Un secchio di lumache

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Un secchio di lumache®

Traduzione libera in italiano dal piemontese a cura dello stesso autore.

Titolo originale: Un sigilin ëd Lumasse® (Contacc, ma as fà nen parèj!)

Tipo d'opera: commedia n 3 atti

Ambientazione: interno di una sala

Personale: 6 attori per interpretare 8 personaggi

Durata: all'incirca 120 - 130 minuti

Personaggi:

Minòt Sciupafemmine ...................... padre

Lucia Sciupafemmine ..................... madre

Giobbe Sciupafemmine ..................... figlio

Marisina Belfiore .............................. serva

Angelo Tofèja ................ amico di famiglia

Stella Fiordicampo ................... fidanzatina

Stella Dalmare .......................... fidanzatina

Stella Algida ............................. fidanzatina

PRIMO ATTO

Scena 1a: Minòt, seduto sul sofà, legge il giornale; Lucia, eccitata, va avanti e indietro allegra. Parlano tra loro.

Lucia: Ah, come sono contenta..

Minòt: Sarà mica che a tua madre sia venuta una sincope?

Lucia: Ma no, ma no! Hai sempre voglia di scherzare, tu.

Minòt: Allora, visto che muori dalla voglia di raccontare il motivo di tutta la tua gioia...

            racconta!

Lucia: Ma guarda quant'è curioso...

Minòt: Io curioso? Questa si che è bella!

Lucia: Eh si, proprio così: sei un cu-rio-so-ne.

Minòt: Ma se c'è anche un detto che sentenzia:

Minòt e Lucia: Curioso come una donna!

Lucia: Già, ma detti e sentenze li hanno fatti gli uomini. A loro uso e consumo.

Minòt: Figuromoci se non ha sempre ragione lei. Su! Su! Lucia, non stiamo tanto a

            sottilizzare: racconti o non racconti?

Lucia: Beh, proprio perché insisti...

Minòt: Insisto si! Altrimenti qui si fà notte!

Lucia: Allora, devi sapere,  vado a fare "sioppin"!

Minòt: Ancora?

Lucia: Come sarebbe "ancora?".

Minòt: A... a... a...

Lucia: Butta della segatura che si scivola!

Minòt: Ma se siamo solo al giovedì!

Lucia: Ebbene?

Minòt: Ebbene: siamo neanche a metà settimana ed è già la terza volta che vai per

           botteghe.

Lucia: Niente vero! Non vado per botteghe, io!

Minòt: Contacc! Lei va a fare "sioppin", lei.

Lucia: Ecco, così va già meglio.

Minòt: Lei va per  boutiques, lei.

Lucia: E questa è ancor più giusta: una signora come me... vuoi mica che vada al

           mercato, no?

Minòt: Logico, siccome al mercato non accettano le carte di credito.

Lucia: A proposito di carte di credito, bisogna che mi presti la tua: la mia deve avere

             qualche difetto...

Minòt: E da quando?

Lucia: Non capisco, tutte le volte è la stessa storia. Per un po' funziona, poi comincia a

           segnare: "credito non disponibile".

Minòt (ironico): Oh basta lah!

Lucia: Non so dove andremo a finire con tutte queste diavolerie elettroniche!

Minòt: Lo so ben io: a carte quarantotto con il nostro conto corrente!

Lucia (leziosa): Su, su: ti piace che tua moglie sia bella, che non ti faccia sfigurare... Minòt (preoccupato le allunga la sua carta): Addio, carta mia. Lucia, abbi giudizio, per

           pietà!

Lucia: Oh, grazie tante. Vedrai, oltre che più bella mi farò anche più giovane!

Minòt: Cribbio! – per caso non è che vai a farti spennare da qualche televenditrice...

Lucia: Stai tranquillo. Mi sono fatto una nuova amica. È giovane e saprà consigliarmi

           secondo la moda dei giovani.

Minòt (al pubblico): Così mi arriverà a casa vestita da "nata vecchia e morta bambina".

           (a sua moglie):E chi sarebbe questa stilista "professoressa" delle spese scriteriate?

           La conosco, io?

Lucia: Certo che la conosci: è la figlia della tua coetanea Maria.

Minòt: Chi, Stella Fiordicampo?

Lucia: Proprio lei.

Minòt: Ma se ha solo la stessa età di nostro figlio Giobbe.

Lucia: Te l'ho detto e te lo ripeto: ha l'età a giusta per consigliarmi per bene per essere

            "a  la page".

(suonano alla porta)

Lucia: Deve essere lei! Che agitazione! Che batticuore!

Minòt (agitando il portafogli per farsi aria, poi parlandogli), Oh mio palpitante, ti hanno

           succhiato tutta la linfa. Che palpitazioni!

(scampanellano con insistenza: arriva trafelata Marisina)

Marisina: Una ha agitazione e batticuore, l'altro ha le palpitazioni, ma se non c'è Marisina

                che va ad aprire, una volta o l'altra...

Lucia e Minòt: Una volta o l'altra?

Marisina: Una volta o l'altra qualcuno sfonderà la porta.

(Marisina va ad aprire)

Marisina: Buongiorno, signorina Stella. Entri, entri!

Stella: Ma buongiorno, Marisina, come va?

Marisina: Non tanto bene, signorina: ho sempre tanto da fare che non so mai da dove

                devo cominciare!

Stella: Su, su, non dire così. E poi dammi del "tu": anche se hai vissuto tanto tempo

           all'estero, sei sempre dei nostri, e qui usiamo da sempre darci tutti del "tu".

Marisina: Se fosse solo per me, lo farei ben volentieri, signorina cara. Ma qui dentro i

                 padroni sono un pochettino montati sulle "bije quadre", sulle biglie "quadrate".

Minòt: Come sarebbe "montati sulle bije quadre"?

Marisina: Solo "un pochettino". Ho detto solo "un pochettino". Giusto appena come si

                               conviene in una famiglia per bene, nevvero?

Minòt: Se è così... sta bene, anche se, talvoooolta, i tuoi complimenti e cerimonie mi

            sembrano più falsi di una parrucca. Ma vieni, vieni avanti Stella: fatti guardare

            bene!

Stella: Ciao Dom, ciao Lu-Lu, vi trovo proprio bene.

Lucia: Ciao Stella, adesso andiamo.

Minòt: Dom? Lu-Lu?...

Lucia: Te l'avevo detto che i giovani sono più moderni, che hanno i loro modi.

Minòt: Sarà come dici, ma con le carte di credito vanno sul tradizionale.

Stella: Dom,... Minòt, non ti sarai mica risentito perché ho detto a Marisina di darmi del

           "tu"?

Lucia: Ma no, figuriamoci. Vero che è così, Minòt?

Minòt: Si si, proprio così. D'altronde siamo in famiglia, ed è risaputo che la famiglia è il

            posto dove siamo trattati meglio e dove borbottiamo di più.

Lucia: Ha sempre i suoi proverbi, lui.

Stella: A me sembrano sempre calzanti.

Minòt: Allora, mia cara Stella, senti questo: una bella famigla incomincia da una bella

            figlia..

Stella: Ma come sei galante.

Minòt (verso il pubblico): Questa qui mi liscia: chissà dove vorrà arrivare.

           (impacciato verso Stella): Grazie del complimento.

Stella: Me lo dice sempre anche la mia mamma, la tua coscritta.

Minòt: Già, la più bella delle mie coetanee: Maria ne ha fatti venire... di batticuori.

Lucia: Sono pronta a scommettere che anche tu...

Minòt: Su, su! Non dovete andare a fare "sioppin", voialtre?

Lucia: Mi sa che l'argomento gli piaccia poco. Comunque ha ragione: è ora che ci diamo

           una mossa.

Stella: Ciao Minòt, arrivederci.

Minòt: Ciao Stella, salutami la mamma.

Lucia (si avvicina e dà un bacio a Minòt): Ciao Minòt.

Minòt: Ciao. Per piacere... piano con le spese.

Lucia: Tranquillo: metterò giudizio.

Minòt: Speriamo.

(Marisina  fà capolino)

Marisina: Pardon, signora,  devo preparare la tavola anche per la signorina Stella?

Lucia: No. E non preoccuparti anche per me: ci fermeremo a mangiare in qualche

            ristorante che accetti in pagamento le carte di credito. Cerea, Marisina.

Marisina: Cerea, signora. Cerea, Signorina.

Minòt (al pubblico): Per fortuna che ha detto "metterò giudizio"! Addio, mio conto

                                 corrente!

Scena 2a: Le donne sono uscite, Marisina toglie la polvere e riordina le sedie; Minòt

si siede sul sofà e riprende a leggere il giornale.

Minòt: Marisina, hai mica visto mio figlio Giobbe?

Marisina (verso il pubblico parlando tra sé): Ma basta lah! Io sono qui e lui pretende che

                  io veda attraverso i muri. Neanche avessi la vista raggi ics come Nembo Kid!

Marisina: Stamattina non l'ho ancora ne visto ne sentito.

Minòt: Diamine, non gli hai ancora rifatto il letto? A quest’ora?

Marisina (verso il pubblico parlando tra sé): E già, Marisina qui, Marisina là e su e giù.

                                                                Mi sembra d’essere Charlot in "Tempi moderni"!

Marisina: Veramente sono passata davanti alla sua stanza…

Minòt: Allora bastava che ci entrassi.

Marisina: Bravo lei. Sulla porta c'era un cartello con scritto: "genio al lavoro".

Minòt: E basta quello per fermarti?

Marisina: No, ma sotto c'era un altro avviso.

Minòt: E quale, se è lecito sapere?

Marisina: "Chi entra lo fà a suo rischio!!".

Minòt: "Chi entra lo fà a suo rischio!!"?

Marisina: Proprio così. E con due punti es-cla-ma-ti-vi!

Minòt (verso il pubblico parlando tra sé): Già, se ce ne fosse stato solo uno di punto es-

                                                                    cla-ma-ti-vo, sarebbe entrata senza indugi…

Marisina: Inoltre, appeso alla maniglia, c'era uno di quei cartelli, rubato in qualche

                albergo, con scritto in stampatello: "DO NOT DISTURB!" che, anche fosse

                stato minuscolo, in un buon piemontese senza cerimonie vuol dire: "stevne fòra

                dal bale!".

Minòt: Cribbio, Marisina! "Rubato", "stevne fora dal bale": che linguaggio!

Marisina: Ma…

Minòt: Che ma e ma! Ti ho già detto che questa è una casa per bene, con un buon livello

            di educazione: certe espressioni non si usano! Rubare poi: non siamo sicuramente

            gente che ha bisogno di rubare.

Marisina: Le chiedo scusa, ma non è lei che, per motivi di lavoro, era andato a Nizza?

Minòt: Si, recentemente: saranno tre mesi.

Marisina: E ci era andato da solo?

Minòt: Logico, se era per motivi di lavoro…

Marisina: All’Hotel Negresco?

Minòt: Si, proprio in quell'albergo.

Marisina: Strano.

Minòt: E perché lo trovi strano?

Marisina (beffarda): Perché in questa casa certe cose non si fanno. E…

Minòt: Eee?

Marisina: …e nessuno di questa casa ruberebbe mai. E…

Minòt: Eee?

Marisina: …e sarà circa da tre mesi che, in questa casa "per bene", è spuntato il cartello

                con la scritta "DO NOT DISTURB!". Strano.

Minòt: Che cosa ci trovi di tanto strano?

Marisina: Che sopra a quella scritta ce n'è un'altra…

Minòt: E sentiamola, questa stranezza!

Marisina: È un'intestazione: Hôtel Negresco – Nice.

Minòt (a disagio): Ma guarda solo che combinazione!

Marisina: già: in-cre-di-bi-le!.

Minòt: Comunque, per piacere, va a svegliarmi Giobbe.

Marisina: Come comanda, Signor Sciupafemmine.

              (poi, con aria complice verso il pubblico):

               Me lo ha chiesto " per piacere", il signore: deve aver ficcato tutto il suo orgoglio

               sotto i tacchi!

(Escono di scena, Marisina chiamando Giobbe)

Scena 3a: Marisina, fuori campo, incontra Giobbe che, nel frattempo, si è alzata. Lo accompagna in sala.

Giobbe: Marisina, c’è ancora qualcosa per colazione?

Marisina: Ho già sparecchiato: è tardi.

Giobbe: Ma io ho fame!

Marisina: Dovevi svegliarti prima. Comunque tuo padre ti vuole parlare.

Giobbe: Dov’è?

Marisina: Non lo so: solo un momento fa era seduto qui.

Giobbe: Allora io vado al bar a bermi un caffè.

(in quell’istante torna il signor Sciupafemmine)

Minòt: Ah, il “signore” si è alzato.

Giobbe: Papà, non è che ho tirato tardi: ieri sera ero agitato e ho tardato a prender sonno.

              Perché mi volevi?

Minòt: Ieri avevi detto che mi volevi parlare, ma io non avevo tempo.

Giobbe: Ebbene si, ho proprio una cosa importante…

(viene interrotto dallo scampanellio alla porta)

Marisina (sbuffando): Questa volta nessuna agitazione, nessun batticuore, nessuna

                                    palpitazione ma.... ma sempre a me tocca aprire la porta!

Minòt: Chissamai ch'i c’è, adess. Marisinaaa...

Marisina: Siii?

Minòt: Va ad aprire,  per piacere.

Marisina (verso il pubblico): Il signore mi ha nuovamente chiesto  " per piacere": sarà

                                               mica il caso di chiamare il medico?

Minòt: Poi, se sarà il caso, falli accomodare qui. Intanto io vado a bermi un bicchiere

            d’acqua…

            (verso il pubblico): …non ho smesso un attimo di parlare!

Giobbe: Aspettami, papà, vengo anch’io a bere qualcosa.

Scena 4a: Marisina va ad aprire.

Marisina (mielosa): Ma è lei! buondì, signor Tofèja. Come mai da queste parti?

Angelo (mieloso ): Buongiorno, signorina! Sempre affascinante, lei.

Marisina: Ma si figuri… Lei è sempre galante.

Angelo: Ci vuole poco a fare il galante con una bella donna.

Marisina: Chissà a quante donne lo ha detto.

Angelo: Ma con lei sono sincero.

Marisina (al pubblico): Costui sarebbe pronto a giuramelo sulle pagine gialle!

              (a Angelo) Lei mi prende in giro...

Angelo: No, è la pura verità!

Marisina (al pubblico): Costui sarebbe anche capace di giuramelo sul giornale dei

                                      coltivatori diretti.

               (a Angelo) Lei mi fà arrossire…

Angelo: Ed ha anche dello stile.

Marisina (al pubblico): Costui sarebbe anche capace di giuramelo sopra una scatola di

                                      bombon.

               (a Angelo): Lei mi intimidisce...

Angelo: Si capisce subito che lei ha girato il mondo…

Marisina (al pubblico): Questo qui sarebbe anche capace di venderni qualcosa!

              (a Angelo)  Ma, signor Tofèja, non mi parli così che mi confonde.

Angelo: Angelo, mi chiami pure Angelo.

Marisina: Non so se potrei azzardare.

Angelo: Perché no?

Marisina: Sa, questa è una casa per bene. Una casa con stile. Ma perché non entra?

Angelo: Perbacco, signorina, ma perché lei è in mezzo alla porta!

Marisina: Mi scusi. Entri, entri..

Angelo: È solo che non volevo pestarle quei bei piedini…

Marisina: Quello sarebbe proprio una mancanza di tatto.

Angelo: Il mio amico Minòt, il padrone di casa, c’è?

Marisina: Arriva subito. Intanto lei...

Angelo: Angelo, mi chiami Angelo.

Marisina: …si accomodi in sala, Angelo.

Angelo: Sicura che non disturbo?

Marisina: Non credo proprio: si era appena messo a parlare con Giobbe,il figlio.

Angelo: Che poi sarebbe il mio figlioccio.

Scena 5a: Marisina accompagna Angelo in sala e lo mette all’agio.

Angelo: È permesso? Si può entrare?

Marisina: Si accomodi dove desidera.

Angelo: Grazie, sono proprio stanco.

Marisina: Oh Signore, già stanco la mattina presto?

Angelo: È che sono venuto a piedi.

Marisina: Da casa sua fin qui?!

Angelo: Il medico mi ha consigliato di fare movimento.

Marisina (verso il pubblico): Siccome questo signore è uno di quelli che sono abituati a

                                               prendere l'auto addirittura per andare al gabinetto!

             (verso Angelo): Vuol bere qualcosa per tirarsi su?

Angelo: Magari: che mi propone?

Marisina: Solitamente offriamo vermouth o vino chinato ma...

Angelo: Ma?...

Marisina: Ma a lei suggerisco di assaggiare il passito.

Angelo: Passito d'Erbaluce?

Marisina: Si!

Angelo: Erboluce di Caluso?

Marisina: Da dove, se no? Vuole mica che sia Erbaluce di Venezia?

Angelo (verso il pubblico): Basta lah: lo sapevo che Venezia di cose belle e buone ce ne

                                           fossero: i palazzi, le gondole, cucinano la granseola… ma che

                                           avessero anche questo succo buono da matti... Mai sentito.

Marisina: E magari, prima d'assaggiare il passito, lo gradirebbe un buon caffè?

Angelo:  Mi parrebbe di chiedere troppo.

Marisina: Angelo, e che ne direbbe d'un paio di biciolin da inzuppare,... un po' qui, un po'

                 là?

Angelo (verso il pubblico): Ah, la birbacciona!

           (verso Marisina): Come sarebbe "inzuppare un po' qui, un po' là"?

Marisina: Un po' nel caffè, un po' nel passito!

Angelo: Ah! A me è sempre piaciuto inzuppare il biciolin un po' qui, un po' là.

Marisina: Lo so, lo so.

Angelo: Come sarebbe a dire: " Lo so, lo so".

Marisina: Le chiedo scusa, Angelo. Ho preso un abbaglio. Volevo dire: me lo immagino, me lo immagino.

Angelo: Ma come fà ad immaginarselo?

Marisina: Oh, non ci vuole tanto: tutti sanno che lei è un buongustaio.
Angelo: Questo è vero.

Marisina: Dicono anche che è un damerino...

Angelo (contrariato): Come, come, come?

