Uno cantava per tutti


DON

UNO CANTAVA PER TUTTI

Commedia in tre atti in cinque quadri

di ENRICO BASSANO

PERSONAGGI

ANGELO - ANNA - MICHELE - IL SERGENTE

IL DOTTOR GOOD - LUCIA - GIOVANNI

IL GIUDICE - IL GENERALE - IL BENEFATTORE

IL SEGRETARIO - FRIDA - LULA - MAUD

ILIA - STELLA I VIAGGIATORE II VIAGGIATORE

1 SOLDATO - II" SOLDATO

1 MACCHINISTA - 11 MACCHINISTA

UN MENDICANTE - UNA MENDICANTE

ALTRO MENDICANTE - ALTRA MENDICANTE

1 GIORNALISTA - 11 GIORNALISTA III GIORNALISTA

UN PIANTONE - UN AGENTE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

QUADRO PRIMO

(Il caff-bar di una piccola stazione ferroviaria sperduta in una grande pianura. Pochi treni si fermano alla stazione. Poca gente frequenta il locale. Nessun riferimento geografico: si potrebbe pensare, per, alle grandi pianure desertiche americane, percorse soltanto dai grandi espressi che uniscono il Pacifico all'Atlantico. il tramonto: un tramonto viola, bellissimo, che riempir d'ombre la scena. La poltrona di vimini entro la quale affondato Giovanni posta sulla porta, in fondo, perch il malato goda dell'ultimo sole. Anna al banco. Lungo silenzio).

Giovanni - (biondo, fine, esangue, ancor giovane) Anna!

Anna - (trasale: ogni volta che Giovanni la guarda, o le rivolge la parola, lei sussulta) Signore...

Giovanni - Guarda l, quel volo di uccelli... Cos compatti, fanno una grande ombra sulla terra. Un'ombra nera, che cammina sulla pianura. (Con sgomento) Ecco, adesso sono qui, sulla nostra casa.

Anna - Sono rondini, signore.

Giovanni - Non vero, Anna, non sono rondini, e tu lo sai. Sono corvi, Anna, e mi fanno tanta paura. Senti come gracchiano, passando sulla nostra casa?

Anna - Sono rondini, ve lo assicuro. I corvi, di questa stagione, migrano lontano. Sono verso le montagne, adesso. Il caldo li ucciderebbe.

Giovanni - Io sento sempre il loro gracchiare, qui, negli orecchi. Sono felice quando passa il treno, perch il treno li spaventa. Da ragazzo, quando abitavo al sud, uccidevo pi corvi che potevo: coi lacci, con la fionda, col fucile... Adesso, Anna, ho paura che si vogliano vendicare...

Anna - (andando verso di lui) Non dite, non dite questo, padrone... Credo sia male pensare sempre a queste brutte cose...

Giovanni - (tenendole una mano) Tu non sai, Anna, non sai... Quando uno malato, molto malato, vede chiare le cose lontane, e capisce molto bene le cose nascoste... Come se la sua vista si facesse migliore, come se dentro di lui funzionasse un altro senso... Anna...

Anna - (timorosa, portando le mani al cuore) Padrone...

Giovanni - Da quanto tempo sei con noi?

Anna - Sei mesi, padrone.

Giovanni - Sei mesi. Sempre qui, vicino a me, vicino a noi. (Un silenzio) Sei buona, tu, Anna. Molto buona. Forse troppo. (Pausa) Qualcuno, qui, non ti vuole bene abbastanza...

Anna - (spaventata) Non vero, padrone, non vero. La signora mi vuol bene, tanto. Non lo merito, io... (Sincera) Sono cos poco, io. Sono proprio nulla. (D'impeto) Eppure...

Giovanni - Eppure?

Anna - No, scusate. Non volevo dire.

Giovanni - (insistendo) Hai detto: eppure... (Pausa) Forse volevi dire che lo sai bene, in fondo, di non essere poca cosa... Sei bella!

Anna - (sinceramente vergognosa) Oh! Signore...

Giovanni - Bella, s, e giovane. Non hai ancora vent'anni. Lo so. E passi qui il tuo tempo. Qui, su questo grumo di terra sperduta. (Quasi con un grido) Perch, Anna? Perch non scappi di qui? Al di l della pianura ci sono le grandi citt piene di luci, c' la vita, c' la salvezza... Qui si muore, Anna. Salvati, Anna, tu che lo puoi. Salvati. Sei tanto giovane, sei tanto bella...

Anna - (rompendo in -pianto) Padrone... Io... io non posso andar via. Io... io debbo restare qui...

Giovanni - Ma perch? Sono io che ti dico di andare, di prendere uno di questi treni che passano sempre con tanta fretta, di lasciarti alle spalle tutta questa terra bruciata, questo cielo cos basso... Hai ancora tanta vita, innanzi a te...

Anna - (gettandoglisi ai piedi, afferrandogli una mano, baciandogliela) Padrone, padrone... Il mio posto vicino a voi. (Come ispirata) Io vi debbo guarire, capite? Vi debbo guarire. Non so pi nulla, di me. Ho dimenticato di dove sono venuta, non ho pi ricordi. Sono qui, e nessuna forza mi pu allontanare. Poi, un giorno, quando sarete guarito...

Giovanni - (ha un cenno stanco).

Anna - (rapida) Non dite. Guarirete. Io lo so, io lo sento. Quando sarete guarito, allora, soltanto allora, potr andarmene. Non so dove. (Con voce lontana, staccata) Non so dove andr. Non avr pi nessuno. Come ieri: senza avere un'anima a cui pensare. Par d'essere pietra, filo d'erba, nuvola. (A s) Poi, d'un tratto, un giorno ti accorgi che puoi ancora pensare a qualcuno... Par di sognare. Ti accorgi di vivere. Non sei pi sasso, erba, nuvola, sei una cosa che vive, che fa parte del mondo, che ha un'anima e un cuore... (Con slancio improvviso) Signore, non ditemi mai pi di andarmene di qui, di lasciarvi... Io debbo, io voglio guarirvi. Guardate queste mani. Oh! sono povere mani, lo so. Ma quando mi accoglieste qui, quando la... (titubante) quando la signora mi accolse su questa soglia, e nemmeno sapeva di dove venivo, le mie mani erano rosse, gonfie, screpolate, facevano orrore e piet. Ho continuato a governare la casa, a lavare i piatti, a fare ogni sorta di lavori duri... Ma ho anche cominciato a curarvi, signore, a preparare il vostro infuso d'erbe, ogni giorno, quando il sole si leva, quando splende alto, quando muore laggi... E le mie mani non sono pi quelle, signore. (Con tenerezza) Guardate: paiono le mani di una signora...

Giovanni - Sono molto belle, Anna.

Anna - (raggiante) Sono le mani che vi curano, signore. Non ho altra gioia, nella vita. Non ho altra missione che questa, signore. Se non fossi venuta qui, sarei morta, signore. Peggio: sarebbe stato inutile che io fossi nata e vissuta. Lo sento, cos. Non chiedo altro, alla vita: potervi preparare l'infuso di erbe, e offrirvelo, cos, con queste mani... (Un fischio di treno, lontano. Anna si rialza, e corre al banco, dove ha lasciato in preparazione l'infuso).

Lucia - (entrando) Ecco il Falco d'oro . Puntuale. (Al marito) Qui, sulla porta, a prendere la prima umidit... Quando lo vorrai capire che devi riguardarti molto? Fra qualche giorno arriver il dottor Good.

Giovanni - Perch? Lo hai mandato a chiamare?

Lucia - Certo. Non si pu aspettare il peggio, cos, senza far nulla, assolutamente nulla.

Giovanni - Potevi avvertirmi.

Lucia - Di che?

Giovanni - Ti avrei detto di no.

Lucia - Ma devi pur cercare di guarire...

Giovanni - Mi curo.

Lucia - Quelle sciocche pozioni, quei brodi di erbe che prepara Anna?

Giovanni - Quelle. Sento che mi fanno bene.

Lucia - Ma non dire sciocchezze. Hai lasciato le cure serie per seguire questi sistemi da stregoni...

Giovanni - (con violenza) ; Mi fanno bene. Lo sento.

Lucia - (ad Anna, con ironia sottile) Tu non sei nata al nord. Tu sei del sud. Tu credi ancora alle stregonerie. (Ad Anna) C'era uno stregone, Anna, nella tua trib?

Anna - (con dolcezza ferma) Non sono nata in una trib, signora. L'ho gi detto.

Lucia - E invece io sono sicura di s. Per questo credi nelle erbe, e ne fai medicine. (Con rinnovata ironia) Sentiremo il dottore, che cosa dir delle tue erbe miracolose. Tra poco sar qui. Ecco il Falco che arriva. (Treno in arrivo: sibili vicini - sferragliare - voci - sbattere di sportelli. Entrano alcuni viaggiatori che vanno al banco, due soldati, due macchinisti della ferrovia, il dottor Good).

Il dott. Good - Buongiorno, amici. Eccomi qui.

Lucia - (meravigliata) Siete gi qui, dottore? Vi aspettavo fra qualche giorno...

Il dott. Good - Ho anticipato. Avevo anche la chiamata di un altro cliente. Come va il nostro Giovanni? (Gli si avvicina, lo saluta affettuosamente) .

Il primo Viaggiatore - (ad Anna) Bella ragazza! In mezzo a questo mucchio di terra c' una ragazza cos bella!

Il primo Macchinista - La nostra Anna! un piccolo fiore sciupato, qui. Come ci sei arrivata, Anna?

Anna - Non so. Ci sono nata, credo.

Il primo Soldato - Non ne siete ben certa?

Anna - No.

Il secondo Soldato - Oh! Questa buffa. Non sarete arrivata qui col paracadute, spero.

Anna - Pu essere.

Il secondo Viaggiatore - Sapete cantare?

Anna - Perch?

Il secondo Viaggiatore - Rispondetemi. Sapete cantare?

Anna - (vergognosa) Non saprei... Forse s.

Il primo Viaggiatore - Allora siete scritturata! (Risata) Il mio amico cerca artisti: gli manca una stella per la sua compagnia. La cerca dappertutto.

Anna - lo so cantare solo per me...

Il secondo Viaggiatore - Non importa. Vi scritturo. Schraps scrittura una vedetta nel centro della prateria! . Che successo!

Anna - No, signore, sono certa di non fare al vostro caso. Io non so cantare.

Il primo Macchinista - Addio, Anna. Aspettaci sempre qui. Un giorno o l'altro scendo con un pastore, ti sposo, e allora te ne dovrai venir via con me per forza! Faremo il viaggio di nozze sulla mia locomotiva, a 200 l'ora!

Il secondo Macchinista - Non gli dar retta, Anna. Lui sposato, e a casa l'aspettano sei figli. Ti sposer io, invece. Io ho soltanto una moglie, ma in un amen la metto fuori combattimento.

Il primo Soldato - E io, appena congedato, vengo a prendervi. Mi volete? Mi chiamo John, John Forsyde, di Atlanta... (Fischio acuto).

Il secondo Soldato - Vieni via, buffone. la decima promessa di matrimonio che ti sento fare in tre mesi di ferma. Prima del ritorno a casa ne avrai fatto qualche centinaio!

Il primo Viaggiatore - Pensateci bene: volete la scrittura?

Anna - Ci ho pensato. Grazie. Troverete altrove chi fa per voi.

Il primo Viaggiatore - Peccato. Sarebbe stato un gran bel colpo! (Escono).

Lucia - Allora non ripartite, dottore?

Il dott. Good - Verr qui a prendermi, con un cavallo, l'altro mio cliente.

Lucia - Bene. Parleremo ancora un poco di Giovanni.

IL dott. Good - Certo. (La locomotiva fischia, parte) Si sta bene, qui. Dovete avere molta pace.

Lucia - Troppa.

Il dott. Good - (scorgendo Anna) E quella?

Lucia - Anna, la nostra donna di servizio.

Il dott. Good - (incuriosito) 0 dove l'avete pescata?

Lucia - Perch? capitata qui, un giorno, non ho mai saputo bene come... (Con diffidenza) E meticcia...

Il dott. Good - Non vedo nulla di male in ci...

Lucta - lei che prepara gli infusi di erbe per Giovanni. Sta fuori interi pomeriggi, a frugare in terra, tra le pietre, alle radici degli alberi...

Il dott. Good - Strano.

Lucia - Strano che?

Il dott. Good - Nulla. Cos. (Cercando di mutar discorso) E il nostro Giovanni va meglio. Molto meglio.

Lucia - Ne siete sicuro, dottore?

