Una mano a poker

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UNA MANO A POKER

UNA MANO A POKER

Commedia in tre atti di Fabio Bertarelli

Personaggi:

FERNANDO perdente al gioco e vincente in amore

MATILDE cugina di Fernando

MARTA " "

BEATRICE nipote di Matilde e Marta

DOTTOR MARCHI innamorato di Matilde

FATTORE DOMENICO innamorato di Marta

ANACLETO maggiordomo

FILUMENA domestica

ANGELA nipote di Anacleto

DANILO innamorato di Beatrice

SIMILORO millantatore

RUZIANI agente matrimoniale

IL DESTINO personaggio fantastico

A T T O P R I M O

La scena rappresenta una sala da pranzo arredata con mobili stile ottocento. In mezzo un tavolo rotondo con sopra un centro di pizzo su cui troneggia un bel vaso di cristallo pieno di fiori. Intorno al tavolo quattro sedie anch'esse in stile. Pende dal soffitto un lampadario a gocce, di cristallo. Sulla parete di fronte, leggermente spostato a destra, è appoggiato un trumeau di buona fattura con alzata a vetri, all'interno del quale sono visibili servizi di porcellana e ninnoli; un po' più a destra, c'è una porta che dà sull'anticamera. Nella parete di destra si apre un'altra porta, che comunica con l'interno della casa. Accostato alla parete di sinistra c'è un salotto, costituito da un divano e da due poltrone, rivestito di damasco. E' appesa alla medesima parete una specchiera, inserita in una massiccia cornice antica dorata.

All'apertura del sipario Anacleto sta lavorando a maglia. Questi, maggiordomo di mezza età, è di statura piuttosto alta ed ha un'andatura dinoccolata. Si esprime con fare cerimonioso e affettato. Ha comportamenti e modi di effeminato, tuttavia ispira una certa simpatia. Indossa una giacca di rigatino con bottoni dorati, un po' consunta ma pulita ed un paio di pantaloni scuri.

ANACLETO - Un dritto ed un rovescio, un rovescio e un dritto... Un dritto ed un rovescio, un rovescio e un dritto... (In sincronia con il lavoro modula le parole dritto e rovescio come una canzoncina su un'arietta musicale allegra)

Dopo un po', Anacleto osserva il lavoro fatto e poi si appoggia la maglia sul petto per verificarne le misure. Si alza e si rimira soddisfatto davanti allo specchio gonfiando con le mani la maglia come per raffigurare il seno.

Suonano alla porta. Anacleto posa la maglia sul tavolo e va ad aprire.

ANACLETO - (rientra indietreggiando) Che desidera, dottore?

Entra il dottor Marchi. E' un uomo di circa 35 anni di bell'aspetto.

MARCHI - C'è Matilde?

ANACLETO - (evasivo) Forse...

MARCHI - Come sarebbe a dire, c'è o non c'è?

ANACLETO - Che vuole da Matilde?

MARCHI - Ficcanaso, di che ti impicci?

ANACLETO - Io? Niente.

MARCHI - Ah, Matilde è in casa. C'è il lavoro a maglia là sul tavolo.

ANACLETO - No, non ha indovinato. Non era Matilde che lavorava a maglia.

MARCHI - Era Marta?

ANACLETO - Non ha indovinato... acqua... acqua...

MARCHI - Allora era Filumena?

ANACLETO - Acqua, acqua...

MARCHI - Beatrice?

ANACLETO - Acqua acqua, e ancora acqua.

MARCHI - Allora chi era che faceva la maglia? Ci sei rimasto solo tu.

ANACLETO - Fuochino, fuochino...

MARCHI - Cosa? Tu fai la calza?

ANACLETO - Perché, che c'è di strano? A lei non piace lavorare a maglia?

MARCHI - Suvvia! Fare la calza è un lavoro da donna.

ANACLETO - Allora lei che spignatta in cucina? Quello sì che è un lavoro da donna. Poi lava anche i piatti?

MARCHI - Io ho l'hobby della culinaria, ignorante!

ANACLETO - Allora io ho l'hobby della maglia! Vede che siamo pari? Ma... a che dobbiamo l'onore della sua visita?

MARCHI - Sono venuto per parlare con Matilde.

ANACLETO - E' inutile che le faccia la corte, tanto non la vuole.

MARCHI - Tu che ne sai, e poi di che ti impicci?

ANACLETO - Io lo so, lo so...

MARCHI - Che cosa sai?

ANACLETO - Che a lei non la vuole.

MARCHI - (insinuante) Dimmi, ha per caso un altro uomo?

ANACLETO - Io non so niente e se per caso lo sapessi non glielo direi perché non sono un pettegolo.

MARCHI - Devi solo dirmi se ha o non ha un altro uomo che le fa la corte.

ANACLETO - No, non le dico niente. Matilde è una donna seria, non ha uomini e non ha nemmeno lei. Non si illuda perché è dottore... se volesse...

MARCHI - Cosa intendi dire?

ANACLETO - Io non so niente, io non le ho detto niente. Comunque può aspirare a qualcosa di meglio di lei. Matilde è bella, è ricca...

MARCHI - Anch'io ho la mia posizione. E poi il fatto che le voglia bene non significa niente?

ANACLETO - E' inutile che lei continui a farmi domande, tanto io non le rispondo. Comunque lei le vuole bene perché ha la sua bella convenienza.

MARCHI - Ma come ti permetti?

ANACLETO - E' bella, è ricca... certo che ci tira il cappello. (Si appoggia la maglia sul petto) Come mi sta? Tira un po' qui sul petto, vero? E la lunghezza? Un'altra decina di centimetri può bastare?

MARCHI - (trasognato) E' bella, è ricca...

ANACLETO - (alludendo alla maglia) E' bella vero? E' anche ricca, certo, con tutti questi bei colori. E la lavorazione, poi...

MARCHI - Che vuoi che me ne importi della tua maglia!

ANACLETO - Permette che la veda un momento addosso a lei? (Appoggia la maglia sul petto di Marchi) E' bella, è ricca...

MARCHI - (distratto, con la maglia appoggiata sul petto) Bella... bella...

Entra Matilde. E' una signorina di circa 35 anni, di aspetto fine e ricercato, ma di carattere volitivo e un po' autoritario.

MATILDE - (si ferma di colpo) Dottore, che sta facendo?

MARCHI - (balbettando) Ana... Anacleto mi stava misurando la maglia... cioè...

ANACLETO - (rivolto a Matilde) E' bella, vero?

MATILDE - (maliziosa) Lei, dottore, si fa fare le maglie da Anacleto?

MARCHI - (impacciato) No, me la stava solo misurando.

ANACLETO - (a Matilde) Voleva parlare con lei e nell'attesa si misurava la maglia.

MATILDE - (a Marchi) Parlare di cosa?

MARCHI - Dato che passavo da queste parti mi son detto: se c'è Matilde vado a farle un salutino, a scambiare due parole con lei, a chiederle se ha bisogno di qualche cosa.

ANACLETO - Io avrei bisogno dei bottoni per la maglia. Me li può comprare in merceria?

MARCHI - (seccato) Cosa?

MATILDE - Niente, dottore, non abbiamo bisogno di niente.

ANACLETO - La signorina Matilde sta bene e non ha bisogno del dottore. Ha sentito?

MARCHI - (a Matilde) Quell'"insetto" è il suo angelo custode?

ANACLETO - Signorina Matilde, ha sentito come mi ha chiamato? Mi ha chiamato "insetto"!

MATILDE - Dottor Marchi, apprezzo la sua gentilezza, ma non abbiamo bisogno di niente.

ANACLETO - (dispettoso) Ha capito ora che Matilde non ha bisogno del dottore?

MARCHI - Tu invece ne avrai bisogno per l'ingessatura perché ti stritolo, ti schiaccio!

MATILDE - Dottor Marchi!

MARCHI - Scusi, ma quello lì sta esagerando.

ANACLETO - Cattivo, cattivo!

MATILDE - E tu, Anacleto, basta con questo tono irriverente!

MARCHI - (sbuffando) Posso parlarle senza l'"insetto"?

MATILDE - (fredda) Immagino quello che vuole dirmi. Penso che è bene che restiamo così, dei buoni amici.

ANACLETO - La signorina Matilde è troppo buona. La considera un amico quando dovrebbe cacciarla da questa casa perché mi ha offeso.

MARCHI - Ero venuto anche per invitarla a prendere un the dalla zia Maria uno di questi pomeriggi.

MATILDE - No, grazie. Un'altra volta.

MARCHI - Mi avrebbe fatto tanto piacere. Mia zia poi ci tiene tanto e la stima molto.

MATILDE - (decisa) Sarà per un'altra volta, dottore, un'altra volta.

MARCHI - E va bene. Allora vado. Matilde, arrivederci. (Esce)

ANACLETO - Peccato! Un bell'uomo cosi che si perde in certe espressioni nei miei confronti.

MATILDE - Che ti ha detto vedendoti lavorare a maglia?

ANACLETO - Mi ha offeso dicendomi che è un lavoro da donna. Che retrogrado! Lavori da uomo, lavori da donna. Uno deve fare i lavori che gli piacciono, non è vero?

MATILDE - Anacleto, predisponi per la colazione. Fra poco Marta e Beatrice scenderanno.

ANACLETO - Subito, signorina. (Prende da un cassetto una tovaglietta e l'occorrente per la prima colazione. Va a prendere in cucina il latte e il caffè. Matilde si siede piuttosto assorta)

Entra Marta. Poco dopo Anacleto esce.

MARTA - Buongiorno Matilde. Come mai sei così pensierosa?

MATILDE - Non rammenti che infausta ricorrenza è oggi? Quindici anni fa avvenne la tragica disgrazia nella quale persero la vita nostro fratello e sua moglie.

MARTA - Santo Dio, la disgrazia! Me ne ero dimenticata.

Entra Beatrice. E' una bella signorina di circa diciotto anni.

BEATRICE - Ciao ziette... (Si ferma interdetta) Perché siete così serie? E' successo qualcosa?

MATILDE - Oggi è la ricorrenza della disgrazia nella quale persero la vita tua madre e tuo padre e tu sei diventata la nostra amata figliola.

BEATRICE - Zia Matilde, zia Marta... (Abbracciandole) Siete state due madri eccezionali. Vi siete anche troppo sacrificate per me e forse è stato per causa mia che non vi siete ancora sposate. Sapete, mi sento a volte in colpa.

MATILDE - (accarezzandola) Oh, cara, non lo dire nemmeno per scherzo! (Disinvolta) Ci sposeremo quando si presenterà l'occasione. (Accenna al tavolo apparecchiato) Beh, vogliamo accomodarci.

MARTA - (un po' polemica) L'occasione però bisogna saperla cogliere, altrimenti sfuma.

MATILDE - Se sfuma significa che non era una buona occasione.

BEATRICE - Perché parlate di occasione quando si dovrebbe parlare d'amore?

MATILDE - Quello è sottinteso. Occasione significa non fermarci al primo uomo che ci fa la corte. Vedi, la nostra condizione sociale ci permette di aspirare a quello che si chiama "un buon partito".

MARTA - (sarcastica) Abbiamo studiato, siamo ricche, forse siamo anche nobili.

MATILDE - Se nostro cugino Fernando è nobile, certamente lo siamo anche noi. Bisognerebbe fare delle ricerche. Anche se adesso la nobiltà non conta più niente, tuttavia, dà un certo prestigio.

Entra Anacleto visibilmente alterato reggendo un vassoio d'argento su cui tintinnano le tazze e il bricco della colazione.

MATILDE - Anacleto, perché sei così nervoso?

ANACLETO - Mi scusi, signorina Matilde, ma deve assolutamente prendere dei provvedimenti nei confronti di Filumena. Mi ha pesantemente offeso!

MATILDE - Ancora!

ANACLETO - Sì, ancora una volta, ma sarà l'ultima perché non sono più disposto a perdonarla.

MATILDE - Chiamala e venite qui tutti e due.

Anacleto va a chiamare Filumena e subito dopo rientra con questa.

Filumena, domestica tutto fare, è una donna sui quarant'anni dai modi schietti di donna del popolo; parla d'istinto senza pesare troppo le parole.

MATILDE - Filumena, cosa hai fatto ad Anacleto?

FILUMENA - (ad Anacleto) Che razza d'uomo sei! C'era proprio bisogno che venissi a chiedere aiuto alla signorina?

MATILDE - Allora?

FILUMENA - Allora se lo vuole proprio sapere è lui che mi ha fatto prendere le buggere perché mi ha offesa. Sa cosa mi ha detto? Mi ha detto "vecchiaccia", tre volte me l'ha detto... tre volte!

ANACLETO - Perché tu hai indirizzato alla mia persona sberleffi e fatto allusioni offensive.

FILUMENA - (rivolgendosi a lui con voce alterata) Non cominciamo a tirar fuori le parole che non capisco; io non ti ho fatto nessuno "smerletto", io ti ho solo chiamato "maggiordonna"!

ANACLETO - Ha udito, signorina? Invece di maggiordomo, ha udito come mi ha chiamato? (A Filumena tra i denti) Vecchiaccia, vecchiaccia!

FILUMENA - Ora mi tolgo una ciabatta, vedrai, "maggiordonna"! (Fa l'atto di levarsi una ciabatta)

ANACLETO - (indietreggiando con tono indispettito) Vecchiaccia, vecchiaccia!

MATILDE - Ma dico, siete impazziti? Come vi permettete di fare una scenata del genere in nostra presenza? Andate a discutere altrove, che diamine, un po' di riguardo!

FILUMENA - Capirete, offendersi in quel modo perché mi è uscito di chiamarlo maggiordonna! D'altra parte mi è venuto spontaneo perché dite voi se non sembra più donna che uomo. (Lo guarda con disprezzo scuotendo la testa) Bah! Vecchia a me! (Si liscia i capelli, compiacendosi della sua non tutta svanita bellezza) Sai a quanti uomini posso ancora far girare la testa!

ANACLETO - Come farai a far girare la testa agli uomini? Giusto se li ubriachi con un fiasco di vino. Vecchiaccia!

MARTA - Anacleto!

ANACLETO - Comandi, signorina.

MARTA - (annusando) Come hai osato metterti il mio profumo?

ANACLETO - (incerto) Non è il suo profumo signorina, cioè non è proprio il suo.

MARTA - Come, pensi che non riconosca il mio profumo?

ANACLETO - Non mi sarei mai permesso. Ho comprato un flacone di profumo della stessa marca del suo perché... mi piace tanto e me la sono dato. Le dispiace?

FILUMENA - (ridendo) Ti sei dato anche il profumo da donna? Allora la cosa è grave. Ora ti manca di metterti gli orecchini! (Si toglie un orecchino e glielo porge) Tieni, mettetene almeno uno, vedrai come sei bello. (Ride ancora di gusto)

MATILDE - Ora basta! Andate e riprendete il lavoro altrimenti vi caccio da questa casa. Via! E non permettetevi più certe libertà perché la tolleranza ha un limite! Che diamine!

Filumena ed Anacleto escono guardandosi in cagnesco.

MARTA - (sorridendo tra sé e sé) Maggiordonna... In fondo in fondo gli si addice proprio.

BEATRICE - In effetti Anacleto sembra una "checca".

MATILDE - Beatrice, cos'è questo linguaggio!

BEATRICE - Su, zia, non ti scandalizzerai per questo.

MATILDE - Una signorina per bene deve controllarsi anche nel linguaggio. Ora vai che ti si fa tardi per la scuola.

BEATRICE - Va bene. Ci vediamo oggi. Ciao ziette. (Esce)

MATILDE - (pensosa) I giovani d'oggi usano certe parolacce.