Marisina: Damerino si, ma nel senso di uno che ha stile!

Angelo (tutto goduto): Anche questo è vero.

Marisina: Che è uno "che sà"!

Angelo: Sacrosanto! Hanno proprio ragione.

Marisina: È certo che non è come quei capponi che vogliono cantare da gallo.

Angelo: Dicono anche quello?

(Marisina tace ma Angelo aspetta)

Marisina: …….

Angelo: Ha detto?

Marisina (melliflua): Io non ho detto niente. A dire il vero mi sembrava di dover ancora

                                  qualcosa,... ma si vede che mi è scappato di bocca.

Angelo: Peccato: quando mi fanno dei complimenti... a me piace che si continui.

Marisina (al pubblico): Questo qui devono averlo allevato con un pavone per balia.

              (a Angelo): Soprattutto quando son meritati!

Angelo: Eh già, lo dicono proprio tutti.

Marisina (al pubblico): State ben attenti che adesso ci farà la ruota... (pàusa: come se

                                      qualcuno del pubblico le chiedesse qualcosa)... Mica la ruota di

                                      scorta: ci farà la ruota  come i pavoni!

              (a Angelo): E cosa dicono, tutti?

Angelo: Dicono...: badi bene, gli altri lo dicono,...

Marisina (al pubblico): Questo si è incantato.

              (a Angelo): Oh Angelo, non mi faccia stare in apprensione: che cos'è che

                                 dicono?

Angelo: Dicono, dicono che sono il più bravo, il più in gamba eee...

Marisina: Eee?...

Angelo: Il più modesto!

Marisina: Ma no!

Angelo: Già!

Marisina: Ma che frase bella, ma che gran cosa.

Angelo: Proprio bella.

Marisina: Ma dicono così? Per davvero?

Angelo: Proprio per-dav-ve-ro!

Marisina: Sarei proprio curiosa di sapere chi è che ha sentenziato una simile filosoferia: senz'altro uno che ha studiato. Uno intelligente.

Angelo: Per forza che deve essere come ha detto lei: ha proprio ragione!

Marisina: Dev'essere uno che lavora nelle scuole tipo...

Angelo: Tipo?

Marisina: Tipo... un professore, un maestro. Addirittura...

Angelo: Addirittura?...

Marisina: Addirittura... Addirittura un bidello!

Angelo: A dirla giusta... sono stato io!

Marisina (al pubblico): Vero che non ce lo saremmo mai e poi mai potuto

                                      immagenarcelo?

              (a Angelo): Ma allora lei è un filosofo!

Angelo: E tutti gli altri sono stati d'accordo.

Marisina: Un corno che mi sbudelli se l'avessi mai potuto dubitare di ciò!

Angelo: Adesso si può dire che di me sappia tutto.

Marisina: A questo punto mi sembra aperto come, come...

Angelo: Ma mi dica come.

Marisina: Aperto come un libro aperto. Valà!

Angelo: Ma lei , di lei...

Marisina: Di me? Cosa vuole che abbia da raccontarle.

Angelo: Ma io so che ha girato per il mondo.

Marisina: Beh, proprio tutto il mondo... è una parola grossa.

Angelo: E cosa faceva? Mi dica, su racconti...

Marisina (a disagio): Mah, ho girato per l'Europa.

Angelo: Però! E dove?

Marisina: Un po' qui,... un po' là.

Angelo: Un po' qui,... un po' là: ma, per esempio?...

Marisina: Sono stata a Ivrea, ad Aosta, in Asti e persino...

Angelo: E persino?

Marisina: perfino a Torino!

Angelo: Perbacco se ha girato! Ha girato proprio tanto!

Marisina: Ma poi ho allargato il giro!

Angelo: Quel che è certo è che si è data sempre da fare.

Marisina: Sempre!

Angelo: Deve aver lavorato tanto!

Marisina: Cosa vuole, mio caro Angelo: ho sempre dovuto "arrangiarmi". Fin da quando

                ero solo una signorinella.

Angelo: Oh povera piccola! Ma ha sempre fatto questo lavoro?

Marisina: No, no: questo lavoro lo faccio solo per necessità.

Angelo: La necessità fà fare cose insolite.

Marisina Perché dice così?

Angelo : Perché lei mi pare un tipo troppo brillante...

Marisina: Grazie per questo bel complimento.

Angelo: ..e sprecata per le mansioni che svolge adesso.

Marisina: A chi lo racconta.

Angelo: Comunque non mi ha ancora detto qual'era il suo lavoro.

Marisina (maliziosa): Io mi occupavo di Pi-Erre, Public Relation.

Angelo: Dev'essere un lavoro stimolante e redditizio.

Marisina: Si conoscono tante persone.

Angelo: Mi levi una piattola, Marisina.

Marisina (al pubblico): Ma che cosa si è messo in testa!

              (a Angelo) Che cosa vuole che le levi?

Angelo: Oh mi scusi: mi levi una curiosità.

Marisina: Se è solo per questo, mi dica quale.

Angelo: Sa, sebbene io di cose ne sappia tante, non riesco ad immaginare in cosa consista

              questo lavoro.

Marisina: Nulla di straordinario: dei signori ti contattano, si prende un appuntamento e si

                cerca di metterli a loro agio.

Angelo: Metterli a loro agio?  Seguito a non capire.

Marisina: Si cerca di fare in modo di dar loro quello di cui hanno bisogno.

Angelo (al pubblico): Continuo a non capire, ma se glielo chiedo ancora una volta ho

                                    paura di fare la figura del cioccolataio. Siccome mi ha dato del

                                    sapiente e del filosofo, non vorrei essere retrocesso a ignorante.

           (a Marisina): Adesso si che è tutto chiaro come il Pater Noster. E si guadagnava?

Marisina: Per guadagnare si guadagnava parecchio: a cappellate! Ma ne restavano pochi.

Angelo: E come mai?

Marisina (al pubblico): Ma costui sembra un doganiere russo!

              (a Angelo): Mio caro Angelo, le spese erano tante, troppe.

Angelo: Tante tante?

Marisina: Tante come le tasse che si inventava tutti i santi giorni quel ministro che viene

                da Padova. Il nome mi sfugge: mi ricordo solo che faceva tanto rumore...

Angelo: Ti riferisci mica a Padoa Schioppa?

Marisina: Si, si: è proprio lui!

Angelo: Allora le spese erano proprio tante. Ma che dico, tante: e-sa-ge-ra-te!

Marisina: Leviamo l'affitto, gli alberghi, l'abbigliamento...

Angelo: E poi?...

Marisina: ... i trasporti, l'organizzazione poi: un'altra bella fetta!

Angelo: Ah! - capisco, capisco.

(entra Giobbe)

Giobbe: Ma qui cosa succede?

Angelo: E che cosa succede?

Marisina: Qui succede proprio niente

Giobbe: A me sembrava che qualcuno imitasse la reclame dei due vecchietti di una

              vecchia marca di cioccolato.

Marisina: (al pubblico) Il piccolo deve aver dormito male e agitato!

               (a Angelo): Corro subito a prepararle un buon caffè.

Angelo: Lo aspetterò pregustandolo.

Giobbe: Ma come: per me niente: invece per mio padrino...

Marisina: Tranquillo, ne farò una tazza anche per te.

Giobbe: Ci sono anche dolci?

Marisina: I biciolin! 

Scena 6a: Marisina esce e lascia Angelo col figlioccio Giobbe.

Giobbe: Allora, zio, mi sbaglio o ti ho cuccato a fare il cascamorto con Marisina?

Angelo: Ma no, che ti salta in mente?

Giobbe: Lo conosco quell'occhio lubrico...

Angelo: Ma quale occhio lubrico?

Giobbe: Un po' da furetto, un po' da merluzzo.

Angelo: Ma va là, la tua è solo immaginazione distorta.

Giobbe: Ma guardati: hai gonfiato i pettorali...

Angelo: Ma...

Giobbe:  ...e tiràto dentro la pancia!

(entra Minòt)

Minòt: E se tuo zio gonfia i pettorali...

Giobbe: ...e se scoppia piuttosto che tirare il fiato...

Minòt: ...per nascondere la sua "biblioteca del gusto"...

Giobbe: ...il mio zietto è proprio... cotto e cucinato!

Minòt: Già, il nostro caro Angelo si è messo "in caccia" e "punta" come un cane da

            ferma.

Angelo: Santa pazienza, vi siete forse messi daccordo per prendermi per i fondelli?

Minòt: Se vuoi ti porteremo uno specchio: così saremo in tre a sbellicarci!

Giobbe: Forza, papà, spara una delle tue sentenze.

Angelo: Ma, per piacere...

Minòt: Dunque, si potrebbe dire...

Giobbe: Si potrebbe dire?...

Minòt: ...che l'amore è capace di far apparire appuntita anche una boccia!

Giobbe: (sghignazza)

Angelo: Adesso smettetela per piacere: se ci udisse, Marisina potrebbe offendersi!

Minòt: Allora aggiungo un'altra sentenza.

Giobbe: Dai, pa': facci ridere.  

Angelo: Voi ridete, ma io...

Minòt: L'amore, la fame e la tosse sono cose che si fanno riconoscere!

Giobbe (a Angelo con ironia): E che non si possono nascondere!

           (al pubblico crucciato): Io ne so qualcosa! 

(Minòt cambia discorso)

Minòt: Caro amico, stavo per parlare con mio figlio.

Angelo: Allora m ne vado…

Giobbe: Senza aspettare il caffè preparato apposta per te?

Angelo: Certo che no: altrimenti che sarei venuto a fare qui?

Giobbe: Ma se è chiaro come il sole: per farti coccolare per bene da Marisina!

Angelo: Scherza sempre tu.

Minòt: Comunque puoi fermarti.

Angelo: Ma se dovete parlare di cose personali... Magari disturbo.

Minòt: Neanche a parlarne: sei o non sei mio amico?

Angelo: Da quando portavamo i pantaloni corti…

Minòt: …e le ginocchia perpetuamente spellate!

Angelo: Anche da ragazzi siamo stati una bella squadra.

Minòt: Una coppia di ferro!

Angelo: Fino a quando ti sposasti.

Minòt: Invece tu non hai mai "posato il cappello"...

Angelo: Sarà perché non ho mai incontrato quella che fà per me.

Giobbe: Ho idea che tu non abbia messo molto impegno nella ricerca.

(Minòt posa una mano sulla spalla del figlio)

Minòt: Daltronde Giobbe è tuo figlioccio e quindi è come se tu fossi di famiglia.

Angelo: Se è per quello Giobbe è il mio figlioccio preferito!

Giobbe: Se è per quello... sono l'unico figlioccio che tu hai!

Angelo: Allora dici che è per quello che sei il mio preferito?

Minòt: E siccome siamo in famiglia, dunque sentiamo quello che aveva da dirmi Giobbe.

Angelo: Approfittiamo dell'occasione: non abbiamo donne tra i piedi!

Giobbe: È proprio di donne che volevo parlare.A

Minòt (al pubblico): Sarà giovane, ma ha già imboccato una buona strada.

           (a Giobbe): Chissà a quante fai la corte.

Angelo: Non può "mancare": tutto suo padre!

Giobbe: A dire il vero... non è che ne abbia tante.

Angelo: Qualcosa deve aver pur preso anche dalla madre.

Minòt: Su, non aver timore: parla.

Giobbe: Insomma, è già da qualche tempo che... mi vedo con una.

Minòt: Avrai mica combinato qualche fesseria?

Angelo: E che fesseria vuoi mai che abbia fatto.

Giobbe: Ma...

Minòt (a Giobbe): Taci, tu!

           (a Angelo): Sai moooolto bene a quali fesserie mi riferisco!

Giobbe: Ma...

Angelo (a Giobbe): Non pensarci tu. stai zitto un momento.

           (a Minòt): E che sarà mai?

Giobbe: Io...

Minòt (a Giobbe): Basta tu!.

           (a Angelo): E che sarà mai? - dice lui. Che a sarà mai? Un disastro, te lo dico io!

Giobbe: Comunque...

Angelo (a Giobbe): Ti ho detto di tecere che ci penso io: Sono o non sono tuo zio? Ma

                                che dico "zio": sono tuo pa-dri-no!

           (a Minòt): Non sarà certo la prima volta che in questo mondo succede una cosa

                            così! Ma dove vivi?

Giobbe: Tuttavia io...

Minòt (a Giobbe): Con te parliamo poi!

           (a Angelo): Dove vivo, mi chiede dove vivo! Intanto chi è che lo va a dire a sua mamma?  Oh povera la mia Lucia! Chissà come la prenderà…

            (a Giobbe): Adesso glielo dici tu, glielo... alla mamma!

Giobbe: Che..

Angelo (a Giobbe): Non preoccuparti, tu!

           (a Minòt): Come la prenderà Lucia te lo disc io: andrà in una di quelle botteghe di

                            lusso che si chiamano boutique, a consumare un paio di carte di credito

                            per agghindarsi con un nuovo vestito preparato per l'occasione!

Giobbe: Voi...

Minòt (a Giobbe): Ma basta tu!.

           (a tutto): Ma vi rendete conto: questa è una casa per bene. Mai successo niente del

                        genere in questa famiglia.

Angelo (al pubblico): A me sembra che, proprio in questa famiglia, in questa casa per

                                    bene, si mangi memoria a quattro ganasce!

           (a Giobbe): Ma l'hai sentito, tuo padre? Fortuna che ci sono io, qui!

           (a Minòt): Mio caro Minòt, ti sei per caso presol'Alzheimer?

Minòt: Chi, io? l'Alzheimer? Certo che no!

Angelo: Caro il mio figlioccio, facciamoci un po' racccontare dal tuo genitore padre qui

              presente, di quando, io e lui eravamo andati a chiedere la mano di tua madre a

              tuo nonno, nonché suo riverito suocero.

Minòt: Ma che c'entra tutto ciò?

Angelo: Ma è solo per spiegare che non avevi neanche il coraggio di andarci da solo... dal

              tuo riverito suocero: è vero o no?

Minòt: Si, si è vero! Ma ora è tutto un altro paio di maniche...

Angelo: Non cambiare discorso. Piuttosto racconta quello che avevi chiesto a tuo

              suocero.

Minòt: Gli avevo chiesto la mano di sua figlia. Gli avevo chiesto la mano Lucia.

Angelo: E lui, cosa ti aveva risposto, lui?

Minòt: Al momento mi sfugge: con tutto il tempo che è passato...

Angelo (a Minòt): Allora ci penso io a darti una mano a ricordare.

            (a Giobbe) Gli ha detto: "Vieni a chiedermi la mano adesso, adesso che ti sei già

                             preso tutto il resto!".

            (a Minòt): E poi aveva rincarato la dose aggiungendo qualcosa.

Minòt e Giobbe: E cosa aveva aggiunto?

Angelo: Anche a me la memoria, talvolta mi difetta...

Minòt (al pubblico) Per mia buona sorte!

Angelo: Tuttavia dal fondo dei cassetti del profondo del cervello mi emergono

              complimenti come,... come "balengo",... come "minchione",... come "bietolone",

              "babbeo", "stupido", "fallito" e... via così.

Minòt: Fortuna che avevi un vuoto di memoria!

Angelo: In effetti non mi ricordo più se tutti quei complimenti li avesse scanditi uno per uno... o se li avesse sillabati per non che ne perdessi qualcuno o seee...

Minòt: O seee?...

Angelo: O se te l'avesse sbraitate in faccia tutti in una volta!

Minòt: Tu tacere, mai! Ma sei proprio un bell'amico.

Angelo: Per te sono un amico, ma con Giobbe sono parente: "Ubi maior minor cessat".

Giobbe (al pubblico): Ma chi sarà mai 'sto maggiore, o 'sto minore, che va al cesso?

Minòt (tra 'd lei):Adesso "l'avvocato" si mette anche a latinare.

           (a Giobbe): E tu, tu non parli, eh? Non hai neanche il coraggio di parlare, tu! Non

                              hai neanche un coraggio da due soldi. Ah, i giovani d'oggi: solo capaci

                             di compromettere le ragazzine!

Giobbe: Adesso basta! Ascoltatemi bene tutti e due: io ho compromesso...

Minòt: Ecco, me lo sentivo.

Giobbe: E lasciami parlare una buona volta: io non ho com-pro-me-sso alcuna signorina,

              nessuna ragazzina!

Minòt e Angelo: Ma allora fin'ora di cosa abbiamo parlato?

Giobbe: Non chiedetelo a me. Io so solo che mi avete levato la parola di bocca, che siete

              partiti per la tangente. Neanche un cannone anticarro avrebbe potuto fermarvi!

Minòt: Vieni che ti abbraccio: lo sapevo che mio figlio mai sarebbe stato capace di darmi

            dispiaceri.

Angelo: Non si può certo dire che sia come suo padre.

Giobbe: Io volevo dirvi che mi sono innamorato.

Minòt: Ah, i giovani, che bellezza!

Giobbe: Mi sono innamorato di... una.

Minòt: Che fortuna: con i tempi che corrono, con quello che si sente tutti i giorni, questa

            non può essere che una buona notizia.

(entra Marisina con caffè e biciolin)

Marisina: Ma che confusione, ma che agitazione che c'è qui: l'avessi saputo avrei

                preparato una camomilla al posto del caffè.

Angelo: Ma la camomilla non si sarebbe sposata con i biciolin!

Marisina: Lei, signor Angelo, si che è un buongustaio!

Minòt : Ma guarda questi due: "Ciu-ciu e ci ci, ciu-ciu e ci-ci". Son proprio due colombi

             che tubano. Gli altri non esistono!

Giobbe (tra se): Ah l’amore!

Marisina: State tranquili che ho usato la caffettiera grande: sorbitelo con calma che dopo

                vi porterò il passito.

Angelo: È questo il caffè che "più lo mandi giù"...

Minòt: "… più te lo tira su !".

Angelo: E che marca è? È per caso marca Viagra?

Minòt: Ma fai un po' il serio, va! – che Giobbe ha qualcosa di importante da dirci, ora che

            si è innamorato.

Marisina: Che bello! E... si sposa? Chissà quando lo saprà la signora.

Minòt: Ferma la mula, Marisina! E chi ha mai parlato di matrimonio?