Il dott. Good - Perch dovrei ingannarvi?

Lucia - (quasi con ira) Non saranno certo le erbe di quella sciocca, a farlo guarire...

Il dott. Good - (semplice) E chi lo sa? Si sono viste guarigioni anche pi strane. Eppoi le erbe fanno bene. Possono veramente compiere miracoli.

Lucia - (con un chiaro molo di ira) Ma figuriamoci se una stupida ragazza... D'altra parte ho gi deciso di levarmela dai piedi. Vada dove vuole. Il mondo grande.

Il dott. Good - E perch?

Lucia - Perch... Perch mi infastidisce... L'ho raccolta come si raccoglie un cane randagio, l'ho vestita, sfamata, ripulita... Adesso basta.

Il dott. Good - (insinuante) E... non c' altro ?

Lucia - (torcendosi le mani) C'... C' che le premure di quella ragazza per Giovanni mi urtano, mi infastidiscono... E Giovanni non fa che parlare di lei, quasi fossero soltanto le sue erbe maledette a fargli intravedere la speranza di una guarigione... (Sgomenta) Oh! dottore, sapeste la pena d'esser qui, sola, in questo deserto di silenzio, tra quei due... Ho paura, ho tanta paura!...

Il dott. Good - Bisogna calmarsi, bisogna rendersi sempre ragione dei propri sentimenti...

Lucia - Adesso ho deciso. La ragazza lascer la casa. Giovanni debbo curarlo. io, debbo guarirlo io sola. Sono sua moglie. Ho il dovere e il diritto io sola, di occuparmi di lui.

Il dott. Good - Troppo giusto. Soltanto, state attenta a non prendere decisioni troppo affrettate. Son quelle che spesso rovinano l'equilibrio della nostra vita...

Lucia - Vi ringrazio. Ma ho deciso. Scusate. Debbo far qualche cosa. La cena sar pronta fra poco. Preparer anche la vostra camera. Sarete stanco.

Il dott. Good - Niente affatto. Il treno non mi stanca mai. Mi diverte. bello veder correre il paesaggio. Di solito sono gli uomini che corrono, senza mta, senza scampo, sempre. In treno, invece, corre il mondo. Si resta l, comodi, a guardarlo...

Lucia - Facciamo rientrare Giovanni...

Il dott. Good - Andate pure. Lo far io.

Lucia - Grazie. (Esce).

Il dott. Good - (dopo aver lungamente osservato Anna) Sei tu la ragazza delle erbe?

Anna - S, signore.

Il dott. Good - Vieni qui. Voglio conoscerti meglio.

Anna - (gli va accanto, asciugandosi le mani nel grembiule) Ai vostri ordini, signore.

Il dott. Good - Sai chi sono io?

Anna - Il dottor Good, credo.

Il dott. Good - Brava. E non ti senti intimorita della mia presenza, tu che hai la sicurezza di guarire i malati con le erbe?

Anna - (semplice) No, certo, signore. Ognuno fa quello che pu, nella vita. Voi con le medicine. Io con le erbe della prateria.

Il dott. Good - (scrutandola) Sei meticcia?

Anna - (con fermezza) S, signore. Mio padre era un uomo di colore. (Con una concitazione improvvisa) Unbrav'uomo, signore, un caro uomo...

Il dott. Good - E chi ti ha insegnato a raccogliere le erbe? Chi te le ha indicate?

Anna - (confusa) Non so. Forse ho sempre saputo.

Il dott. Good - Le raccoglievi anche prima?

Anna - Prima di che?

Il dott. Good - Prima di venir qui, prima di conoscere (indica Giovanni) il signore...

Anna - (tormentata) Non so, non so... Non ricordo, adesso, se ne raccoglievo anche prima. (Candida) Non ricordo nulla, di prima. Non voglio pi ricordare. So soltanto di adesso.

Il dott. Good - (semplice, come concludendo un discorso fatto tra s, dopo un lungo silenzio) Bene. Ma bisogna lasciare subito questa casa, ragazza. (Con un senso di misteriosa comprensione) Se farai ancora in tempo.

Anna - (con lo stesso tono) Non credo, signore. tardi, ormai. (Con altro tono) Che ho detto?

Il dott. Good - (avvicinandola e guardandola fissamente negli occhi) vero. tardi, ormai. Non si pu pi far nulla. (Altro tono accennando a Giovanni) Bisogna farlo rientrare, l'aria della sera troppo umida.

Anna - Certo. Che stordita! Me ne ero dimenticata... (Vanno entrambi alla sedia di Giovanni).

Il dott. Good - Si addormentato.

Anna - (trepida) Signore, signore...

Giovanni - (risvegliandosi) Che c'?... Siete voi, dottore? Peccato. Stavo bene, appisolato qui. In letto non mi riesce mai di dormire.

Anna - Ho preparato la vostra pozione. (Lo aiutano ad alzarsi, lo accompagnano al centro della camera, lo riadagiano sulla sua sedia) Adesso ve la porto. (Va al banco, a preparare la bevanda).

Giovanni - (dolcemente) La mia salvezza, dottore. Avete osservato le mani di Anna? Non sono le mani di una creatura di questa terra. Sono le mani di un angelo. Vi posso assicurare, dottore, che le sue mani hanno un cerchio di luce intorno, quando mi porgono l'infuso di erbe. Io guarir, se Anna lo vorr. vero, dottore?

Il dott. Good - Tutto pu essere, amico mio. Adesso dovete andare a riposare. Domattina faremo una visita pi completa.

Lucia - (entrando) La vostra camera pronta, dottore. Spero dormirete bene. Il letto abbastanza soffice. Ora vi far servire il pranzo da Anna. (Si accorge che Anna sta preparando la solita pozione. Con uno scatto secco e irresistibile della voce) Ti ho detto di smetterla con il tuo infuso di erbe. Non c' bisogno di fattucchiere, qui. C' un dottore, e ci sono io, per curare mio marito. Basta.

Anna - (come se Lucia non avesse parlato, si avvia con la tazza verso Giovanni) Ecco, signore.

Giovanni - (al dottore) Guardate le sue mani, dottore.

Lucia - (si para con tutto il corpo sui passi di Anna: fremente) Basta, ho detto. Non voglio pi vederti qui. Non posso pi soffrire l'odore di questi tuoi intrugli maledetti. (Rovescia con un colpo della mano la tazza, che cade a terra) Via, via di qui. Fuori dalla mia casa. Domani te ne vai, . hai capito? Via! Via!

Anna - (resta immobile, rigida, con lo sguardo duro fisso negli occhi di Lucia).

Il dott. Good - Suvvia, signora, bisogna calmarsi.

Giovanni - Sei pazza, tu. Mi togli la possibilit di guarire. Dottore, vi giuro, lei, che mi fa guarire...

Lucia - Lei, vero? Lei che ti fa guarire. Col suo brodo di erbe, come gli indiani. Maledetta! Chi ti ha cercato? Chi ti ha detto di occuparti di lui? Chi te l'ha chiesto? Chi ti ha chiamato? Via, via di qui, subito! (Ha uno scoppio violento. di pianto; poi, d'improvviso, trova in esso la sua energia, e, senza pi piangere, con volto duro, imperioso, quasi feroce, grida) Subito. Hai capito? Subito.

Anna - (con grande freddezza) Sta bene.

Lucia - (esce).

Anna - (come un automa si avvicina al banco, apre un cassetto, trae un oggetto che nasconde sotto il grembiule, s'incammina dietro la padrona. Sulla soglia ha un attimo di titubanza, poi, decisa, esce).

Giovanni - (spaventato, con voce tremante) Anna se ne va, dottore! Se ne va. Non guarir mai pi, mai pi...

Il dott. Good - Calma, Giovanni... calma... Non bisogna agitarsi... Fa male al cuore.

Giovanni - Dottore, io ho tanta paura... Che cosa avverr adesso? Che si pu fare, dottore?

Il dott. Good - (con voce ferma) Non si pu far nulla. Nulla per nessuno. Ci sono attimi nella vita degli uomini, che nessuno pu fermare. (Dall'interno si sente un urlo, il tramestio di una breve colluttazione, il tonfo sordo di un corpo che cade a terra).

Giovanni - (balza in piedi tremante) Dottore! (Ma non ha forza, protende disperatamente le mani, annaspando).

Il dott. Good - (lo sorregge, lo fa sedere sulla poltrona)

Anna - (appare sulla soglia. Il suo aspetto apparentemente tranquillo).

Giovanni - (lentamente, ma con disperata meraviglia) Dottore, avete visto? Le sue mani non hanno pi luce...

Il dott. Good - (fermo, calmissimo) La luce ritorner.

QUADRO SECONDO

(Il cortile interno di una grande casa padronale. Un portale comunica con la strada. Il portale ' chiuso, soltanto una porticina, aperta nel battente di destra, dischiusa. All'aprirsi del velario alcuni mendicanti sono seduti a terra, ai piedi del muro che continua, ai due lati, il portale. Altri arriveranno).

Un Mendicante - Forse oggi non sar la solita zuppa.

Una Mendicante - Chi l'ha detto?

Il Mendicante - (annusando) un odore nuovo. Me ne intendo, io. Direi... (golosamente) ... forse minestra di cotenne...

La Mendicante - Non t'illudere. Pensa un po' se danno le cotenne a noi. S'ha un bell'essere signoroni, ma le cotenne...

Il Mendicante - Sono buone, le cotenne. Grasse. Morbide. Sembran carne di bambino lattante. Quando le mangi, il grasso ti cola dalle labbra... (Stirandosi) Ah!

La Mendicante - tanto che non ne mangi?

Il Mendicante - (gesto) Mah! Per le sogno. Le sogno sempre.

Un altro Mendicante - Beato te. Almeno mangi dormendo. Neppure questo, a me. Se sogno, sono guardie che mi rincorrono e mi versano addosso pentole d'acqua bollente. Fosse brodo, almeno.

Il Mendicante - (dolce) Le ho sognate anche stanotte. Cotenne grasse, gocciolanti, lisce, lucenti... Guance di bimbo...

La Mendicante - Sar brodo con le carote e qualche foglia di cavolo. Puah!

Il Mendicante - Ringrazia Iddio che ci danno almeno questo. Io me la godo. Poi oggi c' il sole. Nel pomeriggio voglio andare lungo il fiume, mi spoglier tutto, mi stender sull'erba, riuscir a spulciarmi, stavolta. Voglio proprio rivoltarmi sull'erba come fanno i cani e i montoni... (Pausa) S, mi metter nudo.

La Mendicante - E ti arresteranno. Cos ti passer la voglia di prendere il sole.

Il Mendicante - Un piatto di cotenne... E berci su una botte di birra. Eppoi morire. La vita dovrebbe sempre finire cos: darti quello che sogni e non hai, e poi finire. Sarebbe il modo migliore di andarsene. In carrozza, come un signorone. (Dalla porticina arrivano altri mendicanti. Entrano, vanno ad accatastarsi con gli altri. Si grattano, girano pigri sguardi intorno, sbadigliano, rimestano nei loro secchi, preparano le loro stoviglie di latta o di terraglia slabbrata. Entrano anche Angelo e Michele: sono due giovani, poco pi che ventenni. Angelo ha un sacco nuovissimo sulle spalle. Viene avanti, se lo toglie di spalla, lo posa cautamente a terra).

Michele - (guardandolo) un gran bel sacco. Nuovo. Forte.

Angelo - (con trasporto) Non certo uno di quei sacchi fatti durante la guerra. Questo di prima; guarda che trama! Senti che peso. Ci potresti portare dentro una casa.

Michele - (con un tono un poco triste) Sei stato fortunato, tu! Come gli hai detto?

Angelo - Gli ho detto: se mi date un sacco di quelli, vi porto via l'immondizia per due mesi di fila.

Michele - E lui?

Angelo - E lui mi ha risposto: se mi prometti di non passare mai pi da queste parti, te lo regalo.

Michele - E tu?

Angelo - Credevo scherzasse. Stavo per allontanarmi. Invece lui ne ha preso uno, lo ha piegato per bene, me lo ha messo sotto braccio, poi ha detto: d'accordo, allora. Non farti vedere mai pi... (Pensieroso) Giuro, andata proprio cos.

Michele - (dopo una pausa) Credevo che tu lo avessi rubato.

Angelo - Mi conosci, Michele. Se ti dico...

Michele - Basta. Ti credo. (Pausa) E dov' quel mercante?

Angelo - Non posso dirtelo, Michele. Sii buono. Io ti capisco. Forse vorresti...