MARTA - Sì però sono più schietti, più spontanei e soprattutto non ci mettono malizia.

MATILDE - Tu sei sempre permissiva, quasi che le regole della buona educazione ti dessero fastidio.

MARTA - E non metterti sempre sul pulpito. Cerca piuttosto di adeguarti ai tempi.

MATILDE - Io sono preoccupata di questa gioventù e quindi di Beatrice.

MARTA - Preoccupata di cosa?

MATILDE - Del suo futuro. Ti sei o non ti sei accorta che Beatrice è diventata una signorina? Sarà bene ormai pensare ad una sua sistemazione. Che ne dici?

MARTA - (sospettosa) Che intendi dire per sistemazione, trovarle un marito?

MATILDE - Beh, diciamo una persona che sia degna di lei.

MARTA - Dico che sarebbe bene non immischiarsi negli affari di cuore di nostra nepote. Sono sicura che Beatrice, al momento opportuno, saprà scegliere adeguatamente.

MATILDE - (passeggiando su e giù per la stanza) Certo, è Beatrice che dovrà scegliere il suo sposo e ne sarà certamente all'altezza. Se però sbagliasse? A volte le giovani si infatuano del primo uomo. Non pensi che sia nostro dovere... agevolare... un incontro...

MARTA - Non penserai mica di combinare il suo matrimonio?

MATILDE - Combinare il suo matrimonio... Ti volevo soltanto chiedere se ritenevi fosse nostro dovere...

MARTA - (gesticolando agitata) Quale dovere, quale dovere! Se ho ben capito tu stai cercando di avere la mia approvazione ed il mio appoggio per combinare il suo matrimonio. Sei pazza! In pieno secolo ventesimo! Cose da medioevo! Roba da matti!

MATILDE - Quale medioevo! Ci sono oggi tante agenzie che aiutano le persone sole a conoscersi. (Con diplomazia) Nostra nepote è bella, è ricca... Con l'aiuto di una di queste agenzie potrebbe fare un grosso salto sociale.

MARTA - Ma Beatrice non è un cuore solitario. E' una ragazza che crede nell'amore. Come pensi che possa accettare una cosa simile. In un matrimonio combinato come potrà esserci amore e quindi felicità? Già, (sorride ironicamente) a te basta la facciata, il titolo, lo status sociale!

MATILDE - Ti sbagli, non è affatto così, ma... io sono una donna concreta, che ama stare con i piedi per terra. E poi, con il tempo potrebbe nascere anche quello che tu chiami amore.

MARTA - Con questi presupposti, con il tempo verrà solo la reciproca indifferenza, la reciproca sopportazione se non addirittura il fallimento del matrimonio! (Pronuncia in crescendo queste parole balzando infine in piedi con gli occhi fiammeggianti)

MATILDE - (sbuffando quasi annoiata) Il cuore e la capanna. Finché certi ragionamenti li fa Beatrice, pazienza: è giovane, è sognatrice. Ma tu, Marta, dovresti avere ormai avere raggiunto l'età della ragione.

MARTA - (le volta le spalle ancora fremente) Se ragione significa soffocare i sentimenti più belli, preferisco esserne senza. A te la ragione ha fatto proprio un bel servizio.

MATILDE - Che intendi dire?

MARTA - (si rigira lentamente e la guardo dritta negli occhi) Non è la ragione che ti ha impedito e ti impedisce di accettare la corte di Marchi?

MATILDE - (punta sul vivo si pone sulla difensiva) E come posso accettarla?

MARTA - Mi vuoi spiegare qual è questo grande impedimento? Non è sufficiente che sia innamorato di te e a te non dispiaccia?

MATILDE - Dimmi cara sorella: quali prospettive mi offre il dottor Marchi? Una piatta vita borghese, mentre noi abbiamo tutte le carte in regola per fare un buon matrimonio. Guarda nostro cugino Fernando: con il suo titolo nobiliare, benché in disuso, frequenta certi ambienti... Non ti piacerebbe sposare uno come lui che ci faccia uscire da queste quattro mura?

MARTA - (sarcastica) Oh, sì! Siamo piacenti, istruite e soprattutto abbiamo il patrimonio.

MATILDE - Anche quello, sì! E conta, conta.

MARTA - Il patrimonio, sono convinta, sarà la nostra rovina.

MATILDE - Comunque Beatrice dovrà fare un buon matrimonio ed anche tu, se vorrai la mia approvazione. Ricordati che in vista di rimanere sole, di fronte a nostra madre sul letto di morte hai giurato che, in quanto sorella maggiore, non mi avresti contrariata nelle decisioni importanti.

MARTA - Se la tua decisione è quella di combinare il matrimonio di quella povera nepote e di non farmi sposare l'uomo che amo, dimostri di essere cattiva oltre che stupida! (Esce infuriata)

MATILDE - (come per giustificare a se stessa il suo modo di pensare) A volte Marta assume degli atteggiamenti... Come se sposare una persona importante sia da considerare un evento negativo, addirittura una catastrofe.

Suonano alla porta.

ANACLETO - (con deferenza) E' suo cugino, il signorino Fernando.

Entra Fernando. E' un uomo di bell'aspetto di circa 30 anni vestito elegantemente, con modi gradevoli di persona di alto livello sociale. Il carattere è estroverso non disgiunto da una vena di naturale ironia.

FERNANDO - (con voce bassa e incolore) Ciao, cugina.

MATILDE - Cos'è quella faccia? Ti senti forse male, Fernando? Dove vai con quella valigetta? Che fai, parti?

FERNANDO - (elusivo) Sei stata sempre tanto cara con me, Matilde, una vera sorella maggiore. (Si siede) Ti ricordi quando da piccino mi tenevi sulle ginocchia? Io magari ti ci facevo la pipì: non era per capriccio, sai...

MATILDE - (si mette seduta sospirando) Avanti, che ti è successo questa volta? Parla... Ogni volta che hai bisogno di me, vieni fuori con le ginocchia, la pipì...

FERNANDO - (si alza di scatto e si aggira disperato per la stanza) Per carità! Una serataccia, una serataccia di quelle che quando ti dicono di no, è no! Io invece ho voluto tentare. Che cartacce, Matilde... che cartacce!

MATILDE - Ho capito... hai perso al gioco. (Indispettita) Ti ci sta bene! Quante volte mi sono raccomandata: non giocare, Fernando, non giocare che vai a finire male. Quanto hai perso?

FERNANDO - Ma... pensavo di rifarmi, ad un certo punto credevo di farcela... Poi ho tentato il tutto per tutto... e... che cartacce, che cartacce!

MATILDE - (con pazienza) Avanti, quanto hai perso?

FERNANDO - (si ferma di botto allargando le braccia) Tutto, Matilde, tutto. Che cartacce, che cartacce! (Si porta una mano alla fronte, coprendosi gli occhi)

MATILDE - (incredula) Tutto? Ti saresti giocato tutto il patrimonio? E la villa, i terreni, i mobili, i preziosi... Dimmi che non è vero, non può essere vero.

FERNANDO - Tutto, Matilde, tutto! (China il capo, disfatto)

MATILDE - Tutto? Non hai più niente?

FERNANDO - (alzando la valigetta) Questa! (La apre) Ecco: un pigiama, un paio di calzini, un paio di mutande e due fazzoletti. Due! Nel caso che mi venisse da piangere mi è stato concesso un fazzoletto di ricambio. (Pronuncia queste parole con una voce piagnucolosa, ma al tempo stesso quasi prendendosi in giro)

MATILDE - (giungendo le mani) Te lo dicevo tante volte: non giocare Fernando, non giocare... Non mi hai voluto dare ascolto. (Lo fissa con gli occhi spalancati, ancora stupefatta)

FERNANDO - (con tono infantile) Che vuoi, una partitina fra amici.

MATILDE - (irritata) Chiamala partitina fra amici. Se fosse stata una partitina fra nemici ti saresti giocato anche l'onore.

FERNANDO - Oh, per carità! Che cartacce, che cartacce! (Si copre gli occhi con le mani)

MATILDE - (sobbalzando) Come? Cosa? Non mi dirai adesso che ti sei giocato anche l'onore!

FERNANDO - (sempre con voce piagnucolante) Non ho più niente, Matilde, non ho più il palazzo avito, la villa, i terreni, i mobili, i preziosi, niente, niente! (Rovescia le tasche) Vedi? Niente! A che mi serviva più l'onore?

MATILDE - Allora ti saresti giocato pure... (E' quasi senza fiato)

FERNANDO - E sì!... Era come avere un vestito senza avere più un corpo. Allora mi sono giocato pure lui, sì, mi sono giocato anche il titolo nobiliare.

MATILDE - (scatta in piedi, disperandosi) Ma come hai fatto? Dimmi che non è vero. Non è possibile. O Dio! O Dio! E adesso? (Allarmata) Oh!...

FERNANDO - (flebilmente) Adesso? Eccomi qui... Se mi puoi ospitare per qualche tempo fino a che non rimetta ordine nel mio cervello... (Si prende la testa tra le mani) La testa mi scoppia.

MATILDE - (suona nervosamente un campanello e contemporaneamente chiama ad alta voce) Anacleto!

ANACLETO - (entra inchinandosi) Comandi, signorina.

MATILDE - (facendosi vento con una mano e appoggiandosi con l'altra alla spalliera di una sedia) Un bicchiere d'acqua, Anacleto.

ANACLETO - (con tono professionale) Acqua normale o minerale?

MATILDE - Normale, Anacleto. (Lo guarda appena e comincia a passeggiare per la stanza)

ANACLETO - Come la desidera, a temperatura ambiente o fredda?

MATILDE - Normale, del rubinetto.

ANACLETO - Un bicchiere grande o piccolo?

MATILDE - (spazientita) Anacleto! Un bicchiere normale, di acqua normale, a temperatura normale... possibilmente in un tempo normale! (Anacleto esce a prendere l'acqua e Matilde crolla a sedere sul divano, tira fuori un fazzolettino profumato che appoggia graziosamente alla bocca e al naso. Una pausa. Poi si riscuote) E' inutile piangere, ora. Anzi, è proprio nella cattiva sorte che si deve dimostrare tutto il carattere.

ANACLETO - (rientra con il bicchiere d'acqua) Ecco, signorina. Ha altro da comandare?

MATILDE - Sì, attendi un attimo. (Mette una compressa nell'acqua che tira fuori da uno scatolino) Tieni, Fernando, bevi questa, sei sconvolto! Ti calmerà e domani ti sentirai meglio. (Fernando beve mentre Matilde fa un cenno ad Anacleto) Anacleto, accompagna il signor Fernando nella stanza degli ospiti.

FERNANDO - A domani, cugina, e... grazie di tutto. (Anacleto e Fernando escono)

MATILDE - (rimasta sola medita su quanto è accaduto al cugino e sospira) Come si fa a giocarsi tutto a carte proprio non lo capisco... Mettere il proprio destino in mano ad una carta... Rientra forse nell'istinto dell'uomo sfidare anche le cose più grandi di lui. Comunque, se Fernando si trattiene un po' di tempo in questa casa sono contenta. Anzi, capita proprio a proposito... E' uno che conosce il mondo e mi aiuterà a far ragionare come si deve Marta e Beatrice.

ANACLETO - (rientrando) Tutto a posto signorina, Come lei ha comandato. Suo cugino è sistemato.

MATILDE - (fra sé) E già, è proprio sistemato! Senti Anacleto...

ANACLETO - (inchinandosi) Comandi, signorina Matilde.

MATILDE - Quand'è che doveva venire quel signore dell'agenzia che ti avevo detto di convocare?

ANACLETO - (con un sorrisetto) Chi, il ruffiano?

MATILDE - (fa un cenno, come di insofferenza con la mano) Anacleto, la professione di questo signore lasciamola stare.

ANACLETO - Come vuole lei, signorina. (Altro piccolo inchino) Quel signore dell'agenzia dovrebbe venire oggi, a meno che ragioni professionali sia impegnato in altri affari.

MATILDE - Bene, Anacleto. Io esco un momento, tu intanto metti in ordine la stanza e se viene questo signore dell'agenzia lo fai attendere.

ANACLETO - Non dubiti, signorina. (Si inchina dando il passo a Matilde che esce)

Anacleto riordina la stanza canticchiando una canzoncina. Suonano alla porta. Anacleto va ad aprire. Rientra insieme a Domenico. E' questi un bell'uomo di circa 35 anni, d'aspetto aitante e vigoroso. Disdegna i convenevoli e si esprime in modo semplice e schietto tanto da farlo apparire rude. Indossa un abito di taglio un po' dozzinale. Ha in mano un cappello di paglia e nell'altra un involto con carta di giornale.

ANACLETO - Si accomodi, fattore. la signorina Matilde però non è in casa, è appena uscita.

DOMENICO - C'è in casa la signorina Marta?

ANACLETO - Già, a lei interessa la signorina Marta, non è vero? (Lo guarda sottecchi, malizioso)

DOMENICO - Vedi di non impicciarti negli affari che non ti riguardano. Tu non hai di questi problemi, le donne non ti piacciono.

ANACLETO - (vergognoso) Non è che non mi interessino, ma...

DOMENICO - Se sapessi... la donna è dolce come un vaso di miele, ti stuzzica la voglia di leccarla tutta...

ANACLETO - A me il miele non piace. Io sono ghiotto di pollo.

DOMENICO - Allora fai finta che la donna sia un pollo arrosto: (mima tutta la scena prendendo come modello Anacleto) Prima mordicchi un'ala. (Prende una mano di Anacleto e comincia a mordicchiarla risalendo verso il braccio) Poi ti trastulli con il collo... poi con il petto... (Palpa il torace di Anacleto che lo lascia fare, indifferente mentre Domenico accenna ad una smorfia di disgusto) Infine attacchi il coscetto (Anacleto squittisce) e quando hai finito... ti lecchi anche le dita! Umm...

ANACLETO - (divincolandosi e facendo un salto a lato) Maleducato, il pollo non si mangia con le mani, ma col coltello e forchetta!

DOMENICO - Poi le donne, a differenza del pollo, hanno un vantaggio: più le rosicchi e più ciccia ci ritrovi.

ANACLETO - Il suo è un parlare da cannibale.

DOMENICO - E' da uomo, credimi.

ANACLETO - (indicando l'involto che Domenico ha in mano) Cosa ha in quel pacco, qualcosa di mangereccio?

DOMENICO - Mangereccio? Ti sarebbe piaciuto che ti avessi portato un bel pollo, eh? Ti ho detto che devo fare certi conti. Chiamami la signorina Marta, svelto!

ANACLETO - (sorridendo furbescamente) Ah, birbante! Lei vuole fare i conti con la signorina Marta perché la imbroglia facilmente. Con Matilde, invece, non ci riesce.

DOMENICO - Ma come ti permetti? Io non imbroglio nessuno.

ANACLETO - (giocherella con le punta delle dita) Ho controllato tutti i conti della sua amministrazione dell'anno scorso: occultati esattamente trenta quintali di grano e venti di vino. Circa il prezzo attuale di una camera matrimoniale.

DOMENICO - Era la parte in natura che ho dato agli operai venuti a mietere e a vendemmiare... maldicente! Che pensi, che io sia un ladro?

ANACLETO - (c. s.) L'anno scorso la camera matrimoniale, quest'anno ci fa uscire la sala da pranzo... Ma sbaglia però, fattore, di pensare prima alla frusta che al cavallo, anzi alla puledra.

