Una candela al vento

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UNA CANDELA AL VENTO

Titolo   originale:   SVECA NA VETRU

Commedia in sei quadri

di ALEKSANDR ISAEVIC SOLZENITSYN

Traduzione di Pietro Zveteremich

PERSONAGGI

Maurice Craig, anziano professore di mu­sica.

Tilia, sua terza moglie, vicina alla quaranti­na, ma d'aspetto quasi una ragazza.

Alda, figlia di primo letto, quasi coetanea di Tilia.

Joom, diciannove anni, figlio di Maurice e di Tilia.

Alex Coriel, nipote di Maurice, quarant'anni circa.

Philip Radagais, suo coetaneo, ricercatore cibernetico.

Annie Banige, giovane tecnica cibernetica.

Sinbar Atoulf, giovane medico cibernetico.

Terbolm, ricercatore cibernetico.

Kabimba, giovane africano, assistente del gruppo cibernetico.

Un generale

Zia Christina

Due laureandi

Un bambino

Una ragazza di laboratorio

Invitati a una festa

Commedia formattata da

QUADRO I

Una hall disadorna. Una porta a sinistra e un'altra a destra. Dietro: libera vista sull'oceano. Si scorgono barche a vela; talvolta pas­sano motoscafi che trascinano bagnanti che fanno lo sci acquatico. Tutto è reso acce­cante dal sole estivo. Un fornello a gas, un frigorifero. Sono appese e disposte qua e là varie stoviglie e una serie di tegami. Li vici­no si trova anche la tavola da pranzo. Qui sta Maurice. È alto, robusto, con una testa maestosa ormai quasi calva, con il pincenez e un grembiale indosso. Scaffali con dischi; presso un radiogrammofono aperto è seduto Alex Coriel. La hall è inondata dal gioioso rondeau del 2" concerto per pianoforte di Beethoven. Alex sottolinea con la sua mimi­ca l'incalzante melodia fondamentale.

Maurice                         - Uno dei principali criteri del gu­sto umano è il formaggio. Tu quale formag­gio preferisci, Alex?

Alex                              - (ride allegramente, gesticola, ascolta). Non me ne intendo, zio; qualsiasi.

Maurice                         - Qualsiasi? No, sei davvero un selvaggio! (Gli si avvicina) Tu, forse... Alex. Zio Maurice! Ma perché a me piace la musica antica e quella moderna no? Tu come formuleresti la cosa: in che cosa diffe­risce la musica del ventesimo secolo da quella dell'Ottocento?

Maurice                         - E tu magari non sai distinguere neanche il grado di macinatura del caffè, quando lo bevi?

Alex                              - Perché, ha importanza?

Maurice                         - (ride, spegne la musica). No, no, sei un perfetto selvaggio!

Alex                              - (facendo un debole tentativo di riac­cendere l'apparecchio). Zio, lasciami finire d'ascoltare.

Maurice                         - Ah, ma è tutta roba sentita e risentita! D'accordo, se vuoi, ti regalo tutta la collezione. (Sbarrandogli definitivamente il passo) A quarant'anni devi ricominciare a vivere daccapo.

Alex                              - Sì. È quanto mi accingo a fare.

Maurice                         - Ma da quale punto ti ci accingi? Comunque noto in te delle espressioni stra­vaganti. Tu e io dovremmo parlare, parlare senza fretta... Su, vieni a sederti. Adesso ti darò da mangiare per tutti i quindici anni!

Alex                              - Con il fronte, diciotto. (Si siede a ta­vola).

Maurice                         - Diciotto?!... Comincia intanto con l'anguilla, perché la costoletta deve cucinare lentamente, in modo che non si perdano i succhi.

Alex                              - Zio, parola d'onore, io mi sento im­barazzato! Per causa mia tutte queste fac­cende da donna...

Maurice                         - (affaccendandosi intorno alla ta­vola; in tono serio). Alex! È proprio in que­sto triangolo: frigorifero-fornello-tavola da pranzo, che adesso consiste il mio modo preferito di passare il tempo. È cominciato tanto tempo fa, da quando non mi fidavo di nessuno per farmi il caffè, ma poi, a poco a poco, mi sono impadronito anche delle altre operazioni e adesso sovente faccio da mangiare per tutt'e tre. Una persona estra­nea non può far da mangiare con amore. E qui ci vuole molto comprendonio, e dun­que anche tatto. Nel novantacinque per cento dei casi le donne di casa non cucinano il cibo, ma lo rovinano, ponitelo a mente! E poi la faccenda è resa ancor più complicata dal fatto che i libri di cucina sono terribilmente indietro. Io sono abbonato al « Mes­saggero gastronomico ». È una rivista fatta secondo i dettami della più moderna medi­cina. Bene, già che tu non ne capisci nulla, bevi ciò che ti danno. Agli esordi della tua esistenza! (Beve) Ecco, prendi quest'insalata. Però, non riesco comunque a rassegnarmi al fatto che in tutti questi anni tu non mi abbia scritto nemmeno una volta.

Alex                              - E che cosa avrei dovuto scriverti, zio? E perché?

Maurice                         - (arrabbiandosi). Ma che diavolo! Che cosa vuol dire: perché? Magari sol­tanto perché ti aiutassi! Eri nei guai, no?

Alex                              - È stato un errore giudiziario. Tutti gli indizi erano così compatti contro di noi, che non avevamo le forze per smentirli. Il mio amico e io siamo stati arrestati subito dopo la guerra, quand'eravamo ancora sotto le armi, condannati a dieci anni e spediti nella Deserta Caledonia. E laggiù ne abbiamo scontati nove su dieci. Ci rimaneva un anno quando hanno trovato il vero assassino. Ci hanno liberati, si sono scusati; ma chi ormai ci poteva restituire questi nove anni?

Maurice                         - Anni perduti!

Alex                              - No, non si possono definire perduti. È una cosa piuttosto complessa. Forse erano persino necessari...

Maurice                         - Come sarebbe a dire: «neces­sari »? Allora, secondo te, per un uomo sa­rebbe « necessario » finire in prigione? Male­dizione a tutte le prigioni!

Alex                              - (sospira). No, non è così semplice. Ci sono dei momenti in cui io dico: bene­detta te, prigione!

Maurice                         - Sce-mo!... Ah-ah! (Si alza e va al fornello) Ecco il momento giusto per mangiare la costoletta. Ecco, quand'è suc­cosa! (Serve la costoletta) Mettici i piselli. Ma soprattutto questa salsa, ecco. Ben po­chi nel nostro continente possiedono il se­greto di questa salsa. E io sono fra questi.

Alex                              - Zio Maurice! Non occorre. Io mi sto disabituando a mangiare tanto. La mag­gior parte di ciò che mangiamo è roba che inghiottiamo del tutto inutilmente.

Maurice                         - Già, già... (Lo serve) Vedo chia­ramente spuntare in te i sintomi d'un cedi­mento cerebrale. Mangiare è uno dei pia­ceri della vita e tu ti ci vai disabituando! E per te è inutile! Credevo che davvero in carcere ti fossi fatto una scorta di pen­sieri sani. Ma sono deluso. (Gli versa da bere) Bevi! (Alex beve) E su, loda il vino, mascalzone!...

Alex                              - Molto delicato.

Maurice                         - Lo credo! E' un vino di Garf il Vecchio. Insomma, da quando ti hanno liberato sono già passati cinque anni. Dove sei stato?

Alex                              - Sono rimasto laggiù.

Maurice                         - In Caledonia?

Alex                              - H-mm. In una piccola casetta al li­mite dell'immenso deserto.

Maurice                         - Non avevi soldi per andartene?

Alex                              - Non soldi. (Pausa) Non avevo con­vinzioni per andarmene.

Maurice                         - E ancor oggi ti attieni a queste convinzioni?

Alex                              - Sì. Quasi.

Maurice                         - (fa un gesto vago). Non ci resi­sterai! Di fronte alla vita? Non ci resiste­rai! (Gli versa da bere) Ma comunque lag­giù c'era almeno... un villaggio?

Alex                              - Sì, un villaggio. Insegnavo nella scuola.

Maurice                         - Ma permetti! Ma di certo non c'era neanche il gas! Né l'acqua corrente! Né fogne!!

Alex                              - (ride). Macché gas! Ai margini del villaggio non c'era neanche l'elettricità!

Maurice                         - L'elet-tri-cità?! Ma questa è l'età della pietra! Con che cosa facevi luce al­lora?

Alex                              - Con la candela.

Maurice                         - Roba da accecarsi!

Alex                              - E Platone aveva forse un accumula­tore? E Mozart i duecento venti volt? Alla luce d'una candela, zio, il cuore si apre. Ma, quand'uscivo all'aperto, ecco il vento della steppa, il profumo delle erbe selvag­ge! Uh-uh-uh! E proprio quando non c'è elettricità, se sul deserto sorge la luna, tutto l'universo è invaso dalla luna! Ti ricordi almeno questo, zio, dei tempi della tua in­fanzia? Che voi qui sbattete le palpebre sotto i lampioni?...

Maurice                         - La luna? Ma quanti anni hai? Io t'invidio. (Entra di corsa Joom, che non guarda la scena, ma verso il mare).

Joom                             - Maur! Guarda: il nostro vicino non è ancora riuscito a comprarsi la villa, ma è già in acqua sugli sci! E noi, è la terza estate che passiamo qui e tu non sei in grado di farmi fare lo sci d'acqua, Maur!?

Maurice                         - (con ira). E' questo il modo di chiamare tuo padre, mascalzone?

Joom                             - (si accorge dello sconosciuto). Mi scu­so, volevo dire, papà...

Maurice                         - E siccome sono tuo padre, mi puoi metter i piedi in testa? Non ti basta la barca? Non ti bastano gli acquaplani?

Joom                             - (con dignità). Io non cercavo un con­flitto, papà! Ma onestamente t'informo: mi serve lo sci acquatico. Non è nel tuo interesse costringermi a cercare i mezzi per conto mio.

Maurice                         - Ma che razza di mezzi? Ma dove li vai a prendere?

Joom                             - Li troverò. Ma i miei studi potrebbero soffrirne. (Esce).

Maurice                         - (alle spalle di Joom). Se già ades­so si sente un martire, che ne sarà poi?... Al diavolo, finché aveva sei anni mi pa­reva divertente che mi chiamasse Maur. E adesso non ti levi più questo cappio dal collo. (E' turbato) E tu perché non dici nulla? Bisogna versare il caffè. (Versa il caffè) Ma tu hai soldi, Alex? Ti servono? Dillo francamente. (Si toglie il grembiale ed estrae il portafoglio) Centocinquanta, va bene?

Alex                              - No-no, zio, ne ho. E poi, a me basta assai poco.

Maurice                         - Ma come, non ti servono? Guar­da come sei vestito.

Alex                              - E come? Toppe non ce ne sono.

Maurice                         - Lo sa il diavolo che razza di criteri hai tu!

Alex                              - Questo caffè è un vero piacere. Da cent'anni non ne bevevo così.

Maurice                         - Ah-ah! Allora non sei un caso disperato. Ne vuoi un'altra tazza?... Il caffè si deve comprarlo soltanto da Stilichon; e che lo macinino davanti a te.

Alex                              - Dimmi, zio Maurice... Tua figlia... dov'è?

Maurice                         - Alda? Ma, non so; abita qui, nella nostra città.

Alex                              - Che cosa fa?

Maurice                         - A esser sincero, non lo so.

Alex                              - E' così tanto tempo che non vi ve­dete?

Maurice                         - N-no, perché? Recentemente al Conservatorio hanno festeggiato i miei set­tantanni, e lei è venuta. Guardo e la vedo seduta in fondo alla tavola. Con un viso ispirato. L'ho presentata alla compagnia e tutti erano stupiti che avessi una figlia. Già, ma non siamo riusciti a parlarci.

Alex                              - Sicché non vi vedete per nulla?

Maurice                         - No, lei veniva. Dopo la guerra. Dopo la morte di sua madre. Veniva e noi la vezzeggiavamo. Tilia la vede con pia­cere. Ma è Alda che, in un certo senso... si tiene da parte.

Alex                              - Me la ricordo quand'era ancora una scolaretta: una ragazza di quindici anni così graziosa e viva. Non hai una sua foto­grafia dì quei tempi?

Maurice                         - Sì, dev'esserci anche di quei tem­pi; poi l'hanno fotografata anche alla mia festa. Ma aspetta, gli album sono qui, in villa, te li farò vedere.

Alex                              - Mi piacerebbe molto trovarla. Ma non mi hanno dato l'indirizzo. Probabil­mente non porta il tuo nome, no?

Maurice                         - Non c'è neanche bisogno di dirlo. Portava il cognome del marito.

Alex                              - Hanno divorziato?...

Maurice                         - Dal primo. Poi ce n'è stato un secondo.

Alex                              - Ah, così... Sicché adesso?...

Maurice                         - No, adesso non è sposata. In genere però hai ragione, è una situazione anormale: non sapere dove stia e che cosa faccia la propria figlia... Non mi rendo conto neppur io come sia successo. Ma tu, se la trovi, portala qui, portala qui asso­lutamente!

Alex                              - Lei sognava di diventare una piani­sta. Non lo è diventata?

Maurice                         - Non è diventata nulla. Se pur in tutta la sua vita ha fatto qualcosa di ragio­nevole, è stato soltanto di rispettare il co­dice stradale e soltanto per questo se l'è scampata. Io, del resto, sono sempre stato contrario alla sua musica. Che cosa poteva darle la musica? Per lei io desideravo una stabile felicità familiare. Ma la felicità bi­sogna sapersela conquistare!

Alex                              - Voglio rintracciare anche la zia Chri­stina. Dicono che sia in grande miseria.

Maurice                         - Effettivamente! Anche quella mat­ta di Christina dev'essere ancora viva. Ma possibile che sia davvero ancora viva? Tro­vala, trovala e poi mi racconterai. Mi sono stancato di campare senza saper nulla dei miei parenti, sul serio. Meno male che sei spuntato tu! (In profondità sì sente il ru­more discontinuo d'un motore. La strada è in alto e si vede la parte superiore d'una macchina color zaffiro che entra. La mac­china si ferma di colpo con violenti scoppi e poi ammutolisce. Ne balza fuori, come proiettata, una donna agile e slanciata in tuta di viaggio; corre verso il cofano e vi pic­chia sopra con una chiave inglese). Tilia. Maledetta carretta! (Apre il cofano, guarda nel motore. Verso la scena) Papà! Sono affamata! C'è della carne? Preparami qualcosa!

Maurice                         - Una costoletta? Tilia. O. K., una costoletta! (Agita una mano e grida) Jo-o-o-o-m! Vieni qui! (Tuffa il viso nella macchina. Ben presto accorre da lei Joom; si affaccendano insieme, im­precano, scaraventano via un attrezzo).

Maurice                         - (si precipita al fornello; cucina). Ecco anche Tilia. Lei di certo non ti riconoscerà. Del resto, non vi siete quasi nem­meno mai visti.

Alex                              - Secondo me, soltanto nel Canyon Rosa, dopo la nascita di

Joom                             - Allora lei sperava ancora di tornare al balletto.

Maurice                         - Al balletto non c'è tornata, ma danza anche adesso in spettacoli per ama­tori. Da poco ha preso la passione del giornalismo. In genere Tilia ha una perso­nalità spiccata, sfaccettata. (Cucina la carne) Sì... Io mi sono sposato tre volte nella mia vita, Alex, e tutt'e tre le volte con ragazze diciottenni. Da vecchi è una cosa che con­sola...

Tilia                               - (lasciando che Joom si occupi della macchina, entra nella hall in tuta da viag­gio, con una grande chiave inglese in mano). Maur! Sarei pronta a mangiar subito un cinghiale arrosto! (Vedendo lo sconosciuto, si ferma. Alex si alza da tavola) Abbiamo ospiti?

Maurice                         - No, un parente. Tilia. Un parente? (Si avvicina) Scusate se mi presento così... Ma chi è?

Maurice                         - Tuo nipote.

Tilia                               - Non ho nessun nipote così grande e simpatico... Ma, giacche tu dici che è mio nipote, bisogna almeno baciarsi, no? (Getta in terra la chiave inglese) Sono bisunta, sudicia: fa niente, nipotino? (Si baciano) Come sono contenta! Penso che il papa­rino non sarà geloso se ti bacio un'altra volta? (Lo bacia) Ma, in fin dei conti, chi è costui?

Maurice                         - Alex

Tilia                               - Alex?...

Maurice                         - Il figlio della mia defunta sorella Margarita.

Tilia                               - Ah, di Margarita?... E' la prima volta che ci vediamo?...

Alex                              - No, ci siamo visti nel Canyon Rosa, prima della guerra. (Maurice continua a cu­cinare).

Tilia                               - Ah, nel Canyon Rosa! Quel brillante studente, appena laureato all'università, tan­te speranze d'oro, vero? (Gesti di gioia tem­pestosa) Ah, come sono contenta! Ah, come siamo contenti!! (Lo bacia. Parlando in fret­ta) Ma dove sei andato a finire? Dove ti sei cacciato? Perché non hai mai scritto? Racconta! (Si tira indietro) Vedi che razza di mulo sono diventata! Prima di pranzo in redazione; poi cento chilometri di strada con il caldo, soltanto perché i miei possano abitare qui e godersi l'oceano. Per strada il motore ha avuto un guasto, ci ho fru­gato dentro, mi sono ficcata sotto, a mala­pena sono riuscita ad arrivare sin qui. (Nel frattempo ha sbottonalo la tuta e ne è sgusciata con un abito a tinte vivaci. Joom è riuscito ad avviare il motore) Bravo Joom! (Getta verso la porta la tuta e la chiave inglese) Raccogli tu, ragazzo mio! (Passa davanti ad Alex) E allora, come mi trovi?

Alex                              - Siete affascinante!

Tilia                               - Ci mancava anche il « voi » ! E ma­gari mi chiamerai pure ziuccia? Oppure nonnina? Soltanto «tu» e «Tilia»! (Passa davanti ad Alex) E quanti anni ho?

Alex                              - Presto trenta? (Joom parte con la macchina).

Tilia                               - (contenta, ride). Se non avessi un figlio! Ma io sono madre, Alex; lo capisci, sono madre! (Accanto al tavolino con il ra­diogrammofono) Ti piace questo tavolino? E' un incanto, vero?

Alex                              - Bello.

Tilia                               - L'abbiamo comprato da poco. Sessan­tacinque ducati. (Si lava le mani) Io sono madre e il problema d'un figlio di dician­nove anni scava delle rughe sulla mia pic­cola fronte di raso.

Alex                              - Non mi sono accorto di nessuna ruga.

Tilia                               - Oh-oh! Ma io so nasconderle! E' tutto un sistema. Dormire all'aria aperta e al freddo, ginnastica regolare, frizioni, una vita di continuo moto! Per avere a qua-rant'anni il corpo d'una ragazza bisogna la-vo-ra-re! (La costoletta è in tavola. Tilia si siede, comincia a mangiare svelta, con avidità, senza tuttavia interrompere la con­versazione. Maurice serve in tavola. Tilia prosegue) Inoltre il mio motto è questo: nessun medico e, quanto a medicine, sol­tanto le più naturali e soltanto in dosi minime!

Alex                              - (animandosi). Questo lo posso capire! Questo l'approvo!

Tilia                               - Ecco, avevo sentito subito che noi due la pensiamo nello stesso modo! Sai, il papà lo curo io. Ecco, abbiamo questo... (balza su e porta un libro)... « Manuale del medico pratico»... Per una persona istruita che cosa può esserci di meglio? E non affi­darsi a quei grandi nomi indifferenti e pre­venuti, ma chiarire da sé la patogenesi, sce­gliersi la cura. Già, il papà che cos'ha, per esempio? (Sfoglia il libro) Ecco, sindrome amenica. Vuol dire nervi malati. I sintomi sono i seguenti: oscillazioni degli affetti, inganni dei sensi. In che cosa consistono gli inganni dei sensi? E' geloso. Se tu non fossi mio nipote, per quei pochi baci già l'avrei pagata cara. Qui dal nostro vicino è arrivato un suo aspirante, un africano che si chiama Kabimba. Ebbene, si sono fatte insieme delle nuotate, semplicemente delle nuotate, che c'è di male?

Maurice                         - (fermandola). Tili-Ti!