Michele - Una curiosit. (Pausa) Certo, non c' nessuno in citt, che abbia sacchi belli e forti come questo... (Fa l'atto di prenderlo).

Angelo - (ritraendolo selvaggiamente) No, non lo toccare!

Michele - Eh! Non te lo mangio mica.

Angelo - (umile) Scusa, sai. Scusa. Proprio, non so come ho fatto. pi forte di me. Sai, di notte mi sveglio di soprassalto...

Michele - Hai paura che te lo rubino?

Angelo - Ecco. Mi pare che una mano arrivi ad afferrarne un lembo, e tirare, tirare lentamente, fino a strapparlo, e lo vedo volare lontano, come un aquilone, come una cometa... terribile. Non riesco quasi pi a dormire.

Michele - Vedi? Io, senza sacco, sono pi felice di te.

Angelo - Per lo vorresti...

Michele - Macch. Solo per vederlo. Se volessi...

Angelo - Oh! Non credere: non basta volere. Bisogna meritare. ;

Michele - (ridendo aspro) E tu l'hai meritato? Come? Quando?

Angelo - Non si pu sapere. Cos. Forse l'ho meritato senza saperlo. Mi ha detto: non farti vedere mai pi . E aveva una voce strana. Non saprei pi tornare in quella strada.

Michele - (con voce dolce e incerta) Senti, Angelo...

Angelo - (con ansia improvvisa) No, Michele, no, te ne prego, te ne scongiuro. Non mi devi chiedere quello che non potrei darti. Siamo come fratelli, vero? Abbiamo fatto la guerra insieme, per tanti anni: abbiamo sofferto tanta fame, abbiamo visto passare vicino la morte tante volte; adesso stiamo anche peggio, non siamo ricchi che di pulci e pidocchi, e ancora facciamo della fame; e io ti posso anche cedere, se la vuoi, la mia zuppa d'oggi; ma il sacco, no. Il sacco nuovo, no. Non ho altro. (Supplichevole) Sii buono. Non domandarmelo. (Piano) Se potr, ne ruber uno per te. Oppure rubalo tu. Ma questo... questo mio. Non puoi volere proprio questo, vero?

Michele - (con .sufficienza) Ma figurati! Pensa se io ho proprio bisogno del tuo sacco. Non so davvero che cosa ti passi per la testa. Idee tue. Hai sempre delle idee strambe, tu. Anche la scorsa settimana, per quella ragazza zoppa...

Angelo - (con ira improvvisa) Non volevo che tu la deridessi. Per questo...

Michele - Poco mancato tu mi strangolassi... (Si passa la mano sul collo) Mi duole ancora...

Angelo - (umile, pentito) Ti giuro, non so che cosa succeda in me... come se una gran nube rossa mi entrasse di schianto nel cervello... Ecco: come quando scoppiavano le bombe vicino, e la testa sembrava saltare in aria, e lo stomaco sprofondava gi, nei calzoni. Non c' pi tempo per ragionare. Ti infossavi in una buca, o ti buttavi avanti, a testa bassa. Adesso... Si arriva a picchiare per un nonnulla... Scusami, sai...

Michele - Sciocchezze. (Altro tono, chiedendo in giro) Che, non si mangia, oggi? I signori benefattori fanno sciopero?

Il Mendicante - Preparano una sorpresa.

Un altro Mendicante - Che ne sai, tu?

Il Mendicante - Vedrete.

Michele - Sorpresa di che genere? Anche il chiuderci la porta in faccia pu essere una sorpresa.

Il Mendicante - Una bella sorpresa: cotenne...

Angelo - (ansioso) Che dici?

Il Mendicante - Cotenne di maiale... (Allucinato) Minestra di cotenne...

Angelo - (con un balzo) Ah! Perdio!

Un altro Mendicante - Ma non credere! fissato. Non fa che parlare di cotenne.

Angelo - (lo afferra alla gola) Di', vero?

Il Mendicante - (quasi soffocato) Che ti salta? Che cosa ho detto?

Angelo - (scrollandolo) Hai parlato di cotenne... Hai detto che oggi, qui, ci daranno la minestra di cotenne...

Il Mendicante - (c. s.) Io non so... non so nulla!

Angelo - (trasportato da una furia tremenda) Maledetto! Maledetto!

Michele - (afferra Angelo, gli fa lasciare il mendicante) Su, smettila. Ha scherzato.

Angelo - (lascia il collo del mendicante, poi siede sul suo sacco, col volto tra le mani. Mormora, sordamente) Imbecille. Ho creduto subito, io. (Con improvviso abbandono, mettendo un braccio intorno al collo di Michele che gli si seduto accanto) Me le ha preparate mia madre, prima che partissi per la guerra, un piatto cos... (Mette una mano sulla bocca) terribile, ne sento ancora il gusto adesso... (Improvviso) Perdio, per un piatto di cotenne sento che ucciderei un uomo!

Michele - Eh! Via. Un giorno le mangerai, e senza uccidere nessuno.

Angelo - (sconfortato) No, Michele, sento che non le manger pi. Nessuno di noi ne manger pi. Noi non torneremo pi a galla. Andremo gi, sempre pi gi. Dove non si mangiano cotenne. Si mangiano lass, in cielo. A casa, insomma. E noi non avremo pi niente.

Michele - (con voce insinuante) Tu per hai il tuo sacco nuovo...

Angelo - (di soprassalto) Questo mio!

Michele - E chi te lo tocca? Tuo, si capisce. (Pausa) Come se tu avessi trovato un pezzo di casa.

Angelo - (raggiante) E vero! proprio cos! Un po' di casa. (Lo stringe al petto) La mia casa nuova... (Teneramente) Il mio guanciale, la tovaglia, la coperta per ripararmi... Oh! Michele, sono davvero felice. cos morbido, cos bello...

Michele - (allunga una mano per toccarlo).

Angelo - (lo sottrae al contatto della mano di Michele. Senza una parola, guardandosi negli occhi, due restano fermi, passa nei loro animi una tremenda bufera. E questione di un attimo. Lentamente essi riprendono i loro aspetti regolari, ritornano i pigri movimenti. Un lungo silenzio. Poi un suono di campanella).

Il Mendicante - (alzandosi) Ah! Ci siamo. - (Gli altri lo imitano, si mettono lutti in fila, Michele e Angelo sono gli ultimi).

Il Segretario - (entra. un tipo piccolo, segaligno, giallo, viscido) Cari amici! Lieto di vedervi qui tutti. Oggi ho una buona notizia da darvi!

Il Mendicante - Lo dicevo io: cotenne!

Il Segretario - Oggi riceverete una visita, una visita inattesa: qualcuno verr a trovarvi, a passare qui, tra voi, qualche minuto della sua giornata. Spero che sarete lieti di questa bella notizia...

Il Mendicante - E... si mangia?

Il Segretario - Che diamine, amico mio! Certo, che mangerete. E meglio del solito.

Il Mendicante - (si passa il dorso della mano sulla bocca, golosamente. Tra se) Cotenne!

Il Segretario - Il cibo sar migliore, oggi, perch vi sar servito di persona dal nostro benefattore, dal benefattore di noi tutti, da colui che si volontariamente assunto il compito di invitarvi ogni giorno alla sua mensa...

Il Mendicante - Puah! Sicch, non saranno contente?

Il Segretario - Non saprei dirti, figliolo caro. D'altra parte lo saprai ben presto... (Con voce alterata) Ecco il nostro benefattore in persona... Vi prego, un applauso generale, per il nostro benefattore... (Applaude, alcuni lo imitano pigramente. Entra il benefattore).

Il Benefattore - (un grasso uomo dal tondo viso flaccido. in tight nero. Testa porcina. Grasse mani bianche. Parchi movimenti. Voce melliflua, sotto la quale s'indovina il tono di comando) Cari, cari amici miei! Sono lieto di ritrovarmi fra voi: da un po' di tempo che non ci vediamo... Ho avuto molto lavoro, sono stato lontano di qui... Ma non vi ho mai dimenticato. Il mio cuore, credetelo, sempre qui, tra voi. (Nessuno gli risponde. Tutti hanno l'aria assente, lontana, qualcuno addirittura di aperto disprezzo).

Il Segretario - (tenta di rendere meno penoso il silenzio) Essi... essi... sono lieti della sua presenza, qui, tra loro: me lo dicevano dianzi... Molto lieti...

Il Benefattore - (con un ghigno appena velato) Gi, si vede, si capisce. E anch'io sono lieto. Vedo per che ci sono molti vuoti... II vecchio Giuseppe...

Il Mendicante - (con voce roca) crepato.

Il Benefattore - Poveretto! E MaJvina...

Il Mendicante - Crepata anche lei.

Il Benefattore - Ne sono dolente. E quella coppia... marito e moglie, ancora giovani...

Il Mendicante - Impiccati.

Il Benefattore - Che cosa mi dite mai!

Il Mendicante - (con gusto sadico) Li abbiamo trovati, una mattina, appesi allo stesso ramo. Secchi come baccal.

Il Benefattore - Mi date un vero dolore!

Il Mendicante - Noi siamo abituati, invece, a queste notizie. Non pu accadere altro, tra noi. Ogni giorno ci si conta, manca sempre qualcuno: l'unico modo, per noi, di andare a star meglio.

Il Segretario - (battendo le mani) Su, su, amici, oggi non bisogna essere malinconici. Il nostro benefattore tra noi, e dobbiamo fargli festa.

Il Mendicante - Bene. Intanto mangiamo. Ho le budella che si torcono.

Il Benefattore - Certo. (Al segretario) Si facciano venire gli uomini di cucina.

Il Segretario - Subito! (Esce correndo).

Il Benefattore - (avvicinandosi ai due ultimi arrivati, Michele e Angelo) Oh! Ecco qui due nuove conoscenze.

Angelo - (un poco impacciato) Certo. Veniamo appena da qualche giorno...

Il Benefattore - Cos giovani... Come mai?

Angelo - (sta per aprire bocca, ma Michele gli d una gomitata in un fianco).

Michele - Siamo di passaggio. Difficolt momentanee. Presto avremo un'azienda, io e lui.

Il Benefattore - Un'azienda?

Michele - Si capisce. Lavoreremo e guadagneremo bene. Vero, Angelo?

Angelo - Eh!... Certo.

Il Benefattore - (incuriosito) E... un'azienda di che cosa, scusate?

Michele - B... Affari. Compra e vendita. Molti affari.

Il Benefattore - E fino ad oggi, scusate, che cosa avete fatto?

Angelo - (con. tono pacato) Beccamorti.

Il Benefattore - Come sarebbe a dire?

Angelo - La guerra. Abbiamo fatto la guerra. Sempre e solo la guerra. Ammazzare o essere ammazzati. Per sette anni non abbiamo visto che morti. Morti nostri e morti degli altri. Tutti eguali. Tutti con lo stesso fetore. Capito?

Il Benefattore - Capito. Brutto affare, vero?

Angelo - Secondo. Con la guerra ci sono anche quelli che se la passano bene. Per noi, invece, andata male. Non c' rimasto neanche un autocarro, neanche un cavallo, neanche un telo da tenda. Solo queste. (Mostra le due gavette, lucide, pulite) Belle, vero? Paiono d'argento. In sette anni di guerra, io e lui, sempre insieme, non abbiamo guadagnato che questo. E i cucchiai. Tutto il resto qui: (si picchia sulla testa) ricordi, tutti eguali, morti e morti, case vuote, case saltate in aria, alberi spaccati, terra sconvolta...

Il Benefattore - E le vostre famiglie?

Angelo - Saltate in aria anche loro, con le case. Pi nessuno.

Il Benefattore - Siete giovani. Vi rifarete...

Angelo - Il marcio proprio questo: essere giovani. Che cosa ce ne facciamo, della nostra giovent? Ce la cuociamo?

Il Benefattore - Domani... il domani...

Angelo - Con vostra licenza, sul domani ci io uno sputo sopra. (Eseguisce).

Il Benefattore - Bisogna aver fede...

Angelo - Bravo, In chi? In che cosa? Lei ce l'ha la fede?

Il Benefattore - Certo.

Angelo - Perch padrone di quella grande casa l. Perch chi sa quante altre ne ha. Perch pu permettersi il passatempo di dare da mangiare alla gente come noi. Per questo crede di avere una fede... La fede un lusso, signore!

Il Segretario - (riapparendo) Eccovi serviti, amici! Buon appetito a tutti.

