Vado per vedove

Stampa questo copione

VADO PER VEDOVE

VADO PER VEDOVE

Farsa all'italiana in tre atti

di Giuseppe Marotta e Belisario Randone

© Copyright by Giuseppe Marotta e Belisario Randone 1962

PERSONAGGI:

 EDUARDO PALUMBO

 GENNARO

CONCETTA MELE

GIACINTO CAMMAROTA

GRAZIELLA

CUVIELLO

ADALGISA SORRENTINO

FILUMENA PAGLIARULO

IL GIOVANE FIDANZATO

CARLO FIGURELLA 

GIULIA

CARMELO

UN CAMERIERE

ATTO PRIMO

Una curiosa abitazione trasformabile rapidamente mediante l'uso di bottoni automatici in un ufficio di rappresentanza o meglio in un magazzino d’abiti fatti. Le pareti sono di legno ma tutte ad ante scorrevo li, in modo da scoprire gli armadi veri e propri. I bottoni servono ad introdurre un letto col baldacchino e zanzariera una scrivania col telefono, una cucinetta, un lavandino ecc. In un angolo c'è uno specchio che gira su un lato fornendo con l'ausilio di una tenda, una saletta di prova. Porta a sinistra dell'ingresso principale a destra di quello secondario. Infine sempre a destra la porta che dà sullo sgabuzzino di Gennaro e in fondo una porta-finestra che dà su un balcone fiorito.

Si prevede l'apertura di un'altra porta a sinistra per il terzo atto.

La stanza è immersa nel buio. Dalle connessure delle porte, si indovina fuori, la vivida luce del giorno inoltrato. Il telefono squilla lontano insistentemente. La porta dello sgabuzzino si apre e appare Gennaro, nel suo vestito lacero ma di gala, con la bombetta in testa. Cammina senza affrettarsi verso il centro della stanza con un tappetino che stende a terra e sul quale si inginocchia. compiendo delle genuflessioni da fedele musulmano e mormorando invocazioni. Indi si fa il segno della Croce e pronunzia un "Pater”. Si alza va ad aprire la porta-finestra che dà sul balcone: piante e fiori e in fondo la parete del cortile. La luce inonda la camera. Da sotto la porta principale, Gennaro prende il giornale se lo mette sotto il braccio. Da una macchinetta napoletana versa il caffè nella tazza la mette su una guantierina, si avvicina al baldacchino tira una cordicella. Il velo della zanzariera si arrotola appare Eduardo Palumbo in pigiama che dorme profondamente: i rumori e la luce, evidentemente non lo disturbano affatto. Gennara non lo scuote. Gli passa con estrema delicatezza la tazzina sotto il naso. Eduardo progressivamente si sveglia..

GENNARO -. Don Eduardo! Don Eduà!

EDUARDO - ... orno, Don Gennà! Che ora è?

GENNARO - Le undici!

EDUARDO - Non mi hai svegliato troppo presto?..

GENNARO - No. Ieri fissammo alle dieci e mezza.

EDUARDO - Tempo?

GENNARO - Nuvoloso, variabile.

EDUARDO - ... E che giorno è?

GENNARO (colto alla sprovvista) - E voi me lo domandate cosi all'improvviso. (Guarda il giornale) Sabato. E secondo me pioverà

EDUARDO - Questo è un giugno malato... come si dice? debole nelle gambe. Gli ci vogliono le stampelle.

GENNARO - Eh. Non ci sono più le sfumature di stagione. Manca ogni delicatezza metereologica.  E' l'epoca dei bruti. (A Eduardo che beve) Com'è?

EDUARDO (gustando il caffè) - Discreto. Il giornale. Da' un'occhiata.

GENNARO (leggendo) - Krusciov in Inghilterra...

EDUARDO - S morto, Krusciov?

GENNARO - No... No.

EDUARDO - E allora non m'interessa.

GENNARO - Oh, scusate...

