Una strana pulce nell’orecchio

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LA PULCE NELL’ORECCHIO

 UNA STRANA  PULCE  NELL’ ORECCHIO

                                            

(altri titoli : Una  pulce nell’ orecchio, Una fastidiosa pulce nell’ orecchio…)

Commedia comica in 3 atti di Pasquale Calvino(otto donne +6 uomini)

Iscrizione  SIAE n. 180 531

Di questo copione si possono avere altri adattamenti con numero di uomini e donne differenti e con diverso finale scrivendo a pasquale.calvino@email.it  

Depositato alla SIAE nel 2009

Prima rappresentazione: 21 novembre 2009  al Teatro Impero di Brindisi(BR) per la regia di Vito Pascariello. 

Ringrazio Vito Pascariello per aver contribuito fattivamente alla definizione scenica del testo.

Traduzione- Riscritturae- Libero adattamento da : “La Puce ‘a l’ oreille” ( prima rappresentazione:1907) di Georges Feydeau(1862-1921)

PERSONAGGI MASCHILI

1 -VICTOR EMMANUEL CHANDEBISE    assicuratore, marito di Raymonde,è fedele alla moglie

  - POCHE     facchino dell’ albergo e sosia di Victor Chandebise (doppia parte)

2 - CAMILLO CHANDEBISE   segretario, strano balbuziente, nipote di Victor, amante di Antoinette

3 -ROMAINE TOURNEL       molto amico di Victor, playboy incallito, innamorato di Raymonde.

4 - CAR­LOS HOMENIDES DE HISTANGUA  marito di Lucien, gelosissimo, spagnolo caliente

5 - Dott.  FINACHE                           medico e amico di casa

6 – RUGBY                                      Cliente inglese dell’albergo “La micia Innamorata”

PERSONAGGI FEMMINILI

1 - RAYMONDE CHANDEBISE     moglie di Victor

2 - LUCIEN DE HISTANGUA     amica di Raymonde e moglie di Carlos lo spagnolo

3 - ADRIENNE FERRAILLON   Direttrice d’albergo ad ore “Della micia innamorata”

4 - EMELINE                                 cameriera di Victor Chandebise, è la sorella maggiore di Antoinette

5 - ANTOINETTE                          amante di Camillo, sorella di Emeline e cuoca di Raymonde

6 - EUGENIE                                   cameriera dell’albergo

7 - OLYMPE FERRAILLON        cameriera dell’albergo, sorella della direttrice Adrienne

8 - BATTISTINA                            recita la parte della malata nel letto girevole                            

L’azione si svolge nel mese di giugno. Il primo e ter­zo atto  casa di Victor Emmanuel Chandebise, il secondo nell’ albergo della Micia Innamorata.

ATTO PRIMO

La scena figura il salotto dei Chandebise. Stile in­glese. Il lato sinistro della scena è liscio, il lato de­stro ha una breve ansa. Sul fondo, un grande vano a fondo pieno e centinato, al centro del quale è una porta a due battenti (serrature e chiavistelli esterni). A destra e a sinistra del vano, porte a un solo bat­tente, con chiavistelli esterni. A sinistra, in primo piano, una finestra. A destra, in primo piano, una porta a un battente, in mogano come le altre (serra­tura e chiavistello interni). In secondo piano, nell’an­sa, un caminetto piuttosto alto. Nell’intavolato, piccoli pannelli di seta disegnata a ranuncoli gialli; tende della finestra e tendaggi per il grande vano del fondo nella stessa seta; tendine bianche al­la finestra. Il mobilio, in genere, è di mogano e in stile inglese. Sul fondo, nel pannello che divide il grande vano dalla porta di destra, uno chiffonier stretto e abbastanza alto. Gli fa pendant, a sinistra del vano, un mobiletto di riscontro. A sinistra, tra la finestra e il fondo, un piccolo mobile con tre cas­setti. Davanti alla finestra, una panca imbottita sen­za spalliera. Contro la panca, uno di quei grandi scrit­toi inglesi a forma di X, che, chiusi, non tengono più posto di una cartelle da disegno e, aperti, formano una tavola che contiene nel suo interno tutto l’occor­rente per scrivere. Al levarsi del sipario, questo mo­bile è chiuso. In mezzo alla scena, sulla sinistra, non lontano dalla panca, ma più verso il fondo, un pic­colo divano con la spalliera in mogano traforato, messo sghembo e col dorso al pubblico. Di fronte e sempre al di là della panca, un tavolinetto di stile diverso, con una sedia per lato. Sulla destra, un grande tavolo collocato perpendicolarmente alla sce­na. Una sedia per lato. Sopra il caminetto, uno spec­chio. Stampe inglesi inquadrate nei pannelli. Nin­noli a volontà. Nella hall esterna, in faccia alla por­ta del grande vano, una panca da sala di ingresso. Sopra, al muro, un telefono. Invisibile al pubblico, la porta di ingresso dello scalone.

All’aprirsi del sipario, Camillo è in piedi; si ap­poggia al lato sinistro dello chiffonier, e volta le spalle al vano di fondo. Sta consultando un dossier che ha preso da uno dei cassetti. Un tempo. La por­ta sul fondo a sinistra si apre lentamente e si vede far capolino Antoinette. Essa getta uno sguardo in­quisitore nella stanza, poi, scorgendo Camillo inten­to al suo lavoro, gli si avvicina in punta di piedi, gli afferra la testa con le due mani, dal di dietro, e gli dà un brusco bacio.

CAMILLO (sorpreso, riprende a stento l’equilibrio; brontolone) — Ma no, non si può! (Si deve capire con la mimica e la gestualità, ma deve dire: A-o! O-i- uò!).

ANTOINETTE — I padroni sono usciti. (Camillo, a gesti, fa capire che potrebbe entrare qualcuno) Ma di cosa hai paura? Se c’è qualcuno che può temere qualcosa sono io…con mia sorella che mi vorrebbe monaca di clausura e che gira sempre per casa…Allora?! Me lo dai un bel bacetto?

CAMILLO — (è impacciato)Eh, sì! (e i)

ANTOINETTE — Svelto, dammi un bel  bacio! Quelli che sai dare solo tu! (Camillo scrolla le spalle come fanno i bambini imbronciati) Su, su! (Camillo per un momento la guarda, come chi non sa se debba ridere o adirarsi, poi, improvvisamente eccitato sta per dare un grosso bacio goloso quando la porta in fondo si apre: sono Emeline,  e il dottor Fi­nache).

EMELINE (ancora nel vestibolo) — Avanti, avanti, dottore.

CAMILLO e ANTOINETTE (insieme) — Oh! Cielo ! Emeline, mia sorella! (Si separano bruscamente. Camillo, battendose­la come un coniglio, si eclissa dalla porta di destra. Antoinette si è spostata rapidamente a sinistra: e lì, come inebetita, si ferma).

EMELINE (ad Antoinette) — Che cosa fai qui?

ANTOINETTE — Ehm... Io? Sono... sono venuta a prendere gli ordini... Gli ordini per il pranzo….

EMELINE — Quali ordini? Non sai che il signore e la signora sono usciti? Sono io che devo prendere gli ordini e poi riferirli a te…Ora va subito via, fila in cucina! Il salotto non è posto per una cuoca. …

ANTOINETTE — Ma...io…

EMELINE — Fila! E non discutere! (Antoinette esce da sinistra bron­tolando).

FINACHE (seduto sulla seggiola a sinistra del ta­volo)— Che sorella autoritaria!

EMELINE — Se non ci fossi io chissà cosa combinerebbe …

FINACHE — Beh, io penso che a voi piace  comandare…vestirvi d’ autorità…

EMELINE — Vedete, signor dottore, questa mia sorellina …è molto ingenua, potrebbe cadere facilmente nella rete dei maschietti.

FINACHE (alzandosi) — Ah si? (risata) Comunque è una sorella ubbidiente… …Beh, visto che il signor Victor non c’è...io andrei… Non sapete a che ora rientrerà?

 EMELINE — Non prima di una buona mezz’ ora.

FINACHE — (prende sul tavolo il cappello e se lo mette in testa). Sentite... Devo visitare un malato, qui vicino. Vado a liquidarlo

EMELINE (scandalizzata) — Oh! Come?!

FINACHE — Ehi? Ma non nel senso che state pensando. No, no, grazie a Dio! Ho molti malati e ci tengo! Volevo dire che liquido,  cioè sbrigo la mia visita e torno qui fra un quarto d’ora.Vo­gliate scusarmi. (Fa per uscire, ma avanza di nuovo) Dimenticavo. Se il vostro padrone rincasa prima che io sia tornato (trae di tasca un fascicolo) consegnategli questo. E dite­gli che ho visitato il cliente spagnolo. È un uomo di prim’ordine...che sta molto bene in salute…Può assicurarlo senza problemi.

EMELINE (viene avanti) — Lo spagnolo! Carlos Histangua. Si, sì, lo conosco. A proposito, sua moglie è di là, nel salone.

LUCIEN (comparendo dalla porta di fondo sinistra, a Emeline) — Potete dirmi, per favore... ( ma scorgendo Finache). Chiedo scusa, signore. (A Emeline). Siete sicuro che la signora Raymonde Chandebise rincaserà presto?

EMELINE — Sicurissimo, signora. Mi ha perfino raccomandato: “Se la signora Lucien dovesse venire, non lasciatela andar via: ho assolutamente bisogno di vederla ».... 

LUCIEN — Difatti mi ha scritto così.... Comunque, aspetterò ancora.

EMELINE — Va bene, signora. (Lucien si avvia verso il fondo come per ritornare indietro, ma si ferma sentendo la voce di Emeline) Stavo giusto conversando con  il  dottor Fi­nache. E’ il medico della “Boston Life Company”, e mi diceva appunto di aver visto vostro marito, questa mattina.

LUCIÀNA — Ma no!!

FINACHE (avvicinandosi un po’ a lei, mentre Emeline si è spostata verso il fondo) — E’ esatto, si­gnora... Ho avuto l’onore di visitare il signor Carlos de Histangua.

LUCIEN — Mio marito si è fatto visitare? Che strana idea.

FINACHE — Sono le piccole indiscrezioni delle Compagnie di Assicurazioni. Signora, mi con­gratulo... Voi avete un marito di ferro !...Che salute! Che temperamento!

LUCIÀNA (a bassa voce, con un sospiro e lascian­dosi cadere sulla sedia a sinistra della scena, in faccia al divano)— Ah, dottore! A chi lo dite! Troppa…Troppa salute…non ne posso più!...

FINACHE (ridendo) — Vi chiedo scusa, signora (Traversando la scena per andare a pren­dere il suo cappello) Io scappo.

LUCIEN Arrivederci dottore.  (Guarda il suo orologio). Un’ora e sette minuti di ritardo! ... Mah... (Lucien si siede su una delle sedie a destra e prende una rivista, che sfoglia distrattamente).

CAMILLO (venendo dal fondo destra e dirigendosi verso il mobile per rimettervi il dossier che aveva preso all’inizio, scorge Lucien) — Oh, pardon si­gnora. (In realtà — e lo stesso accadrà per tutto l’atto — egli deve parlare in modo assolutamente inintelliggibile, con una voce nasale e pronuncian­do solo le vocali — ma in modo netto —  come le persone che hanno il palato perforato).

LUCIEN (alzando il capo e con un leggero in­chino) — Signore...

CAMILLO — Naturalmente la signora aspetta il di­rettore della « Boston Life Company »? (Quel che giunge allo spettatore è più o meno questo:a- u-a-­en-e a i-o-a a-e-a i i-e-o-e e-a o-on i-e om-a-i? ».

LUCIEN (un po’ sorpresa) — Come?

CAMILLO (ripete,cercando di far capire nello stesso modo indistinto di prima)— Io dico: la signora aspet­ta il Signor Victor …direttore della Compagnia di Assicurazioni: Boston Life Company?

LUCIEN (con un sorriso inquieto) — Vi chiedo scusa: non capisco bene ciò che dite...Io conosco solo il francese. French! Vous savez parler français ? (Si alza).

CAMILLO — Eh? Ma io!

LUCIEN — Rivolgetevi al cameriere. Io non ap­partengo alla famiglia. Ho appuntamento con la signora Raymonde Chandebise.

CAMILLO — Oh, oh! Vi domando scusa. (raggiun­ge il mobile  all’indietro e inchinan­dosi).

LUCIEN — Sì, signore, sì. Mah!

CAMILLO (è arrivato al mobile, vi ripone il dos­sier, richiude il cassetto, poi, al momento di usci­re dal fondo destra) — Vi prego ancora di scusarmi.

LUCIEN (che l’ha guardato uscire stupefatta, do­po una breve pausa) — Deve essere ostrogoto.

EMELINE (giungendo dal fondo) — Sono venuto a vedere se la signora non si annoia troppo

LUCIEN (vivacemente) — Oh, voi potrete spie­garmi: poco fa è entrato un uomo...

EMELINE (con un leggero moto di sorpresa) —Un uomo?

LUCIEN — Sì. Mi ha parlato in…una strana lingua…ostrogoto o non so che… Non so assolutamente che cosa mi ha detto. (Imi­tando Camillo) O a o u e a ai o e... Qualcosa di simile.

EMELINE (ridendo) — Ah! E’ il signor Camillo.

LUCIEN — Uno straniero?

EMELINE — No, no. E’ il nipote del signor Victor, il figlio di suo fratello.., il  nipote di primo grado... Ma capisco come la signora si sia impressionata: il signor Camillo ha un piccolo difetto di pronun­cia, non può pronunciare le consonanti...

LUCIEN — Ma no!

EMELINE — Sì, signora. Quando non si è abituati è molto imbarazzante. Io da poco comincio a capire qual­cosa... a forza di sentirlo l’orecchio si abitua!

LUCIEN (sedendosi sulla sedia a sinistra del ta­volo) — Sì, sì.Capisco.

EMELINE — Il signore l’ha preso come segretario perché non poteva trovare nessun altro impiego.

LUCIEN — Beh, un uomo che ha solo vocali da offrirvi!

EMELINE — Non è molto, si capisce! (Andando oltre il ta­volo) Che peccato! Un ragazzo così serio, così a modo! Mi credete se vi dico che non gli si conosce una donna…una fidanzata…un’amante?

LUCIEN — Ma no!

EMELINE (ingenua) — Io almeno non credo…e non esce quasi mai da casa…

LUCIEN (alzandosi) — E’ ben fortunato, il vo­stro giovanotto se non perde la testa per le donne…

EMELINE  — Ah, sì si! (Vedendo Raymonde comparire sul fondo) C’è la signora Raymonde!

LUCIEN (andandole incontro) — Finalmente!

RAYMONDE (entrando impetuosamente)— Mia povera amica, sono desolata... (A Emeline, mentre si avvia al di là del tavolo, su cui posa la borsetta) Andate, Emeline!

EMELINE — Sì, signora. (A Lucien) La signora mi scusa?

LUCIEN — Come no? (Emeline esce).

RAYMONDE (togliendosi il cappello, che posa sul mobile a destra della porta di fondo) — Ti ho fatto aspettare vero? Ti spieghe­rò. (bruscamente, avvicinandosi a Lucien). Ti ho scritto di venire perchè accade qualcosa di molto grave! “Mio marito mi tradisce!”

LUCIEN — Tuo marito? …Victor Emmanuel?

RAYMONDE — Già…Victor Emmanuel.

LUCIEN — Ah!

RAYMONDE — Che canaglia! Oh, ma lo sorprende­rò! (Passa in primo piano).

LUCIEN — Lo sorprenderai? Vuoi dire che non hai ancora una prova?

RAYMONDE — Eh, no! Non ce l’ho! Vigliacco! Oh, ma l’avrò!

LUCIEN — E come?

RAYMONDE — Non lo so. Me la troverai tu. (Sie­de sul divano).

LUCIEN (in piedi accanto a lei)— Io!?

RAYMONDE — Oh, sì, sì! Non dirmi di no, Lucien. In collegio eri la mia migliore amica. Anche se ci siamo perdute di vista per dieci anni, ci sono cose che niente può cancellare. Ho il diritto di considerarti ancora la mia migliore amica?

LUCIEN —  Diamine, certo!

RAYMONDE — E allora a chi se non a te posso rivolgermi quando ho bisogno di aiuto?

LUCIEN (senza convinzione) — Sei molto buona, ti ringrazio…ma

RAYMONDE (continuando il suo discorso) — Dim­mi allora: che cosa devo fare?

LUCIEN (interdetta)— Eh? Per fare che?

RAYMONDE — Per sorprendere mio marito, no?

LUCIEN — Ma non saprei... Raymonde mi hai chiamata per questo?

RAYMONDE — Si capisce.

LUCIEN — Che idea! Anzitutto, chi ti dice che tuo marito è colpevole? Visto che non hai prove!

RAYMONDE — Andiamo! Ci sono cose che non ingannano. Non sono una bambina. Cosa diresti, tu, se improvvisamente tuo marito, dopo essere stato un marito....“Un marito insomma” ecco! …cessasse di esserlo … così da un momento all’altro?

LUCIEN (deliziata)— Direi: aah!...

RÀIMONDA — Eh! (facendo il verso) Diresti davvero aah!… Questo si racconta prima. Anch’io  trovavo noioso e monotono questo amore continuo, questa eterna primavera. Mi auguravo persino, pensa un pò, una contrarietà, una preoccupazione insomma! Sta­vo addirittura pensando di prendermi un amante!

LUCIEN — Un amante, tu?

RAYMONDE — Capirai, cara mia, si passano dei momenti! Avevo già fatto la mia scelta: tanto per non dirti il nome, il signor Romaine Tournel. Sai, quel signore con cui abbiamo pranzato insieme avan­t’ieri... Beh, siamo stati lì lì, mia cara.

LUCIEN — Ah!

RAYMONDE — Perché Ah! E’ il migliore amico di mio marito. Dunque era automaticamente designa­to.  (alzandosi).Oh, ma adesso che mio ma­rito mi tradisce non prenderò davvero un amante!

LUCIEN ( avviandosi verso destra) —Vuoi che ti dica una cosa? Tu sei innamoratissima di tuo marito.

RAYMONDE — Che cosa? Innamoratissima io?

LUCIEN — Se non è così, perché te la prendi?

RAYMONDE — Mi secca il fatto in sè! Io, sì, vo­glio tradirlo, ma che mi tradisca lui,  pas­sa la misura!

LUCIEN (prendendo il suo cappotto) — Hai una morale deliziosa.

RAYMONDE — Ho torto?

LUCIEN (posando il cappotto sulla tavola a de­stra) — No. Ma quello che mi hai detto non prova niente.

RAYMONDE (avanzando oltre il tavolo) — Come, non prova niente! Quando un marito è stato per anni e anni un torrente impetuoso e ad un tratto, improvvisamente, piff!... più niente!...

LUCIEN (seduta a sinistra del tavolo) — Il fiu­me Manzanarès è nelle stesse condizioni, ma non vuol dire che ha abbandonato il suo letto.

RAYMONDE (che ha ascoltata con le braccia incrociate) —Ah! Siii! (Avanza fino al tavolo, fruga nella sua borsetta e trae un paio di bretelle che bran­disce sotto il naso di Lucien).E queste allora?

LUCIEN — Che roba è?

RAYMONDE (perentoria) — Un paio di bretelle. E sai di chi sono queste bretelle?

LUCIEN — Di tuo marito, immagino.

RÀIMONDA (vivamente) — Ah, ah! Ora non lo di­fendi più, eh!

LUCIEN — Ma che c’entra? Io ho detto così... per­chè suppongo che se hai delle bretelle con te, sia­no di tuo marito piuttosto che di un altro signore.

RAYMONDE (che ha riposto le bretelle nella bor­setta, andando a posare questa sul mobile di fon­do e tornando in avanti, sempre parlando, al cen­tro della scena)—E allora puoi spie­garmi per quale motivo mio marito le ha rice­vute stamattina per posta? In un pacco postale che ho aperto inavvertitamente mentre ispezionavo la sua posta.

LUCIEN — E perchè ispezionavi la sua posta?

RAYMONDE (con tono naturalissimo) — Oh Bella. Per sa­pere cosa c’era dentro.

LUCIEN — Questo, tu lo chiami…. aprire un pac­co inavvertitamente!

RAYMONDE — Diamine! Ho detto inavvertitamente perché il pacco non era indirizzato a me.

LUCIEN — Ah!

RAYMONDE — Adesso dovrai riconoscere che se gli hanno rimandato le sue bretelle per posta significa che le aveva dimenticate da “Qualche parte” no?

LUCIEN (alzandosi e avviandosi a sinistra)—Si lo riconosco.

RAYMONDE — E sai che nome si deve dare a questo “Qualche parte?” “L’albergo della Micia Innamorata!”

LUCIEN — Che cos’è?

RAYMONDE — A giudicare dal nome, non sembra una pen­sione di famiglia.

LUCIEN (scrollando la testa)— L’albergo della Micia Innamorata!

RAYMONDE (andando a prendere dal mobile a si­nistra della porta di fondo una scatoletta di legno o di cartone, con la quale torna in avanti)— Ecco la scatola che conteneva le bretelle. Vedi l’etichetta? E, sotto, nome e indirizzo di mio ma­rito: “ Signor Chandebise, 95, boulevard Malesher­bes”.

LUCIEN (leggendo l’intestazione)— Albergo della Micia Innamorata, è vero.

RAYMONDE — Nel quartiere di Montretout, cara mia! Un altro nome che dice molte cose. Tutto è co­sì sconveniente! (Torna a posare la scatola su un tavolo a destra).Ora capisci che non c’è pericolo di sbagliare (intende cornuta). Adesso… ho una “Pulce nell’orecchio”!

LUCIEN — Ne hai motivo.

RAYMONDE (tornando in avanti)— Se poi tu ve­dessi quell’albergo, cara mia!

LUCIEN — “ Se tu vedessi”? Ma allora lo conosci?

RAYMONDE — Si capisce! Ne torno ora! (Siede). Capirai, volevo esser sicura. Così mi sono detta: c’è solo un mezzo: interrogare l’al­bergatore. Bene, credi che sia facile interrogare un albergatore? Non ha voluto sentir ragioni. Muto come un pesce.

LUCIEN — Ah!

RAYMONDE — Insomma, è evidente che possiamo contare solo sulle nostre forze. Gli uomini si sosten­gono fra loro e noi dobbiamo fare altrettanto.. Che cosa devo fare?

LUCIEN — Così! Su due piedi…. mi prendi alla sprovvista…… Oh, aspetta! …..Forse c’è un mezzo, che ho visto impiegare spesso in teatro

RAYMONDE — Quale?

LUCIEN — Oh, niente di geniale. Ma con gli uo­mini funziona sempre? Si prende un foglio di carta da lettere ben profumato e si scrive una lettera ... una lettera ardente, si capisce, come se fosse di un’altra donna... e alla fine gli si dà un appuntamento.

RAYMONDE — Un appuntamento?

LUCIEN — Al quale naturalmente si va. Se il marito viene, si è sicure.

RAYMONDE — Ah. Ho capito. Perché non ci ho pensato prima? (Mentre va a prendere il mobile scrittoio che è davanti alla finestra e lo por­ta davanti al divano e lo apre).Scrivo subito a Victor Emmanuel…. Ma riconoscerà la mia scrittura.

LUCIEN (serissima) — Se gli hai scritto altre vol­te, è certo.

RAYMONDE (alzandosi)— Senti, la tua scrittura... non la conosce. Gli scrivi tu. (Parlando, tira Lucien per un braccio per farle prendere il suo posto).

LUCIEN (resistendo) — Io? Ah, no, no! Questo no. E’ una cosa troppo delicata.

RAYMONDE (su un  tono severo) — Sei la mia migliore amica o non lo sei?

LUCIEN (cedendo) —Sono sicura che tu mi trascinerai all’inferno. Dammi della carta da let­tera.

RAYMONDE (dallo scrittorio tira fuori un blocco di carta da lettera)— Ecco!

LUCIEN — Ma non della tua! La riconoscerebbe! Non hai dell’altra carta, della carta tenera, suggestiva?

RAYMONDE (tirando fuori una scatola di carta da lettere dal mobile)— Mio Dio, avrei questa qui lilla. Non è molto suggestiva.….ma

LUCIEN — Non lo è. Però profumandola molto...

RAYMONDE — Ah, per questo ho quello che ci vuole: “La peonia azzurra” il profumo che usi anche tu e che io ho smesso di mettere da molto tempo. Non se lo ricorderà. Andrà benissimo. Aspetta. (Sempre parlando, suona il campanello. Dalla camera di destra, compare Camillo, con in mano un dossier. Egli getta uno sguardo inquisitore nella stanza.

CAMILLO Chiedo scusa.

RAYMONDE (in piedi accanto al mobiletto a sini­stra della scena)— Che cosa volete, Camillo?

CAMILLO (nel suo linguaggio incomprensibile)—Guardavo se Victor Emmanuel era rientrato.

RAYMONDE (con grande semplicità, su un tono di normale conversazione)— Non ancora. Perchè?

CAMILLO (come sopra)— Perchè devo chiedergli degli schiarimenti riguardo a un contratto che sto pre­parando....

RAYMONDE — Credo che non tarderà molto.

CAMILLO — Bene. Aspetterò. In fondo non c’è altro da fare, vero?

RAYMONDE — Si capisce, si capisce! (A Lucien, che dall’inizio del dialogo ascolta a bocca aperta, con lo sguardo che va da un interlocutore all’altro per fissarsi infine, ammirativo, su Raymonde). Per­ché mi guardi così?

LUCIEN (imbarazzata)— Come? Per niente, per niente!

CAMILLO (a Lucien, giovialmente)— E così, si­gnora, mia cugina  vi ha fatto aspettare troppo?

LUCIEN (interdetta, ma volendo dimostrare che ha capito)— Effettivamente, signore, vi riconosco. Abbiamo anche conversato, poco fa.

RAYMONDE (maliziosa) — No, no, non ti parla di questo. Ti dice che finalmente sono rientrata a casa e che  ti ho fatto aspettare troppo.

CAMILLO (approvando) — ì... ì...

LUCIEN (imbarazzata e sforzandosi di essere a­mabile) — Ah! Ah, sì, sì, finalmente.