Giobbe: Ma papà, è quello che cerco di dirti da un paio di giornoi.

Minòt: Marisina, Angelo: dite qualcosa anche voi. Sei troppo giovane.

Giobbe: Ma se sono più vecchio di quando ti sei sposato tu.

Angelo: E non chiede la mano a suo suocero, dopo che si è già preso tutto il resto come

              ha fatto qualcuno che ben conosco. Il nome non lo faccio... anche se lo guardo in

              questo momento.

Giobbe: Gli studi li ho finiti, un lavoro ce l'ho e...

Minòt: Col tuo lavoro prendi ancora troppo poco: per mantene una famiglia ci vogliono

            soldi.

Giobbe (con fare fiero): Di soldi… non voglio neanche sentirne parlare.

Angelo: Bravo, è così che parla un Uomo con la U maiuscola!

Minòt: Mi sorprendi e mi lasci senza parole. Ma come penseresti di fare?

Giobbe: Semplice: i soldi me li date voi.

Marisina: Adesso si, che tutto quadra!

Minòt: (verso il pubblico) Perbacco! Gira e rigira, è smpre a me che tocca “tossire”:

                                          l'amore fà tanto... ma i soldi fanno tutto quanto!

            (verso Giobbe): E chi sarebbe la “fortunata"?

Marisina e Angelo: Su, dicci, dicci...

Giobbe: È una ragazza bella bella: bella come una Stella.

Marisina e Angelo: Su, racconta, racconta...

Giobbe: È Stella, è la mia Stella…

Minòt (al pubblico): Ora si esprime in versi: siamo ben presi!

           (a Giobbe): Adess che fai il poeta, vuoi mica scomodare tutto il firmamento? Ma

                               chi è questa tipa?

Giobbe: Ma ve l’ho appena detto.

Marisina e Angelo: Detto a chi? Su, dicci, dicci...

Giobbe: Ma siete diventati tutti sordi? Vi ho detto che è Stella.

Minòt (sagrinà): Stella, Stella chi? È del paese o viene da fuori?

(Giobbe): È  del paese, È del pais, è del paese. E la conoscete tutti.

Minòt: Stella, hai detto?

Giobbe: Tra l'altro dovrebbe già essere passata da qui stamattina presto…

               Minòt (verso Marisina): Vuoi vedere che è la "stilista professoressa delle spese

                                                       smodate"?

          (verso e pubblico): Per quello che me le faceva buone, che mi faceva i massaggini

                                         all'ego.

Giobbe: Aveva appuntamento con mamma per fare delle compere: avete visto com’è

              bella?

Marisina: Presenta molto bene. E con tuo padre sembra che abbia un’ottima intesa.

Giobbe: Si comincia bene: ascoltami papà, vorrei avere la tua approvazione, la tua

              benedizione.

Minòt (con voce speranzosa): Ma, ma... e lei, lei... Stella, lo sà?

Giobbe: Certo: tòta Stella Fiordicampo vuol diventare madamin Stella Sciupafemmine!

Marisina: Suona bene: Signora stella Sciupafemmine. Complimenti.

Angelo: Siccome il caffè lo abbiamo già apprezzato, è ora di brindare con il passito!

Marisina: Volo a prendere la bottiglia.

Minòt: Nessuna bottiglia! Nessun brindisi!

Angelo: Ma come: nessun cin-cin, nessun biciolin? Ma con un momento così è un

              peccato. Un grosso peccato.

Giobbe: Ma papà?!...

Minòt: È una cosa che non si può fare: ti nego l'approvazione.

Giobbe: Ma se tra le nostre famiglie non ci sono mai stati screzi:addirittura Maria, sua

              mamma, era tua compagna di scuola!

Marisina: Questa è bella: non voglio perdermela.

Minòt: Serietà, Marisina. Non siamo davanti a una telenovela: vai di là a fare altro, che

            questi sono affari di famiglia. Son cose riservate.

Angelo: Quanto riservate? Devo andarmene anch'io?

Giobbe: Resta a darmi una mano , padrino.

Marisina: Ma io, di là, "non ho mai niente da fare".

Minòt: E chi lo dice che non hai "mai nulla da fare"?

Marisina: Lei, Signore. Non perde mai occasione di ripetermi che non ho mai nulla da

                fare…

Minòt: Ma sei sicura che ho detto così?

Marisina: Sicuro come la morte!

Giobbe: Marisina dice il vero: ti ho sentito anch'io!

Minòt : Impossibile…

Giobbe : E più di una volta.

Minòt (a Giobbe): Tu, le occasioni per tacere… mai che sappia prenderle al volo, neh?

Angelo: Hai voluto mandarlo a scuola, tu. Hai voluto che studiasse,tu... E ora ti

             contraddice: ciapa lì!

Minòt: Ti ci metti anche tu?…

Marisina: Ma com'è intelligente lei, monsù Angelo.

Minòt: Ancora qui, tu?

Marisina: Per forza, se non ho nulla da fare…

Minòt: Bene! Se qui non hai nulla da fare,… se hai niente da fare,…

Marisina: Se non ho niente da fare?…

Minòt: …vallo a fare altrove!

Marisina: Allora me ne vado in cucina: se aveste bisogno di me chiamatemi. Arrivederci

                Angelo.

Angelo: Arrivederci, Marisina.

(Marisina esce ma rimane a origliare)

Giobbe: Papà, io amo Stella, e lei mi ama, dunque…

Angelo: Dunque, se si amano…

Giobbe: ...ti chiedo di dirmi di si.

Angelo: Tutto fila: digli di si e brindiamo una buona volta con il passito!

Minòt: Niente da fare: non se ne parla nemmeno! Non si farà mai! Mai!

Giobbe: Ma perché?

Angelo: Ma come la metti giù dura: sono giovani, sani, si amano! Ma perché dirgli di no?

Minòt: Perché lo dico io!

Giobbe: Ma almeno posso conoscerne il motivo?

Minòt: Non ti riguarda. No e basta: non farmi più parlare!

Giobbe: Ma come sarebbe che non mi riguarda: sono io quello che vuole sposarsi! Devo

              sapere.

Minòt: Perché Stella.... non fà per te.

Angelo: Ma per quale motivo? Non si può dire "no" e basta.

Giobbe: Ha ragione mio padrino: Non si può dire solo "no".

Minòt: Ma tu, Giobbe, con questa ragazza, hai combinato qualcosa?

Giobbe: Io Stella non l'ho mai toccata, neanche con un dito: la amo troppo.

Angelo: Neanche un bacio?

Giobbe: Neanche un bacio!

Angelo: Da non credere. Ai miei tempi... nel '68... la rivoluzione sessuale...

Minòt: Lascia perdere, Angelo. Non è il momento. Fortuna che non è successo.

Giobbe: Quindi…

Minòt: Quindi la mia risposta è sempre quella: no!

Angelo: Non ti avrei mai reputato così duro. Addirittura sordo e insensibile davanti

              all'Amore.

Giobbe: Alla fine non ho ancora compreso il tuo rifiuto, papà. Comunque, con o senza il tuo consenso io... Stella, la sposerò lo stesso!

Angelo: Così è parlare da uomo.

Minòt: A questo punto... sono rovinato!

Angelo: Ma che rovinato e rovinato: puoi solo essere orgoglioso di avere un figlio come

              Giobbe. Un figlio che è cresciiuto, che si prende delle responsabilità, che decide

              della sua vita.

Giobbe: E io che non me n'ero neanche accorto.

Minòt: A questo punto non mi rimane che confessare...

Angelo: Confessare? E chi vuoi confessare, tu? Sei suo padre, mica il prevosto!

Marisina (fuori campo) Monsù Minòt Sciupafemmine si è montato la testa!

Giobbe: Che confusione. Capisco sempre meno.

Minòt: Ma sono io che devo confessare, confessare la mia colpa.

Giobbe: Ma cosa c'entri tu?

Angelo: Già, racconta e poi diamo solo questo consenso al figlio cosicché possiamo

              finalmente brindare.

Minòt: Vi renderò confessione solo se mi darete la vostra parola d'onore che nulla uscirà da questa stanza, che terrete la bocca ben chiusa!

Angelo: Su, taglia corto e dicci, che io sono quasi morto dalla sete!

Minòt: Prima datemi parola, la vostra parola d'onore...

Angelo: ...di non farne parola con chicchessia: hai la mia parola.

Minòt: Giobbe?

Giobbe: Hai anche la mia di parola.

Minòt: Con nessuno? Soprattutto con tua madre?

Giobbe: Con lei... acqua in bocca!

Marisina (fuori campo): Costoro a parole non li ferma pì nessuno!

Minòt: Ebbene, dovete sapere che Giobbe non può spoasare Stella perché,  perché Stella

            è la figli di Maria.

Angelo: Ma guarda un po', ora mi è tutto più chiaro: qui non si può bere il passito s è

             perché Maria è la mamma di Stella!

Minòt (sempre più imbarazzato): No, è che se Maria è la mamma di Stella... Giobbe...

                                                     Giobbe è...

Giobbe: Io sono?...

Minòt: Giobbe è suo fratello!

Angelo: Ma se Giobbe, no, volevo dire che... se Maria è la mamma, Stella la sorella... tu,

              tu...

Minòt: Già, io...

Angelo: ...tu non puoi essere il suocero di Stella!

Giobbe: Dimmi che non è vero.

Minòt: È vero, è vero. Purtroppo è vero!

Angelo: E non puoi neanche diventare il suocero di Giobbe!

Marisina (fuori campo) E a me propinano che questa è una casa ammodo, con stile!

                                      Cribbio.

Giobbe: Ma come hai potuto?

Angelo (a Giobbe): Mio caro Giobbe, nella solita maniera, alla moda vecchia.

            (a Minòt): Diavolo di un Minòt, questa non me l'avevi mai detta. Dai racconta

                             come hai fatto, come è successo.

Minòt: Una volta avevamo organizzato la festa delle pesche e, Maria ed io facevamo

            parte del comitato organizzatore.

Angelo: Incredibile, che fosse sufficiente essere del comitato per mettere al mondo dei

              figli, non lo avrei mai detto! Fortuna che io preferivo andare a giocare a sette e

              mezzo.

Giobbe: Ma zio, hai anche il vizio del gioco d'azzardo?

Angelo (a Giobbe): Ma sembra che non faccia altro danno se non alle mie tasche.

             (a Minòt): Avanti, continua.

Minòt: Maria e io ci eravamo presi l'incarico di preparare la caccia al tesoro e...

Marisina (fuori campo): Mi sa che il tesoro l'han trovato loro ancor prima di organizzare.

Minòt: ... per tutto il giorno, eravamo andati avanti e indietro per il paese fino a quando

            abbiamo fatto ritorno alla sede della pro loco.

Angelo (ironico): Che dev'essere un posto fra i più romantici!

Minòt: Per niente, solo che... l'atmosfera era bassa e le nuvole si erano fatte scure e

            minacciose. Improvvisamente si era alzato un ventaccio e cominciato a piovere

            gocce grosse come patate. La temperatura si era abbassata parecchio e Maria,

            poveretta, aveva tanto freddo.

Angelo: E tu, da quel gran cavaliere che sei, ti eri offerto di riscaldarla.

Minòt: Povera ragazza, era fredda come un ghiacciolo. Ma non era la sola: anch'io

            battevo i denti.

Giobbe: Ma faceva proprio così freddo?

Minòt: Cadeva pure la tempesta. Ci siamo seduti sul sofà e, per scaldalrci, ci siamo abbracciati. Solo per scaldarci, neh?

Angelo: Giusto: solo per scaldarvi.

Minòt: Ma siccome ere luglio, ci siamo immediatamente ritemprati...

Angelo: M'immagino il calore: altro che "effetto serra"

Minòt: Non ci siamo neanche accorti dello scorrere del tempo. Del tempo che cambiava.

Angelo: Me l'immagino.

Minòt: Quando abbiamo aperto gli occhi per guardare fuori c'era la Stella Boera che

            splendeva.

Angelo: Sarà mica per quello che Maria ha chiamoato Stella sua figlia?

Giobbe: Ma allora Stella... Stella è mia sorella.

Minòt: Per questo che devo dirti di no. Ma, mi raccomando: non una parola con

            chicchessia!

Angelo: Sarebbe uno scandalo troppo grande!

Giobbe: Me ne vado solo con la mia disperazione: non potrò neanche confidarmi con la

              mia Stella: non voglio affliggerla col peso di un dispiacere così immenso.

Minòt: Disporrò in modo di mandarti anzitempo al mare, nella nostra casa in riviera:

           chissà che cambiando ambiente ti serva a consolarti un po': adesso ti parrà poca

           cosa, ma credimi:in questi casi, il tempo è la medicina più giusta.

Angelo: Andiamo, Giobbe, che me ne vado anch'io.

(Angelo e Giobbe escono lasciando solo Minòt)

Minòt: Certo che la vita è come un ristorante di lusso: ti trattano con tutti i riguardi con

            un pranzo da re; ma dopo il dolce ti presentano il conto, magari amaro... amaro

            come il Fernet!

(si smorzano le luci: fine del primo atto)

 SECONDO ATTO

Scena 1a: La famiglia è appena tornata dal mare: Marisina riordina la sala; arriva Lucia.

Lucia: Oh, Marisina, sei qui.

Marisina: Marisina è sempre… qui.

Lucia (sospira): Ma lo sai che sono contenta di essere tornata? E tu, Marisina, sei

                          soddisfatta?

Marisina: Cosa vuole, signora, per me non è che sia cambiato di molto.

Lucia: Ma se sei stata al mare anche tu. Nel nostro appartamento,con noi.

Marisina: Proprio per quello che niente è cambiato: pulire qui o pulire là… è sempre la stessa solfa.. Sempre di lavoro si tratta.

Lucia: Su su, non lamentarti. Lo so che sei contenta d’essere ritornata.

Marisina: E perché mai dovrei essere "contenta d’essere ritornata"?

Lucia: Va  va, Marisina, vai solo: puoi darla a bere a tutti, ma non a me!
Marisina: E che cos'è che non potrei darle a bere?

Lucia: Ricordi come siamo partiti per il mare in furia in furia?

Marisina: Se è solo per questo, in questa casa, si fa sempre tutto "in furia in furia".

Lucia: Non girare la frittata: quando siamo partiti "in furia in furia", tu non hai neanche

           avuto il tempo …

Marisina: Sacrosanto che non ho mai tempo: Marisina qui, Marisina là e su e giù…

Lucia: … non hai avuto neanche il tempo di salutare quel cascamorto di Angelo!

Marisina: Monsù Angelo Tofeja? Ma cosa dice mai… Lei si burla di me.

Lucia: Che burlare e burlare, mia cara Marisina. Siamo donne tutte e due.

Marisina : È quello che sanciscono i documenti dell'anagrafe da quando siamo nate.

Lucia: Vuoi farmi credere di non esserti mai accorta che Angelo, appena ti vede…

Marisina: Appena mi vede?...

Lucia: …fa due occhioni da pesce lesso: pronto cotto e cucinato!

Marisina: Se è solo quello... ce ne sono che fano gli occhi da pesce lesso.

Lucia: Tuttavia con Angelo è diverso.

Marisina: Ma perché con Angelo è diverso?

Lucia: Ma, santa donna, devo proprio spiegarti tutto! Angelo non si è mai sposato, e a me

           sembra...

Marisina: A lei sembra?

Lucia: …a me sembra che sia arrivato ai bagigi, che sia arrivato al dunque. Insomma, che

           si sia stancato di vivere tutto solo.

Marisina: Ma guarda solo: anch'io sono arrivata alla stessa.

Lucia: Marisina, parliamoci chiaro: anche tu sei sola.

Marisina: E allora?

Lucia: Allora hai l'aria di chi si è stancata di viver sola.

Marisina: Facile a dirsi, ma forse ho conosciuto troppi uomini che facevano gli occhi da

                pesce lesso: è il caso di dire che con quelli lì ci vuole un occhio davanti e l'altro

               dietro.

Lucia: Questo non è un problema: anche Angelo ne ha conosciute di donne. Te lo dico io

           che sono anni che lo conosco.

Marisina: Allora mi sa che sia meglio mettersi una mano davanti e l'altra dietro!

Lucia: Non preoccuparti che, al giorno d'oggi più nessuno fà caso all'esperienze del

           passato. E poi, e poi... pensa solo a come suonerebbe bene: la signorina Marisina

           Belfiore che diventerebbe signora Marisina Tofeja!

Marisina: Certo che l'idea mi alletta anche se... mi sembrerebbe di fare una fine poco

                bella...

Lucia: Ma come: Angelo é un buon partito. Ti farebbe fare una bella vita, da signora. Una

           signora come me. Pensa, potremmo addirittura andare a fare "siopin" assieme.

Marisina: Veramente io pensavo al gioco di parole: io, tòta Belfiore, un "bel fiore" che

               finisce in "tofeja".

Lucia: Non capisco.

Marisina: Ha presente quella olla, quella pentola di creta tipica del Canavese?

Lucia: Dove cuocciono quella pietanza tipica di carnevale: i fagioli grassi.

Marisina: Proprio quelli. Pensi solo: "un bel fiore" che finisce a sobbollire assieme a

                cotica, pepe, lauro, fagioli e salamini!

 Lucia (ride): Certo che hai sempre la battuta  pronta, tu. Sei intelligente e arguta, tu.

                        Presto o tardi viene sempre a galla che hai girato il mondo.

Marisina: Quando non hai dietro qualcuno che ti sostiene, che ti aiuta,... Quando ti manca

                 una famiglia bisogna crescere in fretta.

Scena 2a: Entrano Minòt e Giobbe si aggiungono alla conversoazione.

Lucia: Ecco i miei due uomini.

Giobbe: Ciao mamma, ciao Marisina.

Lucia: Buongiorno!

Minòt: Sempre a chiacchierare, voi donne. D'àltronde se steste zitte ci sarebbe da

            preoccuparsi.

Lucia: Preoccuparsi di cosa?

Minòt: Preoccuparsi di mettervi in valigia camicia da notte e ciabatte e porrtarvi di corsa

            all'ospedale, in terapia intensiva per la rianimazione!

Lucia: Sempre galante... a tuo modo.