EDUARDO - Gennà, lo sai dove devi mettere l'occhio

GENNARO -SI, si... Subito (Voltando le pagine si ferma agli avvisi funebri) ... "rendeva la bell'anima a Dio... ne danno il triste annuncio i figli costernati Macché, non ci siamo... “Serenamente come visse... la moglie Adele"... (Eduardo drizza le orecchie, posa la tazzina. Gennaro continua) "e i nipoti Carlo e Giovanna"... (Con un gesto seccato come per dire:Non va!) Niente, niente. (Continua a leggere) "Da improvviso morbo rapito... le vedova inconsolabile"... Eh... Questa è una vedova senza diramazioni, don Eduà, nuda e cruda.

EDUARDO (interessatissimo) - E le onoranze... GENNARO (leggendo) ... "muoveranno da Santa Maria Apparente 19". Ci vado io?

EDUARDO - Si (Si alza. Ci ripensa)" No. E’ venuto quell'aspirante... come si chiama?

GENNARO - Cuviello. E’ venuto un paio d'ore fa. Gli ho detto di aspettare sotto al portone.

EDUARDO - Chiamalo. (Gennaro si affaccia al balcone e chiama di sotto)

GENNARO - Cuviello! (A Eduardo) Gesù, quello dorme in piedi!

EDUARDO (mentre incomincia a insaponarsi davanti a una piccola toilette scaturita dalla parete) – È una dote. Può sempre venire buona. Tu sei stato in guerra? Io feci diciotto chilometri, dormendo. Arrivai fresco riposato.

GENNARO (urlando) - Cuviello! Ehi! Cuviello!

VOCE DI CONCETTA - Ci penso io, Don Gennà! Volete questo giovane qua?

GENNARO - Ah ah! Abbiamo pure la vedova Mele!

EDUARDO - Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Ma quella che fa? Non dorme? Non mangia? Non beve? Dove appunto gli occhi, là compare lei! Guarda un po', stesse contemporaneamente nel cassetto della scrivania!

GENNARO - Eh, ma voi... non la volete favorire...

EDUARDO - Favorire? Gennà, mettiti in mente che io tratto solo femmine dai sedici ai trentanove anni. Fuori di questi limiti d'età, 'non le vedo e non le sento'. (Bussano alla porta principale)

CUVIELLO (entrando), - È permesso? Buondì. Si puote? (E’ un bel ragazzo, ben fatto, ma lacero e con la barba di tre giorni. Lo segue, da presso la vedova Mele, una larga e invadente donna sui cinquantacinque abbondanti)

EDUARDO - Che è 'sto "si puote"?

CUVIELLO (smarrito) - Non è italiano?

EDUARDO - No. A Napoli non è italiano.

CUVIELLO – Se lo dite voi. (Avanza ma la vedova Mele lo trattiene)

CONCETTA - Neh, giovinò! Ma tu cosi ti presenti a Don Eduardo Palumbo? (Cava fuori una spazzola e lo spolvera furiosamente) Non potevi passare prima da me, che ti mettevo un po' in ordine?

CUVIELLO (con malagrazia) - Signò, ma a voi chi vi conosce?

EDUARDO (duramente) - Infatti. Donna Concetta, si può sapere che diavolo fate voi all'alba in questa casa?

CONCETTA (con tenera umiltà) - All'alba? Figlio mio, è quasi mezzogiorno...

EDUARDO - L'alba è un fatto personale, Donna Con­cetta. Ognuno ha la sua. E ognuno ha il diritto di non avere, quando apre gli occhi, gente indesidera­bile fra i piedi!

CONCETTA (addolorata) - Avete detto indesiderabile?

EDUARDO - Sì. E vi ho fatto uncomplimento. (La vedova Mele china il capo e si trattiene dall'obiett-re qualcosa che le sale alle labbra. Eduardo continua col tono di scacciarla) Ve ne volete andare?

