagno quasi con­tadineschi che umiliano la sua sparuta figura.

FERRUCCIO - Sui 60 anni, ma vigoroso, largo di petto, gli occhi chiari ridenti o feroci nella faccia abbronzata, i capelli ben piantati tul capo, tutti neri. Veste come un uomo d'età che voglia ancora tenersi su, di marrone, con una fascetta da lutto al braccio.

CLELIA         - Sta 30 anni, fine, bellina, sguardo luminoso e fermo, chiara voce franca e animosa. Veste con elegante semplicità, come una signo­rina di famiglia borghese, in villeggiatura.

ALFREDO     - Sotto i 40, quadrato nella persona, ha la faccia aguzza volpina,  veste bene, da ricco, alla foggia inglese.

BRUTI            - Sui ^5, tanto grasso e tardo all'aspetto, quanto fine e sen­sibile d'animo.

GUADAGNI - Età indefinibile; piccolo borghese di provincia.

CRAVANZOLA        - Sui 50, signore di campagna. Veste come uno che a cavallo ci va per i suoi affari e non per diporto, ma concedendosi il gusto di possedere un  bellissimo frustino.

FILIPPA         - Sta 50, donna di casa, grossa, svelta solo di lingua, anne­ghittita ed irritata dalla piccola vita di una casa senza avvenire.

FRANCESCA            - Sui $0, vestita signorilmente ma con modestia.

MARIA          - Sui 25, figlia di Francesca.

LAMBERTO  - Sui 30, fidanzato di Maria.

Oggi, in un paese agricolo dell'Italia centrale, vicino a una grande città.

Scena per i tre atti: vasto locale a terreno che fa da cucina e da tinello. La cucina col foco­lare sotto la cappa, l'acquaio, la tavola, ecc. nell'angolo tra la parete di sinistra e quella di fondo, che ha, lì sopra, un finestrino ferrato;

poi un erande uscio; poi una finestra. Nella parete ai destra, verso il fondo un'altra fine­stra, poi una cristallliera, una credenza, un vecchio comodo divano con due poltrone. In primo piano a sinistra, una porta che immette

nelle stanze interne. La tavola da pranzo è in centro con le sue seggiole. Dall'uscio gran­de e dalle finestre si vede, di là da un orto con alberi da frutto, qualche casa del paese e la campagna.

ATTO PRIMO

Filippa dorme su una poltrona, che è stata portata presso il focolare. L'uscio in fondo è spalancato. L'alba. Poco dopo spuntano dal di fuori, venendo avanti lentamente, e restano un momento sulla soglia, Oreste e Bruti, stanchi, coi panni e le scarpe im­polverati e inzaccherati.

Oreste                         - (con un freddo sorrisetto) Eh eh. « Lo ritroverà a casa », lei diceva. Ha vi­sto? (Entra e avanza zoppicando, seguito dall'altro che trascina i piedi - arrestan­dosi e additando Filippa). Se quella dorme lì, vuol dire che lui non è tornato. Chi aveva ragione?

Bruti                           - (quasi scusandosi) Ma è appena l'al­ba, signor Tressa...

Oreste                         - Di oggi. L'alba di oggi, caro dotto­re, E lui è scomparso dal pomeriggio di ieri. È inutile che lei cerchi ai confortarmi. Filippa.

Filippa                         - (pigramente, alzandosi) T'ho sen­tito, che credi? Mica dormivo: m'ero but­tata un po'...

Oreste                         - La mia poltrona, se non ti dispiace, al suo posto.

Filippa                         - (spingendo la poltrona presso la ta­vola, pochi passi per volta come se facesse una gran fatica, e brontolando) Ah, Si­gnore! Ma bada che non ci voglio rimettere la salute, io, per le ragazzate che tuo pa­dre si diverte a fare! (Irritata dal sorrisetto di Oreste) Anzi, per le tue esagerazioni! Come se fosse la prima volta che Ferruccio passa la notte fuori di casa!

Oreste                         - (a Bruti, facendolo accomodare sulla poltrona) S'accomodi qui. Senza cerimo­nie: io non ho la calma di star seduto. (Torna verso l'uscio e resta a scrutar fuori come se fosse in ansia).

Bruti                           - (sedendo) Però, badi che lei zoppica. Ci siamo stancati davvero.

Oreste                         - (senza voltarsi) Lo domandi a lei, perché zoppico. (Intende Filippa).

Filippa                         - A me? e che c'entro io? Io anzi t'avevo detto di non muoverti! Perché tuo padre bisogna capirlo. Quante volte se n'è. scappato di nascosto in città? per fare le belle cose che tutti possiamo immaginare?

Oreste                         - (voltandosi. Assoluto, ma con fredda calma) Senza avvertire, mai. Tutte le vol­te che s'è assentato, tutte, m'ha lasciato un biglietto.

Filippa                         - (con derisione, irritata) E va bene: questa volta ne ha fatto a meno. Pare che sia un bambino, che ha da chiedere il per­messo!

Bruti                           - (stupito, visto che Oreste non rispon­de) E lei ha perduto la notte a girare... solo per questo?

Oreste                         - (con vero cordoglio, rimproverando Filippa). Peggio, Filippa. Peggio d'un bambino, (Tornando indietro, a Bruti) Un uomo uscito dalla tragedia che lei sa: av­vilito dai rimorsi... Provi a pensare come deve sentirsi dentro, uno che ha causato la morte della moglie e dei figli.

Bruti                           - (affascinato dallo sguardo di Oreste) Certo... dev'essere terribile...

 Oreste                        - (rivolgendosi anche « Filippa) Ba­sta vedere come si è ridotto: da che era un uomo d'una attività, d'un'cnergia sbalor­ditiva. (A Bruti) Incapace di muovere un dito... -Mio padre sa bene con che ansia perciò veglio su lui.  Mi scompare a un. tratto senza lasciarmi detto nulla. Che debbo fare io allora? (Li guarda) Stare in pensiero, non, basta, credo: in un caso co­me questo,, che la mente corre subito alle cose più gravi ! (Conclusivo, grave, con gli occhi chiusi) E dùnque il mio preciso dovere è questo: mettermi a cercarlo e non desistere finché non l'abbia ritrovato e ri­condotto a ca$a.

Bruti                           - (dopo un po', con un sospiro) Eh, certo che... lo capisco...

Filippa                         - (visto Bruti soggiogato, a Oreste) Bada che ti sei fissato, tu, nella parte di tutore di tuo padre. Non lo fai più respirare. Bruti (scorgendo uno spiraglio) Ecco, ecco: anche lei dice... che forse s'impensierisce un po' troppo?

Filippa                         - E non fa più respirare nessuno! Ci vorrebbe tutti con l'anima in bocca, tutto il giorno: che farà, che non farà! E lascia un po' che faccia quel che gli pare!

Oreste                         - (con quel sorrisetto) Già già. La signora Filippa, che non vede un palmo oltre il naso, mi dispensa dal mio .compito. (Con disprezzo) Se non sbaglio, mio padre ha già tentato una volta di togliersi la vita: e tu lo sai I

Filippa                         - Ma questo fu allora, subito dopo la disgraziai

Oreste                         - (c. s.) A caldo, tu dici. No, cara: non fu subito dopo. (A Bruti) Restò quasi cinque mesi fra la morte e la vita, tutto fracassato e con la commozione cerebrale: capirà che in quello stato non poteva pen­sare»..

Filippa                         - (interrompendolo) Ma sì, fu quan­do riprese coscienza, all'ospedale: è lo stesso! Appena capì quello che aveva fatto e si trovò piantonato: in stato d'arrestoI alla vigilia del prócesso! (Pigliando anche lei a testimonio Bruti, dall'altra parte) Scusi: lei metta uno... che non l'aveva mica voluto, ma la responsabilità, c'è poco da dire, era stata' sua: perché il passaggio a livello era chiuso e lui per l'impazienza di non aspettare un po' con la carrozza.... Lo sa come fu il fatto?

Bruti                           - (cercando di ripararsi) SI, si: me l'ha accennato stanotte...

Oreste                         - (a Bruti, con calma sdegnosa) Co­me vede, dà la versione dei nostri nemici. Benché io sia riuscito a far riaprire il pro­cèsso e a fargli ridurre la pena da otto anni a tre soli, proprio perché non è di­mostrato per nulla affatto che i cancelli fossero stati debitamente chiusi né che li avesse riaperti lui.

Filippa                         - Se l'aveva ammesso!

Oreste                         - (rimbeccandola) Per voluttà d'aggra­varsi la colpa: come aveva tentato di pu­nirsi da sèi

Filippa                         - Io so solo che tutto il paese, tuo padre, lo voleva all'ergastolo! (Prevenendolo) Sì, si, perché e un paese di selvaggi! E che la povera tua madre, quel giorno....

Oreste                         - (interrompendola) Smettila! Insom­ma... Filippa! (L'ha quasi supplicata).

Filippa                         - (mitigando e a grado a grado com­movendosi) Non ci voleva andare, non si sentiva bene... Ma figurarsi se lui poteva rinunziare all'orgoglio di mostrarla alla festa, parata con tutti i suoi ori! L'ho ancora davanti agli occhi come salì su quella carrozza! Per forza, poveretta! E ti dico che ci saresti salito anche tu, sai?, per forza: se non eri ai. tuoi studii in città. L'hai scampata solo per questo. Co­me tuo fratello Alfredo, che se n'era dovuto scappare fino in Australia per. libe­rarsi dalla tirannia di tuo padre e-farsi un po' la sua vita!

Oreste                         - (tornando all'uscio, a Bruti, ironico) Lo capisce lei questo discorso? Io non lo capisco!

Filippa                         - Perché tuo padre era un prepoten­te, caro mio: più intrattabile di come sei diventato tu, ora che credi di fare il capo di famigliai

Oreste                         - Ah, non Io faccio! Credo di farlo...

Filippa                         - (per ferirlo) Sai perché lui t'aveva lasciato a studiare? perché t'aveva giudi­cato un buono a nulla!

Oreste                         - (con affettuoso compatimento) Po­veruomo... e che poteva capirne? (Scotendo il capo, a Bruti) Gli parevano scioc­chezze, la laurea pubblicata a spese della Facoltà... la nomina ad assistente appena laureato:..

Bruti                           - (con rispettoso interesse) Ma allora lei è professore:  assistente universitario...

Oreste                         - (tornando indietro) Oh. Lo fui per due anni, col senatore Giannantoni, e sta­vo per avere la libera docenza, in biologia.

Bruti                           - (con ammirazione) Assistente di Giannantoni! Ma allora...

Oreste                         - (commosso) Caro dottore: per me è finita. Mentre mio fratello Alfredo... lui d'affari se ne intende! avrebbe potuto  assumersi tutto, qui. Un egoista. Non sentì nemmeno il dovere di scomodarsi nel momento più terribile. (S'allontana di nuo­vo verso l'uscio in fondo).

Filippa                         - Fossi stato un po' egoista anche tu: ora forse potresti...

Oreste                         - (troncando) T'ho pregata di fare quello che ti compete. (Altra occhiata fuori, toma indietro, s'arresta, mirandosi i piedi che gli bruciano, con ira contenuta) Se tu m'avessi comprato i lacci da scarpe! (A un atto di lei, ch'è rimasta male) Eh eh. I lacci. (Muove qualche passo gemendo, fa un suo riso quasi tra sé pieno di soffe­renze e d'ironia,.a Bruti) Dottore: Io nota?

Bruti                           - (sbalestrato) Che cosa?

Oreste                         - Il conforto. Le premure che mi si prodigano in questa casa. (A Filippa, mel­lifluo) Stiamo ancora aspettando che ti ven­ga in testa... d'offrirci un sorso di caffè. O caffè e lane, dottore? - Caffè e lat­te col pane, per tutt'e due. Ma ora non c'è bisogna di correre: arrivi tardi lo stesso! (Filippa è corsa ai fornelli).

Bruti                           - (con un sorriso riconoscente  rinvivendo) Ah sì; un caffè e latte caldo,, direi pro­prio che ci vuole..

Oreste                         - Come vede, c'è stato bisogno di chiederlo! Come questi  lacci  di  scarpe. Uh mese, che li chiedo. (S'appoggia alla tavola e gli alza i suoi piedi sotto il naso) Guardi. E pensi come ho dovuto camminare sta­notte: tirandomi dietro le scarpe come due ciabatte.

Bruti                           - (impressionato) Ah, perciò tutti que­gli inciampiconi...

Filippa                         - (dai fornelli, mortificata) Se mene sono scordata!

Oreste                         - (cavando fuori un'agenda e scorren­dola) Eh eh. Giudichi lei, dottore. Giorno sedici, guardi: « rimproverata Filippa che da tre giorni dimentica acquistarmi lacci scarpe ». Giorno... dipiotto: Tacci scarpe. Diciannove: scadenza... no. (Va avanti; tra i denti) Sequestro... (Sfoglia e s'ab­buia) Qui è segno che non ci ho pensato più neanch'io. (Ritrovando, con gioia) Ec­co, ecco! 24 lacci, e ancora 06 lacci, fino a ieri! Eh eh. (Ironico) Tu avresti tremato, di scorciarti una sola volta un desiderio di mio padre.