Minòt: E quale sarebbe a mio modo?

Lucia: Galante ma con una punta di acido! Comunque noi stavamo parlando di argomenti

            in-te-res-san-ti!

Minòt: (ironico): Su ciò non avevo dubbi. E quali sarebbero questi argomenti così in-te-

                            res-san-ti?

Lucia: Storie di vita vissuta: Marisina stava per raccontarmi di quando aveva dovuto

           andarsene per lavoro. Pensa che ha dovuto addirittura emigrare all'estero!

Minòt: Ma poi è tornata.

Giobbe: Ma all'estero, all'estero dove?

Marisina: In Olanda, il paese dei tulipani.

Lucia: Ettari ed ettari arati e seminati a tulipani. Pensa!

Minòt: Che io sappia, in Olanda anche i bar sono sempre pieni di tulipani.

Marisina: Mai saputo: eppure là ci sono stata parecchio tempo.

Minòt: Ma non mi riferivo ai fiori. Tutti sanno che là si fumano in libertà certi

           "cannoni"...

Giobbe: Si fanno le canne?

Minòt: A fascine, al punto che a tutti quei ciola che le fumano viene un'espressione da...

            tulipano.

Marisina: È vero, lo sanno tutti . Ma vi sia ben chiaro che io non frequentavo quei locali,

                neh?

Lucia: L'ho sempre detto, io, Marisina è una persona per bene.

Giobbe: E qual'era il tuo lavoro?

Minòt: Angelo mi ha detto che eri addetta Pi-Erre: Publiche Relazioni. È vero?

Marisina (a disagio): Beh, là, più che pubbliche relazioni mi occupavo, facevo...

Giobbe: Cosa facevi là?

Marisina: Facevo la vetrinista.

Lucia: Dev'essere un lavoro creativo, che dà soddisfazioni.

Marisina: Le soddisfazioni che dava erano parecchie, e si doveva darne altrettante. Ma

                era faticoso.

Giobbe: Faticoso, e perché mai?

Marisina: Capirete, ...tutto il giorno in vetrina...

Giobbe: In quale città?

Marisina: A Amsterdam, la capitale.

Minòt (sarcàstico): Adesso si spiega: Amsterdam è la capitale delle vetrine, di tutti i tipi.

Marisina (ansiosa e timorosa): Ciò detto, signor Minòt, cosa intende dire? Si spieghi.

Minòt: Volevo sorlo dire che ad Amsterdam, con tutte quelle vetrine, per una vetrinista

            capace il lavoro non dovrebbe mancare!

Marisina: Ma c'è tanta concorrenza: bisogna avere fantasia per inventarsi qualche nuova

                stramberia per attirare i clienti.

Lucia: Che clienti?

Marisina: Di ogni sorta. Mi creda, di ogni sorta. Ma ora è meglio che vada di là a

                preparare il caffè.

Minòt: Forse sarebbe meglio che aspettassi: tra non molto dovrebbe farsi vivo il mio

           amico Angelo.

Marisina: Allora devo tirare fuori il passito e i biciolin: sa bene che il suo amico è un

                buongustaio.

Minòt: Mi sa che quel buongustaio, come lo chiami, da te prenderebbe anche un

            cavolfiore appena scottato e senza condimento senza accorgersi della differenza

            con un biciolin.

Giobbe: Puoi giurarci!

Marisina: Sempre a sfottermi, voi. Me ne torno in cucina a fare qualcosaI.

(Marisina esce)

Lucia: Visto: l'avete fatta scappare: sempre a provocare la gente, voi.

Giobbe: Anch'io devo scappare. Papà prendo la tua auto: approfitto che è già fuori...

Minòt: Approfitti che è già fuori e… che ho appena fatto il pieno…

Lucia: Sempre attacato ai soldi tu: hai solo questo figlio…

Minòt:Ho solo questo figlio, ho solo questa moglie…

             (a Giobbe) : E dove andresti?

Giobbe: Al mare mi son fatto nuove amicizie. Ho invitato qualcuno di loro a venire qui per qualche giorno: ci siamo dati appuntamento al casello dell’autostrada.

Minòt: Come al solito io sapevo nulla. E tu Lucia?

Lucia: Io si. Con Marisina abbiamo già organizzato tutto per riceverli.

Minòt: Arrivano solo amici?

Giobbe: Amici e… amiche.

Minòt: È proprio quello che ci vuole: frequentare gente nuova, fare nuove amicizie…

Giobbe: Allora, se mi dai le chiavi, io parto.

Minòt : Sono al loro posto: dietro la porta d'ingresso. Vai piano che l'auto è nuova.Ciao.

Giobbe : Starò attento. Ciao mamma, ciao papà.

Lucia : Ciao Giobbe.

Scena 3a: Giobbe esce. Lucia e Minòt restano soli

Lucia: Non perché sono io a dirlo, neh! Ma nostro figlio si è fatto proprio un bell'uomo.

           E anche bravo.

Minòt: Per forza, ha preso tutto da noi: non poteva mancare.

Lucia: Anche psicologicamente ha dimostrato di essere uno "robusto", che ci sta con la

           testa.

Minòt: Perché dici così?

Lucia: Non è passato neanche un mese da quando ha rotto con la figlia di Maria, la tua

           amica: Stella Fiordicampo. Gran bella ragazza.

Minòt (con fare scivoloso): Già, già. Son cose che succedono.

Lucia: L'avevo visto con il morale proprio basso, ma ora...

Minòt: Ma ora è tutto finito.

Lucia: Ma ciò che mi sfugge di tutta la questione è come mai tu non abbia voluto dargli la

           tua approvazione.

Minòt: Il perché è chiaro e semplice.

Lucia: Quello è sicuro: per te sarà ben chiaro ma. per me è notte fonda. Fai capire anche a

           me.

Minòt: Ma perché, perché... Stella non era per lui, non faceva per noi.

Lucia: Questa poi! Ma cosa c'era che non andava in quella povera ragazza?...

Minòt: Non andava e basta. Avrò pur il diritto di dire la mia, o no?

Lucia: Ma ciò che mi risulta essere più strano è che Maria, tua amica e coscritta, invece di offendersi e levarti il saluto... era del tutto concorde con te.

Minòt: Allora tutto quadra: te l'ho detto che avevo ragione.

Lucia: Sarà come dici, siccome tu e Maria sembrate essere diventati più amici che mai.

Minòt: Mah,... tra persone,... siamo gente civile...

Lucia: Civile ma strana!

(suonano alla porta)

Minòt (tra se): Fortuna che hanno suonato: sarà Angelo.

           (a Marisina): Marisina, Marisina, vai un po' ad aprire, va'.

(Marisina arriva di corsa)

Marisina: Corro subito. Non si scomodino che ci penso io.

Minòt: Oh basta, la! Corre senza borbottare: è una notizia da edizione straordinaria del

            telegiornale.

Lucia: Mi sa che stà arrivando Angelo. Andiamo di là e lasciamoli qualche minuto da soli, cosi che possano salutarsi senza l'imbarazzo della nostra presenza.

Minòt: Su, su, andiamo e lasciamoli soli.

(Lucia e Minòt escono)

Scena 4a: Marisina a va ad aprire.

Marisina: Ma cerea, monsù Angelo, è proprio lei? Non me lo sarei mai immaginato!

Angelo: Cerea tòta, ma  com'è abbronzata!

Marisina: Sono stata al mare...

Angelo: Ma lo sà che, così abbronzata, è ancor più bella?

Marisina: Ma lei mi fa arrossire.

Angelo: Ma lo sa che, così abbronzata , i suoi occhi luccicano... luccicano come...

Marisina: Luccicano come?

Angelo: Luccicano come... come due occhi che luccicano. Valà!

Marisina: Un complimento così non me l'avevano mai fatto.

Angelo: Brillano... brillano come...

Marisina: Come due occhi che brillano?

Angelo: Brillano come... come le stelle la notte!

Marisina (tra lei): Mai viste le stelle brillare di giorno.

              (a Angelo): Ma lei mi confonde.

Angelo: E i denti sono addirittura più candidi, candidi come...

Marisina: Candidi come?

Angelo: Candidi come... candidi...  proprio come dei denti bianchi!

Marisina: Ma Angelo, ma lei è un poeta.

Angelo: E lei è la musa di tutte le mie ispirazioni!

Marisn: Angelo, oh Angelo, lei mi fa sentire tutta bolversà, scombussolata!

Angelo: Niente di straordinario: ho solo detto la verità.

Marisina: Ma perché stà lì sulla porta, ma perché non entra?

Angelo: Cribbio, Marisina: ma perché lei è in mezzo alla porta!

Marisina: Ma come sono malaccorta: Mi scusi tanto. Entri, entri!

Angelo: Non volevo strusciarla, non volevo stropicciarle la camicetta.

Marisina: Oh, faccia pure, faccia pure.

Angelo: Come... cosa devo fare?

Marisina: I suoi complimenti mi confondono. Intendevo dire: si accomodi. si accomodi...

Angelo: (tra se) Se questo non era un invito...

Marisina: ...si accomodi in sala.

Angelo: Ma come si percepisce immediatamente che lei ha fatto la Pi-Erre...

Marisina: E da cosa si percepisce sono stata Pi-Erre?

Angelo: Si capisce da come mi mette all'agio: si vede che è una del mestiere!

Marisina (tra se preoccupata): Che abbia capito tutto?

              (a Angelo): Ma , ma... a che mestiere si riferisce?

Angelo: Ma che diamine: al suo di mestiere; quello che ha sempre fatto prima di finire

             qui.

Marisina (tra se): È la fine: sa tutto!

Angelo: Doveva essere fantastica e... moooolto ricercata: una Pi-Erre così deve averne

             sistemati di affari.

Marisina: Non potrebbe neanche lontanamente immaginarsi quanti!

Angelo: Già, chissà quanti gliene sono passati per le mani!

Marisina: Stia solo zitto: ne ho perso il conto!

Angelo: Quando si lavora con giudizio e coscienza... è logico perderne il conto.

Marisina: Non c'è neanche il tempo di guardarsi dietro quando c'è già il prossimo che

                pressa, che spinge!

Angelo: Quando si è dinamici... via uno, avanti un altro.

(suonano alla porta)

Marisina: Mi perdoni, qualcuno suona: devo andare ad aprire.

Angelo: Faccia, faccia pure, io aspetto.

(Marisina va ad aprire)

Marisina: Ah, sei tu, Giobbe. Già di ritorno? Sei stato velocissimo.

Giobbe: La mia amica era già arrrivata al casello.

Marisina: Buongiorno, signorina. Ha fatto buon viaggio?

Stella: Buongiorno. Grazie, si. C'era traffico ma era scorrevole.

Giobbe: Lei è Stella Dalmare, l'amica che attendevamo.

Marisina: Ma che bella ragazza!

Stella: Grazie.

Marisina: Piacere, io sono Marisina, Marisina TOFEJA. Entri che in sala c'è Angelo

                PASSITO, che è il BICIOLIN di Giobbe; sta aspetando d'assaggiare un

                BELFIORE, magari inzuppandoci dentro due PADRINI.

Giobbe: La chiarezza... è un'altra cosa. Marisina, ha ragione mio padre: non appena vedi

             Angelo, ti frigge il cervello e il comando passa al.... cuore.

Marisina: Al cuore?

Giobbe (a voce bassa a Marisina): Veramente mio papà aveva nominato un organo posizionato geograficamente più in basso del cuore.

Stella: E che c'è mai di tanto strano: ne sarà semplicemente innamorata cotta.

Marisina: Ferma, ferma la mula! Ora mettiamo le cose a posto. Ricominciamo: piacere,

                io sono Marisina...

Giobbe: E fin quì... ci siamo.

Marisina: Marisina Belfiore. Passi avanti che in sala c'è Angelo Tofeja, che il padrino di

                Giobbe, che sta aspettando d'assaggiare il passito, magari inzuppandoci due

                biciolin.

(entrano in sala)

Giobbe: Ciao, padrino. Ti presento la mia amica Stella, Stella Dalmare.

Angelo: Ma che bella ragazza: sembra un'attrice del cinema. Piacere, Angelo Tofeja.

Stella: Per me è una gioia conoscerla di persona: Giobbe mi parla sempre di lei.

Angelo: Sarà perché è il mio nipote preferito.

Giobbe: Per caso non sarà mica perché sono il tuo unico nipote?

Angelo: Sempre a puntualizzare, tu.

Scena 5a: arrivano Lucia e Minòt. Giobbe presenta loro Stella Dalmare

Lucia: Giobbe è già tornato!

Minòt: È stato velocissimo.

Giobbe: Papà, mamma, lei è Stella, la mia amica.

Lucia: Piacere, io sono Lucia, la mamma.

Stella: Piacere, signora.

Minòt: Ma che bella tòta che ci hai portato. Di dov'è?

Stella: Vengo da Noli, dalla Riviera di Ponente.

Minòt: Contacc! Ma è  proprio dove noi abbiamo la casa al mare. Vero, Lucia?

Lucia: Già, e non mi ricordo nemmeno da quanto!

Stella: Lo so, lo so.

Minòt: Ma come fà a saperlo?

Stella: Mia mamma è la Tonina, quella che vende i giornali.

Lucia: Ma allora sei la figlia della nostra amica, quella del l'edicola vicino  all'Aurelia.

Minòt: Tonina, la Tonina  Magnone?

Stella: Proprio lei: quella che ha sposato...

Minòt: Pietro Dalmare, il pescatore. Ma guarda il caso!

Lucia: Contacc! Quel fusto che  faceva sempre vincere la regata  al suo Borgo!

Stella: In piemontese "Contacc" significa "perbacco", vero?

Angelo: L'ho capito subito che è una che ha studiato.

Lucia (a Stella): Ma come fai a saperlo?

Stella: Al tempo delle vacanze, da noi ci sono più turisti che residenti. E poi...

Giobbe: E poi?

Stella: E poi mia mamma l'ha imparato da piccola: quand'era bambina giocava sempre

           con i figli dei villeggianti.

Lucia: Ah, com'era bella tua mamma, fin da piccola: poi quand'è cresciuta, ve lo assicuro

           io. ne ha spezzati di cuori.

Minòt: È ancor bella adesso.

Stella: Mi racconta sempre di quanti le facessero la corte.

Lucia: Ma io mi gioco la casa, mia cara Stella, che adesso è il tuo turno di avere un codazzo di corteggiatori!

Angelo: E Giobbe ha già lo stile di un falchetto.

Minòt (a Angelo): Mai che tu sia capace di farti gli affari tuoi, neh?

           (a Stella): Ma come fà a conoscerci?

Stella: Quelli della vostra età sono troppo presi dai loro discorsi, non sempre fanno caso

            ai piccoli. Che, nel frattempo crescono...

Lucia: E che cambiano. Cambiano sotto i nostri occhi così rapidamente al punto che,

           passata una stagione, non li riconosciamo più.

Stella: Proprio così. Ma intanto noi ascoltiamo e... impariamo. Se si aggiunge che mia

           mamma Tonina, tra tutti quelli che conosce, parla sempre di voi...

Giobbe: E com'è che tua mamma parla tanto dei miei?

Stella: Ma perché da giovani si frequentavano. Pensa che addirittura i tuoi genitori

           davano una mano all'organizzazione dei festeggiamenti della nostra cittadina.

Giobbe: Davvero?

Stella: Se ci pensi, anche tu hai fatto la stessa cosa quest'estate.

Giobbe: Vero... Solo che uno non si rende mai conto che anche i propri genitori  sono

              stati giovani.

Minòt: Proprio così, siccome voi giovani ci conoscete solo da quando abbiamo avuto le

            responsabilità della vita.

Lucia: È una ruota che gira.

Minòt (a Giobbe): Senti un po', furbacchione, mi sbaglio o mi avevi detto che sarebbero

                              arrivati "amici e amiche?. Ma io vedo una sola persona: vedo solo...

                              Stella.

Giobbe: Hai ragione, ma c'è stato un cambiamento.

Stella: Marco, un nostro amico che doveva venire, è stato chiamato da una compagnia di

           crociere per sostituire un cameriere ammalato...

Minòt: Bravo: al lavoro bisogna sempre dare precedenza!

Giobbe: E la sorella di Marco, che doveva venire anche lei, ha dovuto accompagnarlo di

             corsa a Genova per l'imbarco.

Stella: E così sono arrivata sola soletta: ormai l'avevo promesso a Giobbe.

Giobbe: Ma adesso non sei più sola: ci sono io qui: tutto per te! Sono proprio contento.

Stella: Anch'io sono felice di avere Giobbe tutto per me.

Lucia: Angelo, Minòt, ma che bello: tra i due mi pare che ci sia del tenero.

Angelo: L'avevo detto, io, che mio nipote faceva il galante.

Minòt (preoccupato): Per carità: siamo punto e a capo, siamo. E lei fà pure la civetta!

(entra Marisina)

Marisina: Ma quanta allegria qua dentro: ecco passito e biciolin.

Minòt: Non ci mancava che questa.

Angelo: Brava, Marisina: sono mesi che desideravodi bere questo famoso passito!

Marisina: E di inzuppare il biciolin: ecco un biciolin alla destra del bicchiere.

Angelo: Ma come mi vizia.

Marisina: Ecco un altro biciolin alla sinistra.

Lucia: Ma quardateli questi due!

Angelo: Così posso inzuppare un po' di-qua...

Marisina: ...e un po di là.

(Marisina gli mesce il passito)

Giobbe: Ma zio, soffri d'arsura che ti bagni il becco già presto la mattina?

Minòt: Mi sa che tuo zio beva solo due volte al giorno: a pasto e... fuori pasto!

Angelo: Ma piantatela, e voialtre non date ascolto a questi due burloni...

Lucia: Già: a sentir loro sembra che tu beva come uno svizzero.

Angelo: Lo sai che non è vero, ma che io non sono capace di rifiutarmi di brindare alle bellezze di uno.

Giobbe: Raccontala giusta, zio. Dì che brindi alle belezze... di una.

Marisina (mentre mesce ad Angelo) Non gli dia retta. Mi dica "basta".

Angelo: Poco poco... Poco poco... Poco poco...

(Marisina smette di mescere)

Angelo: Ancora un poco!

