Un sogno

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UN SOGNO

Commedia in un atto

Di ENRICO SERRETTA

PERSONAGGI

GABRIELLA

GERARDO

PASQUALINO

Una  disadorna stanzetta all'ultimo piano di una vecchia casa. Sulla tavola quadrata, al cen­tro, pende dal soffitto una nuda lampadina con lo squallido riflettore bianco di porcellana. Qualche mobiluccio tarlato, un divano, due o U\s sedie, una stufetta di ghisa in. un angolo. Attraverso i vetri d'una piccola finestra alta n'eri si vede che il cielo buio della serainvernale. Ma giunge fin lassù, come un continuo brusìo, il frastuono della strada, dov'è la folla strepita e canta; e di quando in quando l'on­data di una musica festosa.

Gabriella                          - (quando s'alza la tela, dorme. Si è appisolata, appoggiando il capo al braccio ri­piegato sulla tavola, come i ragazzi stanchi di fare il compito. Ha poco più di venti anni e un bel insetto di madonnina furba, I capelli corti, lisci e foltissimi con la frangetta sulla-fronte e la virgola accanto all'orecchio, rilu­cendo sotto la lampadina accesa, hanno curiosi riflessi di metallo scuro. Passato qualche mi­nuto, ella si muove un poco, solleva il busta, stira le braccia, apre gli occhi e li gira intorno, incerta, conve chi si desta dopo aver sognato. Guarda il piccolo oriuolo da polso, e si alza) Mi pare che abbiano bussato. Chi sarà mai? Pasqualino mi disse che non verrebbe prima delle undici... (Si muove tendendo l'orecchio, e si ravvia la frangetta sulla fronte. Così in piedi è veramente una bella creatura fresca e fio­rente. Il « golf » di maglia liscia le modella un busto superbo e dalla gonna della stessa maglia vengon fuori fin quasi al ginocchio le gam­bette ammirevoli che terminano in due piedini da Cenerentola. Ora realmente bussano alla porta di destra. Va ad aprire ed entra Gerardo, seguito dal boy così carico di fagotti e grosse scatole di cartone che non si capisce come non ne rimanga schiacciato).

Gerardo                           - (ampia cappa nera sul frak, cappel­lo a cilindro che si toglie con largo gesto. E' un uomo di quarant'anni, alto, bruno, fatale) Son qua. Mi perdoni se ho tardato un poco, ma le strade son piene di folla, e la mia mac­china ha dovuto procedere al passo.

Gabriella                          - (guardandolo con ammirazione e timore insieme) Chi è lei, signore? Io non ho la fortuna di conoscerla.

Gerardo                           - Chiuda la porta, signorina, se non le dispiace. La notte è fredda, e quella pic­cola stufa non può vincere il vento che viene dalla scala.

Gabriella                          - (va a chiudere la porta) Ecco fatto, signore. Ma ella stessa riaprirà ben pre­sto quella porta, per andarsene, quando si sarà persuaso del suo errore. Non è possibile che ella cerchi di me. Sarà venuto in questo palaz­zo per far visita alla contessa del primo piano, o alla bellissima moglie del banchiere che sta al secondo, o alla celebre cantante del terzo. Ma il portinaio che forse è di già ubbriaco, non le avrà indicato lo scalone, cosicché, per la scaletta di servizio ora è giunto in questa sof­fitta. Abbia pazienza, signore, ritorni indietro; e quando si ritroverà in corte, passi per la gran­de porta a vetri che è illuminata da un bel fanale. Allora non potrà più sbagliarsi e rag­giungerà subito la festa che lo attende e deve essere magnifica. Sente?... Salgono da lì, certo, queste folate di musica.

Gerardo                           - E' lei che s'inganna, signorina. Io son venuto giustamente qui, dalla signorina Gabriella, mannequin imparagonabile della Maison Gris Perle. E spero che vorrà accoglier­mi come un amico.

Gabriella                          - (titubante, fendendogli la mano che l'altro bacia) Ma io, signore, non la co­nosco. Che cosa viene a cercare in questa po­vera casa?...

Gerardo                           - Io non cerco: mi si cerca; e non mi è lecito mancare, ovunque mi si aspetti. Per­ciò sono sempre molto occupato. Ma lavoro senza stancarmi, che anzi la fatica mi è dolce. Certe volte tanti appelli io ricevo che è vera­mente un prodigio se riesco a trovarmi in ogni luogo: quand'è primavera, per esempio; o quando c'è tanta poesia nell'aria e tanta tene­rezza in fondo ai cuori, come adesso ch'è la notte di S. Silvestro...