DOMENICO - Oh! Beh! Prova a ridirlo un'altra volta, pezzo di un maldicente, che vedrai cosa ti succede. Se ti prendo... (Fa l'atto di rincorrerlo, ma Anacleto gli sfugge)

ANACLETO - Ehi, piano! Piano Domenico! (Suadente) Eppure io posso esserle utile se vuole arrivare... alla puledra.

DOMENICO - (interessato) Come sarebbe?

ANACLETO - (sempre con sorriso furbesco) Sarebbe che per il maggiordomo Anacleto tutte le stanze sono orecchie di Dionisio, le pareti della casa sono di vetro. Capisce che per me i segreti di qui dentro non sono segreti.

DOMENICO - (sospettose) Chi è questo Dionisio che bazzica per le stanze di questa casa? Forse qualche corteggiatore della signorina?

ANACLETO - Oh! E' per caso geloso di uno che è morto tanti secoli fa? Orecchie di Dionisio significa che tutto quello che si dice in questa casa io lo posso sentire.

DOMENICO - Ah, è così? Allora, se mi sarai veramente utile, io ti porterò a regalare un bel pollo. Ti va bene?

ANACLETO - Dovrebbe sapere che non si regala mai un pollo, ma almeno un paio. Ora attenda che le vado a chiamare la signorina. (Si avvia verso l'uscita. Quando è quasi sull'arco della porta si gira e dà un colpettino di tosse) Intanto pensi meno alla frusta e più alla puledra.

DOMENICO - (con uno scatto fingendo di rincorrerlo) Un giorno o l'altro... finocchio e ficcanaso, ti faccio vedere io!

Domenico rimasto solo, passeggia nervosamente per la stanza bofonchiando e gesticolando.

DOMENICO - Io debbo assolutamente trovare il coraggio di affrontare Matilde... Deve sapere che io e Marta ci vogliamo bene sul serio e pertanto non ci deve ostacolare. E' mai possibile che quando mi trovo davanti a lei mi si debbano bloccare le parole dentro la bocca? Affronterei meglio un toro infuriato, sì, perché almeno il toro ha le corna e sai dove afferrarlo. Comunque sono o non sono un uomo? E allora il coraggio lo debbo trovare.

MARTA - (entrando, fa un cenno di saluto) Buongiorno, Domenico. Desidera?

DOMENICO - (goffamente apre l'involto e le porge un mazzo di fiori con slancio) Tenga, Marta, li ho colti per lei proprio con le mie mani.

MARTA - (abbassa gli occhi arrossendo e aspira il profumo dei fiori per mascherare la commozione) Grazie, Domenico. Che pensiero gentile.

DOMENICO - Io le voglio bene. (Si avvicina) Quanto è bella, Marta. (Le sfiora i capelli) Ha i capelli più soffici di quelli di un tutolo di granturco, una pelle più vellutata e rosa della trippa di un vitellino da latte, una voce più melodiosa di un canto di un fringuello.

MARTA - (sorridendo divertita) Ha una maniera pittoresca di fare i complimenti. Comunque le voglio bene anch'io perché rappresenta il vero uomo che è sempre mancato in questa casa: forte, pratico, buono. Purtroppo Matilde non è d'accordo che noi ci sposiamo ed io ho dato la mia parola di non contraddirla.

DOMENICO - (risentito) Sono stanco di questo consenso di sua sorella! Ma non possiamo farne a meno? Ormai è maggiorenne.

MARTA - (gli fa cenno con le mani) Non gridi, Domenico, la prego. Non si tratta del consenso, ma di convincerla che noi ci vogliamo bene. Non perdiamo la calma, tanto un Santo ci sarà anche per noi. Vediamo come si può fare.

DOMENICO - (si mette seduto e si prende la testa tra le mani) Calmo, calmo... Come si fa a stare calmi? Dentro mi bolle tutto! Io non capisco poi che potere ha sua sorella su di noi. Se lei vuole rimanere zitella che ci rimanga, ma impedire a noi di volerci bene perché mi ritiene socialmente inferiore, non glielo permetto! No! Ora ci penso io. (Fa per scattare di nuovo in piedi)

MARTA - (ponendogli le mani sulle spalle lo costringe a stare seduto) No! Santo cielo, Domenico, che è diventato pazzo? Aspetti, la scongiuro, cerchiamo di preparare il terreno...

DOMENICO - Lo preparo io il terreno, vedrà. E' il mestiere mio. (Ride sarcastico) Iniziamo con una bella concimata... (Fa il gesto di allargare le mani come per spargere qualcosa)

MARTA - Allora intanto concimiamo... poi...

DOMENICO - Sa con che cosa si concima il terreno? Con il letame! Adesso a sua sorella la sistemo io! (Si batte le mani sulle cosce e si alza)

Entra Matilde. Vedendo il fattore si ferma e assume un atteggiamento austero.

MATILDE - Uhm, che puzza in questa stanza. Da dove viene? (Guarda verso Domenico, poi sventola un fazzolettino profumato e se lo pone sotto il naso) Non la sente anche lei?

DOMENICO - (si soffia il naso con un fazzolettone e rumorosamente. Poi fa due o tre respiri) Io non sento niente.

MATILDE - (sventolandosi nervosamente con ostentazione) Ah, già, voi di campagna non ci fate caso... Marta, chi ha portato quel mazzo di fiori?

MARTA - Il fattore, Matilde. Adesso li metto in un vaso. Come sono belli i fiori della campagna, vero?

MATILDE - (con tono distaccato, un po' acida) Da quando in qua il fattore è diventato un'anima gentile?

DOMENICO - (con tono deciso vuole iniziare il discorso che gli sta a cuore) Signorina Matilde!

MARTA - (si intromette interrompendolo) Sì, sì... abbiamo apprezzato i suoi fiori, Domenico.

DOMENICO - (c. s.) Signorina Matilde!

MARTA - (c. s.) La prossima volta che viene ne porti ancora! Sono tanto belli. Non è vero, Matilde?

MATILDE - (alza le spalle e quasi volta la testa da un'altra parte) Lascia che il fattore seguiti a portare i prodotti della terra come è suo dovere.

DOMENICO - (quasi supplichevole) Signorina Matilde...

MARTA - (c. s.) Non dubiti Domenico, riferirò io a mia sorella sulla concimazione. Vada tranquillo.

MATILDE - (fa un cenno annoiato con la mano e si pone il fazzolettino sul naso) Sì, vada e un'altra volta eviti di venire da noi al momento della concimazione.

DOMENICO - Sì, me ne vado, ma stia certa, signorina Matilde che la prossima volta... (calca intenzionalmente nella parola) sarò qui per il raccolto! (Sguardo d'amore a Marta)

Signorina Matilde, signorina Marta. (Cenno di saluto. Esce)

MATILDE - (si sventola ancora il fazzoletto addosso come per togliersi della polvere) Che uomo grezzo questo fattore. lo sopporto nei rari momenti che viene in questa casa solo perché è bravo nel suo mestiere e non eccessivamente disonesto.

MARTA - Non è vero che è un uomo grezzo come tu dici. Il fattore è un uomo semplice, ma buono. Per questo mi piace e tu sei cattiva a disprezzarlo.

MATILDE - Non è l'uomo per te.

MARTA - Che ne sai tu quale deve essere l'uomo che ci vuole per me.

MATILDE - Lo so, lo so.

MARTA - Tu sei solo cattiva e perciò farò a meno della tua approvazione. Dopotutto sono abbondantemente maggiorenne.

MATILDE - Ricordati del giuramento che hai fatto di fronte a nostra madre morente.

MARTA - Questo non ti dà diritto di intralciare il mio avvenire.

MATILDE - Hai giurato che avresti sempre tenuto conto del mio parere. Il parere di una sorella maggiore.

MARTA - (deridendola) Già! Il consenso di una sorella per sposarsi. Io non so se ridere o piangere. Roba da matti!

Marta esce.

MATILDE - (alterata) Non vuol capire che lo faccio per il suo bene.

ANACLETO - (entrando, un po' sconcertato) Signorina, mi scusi, c'è di là quel signore... quel signore che fa quella certa professione che è meglio non nominare.

MATILDE - (con indifferenza) Lo puoi far accomodare.

ANACLETO - Si accomodi, signore... si accomodi. (Si inchina ed esce)

Entra Ruziani. E' un uomo di circa sessant'anni. Aspetto da vecchio playboy. Comportamento sfuggente, i modi untuosi e subdoli. Ha in mano una valigetta ventiquattr'ore. Parla con accento romagnolo o veneto.

RUZIANI - Buongiorno. E' permesso?

MATILDE - prego, si accomodi.

RUZIANI - Sono Ruziani, dell'agenzia "Combinations". Mi è stato detto che voleva parlarmi.

MATILDE - (indicando una sedia) Si sieda, prego.

RUZIANI - (deferente) Sono qui per servirla, signora.

MATILDE - Ho bisogno del suo aiuto.

RUZIANI - Dica pure.

MATILDE - (impacciata) Si tratta di trovare un marito...

RUZIANI - (la guarda meravigliato) Eppure non si direbbe...

MATILDE - Come dice?

RUZIANI - Niente! Solo che così ad occhio mi sembra una donna di classe, pure belloccia... Com'è che non trova marito? Ha forse qualche difetto grave che non si vede? Non so, le puzza il fiato? (Glielo mormora in tono di complicità)

MATILDE - Come si permette!

RUZIANI - Non dicevo per offenderla. E' che con me si deve confidare, senza vergogna, se vuole che l'aiuti. Forse una relazione scabrosa o un figlio illegittimo?

MATILDE - (balzando in piedi) Ruziani! Insomma! Per chi mi ha presa?

RUZIANI - Stia calma, si metta seduta, signora. Io sono abituato a certe cose. Eh, se sapesse nel mio mestiere ne ho sentite di tutti i colori. Comunque stia tranquilla che tutto quello che mi dirà rimarrà qui. E' come se l'aveste detto al confessore.

MATILDE - (irritata) Forse, signor Ruziani, (calca le parole) non ci siamo capiti bene: questo marito non è -per me-.

RUZIANI - (meravigliandosi) Ah! Non è per lei? E allora per chi dev'essere? Dica, dica...

MATILDE - (secca) E' per mia nepote. (Prende un portaritratti d'argento una foto di Beatrice e con tono insofferente gliela porge quasi con malagrazia) Ecco la sua fotografia. Così, almeno, si potrà regolare meglio sulla scelta dell'uomo adatto.

RUZIANI - (inforcando gli occhiali) Caspiterina! Il Signore la benedica, che bella figliola.

MATILDE - E' giovane, è bella, è ricca. Senza nessun difetto. (Guardandolo negli occhi) -Nessuno- capito, Ruziani?

RUZIANI - E un pezzo di figliola così non trova marito?

MATILDE - Che cosa ha da meravigliarsi? Ma dica, la sua agenzia tratta "affari" soltanto tra persone brutte, o con qualche difetto?

RUZIANI - Che c'entra... quelle belle, di solito, ci pensano da sole.

MATILDE - Qui non si tratta di trovare -un- marito, ma -il- marito adatto a lei.

RUZIANI - Oh, adesso comincia a spiegarsi. Senza offesa, ma voi donne per ingarbugliare i discorsi sembrate fatte apposta!

MATILDE - Ma lo sa che lei è un bel tipo! Sono io che ingarbuglio... Comunque ora ha capito quello che deve fare?

RUZIANI - Devo trovare a sua nepote non -un- marito, ma -il- marito.

MATILDE - Finalmente!

RUZIANI - lei mi deve perdonare, ma c'è molta differenza fra un marito che si chiama -un- da un marito che si chiama -il-?

MATILDE - Allora si ostina a non capire.

RUZIANI - Ma è lei, signora, che non si sa spiegare.

MATILDE - Siccome noi viviamo un po' isolate e non facciamo vita di società, ci è impossibile conoscere e farle conoscere il marito che fa per lei. Sta a lei trovarle un giovane, bello e socialmente elevato: un very important person. Mi sono spiegata ora?

RUZIANI - Caspita! Mi diceva -il-, mi diceva... Altro che -il-. Ora mi chiede un very important person...

MATILDE - (bruscamente) Se non è in grado di trovare un marito di questo livello possiamo terminare qui il nostro incontro.

RUZIANI - Come è irascibile, signora! Mi perdoni, sa, ma questi affari di così alto livello vanno trattati con calma, con molta calma.

MATILDE - Io sono calma, è lei che mi fa innervosire con il suo modo di fare.

RUZIANI - Ha detto che sua nepote è...

MATILDE - Bella, giovane, ricca e intelligente.

RUZIANI - Se è ricca, qualcosa si può sempre combinare.

MATILDE - Ah, per lei conta solo la ricchezza?

RUZIANI - Oddio, come si dice, aiuta molto in questi "affari". (Prende dalla ventiquattr'ore uno schedario e comincia a sfogliare) L... M... N... O... P... ecco... persone importanti: questo... è un po' troppo vecchio... questo... è mezzo sistemato... questo! Eccolo quello che fa per lei. E' proprio fortunata.

MATILDE - Ha le caratteristiche che le ho chiesto?

RUZIANI - Stia un po' a sentire cosa c'è scritto nella scheda: figlio del signor... presidente internazionale dei proprietari di castelli storici. Vive in un castello antico. Ecc., ecc.

MATILDE - (illuminandosi) E' di sangue blu?

RUZIANI - (interdetto) Se ha questa malattia nel sangue non glielo so dire, ma giusto per tranquillità gli possiamo sempre far fare le analisi, non le pare?

MATILDE - Intendevo dire: è nobile?

RUZIANI - Certo! Qui c'è scritto chiaro che non è sposato e nemmeno divorziato.

MATILDE - (spazientita) Nobile, non nubile.

RUZIANI - Nobile, nubile... Adesso non andiamo a trovare il pelo nell'uovo. Lei è troppo pignola: prima con la differenza fra -il- e -un-, adesso con nobile e nubile. Sono cose che accerteremo pian piano.

MATILDE - Posso sapere il nome?

RUZIANI - La nostra agenzia non fornisce mai i nomi dei propri clienti per ragioni di riservatezza, ma visto che tanto vi dovete conoscere, si chiama Similoro.

MATILDE - Similoro? Non ho mai sentito questo nome. Forse non è della zona.

RUZIANI - Infatti non è di queste parti. Poi è uno che gira per l'Europa. Anzi per il mondo. Un giorno è ospite dei Lord inglesi, un altro giorno non so da quali signori francesi... Ha creato una associazione per valorizzare i castelli antichi. C'è un giro di interessi... Tratta con nobili, con signoroni... Non ci poteva essere una sistemazione migliore per sua nepote.

MATILDE - E' anche un bel giovane?

RUZIANI - Io personalmente non lo conosco e nella scheda non c'è la foto. C'è solo scritto che non è tanto alto. Sua nepote com'è di statura?

MATILDE - Beh, mia nepote è alta un metro e settanta circa.

RUZIANI - Allora dovrebbe andare quasi bene. Tutt'al più gli faremo mettere un paio di scarpe con un po' di tacco, non le pare?

MATILDE - Se è un ottimo partito, come lei dice, come pensa di farli incontrare?

RUZIANI - Calma, calma. Come corre! Prima si devono incontrare i genitori o chi per loro.

MATILDE - perché?

RUZIANI - Come perché! Per mettersi d'accordo sulla dote. Una volta che loro sono d'accordo, faremo poi incontrare i giovani.

MATILDE - Ma facendo in questo modo potrebbe esserci il rischio che poi non si piacciano.

RUZIANI - Come sarebbe a dire? Quando i genitori sono favorevoli...

MATILDE - I giovani sono a volte così testardi... Mica capiscono che noi facciamo tutto per il loro bene.