(Marisina colma il bicchiere)

Marisina: Per gli altri: caffè o passito?

Tutto: Caffè, caffè.

Minòt: Per me passito, ho bisogno di tirarmi su.

Marisina: Sento che il caffè già uscito: ve lo porto subito.

(Marisina serve Minòt ed esce)

Giobbe: Papà, avrei bisogno di parlarti: da uomo a uomo.

Angelo: Da uomo a uomo: sarà mica come l'altra volta, neh?

Lucia: Allora sentiamo: io l'altra volta non c'ero.

Minòt: Son cose da uomini: " Da uomo a uomo" ha detto Giobbe.

(arriva  Marisina)

Marisina: Eco i caffè:

Lucia, Stella e Giobbe: Grazie, Grazie.

Lucia: però mi piacerebbe ascoltare.

Minòt: Ma oggi è venerdì.

Lucia: Sarà mica perchè ieri era giovedi? Ma che cìentra che oggi è venerdì?

Minòt: C'entra, c'entra: giovedì non è uno dei tuoi giorni di "siopin".

Lucia: E con ciò?

Minòt: E con ciò? E con ciò, chiede lei. E con ciò ieri non sei andata a fare... "siopin".

Lucia: È solo perché ieri, perché ieri... la carta di credito è di nuovo difettosa. Ecco

           perché!

Stella: Ma signora, poteva usare il bancomat?

Lucia: Ho provato anche con il bancomat...

Minòt: Non dirmelo: anche il bancomat ha lo stesso difetto.

Giobbe: Ma che difetto ha?

Lucia: Lo stesso della carta di credito. Capita sempre a me, capita.

Minòt: Lo spiego io il difetto che hanno: per un poco funzionano, poi d'amblé si mettono

            a segnare "credito non disponibile".

Lucia: Solo quando le uso.

Angelo: Ma basta lah!

Minòt: Peccato che non esca la scritta completa: "credito non disponibile per abuso

            scriteriato".

Lucia: Ecco, siete tutti testimoni: si arrabbia sempre per un nonnulla. Altrimenti avrei

           chiesto la tua, di carta.

Minòt: Ma no, ma no, che non m'arrabbio: toh, prendi la mia carta, ma usala con giudizio.

            Ora va a fare "siopin". Va solo, va!

Lucia: Mersì. So che borbotti sempre, ma hai un cuore d'oro (gli dà un bacetto).

Minòt: E magari Stella potrebbe accompagnarti...

Lucia: Togo!. Vero che mi accompagni, Stella?

Giobbe: Ma sarà stanca per il viaggio.

Stèla: Nessuna stanchezza puo trattenermi: io amo pazzamente fare shopping!

Lucia : Ma come sono contenta: sei giovane e, senza dubbio, sei informatissima sull'ultima moda: le dernier cri!

Angelo: Le dernier cri, l'ultimo grido lo farà Minòt quando leggerà il saldo del suo conto

             corrente! Sarà straziente.

Stella: Non dubitate, l'aiuterò io a spendere come si deve.

Minòt: Piano e oculatamente: non esageriamo!

Stella: Monsù Minòt non si preoccupi. Vedrà che saranno soldi ben spesi: sua moglie

           sarà ancora più bella.

Minòt: Pensi che ne valga la pena?

Stella: Passeremo anche dall’estetista: al ritorno non la riconoscerà più! Parola.

Minòt: Invece a me sa che sarà il direttore della mia banca, e pure gli impiegati, che da

            lunedì non mi riconosceranno più: scantoneranno appena mi vedranno.

Lucia: Non preoccuparti: l'adopererò con giudizio la tua carta.

Stella: Allora andiamo? Non vedo l’ora.

Minòt: Ma questa è un'altra esperta delle spese smodate!

Lucia: Arrivederci: noi andiamo.

(tutti salutano Stella e Lucia che si preparano per uscire)

Marisina: Signora, devo preparare per il pranzo anche per loro?

Lucia: Grazie no, Marisina.

Marisina: Va al ristorante?

Lucia: Si. Ce n'è uno che accetta le carte di credito. E io ho tanta voglia di parlare solo "tra noi donne", parlare "da donna a donna" In santa pace, senza uomini d'attorno.

Stella: Sarà un piacere parlare finalmente con una signora così elegante, così fine.

Lucia: Devi sapere che il cuoco è uno specialista dela "novelle cuisine". Andiamo.

Angelo: "Nouvelle cuisine",  la conosco bene io… la "nouvelle cuisine"! Io preferisco di

               gran lunga il tradizionale. Quelli là son solo capaci di contartela lunga, con la

               sua "nouvelle cuisine".

Scena 6a: Lucia e Stella escono. Rimangono gli uomini con Marisina.

Giobbe: Già, nonostante ti servano in piatti grossi come vassoi da portata, : di mangiare te ne danno ben poco!

Minòt: Anche se scrivono un romanzo, le pietanze sono solo un assaggio: basta annusare

            per essere già a metà pasto. Invece il conto è pari a quello di un pranzo da sposa!

Marisina: Ma monsù Minòt, sempre attaccato ai soldi, lei! La signora Lucia vuol solo far

                 bella figura con l'amica di suo figlio.

Minòt: La signora Lucia è di manica larga: mi sa che voglia far bella figura con tutte le

            amiche, nuove o vecchie che siano!

Angelo: Dai retta a Marisina, Minòt. Lei sa: era Pi-Erre.

Giobbe: Ha girato il mondo.

Minòt: Ha fatto persino la vetrinista ad Amsterdam.

Giobbe: Ai Olanda?!

Angelo: Perbacco! In Olanda io ci sono stato.

Giobbe: Racconta, zio, racconta.

Marisina (imbarazzata): Io vado a cucinare: si ferma anche il signor Angelo?

Minòt: Dal momento che si è già addolcito la bocca con biciolin e passito…

Giobbe: E che deve racccontarci dell’Olanda…

Angelo: Se siete sicuri che non disturbo...

Minòt: Neanche a parlarne : sei di casa, uno di famiglia.

Giobbe (malizioso): E poi Marisina...

Angelo: Marisina cosa?

Giobbe: Marisina è un'ottima cuoca.

Marisina: Corro a fare del mio meglio.

(Marisina esce)

Giobbe: Allora, visto che non ci sono donne intorno, io faccio che dire quel che avevo da

             dire.

Minòt: Sentiamo.

Angelo: Speriamo bene: l’altra volta, il mese scorso…

Giobbe: Il passato è passato: non torna più.

Minòt: Per fortuna. E... mi raccomando: acqua in bocca, altrimenti sono rovinato..

Angelo: Il tuo segreto sarà ben conservato.

Giobbe:  Ma prima, siccome non ci sono donne che ascoltano... racconta, zio,

               racconta.

Angelo: E che diavolo avrei da raccontare?

Giobbe: Ma di quelle cose pruriginose che devi aver combinato in Olanda.

Angelo: Mah, non so se sia il caso...

Minòt: Se è per la presenza di Giobbe, non farti problemi: la maggior età l'ha già passata

            da un pezzo.

Giobbe: Non rientro più nella categoria "fascia protetta".

Angelo: Dovete sapere che un paio d'anni or sono, avevo avuto una delusione d'amore.

Minòt: Lo sappiamo, lo sappiamo tutti: ci mancava solo che ti buttassi in un pozzo!

Angelo: Ero proprio giù. Fu allora che, dei coleeghi di lavoro...

Minòt: Sicuramente quelli più giovani, più disperati ed impenitenti scapoli.

Angelo: Diciamo quelli più sensibili, quelli che maggiormente hanno capito il mio dramma, hanno organizzato una gita di una settimana...

Giobbe (ironico): Per santuari.

Angelo: No, ad Amsterdam. Per visitare la città, per guardare le vertrine.

Giobbe: Si sa che sono vetrine piccoli ma ben curate.

Minòt: E, per non trarre in confusione i clienti, con una mercanzia sola.

Angelo: E che mercanzia galupa, appetitosa!

Minòt: La buona mercanzia trova sempre un compratore.

Angelo: Ogni bottega ha la sua specialità.

Giobbe: E come sono? Ne hai provate tante?

Angelo: Mica tante, ci siamo fermati una sola settimana.

Minòt: Che il diavolo ti porti: volevi forse consumarti?

Giobbe: Consumarsi.... non direi. Ma divertirsi nel provarci... neh, zio?

Angelo: D'altra parte va considerato come una cura, la cura per la mia depressione.

Giobbe:  Perché la tua fidanzatina ti aveva "dato il blu".

Minòt: Ma va 'n po' al sole, va! Raccontala ad altri. Una cura, la chiama.

Angelo: Una cura per la mia disperazione. Si, una cura!

Giobbe: E ti ha giovato: funziona?

Angelo: Contacc, se funziona!

Minòt: Scometto che, se al ritorno vi fosse precipitato l'aereo, neanche dopo un intervento

            chirurgico di una ventina d'ore sarebbero stati capaci di eliminarvi il sorriso dalle

            labbra!

Giobbe: Allora anch'io, dopo il despiacere che mi è toccato il mese scorso, una cura del

              genere mi avrebbe potuto fare solo che del bene. Con i momenti che ho passato...

Minòt: El passato è... il passato. Stà zitto e mettici una pietra sopra.

Giobbe: Una pietra tombale.

(Marisina fa capolino mentre origlia)

Marisina (fuori campo): Santa pazienza, ma proprio di quello devono parlare?

Giobbe: Zio, ma come funziona tutta la faccenda?

Angelo: Hai presente quando hai bisogno o voglia di comprare qualcosa?

Minòt: In questo caso... dì pura voglia: è sufficiente per indicare in modo preciso il

            concetto.

Angelo: Così cominci a girare per vetrine ed entri in quella che ti attira maggiormente.

Giobbe: ...che ti tira di più. Bello!

Minòt: Su questo non si discute: gli psicologi la chiamano "la spinta emotiva dell'impulso

           all'acquisto".

Angelo: Adesso mi spiego cos'era quell'emozione! Vuoi vedere che era salo una spinta?

Giobbe: Su, racconta zio, va avanti.

Angelo: Appena entrati ci si scambia i saluti e, quella bella ragazza, ti mette a tuo agio.

Giobbe: Come sarebbe: "ti mette a tuo agio"?

Angelo: Ma pensa che stranezza: adesso che ci penso... mi ha servito un bicchierino di

              vino passito.

(Angelo accarezza il bicchiere di passito e poi prende in mano un biciolin)

Minòt: Vino piuttosto raro in quei paraggi. Era almeno buono come questo?

Angelo: Se ben ricordo... mi sembra che l'abboccato sia lo stesso.

Giobbe: Per forza: il passito è passito. Diamine!

Angelo: Inoltre mi aveva messo, uno a destra e l'altro a sinistra del bicchiere. Dolci

             uguali a questi.

Giobbe: Come un invito ad inzuppare...

Angelo, Minòt e Giobbe (in coro): Un po' qui, un po' là!

Angelo: E lo straordinario è che erano dolci tipici.

Minòt: Tipici olandesi?

Angelo: Per niente. Erano delle nostre parti: erano nientemeno che... biciolin!

Giobbe: Ah, gli effetti della globalizzazione: dove siamo arrivati!

Minòt: Vuoi vedere che quella signorina anche lei piemontesissima come i suoi biciolin e

            passito?

Angelo: Non saprei: lei... non ha mai parlato.

Minòt: Neanche una parola?

Angelo: Neanche una parola. D'altronde, anche se non ha mai parlato poco importa: tanto

              io non capisco l'olandese.

Giobbe: Ma come avete fatto a passare la giornata senza parlarvi? Come avete fatto a

              capirvi?

Minòt: Per fare certe cose non è che ci voglia molto per capirsi: non è che sia come essere

           di fronte ad un notaio, neh?

Giobbe: Quindi, nell'ipotesi che sia piemontese forse, un giorno o l'altro potresti

              incontrarla qui.

Angelo: Forse l'avrò persino l'avrò gìa incontrata, ma in quanto a riconoscerla...

              impossibile.

Minòt: E perché mai non saresti in grado di riconoscerla?

Angelo: Perché aveva il vezzo di portare una mascherina di piume colorate che le

              ricopriva il viso e parte di quel bel nasino.

Giobbe: Può darsi che fosse timida...

Minòt: Mai conosciuta nessuna timida che facesse quel mestiere. Per me era solo una

            che giocava a fare la misteriosa per stuzzicare i sensi.

Angelo: Deve essere come dici, dal momento che tutti i giorni cambiava maschera: ogni

             giorno di diverso colore.

Giobbe: Ma zio, come fai a sapere che cambiava colore tutti i giorni?

Minòt: Se tuo zio ha soggiornato là una settimana, se io lo conosco bene... tutti i giorni

            comprava dalla stessa bottega.

Angelo: Mi conoscete: ho cuore di poeta. Provo piacere ad ammirare gli spettacoli della

             natura...

Minòt: Già, che cosa ci sarà mai di più affascinante della "natura"?

Angelo: Mi piace ammirare l'arcobaleno, la magia dei suoi sette colori, così...

Giobbe: Così ammirando un colore al giorno...

Minòt: E con la settimana olandesa che dura sette giorni come la nostra...

Angelo: Ho potuto godermi lo spettacolo di tutte quelle "nuances", di quei colori con le

              loro sfumature.

Giobbe: Ora che ci penso, mi chiedo dove abbia già visto una collezione di mascherine di

              piume? Pure di vari colori.

Marisina (fuori campo): Santa liquirizia: qui mai nessuno che osservi l'undicesimo

                                       comandamento: "Farsi i propri affari!".

Minòt: Vero: anch'io ho recentemento viste mascherine di piume. Ma dove?

Giobbe: Ma si, Marisina. Nella camera da letto di Marisina a-i ne ce n'è una bella

              collezione.

Angelo: Le avra comprate ad Amsterdam: anche lei ha lavorato in Olanda.

Minòt: Anche lei "metteva all'agio". E doveva essere brava, da come ti ha messo all'agio

            non appena sei entrato.

Giobbe: Ma zio: parlato, non avete mai parlato. In viso... non l'hai mai vista. Ma, per

              esempio, segni particolari, ne aveva?

Angelo: Forse uno: un neo appena sopra l'ombelico.

Giobbe: Anche questa è una cosa che ho visto di recente...

Marisina (fuori campo): Santa polenta: lo sapevo che al mare non dovevo mettermi a

                                       prendere il sole col due pezzi! Urge che faccia cambiar loro

                                       discorso.

(Marisina entra)

Marisina: Il pranzo è quasi pronto. Sono solo venuta a vedere se avete bisogno di

                qualcosa.

Giobbe: A proposito, Marisina: devi perdonarmi la mia sgarberia, ma devo farti una domanda un po' personale.

Marisina: Sentiamo, sentiamo.

Giobbe: Beh, in spiaggia tu... ti mettevi in "due pezzi" per prendere il sole...

Marisina: Per prendere il sole non avevo certo bisogno del cappotto, neh?

Giobbe: Mi sbaglio oooo... appena sopra l'ombelico...

Angelo e Minòt: Appena sopra l'ombeliiiico???

Giobbe: Hai un neo: è vero?

Marisina: Io non lo so di certo!.

Giobbe: Ma come fai a non saperlo?

Marisina: Tutti conoscono il proverbio: "Chi ha un neo... non lo vede".

Minòt: Giusto: Anch'io conosco quel proverbio!

Marisina: Ma tu, Giobbe, non dovevi parlare a tuo padre?

Giobbe: Vero, ma poi abbiamo divagato.

Marisina: Allora sarà meglio che vi parliate cosicché, quando tutto sarà pronto, potrete

                sedervi a tavola con la mente libera dalle preoccupazioni.

Angelo: E saremo molto più... a nostro agio!

Marisina: Oh, Angelo, come fà lei i complimenti... ma lasciatemi andare che ho paura che

                in cucina mi stia per bruciare qualcosa.

(Marisina esce ma continua ad origliare)

Minòt: Allora, Giobbe, dov'eravamo arrivati?

Angelo: Al neo o... all'ombelico.

Minòt: Ma no, prima di parlare delle avventure dei tuoi "paesi bassi" nei Paesi Bassi.

Giobbe: Anch'io vorrei parlare di donne.

Angelo: Questa premessa l'ho già sentita il mese scorso.

Minòt: Spero solo che la faccenda sia ormai risolta.

Giobbe: Papà, zio, mi sono innamorato.

Angelo: Ah, la gioventù! Ah l'amore!

Minòt: È del posto o forestiera?

Giobbe: È forestiera, è forestiera.

Angelo: Per buona sorte.

Minòt: E noi, noi la conosciamo?

Giobbe: Certo che la conoscete.

Minòt: E chi sarebbe?

Angelo: È bella?

Giobbe: È  una ragazza bellissima... à bella come una Stella.

Angelo: Su, dicci, dicci...

Giobbe: È Stella, la mia Stella.

Minòt (al pubblico): Adesso ricomincia a verseggiare: siamo ben presi!

           (a Giobbe): Ora che fai il poeta vuoi mica scomodare tutto il firmamento? Ma chi

                              è questa spasimante?

Giobbe: Ma se ve l'ho appena detto.

Minòt e Angelo: Detto a chi? Su, parla, spiegati...

Giobbe: Ma siete diventati sordi? Vi ho detto a chiare lettere che è Stella.

Minòt: Ma Stella, Stella chi?

Angelo: Anche questa mi pare d'averla già sentita.

Giobbe: Ma è Stella, Stella Dalmare!

Minòt: Contacc, dovevo immaginarmelo, io!

Angelo: Ha una bella silhouette, ha un bel portamento!

Giobbe: "Chi ben incomincia": sono felice che ti piaccia, zio. Ha avuto proprio ragione

                mio padrea mandarmi al mare per curare i miei crucci.

Minòt: Sarebbe stato meglio mandarti in Olanda a fare la cura di tuo zio.

Giobbe: Ascolta, papà, volevo la tua approvazione...

Minòt (con voce speranzosa): Ma, ma... e lei, lei... Stella, lo sa?

Giobbe: Certo: tòta Stella Dalmare vuol diventare ma-da-min Stella Sciupafemmine!

Angelo: Suona proprio bene, complimenti! Ora facciamo un brindisi con il passito!