RAYMONDE (facendo le presentazioni)— Ah! Scu­sa, il signor Camillo Chandebise, nostro cugino. La signora Carlos Homénidès de Histangua. (Camillo fa un inchino).

LUCIEN (alzandosi)— Felicissima, signore... Scu­satemi se poco fa non vi ho capito. Sono un po’ dura d’orecchio.

CAMILLO (gioviale) — Oh, è molto amabile da par­te vostra dirmi questo, signora. La verità è che ho un piccolo difetto di pronuncia...

LUCIEN (sorridendo falso, come chi non capi­sce nulla)— Ah, sì, sì. (a Raymonde, come per chie­derle aiuto)

RAYMONDE (con una comica serietà)— Ti dice che ha un piccolo difetto di pronuncia.

LUCIEN (fingendo stupore)— Come?... Ma no! Dite davvero? Beh, sì, forse... ora che me l’avete fat­to notare….

CAMILLO (con sorrisi e inchini)— Siete troppo indulgente.

ANTOINETTE (entrando dal fondo a destrra e avanzando) —La signora ha suonato?

RAYMONDE —Andate in camera mia e portatemi quella scatola di profumo che è nel cas­setto di destra della mia toilette.

ANTOINETTE — Va bene signora.

RAYMONDE — Sulla scatola vedrete stampato «Peo­nia azzurra ».

ANTOINETTE — Sì, signora. (Voltandosi per uscire, Antoinette trova alla sua sinistra Camillo. Con aria scherzosa descrive intorno a lui, che è imbarazza­tissimo, un semicerchio, tenendo gli  occhi negli occhi. Arriva così oltre di lui verso il fondo. In que­sto momento, volgendo le spalle al pubblico, dà un violento pizzicotto con la mano sinistra al sedere di Camillo, e esce con la più imperturbabile aria da santarellina).

CAMILLO (proiettato in avanti dal dolore) — Ahi!

RAYMONDE e LUCIEN (di soprassalto) — Cosa c’è?

CAMILLO (mentre Antoinette esce)— Niente nien­te. Un... un dolore acuto qui nel fianco.

RAYMONDE — Uhm. Dipende dai reumi.

CAMILLO (fregandosi il fianco e spostandosi a de­stra con degli inchini all’indietro)— Dipende... di­pende sicuro dai reumi. (salutando) Signora...

LUCIEN (si inchina leggermente)— Signore. (E­sce. Le due donne lo guardano uscire, poi, appena è scomparso, scoppiano a ridere).

LUCIEN - Giuro che ti ammiro per come lo ca­pisci.

RAYMONDE (maliziosa)— Per questo mi guardavi, eh?

LUCIEN — Sì.

RAYMONDE — Cosa vuoi, è la forza dell’abitudine. Ma mi sei piaciuta quando volevi fargli credere che non avevi trovato nulla di strano nel suo modo di parlare.

LUCIEN — Non volevo mortificarlo.

ANTOINETTE (giungendo da sinistra, con in mano un flacone)— E’ questo, signora?

RAYMONDE (prendendo il flacone)— Si è questo, grazie. (Siede su una delle seggiole che stanno di fronte al divano su cui è seduta Lucien. Antoinette esce).Forza! Vediamo di scrivere la lettera pri­ma che rientri mio marito.

LUCIEN — Hai ragione. (Disponendosi a scrivere)Anzitutto dobbiamo stabilire dove la nostra sconosciuta ha ricevuto il colpo di fulmine vedendo tuo marito. In questi giorni siete andati a teatro?

RAYMONDE — Mercoledì scorso, al Palais Royal. Col signor Tournel.

LUCIEN — Tournel?

RAYMONDE — Quello che ti ho detto che per poco diventava il mio amante.

LUCIEN — Ah, sì. Ottimamente. Ora vedrai. (Scri­vendo):“Signore! vi ho visto l’altra sera al Palais Royal...”.

RAYMONDE (con una smorfia)— Ma non ti sembra un po’ freddo, per un colpo di fulmine? Sembra il verbale di un usciere. Io avrei scritto, così, brutalmen­te: “ Io sono quella che non ha tralasciato un i­stante di guardarvi, l’altra sera al Palais Royal!”.

LUCIEN — Ehi, ma tu hai la vocazione!.. Bene, bene, siamo d’accordo. (mette da parte il foglio cominciato, che lascia sullo scrittoio, e comincia subito a scriverne un altro). “ Io sono quella che non ha tra­lasciato un istante di guardarvi... “.

RAYMONDE (dettando) — « ... l’altra sera al Palais Royal! » Così è diretto!

LUCIEN — E’ vissuto! (continuando) “... Voi era­vate in un palco con vostra moglie e con un signo­re...”.

RAYMONDE — Il signor Tournel.

LUCIEN (sempre scrivendo) — Sì, ma questo non devi dirlo. (Tornando alla let­tera) « ... Delle persone che mi erano vicine hanno fatto il vostro nome...Così ho saputo chi eravate. Da quella sera, io non sogno che voi... ».

RAYMONDE —  Non ti pare un po’ esagerato?

LUCIEN (scrivendo)Certo! Ma è quel che ci vuole! ……« Io sono pronta a fare una pazzia. Volete farla con me? Vi aspetto oggi alle cinque all’albergo della Micia Innamorata ».

RAYMONDE — Proprio lo stesso albergo? Non dif­fiderà?

LUCIEN — Anzi! Ne sarà solleticato! (scrivendo) Tra parentesi. “ Chiederete una camera prenotata a nome del signor Chandebise “.« Una donna che vi ama ». Fatto! Il profumo, adesso!

RAYMONDE (che ha sturato il flacone mentre Lucien scriveva) — Eccolo. (Le porge il flacone).

RAYMONDE (si alza vedendo che il profumo ha fatto spandere tutto l’inchiostro) — Oh! L’inchiostro non era asciugato del tutto…

LUCIEN (stesso gesto di disappunto di Raymonde) — Accidenti!

RAYMONDE — Tutto da rifare.

LUCIEN — Aspetta! Ho un’idea. (Torna a scri­vere). « Post scriptum. Perchè, scrivendovi, non pos­so trattenere le mie lacrime? Fate che siano la­crime di gioia e non di disperazione ».

RAYMONDE — Uhm. Troverà che hai pianto molto, per essere una donna sola.

LUCIEN — Gli sembrerà naturalis­simo. E ora l’indirizzo. (Scrive sulla busta).“Signor Victor Emmanuel Chandebise, 95 boulevard Ma­lesherbes. Personale “. (Si alza e passa sul davanti mentre chiude la busta). Ecco. Adesso ci occorre un fattorino. Puoi mandare qualcuno a cercarlo?

RAYMONDE (che ha chiuso lo scrittoio e lo sta rimet­tendo a posto)— Certo. Ho te.

LUCIEN — Io? Scusa ma ….e va bene. Ma ho idea che tu ne abusi. (Suono di campanello esterno).

RAYMONDE — Hanno suonato. Dev’essere mio ma­rito. (Si avvia verso e indica a Lucien la porta a sinistra) Svelta! Da qui, e poi per la porta a destra: ti troverai in an­ticamera.

LUCIEN (dal centro della scena si avvia alla par­ta indicata)— Va bene. A tra poco.

RAYMONDE — A tra poco. (Lucien esce, mentre Raymonde va a chiudere il suo flacone nel mobiletto a sinistra la porta del fondo a destra si schiude e si scorge  Chandebise che parla con Emeline. Dietro di lui è Tournel).

CHÀNDEBISE (ancora col cappello in testa, a Emeline) — Il dottore vi ha detto che sarebbe ripassata?

EMELINE — Sì, signore.

CHANDEBISE — Benissimo. (A Tournel, che tiene in mano il suo cappello) Avanti, vecchio mio. (Lo fa passare. Tournel avanza a destra del tavolo ) Ti posso lasciare un momento? Devo firmare la posta.

RAYMONDE (che i due non avevano visto) — Camillo ti sta aspettando come se fossi il Messia.

CHANDEBISE  — Oh, sei qui?

TOURNEL  — Buon giorno, cara signora.

RAYMONDE — Buongiorno, Tournel. (A suo marito) Sì, sono qui.

CHANDEBISE — Ho incontrato Tournel per la sca­la, così siamo saliti insieme.

RAYMONDE (indifferente) — Ah.

TOURNEL (tirando fuori delle carte dalla busta di pelle che ha portato e che posa sul tavolo) — Ti ho portato un elenco di nuovi clienti da assicurare.

CHANDEBISE — Ottimamente! Tra un po’ lo vedre­mo. (Parlando si tira su i pantaloni come chi è infastidito dalle bretelle).

RAYMONDE (alla quale il gesto non è sfuggito) —Perché ti stai tirando su i pantaloni? Forse le bre­telle ti danno fastidio?

CHANDEBISE — Sì.

RAYMONDE — Ma non sono quelle che ti ho com­perato io?

CHANDEBISE — Sì, sì che lo sono.

RAYMONDE — Prima non ti davano fastidio.

CHANDEBISE — Le ho tirate troppo.

RAYMONDE (facendo mostra di avvicinarsi a lui)— Niente di grave, te le allento subito.

CHANDEBISE (rinculando istintivamente) — Ma no... no! Non è il caso, le allenterò io.

RAYMONDE (punta) — Ah?...Non vuoi che lo faccia io! Va bene, come vuoi tu

CHANDEBISE (a Tournel) — Ti chiedo scusa. Torno tra un momento.(della porta di fondo a de­stra)

TOURNEL — Vai pure, vai pure! (Appena Chandebise è uscito, si preci­pita verso Raymonde) Ah! Raymonde questa notte ti ho sognato!

RAYMONDE (spezzandogli lo slancio) — Ah, no, amico mio, no. … Mentre mio ma­rito mi tradisce non posso davvero pensare di fare altrettanto. Accontentatevi di avermi avuta in sogno…E’ già molto

TOURNEL (sbalordito) — Come?

RAYMONDE — Certe cose vanno bene quando non si ha altro a cui pensare.

TOURNEL — Ma  Raymonde!..... Mi avevate fatto sperare...

RAYMONDE — Davvero? Può darsi. Ma non c’era­no ancora state le bretelle. Ora che ci sono le bre­telle... buonasera. (Esce dalla porta fondo sinistra).

TOURNEL (dubbioso)— Ma quali “Bretelle”? Che cosa significano le “Bretelle”?

CAMILLO (sulla soglia della porta di fondo a de­stra)— Signor Tournel! Mio cugino vi vuole.

TOURNEL (di cattivo umore) — Che cosa?

CAMILLO (sforzandosi, senza riuscirci, di articolare meglio le parole) — Mio cugino vi vuole.

TOURNEL (c. s.) — Io non capisco quello che dite. Quando vi deciderete a parlar chiaro?!

CAMILLO — Un momento! (tira fuori dalla tasca della giacca un blocco di carta, dal taschino una ma­tita e, scandendo ogni sillaba, scrive): Mi-o cu-gi-no vi vuo-le. (e dà il foglietto a Tournel).

TOURNEL (leggendo) — « Mio cugino vi vuole ». E va bene. Non potevate dirlo? (sempre brontolando raccoglie le sue carte; la busta di pelle, invece, la lascia sul tavolo; esce).

CAMILLO (appena Tournel è uscito) — Villano! (sempre parlando avanza fin quasi al proscenio) Io mi disturbo per ve­nirlo a cercare e lui sbraita. (In questo momento la porta di fondo si apre, e Emeline  introduce Finache).

EMELINE — Sì dottore, è tornato.

FINACHE — Bene.

EMELINE — Vado ad avvertirlo.(intanto Camillo, che non li ha sentiti entrare, continua le sue lamen­tele).

CAMILLO — Quel che è troppo è troppo! Io gli dico, gentilissimo: « Tournel, mio cugino vi vuole ». Lui me lo fa ripetere, io allora glie lo scrivo, e lui ha la faccia tosta di rispondermi: «Non potevate dirlo? ». Benone. Non mi disturberò mai più per un simile porcospino!

FINACHE (che da qualche momento lo contem­plava) — Caro Camillo, recitiamo dei monologhi adesso?

CAMILLO (ha un soprassalto) — Eh? Ah, siete voi, dottore?

FINACHE — Non incomodatevi...(cambiando tono) Che c’è di nuovo, piccolo demonio? Sempre baldorie?

CAMILLO (si avvicina vivamente a Finache, e, su un tono di voce più basso) — Oh, oh, zitto! Tacete!

FINACHE — Dimenticavo! Qui, voi passate per l’austero Camillo. E tenete alla vostra reputazione.

CAMILLO (sui carboni ardenti) — Vi prego!

FINACHE —  Vi assicuro che mi divertite molto.

CAMILLO (ridendo con conpiacimento) — Sì, si...

FINACHE — Ditemi, avete approfittato del mio consiglio?

CAMILLO — Quale?

FINACHE — Riguardo all’albergo della Micia Inna­morata?

CAMILLO (estatico, volgendo gli occhi al cielo) —Oh! Tutto bene …ma ho perdute le bretelle che mi ha regalato mio cuginoVictor…

FINACHE — Eh?! Che cosa vi importa? Le ritroverete le bretelle... E anche se non le ritroverete che importanza possono avere le bretelle…Su, andate ad avvertire vostro cugino.

CAMILLO (felice della diversione) — Benissimo. Be­nissimo.

FINACHE — Ah! Aspettate. Dimenticavo di darvi il vo­stro apparecchio.

CAMILLO (tornando indietro) — Quale apparec­chio?

FINACHE (tirando fuori di tasca un piccolo astuc­cio) — Quello che vi avevo promesso... e che vi per­metterà di parlare come tutti gli altri.

CAMILLO — Ah, sì! Lo avete lì?

FINACHE — Sì. Lasciate che vi spieghi. Che cosa vi impedisce di parlare? Un vizio congenito, la volta del palato che non ha avuto il tempo di formarsi. Di conseguenza i suoni, invece di trovare quella parete naturale che li fa rimbal­zare all’esterno, si perdono nei condotti interni,

CAMILLO — E’ così.

FINACHE — Ebbene, io vi ho portato questa pa­rete che vi manca. Guardate com’è graziosa, con che cura è presentata!

CAMILLO — Fate vedere!

FINACIIE—(aprendo l’astuccio) Un palato d’ar­gento, caro mio, come nei racconti di fate.

CAMILLO —(giungendo le mani ammirato Oh!

FINACHE — E in uno scrigno, signor mio... Non è da tutti, avere il proprio palato in uno scrigno!

CAMILLO — Finalmente potrò parlare!

FINACHE — Come?

CAMILLO — Finalmente... (vuol mettersi subito il palato in bocca).

FINACHE— (glielo impedisce afferrandolo) Ma no!Non così. Prima dovete metterlo a bagno in un po’ d’acqua con acido borico.

CAMILLO —Dicevo... (articolando meglio che può) Finalmente potrò par­lare?

FINACHE (che ha capito) — Ma certo potrete par­lare! E come! Se avete del talento potrete persino recitare alla Comédie Francaise.

CAMILLO (radioso) — Ah!... Vado a metterlo su­bito nell’acqua e acido borico (esce dal corridoio sinistro).

VOCE DI CHANDEBISE — (Dall’esterno) Camillo!

CHANDEBISE (entrando dal fondo destra) — Camillo!

FINACHE (andando verso di lui) — Torna subito: ha una piccola faccenda da sbrigare. (tendendogli la mano). Come va?

CHANDEBISE — Oh, dottor Finache, buongiorno. Sono proprio contento di vedervi, devo parlarvi.

FINACHE — Ero venuta poco fa: ve lo ha detto Emeline?

CHANDEBISE — Sì, sì. Per il certificato di de Hi­stangua, vero? Sembra che abbia una salute di ferro.

FINACHE — Di primissimo. Ecco del resto il cer­tificato. (Tira fuori di tasca un foglio che porge )

CHANDEBISE (prendendo il foglio) — Grazie.

FINACHE (sedendosi a sinistra del tavolo) — Di che cosa dovete parlarmi?

CHANDEBISE (sedendo in faccia a lui, a destra del tavolo) — Beh, io volevo... Ecco volevo consultarvi a titolo personale, su una questione un po’ delicata. Dottore, mi capita una cosa piuttosto strana….e ..

FINACHE —Che cosa vi preoccupa?

CHANDEBISE — (imbarazzato) Come posso spiegarvi? Voi sapete che ho una moglie deliziosa. Sapete che non sono né un libertino né un dongiovanni a caccia di avventure…

FINACHE — Amico mio, non posso sapere i fatti vostri..e le vostre esigenze in fatto di donne…

CHANDEBISE — Ve lo assicuro io. E a questo punto non vi meraviglierete se vi dirò che in mia moglie si riassumeva tutto: la sposa e l’amante... Sono sempre stato per lei un marito soddisfacente…

FINACHE — Ah! Bene…

CHANDEBISE — Vi assicuro. Soddisfacente e an­che qualcosa di più!

FINACHE — Benissimo, benissimo. Solo, non vedo dove volete arrivare...

CHANDEBISE —Eh, non è facile! E’ alquanto imbarazzante.... Beh, sentite, vi racconto un fatto, …un episo­dio, che vi illuminerà...

FINACHE — Benissimo! Coraggio!

CHANDEBISE — Ecco. Un bel giorno, o meglio una brutta notte... ero mol­to affettuoso, come sempre con la signora Chandebise. Ebbene all’improvviso, non so ... mi ha preso un malessere, una specie di giramento di testa… e... e... niente…. ca­pitemi, Finache...”Un bambino”

FINACHE — Eh …povero Chandebise!

CHANDEBISE — Potete dirlo, “Eh povero Chandebise!”:  ormai è finita. Io sono vittima di un’idea fissa. Non provo neppure più a lottare... Niente! …”Un bambino”

FINACHE (alzandosi) — Ma non vi aspetterete che prenda tragicamente il vostro caso! Voi siete vittima di un semplice feno­meno di autosuggestione. Vincerlo dipende solo da voi.

CHANDEBISE — Eh! Come?

FINACHE — Fidatevi di me! E’ chiaro che lavorate troppo, state troppo chiuso in ufficio. Avete una netta tendenza a ingobbirvi. (Pas­sandogli davanti).Per questo vi ho ordinato le bre­telle ortopediche. E magari non le avete messe.

CHANDEBISE (tirandosi su il gilet per far vedere le bretelle) — Sì sì che le ho messe! Anzi, per esser costretto a tenerle sempre ho persino regalato tutte le mie vecchie bretelle. Le ha ereditate mio cugino Camillo. Ma queste sono davvero brutte.

FINACHE — Bah. Le vedete solo voi. …

CHANDEBISE — Magari! Poco fa mia moglie stava per scoprirle.

FINACHE (seguendolo) — Ah, voi mettete della vanità dove non dovrebbe essercene. (cambiando to­no). Su, toglietevi la giacca. Vi visito. (Mentre Chan­debise si appresta a togliersi la giacca, la porta destra di fondo si apre e entra Lucien, introdotta da Emeline).

LUCIEN (a Emeline) — Avvertite la signora per piacere.

CHANDEBISE (ricomponendosi prontamente) — Oh!

EMELINE — Sì, signora (esce).

CHANDEBISE (a Finache, passandogli davanti per avvicinarsi a Lucien) — Rimandiamo. (a Lucien). Voi, cara signora!

LUCIEN — Oh caro Victor! Come state?

CHANDEBISE — Bene, come spero di voi. Siete ve­nuta a trovare mia moglie?

LUCIEN — Ritorno, anzi, da una com­missione. Poco fa ero qui e ho già visto Raymonde...e anche il dottore.

RAYMONDE (comparendo dalla porta di fondo destra) —Ah, eccoti!… Fatto?

LUCIEN (anche lei a voce bassa) — Fatto. E’ già qui.

RAYMONDE — Bene.

EMELINE (portando la lettera sul vassoio) — Si­gnore!

CHANDEBISE — Che c’è?

LUCIEN (a bassa voce a Raymonde) — Ci siamo!

EMELINE — Un fattorino ha portato una lettera personale per il signore.

CHANDEBISE — Per me? (alle due donne). Permet­tete? (tira fuori i suoi occhiali, se li mette sulla pun­ta del naso, apre la lettera, poi, dopo averla letta, non può reprimere un’esclamazione di sorpresa)Eh?… “Io sono quella che non ha tralasciato…. emm!

RAYMONDE (pronta) — Cosa c’è?

CHANDEBISE — Niente.

RAYMONDE (perfida) — Non sarà una seccatura?

CHANDEBISE — Oh, no, no... E’... è un affare di lavoro..di as­sicurazioni.

RAYMONDE (secca) — Ah! (a Lucien, a voce bassa, furiosa) Andiamo! Mi sembra che tutto sia chiaro! (escono da sinistra).

CHANDEBISE (a Finache, mentre si avviano verso sinistra) — Incredibile! Non indovinereste mai quel che mi capita.

FINACHE — Cosa vi capita?

TOURNEL (comparendo sulla porta di destra, con il suo dossier in mano) — Di’! Ti rendi conto che mi hai piantato di là...

CHANDEBISE — Vieni..Vieni qui. Arrivi a proposito.

TOURNEL (venendo avanti e posando, mentre pas­sa, il suo dossier sul tavolo) — Che cosa c’è? (a Fi­nache) Buongiorno, dottore

FINACHE — Buongiorno, Tournel.

CHANDEBISE — Ragazzi miei, tenetevi forte! (do­sando il suo effetto). Ho provocato... una passione fulminea.

FINACHE — Voi?

TOURNEL — Tu?

CHANDEBISE — Vi ho messi a terra, eh? (passando fra i due). Sentite! Non invento niente. (Legge dan­do rilievo ad ogni parola) « Io sono quella che non ha tralasciato un istante di guardarvi,... l’altra sera al Palais Royal! teatro... ».

TOURNEL — Tu?

FINACHE — Voi?

CHANDEBISE (pavoneggiandosi) — Esatto! Non ha tralasciato un istante di guardarmi!

TOURNEL — Accidenti, che donna! (gli prende la lettera e continua lui la lettura) — « Voi eravate in un palco con vostra mo­glie e un signore... ».

CHANDEBISE — E un signore! Sei tu: « E un si­gnore. », cioè un ignoto... … entità trascurabile, polvere.

TOURNEL — Hai finito?

CHANDEBISE — Aspetta, aspetta. (gli riprende la lettera e legge) “ Delle persone che mi erano vicine hanno fatto il vostro nome, così ho saputo chi siete... “.

TOURNEL (con stizza) — Che astuzia!

CHANDEBISE — ...” da quella sera, io non sogno che voi... “.

I DUE (non riescono a riaversi) — Ma no!

CHANDEBISE (pavoneggiandosi sempre più) — Non sogna che me! (dando un colpo a Tournel)Capito, Tournel?

TOURNEL — Ma come, c’è scritto così?

CHANDEBISE (con aria di sufficienza, facendo con­statare sulla lettera) — Ma sì, vecchio mio! C’è scrit­to così.

FINACHE (di fronte all’evidenza) — C’è scritto.

CHANDEBISE (prosegue la sua lettura) — “Io sono pronta a fare una pazzia. Vuoi farla con me?” (par­lato) Povera piccola. Cade bene! (leggendo) «Ti aspetto oggi alle cinque all’albergo della Micia Innamorata, MIAO…MIAO camera n. 16 ».

FINACHE  — All’albergo della  Micia Innamorata?

TOURNEL (imbarazzato …mentre va oltre la tavola, trovandosi così in mezzo ai due)— Conosco quell’albergo… di nome si capisce.

CHANDEBISE (improvvisamente) — Oh, amici miei!

I DUE — Cosa c’è?

CHANDEBISE — Essa ha pianto.

I DUE — No!

CHANDEBISE — Proprio! Ha pianto! Sentite. (leg­gendo) «Post-scriptum. - Perché, scrivendoti, non posso trattenere le mie lacrime? Fa che siano lacrime di gioia e non di disperazione ». Povero cuo­ricino! E non è da dire che finga. Guardate questo foglio: inondato. (mette la lettera sotto il naso di Tournel che è in piedi, le due mani appoggiate sul tavolo).

TOURNEL (annusando la lettera) — Ah…come è intenso! Che cosa avrà messo nelle sue lacrime per farle così profumate? (viene in avanti al centro della scena).

FINACHE — Silenzio! La lacrima ha il suo segreto, la lacrima ha il suo mistero! Rispettiamo questo mi­stero.

CHANDEBISE (alzandosi) — Scherzate pure!... Mio vecchio Tournel, anch’io desto delle passioni. E così, mentre ce ne stavamo a teatro, tran­quilli, senza sospettar nulla, una donna mi divorava con gli occhi.

TOURNEL — Ecco.

CHANDEBISE (a Tournel) — Tu non hai notato niente?

TOURNEL — No!... Cioè, mi è sembrato, un mo­mento, ma credevo che fosse per me, e allora...

CHANDEBISE — Ah, a te è sembrato... (cambiando bruscamente tono) Oh, idiota che sono altro! Ma è chiaro, è chiarissimo!

I DUE — Cosa succede?

CHANDEBISE — Non l’ho colpita io, ma tu!

TOURNEL — Io?

CHANDEBISE — Sicuro! Ti ha scambiato per me! Qualcuno avrà fatto il mio nome guardando verso il palco, e lei, che naturalmente aveva occhi solo per te...

TOURNEL — Credi?

CHANDEBISE — E’ così!

TOURNEL (c. s.) — Certo che probabilmente....

CHANDEBISE — (a Tournel) Tu hai l’abitudine di far girare la testa alle donne!  Sei sempre sorridente…le ipnotizzi …

TOURNEL (lusingatissimo, schermendosi solo per la forma) — Ma via! Ma cosa dici!

CHANDEBISE — Sicuro, sicuro! Non è un mistero.Tu le donne le soggioghi.. …le plagi anche a distanza notevole…in teatro per esempio… Non si può aver dubbi, questa lettera porta il mio nome, ma è indirizzata a te. E poiché la lettera è tua, andrai tu!

 TOURNEL (difendendosi senza convinzione) — Ma no! Ma no!

CHANDEBISE — Anzitutto io questa sera non sono libero: offriamo un banchetto al direttore della Sede Americana e quindi...

TOURNEL — No, senti… No! davvero...

CHANDEBISE — Ma smettila! Muori dalla voglia di andare!