CONCETTA (dopo un attimo di esitazione) - No no... Sto qua. E chi si muove?

EDUARDO (sbuffando e trattenendosi dall'usare siste­mi più energici, si rivolge a Cuviello, mentre Gennaro cerca di spingere via la vedova, che gli resiste) - Sei quel Cuviello?

CUVIELLO - Già. Sempre lo stesso.

EDUARDO - E di nome?

CUVIELLO - Faccio Agostino.

EDUARDO - Genitori?

CUVIELLO -  Di Amalia.

EDUARDO - Come sarebbe? Tuo padre?

CUVIELLO - Sono figlio di madre vedova.

EDUARDO - t di buon augurio. (Lo considera) Ve­niamo a noi. Che sai fare?

CUVIELLO - Tutto.

EDUARDO - E perciò non fai niente.

CUVIELLO - Don Eduardo, compenetratevi. Le av­versità, la carta contraria...

EDUARDO - Non ne parliamo. Dunque, Cuvié, guar­da. (Indica con un largo gesto il locale) Questa è una Ditta seria.

CONCETTA - Gliel'ho detto per le scale.

EDUARDO - Voi statevi zitta!

CUVIELLO (guardandosi in giro) ~ Come è bella! Quanto legno...

GENNARO (spingendo il bottone che fa rientrare nel­la parete il letto) - Tutto automatizzato. (Dall'alto, scende con fracasso un pannello di legno che nasconde il vano)

EDUARDO - Per me, ci vogliono impiegati fini, se­lezionati. Prima di tutto: sei segreto? Sei volonteroso? Sei intelligente?

CONCETTA - Intelligente no, non mi pare...

CUVIELLO - Sono affamato, e quando uno è affama­to è tutto. S pure ventriloquo, se occorre.

EDUARDO - Non ne dubito.

CUVIELLO - Perché? Il mio ceto sociale compromet­te l'impiego?

EDUARDO - No. Io non ho i pregiudizi di certi capi d'azienda. Per me uno, più dal basso parte, e più in alto può arrivare.

GENNARO – E’ una legge fisica. Un corpo immerso in un liquido, riceve una spinta.

CUVIELLO - Avete ragione. Io, da ieri, non poten­do mangiare, non faccio che bere acqua... e (toccan­dosi lo stomaco) tengo certe spinte qua!

EDUARDO - Hai fame?

GENNARO - Eeeh!

EDUARDO - Dagli qualcosa, Gennà.

GENNARO - Subito. (Preme un altro bottone che ri­vela la presenza di una dispensina, dalla quale egli prende pane, ecc. che porge al giovane. Cuviello addenta con furia, ma la vedova Mele gli è sopra)

CONCETTA - Un momento  (Tira fuori dalla sua e-norme borsa una salvietta e gliela mette sulle ginoc­chia) Che fai? Vuoi sporcare tutto? (Don Eduardo, frattanto, ha aperto un armadio a muro nel quale si vedono, allineati in bell'ordine, diversi vestiti. Vi pas­sa le dita sopra, arpeggiando una carezza. Finalmente ne sceglie uno)

EDUARDO - Allora intendiamoci bene. Io ti assumo in prova. La prova iniziale è che tu adesso ti preci­piti in Via Santa Maria Apparente. Là, al numero 19, è morto - ai cani dicendo! - un tal dei tali. (A Gennaro) Come si chiama?

GENNARO (riprendendo il giornale) - Tummolo Alberto. Salute a noi!

CONCETTA - Salute!

EDUARDO - E, morendo, che ha fatto? Ha lasciato una vedova. Questa vedova mi interessa. Tu vai là, ti intrufoli, metti naso. Voglio sapere l'età della si­gnora Tummolo. Se ha parenti larghi o stretti...

GENNARO (controllando sul giornale) - La stampa non li menziona.