Tilia                               - Paparino! In te si fanno sentire i pregiudizi razziali! In che cosa è peggio di te un africano? Il secolo ventesimo è il secolo dell'eguaglianza delle nazioni... Co­munque, noi seguiamo il nostro regime : al papà niente carne; a me, niente pasta, poco sale, pulizia regolare dello stomaco...

Maurice                         - Uno stomaco ingombro è una cosa spaventosa!

Tilia                               - E' un orrore! Sicché, sia pure un pur­gante la sera; ma, in compenso, il cibo è una gioia della vita! Ed ecco che il pro­fessor Craig è nel pieno delle sue forze creative, mentre io...

Maurice                         - Be', per quanto mi concerne...

Tilia                               - Che cosa, per quanto ti concerne? Tu hai settant'anni e ancora non si sa quale sia la malattia che potrebbe farti morire.

Maurice                         - Il cuore...

Tilia                               - Questa è autosuggestione! Sei ala­cre, sbrighi le faccende di casa, hai tutti i denti sani. Ah, Alex, recentemente hanno festeggiato Maurice: un piccolo banchetto da duemila ducati! Ospiti! Telegrammi! Da parte di musicisti! Di direttori d'orchestra!

Maurice                         - Mastica! Mastica!

Tilia                               - Tu sei ancora in grado di lavorare magnificamente, magnificamente! Va bene che hai lasciato le lezioni, ma proprio ades­so devi scrivere un nuovo libro.

Maurice                         - Ma quale nuovo...

Tilia                               - Be', almeno una nuova edizione del vecchio!

Maurice                         - Tili-Ti, per far questo bisogna metterci delle idee nuove.

Tilia                               - E tu mettici delle idee nuove! Per non dire che la mia casa è una bottega d'anticaglie, c'è da impazzire anche solo per la vergogna d'andare in giro con questa carretta...

Maurice                         - Una Sedan sportiva dell'anno scorso...

Tilia                               - Un tipo assolutamente superato! Io brucio dalla voglia d'avere una cabriolet Super-88 color « Spruzzi di Borgogna » di trecentoquindici cavalli! Ma il paparino non ha abbastanza soldi!

Alex                              - Be', i soldi li troverete.

Tilia                               - Ma racconta un po' tu, racconta! Perché dobbiamo parlare sempre noi? Dove lavori? Quanto guadagni? Sei sposato? Hai figli?... I figli, i figli! (Sul viottolo passa di corsa Joom, folleggiando con una palla) Il ragazzo ha diciannove anni e comincia a giocare con le ragazze!

Maurice                         - Bei giochi quando poi bisogna pagare gli aborti.

Tilia                               - Ma tu non vorresti avere Mesia per nuora, no? Bisogna esser contenti che il piccolo abbia almeno del buon senso. (Joom ascolta, si avvicina) Però hai ragione, hai ragione! Bisogna farlo sposare, categorica­mente! E con la più semplice ragazza del popolo, e che non abbia tutta questa istru­zione...

Maurice                         - (scatta). Che stupidaggini sono queste? Perché poi una ragazza del po­polo?...

Joom                             - E che me ne faccio della sua cultura, ci cucino la minestra?

Tilia                               - Qui crepiamo senza un aiuto fem­minile! Non c'è nessuno che sappia attac­care un bottone. Persino la farina da noi fa la muffa. Un po' per volta tu le inse­gnerai, le passerai il fornello e i tegami.

Joom                             - Ma perché discuti tanto, papà? Chi è che deve sposarsi: tu od io? Mia madre è una donna che vede lontano, che sa vivere.

Tilia                               - E così avremo un'esistenza armonica. Lei girerà per la casa con uno straccio e leverà la polvere.

Maurice                         - (arrabbiandosi). Ma vi siete già messi d'accordo? E' per questo che abbiamo allevato un figlio?

Tilia                               - Maur! Prendi il validol. Prendi il validol e non fare quegli occhiacci! Lo sai che non mi piace. Perché una nuora del popolo ti offende? Non senti forse che tutto il nostro secolo alita democrazia? Bisogna agire secondo lo spirito del secolo! Laggiù, nella mia redazione, sento sempre qual è lo spirito del secolo.

Alex                              - Quale redazione? (Joom corre via con la palla).

Tilia                               - Hai mai sentito nominare la rivista « Algol »?

Alex                              - Politica?

Tilia                               - Ma, così... una rassegna internazio­nale. (Salta in piedi: porta un paio di fa­scicoli sgargianti) Ecco!

Alex                              - Algol: così si chiama Betta nella co­stellazione di Perseo, è la « stella del dia­volo », no? (Prende le riviste, le sfoglia).

Tilia                               - Può darsi, può darsi che sia qualcosa del genere. Non è che mi paghino tanto, ma io non lo faccio per i soldi; è piutto­sto lo sviluppo generale, la vita intellet­tuale...

Maurice                         - Tili non sarebbe capace di stare a casa, di fare le faccende. Si sentirebbe soffocare.

Tilia                               - Ci creperei!... Io amo la vita, Alex! Io amo la vita in tutte le sue manifesta­zioni! In fin dei conti viviamo a questo mondo una volta sola! Non ci si deve la­sciar sfuggire nulla!

Alex                              - (continuando a sfogliare). Carta pa­tinata, stampa a colori. E soltanto proble­mi esteri, a quanto pare?

Tilia                               - Ma sì, quanto ai problemi interni da noi tutto è in ordine; di che scrivere?! I problemi esteri invece sì. Che cosa pub­blichiamo? Una panoramica dei paesi d'ol­tre oceano, dei loro vizi economici, delle loro piaghe sociali. Prendiamo parte alle più importanti campagne. Lottiamo per la pace, perché l'equilibrio delle forze sia sem­pre a nostro vantaggio...

Maurice                         - E soltanto grazie agli sforzi della loro rivista la pace sul pianeta ancora rie­sce a resistere.

Tilia                               - Quanta energia! Quanta arte! L'atmo­sfera sempre eccitata della redazione! Oggi un'intervista, domani una riunione, una cor­rezione... Non ti immagini, Alex, come mi dia da fare e come non abbia mai tempo.

Alex                              - «Mai tempo»? E' il flagello dell'uo­mo moderno. Non hai tempo, uomo? Vuol dire che vivi in modo sbagliato! Smettila di vivere così, altrimenti perirai!

Tilia                               - Bravo! Ben detto! Dove hai matu­rato questi pensieri?

Maurice                         - Come, dove? In prigione!

Tilia                               - Co-o-sa?

Maurice                         - Lui è stato dieci anni in prigione. (Tilia è come paralizzata).

Alex                              - E così ho cominciato ad avere tempo per tutto e ancora me ne resta.

Maurice                         - Ma adesso è pienamente riabili­tato. E' stato un errore giudiziario.

Tilia                               - Ah, un errore! Ah, assolto! Meno male. Sia ringraziato Iddio, che non c'è. Ma sai che ti dico, Alex? Io sono una per­sona che ama parlar franco e così ti dico - offenditi pure se vuoi - che tu sei un ter­ribile egoista!

Alex                              - Per quale motivo?

Tilia                               - Per il fatto che ci hai privato della possibilità di fare un'opera buona! Tu avevi bisogno d'aiuto e quanto volentieri noi... Oh-oh-oh!... (Accompagnato da Joom, sta salendo i gradini della terrazza Philip Ra-dagais, un uomo largo di spalle, abbronzato, che indossa un completo sportivo bianco).

Philip                             - (si ferma, senza vedere Maurice e Alex). Madame! Io vi prendo in parola! Avevate detto d'avere un fuoribordo inuti­lizzato. E io ho uno scafo. Associamo le due cose, e voi e la vostra prole potrete im­parare con me lo sci acquatico. (Maurice si toglie il grembiale. Alex sì alza in piedi con lo sguardo inchiodato su Philip).

Joom                             - Mamma! Che idea intelligente! Cer­tamente!

Philip                             - Se non ci sono altre reazioni né altre domande, eccomi qui per prendere il motore. Mi sono stufato d'attaccarmi ai motoscafi degli altri. Solo che io (guarda l'orologio) ho il tempo limitato: diamoci sotto con il motore! Professore, scusate, non vi avevo visto! (Saluta Maurice, guarda esterrefatto Alex) Co-o-o-sa?

Alex                              - Phil!

Philip                             - Al! (Si precipitano l'uno verso l'al­tro e si abbracciano. Tilia si avvicina, molto interessata. Maurice è smarrito) Da dove sbuchi? Dove sei stato?

Alex                              - E tu perché sei qui?

Philip                             - Io?! La mia villa è qui accanto. Ma tu di dove vieni?

Alex                              - Questo è mio zio.

Tilia                               - Signori! Come fate a conoscervi? (Gira intorno a loro, che non si sono an­cora completamente sciolti dall'abbraccio).

Philip                             - Come facciamo a conoscerci? Ma noi ci conosciamo da quando il mondo esiste!

Alex                              - Siamo andati insieme a scuola. Ab­biamo finito insieme l'università. Insieme (non si accorge dei segni che gli fa Philip) siamo stati mandati al fronte e...

Philip                             - ... e là soltanto ci siamo separati!

Tilia                               - Sentite, è straordinario! Anch'io sono un soldato! Anch'io sono stata al fronte. E voi, in quale settore?...

Alex                              - E, infine, insieme...

Philip                             - ... al fronte ho perduto di vista Alex e, da allora, lui non è più tornato nella nostra città.

Joom                             - Allora, mamma, che facciamo col motore? Vado a prenderlo?

Tilia                               - Se mister Radagais promette d'inse­gnarti lo sci d'acqua...

Joom                             - Ma pure a te, mamma!

Tilia                               - Ho paura che per me sia tardi...

Philip                             - (con un gesto magnanimo). Voi siete fatta in modo perfetto! A voi riuscirà, riu­scirà!

Tilia                               - Va' a prendere il motore! (Joom cor­re via).

Philip                             - Il mio aiuto? Le mie mani?

Tilia                               - Vi chiameremo. Prima devo cam­biarmi.

Maurice                         - Allora com'è questa storia? Vi conoscete già da trent'annì?

Philip                             - Appunto!

Maurice                         - Bene, allora vi siete meritati di parlare anche senza di me. Poi, Alex, guar­deremo insieme gli album. E domani io devo andare in città, verrai con me, andremo nel mio studio e là farai incetta di dischi.

Alex                              - Grazie, zio. (Maurice si avvia verso destra, la sua andatura è già senile. Tilia lo raggiunge).

Tilia                               - (a bassa voce). Maur! Non sei stato troppo precipitoso a proposito del tuo studio?

Maurice                         - Perché?

Tilia                               - Be', in primo luogo, gli prometti i dischi. Dunque lo privi della possibilità di avere verso di noi un atteggiamento disinte­ressato. E poi: che cosa gli ha insegnato la prigione? Tu non lo sai. E tu hai là i mano­scritti di Rachmaninov, scu...

Maurice                         - (alzando la voce). Ma tu come...

Tilia                               - Pss-ss! Proprio perché gli vogliamo bene, a maggior ragione non dobbiamo esporlo a queste tentazioni! (Maurice fa un gesto di noia, esce a destra. Tilia guarda i due amici, esce a sinistra. Gli amici comin­ciano a parlare più forte. Alex per lo più sta seduto; Philip passeggia).

Alex                              - Ma tu che fai? Della prigione non parli?

Philip                             - Sei matto? Nessuno ne sa nulla. L'ho sepolta e cancellata dalla mia vita!

Alex                              - Ma che c'è da nascondere? Se sei ri­sultato innocente...

Philip                             - Innocente! La prigione ti imprime un marchio nero! « Chi anche solo una volta ha mangiato la sbobba del carcere!... ».

Alex                              - Non lo so. Io non mi vergogno degli anni di carcere. Sono stati fruttiferi...

Philip                             - Fruttiferi? Ma come fai a dire cose simili? Se con delle cesoie così, da fabbro­ferraio, ci hanno strappato dalla vita un pez­zo di teneri nervi! di sangue scarlatto! di giovane carne! Io e te abbiamo spinto car­riole alla cava di pietra, respirato polvere di rame; e intanto loro qui esponevano i propri bianchi corpi sulle spiagge davanti all'ocea­no! No, Al, tutto al contrario, bisogna recuperare! Con folle energia bisogna recuperare! (Agita il pugno) Bisogna strappare alla vita il doppio e il triplo! È un nostro diritto! Io e te lo sappiamo: e basta! Dichiararlo? Nes­suno capirebbe. Quando sono tornato nel­l'università, sono rimasto a bocca aperta: gli ottusi, le mezze calzette, quelli che io e te non consideravamo neppure esseri umani, quelli che davano gli esami imparando a me­moria i riassunti, adesso stavano in primo piano, erano diventati dei luminari! Tu credi che a un luminare occorra molto? Macché: puntare la fronte contro qualcosa e spingere! Ma che dirti! Elinodìj è il titolare della cat­tedra di oscillazioni!

Alex                              - (sbigottito). Elinodij?

Philip                             - Sì! E Irun Ziodor insegna equazioni di fisica matematica!

Alex                              - (meravigliato). I-run Zio-dor? Fisica matematica?!

Philip                             - (sghignazza). Già! E così giudica tu stesso. Così è da noi! Ma aspetta; io ho già cominciato a dargli una strigliatina. Gli ho fatto vedere come bisogna lavorare! Non ri­sparmio neanche me stesso, ma chi mi sta intorno deve sgobbare! È uno sport diver­tente scottare gli arrivati che ormai campano di sola « routine » e farli saltar fuori dai nidi delle loro decrepite teorie!! (Sghignazza) Ma senti, e durante tutti questi cinque anni dopo l'assoluzione, dove sei stato?

Alex                              - Sempre laggiù. In Caledonia.

Philip                             - Ossia... sarebbe per il fatto che... cer­cavi il significato della vita?

Alex                              - Se vuoi, era così. (Ride) Nove anni non mi erano bastati: sono rimasto per finir di riflettere.

Philip                             - Già-à-à... Bene, e quanto guadagna­vi? Che cosa facevi?

Alex                              - Insegnavo.

Philip                             - Ai ragazzini?

Alex                              - H-mm.

Philip                             - Non hai fatto altro che rovinarti.

Alex                              - In un primo tempo ero molto conten­to. Ma poi... Ho incominciato a capire che il mio insegnamento in parte era menzogna. Li rimpinzavo di teoremi, di schemi, di discorsi sul cosmo. Ma non gli insegnavo come op­porsi alla crudeltà e al calcolo che li aspet­tavano nella vita.

Philip                             - Senti, ricordi com'ero io prima della guerra? Un debole, una pappa molla, un filo­sofo da strapazzo... ti ricordi?

Alex                              - Sì.

Philip                             - Già, e così adesso sei tu!

Alex                              - (ride sommessamente). E, in secondo luogo, se devo esser franco, mi ero anche stancato. Ogni anno, paragrafi; e poi interro­gare, e di nuovo paragrafi, e di nuovo inter­rogare uno per uno. Ti si seccano le cervella.

Philip                             - Ma non si può tappare un vulcano con un tampone! Com'è possibile che non ti sia rimasto nemmeno un po' di semplice amor proprio?!... E anche la moglie te la sei presa di questo genere?

Alex                              - No. La moglie era diversa.

Philip                             - Laggiù? Ma chi hai potuto trovare laggiù?

Alex                              - Sì, sarei stato un po' imbarazzato a portarla qui. Ma il problema è caduto da sé. Non è più mia moglie.

Philip                             - Bravo! L'hai piantata!

Alex                              - È buffo dirlo, ma è stata lei a lascia­re me...

Philip                             - Lei? (Sghignazza rumorosamente e fa ampi gesti. Alex fa lo stesso) È stata lei a lasciarti?! (Ridono ancor più forte; Philip sussulta tutto, gesticola) No, senti, ma allora era una persona che sa ragionare! Ha fatto benissimo! (Un nuovo accesso di risa. Philip si terge le lacrime) È stata lei a lasciarti! (Si cheta) Stupendo! E tu adesso dove stai?

Alex                              - Per ora in nessun posto. Sono appena arrivato.

Philip                             - E « chi » sei?

Alex                              - Per ora nessuno. Aspirante a un po­sto...

Philip                             - ... di maestro di scuola?! (Con fu­ria) Al! Tu non sei ancora definitivamente perduto! Ascolta con attenzione: in questi cinque anni io qui ho rovesciato montagne! Io salgo in modo colossale, salgo in modo colossale! Ho scelto la biofisica. Una cosa assai nuova. Ho sostenuto la prima disserta­zione; ho ottenuto - attraverso battaglie ter­ribili! - l'istituzione presso l'università d'un laboratorio di biocibernetica; esso si sviluppa e io ne sono il capo. Abbiamo già avuto interessantissimi risultati! Fra alcuni mesi sa­rò dottore in scienze e professore!

Alex                              - Phil! E tu ricordi com'ero io prima della guerra? Un uomo proiettile!

Philip                             - Ma sì, come no! Per questo credo in te!

Alex                              - (tristemente). Adesso così sei tu... Che cosa strana! Ci siamo letteralmente scambiati i caratteri. Ci siamo scambiati la concezione della vita.

Philip                             - Ma adesso tu ti getterai nella scienza come un leone, non ne dubito! Lavorerai con me. Ripeterai il mio cammino ancor più ra­pidamente. Soltanto, piantala di ostentare qui a tutti il tuo carcere. Recentemente per­sino il rettore s'è ricordato di te. Tutti sa­ranno contenti che tu venga da noi. E chi non lo sarà, si tiri da parte! Tu sei un formi­dabile matematico e il vento furioso della cibernetica ci soffia alle spalle e nelle vele! La nostra nave va con il vento in poppa! Prima che sia tardi, afferra la fune, issati a bordo, amico! (Gli protende le mani) La vita è lotta!!

Alex                              - (non prende le mani, ma abbraccia Phi­lip). Benissimo, amico, benissimo. Ti sono riconoscente. E sono ammirato che tu sia cre­sciuto così. E quanto mi proponi natural­mente mi commuove: la nostra vecchia uni­versità! La strada della gloria sotto le volte che hanno visto la nostra giovinezza... Ma se tu potessi rispondermi a una sola doman­da... A una domanda... «Perché»?

Philip                             - Come sarebbe a dire « perché »? Per­ché, in genere, la scienza?

Alex                              - Sì. « Perché la scienza »?

Philip                             - Vuoi prendermi in giro? Dov'è che vedi un problema qui? Verità elementari! E poi, innanzi tutto... è una cosa diabolicamen­te interessante! È un piacere sublime, possi­bile che tu...

Alex                              - E allora? Soltanto per se stessi? Per egoismo?

Philip                             - Ma tutte le ricchezze materiali crea­te dall'umanità non sono state forse create attraverso la scienza?

Alex                              - Neanche questa è una risposta. E poi, perché questa ricchezza? La ricchezza miglio­ra forse l'uomo? Io non me ne sono accorto.

Philip                             - Be', non cavillare sulla parola! Ma sì, non le ricchezze, ma tutti i beni materiali sul nostro pianeta, tutta la civiltà, tutta la cultura, tutto è stato creato dalla scienza, tut­to!! Che c'è qui da discutere?

Alex                              - C'è da discutere sul fatto che, van­tandoci di quanti beni produciamo tutti insie­me, non rammentiamo mai quanto ci costi quest'attività. La risposta è tremenda: tutta l'intelligenza dell'umanità viene spesa fino in fondo per produrre questi beni! Tutte le no­stre forze spirituali fino all'esaurimento! No, sbagliavo, ne rimane ancora una parte per schiacciarci a vicenda.

Philip                             - Ti sei appiccicato come una zecca. Ma in fin dei conti il ventesimo secolo senza la scienza non sarebbe il ventesimo secolo! Questa è la sua anima!

Alex                              - O la sua mancanza d'anima?

Philip                             - Qui non c'è da aver dubbi, ma da mettersi in ginocchio! Venerare la scienza!

Alex                              - « Oh, grande scienza! ». È lo stesso che dire: «Oh, noi, grandi intelletti!». O, più esattamente: « Oh, mio grande Io! ». Gli uomini hanno adorato il fuoco, la luna, idoli di legno, ma ho paura che nemmeno adorare un idolo sia un atto così basso come adorare se stessi.