TOURNEL — Credi?… E va bene! Accetto! Tanto più che la cosa mi garba. (a Fi­nache) Ho appena rotto una relazione in vista di un’avventura su cui contavo e che per il momento ho dovuto rimandare

CHANDEBISE (che è di nuovo avanzato e si trova fra i due)— Ah, con chi?

TOURNEL (interdetto dalla presenza di Chandebi­se)— Ma con... Ehm... Non posso dirtelo! (passa a destra).  Su, dammi la lettera!

CHANDEBISE — Come? Ah, no! Del resto a che ti serve? Tu devi semplicemente andare all’albergo in questione e chiedere della camera prenotata n.16. Capisci, lettere come queste non ne ricevo spesso. Voglio, che un giorno i miei nipotini trovando questa  fra le mie carte possano dirsi: «Doveva essere  simpatico e affascinante… il nonno se svegliava passioni come que­sta! ». Sarò bello almeno per i posteri!... Su, dottore, venite a visitarmi.

TOURNEL (avviandosi dietro di lui) — E le firme? (E’ passato oltre il tavolo e mostra il suo dossier).

CHANDEBISE — Due minuti e sono da te. Venite in questa camera, Finache, nessuno ci disturberà.

FINACHE — Come preferite. (escono da destra, primo piano).

TOURNEL (dopo un momento, con un sorriso di compiacimento). L’albergo della Micia Innamora­ta!... Chi sarà questa micia  che si è innamorata di me?

RAYMONDE (entra ed ha il cappellino in testa) — Il signor Chandebise non c’è?

TOURNEL — E’ di là con il dottore. Volete che lo chiami?

RAYMONDE — (subitanea)   No, no, non disturbatelo! Quando lo vedrete, ditegli per piacere che io esco con la signora Lucien De Histangua... e che non stia in pensiero se rientrerò tardi: probabilmente pranzerò con la mia amica.

TOURNEL — Beh, credo che anche lui rientrerà tardi.

RAYMONDE— (subito)  E perché?

TOURNEL — (che non scorge nessuna malizia nella domanda) Se non. sbaglio, mi ha detto che que­sta sera ha un banchetto per il suo direttore d’A­merica.

RAYMONDE — Ah, vi ha detto così? Non mi dispiace saperlo, ma è falso, perché il banchetto sarà do­mani. Ho visto l’invito con i miei occhi!

TOURNEL — Allora ha sbagliato giorno. Vado ad avvertirlo. (fa cenno di andare da Chandebise).

RAYMONDE (fermandolo con un gesto) — No, no. Non ha sbagliato giorno. Risparmiate il vostro zelo. L’errore è assolutamente intenzionale, lui vuole un alibi che gli permetta di tornare a casa questa sera e di affermare che ha confuso le date... So io come regolarmi.

TOURNEL  —Ma vi assicuro che era sincerissimo! Non ha nessuna ragione di raccontarmi delle bugie.

RAYMONDE — Poverino! Ma credete che non abbia capito il vostro gioco? Sapendo che mio marito mi tradisce e non potendo sperar nulla da me, tentate di per­suadermi facendomi credere: che è il più fedele degli sposi.

TOURNEL — Vi giuro che sono sincero.

RAYMONDE — Sì? Tanto peggio. Per me sarà come se non lo foste... Addio. (si avvia a sinistra).

TOURNEL — (tentando di fermarla) Raymonde!

CAMILLO (arriva dalla porta destra di fondo con un bicchiere pieno d’acqua e una bustina di acido borico. Il bic­chiere non è a calice ed è colorato) — Oh, signor Tournel! Siete di miglior umore?

TOURNEL — Toglietevi dai piedi! (parlando, Tour­nel è passato davanti a Camillo ed è uscito dalla porta de­stra, secondo piano).

CAMILLO (è rimasto un attimo mogio mogio, poi) Che bestione! (va al di là del tavolino, poi, stando di fronte al pubblico, posa il bicchiere sul tavolo e apre la bustina dell’acido borico). Quanto mi è stato difficile trovare l’acido borico... (versa il contenuto della bustina nel bicchiere, poi prende il bicchiere con una mano e il suo palato d’argento con l’altra; lo tiene un momento tra l’indice e il pollice, poi stacca l’indice dal pollice e il palato cade nel bicchiere,agita il bicchiere e lo fa riposare).

EMELINE (annunciando) — El señor Don Homeni­dès de Histangua.

CAMILLO (salutando)— Ah, il signor De Hìstan­gua!

HOMENIDES — El señor Chandebisse, non c’è?

CAMILLO — Sì, sì. Mio cugino è occupato col dot­tore, ma sarà qui tra un attimo.

HOMENIDES — Ah, bueno! Bueno! (in questo mo­mento la porta di destra  si apre e appaiono Finache e Chandebise).

CAMILLO — Eccoli qui!

FINACHE (avviandosi verso l’estrema destra come chi voglia andarsene) — Insomma, dovete fare solo quello che vi ho detto.

CHANDEBISE — (cerca di cambiar discorso vedendo lo spagnolo)Benissimo, siamo d’accordo.

HOMENIDES — Caro amigo... yo sono el vuestro ser­vidor.

CHANDEBISE — Ah, mio caro... Come state?

HOMENIDES — Bueno, bueno! E il nostro dottore anco? La salute è buena?

FINACHE — Buonissima! Della vostra è inutile chiedere! Scusatemi, stavo uscendo.

HOMENIDES — Ma yo ve prego!

FINACHE — Arrivederci!

HOMENIDES (appena Finache è uscito) — Por fa­vore, la mia spossa è aqui?

CHANDEBISE — Sì, sì. Con mia moglie.

HOMENIDES — Yo lo supponevo. Me aveva detto que me avrebbe anticipato.

CHANDEBISE (guarda Homenides stupito) — Vi avrebbe cosa?

HOMENIDES — Se comprende. Es venuta?

CHANDEBISE — Ah. Vi aveva detto che vi avrebbe preceduto.

HOMENIDES — Non è la stessa?

CHANDEBISE — Sì, sì... Volete che la faccia chia­mare?

HOMENIDES — No! Yo la vedrò tra un momento. Ah, Chandebisse, yo fui esta mattina en l’ufficio del­la vuestra Compagnia. Yo  vidi  il vostro doctore

CHANDEBISE — Me lo ha detto.

HOMENIDES — Sì, sì. Ei me ha fatto urinare.

CHANDEBISE — Come?

HOMENIDES — Fare pipi, fare pippi!

CHANDEBISE (capendo) — Ah, sì, certo.

HOMENIDES — Por que, questo?

CHANDEBISE — Che cosa?

HOMENIDES — Por que me ha fatto fare pippi?

CHANDEBISE — Diamine. Bisognava stabilire se siete in grado di farvi assicurare.

HOMENIDES — En que lo riguarda? Non me ase­guro io, ma mia moglie.

CHANDEBISE (interdetto) — Ma voi non me lo ave­vate detto.

HOMENIDES — Yo ve dissi: yo voglio fare una asegurazione !... Voi no me avete chiesto por qui.

CHANDEBISE (gioviale) — Beh, il piccolo equivo­co è facilmente rimediabile... La signora Homenides dovrà soltanto andare nell’ufficio della Com­pania e...

HOMENIDES — E que cossa? Le faranno fare como a yo?

CHANDEBISE — Eh, si capisce...

HOMENIDES (freddissimo, molto teso e netto) —Yo no lo voglio!

CHANDEBISE — Ma...

HOMENIDES (alzando a mano a mano il tono) —Yo no lo voglio! Yo no lo voglio! (L’ultimo « Yo no lo voglio» è molto scandito e rilevato parlando passa davanti a Chandebise).

CHANDEBISE — Signor Homenides, andiamo !... Bi­sogna essere ragionevoli: è la regola!

HOMENIDES (fa un brusco voltafaccia che lo por­ta petto a petto con Chandebise; violento) — Le regole, io le spezzo. Yo l’ho fatta pippi por lei.

CHANDEBISE (con grande energia) — Ah, no, no! Non è possibile!

HOMENIDES (ritornando a destra) — Bueno! Es semplice: no sarà asegurata.

CHANDEBISE — Siete così geloso?

HOMENIDES — No es gelossia. Yo trovo esto ab­bassamento de degnidad.

CHANDEBISE — E’ un pregiudizio!

HOMENIDES — Gelosso, yo! Oh, no, yo no lo sono.

CHANDEBISE (sforzandosi di essere amabile) —Perchè siete ben sicuro della fedeltà della signora Lucien De Histangua, eh? Del resto, non c’è da stupirsi.

HOMENIDES — No c’entra nada. Solo, yo so que ella sa que yo sarei terrible. Ella non oserebbe mai!

CHANDEBISE — Oh!

HOMENIDES (tirando fuori dalle tasche una pistola che brandisce tenendo la canna verso Chandebise) —Vedete esto cincillo?

CHANDEBISE (proteggendosi istintivamente con la mano, e correndo intorno a Homenidés come in­torno a un asse, al fine di evitare la canna della pistola; e così passa a destra) — Eh, là, là! Piano! Via, via! Non scherzate con queste cose!

HOMENIDES (alzando le spalle) — No c’è pericolo. E’  todo in sigurezza.

CHANDEBISE (non molto rassicurato) — Sì, ma sa­pete...

HOMENIDES (a denti stretti) — Si yo la prendessi con on señor, ah, ah, el señor! Avrebbe subito una balla... nella schiena!... que riuscirebbe fuori... dalla schiena.

CHANDEBISE (sbalordito) — Eh? A lui?

HOMENIDES (brutale e quasi gridato) — No! A ella!

CHANDEBISE — Ah, ah !... Sì, sì!!! Ehm, perchè voi supponete che... (gesto delle mani per indicare due individui vicini).

HOMENIDES — Que cossa? Yo suppongo?... Ah, yo suppongo?

CHANDEBISE (volendo evitare di metterlo totalmen­te in collera) — No! Niente, niente!

HOMENIDES (più calmo) — Yo le ho fatto avver­timento nella nostra prima noche di nozze.

CHANDEBISE (a parte)— Graziosa dichiarazione!

HOMENIDES (rimettendosi in tasca la pistola e an­dando a sinistra) — Oh, ella no se azzarderebbe.

TOURNEL (comparendo sulla porta di destra di fondo) —Allora, vogliamo lavorare?

CHANDEBISE — Un momento, scusa.

TOURNEL — Ah, no. Non posso davvero aspettarti ancora. Ho dell’altro da fare!

CHANDEBISE — Ma sono subito da te! Prepara in­tanto i contratti.

TOURNEL (un po’ seccato) — Oh! (Ritorna nella stanza da cui era uscito, chiudendosi la porta alle spalle).

HOMENIDES — Qui es quest’uomo?

CHANDEBISE — Il signor Tournel.

HOMENIDES — Tournel?

CHANDEBISE— Un mio amico, che è anche pro­duttore della Compagnia di assicurazioni. Un adorabile ragazzo! (credendo che Tournel sia ancora nella stanza, e volendo presentarlo)  Il signor Tournel!... Toh, non c’è più! Ha un solo difetto: civetta come una ragazza!

HOMENIDES (con indulgenza) — Pfi!

CHANDEBISE — Ha una gran fretta di andarsene perché una donna lo aspetta.

HOMENIDES (ridendo) — Aaaah.

CHANDEBISE – (un po’ fatuo)  Ho detto “lo aspetta”, ma forse aspetta me... (dal taschino della giacca tira fuori a metà la lettera, che, parlando, accarezza compiaciuto con la mano)  Perché lei a me ha scritto una bruciante lettera d’amore!

HOMENIDES (interessato) — Es verdad! (Spinto dalla curiosità). E qui è esta donna?

CHANDEBISE — Non lo so! Non ha firmato. (tira fuori del tutto la lettera).

HOMENIDES (profondo) — Probabilmente qualche anonima.

CHANDEBISE — Lo penso anch’io. Dev’essere una donna della buona società... una donna sposata.

HOMENIDES — Da que cossa lo arguziate?

CHANDEBISE — Pardon?

HOMENIDES (ripetendo a voce più alta) — Da que cossa lo arguziate?

CHANDEBISE (ripetendo macchinalmente) — Da che cosa lo arguzia? Beh, anzitutto dallo stile, dal tono. Del resto, se volete farvi un’idea... (ha spiegato la lettera e la porge vanitoso a Homenidés)

HOMENIDES (prende la lettera ridendo) — Aaaah. Allora in esta faccenda c’è un cornuto.

CHANDEBISE — E ne ridete?

HOMENIDES (giubilante, con voce di testa) — Yo me diverta! Come me gusta! (scorre con lo sguardo la lettera e getta un grido)  Ah!

 CHANDEBISE (stupito) — Cosa c’è?

HOMENIDES (sbotta, percorrendo il palcoscenico a grandi passi fino a arrivare all’estrema sinistra) —Caramba! Hija de la perra que te parrò!

CHANDEBISE — Ma che cosa avete!

HOMENIDES — La scrittura de mia moglie e ancho le parfum…

CHANDEBISE (sobbalzando)— Cosa dite?

HOMENIDES (piombando su di lui e schiacciandolo contro il tavolo) — Ah! Misserabile! Canaglia!

CHANDEBISE (tentando di liberarsi) — Eh, là! Calmatevi!

HOMENIDES (con una mano lo tiene alla gola, con l’altra cerca la pistola, che tiene nella tasca  dei calzoni) — Il mio bulledogh! Dov’è il mio bulledogh? Ah, ec­cula

CHANDEBISE (alla vista della pistola puntata ad­dosso a lui) — Ma via! Ma andiamo!

HOMENIDES (alza il cane, e toglie la sicura della pistola, sempre tenendo Chandebise contro il tavolo per mezzo di un ginocchio che gli ha piantato nel ventre) — Ah! La signora te scrive!

CHANDEBISE (riuscendo a liberarsi e guadagnan­do la destra passando davanti ai tavolo) — Ma no! Ma no! Anzitutto non si tratta certo di vostra moglie! Al giorno d’oggi le donne hanno tutte la stessa scrittura.

HOMENIDES (spostandosi un po’ a sinistra) — Yo la conosse!

CHANDEBISE — E poi, in fondo, che c’entro? Non ci vado io, ci va Tournel.

HOMENIDES — Tournel? Quale? L’uomo che era aqui adesso? Bueno! Lo ammazzerò!

CHANDEBISE (va prontamente fino alla porta di fondo a destra, passando per il lato destro del ta­volo) — Eh? Ma no! Non è ancora accaduto nien­te!... Vado subito ad avvertire Tournel e tutto va a posto.

HOMENIDES (che è risalito parallelamente a Chandebise, ma, più svelto di lui, gli sbarra il passo) — Yo ve lo proibisco! Yo voglio lasciar consu­mare la cossa! Yo ho la prova, poi yo ammazzo!

CHANDEBISE (cercando di rabbonirlo) — Andiamo, Histangua! (In questo momento si ode il brusio del­le voci di Lucien e di Raymonde).

HOMENIDES (spingendo Chandebise verso la por­ta di sinistra in primo piano e minacciandolo la pistola)— Sento la voce de mia moglie! Entra qui tu!

CHANDEBISE — Histangua, amico mio!

HOMENIDES (feroce) — Yo te sono tuo amigo, ma yo te ammazzo como un cane. (Chandebise vorreb­be parlare) Andate! Andate o yo sparo!

CHANDEBISE (non se lo fa dire due volte e spa­risce attraverso la porta che Histangua gli indica) — No! No! (Homenides dà un giro di chiave, poi si terge la fronte; sta quasi soffocando).

LUCIEN (giunge in scena seguita da Raymonde) — Ah, eravate qui, marito mio.

HOMENIDES (sforzandosi di sembrare calmo) —Sì, yo ero aqui. Yo ero aqui.

RAYMONDE (passando davanti a Lucien per an­dare incontro a Homenides) — Oh, buongiorno, si­gnor Histangua.

HOMENIDES — Buongiorno, signora... State bene, sì?... Il marido?...

RÀIMONDA — Bene, grazie.

LUCIEN (che da qualche istante lo osserva)—Che cosa avete?

HOMENIDES (con rabbia contenuta) — Yo no tien­go nada.

LUCIEN (poco convinta) — Mah! Io esco con Raymonde. Non avete bisogno di me?

HOMENIDES (c. s.)— No, no! Andate, ve prego... Andate!

LUCIEN — Allora, arrivederci.

RAYMONDE — Arrivederci, caro signore.

HOMENIDES (rabbioso) — A rivedervi, senora, a rivedervi.

LUCIEN (che vuol mettersi il cuore in pace) —Que tienes, querido mio? Por que me pones una cara asì?

HOMENIDES(tanto più nervoso quanto meno vuol dimostrare d’esserlo)—Te aseguro que no tiengo nada.

LUCIEN — Ah! Jesus! Que caracter tan inso­portable tienes! (Le due donne escono).

HOMENIDES (appena sono uscite, sbotta) — Oh! Sin verguenza! Oh! La garça! La garça! La garça! (E’ arrivato all’estrema destra quando sente tam­bureggiare alla porta di sinistra, primo piano. Rag­giunge con un balzo la porta). Basta! Basta o sparo! (Il rumore cessa. Arriva nervosamente in prossimità della porta di fondo quando questa si apre per dare passaggio a Tournel).

TOURNEL — Il signor Chandebise non c’è?

HOMENIDES (a parte, digrignando i denti) — Ec­co aqui l’altro, el Tournel. (A voce normale, con dei sorrisi sotto i quali si avverte la voglia di mor­dere).No, señor, no, non è aqui.

TOURNEL (senza accorgersi dello stato in cui si trova Homenides)— Va bene. Se lo vedete, potete per cortesia dirgli che ho lasciato tutti i contratti sulla sua scrivania e che dovrà soltanto prendere nota dei nominativi?

HOMENIDES (piantato bene in faccia a Tournel)—Sì, señor, sì.

TOURNEL — Quanto a me... non posso aspettarlo ancora.

HOMENIDES (nervosissimo dietro il velo della sua falsa amabilità)— Va bene, andate!

TOURNEL (stupito) — Come?

HOMENIDES (non controllandosi più) — Andatevene o yo ve...!  (Le sue mani, assai vicine al collo di Tournel, si contraggono come se volesse stran­golarlo).

TOURNEL — O voi mi, che cosa?

HOMENIDES (riuscendo con un ultimo sforzo a padroneggiarsi) — Ma niente señor, proprio niente. (Molto amabile)Andate, andate.

TOURNEL — Ah. (Avviandosi) Che strano tipo. (Salutando). Signore! (E esce dal fondo).

HOMENIDES — Ah, scoppio! (Scorge il bicchiere che conteneva il palato di Camillo e vi si dirige di corsa)- Ah! (Ne beve avidamente il contenuto)—           Ah, esto asse bien. (subito si rende conto dello strano gusto di ciò che ha bevuto). Puah! Cossa hanno puesto por farlo tanto salato? (Posa con di­sgusto il bicchiere vuoto sul tavolo e viene in avanti dall’estrema destra).

CAMILLO (compare dal fondo destro e viene in avanti lungo il lato sinistro del tavolo) — Il signor Histangua, tutto solo?

HOMENIDES ( verso di lui) — Oh, voi! (Si calma subito). Arrivate opportuniamente. Yo vado via.

CAMILLO — Ah.

HOMENIDES — Dopo que yo sarò andato via (in­dica la porta destra in primo piano) quella porta, visto? Yo ve autorizzo: potete aprire al vuestro pa­drone. Via! (Parlando lo ha preso per i risvolti della giacca e lo fa passare a sinistra).

CAMILLO (turbato dagli scossoni che ha ricevuto) - Come, al mio padrone?

HOMENIDES (con rabbia, raggiungendo la porta di fondo a grandi passi) — Oh! Sin verguenza! Co­mo podria imaginarme que mi mujer tenesse un amante! ( esce come un energumeno).

CAMILLO (dopo averlo guardato uscire, con aria a metà spaventata e a metà divertita, scimmiottan­dolo) — Non si capisce una parola di quel che dice! (Andando verso la porta di sinistra, primo piano) Al mio padrone? Quale padrone? (Apre la porta; ve­dendo apparire Chandebise. che ha l’aspetto disfat­to, indietreggia) Tu?

CHANDEBISE (ancora pieno di paura, non osa av­venturarsi nella camera) — E’ andato via?

CAMILLO — Chi?

CHANDEBISE (sempre sotto lo stipite della porta) — Ho... Homenidès?

CAMILLO — Sì!

CHANDEBISE (c. s.) — E la signora Homenidès?

CAMILLO — Anche lei, con Raymonde.

CHANDEBISE — Bene... E Tournel?

CAMILLO — E’ appena uscito.

CHANDEBISE (passando davanti a lui) — Acciden­ti! Questo è grave. Non c’è un momento da per­dere! Chi si può mandare ad avvertirli che lui gli piomberà addosso? (Trovando) Ah, Emeline!.

CAMILLO — Dove si deve mandare?

CHANDEBISE — Ehm, al coso, all’affare là... In­somma, so io. (Prendendolo per i risvolti della giac­ca). Siamo su un vulcano! Si prepara un dramma spaventoso, un doppio assassinio forse!

CAMILLO (sobbalzando)— Ma che cosa dici?

CHANDEBISE — Vediamo. Ma sì! Prima del ban­chetto io ho, il tempo di andare da Tournel! Tu aspettami! E dammi il mio cappello! (Passa a destra).

CAMILLO — Mio Dio, che cosa succede?

CHANDEBISE (in fretta)— Non ho il tempo di spie­garti. Senti: se durante la mia assenza Tournel tor­nasse qui per un motivo qualunque, digli che non vada assolutamente all’appuntamento che lui sa... E’ in gioco la sua vita!

CAMILLO (ha un sobbalzo) — La sua vita!

CHANDEBISE — Hai capito bene? La sua vita! Che tragedia, mio Dio, che tragedia!.( Esce da destra, primo piano).

CAMILLO (avviandosi verso sinistra) — Perbacco! Che cosa diavolo hanno tutti quanti, oggi?

TOURNEL ( brusca apparizione sulla porta di fondo) — Devo aver lasciato la mia busta qui.

CAMILLO — Tournel!

TOURNEL (prendendo la sua busta sul tavolo) —Ah, eccola!

CAMILLO (balza verso di lui precipitoso e incom­prensibile) — In nome di Dio, non andate dove sapete voi! E’ in gioco la vostra vita!

TOURNEL — Che cosa?

CAMILLO (aggrappandosi perdutamente a lui) — All’appuntamento! All’appuntamento! Non andateci! E’ in gioco la vostra vita!

TOURNEL (lo fa piroettare su se stesso e lo spin­ge lontano per liberarsene) — Ma lasciatemi in pa­ce! Io non capisco ciò che dite.

CAMILLO (riprendendo rapidamente il suo equilibrio e correndogli appresso)— Tournel! Tournel!

TOURNEL (scappando via) —  Buonasera! (Esce precipitosamente dal fondo).

CAMILLO (corre al caminetto dove aveva lasciato il bicchiere e non lo trova più) — Dio santo, il mio palato! Dove hanno messo il mio palato? (Scor­gendo il bicchiere sul tavolo) Ah, eccolo! (Si cac­cia velocemente il palato in bocca e corre tosto verso il fondo)Tournel! Tournel! Tournel!

CHANDEBISE (col cappello in testa, accorrendo al­le grida di Camillo) — Ma con chi ce l’hai?

CAMILLO (un piede nel vestibolo e uno nel salot­to, parlando con grande volubilità e nel modo più chiaro del mondo) — Ma con Tournel! Non ho mai visto un bruto simile! Gli ho detto tutto quello che tu mi avevi incaricato di dirgli , cioè di non andare all’ appuntamento…e lui non mi ha neppure voluto ascoltare.

CHANDEBISE (sbalordito, lasciandosi cadere su una sedia) — Ah! Parla!

CAMILLO (correndo e chiamando mentre il sipa­rio cala) — Tournel!... Tournel!... .Ehi, Tournel!

SIPARIO

*         ATTO SECONDO         *

A Montretout. il primo piano dell’Albergo della Mi­cia Innamorata. Per fare onore all’insegna, tutto è leggiadro, stimolante, suggestivo. La scena è divisa in due sezioni. A sinistra (e questa parte occupa più o meno i tre quinti della scena), una grande hall alla quale si accede da una scala situata sul fondo e che continua portando ai piani superiori. A sinistra in primo piano, contro il muro, una men­sola. Sopra la mensola, un attaccapanni al quale sono appesi una giacca di livrea e un berretto da facchino d’albergo. In secondo piano, una porta che dà nella camera occupata da Rugby ,l’ ammalato vero, in terzo pia­no, un corridoio che porta ad altre camere; la porta di una di queste è di fronte al pubblico, visibile. Tra questa porta e la hall un quadro di suonerie elettriche è appeso al muro. A destra della hall, la parete che separa la hall stessa dalle due camere contigue, la prima delle quali è visibile al pubbli­co. Questa parete arriva fin quasi in primo piano, terminando a collo di cigno. In secondo piano, una porta, attraverso la quale camera e hall comunicano, in terzo piano, una porta che dà nella camera contigua, il cui interno per conseguenza non è vi­sibile dal pubblico. Nella hall, contro il collo di cigno, una panchettina.

Nella camera di destra, sul fondo, un letto a bal­dacchino, rialzato da uno scalino a angoli tondi e tappezzato. A destra del letto, in una rientranza, u­na finestra che porge su un giardino. In primo piano, a destra una porta che comunica col bagno. A si­nistra, contro il collo di cigno, un tavolinetto lac­cato di bianco. Sul fondo, a sinistra del letto, una sedia. Un’altra sedia è tra la finestra e la porta del bagno. Ai due lati del letto, posto all’altezza del­l’occhio, un bottone per campanello. Questi botto­ni devono essere fatti in modo che abbiano l’aspetto di un bersaglio. Ed essi azionano, quando li si prema, dei campanelli di legno posti tra le quin­te. Per loro mezzo i macchinisti vengono avvertiti e manovrano il girevole del letto. Ecco in che cosa consiste questo girevole: nello scalino sul quale posa il letto, vi sono due sezioni: una, quella inferiore, fissa e orizzontale, in modo che corregga il pendio del palcoscenico; l’altra, posta sopra, mobile e gi­revole. Il pannello del muro costituisce il diametro del disco ruotante, in modo che quando i macchini­sti per mezzo di un argano fanno ruotare questo di­sco, il pannello e il letto girano con esso e lasciano il posto al pannello e al letto della camera vicina: i due letti devono quindi essere identici. La testie­ra di questi letti, quando sono in scena, dev’es­sere dalla parte della finestra; i piedi, per conse­guenza, dalla parte della porta. Per nascondere o­gni possibile fessura tra il pannello e il suo riqua­dro, mettere dei ripari in caucciù, che serviranno al tempo stesso a ammortizzare il colpo d’arrivo del girevole.