EDUARDO - Inoltre, ragguagli precisi sulle condi­zioni sociali e patrimoniali.

CUVIELLO - E che significa?

EDUARDO - Ah, ma tu dopo mangiato non capisci più niente! Allora, e che ti devo tenere digiuno?

CUVIELLO - Non sia mai! Per carità! Spiegatevi con un esempio.

EDUARDO - Uffa. Che faceva il marito. Quali beni mobili o immobili ha lasciato. Come sta a quibus, insomma. Ci sei arrivato?

CUVIELLO - Mo' si. E poi?

EDUARDO - E poi niente. Metti orecchio, prendi nota e voli qui a riferire.

CUVIELLO (irrigidendosi militarmente) - Agli or­dini. (Insinuante) Ma non credete che... presentan­domi così... (Indica gli abiti laceri che indossa)

EDUARDO (ride, indicando i suoi armadi) - Aah! Ti sei riempito gli occhi della merce! Eh! quella appar­tiene alla Ditta, Cuviello. Va' va'... Prima vediamo quello che sai fare, e poi, eventualmente...

CUVIELLO - Avete ragione. Vi posso baciare la mano?

CONCETTA – Quando ti sarai lavato e sbarbato!

CUVIELLO (andando via) - Ma che vò, questa?!... Permettete... (E facendo piccoli inchini, se ne va)

EDUARDO (scegliendo una cravatta, dopo aver infila­to la camicia) - Sentite, Donna Concetta... Qua gli interventi vostri non li desideriamo, va bene?

CONCETTA - Don Eduardo, ma che impiccio vi do?

EDUARDO - Che impiccio non mi date? (Mentre Gennaro gli annoda la cravatta) Ve lo dico una volta per tutte: voi mi dovete lasciare in pace! Io e voi non possiamo avere né rapporti d'affari, né rapporti d'amicizia.

CONCETTA (con tono ingenuo) - Ma perché? (Bus­sano alla porta. Una voce: "Telegramma!" Don Gen­naro corre ad aprire, prende il telegramma che con­segna a Eduardo, il quale si accinge a leggerlo non senza darsi un certo sussiego)

EDUARDO (leggendo stupito e quasi compitando) -Buon giorno, et se uscite che la Madonna vi accom­pagni. (Eduardo resta interdetto)

CONCETTA (fervidamente) - Vi piace? E’mio.

EDUARDO – E’ vostro? Come vostro? Diretto a voi?

CONCETTA - No. A me che mi importa di me? E’per voi. E’ un  pensiero.

EDUARDO (un po' scosso) - Io vorrei proprio sapere che ci tenete in quella scatola cranica! Voi state qui sotto al portone... da quando, Gennà?

GENNARO - Dalle otto.

EDUARDO - E mi mandate pure un telegramma?

CONCETTA - No. Ho fatto il telegramma prima di venire, e poi sono venuta per vederlo arrivare. Quel­lo il tèlegrafista mi ha assicurato: fra un paio d'ore arriva a destinazione.

EDUARDO (mettendole una mano sulla spalla e con voce meno adirata) - No, no... tutto questo non può durare. Sono quattro mesi che mi circuite. Ma come ve lo devo dire? Voi avete passato i limiti d'età. Qua, se la gente ci vedesse assieme, che direbbe?

CONCETTA - Niente, Don Eduà. Sul mio conto non c'è stato mai niente da dire, quando ero giovane. Fi­guriamoci adesso!

EDUARDO (paziente) - Riepiloghiamo. Io una vedovanza come la vostra, la potrei eventualmente con­fortare in una sola maniera: per corrispondenza. Scri­viamoci qualche lettera Fermo Posta!... (E la spin­ge fuori della porta) Uffa! Gennà, questo è un rega­lo tuo!

GENNARO - Mio?

EDUARDO - Sì! Questa vedova fu una segnalazione tua! (Richiude la porta)

GENNARO - Don Eduardo, pioveva. Io poco ci vedo...