Gabriella '-                       - Eppure temo che non già conveniente che ella rimanga qui. Son «dia, 0 non so chi ella sia...

Gerardo                           - E' una piccola bugia che ora di­ce, forse senza volere. Ma glielo confido lo stes­so, chi sono, come se realmente non lo sapesse. Sono il Sogno, il Desiderio, il gioco della Fan­tasia.

Gabriella                          - (lo guarda a lungo, stupita. Poi) Non capisco, signore. Noi non ci siamo mai visti.

Gerardo                           - E' tanto tempo che siamo vicini. Da quando, morti i suoi parenti nel piccolo paesino di provincia, la grande città tentatri­ce, l'ha chiamata ad esei citare, fra la seta e le trine, l'arte della tentazione, ella mi ha cer­cato continuamente vicino a lei. E mi ha visto, mi ha sentito, mi ha respirato nel salone dei modelli della « Maison Gris Perle » in ogni ve­trina sfolgorante di luce, in ogni sala lussuosa di teatro. Oggi, per esempio, nel pomeriggio, mi ha tenuto due ore accanto a lei...

Gabriella                          - (come trasognata) E' veramen­te, strano che io non ricordi...

Gerardo                           - Non ricorda eh'è venuta una da­ma assai seducente a scegliere un vestito da sera, per la cena di questa notte?...

Gabriella                          - Sì, certamente.

Gerardo                           - Era bella, quella dama, e aveva una parlantina... La direttrice ha subito chia­mato lei, che è la più perfetta dei « manne-quins » e quando indossa un abito di gala, si muove come una duchessa... Ha pensato: qui ci vuole Gabriella. E mentre Gabriella passeg­giava su e giù per il salone, mirabile fiore color di rosa che cambiava ogni volta il calice di se­ta, la dama, ammirata, descriveva alla direttri­ce la festa preparata nel suo palazzo. E decan­tava la ricchezza dei suoi broccati e dei suoi da­maschi, le meraviglie dei merletti e lo splendo­re dello argenterie sulla sua tavola, e l'abilità del cuoco che avrebbe superato se stesso nel soddisfare i palati raffinatissimi degli ospiti... Se ne ricorda?...

Gabriella                          - (sbalordita) Di questo sì, mi ri­cordo. Ma nessun altro c'era presente...

Gerardo                           - Io. Come saprei ora tanti parti­colari, se non fossi stato presente? Ero vicino a lei, dietro il grande paravento cinese, men­tre, cambiando di volta in volta i modelli, ella non perdeva una sillaba della descrizione della dama; e la seguivo passo passo da un capo al­l'altro del salone, nella sua passeggiata pro­fessionale. E i suoi più reconditi pensieri si svolgevano così chiaramente sotto i miei occhi, come se fossero proiettati su un grande scher­mo bianco: il Capodanno, sontuoso nelle sale sfolgoranti, e grigio e modesto in questa came­retta squallida; la bella dama, ammiratissima nella sua nuova toilette, circondata da tanti ca­valieri seducenti e spiritosi, e lei Gabriella più bella e più giovine, chiusa nel vestitino di ma­glia, tète-à-tète col suo amante povero, che fa il contabile, non è seducente ne spiritoso e le offre la sua piccola festa qui dentro, perchè teme, se la conduce fuori in trattoria, che ella, con la sua bellezza, attiri troppi sguardi di gio­vanotti...

Gabriella                          - (come difendendosi) Non è ve­ro, non è vero...

Gerardo                           - (continuando) Nostalgia prepo­tente di avventura, di ricchezza, di lusso, di quelle stoffe di cui ogni giorno si veste per sve­stirsene subito dopo, che risplendono dinanzi ai suoi occhi, frusciano fra le sue mani e poi svaniscono disperdendosi negli armadi profu-v mati delle donne felici... E se le guardava, le mani, le piccole mani nervose dalle unghiette a mandorla così lucide che sono la sua più ca­ra civetteria e quando strisciano sulla seta dan­no il suono di un graffio. E pensava con quanta dolcezza le poserebbe, palpitanti, stasera, in quelle d'un uomo bello e forte, dell'uomo del suo sogno, del conquistatore irresistibile che le comparisse dinanzi all'improvviso, ad offrirle la sua parte di gioia...