In questo atto, l’attore che sostiene la parte di Chandebise dovrà impersonare alternativamente que­sto personaggio e quello di Poche. Perchè questo sia possibile, bisogna predisporre i costumi nel se­guente modo. Fin da quando si alza il sipario, l’at­tore avrà sotto gli abili di Poche il costume di Chan­debise, che non si toglierà mai. Il costume di Po­che è composto da un paio di pantaloni da livrea verdi o blu, da un gilet della stessa stoffa con bot­toni di ottone, da una camicia di cotone rosa e da un paio di grosse scarpe (o pantofole) assai alte, in feltro nero : queste scarpe naturalmente, sono cal­zate sopra gli scarpini di Chandebise. La camicia è solo apparente: si tratta di un paio di maniche che partono dalle spalle del gilet, e di un davan­tino con colletto rivoltato cucito alla scollatura del gilet. Un grembiule e una sciarpa bianca di falsa seta completano il costume. In questa tenuta l’at­tore reciterà tutta la prima parte dell’atto fino al­l’ultima scena di Poche prima della prima entrata di Chandebise. A partire da questo momento, l’at­tore, ogni volta che dovrà mutarsi in Poche avrà —dovendo essere i cambiamenti velocissimi — un gilet e dei pantaloni uguali a quelli di prima, ma completamente truccati, aperti cioè posteriormente.

All’alzarsi del sipario, Eugenie sta finendo di riordinare la camera di destra.

FERRAILLON (sbucando dal corridoio di sinistra) — Eugenie !... Eugenie !... (arriva fino alla porta della ca­mera di destra stanza n.16). Eugenie!

EUGENIE (senza turbarsi, continuando a spolvera­re col suo piumino)— Signora?

FERRAILLON (sulla soglia con stile  alternato ad arrabbiato) — Cosa state facendo?

EUGENIE — Finisco la camera, signora.

FERRAILLON (entra nella camera si guarda intorno) — Quindi se­condo voi questa è una camera fatta? Questo let­to  sembra  come se qualcuno ci abbia dormito!

EUGENIE (ironica) — E invece no, eh?

FERRAILLON — Facciamo dello spirito adesso? Ma guarda che faccia!... Di questo passo si dirà, magari, che il mio è un albergo equivoco.

EUGENIE (ancora ironica) — Per carità!...

FERRAILLON — No, signorina! Mettetevi in testa che questo è un albergo di lusso! Un albergo... come si deve! Dove vengono soltanto persone sposate. (Si sposta un po’ in avanti e a sinistra).

EUGENIE — Sì, ma mai sposate insieme.

FERRAILLON (tornando prontamente verso di lei) — E con questo? Sono ancora più sposati, perchè lo sono ciascuno per proprio conto. La si­gnorina adesso si permette di giudicare la mia clientela! Su, rimettete bene in ordine e alla svelta! (Butta per terra le coperte, poi esce  nella hall).

EUGENIE (a parte)— Quant’è seccante!

OLYMPE (è apparsa sul fondo portando una pila di lenzuoli. E’ molto truccata e ingioiellata) —Con chi ce l’hai, Adrienne? (E va a posare i suoi lenzuoli sulla mensola di sinistra).

FERRAILLON — Quella ragazza s’infischia di tut­to!

FERRAILLON (scorgendo Battistina che arriva  ed ha un’aria da cane bastonato, gli va in­contro, la afferra per il braccio e la  fa passare a destra) — Ah, sei qui! Da dove vieni?

BATTISTINA — Io?

FERRAILLON — Vuoi lavorare, sì o no?

BATTISTINA (timida) — Sì, si certo signora.

FERRAILLON — E allora và a coricarti (Battistina si avvia verso il fondo, ma si ferma alla voce di Ferraillon) Ma guarda un pò! Ecco una donna che non è capace di far niente; ma che ha la fortuna di avere dei reumatismi indiscutibili…

BATTISTINA — Il fatto è che….

FERRAILLON—  Fila nella tua camera!

RUGBY (sbuca dalla camera di sinistra; alla schiena di Ferraillon, da molto vicino) — Nobody called?

FERRAILLON (ha un soprassalto e si volta di scat­to) — Come?

RUGBY (adirato e a voce alta) — Nobody called, I said! (Fer­raillon e Olympe si guardano sbalorditi; Rugby, vedendo che non hanno capito, più piano, a Olympe) I you please, anybody called for me?

OLYMPE — No, no bodé, no bodé, signore!

RUGBY (brontolando) — Huah... Thank. (Ritorna in camera sua, furibondo. Ferraillon e Olympe si guardano  incuriositi).

FERRAJLLON (dopo un momento) — Che cosa ha detto?

OLYMPE — Credo che abbia chiesto se era venuto qualcuno a cercarlo.

FERRAILLON — Che mania, di parlarmi in inglese.

OLYMPE — Non sa la nostra lingua.

FERRAILON — Non è una ragione perché io capi­sca la sua.

OLYMPE — Pover’uomo. E’ la terza volta che chiede di una signora che aspetta, ma che non arriva.

FERRAILLON — Lo credo bene! Se è così anche con le donne... le fa scappare!

OLYMPE — (Disponendosi a ri­prendere la sua pila di lenzuoli). Vado a portare i lenzuoli in guardaroba.

FERRAILLON — Ma non devi farlo tu! (chiaman­do) Eugenie!

EUGENIE (che, durante le scene che precedono, aveva rifatto il letto ed era poi scomparsa nel ba­gno, per uscire due o tre battute più sopra) — Si­gnora?

FERRAILLON — Avete finito la camera?

EUGENIE (col piumino sotto il braccio e una broc­ca in mano) — Più o meno, signora.

FERRAILLON — Su, portate questi lenzuoli in guardaroba

EUGENIE (posa la brocca e il piumino nel corri­doio con un sospiro di rassegnazione) — Va bene. Che mestiere da bestie. (Si avvia verso il fondo; alla battuta di Olympe, si ferma).

OLYMPE — Adesso che mi viene in mente! (Indica la camera di destra, in primo piano.n. 16) Non dovete dare a nessuno questa camera: è prenotata.

FERRAILLON — Ah. E da chi? (siede).

OLYMPE — Dal signor Chandebise. (A Eugenie) Vi ricorderete?

EUGENIE — Sì, signora, è il signore che parla così: a-u-o (Pronuncia  alla maniera di Camillo).

OLYMPE — Esatto.

FERRAILLON (si è seduto sulla panca) — Ah, viene oggi?

OLYMPE — Si.(vedendo che Eugenie si è avvicinata per ascoltare il contenuto del biglietto)  Eugenie non ho più bisogno di voi!

 EUGENIE — Ah, ho capito, signora.… (Si avvia verso il fon­do)

OLYMPE — Non da lì.(indicando il corridoio di destra) Fate la scala del corridoio. E’ lo stesso, e non correte il rischio di incontrare qualche cliente, con tutti quei lenzuoli.

EUGENIE — Si, signora. (e esce dal corridoio di destra).

OLYMPE (a Ferraillon) — Ti leggo il biglietto: “ Riservatemi per oggi alle cinque la stessa camera dell’ultima volta. Chandebise.”. L’ultima volta aveva appunto quella lì. (indica la camera di destra 16)

FERRAILLON (alzandosi) — Benissimo!...Chi sa se ha ricevuto le bretelle che aveva lasciato in camera… (entra nella camera N16) Schiacciamo un po’ il bottone per vedere se Battistina è al suo posto. (Preme il bottone a sinistra del letto; la parete ruota sui suoi cardini, portando via il letto che è in scena, il cui posto viene preso dal letto della camera atti­gua. Nel letto c’ è Battistina).

BATTISTINA (coricata sul dorso, con un ritor­nello familiare) — Oh, i miei reumatismi! I miei po­veri reumatismi! Non ce la faccio più…che dolori…( è in camicia da notte, con una cuffia in testa).

FERRAILLON (interrompendola) — Va bene, va be­ne. Non ti stancare, sono io.

BATTISTINA (sedendosi) — Ah, sei tu? Come vedi sono al mio posto di combattimento…di lavoro.

FERRAILLON —  Ti pago per questo! Su, rimandiamo il letto a posto. (Preme di nuovo il bottone, e di nuovo il girevole ruota, rimettendo a posto il primo letto) Tutto funziona benissimo. (Olympe segue sua sorella che va verso il fondo e, sempre camminando) Dov’è Poche?

OLYMPE  — In cantina, a met­tere a posto la legna.

FERRAILLON (all’estrema sinistra) — In cantina?... Ma sei pazza! Quel­lo ha un solo difetto:di ubriacarsi, e tu lo mandi in cantina!

OLYMPE —Adrienne,  il vino è chiuso a chiave. Non c’è pericolo.

FERRAILLON — Beh meno male. … lo conosco bene quel be­stione!… Gli piace bere…. ma è un servitore ubbidiente come piace a me! Quando un paio di settimane fa l’ho trovato disoc­cupato, l’ho preso subito.

OLYMPE— Hai fatto benissimo.

(in questo momento, proveniente dal corridoio di destra, compare Poche. Ha una gerla con un  fascio di legna sulle spalle, ed è in tenuta da lavoro: pantaloni e gilet della livrea, grembiale con bretelle e scarpe di feltro. I capelli sono spettinati, come li ha chi torna dal proprio lavoro. E’ il sosia assoluto di Chandebise, solo è più volgare, più pesan­te, ma non tende ad avere la gobba… cerca di camminare diritto come un soldato, pancia in dentro e petto in fuori... In mano ha un biglietto).

FERRAILLON (appena vede Poche) — Quando si par­la del diavolo... Che c’è, Poche?

POCHE (accennando il saluto militare, con voce piuttosto pastosa) — Un biglietto, padrona!

FERRAILLON (andando verso di lui, e imitandolo) —« Un biglietto padrona!» Dammi, su!... (mentre passa davanti a Poche gli prende dalle mani il bigliet­to e va verso Olympe e vedendo  che questo sorride beatamen­te abbozzando istintivamente dei saluti mi­litari) Hai finito di guardarmi così? (sem­pre parlando, ha aperto il biglietto correndo con lo sguardo alla firma) Ah... anche questo è di Chande­bise! (In questo momento Eugenie compare mentre Ferraillon legge il contenuto del biglietto)“ Prenotatemi una buona camera...”

OLYMPE (con una punta di ironia) — Ci tiene, evidentemente!

FERRAILLON — “ ...e fatene disporre a chi la chiederà a mio nome”. (A Eugenie che è arrivata in questo momento,  e a Poche) Avete capito, voi due? Se qualcuno chiede la camera riservata al Signor Chan­debise, l’accompagnerete in quella lì. (indica la ca­mera in primo piano a destra,n. 16).

EUGENIE — Va bene padrona. Chandebise è quel signore che parla strano…senza pronunciare le consonanti…viene con quella signorina sempre col velo…per non farsi riconoscere…che lui chiama : A-O-I-A 

FERRAILLON — Brava! Quello che aveva dimenticate le sue bretelle e noi gliele abbiamo spedite (Eugenie esce dal corridoiosinistro. Poche rimane dove sta e continua a contemplare la sua padrona) Beh, non hai capito? Specie di cosacco! (Lo afferra per il braccio e lo fa ruotare su se stesso) Su, squagliatela. (Poche si avvia verso il corridoio di sinistra con un’aria ra­diosa voltandosi indietro) Ma guarda che aria beata! (Facendo la voce grossa) Sei ancora qui? Fila via! Via! (Poche ubbidisce precipitosamente portando via la sua gerla ).

POCHE — Sì, signora.

FERRAILLON —  (Suonano consulta il quadro dei segnali).E’ l’inglese!

RUGBY — (schizzando fuori dalla camera alla sua so­lita maniera e vicinissimo alle spalle di Ferraillon) Nobody called?

FERRAILLON — Ah, di nuovo! Volete smetterla?

RUGBY — Nobody called for me, I say?

FERRAILLON (col sorriso sulle labbra, a mezza voce) Oh ma che barba!

RUGBY (tendendo l’orecchio) — Wath?

FERRAILLON (c. s.) — Che barba!!

RUGBY (che non capisce) — Baaba?

FERRAILLON (col suo tono più amabile) — Ma sì, impaziente di un inglese. Che barba!

RUGBY (c. s.) — Ah ..Baaba!... Aoh, thanks. (Si gira per rientrare quando arri­vato sulla soglia della sua porta si ferma di colpo meravigliato perchè compare Raymonde dal fondo con  il volto celato da un fitto velo)   Aoh!

FEIIRAILLON — La signora desidera?

RAYMONDE — La camera prenotata dal signor Chan­debise.

FERRAILLON (passando davanti a lei per andare ad aprire la porta della camera di destra) — Ah si, da questa parte, signora!

RUGBY ((Rugby non ha lasciato nemmeno per un attimo di guardare Raymonde e non potendola vedere in viso, avanza senza riguardi fino  mettersi a girarle intorno come una farfalla intorno al lume. Raymonde, che lo guarda sbalordita si gira istintivamente su se stessa ) —«Turnin around town, Knocking people down, Kissing every girl you meet ». (constatando che Raymonde non è colei che cerca ritorna in camera sua con le mani in tasca). No! it’s not that one!

RAYMONDE (sempre stupitissima) — Che cos’ha?

FERRAILLON — Non badategli, signora. E’ un origi­nale d’oltremare.

RAYMONDE (avanzando un po’ verso sinistra) — La faccia tosta non gli manca. (a Ferraillon) Non è an­cora venuto nessuno a chiedere la camera? (rialza appena il velo).

FERRAILLON — Nessuno. (le si avvicina) Sicuro di non sbagliare: la signora è già venuta questa mattina!

RAYMONDE — Eh?

FERRAILLON — Ma si! E’ proprio così. Signora, sono lusingata! Io ero certo che la mia discrezione mi avrebbe assicurato la fiducia della signora, ma confesso che non me l’aspettavo così presto!

RAYMONDE (urtata) — Ma che maniere! Io non vi permetto di...

FERRAILLON (con garbo) — Scusatemi, si­gnora. (risale fino alla porta e si schiaccia, per lasciar passare Raymonde)

RAYMONDE (passa davanti a Ferraillon e sulla soglia della porta, si volta per fulminarlo con uno sguardo altezzoso  intimando con il dito il silenzio)— Scsse !... (e raggiunge l’e­strema destra della camera).

FERRAILLON (che è entrato nella camera dietro di lei) — Ecco la camera. Come la signora può vedere, è molto confortevole. Il letto...

RAYMONDE (altezzosa, tagliando corto) — Va bene, signora. Non mi occorre. (con aria molto dignitosa passa a sinistra). Non ho intenzione di stabilirmi qui.

FERRAILLON — Sì, signora. (tra sè, dirigen­dosi verso il bagno) « Strano tipo!... »  (ad alta voce)E da questa parte c’è il bagno con acqua calda e fredda, doccia... ( indicando il bottone del meccanismo del letto girevole) Qui ai due lati del letto in caso di sorpresa... è molto importante abbiamo un…..

RAYMONDE— Insomma ba­sta!... Vedrò, controllerò da sola... Vi prego di la­sciarmi.

FERRAILLON (interdetta)— Ma signora...

RAYMONDE — Non ho più bisogno di voi.

FERRAILLON  —  Sta bene, signora. (chiudendosi la porta alle spalle) —Che isterica!

RAYMONDE — Che mancanza di tatto, questa donna! (si guarda intorno)

FERRAILLON  —  ( arriva Poche con la gerla della legna sulle spalle ) — Ehi, Poche.

POCHE (sguardo tenero, salutando militarmente) — Sì, padrona

FERRAILLON—  Hai finito con quella legna?

POCHE (c. s.) — Ancora un carico, padrona.

FERRAILLON — Al trotto, allora! E poi mi farai il piacere di metterti la livrea, invece di lasciarla ap­pesa li. Non è quello il suo posto.(parlando ha indicato la giacca della livrea e il berretto, che sono appesi all’attaccapanni sopra la mensola). E’ l’ora in cui ar­rivano i clienti; devi essere in ordine.

POCHE —  (esce)  Sì, padrona.

( Raymonde, durante la scena precedente ha ispezionato la camera; in questo momento è nel bagno).

TOURNEL (arrivando ) — Scusate, la ca­mera N.16 prenotata a nome del signor Chandebise?

FERRAILLON — Da questa parte, signore. Ma... voi non siete il signor Chandebise!

TOURNEL — No, ma non importa. Lo rappresento

FERRAILLON (approvando col capo)— Bene. Del resto il biglietto dice di far passare chi chiede la camera prenotata a suo nome... La signora è già arrivata, signore.

TOURNEL — Ah! E..em... è bella?

FERRAILLON (lo guarda stupito, poi) —  Io ritengo che se la signora piace al signore...

TOURNEL — Il fatto è... che non la conosco.

FERRAILLON — Ah!

TOURNEL — Quindi capirete, prima di farmi ve­dere... Non si sa mai, potrebbe essere una vecchia trottola...

FERRAILLON — No, no! Rassicuratevi: non deve avere un carattere molto dolce, ma è graziosa.

TOURNEL (disinvolto) — Benone!

FERRAILLON (guadagna la sinistra indicando la stanza numero 16) — La signora è lì, signore. (entrando e bussando alla porta del bagno) Signora!

VOCE DI RAYMONDE  —  Si!

FERRAILLON  — Il signore è arrivato!

VOCE DI RAYMONDE — Va bene, grazie.

FERRAILLON (sulla soglia, prima di ritirarsi) — Au­guri, signore. (chiudendo la porta)

TOURNEL— Grazie. (si dà un’occhiata intorno). Un po­sto grazioso. Civettuolo, bene ammobiliato. (Il suo sguardo cade sui bottoni elettrici). Questi sono i campanelli.. E ora vediamo di presentarci in un modo originale…. Tro­vato! (Va a nascondersi sul letto con la coperta in testa)

RAYMONDE (irrompe fuori dal bagno; non vedendo nes­suno) — Ah, Ma dov’è?..

TOURNEL (dietro le cortine) — Cucù! Cucù!

RAYMONDE (a parte) — « Cucù »? Aspetta un po’!

TOURNEL (c. s.) — Cucù! Cucu! (Raymonde  con la borsetta da un fortissimo colpo sulla testa di Tournel).

RAYMONDE — Sei qui...delinquente traditore…ora ho la prova…tieni!

TOURNEL (incassando il colpo)— Ahi! Ma..Oh…ma chi è…

RAYMONDE (facendo un balzo indietro) — Non è lui! E chi è?

TOURNEL — Raymonde!!

RAYMONDE (sbalordita) — Il signor Tournel !!!

TOURNEL — Questa non me l’aspettavo proprio! (toccandosi la testa). Che bella sorpresa!

RAYMONDE — Ma voi... Che cosa fate qui?

TOURNEL (pavone) — Non ha importanza... (in fretta, con la premura di fornire la sua brava spie­gazione per passare ad altro). Una piccola avventura. Si tratta di una donna... Una donna che si è innamo­rata di me... Mi ha visto a teatro, e così... .La poveretta mi ha scritto ed io, per bontà d’animo...

RAYMONDE — Ma no !!... Non può essere!!

TOURNEL (equivocando sulla protesta di Raymonde, con foga) — Ma io rido di questa donna! Non la conosco e non l’amo! Mentre voi, Raymonde... Oh, il mio sogno... Il mio sogno diventa realtà! Eccovi qui, davanti a me, tutta mia. Anche il cielo si è messo dalla nostra parte! ( tenta di abracciarla).

RAYMONDE (liberandosi e passando a sinistra) —Lasciatemi!

TOURNEL — Io vi amo…vi desidero…vi voglio…

RAYMONDE (cercando di farlo tacere) — Ma niente af­fatto! (col tono di chi fornisce un argomento ineccepibile) Ho scritto io la lettera a mio marito.

TOURNEL (sobbalzando per lo stupore) — Voi!?

RAYMONDE (categorica) — Ma certo!

TOURNEL — E voi scrivete lettere d’amore a vo­stro marito?

RAYMONDE — Volevo vedere se mi ingannava... se veniva all’appuntamento.

TOURNEL (lanciando un grido di trionfo) — Ah!... Ebbene, ora potete constatare che lui non è venuto e che ha delegato me, come più adatto alle circostanze, quindi vi è fedele e voi potete essere mia…E sapete cosa ha detto Victor Emmanuel dopo aver letto la vostra lettera? Ha detto: “ Ma che vuole da me questa donna? Non sa forse che io non tradisco mia moglie? “.

RAYMONDE - Ha detto così?

TOURNEL — L’ha detto!

RAYMONDE — Oh, come sono felice! Come sono felice! (Si getta al collo di Tournel e lo bacia su tutte e due le guance).

TOURNEL (radioso) — Ah, Raymonde, Raimondina mia! (Vivacissimo a lei, stringendola alla vita col braccio destro e baciandola, mentre col sinistro sottolinea ognuna delle frasi che seguono) Eh, eh! Ora vi pentite di aver dubitato di lui! Che non ave­te più il diritto di non ingannarlo!

RAYMONDE (ricambiando la stretta) — Sì, sì, avete ragione. Ho avuto torto! Vi chiedo scusa (baci).

TOURNEL (lirico) — No! no! Nessuna scusa... Siate mia, questo è l’importante.

RAYMONDE (lirica)Sì, sì, il castigo!

TOURNEL (trasportato) — Oh, Raymonde….io vi amo!  (Se la stringe al petto esaltatissimo).

RAYMONDE (d’un tratto torna alla realtà; dibatten­dosi) — Tournel, Tournel! Ma che cosa vi prende?... Lasciate che mi rimetta dall’emozione... (Si è libe­rata ed è passata a destra).

TOURNEL (tornando alla carica) — No! No! Ap­profittiamone invece! Approfittiamo del vostro tur­bamento finchè dura!

RAYMONDE (dibattendosi tra le sue braccia) — Oh Tournel! Tournel!

TOURNEL (senza ascoltarla e trascinandola verso il letto) — Raymonde! Raymonde!

RAYMONDE (spaventata) — Ma che cosa fate?

TOURNEL (ha già un piede sullo scalino del letto  e continua a trascinare Raymonde) — Venite!

RAYMONDE — Eh! Siete matto? (gli dà una spinta che lo manda a sedere sul letto e passa a sinistra) Per chi mi avete presa?

TOURNEL (sbalordito) — Come?... Ma  mi ave­te lasciato capire che acconsentivate?...

RAYMONDE (pronta, con alterigia) — A essere la vostra amante, è vero. (spostandosi a destra con di­gnità) Mi prendete proprio per una donnaccia?

TOURNEL (seduto a bordo  letto, miserevolissi­mo)— Ma allora che cosa?...

RAYMONDE (superba per dignità) — Io intendevo... concedervi e concedermi un po’ di flirt. Le emo­zioni che essere l’amante di un uomo comporta: parlarsi, guardandosi negli occhi tenendosi per  mano  e così via. Tournel, io vi dò la parte più bella di me!

TOURNEL (alza il viso verso Raymonde) —Quale?

RAYMONDE — I miei pensieri... il mio cuore.

TOURNEL (tornando alla carica) — Come potete credere che mi acconti di ciò che mi propo­nete?... Il flirt, gli occhi negli occhi... e la metà della vostra persona... che per di più è la meno adatta alle circostanze?

RAYMONDE (sotto l’incalzare di Tournel ) —Vi prego, Tournel!

TOURNEL — Ma che cosa volete che faccia dei vo­stri pensieri e del vostro cuore? (misurando teatralmente la stanza a lar­ghi passi, il che lo porta verso la destra) Mi offrite qualcosa di molto grazioso! Un turbinio di desi­deri insoddisfatti... Eh! (ogni “no“ dev’essere ben scandito) No! No! No!

RAYMONDE — Tournel, vi scongiuro!

TOURNEL — No! Voi siete mia! Mi apparte­nete! E vi voglio! (L’ha afferrata alla vita e tenta di trascinarla verso il letto).

RAYMONDE—(difendendosi come può)  Tournel! Basta! (in un supremo sforzo riesce, a respin­gerlo, salta prontamente in ginocchio sul letto e mette la mano sul bottone elettrico a destra del letto) Ancora un passo e suono!

TOURNEL — Suonate fin che volete! Vi giuro che nessuno entrerà qui! (Corre alla porta per chiudere a chiave; veden­do questo, Raymonde preme il bottone; immediata­mente il pannello gira su se stesso, portandosi via il letto con su Raymonde e sostituendovi il letto nel quale è coricato Battistina).

RAYMONDE (trascinata via sul girevole) — Dio mio! Aiuto! Aiuto!

TOURNEL (che, di spalle, non ha visto nulla e si inganna sui motivi delle grida di Raymonde) — Sì! Potete gridare “Aiuto“ fin che volete! Non m’im­porta niente! (Salta come un pazzo sul letto dove crede di trovare Raymonde e così, quasi coricato su Battistina, si mette a baciarla) Oh, Amore, Amore mio!  ( poi finalmente si rende conto che non è Raymonde e schizzando fuori dal letto alla vista di Battistina) — Ah! (Spaventato, sbalordito, non capendo nulla di quel che gli succede, per un bel pez­zo va e viene come uno scoiattolo in gabbia, get­tando sguardi stravolti, a destra, a sinistra, al letto, come un uomo allucinato… che ha letteralmente perduto la bus­sola).

BATTISTINA(intonando il suo consueto ritornello) — Oh i miei reumatismi! Amore, amore mio dove sei?

TOURNEL (trovando la forza di parlare) — Ma chi sei? Cosa vuoi?

BATTISTINA — I miei poveri reumatismi! Dov’è l’amore mio?

TOURNEL — Ma cosa dite? Come siete entrata qui?