RUZIANI - Tutta scena... I giovani vogliono la pappa fatta. Certo, cercano di dare a capire il contrario, ma in fondo in fondo su una buona sistemazione non ci sputano mica!

MATILDE - Se lo dice lei che è un esperto.

RUZIANI - Stia tranquilla che è caduta in buone mani. Lasci fare a me. Ci penso io a farle sapere quando e come si farà l'incontro.

MATILDE - Va bene.

RUZIANI - D'accordo allora. (Si alza in piedi) Signora Matilde, arrivederci.

Ruziani stringe la mano a Matilde ed esce.

MATILDE - (da sola dopo una pausa durante la quale tamburella soprappensiero sul bracciolo del divano) Che essere ripugnante questo Ruziani. Non vedevo l'ora che andasse via. Durante il colloquio ho provato una strana sensazione di disagio che ora si è tramutata in un peso qui sul petto. Solo il grande affetto per Beatrice e la responsabilità per una sua adeguata sistemazione mi hanno costretto a questo passo. Chissà come sarà questo ragazzo? Speriamo che a Beatrice piaccia. Come posizione sociale mi sembra ottima: vive in un castello, ha collegamenti con persone importanti a livello internazionale... Un po' come ho sempre sognato fosse l'uomo per nostra nepote. Chissà se quel Ruziani ha qualche buon partito per Marta? La prossima volta voglio chiederglielo. Potessi sistemare adeguatamente anche quella... Altro che finire con quel Domenico. (Si alza) E' mai possibile che debba pensare a tutto io? Anche agli affari di cuore delle donne di questa casa.

E' incredibile! E' incredibile! (Esce)

A T T O S E C O N D O

La scena è la stessa del primo atto. Anacleto sta riassestando la stanza e canticchia una canzone. Entra Filumena con un cesto di panni da stirare.

ANACLETO - Speriamo che questa notte la signorina Matilde abbia riposato bene. Ieri mattina si è alzata, la poverina, con un fianco indolenzito perché il lenzuolo era tutto pieghe. Cerca di fare più attenzione quando le rifai il letto.

FILUMENA - Quante storie!

ANACLETO - Rispetta le distanze. Tu in questa casa sei la serva e basta! Anche se le padrone ti chiamano cameriera.

FILUMENA - (acida) In questa casa ci sei tu che sei un pezzo grosso: il maggiordonna.

ANACLETO - (con voce stridula) Ti proibisco di chiamarmi in quel modo.

FILUMENA - (ridendo) E guardati! Non ti vedi? (Imita, caricandoli, gli atteggiamenti femminili di Anacleto) Tieni, ti manca solo di metterti questo. (Solleva dalla cesta dei panni un reggiseno e glielo mostra sghignazzando) Toh!

ANACLETO - (rincorrendola) Sfacciata!... Sfacciata! (Escono)

Entra Fernando. Si guarda intorno indeciso e poi si mette a camminare per la stanza borbottando tra sé.

FERNANDO - Ora è bene che cominci a pensare ad una soluzione accettabile per il mio futuro. Non posso mica restare in eterno a carico delle cugine. Che cosa posso mettermi a fare? Vediamo... vediamo... (Si siede sul divano) Debbo accantonare intanto tutte le attività ove occorra un mestiere. Che ci rimane però? (Si illumina) Un momento... a scuola riuscivo abbastanza bene in disegno. Se mi mettessi a fare il pittore? (Con entusiasmo) Sì, questa mi sembra una buona idea. Tanto, uno più uno meno... Mi ci vorrebbe però un minimo di attrezzatura; il cavalletto, qualche tela, i colori, i pennelli e poi il baschetto. Sì, il baschetto. Perché più ancora che la sostanza, il più delle volte, per avere successo, è essenziale la forma: il così detto "fumo negli occhi". A chi posso chiedere un po' di soldi tanto per incominciare?

ANACLETO - (rientra) Buongiorno, signorino. Ha dormito bene?

FERNANDO - Ottimamente... Cioè...

ANACLETO - Forse il letto non era fatto bene? Filumena non ci mette tanta grazia e se le si dice qualcosa, si offende. Vuole che glielo faccia io?

FERNANDO - (con aria sorniona, guardandosi le unghie) Senti, Anacleto, sono a corto di spiccioli: mi faresti un prestito?

ANACLETO - Se lei è a corto di spiccioli, io non sono però a corto di cervello. Come farà poi a restituirmelo dato che non possiede più niente?

FERNANDO - (risentito) E tu che ne sai?

ANACLETO - Lo so, lo so.

FERNANDO - (si alza, si avvicina ad Anacleto e gli parla all'orecchio) Senti Anacleto, ti dico una cosa...

ANACLETO - (ride, ride... e schernendosi) Mi fa arrossire, signorino Fernando.

FERNANDO - (suadente) Affidati all'artista con fiducia... "somma", Anacleto. "Somma". (Gli fa il cenno dei soldi)

ANACLETO - (c. s.) Vorrei darle fiducia, ma ho paura che si pigli gioco di me.

FERNANDO - Devi darmi fiducia, non te ne pentirai. (Gli fa l'occhiolino)

ANACLETO - Ho questi, se le bastano. (Gli porge dei soldi con fare incerto)

FERNANDO - (contando) Se di più non ne hai, pazienza. (Intasca subito)

MATILDE - (entra mentre poco dopo Anacleto esce) Salve, Fernando. Mi fa piacere vederti sereno e rilassato; è segno che in questa casa ti ci trovi bene.

FERNANDO - Mi ci trovo non bene, ma benissimo, Matilde. Oggi poi sono particolarmente felice perché sto per ridare uno scopo alla mia vita. Ho deciso di mettermi a lavorare.

MATILDE - Non c'è tutta questa fretta. Rimani ancora un po' con noi. Vi è bisogno di un uomo in questa casa.

FERNANDO - Ti ringrazio, Matilde, ma io debbo fare qualcosa perché ora sono nessuno. Ti rendi conto che sono nessuno? Comunque sono felice forse perché essendo nessuno mi sento me stesso, un uomo libero. Anzi d'ora in avanti mi chiamerò proprio "Nessuno"... Fernando Nessuno. (Smorfia di Matilde) O forse ti piace più in francese: Fernando Aucun, ti piace? (Cenno di assenso di Matilde) Anche a me. Fernando Aucun, avanti march! (Esce con un buffo inchino)

MATILDE - Che matto Fernando. (Si guarda intorno) Mi sembra che doveva venire oggi Ruziani con quel signore. Ha detto che si chiama Similoro. Similoro... mai sentito questo cognome. E' bene che parli con Beatrice, magari in forma molto generica. Saprò così come regolarmi meglio con quei signori. (Suona un campanello per chiamare Anacleto. Dopo una breve attesa suona di nuovo con insistenza)

ANACLETO - (entrando, trafelato) Comandi, signorina.

MATILDE - (irritata) E' mai possibile che bisogna chiamarti tante volte? Dove ti eri cacciato?

ANACLETO - Ero in cucina a predisporre per il pranzo.

MATILDE - Quando ti chiama Fernando sei da lui ancor prima che ti chiami o addirittura senza che ti chiami.

ANACLETO - Suo cugino... mi è simpatico.

MATILDE - (lo guarda attentamente) Anacleto, dico, che ti succede? Quando c'è Fernando in questa casa sei così diverso.

ANACLETO - Diverso? Diverso ha detto?

MATILDE - Diverso, sì! Sei diverso. (Alza le spalle perplessa) Mah! Vai a chiamare la signorina Beatrice e dille di venire subito da me.

ANACLETO - La signorina non è ancora rientrata.

MATILDE - Non è ancora rientrata? Sai se aveva qualche impegno?

ANACLETO - La signorina Beatrice? Se aveva qualche impegno?... Impegno no, ma la signorina Beatrice è giovane... Sa, i giovani... (Dondolandosi sui piedi, come vergognoso)

MATILDE - (seccata per il modo di esprimersi di Anacleto) Non ho chiesto il tuo parere, ma soltanto se sapevi la causa del suo ritardo. Le lezioni sono finite da un pezzo.

ANACLETO - Sua nepote si ferma a parlare spesso con un giovane fuori del portone e si danno anche qualche bacetto. (Squittisce)

MATILDE - Cosa? Perché non me lo hai mai detto?

ANACLETO - Perché lei non me lo ha mai chiesto.

MATILDE - (infuriata) Tu mi devi dire sempre tutto. Specialmente se la cosa riguarda mia nepote, hai capito?

ANACLETO - Sì, signorina. (Fa il broncio)

MATILDE - Chi è questo giovane che parla con Beatrice?

ANACLETO - Non lo so. Forse il suo ragazzo.

MATILDE - Beatrice non ha ragazzi.

ANACLETO - (con tono permaloso) Allora non lo so.

MATILDE - (imperiosa) Vai a vedere. Se sono fuori conducili subito da me.

ANACLETO - Aspetto che finiscano di parlare o li interrompo?

MATILDE - Li voglio qui, subito!

Anacleto esce.

MATILDE - Questi benedetti ragazzi ronzano intorno alle povere signorine come i mosconi intorno ad un vaso di miele. Bisognerebbe tenerle sotto una campana di vetro. Anche Beatrice però... fermarsi a parlare con un giovane in mezzo alla strada.

Entrano Beatrice e Danilo.

BEATRICE - Ciao, zietta. Mi volevi?

DANILO - Buongiorno.

MATILDE - (seria, rivolta a Danilo) Sono la zia di Beatrice. E lei? Non ho avuto ancora il piacere di conoscerla.

DANILO - Sono Danilo Alberti.

MATILDE - Mi risulta che stava parlando con mia nepote.

DANILO - Sì.

MATILDE - Quanta disinvoltura.

DANILO - Scusi, non capisco.

MATILDE - Ora fa anche l'ingenuo? Lo so bene cosa stavate facendo.

DANILO - E via, per un bacetto.

MATILDE - Le sembra che sia bene farlo, così, in mezzo alla strada?

DANILO - Veramente non vedo tutto questo male.

BEATRICE - Ma zia, oggi è una cosa normale.

MATILDE - Zitta tu! (A Danilo) Dato che la cosa si ripete spesso, non le sembra che occorra il permesso dei genitori o di chi ne fa le veci?

DANILO - Ma non siamo ancora fidanzati.

MATILDE - Lo vede? Vi comportate come fidanzati e fidanzati non siete. Vi pare bello?

BEATRICE - Ma zia...

MATILDE - Zitta tu!

DANILO - Vogliamo conoscerci così da poter fare il fidanzamento ufficiale sicuri di volerci bene. Noi comunque ci vogliamo già bene e fra poco...

MATILDE - Cosa?

BEATRICE - Sì, zia, noi ci vogliamo bene.

MATILDE - Beatrice!

DANILO - Perché è così dispiaciuta?

MATILDE - Vi sembra di esservi comportati bene? Questo incontrarvi di sotterfugio non è premessa a nulla di buono. Pertanto lei lasci in pace mia nepote ed esca da questa casa, subito!

BEATRICE - Ma, zia!

MATILDE - Zitta tu! Ora vai nella tua camera e non uscirai più da casa senza il mio permesso.

I due ragazzi escono visibilmente scossi.

MATILDE - (in preda ad una mal celata ira) Ma guarda cosa doveva capitare! E pensare che proprio oggi doveva venire quel signore. Era stato tutto così ben predisposto! Cosa gli dirò? Fino a qual punto Beatrice si sarà compromessa con quel ragazzo?... Gesù... Gesù mi sento male!... Mi sento svenire... Aiuto... Anacleto...

Matilde si accascia sul divano. Entra Anacleto.

ANACLETO - Signorina, che succede?

MATILDE - Mi sento male.

ANACLETO - (gridando) Signorina Marta, signorina Marta... Corra che sua sorella sta male.

MARTA - (entra di corsa) Madonna mia! Matilde... sono io, Marta... Rispondi. Anacleto, corri a chiamare il dottore.

Anacleto esce. Marta assiste la sorella. Poco dopo entra Fernando con il cavalletto e l'occorrente per dipingere. Si ferma interdetto in mezzo alla stanza.

FERNANDO - Che è successo?

MARTA - Matilde si è sentita male.

FERNANDO - Hai chiamato il medico?

MARTA - Sì, ho mandato Anacleto. Bisognerebbe portarla in camera.

FERNANDO - Aspetta un momento, sdraiamola là, sul divano.

Matilde dopo un po' si riprende, apre gli occhi e si mette seduta aiutata da Fernando e da Marta. Si ravvia i capelli e si riassetta.

MARTA - Matilde, andiamo a letto, ti potrai distendere.

MATILDE - Sì Marta, vai a controllare se la camera è a posto. Chiudi le persiane, preferisco la penombra. Ho un mal di testa... Vai, ti prego.

Marta esce.

MATILDE - (con voce stanca) Senti Fernando, mi dovresti fare un favore grandissimo: dovrebbe venire oggi un certo signor Similoro, padre di un bravo giovane che potrebbe andare bene come marito per Beatrice. Vedi io in che condizioni sono; dovresti riceverlo tu, ma... (lo guarda sottecchi) capisci, è una cosa delicata, occorre un certo tatto... Tu, penso saprai esserne all'altezza.

FERNANDO - Beatrice è innamorata del figlio di questo Similoro?

MATILDE - (evitando il suo sguardo) Non proprio, Fernando, non so se mi capisci...

FERNANDO - (interdetto) Veramente no! Non capisco: se Beatrice non è innamorata del signorino Similoro non resta che dire al padre che non se ne fa niente: punto e basta.

MATILDE - Forse non mi sono spiegata bene: io mi affido a te per la felice conclusione del fidanzamento di Beatrice con il signorino Similoro... (Con fervore) Sai, è una persona molto importante.

FERNANDO - (ironico) Ah, capisco! Bel colpo, Matilde.

MATILDE - Non scherzare, Fernando. Noi facciamo tutto questo per la felicità della nostra cara nepote, per darle una sistemazione adeguata. Sono convinta che ce ne sarà grata per tutta la vita.

MARTA - (rientra) Andiamo Matilde, la camera è a posto. Andiamo ti accompagno ché il dottore sarà qui a momenti.

MATILDE - (esce appoggiandosi alle spalle di Marta) Mi raccomando Fernando cerca di concludere. (Calcando un po' la voce) Te ne sarà grata per tutta la vita.

FERNANDO - (rimasto solo gira per la stanza pensieroso) Me ne sarà grata per tutta la vita? Beatrice mi sarà grata per tutta la vita se la faccio sposare con il figlio di questo Similoro che non ama? Mah! Similoro... Similoro... Mi sembra di aver sentito nominare questo Similoro... (Pensa) Ah! Ecco! Similoro... Un millantatore che vive di espedienti intrufolandosi in ambienti altolocati spacciandosi a volte per manager, a volte per presidente non so di cosa... Adesso ho capito... ho capito! Vuole fare il colpo grosso facendo sposare il figlio con Beatrice "per amore"... Amore, sì! (Ride) Amore di dote! Se ben ricordo, poi, mi sembra che questo "rampollo" abbia anche diversi difettucci. (Repentino) Beatrice...

BEATRICE - (entra) Mi hai chiamato, zio?

FERNANDO - Senti, Beatrice: tu conosci un certo Similoro?

BEATRICE - Similoro? Similoro hai detto? No, mai sentito nominare.

FERNANDO - Stammi bene a sentire: sembra che questo signorino Similoro si sia innamorato di te.

BEATRICE - (meravigliata) Chi si è innamorato di me? Se ti ho detto che non lo conosco nemmeno.

FERNANDO - Se venisse il padre a chiedermi la tua mano che devo dire?