Gabriella                          - (mette pian piano le mani nelle mani di Gerardo, fissandolo) Ho paura. Chi è lei? Come si chiama?

Gerardo                           - (incalzando) Sono colui che tu aspettavi. Perchè mi guardi così? di che hai paura? Ah, capisco ciò che pensi... Non teme­re: il dottor Faust da tanto tempo s'è salvata l'anima, dopo d'averne fatte d'ogni colore, ed oggi, se ricominciasse, troverebbe Margherita « mannequin » anche lei in una casa di mode. E Mefistofele non s'impiccia più di certi affa­retti di poco conto. No. Tu stessa, da te sola, hai pensato a me e mi hai visto nella tua men­te così come ora mi vedi, con questo volto un po' segnato e questi capelli un po' grigi sulle tempie, perchè l'uomo del sogno delle ragazze non è mai molto giovine. E mi hai chiamato Gerardo. Certo questo nome ti piace. Eccomi qui, ora; con te, per te. Mi chiamo Gerardo come tu hai voluto., E ti porto la tua festa, i doni del tuo desiderio... (Le bacia, le mani; poi fa un cenno al boy che è finora rimasto im­mòbile come una statua reggendo miracolosa­mente il suo gran pesa. Il boy si scrolla e la­scia cadere a terra gli scatoloni che. si aprono sotto lo sguardo attonito di Gabriella; poi, de­posti sulla tavola alcuni involti, si fa ancora da parte, impalandosi sull'attenti).

Gabriella                          - (accesa d'entusiasmo) I miei doni... i miei doni... (Si piega sulle scatole e vi tuffa voluttuosamente le mani, le braccia, il viso. Poi comincia a cavar fuori stoffe d'ogni gènere: vecchi damaschi, broccati, tessuti me­ravigliosi dalle armoniosissime tinte. Ne prende quanto più può e stringendoseli al petto, si mette a danzare come impazzita di gioia).

Gerardo                           - (dopo d'averla un po' ammirata, sorridendo di soddisfazione, prende da una sca­ tola un magnifico vestito da sera e lo pre. senta a Gabriella, tenendolo spiegato con gran­ de delicatezza) E questa è la toilette di gala della mia piccola regina...

Gabriella                          - (stringendo sempre al seno il suo gran tesoro) Oh, questa delizia finalmente mia, veramente, mia... Morbida e voluttuosa co­me una carezza... Quanto ti amo, Gerardo, non amo che te perchè tu solo mi comprendi. Ve­drai che sono degna dei tuoi doni. Voglio trasformare la mia casa, che sembri il più bel ni­do di due amanti felici. Voglio che questa se­ra la mia festa sia magnifica, come quella dell'antipatica dama che non posso soffrire... Ec­co: metto questi damaschi sui mobili, che prendano l'aspetto che si conviene a mobili di stile, così... E questi broccati alle pareti, lutto intorno, come si usa nei saloni dei principi, così... É questo « lamé » in quell'angolo, in modo che nasconda la piccola stufa, così... E questo « cachemire » attorno alla lampada: sembra fatto apposta per fasciarla e ammorbi­dirne la luce che divenga tenue e misteriosa co­m'è necessario in questa serata magica. E' fat­to. Ora la piccola regina indosserà la toilette di gala, in onore del suo bel Principe azzurro... (Prende il vestito e scappa via da una portici­na che s'apre a sinistra. Ora veramente la pic­cola stanza appaia trasformata con tutte quelle stoffe che l'adornano. L'eco della musica lontana, -una tovaglia di finissimo pizzo, vetri di Murasima).

Gerardo                           - (fa un cenno al boy che corre verso la tavola ad aprire gli involti che poco prima vi ha dejyosto. C'è in essi quanto occorre per imbandire una cena sontuosa. Così anche la vecchia tavola, a poco a poco, si trasforma: una tovaglia di finissimo pizzo, vetri di Murano, argenterie risplendenti e vini e cibi squi­siti).

Gabriella                          - (ritorna, indossando il mirabile vestito. Da principio, si muove su e giù per la stanza, in silenzio, con gli atteggiamenti e i piccoli passi da « mannequin » che le sono abi­tuali, ma pòi, come rientrando in se stessa, sor­ride, fa. un inchino a Gerardo e gli chieda) Ti piaccio?...