BATTISTINA (mettendosi a sedere, con un’aria ab­bastanza abbrutita) — Eh?

TOURNEL — E Raymonde?... Raymonde dov’è? (Corre ad aprire la porta che dà sulla hall e chiama) Raymonde! Raymonde! (A parte) Nessuno! (Ritorna in camera, lasciando la porta aperta e va nel bagno)

RUGBY — Alloh! Boy! (Non trovando nessuno con cui parlare) Nobody here! (Si sporge dalla porta e chiama)Boy! Boy

RAYMONDE (uscendo come impazzita dalla camera n.14 di fondo destra dove il girevole l’aveva trasportata) —Che cosa è successo?... Dove sono? Oh, mio Dio! (Chiamando) Tournel! Tournel! (A parte) Ah, basta con questo albergo! Io scappo! Via! (Si precipita verso l’uscita… la scena resta vuota per qualche istante…ma subito  rispunta nuovamente ) — Dio! Mio marito... mio marito! (Vedendo la porta di Rugby aperta, si precipita nella camera).

RUGBY (la guarda per un attimo sbalordito, poi il suo viso assume un’aria eccitata; lanciandosi dietro a Raymonde)— Ah! That’s a darling, hurrah! (At­traversa la scena a larghe falcate ed entra nella came­ra chiudendosi la porta alle spalle).

POCHE (venendo dall’uscita) — Che idiota! Non riesco a trovare il vermouth per la camera n. 20! Però, non è tanto stra­no: l’ho dato ieri a Battistina! (Si dirige verso la camera di fondo destra chiamando) Battistina! Ehi!

BATTISTINA (dal letto della sua stanza  ) — Sono qui!

POCHE ( sulla soglia) — Ah, sei qui?... Dì, cosa diavolo ne hai fatto del ver­mouth?

BATTISTINA — E’ nella mia camera... sopra al guar­daroba, come al solito.

POCHE — Ah. Va bene. ( entra nella ca­mera di Battistina N.14).

TOURNEL (esce dal bagno e raggiunge la hall) —Niente! Ma dove sarà? (si dirige verso il corridoio di destra)

VOCE DI RAYMONDE (quasi contemporaneamente dalla stanza di Rugby) — Lasciatemi! Volete lasciarmi, satiro!

VOCE DI RUGBY — ( sempre fuori scena) Aoh! Darling! Darling!

(In questo momento irrompono fuori dalla camera di sinistra Raymonde inseguita da Rugby che vuole abbracciarla).

TOURNEL  —  Ah! Eccola! Raymonde non mi sfuggire ( la prende per la mano destra e la conduce, in fretta, nella camera n. 16… Raymonde, sfinita, entra nella camera spinta da Tournel che chiudendosi la porta alle spal­le) Ah, Raymonde! Raymonde! Ti amo tanto...

(Rugby rientra in camera sua brontolan­do)

RAYMONDE — (non si accorgono di Battistina) Amico mio, troppe emozioni! “Mio marito”

TOURNEL (senza capire) — Si.

RAYMONDE — Mio marito è qui!

TOURNEL(anche lui sfinito, macchinalmente)—Va bene.( in ritardo) Che!?...Victor Chandebise?

RAYMONDE — Victor Emmanuel, si! Travestito da domestico, pensate!... Per sorprenderci, è sicuro!

TOURNEL (smarrito venendo avanti) — Ma andiamo, non è pos­sibile!

BATTISTINA  — Ah, i miei reumatismi! I miei poveri...

RAYMONDE (gettando un grido) — Ah!

TOURNEL (sobbalzando) — Che cosa c’è?

RAYMONDE (indicando Battistina) — Chi è quella lì?

TOURNEL—Ah, quella? Non lo so, è una malata! E’ saltata fuori all’improvviso! (a Battistina) Cosa fa­te ancora qui?

BATTISTINA — Ma siete voi che mi avete fatto ve­nire.

TOURNEL — Io? Su, sloggia­te, presto!                                                                   

BATTISTINA — Ma non occorre... Sentite, signore, se la mia presenza vi imbarazza, schiacciate quel bot­tone... Tornerò dove ero prima.

TOURNEL — Ah! Magnifico! (preme il bottone a si­nistra del letto).

RAYMONDE (mentre il girevole funziona e venendo avanti) — Questo è il colmo!

TOURNEL — (Raggiungendola) Mia cara amica, non è colpa mia!... Vi assicuro che... (Mentre discutono,  il girevole ha funzionato portando via il letto con­tenente Battistina per sostituirvi l’altro letto sul qua­le è seduto Poche che ha in mano la bottiglia di vermouth).

POCHE (con il gomito ancora alzato, come un uno che è stato sorpreso mentre beve)—Ehi! Beh, cos’è?

RAYMONDE (balzando all’estrema destra) — Dio!

TOURNEL (balzando all’estrema sinistra) — Chande­bise!

RAYMONDE — Victor ! Mio marito! Sono perduta!

TOURNEL. (andando subito verso il letto, con le ma­ni giunte a Poche che, sempre seduto sul letto, li con­sidera con un’aria divertita)— Amico mio! Amico mio! Non credere a ciò che vedi!

RAYMONDE (c.s.) — Abbi pietà! Non condannarci prima che possiamo spiegarti...

POCHE (sbalordito) — Eh!?

TOURNEL (volubilmente, tutto ciò che segue, da un personaggio all’altro, ben caldo, molto serrato) —Le apparenze sono contro di noi, ma ti giuro che non siamo colpevoli.

RAYMONDE (c.s.) — Dice la verità! Non sapevamo che ci saremmo incontrati.

TOURNEL — Tutto è accaduto per via della lettera!

RAYMONDE — La lettera, è vero!... Io sono la causa di tutto. Avevo fatto scrivere la lettera perché ero molto gelosa…e credevo che tu mi tradissi..

TOURNEL — Proprio così! E ‘l’esatta verità!

RAYMONDE (inginocchiandosi) — Ti domando mille volte perdono: ero sicura che tu mi tradissi! E invece tu sei un uomo fedele e buono…e mi perdoni…vero che mi perdoni…

POCHE — Io!

RAYMONDE — Ti scongiuro, dimmi che mi credi, che non dubiti della mia parola! Ti giuro su mia madre, la persona che più mi è cara…

POCHE — Ma certo, ma certo! (Torcendosi dalle risate) Ah..Ah..Ah….Ma che cos’hanno?

RAYMONDE (indietreggiando spaventata da quella risata idiota che a lei sembra sardonica, con energia)   —Oh, ti prego, Victor Emmanuel... Non ridere così! La tua risata mi fa male.

POCHE (al quale l’ingiunzione di Raymonde ha ta­gliato la risata in gola) — La mia risata?

RAYMONDE (tornando a lui) — Eh, si! Ah, capisco... sembra che tu non voglia  credermi….

TOURNEL (in posizione simmetrica a quella di Raymonde, dall’altro lato del letto) — Eppure tutto è co­sì chiaro…semplice…onesto…se tua moglie si è ingelosita è perché ti ama  tanto…

RAYMONDE — Dio mio, come convincerti?

POCHE (bruscamente, alzandosi e venendo in mezzo alla scena) — Sentite, vi domando scusa, ma bisogna che porti questo vermouth al 20. (Accenna ad avviarsi verso la porta).

RAYMONDE (lo fa girare e lo ferma davanti a lei; imperativa) — Victor Emmanuel!... Che cosa hai?

POCHE (stupito) — Chi? Io?

TOURNEL (ha seguito il movimento; fa girare Poche a sua volta in modo di ritrovarselo in faccia a sé)—Ti prego, amico mio! In un momento così grave, parlarci di vermouth! Dicci che ti abbiamo persuaso della nostra onestà…non parlare del vermouth…

POCHE — Ma è necessario! Il 20 lo aspetta: vedete la bottiglia?

RAYMONDE — Basta!... Ingiuriami, calpestami, picchiami! (Cade ai suoi piedi) Tutto sarà meglio di questa calma spaventosa.

TOURNEL (cadendo come Raymonde ai piedi di Po­che) — Sì! Ecco! Picchia anche me! Ma perdonaci…

POCHE (contemplandoli tutti e due ai suoi piedi, lei a sinistra e lui a destra) — Questa è proprio bella! (A Raymonde) Io vi assicuro, signora...

RAYMONDE (dolorosamente) — Lo vedi? Lo vedi? Non mi dai più del tu!

TOURNEL (c.s.) — Ti prego… Dalle del tu!

POCHE (mettendosi anche lui in ginocchio per es­sere alla loro altezza) — Oh, per me... (Riprendendo) Io ti assicuro, signora...

TOURNEL — Oh, ma non « signora » !...Ti prego… Chiamala Raymonde, sii buono!

POCHE — Ah..Bene, bene... (Riprendendo) Io ti assicu­ro, Raymonde...

RAYMONDE — Oh, dimmi che mi credi!

POCHE (intento anzitutto a non contrariarla) —Ma sì che ti credo.

TOURNEL — Oh, finalmente!

RAYMONDE (con slancio) — Allora baciami, su, ba­ciami!

POCHE (non credendo alle proprie orecchie) – Cosa? Io?

RAYMONDE — Baciami!..Altrimenti crederò che sei ancora in collera!

POCHE — Per me va benissimo! (Sempre in gi­nocchio si volta verso di lei e, dopo essersi pulito le labbra col dorso di una mano, passa le sue braccia intorno al collo di Raymonde e, senza abbandonare la sua bottiglia, la bacia sulle due guance).

RAYMONDE (radiosa) — Aaah!

TOURNEL (esortandoli) — Così! Così!

RAYMONDE (appoggiandosi con la testa su Poche) — Ah, ti ringrazio! Ti ringrazio!

TOURNEL ( lirico) — Anche me!... Anche me!... Bacia anche me! Ti supplico…

POCHE — Per me va bene! (Si avvicina a Tournel per ba­ciarlo) Ma che schifo… punge!!

TOURNEL (con un peso di meno sulla coscienza) —Ah, che bella cosa!

POCHE (alzandosi, facendo l’atto di avviarsi verso la porta) —E ora vado a portare il vermouth al 20

RAYMONDE — Ci risiamo?

TOURNEL (che lo ha fermato al passaggio e lo ha riportato dove era) — Ehi senti! Cos’è questo scherzo?

RAYMONDE (tirandolo verso di sè per un braccio) — Sei di nuovo mio marito o non lo vuoi essere più ?

POCHE — Io?  Io sono il cameriere dell’al­bergo. Però con la signora mi sposerei…se ci tiene tanto…

TOURNEL (un passo indietro, stupito) — Cosa?

RAYMONDE (c.s.) — Dio Santo, Victor Emmanuel è impazzito.

POCHE—Ma no! Niente affatto! Tanto per cominciare, mi chiamo Poche! E se non mi credete, chiedetelo a Battistina.

RAYMONDE (risalendo un po’ anche lei) — Battistina?

TOURNEL (cs.) — Quale Battistina?

POCHE — La vecchia signora malata. Aspettate. (preme il bottone di sinistra, il girevole funziona

portando in scena il letto su cui è coricato Battistina.).

BATTISTINA — Oh, i miei reumatismi, i miei poveri reumatismi...

POCHE (sedendosi ai piedi del letto) —  Di’ un po’ chi sono.

BATTISTINA (mettendosi a sedere) — Come, chi sei?... Non lo sai?

POCHE — Io si. Ma è per la signora.

RAYMONDE (passando davanti a Tournel, si sposta a destra) — Si. Chi è il signore?

BATTISTINA— Ma è Poche!

TOURNEL e RAYMONDE (indietreggiando stupiti) — Poche!!!

BATTISTINA — Il cameriere!

POCHE — Ecco! Cosa vi avevo detto?

RAYMONDE (non vedendoci più tanto chiaro) —Ah, diamine! Ma allora... è vero?

FERRAILLON (dalla hall chia­ma ad alta voce) — Poche!

TOURNEL — Può esistere una simile rassomiglian­za? Andiamo! Non ci credo, è una trappola.

FERRAILLON (chiamando ancora) — Poche, ehi, Poche!

POCHE (rispondendo dalla camera) — Presente, signora! (Agli altri) Domando scusa: la padrona mi chiama.

RAYMONDE (mentre Poche sta per uscire, lo acchiap­pa per un braccio in modo da poter passare lei)— La padrona?!! Benissimo. Ora sapremo. (Entra nella hall seguito da Tournel). Signora!  Volete dirci per piacere chi è questo signore? (Indica Poche)

FERRAILLON (guardando dove gli indicano) — E’ Poche.

POCHE (a Raymonde e a Tournel) — Sentito?

RAYMONDE e TOURNEL (guardandosi sbalorditi) —Poche!

FERRAILLON (avanzando su Poche) — Cosa fai qui? E con una bottiglia in mano. (Lo afferra per il brac­cio destro facendolo girare intorno a lui ) Bestione! Bruto! U­briacone! Invece di lavorare bevi?

POCHE ( a Raymonde e a Tournel) — Che cosa vi dicevo?

FERRAILLON (strappandogli la bottiglia dalle mani) — Ricominci, eh?

RAYMONDE e TOURNEL — Eh?

POCHE — Padrona, è per il 20…

FERRAILLON (tornando alla carica con una scopa) — Te lo do io, il 20!

POCHE — Ma padrona...

FERRAILLON (indicandogli una dei corridoi) — Togliti dai piedi e in fretta!

POCHE (battendosela) — Sì padrona! (si avvia) Che cosa vi dicevo? (e scom­pare).

FERRÀILLON -— Signori vi domando scu­sa. E’ il nostro uomo di fatica, una specie di alco­lizzato, lo teniamo per umana pietà. (Esce per il corridoio di sinistra lasciando Raymonde e Tournel  con gli occhi fissi nel vuoto e le bocche semiaperte).

RAYMONDE (dopo un momento, scuotendo la testa) — Il cameriere! Era il cameriere!

TOURNEL  — Raymonde!

RAYMONDE — Che c’è?

TOURNEL — Abbiamo baciato il cameriere!

RAYMONDE — Eh, lo so bene!... Ve l’ho appena detto. (Sfinita, trascinandosi fino alla panca, su cui si lascia cadere) Amico mio, che emozione!... Ho la gola secca... datemi un po’ d acqua.

TOURNEL ( premuroso, frugandosi macchinalmente in tasca) — Dell’acqua? Dell’acqua!

RAYMONDE — Ma non l’avrete in tasca!

TOURNEL — Oh, certo... dove sarà l’acqua?

RAYMONDE (alzandosi) — In camera, no?

TOURNEL (andando, sempre premurosissimo, in camera) — Si, si! Dell’acqua, certo. (A Battistina) Dov’è l’acqua?

BATTISTINA  — Generalmente è nel bagno.

TOURNEL  — Grazie! (Va nel bagno).

RAYMONDE (lamentevole va nella stanza) — Era il cameriere!

BATTISTINA (tanto per rispondere qualcosa) — Eh, accade di tutto nella vita...

RÀIMONDA — (Si dirige nel bagno) Si può avere quest’acqua?

CAMILLO (gaio e disinvolto, sbuca dal fondo te­nendo per mano Antoinette. Lui, avendo il suo palato d’argento, parla chiara­mente, lei ha una velette che le nasconde il viso) — Su, mia piccina! L’amerà questo fiorellino il suo Camillo, eh? Antoniette bella… ci hanno riservato sicuro una camera.

POCHE (Poche è riapparso, con la sua gerla carica di legna sulle spalle).— Desiderate, Signore?

CAMILLO — Io ho prenot... (Credendo di ricono­scere Chandebise, fa un balzo) Victor Emmanuel! (Fa un brusco dietro front e si precipita nella came­ra di Battistina).

ANTOINETTE (comportandosi esattamente come Camillo) — Il signore! (Spaventatissima, si precipita anche lei  nella camera di Battistina).

POCHE (scomparendo) — Ma perché tutti, oggi, mi chia­mano Victor Emmanuel? (Va via; mentre Olympe esce da sinistra. In questo momento Raymonde esce dal bagno segui­ta subito da Tournel).

TOURNEL (a Raymonde) — Va meglio adesso?

RAYMONDE — Si, no.... Non lo so... Tutte queste emozioni... Mi sento debolissima, come se stessi per svenire.

TOURNEL — Dovreste riposarvi un po’. Venite, sdraiatevi .. (dolcemente, con molte premure, la accompagna al letto).

RAYMONDE ( lasciandosi portare) — Non posso rifiutare. (Si lascia cadere sul letto e getta un grido sentendo sotto di se il corpo di Battistina).

RAYMONDE e BATTISTINA (gettando uno stesso gri­do) — Ah! (Raymonde si rialza con un sobbalzo e raggiunge la destra).

TOURNEL (a Battistina) Ancora voi! Ma non vi toglierete mai dai piedi?

BATTISTINA (mettendosi a sedere)— Mi avete fatto venire voi!

RAYMONDE (nervosa, vicino al letto) — Ora si passa la misura. (a Tournel) Forza, fatela andar via!

TOURNEL (a Raymonde) — Avete ragione. (A Battistina) Via! Tornate al vostro posto. (preme il bot­tone di sinistra).

CAMILLO-ANTOINETTE (il girevole li porta in scena al posto di quello di Battistina) — Ah!  Chi è? Aaah! (riconoscendo Raymonde e Tournel)

TOURNEL e RAYMONDE (voltandosi al grido) — Eh!! (E si preci­pitano come due pazzi fuori dalla camera).

CAMILLO — Tournel e Raymonde qui! Che vorrà dire? Se ci hanno riconosciuto stiamo freschi!...meglio nasconderci! (indecisi dove andare entrano nella camera di Rugb)

OLYMPE —  ( giunge in questo momento si meraviglia di verderli entrare nella stanza di Rugby). Ah è arrivato il signore Chandebise con la solita signora Antoinette? Vanno nella stanza del signor Rugby? Mah!.... ( e scompare)

RAYMONDE   —   Era Camillo.Siamo nei guai. Meglio andare via!

TOURNEL  —   Mi sembra una buona idea! (di corsa verso l’uscita)

RAYMONDE (riapparendo come una pazza) — Emeline! Ora c’è Emeline!

TOURNEL (correndo dietro a Raymonde) — Ci vole­va anche la vostra donna di servizio! (Si precipitano al corridoio di sinistra;

EMELINE (avanzando) — Non c’è proprio nessuno in questo albergo?.

OLYMPE (giunge dal corridoio di sinistra alla vista di Emeline si ferma) — La signora desidera?

EMELINE — Ah, signora ascoltate…(si interrompe incuriosita)

CAMILLO  (lentamente la porta si apre e Camillo si affaccia in scena seguito da Antoinette si volta e rico­nosce Emeline la donna di servizio che segue Olympe per il corridoio) Dio! Emeline! ( a grandi passi  fila via velocemen­te inciampando e parlando senza palato ) (mentre Antoinette rientra subito nella stanza di Rugby).Oh, il mio palato! Ho perso il mio palato! (da questo momento si mette a parlare come al primo atto.Vuole  raccoglierlo ma desiste. Scompare nella camera di Battistina)

EMELINE — (ritornando in scena seguendo Olympe) Bene... potete dirmi se una signo­ra ha chiesto la camera del signor Chandebise

OLYMPE — Si!

EMELINE — E questa signora dov’è?

OLYMPE — Ah. signora... Non è l’abitudine della casa...

EMELINE — Devo vederla assolutamente! Suo mari­to può capitare da un attimo all’altro! E’ un demonio. L’ammazzerebbe!

OLIMPE (spaventata) — Dio mio!

EMELINE —. Devo assolutamente avvertirla.

OLYMPE — Ah, in questo caso... E’ entrata lì, l’ho vista entrare lì! (indica la camera di Rugby).

EMELINE (passandole davanti e andando fino alla porta della camera indicata) — Grazie! (Bussa).

VOCE DI RUGBY Nobody..come… in! (Nessuno entri!)

EMELINE (credendo di aver avuto il permesso di entrare…entra e dalla porta) — Vi domando scusa, signore...

ANTOINETTE e RUGBY — (grido simultaneo dalla camera)Aaah!

VOCE DI EMELINE — (entra dentro) Mia sorella!!! …(Immediatamente si sente un baccano).

VOCE DI RUGBY  — (fuori scena) Aoh! it’s me, my darling!  I’m going to kill you! Here you are!

OLYMPE (che aveva giù raggiunto la scala, al ru­more torna indietro) — Cosa succede? (Su questo, esce fuori dalla camera Antoinette, terrorizzata)

ANTOINETTE (perduta, precipitandosi fuori) — Emeline! Emeline è qui! Aiuto! Aiuto! 

VOCE DI EMELINE — (nella stanza di Rugby lamentandosi) Oh, ma è mia sorella!

RUGBY  — (esce fuori stringendo il braccio di Emeline e spingendola) Here you are!

EMELINE — (venendo fuori spinto da Rugby) Lasciatemi!

RUGBY (lasciandola e raggiungendo la propria ca­mera) — And now get away!

EMELINE — (ad Olympe) Fermatela! Fermatela! Mia sorella… in una stanza con un uomo…

OLYMPE — Dovevate dirmelo che era vostra sorella.

EMELINE — E’ stata una coincidenza…Ignoravo di avere una sorella sgualdrina (Olympe al­za le spalle e va via;  arriva Poche con in mano la sua gerla vuota; alla vista di Poche) Il signore!

POCHE (interdetto) — Come?

EMELINE — Il signore! Con una gerla in mano!

POCHE — Sicuro che ho una gerla! Perchè non do­vrei averla?

EMELINE — Ah, signore! Signore!... mia sorella…la mia piccola sorellina…è una sgualdrina!

POCHE (gioviale) — Veramente? Me ne dispiace molto!

EMELINE (indicando la camera di Rugby) — Si, signore!... L’ ho trovata in quella stanza con un  inglese! ...

POCHE—(atteggiamento da bravo ragazzo)Ah! Rugby!

EMELINE — Non so, non mi ha detto il suo nome. Vorrei inseguire la sciagurata.  Il signore permette?

POCHE— Andate! Andate pure!

EMELINE — Grazie, signore. Ah, che sgualdrina! Che sgualdrina! (Si precipita verso l’uscita).

POCHE—  Non so da che cosa dipenda, ma oggi sono tutti agitati.

VOCE di LUCIEN (dal di fuori dalla stessa direzione in cui è uscita Emeline) — Ma state attenta!

(Si sente il suono di un campanello).

OLYMPE (arriva guardando il quadro e parlando a Poche) — Suonano dal corridoio.

POCHE (passando davanti a Olympe per raggiunge­re il corridoio)— Si... Vengo! Vengo! (Esce).

LUCIEN ( arriva, continua a guardare nel vuoto) — Non mi sbaglio, è Emeline, la came­riera dei Chandebise!

OLYMPE — La signora desidera?

LUCIEN (andando verso Olympe) — Ah, signora !... Quella donna che scappava non è la donna di servizio del si­gnor Chandebise?

OLYMPE — E’ possibile, signora: mi ha chiesto la camera prenotata a quel nome. Ma è tutta una storia incredibile. E’ venuta per avvertire una signora di scappare dato che il marito era al corrente di tut­to, e  — tac! — si è scoperto che era …sua sorella!... … E’un vero rebus!

 LUCIEN — Va bene, va bene! Ditemi qual’è la ca­mera prenotata dal signor Chandebise

OLYMPE (indicando la camera di destra) — La camera del signor... Oh, beh, è quella!

LUCIEN — Bene. Posso entrare?

OLYMPE — Come desiderate, signora. Io ho l’ordine di mettere la camera a disposizione di chi la chie­de. (va verso l’uscita).

LUCIEN — Grazie tante. (Va a bussare alla porta, mentre Eugenie esce da sinistra)— Come mai non risponde nessuno? (Bussa di nuovo).

CAMILLO (uscendo dalla stanza di Ernestina e cercando e trovando il palato che aveva perso si accorge di Lucien) — Ah! Ecco il mio palato. (mette il palato) Menomale. La signora de Histangua! Oh, basta con questo al­bergo! (Se la batte precipitando verso l’uscita).

LUCIEN (aprendo la porta della camera e entran­dovi; intanto continua a parlare) — Nessuno!... Non capisco... Raymonde mi ha detto: «Sorprenderò mio marito tra le cinque e le cinque e mezza... Vieni­mi a prendere dopo le cinque e mezza ». Che non mi abbia aspettata? Vediamo qui. (Va fino al bagno, che esplora con una rapida occhiata).

CAMILLO (riappare affannatissimo e, con uno slan­cio assai violento per poter venire a scaricare qual­che parola al proscenio e per potere, in un movimen­to a semicerchio, riguadagnare senza fermarsi la ca­mera in secondo piano a destra N.14) —Victor Emmanuel!...C’è di nuovo Victor Emmanuel!

LUCIEN (esce dalla stanza N.16 raggiunge la hall, sempre par­lando, fino alla ribalta) — E’ strano... Comunque, pazienza: me ne vado. (Gira su se stessa  per andarsene).

CHANDEBISE (giunge dal fondo, vestito come al pri­mo atto: abito completo, giacca grigio nera, cami­cia bianca, collo a punte rovesciate, scarpe di ver­nice) A chi potrò rivolgermi?...(Scorgendo Lucien) Ah, voi!

LUCIEN — Signor Chandebise!

CHANDEBISE (prendendola  per una mano e portandola fino al proscenio) — Finalmente vi trovo!

LUCIEN (stupita) — Cosa c’è?

CHANDEBISE — Avete visto Emeline, la mia came­riera?

LUCIEN — Si perché?

CHANDEBISE  — Perchè l’avevo incaricata di una commissione per voi... per dirvi...

LUCIEN — Che cosa? Per dirmi che cosa?

CHANDEBISE (cambiando tono) — Ah, Che follia amarmi!... Amare Victor Emmanuel…

LUCIEN (indietreggiando) — Cosa?

CHANDEBISE (su un tono che non sopporta replica) — Via via, so tutto! Ma perché, poi, non avete firmato la vostra lettera?

LUCIEN (sempre più stupita) — La mia lettera! Quale lettera?

CHANDEBISE — Ma quella che mi avete scritto per darmi appuntamento qui!

LUCIEN (capendo) — Ah! (cambiando tono) Chi vi ha fatto supporre che sia io che...