Philip                             - Ma tu sei diventato un vero oscuran­tista laggiù nel tuo deserto! E allora che cosa vuoi: che si adori Dio? Perché questa stu­pida discussione astratta: sviluppare o non sviluppare la scienza? Come se poi dipen­desse da noi! È come se ci chiedessimo se dobbiamo continuare a girare intorno al sole o fermarci a riposare. Non dipende da noi. Ma tu devi decidere di te stesso: trascinarti daccapo a insegnare il teorema di Pitagora o andare a fare il cameriere in un ristorante? Mi piace molto andare al ristorante, è la mia distrazione prediletta, ma preferisco sedermi a tavola e non servire. Per la tua filosofia non ti daranno un soldo in nessun posto. Ma tu devi pur guadagnare qualcosa, no? L'inte­ra città soltanto di questo si occupa: di far ducati! L'intero paese soltanto di questo si occupa: di far ducati! Nulla di vivo esiste senza i ducati!

Alex                              - Ma possibile allora... che tutto sia per i ducati?

Philip                             - Assurdità! Noi viviamo della scienza, noi respiriamo scienza, ma se nel far questo i soldi escono da soli, e in grande abbondan­za, è una cosa pur piacevole, credimi! E del resto è possibile che io ti debba dimostrare che la scienza è la luce, e il senso, e l'inte­resse della vita per persone come noi? Con la staffetta che hanno già tenuto in mano Newton, Maxwell, Einstein, correre lungo la seconda metà del ventesimo secolo e, al suo limite, consegnarla al ventunesimo?

Alex                              - (a testa bassa). Philip! Ho la sensazio­ne che a consegnarla noi non ce la faremo...

Philip                             - La guerra atomica? Un fenomeno che purtroppo non dipende dagli scienziati. A destra compare Maurice. Ha in mano un album aperto.

Alex                              - Da loro più che da ogni altro!

Maurice                         - Alex! Ho trovato delle vecchie fo­tografie di tua mamma, di tuo padre e di te piccolo. A te non è rimasto nulla, vero? Vieni qui quando avrai finito.

Alex                              - Ma che dici! Grazie, zio. E anche di Alda?

Maurice                         - È strano, ma di Alda non ho tro­vato neanche una fotografia. Non riesco nem­meno a capire chi possa averle tolte dall'al­bum. Erano pur qui. (Esce).

Philip                             - Senti, questa famiglia io quasi non la conosco, non è nemmeno un mese che ci conosciamo. Ma di che si tratta? Lei (indica il punto di dov'era uscita Tilia) è più giovane di lui di trent'anni. Com'è avvenuto?

Alex                              - Il mio zietto ha avuto la disgrazia - o, al contrario, la fortuna? - di innamorarsi troppo a lungo delle giovani. E così questo s'è... istituzionalizzato. Lo zietto era un lumi­nare della musicologia; ha pure quartetti, so­nate di sua composizione...

Philip                             - È per questo che lo domando. Ma­dame Tilia, tanto per usare un'espressione soldatesca, va letteralmente alla carica a baio­netta in canna. Lo sa il demonio che razza di donna... E così, Al (Io conduce fuori e gli indica qualcosa), ecco lì la mia villetta. E tu non te ne andrai via di qui senza prima essere stato da me. E io ti terrò sotto chiave finché non mi avrai rilasciato una dichiara­zione scritta che lavorerai con me. Ci sono domande?

Alex                              - (ride piano). Ne parleremo, d'accordo... Ma tu... sei sposato?

Philip                             - (la sua voce perde ogni energia). Spo­sato... (Pausa) Ma, in un certo senso, non lo sono più... (Pausa) Mi sono sposato con Nika due anni fa, lei studiava ancora. E si viveva così bene, così allegramente. È stata lei a spingermi verso lo sport. E, a un tratto, s'è ammalata. Qualcosa alla spina dorsale. E, malauguratamente, proprio quand'era incin­ta. S'è dovuto sacrificare il bambino. Insom­ma, dapprima ci davano speranze che sa­rebbe guarita; già si alzava dal letto. Poi sempre più di rado, più di rado. Adesso sta soltanto coricata. Sta coricata e mi guarda dalla finestra mentre mi diverto sul mare... La vedrai oggi. Bene, va' pure, galeotto, ban­dito fallito! (Gli dà una spinta nella schiena).

Alex                              - Senti chi parla! (Esce a destra. Philip guarda l'orologio, si siede. Senza che egli la possa vedere, dalla propria porta esce silen­ziosamente Tilia in accappatoio. Si ferma, si guarda attorno. Slacciando la cintura dell'ac­cappatoio, si ritira nella propria stanza e ne esce immediatamente in costume da bagno).

Tilia                               - (ad alta voce). Philip! Sono nuda!! Non voltatevi!

Philip                             - (trasalisce, si volta di scatto, si alza lentamente in piedi). Sentite!... (Tilia fa un gesto di pudica difesa, ma resta dov'è) Sen­tite!! (Muove a passi decisi verso di lei. Tilia retrocede in modo furtivo nella propria ca­mera) Fino a quando mi...? (La segue nella camera, incalzando).

QUADRO II

Un piccolo boschetto, radi alberi, due o tre ceppale. Dietro: la strada, sulla quale di tan­to in tanto passano, senza che li si oda in scena, autocarri, autofurgoni con rimorchio, autogrù, scrapers, bulldozers, macchine varie per l'edilizia. Si alternano nubi e sole; gioco di dolce luce d'autunno. Alex e Alda cammi­nano. Alex porta i loro mantelli. A differen­za del precedente quadro, egli è vestito persi­no con ricercatezza.

Alda                              - (spalancando le braccia). Che magnifico boschetto! Che bel sole! Che nuvole leggere! (Si toglie il cappello. I suoi capelli scuri sono sciolti) E qui davvero si respira! Sai, oggi per la prima volta dopo molto tempo non c'è niente che mi opprima. Quasi niente...

Alex                              - E che cos'è che ti opprime? Alda. Ho sempre come un timore che si pre­pari qualcosa di male nei miei confronti, che mi attenda una disgrazia... Come se volesse­ro togliermi...

Alex                              - Ma che cosa si può togliere a una per­sona che non ha nulla?

Alda                              - Oh, si può sempre!... Ma oggi è una giornata così felice!... (Fa un girotondo. D'un tratto il violento colpo balistico d'un aereo che ha rotto la barriera del suono; e poi l'ulu­lato dell'aereo. Alda trasalisce, getta un grido, si aggrappa a un tronco).

Alex                              - Ah, maledetti, quanto hanno stufato...

Alda                              - (ora completamente diversa, depressa, persino invecchiata, a malapena si regge in piedi). Bene, adesso hai visto come vive la zia Christina. Quella stamberga, il pavimento di terra, la stufa fa fumo, il tetto cola ac­qua... Si stenta perfino a credere che nel no­stro secolo una persona... (Lacrime tremano nella sua voce).

Alex                              - (la osserva con ansia). Sì, lei vive eroi­camente. Ma quei gatti: quanti ne ha? Nove, dieci? Un po' troppi.

Alda                              - Al, non è lei che li raccoglie, sono loro che vanno da lei. E poi la gente le rifi­la i gatti torturati dai bambini: bruciati con il petrolio, con le zampette tagliate, con aghi nello stomaco... E lei ne ha compassione. Ti ricordi quel gattino che ha i movimenti sfa­sati: a volte casca, a volte contrae le zampe... (Si fa pensierosa) Soltanto quel gattino al mondo è più debole di me. Mi assomiglia molto... (Piange).

Alex                              - Alda! Aldina! Ma non si può fare co­sì! Per ogni idea che ti passa in mente...

Alda                              - Ma possibile che anche tu vivessi così nella tua Caledonia? (Invisibile, vicinissimo a loro, passa con fragore un treno elettrico locale. Alda si tappa le orecchie e rabbrivi­disce finché il treno non è passato).

Alex                              - Io?! Molto meglio. È vero, anche la mia casetta era d'argilla e, per passare dalla porta, dovevo piegarmi così... (Fa ve­dere come) Ma dentro potevo stare perfet­tamente in piedi... (si raddrizza)... se stavo nel mezzo. (Ride. Alda comincia a sorridere) E c'erano due finestruzze dalla parte dove batteva il sole. No, comunque ci vivevo da re! Finché sono stato solo. Ma poi mi son preso una moglie. Era inquieta, si vergognava della nostra capanna! Ambiziosa, voleva che io fabbricassi palazzi con il tetto d'ardesia! E che guadagnassi di più. E che la portassi in una grande città, nei grandi magazzini.

Alda                              - Dimmi, Al... Oh, ma che cosa volevo chiederti? (In tono di sofferenza) Oh, ma che cosa volevo chiederti? Oh, come non mi pia­ce quando mi succede questo, di smarrire i pensieri!... Be', adesso ci ripenserò.

Alex                              - (carezzandole la fronte). Su, calmati. Ti tornerà in mente. Da sé. Tornerà di sicuro.

Alda                              - Raccontami.

Alex                              - Ma ti ho già raccontato. Dopo che mi hanno liberato, ero orientato a vivere in si­lenzio e con assoluta semplicità, a sposarmi con qualche essere primitivo, in cui però ci fosse una verità, una forza, un senso. Ma è saltato fuori che nei nostri tempi tutte queste nature primitive pensano soltanto a strappa­re un boccone, a comperare e a distinguersi davanti ai vicini...

Alda                              - (con grande attenzione). Ma possibile che tu potessi sposarti senza amare?! (Alex scuote il capo) Anche tu!? Anche tu?? Come hai potuto?

Alex                              - Innanzi tutto, Aldina, laggiù non c'era scelta.

Alda                              - E allora non ce n'era bisogno. Nessu­nissimo bisogno!... (Barcollando come sotto una fitta dolorosa) Non c'è amore!... Nel no­stro secolo non c'è amore... Il matrimonio è tutta una menzogna... Allora, quando lei ti ha lasciato, tu non hai fatto altro che... tirar fuori una sigaretta e metterti a fumare, vero?

Alex                              - Alda! Allora io ho capito che non po­tevo vivere così, misurare ogni passo. Che cos'era questo? E che cosa avrebbe dato per la famiglia? e non ne avrebbero sofferto i familiari? Vezzeggiare qualcuno, curarsi di qualcuno, e che tutto ciò determinasse la mia filosofìa. Io vivo sulla terra una volta sola e voglio partire dalla pura verità. Mia moglie fece una buona cosa: si trovò subito un altro marito che portava a casa dei bei soldi...

Alda                              - (tutt'a un tratto ricordando). Sì! Dim­mi, Al, come mai secondo te non bisogna guadagnare troppo?

Alex                              - Dio te ne scampi!

Alda                              - Ma come fare, allora, per esempio, a vestirsi alla moda?

Alex                              - E perché alla moda? Per assomigliare a tutti gli altri, come i pezzi d'uno stesso nastro? Gli uomini sono stati creati « diver­si », e perché allora costringersi in uno schema?

Alda                              - Be', tu stai dicendo delle cose assurde... Semplicemente ti sei staccato dalla vita e non capisci. Come si fa ad andare in giro come uno spaventapasseri diverso da tutti gli altri?

Alex                              - Ma se vi inventano sempre nuove mode soltanto perché corriate dietro ai gua­dagni e non riusciate a pensare a nient'altro!

Alda                              - Be', e non si dovrebbero rinnovare i vestiti? Cambiare le scarpe?

Alex                              - Le scarpe? Bisogna portarle finché le suole non sono finite. È logico.

Alda                              - (ride). Tu sei diventato matto, sei un anormale. E anche i mobili si devono cam­biare, adesso c'è un altro stile...

Alex                              - I mobili, poi, perché? Finché stanno in piedi, perché cambiarli? È spaventoso, Alda, gli stessi ragionamenti li sentivo da mia moglie. (Di nuovo un sonoro boato e l'urlo d'un aereo. Alda trasalisce, si rannic­chia in se stessa) Perché dare gli anni mi­gliori, le migliori energie per i soldi e subito buttar via i soldi per delle sciocchezze?

Alda                              - (depressa). Maledetti ducati! Com'è estenuante guadagnarseli! Questo controllo senza fine dei televisori mi fa persino con­fondere gli occhi. Non posso più vederli i televisori!

Alex                              - E io non ho più visto televisori per quindici anni e non posso neanche guardarli. Dove prima le anime entravano in comu­nicazione, adesso... (Vicinissimo, soffocando la sua voce, passa con fragore il treno elet­trico. Alda si tappa le orecchie).

Alda                              - Ma io non so trovarmi nessun altro lavoro. Mi disprezzo talmente per questa vita sconclusionata. Ho studiato anche la musica e le lingue straniere, ma non ho studiato niente fino in fondo.

Alex                              - Ma quando, la settimana scorsa, ti sei messa al pianoforte nello studio di tuo papà...

Alda                              - Ah, ma ti pare che fosse un vero modo di suonare quello!... (Si rattrista) Io non pos­so suonare così, tanto per suonare. Devo suonare per qualcuno. Vuoi che suoni per te?

Alex                              - Sì che lo voglio!

Alda                              - In ogni caso bisogna avere un proprio strumento a casa e suonare per quattro ore al giorno.

Alex                              - Non capisco lo zio

Maurice                         - Ha una figlia musicista nata, come lui! E lui...

Alda                              - Il papà aveva appunto intenzione di comprarmi un piano. Poi ha incontrato va­rie volte la mamma e allora ha promesso...

Alex                              - ... e così non soltanto non ti ha aiuta­ta, ma ti ha allontanata dal Conservatorio!

Alda                              - Io per prima non volevo andarci, Al!

Alex                              - Perché?

Alda                              - Per non compromettere il papà. Con il fatto d'esserci anch'io... E pure lui del resto aveva molta paura di quell'ambiente per me. Di quella gente che è così nobile nel recitare la propria parte. Insomma, è andata così. (China il capo. Pausa. Alex la guarda con ansia) No, non parlare, il papà è bravo, molto bravo.

Alex                              - Quando ha i suoi slanci è una perso­na stupenda.

Alda                              - (s'illumina). È vero? Ma sì che è vero! Certo, la mamma l'ha offesa in modo cru­dele, ma anche la mamma diceva sempre che lui è un grand'uomo, un uomo straor­dinario.

Alex                              - E la zia Christina? Non darle un soldo in vent'anni? Glielo dirò io! E neanche per avarizia, ma per uno stato di beata tran­quillità: quando non si vuole muovere un dito! Te, non ti vede per anni e se ne sta tranquillo!

Alda                              - Qui hai torto! Sono io! Sono io che non andavo da lui. Adesso è successo così: che tu m'hai portata da lui, ma in genere perché creargli una doppia vita? Ricordargli con la mia persona il passato?... Io non so­no più stata da lui per molto tempo; sol­tanto quando ho saputo dei festeggiamenti ci sono andata di nascosto. Mi sono seduta nel punto più lontano; speravo che non mi notassero e godevo di come gli rendevano onore. I suoi attuali allievi hanno firmato tutti su un barilotto e l'hanno messo proprio sulla tavola. E poi hanno mesciuto il vino con una gottazza dal manico lu-u-ungo! (Ri­de, assai animata).

Alex                              - (le ravvia i capelli sulla fronte). Adesso ti riconosco! Adesso assomigli a quella gra­ziosa ragazzina-scolara che avevo conosciuto prima della guerra. (Alda lo guarda con fare da monella) Se tu fossi sempre così!

Alda                              - Se fosse sempre una giornata così felice!

Alex                              - Non hai più nessuna fotografia di quei tempi?

Alda                              - Io non ne ho, ma il papà dovrebbe averne. Non te le ha mostrate?

Alex                              - (in modo distratto). Ah?... Lui?... Allo­ra quella ragazza di prima della guerra mi rimase così impressa, che al fronte e nei primi anni di prigione ti ricordavo molto spesso. Avrei persino voluto scriverti.

Alda                              - E perché non hai scritto? Nemmeno una volta.

Alex                              - Dal fronte? Eri ancora troppo ragaz­za. Dalla deserta Caledonia? Quando avevo dieci anni da scontare?

Alda                              - E, invece, se m'avessi scritto, forse la mia vita avrebbe potuto prendere una piega diversa. (// boato del muro del suono. L'urlo dell'areo. Alda trasalisce, singhiozza) Ma che cos'è questo? Ma che cos'è questo?... (Si la­scia cadere a terra).

Alex                              - Alda! Alda! (Si china accanto a lei, la trattiene per le spalle. Alda singhiozza in modo straziante, inconsolabile).

Alda                              - Perché una vita così crudele, Al?... Perché vivere in una vita simile?...

Alex                              - (abbracciandola, con voce misurata e lenta). No, non si può così. Così resisterai per molto. Credevo che almeno questa gior­nata l'avresti passata sorridendo! (Alda sin­ghiozza) Dunque, senti, cara. Nel laborato­rio di biocibernetica, dove ora lavoro con quel mio amico, per una felice circostanza proprio adesso tutto è pronto per fare ciò che ti occorre: d'una persona fragile, farne una inflessibile. Mi ascolti? (Alda tace) Darle un carattere stabile, incapace di deprimersi; darle l'imperturbabilità spirituale. Tu non sei malata, tu non hai bisogno di cure nel senso abituale, ma sei troppo ricettiva, vul­nerabile. Bisogna aiutarti a vivere. Io sto già penetrando in questa tecnica e posso giudi­care. (Alda solleva il capo, ascolta) Sorellina mia, non vuoi che proviamo? Su, dammi la mano! Per te! Affinché un tranquillo sorriso non lasci più il tuo volto. Hai sofferto abba­stanza, no? (Alda sorride debolmente).

QUADRO III

Un laboratorio. Tre porte, una grande fine­stra. Presso alcuni apparecchi in funzione, una scrivania. Un cassetto è aperto e, da due lati, vi si chinano sopra il Primo e il Se­condo Laureando, entrambi in camice scuro. Il Primo zufola il ritmo d'un ballo moderno e fa sussultare il corpo. La luce elettrica è accesa. La giornata è grigia.

Secondo laureando       - Ma dovrai pensare alla qualità.

Primo laureando            - Costa due pedine. (Fa una mossa nel cassetto).

Secondo laureando       - Una? (Fa la sua mossa).

Primo laureando            - No, due! (Fa un'altra mos­sa. Sentendo un rumore, chiudono fulminea­mente il cassetto e si chinano sulla scrivania. Dalla porta centrale entra Annie. È piccola di statura, paffuta, chiara, con gesti decisi). Annie (severamente). A che cosa siete intenti, giovanotti?

Primo laureando            - Prendiamo i punti, miss Banige.

Annie                            - E quali curve otteniamo?

Secondo laureando       - Ecco, prego. (Le passa un grande foglio che stava sulla scrivania).

Annie                            - (guarda). Perché il parametro è pre­visto soltanto per due significati?

Secondo laureando       - E quanti dovrebbero essere?

Annie                            - Almeno quattro. Per noi è importan­te avere una famiglia di curve. Aggiungere le mancanti. (Restituisce il foglio. Va verso la porta di sinistra, la apre, grida nell'in­terno) Kabimba!

Secondo laureando       - È uscito, miss Banige. (Annie esce dalla porta centrale). Primo laureando (accompagnandola con uno sguardo ammirato). Lo sai, io comun­que non mi ri-fiu-te-rei!

Secondo laureando       - (apre il cassetto e, ri­flettendo sulla mossa, canticchia). Ma di Sinbar l'amica non è fatta per noi!

Primo laureando            - « Per noi è importante avere una famiglia! ». È come dire che biso­gna ricominciare daccapo. In fin dei conti, noi lavoriamo alle dipendenze del capo, e dunque che sia il capo a dircelo.

Secondo laureando       - Ma miss Banige pensa con la stessa testa del capo, è una cosa già osservata. (Dopo aver fatto la sua mossa, va verso il quadro di comando, guarda gli appa­recchi, regola qualcosa). Primo laureando (meditando sul cassetto, canticchia, fa sussultare il corpo, batte il tempo). Ma di Sinbar l'amica non è fatta per noi! Ma l'amica di Sinbar il navigatore... (Chiude fulmineamente il cassetto. Dalla porta di destra entra Kabimba, un africano aitante. Il Primo Laureando apre di nuovo il cassetto, medita sulla mossa e fischietta il motivo di prima. Kabimba è mesto. Va alla finestra, si appoggia e guarda fuori).

Secondo laureando       - (dall'apparecchio). Ma è vero che Sinbar non era marinaio?

Primo laureando            - Anch'io l'ho domandato. Pare di no.