Il Benefattore - (va incontro a due famigli che portano una marmitta. Uno dei famigli gli porge un mestolo, e il benefattore comincia a distribuire la minestra nei piatti, nelle pentoline, nelle scodelle, nelle gavette dei mendicanti. Quando un mendicante servito, va a sedersi qua e l, in terra, e comincia a mangiare. Si ode soltanto un gran sciacquio di liquido sorbito, e risulta chiara l'avidit dei mendicanti) .

Il Segretario - (con gli atteggiamenti di un buffone, passa da uno all'altro, quasi saltellando e parlando con voce melliflua, appiccicosa, flautata) Eccovi, amici, nelle giuste condizioni per poter valutare le grandi doti di bont e di generosit del nostro benefattore. Egli un uomo che per segue un solo ideale, un unico scopo: fare del bene, seminare il bene, spandere il bene. Sollevate un poco lo sguardo verso di lui, o amici, e vedrete quanta e quale luce di bont s'irradia dai suoi occhi, dalla sua fronte! Egli, in questo momento, veramente felice! Il benessere che subentra in voi, lo colma di gioia. Egli vive di questo e per questo! Le sue grandi officine, le sue fabbriche immense, il lavoro del suoi mille e mille operai, non servono che a questo, o amici: dare da man giare a coloro ai quali il destino nega ogni bene. Egli il vostro padre, il vostro fratello, il vostro amico pi schietto e sicuro. E che cosa vi domanda, in cambio di quanto fa per voi? Nulla. Proprio nulla. Vi chiede soltanto un poco di affetto e di riconoscenza. Egli vi ama tutti di un amore...

Michele - (che ha finito di mangiare la sua gavetta di minestra, volge intorno uno sguardo soddisfatto, e prorompe in un formidabile rutto che ferma la parola sulle labbra del segretario).

Angelo - (sbotta in una grande risata) Ah! Bravo Michele. Ci voleva. Punto e a capo! (Tutti gli altri ridono scompostamente. Segretario e benefattore allibiscono).

Michele - (al segretario) Forza, attacca di nuovo. Come dicevi? Sai, le tue parole mi sono andate gi con la sbobba, e adesso me le sento tutte qui! (Accenna allo stomaco).

Il Mendicante - (segnando col cucchiaio il benefattore) Diceva che lui come un santo, che tutte le sue officine e le sue fabbriche lavorano per dare a noi tutta questa broda. proprio un gran santo, va! (Tutti si sganasciano dalle risa, buttandosi rovesci come se fossero ebbri).

Angelo - Poveretto. certo che un giorno o l'altro, scialacquando cos il suo denaro, il poveruomo si ridurr sul lastrico! Allora saremo noi che daremo a lui, vero? Lo inviteremo una sera per uno, a casa nostra, nelle nostre sale!

Il Mendicante - Gli daremo le cotenne.

Un altro Mendicante - Se la vorr, io gli dar anche mia moglie: baster lavarla per benino... (Risate. Il tono della beffa deve crescere, con cori di risate e sberleffi. Il benefattore e il segretario, l'uno accanto all'altro, sono sempre pi a disagio).

Il Segretario - (al benefattore, come scusandosi) Mai accaduto questo!

Michele - Vi renderemo tutto, state tranquillo, quando ci saremo arricchiti noi col nostro commercio! Vi manderemo a prendere con la macchina.

Angelo - Il miglior letto sar il vostro!

Michele - E le migliori pulci, e i pi grassi pidocchi!

Angelo - Ne volete qualcuno in anticipo? (Si cerca nel petto) Ne ho visto giusto un paio, poco fa... Parevano bovi, con le corna e tutto il resto.-.. (Le risate fanno coro, il benefattore e il segretario spariscono. Altre risate, e battimani generali).

Michele - (dando una affettuosa manata sul collo di Angelo, e rotolandosi a terra con lui, lottando come ragazzi) Li hai fatti scappare, coi tuoi pidocchi cornuti

Angelo - (e. s.) Se aspettavano ancora un secondo li seppellivo...

Michele - (gettandoglisi addosso e tentando di metterlo con la schiena a terra) A te!

Angelo - (reagendo) Non ce la fai! (Lottano ancora, mentre gli altri, insonnoliti, accennano a voler far la siesta, coricandosi qua e l, in pittoresco accampamento, e prendendo presto sonno).

Michele - (lascia Angelo dalla stretta. I due amici siedono vicini, incominciano a parlare sottovoce, affettuosamente).

Angelo - (ha piegato con ogni cura il sacco, e se lo tiene sulle ginocchia, con lo sguardo fisso sopra. Si capisce che tutti i pensieri che esprimer nelle battute seguenti nascono dalla visione del suo sacco nuovo) Di' Michele, tu credi che noi due si riuscir ad avere, un giorno, una casa tutta nostra?

Michele - (dopo una lunga pausa) Mah! Quante volte, in guerra, mi venuto questo pensiero... Poi, quando ho visto la mia casa distrutta, e la famiglia dispersa, e tanta cenere in ogni cosa, ne ho perduto il ricordo, di questo pensiero. (Pausa) Io credo che ci sia. della gente, al mondo, condannata a non avere mai nulla di quanto desidera, di quanto spera. Noi siamo forse di quelli.

Angelo - La casa di quand'eri ragazzo te la ricordi ancora?

Michele - Poco, un cenno appena. Come una cosa tanto lontana.

Angelo - Io invece la ricordo benissimo. Per, in certi momenti, non so pi se la casa che ricordo proprio quella vera, oppure quella che mi sono fantasticata io. Una casa che sembra dipinta. Piccola, coi muri rosa, e le persiane verdi, e un giardinetto sul davanti... Sul tetto, un comignolo grosso come il dito, e dal comignolo esce un fumo bianco, compatto, come fosse di bambagia... Proprio, una strana casa. (La voce s'impasta col sonno) Sulla soglia mi aspetta una dorma... Non so pi se mia madre, o una donna pi giovane, molto pi giovane... Forse ... No, non riesco proprio a capire chi sia. Ma so che quella la mia casa... Proprio la mia casa... Darei la vita, per la mia casetta rosa... (S'addormenta).

Michele - (lo spia, cautamente. Si capisce che ha concepito il disegno di rubargli il sacco. Lentamente, con mosse guardinghe, incomincia a tirare il sacco che sta piegato, fra le ginocchia e il petto di Angelo. Quando riuscito ad averlo tra le mani, s'alza, e in punta di piedi s'avvia alla porta, d ancora un'occhiata ad Angelo, esce).

Angelo - (si scuote d'improvviso, cerca il sacco, intuisce d'un lampo il gesto di Michele, balza in piedi, e urlando disperato rincorre il ladro) No, Michele! No! Fermati. Il mio sacco, il mio sacco nuovo! No, Michele! (La voce si allontana. I mendicanti si risvegliano).

Il Mendicante - Che c'?

Un altro Mendicante - Che cosa succede? (Giunge un grido, un grido straziante, di Michele, raggiunto, afferralo da Angelo. Al grido, tutti ammutoliscono. Hanno capito. Per un attimo restano fermi, nemmeno respirano. Poi, di l del muro, si ode scalpiccio di gente, grida: Prendetelo! E qui! Tenetelo . I mendicanti riassettano la loro roba, qualcuno si alza, si avvia, pigramente, gi staccati dal dramma, indifferenti).

Fine del secondo atto

ATTO SECONDO

QUADRO PRIMO

(La sala d'aspetto di un Commissariato di polizia. Una stufa. Due lunghe panche. Un tavolino per il piantone. Squallore classico di simili antri. TI piantone sonnecchia. Ad un tratto suona la cicala dello studio del commissario).

Il Piantone - (si alza stancamente, entra nello studio, dopo pochi istanti ne esce, va all'altra porta, si affaccia, parlotta con qualcuno, torna a sedere al suo tavolino. Un silenzio. Poi la porta si spalanca, entra Anna con i polsi ferrati. L'accompagna un agente attempato).

L'Agente - (fermandosi) Entriamo subito?

Il Piantone - Aspetta. Ha detto di tenerla pronta qui. Falla sedere.

L'Agente - Siedi. Ci fanno aspettare. Mettiti l, vicino alla stufa... Hai freddo?

Anna - No. Perch?

L'Agente - Tremi, lo sento.

Anna - Forse il freddo di questo ferro... Non potreste toglierlo... Sapete, non ho nessuna intenzione di fuggire.

L'Agente - Lo credo. Ma non si pu. Bisogna aspettare che dia l'ordine lui... (Accenna alla porta del commissario).

Anna - Bene. Aspetter. (Si rannicchia sulla panca).

L'Agente - (siede tra Anna e la stufa) Io sono stanco, e sento un freddo nelle ossa... (Si accosta alla stufa) Qui si sta quasi bene... (Guarda Anna) Oh! Non tu. Lo so che tu non stai bene, qui.

Anna - E perch? Pu anche darsi ch'io stia benissimo. Non mi lamento affatto.

L'Agente - Ah! No?

Anna - No. Forse sto meglio qui, adesso, che fuori.

L'Agente - Oh! Questa, poi... (Giungono risate di donne, scalpiccio, alte voci concitate, ordini secchi).

Il Piantone - Accidenti. Ci mancavano queste, adesso.

L'Agente - Che c'?

Il Piantone - La rete del sergente.

L'Agente - L'hanno mandato a pescare?

Il Piantone - Come al solito. E lui scarica qui dentro tutto il suo pesce marcio. Non lo senti il fetore che arriva? Accidenti a lui e a tutti quanti. (Si spalanca la porta, entrano cinque donne, quattro di esse sono in toilettes da sera, vistose, di pessimo gusto. Due sono evidentemente ubriache. Una giovanissima, poco pi che una bambina. Per ultimo entra il sergente).

Il Sergente - Brave, ragazze. Non fate chiasso. Mettetevi su queste comode poltrone. Sar questione di pochi minuti. Poi qualcuno vi far un ricevimento coi fiocchi.

Lula - (evidentemente brilla) Bene, caro amico. E che cosa ci farete servire, qui?

Il Sergente - Champagne. Qui si serve solo champagne, roba di gran marca. E i tappi , qui dentro, contano solo per me.

Frida - Allora voi fate il nostro stesso mestiere! Siamo colleghi! Evviva!

Il Sergente - Zitta, adesso. Siedi l.

Lula - Vi obbediamo perch... perch... Debbo dirglielo, Frida?

Frida - Oh! Per me, puoi dirgli tutto quello che vuoi. Tanto non me ne frega niente.

Lula - Ecco, adesso vi metto a parte di un nostro grande segreto: stiamo buone, vi obbediamo, non scassiamo neppure una di queste vistose poltrone, perch... perch siamo tutte innamorate di voi, caro, caro e grande pescatore! .

Il Sergente - (sorridendo bonariamente) Ma guarda un po'!

Lula - (accennando a Frida) Lei vi sogna anche di notte... La sento spesso pronunciare il vostro nome... quando dorme sola! Il che, per la verit, le accade piuttosto di rado...

Frida - (balzandole incontro, pronta alla lotta) E tu sei una stupida, pi stupida di una mela marcia. Chi ti autorizza a raccontare a questo branco di cretini le faccende mie? Bada, sai!

Il Sergente - Smettila. Sedetevi, senza far chiasso. (Indicando i -posti) Tu qui, e tu qui. (A Lula e Frida, due posti lontani l'uno dall'altro) E voi due qui, da questa parte - (Ilia e Maud) e tu (a Stella) piccolina, mettiti accanto alla stufa: hai l'aria di avere freddo. (La fa sedere accanto ad Anna. Tutte eseguiscono).

L'Agente - Dove le hai pescate, sergente?

Il Sergente - (accende la pipa, e parla con uno strano tono di voce, come se raccontasse una favola) Lontano, lontano... In un paese che conosco soltanto io... (Indicando Lula e Frida) Quelle due erano state imprigionate da un mago maligno, che le ha costrette a bere una certa acqua di fuoco...

Frida - Era un gran signore, caro pescatore, un signorone, pieno di moine, d'inchini e di biglietti di grosso taglio...

Lula - Il suo portafoglio sembrava una fisarmonica...

Il Sergente - E voi avete tentato di suonarla. Vero? Ma il signorone se n' accorto, ha gridato come un tacchino spennato vivo, ed io ho dovuto pescarvi.

Lula - Sar per un'altra volta, sergente.

Il Sergente ------------ - E quelle due l, cos calme e tranquille (indica Ilia e Maud), passeggiavano tra le so nuvole, proprio come due angioletti, e io mi sarei messo a piangere dalla commozione, se non mi fossi accorto che strizzavano l'occhio ai passanti... Un brutto comportarsi per essere degli angeli...