Filippa                         - (stringendosi nelle spalle) Ma si, vuol dire che tuo padre mi dava un'altra soggezione.

Orestb                         - Ah, questa è la scusai Appunto: la soggezione esteriore, ti ci vuole. Ora capisco mio padre, che talvolta aveva l'im­pulso di far crollare i muri! (Ripensandoci dolente) Benché la mia povera mamma... (Ricomposto) Basta. Vorrei sapere come si regolerebbe lei, per esempio!

Bruti                           - Io?

Oreste                         - Se a casa sua la trattassero cosi.

Bruti                           - (schermendosi) Io sono scapolo...

Oreste                         - E che vuoldire? lo sono anch'io!

Bruti                           - Scusi, ma, ma io, vede?, passando davanti a un mereiaio... me li sarei.com­prati da me, i lacci.

Oreste                         - (che c'è restato male) Ma no! scusi ! che ragionamento è questo?

Filippa                         - (venendo avanti, piena di riconoscen­za) Il latte, lo preferisce con tutta la pan­na, signor -dottore?

Bruti                           - (confuso) Grazie... sì, come vuole lei. (A Oreste) Scusi: io non sono stato pre­sentato alla signora. (Si alza, con stento).

Filippa                         - (ridendo male) Che signora, per carità! Qua sono la serva: non l'aveva capito?

Orestb                         - (spazientito, frastornato da un pensie­ro). Ma non le creda, dottore. E’  una nostra parente, che dopo la disgrazia prese le redini di casa nostra: e nessuno l'ha mai trattata da serva.

Filippa                         - Intanto non mi hai presentata, e il signore l'ha notato.

Oreste                         - (sbrigativo, per tornare al suo pen­siero) Il dottor Cesare Bruti, la signorina Filippina Tressa.

Bruti                           - (inchinandosi) Onorarissimo.

Filippa                         - (attaccando subito discorso con sod­disfazione) Prego, piacere mio: non pos­so darle la mano perché... Lei è qui in villeggiatura, eh? Io l'ho incontrato tante volte, con una bella signorina...

Bruti                           - Sì, sì.

Filippa                         - (curiosa) La sua fidanzata?

Bruti                           - (subito, con uno scatto quasi di ri­brezzo) No... no: che le salta in testa? Mi scusi: ma la minima supposizione», mi fa senso!

Filippa                         - Mi scusi lei, ma che ci sarebbe stato di male?

Bruti                           - Oh! Era fidanzata col mio povero fratello, morto.

Oreste                         - (malizioso) Lei non s'è voluto ca­ricare sulle spalle il peso d'una casal. Bruti (indignato). Ma che dice?

Oreste                         - Dico per i lacci delle scarpe. Lei entra in un negozio e se li compera da sé. Poterla avere, la testa per queste cose. Quando si deve averla per centomila altre molto più gravi e complicate. La casa vi­nicola... l'orgoglio della ditta: per carità! in cima a tutti i pensieri! E i molini. E la fabbrica dei pelati...

Bruti                           - (con un sussultò) La fabbrica dei pelati?

Oreste                         - Pomodori. Si chiamano pelati: in scatola. Anche quelli! (Gridando, a Filip­pa) Vuoi farmi il favore di togliermi le scarpe? No, me le cavo da me. (Se le cava e le rovescia, ne cadono gruzzoli di brec' cole) Guarda, cara. Breccolc: sassolini: me ne hai fatti imbarcare a ogni passo. E po­tevo fermarmi a ogni passo per levarli? Ho i piedi tutti scorticati! In un momento che dovrei volare!

Bruti                           - (dopo avere annusato, timidamente) Ma che è, quest'odore di bruciato?

Filippa                         - (scappando al focolare) Oh, mamma mia; il latte... se n'è andato tutto!

Bruti                           - (agitato) Il latte? Oh! Peccato! Oreste (come se ci avesse gusto)  Benissimo! Ecco la donna di casal

Filippa                         - (fuori di sé). Noi la mia disgrazia è quando mi scordo che non bisogna darti retta! Mi dispiace per il signor Bruti!

Oreste                         - (disgustato) E per me no. La sente? Ma bisogna che vada a cercare mio padre. (S'avvia).

Filippa                         - (trattenendolo, mentre Bruti s'alza stupito) Scalzo? Aspetta almeno che ritor­ni il signor Guadagni dall'Orticello!

Oreste                         - (calmo, con le scarpe alte in mano, senza un gesto) Levati.

Filippa                         - (c. s.) Ma vedrai che tuo padre è 1) come ti dicevo, e che lui te lo riportai

Oreste                         - Levati, dico. (Come Filippa lo la­scia) Povera donna. (Esce).

Bruti                           - Ma, signor Tressa... Professore...

Filippa                         - (dalla soglia, parlando fuori) Non fare pazzie, Oreste: prenditi almeno un po' di caffè nero! (Dopo un attimo, più forte) O lo vuoi con un uovo battuto? (Dopo un po', voltandosi, a Bruti) Che vuol fare, con un uomo simile?

Bruti                           - Non... transige...

Filippa                         - E vedrà che suo padre, o è andato in città a svagarsi, o avrà passato la notte all'aperto perché smaniava dal caldoi II caldo, i calori del sangue: ecco tutti i tor­menti di quell'uomo: e lui si monta la testai Ma fa fìnta, di montarsela: lei l'a­vrà già capito: per costituire rimorsi a me e al padre.

Bruti                           - (allargando le braccia) Natura, che ci vuol fare? E allora...

Filippa                         - Vuole andar via ?

Bruti                           - Eh, visto che... Scusi!

Filippa                         - Naturale, l'ha lasciato in asso! (Si guardano) Ma perché non resta? (Risolven­do) Facciamo colazione insieme, noi due.

Bruti                           - Oh... non si disturbi.

Filippa                         - (dandosi già da fare) Si metta a sedere. Quello può aver fatto cento pen­sate. Parlo di Ferruccio. Può esser salito a monte Cavo per veder spuntare il sole!

Bruti                           - (che s'è seduto, con piacevole meravi­glia) Ah sì? allora come Clelia! La sig norina che le dicevo: è salita appunto ìssù per la levata del sole! Dicono che è uno spettacolo stupendol (Dopo un po') Me l'ha fatto perdere, per non aspettarmi un poco. E non ci si combattei Impazienze... salti d'umore... una cosa terribile!

Filippa                         - Ah, dice quella signorina?

Bruti                           - Sì, da che le morì il fidanzato, mio fratello... Guardi: qui, recentemente, ha perso un diario che scriveva... (Senza ren­dersene conto, tutto rianimato) Non le dico quello che ha fatto succedere in casa, con la madre e la sorella, e anche con mei Co­me se la colpa fosse nostra. Pareva che non potesse più vivere se non lo riaveva:  e tre giorni dopo, d'un tratto, tutto finito.

La voce di Guadagni  - (oltre l'uscio in fondo) Signorina Filippa!

Bruti                           - (levandosi) Chi è?

Filippa                         - È il signor Guadagni: un amico di casa.

Guadagni                    - (sorreggendo Orbste, abbandonato su lui) Venga qua: m'aiuti! (Ma fra la loro meraviglia Oreste si scioglie da lui e, pia che mai zoppicando, con la faccia aggrondata, va a gettarsi sul divano, lasciando cadere lungo il tragitto le scarpe che ancora reggeva in mano. Gli altri lo guardano in silenzio).

Oreste                         - Non ho più bisogno di nulla. Vi ringrazio tutti. (Resta cupo, assorto).

Guadagni                    - (a Bruti, afferrando la gamba di Orestb e togliendogli la calza) Gli ho visto il piede. Lei è medico, è vero? Guar­di lei: forse disinfettarglielo non basta: c'è tutta la pelle... (A Oreste) Solo un pazzo poteva ridursi in questo stato!

Bruti                           - (alacre e deciso, entrando in funzio­ne) Fermo: mi lasci vedere. Eh sì, c'è qualcosina da fare. (Pare contento: cava di tasca e dispone su una seggiola una boc­cetta d'alcool e una busta con bisturi, forbicette ecc.).

Filippa                         - (frattanto, a Guadagni) Allora, al-l'OrticelIo, niente? (Come Guadagni fa di no) Strano!

Bruti                           - (a Filippa, perentorio) Ci sarà del­l'acqua bollita, non è vero? Porti qui. E pezze di lino, bambagia, e anche una ca­tinella.

Filippa                         - Ma lei ha guardato bene all'Orti-cello?

Guadagni                    - (a Filippa, che traffica per esegui­re) Non s'è trovata la chiave per entrare, ma era tutto chiuso, portone, finestre: ci abbiamo girato intorno, io mi sono sgolato a chiamare... E poi il contadino lo avrebbe veduto.

Bruti                           - Andiamo, signorina! (a Oreste) In­tanto, comincio con l'alcool. Brucerà.

Oreste                         - (coi denti stretti per il dolore) Spero che quella là, almeno torcerà gli occhi allo spettacolo del male che ha fatto!

Guadagni                    - (sempre reggendogli la gamba) Il male, scusa, l'hai fatto tu a non fermarti a tempo, quando hai visto che in queste condizioni non potevi più camminare.

Oreste                         - E mio padre allora lo cercava lui che non lo conosce. Dovevo andare avanti a qualunque costo. Peggi© per gli altri, se mi riducono così.

Guadagni                    - Il peggio, mi pare che è per te! I piedi dolgono a te.

Bruti                           - Parli quanto vuole, ma stia fermo.

Oreste                         - E io ne godo!

Guadagni                    - E allora... accomodati!

Oreste                         - (a Bruti) Presto, dottore, che mi rimetto in giro.

Bruti                           - Lei starà alle mie prescrizioni, che sono: riposo assoluto! Cravanzola (dalla soglia) Permesso? (ma nessuno l'ode). Oreste (agitandosi, trattenuto da Guadagni) Ah sì? E allora si levi! Ridatemi le mie calzette!

Guadagni                    - (tenendolo fermo) Tu sei matto. Non gli badi, dottore.

Cravanzola                  - (entrando) Buon giorno, signo­ri! È mezz'ora che chiedo permesso.

Oreste                         - (turbato) Ah, già: il pranzo a casa sua. Mi dispiace, Cravanzola, ma non pos­so venire.

Cravanzola                  - (diffidente) Che significa que­sta storia, Oreste? Mi guardi negli occhi!

Guadagni                    - (subito) Senti, Cravanzola: la­scialo stare, almeno per oggi.

Cravanzola                  - Ma come lo lascio stare? Oggi c'è il pranzo con quei tali, e lui io sa be­ne: o fuori o denaro. Lei è alla vigilia dei fallimento! Lo vuol capire?

Oreste                         - Sarà. E tanto più, allora, voglio tutelare la mia dignità.

Cravanzola                  - (mentre Filippa scoppia a ridere astiosa) Se non ci fossi io a rassicurare i suoi creditori con la combinazione... che oggi deve andare in porto, Oreste! Se non ci fossi io, dico, che le offro una mano... una mano in tutti i sensi. Eravamo già d'accordo, mi pare. Mia figlia l'aspetta e le ho promesso che lei verrà con un maz­zolino di fiori. (Frigidamente) Tanto, sapevo che avrei dovuto pagarlo io; anche quello.

Oreste                         - Ah, Cravanzola, scusi! Così... mi fa mortificare per lei.

Cravanzola                  - Ma non perdiamoci in chiac­chiere. Le ho detto che quei tali, che saranno a pranzo con noi, debbono esser rassicurati che tutto marcia in regola. Al­trimenti, la corda che le tengono al collo...

Guadagni                    - (interrompendolo) Se ti pare de­licatezza, mettere in piazza ogni cosa!

Cravanzola                  - E va bene, vado via. L'aspet­tiamo per il tocco. (Accenna un saluto).

Oreste                         - (per trattenerlo) Ma io... Parli lei, dottor Bruti: che cosa m'ha prescritto?

Bruti                           - Ah. Io...

Cravanzola                  - (interrompendolo) Può fare un breve tragitto in carrozza? per una ragione gravissima ? improrogabile ?

Bruti                           - (confuso, guardando lui e Oreste) Ma... io non so... se è proprio necessario...

Cravanzola                  - (subito) La ringrazio: non oc­corre altro. (E guarda sorridendo Oreste, ammutolito) Proprio nient'altro.

Guadagni                    - (a Bruti, additando i piedi «/'Ore­ste, ridotti due palle bianche) Lei ha fi­nito, non è vero?

Bruti                           - (sentendosi mandar via) Ah SÌ. Be­nissimo...

Oreste                         - (vergognandosi) Mi scusi, dottore... mi scusi. La ringrazio di tutto.

Bruti                           - (raccoglie i suoi arnesi) Prego, prego. (S'inchina) Signori. (Esce in fondo).