Secondo laureando       - È perfettamente in stile con un capitano di Giulio Verne. (Si allontana dagli apparecchi) Kabimba, Kabimba! Perché siete così mesto? Kabimba. Piove... (Guarda fuori dalla fine­stra).

Primo laureando            - (meditando sulla mossa). Sorridete, Kabimba! Mostrate i vostri denti di zucchero!

Kabimba                       - Ho ricevuto una lettera da casa. Dovevo esser laggiù da un pezzo.

Secondo laureando       - Come da un pezzo?

Kabimba                       - Subito dopo l'università, due anni fa. Ma il capo mi ha voluto e io sono rima­sto. E quanto più si sprofonda nella scienza, tanto più difficile è strapparsene.

Secondo laureando       - E che c'è in questo di male, Kabimba? Se c'è qualcosa di genuino nella vita è la scienza! E poi anche lo sport.

Primo laureando            - Quando l'arbitro non è venduto.

Kabimba                       - Le biocorrenti! Per chiunque so­no una cosa interessantissima, ma per il mio paese ancora per chissà quanto tempo non serviranno. Io dovevo tornare in patria con un po' di fisica elementare.

Secondo laureando       - E organizzare la pro­duzione di amperometri per le scuole? Kabimba (energicamente). Sì! La mia patria è povera, analfabeta, crede in me, mentre io me ne sto qui con le biocorrenti.

Primo laureando            - (dopo aver fatto la mossa). Mi fai ridere, Kabimba! La patria! (Ride) Do­ve eravate finora? Alla patria bisognava pen­sarci nel diciassettesimo secolo o giù di lì! Perché adesso da un pezzo non c'è più nessu­na patria: è un anacronismo raccapricciante. Raccapricciante! Esiste soltanto il nostro pic­colo pianeta, e anche quello del resto... (Fa un gesto desolato. Fa sussultare il corpo. Se­gna il ritmo con uno schioccar di labbra).

Secondo laureando       - (dopo aver fatto la mos­sa). Kabimba! Magari voi siete pure iscritto a un partito?!

Kabimba                       - Sì, il liberale-democratico. (Tutt'e due i laureandi esplodono in una risata).

Secondo laureando       - Ma chi si iscrive ai par­titi oggi, Kabimba? Svegliatevi! I liberali, i democratici, i progressisti: tutte queste ban­de pensano soltanto a se stesse!

Primo laureando            - E ognuno deve pensare soltanto a se stesso!

Secondo laureando       - Lasciate stare la poli­tica che è sporca, occupatevi di scienza! Voi ci siete tagliato, a voi riesce bene! (Rivolgen­dosi al Primo) Prendiamo il punto! (Si av­vicina al quadro di controllo). Kabimba (con ira). Siete ancora dei... ra­gazzini! Vivete di facili impressioni! Non siete mai andati più in là di questa città, non avete visto nulla e perciò non mettetevi a giudicare!

Primo laureando            - (mentre medita la mossa, canticchia). Ma l'amica di Sinbar il marinaio... (Chiude fulmineamente il cassetto e si volta verso gli apparecchi. Dalla porta di destra entrano rapidamente Philip e Alex. Si diri­gono verso la porta centrale, ma, notando i presenti, si fermano. Philip è cupo; parla con grande durezza).

Philip                             - Che risultati, ragazzi? Quanti punti? (Prende il foglio).

Secondo laureando       - Tre per ogni curva.

Philip                             - Pochino. E siete lenti. Non vedo de­vozione alla scienza. Permettete! E perché poi soltanto due significati del parametro?

Primo laureando            - Ma voi non avevate det­to che...

Philip                             - E anche se non l'ho detto, potevate immaginarlo da soli, non siete bambini. Quat­tro o cinque curve per il parametro fonda­mentale: possibile che non si potesse intuire?! (Getta il foglio sul tavolo; il Primo Laurean­do l'afferra affinché non scivoli a terra) Così non combinerete mai nulla! « Bisogna ri­flettere »! E rinunciare ai ritmi dei nonni. Da domattina, tutto daccapo. Adesso aiute­rete

Kabimba                       - (/ laureandi cominciano a spe­gnere gli apparecchi, a far preparativi) Ka­bimba! Siete pronto oggi stesso per la regi­strazione delle biocorrenti da un essere umano?

Kabimba                       - Sì.

Philip                             - Ve ne prego. Possiamo cominciare da un momento all'altro. (Kabimba annuisce, esce dalla porta di sinistra) Bene, ma dov'è tua cugina? (Guarda l'orologio).

Alex                              - Già, ho fatto male a fidarmi di lei. Dovevo andarla a prendere io stesso questa mattina. Ma allora qui il lavoro si fermava. Alda è fatta così, è capace di venire anche un'ora prima...

Philip                             - Ma questo non è successo.

Alex                              - ... oppure con mezza giornata di ri­tardo. Lei cerca sinceramente d'arrivare in tempo, d'affrettarsi, ma qualsiasi urto può travolgerla e farla deviare.

Philip                             - Per esprimerci nel nostro linguaggio: è poca la lunghezza della libera corsa?

Alex                              - Sì, è molto forte l'elemento di Brown. (/ laureandi hanno terminato i preparativi, chiuso a chiave il cassetto con gli scacchi, in­dossato dei camici bianchi. Escono a sinistra).

Philip                             - Ma come faremo allora a collabo­rare con lei?

Alex                              - Ma è proprio questo che ci interessa di lei! Non vogliamo vettorizzarla? E allora, che « prima » dell'esperimento sia pure di­spersa all'estremo. Vedrai tu stesso a che cosa arriva! Comincia un pensiero e poi lo dimentica. A volte ti ascolta e sembra che non senta. Ride e poi d'un tratto piange. È confusa e inafferrabile, come un riflesso sull'acqua.

Philip                             - Interessante, vedremo. (Si accende da fumare) È sposata?

Alex                              - Lo è stata due volte. Tutt'e due i ma­riti l'hanno lasciata.

Philip                             - Ha bambini?

Alex                              - Sai, è così vulnerabile. Se appena le parli senza usare la massima cautela, piange; se ricorda i suoi matrimoni, piange; e io ho paura di interrogarla. In ogni caso vive da sola.

Philip                             - E perché non in casa di suo padre?

Alex                              - Di suo padre? Ma suo padre non è stato neanche capace di salvare le sue foto­grafie! Nell'album ci sono due macchie: co­me orbite di occhi enucleati. Teri sono stato da lui, gli ho detto tutto in faccia. Abbiamo litigato e lui mi ha cacciato.

Philip                             - Bene, d'accordo. Piuttosto dimmi: il gruppo di codice ti basta per il volume?

Alex                              - No! E non sarà mai sufficiente!

Philip                             - E allora che cosa proponi?

Alex                              - (rapidamente, con sicurezza). Di mu­tare decisamente tutto l'indirizzo. Costruire dei programmatori automatici per ogni tipo di compiti. Nei primi tempi sarà un grande sovraccarico di lavoro, ma poi si giustificherà nel modo più brillante.

Philip                             - E i soldi? Gli uomini? Il locale?

Alex                              - Ci mettiamo in cooperazione con altri! I cibernetici ormai hanno fatto razza!

Philip                             - Sai, Al... Non vorrei. Quando una verità non viene scoperta da noi, perde pur qualcosa delle sue attrattive.

Alex                              - (sempre assai rapidamente). Phil, bi­sogna mettersi al di sopra di questo! Se fra di noi e le macchine calcolatrici c'è di mezzo il gruppo di codice, è una cibernetica trainata da buoi! Io m'immagino invece la cosa così: appena ho formulato il mio pensiero, la macchina ha capito! Appena la macchina ha pensato, ho capito io. Sempre! E per questo occorrono gli autoprogrammatori.

Philip                             - Sei davvero in gamba. Vedi come ti sei impadronito della cosa. E prima dubitavi.

Alex                              - (sempre assai rapidamente). Io, Phil, ho provato e, a quanto pare, comincio a ca­pire: qui non c'è nessun merito da parte mia, né personalmente di qualcun altro. Ades­so per ogni scienza è venuto un periodo come cinque secoli fa per la geografia: qual­siasi piccolo capitano da strapazzo su una goletta sconquassata usciva in mare alla ven­tura e ne tornava, se pure non con un nuovo arcipelago, almeno con un paio di nuovi stretti! Così anche adesso: ragazzini della scienza affrontano problemi di cui Reserford avrebbe avuto paura e dopo tre mesi hanno già raggiunto tutto. Come se ci avesse affer­rato non so quale forza e... (Vede che Philip è profondamente cupo) Ma senti, come va Nika? C'è stato il consulto?

Philip                             - Sì.

Alex                              - E perché stai zitto?

Philip                             - Non ci sono prospet-ti-ve. Capisci? Per i prossimi anni - capisci: anni! - lei non si alzerà dal letto. Continuerà a dover stare coricata, come adesso. E non è escluso che s'indebolisca o si paralizzi tutto un lato. E tuttavia non c'è pericolo di vita. Non morirà. E nemmeno vivrà. Ecco come stanno le cose adesso.

Alex                              - (abbracciandolo dietro le spalle). Ma che cosa si può fare, amico?... Che cosa si può fare?...

Philip                             - Capisco che in queste condizioni di­vorziare non sia considerato un atto etico...

Alex                              - E poi, Philip, la medicina progredisce in modo folle, nuove medi...

Philip                             - No! Ho tutti i ragguagli. Non c'è niente di serio in preparazione. (In modo teso) Che maledetta storia! E quanti casi come questi! Che una persona non vive più, e divora la vita di un'altra...

Alex                              - Ah, così giovane! Non ha vissuto niente!... Quegli occhi che guardano in modo così supplichevole... Restituitele le gambe! Fate in modo che possa correre!

Philip                             - Fa pena, fa terribilmente pena. Ma dimmi: di noi due chi ha avuto compassio­ne? Abbiamo sofferto per dieci anni in gale­ra per nulla: sicché siamo meno degni di compassione di qualsiasi altra persona me­diocre?

Alex                              - Non ne sono convinto. Temo che qui sia assai facile passare il limite. E cioè: noi abbiamo sofferto innocenti, dunque noi ab­biamo il diritto, noi abbiamo ragione; ed ecco che d'un tratto siamo invece nel torto. È un passaggio che si produce fulmineamente.

Philip                             - Ma sì, sì: un passaggio fulmineo! Ma io in quei dieci anni ho accumulato tan­ta angoscia, ho accumulato tanto resto! E adesso? Possibile che non mi sia meritata la gioia? una vita piena? anche un figlio, infine?

Alex                              - Be', anche senza figli puoi vivere benissimo.

Philip                             - Come sarebbe a dire senza figli?

Alex                              - Tanto, i figli non crescono mai come noi li vorremmo. Nascono egoisti, vivono per se stessi. Cercati dei figli spirituali.

Philip                             - Ma io ne ho un carico intero di figli spirituali. Io voglio un figlio mio, dinastico! Come fai a non sentire questo?

Alex                              - No, io no...

Philip                             - Degenere! Pedante! Aspettare! Ma io ho quarant’anni, che cosa devo ancora aspet­tare? Eh? Senti, Al, una vita d'oltretomba non c'è! Noi abbiamo « una vita sola », que­sta sola! E bisogna viverla in tutte le sue tinte!

Alex                              - È molto difficile, Phil. La vita è una sola. Ma c'è anche qualcos'altro che è solo. E che pure non si dà una seconda volta.

Philip                             - Che cos'altro?

Alex                              - Lo stupido sentimento innato. Rudi­mentale.

Philip                             - Eh, fratellino, tira fuori qualcosa di più forte. La coscienza? È troppo im-ma-te-ria-le per viverci nel ventesimo secolo. Non ne conosciamo le componenti. La formula. Alcuni la ritengono semplicemente un riflesso condizionato. La coscienza è un sentimento facoltativo. (Dalla porta di centro entrano Annie e Sinbar. Sinbar ha lunghe fedine e fuma la pipa. Philip rivolto a loro) Allora, tutta la squadra di pompieri è pronta? Allo­ra, un piccolo consulto. Sedetevi, amici! Ri­flettiamo insieme. Questa ristrettezza ci sof­foca. Ci mancano gli uomini. Ancor più ci mancano i finanziamenti. Dove prendere tut­to questo?

Sinbar                            - È giunto il momento di attaccare e d'annientare Terbolm. Di dimostrare che tutta la sua cibernetica sociale è una com­pleta assurdità! E, in ogni caso, di impadro­nirci dei suoi locali e dei sussidi.

Alex                              - A proposito, non riesco ancora a far­mi un quadro completo di tutto. Cosa sa­rebbe questa cibernetica sociale?

Philip                             - Una dabbenaggine! Loro vogliono trovare delle « leggi » nella società umana! E, in base a queste leggi, costruire degli algoritmi e guidare il progresso con una mac­china elettronica.

Alex                              - Aspetta, mi sembra piuttosto interes­sante.

Sinbar                            - Ma è un delirio da primitivi! Se in­ghiottiamo Terbolm non ci andrà certamente per traverso. E tuttavia è troppo poco!

Philip                             - Abbiamo ormai superato i limiti d'un laboratorio universitario, ormai dobbiamo di­ventare un istituto a sé stante.

Annie                            - (non distoglie gli occhi dal capo). Sì! È un sogno! (Alex, dopo aver guardato l'oro­logio, è impaziente d'andarsene).

Philip                             - E gli uomini? Coriel propone di co­struire degli autoprogrammatori. Ma dove prendere gli uomini?

Annie                            - Appunto, finché facciamo ancora par­te dell'università, bisogna saperla sfruttare abilmente! In primo luogo, la pratica pro­duttiva degli studenti di matematica e di fisica. Costringerli a lavorare per noi! Tanto, che fanno adesso?!... In secondo luogo, i la­vori di corso. Ci sono dei matusalemme de­crepiti che escogitano temi cervellotici. In­vece: dividere per temi il nostro fronte di lavori, affermarli in rettorato e che le cat­tedre assegnino questi temi!

Philip                             - E così nel nostro alveo saranno at­tratti gli studenti più capaci. Magnifico, An­nie! Voi avete una testolina d'oro nella scien­za come nella vita!

Annie                            - (molto soddisfatta). To « rifletto » sem­plicemente la luce. Però, quanto a riflettere, sono capace.

Alex                              - O.K., capo; io vado, ho poco tempo.

Philip                             - (rivolto a lui che se ne va). E lei ancora non si vede, senti? (Alex esce da destra).

Sinbar                            - (fuma con ostentazione la pipa). Que­sti, capo, sono tutti giochetti da bambini. Davanti a Coriel non volevo dirlo, perché per lui questo è un punto dolente. Ma nes­suna ditta ci darà mai dei sussidi come quelli che ci servono. Nella nostra epoca solamente lo Stato paga somme come queste senza far calcoli. Se ci aggreghiamo a un dicastero mi­litare o alla sicurezza interna, del nostro budget si occuperà il senato!

Philip                             - Lo capisco. Ho pensato anche a que­sto. Ma se ci aggreghiamo, perdiamo ogni libertà di ricerca.

Sinbar                            - Non perdiamo nulla! Aggreghiamo due o tre indirizzi, quelli utili per loro. E intanto faremo il lavoro nostro. A proposito, voglio proporvi un'interessante conoscenza, già questa settimana. Un ufficiale che occu­pa un posto importante vuol vedere il no­stro laboratorio.

Philip                             - Ah, sì?... Che ne dite, amici, che sia la soluzione?

Annie                            - E che soluzione!

Philip                             - Ma sì, è la soluzione. La soluzione! Invitatelo pure,

Sinbar                            - Parleremo. Sicché, dov'eravamo? Gli esperimenti con gli ani­mali si sono sviluppati in modo irreprensi­bile; adesso cominciamo con l'uomo. Se questa persona che Coriel ci ha promesso verrà veramente oggi, oggi stesso ne rileve­remo i biopotenziali.

Annie                            - Su duecento canali?

Philip                             - Sì. Alfa, beta, i teta-ritmi, tutte le onde acute, le frequenze laterali. Quindi...

Sinbar                            - ... le diamo lo stato di quiete al buio, rileviamo il delta-ritmo. Quindi le esplosioni luminose di frequenza crescente... Sì! Dire a Kabimba che... (Si alza, esce rapidamente a sinistra. Philip e Annie restano seduti ai loro posti e si guardano attentamente. Pausa).

Annie                            - Con ogni probabilità non avrei dovuto comunque venire da voi ieri.

Philip                             - In fin dei conti siete una mia stretta collaboratrice. Perché non dovreste venire a casa mia?

Annie                            - È stata una cosa crudele.

Philip                             - Ma un po' per volta bisognerà pur... farla abituare.

Annie                            - Ma come mi guardava!

Philip                             - È proprio ciò attraverso cui biso­gna... passar oltre.

Annie                            - Mi sentivo molto male...

Philip                             - Ma se c'è una colpa, ricada pure su di me. Che c'entrate voi? Già, perché se non foste stata voi, presto o tardi sarebbe stata un'altra. Bisogna guardare alle cose realisti­camente. (Pausa. Si guardano a vicenda).

Annie                            - Va bene. Mi sforzerò... (Entra di fretta Sinbar).

Philip                             - (si alza). E così, gli incarichi sono assegnati e noti. Voi mi chiamerete. (Si fer­ma sulla soglia della porta di mezzo. Distrat­tamente) Volevo ancora... Già... Be', per ora è tutto... (Esce lentamente).

Annie                            - Povero Radagais! È il momento di maggior tensione: avrebbe bisogno di chia­rezza, di fermezza, e ha una tragedia simile in famiglia. (Sinbar tace, osserva. Anche quando non fuma, ha sempre la pipa in boc­ca) Perché mi fissi così?

Sinbar                            - (è fermo in piedi davanti a lei, con le gambe un po' divaricate). Aspetto di sen­tire che cosa dirai.

Annie                            - Per ora ho detto tutto.

Sinbar                            - Mi sembra che non ti interessi di ciò che bisogna.

Annie                            - Del nostro comune lavoro?

Sinbar                            - I problemi familiari del capo?

Annie                            - Nella misura in cui si riflettono sulla direzione?

Sinbar                            - (avvicinandosi; più dolcemente). An­nie! Mi sembra che si cominci già a mor­morare barzellette sul nostro conto.

Annie                            - E una donna è sempre quella che in questo ha più da perdere!

Sinbar                            - Bene. Mi son reso conto. Ho capito. È stato un mio sbaglio.

Annie                            - Quante notti ho pianto, tu non lo sai.

Sinbar                            - Bene, adesso mi rimprovererai nel modo più differenziato! (La prende per i go­miti) Ora io dico: sposiamoci! sposiamoci immediatamente! E tu?...

Annie                            - Ma io sono abituata alla logica,

Sinbar                            - Tu hai detto che bisogna aspettare la tua dissertazione. E dunque aspettiamo, c'è rimasto ormai poco.

Sinbar                            - Ma fino a poco fa eri tu a insistere!

Annie                            - E tu mi parlavi della scienza, dei tuoi vecchi genitori, delle tue sorelline...

Sinbar                            - Annie, tu sei cresciuta nel benessere, hai avuto una strada facile. Non avevi nean­che terminato l'università che io ti ho fatta entrare qui. E invece io ho conosciuto il bisogno e ne sono atterrito e non voglio più conoscerlo. (Tenta d'abbracciarla).

Annie                            - (sottraendosi). Di qui passano gli stu­denti!

Sinbar                            - E va bene, aspettiamo. Ma che cos'è cambiato? È già un mese intero che tu non-n-n-n-n... Presto diventerò una belva! Esco­giti ogni sorta di pretesti... Potrei anche so­spettare che tu...

Annie                            - (scandendo le parole). E non hai pen­sato che da un pezzo io avrei potuto sospet­tare te?... (Sono entrambi tesi, in piedi uno di fronte all'altra. Si rilasciano quando si apre una porta. Entra da destra Alda con un man­tello che reca tracce di pioggia, la segue Alex).

Alex                              - Ecco qui i nostri collaboratori. (Li presenta) Alda Craig, mia cugina. Annie Ba-nige, dirigente dell'indirizzo biologico del no­stro laboratorio.

Annie                            - Oh, che maniera altisonante e goffa, mister Coriel! (Ad Alda) Io sono Annie e basta. (Si stringono la mano) Chiamo il ca­po: aveva chiesto di avvisarlo subito... (Esce dalla porta di mezzo).

Alex                              - Sinbar Atoulf, medico. Sinbar (freddamente). Non siete per caso parente del professor Craig?