CHANDEBISE — Eh, perché io, non sapendo nulla, ho fatto vedere la lettera a vostro marito!

LUCIEN (facendo un balzo indietro) — Eh?!

CHANDEBISE — Lui ha riconosciuto subito la vostra scrittura e anche il profumo.

LUCIEN — Che cosa dite?

CHANDEBISE — Ed è capacissimo di uccidervi! Anzi vuole uccidere voi, che siete sua moglie e il vostro amante, cioè Romaine Tournel…perché io ho creduto che la lettera fosse indirizzata a lui…

LUCIEN (spaventata, con voce stridula) — Ah, misericordia!.. Che maledetto imbroglio…Che tragedia…. Ma dove sta mio marito Carlos?

CHANDEBISE — Dev’essere sulle nostre tracce!

LUCIEN — E ve ne state lì? Ma scappiamo!... Scappiamo! (Scappa smarrita).

CHANDEBISE (correndole dietro) — Oh, folle amore! Folle amore! (Spariscono come dei pazzi verso l’uscita;  compare Olympe).

OLYMPE (chiamando) — Eugenie!... Eugenie!... Ma dov’è, benedetta ragazza?

CHANDEBISE (ritornando dentro come un pazzo, seguito da Lucien che è spaventata come 1ui)— E’ lui!  Carlos Histan­gua! Si salvi chi può!

LUCIEN — Mio marito! sono perduta!

OLYMPE — Oh! si ricomincia?

CHANDEBISE (urtandosi con Olympe e facendola pi­roettare, il che la manda addosso a Lucien) — Ma toglietevi di qui!

OLYMPE — Ehi!

LUCIEN (stesso movimento nell’altro senso)— Ma andate via! (Lucien si è rifugiata nella camera di destra N.14, poi nel bagno, dove sparisce; Chandebise si è precipitato nella camera di Rugby N.15).

OLYMPE — ( irritata) Oh, signora...

RAYMONDE (sbuca dal corridoio di sinistra, seguita da Tournel; ha il volto coperto dal velo) — Se Dio vuole, ce ne andiamo. Finchè non sarò fuori di qui, non sarò tranquilla !... (Andando a sbattere contro Olympe). Ma che cosa fate qui? (La fa girare su se stessa per aprirsi una strada).

OLYMPE — Ah!

TOURNEL — Si, si, andiamocene! (A Olympe, con lo stesso movimento) Toglietevi dai piedi!

OLYMPE (stordita) — Ma che cosa  suc­cede oggi?

VOCE DI HISTANGUA (dall’uscita) Dove sono i misserabili, que yo li ammazzi, que yo li strozzi? (Grido di Raymonde e di Tournee che rientrono).

OLYMPE  — Che cosa c’è ancora?

RAYMONDE (ritornando affannata) — Carlos Homenidés de Histangua! (Urtandosi contro Olympe) Oh, vole­te andarvene? (La fa girare su se stessa).

OLYMPE — Oh! Ma insomma!

TOURNEL (idem come Raymonde) — Il torero! (A Olympe, facendola girare anche lui) Ma siete eterna­mente qui! (i due scappano dal corridoio di sinistra).

OLYMPE (stordita, quasi senza fiato) — Ah, mio Dio! E' diventato un albergo di matti!

HOMENIDES (irrompe come un selvaggio brandendo la pistola) — Il Tournel y una señora velata!... E’ lei! E’ mia mujer. (Urlo) Ah, que misserabile! (Risale per slanciarsi all’inseguimento dei fuggitivi).

OLYMPE (affannata, interponendosi) — Ma dove andate, signore?

HOMENIDES (facendola piroettare)— Yo vado a ammazzarli todos los dos! Voi, anda! A passegiare! (Si precipita nel corridoio di sinistra).

OLYMPE — Va a ammazzarli! Ah, mio Dio! Aiuto! Aiuto!

FERRAILLON (arriva corridoio di destra seguito da Eugenie) — Cosa succede? Cos’è questo baccano?

OLYMPE  — Ah, Ferraillon! Un pazzo! Un pazzo che vuole ammazzare tutti!

FERRAILLON (con un sobbalzo) — Cosa?

OLYMPE (svenendo tra le braccia di Eugenie) — Mi sento male ..Ah!... Aha... Svengo..Ah! Aha!...

EUGENIE — Signora!!

FERRAILLON (si precipita a sostenerla dall’altra par­te)— Su, coraggio! Portatela di là! (indica la camera in terzo piano a sinistra N.12, e  accom­pagna le due donne) Fatele odorare dei sali!

EUGENIE (portando Olympe) — Si, signora!

(Ferraillon introduce Olympe e Eugenie nella ca­mera indicata,  richiudendo la porta alle spalle; nel frattempo rumori di un litigio si sono ampliati nella camera di Rugby.

VOCE DI RUGBY — (Si sentono fuori scena da parte dell­’inglese dei ) «Get out of my sight! Get out of my sight!» 

VOCE DI CHANDEBISE  (Sempre fuori scena dalla stanza di Rugby) « Ma non posso! Non posso! C’è un pazzo con la pistola!... »

FERRAILLON— (sentendo i rumori riesce) — Dal­l’inglese litigano! Che cosa succede ancora?

RUGBY  —  (la porta si apre e sbuca fuori  Rugby che grida) Pistola? Will you leave my door! Will you leave my door! ( esce Chandebise) (rientra Rugby)

FERRAILLON — Basta! Basta! Cosa succede…

CHANDEBISE —Ma dove sono capitato!!

FERRAILLON (facendo un salto indietro alla vista di Chandebise prendendo una scopa) — Poche!... Di nuovo Poche!

CHANDEBISE (alzandosi e fronteggiandolo) — Che cosa dite?

FERRAILLON (c.s.)(colpo di scopa) Vagabondo!

CHANDEBISE (c. s.) — Ehi, dico!

FERRAILLON (e. s.)(colpo di scopa) Maiale!

CHANDEBISE (c. s. — Oh, sentite, voi!

FERRAILLON (con tono minaccioso)(colpo di scopa) Cosa?

CHANDEBISE (sotto la propulsione dei colpi di scopa) — Signore, io sono il signor Chandebise, direttore della Boston Life Company.

FERRAILLON— E io il presidente della repubblica…Eccolo qua... E’ ubriaco!... E’ nuovamente ubriaco! ( colpi di scopa ) E allora beccati questo! Questo e questo! (ad ogni « questo » Chandebise getta un « oh! »).

CHANDEBISE— Oh, insomma, adesso io...

FERRAILLON (vedendo la sua giacca) — E poi, dove hai preso questa roba? Mi vuoi spiegare...anche ladro…oltre che ubriacone… (lo afferra al colletto della giacca e si sente in dovere di to­gliergliela).

CHANDEBISE (difendendosi come può) — Ehi, ma che vi prende? Ma no...

FERRAILLON — Su, su! Cos’è questa mascherata? (gli ha tolto, nonostante ogni resistenza, la giacca).

CHANDEBISE — (rassegnato) Ma andiamo!

FERRAILLON (togliendogli il cappello) — Togliti an­che questo! (va a appendere giacca e cappello all’attaccapanni).

CHANDEBISE (letteralmente atterrato) — Dio mio E’ un pazzo!

FERRAILLON (che ha tolto dall’attaccapanni il ber­retto e la livrea, ritorna a Chandebise) — Su! Mettiti il tuo berretto! (glielo mette sulla testa e lo fa sprofondare fino alle orecchie con una manata).

CHANDEBISE — No! No!

FERRAILLON (tentando di fargli infilare anche la giacca della livrea) — Ecco fatto! E ora la giacca!

CHANDEBISE (difendendosi) — Non voglio! Non vo­glio!

FERRAILLON (infilandogliela di forza) — Non vuoi? Osi dire che non vuoi? Zitto sai! E subito!

CHANDEBISE (spaventato, la testa tra le spalle, fa­cendosi obbediente e sottomesso) — Sì! Sì, sì!

FERRAILLON (indicando il corridoi di destra) — Adesso fila! Nella tua camera! Più svelto che puoi!

CHANDEBISE (precipitandosi verso il corridoio di destra)Sì, sì!... ( a parte) E’ un pazzo! E’ pazzo!

FERRAILLON— Che cosa dici? Vuoi prenderne del­le altre?

CHANDEBISE (prontamente, sempre andando) — No, no!...(Chandebise spaventato se la bat­te)

Appena uscito di scena, l’attore che sostiene la parte di Chandebise,  si toglierà la giacca della li­vrea e il berretto. Arrivato fuori scena, egli deve tro­vare una sedia e due aiuti che gli presentano i cal­zoni truccati, ognuno tenendo uno dei due capi ben aperto. Egli mette rapidamente questi calzoni sopra quelli che ha, mentre uno degli aiuti gli infila le scarpe (o ciabatte) sopra gli scarpini di vernice. Poco discosti, due altri aiuti lo aspettano col gilet truccato aperto, nel quale egli non ha che da lasciar scivolare le braccia. Subito gli si fa indossare il grembiale e la sciarpa. Un colpo ai capelli per spettinarli e la trasformazione è fatta.

FERRAILLON— (ritornando) Ecco gli effetti del vermouth? Ma deve avere anche qualche bottiglia di Rhum…quello a ottanta gradi… E’ di nuovo ubriaco fradicio!  (parlando è  venuto un po’ in avanti).

EUGENIE (esce di corsa dalla camera dov’è Olympe: ogni volta che la porta è aperta, si sentono dei piccoli “ Hi! Ahi! “ spasmodici, emessi in quinta da Olympe)— Signora! Signora!

FERRAILLON (seccata) — Che c’è ancora?

EUGENIE — La signora, vostra sorella… ha un attacco di nervi (Ferraillon va a vedere chiudendosi la porta alle spalle)

POCHE (viene da sinistra, con delle lettere in ma­no, raggiunge il centro della scena; sta sciogliendosi i cordoni del grembiale che si toglie) — Ecco fatto. E adesso di corsa in stazione. (va ad appendere il grembiule all’attaccapanni; non vedendo la sua livrea che credeva di ritrovare appesa). Beh? (dà un’oc­chiata per terra). Chi si è soffiato la mia giacca e il mio berretto? Un bel farabutto. Però mi ha la­sciato in cambio la sua giacca e il suo cappello. (si prova il cappello). Perbacco: è su misura! Per an­dare fino alla stazione uno vale l’altro, no? (Parlando, e senza togliersi la sciarpa, si è infilato la giacca di Chandebise sopra il gilet. Tenta di uscire come per andarsene. Suonano. Inverte la sua rotta) Mi chia­mano di nuovo! (esce da sinistra).

Appena uscito l’attore si toglie prontamente la giacca e il cappello; trova gli aiuti che gli tolgono la sciarpa e il gilet rovesciando le maniche per far più presto. Le rimetteranno a posto dopo. Più lontano, la sedia lo aspetta: i due aiuti gli tolgono le ciabatte e i pantaloni. Un veloce colpo di pettine e gli aiuti gli porgono il berretto e la giacca della livrea).

CHANDEBISE (ritorna cautamente dal corridoio di destra)— Il...il matto se ne è andato?... Ah, che storia!...E’questo il  modo di ricevere la clien­tela?!.....(va all’attaccapanni al quale Fer­raillon aveva appeso la sua giacca e il cappello) Oh, perbacco!... E la mia giacca? E il cappello?... Ep­pure li avevo appesi qui... Dove saranno andati a finire? (Cerca per terra, intorno a lui. Sulle sue ul­time parole, da destra, compaiono Raymonde e Tournel).

RAYMONDE  —Ce l’abbiamo fatta! Ha perso le nostre tracce!... Pre­sto, una carrozza!

TOURNEL (c. s. dietro a Raymonde) — Si, sì! Che fortuna, c’è il cameriere!

RAYMONDE — Meno male! (arrivando vicino a Chandebise, che vol­ta la schiena) Presto, Poche, chiamatemi una carrozza!

CHANDEBISE — Che cosa?

TOURNEL — Una carrozza!

CHANDEBISE (sobbalzando alla vista della moglie) — Mia moglie?

TOURNEL — Ehm!

RAYMONDE (con un balzo) — Mio marito! Era lui! Era lui! (smarrita, scappa).

CHANDEBISE — E Tournel è con lei!

TOURNEL (impietrito) — Era lui!

CHANDEBISE (afferrando Tournel ) — Che cosa fai qui? Che cosa fai qui con mia moglie? (lo fa piroettare in modo da mandarlo alla sua sinistra).

TOURNEL (semistrangolato)— Ma lo sai, no?

CHANDEBISE — Che cosa? Che cosa dici?

TOURNEL — Amico mio, ti abbiamo spiegato tutto poco fa.

CHANDEBISE (costringendolo contro la panca) — Cosa? Tu mi hai spiegato... (scuotendolo)Vuoi rispondermi, eh? Vuoi rispondermi?

TOURNEL (spaventatissimo) — Ma via! Su! Via!

FERRAILLON (uscendo a valanga dalla camera) —Non avete ancora finito di far chiasso? (afferra Chan­debise per il braccio destro e lo manda all’estrema sinistra; Tournel, liberato, ne approfitta per batter­sela) Poche! Di nuovo Poche!

CHANDEBISE — La pazza!

FERRAILLON— (dandogli una colpo do scopa come nella scena precedente) Ah Bestiaccia!

CHANDEBISE (e. s.) — Oh!

FERRAILLON (c.s.) — Maiale!

CHANDEBISE (c. s.) — Ma insomma...!

FERRAILLON — Non ne  hai avute abbastanza? Si?

CHANDEBISE (battendosela) — Sì, sì! Aiuto! Al mat­to! al matto!

FERRAILLON (rincorrendolo per il corridoio di destra) — Te lo do io il matto, ubria­cone! Va in cella! Ti ci chiudo dentro e fino a do­mani mattina te ne starai lì a smaltire la sbronza!... Su, su, e in fretta! (scompaiono).

CAMILLO (venendo dalla camera N.14)—Via libera, finalmente. Mi sembra che sia il momen­to di battersela.

LUCIEN (è uscita dal bagno contemporaneamente all’uscita di Camillo; si ferma sulla soglia della porta della camera e, prima di uscire, rimane in ascolto) — Non si sente più nessun rumore.

CAMILLO  ( va a imbattersi in Lucien quando costei esce dalla camera).

LUCIEN (entrando nella hall) — Mio marito deve essere andato via.

CAMILLO— Di nuo­vo la signora de Histangua! (gira su se stesso per scappare).

LUCIEN (riconoscendolo) — Signor Camillo! (si aggrappa a lui)Ah, signor Camillo, non lasciatemi! Non abbandonatemi! Mio marito mi insegue... con una pistola! Vuole ammazzare tutti!

CAMILLO (sobbalzando) — Accidenti!

LUCIEN — Vi prego, non lasciatemi!

CAMILLO — No, no!

RUGBY — (Rugby esce dalla sua camera lasciando la porta aperta. Ha l’aria di un uomo che sta per perdere l’ultimo briciolo di pazienza) Hallo Boy! Nobody call for me?

VOCE DI HISTANGUA— Por dove que so­no, i misserabili?

LUCIEN (con un balzo) — Mio marito!

CAMILLO — Lui! Scappiamo. (Si precipitano tutti e due,  Camillo si slancia nella camera di destra N.16. Richiude la porta puntellandovisi contro. Lucien, senza sapere quello che fa, vedendo la camera di Rugby aperta vi si precipita dentro)

RUGBY (sulla porta rientrando in camera chiudendosela  alle spalle) — Aoh! That’s a pretty girl

HISTANGUA ( piombando in scena da destra)— Por dove que sono? Yo li ammazzo, yo li occido!... Ma por dove que è, la camera del señor Chandebisse?... Non c’è nessuno in esto albergo?... (ritorna indietro)

POCHE (arrivando da sinistra) — Ma chi grida in questo modo?

LUCIEN (uscendo dalla camera di Rugby inse­guita da lui) — Volete lasciarmi, villano! (si volta, lo respinge e gli dà uno schiaffo).

RUGBY — Again!... Aoh!, it’s disgusting! (raggiun­ge di nuovo la sua camera).

POCHE (ridendo) — All'inglese gli piacciono le donne!

LUCIEN (precipitandosi verso Poche) — Ah, si­gnor Chandebise!

POCHE — Come?

LUCIEN — Vi manda il cielo! Salvatemi! Nascon­detemi!

POCHE (sostenendola col suo braccio destro e andando verso sinistra) — Bah..Venite, venite.  Da questa parte.

VOCE DI HISTANGUA (da fuori scena) — Oh, caramba! Yo ve tiengo!

LUCIEN (riapparendo in scena come una pazza, seguita da Poche). Eccolo! (va alla porta di destra in primo pianoN.16) Aprite! Aprite!

CAMILLO (appoggiandosi con tutto il peso del suo corpo contro la porta) — Non si passa!

POCHE — Sbrigatevi !... (smarrita, Lucien va ver­so la camera di Rugby) Non  lì! C’è l’inglese!

LUCIEN — Ma dove? Dove?

POCHE — Lì, nella camera di Battistina! (vanno nella camera N.14)

HISTANGUA (balza in scena come un energumeno) — Inutile que ve nascondete! Yo ve ho visto!

EUGENIE (uscendo dalla camera di Olympe) — Il signore desidera?

HISTANGUA — El señor Chan­debise y la dama que es insieme? Desidero el muerto !

EUGENIE (indicando la camera dov’è Camillo) —In quella camera, signore (esce da sinistra).

HISTANGUA (alla porta di destra in primo piano) —Aprite! Aprite! Que yo ve amazzo!

CAMILLO— (gridando) Qui non c’è nessuno!

HISTANGUA (spingendo la porta) — Aprite, oppu­re... Uno, due, tre! (Dà ogni volta una spinta alla porta di destra in primo piano. L’ultima, la più forte, fa saltar via Camillo. Histangua gli balza al collo) Mia moglie! Dove es mia moglie... que yo la amazzi... que yo la occida...?

CAMILLO— (all’estrema destra, terrificato e senza sa­pere più quel che dice) Ma io non ce l’ho!...Vi dò la mia parola! Ecco, perquisitemi.(Per provare la verità  rovescia le tasche dei suoi calzoni).

HISTANGUA— (senza ascoltarlo) Ah, sì! Que yo la trovi e yo la amazzo... Vero como es vero que yo faccio centro su quel bersaglio! (spara con la sua pistola sul bottone a destra del letto; il letto gira e appaiono su quello che vi si sostituisce Lucien e Poche).

LUCIEN — Mio marito! (Scappa, seguita da Po­che).

HISTANGUA — Mia moglie! (si precipita a inseguirla sparando dei colpi di pistola. Lucien e Poche filano via dal fondo mentre il sipario cade).

SIPARIO

ATTO TERZO

La scena è quella del primo atto. (N.B.: la porta di centro deve sempre aprirsi a un solo battente, eccetto nei casi che vengono specificatamente in­dicati).

(All’aprirsi del sipario la scena è vuota; le por­te sono chiuse. Bruscamente quella di fondo si apre, Antoinette, affannata, si precipita in scena e chiude prontamente la porta alle sue spalle.E’ in sottoveste e porta con se il grembiule e il cappellino da cameriera che indossa, in gran fretta.

ANTOINETTE — Mio Dio, Emeline!... E’ già di ri­torno!... Non farò certo in tempo...( mette il berretto e inizia ad  indossare l’abito da lavoro) Così!...

VOCE DI EMELINE (dalle quinte di sinistra) — Antoinette!... Antoinette!...

ANTOINETTE (che ha terminato la sua toilette) — Presto! (Va a togliere il chiavistello, e, rapidamen­te, in punta di piedi, si infila nella camera di de­stra, in primo piano). (comparendo sulla soglia della por­ta di destra, calmissima)Ah, sei tu che gridi in questo modo?

EMELINE — Esattamente... Perchè ti sei chiusa a chiave?

ANTOINETTE (facendo finta di non capire) — Che cosa?

EMELINE — Perchè ti sei chiusa a chiave?

ANTOINETTE (imperturbabile)— Ma io non mi sono chiusa a chiave.

EMELINE  — Oh, ma questo non ha nes­suna importanza. Dimmi piuttosto che cosa facevi poco fa all’albergo della Micia Innamorata!

ANTOINETTE (come se le parlassero in cinese) —Al che cosa?

EMELINE — All’albergo della Micia Innamorata.

ANTOINETTE (calcando)— E che cos’è?

EMELINE — Come,  “che cos’è”?... Ma che faccia tosta!... Ti  ho sorpreso mezz’ora fa!

ANTOINETTE (ferita profondamente e visibilmente oltraggiata) — Io! Tu hai sorpreso me!? All’ Albergo della… micia? Io non mi sono mos­sa da qui

.EMELINE — Non ti sei mossa da qui, eh?...

ANTOINETTE — No.

EMELINE —  Che faccia tosta! Ma se ti ho sorpre­sa...  tra le braccia di un inglese!

ANTOINETTE — Tra le braccia di un inglese, io? Ma come avrei potuto?

EMELINE — (rimasto senza argomenti pianta Antoinette dove si trova e raggiunge la sini­stra; tra i denti)Dunque, tu non ti sei mossa da qui! Va bene. Sapremo subito tutto. (Si dirige verso il fondo).

ANTOINETTE (con inquietudine, facendo qualche passo verso di lei) — Che cosa vuoi fare?

EMELINE (tornando verso sua sorella) — Voglio chiedere alla portinaia.

ANTOINETTE — Alla portinaia! Non puoi immischiare la portinaia in una discussione così ridicola. Capirà che sei una sorella-padrona che mi vede ovunque e che ha delle allucinazioni. Un caso patologico…(Tutto questa dialogo, molto caldo e rapido, deve sembrare una discussione esasperata).

EMELINE — Aha! Hai paura adesso, eh!... Cre­devi di farmi bere la tua storiella, e invece ti senti in trappola, eh?

ANTOINETTE — Ti prego, Emeline.

EMELINE (respingendola) — Niente da fare! (si precipita al telefono, che è posto di fronte al pubblico e fa il numero) — Pronto... Siete voi, signora Adèlaide? Bene... Sentite... Quello che sto per chiedervi vi stupirà, ma ho assolutamente bisogno di sapere... A che ora è uscita mia sorella?... Oggi, sì. (il viso di Antoinette esprime una certa ansietà) Eh?... Come? Non è uscita affatto?... (Antoinette si rischiara in viso e emette un sospi­ro di sollievo)Andiamo, è impossibile. Come?... E’ venuta a mangiare da voi! (Piccolo moto di gioia, appena visibile, di Antoinette, il cui sguardo da questo momento diventa canzonatore) Sì, sì, ho capito benissimo.(Non cre­dendo alle proprie orecchie) Questa poi!...(rimane impietrita)  Vi ringrazio... e vi chie­do scusa... (Riaggancia il ricevitore, arrabbiata, e ritorna  con un’aria seccatissima).

ANTOINETTE — Ebbene?

EMELINE (brutale) — Lasciami in pace! (andando a sinistra) C’è da chiedersi se sono impazzita oppure ho le allucinazioni! Fila in cucina! (Campanello)E non credere che finisca così.

ANTOINETTE — A tuo piacere. (Alza le spalle ed esce; suonano di nuovo).

EMELINE (adirato, e come rispondendo al suono del campanello)— Subito! (Campanello) Eccomi! (Esce un momento di scena; si sente il rumore della porta d’ingresso che si apre e si chiude)

RAYMONDE (entra, seguita da Tournel; parlando scende fino al divano, mentre Tournel rimane sul fondo) — Non sen­tivate suonare?

EMELINE (rispondendo alle domande, ma pensando a tutt’altro) — Sì, signora, ma ero...

RAYMONDE — Il signore è rientrato?

EMELINE — Eeh... No, signora.

RAYMONDE — Va bene, potete andare.

TOURNEL—(poco voglioso di trattenersi ancora) Cara amica, visto che siete finalmente in casa vo­stra, io...

RAYMONDE (che, vicina al divano, sta togliendosi cappello e guanti, voltandosi verso Tournel) — Che? Non vorrete andarvene! (Ha posato cappello e guan­ti su un mobile vicino).

TOURNEL (sconfitto) — Eh si!

RAYMONDE (nervosa, senza riuscire a star ferma) — Eh no!...Troppo comodo! Non so in che stato d’animo ri­tornerà mio marito... Lo avete visto all’albergo della Micia Innamorata, no? La seconda volta sembrava che volesse strozzarvi!... Se que­sto bel pensierino gli ritornasse...

TOURNEL (tanto placido quanto lei è agitata) — Capisco. Volete che io rimanga?

RAYMONDE — Certo!... Non voglio essere sola a sostenere il primo urto.

TOURNEL (rassegnato)— Va bene, va bene. (Vie­ne avanti).

RAYMONDE — Tutti uguali! In principio dei leoni, ma poi, di fronte alle responsabilità...

TOURNEL — Piano, piano. Tanto per cominciare, non è accaduto nulla.

RAYMONDE ( verso di lui) — Se non è ac­caduto nulla non è stato per merito vostro! (suonano) Mio Dio, suonano! Forse è lui...

TOURNEL — Di già!? (Si sente il rumore della por­ta che si apre).

VOCE DI LUCIEN — La signora è rincasata? (Ru­more della porta che si rinchiude).

VOCE DI EMELINE — Sì, signora.

RAYMONDE — Ah, è Lucien. (Risale verso la por­ta di fondo, che apre) Vieni, vieni!

LUCIEN (passando davanti a Raymonde e scen­dendo in direzione del tavolo) — Ah, Raymonde!... Che dramma!.. Che tragedia!...

RAYMONDE (alzando gli occhi al cielo) — A chi lo dici!

LUCIEN (lasciandosi cadere sulla sedia a sini­stra del tavolo) — Oh, ma non tornerò più a casa mia...  ( sullo stesso tono) Buongiorno, signor Tournel. Vi prego di scu­sarmi..

TOURNEL — Per carità! ...

LUCIEN (senza ascoltarlo, tornando ai fatti suoi)— Andrò ad abitare in un posto qualunque... pur di non ritrovarmi più faccia a faccia con quella bel­va di mio marito!...

RAYMONDE —Che energumeno! Quando ha visto Tournel e me, non so che cosa gli ha preso... si è messo a inseguirci brandendo una rivoltella, come se avesse voluto am­mazzarci!