(Gli altri hanno risposto al saluto, Filippa l'ha accompagnato fino alla soglia, dove re­sta impensierita, guardando fuori, e quindi la oltrepassa togliendosi dalla vista).

Cravanzola                  - (sedendo di fronte a Oreste, benevolo) Mi parli chiaro, Oreste. Lei ha presenti le ragioni per cui le dò mia figlia? Cesira avrebbe altri partiti. E quelli mi stanno attorno e mi sollecitano: mentre lei... si fa tirare. Mi lasci dire. Io le avevo già consigliato di metter suo padre al cor­rente della situazione: anche per evitare che lui commetta imprudenze... in un mo­mento così delicato: che ci vuol niente a mettere in allarme tutti i vostri creditori...

Oreste                         - (interrompendolo con un sorriso qua­si malizioso) Ma che vuole che sappia mio padre del momento delicato! Non è vero, Guadagni? (Compiaciuto) A questo, se non altro, sono riuscito: a non fargli sospettar nulla di tutto questo dissesto, a farlo vivere almeno senza questi pensieri! È lo scopo della mia vita. Dopo tutte le sue sciagure!

Cravanzola                  - M'ascolti bene, Oreste, e sia leale. (Fissandolo) Si tolga di mezzo. E penserò io a intendermi direttamente con suo padre.

Oreste                         - (eccitatissimo) Ah no! Non ci si pro­vi, sa? Badi a quello che fa!

Cravanzola                  - Calma, calma.

Oreste                         - (gridando) È lo scopo della mia vita, le ho detto! Lei non l'ha mai visto, un figlio che si difende gli ultimi giorni del padre!

Filippa                         - (dalla soglia) Signor Guadagni! (Lo chiamerà anche col cenno).

Guadagni                    - (a Filippa) Vuole me? (E, come Filippa lo sollecita, s'avvia).

Oreste                         - (sempre eccitato) Perché io lo so! gli vuol mettere i piedi sul collo! gli pia­cerebbe di vendicarsi ora di tutti gli smac­chi che ne ha avuti!

Filippa e Guadagni     - (escono confabulando).

Cravanzola                  - Acqua passata. Una questio­ne di sentimento posso sistemarla con lei: con Ferruccio non si tratterebbe altro che di interessi: di non rimetterci quello che sono disposto a perdere se lei sposa mia figlia.

Oreste                         - (in apprensione per l'uscita di Gua­dagni) Lei mio padre lo lascerà stare! sposo sua figlia: ci penso io! e basta così.

Cravanzola                  - (freddo) È l'accomodamento più  ragionevole. (S'alza) Oggi  conclude­remo. Oreste (in ansia di quel che accade fuori l'uscio) Il patto è, veramente, quando saprò l'ultima parola di mio fratello Al­edo.

Cravanzola                  - E non le basta che da tre mesi non le risponde più? Che ne ha ricavato di tutte le richieste d'aiuto che gli ha ri­volto in questi anni?

Oreste                         - Prima. Prima, quando mi rivol­gevo alla sua coscienza, per la salvezza di nostro padre... non Io nego. Ma ora, da che gli ho dimostrato l'affare...

Cravanzola                  - (ironico, interrompendolo) E lo credo! Con l'assicurazione che lei si spoglia di tutto!

Oreste                         - (cavando di tasca una lettera spiegaz­zata, per mostrarla) E infatti scrive che se gli avessi fatte da principio queste con­dizioni, lui sarebbe già intervenuto. L'im­portante, per me, è che provveda a mio padre !

Cravanzola                  - No: non « scrive », « scrisse »! Tre mesi fa, e da allora zitto, senza rispondere nemmeno ai suoi solleciti! Mi scusi! È inutile rifare la solita discussione fra noi. (Dandogli la mano). Basta, la aspettiamo al tocco. Siamo intesi? Imman­cabilmente.

Oreste                         - (non sapendo nascondere l'irritazio­ne contro Filippa che non si volge) Va via? Mi scusi, arrivcderla. Filippa!

Cravanzola                  - (s'avvia scotendo il capo. Dalla soglia) Al tocco, dunque. (Esce).

Oreste                         - Ma Filippa! E Guadagni?

Filippa                         - (pensierosa) È venuto uno a cercar­lo e... non so, si sono messi a parlare sotto­voce. Io credo che sia da parte di tuo pa­dre. Sono andati via insieme da un pez­zetto.

Oreste                         - E non mi dicevi niente. Chi era?

Filippa                         - Quello che è venuto? Non lo co­nosco. Un vignarolo... Che ne pensi tu?

Oreste                         - (irritato) Io? Se non l'ho nemmeno veduto! Non capisco, da parte di Guada­gni, tutti questi misteri. Poteva venirmi a dire qualche cosa!

Filippa                         - Il signor Guadagni voleva: quel­l'altro l'ha fermato, dicendogli di no. Che può essere?

Oreste                         - (subito, adirato)  E io con questi piedi! Lamberto (sulla soglia, dall'esterno) È qui,mammà, venga. Francesca (affannata, mostrandosi con Maria che le dà il braccio) Bisogna esser sicuri, per non fare scandali inutili.

Maria                          - È questa la casa del signor Tressa? Oreste (stupito) Il signor Tressa son  io. Che cosa desidera?

Francesca                    - (entra, sempre affannata, ma riso­luta) Ah, bene. Dov'è Clelia? (All'atto Oreste, scambiandolo per un'intenzione di simulare) Ah no, lei sbaglia, se mi domanda: « che cosa desidero » ! Saprà già con chi parla! Io sono qua a preten­dere, signor Tressa! Dov'è Clelia! La fac­cia venir fuori subito!

Oreste                         - (stupito, ma già turbato) Clelia? Badi che sbaglia lei, creda.

Lamberto                    - (provocante e sdegnato contro O-reste) Mammà, lasci parlare me, la prego!

Francesca                    - (subito, a Oreste, con fierezza) Ma davvero .non capisce chi sono? Io sono la signora Francesca Ciàmpoli! (Con un grido) La madre di Clelia!

Filippa                         - (riconnettendo, a Oreste) Sai chi è? Clelia, quella del dottor Bruti!

Maria                          - (subito) Bruti è stato qui? Mammà, quel poveretto!

Lamberto                    - (subito, provocante, a Oreste) E allora smetta di fingere! se Bruti è sta­to qui!

Oreste                         - (stralunato) Bruti? (A Filippa) Mi stoni la testa anche tu? (Agli altri) Se non si decidono a dirmi di che si tratta!

Francesca                    - (dopo esser rimasta male un atti­mo, drammatica, in tono alto) Ah, non lo sa? Suo figlio ha rapito la mia Clelia!

Oreste                         - Mio figlio? Ma che dice?

Francesca                    - Suo figlio, suo figlio! E deve ri­parare! E lei deve obbligarlo!

Oreste                         - Signora, io non ho figli! Che di­scorso mi sta facendo?

Francesca                    - Ho qui la lettera! Ferruccio Tres­sa! Chi è Ferruccio Tressa?

Guadagni                    - (precipitandosi affannato dall'uscio) Ritrovato, Oreste! (Restando alla vista de­gli altri) Sono... sono già i parenti di lei?

Oreste                         - (angosciato, provando a rizzarsi) Di lei? Allora tu l'hai visto... davvero con una... con una? (A Francesca) Ferruccio Tressa è mio padre, signora! Sessantanni! Che cosa dice la lettera?

Francesca                    - (smarrendosi) Un vecchio!

Oreste                         - Che cosa dice la lettera?

Francesca                    - Che l'ha rapita...

Oreste                         - Mio padre? È arrivato fino a que­sto punto? Come un ragazzino! (A Filip­pa) Hai visto che avevo ragione di tenerlo sotto tutela!

Maria                          - (non rivenendo ancora dallo stupore)Con un vecchio...

Oreste                         - (frigido, rimbeccandola subito) Un vecchio, sì! (Annaspando per rizzarsi, a Francesca, con cattiveria, sottovoce) Si vergogna per la sua figliuola, eh? Fa bene.

Francesca                    - (piangendo) Oh Dio, ma perché, allora? perché?

Oreste                         - (in piedi, aggrappato a una spalliera: pieno di livore, a Francesca) Eh eh. Do­manda opportuna. Lo chiariremo: faremo i conti noi due, ora, signora mia. (Con un tono odioso) Sarà giovane, eh? que­sta... Clelia?

Francesca                    - Ventinove anni...

Oreste                         - (con maligna soddisfazione) Situa­zione, come vede, capovolta! Non è mio figlio; è mio padre; e mio padre non ha rapito: è stato rapito!

Guadagni                    - (subito, titubante) Aspetta, O-reste...

Francesca                    - (cercando di reagire) Ma che cosa immagina, lei, della mia figliuola?

Oreste                         - Ma immagini lei, cara signora! Che cosa vuole che immagini io? che ci sono ragazze avide, disposte a subire un vec­chio, se ricco: ma mio padre non è nean­che ricco! siamo all'orlo del fallimento!

Francesca                    - (indignata) Ma Clelia non può averlo fatto per questo!

Oreste                         - È ricca  lei, forse? (Tra  sé) Che l’abbia fatto per questo?

Francesca                    - No, noi non siamo ricchi...

Oreste                         - Ah! E allora... coperchietto? (Fa­cendo il gesto di nascondere qualche cosa sotto una mano).

Francesca                    - Coperchietto? Che vuol dire?

Oreste                         - Conseguenze... conseguenze da ri­parare! col vecchio, abbagliato dalla fortu­na che gli capita: d'una ragazza che s'in­namora di lui... proprio di lui! Eh eh!

Guadagni                    - (dispiaciuto) Oreste...

Francesca                    - (scoppiando in pianto) Ma cre­da... Oh Dio! Creda, signore, che noi... siamo persone per bene! Non è come lei sospetta: una ragazza così seria... così tri­ste... Creda!

Oreste                         - (scoppia in una risata astiosa e ghi­gnando volta la faccia),

Filippa                         - (ridendo) Io ho capito tutto, Ore­ste! Tutto quello che c'e sotto!

Francesca                    - (con ira) Ma non c'è sotto nulla!

Filippa                         - Quella aveva sottomano il giova­notto innamorato, e se n’è scappata col vecchio, credendolo ricco! Ah ah!

Francesca                    - (calma) Ma lei non sa quel che dice! E, caso mai, è proprio il contrario: avrebbe lasciato il ricco  e giovane, per prendersi il povero e vecchio! Vede come loro s'ingannano?

Guadagni                    - (venendo in mezzo, cauto per ti­more di ferire Oreste, ma forzato a dir la verità) Ecco, abbiate pazienza... Io l'ho vista, Oreste, e ti posso assicurare che non è... non è come si potrebbe supporre. La vedrai.

Francesca                    - (che s'è ilarata: subito, trepidante) Lo sente? lo sente? Dio la rimeriti, si­gnore! L'ha vista? Dio mìo, mi dica­mi dica...

Guadagni                    - Non tema, signora: abbia pa­zienza. (A Oreste che lo fissa stupito) Già sa tutto di te, Oreste, e, dalle poche pa­role che abbiamo potuto scambiare... è mol­to in pena... sì, proprio per te. Perché ca­pisce che tu, nel primo momento, devi giudicarla male... ma e piena di volontà d'aiutarti... in tutto...

Oreste                         - Aiutare me? E tu non capisci che quella vorrebbe seguitare il suo giuoco con me? Mettere nel sacco anche me? Se ne accorgerà!

Maria                          - (urtata dal pianto della madre) Se ti pare decoroso, mammà, tutto quello che stai facendo!

Oreste                         - (subito) Brava signorina: un po' di fierezza !

Maria                          - Vieni via. mammà! Sentiranno loro il dovere di venirti a trovare a casa nostra.

Guadagni                    - (venendo in mezzo) Ecco, ecco. E infatti tardano apposta a tornare. Fer­ruccio aveva previsto che lei, signora, si sarebbe precipitata qui... Ma lui, prima, vuol parlare col figlio... ed è giusto.

Filippa                         - Aveva previsto anche questo, Fer­ruccio? Che il primo urto con la suocera glieravrebbe parato lui?

Oreste                         - (severo e rapido, andandole incontro) Filippa! Se la tua intenzione è d'aizzar­mi contro mio padre, t'avverto che mi pare vile. Zitta: tu mi conosci. (A Francesca, con l'intenzione di dirle cosa sgradita) Quanto a lei, signora... io le chiedo per­dono se in qualche momento non l'ho trattata con i dovuti riguardi: ma non s'illuda! Una sola parola io le dico: che il giudizio che attende la sua figliuola... sarà... (Come se dicesse un cosa terribile) spassionato!

Francesca                    - (commossa, resistendo un momen­to a Maria e Lamberto che la sospingono verso l'uscita) Mi basta questo: che lei sia spassionato...

Oreste                         - (con un ghigno, feroce) Perche lei non sa, signora, che cosa voi dire per me: spassionato! Eh eh! (Mentre Francesca, Maria e Lamberto sono per uscire dal­l'uscio in fondo). Il tribunale della co­scienza!