Minòt: Nessun brindisi!

Angelo: Ma come: "nessun brindisi"? Che peccato!

Giobbe: Papà, io amo Stella, e lei mi ama, dunque …

Angelo: Dunque, se si amano...

Giobbe: ...non ti chiedo che acconsentire.

Angelo: Tutto fila : acconsenti e brindiamo!

Minòt: Niente da fare: non se ne parla neanche! Non si può fare.

Giobbe: Ma perché?

Angelo: Ma come la metti giù dura: sono giovani, sani, si amano! Ma perché dir loro di

            no?

Minòt: Perché  lo dico io!

Giobbe: Ma almeno si può saperne il motivo?

Minòt: Non sono affari che ti riguardano. No e basta: non farmi parlare!

Giobbe: Ma come sarebbe che non è un affare che mi riguarda: sono io quello che vuole sposarsi: pretendo di sapere.

Minòt: Perché Stella non fa per te.

Angelo: Per che motivo? Non si può dire "no" e basta.

Giobbe: Ha ragione lo zio: non si può dire solo un "no".

Minòt: Ma tu, Giobbe, con questa ragazza hai combinato qualcosa?

Giobbe: Io Stella non l'ho mai sfiorata, neanche con un dito: la amo così tanto...

Angelo: Neanche un bacio?

Giobbe: Neanche un bacio!

Angelo: Da non credere. Ai miei tempi... il '68... la rivoluzione sessuale...

            (al pubblico) Ma questo discorso non lo abbiamo già fatto?

Minòt: Lascia perdere, Angelo. Non è questo il momento. Fortuna che non c'è stato nulla.

Giobbe: Allora…

Minòt: Allora la mia risposta è sempre quella: no!

Angelo: Non ti credevo così duro: addirittura sordo all'Amore.

Giobbe: Non capisco il tuo rifiuto, papà. Comunque, con o senza il tuo consenso, io

              Stella me la prenderò ugualmente!

Angelo: Questo si che è parlare da uomo.

Minòt: Allora io sono di nuovo al palo: sono rovinato!

Angelo: Ma che rovinato e rovinato: puoi solo essere orgoglioso d'avere un figlio come il

              tuo. Un figlio che ha avuto la forza di uscire da solo da un disastro sentimentale

              vissuto sulla sua pelle, da neanche un mese.

Giobbe: Vero: ho tribolato per uscirne. Senza neanche andare ad Amsterdam.

Minòt: Ha fatto presto a consolarsi. A questo punto non mi rimane che confessare...

Angelo: Confessare? Ahi ahi ahi ahi: mi sa che ci siamo di nuovo!

Marisina (fuori campo): Ah, il monsù Minòt Sciupafemmine! Sciupafemmine: "di nome e

                                       di fatto".

Giobbe: Che tragedia e che tregenda! Ho il terrore di sapere.

Minòt: Tocca di nuovo a me confessare: confessare un'altra colpa delle mie.

Angelo: C'era da immaginarselo: altro che brindare!

Minòt: Mi vi racconterò solo se mi darete la vostra parola d'onore che niente uscirà da

            queste mura, che ve ne starete "abbottonati".

Angelo: Taglia corto e racconta.

Minòt: Prima datemi la vostra parola d'onore...

Angelo: ...di non farne parola con alcuno: hai la mia parola.

Minòt: Giobbe?

Giobbe: Hai anche la mia.

Minòt: Con nessuno, soprattutto con tua madre!

Giobbe: Già la volta scorsa non ho profferito parola!

Marisina (fuori campo): Santa pazienza: questi, a parole, non li ferma più nessuno!

Minòt: Bene, dovete sapere che Giobbe non può sposarsi con Stella perché,  perché Stella

            è figlia di Tonina.

Angelo: Ma guarda, adesso è tutto chiaro come il sole: Tonina è mamma di Stella, ed il

              mio amico Minòt...

Minòt (sempre più imbarazzato): Ed il tuo amico Minòt è la vittima, l'agnello sacrificale

                                           del passato. Di quel passato che continua a rovinargli addosso.

Giobbe: Io sono?...

Minòt: Giobbe è suo fratello, Giobbe è il fratello di Stella, Stella Dalmare.

Giobbe: Dimmi che non è così.

Minòt: È vero, è vero. Perbacco se è vero!

Angelo: Caro il mio nipote, monsù Minòt Sciupafemmine, in quantotuo padre, purtroppo non può diventare tuo suocero: è la legge!

Marisina (fuori campo) Pensare che a me monsù Sciupafemmine non perde occasione per

                                      ribadire che questa è una casa per bene, con una certa moralità!

                                     Altro che "santa polenta", santa rigolissia", "santa pazienza"... Qui

                                      è più adatto esclamare un bel "Santa Monica Levinsy!".

Giobbe: Ma come hai potuto?

Angelo (a Giobbe): Mio caro Giobbe... nel modo solito: nella cara vecchia maniera.

            (a Minòt): Birichino di un Minòt, neanche questa mi avevi raccontato. Dai,

                             racconta come hai fatto, come è potuto succedere.

Minòt: Come ogni anno, la prima domenica di settembre, a Noli organizzano la Regata

            Storica dei Rioni. Tonina mi aveva chiesto di andare ad aiutarla a controllare che i

            galleggianti fossero ancorati bene e diritti per tutto il percorso della gara.

Angelo: E come li hai controllati... i "galleggianti?

Giobbe: Va avanti, racconta.

Minòt: Tutto era in ordine per cui il controllo fu rapido. A quel tempo, io avevo una

            curiosità: avevo saputo di una spiaggetta nascosta, raggiungibile solo via mare.

            Bastava solo doppiare il capo, in direzione della Baia dei Saraceni.

Angelo: E tu, birbone, con lo stile del pirata, ti eri calato nella parte del saraceno.

Minòt: Tonina, che è del posto, si era offerta di accompagnarmi.

Giobbe: Ci sono stato anch'io: è un posto incantevole.

Minòt: Arrivati ci siamo stesi al sole. Dopo un'oretta il temp era cambiato all'improviso:

            le nuvole si erano fatte plumbee e minacciose e il mare si era fatto grosso. Spirava

            un ventaccio freddo.. La temperatura era scesa e la povera Tonina aveva freddo.

Angelo: Ci mancava solo la pioggia...

Minòt: Non è tardata e noi, per ripararci, non avevamo che un telo-mare in due con

            null'altro addosso che i costumi da bagno.

Angelo: E tu, da gran cavaliere, le hai dato come protezione tutto il tuo calore.

Minòt: Povera ragazza, era fredda come il ghiaccio. Ma pure io non ero da meno.

Giobbe: Ma faceva proprio così freddo?

Minòt: Persino tuoni e lampi avevano iniziato un concerto che non vi dico! Così ci siamo

            stretti in un abbraccio per scaldarci. Solo per scaldarci, neh!

Angelo: Giusto solo per scaldarvi.

Minòt: Ma siccome eravamo ai primi di settembre, non ci abbiamo messo molto a

            scaldarci...

Angelo: M'immagino il calore!

Minòt: E che calore! Non ci siamo neanche accorti del tempo che passava; del tempo che

           cambiava.

Angelo: Già me lo immagino: Tonina ha così avuto tutto il temp di perfezionare lo studio

              del piemontese.

Minòt: Quand siamo tornati con i piedi su questa terra il giorno era ormai morente: era tornato il sereno da un pezzo e ci siamo affrettati a tornare prima dell'imbrunire.

Giobbe: Ma papà, ma anche con Tonina!

Minòt: È andata così, non posso farci nulla. Arrivati a riva abbiamo tirato in secco la

            barca: all'orizzonte brillava già la Stella Boera.

Angelo: Sarà mica per quello che Tonina ha chiamato Stella sua figlia?

Giobbe: Ma allora anche questa Stella è mia sorella!

Minòt: Perciò che non posso darti la mia approvazione. Ma, mi raccomando: non una

            parola con chicchessia!

Angelo: Sarebbe uno scandalo!

Giobbe: Me ne vado a magonare in solitudine: neanche questa volta potrò chiarirmi con

              la mia Stella. Ma chi avrebbe mai il coraggio di darle questo dispiacere: sarebbe

              come farle un torto che non si merita.

Minòt: Confido nella tua comprensione.

Giobbe: A me non resta che andare a curarmi con il tempo.

Minòt: Per te il temp sarà una buona medicina, ma per me è diventato un boia.

Angelo: Andiamo, Giobbe, tu sei forte: vedrai che si aggiusterà anche questa.

(Angelo e Giobbe se ne vanno lasciando solo Minòt)

Minòt: E così la vita è come un oste, che presnta il un conto sempre più amaro. Amaro

            come un tossico, ma che dico tossico: amaro come il Fernet! 

(si dissolvono le luci: fine del secondo atto)

TERZO ATTO

Scena 1a: Lucia è in sala e parla da sola)

 

Lucia: Da non credere, ma siamo già arrivati alla fine dell'anno. Anche la Madonna di

           dicembre è già passata e bisogna prepararsi per il Natale. E poi daremo anche

            l'addio all'anno vecchio.

            Ma che anno: Giobbe, il mio caro Giobbe, il mio amato figlio ha avuto solo

            delusioni!

            Pensate: aveva trovato due ragazze che avrebbero potuto benissimo diventare mia

            nuora!

            Brave ragazze, alla mano, con la simpatia che solo la gioventù può dare. Poi...

            patatrac! Niente. Niente di niente.

            Non so il perché. Il per come... neanche. Ma tutte e due le volte che Giobbe aveva

            trovato il coraggio di andare a chiedere l'approvazione di suo padre, ha subito

            rotto con le fidanzate.

            Che peccato: quelle due si che mi piacevano. Per mio conto, sarebbero proprio

            state delle nuore perfette. Se poi penso che avevano un predisposizione naturale

            per lo "siopin", alle compere che avremmo potuto fare: ...che grosso peccato!

(Lucia si alza e va verso il pubblico)

            Ma non è ancor detta l'ultima parola: l'anno non è ancora finito. Dovete sapere che

            noi abbiamo una casa in montagna. Qua vicini, in valle d'Aosta, per passare

            qualche domenica a sciare.

            Quest'anno ha nevicato presto e Giobbe, povero ragazzo, è andato a leccarsi le

            ferite delle sue delusioni sui campi da sci. Infatti, per buona sorte, ha

            incominciato a frequentare una ragazza che già conosceva da bambina. Sembra

            che si piacciano.

            Sapete, lei è di là: ieri è scesa dai monti per fare una sorpresa a Giobbe... e Giobbe

            non c'era.

            Giobbe, all'ultimo momento, è andato in montagna al posto mio: credevo mi

            venisse la febbre ed ho preferito rimanere. Ma Stella, Stella

            Algida, così si chiama, si è fatta convincere a dormire qui.

 (arriva Stella)

Stella: Buongiorno, signora.

Lucia: Ciao, Stella, hai dormito bene?

Stella: In verità ero un po' agitata: non avevo previsto di dormire fuori casa. Si è presa

           troppo disturbo per me.

Lucia: Tu disturbare? Non dirlo nemmeno. Magari eri un po' nervosa: quando si cambia letto, abitudine ooo... si aspetta qualcuno.

Stella: Non mi faccia arrossire...

Lucia: Chiamami Lucia. Lucia, e dammi del tu.

Stella: Mi viene naturale: sei giovane e allegra. Addiritura più della maggior parte delle

           mie amiche. Nonostante abbiano solo la mia età, il più delle volte mi sembra di

           parlare con delle vecchie.

Lucia: Oh grazie, grazie tante. Allora, Stella, sentimi bene: aspettiamo che arrivino Minòt

           e Giobbe. Li salutiamo come si conviene. E poi...

Stella: Li salutiamo come si conviene. Eee... poi?

Lucia: E poi... di corsa a fare "siopin"!

Stella: Giusto: bizogna pur comprarsi qualcosetta per Natale, no?

Lucia (con fare complice): È per l'ultimo dell'anno... no?

Stella: Oooh yes!

(le due donne si avvicinano e battono le mani destre alla maniera americana)

Lucia (al pubblico): Son sicura che anche questa sarebbe una nuora di quelle che

                                piacciono a me!

Scena 2a: Suonano alla porta: arrriva Angelo Tofeja

Lucia: Hanno suonato, magari saranno loro. Che siano già arrivati?

(Lucia va ad aprire)

Angelo: Ciao Lucia.

Lucia: Ah, sei tu. Ciao, Angelo. Come mai da queste parti?

Angelo: Mah, passavo e mi son detto: magari un saluto...

Lucia: Svelto, entra che fà freddo.

Angelo: Brrr, tira una bisa! Con permesso... ma, Marisina dov'è? Di solito veniva lei ad

              aprire.

Lucia: Stamattina aveva un appuntamento con un chirurgo: doveva decidere per un

           intervento.

Angelo (preoccupato): Le è mica successo qualcosa, qualcosa di grosso, di grave?

Lucia: Non preoccuparti: è poca roba. Questioni di estetica.

Angelo: Ma Marisina non ne ha bisogno, non ha difetti. Va bene così.

Lucia: Niente di grosso: solo un neo appena sopra all'ombelico.

Angelo: Meno male, per un attimo ho temuto che si facesse gonfiare le labbra come la

              camera d'aria di una bicicletta.

Lucia: Ma aspetta che ti presento Stella, un'amica di Giobbe.

Angelo: Piacere, signorina, io sono Angelo, Angelo Tofeja, il padrino di Giobbe.

Stella: El piacere è mio: io sono Stella, Stella Algida.

Angelo: Stella, ... Stella. Questo nome l'ho già sentito.

Stella: Anch'io il suo: Giobbe me ne parla sempre.

Angelo: Ahi! Anche questa l'ho già sentita!

Stella: Ha una venerazione per lei.

Angelo: E cosa dice?

Stella: Che è un "figo", il "re dei canali di Amsterdam"!

Angelo (imbarazzato): Esagera sempre! Ma che state facendo?

Lucia: Stiamo aspettando Minòt e Giobbe: non dovrebbero tardare. Accomodati.

Angelo: Solo se non c'è tanto da aspettare. Devo scappare: sono pieno d'impegni.

Lucia (maliziosa): E anche Marisina non dovrebbe tardare.

Angelo: Allora mi siedo.

Lucia: Dai un'occhiata al giornale mentre vado a prepararti un caffè.

Angelo: Con un buon caffè si aspetta meglio, neh?

Lucia: Vieni con me, Stella, che continuiamo quel bel discorso.

Stella: Corro: quel discorso era interessantisssssimo.

(Lucia e Stella escono)

Angelo (al pubblico): E già, è tempo di "siopin" natalizio.

Scena 3a: Suonano alla porta. Torna Marisina

Lucia (fuori campo): Angelo, fammi il favore: apri tu.

Angelo: Nessun problema, Lucia. Vado subito.

(Angelo va ad aprire)

Angelo: Marisina, ma che sorpresa!

Marisina: Angelo, ma che sorpresa!

Angelo: Come mai da queste parti?

Marisina: Mah, non saprei proprio. Sarà mica perché ci lavoro, in questa casa?

Angelo: Giusto! Ma allora, se lei lavora qui...  cosa ci faccio da queste parti?

               Marisina: Questa si che è una bella domanda.

Angelo: Mi piace fare domande intelligenti. Chissà come mi vengono in mente: ah

              saperlo, ah saperlo!

Marisina: Bel problema esistenziale, fatto da "uno che sa"!

Angelo: Ma lei è stata dal chirurgo...

Marisina: È un mio problema.

Angelo: Oh, mi scusi... Ma col freddo che fà perché non entra?

Marisina: Ma contacc! Ma perché lei è in mezzo alla porta.

Angelo: È vero. Entri, entri.

Marisina: Era ora.

Angelo: S'accomodi pure in sala, neh: la signora Lucia sta preparando il caffè. Qualcosa

             di caldo le farà bene.

Marisina: Ma com'è gentile lei...

Angelo: Ho saputo che è andata dal chirurgo.

Marisina: Per una cosuccia, neh.

Angelo: Ma un intervento è sempre un intervento: si sieda e non si affatichi

Marisina: Ma com'è premuroso.

Angelo: Di solito è Marisina, che ha sempre premure attenzione per tutti. Ma a lei, chi

              pensa?

Marisina: Ma come mi accudisce bene lei.

Angelo: E come l'accudisco?

Marisina: Mi guarda come,... come se fossi una... bignola.

Angelo: A dire il vero... preferisco i biciolin!

Marisina: Ma lei è un'artista, lei. Ha sempre una vena di poesìa, lei!

Angelo: Son fatto così, non posso farci nulla. Soprattutto quando incontro Marisina, la

              mia musa ispiratrice. Siccome tutti i poeti sono in confidenza con la loro musa...

              perchè non ci diamo del tu?

Marisina: Angelo, speravo proprio che me lo chiedessi: io non avrei mai osato.

Angelo: Con te ritrovo i profumi di una volta, l'incantesimo dei sogni misti alla realtà di

              tutti i giorni.

Marisina: Quello che dici mi confonde, mi fà sentire tutta sottosopra!

Angelo: Allora mi sa che è giunto il momento. Ascolta, Marisina: io sono solo, tu sei

              sola,... noi siamo soli.

Marisina: Che meraviglia: è perfino capace di declinare i verbi! Ma quante cose sa!?

Angelo: Se ci pensi... si nasce soli, si muore soli.

Marisina: Sacrosanto. E, il più delle volte, si viaggia da soli.

Angelo: Marisina, vuoi accompagnarmi per un tratto?

Marisina: Oh Angelo, ne sarei onorata: mai nessuno mi ha parlato così. Mi vengono le

                lacrime agli occhi.

Angelo: E io che pensavo di farti contenta: sono mortificato!

Marisina: Ma no, stupidone, è per la commozione. Ma ne sei sicuro?

Angelo: Ci penso da quest'estate: nessun dubbio.

Marisina: Hai anche pensato alle malelingue sparleranno?

Angelo: E perché mai dovrebbero farlo.

Marisina: Tu 'sei uno che "sta bene", arrivato, con una posizione. Al contrario io sono

                solo una domestica, una serva. Una che ha guadagnato tanti soldi ma che non

                ha saputo tenerli: una che ha perso tutto.