TOURNEL — Ce l’aveva proprio con noi. Chissà poi perché!

LUCIEN — Come? Ha inseguito anche voi?

TOURNE[. — Sì! Che vulcano! Che mostro!

LUCIEN (appoggiandosi al tavolo di destra) — Io non mi sono ancora riavuta. Per fortuna ho trovato tuo marito, che mi ha sostenuta, mi ha trascinata via. Altrimenti svenivo e non so proprio che cosa sarebbe accaduto.

RAYMONDE — Eh, mio marito ti ha...

LUCIEN — Sì... Oh anche lui mi ha spaventa­ta, sai.

LUCIEN — Penso che l’emozione gli abbia procurato un brutto colpo al cervello.

RAYMONDE — Lo hai notato anche tu?

LUCIEN — Altro che notato... Mi sono perfino detto: « Ci siamo!... Chandebise è impazzito! ». Ha cominciato a dirmi un mucchio di cose senza senso...

RAYMONDE (a Tournel) — Sentito? Come a noi!

TOURNEL — Come a noi!

LUCIEN —Che lui era il cameriere dell’albergo... che stava mettendo a posto la legna... che gli avevano rubato la sua livrea, in­somma mille sciocchezze.

LUCIEN — E a un certo punto sapete che cosa gli salta in mente?...Di chiamarsi “Poche”.

TOURNEL (sedendosi sulla sedia a destra del tavo­linetto ) — E’ la sua fissazione.

RAYMONDE— Io non capisco! Mio marito ha perso la testa? Non capisco proprio.

TOURNEL (a piena voce e su un tono profondo) — Ah! Io credo sia una trappola…una vendetta…

RAYMONDE — Siamo in un bel pasticcio!

TOURNEL — Sì.

(Suonano; istin­tivamente Lucien e Tournel si alzano e si avvici­nano a Raymonde, che è al centro della scena).

LUCIEN (quasi sottovoce) — Hanno... hanno suo­nato?

TOURNEL — Forse... forse è Chandebise.

LUCIEN  — Ma insomma nessuno va a aprire?

RAYMONDE — Non lo so!... Eppure, se hanno suo­nato....

TOURNEL. — Vuol dire che c’è qualcuno.

RAYMONDE (inchinandosi a questa verità lapalissia­na)— E’ evidente.

EMELINE (entrando smarrita) — Signora! Signora!

RAYMONDE — Che cosa c’è?

EMELINE — Non so che cos’abbia, il signore... Gli ho aperto, lui è entrato...e mi ha detto: « Abita qui il signor Chandebise? ».

TUTTI — Eh?

EMELINE — Sì, signora!... Lì per lì ho creduto che volesse scherzare... E allora, per uniformarmi gli ho detto: «  Sicuro che il signor Chandebise abita qui!  » Ma lui tran­quillo mi risponde: « Ditegli che sono venuto per la livrea... ».

TUTTI — No!

EMELINE — Sì, signore! Sì, signore! (Si è rivolto alle due signore e poi a Tournel).

RAYMONDE — Ah, no! Questa storia non può ricominciare un’altra volta! (A Emeline, con energia) Dov’è il si­gnore?

EMELINE — In anticamera... Aspetta.

RAYMONDE (sobbalzando per la sorpresa) — Come, aspetta?

TOURNEL E LUCIEN — In anticamera?

RAYMONDE — Questa poi! (Risale, seguita dagli al­tri personaggi, fino alla porta, che spinge aprendo tutti e due i battenti. Tournel e Raymonde sono a sinistra della porta, Emeline e Lucien a destra.  Poche che ha il cap­pello in testa.  Aspetta tranquillo. Alla vista dei personaggi il suo volto , da serio che era, si fa sorridente).

RAYMONDE — Che cosa fai lì?

POCHE—(alzandosi e venendo avanti sulla porta) Desiderano ?...

RAYMONDE — Ma andiamo! Ti sembra d’essere a tuo posto, lì in anticamera, come un fornitore?

POCHE—(alzando leggermente il cappello) Signora?

TUTTI  —“Signora ?!”...

RAYMONDE —Su, vieni avanti! (Avanza leg­germente).

POCHE — (non muovendosi dalla porta) Il fatto è che io aspetto il signor Chandebise.

TOURNEL E LUCIEN — Cosa?

RAYMONDE — Ma che dici?

EMELINE — Ha sentito, signora?

POCHE— Ehi, Ma la signora la conosco!... Non eravate poco fa all’albergo della Micia Innamorata? (riferendosi a Raymonde) E’ la signora dell’albergo... Ci siamo perfino baciati... (Avanzando verso di lei) Buongiorno, signora…Vuole ancora baciarmi

RAYMONDE  — (spaventata, tirando Tournel verso di se per frapporlo fra lei stessa e Poche) Mio Dio!... Tournel, Tournel! Cosa avrà?

TOURNEL — Su, su, amico mio.

POCHE— (indicando Tournel) C’è anche il suo amichetto! Ah, perbacco!... Come va?

TOURNEL—Victor Emmanuel! (Avanza, come Raymonde, verso la sinistra).

POCHE— (avanzando al centro della scena) No! Poche! Poche!

LUCIEN—(che si è avvicinata al tavolo di destra) Poche!

POCHE—(riconosce Lucien e, parlando, le si avvi­cina)  Oh, la signora con la quale siamo scappati per via del torero Vi ricordate, signora?

LUCIEN— (un po’ spaventata) Ehm. Sì... Sì... (Ve­dendosi costretta contro il tavolo, scivola, sempre parlando, lungo tutto il tavolo, e, arrivata in fondo, repentinamente, scappa, raggiungendo gli altri).

POCHE—(torcendosi dal ridere)  Hi! Hi!... Ma dun­que abitate tutti insieme! Hi, hi! Che buffo!

RAYMONDE — Ma che cos’ha?

LUCIEN— (sottovoce a Ryimonde) Poveretto! Do­vresti farlo visitare subito.

EMELINE— (che era rimasto in fondo alla scena, a­vanza; a mezza voce) La signora desidera che te­lefoni alla dottor Finache?

RAYMONDE — Fate come volete!

EMELINE — Sì, signora (si accinge ad uscire).

POCHE—(andando verso Emeline)  Ve ne andate?

EMELINE — Sì, signore.

POCHE — Va bene. Ma non dimenticate di dire al si­gnor Chandebise...

(Emeline esce chiuden­dosi la porta alle spalle).

TOURNEL — Perché deve far l’idiota in questo modo?

RAYMONDE — Lo fa apposta. Sono sicura che lo fa apposta.

POCHE ( da le sue spiegazioni)— Tutto è dipeso dal fatto che la livrea era appesa, mi spiego?

LUCIEN E TOURNEL (per non contrariarlo) —Sì, sì!

RAYMONDE (passando davanti a Tournel, va a pian­tarsi di fronte a Poche; con autorità) — Ora devi smetterla! Capito? Se sei malato, dillo e noi ti cureremo!.... Ti abbiamo spiegato per filo e per segno come si sono svolte le cose... Ti abbiamo pro­vato che non c’è mai stato niente tra il signor Tournel e me... e se non ba­stasse la signora Homenidès può confermarti che siamo stati sinceri. Che tu ci creda o no prendi l’atteggiamento che la situazione comporta e smet­ti di dare spettacolo in una maniera tanto idiota! Prima ti convinci e ci abbracci e ci baci, e dieci minuti dopo salti alla gola del signor Tournel!

POCHE—(voltandosi verso Tournel) Io vi sono saltato alla gola?

TOURNEL — Sì.

RAYMONDE — Ma insomma, smettila! Ci credi o non ci credi?

POCHE — Ma certo!

RAYMONDE — E allora dacci un bel bacio e fac­ciamola finita!

POCHE — Io? Ma anche dieci!

TUTTI — Finalmente! (Poche si è asciugato le labbra col dorso della mano e si accinge diligente­mente a baciare Raymonde).

RAYMONDE — (quando Poche già sta per sfiorarle la guancia, lo respinge) Puf..!Ma hai bevuto!? Puzzi di vino!

POCHE — Eh?

RAYMONDE— (rivolgendosi a Tournel che si era avvicinato) Sentite, sentite!

TOURNEL—(indietreggia, semiasfissiato).. Puah!... Che cantina!

RAYMONDE—(su un tono di rimprovero indignato) Ora bevi, eh!

POCHE — Che esagerazioni !...” Io bevo!” E’ proprio la parola adatta per tre o quattro miseris­simi mezzi litri che mi sono concesso.

RAYMONDE—(risalendo)  E’ ubria­co! E’ completamente ubriaco.

POCHE — (andando dietro a Raymonde e cercando di farla voltare)Io ubriaco? (cerca di farle sentire l’ alito). …Non è affatto vero mia signora!

RAYMONDE—(allontanandolo con gesto)  Via, signore, andate a smaltire altrove il vostro vino.

EMELINE— (correndo)  E’ arrivato il dottore, si­gnora.

TUTTI — Ah! Meno male

FINACHE — Buongiorno signori. (Amichevolmente, con un saluto della mano verso Poche Buongiorno, Victor!

POCHE—(guardandosi intorno per vedere a chi si rivolgeva il dottore)  Dov’è questo Victor?

FINACHE— (credendo a uno scherzo di Victor Chandebise gli fa un educato sorriso di compiacenza) Che spi­ritoso! (A Raymonde) Ma che cosa c’è?

RAYMONDE—(indicando Poche)  C’è che il signo­re è ubriaco fradicio.

FINACHE—(con un moto di sorpresa)  Come? Ma andiamo! Lui?

RAYMONDE — Provate a annusarlo, dottore! Pro­vate!

FINACHE— (a Poche al quale si è avvicinato) Non è possibile... E’ vero che siete ubriaco?

POCHE — Io? (alzando le spalle con aria di com­patimento) Pffu !

FINACHE— (che ha ricevuto lo sbuffo in pieno viso, si butta all’indietro)  Oh, moltissimo! Mio povero amico!... Ma che cosa vi hanno fatto buttar giù, per ridurvi in uno stato simile?

POCHE — Vi ci mettete anche voi? (Avanzando su Finache) Sentite, buon uomo...La finirete di divertirvi?... Io non sono più ubriaco di voi...

FINACHE—(cercando di calmarlo)  Su, su, an­diamo...

LUCIEN — Ha degli attimi di lucidità, e poi, d’un tratto, più niente!

FINACHE — Ha avuto sicuramente un trauma! E’ ben conciato!... (Lo osservano tutti in silenzio)

Questi feno­meni di allucinazione, questo stato di amnesia spin­to fino alla perdita della nozione della propria identità, sono riscontrabili soltanto in individui af­fetti da alcolismo cronico. …ci vorrebbe uno specialista..uno psichiatra…e una adeguata cura in ospedale..

RAYMONDE — E’ assurdo! Victor Emmanuel pren­de un bicchierino dopo i pasti, nient’altro!

TOURNEL — E spesso lo lascia a metà.

POCHE—( li osservava,  poi a parte)  Scommetterei la testa che continuano a sfottermi.

FINACHE — E guardate gli effetti!

POCHE— (dopo una breve pausa) Dite un po’, te­ste di rapa, vi divertite proprio?

FINACHE — Ma non parlavamo di voi... Piuttosto volete tendere il braccio?

POCHE — (stupito) Il braccio?

FINACHE — (tendendo il braccio in avanti, con la mano rigida e le dita aperte) Così. Vedete?

POCHE — (ubbidendo)  A che co­sa serve? (La sua mano, così tesa, ha un tremito caratteristico).

RAYMONDE — Come trema!

FINACHE— (tenendogli l’avambraccio) Vedete ?... Lo vedete, il tremito degli alcolizzati? E’ uno dei sintomi più caratteristici.

POCHE — (cammina pestando i piedi per terra e  tra Finache e Raymonde) Ora ba­sta!.. (Sbatte il cappello sul tavolo)  (a Raymonde) Volete che mi arrabbi, ve­ro? (a Finache) Volete che mi arrabbi, accidenti!

TUTTI — Ma no! Ma no!

RAYMONDE — Caro, calmati, ti prego. La colpa è nostra: gli abbiamo procurato uno shock e lui ha cercato di affogare il dolore nell’ alcool…

POCHE— (rivoltandosi verso Raymonde, in pieno vi­so) Basta voi! Non rompetemi più le scatole.

RAYMONDE— (con un balzo indietro) Eh? Che co­sa ha detto?

FINACHE — (parlando la accompagna verso il fondo: gli altri seguono il movimento) Niente, niente!... Non fate caso... in certi momen­ti un uomo perde il controllo... Su, andate di là... Non irritatelo.

RAYMONDE—(sul fondo)  Dottore, quel che è trop­po è troppo !... Per quanto alcolizzato...

FINACHE—(spingendo tutti verso la porta di sini­stra) E’ sovreccitato...Lasciatemi solo con Emeline. Tenteremo di farlo coricare, magari gli faccio un’ iniezione di un antidelirante.

FINACHE — (ridiscendendo verso Poche, che  passeggia nervosamente) Su su, ami­co mio!

POCHE — Ma che gente è, dico io? (Si tocca la testa) Gli manca qualche rotellina?

EMELINE — Sì, sì, qualche rotellina certo.

POCHE — Eh!? Ma allora dovevate farmi un segno! Bastava dirmi sottovoce: “Sono un po’ toccatini”! (A Finache, che ha approfittato del fat­to che Poche tendeva il braccio per afferrargli il pol­so, allo scopo di sentirne i battiti) Perchè mi pren­dete la mano?

FINACHE— (tirando fuori l’orologio con la mano de­stra rimasta libera)Niente, niente! Così, per ami­cizia.

FINACHE— (rimettendo l’orologio in tasca)  E’ cu­rioso. Avete un polso debolissimo.

POCHE— (gioviale) Eh, lo credo! Non sono Erco­le! (Con una grossa risata soddisfatto, va a destra).

FINACHE (ridendo per compiacenza) — Ah Ah! Molto spiritoso! Ah Ah! (Sottovoce a Emeline, dandogli una manata su un braccio) Ridete anche voi!

EMELINE — Io? Va bene. (Ridendo senza convin­zione) Ah ah! Ah, ah!

POCHE— (indicando Emeline) L’ho fatta ridere, eh!

FINACHE— (passando a destra esagerando) Eee..Sì, certo. certo! Eccome! (Ridiventando serio) Bene, ora che abbiamo fatto le nostre belle risate, dobbiamo essere ragionevoli (su un tono che non ammette dubbi) Voi mi conoscete.

POCHE — No!

FINACHE (un po’ interdetto) — Ah, se è così... Be­ne,  io sono il dottore. Sono quello che guarisce!... Malati!... Bua!...  Sono il buon papà che cura il suo bimbo!

POCHE — Ah, ho capito! Non sono stupido. Voi siete un dottore.

FINACHE — Bravo! Bravo!

POCHE— (a parte) Perché fa l’idiota in questo  modo?

FINACHE—(con un’aria profonda)  Ebbene, io sen­to...  che siete molto stanco.

FINACHE — (a Emeline) E’ stanco. Le vostre ginocchia si piegano…(come se volesse ipnotizzarlo)…Gli occhi si chiudono…

EMELINE (abbondando nel senso voluto) — E’ stan­chissimo.

POCHE — Beh, lo credo che sono stanco! Mi sono alzato alle cinque, ho spazzato tutto l’albergo, ho dato la cera, e ho traspor­tato la legna.

FINACHE — Si capisce, si capisce! Bene, sapete cosa si fa adesso? Voi vi coricate!

POCHE — Io?  Ma niente affatto!

FINACHE— (sempre accomodante) Come preferite voi. Ma volete almeno togliervi questa giacca che vi è tanto scomoda e mettervi una vestaglia... una ve­staglia morbida morbida?

POCHE — Va bene... Ma la mia livrea?

FINACHE — L’avrete! Certo !... Ma finchè aspetta­te... (fa segno a Emeline) Emeline!

EMELINE — Sì,  dottore. ( fa il giro del tavolo e entra nella camera di destra).

FINACHE — (approfitta del fatto che Poche è voltato in direzione della camera di destra per indicargli la camera in questione) Ecco qua!... In quella camera c’è un ottimo letto... e vi farete  una bella nannina

POCHE — (voltandosi Una bella nannina!? Non pensateci nemmeno! E il signor Chandebise è…

FINACHE — (a Poche) State tranquillo. Sono qua io.

POCHE (conciliante) — Beh se è così, va bene.

EMELINE — (portando la vestaglia) Ecco la vesta­glia!

FINACHE — Benissimo.Eccovi a posto! (Gli infila­ la vestaglia mentre Emeline va a posare la giacca sulla sedia a destra del tavolo)

POCHE — E’ più morbida della livrea!

FINACHE — Ma certo!  Ed ora, l’uccellino mi ha detto in un orecchio che avete un po’ di sete.

POCHE — (gioviale) Ah beh..Si si …E’ in gamba il vostro uccel­lino!

FINACHE — (ridendo) Vero?... vi faccio portar su­bito qualcosa da bere... Forse non vi sembrerà molto buono, ma dovete buttarlo giù lo stesso.

POCHE — Ah beh! Allora è roba forte, eh?

FINACHE — Eh. Abbastanza, abbastanza. (Sottovoce a Emeline, che, do­po aver posato la giacca, si era riavvicinata) Ora gli diamo un ipnotico  e quando dorme gli facciamo la siringhina?

EMELINE — Sì, signore.

FINACHE — Bisogna dargli dieci gocce in un mezzo bicchier d’acqua.

EMELINE — Bene, dottore.

FINACHE —  E ora portatelo a letto.

EMELINE — (Affettuosissi­mo, a Poche) Coraggio, signore. Se il signore vuole accomodarsi può appoggiarsi al mio braccio.

POCHE  — ( si alza e si appoggia al braccio di Emeline ) Siete proprio una donna di buon cuore.

EMELINE — (accompagnandolo verso la camera di de­stra) Il signore mi onora...

POCHE — Ma figuratevi... Vi assicuro che mi di­spiace moltissimo che vostra sorella fa la sgualdrina….

EMELINE — Ma.. ma non è vero!

POCHE — Perbacco! Me l’avete detto voi!

EMELINE — (facendo passare Poche per primo) Ah, ma..ma mi ero sbagliato ! Mia sorella era andata a pren­dere solo il suo pasto dal portiere!

POCHE — (uscendo)  Beh, se non ha preso che questo! (escono).

(Appena uscito di scena l’attore si toglierà l’a­bito di Poche (calzoni e gilet) per la sua trasfor­mazione in Chandebise, che non avrebbe il tempo di effettuare dopo la prossima scena. Tolti i calzo­ni e il gilet si infilerà la giacca della livrea, vi rimet­terà sopra la vestaglia e si rimetterà la sciarpa in­torno al collo. Essendo il colore dei calzoni di Chan­debise non vistoso l’attenzione del pubblico non sarà attirata da quel poco che ne vedrà).

FINACHE  — (durante le ultime battute, si è preso lo scrittoio, lo ha aperto davanti al divano. Egli è di faccia al pubblico) Accidenti che profumo! Ah, ma è questa carta! (Ciò dicendo, si porta al naso il fo­glio di carta color malva sul quale, al primo atto, Lucien aveva steso il suo primo tentativo di lettera. Quando Finache annusa il foglio, lo gira e legge. Rimette il foglio in mezzo agli altri, poi, facendo  il giro del mobile, va a sedersi sul divano, e si dispone a scrivere. Nel momento in cui siede, si sente sbattere la porta d’ingresso)..

CAMILLO — (scorgendo Finache, ancora tutto affannato) Voi !... Ah, dottore, sono accadute cose... cose!... Ah, se ne sono accadute!

FINACHE (sempre seduto) — Come? Come dite?... Non parlate così in fretta!

CAMILLO — Oggi mi sembra di aver vissuto in un incubo! Chi non ho incontrato in quell’albergo?... Tutti, tut­ti!... Tournel!... Raymonde!... Chandebise..... E poi la signora Homenidès, e suo ma­rito che andava a caccia con la pistola! Pan! Pan! Ah, che tra­gedia! Mio Dio! Che tragedia! (Si lascia cadere sul­la sedia a sinistra del tavolo di destra).

ANTOINETTE—(dalla porta di fondo sinistra) La signora vuole sapere come sta il signor Chandebise.

FINACHE —Il signore? Meglio! Dite alla signora che sta meglio..(Alzandosi) Anzi, no: vado io stes­so da lei.

CAMILLO — Ma che cosa c’è?

FINACHE — (avviandosi verso il fondo) Niente! Chandebise sta poco bene.

CAMILLO — (scuotendo il capo) Ah.

EMELINE—(uscendo dalla camera di Chandebise) Il signore è a letto.

FINACHE — Perfetto! (esce da sinistra)

EMELINE— (passando e uscendo dal fondo) Buona sera, signor Camillo.

CAMILLO — Buona sera, Emeline.

POCHE — (entra, sempre avvolto nella vestaglia) Vi chiedo scusa...

CAMILLO— (sobbalzando) Victor Emmanuel!

POCHE — (per scherzare affetta un tono severo) Ehè! Questo signore, io l’ho visto oggi alla Micia In­namorata!

CAMILLO — (a parte, credendo a una ramanzina) Accidenti!

POCHE — Abitano tutti qui!

CAMILLO —  (an­dando da Poche e mettendosi ben di fronte)  Io ero... in quel posto... perchè ave­vo un buon motivo!...  Ehm era... era per una assicurazione...

POCHE — Tutta roba che non mi riguarda! Solo, sto crepando di sete. Mi avevano detto che mi avreb­bero portato da bere, ma credo che si siano di­menticati...

CAMILLO — (zelante) Oh, è certo una dimentican­za. Ora vado io...

POCHE — Grazie! Ho una sete, capite, una grande sete!....

CAMILLO — Ma è naturale! Corro!

POCHE — Grazie! (Ritorna nella camera di destra e chiude la porta alle sue spalle).

Appena uscito di scena, getta via la vestaglia e le ciabatte; con due colpi di pettine, correndo, aggiusta la sua pettina­tura; passando, mette il berretto che gli porgono, poi, facendo un giro dietro il vestibolo, lo si deve veder arrivare dalla sinistra dell’anticamera. L’atto­re deve comparire in scena appena è pronto senza aspettare la fine del monologo di Camillo, che è fatto solo per dare il tempo della trasformazione).

CAMILLO — (davanti al tavolo) Ah, ah! Benone! Pensare che avevo paura di essere sgridato !... Inve­ce l’ha presa benissimo! Chi l’avrebbe mai detto? Io lo credevo di idee strette... le ha larghissime. (Si sente il rumore della porta di ingresso che si apre e si richiude, e, dalla porta di fondo lasciata spa­lancata da Emeline, si scorge Chandebise che arri­va e sta rimettendo il suo mazzo di chia­vi in tasca).

CAMILLO — (vedendo Chandebise un attimo dopo aver visto Poche entrare nella camera, lancia un gri­do pazzo) Aaaaah!

CHANDEBISE — ( al grido di Camillo) Cosa c’è?

CAMILLO — (spaventato, non sapendo più dove batte­re il capo, indica successivamente col dito Chande­bise e la porta di destra in primo piano) Ah, Dio, Dio! Qui, qui!... E là là!

CHANDEBISE— (oltre e a sinistra del tavolo) Ma cosa succede?

CAMILLO — (smarrito,  urtando nelle sedie) Mio Dio! Divento pazzo! Io sono pazzo!

CHANDEBISE — (facendo qualche passo verso di lui) Andiamo, Camillo!

CAMILLO — Vade retro satana! Sono pazzo! Sono pazzo! (Scompare dalla porta di fondo destra).

CHANDEBISE — (abbrutito da questa accoglienza) Perbacco! Sta dando i numeri!... Ma che cosa c’è nell’aria oggi? Ecco come in quell’ albergo! Che incubo! Che incubo! (Vedendo la sua giacca sulla sedia a de­stra del tavolo) Guarda, la mia giacca?... Chi l’avrà riportata qui? Comunque, mi pare di aver tenuto fin troppo questa livrea. (Parlando, si toglie la giacca della livrea che posa sul tavolo, come il berretto, e indossa la sua giacca).

CAMILLO  — (attraversando come un pazzo il vestibo­lo da destra a sinistra e aggrappandosi a Emeline che arriva in senso inverso)Emeline! Sono pazzo! Sono pazzo! ( sparisce a sinistra conti­nuando a gridare «sono pazzo »).

EMELINE— (avanzando) Che cos’ha il signor Camillo?

CHANDEBISE - E’ quello che mi domando io, Emeline!

EMELINE — (sentendosi chiamare col suo nome) Ah! Il signore mi riconosce?

CHANDEBISE —Perchè non dovrei riconoscervi?

EMELINE — (prontamente) Ehm. Non so, signore, non so. (In questo momento irrompe in scena Camillo, proveniente da sinistra, seguito da Finache, Raymonde, Tournel e Lucien).

CAMILLO — Vi dico che sono due! Sono due! Qui e là. (esce dalla porta di fondo per il vestibolo a destra)

TUTTI — Ma che cos’ha?

RAYMONDE — (andando verso il marito) Siamo noi caro... Veniamo per sapere...

CHANDEBISE — (vedendo Raymonde, sobbalza) Tu? Tu qui ? (Scorgendo Tournel che avanza) E Tournel è con te!

RAYMONDE e TOURNEL — (insieme) Cosa?

CHANDEBISE — (è saltato al collo di Tournee  lo spinge così, mar­ciando su di lui e scuotendolo, fino al lato destro della scena) Che cosa facevi, tu? Che cosa face­vate quando vi ho sorpresi tutti e due, in quell’al­bergo equivoco?

TUTTI — Oh!

RAYMONDE — Ci risiamo!

TOURNEL — (sempre nella stretta di Chandebise) Amico caro, te l’abbiamo spiegato cento volte!

CHANDEBISE — (sempre spingendolo e facendolo così andare fino sul fondo passando alla destra del tavolo) Mi avete spiegato che cosa?... Oh, basta! Credete proprio di potermi prendere in giro ancora per molto?... Fuori dai piedi! (Tutti, istinti­vamente, hanno seguito il movimento, ma dal fondo, e si trovano così a sinistra del tavolo).

RAYMONDE — Senti, caro...

CHANDEBISE — (avanzando minaccioso verso tutti) Fuori dai piedi!