Alda                              - (timidamente)... Io... sono sua figlia...

Sinbar                            - Permettete, lui ha un figlio, nessuna figlia.

Alex                              - È qui davanti a voi,

Sinbar                            -

Sinbar                            - No, dev'esserci un errore. So con certezza che lui ha soltanto un figlio maschio.

Alda                              - (con vivacità). Il papà non ne ha colpa, è mìa la colpa. Io vivevo per conto mio... (Alex fa un segno a Sinbar; Sinbar esce se­guendo Annie... Alda prosegue) Ah, per cau­sa mia adesso penseranno male di papà! E anche tu! Persino tu ieri hai offeso il papà! Ma io vi riconcilierò senz'altro.

Alex                              - Ma sì, certo, ci riconcilierai. (L'aiuta a togliersi il mantello, lo appende).

Alda                              - Com'è carina

Annie                            - Le fai la corte?

Alex                              - Io, Alda, adesso ho altro da fare che pensare ai tipi carini. Non sai quanto sgob­bo? Dormo cinque ore per notte.

Alda                              - Bada, bada, perderai il treno. (Si guar­da attorno) Ohi, com'è che mi sento così a disagio? (Si guarda ancora attorno) Al, non so perché ma mi sento impaurita. (Si aggrappa a lui) E se rinunciassimo, ce ne andassi­mo, a che serve tutto questo?

Alex                              - (sorridendo). Io sono « Al » e tu pure sei «Al», e di che hai paura?

Alda                              - Anche di te ho paura. Qui sei cam­biato. Dimmi: farà male?

Alex                              - Per niente.

Alda                              - Ma tu hai provato?

Alex                              - La rilevazione delle biocorrenti? Ma se si rilevano e si registrano a tutti!

Alda                              - Ah, ma non importa, Al! È qualcosa di disumano. Perché farlo? Andiamo via!

Alex                              - (la calma, la fa sedere). Alda! Ma se ci eravamo messi d'accordo! Abbiamo pur discusso. Sarà meglio per te. Tu non puoi continuare così. (Entrano Annie, Philip, Sin­bar).

Alex                              - Philip Radagais, capo del laboratorio. (Alda si alza).

Philip                             - Siamo lieti di vedervi qui. Benché... ci abbiate costretto ad aspettarvi. Alda (frettolosamente). Posso spiegare per­ché! È successo che...

Philip                             - (magnanimamente). Non c'è bisogno di spiegare nulla... Ma... (Guarda l'orologio. Annie e Sinbar si mettono dei camici bian­chi)... e non rimandiamo. (Indossa il camice bianco).

Alda                              - (sottomessa). Bisogna andare? (Sinbar le indica la porta di sinistra. A testa china, Alda vi si dirige, ma poi d'un tratto si fer­ma) Ma permettete, signori, comunque non sono una cavia. Spiegatemi: che cosa mi fa­rete?! (Sinbar ha già aperto la porta, dalla quale esce Kabimba. A neh'egli indossa un camice bianco, ha le maniche rimboccate. A un segno di Philip chiude la porta restando in scena).

Philip                             - È un vostro diritto. Accomodatevi. (Alda si siede. Tutti gli altri restano in pie­di: Alex dietro la sua sedia; gli altri, in ca­mici bianchi, sono tesi, attenti, a lei ostili. Philip riprende) Bene, innanzi tutto, che co­sa sono le biocorrenti? La biocorrente è una corrente elettrica molto piccola e molto de­bole, che percorre incessantemente ogni no­stra cellula nervosa. Tutto ciò che sentiamo, viviamo o facciamo, tutto questo in fin dei conti in un modo o nell'altro si riflette nelle biocorrenti o viene da esse determinato. Si deve dire che persino « leggere » le biocor­renti è una cosa che abbiamo imparato da poco tempo, in sostanza...

Annie                            - Un anno fa.

Philip                             - Quanto alla nostra « influenza » in­versa sulle biocorrenti, invece, questo è ap­punto oggi il nostro compito. Dapprima, si capisce, studieremo a fondo le vostre bio­correnti, esamineremo gli encefalogrammi, con l'aiuto delle macchine elettroniche ela­boreremo...

Alex                              - (quasi nell'orecchio ad Alda). Tutto questo non oggi, è questione di molti giorni.

Annie                            - Persino di settimane.

Philip                             - E finalmente vi sottopor... appliche­remo a voi la cosiddetta «neurostabilizzazione energetica». Stabilizzazione!: vuol dire che vi garantiremo un ottimale...

Alex                              - (nell'orecchio) ... il migliore...

Philip                             - ...equilibrio spirituale interiore e lo renderemo stabile, come se l'aveste dalla nascita e non fosse un dono della scienza, bensì un dono della natura. Dopo di che, nessuna scossa, nessun colpo del destino vi farà più paura. Non proverete mai più terrore, ira...

Alda                              - (salta in piedi, grida). Perché mi guardate tutti così?! Ma vi sembro una nevropatica?... (Si regge a malapena in piedi, per poco non cade. Alex riesce a sorreg­gerla; insieme a Sinbar la fa sedere in pol­trona. Annie le porta dell'acqua).

Alex                              - Alda, - cara, calmati, che cosa ti sei immaginata?... Bevi un po' d'acqua. Ma che cos'hai pensato, Alda? Credi davvero che ti voglia del male? (Alda beve l'acqua e si abbandona sullo schienale della poltrona, priva di vita, pallida).

Philip                             - Signora, la cosa è del tutto volon­taria; noi non vi costringiamo a nulla e voi potete anche andarvene. Insomma, se vo­lete, oggi faremo la registrazione delle bio­correnti da qualcun altro e così vi per­suaderete...

Alda                              - (dopo un profondo silenzio, debol­mente). Ma non m'ingannate? Non mi chiu­derete là dentro? Non mi lascerete sola?

Alex                              - Alda!!

Alda                              - (tristemente). Che cosa «Alda»! A me è facile ingannarmi... (Passa lo sguardo su ognuno dei presenti) No, vi credo. È stata un'impressione. Che cosa devo fare? (Si alza in piedi).

Annie                            - (la prende sotto braccio e la conduce a sinistra). Andiamo, cara, andiamo a cam­biarci. (Escono. Alda si volta indietro dalla porta e sorride ad Alex, come congedan­dosi da lui).

Alex                              - (piano). La sua agitazione non alte­rerà la registrazione?

Annie                            - (sentendo, dalla porta). Proprio il contrario: avremo una registrazione nettis­sima! (Esce. Kabimba li segue).

Sinbar                            - È un'ottima cosa che sia così agi­tata! (Esce anche lui e chiude la porta).

Philip                             - (annuisce). Ciò consentirà di enu­cleare nel modo ottimale le frequenze per lei caratteristiche! Mi piace tua cugina, Al. Ecco da chi si deve enucleare ciò che ci occorre!

Alex                              - (trattenendolo). Lei è una candelina,

Philip                             - È una trepida candelina nel nostro secolo terribile! Forse ho fatto male a por­tarla qui!... Non spegnetela! Non nuocetele!

Philip                             - Noi le daremo una vera salute spi­rituale, granitica. Trasformeremo il suo si­stema nervoso in un vettore indefettibile! (Gli impedisce di seguirlo) Tu non entrare, la influenzeresti. Non venire, resta qui! (Esce a sinistra e chiude la porta. Alex, dub­bioso, pentito, ora va verso una porta, ora verso un'altra. Entra una ragazza addetta al gruppo di codice).

La Ragazza                   - Mister Coriel! Il codice è trac­ciato. TI nastro perforato è pronto!

Alex                              - Sì? Vengo... (Guarda ora di qua, ora di là) Vengo. Vengo. (Esce lentamente a destra seguendo la Ragazza. Presso la porta di sinistra si accende una tabella luminosa che prima non si poteva notare: «Registra­zione in corso. Non entrare!!! ».

QUADRO IV

In casa di Radagais. Alternativamente: un grande salotto con un pianoforte, un radio­grammofono e il telefono; un piccolo salotto con un televisore; in fondo si scorge anche l'anticamera. Da entrambi i salotti si vede in profondità la sala da pranzo, dove c'è una grande tavolata solenne ormai in di­sordine. Una parte degli ospiti nel salotto grande ascolta Alda, che suona in modo piuttosto piatto al pianoforte un pezzo di Schubert. Gli altri ospiti sono in sala da pranzo, circa venticinque, tutti dell'univer­sità: fra loro un energico Generale di mezza età. Nel salotto piccolo è seduto Terbolm, mentre Alex è in piedi e ascolta la musica di Alda. In questo momento termina il pezzo al pianoforte. Applausi. Molti passano in sala da pranzo.

Alex                              - (molto turbato, si siede vicino a Ter­bolm). Ma vi pare questo il tardo Schubert? Vi pare questo il tardo Schubert??? (Si porta le mani alla testa). In sala da pranzo si svolge un brindisi im­provvisato: chi è seduto, chi in piedi. Si sente di là:

La voce di Philip           - Cari amici! Oggi ab­biamo udito molti brindisi lusinghieri in omaggio alla fondazione dell'istituto di bio­cibernetica, in omaggio alle sue ardenti bat­taglie scientifiche, in omaggio alla nomina a professore del vostro umile servo. Ma noi abbiamo trascurato una delle principali re­sponsabili di questa festa: la signora Alda Craig, la cui ma-gni-fi-ca esecuzione al pia­noforte abbiamo or ora applaudito e la cui gentile collaborazione, prestata durante molti mesi al nostro laboratorio, ci ha aiutati a dimostrare brillantemente l'efficacia dei no­stri metodi, la nostra capacità di trasfor­mare il carattere umano! (Applausi) Tuttavia, prima di alzare i bicchieri, voglio alzare in alto questo piccolo colosso (con entrambe le braccia solleva in alto un bambino, che vorrebbe invece dormire; risate), il figlio della signora Alda, che noi abbiamo resti­tuito alla madre felice.

Una voce                       - Radagais! Ne siete orgoglioso come se l'aveste fabbricato al laboratorio di biocibernetica. (Risate). La voce di

Philip                             - Sfottete, sfottete! E noi invece vediamo in luì un simbolo del no­stro successo! (Applausi. Rimette già il bam­bino) E dunque: alla signora Craig e a suo figlio! (Un boato d'approvazione. Brindano).

Alex                              - Non riesco a capire, Terbolm : come fate a conoscere la padrona di questa casa? Perché qui da Radagais voi non eravate mai stato, no?

Terbolm                         - L'ho conosciuta in clinica, a Grand Errol. Laggiù sono di casa, perché vi sono stato degente per molti anni. An­cora adesso ogni tanto mi faccio vedere dai medici. E così una volta m'hanno portato al suo letto per incoraggiarla con il mio esempio.

Alex                              - Non è sconveniente chiedervi che cos'avete avuto?

Terbolm                         - Da giovane avevo le gambe assai malate e deboli. Anche adesso non sono robuste. Quando mi emoziono, fatico a reg­germi in piedi. Sono stato a letto per sette anni. Non ero sicuro che un giorno avrei potuto alzarmi.

Alex                              - Sette anni a letto, ora ne avete tren­taquattro: quand'è che siete riuscito a fare tante cose?

Terbolm                         - Per analogia con la vostra triste esperienza potete intuirlo: ci sono riuscito proprio perché ero costretto a letto. La man­canza di movimento esterno sollecita al movimento interiore.

Alex                              - Ma comunque come avete potuto pen­sare di attentare alla società umana?!

Terbolm                         - E la sociologia in genere, ossia le chiacchiere, non sono un attentato peg­giore? Quando noi pretendiamo d'immi­schiarci nel futuro senza saperlo prevedere né esattamente nel tempo, né esattamente nello spazio, né esattamente nella forma e nella grandezza? (Passano il Generale e Sinbar).

Il Generale                    - Sentite, dottore, con la ci­bernetica ci siamo già un po' scottati. Scottati! Persino una cibernetica utilissima come quella militare ha rivelato la perfida qua­lità... eh-eh... d'andar oltre.

Sinbar                            - D'andar oltre?

Il Generale                    - Sì! D'andar oltre i compiti po­sti dal comando.

Sinbar                            - Iniziativa! Dovreste essere contenti!

Il Generale                    - Sentite, contenti di che? La pri­ma macchina era stata fatta contro l'« aria ». Riceveva dai radar i segnali dei gruppi di velivoli e dei missili che s'avvicinavano, ela­borava tutto questo istantaneamente, un vero portento!, e metteva da sé in funzione le centrali missilistiche, gli aeroporti, le bat­terie contraeree: ot-ti-mo!

Sinbar                            - Ottimo.

Il Generale                    - Ma non troppo! Già allora era nato un dubbio: e... e... il comando dell'aviazione che cosa doveva fare? E va bene. A questo punto ci hanno fabbricato un altro modello « Acqua e Aria ». Esso comprendeva anche i segnali dei sommer­gibili, delle navi, delle siluranti; tutto ciò veniva elaborato, saltava fuori, e la mac­china stessa dava immediatamente la miglior soluzione: dove dovesse sparare ogni nostra nave, quali controsiluranti... quali sbarra­menti di mine... E tutti i nostri ammiragli... eh-eh-eh... mi capite?

Sinbar                            - Comincio ad afferrare.

Il Generale                    - A questo punto i nostri geni elettronici si sono messi a fabbricarci la co­siddetta Macchina Comando Supremo! e un'altra piccola: Macchina Comando d'Ar­mata! e ancor più piccola: Macchina Co­mando di Divisione! nelle quali adesso deb­bono inserirsi anche tutti i dati terrestri: il movimento delle unità motorizzate, i lavori del genio, i traghetti, il dispositivo dell'ar­tiglieria... E la macchina macina tutto que­sto con una velocità diabolica e ci dà la variante irreprensibilmente ottimale della battaglia! Eh? Eh?

Sinbar                            - Così la vittoria sarà sicuramente vostra!! Magnifico!

Il Generale                    - Ma che ce ne importa d'una vittoria come questa? Chi maneggia la mac­china? Dei ragazzini dell'università! E gli uomini resi sapienti dall'esperienza della guerra mondiale, delle guerre locali e colo­niali, gli uomini coperti di decorazioni, i con-dot-tie-ri??!! Quale lavoro nella società umana ha un più alto apprezzamento di quello dei con-dot-tie-ri? Quali geni hanno lasciato nella storia una traccia più lumi­nosa dei con-dot-tie-ri? Alessandro il Mace­done, Gengis-Khan, Batù, non sto a elen­carli. Sicché, con questa cibernetica, che cosa dovremmo fare? Farla sgombrare?

Sinbar                            - Signor generale! Vi assicuro che la cibernetica biologica...

Il Generale                    - ...non si dovrà un giorno farla sgombrare anche lei?

Sinbar                            - Forse, ma in tutt'altro senso: darle maggiore velocità! (// Generale ride. Ap­pare un corteo buffonesco: il Primo e il Se­condo Laureando, con le teste avvolte in asciugamani a mo' di turbanti, battono il tempo su un tamburello improvvisato e con un cucchiaio su una brocca. La Ragazza del gruppo di codice procede con tristi movi­menti di danza. Li segue Kabimba, il'quale sorride melanconico. Tutti gli uomini hanno già bevuto forte. Sinbar sbarra loro la strada) E voi che fate?

Primo laureando            - La festa è stata rattri­stata, Sir! In quest'allegra serata accompa-gnamo' Kabimba e facciamo i funerali alla sua dissertazione...

 Kabimba                      - (con un gesto vago). Prendetevi ciò che volete...

Sinbar                            - Ma ritornerete ancora da noi?

Kabimba                       - Tutto sarà superato prima che torni.

Secondo Laureando      - Kabimba, non è an­cora troppo tardi per ripensarci!

Primo laureando            - Kabimba! Non com­prate il biglietto! Questo capitano (indica Sinbar) può portarvi in Africa gratis!

La Ragazza                   - Capitano! Non fateci a pezzi con le eliche! (Separa i due laureandi) Ca­pitano di ferro! Noi vi facciamo passare! (Sinbar e il Generale passano in mezzo a loro. I giovani ricompongono il corteo).

Sinbar                            - (indica Terbolm al Generale) E quel biondino sapete chi è? Ecco chi si dovrebbe strangolare nella culla, generale... Lui... (Racconta a bassissima voce).

Terbolm                         - Adesso i giornalisti assediano le mie due nude stanzette, fiutano, cercano dove sia questa macchina che deve dare un modello dell'assetto statale... Mi pon­gono domande: se per esempio la mia macchina non potrebbe fermare la rivolu­zione, non potrebbe fare le veci del governo, non potrebbe assicurare la realizzazione del disarmo universale... (Ride) Ma la macchina non c'è. Come? Non esiste ancora? Se ne vanno delusi.

Alex                              - Ho paura che non avreste dovuto pubblicare così presto l'articolo. Scoprirvi.

Terbolm                         - Che cosa dovevo fare? Le idee non devono restare nel cassetto. Se a noi non bastano le forze, che la facciano altri. A noi non danno i soldi. Da noi non vengono collaboratori. Voi non ci verreste?

Alex                              - No. Ma non perché non avete soldi, bensì perché temo che cominciate a ta­gliuzzare la povera umanità.

Terbolm                         - Coriel! Ciò è scusabile che lo dica qualcun altro, ma non voi. Perché dobbiamo ricusare a una collettività umana, alla società, quei princìpi d'informazione, di coordinazione e di feed-back, di cui indivi­dualmente si vale ogni organismo umano, ogni collettivo di cellule? (Sinbar è uscito).

Il Generale                    - (avvicinandosi). Ma non po­treste rimpiazzare la parola « collettivo » con qualcun'altra? « Collettivo » puzza un po' di socialismo.

Terbolm                         - (fa uno sforzo per alzarsi, ma subito si siede). No, non posso. È una pa­rola appropriata. Per esempio, il cervello. (Spegne la luce. S'illumina il modello: su una sfera palpitano con alterno fulgore miriadi di punti luminosi. L'interno della sfera è oscuro) Fra le cellule esistono nessi. (Vivi fili scintillanti ora si accendono, ora si spengono, attraversando lungo traiettorie lo spazio interno della sfera) Soltanto questi liberi nessi permettono all'organismo di so­pravvivere, ossia di opporsi ai fenomeni distruttivi che vengono dall'esterno e a ri­costituirsi dopo una lesione. Se i nessi ven­gono rigidamente regolamentati (sul mo­dello tutti i punti e tutti i fili s'immobiliz­zano), lo sviluppo si arresta e la vita è mi­nacciata. (Lo schema si spegne. Luce) Così anche la società ha bisogno di saper sopravvivere ai propri fenomeni distruttivi: carestie, epidemie, terremoti, stasi econo­miche, crolli finanziari, guerre...

Il Generale                    - ... Rivoluzioni...

Terbolm                         - Da tutto ciò bisogna uscire rico­stituiti e capaci d'ulteriore sviluppo. E per tutto ciò alla società sono indispensabili sem­plicemente: una informazione irreprensibile, coordinamento e feed-back.

Il Generale                    - Ma che c'entra qui una mac­china elettronica?

Terbolm                         - Perché sono gli stessi principi della macchina: informazione, coordina­mento e feed-back. La macchina sarà un mo­dello della società. E così ogni riforma pro­posta per la società non si dovrà più lunga­mente discutere, intuire, votare per sapere se rafforzi la società o la indebolisca o la distrugga. Noi codificheremo questa riforma, la inseriremo nella macchina e in pochi minuti avremo la risposta!!

Alex                              - Mica male, nel complesso.

Il Generale                    - Non ci capisco niente! Verifi­care una riforma su una qualsiasi macchina elettronica irresponsabile quando la può giu­dicare con sufficiente autorità il parla­mento! il ministro! e, infine, il consiglio dei ministri!

Terbolm                         - Vedete, il guaio sta nel fatto che gli uomini possono essere in preda a orien­tamenti accidentali. In preda all'amor pro­prio offeso. Alle passioni e agli antagonismi di gruppo. Alla vanità. Alla fretta.

Alex                              - Ma dite pure semplicemente: possono esser venali! La società umana non è forse governata grazie alla cattiva volontà?

Il Generale                    - (che non per la prima volta scruta Alex). Ossia, quali società e quando?

Alex                              - Be', io parlo di prima, di prima.

Il Generale                    - Ah, prima? Quest'è vero. (A Terbolm) Ma che cos'è che non vi va dell'attuale stato democratico?