TELA

 

ATTO SECONDO

Qualche ora dopo l'azione del primo atto. In scena Guadagni e Filippa. Guadagni è fermo in mezzo alla scena, in piedi e a capo chino, pensieroso.

Filippa                         - (in lagrime, correndo di qua e di là tra i fornelli e la tavola da apparecchiare) Ci fosse uno in questa casa che si ricor­dasse di tutti i sacrifizi che ho fatti iol E che ne ho avuto in compenso? Sgarbr, rimproveri, e trattata come uno straccio! Ed ecco che ora, per conclusione, spunta fuori una... e mi si pianta qua da padrona! Obbedire, o quella è la porta!

Guadagni                    - Ma no, chi può pensare di met­terla alla 'porta 1

Filippa                         - Ferruccio! Non l'ha sentito? Me l'ha gridato or ora! davanti a quella lì! E quando pretendeva che Oreste le baciasse la mano?

Guadagni                    - (scotendo il capo) Se Oreste non avesse parlato tanto... facendo lo spassio­nato!

Filippa                         - Le ha detto il fatto suol Che sf aspettava? le feste? il benvenuto?

Guadagni                    - Signorina, con un puntiglio fred­do, accanito, che imi veniva di dirgli: ma guardala una volta negli occhi!

Filippa                         - È proprio vero che le donne... si fanno venire uno svenimento, e trovano sempre chi ci si commuove!     

Ferruccio                     - (dall'uscio in fondo, con tre o quat­tro polli morti in pugno: spavaldo, fa mostra d'una vigorosa esuberante sicurezza. A uno a uno lancia i polli a Filippa) Filip­pa! Toh! Piglia! T'ho risparmiato di ti­rargli il collo! Fammeli saltare in padella, alla diavola, ch'è più spiccio. (Cava l'oro­logio) Fra tre quarti voglio essere a ta­vola. (Si dirige a sinistra) Filippa        - (con le lacrime in pelle) Ma Fer­ruccio, scusa, nemmeno il.tempo di spiumarli; e poi non mi bastano i fornelli!

Ferruccio                     - (arrestandosi, ridendo) E non ti 1 mettere a piangere, li mangeremo stasera. Intanto... (Batte le palme e se le stropiccia allegro) gli ho fatto la festa, e m'è servito di sfogo! Hai apparecchiato ancora qui: bestia. L'ultima volta. Ora, in sala da pranzo:, si riapre!

Oreste                         - (da sinistra, rivestito di nero e sbar­bato, mat sempre senza scarpe, i piedi fa­sciati. .Appena entrato fi ferma a sentire).

Filippa                         - (balorda) In sala da pranzo?.

Ferruccio                     - (che ha voltato subito le spalle al figlio ostentando di' non volerlo guardare, mentreOreste, gli terrà gli occhi addosso sorridendo) Strano, eh? E metti un posto di più.        

Filippa                         - Ma... siamo contati tutti: anche il signor Guadagni.

Ferruccio                     - Brava: e l'altro è per uno che ci farà una bella improvvisata. Ah ah: ride­remo! Fra tre quarti in punto! (esce a si­nistra). Oreste (subito, prima che il padre esca, pe­rentorio e ruvido a Filippa)  Tu: puli­scimi le scarpe che devo andar via. Le scarpe nere!

Filippa                         - Ma se mi tocca di badare qui, scu­sai Non Thai sentito?

Oreste                         - Le .trovi sotto il letto in camera mia: sbrigati! E prendimi anche i guanti C il cappello duro. (A Guadagni) Ma alló­ra è vero che arriva Alfredo? Hai sentito che ha detto papà?

Guadagni                    - Che vuoi che ti dica? Stamattina pareva che scherzasse; ma ora, il posto ih tavola...

Oreste                         - (si muove pensieroso) Se fosse vero... non avrei più bisogno di sposare la figlia di Cravanzola.

Guadagni                    - Ah, t'eri vestito per andare da lei.

Oreste                         - No. No. Debbo trovare la forza di andarci. La forza di compiere quest'ultimo sacrifizio: definitivo. Legarmi tutta la vita a quella disgraziata. Ora più che mai è necessario. (A Filippa) Ancora qui? Insomma!.  

Filippa                         - (avviandosi di mala voglia) Vado, vado.     

Oreste                         - (a Guadagni) E anche la. venuta d'Alfredo, capisci? in questo modo... se -c'è sotto un accordo fra lui e papà -come comincio a sospettare -non mi risolve più niente: anzi mi complica di più le cose!

Ferruccio                     - (entrando da sinistra appo aver fatto uscire Filippa) E levati dai piedi! (Ha un quadernetto in mano va deciso e mette una mano sulla spalla di:'Oreste. Con voce grave e. commossa, ma parlando rapidamente) Guarda: per farti vedere co­me tu giudichi male Clelia ti mostro una cosa. (Portandoselo verso il proscenio) Que­sto lo trovai, sarà, un mese, sul muricciuolo d'una scorciatoia. Smarrito da lei, il suo diario. Guarda, io l'ho conosciuta così. (Sfogliando e abbassando la voce per pu­dore è sospetto) È 'tutto pieno d'un certo Giulio, morto da due anni...

Oreste                         - (dominandolo con uno sguardo di so­stenutezza pensierosa che'saprebbe d'alte­rigia se non fosse venata di benevolenza) Calmati. Vieni a sedere. (Va a sedere su una poltrona a destra).

Ferruccio                     - (come se temesse di lasciarsi soggiogare) Lasciami parlare, Orestino.

Oreste                         - (correggendolo c. s.) Oreste. Rico­minci a usare quel diminutivo ridicolo e insoffribile.

Ferruccio                     - Va bene: ci baderai (Accostan­dosi) Senti. Era il suo fidanzato... Ma ne parla... ne parla come-d'un sogno, capisci? gli chiede perdono perché non può fare a meno di volgersi di nuovo alla vita... Una che... non si può persuadere' che rischia di restare senza una vita.. una « vita vera », dice. Vede arrivare i trent'anni e, senza né dote né una bellezza appariscente.

Filippa                         - (da sinistra con un paio di scarpe, una bombetta nera e un paio di guanti , neri: a Oreste) Eccoti la roba.

Ferruccio                     - (subito, adirato) Zitta! va' vial

Oreste                         - (calmo) Ma papà. (A Filippa) Non interrompere. Preparami qualche cosa da mandar giù: un ristoro: perché mi hai fatto saltare la colazione. (Come Filippa si allontana brontolando) Eri riuscito a sorve­gliare di più i tuoi scatti. (S'alza) Abbi pazienza (dirigendosi verso Guadagni) Sa­rebbe opportuno prevenire la signora Ciàmpoll:  che sono tornati, ma che lei non ci piombi addosso di nuovo...

Guadagni                    - Già, è vero: mentre state ancora discutendo. Ci vado subito.

Oreste                         - (mentre Guadagni esce) Grazie. (Tornando a sedere) Torniamo a noi. La mia apprensione è per lo stato in cui que­sta donna ti tiene, papà: questo stato di ebbrezza. Te lo devo dire. Un'illusione di felicità, di... di liberazione, che mi faapau­ra. Tu stai tornando come prima; Vedo che fi sfreni di nuovo! Hai ricominciato ad arruffare in tutte le direzioni!

Ferruccio                     - Io ho ricominciato a vivere !.

Oreste                         - Ma che vivere, che vivere, papà! Pazzie: buttare a mare la ragione: tu lo chiami vivere! Appunto questo mi spa­ventai E questa donna non ti serve che. ad esaltarti di più!,Per esempio: con Al­fredo: tu hai fatto qualche accordo, di na­scosto!

Ferruccio                     - (con ira, fissandolo) E di no? Oreste (stupito) Io?

Ferruccio                     - (balzando in piedi) Tu, sii Per spogliarmil Tutt'e due! Ma il giuoco .non vi riesce più! L'ho sventato a tempo!

Oreste                         - (indignato) Svenuto? Ma che hai creduto? Era la tua salvezza! Io! io mi spogliavo di tutto! Io! per assicurare la tua tranquillità! (Agitatissimo, volendo e non riuscendo a'infilarsi le scarpe, a- Filippa) Filippa, scusa: aiutami tu! (Filippa andrà e riuscirà a mettergli la scarpe) E va bene, non c'è , rimedio, devo andare da Cra­vanzola.»

Ferruccio                     - Il tuo degno fratello arriva si­curo d'avermi in tasca, impacchettato e legato dalle tue mani! Mi divertirò!

Oreste                         - (disperandosi) Hai mandato a male l'unico mezzo che io avevo trovato per sal­vare te e per risparmiare a me... di bere il calice fino alla feccia! E va bene: forza, Oreste! Forza! (A Filippa) Presto, Filippa: devo corere da Grava nzola.

Clelia                          - (dall'uscio in fondo, sbigottita) Fer­ruccio.. Oreste... ascoltatemi...

Ferruccio                     - (accorrendo subito e standole at­torno curvo e goffo per l'affettuosa pre­mura di sostenerla) Lillina, ti sei alzata? Oh, cara... Vieni vieni, vieni a sederti subito.

Clelia                          - (cercando di scansarlo, impacciata dal­lo sguardo «/'Oreste) Credevo che fossi nell'orto... Ma lasciami! (Subito mitigan­do) Perché non mi lasci con lui?

Ferruccio                     - Ma no, andiamo, anima mia. Ti riporto a letto. Sei pallida pallida.

Oreste                         - (fremendo allo spettacolo del padre così premuroso) Ah, che cosa! Non ho più scampo, Filippa: devo andarmi a co­stituire! Galera a vita. Forza, Oreste!

Ferruccio                     - (cominciando a inquietarsi con Clelia che s'è irrigidita e gli ha risposto qualche cosa) Non mi far ridere. Tu sei una bambina, e devi fare come ti dico io. (Accorgendosi che Oreste sogghigna) Devi imparare a conoscermi.

Clelia                          - Oh, anche tu, sai. Oreste... scusa: potrei sapere qual'c il tuo scopo... preciso?

Oreste                         - (subito, scaricandosi con durezza) Sì, signorina. Il mio giudizio tiene conto che nei suoi calcoli...

Ferruccio                     - (troncando con ira) Ma che si­gnorina! che giudizio!

Oreste                         - (assicuratosi con un'occhiata di poter seguitare, a Clelia) ... tiene conto che nei suoi calcoli, forse, sarà entrata anche qual­che buona intenzione.

Ferruccio                     - (smaniando in giro per la rabbia) Non posso sentire il tono con cui si per­mette di parlarle! Tu non hai nessun di­ritto di giudicare né lei né me!

Clelia                          - Ma, Ferruccio, il giudizio degli al­tri non si può evitare! Lasciami sentire! Parla con me, Oreste.

Oreste                         - (alzandosi in piedi, poiché Filippa ha finito di mettergli le scarpe) Se vuol sa­perlo -praticamente -io non m'oppon­go più a che mio padre ripari.

Ferruccio                     - Che vuol dire, praticamente?

Oreste                         - (freddo freddo a Clelia) Visto che Iti non ha fatto questo passo per fini in­teressati, ma allo scopo di formarsi una fa­miglia...

Clelia                          - (subito) Se capisci questo...

Oreste                         - (seguitando) ...e nella sicurezza che l'uomo con cui., permetta che glielo dica, si buttava allo sbaraglio... fosse almeno responsabile di se stesso...

Ferruccio                     - (trasecolato) Io? Non sono... re­sponsabile di me stesso?

 Oreste                        - (deciso) Ma che credi? d'esserti emancipato? Non si distrugge con un colpo di testa l'autorità che finora t'aveva governato per il tuo bene.

Ferruccio                     - (quasi tra sé dallo stupore) Ma è pazzo...

Clelia                          - (sgomenta) Ferruccio... lasciami sen­tire tutto...

Oreste                         - (A Clelia) Oh, brava. Visto che lei, dicevamo, fu in certo qual modo tratta in inganno...

Ferruccio                     - Chi? Io, tratta in inganno?

Oreste                         - Lasciami finire. (A Clelia) Non sa­rebbe giusto che ora ne restasse compro­messa. Perciò si metta in regola la situa­zione, legalmente e anche dal lato mate­riale. Le si passeranno gli alimenti. Ci penserò io: provvedere anche a questo.

Ferruccio                     - Voglio vedere fin dove arriva!

Oreste                         - Non posso permettere che tu ti per­da un'altra volta. Forse la signorina non ne avrà colpa: ma il suo ascendente su di te risulta nefasto. E io la debbo allon­tanare.

Ferruccio                     - (troncando) È pazzo! Ci ha cre­duto davvero:  l'autorità! l'autorità!

Oreste                         - (interrompendolo, con passione e de­cisione) Altrimenti, davvero farò un giuo­co, papà! e tale che non potrai sventarlo! Lo sai, il mio giuoco? Questo: risparmiar­mi! Pensare un po' anche a me stesso, alla fine! E basta questo: basta che io mi ri­tragga dall'ultimo sacrifizio che sto per affrontare per te: e tu ti trovi legato e chiuso da tutte le parti! (A Filippa che gli si avvicina con una tazza, fa cenno di posarla sulla tavola) Posa lì.