LUCIEN — Ma, signor Chandebise...

CHANDEBISE — ( a tutti) Vi ho detto di andarvene! Non voglio più vedervi. (Misura a grandi passi la scena, esasperato).

FINACHE — (esortandoli a rientrare nella camera di fondo a sinistra) Uscite di qui! Andate! Non ir­ritatelo, è in piena crisi. Ritornerete appena si sarà calmato.

RAYMONDE  — (lasciandosi accompagnare fuori)Oh, con questa crisi! Con questa crisi! Io comincio ad averne abbastanza! (esce seguita da Lucien).

FINACHE — Su, su! (a Tournel) Tournel, vi prego.

TOURNEL— (andandosene dietro agli altri)  In fin dei conti è stupido! Cambia idea ogni due minuti. (Emeline esce dal fondo e chiude i due battenti del­la porta).

FINACHE — (quando tutti sono usciti, andando ver­so Chandebise) E allora, mio buon Chandebise, che cosa c’è?

CHANDEBISE — Ah, vi assicuro che tutto quel che poteva capitarmi mi è capitato, nell’albergo della Micia!

FINACHE — Ma allora ci siete stato?

CHANDEBISE — (pronto) Quante peripezie, Dio santo! Che incubo! Botte da una parte! Botte dall’altra!... La padrona matta!... Mi mettono addosso una livrea e mi chiudono in una stanza!... Costretto a scappare attraverso i tetti!... E come se non bastasse, Home­nidès!

FINACHE — (a parte, smarrito) Com’è malato, mio Dio! Com’è malato!

EMELINE — (portando un bicchiere pieno d’acqua su un piatto) Ecco qua.

CHANDEBISE — (vedendo Emeline si volta) Cosa c’è, Emeline?

EMELINE– (avanzando verso Finache) Niente, signore. il dottore mi ha chiesto di...

FINACHE — (a Emeline che gli presenta il piatto) Grazie. (Prende il flacone del medicinale dalla sua borsa e ne ver­sa qualche goccia nel bicchiere durante le battu­te seguenti).

EMELINE (sottovoce al dottore) — Il signor dot­tore è contento, eh?.

FINACHE — Siamo al delirio! Al delirio!... Otto... nove.., e dieci….

CHANDEBISE— (che torna ad avanzare a sinistra del tavolo) State poco bene, dottore?

FINACHE — No, no! (Gli si avvicina, agitando con la mano destra, piano e con un movimento in circolo o col cucchiaino, il bicchiere che contiene le gocce per mescolare bene) — Su, bevete questo.

CHANDEBISE — Io?

FINACHE — Sì ! Dopo tutte le emozioni che ave­te avuto, vi rimetterà in sesto.

CHANDEBISE — Se è così, non rifiuto! Confesso che lo scatto di poco fa mi ha turbato. (Prende il bicchiere).

FINACHE — Ero certo che mi avreste detto così.E’ un po’ forte: buttate giù in un colpo solo!

CHANDEBISE — (noncurante) Oh! (Ne prende una buona sorsata, ma appena si sente il liquido in boc­ca posa precipitosamente il bicchiere sul tavolo e allontanando i due dal suo passaggio, si slancio come un pazzo verso la finestra).

FINACHE (ricorrendolo) — Non è niente! Vi ave­vo avvertito! Buttate giù! Buttate giù!

CHANDEBISE — (ha aperto precipitosamente la fine­stra e ha sputato fuori tutto quello che aveva in boc­ca) ... Puah! Che schifo!

EMELINE E FINACHE — (dispiaciuti) Oh …no!

CHANDEBISE — Che porcheria! (Parlando ha raggiunto il fondo destra).

FINACHE  — (che lo segue) Dove andate?

CHANDEBISE — A risciacquarmi la bocca! Cre­dete che avesse un sapore gradevole? (Esce dalla porta a destra).

CAMPANELLO di casa

EMELINE — Hanno suonato. (Esce dal fondo a sinistra).

VOCE DI FERRAILLON — Il signor Chandebise, per piacere?

VOCE DI EMELINE — Abita qui, signore.

FERRAILLON — (entra, seguito da Emeline) Grazie. Sono qui per re­stituire un oggetto…c’è stato un poco di movimento oggi nel mio albergo… ed è stato trovato quest’oggettino dov’è inciso il nome del sign. Schandebise e il suo indirizzo.

FINACHE — (Lo guarda) Ah! .. è il palato di Camillo.

ANTOINETTE — (compare dalla corridoio a sinistra, affannata) Dottore! dottore! Il signor Camillo, non so cos’abbia, l’ho trovato nel bagno, completamente nudo, che si faceva una doccia!

FERRAILLON — Una doccia a quest’ora!

FINACHE — Cose da matti (Si avvia ver­so il fondo; a Antoinette) Dov’è il bagno?

ANTOINETTE (indicando la destra del vestibolo) —Qui, signor dottore.

FERRAILLON — (Il suo sguardo cade sulla livrea e sul ber­retto che aveva posato Chandebise) Ma quella è la livrea di Poche! (La prende) E il suo berretto!... Questa è grossa!... Come mai questa ro­ba si trova qui?... ( A Emeline che avanza anche lui) Il mio cameriere è stato qui?

EMELINE — Il vostro cameriere? No!

FERRAILLON — E allora?

CHANDEBISE  — (arriva dalla porta in fondo a de­stra ) Che sapore orribile!

FERRAILLON (vedendo Chandebise) —Eh! Poche! Poche qui! (Si slancia per acchiap­parlo).

CHANDEBISE (spaventatissimo) — La pazza! La paz­za in casa mia! (Tenta di scappare evitando di far­si acchiappare da Ferraillon; i due personaggi, così, vanno e vengono al di là e al di qua del tavolo che li separa).

FERRAILLON — Ah, bestione! Che cosa fai qui?

CHANDEBISE — Io ? Non lo so !

FERRAILLON —Ora si porta a spasso la mia livrea fuori di casa, eh!

CHANDEBISE — Io la livrea!

EMELINE — (interponendosi) Ma signore!... Che cosa fate?.

FERRAILLON— (a Emeline) Voi toglietevi dai piedi!

CHANDEBISE — Io me la batto (esce di corsa dal fondo)

EMELINE— (tornando alla carica) Ma è il signor Chandebise! Il mio padrone! (Si sente la porta del vestibolo sbattere violentemente).

FERRAILLON— (respingendo Emeline) Ma che pa­drone! E’ il mio cameriere!... Lo conosco bene! (Esce dal fondo correndo e portandosi via la livrea e il ber­retto di Poche).

EMELINE — (correndogli dietro e chiudendosi la porta alle spalle) Ma no! Ma no!

CHANDEBISE— (si arrischia a far capolino dalla por­ta di sinistra; angosciatissimo) Se... se n’è anda­to? (Si sposta verso il proscenio a sinistra) (Sospirando) Ah! Finalmente! Se n’è andato! (in questo momento si sente un confuso rumore di voci provenienti dall’anticamera).

VOCE DI EMELINE — Ma signore! Signore!

VOCE DI HOMENIDES — Yo entrerò — hablo chia­ro? Yo entrerò!

CHANDEBISE — Che succede? (sotto una spinta dall’esterno, la porta di fondo si apre bruscamente).

HOMENIDES—  Ah! Lui! (Emeline, rinunciando a intro­mettersi, si ritira).

CHANDEBISE — (accerchiato nel suo angolo) Ho­menidès! (Fa per scappare).

HOMENIDES — (avanza su di lui, e, con tono che non ammette replica) Fermatevi!

CHANDEBISE — (miserevolissimo) A..A..Amico mio...

HOMENIDES—(fulminandolo con uno sguardo) Non c’è più d’amigos! Voi ve la siete escapato, poco fa!... Ma yo ve ritrovo!... E si no fosse por quelli qui me hanno arrestato e portato dal... commissionario de polizia, yo ve a­vrei insegnato que cossa es una pistola. Ma il com­missionario me ha confisquato il mio buldog e ha fatto que yo ho promisso, por ottenire la libertà, que yo no me servirò più del buldog!... (Con un sospiro di rimpianto)Yo lo ho promisso!

CHÀNDEBISE— (rassicurato) Ahsì?... Bravo..Bravo il «com­missionario »!

HOMENIDES — E così... (uscendo dalle tasche due pistoline) Yo ho portato delle pistoline.

CHANDEBISE  — (facendo un salto indietro) Eh?

HOMENIDES — (rassicurandolo col gesto) Oh! No avete timore! Sì, sì, delle piccole pistole. Pistoline! Ma yo no voglio suicidarvi. Yo no l’ho potuto fare al momento, — como dite voi? — della «flagrante delitto »...

CHANDEBISE — (sempre meno rassicurato) Sì, sì... ho capito.

HOMENIDES — Adesso, esto sarebbe... on assassi­nio! Yo no lo voglio!

CHANDEBISE — (avvicinandosi, un po’ più rassicu­rato) Ah! E’ quello che dico io!

HOMENIDES — Ecco due pistoline; una es carica, l’altra no lo è.

CHANDEBISE—(molto interessato)  Bene. Io prefe­risco la prima.

HOMENIDES (fa un ruggito che fa fare un balzo indietro a Chandebise)—Belepp! (Si calma subito e  prende un pezzo di gesso) Yo prendo del gesso e yo faccio un cerchio sul vostro coraçon.(Disegna rapidamente un cer­chio sul lato sinistro del petto di Chandebise).

CHANDEBISE — Ma che cosa fate? (Cerca di can­cellare il cerchio con la mano).

HOMENIDES — (disegnando anche sul proprio petto un cerchio più piccolo) Yo me faccio la istessa cossa. (ha posato il gesso e ha ripreso le sue pistole) Si prende la pistolina, e ognuno mette la canna en el cerchio dell’altro... Pan! Pan !... Qui ha la balla, quello es lo muerto.

CHANDEBISE — Ah!... E l’altro?

HOMENIDES — (fa un balzo e ruggisce in un modo che fa trasalire Chandebise) Belepp! (Calmissi­mo e cortese) Esto è el duello de noialtri! (molto amabile, presentandogli dalla parte del calcio le due pistole, tenute in una mano) Su! Toma una pistolina.

CHANDEBISE — Cosa?

HOMENIDES — (insiste più imperioso) Yo ve ho detto de prendere una pistolina.

CHANDEBISE —(passa davanti)  Grazie tante! Ma non prendo niente fuori pasto.

HOMENIDES — (feroce) Prendete!... Oppure yo fac­cio l’assassinio!

CHANDEBISE — (vedendo che l’altro non scherza) Ma parlavate sul serio? Ah, mio Dio!... Aiuto!... Aiuto!... (Se la batte verso la por­ta di fondo ed esce).

HOMENIDES — (Si precipita ad inseguirlo.) Chan­debisse!... Yo te ordino!... Yo voglio!... (esce).

VOCE DI CHANDEBISE — (dalla quinta di sinistra) Aiuto! Aiuto! (affannato, ricompare dalla porta di  sinistra, attraversa la scena come una frec­cia e si precipita nella camera in primo piano a destra. Appena entrato lo si sente gridare fortissi­mo) Aaaaah! (subito ricompare ancora più spaventato) Ah! Io!... Io! Io sono coricato di là, nel mio letto! La casa è stregata! E’ stregata! (Esce dal fondo chiudendosi la porta alle spalle nello stesso momento in cui compare  Homenides dalla porta di sinistra)

 HOMENIDES — Dov’è il misserabile? ( lo ve­de e si lancia verso la porta dalla quale Chandebise è scappato) Aspetta un momento! ( la porta è chiusa col chiavistello, e la scuote invano. In questo momento il direttore di scena si sostituirà a Chandebise gridando aiuto. Dopo si dirigerà verso la porta di fondo destra, che è chiusa la scuote, poi correndo gridando verso la porta di sinistra, che sarà ugualmente chiusa per resistere a Home­nides. Durante questo gioco di scena fatto per trar­re in inganno il pubblico, che crederà Chandebise all’estrema sinistra, l’attore avrà indossato pronta­mente la vestaglia e si sarà messo la sciarpa di Po­che, pronto così a entrare dalla parte indicata). (seguendo la voce si precipita verso la porta di secondo piano sinistra, che trova chiusa come l’al­tra) Apri! Vuoi aprire?

VOCE DI CHANDEBISE — (fuori scena da destra a sinistra) Aiuto! Aiuto!

HOMENIDES  — (correndo alla porta di fondo sinistra che trova chiusa)Apri, misserabile, apri! (scuote invano la porta).

POCHE— (esce da destra primo piano, avvolto nella sua vestaglia e ancora semiaddormentato) In que­sta casa non si può proprio dormire!

HOMENIDES — (alla vista di Poche, lascia immediata­mente la porta e si slancia su di lui tenendo sem­pre in mano le sue pistole) A h, sei aqui! Misse­rabile!... Su, prendi subito le pistoline!

POCHE — (con un balzo) Dio! Il torero!

HOMENIDES — (avanzando lungo l’estrema destra) Yo te ammazzo!

POCHE — (battendosela lungo l’estrema sinistra fino sul fondo) Ma cosa dite?... Ah, mio Dio! Mio Dio! (trova la porta di fondo destra chiusa).

HOMENIDES — (alle sue calcagna) Yo te tiengo! Tu no me scapperai!

POCHE— (lanciandosi successivamente verso le al­tre due porte del fondo che trova chiuse) Ah, là, là!... (arriva così alla finestra, e, non trovando altra via di salvezza salta nel vuoto).

HOMENIDES  — (arrivato alla finestra nel momento in cui l’altro la scavalca, non può reprimere un moto di raccapriccio) Ah, sventurato! Se ammatterà (guarda). No!... No si è ammattato! Ah!... Yo lo ammatterò!... (queste due esclamazioni devono con­trapporsi con immediatezza, senza transizione; poi, Homenides si sposta ) Oh, sì, yo lo suici­derò! (si passa due dita al colletto, come chi si sen­te salire il sangue alla testa). Yo tiengo sete (scorge sul tavolo di destra il bicchiere lasciato quasi pieno da Chandebise) Ah! (si precipita verso il bicchiere e se lo porta avidamente alle labbra; appena ha pre­so la prima sorsata, posa il bicchiere sul tavolo, poi, non sapendo dove risputarla, si precipita verso la finestra e sputa fuori tutto quanto con disgusto) Ah! Puah! (come se se ne appellasse al cielo) Ma se beve proprio delle porcherie in esta cassa!... Puah! (respira profondamente; in questo momento si trova proprio sopra allo scrittoio lasciato aperto da Fina­che). Que cossa yo sento aqui?... El profumo della lettera!... El profumo de mia moglie!...(prende uno dei fogli, esattamente quello lasciato da Lucien al primo atto) Ah, la carta! La carta qui es la stes­sa!... Ah, e los caratteres, los caratteres de mi mu­jer! (leggendo):  “ Señor, yo ve ho visto l’altra sera al Palays Royal “. Pero! Esta es la copia de la let­tera al marito... que yo l’ho en mi tasca (parlando ha tirato fuori di tasca l’altra lettera e la confronta). Porque? Porque aqui, en la scrittoio de señora Chan­debisse?... Oh, yo voglio saver! Yo savrò (si preci­pita verso la porta di fondo sinistra e vi batte sopra furiosamente con i pugni) Aprite! Aprite!

TOURNEL— (comparendo sulla soglia) Ehi! Ma che c’è?

HOMENIDES — (gli salta al collo, e, dopo averlo fatto piroettare intorno a lui) Ah! El Tournel! Voi adesso me dite subito...

TOURNEL — Accidenti! Il torero!

HOMENLDES — Esta lettera...

TOURNEL — Ma lasciatemi, perbacco!

RAYMONDE— (compare dal fondo sinistra e avanza) Cosa succede?

HOMENIDES— (abbandona Tournel dandogli una spinta che gli fa perdere l’equilibrio e marcia di­ritto su Raymonde) No, voi! Esta lettera que yo ho trovata en le vostre carte.

RAYMONDE—  (riconosce la lettera; trasale leggermen­te) Frugate tra le mie carte adesso?

HOMENIDES — La questione non es aqui!... (con ira contenuta) Porque?... Porque los caratteres de mia moglie? Dunque essa confeziona le sue let­tare d’amore in cassa vostra?

RAYMONDE – In casa mia! Ecco…. questo dovrebbe bastare a provarvi l’assoluta innocenza di vostra moglie. Vi assicuro che il vostro atteggiamento non ha nessuna ragione.

HOMEDINES  —Como?

RAYMONDE — Come, “ Como”! Se tra vostra moglie e mio marito ci fosse un accordo, un intrigo, il mio scrittoio non sarebbe...

TOURNEL — (completando il pensiero di Raymonde) ...il posto più adatto.

HOMEDINES — Ma allora, que, que?

RAYMONDE — Eh, que, que! Guardate, c’è vostra moglie: chiedetelo a lei. (avanza a sinistra, oltre il divano).

HOMENIDES — (correndo da Lucien) Ah, señora, voi me direte...

LUCIEN — (accennando a voler scappare) Mio marito!

HOMENIDES— (la ferma afferrandola a un polso e la fa avanzare, parlando) No, ve supplico, rima­nete!... Con una palabra, con una parola, voi me potete tranquillizare !... Esta lettera !... Esta lettera

LUCIEN— (stupita, riconoscendo la sua lettera fra le mani del marito) Eh, ma come...?

HOMENIDES – Yo l’ho trovata!.... Porquè? Porquè?

RAYMONDE — Coraggio, Lucien, dagli la chiave di questo rebus affinché possa riposare le sue me­ningi.

LUCIEN — E va bene. (a suo marito) Ma non avete proprio capito? (a Raymonde, indicando suo marito) Ah!, que tonto! (a Homeni­des) Raymonde dubitava della fedeltà di suo marito.

HOMENIDES— (brusco) Como?

LUCIEN — E allora per avere una prova decise di dargli un appuntamento galante.

HOMENIDES — (bollendo di impazienza) Pero, la carta! La carta!

LUCIEN — (andando in collera a sua volta) Eh, la carta! La carta! Aspetta, accidenti. (ridiventa su­bito calma e, mettendo i puntini sulle i) Se la lettera l’avesse scritta lei, suo marito avrebbe ricono­sciuto la scrittura.

HOMENIDES — (con un barlume di speranza negli oc­chi per quella verità che vede nascere) Despuès! Despuès!

LUCIEN — E così ha voluto che la scrivessi io.

HOMENIDES — (non potendo credere ai propri orec­chi) No! Es verdad? (a Raimondo) Es verdad?

RAYMONDE — (stupita per questa domanda in una lin­gua che non conosce)  Cosa?

HOMENIDES — Es verdad lo que ella dice?

RAYMONDE — Tutto quello che dice è verità!

HOMENIDES — Ah, señora, señora! Quando pienso que me metevo tantas ideas en la testina! (a Lucien) Ah! Que tonto! Tonto soy! (a Tournel, dandosi a mo’ di atto di pentimento un pugno sull petto ad ogni « bruto ») Ah, yo soy un bruto! Un bruto! Un bruto!

TOURNEL — (lo scimmiotta dandosi anche lui dei colpi sul petto) Ma è quello che ci sforziamo di dirvi!

HOMENIDES — (che ha già smesso di ascoltarlo, a Lucien, con slancio e inginocchiandosi) Ah, querida! Perdoname, mi tonterias!

LUCIEN — Ti perdono, però non farlo più.

HOMENIDES — (spostandosi con lei fino al divano) Ah, querida mia! Ah, yo te quiero! (si siedono, la mano nella mano).

RAYMONDE— (indicandoli a Tournel) Ah! Come si capiscono bene questi spagnoli. (In questo momento la porta di fondo destra si apre, ed entrano Finache, Camillo e Chandebise. Questa entrata deve es­sere rapidissima).

FINACHE — (raggiunge dal fondo il centro della sce­na, avendo alle calcagne Camillo) Ragazzi miei, ragionate.

CAMILLO — (in accappatoio da bagno) Vi ripeto che l’ho visto nello stesso istan­te lì e di là (indica l’anticamera e la camera in pri­mo piano a destra).

CHANDEBISE — (che è avanzato senza esitare lungo l’estrema destra) E io mi sono trovato  faccia a faccia con me stesso, in questa camera e coricato nel mio letto!

HOMENIDES — (sempre seduto) Que? Que?

CHANDEBISE — (alla vista di Homenides, gira su se stesso per battersela) Home­nides! Ancora qui!

HOMENIDES — (fermandolo col gesto) Su, su, no abbiate timore! Yo adesso sono calmato... Por que adesso yo so que l’autore della lettera... la dama del tiatro, non era mi mugliera — come me gu­sta — ma la vostra.

CHANDEBISE — (a Raymonde) Come? Tu?

RAYMONDE — (che è a sinistra del tavolo) Ma se te l’abbiamo detto quaranta volte!

CHANDEBISE — A me?

TOURNEL — (a destra del tavolo) Ma sì! Ogni volta che ci siamo baciati. Poi, abbiamo dovuto ri­cominciare tutto da capo. (Risale lungo l’estrema de­stra e va a raggiungere Raymonde).

CHANDEBISE — Che cosa dice?

HOMENIDES — E pensare que por esta cossa, yo ve ho defenestrato dalla finestra.

TUTTI — Dalla finestra?

HOMENIDES — Ah, que emozione yo ho avuto!

CHANDEBISE —Voi avete fatto saltare me dal­la finestra?

HOMENIDES — Naturalmente! Yo vi ho fatto!... Voi uscivate da lì (indica la camera di destra in primo piano) e, hop!, siete saltato!

CHANDEBISE — (spostandosi a grandi passi all’estre­mo destra)  Ci siamo! Ci siamo! Anche lui!... Sia­mo tutti in balia della stessa allucinazione!... Quello che voi avete visto saltare dalla finestra, e che mi somigliava, è quello che ho visto io nel mio letto!

CAMILLO — E che io ho visto lì e di là.

CHANDEBISE — (che è sempre all’estrema destra) Io non ho mai saltato da questa finestra.

HOMENIDES — Que cossa dite?

(Entra Ferraillon).

FERRAILLON.— (con la vestaglia di Poche sotto il braccio) Domando scusa, signore e signori...

CHANDEBISE — La pazza! (spaventato, si precipita sotto il tavolo di destra, cui era vicino).

FINACHE e CAMILLO — Ferraillon!

RAYMONDE —La padrona della Micia Innamorata!

TOURNEL — La padrona dell’albergo! (queste tre battute, contemporaneamente).

FERRAILLON — ...Domando scusa, ma poco fa, pas­sando per  strada, è mancato poco che ricevessi sulla testa il mio cameriere, il quale saltava, per ragioni che mi sfuggono, da quella finestra...

TUTTI — Eh?

TOURNEL, CAMILLO E HOMENIDES — Era il came­riere!

FERRAILLON — ...e se la batteva portandosi via questo indumento. (mostra la vestaglia).

RAYMONDE — (che è avanzata a sinistra del tavolo)  Ma è di mio marito! (credendo di trovare Chan­debise) E’ tua, questa... Beh? E dove è andato? (chia­mando)Victor ! Victor! (ri­sale verso il fondo e va a aprire la porta di fondo destra per lanciare il suo ultimo appello).

TUTTI — Victor Emmanuel! (Elienne va a guar­dare dalla porta in fondo destra, Tourne! da quella in primo piano a destra).

FERRAILLON — (scorgendo Chandebise rannicchiato a quattro zampe sotto il tavolo)Ah! Poche! Di nuovo Poche! (va a prenderlo per il colletto e lo tira fuori dal suo ).

TUTTI — Poche?

CHANDEBISE — (uscendo da sotto il tavolo tirato di Ferraillon)  Non…Non sono Poche!

FERRAILLON — (facendolo piroettare intorno a sè stes­so) Ah, Bestiaccia! Animale!

RAYMONDE — (interponendosi) Ma, signora!... E’ mio marito!

FERRAILLON — (indietreggiando, sbalordito)  Cosa?

CHANDEBLSE — Ma si! E’ un’idea fissa la vostra, sapete!... (agli altri) Ogni volta che ci incontriamo, mi affibbia un sacco di botte!

FERRAILLON — Questo… è… vostro marito?

RAYMONDE — Il signor Chandebise, esatto!

FERRAILLON — Ma non è possibile! …Lui!… è vostro marito? Ma è il ri­tratto preciso di Poche, il mio cameriere!

FERRAILLON — Si, quello che poco fa è saltato dalla finestra.

CHANDEBISE — Ora capisco tutto! L’uomo che ho visto poco fa nel mio letto e che ho scambiato per me stesso, era Poche!

TUTTI — Poche!

RAYMONDE — Ed era quello che abbiamo visto nel­l’albergo con la bottiglia in mano!

TOURNEL — Quello che abbiamo baciato!

TUTT I— (bene insieme) Era Poche!

CAMILLO — Quello che aveva la gerla sulle spalle!

TUTTI (c. s.) — Era Poche!

CHANDEBISE — Poche! Poche! Sempre Poche! Ah, perbacco, mi dispiace che se ne sia andato tanto presto!... Mi sarebbe piaciuto vedere da vicino il mio sosia.

FERRAILLON — Ma c’è un mezzo semplicissimo, si­gnore! Venite un giorno alla Micia Innamorata!

CHANDEBISE — Io, alla Micia Innamorata! Ah, no, no, ci sono stato anche troppo!

RAYMONDE— (con perfidia)  Neppure per i begli occhi della sconosciuta del Teatro?

CHANDEBISE — Dopo avermi teso quella tua pericolosa trap­pola hai il coraggio di canzonarmi?

RAYMONDE — Ti domando perdono, ho avuto tor­to. Ma — cosa vuoi? — avevo dei dubbi sulla tua fedeltà.

CANDEBISE —E perché?

RAYMONDE — Beh, perché... perché… (gli parla all’orecchio).

CHANDEBISE — Nooo! Per così poco?

RAYMONDE —  Eh già proprio per questo poco!

CHANDEBISE — Oh, beh...

RAYMONDE — Sarà sciocco se vuoi... Ma è bastato a mettermi una pulce

CHANDEBISE —Solo per una pulce?…. (come accettando una sfida) E va bene … vuol dire che questa sera…. la fastidiosa pulce… l’ammazzeremo insieme…. cara!!

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