BEATRICE - (decisa) Gli dici che io ho già il mio ragazzo e appena possibile ci fidanzeremo ufficialmente.

FERNANDO - Posso sapere chi è questo giovane?

BEATRICE - E' Danilo Alberti, i suoi hanno una catena di negozi...

FERNANDO - Alberti, sì, brava gente. Che fa questo Danilo?

BEATRICE - (orgogliosa) Si sta laureando in architettura.

FERNANDO - (sornione) Allora, se ti promettessi a questo Similoro?

BEATRICE - Perché mi vuoi far arrabbiare, zietto?

FERNANDO - (fingendosi burbero) Vai, ti ordino di prepararti alle nozze!

BEATRICE - (uscendo) Sì, certo, ma con il mio Danilo! (Fa capolino dalla porta) Io voglio un maritino d'oro, non di "similoro"! Ciao Zietto.

FILUMENA - (entrando) Scusi se passo di qui, ma la scala di servizio è mezza rotta e c'è il rischio che cada e che mi rompa l'osso del collo.

FERNANDO - (soprappensiero) Bisogna allora farle accomodare.

FILUMENA - E già! Ma chi vuole che ci pensi, con quel "maggiordonna" che abbiamo.

FERNANDO - Maggiordonna? perché?

FILUMENA - (celiando) E via, anche lei, non mi dirà che non si è accorto di niente!

FERNANDO - (con interesse) Dimmi, dimmi, Filumena. Certamente ne sai più di me. E' tanto tempo che stai in questa casa. Di che mi dovevo accorgere?

FILUMENA - (evasiva, visto che Fernando non abbocca) Che in questa casa siamo tutte donne. Non vede quando cammina, come si dimena tutto? (Fa la mossa) Mi dispiace, sa, perché in fondo in fondo è buono e non sarebbe nemmeno brutto. (Si ravvia una ciocca di capelli con fare civettuolo)

Fernando rimane a guardarla allibito. Si riscuote solo quando suonano alla porta.

FERNANDO - Vai un po' a vedere chi è.

FILUMENA - (Esce e quasi subito rientra, come sconcertata) E' un certo signor presidente... Ha snocciolato una serie di titoli: ta-ra-ta, ta-ra-ta... In ultimo mi è sembrato di capire -Similoro- che vuole parlare con la signorina Matilde. Lo debbo far entrare?

FERNANDO - Svelta, Filumena, come ti permetti di far attendere alla porta il presidente ta-ra-ta, ta-ra-ta... Similoro? Fallo accomodare subito.

FILUMENA - (un po' impacciata) Avanti signor presidente, si accomodi, prego... (Appena Similoro supera la porta, Filumena esce)

Similoro entra con piglio deciso e si piazza in mezzo alla stanza. Ha un aspetto altero e signorile ed un portamento distinto. Dietro di lui, c'è Ruziani.

SIMILORO - Sono Similoro, presidente internazionale dei proprietari di castelli storici, socio dell'Internazional Club Atlantic, membro dell'Ordine della Sacra Bandiera, ecc. ecc., eccetera.

FERNANDO - (mellifluo) Sono onorato di accoglierla in questa casa, presidente, socio, membro, ecc. ecc., eccetera. (Fa un cenno d'inchino)

SIMILORO - (c. s.) Con chi ho l'onore di parlare?

FERNANDO - Sta parlando con Fernando Aucun, non so se per lei può essere un onore.

SIMILORO - Ho un appuntamento con la signorina Matilde, vuole essere così gentile da annunciarmi?

FERNANDO - La signorina Matilde è a letto malata e non può riceverla. Dovrà accontentarsi di parlare con me. Sono stato comunque espressamente incaricato da mia cugina a trattare l'affare.

SIMILORO - Ah, è il cugino? E' stato autorizzato a trattare l'affare "alter ego", cioè a tutti gli effetti?

FERNANDO - (sempre con tono molto dimesso) Certo, "alter ego", a tutti gli effetti. Questo signore che è con lei è un suo congiunto?

SIMILORO - (enfatico) E' colui che, captando il richiamo di due anime che si cercavano per unirsi nel sacro vincolo del matrimonio, ha combinato questo incontro. (Ruziani sguscia da dietro e compare accanto a Similoro, assumendo un'aria compunta)

FERNANDO - (con fare ironico, ma sempre in tono molto pacato e diplomatico) Ho capito, è quello che il popolino chiama ruffiano. Scusi, il popolino, a volte, ha delle espressioni...

RUZIANI - (con tono quasi gioviale) Non lo considero mica un titolo offensivo. (Si stringe nelle spalle) Sarà che ci sono abituato. (Fregandosi le mani) Oggi poi sono tanto contento perché questo affare mi è riuscito molto ben congegnato. Il signorino Similoro, figlio del presidente Similoro qui presente, è quanto di meglio ci può essere sulla piazza. La signorina sua nepote, poi, non ha certo bisogno di elogi. E allora? Non ci rimane altro che la formale conclusione dell'affare.

SIMILORO - Ottime parole, Ruziani. Mio figlio Michelino, gli altri giovani non me ne vogliano, è il miglior partito oggi esistente nella regione. Guardate, questa è la foto di mio figlio Michelino. (Estrae una foto dal taschino del panciotto e la porge a Fernando)

RUZIANI - Aspetti... (Prende dalla tasca la foto di Beatrice) Ho qui la fotografia di sua nepote che mi ha dato la signorina Matilde. Le metta un po' vicine... (Porge la foto a Fernando) Che coppia! Che coppia! Sembrano proprio fatti l'una per l'altro!

Tutto il dialogo che segue è caratterizzato dal tono ironico e distaccato di Fernando, che fa rilevare con diplomazia i difetti di Michelino e dalle affermazioni di Similoro che, al contrario, cerca di minimizzarli. In questo contrasto, i difetti di Michelino risultano ingigantiti, mentre Similoro e Ruziani si palesano ridicoli e meschini.

FERNANDO - (prende le foto e le accosta) Ottima coppia, senza dubbio! (Guardando con più attenzione la foto di Michelino) Chissà perché il fotografo l'avrà così ripreso dall'alto in basso? Vede che strano effetto. Sembra che il signorino Michelino sia un po' basso di statura.

SIMILORO - Non è un gigante, è alto circa un metro e cinquanta, forse qualcosina più che meno... Senza tacchi, però. Con dei tacchi un po' altini rientra nella normalità, non le pare?

FERNANDO - Certo, certo! (Guardando la foto di Michelino) Il sarto è stato un po' incerto nel taglio del vestito. Non ha saputo modellare bene la sua linea. Vede, sembra un po' rotondetto.

SIMILORO - L'abbondanza, signore, l'abbondanza. Ne aveva un po' abusato, in quel periodo della foto, forse sì... ma adesso è quasi rientrato nel suo peso forma di novanta chili.

FERNANDO - Bene, bene, ha fatto bene a farlo rientrare nel peso forma di novanta chili. Per uno di un metro e cinquanta però mi sembra un po' troppo.

SIMILORO - Ah, possiamo farlo dimagrire un altro po'. Non c'è problema.

FERNANDO - Che fotografo inesperto, però! Quel riflesso di luce in testa, lo fa sembrare quasi calvo.

SIMILORO - Un barbiere, mascalzone! Una lozione sbagliata... (Scuote la testa) Ha perso molti capelli, povero Michelino. Ora però non lo riconoscerebbe più. Porta un parrucchino che è impossibile distinguere dai capelli veri.

FERNANDO - Sono proprio contento che il parrucchino abbia potuto ridare un aspetto piacevole al suo Michelino... (Osserva ancora la foto) Anche il sorriso è strano, però. Sembra che gli manchi qualche dente o mi sbaglio?

SIMILORO - Ha l'abitudine di mangiare dolci, questo ghiottone. Mi ero tanto raccomandato, invece dolci, dolci... Ha cominciato una carie qua, una carie là... Ora però porta una dentiera che è un piacere vederlo quando sorride.

FERNANDO - Debbo riconoscere che ha eliminato nei modi più appropriati tutti i difetti di Michelino. Per il resto mi può garantire che...

SIMILORO - Può stare tranquillissimo signor Aucun. Ah, un'ultima cosa che voglio dirle più per scrupolo che per altro: gli è stato riscontrato, tanto tempo fa, un lievissimo soffio al cuore. Non un soffio così... (soffia forte) ma appena un alito... (Muove appena la bocca) Per il resto, le garantisco che ha salute da vendere.

FERNANDO - Se (calcando la voce) -per il resto- è sano come lei dice, penso che mia nepote potrà ritenersi soddisfatta.

SIMILORO - (tira un sospiro di sollievo) Sta a noi ora preparare la felicità di questi giovani.

FERNANDO - (con tono più duro) Non conosco la prassi da seguire per preparare la felicità di questi giovani: se voi la conoscete, prego...

RUZIANI - (si intromette premuroso di concludere) La prassi è semplice: a questo punto non rimane che mettervi d'accordo sulla parte patrimoniale. Una bella stretta di mano, ed è fatta.

FERNANDO - (si capisce che si sta controllando a stento) Scusate, un piccolo particolare: se i giovani non si dovessero piacere o dicessero di no?

SIMILORO E RUZIANI - (quasi all'unisono scandalizzati) Dicono di no? Ma che, scherziamo! Come sarebbe a dire che dicono di no quando i genitori, o chi per loro, hanno deciso per il sì?

FERNANDO - (facendo credere di adeguarsi al modo di pensare dei suoi interlocutori) Capisco... Mi sembrava di aver sentito dire da qualche parte che i matrimoni dovevano avere come base un certo sentimento... (Li guarda per accertarsi dell'effetto delle sue parole, ma vede chi i due non raccolgono e rimangono impassibili) Scusate di nuovo, come non detto. Visto che voi sembrate più esperti di me in questo campo, esponete pure.

RUZIANI - La prassi vuole che sia il padre dello sposo a fare le dovute proposte per primo. Allora a lei signor presidente.

SIMILORO - (recitando quasi tutto d'un fiato con tono pretenzioso, che sfiora l'arroganza) Come padre, desidererei vedere i giovani, una volta uniti nel sacro vincolo del matrimonio, vivere in una fastosa dimora e condurre un tenore di vita consono al loro grado sociale. Penso che tali desideri siano anche i suoi. (Guarda fisso Fernando)

FERNANDO - Giustissimo, signore... (Si inchina) I suoi sentimenti di padre le fanno onore. Come pensa di concretizzare questi encomiabili desideri? Ha qualche suggerimento da dare per poterli attuare?

RUZIANI - (pratico) Normalmente si fa metà e metà. Metà mette la famiglia dello sposo e metà mette la famiglia della sposa.

FERNANDO - (ancora con fredda ironia) Salomone non avrebbe saputo consigliare una prassi più giusta.

RUZIANI - Nel presente caso, però, siccome il signor Similoro trasferisce al figlio il titolo di presidente dei proprietari dei castelli storici, un titolo di grossa rilevanza sociale addirittura a livello internazionale, per fare le cose giuste, sarà la famiglia della sposa che dovrà dare alla giovane, una dote consistente e tale da permettere alla coppia quel certo tenore di vita.

FERNANDO - (c. s.) Più che giusto. Dopo questa ulteriore precisazione, la fama del povero Salomone è stata addirittura annientata.

SIMILORO - (soddisfatto) Il modo con cui ha condotto le trattative e accettato le conclusioni, la qualificano come un autentico gentiluomo. Non mi ero sbagliato giudicandola tale fin dal primo momento.

RUZIANI - (frettoloso) Vogliamo allora stringere, concludere... mettere un po' di nero su bianco... (fa il gesto di scrivere) una firmetta?

FERNANDO - (gelido) Non avrei mai supposto che fosse così semplice contrarre matrimonio.

RUZIANI - Che coppia meravigliosa! Me lo sentivo, me lo sentivo proprio che questo sarebbe stato il mio capolavoro, il premio ad una lunga e seria professione.

SIMILORO - Signor Aucun, è stato per me un gran piacere trattare da pari a pari con un vero gentiluomo. Mi permetta di esprimerle la mia stima e di stringerle la mano.

FERNANDO - (ritraendosi e passando dal tono amabile di prima al furore) Ora basta! La farsa è finita! Vi ho sopportato per tutto questo tempo per vedere fino in fondo dove eravate capaci di arrivare. A te, Ruziani, non ti dico nemmeno che mi fai schifo perché lo sai benissimo da solo. Ma lei, Similoro, mi fa veramente ribrezzo... Sì, ribrezzo! (Gli si fa sotto con la faccia)

SIMILORO - (alterandosi e indietreggiando) Signor Aucon, come si permette? Non ha capito chi sono io?

FERNANDO - Sì, l'ho capito benissimo: è un pidocchio, un pidocchio! Ora vi conviene scappare, fuggire... fuggire, perché la mia collera sta diventando incontrollabile. (Esplodendo) Via! Andate via da questa casa! (Sfila un'antica spada appesa alla parete e, facendola roteare a mulinello li sospinge fino all'uscita) Via... via insetti, pidocchi! (I due escono precipitosamente mentre Fernando continua a menare colpi a vuoto, invasato) Scarafaggi!! (Urla)

Fernando, usciti Similoro e Ruziani, si ferma in mezzo alla stanza ansimando.

FERNANDO - (chiama forte) Anacleto... Anacleto!

FILUMENA - (entra trafelata) Gesummaria! che è successo? L'ha ammazzati?

FERNANDO - Dov'è Anacleto?

FILUMENA - E' andato un momento in stazione. Gli doveva arrivare oggi una parente.

FERNANDO - (rinfodera la spada e la mette a posto sulla parete) Presto, Filumena, prendi tutti i disinfettanti, gli acidi, le creoline... Dobbiamo sterilizzare la stanza da certi insetti. Che siano sterminati, per sempre! (Cammina nervoso per la stanza)

FILUMENA - (esce e ritorna quasi subito azionando una pompa del flit) Hai capito? Tanti signori ta-ra-ta, ta-ra-ta, poi sotto sotto sono più sporchi degli altri. Speriamo che non ci avranno lasciato i pidocchi. (Esce dopo aver spruzzato meticolosamente un po' di flit dappertutto)

FERNANDO - Che vermi, che insetti!... Adesso basta, è bene che mi calmi. (Si sdraia sul divano)

Suonano alla porta.

FERNANDO - Non saranno mica di nuovo quei due? Filumena! Anzi, è meglio che vada io a vedere, che se per caso sono loro...

Rientra quasi subito con Angela, una bella signorina di circa ventidue anni.

FERNANDO - Prego, si accomodi signorina. (La osserva con ammirazione)

ANGELA - Cerco, signore, una persona che dovrebbe abitare in questa casa.

FERNANDO - Una persona che abita in questa casa? (Civettuolo) Mi auguro che sia io. In che cosa posso esserle utile? (Piccolo inchino)

ANGELA - Mi dispiace, ma non è lei. Io cerco il maggiordomo Anacleto. Sono sua nepote. E' in casa mio zio?

FERNANDO - Ah, lei è la nepote di Anacleto? Dunque, Anacleto... (Temporeggia) Vediamo... Mi sembra che non sia in casa. Anzi sono sicuro: no, no, non è in casa. Se posso esserle utile io. (Si fa avanti)

ANGELA - Se non è in casa, allora ripasserò più tardi. (Si avvia all'uscita)

FERNANDO - Non sia mai!... (Trattenendola) Si accomodi, la prego. I cari di Anacleto sono anche i miei cari. Sappia che in questa casa non ci sono né servi né padroni. (Assumendo un tono scherzoso) Anzi, posso dirle di più, si è padroni un giorno a testa. Oggi, per esempio, Anacleto è il padrone ed è andato a spasso. Così sono io il servitore e sono fortunato perché è un piacere servirla. Desidera un the?