Terbolm                         - In base a questo schema? (Fa buio. S'illumina il modello: una piramide. In basso molti piccoli punti scintillanti; via via che si procede verso l'alto, essi diminui­scono di numero ma sono più grossi. Le linee scintillanti dei nessi dalla base al ver­tice non palpitano, come non palpitano neanche i punti) In essa non c'è elasticità. È un'associazione troppo complessa di ele­menti. In natura comunque non troviamo nulla di simile. Questa forma è stata esco­gitata dagli uomini e non è affatto felice. Le cellule viventi preferiscono unirsi... (Ac­canto alla piramide si accende di nuovo un vivente cervello in funzione)... così, ecco. Senza cocchiere. (Entrambi gli schemi si spengono).

Il Generale                    - Bene, sapete, signori, noi tutti siamo per la democrazia, ma entro limiti ragionevoli. Senza una mano forte la demo­crazia è impossibile. E se questo vostro... collettivo di automi... impazzisce e rovina la nazione?

Terbolm                         - Un pericolo c'è sempre, in qual­siasi costruzione. Un ponte può crollare, un aereo precipitare. Obbligo dei progettisti è di prevenire le possibilità sfavorevoli.

Alex                              - Ma, in compenso, gli abusi possono venire piuttosto dagli uomini. Questa mac­china elettronica in ogni caso non cercherà d'accumulare capitali! di sistemare i pa­renti! di consumare più energia sociale di quanto gliene sia assegnata in base allo schema. Essa non comincerà nessuna guerra e non esigerà conquiste.

Il Generale                    - È da un pezzo che continuo a guardarvi e non riesco a ricordare dove abbia già visto il vostro viso...

Alex                              - Anch'io non me ne sono ricordato subito. Ma voi prima non prestavate ser­vizio alla Direzione dei Pensieri e dei Sentimenti?

Il Generale                    - Mettiamo pure.

Alex                              - E non vi è accaduto di dover ispe­zionare la deserta Caledonia?

Il Generale                    - Sì.

Alex                              - E laggiù appunto mi sono presentato a voi. Con una protesta a nome dei forzati.

Il Generale                    - Dei for-za-ti?

Alex                              - A proposito della cattiva alimenta­zione e del cattivo trattamento. Del resto, la mia protesta non ha avuto alcun esito.

Il Generale                    - E non vi vergognate di ricor­dare apertamente che siete stato laggiù?

Alex                              - Se non ve ne vergognate voi! Io al­meno sono stato assolto. Non ero io l'assassino.

Il Generale                    - Be', sapete, di quest'« assolto » non è il caso di menar troppo vanto. Non si deve affatto intendere nel senso che voi non abbiate alcuna colpa.

Alex                              - E io invece l'intendo così.

Il Generale                    - Fate male. (A Terbolm) Gio­vanotto, quanto avete esposto è una sorta di pazzia maniacale. Voi volete che la so­cietà sia governata dalle macchine?

Terbolm                         - Ma nient'affatto! Le macchine mo­delleranno semplicemente le riforme e le controlleranno. Ma le macchine saranno go­vernate da...

Il Generale                    - Dagli ingegneri? Dagli scien­ziati?... Non va. Non andrà mai. Sentite! Per governare la società bisogna esser pre­parati fin dall'infanzia. Per governare la società dipende in quale famiglia si è nati. È una capacità di pochi e che non ha con­fronti. Io vi consiglio caldamente, giova­notto, di scegliere qualche direzione di ri­cerca più... eh-eh... progressiva. Occupatevi del Cosmo. Dell'industria. Dello sport, se volete. E prospererete. Ma per una mac­china del genere non avrete un soldo da nessuno. E, forse, negli interessi della de­mocrazia, bisognerà un po' mettervi a posto. (Andandosene) Vuole che le macchine gover­nino la società! (Esce).

Terbolm                         - Ecco qua! E nessuno vuol venire da me. E voi neppure.

Alex                              - Mi fa paura,

Terbolm                         - Ecco, qui noi abbiamo preso una creatura umana, e che cos'abbiamo combinato? E voi vorreste mi­lioni di uomini tutti in una volta!

Terbolm                         - Ma qui non si tratta di « lavo­rare » milioni di uomini! D'esercitare una pressione sull'anima degli uomini! Noi vo­gliamo semplicemente aiutare gli uomini a prevedere il proprio futuro sociale. A non condurre l'umanità per strade sbagliate! (Si vede Philip che dalla sala da pranzo spinge verso il salotto un carrello di vini e vi­vande) Noi elaboriamo semplicemente le re­gole del passaggio a una società idealmente guidata.

Alex                              - (con ardore). Oh-oh! Idealmente gui­data non significa ancora ideale. Per il sin­golo uomo. No, così mi fate...

Philip                             - (ad alta voce, con ampi gesti). Amici miei! Questo poi è già disonesto! Bisogna saper riposare! «Riposare»! Otium post negotium! E poi come dice ancora?

Terbolm                         - Otium reficit vires.

Philip                             - (quasi gridando). Oggi noi « ripo­siamo »! E voi state parlando di lavoro? Proibito! (Si siede sul bracciolo della pol­trona in una posa disinvolta) Sentite, Ter­bolm, ma è possibile che siate ancora arrab­biato con me? Ma se il vostro indirizzo scientifico non ha mai dato fastidio! E a me non importa: fatelo pure salire fino al cielo. Ma la vita è lotta!!! In quel momento c'eravamo scontrati su uno stretto sentiero. Adesso però il conflitto è liquidato. Brin­diamo all'amicizia! (Mesce a tutt'e tre).

Alex                              - Ma durante questi mesi Terbolm ha dovuto...

Philip                             - (ride). Ecco, fra l'altro, se non fosse stato per lui (fa cenno verso Alex), noi vi avremmo annientato. (Grida) Ma adesso il conflitto è sedato! Noi ci stacchiamo dall'università, a voi ridaranno il vostro pic­colo budget, riavrete le vostre stanze, po­trete anche prendervi una parte dei nostri uomini. Nessuna conseguenza!

Alex                              - Conseguenze morali.

Philip                             - Al! Ciò che non è materiale non e-si-ste! Brindiamo!

Terbolm                         - Chissà perché, la cibernetica so­ciale urta terribilmente tutti. Proprio quanto a vita sociale tutti si reputano degli esperti. Anche senza di voi avevo già molti nemici...

Philip                             - Ma io non sono mai stato vostro nemico! E che v'importa dei nemici? Voi avete ancor più idee! Avete scritto un tale articolo, avete sollevato rumore in tutto il mondo! Ecco, se adesso non beviamo, al­lora sì che sarò vostro nemico. Voi siete un sociologo e io un biologo; io vi preparo il terreno. Volete brindare al terreno? (Sì av­vicina a loro Annie) In particolare, offen­dete miss Annie.

Terbolm                         - (prendendo il bicchiere). No, io non voglio assolutamente offendere miss

Annie                            - (Alex beve).

Annie                            - Io non ho mai avuto una festa più grande in tutta la mia vita.

Philip                             - Questo innanzitutto. E, in secondo luogo, miss Annie è stata così gentile da assumersi la parte di padrona di casa.

Annie                            - Soltanto oggi, s'intende...

Philip                             - E perciò voi la offendete dop­piamente.

Terbolm                         - (si alza per far sedere Annie). Ma allora anche noi due...

Annie                            - No-no! Io devo essere continua­mente in movimento e oggi devo avere la testa particolarmente lucida.

Philip                             - Be', un pochetto si può. (Le versa da bere. Alex si protende per versarsi dell'altro vino) Affrettati a recuperare, Al! Giusto!

Alex                              - Dove dobbiamo affrettarci, Phil? A quanto pare, non ci siamo mai lasciati sfuggir nulla. Forse soltanto di contemplare il gotico medioevale.

Philip                             - Anti-caglie!! Buttiamo giù tutto e ricostruiamo in plastica e vetro. E dunque : all'unione, al progresso, al...

Alex                              - Ma possibilmente senza generali.

Philip                             - E perché non ti piace il generale? Un uomo cordialissimo! E ben disposto verso di noi! Ebbene, beviamo-beviamo-be-viamo! (Bevono tutt'e quattro insieme) E sia fatta pace. Il conflitto è chiuso! (Dà una manata sulla spalla di Alex) Riposare, ripo­sare, Al! (Philip va nel salotto grande. Annie va in sala da pranzo. Le sbarra la strada Sinbar, che fuma la pipa. Dapprima sta in piedi senza lasciarla passare, poi le cede il passo con un gesto voluto. Annie passa. Sinbar, fumando, si sposta lentamente nel salotto piccolo, esamina i quadri alla parete. Giunge sommessa la musica del radiogram­mofono dal salotto grande).

Terbolm                         - E intanto lei adesso se ne sta coricata laggiù, con gli occhi fissi al sof­fitto, sotto le lampade; persino voltarsi le dà dolore. E qui noi tutti sappiamo di lei e ci sorridiamo come se non sapessimo. Così è fatto il mondo: ci tocca gioire insieme, ma soffrire, esser malati, morire sempre da soli. (Una lunga pausa) Coriel! Sul serio. Venite a lavorare con noi.

Alex                              - A esser sinceri, Terbolm, non soltanto la sociocibernetica, ma ogni scienza io la guardo con sospetto. Perché s'è dimo­strato che non sa servire affatto male la tirannia.

Terbolm                         - (dopo aver riflettuto). I tiranni non sono generati dalla scienza. Nei tempi senza scienza e nei paesi senza scienza ce n'erano ancor di più.

Alex                              - Però anche la scienza ha saputo ser­virli mica male!

Terbolm                         - Se ne sono impadronite mani senza coscienza. Appunto per questo bi­sogna creare una società idealmente guidata in cui la scienza non possa più essere ado­perata a fini di male. (Sinbar accende il te­levisore. Tutt'e due sì voltano. Alex fa un gesto di noia).

Alex                              - Sinbar! Risparmiateci! Ci manca anche questo manicomio! (Sinbar spegne. Si mette in ascolto della loro conversazione).

Terbolm                         - E voi? Voi guardate alla scienza con sospetto eppure di essa vi occupate.

Alex                              - Ma può anche darsi che la lasci, non lo so. Per me la principale questione della vita è sempre stata: perché? È questo anche in ogni minimo atto particolare... Uscendo di casa, so sempre dove vado e perché. E, comprando un oggetto, so sem­pre perché. Mentre invece, nelle grandi cose, chissà perché, si ritiene che si possa non sapere, non pensare... Ecco, io lavoro con Radagais già da sei mesi e domando a tutti : perché facciamo tutto questo? Nessuno sa rispondermi. Perché in genere la scienza? Mi rispondono: è interessante, si tratta d'un processo che non si può fermare, è legata alle forze di produzione. E tuttavia, co­munque, perché? Dappertutto ci propon­gono certi strani scopi: lavorare bisogna -per il lavoro; vivere bisogna - per la società.

Sinbar                            - Sublime, meraviglioso scopo. Perché non vi piace?

Alex                              - Meraviglioso, forse, ma non uno scopo.

Sinbar                            - Perché?

Alex                              - Perché, vedete, se io vivo per voi e voi vivete per me, non è altro che un cir­colo chiuso. Comunque non si dà una ri­sposta al «perché viviamo?».

Terbolm                         - Ma il « perché viviamo? » è una impostazione inesatta della questione. Noi non siamo nati infatti per un atto della nostra volontà con un'intenzione prestabi­lita. Il perché si potrebbe domandare a Dio o...

Sinbar                            - Be', meglio che qui Dio non ce lo immischiate affatto!

Terbolm                         - La religione è ridicola, questo è assodato. Allora, ai nostri genitori.

Alex                              - Ma anche noi siamo genitori. Allora, perché diamo la vita?

Terbolm                         - Ecco, così si può impostare. E si potrebbe anche in quest'altro modo: in quanto tu sei nato e ormai sei cresciuto come un essere cosciente, quale « scopo » perso­nalmente ti prefiggi? Oppure non te ne pre­figgi nessuno e vivi soltanto per amara necessità?

Alex                              - Allora, Sinbar? Il vostro scopo? E lo scopo dei vostri futuri figli?

Sinbar                            - La felicità, si capisce; che domanda

ingenua!

Alex                              - D'accordo, ma che cos'è la « fe­licità »?

Il grande salotto. La maggior parte degli ospiti si trova qui. Gli anziani stanno verso il fondo, giocano a carte; il bambino non c'è più. Al suono d'una canzone stridula, trasmessa dalla radio, alcune coppie ballano un ballo moderno; fra loro, Philip e Alda, il Generale e Annie. Ben presto il ballo ter­mina. Il Generale si avvicina a Philip e Alda. Annie attraversa il salotto badando che tutti si divertano.

Il Generale                    - Io vi ringrazio, professore, per questa serata trascorsa così piacevolmente. Presto per me è ora di ritirarmi. In attesa del congedo, permettete che faccia qualche domanda alla vostra protetta?

Philip                             - Ma naturalmente, generale, na­turalmente!

Il Generale                    - (ad Alda). Non vi stancherò? Non vi deprimerò?

Alda                              - (tutto ciò che dice, ormai lo dice in modo misurato, indifferente, in parte stanco) Prego. (Si siedono).

Il Generale                    - Ditemi, prima vi era consueto il sentimento della paura? Della paura?

Alda                              - Molto.

Il Generale                    - Avevate paura, sì? E di che cosa avevate paura?

Alda                              - Ora stento quasi a crederci. Avevo paura di tutto. Alla mattina, di dover an­dare nelle vie chiassose. Alla sera, della so­litudine, del buio.

Il Generale                    - (con speranza). E ora?

Alda                              - Non ho paura di nulla.

Il Generale                    - (battendo le mani). Stupendo! Straordinario!... Bene, e per esempio: paura per vostro figlio?

Alda                              - E perché dovrei avere paura per mio figlio?

Il Generale                    - A proposito, ve l'avevano tolto, vero? Per sentenza d'un tribunale?

Alda                              - No, mia suocera aveva semplicemente minacciato di ricorrere al tribunale e io m'ero arresa. Ero snervata. Ma adesso mister Radagais mi ha fatto ottenere i ne­cessari certificati medici. E me lo sono de­cisamente ripreso.

Il Generale                    - (raggiante). « Decisamente »? Anche questo è interessante. E prima per voi erano abituali le... esitazioni?

Alda                              - (ridendo in modo stereotipato). Non sapevo mai come avrei dovuto vestirmi quel giorno. Come organizzare la giornata. Che cosa fare da mangiare. Se mi aveste fatto scegliere fra due caramelle eguali, non avrei mai potuto scegliere.

Il Generale                    - Questo è straordinario! Que­sto è sorprendente! Bene, vi ringrazio, vi ringrazio! Non vi potete immaginare come mi fate contento! (Si alza; anche Philip si alza) Ma ditemi, e su scala... eh-eh... di­ciamo di centinaia di uomini? Di migliaia?... Non dico per adesso... eh-eh-eh... di milioni? Si potrebbe fare un'operazione del genere?

Philip                             - Mezzi! Soltanto i mezzi, signor generale.

Il Generale                    - Questi ve li garantisco io! Si può contare che già quest'anno il vostro istituto sarà nel nostro budget. (Bacia la mano ad Alda. Si avvicina Annie. Philip va ad accompagnare il Generale) No-no, fa­temi questo piacere: che mi accompagni la vostra affascinante padrona di casa. (Si con­geda. Esce insieme ad Annie).

Philip                             - E dove s'è ficcato il vostro bam­boccio?

Alda                              - Annie l'ha messo a dormire. Credo nella stanza di Nika. (Fa segno con il capo verso sinistra).

Philip                             - Siete stata molto premurosa con Nika, le avete rallegrato non poche sere. Grazie. Capite, era difficile decidersi a que­sto passo, ma... la malattia si protraeva tal­mente... A casa era impossibile garantirle un'assistenza come si deve, una cura completa.

Alda                              - Questo si può capire.

Philip                             - E, secondo me, così lei si troverà pure meglio. Le faranno ogni sorta di te­rapia... (Alda annuisce).

Philip                             - Le nascerà una speranza di gua­rigione.

Alda                              - Ma non ci può essere speranza.

Philip                             - No. E voi, Alda, adesso dove andrete?

Alda                              - Tornerò alla mia solita vita.

Philip                             - Se si tratta di montare televisori, non ve lo consento! Ecco, adesso che il mio istituto si sviluppa, vi potrò sistemare qui da me. Sarete pagata meglio e... (Trilla il telefono. Annie, che è di ritorno, prende il microfono).

Annie                            - Casa del professor Radagais... Sì, c'è una festa, ma chi parla? (Freddamente) Ah, salve... Annie, sì... Si capisce, al gran completo... Trasmetterò i vostri auguri... Sì, lei è qui. Adesso la chiamo. (Ad alta voce) Alda! (Ma qualcuno ha alzato il tono della radio e Alda non sente. Annie nella cor­netta) Perché non occorre? Adesso la chia­mo... Hallo! Hallo! (Perplessità. Depone il ricevitore. Va verso Philip e Alda) Prego di scusarmi, ma ha telefonato Tilia Craig. Ha pregato di trasmettere al nuovo professore e al nuovo istituto i suoi auguri più... ar­denti, così s'è espressa. (Philip tace) Poi ha chiesto che al telefono veniste voi, Alda, ma poi ha tolto subito la comunicazione. Volete telefonare voi? (Alda, stringendosi nelle spalle, si alza e va lentamente verso il telefono. Si siede accanto e compone il nu­mero. Ma nessuno risponde. Annie riprende). Phil! presto sarò gelosa di te. E anche di

Alda                              - E di Tilia.

Philip                             - (sorride). Siediti. (Annie si siede) Oggi ti comporti benissimo, con un tatto eccellente. Rischiari tutto intorno a te.

Annie                            - Ma non credere che mi sia facile, Phil. In tutti gli occhi mi sembra di vedere estraneità o irrisione. È una situazione ambigua...

Philip                             - E così, affinché non sia più ambi­gua, oggi sarai la padrona di casa fino in fondo. Basta nascondersi! Chiuderemo in­sieme la porta alle spalle dell'ultimo ospite.

Annie                            - (con vivacità). No, ancora no!

Philip                             - Sì!! Fino a quando noi, vivi, dovre­mo tirarci da parte davanti a un'ombra? Non è una cosa logica! Basta con il fatto di non poter entrare in casa senza sentire questa pressione d'un rimprovero. E poi, ora anche lei con il tempo comprenderà tutto e si rassegnerà.

Annie                            - A che cosa deve rassegnarsi, Phil? Al fatto che noi stiamo ad aspettare la sua morte?

Philip                             - Ma noi non l'aspettiamo affatto. Che viva pure. Ma vivremo pure noi! Di nuovo il salotto piccolo. Terbolm, Alex e Sinbar sono impegnati in un'animata di­scussione. Anche la pipa di Sinbar prende parte alle sue argomentazioni.

Terbolm                         - Sicché assumiamo che la « feli­cità » sia «pienezza spirituale»? Chi ha la sensazione della pienezza della propria vita, costui è felice.

Alex                              - Ci siamo vicini, ma non è ancora questo. La sensazione della pienezza della propria vita può scaturire da cause buone come da cause cattive. È piena la vita d'uno scienziato. D'una vecchia sola, che cura i gatti malati. Ma anche d'un farabutto che si arricchisce a spese degli altri. E anche d'un bruco che rode un albero fruttifero. Se la felicità può essere tutto questo, co­me la si può porre come un fine? Non è il caso di distinguere queste diverse felicità?

Sinbar                            - Già, ma chi distinguerà? Voi? Op­pure io? Perché il metro della giusta felicità dovrebbe essere il vostro punto di vista e non il mio o il suo?

Alex                              - Né il mio, né il vostro! La legge mo­rale interiore! Essere felici, ma non in an­tinomia con essa!

Sinbar                            - Ma quale legge morale interiore? Connaturata forse? (Ride) Studiate la me­dicina! Nel nostro organismo semplicemente manca l'organo in cui possa trovar posto la legge morale interiore!

Alex                              - Conosco la vostra teoria : tutto l'uomo, con Raffaello e Chopin, sì spiega con gli ormoni.

Sinbar                            - Sì! Studiate la vita ormonale! La vostra morale assoluta è una fola! Ogni verità è concreta! E ogni morale è relativa!