Ferruccio                     - (violento) Parla chiaro. Voglio sapere tutto! Che cos'è questo sacrifizio: tutte queste storie! Orestino!

Oreste                         - Oreste!

Clelia                          - Aspetta, Ferruccio: ormai capisco io. Secondo lui abbiamo commessa una pazzia proprio ingiustificabile: e io sono una che non ti può fare altro che male. Aspetta. Esser giudicata così è per me... la fine di tutto; perché io, a lui... gli voglio bene e lo ammiro. Sì, è la verità.

Oreste                         - Ma lei mi adula! (Si mette in capo la bombetta e comincia a calzarsi i guanti neri).

Ferruccio                     - (al colmo dell'ira) Non Io vedi che ti schernisce? (A Oreste, fremendo) Bada che io... (violentissimo) Baciale la mano, ti dico! e chiedile scusa!

Clelia                          - (subito, vacillando) Oh Dio... oh Dio... Ferruccio...

Ferruccio                     - (prendendola fra le braccia) Ti senti male di nuovo? (A Oreste, con odio) Hai visto? Su, Lillina, su... (porgendole il ristoro preparato per Oreste) Ecco, bevi: bevi...

Clelia                          - (sporgendo un braccio, con una lan­guida vocino) Ma Oreste, caro, baciami la mano... (Come tornando in sé) Oh Dio, che ho detto? (Tuffa la faccia nella tazza).

Ferruccio                     - (mentre la sorregge, a Oreste, che fa per uscire) Vigliacco! Vigliacco!

Alfredo                       - (entra dal fondo con una busta d'i cuoio; alzando il braccio da lontano, rumo­roso) Allò, allò, vecchio padre! gridi an­cora? Venti anni fa ti lasciai che gridavi! (Gettando cappello e busta su una seggiola e voltandosi subito a Oreste, a braccia aperte) Allò... caro Oreste! allò!

Ferruccio                     - (subito, commosso) Alfredo! Fi­glio mio!

Oreste                         - (insieme, correndo ad abbracciarlo) Alfredo! Ma come? Alfredo!

Alfredo                       - (abbracciando Oreste) Ma come, devo dirlo io: nessuno alla stazione!

Ferruccio                     - (cercando di abbracciarlo) Figlio mio! T'aspettavo! Non mi pare vero, Al­fredo! Senti, vieni:  fammiti vedere...

Alfredo                       - (parlando a Oreste mentre ricam­bia l'abbraccio al padre con simulata effu­sione) Bene, bene: bisogna pensare a far­mi ritirare i bagagli. (A Oreste, prenden­dolo sottobraccio) Ma come sei vestito? hai un funerale?

Ferruccio                     - (sconfitto) Così m'abbracci?

Alfredo                       - (battendogli la mano su la spalla) Ma bravo, papà. Sei più in gamba di quel­lo che credevo. (A Oreste) E questa beila signorina?

Filippa                         - Alfredino! e me, non mi vedi? sono Filippa!

Alfredo                       - (a Filippa) Eh lo so: ben ritrova­ta! Ho fatto buon viaggio, a casa mia tutti bene, e gli affari a gonfie vele! (Scoppia a ridere).

Ferruccio                     - (scuro in viso) Clelia, questo è l'altro mio figlio. Mia moglie.

Alfredo                       - (stupito e insospettito) Oh, lallà... e che storia è questa? hai sposato? (A Oreste) E tu non m'hai...

Ferruccio                     - (interrompendolo, con un fugge­vole sorriso) Oreste non lo sapeva nean­che lui. Del resto, t'abbiamo aspettato per le nozze. È meglio dirtelo subito: perche Oreste crede che ci sia bisogno del suo consenso!

Alfredo                       - Allora... scusa: non è tua moglie.

Ferruccio                     - Sì e no... più sì che no. Hai ca­pito?

Clelia                          - (vibrata) Ferruccio! (A Alfredo) No: non sono ancora sua moglie. E non è det­to che lo sarò.

Ferruccio                     - (subito le mette un braccio su la spalla e parlandole sottovoce la conduce verso l'uscita di sinistra e vincendo la sua resistenza la fa uscire).

Alfredo                       - (A Oreste) Che cosa gli hai fatto fare?

Oreste                         - Io? Me l'ha nascosto fino a questa mattina: come mi ha nascosto il tuo arri­vo! Tanto che ho creduto che vi foste messi d'accordo: tu e lui!

Ferruccio                     - (con ira, rapidamente) D'accordo v'eravate messi voi due, sulla mia spo­liazione! (A Alfredo) Tu credi che t'abbia fatto venire lui? Ah ahi Avevi preteso l'assicurazione che tutto si sarebbe svolto fra voi due, senza nemmeno consultarmi!

Alfredo                       - Ah, te l'ha detto. (A Oreste) Sei un chiacchierone?

Oreste                         - Io? No, Alfredo!

Alfredo                       - (affettando calma) Ma l'assicura­zione l'ho avuta: altrimenti non mi sarei mosso.

Oreste                         - (stupito) L'hai avuta?

Ferruccio                     - (subito, ironico) Ma si! Gli hai risposto di sì, telegraficamente, a tutte le sue richieste: gli hai perfino inviato un messaggio augurale in pieno oceano!

Oreste                         - Io? Non è verol Io non ne so niente I

Alfredo                       - (quasi divertito) E allora non com­bacia. (Intuendo, pronto a ridere, al pa­dre) Ah ah... sci stato tu? ma come?

Ferruccio                     - Quando ho trovato per caso una tua lettera con le condizioni che lui stesso, sciocco, t'aveva proposto...

Alfredo                       - (a Oreste) Bellissima! Ha inter­cettato la nostra corrispondenza! Oreste      - Perciò non mi rispondevi più.

Alfredo                       - (a Ferruccio) Mi piacerebbe sapere che hai sperato, facendomi cadere in que­sta trappolina.

Ferruccio                     - Trappolina? Di' che t'avevo pre­parato una punizione: per questa tua avi­dità senza scrupoli. Farti spendere almeno i denari della traversata, per un saluto « al vecchio padre », e ritorno con le pive nel sacco.

Alfredo                       - Ah, cosi. (S'allontana e siede in di­parte, scuro, per riflettere)

Oreste                         - E queste non ti paiono ragazzate? In un momento così grave...

Ferruccio                     - Zitto, zitto, Orestino. (Correg­gendosi poiché Oreste protesta) Oreste, Oreste. (A Alfredo) Scherzo. Ci sarà sem­pre un buon affare da trattare fra noi due. Mi .rimetto negli affari.

Oreste                         - Ma fa il favore, papà.

Ferruccio                     - (senza dargli conto, a Alfredo) Quando ho avuto quella prova, che qui, senza di me, s'andava a rotoli... t'ho co­stretto a venire per aiutarmi nei principi. Con te potremo ragionare. Ci metteremo d'accordo.

Alfredo                       - (calmo) Papà, è meglio dirti su­bito che io resto fermo alle condizioni già stabilite con lui. Perciò non abbiamo né da ragionare né da metterci d'accordo.

Ferruccio                     - No, Alfredo. La situazione ora è un'altra. Scusa! Io ora...

Alfredo                       - (interrompendolo, sempre calmo) Per me è la stessa. Fra gente d'affari si sta alla parola, e io ho i vostri impegni scritti.

Ferruccio                     - Ma non siamo soltanto due uo­mini d'affari, noi due; siamo padre e figlio.

Alfredo                       - Appunto. A un estraneo avrei posto ben altre condizioni, caro papà. Ti salvo dal fallimento e t'assegno un buon vitalizio: provvedo perciò a te moralmen­te e materialmente. Ma la ditta la salvo io, e diventa mia.

Ferruccio                     - (cominciando a irritarsi, a Alfre­do) Tu mi consideri finito... Come tuo fratello! Da levarmi di mezzo senz'altro!

Alfredo                       - (subito, a Ferruccio) Ho fatto i miei conti su queste basi. Se non vi con­venivano non dovevate propormele. Io ho da pensare ai mici figli. (Alzandosi, in un'eccitazione insolente) Insomma, benedett'uomo! Sono partito da questa casa a diciott'anni, con un biglietto da emigrante e quattro soldi in tasca, e la tua ultima parola: che non volevi più sentir parlare di me. Te ne sei scordato? Mi sono ammazzato a lavorare tutu la vita! Mi sono fatto da me, solo! A rigor di logica non dovrei avere nessuna considerazione, per­ché se c'è uno al mondo che sia stato il padre di se stesso, sono io! Ma queste sono frasi: altro che padre di me stesso! di quattro figli, sono padre ora: figli miei! e con tutto ciò, ti faccio un tratta­mento che... lui Io può dire!

Ferruccio                     - (ferito) Alfredo!

Oreste                         - Ringrazia Dio, che hai dovuto solo far da padre a te stesso: a me è toccato di far da padre a lui, peggio che far da padre a dodici figliuoli! Te lo dico io!

Filippa                         - (a Oreste) Se volete mangiare è pronto.

Oreste                         - (rifacendosi su lei) Levati, levati, Filippa! Oh, santo Cielo! (Filippa siede in disparte).

Ferruccio                     - (a Alfredo) Senti, io non ti vo­glio pregare. Ti dico soltanto che Cravanzola... che ha manovrato sotto da anni, e pare sia il rappresentante di tutti i cre­ditori...

Alfredo                       - (interrompendo) Oh, ecco. I cre­ditori, basta avvisarli che sono arrivato io per assumermi tutto, e per ora staranno quieti. Ma io non posso fare beneficenza: intervengo solo a patto che la ditta resti a me. Tu te ne sei disinteressato da tanto tempo che ragionevolmente non puoi avere opposizioni da fare. (A Oreste) Tu sei pronto a cedermi la tua parte: ho le tue lettere.

Oreste                         - (infastidito) Ma sì, ma sì, quante storie! Purché tu provveda a papà nella misura che avevamo stabilito!

Alfredo                       - (troncando) Questo è inteso! BravoI Vedo che sei ragionevole: hai ca­pito da che abisso ti ripesco. Tu finivi con una bancarotta fraudolenta.

Oreste                         - (sorridendo, con superiorità) Ma no, Alfredo. Io mettevo tutto a posto lo stesso, sposando la figlia di Cravanzola. Ci stavo andando.

 Alfredo                      - A sposare? anche tu?

Oreste                         - No, a impegnarmi. Credendo che tu non  venissi più...

Alfredo                       - (non comprendendo) E. come? Cravanzola... dava una figlia a te, che sei rovinato?

Filippa                         - (placida) È scema, sfido!

Oreste                         - (voltandosi a lei, stizzito) Uh, sce­ma, poi! È un po'...

Filippa                         - (subito, rimbeccando) È scema! Come la vuoi chiamare? (Fra poco se ne uscirà zitta zitta da sinistra).

Alfredo                       - (scoppiando a ridere) Ah, perciò t'eri vestito a lutto! Bellissima!

Ferruccio                     - (con amarezza) E queste erano le soluzioni che lui aveva trovato! (A Oreste) Spogliarci tutt'e due a suo profit­to, oppure commettendo il più sciocco degli spropositi. (Fra sé) Sposare una scema!

Oreste                         - (ritto per resistere al tremito che lo invade, con un grido) Ma non tieni con­to dell'animo, papà!

Ferruccio                     - Che animo? Che dici?

Oreste                         - (seguitando) ...Con cui io sto per farlo! (Ha improvvisamente un groppo dì pianto subito represso) Se cominciassi ad accorgertene...

Ferruccio                     - (a Oreste, calcato) Tu mi fai ridere. L'animo! (E gli volta le spalle in­dirizzandosi subito ad Alfredo) Alfredo, guarda. Io ti offro seriamente una buona compartecipazione: e tutte le garenzie della mia capacità. Tu mi fai le prime anticipazioni necessarie, perché capirai che non posso mica ricominciare dal nulla!

Alfredo                       - (subito, con bonomia) Ma se col mio vitalizio puoi startene quieto e si­curo!

Ferruccio                     - Ma che vitalizio! Queste sono le idee di tuo fratello. Vuoi che io, con mia moglie... una simile umiliazione!

Alfredo                       - (quasi ridendo) Ma fa' il favore! Davanti a chi umiliazione?

Ferruccio                     - E il giorno che io morissi? Se­guiteresti a passarle l'assegno?

Alfredo                       - (scotendo il capo e sospirando) Papà, t'avevo già detto che quello che hai fatto non mi riguarda. Non posso rico­noscere obbligazioni che verso di te. Cre­di che ci sia tanto margine?