ANGELA - (trattenendo una risatina) No, grazie, non si disturbi. Le chiedo soltanto una cortesia: sa indicarmi un posto dove possa alloggiare? Mi debbo trattenere un po' di tempo in questa città perché sto redigendo una tesi di laurea sugli stemmi gentilizi e mi è stato detto che questa città ne è ben fornita.

FERNANDO - Interessante tesi di laurea. (La osserva con interesse) Si accomodi, prego. (La prende per mano e la invita a sedere sul divano) Effettivamente in questa città ci sono molti segni di una classe , la nobiltà, che è oggi scomparsa.

ANGELA - Era naturale. I nobili, da sempre, hanno creato argini e barricate contro ogni forma di contaminazione con gli altri uomini che non fossero loro pari. Questa chiusura alle forze vive della società è stata la causa della loro morte sociale. Hanno adottato e subito la stessa sorte del baco da seta. (Con ironia) Cosa fa il baco? Tesse intorno a sé un bozzolo che lo condanna alla morte.

FERNANDO - (quasi con meraviglia) Ottima analisi ed ottimo paragone, signorina... signorina?

ANGELA - Il mio nome è Angela.

FERNANDO - Oh, che sbadato! Non mi sono ancora presentato. (Si alza e accenna ad un inchino) Permette? Fernando, Fernando Aucun. (Si risiede)

ANGELA - (lo osserva attentamente con aria maliziosa) Signor Fernando lei è per caso un baco?

FERNANDO - (con galanteria) Un baco che è riuscito a forare il bozzolo. Ecco perché sto apprezzando il suo viso che sta sotto la seta dei suoi capelli. Tutto ciò che sta sotto la seta è meraviglioso per il baco Fernando. (Allunga una mano e le sfiora un ricciolo)

ANGELA - (ritraendosi divertita) Che simpatico, Fernando...

FERNANDO - E lei com'è bella, Angela. (Le si avvicina, le prende una mano e se la porta alle labbra con devozione)

ANGELA - (sconcertata) Fernando!... Ma lei chi è veramente se mio zio ha sempre detto che in questa casa c'erano solo donne?

FERNANDO - Glielo ripeto volentieri: Fernando Aucun o, se le piace di più, per lei -Baco Fernando-.

ANGELA - (un po' confusa) Volevo dire... (Non trova le parole adatte) qual'è la sua professione?

FERNANDO - cosa può fare un baco quando si è liberato del bozzolo? Diventa farfalla e vola libera nell'universo intero per inebriarsi di luce, di colori, di fiori, di libertà! (Mima l'atto di volare con le mani) Sono un pittore.

ANGELA - E' un pittore? Che professione interessante. Di che corrente? Figurativa, astratta, impressionista?

FERNANDO - Ritrattista... (Le si avvicina e la prende di nuovo per mano) lasci che io l'ammiri: i suoi lineamenti convergono negli occhi che con la loro luce rivelano un'anima che sa di paradiso, mentre le labbra con il loro movimento sinuoso si schiudono alle più estasianti gioie terrene. Che volto interessante... Perché, Angela, non mi permette di ritrarlo?

ANGELA - L'arte per lei è un'estasi, Fernando. Ha l'anima di un grande artista! (Lo guarda come ipnotizzata) Sì, poserò per lei... (Si riscuote) Ma prima mi dia il tempo di sistemarmi e di iniziare la tesi.

FERNANDO - D'accordo... anche perché in questo periodo sono impegnato a mettere a punto certe tecniche pittoriche.

ANGELA - (si alza in piedi come per riscuotersi) Ora devo proprio andare, dato che mio zio, come ha detto, potrebbe rientrare anche tardi.

FERNANDO - Posso consigliarle di prendere alloggio presso la pensione Stella: si trova, uscendo da qui, nella prima traversa a sinistra. Ci si troverà bene e sarà vicina a suo zio... ed anche a me.

ANGELA - Va bene, se la consiglia lei. Faccia la cortesia di riferire a mio zio che io mi trovo là e che mi venga a trovare appena possibile.

FERNANDO - (annuisce) Non dubiti che la verrò a trovare, ne può essere certa.

ANGELA - Furbacchione, mi riferivo a mio zio. Comunque è stato veramente gentile e divertente. E' stato un vero piacere conoscerla, Fernando. Arrivederci.

Angela esce. Fernando resta un momento come trasognato, poi si riscuote. Suona diverse volte il campanello.

ANACLETO - Eccomi, eccomi... (Comparendo premuroso, infilandosi ancora la divisa) Mi scusi, signorino Fernando. Sono tornato adesso dalla stazione perché oggi doveva arrivare mia nepote e invece non si è vista. Ho fatto tardi per questo. Speriamo che non le sia successo niente.

FERNANDO - (con tono sognante) Tua nepote è molto bella.

ANACLETO - (seguendo il discorso) Sì, molto bella... (Riscuotendosi) Ma, signorino Fernando, come fa a sapere che mia nepote è bella?

FERNANDO - (c. s.) Veramente bella, Anacleto. E' stata qui fino a pochi attimi fa ed è stato un bene che tu non ci fossi: ho potuto contemplare la sua bellezza da solo. Mi avresti rubato degli attimi meravigliosi.

ANACLETO - (un po' inquieto) Ma signorino Fernando...

FERNANDO - Via, credo che non me ne vorrai se ti dico che tua nepote è bella. Quando lo dico io... modestamente me ne intendo. Le ho consigliato di prendere alloggio qui alla pensione Stella. Se andrai a trovarla, le farà piacere. Non dirle che è una bella ragazza. Le ripeteresti una cosa che le ho già detto. (Si ferma estasiato come se avesse una visione avanti agli occhi)

ANACLETO - (lo guarda allibito) Signorino Fernando...

FERNANDO - (si riscuote) Il signorino Fernando ha ora bisogno di una stanza adatta per farne il suo studio di pittore. Cosa consiglia il maggiordomo Anacleto?

ANACLETO - La stanza degli ospiti non può andare bene?

FERNANDO - Anacleto! Come puoi pensare che la stanza degli ospiti possa andare bene come studio del grande pittore Fernando Aucun? Dovresti sapere benissimo che tale ambiente, per ovvii motivi, è il più inaccogliente ed il più inospitale della casa.

ANACLETO - Ha perfettamente ragione, signorino. Ricordo che l'ultima volta che è stata tinteggiata, persino l'imbianchino non è riuscito a trovare l'ispirazione e vede che coloraccio ne è venuto fuori. (Lo dice convinto) E poi con quel letto a baldacchino pieno di polvere... no, no, non va bene.

FERNANDO - Che ne pensi della soffitta?

ANACLETO - La soffitta? Sì, però c'è la robaccia. Bisognerebbe ripulirla, ristrutturarla e anche rifare il finestrone di fondo. E' una cosa che si può fare soltanto con il permesso della signorina Matilde.

FERNANDO - (allegro) Andiamo, Anacleto. Tu intanto sali su a liberare la soffitta di tutta la robaccia mentre io vado a chiedere il permesso a Matilde. Ho urgenza di avere il mio studio. L'arte mi aspetta, anzi ha già aspettato fin troppo! (Esce baldanzoso seguito da Anacleto) Andiamo! All'opera!

A T T O T E R Z O

La scena rappresenta lo studio di un pittore. Sulla parete di fondo c'è una grande vetrata e su quella di sinistra si apre la porta d'ingresso. L'arredamento è costituito da un cavalletto, con sopra una tela ancora bianca, alcune sedie in stile moderno, un tavolo da gioco ed una bella poltrona. Diversi quadri sono appesi alle pareti e altri accatastati qua e là. C'è un gaio disordine.

La scena si apre con Fernando che si accinge a fare il ritratto ad Anacleto.

FERNANDO - (prendendo sottobraccio Anacleto) Dammi retta... Ti devi convincere che hai un fisico atletico ed il ritratto in quella posa verrà benissimo.

ANACLETO - (piagnucoloso) Io non ci credo. Quando dice che il mio è un fisico atletico sembra che mi prenda in giro.

FERNANDO - (con tono paziente) Ho bisogno anche della tua collaborazione psicologica per l'ottima riuscita del ritratto. Vai, spogliati, che iniziamo.

ANACLETO - (titubante) Io collaboro, collaboro, ma con quel costume mi vergogno.

FERNANDO - Come sarebbe a dire che ti vergogni? Non lo sai che il nudo nell'arte assume un significato diverso? Il nudo nell'arte è bellezza, purezza di linee.

ANACLETO - Sarà certamente come lei dice, ma permetta almeno di togliermi i vestiti uno per volta, gradatamente.

FERNANDO - (beffeggiandolo) Anacleto! Che facciamo, uno spettacolo di spogliarello? Vai, spogliati in fretta: abbiamo già perduto troppo tempo.

ANACLETO - (esce e dopo un po' rientra, facendo capolino dalla porta, timidamente. Indossa un costume di pelle di leopardo, da lottatore) Si giri, Fernando... (Con voce supplichevole) Non mi guardi subito... Aspetti un momento... la supplico... No! (Si copre gli occhi, vergognoso)

FERNANDO - (finge di inquietarsi gettando i pennelli a terra) Accidenti, accidentaccio, arciaccidentaccio! Come mi sarà venuto in mente di farti questo ritratto a saldo di quel misero denaro che mi hai prestato? Anche la mia pazienza ha un limite. Guarda che debbo vedere!

ANACLETO - (sempre piagnucoloso) Allora è vero che sono brutto. Se non mi può vedere. Mi vergogno, mi vergogno... (Fa per andarsene)

FERNANDO - (lo prende per un braccio e lo riporta in scena) Anacleto! Mi fai sbagliare anche le parole. Volevo dire: guarda che mi tocca fare... (Gridando) Sto perdendo la pazienza! Che razza d'uomo sei? (Lo scuote)

ANACLETO - (offeso) Io sono stanco di sentirmi sempre dire "che razza d'uomo sono". Ora mi rivesto e vado via.

FERNANDO - (trattenendolo per un braccio) Senti, Anacleto, ti faccio una proposta: se oltre ad abbonarmi il debito mi dai una somma... diciamo... così, (fa il cenno di cinque con le dita) ti insegnerò ad essere un vero uomo, (calca la voce) un uomo con la "U" maiuscola. Accetti?

ANACLETO - Cosa? No, non posso accettare, è troppo.

FERNANDO - (brusco) Allora rimani quello che sei: piagnucoloso e moscio! Facciamo alla svelta questo ritratto, che ho fretta. Ho tante altre cose da fare.

ANACLETO - (incredulo, ma allo stesso tempo interessato alla proposta di Fernando) Ma lei, sarebbe veramente capace di farmi diventare un uomo con la "U" maiuscola?

FERNANDO - Certo! Con la "U" grossa come una casa. (Ride)

ANACLETO - Però la somma che mi ha chiesto mi sembra esagerata.

FERNANDO - (con tono sbrigativo) Ti ho detto che ho fretta. Prendere o lasciare.

ANACLETO - (supplichevole) Magari uno sconticino...

FERNANDO - (duro) Niente sconticini.

ANACLETO - (con un sospiro) E va bene! Mi raccomando però. con la "U" maiuscola.

FERNANDO - Stai tranquillo. (Lo guarda sottecchi) Che fai, vuoi iniziare subito?

ANACLETO - (entusiasta) Sì! voglio iniziare subito.

FERNANDO - (serio) Hai un quaderno per gli appunti?

ANACLETO - Appunti?

FERNANDO - (con tono professorale) Appunti, certo. Perché ti serviranno per ripassare da solo gli esercizi che faremo qui. Per questa volta cerca di tenerli bene a memoria. Iniziamo con il portamento ed il linguaggio. Fammi vedere come sai camminare.

ANACLETO - (cammina per il palcoscenico dando le spalle al pubblico, quasi scodinzolando) Vuole che non sappia camminare?

FERNANDO - Nooo! (Fa un gesto di orrore) Non sai camminare affatto! Cosa ancheggi? Cosa scodinzoli? Il bacino deve rimanere fermo... immobile... Prova! (Anacleto ripete come prima) Nooo! Ti ho detto di non scodinzolare... prova di nuovo... fermo... bene... fermo... Così quasi ci siamo. (Fa un sospiro di sollievo) Ora, petto in fuori... In fuori, ho detto! Sguardo fiero... Via quello sguardo languido!... Aggrotta le sopracciglia... (Anacleto esegue mimando in maniera ridicola) Non sempre... ogni tanto! Fissa lo sguardo... aggrotta ancora... cammina... cammina... bene. (Sospiro) Fermati, vieni qui, passiamo alla voce: La voce deve essere rauca e profonda. Proviamo con un esempio, io pronuncio una frase e tu la devi ripetere con la stessa intonazione: (da duro) "Fernando, se non mi fai questo ritratto ti spacco il muso!" Ora ripeti. Avanti.

ANACLETO - (con voce lamentosa, titubante) Signorino Fernando se non mi fa il ritratto io la picchio, la picchio!

FERNANDO - Noo! Nooo! (Getta a terra il baschetto, infuriato) Ripeti, somaro, ripeti bene. Ripeti come l'ho pronunciata io: con voce rauca e profonda.

ANACLETO - Devo proprio ripetere come ha detto lei? Poi non è che si offende, vero?

FERNANDO - Se te l'ho detto io di ripetere la frase, perché mi dovrei offendere?

ANACLETO - (incerto) Allora la ripeto?

FERNANDO - (impaziente) Dilla quella frase, dilla... Non mi far perdere la pazienza.

ANACLETO - (con voce tremante) Se non mi fai questo ritratto... ti spacco il muso. (Si copre il viso con un braccio e fa un passo indietro)

FERNANDO - No! No! Ci devi mettere più grinta. Il segreto è tutto qui, nella mascella... (Se la tocca) La mascella deve essere quadrata. Il mento poi, il mento deve essere... (non trova la parola) deve essere -ingrugnito-. Hai capito? (Si passa una mano sulla fronte) Per oggi basta, non ne posso più. Ripassa da solo tutto quello che ti ho detto, eseguendo i movimenti davanti ad uno specchio perché tu possa vedere gli errori che commetti ed essere così in grado di correggerli. Se la prossima volta che verrai a lezione non apparirai più maschio, vedrai chi sarà che spacca il muso. Su con il portamento! I muscoli, i muscoli... Dove sono i tuoi muscoli? Fai qualche esercizio fisico... Muscoli! Hop, hop... (Anacleto saltella atleticamente qua e là per la stanza mimando la boxe) Muscoli! Via la "pellaccia"!

Entra Angela e si arresta dopo qualche passo, meravigliata.

ANGELA - Zio, che fai in quella tenuta? (Ride) Come sei buffo! Che fai, ti alleni per la boxe?

ANACLETO - (sorpreso) E tu come sei entrata? Chi ti ha aperto?

ANGELA - Filumena. Sai, mi ha detto che eravate qui, nello studio. (Lo guarda ancora ridendo) Come sei buffo, zio.

FERNANDO - (si interpone fra Angela e Anacleto) L'arte non conosce confini. Anacleto... (Gli lancia un'occhiataccia) Vai, rivestiti, esercitati, e cerca di venire la prossima volta con la fiducia "somma". (Gli fa il gesto del denaro con le dita)

ANACLETO - Va bene, signorino. (Rivolto alla nepote) Ciao, Angela. (Esce)

ANGELA - (guarda Fernando sottecchi un po' sospettosa) Che stai combinando? Posso sapere almeno che ne fai di mio zio?