Ilia - (con voce stanca) Datemi voi del lavoro pi pulito, sergente; vi assicuro che non cerco di meglio.

Maud - Io, invece, lo faccio per sport. Mio padre milionario, mia madre servita da sei cameriere, le mie due sorelle minori fanno otto pasti al giorno, sicch a me non rimasto altro da fare che strizzare l'occhio a quelli che passano... (Sputa in terra in segno di disprezzo) Alla faccia della buona societ!

Ilia - Amen! (Ride cavernosa).

L'Agente - (indicando Stella) E quella l? quasi una bambina...

Il Sergente - Ah, s... Ci sarebbe da piangere, caro collega, se ne fossimo ancora capaci! (Piano, quasi avesse timori di farsi udire dalle altre ) Era in un bar, con un grasso uomo che voleva ad ogni costo farle inghiottire un bicchiere grande cos di gin puro... E lei s'era messa a frignare, proprio come fanno i bambini quando debbono inghiottire l'olio di ricino... Una pena, caro collega...

L'Agente - E perch l'hai pescata?... .

Il Sergente - L'uomo grasso, a un certo punto, si messo ad urlare che qualcuno gli aveva soffiato l'orologio e la catena... roba d'oro, d'oro puro, gridava il grassone... Io passavo di l, ho dovuto intervenire...

Stella - (abbandona la testa sulla spalla di Anna che le accanto) Non sono stata io, lo giuro!

Il Sergente - Su, bimba, te la caverai con una sciacquatina di capo... Quell'uomo che di l non peggiore di tanti altri...

Anna - (alza le mani, sempre legate dalle manette, e le fa una carezza sulla fronte) Su, coraggio. Passa tutto.

Frida - (che s accorta adesso di Anna e dei suoi ferri) Toh! Ci avete messo insieme a un personaggio illustre! Perch a lei i braccialetti, e a noi no? (Risaie) D, Lula, noi protestiamo! Vogliamo anche noi i braccialetti. (Ride scioccamente).

Lula - (scandendo) I bra-ccia-le-tti! S, s... I bra-ccia-le-tti!

Il Sergente - (si avvicina ad Anna, le toglie le manette) Queste non sono mani da portare braccialetti cos pesanti. Ecco.

Anna - Grazie. Siete buono. Ma queste mani hanno fatto del male. Hanno ucciso. Quindi meritano i ferri.

Stella - (ha un gesto involontario di paura).

Anna - No, piccola, se vuoi, puoi restare. Io ho finito di far del male. Adesso tocca a loro. (Accenna alla porta dell'ufficio del commissario).

Stella - (le prende con tenerezza le mani) Che belle mani.

Anna - (le ritrae, con un brivido) Non sono ancora degne di essere toccate da te...

Lula - (alzandosi) E ci mettete qui con una assassina? Io protesto.

Frida - Giusto: noi siamo oneste: dei veri fiorellini siamo, di fronte a una che confessa tranquillamente di aver ucciso... (A Stella) Vieni via, bambina, vieni qui, vicino a noi... Puzzeremo magari un po' troppo di wisky , ma non fa nulla. Noi non siamo delle assassine.

Stella - (rannicchiandosi) Lasciatemi stare. Sto bene qui.

Anna - Non ve la guasto, state certe. un male, il mio, che non si comunica. Basta per me...

Ilia - (andandole lentamente accanto) Sicch, hai ucciso?

Maud - (c. s.) Come? Raccontaci...

Lula - (ghignando) Chi uccide sar ucciso! Ti metteranno la corda al collo, signorina!

Anna - (semplice) Lo so.

Lula - E non crepi di spavento, solo a pensarci?

Anna - Affatto. Sono qui per questo...

Ilia - Ah! Mi fai pi paura tu che un serpente in letto! Ma la sentite, ragazze?

Lula - (andandole ancor pi vicino, e guardandole con attenzione il viso) E se non mi sbaglio, c' anche del sangue, nero nelle tue vene... cos?

Anna - cos. Mio padre era del sud...

Lula - (ghignando e rifacendo il tono di Anna) ...era del sud... (Con disprezzo) Era negro. Puah!

Anna - (insorgendo) Era un grande uomo, mio padre!

Maud - Un negro!

Anna - Un uomo che voleva bene agli altri uomini, a tutti gli uomini. (Pausa) Per questo lo hanno ucciso.

Lula - (trionfante) Impiccato! D tutto. Impiccato ad un albero, quando violent una bianca e nascesti tu!

Anna - (veemente) Non vero! Spos mia madre, e mia madre lo adorava, e io... io...

Frida - Raccontaci... Io vado pazza per queste storie...

Anna - Lo hanno ucciso le guardie, a fucilate, sotto i nostri occhi, i miei e quelli di mia madre, davanti al cancello bianco del nostro giardinetto... Tutto il suo sangue cadde sul cancello, tingendolo di rosso vivo...

Lula - Continua...

Anna - (perduta in una visione lontana) Tutti i bambini del nostro villaggio languivano di fame, e anche i grandi... la siccit aveva bruciato tutto il raccolto, anche le bestie venivano a morire ai bordi della prateria... Non c'erano pi scorte, non c'era pi un chicco di grano... Ma qualcuno aveva ancora il granaio ben fornito. Allora mio padre, il solo del villaggio che ne avesse avuto il coraggio, and dai padroni delle fabbriche, e disse che non era pi possibile andare a lavorare, e che i figli degli operai erano sfiniti dalla fame e non si reggevano pi in piedi, e anche le scuole si erano dovute chiudere, e anche il Tempio... Bisognava distribuire il grano che i padroni avevano in serbo. Distribuirlo giustamente, sino all'arrivo delle scorte che qualcuno aveva promesse... Sapete come gli risposero? Prima con la stupida bugia che anche loro erano alla fame, e poi facendolo cacciare dalle guardie armate... Mio padre allora torn a casa, chiuse la porta alle sue spalle, cadde a sedere sul letto col capo tra le mani... Poi, ad un tratto, balz in piedi, scans mia madre che s'era messa davanti alla porta, mi guard a lungo, attravers di corsa il nostro giardinetto... Poco dopo un gruppo di uomini percorreva il villaggio, dirigendosi verso la casa dei padroni delle fabbriche... Mio padre era alla testa di quegli uomini.

Lula - Che storia ci racconti, adesso? Vuoi farci piangere tutte come fa Padre Alberto, alla predica della domenica mattina?

Anna - Io vi racconto quello che era mio padre, un uomo buono e saggio come pochi altri uomini...

Stella - E allora?

Anna - (continuando) I padroni s'erano barricati in casa, e le loro guardie si erano schierate sulla porta dei magazzini del grano. Allora gli uomini guidati da mio padre avanzarono verso i magazzini, e poich le guardie avevano impugnato le armi, gettarono i primi sassi... Bast quel gesto. Altre guardie irruppero da nascondigli, caricarono gli uomini, li inseguirono. Mia madre ed io vedemmo giungere davanti alla nostra casa mio padre... Un istante ancora, e forse si sarebbe salvato... Ma un gruppo di guardie lo raggiunse, lo chiuse in mezzo, e come lui cercava di uscire da quel cerchio... ecco, lo uccisero a fucilate, proprio come un cane rabbioso, e lui cadde riverso sul cancelletto bianco. (Pausa).

Frida - Assassini!

Anna - Uccisero mio padre per difendere il loro grano. E mia madre mor di crepacuore, e io restai sola, senza pi una guida, senza pi un affetto. Non si pu vivere senza un affetto. E quando un giorno ne trovai uno, dolce e innocente, e ci fu chi tent di togliermelo, uccisi anch'io. Avevo imparato. (Con un grido) Ecco perch ho ucciso!

Il Sergente - Sta calma, adesso. Vedrai che qualcuno ti aiuter...

Anna - (volge lo sguardo allo studio del giudice).

Il Sergente - (ridendo) Oh! Non lui, di certo. (Misterioso) Qualcuno che ti molto vicino...

Anna - (si guarda smarrita intorno).

II Sergente - Non cercare. Adesso inutile cercare. Aspetta con calma. (Semplice, sicuro) Verr. (Suono di cicala).

L'Agente - (ad Anna indicando l'uscio del giudice) Su, va a confessarti.

Anna - (si alza, s'avvia) Addio, ragazze... (Tutte restano mute).

Il Sergente - (conducendo Anna) E parla forte, con Suo Onore: un po' duro d'orecchi. (Escono).

Stella - (lentamente si alzata, quasi a reggere Anna; poi, fermata da un suo gesto, resta accanto alla panca, incomincia a piangere in silenzio, e si lascia scivolare a terra, accoccolandosi e appoggiando la testa dov'era seduta Anna).

QUADRO SECONDO

(Lo studio di un giudice istruttore. Pochi mobili indispensabili. Molto squallore. Il giudice al suo tavolo. Lo circondano alcuni giornalisti).

Il Giudice - (continuando un discorso ai giornalisti, i quali prendono appunti) Insomma, una buona giornata, per voi della stampa. Per conto mio, nella mia ormai lunga carriera, non mi sono mai intoppato in due canaglie di questa risma. E lo strano questo: due delitti diversi, avvenuti a molti chilometri l'uno dall'altro, in ambienti diversissimi, senza il minimo legame materiale ti a loro, presentano lo stesso aspetto di ferocia e di negazione di ogni valore umano... La ragione questa, cari amici: che l'umanit in rapido declino. Esempi come questi sono chiari e lampanti. Non c' pi niente da fare: siamo sulla china, e bisogna evitare di sdrucciolare fino in fondo.

Il primo Giornalista - Giovani?

Il Giudice - Giovanissimi: quasi due ragazzi.

Il secondo Giornalista - Bella?

Il Giudice - Chi?

Il secondo Giornalista - La ragazza.

Il Giudice - Che cosa volete che ne sappia, io. Io sono il giudice delle loro azioni, mica delle loro persone fisiche. Per me un diavolo, forse il diavolo in persona. Mi fa pi paura lei di lui. Vedeste: calma, tranquilla, e con una luce di estasi negli occhi... E le mani! Le tiene appoggiate, qui, sul tavolo, come se fossero mani da mettere in vetrina. E sono belle...

Il secondo Giornalista - Ah! Questo l'avete visto. Ve ne siete accorto, insomma. Mani di fata.

Il Giudice - Che diamine. Le ho guardate, certo. Ha ucciso, con quelle mani. Ha sgozzato una creatura, come un capretto. E come se le guarda, con tenerezza...

Il terzo Giornalista - Con tenerezza?

Il Giudice - Certo. Se le accarezza con lo sguardo.

Il secondo Giornalista - E che dice?

Il Giudice - Ha detto poco. Del resto, ancora non ho potuto farle domande definitive. qui da ieri appena.

Il primo Giornalista - E l'altro?

Il Giudice - Ha lo stesso contegno. Pensate: ha ucciso il suo migliore amico: come un fratello era per lui.

Il terzo Giornalista - Motivo?

Il Giudice - Un sacco. .

Il secondo Giornalista - Che?

Il Giudice - (esplodendo) Un sacco: per un sacco, un sacco vuoto, un miserabile sacco. Si uccide per un sacco! L'amico glielo porta via, e forse, badate, lo fa soltanto per ischerzo; ma lui lo insegue, lo agguanta, lo strozza...

Il primo Giornalista - Bene. C' materia per una settimana almeno. Eravamo giusto all'asciutto.

Il secondo Giornalista - Si possono vedere?

Il Giudice - Prima me li debbo guardare un po' bene io. Debbo vedere come sono fatti, dentro e fuori.

Il terzo Giornalista - Ma non ci potete dire se bella o brutta, bruna o bionda, grassa o magra?

Il Giudice - E dai. Non so. Una cosa da niente. Ah, Santo Dio, questi sono proprio i segni che il mondo finisce. Adesso, signori, si uccide per un sacco vuoto...

Il primo Giornalista - E lei? Perch ha ucciso?

Il Giudice - la solita ragazza di servizio che se la intende col padrone. E poich la padrona s' accorta della tresca e la caccia via, lei l'uccide!

Il terzo Giornalista - B, ragazzi, se le donne di servizio adottano questo sistema, fra poco non ci saranno pi padrone !

Il Giudice - E il bello questo: che, essendo il padrone ammalato, lei gli preparava i decotti d'erbe, e adesso sostiene che ha ucciso la padrona perch questa glielo voleva impedire. Capite che roba?

Il secondo Giornalista - Bellissimo. Pi bello dell'altro.