Ferruccio                     - (deciso) Vedi allora che è im­possibile! Insomma, vi volete mettere in testa che io non sono finito? E che voglio seguitare a essere il padre? Sappiate che un uomo finisce solo quando gli manca la voglia di vivere. Se pure mi fossi ri­dotto senza forze, la voglia mi basterebbe! Ma ho anche quelle, cari: e. da regalar-vene, a tutt'e due! (A Alfredo, che intan­to ha ripigliato prudentemente busta e cappello e s'è messo dietro la tavola; cer­cando di raggiungerlo) Vieni qua, tul

Alfredo                       - (girando attorno alla tavola per non farsi prendere, mentre Cravanzola dalla soglia domanda inpano due otre volte
permesso e alla fine entra, restando inter­detto con un mazzo di fiori in mano) Vieni qua si dice ai bambini! Finiscila!Se mi provochi, ti faccio vedere io com'è facile... Vi. metto fuori causa tutt'e due,
giuridicamente! Lui come un inetto dila­pidatore» e te come uno privo di ragione, che gli hai dato carta bianca -è inconce­pibile! - per farti rovinare! E non basta!
All'orlo del fallimento, invece di correre ai ripari, pensi a rapire le ragazze! Alla tua età! La più bella prova me l'hai data tu stesso! Per un'interdizione in piena re­gola! (Esce):        

Cravanzola                  - Ma chi è? Alfredo?

Ferruccio                     - (cóme se adesso gli òcchi tutt'a un tratto gli si aprissero per vedere fino in fondo tutta la sua situazione) Hai sen­tito? Ali, così mi si giudica? Ah, questo sono capaci di fare i miei figli? Il mio stesso sangue! (Riprendendosi con grande energia) Ah. no! Ah no! Ah no, perdio! (Afferrando Oreste per il petto) Tu mi restituirai subito la procura generale, dan­domi i conti della tua gestione.

Oreste                         - (fra le strette del padre) Conti, che conti: ma papà! Devo andare con Cra­vanzola

Ferruccio                     - Andiamo nello scrittoio: voglio vedere i conti! Voglio vedere i registri!

Oreste                         - I registri, evvia! Chi ha mai pen­sato a queste... superfluità? 

Cravanzola                  - (a cui vien da ridere) Vera­mente, caro Oreste, non sono superfluità.

Ferruccio                     - (insieme, feroce) Non hai tenu­to i registri? Allora è una frode! Col fal­limento... senza registri: è la bancarotta! Il disonorel

Oreste                         - (con angoscia, gridando perissimo per imporsi) Ma che bancarotta, che di­sonore! Sono qua io per rimediare a tutte queste cose materiali, che non hanno im­portanza.

Ferruccio                     - Come? Sposando la scema? Scu­sa, Cravanzola. E tu ti sei prestato a questo.

Cravanzola                  - Io?

Ferruccio                     - Ma sì, ti vedo coi fiorellini in mano! Ti sei approfittato dalla sua dabbenaggine!      

Cravanzola                  - (risentito) Io insistevo da un anno perché ti mettesse al corrente.

Ferruccio                     - (prevenendo Oreste, che non fa­rà a. tempo a rispondergli se non con l'e­spressione àel viso e con i gesti) È vero? E perché non l'hai fatto? Per me? Per farmi vivere senza pensieri, scommetto: mentre mi acavavi la fossa sotto i piedi I Una cosa voglio, sapere! La sposi per te, per sistemarti tu, in qualche modo? Per­ché se è così, fa pure quello che vuoi! Ma bada bene! Io non ti vorrò più guardare in faccia!

Oreste                         - (con un grido) Ma papà, io lo fac­cio per tei Non lo capisci? L'animo...

Ferruccio                     - (troncando) E allora, se è, l'ani­mo, mettiti a sedere. (Lo forza a sedere. A Cravanzola) E tu vattene.

Cravanzola                  - (minaccioso) Bada, Ferruccio...

Ferruccio                     - (troncando) Fa quello che vuoi!. Non ho paura! Come di quell'altro che è andato a interdirmi! Lo farò vedere a tut-ti chi è Ferruccio Tressa!

Cravanzola                  - Sta bene. Lo vedremo presto.

(Esce di furia).

Oreste                         - (cercando di corrergli dietro) Ma no! Cravanzola! (Al padre che lo trattie­ne e lo risospinge verso una poltrona) Pensa a quello che fai, papà! Ti sei taglia­ta la strada con Alfredo, per un'impun­tatura:  e ora...

Ferruccio                     - (troncando),   - Zitto. Siedi. Lascia­mi pensare. (A Clelia che è entrata da si­nistra) Ha avuto ragione lui, Clelia: deb­bo .purtroppo riconoscere che sì, t'ho trat­ta in inganno.

Clelia                          - Oh, Ferruccio...

Ferruccio                     - La colpa è mia: d'essere stato morto coi miei morti... per troppo tempo. E la mia casa frattanto...

Clelia                          - (con dolcezza) È inutile che tu me ne Iparli, Ferruccio, perché io lo compren­do.! E comprendo tante altre cose...

Ferruccio                     - Aspetta. Ora deve capirlo anche lui, che tu non sei per me un male, ma anzi l'unica ragione di vita, che mi possa sostenere da questo momento in poi.

Oreste                         - (subito) Io so invece, papà, che, oltre tutto, la sua presenza importerebbe ormai, per te, anche una perpetua umilia­zione, nello stato in cui resterai: perché tu le avevi assicurato chissà che cosa. E ora vedi che sono illusioni. Tu, per forza, dovresti leggere nei suoi occhi, in ogni momento, un rimprovero; una con­danna: che ti umilierebbe.

Clelia                          - Di che lo rimprovererei? Di non potarmi offrire le condizioni materiali che m'aveva fatto.sperare?

Oreste                         - Eh, mi pare!

Clelia                          - Ma io non ho accettato d'unirmi a lui. per questo. E poi, cambiar condizione, com'è accaduto oggi, Oreste, poteva acca­dere fra qualche anno. Non è per questo... Io sarei pronta ad affrontare anche una vita di difficoltà...

Ferruccio                     - (interrompendola, commosso) Dio ti benedica, Clelia! Se tu ci stai, del­la vita, io non ho paura!

Oreste                         - (subito) Ma ho paura io per te, papà!

Ferruccio                     - (subito) Sta' zitto, tu!

Clelia                          - E anch'io per te, Ferruccio. A-spetta.

 Ferruccio                    - No, Clelia. Non c'è altro da di­re. Io non voglio sacrifizi né aiuti da nes­suno; ma da te si, perché potrò compen­sartene. Non ho nessuna vergogna davan-,ti a te. Io rivivo! Mi rialzerò! So che mi aspetu una lotta terribile, ma confido in me stesso.

Oreste                         - (con disperazione) 'Come puoi dir­lo, come puoi dirlo, senza avere almeno provato?

Ferruccio                     - (con ira) Ma lo sento, ti dico! E finiscila, Orestino!"

Oreste                         - Oreste!'Oreste!

Clelia                          - No, no, Ferruccio; la sua è la pa­rola di chi vede giusto. Io, devi capirlo, non potrei affidarti la mia vita se non con la sicurezza che tu sarai capace veramente di  difenderla.

Ferruccio                     - (stupito ed adirato) E allora? Ti dicevi pronta ad affrontare...

Clelia                          - (interrompendolo) Ma si, Ferruc­cio! Rinunzie, strettezze; non. importa: in ogni condizione si può vivere! Ma tu, ora che d'un tratto ti manca davvero ogni base, deve darmi la prova che una qua­lunque condizione potrai farla, non a me, non a me, ma alla nostra famiglia, caro. Credimi, il primo grave sacrifizio che io debbo fare è questo. Lasciarti libero, per­ché tu possa agire senza alcun impedi­mento da parte mia.

Ferruccio                     - Abbandonarmi, vuoi dire! Non è possibile! Allora, davvero, per me sareb­be finita!

Clelia                          - (fissandolo) Oh, Ferruccio, e come puoi credere che per me non sia il più vero e grave dei sacrifizi? Non pensi come io resto? Dopo essermi data a te? Ma io non vedo più la ragione di stare qui, se non mi è concesso di prendere nella casa un posto di responsabilità che sia per il bene di tutti. Ferruccio: qui non c'è più una casa. È facile che questa te la leveranno. E perché vuoi darti la mortificazione di vedermene cacciata con te? Assicuramene una prima, e sia pure la più modesta, non importa: ma ben fondata. Dove io possa essere viva e vera: e sostenere an­ch'io dalla mia parte una famiglia a cui l'avvenire non deve essere subito cosi in-certo. Altrimenti, io, che valgo?

Oreste                         - (con ira, a Clelia, alzandosi) Ma no! Ma scusi! Ma che dice? Ma non ca­pisce che cosi lei lo spinge allo sbaraglio? (A Ferruccio) Magari t'abbandonasse! Non comprendi? Si ritrae per lasciarti più libero: ti mette alla prova, per vedere quello che saprai fare! Nobilissima! Nobilissima! Ma lui, a questa prova, ci si, but­terà a capo fitto: io lo conosco: a costo di schiattare! E io non posso perfnetterlof Badi, che se lei me lo porta alla rovina, io poi...

Ferruccio                     - (andandogli a petto) il cappello!

Oreste                         - (scombinato) Che cosa?

Ferruccio                     - (furibondo) Il cappello in ma­no, quando le parli! (Glielo leva dal capo e glielo dà in mano. Quindi, vedendo che Clelia prende il cappellino e la borsetta per andarsene} No,  no,  Clelia!  Aspetta! C'è tempo, a decidere una cosa così grave !

Oreste                         - Almeno la mia proposta, signori­na:  per la nostra coscienza! Non è giusto che lei resti compromessa!

Ferruccio                     - Ecco: ha ragione lui! Sposiamo­ci, almeno!

Clelia                          - (con un sorriso) Ma sposare, e poi tornarmene a casa di mia madre... con gli alimenti, come diceva Oreste, sarebbe troppo.

Oreste                         - Ma no: il giusto!

Clelia                          - No, no: troppo, caro. (A Ferruc­cio) Perché vuoi  perdere giorni che ora devono essere preziosi? II tuo lavoro per noi deve cominciare subito. Io ti aspetterò con fiducia. E non mi trattenere con la forza: non avrebbe alcun valore. Lascia­mi il braccio. Sì, così... grazie. Io credo in te. Ci rivedremo presto!

Ferruccio                     - (mentre Clelia sta per passare la soglia, minaccioso nel tono verso Oreste) Non mi lasciare... solo con lui, Clelia! Tu non pensi a lui: come resterà, se tu te ne vai: come resterà davanti a me!

Oreste                         - (subito) E che colpa ho io?

Clelia                          - (dalla soglia) Oh, Ferruccio: ma dovete veder bene tra voi due chi è il pa­dre vero e chi il figlio... (Leva un dito) Me ne vado per questo. Tu ancora lo affermi soltanto, Ferruccio. Bisogna che lo dimo­stri, che sei tu il padre, non solo, ma anche il padrone. Vedi che ancora i tuoi figli, uno per un verso e uno per un al­tro, non te lo riconoscono, questo diritto. E tu devi fare in modo d'averlo ricono­sciuto. E farmi allora il posto accanto a te per cui i tuoi figli non debbano né com­patirmi, né insultarmi. Ma rispettarmi, e ricevere da me il bene che io posso fare anche a loro. Addio. (Scompare).

Ferruccio                     - Clelia!

Oreste                         - (insieme) Signorina!

Ferruccio                     - (risolvendo a un tratto) Non è possibile. (Deciso, prende da una seggiola il cappello) Non è possibile... Non è pos­sibile... (Esce in fondo).

Oreste                         - (fa un gesto per trattenerlo, moven­do qualche passo verso il fondo: si guar­da attorno; gli pare che la casa sia crol­lata) E allora io... che faccio?

TELA

ATTO TERZO

Poco dopo l'azione del secondo atto. L'uscio in fondo è chiuso. In scena Clelia e Bruti.

Clelia                          - (seduta sul divano accanto a Bruti, che se ne sta corrucciato a capo basso) So­spettare per questo che tra noi tutto sia finito... è un'assurdità, caro.

Bruti                           - Ma scusa! mi metti davanti certe li­mitazioni... certi riguardi...

Clelia                          - Perché hai voluto riaccompagnarmi qui, ora ? Di' la verità: t'ha persuaso poco come Ferruccio è venuto a riprendermi da casa di mammà.

Bruti                           - (quasi scusandosi, ostinato) Tu sai che i modi bruschi e le... le prepotenze, mi... mi...

Clelia                          - (interrompendolo) Sì, Cesare, ma quando è carattere... Non vorrei che ti ve­nisse in mente... che bisogna difendermi da lui. Ecco. Vedi? Pensaci. Ma ti sono tanto grata, sai? d'avermi fatto capire poco fa che il mio posto era qui, accanto a lui. Con la situazione com'è, quelle mie idee... della sua prova e della mia attesa disinte­ressata... potevano anche apparire un'im­puntatura o un pretesto per sottrarmi ai momenti più difficili.

Bruti                           - Allora mi dispiace d'aver parlato! La mia intenzione era tu et'al tra!

Clelia                          - Ma no...

Bruti                           - Ma sì: e cioè che non dovevi per­mettere che un pretesto ce lo trovasse lui, per mancare al suo dovere di sposarti! Te l'ha detto chiaro anche tua madre!