Alex                              - Maledetto appiglio del relativismo morale! Voi giustificate qualsiasi misfatto con il relativismo morale! Violentare una ragazza è sempre male, in qualsiasi società! e maltrattare un bambino! e cacciare di casa una madre! e diffondere una calunnia! e non mantenere una promessa! e tradire la fiducia!

Sinbar                            - Assurdità! Fan-do-nie!

Alex                              - Come? Tutto questo può anche esser bene?

Sinbar                            - E uccidere i propri genitori perché sono ormai troppo vecchi è male o è bene? Ecco, domandatelo a

Kabimba                       - Vi sono del­le razze dove ciò è bene, persino umano.

Terbolm                         - Può darsi che là ci sia una legge così, ma è illuminata dai millenni? E viene inoltre programmata da ogni società?

Sinbar                            - Non dibattetevi! Nessuna morale assoluta! E nessuna legge morale interio­re! E se anche ci fosse, non vi sarebbe però « forza » capace di obbligarci a tenerne con­to! (Appare Alda. Non si accorgono di lei).

Alex                              - Questa forza esiste!

Sinbar                            - Designatela!

Alex                              - La morte!! Il permanente enigma della morte! L'ostacolo permanente che sta dinanzi a noi è la morte! Voi potete studiare la cibernetica o le galassie blu, e tuttavia non potrete mai saltare al di là della morte!

Sinbar                            - Giungerà un tempo che salteremo anche al di là!

Alex                              - Mai! Nell'Universo tutto è mortale, persino le stelle! E noi siamo « costretti » a costruire la nostra filosofia in modo che sia adatta anche alla morte! Affinché noi si sia pronti a essa!

Sinbar                            - Ci hanno stancato queste prediche cimiteriali! Servono solo per soffocare la vita viva e gorgogliante! Quanto tempo oc­cupa questa sciagurata morte, nudo momen­to di negazione, piccolo fattore integrativo, in confronto alla nostra lunga pluriforme variopinta esistenza?

Alex                              - Piccola per il tempo, ma non piccola per il significato! Non nascondetevi, vi tro­verà lo stesso!

Terbolm                         - Qui noi parliamo della morte co­me se morire dovesse qualcun altro e non noi.

Sinbar                            - Qui noi parliamo della morte come se morissimo ogni giorno! Il globo terrestre è grande! Di uomini ce ne sono tre miliardi. È quasi inverosimile che in ogni dato mo­mento attraverso questa porta... (indica la porta di destra)... ecco, io mi volto senza paura a guardarla... che attraverso questa porta entri la morte di qualcuno! (Tutti si voltano verso la porta, attendono per un attimo. Ma nessuno entra. Sinbar ridacchia. Approfittando della pausa, Alda, che si è avvicinata di spalle ad Alex, lo tocca su un braccio. Egli si volta) Ma faccio anche di più! Vado a dare un'occhiata in anticamera. (Va a sbirciare) Nemmeno là c'è nessuno!

Alda                              - E tu discuti sempre? E ne hai voglia? Che tetraggine.

Alex                              - (la fa sedere accanto a sé; durante la discussione era gioiosamente animato, ora s'è incupito) E che cosa... vorresti che fa­cessi?

Alda                              - Be', ballare un poco, non vuoi?

Alex                              - Ma che occupazione è ballare? Sinbar (dalla porta, a Terbolm). Bene, io vado a farmi una fumatina vicino alla fi­nestra. (Esce a destra. Anche Terbolm si alza, va nel salotto grande).

Alda                              - Perché non mi sei mai venuto vicino durante tutta la sera? Avresti potuto almeno dirmi come suonavo...

Alex                              - Molto correttamente. Molta tecnica. E a te, che ne sembra? (Beve).

Alda                              - Secondo me, mica male. A tutti è piaciuto. (Alex annuisce in silenzio. Alda sorride) Poco fa il generale mi ha fatto del­le domande. S'è stupito. E ancora non gli ho raccontato come adesso niente mi faccia più impressione. Al cinema non piango. E ieri, in strada, un autobus ha schiacciato davanti a me un cane. Un grosso cane bian­co e rossastro. Attraversava pacificamente la strada di sbieco e non aveva visto l'autobus. E questo non ha suonato. Gli ha dato un colpo morbido, come se il cane fosse stato di ovatta, e c'è passato sopra. Ma tu, Al, non sembri neanche contento della mia gua­rigione.

Alex                              - Ma che dici, ma che dici, sono feli­cissimo.

Alda                              - Eppure tu lo volevi più d'ogni altro.

Alex                              - Io più d'ogni altro?... Sì, è vero.

Alda                              - Sei stato tu a obbligarmi. Bravo. E adesso non sei contento?

Alex                              - Io sono contento,

Alda                              - Sono conten­to. Hai quest'impressione perché... insom­ma, può essere perché... Non ti sembra di essere cambiata nei miei confronti?

Alda                              - Io nei tuoi confronti? Può darsi. Ma­gari sì. Ma anche qui in meglio, Al. (Si guardano) È in meglio. (Pausa) Già, a pro­posito, adesso Tilia mi aveva telefonato, ma poi ha messo giù il ricevitore.

Alex                              - Che sia accaduto qualcosa?

Alda                              - Ma perché si deve obbligatoriamente supporre qualcosa di brutto? L'anticamera. Un attaccapanni con paltò in­vernali, un grande specchio, mobili sem­plici. A sinistra, una porta che dà nel sa­lotto piccolo. La porta d'ingresso è chiusa. Una finestra: vicino a essa, aperta per uno spiraglio, sta Sinbar che fuma la pipa. Una breve scampanellata alla porta. Sinbar guar­da verso la porta, va ad aprire di malavo­glia e retrocede. Entra Tilia con una pel­liccia argentea.

Tilia                               - Voi?! Sapevate che ero io?

Sinbar                            - Signora, dovendo lavorare ogni gior­no con le biocorrenti, senza volerlo comin­cio a leggere il pensiero.

Tilia                               - ... Io... comincio ad aver paura di voi... Ma ve l'ha detto Annie!

Sinbar                            - In tutta la sera non ho scambiato con lei una parola.

Tilia                               - Devo credervi?... A proposito, e le vostre nozze con Annie? Sono rimandate?

Sinbar                            - Sì, ma perché?

Telia                              - Sincerità per sincerità: non vedrei con simpatia questo matrimonio.

Sinbar                            - Perché?

Tilia                               - Non so spiegarmelo neanch'io, vede­te. Le donne non conoscono mai le ragioni delle proprie antipatie... e... (guardandolo con attenzione)... simpatie. Ma perché non m'invitate a togliermi la pelliccia?

Sinbar                            - Mi sembra che non lo desideriate.

Tilia                               - Avete indovinato... Sono venuta qui per chiamarvi senza farmi notare... sì, ami­co mio. Perché voi siete mio amico, no? Mi avevate promesso la vostra amicizia!

Sinbar                            - Sono vostro amico.

Tilia                               - Sinbar! In questo momento ho così bisogno d'un sostegno maschile! Le condi­zioni del professor Craig sono gravemente peggiorate, voi avevate previsto giusto. Ep­pure quanto ho fatto perché stesse bene! Mi sono sempre curata che non si mettesse a letto, ma continuasse il lavoro fino al­l'ultimo giorno! Rielaborava un suo manuale, ma non è riuscito a finirlo.

Sinbar                            - è una cura piuttosto insolita.

Tilia                               - Ma è così facile da capire! Io teme­vo che una cura troppo seria lo inducesse a pensieri troppo seri. Se avesse interrotto il lavoro, si fosse messo a letto, a rimuginare, proprio ciò avrebbe potuto accelerare la sua fine. Ma il mio metodo non è servito: ades­so i medici dicono che è questione di pochi giorni. Scrivetemi il vostro numero di te­lefono. (Gli porge un taccuino) Quello dell'istituto c'è già, ma potrei aver bisogno an­che di notte, in qualsiasi momento. (Sinbar scrive) Lascia una biblioteca di raro valore, si tratta di decine di migliaia di ducati! Ci sono manoscritti di grandi musicisti! Lettere di Toscanini, di Strawinsky! In casa comin­cerà un gran trambusto, un andirivieni, ac­correrà una parentela im-pu-dente e potran­no portar via tutto! Bisognerà mettere i si­gilli fin dal primo momento. Voi non mi abbandonerete, Sinbar?

Sinbar                            - (le bacia la mano). Allora adesso andate a casa?

Tilia                               - Qui sta il fatto, che non ci vado! (Frettolosamente) In redazione adesso si fan­no preparativi urgenti per un congresso, per il diritto d'ogni paese ad avere l'arma ato­mica, ma la cosa si deve presentare come lotta per la pace, è un lavoro assai delicato!

Sinbar                            - Però sarebbe meglio che vi trovaste a casa, Tilia.

Tilia                               - (trasalisce. Con un gesto di preghiera). Ma questa sera proprio non è possibile! È tutta una febbre: bisogna imbeccare i dele­gati! Ma poi soltanto a casa, ve lo promet­to! Ah, a proposito, ho una nuova macchi­na! Sospensione pneumatica del ponte po­steriore, cambio idraulico, color « Spruzzi di Borgogna», e che rifiniture interne! Non volete dare un'occhiata?

Sinbar                            - Ma la mia speranza è che mi ci porterete!...

Tilia                               - Lo speso anch'io!... Adesso vi prego di cuore: chiamatemi per un minutino Alda!

Sinbar                            - Bene. Solo, parlatele con cautela. Che non abbia uno choc. È un nostro pro­dotto di quattro mesi di lavoro. Attenzione! (La minaccia scherzosamente. Esce a sini­stra. Tilia si esamina davanti allo specchio con la pelliccia chiusa e poi spalancata. Da sinistra entra Kabimba annoiato).

Kabimba                       - Oh-oh-oh! (Si ferma).

Tilia                               - (facendosi avanti con un movimento vivace). Ho sentito che partite! Ma vi ricor­derete?... delle nostre nuotate?...

Kabimba                       - È difficile dimenticare una per­sona come voi.

Tilia                               - (con uno sguardo rapido nel vano aperto della porta). Non c'è nessuno di là? (Trascina Kabimba lontano dalla porta) Su, per l'addio! Baciatemi presto! Forte-forte! (Si appende a lui, poi si stacca di colpo) Dimmi, Kabimba... (appare sulla soglia Al­da)... ma la vostra casa sta sulle palafitte? È tremendo! Ma voi siete dell'Africa del nord o dell'Africa del sud?

Kabimba                       - Dell'Africa centrale.

Tilia                               - (agita una mano, tristemente). Bene, allora, un saluto all'Africa centrale! (Ka­bimba esce) Alda, cara! Non spaventarti però! (Con le lacrime agli occhi) Il papà sta « molto » male! Sta molto molto peg­gio! Tu non preoccuparti, però.

Alda                              - (ha il primo gesto brusco, il primo forte sentimento di tutta la serata). Il pa­pà?! Ma è vivo??

Tilia                               - Per ora sì. Per adesso è ancora vivo. Non ti avrei chiamata, per te le emozioni sono pericolose, ma il papà vuole vederti subito. (Alda si slancia verso i paltò. Tilia la trattiene) Giornate così penose (si terge le lacrime) e io ho tanto lavoro in reda­zione, non posso rifiutarmi Oh, il dovere sociale! Va' direttamente dal papà. C'è Joom da lui. E rimani finché io non tornerò. Ma non farti venire in mente di portare con te Alex: il papà potrebbe morirne! Non deve arrabbiarsi. Oppure, meglio: facciamo così: ti darò uno strappo io con la macchina. Vestiti, presto! Ti aspetto giù. (Esce). Di nuovo il salotto piccolo. Alex e Kabimba Sono in piedi.

Kabimba                       - ...Tutti ricchi, tutti spensierati, mai potranno capire come vive il resto della gente! Odio me stesso per il fatto d'essermi attaccato a loro! Li odio tutti!

Alex                              - Kabimba! Anch'io, rispetto a loro, sono rimasto ormai indietro senza speran­za: a causa della prigione. Sicché, adesso, che fare: spingerli via a gomitate? romper­gli i vetri? Kabimba! L'odio e l'offesa non conducono in nessun posto. Sono i senti­menti più sterilì che esistano sulla terra. Bisogna elevarsi e capire: noi abbiamo per­duto secoli o decenni, ci hanno offesi, umi­liati, ma non bisognerà vendicarsi. E non serve. E noi siamo egualmente più ricchi di loro.

Kabimba                       - (sdegnato). Noi? Più ricchi di chi? Di che cosa?

Alex                              - Per il fatto che abbiamo sofferto,

Kabimba                       - La sofferenza è un perno per la crescita dell'anima. Chi è soddisfatto, in­vece, è sempre povero d'anima. E così co­struiremo in silenzio. (Kabimba si stropiccia la fronte con aria sofferente. Entra di corsa Alda in paltò. È fuori di sé. Da sinistra entra Annie).

Alda                              - Annie! Vi supplico! Che il bambino resti qui a dormire! Si può, si può?

Annie                            - Sì, certo. Ma che cos'avete?

Alda                              - Ah, non posso! Non posso dirlo! Poi!... Al! Vieni qui!! (Trascina per una ma­nica Alex in anticamera. Annie li segue in ansia, ma poi si ferma). Di nuovo l'anticamera.

Alex                              - Che cos'hai? (Un vento che sa di ne­ve entra dallo spiraglio aperto della finestra e gioca con la sciarpa di Alda. Alex chiude la finestra) Che cosa...

 

Alda                              - (fortemente agitata). Il papà sta mol­to male! Tilia mi aspetta da basso! Ma tu non -venire!

Alex                              - (abbottonandole il paltò). Sì, ci hanno fatto litigare. Ma se...

Alda                              - Che cosa può succedere al papà?! Ho paura!!

Alex                              - (apre la porta). Tu... ti prego... Alda! Alda! (Sono in piedi sulla soglia. Alda bar­colla e si appoggia a lui. Egli la bacia. Da sinistra entra Philip. Alex non lo vede e saluta con una mano Alda che scende la scala di dove si ode ancora la sua voce. Dopo aver chiuso la porta, Alex vede Philip. La finestra si spalanca di nuovo con violenza, entra una raffica di tormenta. Phi­lip chiude la finestra).

Philip                             - Ah, era un pezzo che volevo dirtelo, ma sono sempre preso da mille cose: spo­sati con Alda, carissimo! Non vedi com'è carina? Dov'è che ne troveresti una meglio? Che importa se è tua cugina, sposati lo stesso!

Alex                              - L'ho pensato da tempo anche senza di te, Phil. Ma non sapevo che... E poi io... E poi tutto è così complicato, così compli­cato... (Entrano in fretta Annie e Sinbar).

Annie                            - Capo! Che cosa ci hanno combinato con Alda?

Sinbar                            - Coriel! Dov'è Alda? Possibile l'ab­biate lasciata andare?

Philip                             - Come? Che cosa le è successo?

Annie                            - Secondo me, è completamente avulsa dall'intervallo di stabilizzazione!

Sinbar                            - Se l'amplitudine supera il massi­male...

Philip                             - E tu hai potuto?... Al!

Alex                              - Io...

Sinbar e Annie              - (avanzando insieme). Ma come avete potuto? Tutti i nostri sforzi!!! Quattro mesi!!

Philip, Sinbar e Annie   - (avanzando). Il no­stro unico esemplare! Il nostro comune lavoro!!

Alex                              - (retrocedendo, coprendo con la pro­pria le loro voci). Il nostro!-lavoro!-comu-ne!-colgo l'occasione per dirlo-è finito!! Ab­biamo preso un miracolo della natura! e l'abbiamo fatto diventare una pietra! E nei corridoi già si sentono rintronare gli stivali degli ufficiali! Permettetemi di considerar­mi - libero!!

QUADRO V

Sera. Lo studio del professor Craig. Due pareti sono occupate da. scaffali di libri. Una scaletta. Una scrivania, due poltrone, un divano, un radiogrammofono aperto con degli spartiti. Maurice è semisdraiato sul divano, le sue gambe sono avvolte in un plaid. Si apre la porta. Entra in fretta Alda.

Alda                              - Papà, papà!

Maurice                         - (alzandosi con uno sforzo). Alda?!

Alda                              - Come stai? Tilia mi ha comunicato che stai molto male...

Maurice                         - Come sono contento che tu sia venuta! È quanto di meglio potessi deside­rare. Del resto chi se non te potrebbe stare con me adesso?!

Alda                              - Non parlare così... Hai tanti amici, intimi. Loro ti vogliono bene, ti ammirano.

Maurice                         - No, figliola... Negli ultimi tempi penso sovente che tutto, tutto ciò che ho fatto è sbagliato e mi rammarico per ciò che ho perduto. Noi ci buttiamo ad afferrare ogni cosa soltanto per non doverci poi rammaricare. Ma ecco quand'è terribile ram­maricarsi: quando si muore... Com'è che si dovrebbe vivere per non rammaricarsi quan­do si muore?...

Alda                              - Papà! Ricorda la festa del tuo anni­versario! Quanti discepoli! Quanta gratitu­dine!

Maurice                         - Discepoli di molti anni fa, quando potevo ancora far qualcosa. Ma anche una buona metà di questi non vale nulla... Li ho rimpinzati di termini e di citazioni; e di buoni sentimenti, invece, neanche una bri­ciola. Una vita insignificante... Sono vissuto in questo covo di gente felice ed esso m'ha ingoiato... Così è fallita un'esistenza che tutti dicono felice... Ma perché udiamo così tardi questo corno? questa tromba? inutil­mente e tardi... Ancora lunedì le nostre te­ste erano occupate soltanto dal pensiero quale servizio acquistare: giapponese o ci­nese?... Che cosa importante! Ma un bic­chiere di latta, di stagno, in che cosa è peg­giore? Se mi dessero ancora un anno di vita pensante solamente per bere da un bicchie­re così!

Alda                              - (piangendo). Papà! Ma questa è solo una crisi! Tu vivrai! Scriverai ancora! E io ti aiuterò, vuoi? Qualcosa di semplice, co­piare gli spartiti: di questo sono capace...

Maurice                         - (le carezza la testa. Pausa). Perché sei così buona con me, figliola?... Tu sola in tutta la mia vita non mi hai chiesto mai nulla: né servizi, né arredamenti... Anima mia! Come ti vestivi d'inverno?... Come ho potuto non donarti mai un abito? mai farti fare un paltò? (Tutt'e due piangono).

Alda                              - Lasciami! Telefonerò al dottore! Non c'è da scherzare!

Maurice                         - No. Mi hanno torturato abbastan­za. Nessun medico!... Tu sola fra tutti i miei familiari porti in te la musica e io non te l'ho lasciata studiare... Recentemen­te sei venuta a suonare e io non ho trovato il tempo d'ascoltarti... Erede dell'anima mia! Questo pianoforte adesso è tuo, sai? (Le prende fra le mani la testa) Mi perdonerai un giorno, figliola?... (Alda lo abbraccia) Alda! Ecco, là, guarda... (indica uno degli scaffali) ... c'è Schubert. Prendi « Winterreise ». La suoneremo insieme.

Alda                              - Papà! Qualcosa d'altro! Non bisogna suonare « Winterreise »!

Maurice                         - No, soltanto «Winterreise»! (La sospinge) Presto, altrimenti non la sentirò mai più. «Winterreise»... (Tergendosi le la­crime, Alda prende la scaletta, la porta nel punto indicato, si arrampica su. Maurice guarda fuori della finestra. Fra sé) Se Schu­bert a trent'anni non ha tremato, perché dovrei spaventarmi io a settanta? E perché la vita a uno che non sa vivere?... La tor­menta... la tormenta... Tutti oggi possono restare sotto un tetto, ma qualcuno... Ich kann... zu meiner... Reisen... nicht wàhlen... mit der Zeit, muss... selbst den Weg... mir weisen... indieser... Dunkelhert

Alda                              - (scende dalla scaletta). Eccola, papà.

Maurice                         - (in modo distratto). Bene. Suona. (Alda accende la luce sul pianoforte; si siede e suona « Gute Nacht ». Maurice accenna a cantare).Fremd bin ich eingezogen, fremd zieh' ich wieder aus... (Non può cantare, si porta le mani al petto. Alda suona e piange). Insieme.Was soli ich liinger weilen, dass man mich trieb hinaus, lass irre Hunde heulen von ihres Herren Haus... Musica. Maurice si sdraia in silenzio.