Il primo Giornalista - Fateceli vedere. Un minuto solo. Non posso tornare al giornale senza averli visti; mi cacceranno via.

Il Giudice - Poi. Dopo. Adesso me li debbo lavorare io. Qui ci vuole una lezione. Se non ci fermiamo, dove si va a finire? Questa la nostra balda giovent, signori. Si uccide per un sacco vuoto, si uccide perch la padrona di casa non permette la tresca col padrone... Adesso lasciatemi solo. Vi terr informati, state tranquilli. Avrete tutto il materiale possibile e immaginabile. Via. E... (con intenzione) pensate un po' anche a me, nelle vostre brodaglie.

Il primo Giornalista - Non temete. Non sarete dimenticato, si capisce. Diventerete celebre.

Il secondo Giornalista - Che dici? Ma questo giudice gi celebre! il giudice pi celebre, rispettalo e temuto di tutto il distretto. Sei novellino, tu, se non conosci Suo Onore.

Il terzo Giornalista - Scusatelo, alle prime armi!

Il Giudice - Addio, ragazzi.

I Giornalisti - (escono, salutando ancora) Arri vederci, capo! Buon lavoro! Ricordatevi di noi!

II Giudice - (suona un campanello).

Il Piantone - (entrando) Vostro Onore ha chiamato?

Il Giudice - S. Portami da bere, prima di tutto.

Il Piantone - Cognac?

Il Giudice - Cognac. Poi il sergente.

Il Sergente - (apparendo) Eccomi qui.

Il Giudice - Come fate a sapere che volevo vedervi?

Il Sergente - (chiudendosi nelle spalle) Non so.

Il Giudice - Siete straordinario, voi. Mi fate quasi paura, sergente. Davvero mi domando chi siete...

Il Sergente - Se Vostro Onore non contento di me...

Il Giudice - Troppo contento, sergente. E appunto questo che mi fa paura. B, adesso portatemi quel ragazzo, sergente. E tenetegli gli occhi bene addosso: quello un tipo capace di tutto!

Il Sergente - (con una strana dolcezza nella voce) Non credo. Ha dormito come un bimbo.

Il Giudice - (con ira) Ecco per un vostro grave difetto, sergente: gravissimo, anzi. Voi, ogni tanto, vi ammalate di tenerezza per questo o quel soggetto. (Con intenzione) Ed ho anche potuto notare una vostra stranissima particolarit: tanto pi il soggetto pericoloso, tanto pi la vostra dolcezza palese. Si direbbe che la vostra bont in ragione diretta con la gravit del caso...

Il Sergente - (mormorando) Pu darsi...

Il Giudice - Che cosa avete detto?

Il Sergente - Nulla. Ascolto.

Il Giudice - Un giorno o l'altro vi accadr qualche grosso guaio, sergente. Forse ci rimetterete i vostri galloni. State attento... (Con nuova ira) Adesso vi intenerite per questo ragazzo, vero? Ha dormito come un bimbo! Strozza l'amico per un sacco vuoto, ed ecco qui un sergente che stanotte lo andr a cullare, perch possa dormire anche pi tranquillo! E la ragazza, dite? Che ha fatto di bello la ragazza? Ha forse cantato la ninnananna a tutta la sezione, stanotte? Ha commentato il Vangelo per tutti? (Esplodendo) Sono i due peggiori esseri che mai siano comparsi sulla faccia di questa terra, sergente. E io mi dimetter, se non mi riuscir di mandarli dritti sulla forca, tutt'e due, senza un attimo di sosta, nello spazio di pochissimi giorni. Parola d'onore: le dimissioni, dar. (Calmandosi) Ma non ce ne sar bisogno. Io ho gi qui. (Stringe il pugno) Adesso portatemi quello dei sonni tranquilli. E sorvegliatelo bene. Guai a voi se succede qualche cosa. E perquisitelo, prima di farlo entrare qui dentro... E tenetegli anche le manette. Capito?

Il Sergente - Certo. (S'avvia).

Il Piantone - (entra) Ecco il cognac. (Serve).

Il Giudice - (beve) Meno forte del solito. Al bettolino lo devono annacquare giorno per giorno. Tra poco berremo dell'acqua con qualche goccia di cognac. (Al piantone) Lascia qui.

Il Piantone - (mettendo la bottiglia sul tavolo) Bene.

Il Giudice - Adesso va. Aspetta: sei armato?

Il Piantone - Nossignore. Sono soltanto di piantone.

Il Giudice - Non importa. Quante volte debbo dire che anche il piantone deve essere armato? Stai fuori della porta, ma con un'arma in mano. Perdio! Volete vedermi sgozzato...

Il Puntone - Bene, signore. (Esce).

Il Giudice - (tira fuori da un cassetto una pistola, la esamina per accertarsi se carica, la rimette nel cassetto: si versa un bicchiere di cognac, lo trangugia. Si bussa alla porla) Avanti.

Il Sergente - (entra: ha il polso destro legato con catenella al sinistro di Angelo) Ecco.

Il Giudice - (ad Angelo) Sei qui? Siedi.

Angelo - (siede) Grazie.

Il Sergente - (accennando al suo polso legato) Posso?...

Il Giudice - Bene. Ma state qui.

Il Sergente - Certo. (Eseguisce).

Il Giudice - Sedete l. A noi due adesso. (Esamina delle carte, le scorre con rapidit).

Angelo - (si guarda curioso intorno, poi il suo sguardo s'incontra con quello del sergente; un sorriso in entrambi).

Il Giudice - (si accorge del sorriso: ha un gesto d'ira e di profondo disgusto) C' poco da sorridere, pollastrino. A noi due, adesso. Raccontami con esattezza come e perch hai ucciso.

Angelo - (con voce naturale, senza scatti, forse con tono leggermente annoiato) Ve l'ho gi detto stamane, vi ho raccontato tutto, senza tralasciare un solo particolare. Del resto tutto cos semplice...

Il Giudice - Certo! semplicissimo. Un gioco da ragazzi, vero? (Scattando) E perch hai ucciso?

Angelo - (con voce atona, quasi parlasse in trance ipnotico) Perch qualcuno ha gridato, alle mie spalle: uccidi! . (Pausa) E io ho ucciso.

Il Giudice - (scattando) Non vero. Ho gi interrogato i testimoni. Nessuno ha gridato alle tue spalle uccidi! . Nessuno pu averti dato quell'ordine. Tu menti!

Angelo - (alzandosi di scatto, prendendosi il capo fra le mani) Giuro che qualcuno ha gridato uccidi! . L'ho sentito con i miei orecchi. Se non fosse cos, non l'avrei detto. L'ho sentito io. Ben chiaro. Una voce forte, altissima. Uccidi! mi ha detto. (Disperato) Giuro che questa la verit! (Urlando) Lo giuro!

Il Sergente - (calmo, appressandogli, mettendogli una mano sulla spalla e costringendolo a sedersi) Calma, ragazzo. Bisogna essere calmi, non gridare, non lasciare la tua sedia... Se no, il signor giudice...

Il Giudice - Zitto voi, sergente. Nessuno vi ha chiamato.

Il Sergente - (tornando al suo posto) So che Vostro Onore non ama il frastuono...

Il Giudice - Non amo che mi si prenda in giro, sergente! Questo ragazzo vuole imbottirmi il cranio di stupide bugie. (Battendo la mano su un fascio di carte) Qui ci sono i testi che parlano. E chi avrebbe potuto gridargli uccidi , se tutti sono d'accordo nel dire che nessuno s' mosso, che nessuno s' neppure accorto dell'affare del sacco? Come potete spiegarlo se non con l'impudenza di questo mostro?

Il Sergente - (sempre con molta calma, quasi con dolcezza) Forse il ragazzo creder di aver sentito una voce, un comando... Forse la voce l'ha sentita solo lui... Non per questo lo si deve ritenere un mentitore...

Angelo - (che era rimasto col viso affondalo nelle mani) cos sergente, come vi dico io. Non lo faccio per scolparmi. Non voglio scolparmi, non m'interessa di scolparmi. Voglio solo che si sappia la. verit, che si creda alle mie parole... (Al giudice) Vostro Onore mi ascolti. (Pausa) Ogni volta che mi accade di avere una discussione, una disputa; ogni volta che qualcuno mi fa anche una piccola offesa; e anche di notte, se mi avviene di sognare che qualcuno tocca la mia roba, o m'impedisce di compiere questo o quel gesto; o se alle volte, durante il giorno, mi trovo a faccia a faccia con una persona che desta immediatamente in me un senso di antipatia o di repulsione perch l'avverto nemico, ebbene, sempre, in ognuno di questi casi, io sento una voce che nasce alle mie spalle, una voce tremenda, che ha un tono che non si dimentica, una voce che sembra quella di cento voci messe insieme, che grida ai miei orecchi: uccidi!. Ah! se Vostro' Onore sentisse quella voce! terribile, non la si dimentica pi. pi forte del tuono, del rombo del treno, dello scoppio del cannone... (Quasi con un grido) Ah! Ecco: s, aspettate, ho trovato, come la voce del cannone, come lo scoppio delle bombe. S, s, la stessa voce che ci gridava: uccidi! quando si andava all'assalto, quando si puntava alla mitragliatrice, quando si sparava col fucile, quando si ficcava la baionetta nelle carni del nemico... Sapete, difficile uccidere, le prime volte... D quasi un senso di ribrezzo, il corpo si rifiuta di eseguire i gesti necessari, le armi diventano pesantissime, anche il fucile ha il peso di un cannone... Ma poi, mentre sareste quasi deciso ad abbandonare le armi e a correre incontro al nemico con le braccia tese, ecco la voce tremenda che dagli orecchi trapana il cranio, entra nella carne e nel sangue, e ve l'accende tutto: uccidi!, uccidi! , uccidi! , e allora senti che quella la voce di chi comanda, di tutti quelli che sono rimasti indietro e che ti hanno mandato avanti per conquistare terra, per abbattere nemici, per vincere... Devi eseguire, non c' scampo! Non puoi chiudere gli orecchi: ti entra nelle carni, come una lama... Che orrore! Guai a chi l'ha udita una volta: non la dimentica mai pi! Vostro Onore mi deve credere, chi ha fatto la guerra lo sa...

Il Giudice - (scattando) Ma la guerra la guerra! L bisogna uccidere! Guai a non uccidere! uccidendo che si vince! Ma dopo la guerra non si pu, non si deve pi uccidere! Allora c' la Legge, che ti difende! Ci siamo noi che ti tuteliamo, che non permettiamo la violenza, che non tolleriamo che si colpisca un proprio simile.

Angelo - (col gesto di voler cavare di testa un pensiero senza riuscirvi) Ma io, in guerra, ho ucciso diecine di uomini che non conoscevo neppure, che non mi avevano fatto nulla di male...

Il Giudice - Erano dei nemici. Se tu non li uccidevi, essi uccidevano te...

Angelo - (veemente) Non vero! Questo non vero... (Pausa; poi, ricominciando a parlare lentamente, quasi a fatica, come se raccontasse una favola) Vostro Onore mi ascolti. C'era la guerra, allora. Era d'inverno, faceva un freddo tremendo, gli alberi spaccandosi per il gelo, confondevano i loro scoppi con quelli del cannone... (Giungono fiochi rombi delle cannonate. Si illumina di luce bianca, alba di inverno, tra la nebbia, una scena laterale, composta di vino scorcio di trincea, in spaccato; si abbuia la scena dell'ufficio del giudice. Ogni apparizione evocata dalla voce sempre pi spenta di Angelo) Io ero insaccato in una trincea, alla foce di un fiume. Era con me Michele, col quale ho fatto tutte le guerre. Gli dico: (Angelo passato nella scena della trincea, ha indossato un cappotto di pelo, ha tra le mani un fucile. Mentre la sua voce evoca l'episodio, sorge dalla nebbia Michele, che va a sederglisi accanto) Vuoi scommettere che anche stamattina ci fregano il caff?

Michele - Bravo, hai vinto la scommessa: chi ce lo portava saltato in aria cinque minuti fa, l'ho visto io con questi occhi, sembrava un fuoco di artificio: piovuto sangue, e broda di caff per un bel po'!

Angelo - Che cosa stato?

Michele - Scalogna nera! Il solito fesso della salmeria ha mandato il mulo a far da bersaglio.

Angelo - E pensare che si starebbe cos bene qui!Non sembra neppure di essere in guerra. Noi non spariamo, di l non si degnano neppure di guardarci... Se non fosse per questo porco freddo...