Clelia                          - (ridendo) Oh, via! Credete sul serio che Ferruccio si sarebbe approfittato...?

Bruti                           - Tu gli uomini non li conosci! te lo dico io!

Clelia                          - Così cattivi, siete? Mi fai paura...

Bruti                           - E tu scherzaci ancora. No, cara: tor­nare, dovevi tornare. Ma non per soppor­tare i momenti difficili! Il suo obbligo sa­rebbe di tenerti come una regina!

Clelia                          - Obbligo! se non può... Mi basta che sia il suo desiderio. (Subito prevenendolo) E bada che tu non puoi giudicarlo. Perche anche Giulio, se ci rifletti, anche lui non sapeva offrirmi di più... Dico materialmen­te, beninteso.

Bruti                           - Ma con Giulio c'ero io!

Clelia                          - Appunto, vedi?: tu. Non lui. Tu ch'eri pronto a darci tutto, con una gene­rosità e un disinteresse...

Bruti                           - Non dire così; non è vero. Avrei avuto in cambio, da voi, nella vostra casa, tanto di più; avrei trovato fra voi, Clelia, quell'intimità vera che io, da me, non sa­prò mai  farmi.

Clelia                          - Vuoi che te lo dica? Perché tu non hai coraggio... di farti avanti.

 Bruti                          - No, Clelia perché non sono adatto, io: mi conosco. Giulio sì, che pure man­cava di tutte le doti pratiche che io ho. E perciò il mio piacere era di spianargli la via. Ero così felice che avesse trovato una donna come te...

Clelia                          - (dopo una pausa, con tenerezza) Ce­sare...

Bruti                           - (abbassando la voce, senza guardarla)  E sono tanto contento, bada, che tu... per avere ancora un po' di vita -cosa che comprendo, sai?: la comprendo -abbi avuto il riguardo di... di sceglierti...

Clelia                          - (interrompendolo, con voce bassa, di sofferenza) Sì, sì, Cesare. (S'allontana bruscamente. Pausa. Quindi si muove sva­gata, arriva al focolare, scoperchia un te­game) Chi sa a che ora s'andrà a tavola... (Toglie un piatto di tavola e va a riempir­lo dal tegame).

Guadagni                    - (da sinistra diretto all'uscio in fondo, arrestandosi a mezzo) Ah già, di qui non s'esce... e neanche dal portone.

Clelia                          - Ha le chiavi Ferruccio.

Guadagni                    - (irresoluto) Ma... (Guarda la fine­stra, ci va) Preferisco scavalcare di qui: non ci vuol niente. Vede? come si può uscire, così si potrebbe entrare.

Clelia                          - (con un sorriso) Gli piace di sentirsi in una fortezza assediata... Come sta ades­so Oreste?

Guadagni                    - L'abbiamo messo a letto. Non può aprir gli occhi dal mal di capo. Vado perciò. Che sono, polpette? Scusi; una, per fermar lo stomaco.

Clelia                          - Prenda, prenda. Vorrei assisterlo, ma temo che la mia presenza...

Guadagni                    - (con un sorriso) Lasci stare. C'è con lui Filippa: e poi io cercherò di tor­nare subito. (Scavalca la finestra e via).

Bruti                           - (subito, con ansia) Senti. Non ci sa­rebbe nulla di male che tu accettassi un mio aiuto. Ancora ancora se me lo chie­dessi tu: ma sono io, scusai io, che non posso sopportare di vederti in questa situa­zione: per un po' di denaro, che a me non fa nulla!

Clelia                          - (accostandogli col piatto in mano, sbocconcellando una polpetta) Ma che vorresti fare? Cesare, è strano come tu non veda che non è più la stessa cosa. (Of­frendogli) Vuoi?

Bruti                           - E perché'? No, grazie. Perché?

Clelia                          - Ma perché ora mio marito...

Bruti                           - (interrompendola) Ma io non lo farei mica per tuo marito, scusa! Chi lo co­nosce? Non ridere! Dov'è strano? Non ho seguitato forse a darti tutti i segni d'affetto e di stima che potevo, anche dopo che mio fratello è morto? Se non avessi potuto seguitare a pensare a te, che sarebbe stata la mia vita? Tu l'hai capito, Clelia!

Clelia                          - (che l'ha guardato sorridendo, com­mossa, a un tratto, con una voce di mera­viglia che lo arresta) Ma lo sai che tu sei giovane?

Bruti                           - Io? che... che vuol dire?

Clelia                          - Giovane, Cesare. E, caro, m'hai messa in certi... in certi impicci, tante vol­te! Prima che io mi rassicurassi...

Bruti                           - Di che?

Clelia                          - Non per me, Cesare, ma per gli al­tri. Per dire agli altri che la finissero, di sospettare... o di sperare...

Bruti                           - Che cosa? Oh, via! Ma sarebbe stata una cosa orribile!

Clelia                          - Per il nostro sentimento, com'era, e com'è, sì, Cesare ma in se stessa, caro... perché orribile?

Bruti                           - Tu... tu mi avresti accettato?  

Clelia                          - Cesare: io posso anche esserti grata che tu non abbia voluto avvalerti dell'a­scendente che t'eri acquistato su me in tanti anni e con tante prove di cara amici­zia... Bada: te lo dico soltanto perché tu veda com'è assurda la proposta che m'hai fatta! d'un tuo aiuto di denaro! senza pensare in che luce falsa mi metteresti da­vanti a mio marito...

Bruti                           - (interrompendola) Se dubitasse di te, sarebbe indegno d'alzarti gli occhi in faccia !

Clelia                          - Oh, via... Ma, anche ammesso che Ferruccio arrivi a comprendere: in che luce falsa, allora, metterei lui davanti al mondo, se riuscissi a fargli accettare il tuo aiuto. No, no. Cesare: non si può. Credi.

Bruti                           - Ma chi lo deve sapere? Oltre me e te..

Clelia                          - Ah, vedi? Una cosa da fare di na­scosto, allora. Ma si verrebbe a sapere lo stesso, e diventerebbe più scandalosa ap­punto perché s’è cercato di nasconderla. (Commossa, a voce bassa) Non parliamone più. Grazie. Ma basta. Non si può. E pro­mettimi di non farne cenno a Ferruccio. (Lasciandogli il piatto in mano) Tieni, scu­sa, vado a vedere che sta combinando, an­cora! (S'allontana verso l'uscita di sinistra).

Ferruccio                     - (entra da sinistra, di furia, e su­bito scruta Bruti) Ah. Bravo. Lei... dà sotto alle polpette. È una buona idea. (A Clelia) Dammene anche a me.

Clelia                          - (andando a riempirgli un piatto al te­game) Che cosa avete deciso?

Ferruccio                     - (scuro, sedendosi a tavola) Per prima cosa, vedere se è possibile un ac­cordo fra  me e Cravanzola. Qualunque sia: anche a costo di cedere a lui l'azienda e d'adattarmi, nei primi tempi... come un suo impiegato!.Io ci sto, ci sto. Credi pure che sarebbe per pocol Intanto salverei que­ste quattro mura. Naturalmente, ci do­vremmo restringere. Perciò, via dalla casa chi... chi non è necesario, chi non lavora. (Scoppiando) Via i traditori!

Clelia                          - (con doloroso stupore e rimprovero) Parli così... di Oreste?

Ferruccio                     - (ruvido) Sì. E zitta, tu.

Bruti                           - (alzandosi, eccitato) Quando uno è negli imbarazzi, scusi, sa, ma secondo me dovrebbe stare calmo.

Ferruccio                     - (stupito) Che le prende?

Bruti                           - Non ho la pretesa di difendere sua moglie da lei, ma... .

Clelia                          - (per frenarlo) Cesare, Cesare.

Ferruccio                     - (insieme) Ah, meno male!

Bruti                           - (subito, irritato) Perché me l'ha proi­bito lei! (D'un tratto, avvilito) Ma gliela raccomando, signor Tressa... Gliela racco­mando con tutto il cuore.

Ferruccio                     - A me? (Alzandosi) Ma si calmi lei, caro dottore.

Bruti                           - Io sono calmo. Soltanto pensi che è un dono... un dono prezioso, della vita... una donna mirabile... la sappia apprez­zare... e la difenda lei: visto che l'aiuto che potrei dare io è rifiutato! La difenda lei, contro tutti! (Subito) Mi apre, per favore? (Segue friggendo Ferruccio che, dopo averlo guardato, senza far parola va a aprir l'uscio con una grossa chiave, appe­na e aperto, afferrandogli una mano) Arrivederla! (Scompare).

Ferruccio                     - Arrivederla. (Gli guarda dietro, poi, lasciando l'uscio aperto, torna indietro) Ma che ha? Che è quest'aiuto che lui po­trebbe dare?

Clelia                          - Oh, Ferruccio, idee sue. Non vate la pena d'occuparsene. Piuttosto scusami se ti dico che non si deve agire cosi con Oreste.

Ferruccio                     - (impaziente; mentre si rimette a mangiare in piedi) Qui non c'è più posto per lui. Ne abbiamo discusso a lungo. Ci sono cento ragioni! (Scoppiando) E, se per­metti, vorrei anche non trovarmi più fra i piedi quel tuo caro Cesare!

Clblia                          - (sorridendo, calma, prendendo da lon­tano le mosse) Ma si, Ferruccio. Nel ve­derti cosi mi sento veramente sicura del nostro avvenire.

Ferrucio                      - Grazie: ma hai capito quello che t'ho detto? Io devo liberarmi da tutte le persone inutili. Da tutte.

Clelia                          - (pensierosa) Se tu avessi seguito quel mio consiglio: di vedere, fra te e Oreste, chi è il padre vero è chi il figlio... ora Ore­ste potrebbe andarsene da sé, senz'essere cacciato via.

Ferruccio                     - Ma t'immagini che lo prendere­mo per le spalle -e lo butteremo fuori del­l'uscio? La mia tentazione sarebbe proprio questa: e perciò non gli parlo io! Ma ba­sta spiegargli in che condizioni liamo ri­dotti per colpa sua: e lui stesso vedrà quello che deve fare.

Clelia                          - Ma sì, andarsene per riprendere la sua vita.

Ferruccio                     - Per quello che vuole: basta che se ne vadal

Clelia                          - Ma dopo aver regolato con te... non dico i conti materiali, ma..

Ferruccio                     - (interrompendola) Se non ha po­tuto rendermeli, i conti! Clelia! M'ha ro­vinato! E ora è andato a mettersi a letto! mentre io devo stare con le braccia tese, per parare le mura che ci crollano addosso!

Clelia                          - (rassegnandosi, quasi fra sé) Vuol dire che parlerò io con lui.

Ferruccio                     - Ma sì; basta che mi lasci in pace!

Clelia                          - (fa per andarsene, poi) Quanto a Cesare, forse è bene che tu sappia, per po­terti regolare, che ha insistito con me, fino a supplicarmi, perché accettassi da lui tutto il denaro che ti occorre.

Ferruccio                     - (stupito, ma subito guardingo) T'ha offerto... tutta la somma? Che vuol dire?

Clelia                          - Gli pareva che io, per amicizia, po­tessi 'accettarla.

Fbrruccio                    - Ah si? Per amicizia! In che s'im­mischia, questo signore? Viene a recitarti davanti la parte nobile, del salvatore! Ma come ha osato proporti una cosa simile? Voglio sapere che cosa gli hai risposto tu.

Clelia                          - (con dignità) Ti basti sapere, Fer­ruccio, che ho rifiutato.

Ferruccio                     - Eh no, cara: parliamoci chiaro. lo non dubito di te. Ma in lui questa ami­cizia... non è una cosa schietta. Non è! E allora è una continua offesa a me! Ma tu stessa, dico, per la tua dignità di donna: farti girare attorno per tanti anni, uno che il suo sentimento non ha avuto nem­meno il coraggio di chiamarlo col suo vero nome! Perché se lui avesse voluto... non illudiamoci, Clelia: tu saresti sua moglie da un pezzo.

Clelia                          - Gliel'ho detto.

Ferruccio                     - Gliel'hai detto?

Clelia                          - E solo nel dirglielo ho sentito che però... offendevo in lui, e anche in me stessa, qualche cosa. C'è qualche cosa di più puro... che ancora mi sfugge, in quel sentimento: un disinteresse...

Ferruccio                     - (interrompendola) Oh! io non voglio più sentirne parlare!

Clelia                          - (pensierosa) Va bene, Ferruccio. Tante volte, bisogna scegliere tra le cose da salvare. È così, il rimorso di sacrificare una persona cara, me lo prenderò io. Al­lontanerò Cesare. Ma Oreste no: e per te, Ferruccio. (Fa per uscire da sinistra).

Oreste                         - (in pigiama e ciabatte, con un faz­zoletto di colore stretto attorno alla fronte, entra da sinistra, furente, commosso, spiri­tato, a Clelia) Lei è una cara donna! Lei ha vinto! (Subito a Ferruccio) Ti per­metto non solo di sposarla ma di tenerla anche con te. Alla vostra felicita ci penso io. Zitto, papà! Mi cresce la responsabilità, questo sì! Ma con l'aiuto di Dio...