Alda                              - (da sola). Will dich in Traum nicht stòren, wàr schad in deine Ruh, sollst meinen Tritt nicht horen-sacht, sacht die Ture zu! (Suona ancora, poi si volta con ansia, smette di suonare) Papà! Papà!!... (Accorre ai letto) Papà! Sei vivo?! (Grida) Papà-à!! (Si dibatte, si butta in ginocchio, si abbandona sul mo­rente. Entra zia Christina con un misero abito scuro; ha un pacchetto in mano. Guar­da in silenzio dalla soglia. Raggiunge in si­lenzio il letto. Alda singhiozza. Christina controlla con uno specchietto se Maurice respira ancora, Bacia la fronte del defunto. Gli fa il segno della croce. Svolge il pac­chetto e ne toglie una candela, che pone al capezzale e accende. Alda è muta).

Zia Christina                 - (apre un libro e legge ad alta voce in tono distaccato). « Nessuno, quan­d'ha acceso una lampada, la mette in un luogo nascosto o sotto il moggio; anzi la mette sul candeliere, affinché coloro che entrano, veggano la luce... Guarda dunque che la luce che è in te non sia tenebre ». (Pausa. Christina volta pagina. Di nuovo leg­ge solennemente) « E dirò all'anima mia : Anima, tu hai molti beni riposti per molti anni; riposati, mangia, bevi, godi ». (Entrano di corsa Tilia, Sinbar. Li segue Joom con casco, occhiali e grandi guanti da motocicli­sta. Tutti si fermano di colpo, cluni in avanti. Zia Christina prosegue) « Ma Dio gli disse : Stolto, questa notte stessa l'anima tua ti sarà ridomandata; e quel che hai preparato, di chi sarà? ». (Tutti sono immobili).

QUADRO VI

Una piccola stanza al primo piano, povera­mente arredata. Sulla parete di fondo, due finestruzze. Si vede che fuori è buio: sera. Una scrivania. Una porticina bassa, nella proporzione delle finestre. Un angolo è ri­servato ai servizi domestici: fornello, ecc. Un letto assai semplice, un tavolino con un giradischi e gli stessi scaffali di dischi del Quadro I. Il giradischi è aperto e vi si vede un disco. Alex è seduto alla scrivania. Dopo aver leggermente bussato, entra Alda senza attendere. Ha in mano dei fiori e un involto.

Alda                              - Allora, orso, sei sempre qui seduto? E fuori è primavera. Guarda che fiori ven­dono.

Alex                              - I fiori sono belli. Ma basta sapere che li vendono. Perché bisogna necessaria­mente averli ogni giorno sul tavolo? È mo­notono.

Alda                              - I fiori sono una cosa monotona?!

Alex                              - In ogni caso in contraddizione con il principio dell'economia dell'energia interio­re. Spremersi le meningi per guadagnare ducati e poi subito sperperarli. Se qualcosa ti piace, devi sacrificare tutto il resto.

Alda                              - Dovresti esser contento che almeno quest'affetto in me non sia morto. (Tuffa il viso nei fiori) Perché adesso io sono qual­cosa come un essere umano dimezzato.

Alex                              - (avvicinandosi a lei). Scusa,

Alda                              - In tutto questo periodo io sono turbato e non mi rendo conto di quel che dico.

Alda                              - E che cos'è che tu ami tanto da sa­crificargli tutto il resto?

Alex                              - Non lo so neanch'io. Ho quarant'an-ni, sono pieno dì energie, eppure mi sento atterrato. Una cosa è dannosa. Un'altra inu­tile. Una terza tremendamente noiosa. (Si siede di nuovo, a testa china. Alda si toglie il mantello. E' vestita di nero. Resta in piedi presso l'angolo dei servizi domestici).

Alda                              - E qui da sabato scorso non è cam­biato niente. Se credi che le pentole e i piatti si possano tenere così per mesi... e zia Christina non sa staccarsi dai gatti... (Toglie dall'involto un grembiale bianco, se lo mette, rimbocca le maniche).

Alex                              - (vedendola far questo). No, no, Alda! Non occorre! Io non sono d'accordo! (Corre verso di lei, la trattiene. Alda sta ancora allacciando il grembiale).

Alda                              - Perché?

Alex                              - Non voglio che tu lavori qui.

Alda                              - Proprio io? (Pausa) Ma io per te sono una sorella. (Pausa) Va bene, allora anch'io non accetterò nulla da te.

Alex                              - Scusa, ma non si può paragonare. Se tu qui ti assumi tutte le incombenze, allora, in sostanza...

Alda                              - Tu, quando m'aiuti... o quando mi ostacoli... insisti sempre... insisti a dire che sei mio fratello.

Alex                              - E quand'è che ti sono d'ostacolo?

Alda                              - Per esempio, mi hai impedito di an­dare a lavorare all'istituto da Philip.

Alex                              - Perché se andrai da loro, quelli non sì tratterranno dallo stabilizzarti di nuovo. La morte del papà ti ha salvata da quest'or­rore! Dal mio grave errore! Dalla mia colpa verso di te...

Alda                              - Allora eri tu che sapevi per me che io dovevo farlo... Adesso sei tu che sai per me che non bisogna... E mio figlio? Non lo educhi forse al mio posto? Ma neppure un figlio tuo. Al, non lo educheresti... in base al principio dell'economia energetica. E per un figlio la miglior cosa è d'avere una madre stabilizzata. (È immobile, come svenuta sul petto di lui. Una lunga pausa).

Alex                              - L'hai portato da suo padre?

Alda                              - Sì.

Alex                              - Ma loro che cosa vogliono?

Alda                              - Non lo so che cosa vogliono... Non lo so!... (Piange, sempre appoggiata al pet­to di lui).

Alex                              - Dio mio, com'è tutto intricato al mondo, come niente è semplice! Questi si­gnori, che hanno fatto tardiva giustizia, cre­dono sul serio d'avermi restituito alla mia vita dì prima... Ma tutto ormai è trascorso. Chi ormai potrà far rinascere quella radice vitale da cui ero cresciuto! (Solleva la testa di Alda) Chi mi restituirà quella ragazza di prima, di prima?... (Dietro la parete si sente un tonfo: è caduto qualcosa. Alex e Alda si separano. Alda si terge gli occhi. Alex corre alla porta, ma stanno già entrando Philip e Annie).

Philip                             - Abbiamo rovesciato qualcosa,

Alex                              - Ma era vuoto. Oh, c'è anche Alda qui?

Annie                            - Del resto, lo supponevamo. Non ti ho sporcato il vestito lì fuori? (Scruta il vestito di Philip).

Philip                             - (facendo lo stesso). Sembra di no. (Ad Alex) Allora? Fuggiasco! Salve! (Gli stringe la mano con slancio) Salve, Alda! Salve, mio muto rimprovero! Creazione no­stra! (Tutti si salutano).

Alex                              - Nostra, Philip?

Philip                             - Be'-be'-be'! Tutto è nelle nostre ma­ni. Quella certa interruzione che s'è regi­strata con Alda è stata parziale; non ha distrutto ma semplicemente integrato il si­stema della neuro-stabilizzazione. Essa ci ha mostrato quali imprevisti si debbano pre­vedere. Una diversa distribuzione delle ten­sioni in base alle frequenze, serie aggiuntive di sedute, ma continueremo gli esperimenti con gli esseri umani, perché ci promettono un successo colossale! E credo che anche Alda accetterà di tornare.

Alex                              - No, basta! Alda non la tocchi più.

Alda                              - Perché poi? Mi sentivo così tran­quilla.

Philip                             - Senti? Incassa! Tiranno! (Ride) Be', come vanno le cose qui? Ascolti musica? Qualche solfa da morire di noia? (Echeggia la cantante melodia dell'« Allegro con brio 2 » d'un concerto per pianoforte di Beet­hoven. Restano per un po' in ascolto. Philip riprende) Temevo proprio una cosa del ge­nere. Sei un vero drogato. (Alza il braccio del giradischi) Non hai i balli paraguayani? Quelli sì che ti danno fuoco! La vita è lotta! (Alda si toglie il grembiale, lo ripone nell'involto. Si siede con Annie un po' in di­sparte. Philip prosegue) Così, dunque. Te ne stai chiuso qui dentro e metti un disco dopo l'altro: lo zio t'ha donato la sua col­lezione. (Con grande cordialità) Ai! Ritorna con noi!

Alex                              - Adesso ormai puoi fare a meno di me.

Philip                             - Questo si chiama abbandonare un amico.

Alex                              - Un amico non si abbandona quando è nei guai. Ma all'apice del successo, sì.

Philip                             - Proprio così. Per questo sono qui.

Alex                              - Grazie, Phil. Ma vedi, l'uomo è infe­lice soltanto nella misura in cui ne è per­suaso.

Philip                             - Ma comunque non si può vivere così. Non guadagni nulla.

Alex                              - No, perché? Sono rimasto all'univer­sità, e mi pagano.

Philip                             - Già, quanto ti pagano!

Alex                              - Ma non occorre guadagnar mollo, occorre spendere poco. I miei bisogni si riducono a mezzo ducato al giorno. Non metto da parte per farmi la macchina.

Philip                             - Hai davvero un brutto carattere. Nessuna moglie ce la farebbe a restar con te. Ci sono i falliti per forza. Tu, invece, sei un fallito in base a una teoria presta­bilita. La scienza? Tu non sai perché ci debba essere! Hai talento, ma non ne vedi lo scopo!

Alex                              - Uno scopo lo vedo, diamine.

Philip                             - E cioè?

Alex                              - Te lo dico, ma tu non ridere. Ti ri­cordi d'aver detto, una volta, che saresti stato fiero di consegnare la staffetta dell'alta fisica al secolo ventunesimo?

Philip                             - Sì, mi pare.

Alex                              - (avvicinandosi al giradischi). E così io vorrei aiutare a portare fin là un'altra staffetta. La vacillante candelina della nostra anima. (Rimette in funzione il giradischi. Si diffonde sommessa la melodia fondamentale del rondeau dello stesso concerto per piano­forte di poco prima. Alex ne illustra il tre­pidare e il trascorrere. Poi spegne) E laggiù, nel secolo ventunesimo, ne facciano pure ciò che vogliono. Ma che almeno non la spen­gano nel nostro, nel nostro secolo d'acciaio, atomico, cosmico, energetico, cibernetico...

Philip                             - (perplesso). E praticamente che cosa bisogna fare?

Alex                              - Questo è il problema...

Alda                              - (ad Annié). Per due giorni, accanto a! feretro, davanti ai fotografi, lei non ha fatto che singhiozzare sulla mia spalla e gridare: « Povera bambina! Le farò io le veci del padre! ». Ma, non appena hanno chiuso la fossa, m'hanno chiamato ladra, intrigante, come se volessi trar profitto dal pianofor­te del papà. Ma il papà l'aveva effettiva­mente lasciato a me. Questi sono i miei primi ricordi d'infanzia: lui seduto al piano, che suona. E fin da bambina aveva comin­ciato a insegnare anche a me... Del resto, Al dice che è un bene che io non abbia avuto il pianoforte, perché non sarebbe passato né per la porta, né per la finestra di casa mia.

Annie                            - Com'è cambiato tutto in casa loro! La biblioteca e i manoscritti li hanno sven­duti, Joom l'hanno mandato a lavorare. Tilia, però, s'è presa una bella lavata di testa dal capitano di ferro per il fatto che ci ha rovinato tutto iì lavoro fatto su di voi.

Philip                             - Ormai anche Sinbar si stacca, for­mando un istituto a sé stante: di cibernetica medica.

Alex                              - E lo finanziano? Sempre gli stessi padroni?

Philip                             - E che cosa c'è di male? Seguiamo un indirizzo molto fecondo.

Alex                              - Persino troppo fecondo! A poco a poco arriverete a leggere il pensiero umano.

Philip                             - Sarebbe ultrappassionante! Ma il pen­siero s'è dimostrato isoenergetico: un pen­siero giusto o uno falso, positivo o negativo, hanno tutti la stessa energia e non ci si di­stingue nulla.

Alex                              - Che fortuna!

Philip                             - Un vero guaio.

Alex                              - Ma voi non vi rassegnerete, comin­cerete a cercare a tastoni la forma della cur­va, io lo so! E un bel giorno ti vedrai com­parire i gentlemen del dicastero dalle tre iniziali...

Philip                             - Dalle tre iniziali?...

Alex                              - D.P.S. : Direzione Pensieri e Senti­menti. Metteranno delle sentinelle accanto alle tue macchine elettroniche e comince­ranno a leggere i pensieri dei cittadini. Ma se nel mondo avverrà anche questo, che non avvenga con il mio aiuto. In tal caso non verrei più non soltanto lavorare nel tuo isti­tuto, ma nemmeno vivere sulla terra.

Philip                             - Non lo so. Per ora non ci siamo ancora arrivati.

Alex                              - I detectors della menzogna esistono già, non ci vorrà molto neppure per il resto.

Philip                             - Ma tu? Tu! Tu hai gustato il sapore della cibernetica, ne sei già avvelenato e non l'abbandonerai più. A quale ti dediche­rai? A quella cosmica?

Alex                              - Nel Cosmo non abbiamo perduto nulla. È sulla .Terra che perdiamo le ultime cose nostre.

Philip                             - Non passerai per caso alla ciberne­tica sociale? (Sghignazza) Da Terbolm?

Alex                              - Ecco appunto due lettere. Mi chiama.

Philip                             - Ma loro non hanno nessun appoggio, non hanno finanziamenti. È una botteguccia, una bolla di sapone! (Legge).

Alex                              - Mi ha mandato anche una lettera re­gistrata su nastro. Dalla clinica. (Inserisce la cassetta).

Philip                             - Perché, sta male di nuovo alle gam­be? (Legge; non ascolta il registratore).

La voce di Terbolm       - (dal nastro). Voi do­mandavate sempre, Coriel, « perché » la scienza? Ecco, io sono di nuovo costretto a letto e, tutt'a un tratto, ho capito lucida­mente che posso rispondere. Non bisogna lasciarsi sconcertare dagli scopi esterni della scienza: dove qualcuno voglia portarla, per che cosa utilizzarla. A proposito, già più d'una volta l'hanno aggiogata per portarla in una determinata direzione, ma essa ha riso e ha portato in tutt'altra. Perché, oltre agli scopi palesi, visibili a tutti, la scienza ne ha altri che sono misteriosi. Come l'arte. La scienza non è necessaria solamente alla nostra ragione, ma anche alla nostra anima. Conoscere il mondo e conoscere l'umanità forse per noi non è meno necessario che... avere una coscienza. Sì, io formulo quest'ipo­tesi : la scienza ci è necessaria anche come coscienza! (Pausa) E adesso... (Philip legge. Alex lo guarda con attenzione)... il microfo­no passa...

Alex                              - (fermando di colpo il registratore). TI resto non ha importanza...

Annie                            - (ad Alda). Da quando vive con me lui è sempre allegro, pieno d'energia. E la nostra stessa felicità forse non ci giustifica?... Lei, l'abbiamo ricoverata nella migliore cli­nica.

Philip                             - (restituendo le lettere). Ha-ha-ha! La ditta non dà nessuna garanzia! « Algoritmi per una società idealmente guidata! ». Ma dove prendere questi algoritmi se nessun saggio li ha mai inventati? No, dimmi, bel­va, in che cosa quest'indirizzo è migliore del nostro?

Alex                              - Un certo vantaggio comunque ce l'ha.

Philip                             - Quale?!

Alex                              - Io mi son fatto quest'idea: la bioci­bernetica è un'ingerenza in quanto di più perfetto esiste sulla Terra: l'uomo! Perché??! Al contrario, la cibernetica sociale ardisce introdurre la ragione dove hanno eternamente regnato il caos e l'ingiustizia; interve­nire nella « più imperfetta » delle strutture terrestri: la società degli uomini.

Philip                             - E che avremo allora? Il socialismo cibernetico?

Alex                              - Terbolm giura che è persino migliore del socialismo.

Philip                             - Assurdità! Ciarlataneria! Terbolm è un fanatico. E poi non ha nessuna qualità combattiva per farsi strada.

Alex                              - E va bene, proverò ad aggiungerne io.

Philip                             - E poi, il semplice buon senso: e lo Stato? Vi fanno volar via la testa a tutti; ti sei già dimenticato della Caledonia?

Alex                              - Proprio qui io sono in vantaggio ri­spetto a te: nulla avendo, nulla temo di per­dere. Questa conversazione è venuta dav­vero a proposito. Ottimo! Parlando con te, infatti ho capito: andrò da loro. Devo an­dare da loro!

Philip                             - Sta' attento! Sperando nel successo...

Alex                              - Sperando? No! Tu non m'hai capito. Non sperando, ma paventando! Andrò da loro per non permettere neppure a loro di diventare con il tempo un leviathan, anche se elettronico.

Philip                             - (freddamente). Ah, così? Be', sta' attento, sta' attento.

Alex                              - (posandogli una mano sulla spalla, in uno slancio di sincerità affettuosa). Io ti guardo, Phil! Durante tutti questi mesi. E da un pezzo volevo dirti che... (Nelle vici­nanze echeggia il suono protratto d'un clacson).

Annie                            - (a Philip). Dobbiamo andare.

Alex                              - Ti chiamano.

Philip                             - (alzandosi). Sì... (Si alzano anche le due donne. Pausa. Tutti sono in piedi) E comunque Alex, penso che tu non sia com­pletamente perduto.

Alex                              - Anch'io la penso così di te. Neanche tu completamente. (Alda prende il suo man­tello).

Philip                             - E va bene, almeno non impedirmi di parlare con

Alda                              - Lei deve uscire e noi la accompagneremo.

Alex                              - (fa un gesto per fermarli). Alda è ap­pena giunta. In nessun posto...

Alda                              - (liberandosi). No-no, Al, io devo an­dare.

Philip                             - (aiutando Alda a mettersi il mantello). E tu smettila di decidere per gli altri! Posso proporre un buon lavoro ad Alda? Un la-vo-ro?

Alex                              - Ma che importanza ha? Alda?

Alda                              - E cosa ha importanza? Tu lo sai for­se che cosa ha importanza? (Esce con Annie. Philip batte una mano sulla spalla dell'ami­co e poi esce. Alex rimane a testa chi­na in piedi in mezzo alla stanza. La luce si spegne. Nella finestra si accende un ful­gore. Sono fari che investono la finestra con una luce violenta. Alex corre alla fine­stra, la spalanca. La macchina sta girando. Poi, illuminando con i fari la stanza e rug­gendo con il motore, essa passa oltre le fi­nestre. Ma il fulgore non scompare. Una se­conda macchina ripete la manovra della pri­ma: girando riempie nello stesso modo la stanza con la luce dei suoi fari e con il rombo d'un motore magnifico).

Alex                              - Ah, non erano venuti soli! Gli « Spruz­zi di Borgogna »! Anche Tilia e Sinbar era­no qui: navi degli esseri felici!... (Si accen­de la luce. Alex si avvicina mesto al regi­stratore e lo rimette in funzione).

La voce di

Terbolm                         - E adesso il microfo­no passa da me a Nika. Anche lei vuol dirvi qualcosa.

La voce di Nika            - Alex! Da quando m'ha portata qui lo scorso inverno, Philip non è più venuto da me neanche una volta. E io ho pensato: e se fosse perché soffre? Perché semplicemente ha paura di ferirmi con il suo aspetto sano, con la sua gioia; se fosse soltanto per questo che non viene? In tal caso dategli questo nastro. Philip! Philip! Lo so che non mi alzerò mai più dal letto. Ma tu non vergognarti, vivi la tua vita. Vin­ci!... E ama... chi vuoi. Io non ti rimpro­vererò... Ma una volta... in primavera. E una volta d'estate. E una volta d'autunno... Vieni da me, non sentirti imbarazzato. Re­sta qui da me un'oretta. E parlami come se tutto fosse ancora come una volta. Ma sì, che cosa ti costa, Philip?!!... (Pausa) Alex! Ma se non è per questo che lui non viene, allora non deve neppure sentire questo na­stro... (Alex è immobile in un atteggiamento di mestizia. Da lontano si ode appena la melodia d'un corno solitario: è la melodia della «Strada invernale». Alex non vede che, al di là delle finestre, appare la triste figura di Alda in nero. Essa passa molto lentamente con il capo chino davanti alla finestra chiusa, si ferma davanti a quella aperta, guarda mestamente nell'interno. Poi, sempre a capo chino, si allontana; e la si scorge ancora confusamente alla luce d'un lampione stradale).

FINE

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