Michele - Succedono di queste cose, in guerra, Si aprono delle strane parentesi, sembra che tutto sia finito... Ti verrebbe voglia di metterti a giuocare alle bocce, fra una trincea e l'altra... Farei una partita anche con loro: in fondo sono uomini come noi, non ti pare?

Angelo - Certo sarebbe bello se ci lasciassero giocare con loro, a carte o a bocce. (Ridendo) Senti, che cosa ne diresti se la guerra ce la lasciassero combattere cos: a carte o a bocce? Il risultato mi pare che potrebbe benissimo essere lo stesso, no?

Michele - Tanto, per quello che se ne ricava, da una di queste schife guerre!

Angelo - Senti: oppure tirando al bersaglio. Invece di uomini veli, si dovrebbero esporre sulle trincee dei bersagli. Ogni uomo ha il suo bersaglio corrispondente. Quando lo colpiscono, si tira gi, e il soldato se ne va a casa. E ritorna uomo.

Michele - (divertito) Bellissimo! Ma sono quei porci che stanno ai comandi che non te lo lasciano fare! Sono loro che combinano le guerre.

Angelo - Senti, mi piace l'idea del bersaglio! Io sar una bestia, ma mi pare una grande idea. Voglio comunicarla al comando! S, s, voglio proprio presentarmi al Generale, e dirgli: Eccellenza, ho trovato il modo di fare le guerre senza ammazzare tanta gente. Si fa cos e cos . E lui...

Michele - E lui ti fa subito fucilare. E quando sei morto, sei fregato per sempre. (Guardando oltre la trincea, verso quella del nemico) Guarda l! il solito sporcaccione. Ogni mattina cos. Non ha proprio paura di noi!

Angelo - Si capisce: perch dovrebbe aver paura? E disarmato, e viene l solo per mollare i calzoni...

Una Voce - (prima con tono sommesso, quasi di chi parla all'orecchio) Uccidilo!

Angelo - (come se parlasse a se stesso) Perch dovrei ucciderlo? vile uccidere cos. disarmato, non ha alcuna intenzione di farmi del male...

La Voce - (pi imperiosa) Guarda che bel bersaglio! un colpo sicuro!

Angelo - (e. s.) Non voglio uccidere! Non posso uccidere cos!

La Voce - (con tono di tremenda autorit) Uccidilo! Devi ucciderlo! tuo dovere ucciderlo! Ti comando di ucciderlo!

Angelo - (obbedendo meccanicamente, agendo come un automa, si alza, punta lentamente il fucile. Parte il colpo. Dalla trincea scoppia una fragorosa risata collettiva, tremenda).

Michele - (ridendo) Bravo! Hai fatto centro! rimasto seduto sul posto!

Angelo - (lascia cadere il fucile, si accoscia a terra, con la testa fra le mani).

Il Generale - (appare da sinistra, ha il petto coperto di medaglie) Chi ha fatto questo bel colpo ?

Angelo - (si alza, lentamente in piedi).

Il Generale - Un bellissimo tiro. Mi congratulo con voi. (Tendendogli la mano) Siete un bravo soldato. Andrete in licenza. Vi citer all'ordine del giorno. (Sparisce di colpo, nel buio fitto della scena. Ritorna la luce nello studio del giudice. Angelo in piedi, nell'atto di stringere ancora la mano al generale ormai scomparso).

Angelo - (gettandosi le mani alla testa, con un grido disperato) Vostro Onore mi creda, cos che si uccide!

Il Giudice - (scattando) Non mi incantano le tue storie. Sei un assassino, il pi vile assassino ch'io abbia mai incontrato nella mia carriera! (Al sergente) Portatelo via, levatemelo di qui! Via! Via! (Il sergente lo prende sottobraccio, lo accompagna dolcemente verso l'uscita).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

(Due celle attigue: i contorni non sono materialmente specificati. Si chiede uno sfocamento, una nebulosit, un non definito carattere architettonico. In ogni cella una piccola finestra con sbarre: al di l, visibile un tenue cielo azzurro abbastanza chiaro, dal quale si diffonde un barlume di luce che illumina fiocamente i due ambienti. In ogni cella una panca con giaciglio. Angelo e Anna occupano le due celle. Le loro vesti si confondono con la nebulosit dell'ambiente. Sono entrambi seduti sui giacigli. Un lungo silenzio, all'aprirsi del velario. Poi un forte e prolungato rumore di ferri sbattuti, di catenacci aperti. Nella prima cella - quella di Anna, a destra di chi guarda il palcoscenico - entrano: un giudice, due avvocati, un carceriere. Il giudice ha in mano un fascio di carte, altrettanto gli avvocati).

Il Giudice - (ad Anna) Alzatevi. La vostra domanda di grazia stata respinta. Preparatevi ad espiare la vostra colpa.

Anna - (china il capo, ritorna a sedere sul giaciglio).

Il Giudice - (esce; entra, con la stessa procedura, nella cella accanto. Ad Angelo) La vostra domanda stata respinta. Preparatevi ad espiare la vostra colpa. (Tutti escono. Le due celle, a poco a poco, si vanno rischiarando di una dolce luce azzurra e rosa, filtrata dalle due finestrelle dalle quali sono scomparse le sbarre).

Il Sergente - (entra liberamente nella cella di Anna, senza il minimo rumore di ferrame. Si ferma accanto al giaciglio, mette una mano sul capo di Anna) Eccoci qui. una bella mattinata, sapete. Un'alba bellissima. In vita mia, non ho mai visto un'alba come questa.

Anna - (alza il capo, fissando il sergente senza mostrare la minima apprensione o curiosit per la sua presenza) Davvero?

Il Sergente - Venite a vedere. (L'accompagna alla finestrella) Guardate. Tutto rosa, tutto azzurro. Si sente odore di primavera...

Anna - (con un tremito nella voce) Oh! la primavera...

Il Sergente - Certo: l'avremo qui tra poco. (Lascia un istante Anna, entra liberamente, attraverso il muro, si direbbe, nella cella di Angelo, gli si avvicina, lo scuote con un lieve tocco alla spalla) Vieni anche tu, a vedere com' bello il mondo. (Si appressano tutti e tre alla finestrella).

Anna - Io l'ho gi vista, un'alba bella come questa. Era la mattina di un mio compleanno, non so pi quale. Mio padre mi svegli, mi disse: non ho soldi per farti un regalo, ma qualcuno ha pensato di preparartene uno bellissimo; e, toltami dal letto, mi port alla finestra, e io vidi un'alba come questa, cos limpida, cosi rosa e azzurra...

Angelo - Io credo di vederla invece per la prima volta. Tutte le albe che ricordo io sono del tempo di guerra. E in guerra non ci sono albe, n tramonti. Si bestemmia soltanto, quando spunta il sole, perch il nemico incomincia a sparare.

Il Sergente - Il mondo veramente bello...

Angelo - Purch non ci si immischi l'uomo. Senza l'uomo, tutto sarebbe bellissimo: albe, tramonti, primavera, inverno... Non c' che da scegliere. Ma l'uomo... (Pausa) Cos uno se ne va senz'aver gustato nulla. Come se non avesse neanche vissuto. Nato e morto, tutt'uno.

Il Sergente - (mettendogli una mano sulla spalla; con voce ferma, quasi un'altra voce) Vedrai qualche cosa di meglio.

Angelo - Dite?

Il Sergente - Puoi esserne certo. Qualche cosa che non a tutti dato di vedere.

Anna - (timidamente) Anch'io?...

Il Sergente - Anche tu. Tutt'e due. Sono appunto venuto qui per dirvi questo...

Angelo - (dopo un certo silenzio, con una voce un po' titubante) Sapete, sergente, quanto mi dite mi fa molto piacere... Specie detto da voi, che siete l'unica persona... come dire?... ecco: l'unica,persona rassicurante ch'io abbia incontrato nella mia vita... B, insomma, sono quasi contento... Per, vedete, non vorrei che fosse anche stavolta la solita fregatura... Eh! s, ne abbiamo ascoltate delle promesse, noi... Promesse di vita migliore, promesse di star bene domani, promesse di grandi e ricchi premi... In cambio, noi si dava tutto, esistenza da cani ogni giorno, stenti, fame, guerre, e la vita, sapete! La vita. Non la si dava tutta ad un tratto, cos, come accade a certuni, che nemmeno se ne accorgono e non soffrono neppure un istante... No. Noi si sofferto per anni e anni, morendo un po' alla volta, giorno per giorno... Sempre aspettando il meglio, sempre aspettando il famoso premio del domani... E il premio non veniva mai, e ci si accorgeva ch'era soltanto uno scherno maledetto, un imbroglio da cima a fondo, una vera lordura, con vostra licenza... Finch uno crepa, e allora l'inganno completo. Insomma, mi capite. E anche stavolta...

Il Sergente - No, figliolo, questa -volta nessuno t'inganna... Vedrai. Guarda l, davanti a te... (Indica un punto fuori della finestra).

Angelo - Che cos' quello, sergente? Un albero?

Il Sergente - Un piccolo albero. Un ciliego in fiore. Non ti sembra stupendo?

Angelo - (senza eccessiva convinzione) Certo molto bello...

Il Sergente - Bene. Chi ha fatto quello, ti aspetta.

Angelo - (dopo un silenzio) Chi ha fatto quello, sergente, ha fatto anche le pulci e i pidocchi... Non so se mi spiego...

Anna - (veemente) Non bisogna dire questo! Io credo sia molto male, pensare cos. Anch'io ho sofferto molto, anch'io ho aspettato per tanto tempo un domani che non mai venuto, ma io ho sempre pensato che non bisogna confondere il male col bene...

Angelo - (ironico) Sicch, per voi, il male sarebbero i pidocchi, e il bene i fiorellini del ciliegio?

Il Sergente - Anche questo pu essere, ragazzo! Tutto pu essere, finch non si dato una occhiata a quello che c' di l...

Anna - (trepidante) E noi potremo darla?

Il Sergente - Credo proprio di s.

Angelo - tanto tempo che aspetto di poter capire qualche cosa in questa faccenda... Sapete, sergente, quando uno andava di pattuglia, o tornava ferito, o era addirittura sul punto di andarsene, io schiattavo dalla voglia di dirgli: fatti vivo, appena arrivato dall'altra parte... . Un giorno, all'ospedale, mentre un mio compagno si teneva aggrappato alla vita proprio coi denti, glielo dissi. E lui mi cap, e sorrise dolcemente dicendo di s, e in un modo tanto buffo, con un cenno della testa; e dopo pochi minuti se ne part come in volo. B, aspettai per un bel po' di giorni e di notti, ficcando gli occhi nel buio, tenendo gli orecchi ben tesi... Niente. Fregato, anche da lui.

Il Sergente - Chi va, non torna, ragazzo. E non pu neppure dar notizie di s. una cosa tutta personale, ecco.

Angelo - Be', staremo un po' a vedere... Se dite che ora tocca a noi.

Il Sergente - Credo proprio di s.

Angelo - Io sono pronto. (Ad Anna) E voi? Anche voi venite con me?...

Il Sergente - S, anche lei. Lo stesso viaggio...

Anna - Lo stesso orario.

Angelo - Non vi ho mai vista prima d'ora.

Anna - Non importa. Forse siamo delle stesse parti...

Il Sergente - Non credo.

Angelo - Io sono del nord...

Anna - (ridendo) E io del sud.

Il Sergente - (calmo, grave) Eppure siete tutt'e due qui, in 'partenza alla stessa ora, per la stessa destinazione... Vedete com'?~ Due che non si sono mai visti n conosciuti, ad un tratto si trovano cos vicini, quasi la stessa persona...

Angelo - Tutte cose che non si capiscono, che non si possono spiegare... .

Il Sergente - Ma poi tutto diventa chiaro come il sole. Dopo...

Angelo - Se lo dite voi...

Anna - (al sergente) Vorrei farvi una domanda, sergente, ma temo possa sembrarvi una cosa molto sciocca...

Il Sergente - Dite pure...

Anna - Ecco: credete che mi sar possibile rivedere il giardinetto della mia vecchia casa, prima di questa partenza?

Il Sergente - Veramente non saprei... Ma tutto pu accadere...

Anna - (abbassando lo sguardo, confusa) Vedete, una cosa molto stupida... Ma io, sapete, da tanto tempo che aspetto di poter rivedere il mio giardinetto, il caro giardinetto di quand'ero bambina. In un'aiuola, con l'erba tenera, mio padre era riuscito a scrivere il mio nome: Anna. E tutti, passando, dicevano: il giardino di Anna... (Pausa) Lo uccisero l, sergente, sul cancelletto bianco... e cadde sul nome Anna. Vorrei rivedere il mio giardino, sergente!