Gerardo                           - (senza risponderle, le offre il brac­cio. E', in verità, una coppia seducentissima. Fanno due o tre volte il giro della scena, come se, per recarsi a tavola, dovessero attraversare alcuni saloni. Poi Gerardo, inchinandosi, in­dica a Gabriella il suo posto e le siede di fronte. Il boy si è slanciato a servirli). Ti ringrazio, Gabriella, di quest'invito nell'intimità della tua casa. Non avrei osato chiederti tanto. Ti avrei condotta fuori, con me, nella trattoria più elegante e affollata, e sarei stato felice a vederti ammirata e desiderata da tutti. Perchè il mio amore per te è spoglio d'ogni gelosia e d'ogni egoismo: mi piace solo ciò che ti piace, voglio ciò che tu vuoi, gioioso di quel che ti dà gioia. Non può esser fatto che così l'amore vero.

Gabriella                          - Grazie. So che sei buono, che sei interamente mio con tutto il tuo spirito, che è come se l'anima mia fosse passata in te. Perciò ho preferito esser sola con te, stanotte. E non abbiamo più nulla da desiderare. Senti? Questa musica suona per noi: ho voluto che stesse lontana, perchè la melodia che giunge fievole e incerta, ha un fascino più misterioso. (Ora qucdcuno bussa alla jyorta di destra, bussa forte, senza discrezione, da padrone di casa. Gabriella balza in piedi, impaurita).

Gerardo                           - Non temere. Ci sono qui io per difenderti.

Gabriella                          - E' lui, non può essere che lui. Lo avevo dimenticato. Sei perduto. Ti am­mazza. (Si bussa di nuovo, più forte).

Gerardo                           - Non temere, ti ripeto. Egli non potrà mai nulla contro di me.

Gabriella                          - (sempre più disperata) Ma contro di me può tutto, può distruggere la mia vita, la mia felicità. Presto, nasconditi, ti pre­go. Sì, in quell'angolo dove c'è la stufa, dietro quella stoffa...

Gerardo                           - Come vuoi tu. (Si nasconde, assieme al boy, mentre Gabriella va ad aprire la- porta).

Pasqualino                       - (entra: paletot col bavero alza­to, sciarpa di lana intorno al collo, mani in ta­sca. E' il più comune tipo di giovanotto qua­lunque, con qualche pretesa di eleganza, ma senza grazia né distinzione). Ce ne hai messo del tempo, ad aprire...

Gabriella                          - (impacciata) Scusami. Stavo preparando...

Pasqualino                       - (solo ora si accorge della toilette di Gabriella, e fa il primo gesto di stupore; poi gira lo sguardo intorno e a vedere tutto quel lusso di stoffe e l'effetto di luce del « cache­mire » sulla lampada, il suo stupore diviene sbalordimento) Ma... die cosa accade sta­sera qui dentro? Mi pare di sognare... Dove hai trovato tutte quelle stoffe?... E tu... tu, come ti sei vestita?... (Prima che Gabriella ri­sponda, si avvicina alle pareti, a giuirdar da vi­cino le stoffe, a palparle, a carezzarle).

Gabriella                          - (temendo che egli scopra Gerar­do) Che fai?... Vieni qui, vicino a me, ch'io ti spieghi... Le stoffe sono sempre più belle guardate a distanza... E' festa, capisci, ed ho A'oluto abbellire un poco, qui in casa...

Pasqualino                       - (le si avvicina, sempre meno persuaso) E invece, non capisco. Sai che a me, in. ogni caso, piace vederci chiaro... One­sta è roba che costa un patrimonio. Credi forse che non me ne intendo? Anche il mio principale s'è fatto lo studio così, e so io quel che ha speso... Ora tu, per pagare tutte queste scicche, lie, avresti dovuto buttar via quel po' di rispar. mi, e forse nemmeno basterebbero...

Gabriella                          - (sempre più commossa) Ma no, vedi... le stoffe... me le prestate il direttore del magazzino...

Pasqualino                       - (incredulo) Mah!... Ci ho i miei dubbi... Non si suol dare in prestito di questa roba, così facilmente... Ma, ammettendo che tu dica la verità, il tuo vestito, scusa, co­desto tuo vestito principesco non mi dirai che te lo hanno prestato...

Gabriella                          - (che in verità non sa cosa dire) Gh, come non mi vuoi bene...