FERNANDO - Vedi, Angela, tuo zio ha svolto da sempre, in questa casa, la funzione di guardiano dell'harem, le cui donne, Matilde, Marta, Beatrice e Filumena, hanno finito con il contagiarlo. Lui inconsapevolmente ha assimilato il vostro modo di pensare, il portamento... Ora io lo sto semplicemente riabituandolo a comportarsi da uomo.

ANGELA - (addolcita) Allora tu oltre che buono sei anche altruista, baco Fernando. (Gli si avvicina e gli tende le mani)

FERNANDO - (prendendole le mani) Io invece sono il più grande egoista. Perché pensi che mi interessi tanto alla personalità di Anacleto? Per la fiducia "somma" che ripone in me? (Ridacchia tra sé) Anche, ma soprattutto perché è tuo zio.

ANGELA - Se è così, va bene. Sono venuta qui per chiederti un favore.

FERNANDO - Sono a tua completa disposizione. Chiedi pure.

ANGELA - Vorrei inserire alcune illustrazioni nella tesi di laurea. me le puoi fare?

FERNANDO - Con immenso piacere. Tu però devi mantenere la promessa che mi hai fatto.

ANGELA - Quale promessa?

FERNANDO - Di posare per me.

ANGELA - Sì, certo.

FERNANDO - Allora, siediti là.

ANGELA - Non ora, Fernando. Guarda come sono! (Si tocca i capelli)

FERNANDO - Sei bellissima, lascia che ammiri i tuoi occhi. Il ritratto te lo devo fare proprio ora perché sono intimamente ispirato. (Va al cavalletto e scrive sulla tela "TI AMO")

ANGELA - (ridendo felice) Mattacchione!

FERNANDO - (le si avvicina) Ti amo davvero, Angela. Tu, mi ami?

ANGELA - (smarrita) Non pretendere subito la mia risposta. Ci devo riflettere. Dammi un attimo di tempo...

FERNANDO - Per chi ama, l'attesa è interminabile.

ANGELA - L'impazienza è nemica dell'amore, comunque cercherò di darti una risposta quanto prima. Ciao, Fernando, ora devo andare. (Esce)

FERNANDO - (dopo una breve pausa, entusiasmato) Come è bella Angela. Bella... bella! Ne sono proprio innamorato. Sono stato troppo precipitoso? Ma no, ma no! Se mi dirà di sì, la sposerò subito subito. (Si riscuote) Ma i soldi? Chissà quanti soldi ci vorranno per un buon matrimonio? Sicuramente tanti. E dove li trovo? Se riuscissi a fare qualche quadro decente, potrei venderlo e ricavarci qualcosa... No, non è questa la strada che mi può portare in paradiso. Scucire altri soldi ad Anacleto?... (Si aggira pensieroso per la stanza) No, ad Anacleto basta. Eventualmente a Domenico. (Dopo un attimo di riflessione) Ammesso che riuscissi comunque a procurarmi i soldi per il matrimonio, come farò dopo a mandare avanti la famiglia? A meno che non si sposino Matilde e Marta cosicché, per testamento, spetterebbe a me l'eredità della buonanima di zia Adelaide. Matilde purtroppo non sembra affatto sulla strada di prendere marito... a meno che... (Prende un giornale, lo sfoglia con noncuranza e legge) Disastroso terremoto in Africa. L'Italia invierà medicinali e personale sanitario formato da volontari medici, infermieri e crocerossine. (Riflette mentalmente) Volontari medici e crocerossine. Volontari medici e crocerossine...

MATILDE - (bussa ed entra) Posso? Ciao, Fernando. Sono salita quassù a vedere come ti sei sistemato. Complimenti... è venuto proprio bene il tuo studio.

FERNANDO - Ti piace? Io ne sono entusiasta e poi... sono felice.

MATILDE - Tu sei sempre felice. Dimmi come fai.

FERNANDO - Vuoi la ricetta?

MATILDE - Che dottore te l'ha prescritta?

FERNANDO - (estasiato) L'amore, cara cugina. E' l'unica medicina che guarisce il corpo e lo spirito. Farebbe bene anche a te, credimi. A proposito di dottore, lo sai che Marchi parte volontario per l'Africa a prestare soccorso ai feriti del terremoto?

MATILDE - Cosa? Il dottor Marchi?

FERNANDO - Meravigliata? Ha un cuore quell'uomo... (La guarda sottecchi)

MATILDE - (quasi balbettando) Parte volontario per prestare soccorso?

FERNANDO - Già, proprio così! Abbandona il redditizio studio professionale per andare a prestare gratuitamente soccorso a quei poveretti... Un uomo eccezionale! Io mi sentirò onorato se mi permetterà di stringergli la mano.

MATILDE - (pensierosa) Il dottor Marchi parte volontario...

FERNANDO - Che ti succede, Matilde? Sei diventata pallida. Ti senti male?

MATILDE - (si siede) Ho bisogno di svelarti un segreto.

FERNANDO - (premuroso) Dimmi, saprò mantenerlo, ti giuro.

MATILDE - Il dottore è innamorato di me.

FERNANDO - Ti capisco, Matilde. Sei orgogliosa di lui al punto di sentirti male. Auguri, sei una donna fortunata. Te lo meriti.

MATILDE - Sono una donna cattiva, cattiva!

FERNANDO - Matilde! Che ti succede?

MATILDE - Ho sempre rifiutato la sua corte.

FERNANDO - Forse non eri sicura dei tuoi sentimenti.

MATILDE - Fosse così mi saprei perdonare. L'ho sempre rifiutato perché con lui non avrei avuto prospettive diverse che una piatta vita borghese. Invece ora capisco che è molto migliore di me.

FERNANDO - (la guarda sconcertato) Ma allora tu lo ami?

MATILDE - Sì. (Scoppia in lacrime)

FERNANDO - Su, su. Tutti nella vita sbagliamo. Te lo dice uno che nella vita di errori ne ha commessi tanti, ma c'è sempre modo di rimediare.

MATILDE - Io non avrò più il coraggio di guardarlo in faccia, l'ho troppo umiliato.

FERNANDO - Ma no, ma no... Se lo ami gli spiegherai, lui ti capirà, vi sposerete e sarete felici.

MATILDE - (singhiozzando) Sono stata cattiva con lui. L'ho troppo umiliato.

FERNANDO - E allora se proprio vuoi espiare, un rimedio ci sarebbe.

MATILDE - Quale?

FERNANDO - (le mostra il giornale) Oltre ai medici, l'Italia invierà anche un corpo di crocerossine volontarie.

MATILDE - Sia lodato il Cielo! (Gli strappa il giornale di mano) Fammi vedere! (Legge in preda ad una visibile eccitazione)

FERNANDO - Che ti prende?

MATILDE - (gli ritorna il giornale) Tieni! Parto anch'io. Grazie per avermi dato l'occasione di sentirmi finalmente viva. (Esce)

FERNANDO - (fregandosi le mani, soddisfatto) Da giocatore consumato ho iniziato la partita bluffando. La prima carta l'ho giocata alla perfezione ed il punteggio è a mio favore. La seconda mi richiederà abilità, sangue freddo e una buona dose di fortuna, ma ho la sensazione di farcela. (Chiama) Anacleto.

ANACLETO - (ingrugnito) Che vuoi che ti sfasci il muso?

FERNANDO - Bravissimo! Ti stavi esercitando?

ANACLETO - Mi è piaciuta la sua lezione, signorino.

FERNANDO - Vai dal dottor Marchi e digli di venire subito qui. Poi continua pure ad esercitarti.

Suonano alla porta. Anacleto vai a vedere chi è. Poco dopo rientra.

FERNANDO - Chi era?

ANACLETO - Il fattore, voleva Matilde.

FERNANDO - Il fattore? Chiamalo subito e fallo accomodare, svelto. (Inizia a dipingere)

Poco dopo entra Domenico introdotto da Anacleto.

DOMENICO - Permesso. Mi voleva, signorino?

FERNANDO - Posso esserti utile?

(Ad Anacleto) Tu vai dove ti ho comandato. (Anacleto esce)

(A Domenico) Dimmi pure.

DOMENICO - No, è con Matilde che dovevo parlare.

FERNANDO - (offeso) Ho capito, mi consideri un estraneo. (Seguita a lavorare sulla tela)

DOMENICO - Non se la deve avere a male, ma lei non mi può aiutare.

FERNANDO - Lo credi tu! Vuoi mettere a dimora qualche nuova cultura? Qualche affare andato male?

DOMENICO - No, è tutto un altro problema.

FERNANDO - Via, di che si tratta?

DOMENICO - Le volevo chiedere perché non è d'accordo che io sposi Marta.

FERNANDO - Ah! (Si ferma un attimo a guardarlo, poi riprende il lavoro)

DOMENICO - Le sembra giusto che ci metta il bastone tra le ruote così?

FERNANDO - E perché vi ostacola?

DOMENICO - Perché mi considera un uomo grezzo. ma non è vero che sono grezzo. (Quasi scusandosi) E' che sono... come si dice... senza troppe sdolcinature: sono un uomo pratico, ma anche buono, onesto e a Marta le voglio bene. Non le dovrebbe bastare? (Gli esce un forte starnuto. Prende dalla tasca un fazzoletto enorme e di colore pacchiano, si soffia il naso rumorosamente e poi lo apre e vi guarda dentro. Occhiata disgustata di Fernando) Questo tempo matto! Un momento fa caldo, poi subito fa freddo. Forse mi sono preso un raffreddore.

FERNANDO - (ha un lampo di genio) Domenico... (Lo squadra da capo a piedi) Conosci tu un certo Monsignor Della Casa?

DOMENICO - Monsignor Della Casa? Chi è un canonico della cattedrale? No, non lo conosco.

FERNANDO - Monsignor Della Casa ti converrebbe conoscerlo, e bene, perché il libro che ha scritto, intitolato "Il Galateo", ti potrebbe essere di notevole aiuto.

DOMENICO - Il galateo? E che sarebbe questo galateo? Io non so nemmeno di che cosa si tratta. (Si stringe nelle spalle)

FERNANDO - Ti meravigliavi perché Matilde ti considera un uomo grezzo. Per fortuna che non l'hai trovata, altrimenti... Hai visto come ti sei soffiato il naso?

DOMENICO - (ingenuo) Beh? Mi sono soffiato il naso perché forse mi sta per scoppiare un bel raffreddore.

FERNANDO - Non ti ho rimproverato -perché- ti sei soffiato il naso, ma per il modo -come- te lo sei soffiato. Matilde ha ragione. (Lo guarda disgustato) Che schifo! Se tu conoscessi il galateo, cioè una specie di codice delle buone maniere, tanti tuoi modi di comportamento sarebbero diversi. Sono convinto che Matilde acconsentirà di darti la mano di Marta solo quando tu conoscerai e applicherai correttamente le norme del galateo, quello, appunto, scritto da Monsignor Della casa. Capisci adesso?

DOMENICO - Beh, ora si è spiegato un pochettino meglio, ma se io questo galateo non lo conosco non mi potrà certo ammazzare. Se non fosse tanto difficile io sarei anche disposto ad impararlo. Lei sa se c'è qualche scuola che lo insegna?

FERNANDO - (scuote la testa, guardandolo con commiserazione) Purtroppo non ci sono scuole.

DOMENICO - E allora come posso fare?

FERNANDO - (sornione) Io ti potrei dare qualche lezione e modestamente saprei fare di te un vero signore, un gentiluomo, ma il mio tempo è prezioso. D'altra parte, se vuoi che ti sia concessa la mano di Marta, non c'è proprio altra strada. Povero Domenico! Ti sei soffiato il naso in un modo... Se ti avesse visto Matilde... (Lo guarda inorridito)

DOMENICO - Se lei è capace sul serio di farmi diventare un gentiluomo con queste lezioni di coso... com'è che si chiama... me le faccia, no! Io la ricompenserò, non dubiti.

FERNANDO - (con superiorità) Compenso, compenso... (Depone i pennelli e si asciuga le dita) Non è questo che mi rende titubante. E' il tempo che ruberesti alla mia arte. Il compenso, capirai, una sciocchezza... Lire. (Gli pronuncia piano l'importo mentre pronuncia normalmente la parola lire)

DOMENICO - (sbalordito) Quanto? Ho capito bene? Vuole che le paghi tutti quei soldi per le lezioni di questo monsignore? Non mi vorrà per caso fare quello che si chiama uno scherzo da monsignore, che sarebbe poi uno scherzo anche più grosso di uno scherzo da prete?

FERNANDO - E' qui che ti volevo, Domenico! Ecco tutto il tuo amore per Marta. Se per te Marta non vale nemmeno quella misera somma che ti ho chiesto, allora lasciamo perdere, che stiamo qui a parlare! (Alza le spalle e sbuffa)

DOMENICO - No, capisca, io per Marta ci spenderei anche il doppio perché lo vale, ma per quel galateo...

FERNANDO - Tu non hai ancora capito l'importanza del galateo. Ecco perché non sei disposto a spenderci, vero?

DOMENICO - Infatti, che c'entra questo galateo con il consenso di Matilde?

FERNANDO - Allora Matilde fa bene a non essere favorevole al tuo matrimonio con Marta.

DOMENICO - Ora anche lei si mette dalla sua parte?

FERNANDO - Certo! Matilde capisce che tu e Marta non potete andare d'accordo in quanto appartenete a mondi diversi. Se vuoi Marta devi elevarti e portarti al suo stesso livello di educazione e di comportamento. A questo serve il galateo. Non basta essere buoni e onesti.

DOMENICO - Comincio a capire che ha ragione.

FERNANDO - (con un sospiro di sollievo) Oh, finalmente!

DOMENICO - Allora siccome io a Marta le voglio bene e con questo galateo potremo ottenere la benedizione di Matilde e soprattutto andare poi più d'accordo, mi faccia queste lezioni di galateo. (Ingoiando amaro) Quello che costa, costa.

FERNANDO - Visto che cominci ad apprezzare certi valori, sono disposto a farti da maestro. Vuoi che iniziamo subito?

DOMENICO - (convinto) Sì, sì, cominciamo subito.

FERNANDO - (con tono professorale) Ascolta bene cosa dice Monsignor Della Casa nel suo galateo: "Non si vuole anco soffiato che ti sarai il naso, aprire il fazzoletto e guardarvi dentro, come se perle e rubini ti dovessero essere scesi dal cervello: che sono stomachevoli modi ed atti a fare che non altri ci ami, ma che, se alcuno ci amasse, si disinnamori". Hai capito?

DOMENICO - (deciso) No!

FERNANDO - (paziente) Dice che ti devi soffiare il naso per bene, non come hai fatto prima. Ora prova in modo corretto. (Domenico riprende dalla tasca il fazzolettone di prima) No, no!... Quello non è un fazzoletto, quello è un lenzuolo. Poi il colore... (Lo guarda disgustato) Tieni, prova con questo. (Gli porge un fazzolettino di seta finissimo togliendoselo dal taschino della giacca) E non guardare nel fazzoletto come se ci dovessi trovare perle e rubini.

DOMENICO - E che vuole che ci faccia con questo? E lo chiama fazzoletto? Come posso soffiarmi se non mi ci entra nemmeno il naso... (Prova) Vede, che le ho detto!

FERNANDO - E via! Che discorsi sono. Prova per bene, senza rumore. E ricordati le parole del galateo: non guardarvi dentro come se perle e rubini dovessero essere scesi dal cervello. (Ride sotto i baffi)

DOMENICO - (fa un forte starnuto quasi in faccia a Fernando) Etcììì!

FERNANDO - (si netta il viso con una mano) Che maniere!