Angelo: Perso tutto? E come è successo?

Marisina: Per colpa di un uomo.

Angelo: Allora c'è un altro.

Marisina: Ma no, ma no: quando son tornata dall'Olanda avevo un mucchio di soldi.

                Volevo aprire una boutique di lusso.

Angelo: Tanto per "spiumare" madame e madamin come la mia amica Lucia.

Marisina: L'intenzione era quella, ma... in banca, un uomo, mi ha prospettato quello a cui sarei andata incontro: tanto lavoro e tanti rischi. Quando, con tutto quello che avevo avrei potuto fare la signora.

Angelo: Dovevi proprio averne tanti.

Marisina: Si, tantissimi: un mucchio di soldi! Tanti anni di duro lavoro in vetrina. Quello

                là me l'aveva proprio infiorata bene per "intortarmi".Mi aveva assicurato che la

                borsa "tirava", che bastava comprare diversificando gli investimenti: una parte

                in bond argentini, una parte in azioni della Cirio,...

Angelo: …magari anche una parte in azioni della Parmalat.

Marisina: Proprio così, ma come fai a saperlo?

Angelo: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra!" Anche  a me, un bancario simile a quello che mi hai descritto, mi ha allettato con le stesse proposte: bella fregatura!

Marisina: Se lo trovo…

Angelo: Levatelo dalla testa: le banche, con la scusa dela  "rotazione del personale", li

              fanno sparire dal''oggi al domani, di modo che non sai mai con chi prendertela.

Marisina: Proprio così!

Angelo: Comunque mi sento sollevato. Mi fà piacere sapere che i tuoi crucci siano solo

              questi: a me importa solo che il tuo cuore sia libero.

Marisina: Sarà, ma a me dispiace pensare al mio portamonete vuoto.Anche se ora, sapere

                che sono pronta ad accompagnarti perun tratto della tua strada...

Angelo: Accompagnarmi e... mettermi all'agio, vero? Solo come tu sai fare.

Marisina: Ah, birbone. Lo sai che...come so mettere io all'agio...

Angelo: Mi porterai il passito?

Marisina: Naturalmente. E con due biciolin, per inzuppare… un po' qui…

Angelo: … e ‘n po' là! E mi farai vedere da vicino la tua… la tua…

Marisina: Vuoi vedere da vicino la mia... mia cosa?

Angelo: Sono imbarazzato dirlo, non so se posso azzardarmi, neh?

Marisina: Il mio furbacchione! Cos'è che ti preme così tanto "vedere da vicino"?

Angelo: La tua,… la tua collezione di mascherine di piume.

Marisina: Se è solo per quello....: per te ne indosserò una al giorno. E, seee ti piaaace,

                ogni volta cambierò colore.

Angelo (al pubblico fregandosi le mani compiaciuto): Me ne farà vedere di tutti i colori!

             (a Marisina): Sarai il mio arcobaleno!

Marisina : Pensa: invece di chiamere i giorni della settimana con i nomi del calendario li

                 chiameremo col nome dei colori

Angelo (tra se): Ma guarda se anche questo non è un altro "deja vu", un’esperienza già

                          fatta.

            (a Marisina): Avrei ancora una richiesta da farti.

Marisina: Tutto quello che desideri.

Angelo: Il neo appena sopra l'ombelico: devi levarlo per motivi di salute o... è solo una

             questione di estetica?

Marisina: Solo per estetica, solo per estetica!

Angelo: Allora, lascialo stare dov'è, fallo per me.

Marisina: Se è per te,… lascio stare. Ma spiegami perché lo vuoi, dal momento che tu

                l'hai mai visto?

Angelo: Per completare un "deja vu", (malizioso) un "deja vu" di quelli piacevoli.

Scena 4a: Stella e Lucia ritornano

Lucia: Marisina, già qui? Hai fatto presto!

Marisina: Buondì signora, buondì Stella. Dal medico c'era quasi nessuno: ci son tanti

                costipati.

Stella: Sono mali di stagione.

Lucia: Per me la gente sta a casa per un nonnulla. Guardate me invece: sono raffreddata

           e, ciò nonostante sono pronta per andare a fare "siopin".

Marisina: Allora è per quello che aspetta suo marito.

Lucia: E perché mai dovrei aspettarlo? Lui si annoia a morte quando mi accompagna a

           fare "siopin". Preferisce starsene a casa o con gli amici.

Stella: Io non mi annoierei mai.

Marisina: Non è per quello, è per la sua carta di credito.

Lucia: Io, della sua carta di credito, non ne ho più bisogno.

Angelo: Ma la tua era difettosa. Te ne lamentavi sempre: te l'hanno aggiustata?

Lucia: No, è sempre la stessa. Sono io che ne posso fare a meno: ho trovato una

            boutique che mi fà credito, credito il-li-mi-ta-to!

Angelo: Ma chi chi lo salderebbe, questo credito il-li-mi-ta-to?

Lucia : Mio marito. Logico, no? Pensa al vantaggio : io non uso più la carta di credito e

            Minòt non s’arrabbia più con me.

Angelo (al pubblico): Il ragionamento fila liscio, liscio come la supposta per bambini nel

                                  sedere di un adulto!

Marisina: Allora io vado a cambiarmi. (Marisina esce)

Lucia: Mi sbaglio o Marisina è tutta allegra?!

Angelo: Non ti sbagli.

Lucia: Cosa le è successo? Qualcosa di grosso: da quando è arrivata dall'Olanda l'ho

           sempre vista accigliata, triste e malinconica. Come chi vede sempre il bicchiere

           "mezzo vuoto"... sempre a lamentersi.

Stella: Vero: sempre pessimista. Per quel poco che l'ho vista... ha dato anche a me

           quest'impressione.

Angelo: Sarei bugiardo come uno zingaro se affermassi il contrario. Ma adesso che ci

              siamo dichiarati, Marisina è diventata un'altra.

Stella: Ah, la signorina Marisina Belfiore diventerebbe Marisina Tofeja: suona bene!.

Lucia: Allora Marisina s'è tolta la paura di... "finire in tofeja".

Stella: Marisina aveva timore del signor Angelo Tofeja? Strano: è tanto una brava

           persona.

Angelo: Ma, ma , Marisina non voleva saperne di me?

Lucia: Ma no, ma no che non è così: era solo un gioco di parole, tanto per scherzare:

            MarisinaBelfiore, un bel fiore che finisce nel pentolone, che finisce in "tofeja".

Angelo: Non ci avevo pensato. Da questo punto di vista è persino una cosa divertente.

Stella: Un bel fiore che finisce a bollire assieme a cotenna, pepe...

Lucia: ...e fagioli che borbottano, e gusti dell'orto.

Angelo: E il salamino chi lo mette? Lo metto ben io, il salamino!

Lucia: Attento a te, Angelo. (indicando Stella) Non fare il greve che c'è della "verdura".

Angelo: Verdura? Ma dove?

Lucia: Ma c'è una signorina! Non parlare male! Cerca di parlare in modo adeguato.

Angelo: Scusami, Stella. Chiedo venia..

Stella: Ma figuriamoci se ci faccio caso: con tutto quello che sento sui campi da sci: altro

           che quello!

Lucia: Marisina!, Marisina, torna qui. Non è necessario che ti cambi. Vieni qui!

Marisina (fuori campo): Vengo subito, signora.

(Marisina torna in scena)

Marisina: Cosa succede?

Lucia: Succede proprio niente.

Marisina: Allora cosa comanda, signora?

Lucia: Ti ordino di venire con me e Stella a fare "siopin"!

Marisina: Devo venire con lei e Stella a fare "siopin"?

Lucia: Devi farti bella per il tuo Angelotto. E poi ti ordino...

Marisina: E poi mi ordina?...

Lucia: Di darmi del "tu".

Marisina: Ma... ma...

Lucia: Che "ma e ma": adesso che ti sposerai col nostro amico Angelo, che le due famglie

           cominceranno a frequentarsi...

Angelo: Che comiceranno a "bruciare" mazzi di carte di credito per fare "siopin"...

Lucia: ...certe formalità non dobbiamo più usarle.

Marisina: Se lo dice lei... pardon: se lo dici tu, Lucia... cosa aspettiamo ad andare?

(Le tre donne si prendono per mano corrono fuori casa. Angelo rimane a bocca aperta)

Angelo: Ci siamo! Vuoi vedere che è per evitare tutto questo che non ho mai voluto

              sposarmi?

Scena 5a: Dove arrivano Minòt e Giobbe.

Angelo: Con tutto quello che ha da fare, guarda se devo rimanere qui bloccato ad

              aspettare il mio amico ed il mio figlioccio.

              Ma, se non sento male, sento armeggiare alla porta....

(entrano Minòt e Giobbe: parlano tra loro)

Minòt: Caro il mio Giobbe, siamo di nuovo a casa.

Giobbe: Era ora: col tempo da lupi che abbiamo avuto non abbiamo potuto fare neanche

              una discesa di quelle che piacciono a noi.

Minòt: Non capisco: l'altroieri non vedevi l'ora d 'arrivare in montagna! Ti è mica andata

            buca con qualche appuntamento, neh?

Giobbe: Hai visto giusto: mi vedo con una ragazza.

Minòt: Alleluia! Sono contento che tu abbia finalmente trovato da consolarti.

Giobbe: Però questa domenica non l'ho incontrata, e non so dove sia finita. Se ne andata

              senza dirmi nulla, , senza un saluto.

Minòt: Mi spiace, questo mi dispiace. Tanto. Hai provato a chiamarla a casa?

Giobbe: Ci ho provato andandoci di persona, ma i suoi, dopo aver festeggiato le nozze

             d'argento, sono partiti alla chetichella per farsi un viaggetto da soli. Senza

             lasciare un recapito. Inoltre hanno chiuso per ferie la loro agenzia immobiliare.

Minòt: Strana combinazione: la scorsa settimana gli Algida, quelli che hanno un' agenzia

            immobiliare e che sono nostri amici di famiglia. Ci avevano invitato a festeggiare

            i loro 25 anni di vita matrimoniale.

Giobbe: Che cerimonia bella! Anche a me piacerebbe sposarmi proprio come hanno fatto

              loro: in montagna, con la neve. E, terminata la messa, con una carrozza a slitta

              trainata da una coppia di cavalli bianchi, farsi il giro di tutta la borgata. Da

              monte a valle.

Angelo: Anche a me piacerebbe una cerimonia così. Magari con un grappolo di

              campanelli che annuncino il passaggio degli sposi.

Minòt (sorpreso): Angelo, che fai qui? Non ti avevo visto.

Giobbe: Ciao zio.

Angelo: Cosa volete, le donne mi hanno mollato "quattro a zero" ad aspettare voi.

Minòt : Ma dove sono andate?

Angelo: Provate ad immaginarvelo…

Giobbe: Dunque: siamo sotto Natale, non vedo pacchetti e pacchettini …

Minòt: Allora, commissario Montalbano, dove ti hanno portato le tue deduzioni?

Giobbe: Alla conclusione che sono andate a fare "siopin"!

Angelo: Tombola!. Son partite con la frenesia che avrebbe un demone caduto nell'acqua

              benedetta!

Minòt: Sono state colpite dalla " spinta emotiva dell'impulso all'acquisto". Una tragedia!

Angelo: Un virus contagioso: son partite tutte e tre come schegge.

Giobbe: Tutte e tre? Ma chi c'era con mamma?

Angelo: Marisina e… un’amica delle tue.

Giobbe: Una mia amica? E chi sarebbe questa mia amica?

Angelo: Se non lo sai tu chi sono le tue amiche, cosa vuoi che ne sappia, io.

Giobbe: Ma zio, com'è fatta?

Angelo: So solo che è da ieri che ti aspetta. Tua mamma l'ha ospitata per la notte.

Giobbe: Ha dormito qui? Ma allora non è del posto... Da dove arriva?

Angelo: Dalla montagna. Povera piccola, voleva farti una sorpresa, ma tu eri partito con

              tuo papà.

Giobbe : Ma  allora… Stella è qui. E io che mi sono tormentato fino ad ora!

Angelo: Proprio così, si è presentata come Stella.

Minòt. Cosa cosa cosa?

Giobbe: Papà, è quella ragazza che ho cercato in questi giorni. Stella, è Stella Algida!

Minòt: Cribbio, ma cosa vuole da te Stella, Stella Algida?

Angelo: Ma Minòt, sei diventato tonto? Penso come me e... Marisina.

Minòt: Tu e Marisina? Che ne dovrei sapere, di te e Marisina.

Angelo: Abbiamo deciso di unirci, di fare insieme un tratto di strada delle nostre vite:

              saremo come , come... Giulietta e Romeo, anche se in versione moderna. Ma

              senza finire in tragedia, neh?

Minòt (a Angelo): Giulietta e Romeo, versione moderna e senza finire in tragedia? A me

                              sembrate più a Cochi e Renato: roba da far ridere anche un setaccio...

            (al pubblico): ...Siccome i setacci han sempre la bocca aperta.

Angelo: Simpatico come l'inchiostro, tu.

Giobbe: Zio, tu, Marisina... avevo visto giusto, io.

Angelo: Beh, è andata così: sono stanco di vivere solo.

Minòt: Era ora, vecchio ganimede.

Angelo: A bisogna provare: dopo una giornata di lavoro la sera arrivi in una casa vuota. È

             triste.

Giobbe (malizioso): Senza qualcuno che... ti metta all'agio.

Angelo (sospira): Questa è una delle parti più dure da sopportare. Ma ora mi son deciso:

                             si volta pagina, si comincia una nuova vita!

Minòt: Se è solo per questo... la tua nuova vita è iniziata: la tua Marisina ha già preso

            l'abitudine dello "siopin".

Giobbe: Ma papà, sempre venale, tu.

Angelo (sognante): E mi piacerebbe sposarmi come ha detto mio nipote: un paesino di

                                montagna... con la neve e una slitta trainata da una pariglia di cavalli

                                bianchi...

Giobbe(sognante): ...per farci un bel giro con la tua sposa....

Angelo e Giobbe (sognante): ...da monte a valle!

Giobbe: Zio hai pensato quanto sarebbe bello se, tu ed io, ci sposassimo assieme?

Angelo: Ma va a mettere la testa sotto una doccia fredda, va: hai forse le maracas in testa? Vuoi fare i DICO?

Giobbe: Ma neanche per sogno! Intendevo dire che tu ed io...

Angelo: Tu ed iiio?...

Giobbe: Con Marisina e la mia Stella, ci sposassimo lo stesso giorno.

Angelo: Così va meglio. Ma Stella chi?

Giobbe: Ma Stella Algida, no?

Minòt: Ferma! Ferma! Ferma! Ragioniamo: Giobbe, tu vuoi sposarti con Stella Algida...

Angelo: Ed io con Marisina.

Minòt (a Angelo): Questa è un'altra storia.

           (a Giobbe): E questa... Stella è chi penso io?

Giobbe: Non so a chi pensi, ma la mia Stella è figlia di Maddalena, la proprieteria

              dell'agenzia immobiliare. Quella tua amica che ci ha invitati alla sua festa delle

               nozze d'argento. Ti ricordi, è tutto chiaro?

Minòt: Per essere chiaro, è chiaro. Come il sole a mezzogiorno. Come potrei non

            ricordarmene?

Giobbe: Siete amiconi ed io ne sono contento.

Minòt: E perché sei contento?

Giobbe: Perché le famigle si conoscono già.

Minòt: Da prima che tu imparassi a parlare.

Angelo(a Minòt): Siccome ha poi imparato a parlare... lascialo che dica.

Giobbe: Papà, zio, mi sono innamorato.

Angelo: Ultimamente quest'esordio lo sentito almeno un paio di volte.

Minòt: Ci risiamo!

Angelo: E noi, noi la conosciamo?

Giobbe: Ma se ve l'ho appena detto: è Stella, la figlia di Maddalena.

Angelo: Io faccio confusione: con tutte queste Stelle... uno finisce per non capicirci.

Minòt (al pubblico): Forse sarebbe stato meglio mandarlo a sciare in Olanda, a fare lo

                                 slalom tra le vetrine!

Angelo: Mi gioco i... gioielli di famiglia che là si sarebbe innamorato di una che si

              chiama Stern! Stern, che in buon italiano vuol dir nient'altro che... Stella!

Giobbe: Ascoltami, papà, volevo la tua approvazione, la tua benedizione.

Minòt (con una voce speranzosa): Ma, ma... e lei, lei... Stella, lo sa?

Giobbe: Certo che lo sa: tòta Stella Algida vuol diventare madamin Stella

              Sciupafemmine!

Angelo: Suona proprio bene: complimenti. È ora di fare un bel brindisi!

Minòt: Niente brindisi, non è proprio il caso.

Angelo: Aidemì, mi sa che ci risiamo!

Giobbe: Ma Papà, ho trovato Stella dopo tante delusioni. Non puoi rifiutarti: io la amo, e

              lei ama me, dunque...

Angelo (al pubblico): Speriamo che tutto si sistemi.

           (a Minòt): Dunque, se si amano…

Giobbe: Pare, ascolta: dimmi di si, almeno stavolta.

Minòt:Non potresti farmi la domanda di riserva?

Giobbe: Non siamo mica in televisione! Per una volta dimmi di si, per favore...

 Minòt: Neanche a parlarne! Non si farà mai!

Giobbe: Ma perché rifiuti?

Minòt: Non ti riguarda. No e basta!

Giobbe: Ma come sarebbe che non mi riguarda. Per che motivo?

Minòt: Perché lo dico io! No e basta: Non ne voglio parlare. Stella non è per te.

Angelo: Ma non si può dire no e basta: devi motivargli il rifiuto.

Giobbe: Ha ragione lo zio.

Minòt: Ma tu, Giobbe, con Stella hai combinato qualcosa?

Giobbe: Io, Stella, non l'ho mai sfiorata: la amo troppo.

Angelo: Neanche un bacio?

Giobbe: Neanche un bacio!

Angelo: Incredebile: ai miei tempi... il '68... la rivoluzione sessuale... (al pubblico) Ma

            questo non l'ho già detto un paio di volte la scorsa estate? Ormai le sapete a

            memoria!