Pasqualino                       - (alzando le spalle) Che c'entra ora il bene? Ti ho fatto una domanda precisa, e ancora non mi hai risposto. Lo sai che io amo la precisione. Non per niente sono contabile...

Gabriella                          - (insistendo c. s.) No, no, ho ragione io. Se tu mi volessi bene, vedendomi così elegante, così graziosa... eh, sì, perchè non puoi negare ch'io sia graziosa, invece di fare un'inchiesta, mi avresti subito gettato le brac­cia al collo...

Pasqualino                       - (caparbio) Questo non è ri­spondere. Ora si tratta del tuo vestito. Come fai ad averlo?...

Gabriella                          - (che ha cercato invano un'altra scusa) L'ho comprato. E' mio. Lo desidera­vo da gran tempo. Non si può passar la vita facendo il mio mestiere di fantoccio al quale si mettono indosso le toilettes più beile per cinque minuti, senza provare un giorno il bisogno di possederne almeno una, ma che sia veramente propria, e si porti per il proprio piacere. Eb­bene, questa è mia, è piaciuta a me, l'ho com­prata col mio denaro...

Pasqualino                       - (ironico) Benissimo, sono pro­prio contento dei tuoi progressi, delle nuove idee che ti frullano in mente. Brava. Poi che son io a pensare ai bisogni della casa, sei padro­nissima di spendere i tuoi denari come meglio credi. Ricordati però quando mi dicevi che li mettevi da parte per farti una dote e metter su famiglia, con me naturalmente... (Ora i suoi occhi si posano sulla tavola imbandita; si inter­rompe, stringe i pugni, guarda. Gabriella come fuori di se, e fa un passo, minaccioso, verso di lei),

Gabriella                          - (indietreggiando atterrita) No, così no, ho paura...

Pasqualino                       - (con voce strozzata dalla rabbia e dal sospetto, il braccio teso verso la tavola) Hai comprato anche questo? E bastava forse la tua miseria per comprare anche questo? Ed io, cieco, ci ho messo un'ora ad accorgermene... Chi c'era qui con te, quand'io sono entrato? Chi c'è qui in casa, nascosto... Certo, perchè non può essere uscito dalla finestra che è al quinto piano... Chi è questo vigliacco che non vien fuori ancora, a guardarmi in faccia? che. non verreb­be fuori neppure se io ti ammazzassi? (Si slancia nella stanza di sinistra, mentre Gabriella rima­ne immobile, impietrita. Torna subito dopo, sempre più esasperato. Gira intorno lo sguardo, e lo fissa sull'angolo della stufa dove fa da schermo l'improvvisata tenda di lamé).

Gabriella                          - (come impazzita) Gerardo, Ge­rardo, salvati!

Pasqualino                       - (raggiunge di un balzo la tenda, cava di tasca un'arma, spara. Alla detonazione, si spegne la lampada e la scena si fa completa­mente buia. Silenzio. Si sente solo la musichetta che giunge da fuori e adesso sembra molto più vicina. La musica al buio dura qualche minuto: finche si bussa alla porta. La scena si rischia­ra ed appare la disadorna stanzetta così co­m'era in principio, con Gabriella che dorme appoggiata alla tenda. Si bussa ancora, e Gabriella si desta di soprassalto e si alza. Guarda un po' intorno con l'impressione un po' strani­ta di chi avendo sognato, non si persuade anco­ra d'esser desto. Si passa le mani sugli occhi, poi si ravvia i capelli, fissando la porta, incerta se abbiano bussato o no. Ma una chiave gira nella serratura e Pasqualino entra.

Gabriella                          - (muovendogli incontro) Ah, eri tu...

Pasqualino                       - Chi altro poteva essere?... Dormivi?... (Si stringono la mano e si danno un bacio: un bacetto di sfuggita, coniugale, sen­za importanza. Poi Pasqualino, cavate fuori dalle tasche del pastrano due bottiglie involte nella carta velina, le posa sulla tavola. Ora si toglie il pastrano, la sciarpa di lana dal collo, e ripiegati l'uno e l'altra in gran cura, li depone su una, sedia. Vi mette sopra il cappello che si leva per ultimo, e va a sedere all'angolo, ac­canto alla stufa).

Gabriella                          - C'è molto freddo, fuori?

Pasqualino                       - Si gela.

Gabriella                          - Hai fame?