Angelo - (timidamente, ad Anna) Voi non lo crederete... Sentite: ho anch'io un desiderio. E da tanto tempo. Dalla guerra. Da non so pi quale guerra... (Pausa) Una volta entrammo in un piccolo paese che le artiglierie avevano tutto scassato. C'erano pi poche case, in piedi. Tra queste, la chiesa: piccola come un giocattolo. B, quando arrivammo davanti alla chiesa, e avevamo le armi puntate perch temevamo un'imboscata a ogni passo, udimmo un suono d'organo. Era deserto, il paese, e fumava per gli incendi... Quel suono parve a tutti una cosa impossibile, una dolcissima stranezza per noi che si era entrati tra quei muri con le armi in pugno, pronti ad ammazzare anche l'ombra di un cristiano... Rimanemmo tutti muti e fermi come statue. Il suono pareva un canto di,angeli; non ne avevo mai udito uno simile... Qualcuno si lasci scivolare a terra, tra il fango, distendendo braccia e gambe proprio come se fosse stato in un bel prato fiorito... Qualche altro slacci Io zaino, e vi sedette sopra, con la testa fra le mani. Quella musica era entrata dentro di noi, come l'aria respirata dai polmoni, come la luce bevuta dagli occhi. Parve a tutti di essere guariti da un grosso male, ci sentimmo buoni e leggeri, le nostre mani non erano pi lorde di sangue, e le nostre vesti non erano pi incrostate di fango... Eravamo diventati degli altri uomini, degli uomini nuovi, come nati allora, sicuri del nostro domani, senza cattivi ricordi, senza tremendi peccati... Nessuno di noi aveva ucciso, capite? In ognuno entr la bella certezza di non aver mai ucciso, e questo pensiero era proprio come una musica, era un dono magnifico, qualche cosa che ci avrebbe fatto gridare pazzamente di gioia, se la stanchezza e il torpore non ci avessero tenuti avvinti alla terra... Improvvisamente uno di noi si mise a singhiozzare, come un bimbo, prima in sordina, poi sempre pi forte, sempre pi alto, sempre pi disperato... Allora un tale, non ricordo pi chi, ruppe in una gran bestemmia, si port con un balzo da bestia sulla soglia della chiesa, spalanc la porta con un calcio... Nell'interno apparve il piccolo altare tutto illuminato, come in giorno di festa; e alla tastiera dell'organo sedeva un vecchio signore vestito tutto di nero, con il capo sormontato da un'aureola di capelli bianchi, luminosi anch'essi, come se fossero stati fili d'argento; e anche la lunga barba era bianca, fino a mezzo il petto. Le mani di quell'uomo erano lunghe e sottili, quasi trasparenti, e accarezzavano con tanta dolcezza la tastiera d'avorio ingiallito... L'uomo che aveva spalancata la porta rimase un istante perplesso, davanti a quella visione, mentre noi ci eravamo addossati alle sue spalle. Poi, senza un perch, senza la minima spiegazione, imbracci la sua arma maledetta e spar dentro, contro il suonatore, contro l'organo, contro le luci,.. Non un grido si lev di l dentro; l'uomo dell'organo pieg la testa sul petto, e il suono, lentamente, sempre pi fioco, sempre pi dolce, and spegnendosi... (Pausa) Non so come fu. Ma senza dir parola, ci trovammo tutti ancor pi stretti intorno allo sparatore, ringhianti come cani... Lo finimmo a colpi di baionetta, in un lago di sangue, l, sulla porta della chiesa... (Con un grido disperato) Ho bisogno di riudire quella voce, sergente! (Pausa) Da allora m' rimasto nel cuore il desiderio di udire ancora quel suono... Credo potrebbe farmi tanto bene...

Il Sergente - B, tutto possibile, ragazzo. Non si pu saper come, ma tutto possibile, adesso. Anche che udiate il suono di quell'organo...

Angelo - (beffardo) Qui dentro?

Il Sergente - Oh! Non qui.

Angelo - E dove, allora?

Il Sergente - Quando usciremo da queste mura. (Un suono di campana, colpi lenti, attutiti, lontani).

Anna - (trasalendo) Che cosa questo?

Angelo - (come indifferente) Una campana. Non avete mai udito suonare una campana?

Anna - Come questa... no. (Perduta, lontana).

Il Sergente - (mettendole una mano sul braccio) Su, non bisogna lasciarsi prendere dall'inquietudine. inutile. Bisogna pensare che tutto passer. (Guarda l'ora all'orologio da polso) Ecco. Io credo ci si possa incamminare. (Li prende sottobraccio entrambi, affettuosamente, come due ragazzi da condurre a passeggio e insegnar loro qualche cosa, lungo il cammino. La campana fa udire i rintocchi pi vicino: a mano a mano che e il momento si avvicina, l'intensit sonora e grave dei rintocchi aumenta) Andiamo, ragazzi.

Angelo - (impuntandosi ad un tratto, per un terrore subitaneo) Un momento, sergente. Andare? Ma dove, per favore? Mica vorrete che io vi segua, cos, senza saper dove voi mi volete portare... Sergente, qui c' un grosso imbroglio! (Si guarda disperatamente intorno, tutto pervaso da un tremito di terrore, un tremito che va alimentando rapidamente, mentre latteggiamento quello di una belva ferita e circondata) Sergente, voi ci portate a morire Adesso vedo chiaro, sergente, quello che volete fare di noi... (Disperato) Ma io non voglio morire... (Quasi aggrappandosi a lui) Sergente, aiutatemi a fuggire! Sergente, se davvero mi volete essere amico lasciatemi uscire di qui...

Anna - (con un grido) Ma perch dite questo? Perch avete tanta paura? (Al sergente, quasi implorando) Eravamo nelle vostre mani, ci fidavamo di voi... Io ero cos serena...

Il Sergente - Suvvia, non che un attimo di smarrimento... Passa tutto. (Ad Angelo) Vero?

Angelo - No. Io non voglio morire. Io non ho fatto nulla di male... Sentite, sergente, ditelo voi ch'io non sono colpevole... Ditelo voi a tutti: io non ho ucciso, io non posso avere ucciso! Io ho sempre tenuto un fucile, stretto fra queste mani... (Urla) Sergente, vi giuro, i fucili sparano da soli! Ma io non ho sparato contro quell'uomo che suonava l'organo in quella piccola chiesa... Contro quell'uomo che cantava con quella voce d'angelo... (Disperato) Sergente, vi giuro, non ho sparato... (Con foga, come se vedesse quello che dice) Ho salvato un bimbo, sergente, una volta. Era caduto in una loggia, annegava; mi son gettato a capofitto, l'ho tirato a riva... (Con, disperazione crescente, come se cercasse in un'estrema confessione, le poche cose buone della sua vita) E non ho mai rubato, sergente, lo giuro... (Colpito da una visione) Il mio amico... Michele... (Con un urlo) S, sergente, io ho afferrato Michele per la gola... Ma non volevo fargli troppo male, sergente! Volevo soltanto fermarlo, togliergli il mio sacco, il mio bel sacco nuovo... Sergente, credetemi, non volevo ucciderlo... (Con uno scoppio di pianto disperato) L'ho ucciso, ma non sono stato io, sergente... In quel momento ho sentito soffiare nei miei orecchi quella voce tremenda che ci aizzava quando bisognava buttarci alla baionetta... (Un grido tremendo) Maledetta voce1 Maledetto chi la pronuncia! Maledetto chi l'obbedisce! (Si abbatte di schianto, a terra, come colpito dalla folgore).

Anna - (con infinita piet gli si inginocchia accanto, gli fa appoggiare la testa sulle ginocchia, gli passa con tenerissimo gesto la mano sulla fronte) Coraggio, adesso tutto passer... To sento, io sono certa che abbiamo finito di soffrire, tu ed io... Adesso non bisogna pi pensare a quello che stato, alla nostra vita che passata, al sangue che abbiamo visto, al male che abbiamo fatto... Era destino che noi dovessimo soffrire molto, e far molto soffrire... Adesso tutto passato. Alzati, ti sentirai pi leggero... Potrai camminare senza fatica, come se la tua carne non avesse pi peso... Vieni, io sento che qualcuno ci chiama... (Cerca intorno: ma il sergente misteriosamente sparito) Siamo soli, adesso. Alzati. Cammina. Cos, vicino a me. (Angelo si alza, e tiene nella sua una mano di Anna, con gesto fermo e disperato).

Angelo - Tu credi davvero che il nostro gran soffrire sia finito?

Anna - Ne sono sicura, lo sento, qualcuno me l'ha detto, con una voce che non pu ingannare.

Angelo - Non vedremo pi scorrere sangue umano, non saremo pi costretti ad uccidere i nostri fratelli, i nostri amici pi cari?

Anna - Abbiamo scontato per tutti, tu ed io. Guarda le nostre mani: erano lorde di sangue. Guardale: adesso sono bianche, sembrano le mani dei bambini... E le nostre vesti non hanno pi macchie rosse, grandi, immense...

Angelo - (con improvvisa disperazioni') Ma chi, potr garantirci tutto questo? Lo vedi, il sergente non pi qui accanto a noi, siamo soli adesso... Chi potr garantirci?

Anna - La voce di quell'uomo che un tuo compagno ha ucciso davanti alla tastiera dell'organo, quel giorno di guerra, laggi in quel piccolo paese devastato. Non l'avete ucciso. Avete soltanto creduto di averlo ucciso, ma un uomo come quello non si uccide, non si pu uccidere. Cento, mille volte hanno creduto di ucciderlo, gli uomini, con le loro stupide guerre, con i loro inutili massacri, con i loro e con i nostri infami delitti... Ma Egli si sempre salvato, per salvare noi tutti. (Dolce, semplice) Tra poco udremo la sua voce, come quel giorno. E io rivedr il mio giardinetto di quando ero bambina. Saremo salvi.

Angelo - Tu sai tutto questo?...

Anna - So, perch adesso vedo chiaro. come se avessi altri occhi, occhi nuovi che vedono al di l dei muri di questa casa, che vedono tutto il mondo, in una distesa infinita... (Suono di campana) Ecco, ascolta: questa l'ora. Tra poco vedremo, udremo...

Angelo - (stringendosi ancor pi a lei) Sfammi vicina, non mi lasciare... (Tutta la scena si abbuia, e un bianco raggio scende dall'alto a chiudere in un cerchio luminoso Anna e Angelo; essi, fronte al pubblico, con estrema semplicit, dicono)

Anna - Ascoltaci Tu che stai per disporre di noi. Noi siamo qui, pronti al tuo volere. Noi abbiamo orribilmente peccato: io ho ucciso...

Angelo - ... anch'io ho ucciso...

Anna - ... io non ho saputo ascoltare la Tua voce...

Angelo - ... io ho vissuto sempre lontano da Te, senza mai ricordarmi di Te...

Anna - Solo la voce degli uomini, noi abbiamo ascoltato...

Angelo - Solo la volont degli uomini, noi abbiamo seguito...

Anna - Ti chiediamo, per tutti, una grazia: fa ch'essi non abbiano pi a versare altro sangue umano...

Angelo - Fa che gli uomini che restano dimentichino la forza e la violenza...

Anna - Fa ch'essi si amino come fratelli...

Angelo - Fa ch'essi non dimentichino mai che esisti Tu, Tu solo, per giudicare il loro male e il loro bene!

Anna - Fa che sul mondo degli uomini, squarciando le tenebre che essi creano con le loro azioni, giunga la luce della Tua bont, scenda il calore del Tuo affetto, si distenda la verit della Tua giustizia!

Angelo - - Tocca il cuore di noi tutti, raccogli nelle Tue mani il nostro destino!

Anna - Cos sia, Signore!

Angelo - Signore, cos sia! (Il rullo del tamburo e i rintocchi della campana soffocano le loro voci, mentre ogni luce si spegne. Ma dopo un attimo di oscurit intensa, lontano, dal fondo della scena, nasce un raggio vivo. Al centro, con le spalle rivolte al pubblico, con passo prima lento e incerto, poi pi fermo e sicuro, Anna ed Angelo si avviano verso il fondo. Ad un tratto giunge fievole e poi pi robusto un dolce suono di organo; e appare di scorcio, luminosissimo, un ingenuo e tenero giardino smaltato di sole e fiori, cintato da un piccolo cancello bianco. Verso quella visione le due creature si avviano, mentre cala il sipario).

FINE

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