Minòt: Lascia perdere, Angelo. Non è il momento di scherzare. Rigraziamo solo il Signore che anche stavolta non è successo nulla.

Giobbe: Allora…

Minòt: Allora... hai già capito. Sono rovinato!

Giobbe: Siamo daccapo...

Minòt: E pensare che si era già consolato... invece a me tocca ancora una volta confessare

            un'altra colpa delle mie.

Angelo: Confessare? Ahi ahi ahi ahi: mi sa che siamo all'ablativo!

Minòt: Ma io vi racconterò i fatti solo se...

Angelo: ... se daremo la nostra parola di tenere la bocca cucita. Su, taglia corto che anche

             questa l'abbiamo già sentita. Alè, conta.

Minòt: Prima datemi la vostra parola, la vostra parola d'onore...

Angelo: ...di non farne parola con alcuno, soprattutto con la tua Lucia: hai la mia parola.

Minòt: Giobbe?

Giobbe: Anche la mia.

Minòt: Bene. Dovete sapere che Giobbe non può mettersi con Stella perché,  perché

           Stella è figlia di Maddalena.

Angelo: Perfetto, adesso è tutto chiaro come il sole: Maddalena è come Tonina, Tonina è

              come Maria, Maria è come Maddalena. Il discorso per girare... gira.

Giobbe: Maddalena è la mamma di Stella, e Minòt mio padre è...

Minòt (imbarazzato): E tuo papà Minòt è la vìtima, l'agnello sacrificale del passato. E tuo

                                   padre continua rassegnato a patire quello che il destino gli fà pagare

                                   per i suoi peccati di gioventù.

Giobbe: In conclusione io sono?...

Minòt: ...suo fratello. Stella, Stella Algida è tua sorellastra..

Giobbe: Ma perché devo soffrire io per le tue colpe? Dimmi che non è vero.

Minòt: È vero, è vero. Purtroppo se è vero!

Angelo: Mio caro Giobbe, non lo sapevi che le colpe dei padri ricadono sempre sui figli?

Giobbe: L'avevo sentito, eccome se lo avevo sentito: ma provarlo sulla tua pelle ti brucia.

              Oh come ti brucia!

Angelo (a Giobbe): Certo che tuo padre è quasi come quell'attore del cinema,

                                quell'austriaco...

Minòt: Quale attore?

Angelo: Ma si, mi sembra quello che... Sversa i Négher.

Minòt: Cosa fà: "sversa i négher"? Mai sentito.

Giobbe: Vuoi mica dire Schwarzenegger?

Angelo: Si, si. E cosa ho detto, io? È proprio lui, quello della serie di "Terminator".

Minòt: Ma che centra?

Angelo: C'entra giacché tu potresti fare la serie di "Inseminator"! Non avresti neanche

              bisogno di studiare la parte: è sufficiente che tu stia "al narturale.

Giobbe: Ma come hai potuto?

Angelo (a Giobbe): A un siffatto professionista non è neanche da chiedere...

            (a Minòt): Farinel d'un Minòt, neanche questa mi avevi raccontato: son curioso di

                             sapere come e quando.

Minòt: Erano gli anni in cui si cercava una casa da comprare in montagna: fu così che

            conobbi Maddalena. A quel tempo lei era impiegata a mezza giornata in

            un'agenzia immobiliare.

Angelo: Così l'hai conosciuta cercando casa.

Minòt: No, l'avevo conosciuta sulle piste dove, l'altra mezza giornata, facava la maestra di sci. Mi avevano affidato a lei per le mie lezioni.

Angelo: Mi immagino... che lezioni!

Minòt: Parla tu, che parlo io, siamo entrati in confidenza: fu lei a darmi le dritte per fare un buon acquisto facendomi anche risparmiare.

Angelo: Quanto ti ha fatto risparmiare?

Minòt: Tanto. Tanto che non sapevo come sdebitarmi.

Angelo (ironico): Io, una mezza idea l'avrei...

Minòt: Non girare il coltello nella piaga: non vedi quanto sono già mortificato.

Giobbe: Va avanti, racconta.

Minòt: Era tempo di gare da sci ed avevano preparato le piste per il giorno dopo ma,

           durante la notte, si era messo a nevicare forte...

Giobbe: In montagna non si può mai essere sicuri del tempo.

 Minòt: Così il mattino seguente hanno dovuto nuovamente battere le piste. Finito non

             mancava che controllare le bande di demarcazione e le reti di protezione.

Angelo (ironico): Un dubbio mi assilla: chissà chi si fece avanti per andare a darle un

                             aiuto per controllare che tutto fosse in ordine?

Minòt: Dovevo sdebitarmi. Comunque a controllare facemmo presto: era tutto a posto.

            Giunti nei pressi del casotto della seconda funivia, quello sul colle più alto, ci

             sedemmo per prendere fiato e... bere un sorso di cordiale.

Angelo (indagatore): Bere un sorso di cordiale. L'avevi portato tu?

Minòt: Ne ho sempre al seguito.

Angelo (ironico): In tribunale non avresti scampo: è pre-me-di-ta-zio-ne!

Minòt: Ma lascia stare. Ma non passò nemmeno un quarto d'ora che il tempo cambiò in

            modo così repentino che non avemmo neanche il tempo d'accorgerci che le

            nuvole si erano abbassate fino ad avvilupparci con una nebbia fitta, talmente fitta

            da non riuscire a vedere il proprio ombelico. Così trovammo riparo dentro il

            casotto di controllo dell'impianto di risalita.

Angelo (ironico): Due cuori e... un ciabotin! E con un mestolo di cordiale, neh?

Minòt: Si pensava di rimanerci poco tempo, ma la faccenda prese una brutta piega: prima un'aria tagliente che si trasformò presto in un ventaccio di tormenta. La neve non tardò.

Giobbe: Brutta situazione.

Minòt: Per fortuna c'era il telefono di servizio, così avvertimmo la direzione degli

            impianti: constatata la situazione di pericolo ci ordinarono di non lasciare per il

            nostro piccolo rifugio. Uscire sarebbe stato troppo pericoloso.

Angelo: Non dirmelo: la temperatura si abbassò e la povera Maddalena aveva freddo.

Minòt: E io anche: fortuna che eravamo al riparo.

Angelo: E tu, da quel gran cavaliere che sei sempre stato, le hai dato come protezione

              tutto il tuo calore.

Minòt: Povera ragazza, era fredda come il ghiaccio.

Giobbe: Brrr, sento addirittura freddo io adesso.

Minòt: Non smetteva di nevicare e così ci rassegnammo a prepararci per passare la notte.

            Per riscaldarci ci abbracciammo stretti . Solo per scaldarci, neh?

Angelo: Giusto solo per scaldarvi.

Minòt: Questione di sopravvivenza.

Angelo: M'immagino calore!

Minòt: Sarà stato per quel dolce tepore, sarà stato per quel po' di cordiale, che non ci

            accorgemmo del trascorrere di quelle lunghe ore...                                                                                                                                                                                                                        

Angelo: Me lo immagino: avesti tutto il tempo per sdebitarti con Maddalena.

Minòt: Quando riaprimmo gli occhi, la notte era morente: il cielo si era rasserenato e si

            vedeva ancora brillare la stella del mattino poco prima che sorgesse il sole.

Giobbe: Ma papà, ma anche con Maddalena.

Minòt: È andata così, non posso farci nulla. Scendemmo a valle dove tutti ci accolsero sollevati per lo scampato pericolo. Ci guardammo e poi ci voltammo per guardare il cielo sopra il colle: la stella del mattino se n'era andata.

Angelo: Già, tanto di stella ce n'era già un'altra dentro a Maddalena. Sarà per quello che Maddalena avrà chiamato Stella sua figlia?

Giobbe: Ma allora anche Stella... Ma allora ho un'altra sorella.

Angelo: La famiglia si... allarga.

Minòt: Per questo non posso approvare l'unione. Ma, mi raccomando: non una parola.

Angelo: Sarebbe uno scandalo di quelli!

Giobbe: Me ne vado a soffrire da solo: neanche questa volta potrò farmi confortare da

              qualcuno. Chissà cosa dovrò inventarmi per allontanare Stella.

Minòt: Ancora una volta confido nella tua comprensione.

Giobbe: E io non mi illudo più dell'aiuto del tempo come terapia.

Minòt: Per me il tempo è diventato un boia. E, per colpa mia, anche per te.

Angelo: Andiamo, Giobbe, è meglio lasciarlo solo tuo padre. Inoltre potrebbe anche

             diventare una minaccia.

Minòt: Perché potrei essere una minaccia?

Angelo: Mah, sentendo le tue confessioni, uno ragiona: fuori il tempo è cambiato, le

              nuvole sono basse, spira un'arietta gelida e...

Minòt: Eeeee...

Angelo: Ti potrebbe venir voglia di scaldare qualcuno!!!

(Angelo e Giobbe se ne vanno lasciando solo Minòt)

Minòt (al pubblico): Ah, brava gente, sarete certo curiosi di sapere come mi senta io.

                                 Bene, se non ne avete idea, vi chiarisco io. Avete presente cosa possa

                                 dire una supposta ad una navetta della N.A.S.A.? No? Allora ve lo

                                 dico io. Le dice: "Beata te che vai in cielo!

(Minòt esce. Le luci si spengono e si chiude il sipario)

Scena 6a: Finale. Giobbe è seduto in sala.

Giobbe (tra se): Ma chi avrebbe mai potuto immaginarsi un tale garbuglio: non sta ne in

                          cielo ne in terra. Non so più che fare, che pensare.

(si alza e va verso il pubblico)

Giobbe: Ma avete... vi rendete conto, vi capacitate di come mi possa sentire? Penso che

              sia difficile anche solo provare, provare a vestire i miei panni.

             Io, che mi son sempre reputato un normalissimo figlio unico... in meno di sei

             mesi mi ritrovoro con tre sorelle.

            A questo punto mi chiedo se ve ne siano altre: l'anno non è ancor finito e... con

            quel galletto di mio padre in circolazione, tutto può succedere.

            Destino beffardo. Comincio a pensare di dire addio alla vita e di farla finita.

            Perbacco, ma non può finire così.

(entra Lucia)

Lucia: Che cos'è che non può finire così?

Giobbe: Niente. Niente d'importante: riordinavo i miei pensieri a voce alta..

Lucia: Tu non me la racconti giusta: mi stai nascondendo qualcosa...

Giobbe: Non ho voglia di parlarne.

Lucia: Ma io sono tua mamma, con me puoi confidarti. Hai l'aria di chi porta un peso

           troppo grosso.

Giobbe: Hai ragione: ma non posso parlare.

Lucia: Certo che sei strano. La situazione è curiosa. È da quando che hai lasciato Stella

           Fiordicampo che, tra alti e bassi, ti sei ridotto in questo stato.

Giobbe: Mi viene da piangere per la disperazione!

Lucia: Pensa a me che sono tua madre: vederti così disperato mi distrugge.

Giobbe: Se sapessi, mamma, se tu sapessi... Ma non posso parlare!

Lucia: Ma sono o non sono tua madre? Devi confidarti con me.

Giobbe: Solo se mi dai la tua parola che con papà non farai parola. Che mai gli

              rinfaccerai qualcosa.

Lucia: Lo subodoravo che c'era lo zampino di mio marito. Ma guarda come ha avuto il coraggio di ridurre mio figlio. Ma mi sentirà, quello là. Oh, se mi sentirà!

Giobbe: Ti ho detto che parlo solo se non dirai nulla!

Lucia: E a va bene, anche se la passerà liscia anche stavolta. Giurin-giuretto: va bene?

Giobbe: Così va bene, anche se non so da dove incominciare …

Lucia: Io ti suggerirei... dal principio.

Giobbe: Papà ha avuto delle avventure…

Lucia: Ah, birbante! Me l'ero immaginato. L'ho sempre sospettato.

Giobbe: Peccati di gioventù, mi ha detto…

Lucia: Ha sempre fatto il galletto, lui. È sempre piaciuto mettersi in mostra, al signore!

Giobbe: Ma non per colpa sua, neh? Mi ha raccontato: è colpa delle situazioni…

Lucia: Ah, quello là: per contartela è uno di quelli buoni! E chi sarebbe questa civetta,

            questa Messalina?

Giobbe: È, … è…

Lucia: Su, coraggio. Spara! Tanto a questo punto…

Giobbe: Maria, è Maria. La Mamma di Stella Fiordicampo.

Lucia: Ma guarda quei due! Per quello che son tanto amici!

Giobbe: Amici intimi. Quello che i giornali scandalistici chiamano una "tenera amicizia".

Lucia: Una "tenera amicizia" un corno! Altro che amica di famiglia! Ma questo non

           spiega perché tu e Stella non vi doveste sposare? Voi che c'entrate?

Giobbe: Adesso viene il bello: devo continuare?

Lucia: Avanti, e che ci sarà mai di peggio?.

Giobbe: Stella, Stella Fiordicampo è…

Lucia: Stella è?

Giobbe: Stella è mia sorella, valà!

Lucia: Valà un corno che  li sbudelli! Li aggiusto io: tutti e due!

Giobbe: Tu non aggiusti nessuno: hai giurato!

Lucia: Lo faccio solo per te Giobbe. Solo per te.  Altrimenti… Ma, e Stella Dalmare…

            perchè si è opposto anche per lei?

Giobbe: Si, si è opposto anche per lei siccome anche con Tonina ha avuto una storia…

Lucia: E bravo Minòt: che Ganimede!

Giobbe: … e la figlia di Tonina è un’altra sorella.

Lucia: Santi numi! Un'altra...  Ma, ma, ma non dirmelo: e Maddalena… e tuo padre…

Giobbe: Giusta intuizione, miss Marple. Pure Stella Algida è mia sorella.

Lucia: Per quello che non borbottava più, il mio caro Minòt, quando andavo a fare

           “siopin”. Addirittura mi mandava. Hai capito il furbastro?

( Lucia si siede svuotata. Giobbe prende in mano una pistola)

Lucia: Giobbe, ma cosa fai?! Sei ammattito? Metti via quella cosa che mi fai paura.

Giobbe: Voglio farla finita. Non posso più sopportare questo peso troppo grosso per me.

Lucia: Ferma, Giobbe. Per carità: non è mica caduto il mondo.

Giobbe: Altro che il mondo: con tutte queste "stelle", mi sembra che mi sia rovinato

              addosso tutto il firmamento. È caduto l’universo, tutto il mio universo.

Lucia: Ma non fare così: prima o poi tutto si aggiusta. Pensa a me, allora, che ho più

           corna di un cesto di lumache. Cosa dovrei fare, allora?

Giobbe: Io avrei detto: “Più corna di un secchio di lumache”.

Lucia: Sai che differenza…

(Giobbe alza l’arma)

Giobbe: Che vergogna anche per te: è meglio mettere la parola fine.

Lucia: Fermati, Giobbe! Ascoltami: anch'io ho da confessarti qualcosa, qualcosa di

           importante.

Giobbe: Cosa ci può essere di così importante per me che sto per farla finita?.

Lucia: Se mi dai solo qualche minuto vedrai che forse tutto si aggiusterà.

Giobbe: Non è possibile: ormai ho il terrore di avvicinare qualunque ragazza...

Lucia: Adesso ascolta la mia storia, ma...

Giobbe: Ma?

Lucia: Ma solo se mi dai latua parola che mai lo dirai a chicchessìa.

Giobbe: Tanto ormai ci ho fatto l'abitudine. E va bene: hai la mia parola.

Lucia: Come hai fatto con tuo padre?

Giobbe: Cosa vuoi mai, tanto ero in punto di morte anzi, lo sono ancora.

Lucia: Allora, per piacere, abbassa quell’arma che mi fà inorridire il solo vedertela in

           mano. Abbassala e ascolta!

(Giobbe posa la pistola)

Lucia: Come ben sai, ogni anno, la prima domenica di settembre, a Noli organizzano la

            Regata Storica. La vigilia di una di quelle gare, Tonina aveva chiesto a tuo padre

            di andare ad aiutarla a controllare che i galleggianti fossero ancorati bene in fila

            per la gara.

Giobbe: Questa parte di storia già la conosco. Va avanti, racconta.

Lucia: Non appena partiti si fecero vivi alcuni ragazzi tedeschi. Bevevano il vino come

           fosse acqua, ma uno di loro avrebbe avuto piacere di visitare il castello.

Giobbe: Quello medievale.

Lucia: Si. Ma tutti erano impegnati per preparare il fritto di pesce. Per questo mi chiesero

           se avessi potuto accompagnarlo.

Lucia: Giunti al mastio ci fermammo per ammirare il panorama ma, dopo appena

           qualche foto, il tempo cambiò improvvisamente: le nuvole si fecero scure e

           minacciose e si levò un ventaccio freddo. La temperatura scese parecchio ed io

           tremavo dal freddo.

Giobbe: E poi si mise a piovere a dirotto: già sentita anche questa parte.

Lucia: Pioveva davvero forte e noi, per riparo, trovammo solo una piccola nicchia del

           muraglione.

Giobbe: E il tedesco, da gran cavaliere, ti diede protezione con tutto il suo calore.

Lucia: Si e, come se non bastasse, cominciò un concerto di tuoni e fulmini. Istintivamente

           lo abbracciai stretto per la paura e... per scaldarmi, solo per scaldarmi, neh?

Giobbe: Giusto, solo per scaldarti.

Lucia: E che calore!

Giobbe: Me lo immagino. Me lo immagino.

Lucia: Non ci siamo neanche accorti del tempo che passava. Del tempo che cambiava.

           siamo ridiscesi a notte fatta.

Giobbe: E il ragazzo tedesco?

Lucia (languida): Ci siamo lasciati con bacio e, da allora non ci siamo mai più rivisti.

Giobbe: Ma mamma, ma anche tu?!

Lucia: Devi solo mantenere il mio segreto: non tradirmi... per carità!

Giobbe: Sarebbe uno scandalo e io, a questo punto, non so neanche chi sia mio padre. So

             solo che è tedesco.

Lucia: Quindi, mio caro Giobbe, posa la pistola e sposati con chi vuoi che, qui attorno,

           non hai sorelle.

Giobbe: Ma mamma.... Ma papà... perbacco: non si fa così!

    

Fine.

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