Ferruccio                     - Ma tu sei pazzo! Finiamola con queste buffonate!

Clelia                          - (impensierita) Ferruccio! Ferruccio   - Ho paura che proprio... (E fa un gesto: che sia proprio impazzito).

Oreste                         - (subito) No, non avere questa pau­ra! Ora vedo tutto! Tu hai detto che spo­sare quella povera disgraziata era il mio ultimo avvilimento! Sai qual'è invece il mio avvilimento vero? Se io dovessi assi­stere impotente, allo'spettacolo di quei ma­scalzoni, tanto Alfredo, quanto Cravanzola, che ora ti mettono il piede sul collo! Ho creduto anch'io, da sciocco, che quel sacrifizio mi degradasse. Solo ora vedo com'è luminoso! e che è il vero corona­mento della mia opera: anzi, della mia vita. Lasciate che gli altri ridano! Io spo­serò quella poverina, e porterò pazienza.

Ferruccio                     - Oh, senti, quasi quasi... davvero,. sarebbe la punizione che ti meriteresti!

Clelia                          - (subito) No, Ferruccio!

Oreste                         - (come se avesse ricevuto uno schiaffo) La punizione?

Ferruccio                     - Ma io non ho tempo da perdere con te! (Afferra il cappello da una seggiola ed esce in fondo).

Oreste                         - (gridandogli dietro, fierissimo) Tu mi devi rispettare: per il tuo bene!

Clelia                          - Hai ragione, Oreste: il tuo senti­mento deve rispettarlo!

Oreste                         - Il mio sentimento! L'animo! (Re­sta come intronato con le mani alla testa).

Guadagni                    - (dall'uscio in fondo, con una borsa di gomma col ghiaccio, a Oreste) Ti sei alzato?

Oreste                         - (levando il capo a mirarlo, spiritato) L'uomo nasce orfano.

Guadagni                    - (restando) Oreste...

Clelia                          - (impensierita) Che c'è, Oreste? (A Guadagni) Ah, una borsa col ghiaccio?

Guadagni                    - È l'unica cosa che gli faccia bene in questi casi. (Aiutato da lei, dopo averlo fatto sedere, aggiusterà in capo a Oreste la borsa, legandogliela col fazzoletto).

Clelia                          - (a Oreste, che non le risponde) Come ti senti?

Guadagni                    - La mania di litigare. Ma la colpa è di Ferruccio. Ora è qua fuori che sta litigando anche con Alfredo...

Cleua                          - Ah, bene.

Guadagni                    - Bene? Si cavano gli occhi.

Clelia                          - (poiché la borsa è sistemata) Ora a letto, datemi ascolto. (A Oreste) Tran­quillo, a riposare.

Oreste                         - (svegliandosi con la parlantina .appe­na Clelia e Guadagni lo fanno alzare è sorreggendolo lo guidano verso l'uscita di sinistra) L'uomo nasce orfano. A diffe­renza di ogni altro animale che, appena in vita, è già dentro il governo del suo mondo: possiede già lo spirito della spe­cie e può esserne retto e guidato. (S'im­punta per non andare avanti).

Clelia                          - Che dici, caro?

Oreste                         - (a Clelia, affettuosamente, spiegan­dole con ansia il suo pensiero) Che perciò la bestia non ha bisogno di padre. Nella sua vita esso c'è stato appena un momento, ma per sempre. Capisce? E infatti, pur non avendo alcuna nozione del proprio padre, e anzi nemmeno dell'esistenza di questo rapporto, da padre a figlio, ciò non per tanto il padre essa lo ha in se*, fin dalla nascita, ereditato per intero: implicito.

 Alfredo                      - Aspetta papà: c'è da chiarire un punto fra noi. (Tirandoselo in fondo alla scena) Transeat, che una parte dell'ere­dita vada a finire a lui...

Ferruccio                     - Tu pensi già all'eredità?

Alfredo                       - (in disparte con Ferruccio) Eh no, ti dico! Aspetta: una parte, e va be­ne: visto che c'è! Ma... (Seguitano a par­lare, accalorandosi sempre più e gestico­lando).

Bruti                           - (dal fondo) M'hanno mandato a chiamare?

Ferruccio                     - (voltandosi a lui, in fretta) Sì, caro dottore: ma abbia pazienza un minu­to.  (Riprende a discutere con  Alfredo).

Clelia                          - Vieni qui, Cesare! Siamo nei guai peggio di prima!

Bruti                           - (subito, con premuroso rimprovero) Lo vedi? Lo vedi? Lascia fare a me!

Clelia                          - Ma no! Non si tratta più di denaro! Alfredo ha avuto fiducia in suo padre, e...

Oreste                         - (interrompendola, con sdegnoso sar­casmo) E dunque? Perché s'agita, lei? Tutto è a posto! (A Bruti) Anche lei, stia tranquillo, la situazione materiale è ri­solta. (A Clelia) L'altra no.

Bruti                           - (stordito) Ah, bene. Per merito di Alfredo?

Clelia                          - Perché ci ha visto il suo interesse. Vedi, Cesare? Quello era il motivo plau­sibile, che dovevamo trovare noi! Quella somma, dovevi offrirla a mio marito, e non a me: e per fiducia in lui, e nel tuo interesse: non per amicizia verso di me.

Bruti                           - (restando male) Già: non ci s'è pen­sato! E credo che sarebbe stato anche, un bonissimo impiego di capitale!

Oreste                         - Oh, può crederlo! Se l'ha fatto mio fratello! (Livido) Caro dottore, l'interesse! L'interesse! Guai a perderlo di mira. Io e lei l'abbiamo perso di mira!

Clelia                          - (indignata) Ma che dici, Oreste!

Oreste                         - Avrei voglia di pigliarmi a schiaffi !

Clelia                          - Tu ora devi riconoscere che hai commesso un errore. Ma così bello! Ore­ste: tu sei voluto andare, forse, contro natura: ma per amore, e non devi doler­tene. Quel sentimento che hai avuto per lui, naturale sarebbe stato verso un tuo fi­glio: in cui tu questa vita che davi, l'a­vresti vista durare... oltre di te... oltre il tuo figlio stesso, che da te la prendeva per darla a sua volta. Questo dono, è pro­prio vero: dev'essere sempre trasmesso: come vuole Dio, che perciò ci comanda d'onorare i nostri genitori.

Oreste                         - (mal suo grado interessato» ma con un certo sorriso di benevola superiorità) Vuol parlare a me dei rapporti tra padre e figlio? Proprio a me che li ho indagati a fondo? (E scuote il capo).

Clelia                          - Non vedi che tu non potevi più onorare tuo padre? Lo proteggevi, ti sen­tivi più alto di lui. E Dio non vuole. Ma si può onorare chi dà, non chi toglie vita. E questa vita è proprio un dono che deve discendere, di  padre in figlio... Tu  hai voluto farlo risalire: ed è rimasto chiuso fra voi due senza sbocco, sterile, che non vi faceva più respirare, né te né lui.

Ferruccio                     - (agguantando Alfredo per il petto) Spiegati!

Alfredo                       - (irato, liberandosi con uno strappo) Ma è chiaro! Via! Se ora spuntassero fuori altri figli, dico: come ci mettiamo? Ragiona !

Ferruccio                     - (minaccioso) E che pretendi? Che, se Dio mi vuol perdonare e benedire con una creatura, io me ne privi ? E offen­da mia moglie, e la vita stessa... per far tornare i tuoi conti?

Oreste                         - (subito, con un grido) Papà! (Ac­corre presso Ferruccio).

Alfredo                       - (freddo) Se ragionassi un po', ve­dresti che, alla tua età, sarebbe la più so­lenne delle pazzie.

Ferruccio                     - (dandogli uno schiaffo con vio­lenza) Ecco la sola risposta che ti meriti!

Oreste                         - (correndo a fermare Alfredo che, bieco, si ritraeva verso l'uscio: con uno strano giubilo nella minaccia decisa) Ba­da, che se tu tentassi di nuocergli ... a qualunque costo, te l'impedirei! (Solleva­to, a Ferruccio) Papà: ci sono io, per te!

Clelia                          - (alacre e ridente, a Oreste) Ma no! Vuoi proprio ricaderci? Non tocca a te! (A Ferruccio) Ferruccio, ascolta il dottor Bruti.

Bruti                           - (subito, tra smarrito e eccitato) Ah ecco! Sì io... lei mi perdonerà lo sbaglio d'essermi rivolto a Clelia... mancando la confidenza con lei, signor Tressa... ma non la fiducia!

Ferruccio                     - (stupito) Ma che dice?

Celia                           - Ferruccio: dice che vorrebbe inve­stire qualche capitale a frutto, nella no­stra azienda.

Bruti                           - (subito) Ma non per amicizia, signor Tressa! Gli interessi sono interessi! E guai se si perdono di mira! Perciò... solo, solo se è un buon affare, come credo... e... e se lei mi può offrire qualche garanzia... dico bene? Anzi, tutte le garenzie! Tutte: le desidero tutte. Ecco fatto. (Alfredo fa un atto di dispetto; Oreste gli mostra le mani artigliate come per dirgli: ti strozzo).

Ferruccio                     - (dopo essersi passato una mano sulla fronte come a scacciarne il dubbio: ruvido) Lei lo sa meglio di me, che sa­rebbe un buon affare. Ma io non accet­to più aiuti da nessuno. Faccio tutto da me.

Bruti                           - (irritato) Ma sempre tutto lei do­vrebbe fare, scusi! Io che c'entro?  Io piglierò i frutti!

Clelia                          - (subito, a Bruti) Non insistere. (A Ferruccio) Io sono pronta a seguirti per qualunque strada: e il mio aiuto non lo rifiuterai. Come non hai rifiutato per tanti anni quello di Oreste.

Oreste                         - Oh, non si preoccupi di Oreste. Oreste leva l'incomodo.  (A  Alfredo) Senza neanche il biglietto d'emigrante pa­gato. Seguiterò a fare, per forza, quel che ho cominciato a fare per amore: mestieri di cui non m'intendo. Eh eh. Andrò alla deriva. Forse ruberò, finirò in prigione. Perdio: può essere uno scopo: farvi diso­nore, per quanto onore avrei potuto far­vi, se non vi avessi amati così stupida­mente! Ho sciupato la mia vita, l'ho sciu­pata per colpa mia, e nessuno mi deve niente.

Clelia                          - Tuo padre ti deve quello che t'ha tolto.

Ferruccio                     - (scombinato) Ma Clelia! Che si­gnifica!

Oreste                         - Ho vissuto da minchione, e finisco, come merito, da vagabondo! Me ne vado! Me ne vado subito!

Clelia                          - (subito, sorridendo, a Oreste) Cer­to che te ne andrai! Ma per riprendere la tua vita, te ne andrai! E provveduto di tutto quello che ti serve per rifartela, da un padre che ora può e deve ricomin­ciare a pensare al tuo avvenire! Perché la prima yolta te l'aveva disfatto!

Oreste                         - (subito, con ira) Ora, al mio av­venire ?

Clelia                          - (subito, additando Ferruccio) Im­para da lui, che non è mai tardi, per vi­vere!

Ferruccio                     - È vero, Oreste. Clelia ha ragio­ne. Anche quest'esempio, se ti serve, te lo darò io.

Oreste                         - (sopraffatto, commosso, per non dar­si ancora per vinto) E t'approfitterai di quei denari? Che vengono da un senti­mento...

Clelia                          - (interrompendolo) Un sentimento che non c'è più bisogno di nasconderlo sotto il nome d'amicizia! Io l'ho capito da te, Oreste! Che ce ne siete tanti, nel mondo, così: che forse avete paura d'aver figli veri... e allora vi trovate qualcuno da amare! Che vi fa infelici...

Bruti                           - (imbambolato, quasi piangente) Ma io no, Clelia... io sono... felice!

Oreste                         - (incattivito: forse perché troppo com­mosso) No! No! Statevi bene tutti! (A Ferruccio) Ora vorresti sdebitarti perché ti pesa d'aver dovuto riconoscere un mo­mento:..

Ferruccio                     - (dandogli una mano sul viso, pia per una ruvida carezza che per uno schiaffo) Sciocco!

Oreste                         - (stupefatto) Papà...

Alfredo                       - Ah ahi L'hai avuto anche tu!

Ferruccio                     - (a Alfredo, burbero) È un'altra cosa. (A Oreste) Guai a te se mi riparli ancora di quel tempo. Se feci male, non devi più dirmelo: tu. Ormai siamo tor­nati nel giusto. E io provvedo a te, non per debito, ma perché non posso farne a meno: perché ti voglio bene.

Oreste                         - (smarrito) Oh Dio, papà...

Ferruccio                     - (ride contento, battendogli forte con tutte due le mani su le spalle) Ben detto:  papà. Orestinol Vecchio Orestino!

TELA

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