DOMENICO - Eh, miseriaccia! Se mi è uscito uno starnuto che sarà mai. Le ho già detto che sono mezzo raffreddato. Poi con questo fazzolettino qui... come potevo ripararmi.

FERNANDO - (paziente) Ascolta: "Sconce maniere sono ancora di quelli che tossendo o starnutendo fanno sì fatto lo strepito che assordano altrui e di quelli che in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso ai circostanti". Hai capito adesso?

DOMENICO - (disorientato) Un po' sì, un po' no. (Sbottando) Non poteva questo monsignore parlare come gli ha insegnato la madre? Senza tanti -je je- e- jo jo-?

FERNANDO - Hai capito poco, vero? Dice che quando starnuti non devi fare come prima che mi hai lavato la faccia! Hai capito adesso? (Vedendo l'espressione compunta di Domenico) Su, via, non te la prendere; non ti sto mica rimproverando, sto solo correggendo i tuoi, diciamo difettucci. (Gli dà una pacca sulla spalla)

Domenico sospira mortificato.

FERNANDO - Veniamo ad altro. (Lo squadra da capo a piedi) Quello che indossi ti sembra un vestito?

DOMENICO - (sorpreso) Perché non è un vestito? (Si tocca addosso) La giacca, i pantaloni... Come sarebbe a dire che non è un vestito?

FERNANDO - Ti dico che non sei vestito in maniera presentabile. Guarda che accostamento di colori, che taglio! ma chi te lo ha fatto?

DOMENICO - me lo ha fatto il sarto. perché, chi me lo doveva fare?

FERNANDO - Credevo che te lo avesse fatto un falegname: guarda che linea a cassa da morto! (Lo fa girare su se stesso come un manichino)

DOMENICO - (non ancora convinto) Ci vorrebbe soltanto una bella stirata, perché senta un po' che stoffa!

FERNANDO - E' ora che lo metti a riposo, te ne compri uno nuovo perché devi vestire meglio. (Recitando con distacco) "Ciascuno secondo sua condizione e secondo sua età perciocché, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente. perciocché i panni che sono di un altro millennio non si accordano con la persona che è pure di questo".

DOMENICO - Anche questa tiritera sarà certamente di quello... (Fa un gesto di impazienza)

FERNANDO - (impassibile) Certo!

DOMENICO - Ti pareva! (Fremente) Io qui, per colpa di quel canonico, o divento ateo, o vado all'inferno dritto dritto perché fra poco, se perdo la calma, mi metto a tirar giù...

FERNANDO - (fa il gesto di placarlo con le mani aperte) Domenico, non alzare la voce. pensa che tali norme di comportamento ti servono per conquistare Marta e tutto ti sembrerà più facile.

DOMENICO - (controllandosi) Va bene, va bene. Ho capito.

Anacleto entra e annuncia il dottor Marchi.

FERNANDO - (a Domenico) Ora corri a comprarti un bell'abito e facendo tesoro degli insegnamenti del galateo, ritorna qui che ti faccio parlare con Matilde. (Domenico esce. Fernando si sdraia sulla poltrona con aria sofferente) Avanti dottore.

MARCHI - Chi è che sta male?

FERNANDO - Io.

MARCHI - Lei?

FERNANDO - Un peso qui, sul petto.

MARCHI - Vuole che la visiti?

FERNANDO - Non c'è bisogno. E' il conforto che è necessario in un momento così delicato per tutti noi.

MARCHI - E' successo qualcosa di grave?

FERNANDO - La nostra amata Matilde ci lascia.

MARCHI - Matilde?... Ci lascia?... Si spieghi...

FERNANDO - Sì, purtroppo.

MARCHI - (allarmato) Ci lascia in che senso?

FERNANDO - Per me è più di una sorella, le sono tanto affezionato.

MARCHI - Per amor del cielo, parli! Non resisto! Se per lei è più di una sorella, per me, glielo posso confessare, è la donna che amo.

FERNANDO - Avrà saputo di quel terribile terremoto in Africa. Ebbene ha deciso di partire come volontaria crocerossina per alleviare le sofferenze di quei poveretti.

MARCHI - (un po' sollevato) Matilde parte come crocerossina?

FERNANDO - La sua nobiltà d'animo non le permetteva di rimanere insensibile di fronte a tanta sofferenza.

MARCHI - Che donna eccezionale!

FERNANDO - (prende il giornale e mostra l'articolo del terremoto al dottore) Centinaia di morti e feriti accertati e chissà quanti altri nei villaggi dell'interno rimasti ancora isolati. L'Italia invierà medicinali e personale sanitario formato da volontari medici, infermieri e crocerossine. Le adesioni si raccolgono presso...

MARCHI - Non sapevo che l'Italia avrebbe inviato anche medici volontari. Mi faccia vedere. (Prende il giornale e legge)

FERNANDO - Ma lei ha tanto da fare qui, dottore.

MARCHI - Il medico deve stare dove maggiore è il bisogno. Ho un giovane collaboratore che è già in grado di mandare avanti da solo l'ambulatorio. Sa che le dico: parto anch'io.

FERNANDO - La sua decisione le fa veramente onore. Mi fa inoltre restare più tranquillo sapendo che Matilde avrà qualcuno che la proteggerà in caso di bisogno.

MARCHI - Ci può contare.

FERNANDO - Certamente! Anche perché mi diceva prima che Matilde è la donna che ama.

MARCHI - Non fraintenda, io parto per curare quei poveretti. Se poi avrò vicino anche Matilde...

FERNANDO - Mi scusi se sono indiscreto, ma perché non vi siete ancora fidanzati?

MARCHI - (abbassando la testa, confuso) Il nostro è un amore impossibile.

FERNANDO - Impossibile? Non può essere. Non mi risultano amori impossibili.

MARCHI - Sarà una eccezione eppure è così.

FERNANDO - Ho l'impressione, invece, che lei non l'ama abbastanza perché l'amore vero, l'amore grande, non conosce ostacoli.

Entra Matilde.

MATILDE - Scusate, non sapevo che c'era lei, dottore.

FERNANDO - Vieni, vieni, Matilde.

MARCHI - Io allora me ne vado.

MATILDE - No, rimanga pure, dottore.

MARCHI - Grazie.

FERNANDO - Sono io che me ne dovrei andare. Con il vostro altruismo mi fate sentire piccolo piccolo. Peccato che io non sappia far niente, altrimenti partirei con voi.

MARCHI - (a Matilde) Fernando mi ha detto della sua decisione di partire come crocerossina.

MATILDE - Sì, sento un gran desiderio di fare del bene a quei poveretti.

MARCHI - Dobbiamo sentirci tutti fratelli: neri, bianchi, gialli, poveri e ricchi. Ecco il motivo per il quale ho deciso anch'io di partire.

FERNANDO - Scusatemi, io ho alcune cose da fare di là. (Esce)

MATILDE - Il suo altruismo, dottore, mi commuove.

MARCHI - Ma io sono stato spinto dagli stessi ideali di fratellanza che hanno spinto lei.

MATILDE - Ed io mi sento unita a lei in questo stesso slancio.... pur sentendomi in colpa perché l'avevo mal giudicata.

MARCHI - Perché dice questo? Mi apra il suo cuore.

MATILDE - Lei mi ha voluto bene ed io non ho voluto ricambiare il suo amore soffocando i miei sentimenti. Mi potrà perdonare?

MARCHI - Prima che la commozione che provo in questo meraviglioso momento possa bloccarmi le parole in gola, le dico con tutto il cuore: Matilde, io l'amo.

MATILDE - (rimane immobile mentre si asciuga una lacrima) Anch'io.

MARCHI - (le se fa incontro e le prende le mani) Matilde...

MATILDE - Sì.

MARCHI - Saremo felici...

Entra Fernando. Si ferma vedendo il dottore e Matilde mano nella mano.

FERNANDO - Scusate.

MARCHI - Di nulla. Siamo felici di annunciare a lei per primo il nostro fidanzamento. Vero, Matilde?

FERNANDO - Auguri, auguri di tutto cuore. (Abbraccia affettuosamente Matilde ed il dottore)

Suonano alla porta. Poco dopo entrano Domenico e Marta. Domenico è vestito elegantemente e tirato a lucido.

FERNANDO - Venite, prego.

MATILDE - Oh, Domenico! Cosa è avvenuto? Non la riconosco più, così trasformato... Lo sa che sta proprio bene!

DOMENICO - (si inchina leggermente poi prende dalla tasca un fazzolettino e accenna a soffiarsi il naso senza fare il minimo rumore e poi risponde con voce nasale) Grazie, signorina Matilde.

MATILDE - Stento a credere ai miei occhi.

DOMENICO - (agita il fazzolettino profumato che ripone poi nel taschino) Tutto merito del signorino Fernando. (Si inchina cerimonioso)

FERNANDO - Sì, Matilde. Non potevo permettere che il fidanzato di Marta fosse una persona... (esitante) di abitudini tanto diverse dalle nostre anche se di buon cuore. Allora mi sono permesso di sottoporlo ad un corso di "Bon-ton".

MATILDE - hai fatto proprio un ottimo lavoro, Fernando. Complimenti!

DOMENICO - (prende la mano di Marta e si avvicina a Matilde) Signorina Matilde, mi permetto di chiederle, quale sorella maggiore, di acconsentire alle nostre nozze. Noi ci vogliamo bene.

Tutti fissano Matilde che dopo un attimo di esitazione fa cenno di sì con il capo, sorridente. Marta va dalla sorella e l'abbraccia di slancio. Poi ritorna da Domenico che la prende sottobraccio guardandola amorosamente.

MATILDE - Perché sei così serio, Fernando?

FERNANDO - Fuori c'è un tempaccio, vero Domenico?

DOMENICO - Eh, sì, Fernando.

FERNANDO - Fa anche freddo e due poveri ragazzi stanno giù fuori del portone...

MATILDE - Anche oggi?

FERNANDO - Potremmo farli entrare...

MARCHI - Ma certamente, poveri ragazzi... (Guarda Matilde e vedendo la sua freddezza, si corregge) Sempre se Matilde permette.

MARTA - Sii buona, Matilde. Facciamoli entrare.

FERNANDO - Arrivi in Africa per fare del bene, ora che ti capita di fare una buona azione senza muovere un passo...

MATILDE - E va bene. Facciamoli entrare.

Fernando si precipita fuori a chiamare Beatrice e Danilo.

FERNANDO - (da fuori campo) Beatrice, Danilo. Venite, venite. Presto!

Fernando rientra seguito da Beatrice e Danilo che si tengono timidamente per mano.

FERNANDO - Su, su, ragazzi. Matilde è contenta che vi volete bene. Auguri!

Ero andato poco fa in cantina a prendere una bottiglia di spumante per brindare alla migliore riuscita dell'alta missione che il dottore e Matilde si apprestano a compiere in Africa a favore dei poveri terremotati, ma con piacere vedo che dobbiamo festeggiare tanti lieti eventi. (Suona il campanello) Anacleto, Anacleto!... (Ancora più forte) Anacleto!... Dove si sarà cacciato? Signori attendete un attimo che avrò il piacere di servirvi io. (Esce e rientra poco dopo con un carrello con sopra una bottiglia di spumante, diversi bicchieri ed un vassoio di pasticcini) Essendo il maggiordomo irreperibile, dobbiamo servirci da soli, prego.

Si portano tutti intorno al carrello e si servono. Fernando stappa la bottiglia si spumante e lo distribuisce. Regna una piacevole atmosfera di festa.

FILUMENA - (entra eccitata) Correte... correte!

TUTTI - Cos'è successo? Filumena...

FILUMENA - (si fa vento con la mano) Che paura... Gesù mio... Di sotto c'è Anacleto che fa il matto. Sta davanti allo specchio del corridoio e fa tutte mosse come se facesse a cazzotti e grida, grida: "Se non mi fai questo ritratto ti spacco il muso!" M'ha messo una paura... Lui sempre tutto compito... E' segno che è andato via di testa, voi che ne dite, sarà di portarlo in manicomio?

FERNANDO - (ridendo) Altro che matto, è segno che Anacleto è guarito. Prova un po' adesso a chiamarlo "maggiordonna"... vedrai!

FILUMENA - (giungendo le mani) Gesummaria! Io non ci capisco più niente, ma che sta succedendo?

FERNANDO - Stai tranquilla, Filumena. Non c'è nessun matto in questa casa. (Si stropiccia le mani soddisfatto) Tieni, bevi un goccio anche tu. (Le offre un bicchiere di spumante)

Entra Anacleto. Ha un aspetto virile e parla con un gran vocione.

ANACLETO - Filumena... (Protende le braccia per acchiapparla) Filumena!... (Filumena scappa e Anacleto le corre dietro) Filumena!

FERNANDO - (gli si para davanti) Anacleto!... Che ti prende, calmati! Un po' di contegno, perbacco!

ANACLETO - Levati, Fernando, non puoi trattenermi. Levati ho detto! Non puoi più fermarmi ora che mi hai fatto ritornare un uomo con la "U" maiuscola. Quella è la mia donna, è la mia donna! (Con un braccio lo sposta lateralmente e riprende a rincorrere Filumena) Filumena... Filumena...

Filumena esce inseguita da Anacleto. Si sentono le loro voci fuori campo.

ANACLETO - Ti ho presa... Ora sei mia...

FILUMENA - (gridando) No... no... (Con voce appassionata) Sì... Sì.

FERNANDO - (alzando il calice) Brindiamo, amici, anche per loro. Auguri!

Dopo i convenevoli se ne vanno tutti tranne Fernando che resta solo e pensieroso. Le luci si affievoliscono e diventano irreali come in un sogno. Fernando si siede sulla poltrona appoggiando la testa allo schienale senza addormentarsi.

FERNANDO - (sussurrando) Destino... Destino... vieni qui. Ora a noi due.

Entra un uomo completamente ricoperto con un grande mantello variopinto.

DESTINO - Mi hai chiamato?

FERNANDO - Sì, voglio sfidarti.

DESTINO - Hai coraggio.

FERNANDO - Avevi qualche dubbio?

DESTINO - Bene, ti meriti allora la scelta delle armi.

FERNANDO - (va a prendere da un cassetto un mazzo di carte che mostra al Destino) Una mano a poker.

DESTINO - La posta?

FERNANDO - Angela.

DESTINO - Bene.

Siedono a tavolino, frontalmente. Un cono di luce illumina la zona. Il Destino vince le carte, le mescola e le distribuisce.

FERNANDO - Apro.

DESTINO - Ci sto. (Pausa) Quante carte?

FERNANDO - Quattro carte.

DESTINO - Servito.

Entrano Matilde e Marchi a braccetto. Prendono una carta dal mazzo tenuto dal Destino e la consegnano a Fernando.

MATILDE - Eccoti la prima carta, Fernando.

MARCHI - Un segno della nostra riconoscenza.

MATILDE - Ti porterà fortuna.

MATILDE E MARCHI - Auguri, tanti auguri.

Mentre Matilde e Marchi escono, entrano Domenico e Marta che allo stesso modo dei primi consegnano la seconda carta a Fernando con parole di augurio e così di seguito Danilo e Beatrice e per ultimi Anacleto e Filumena con la quarta carta.

DESTINO - Vedo.

FERNANDO - (mostrando le carte) Poker.

DESTINO - Hai vinto.

Il Destino si alza e se ne va. Anche Fernando si alza, ripone le carte nel cassetto e riprende la posizione che aveva prima dell'arrivo del Destino. L'illuminazione ritorna normale.

Entra Angela.

FERNANDO - Angela, che piacere!

ANGELA - Fernando, sono ritornata per rimanere sempre con te. Ti Amo!

FERNANDO - Amore! (Le va incontro e l'abbraccia)

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