Pasqualino                       - Non c'è male. E tu?

Gabriella                          - Io, punto. Come se avessi pran­zato alla solita ora. Posso apparecchiare?

Pasqualino                       - Certamente. Mancano venti minuti alla mezzanotte, e l'anno nuovo deve tro­varci còl bicchiere in mano. Guarda lì, sulla ta­vola: ho portato un po' di vino chic, di quello che bevono i signori...

Gabriella                          - Male. Chi sa quanto avrai speso.

Pasqualino                       - Bisognerà pure che lo faccia­mo i\ nostro piccolo brindisi. Non ti pare?... Via, svelta, prepara...

Gabriella                          - Come vuoi. (Tira fuori da un mobilticcio la tovaglia, i tovaglioli, le posate e si mette ad apparecchiale, lentamente, di ma­la voglia. Infine porta anche sulla tavola i piat­ti con le vivande. Dopo un silenzio).

Pasqualino                       - Molto lavoro, oggi?

Gabriella                          - Moltissimo. Forse per questo mi sento un po' stanca.

Pasqualino                       - (si alza, si avvicina alla tavola) E così, siamo pronti?...

Gabriella                          - (togliendo la carta dalle bottiglie) Sì, siedi. Perchè ne hai comprato due, di bottiglie? Una era più che sufficiente.

Pasqualino                       - (sedendo) Vuol dire che l'al­tra, se mai, invecchierà fino a carnevale.

Gabriella                          - (siede anche lei) Invece potevi portare un po' di fiori. Facevano più allegria, sulla tavola...

Pasqualino                       - Ma no! I fiori sono un lusso inutile, non servono a niente. Costano un oc­chio e son subito appassiti. Il vino, almeno, fa buon sangue...

Gabriella                          - Hai ragione. Sia come non detto.

Pasqualino                       - (cominciando a mangiare) Tenerissimo, questo pollo... Ma tu non mangi? Perchè?...

Gabriella                          - (servendosi, contro voglia) As­saggio qualche cosa, per farti piacere...

Pasqualino                       - (j>arlando con la bocca piena) Tu non stai bene, questa sera... Sei pallida, sei strana... Che hai? Su, ridi, non bisogna farsi sorprendere imbronciati dall'anno nuovo...

Gabriella                          - (sforzandosi di sorridere) E' vero: ma io sto benissimo, e non sono imbron­ciata. E' che ho dormito, prima che tu venissi, qui, appoggiata alla tavola... Ed ho fatto un sogno curioso... Quando si dorme in una cattiva posizione, ci si desta sempre un po' nervosi... (Ora fissa la lampadina dal bianco riflettore).

Pasqualino                       - (cs.) Che cosa guardi?...

Gabriella                          - Questa luce bianca, per esem­pio, non sai che fastidio mi dà... Ci fosse al­meno uno straccetto per velarla un poco... Aspetta un momento... (Si alza e corre nella stanza accanto).

Pasqualino                       - (seccato) Ma no, non muo­verti, via...

Gabriella                          - (torna subito, recando una foulard color di rosa: monta sulla sedia e lo avvolge at­torno alla lampada, improvvisando un grazioso abat-jour: poi si rimette a sedere, e lo ammira, soddisfatta della trovata) Così va bene... Ve­ramente ci vorrebbe un bel « cachemire »; sai, di quelli die hanno certe magnifiche tinte cal­de e danno alla luce un tono d'intensità un po' misterioso... Ma infine, il mio modesto foularl serve bene a qualche cosa... Vedi, anche in una stanzetta così povera e banale, basta un non­nulla a dare una sfumatura d'eleganza... (Giun­ge da lontano, improvvisamente, il rumore di alcuni spari, e un più allegro scampanio e più distinte musiche e più intenso vociare della folla).

Pasqualino                       - (accendendosi) Oh, è mezza­notte, mezzanotte... Presto, lo champagne... (Afferra una bottiglia e si adopra febbrilmente a sturarla: ci riesoe dopo alcuni sforzi, e versa in fretta il vino spumante nei due bicchieri; poi, alzando il proprio lo avvicina a quello di Gabriella).

Gabriella                          - Alla tua salute. Pasquai.ino        - (enfatico) r Alla tua, alle tue speranze, a tutto quello che tu desideri...

Gabriella                          - (astratta, lontanissima, con un fil di voce) Al mio desiderio... al mio sogno...

FINE

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