EDUARDO (siede alla scrivania, consulta un taccuino)-      Se n'è andata? Lascia la porta aperta che mi godo un po' di corrente. Che scirocco!... (intanto ha for­mato un numero e comincia a parlare al microfono con voce dolcissima, tutt'un’altra voce da quella sua abituale) Donn'Assuntina?... Avete indovinato... Sono Eduardo... Buongiorno. Devotamente... Come vi sen­tite, oggi? Capisco, intendo... (Con tono di vago, fra­terno rimprovero) Ma voi non seguite i miei suggeri­menti, Donn'Assù! Piangere, si... ma come i violini... con dolcezza... E sennò voi nuocete al fisico, all'orga­nismo! Riflettete. Morta voi, lontano sia, morirebbe pure ogni memoria di Don Alfredo... Ergo, voi siete la candela che brucia per lui... Se vi fate sbattere dal vento dell'angoscia, la candela si spegne e Don Al­fredo perde ogni sostanza... Come dite? Troppe cose concrete ve lo ricordano? Ecco l'errore! Liberatevi di tutto quello che apparteneva a lui...Questo è il sillabario della vedovanza. Mandate tutto a me… sapete  che ho i miei poveri... Come? Sì anche la collezione di francobolli... Si, si... Accetto tutto... Saranno altret­tanti suffragi per la bell'anima... Come, anche una bicicletta? Col portapacchi? E va bene... si si... Gra­zie. Certo... passerò oggi verso le quattro. Contate su di me. Vi occorre niente? Non fate cerimonie... aspi­rina, liquirizia... giuggiole... Niente? No? Vi bacio le manine di madreperla... (Riattacca e subito forma un altro numero, dopo aver consultato il taccuino) Don­na Serafina? In persona? Si... Eduardo... Avete indovinato. Buongiorno. Devotamente... come vi sentite, oggi? Capisco... No, non capisco. Avete detto? Ah, ma voi non seguite i miei suggerimenti, Donn’Assù... (Si corregge) Donna Serafì... (Sulla porta, durante le ul­time parole, si è affacciato un uomo piuttosto elegan­te, sulla cinquantina, ma pallido e calvo, accompagna­to da una splendida donna, sui trenta, molto formo­sa e procace. Ambedue fanno gesti di saluto a Eduar­do che, sempre parlando al telefono, li invita con la mimica ad entrare)

CAMMAROTA - Buongiorno, Don Eduardo!

GRAZIELLA (molto civetta) - Buon lavoro!

EDUARDO (coprendo il microfono con una mano) –Ave, Don Giacinto! Riverisco, donna Graziella! Favorite! Accomodatevi...

CAMMAROIA - No... Non vogliamo disturbarvi... E poi stamattina andiamo di fretta...

GRAZIELLA (spingendo il marito dentro) - Solo un attimo... per salutarvi...

EDUARDO (ai Cammarota) - Scusate un momento... (Al telefono) Piangere, va bene... Ma come i flauti... con dolcezza... Voi siete la candela che brucia per lui... Se tagliate lo stoppino che succede... non vi pa­re? Vi occorre niente?... Non fate complimenti. Aspi­rina, liquirizia, giuggiole. D'accordo, d'accordo. Passe­rò da voi diciamo alle quattro e mezza... Devotamen­te... (Riattacca il microfono e si dirige verso Camma­rota) Don Giacinto, siete di una eleganza, oggi! E nuovo? Complimenti... (Graziella spinge il marito verso Don Eduardo che afferra un lembo della giacca e ne palpa il tessuto) Avete cambiato sarto?

CAMMAROTA (un po' fiero) - No. E sempre Rubi­nacci.

EDUARDO - Volevo ben dire! Si vede dal taglio... E dove ve ne andate di bello?

CAMMAROTA - Di bello? Don Eduardo, io esco per i miei impegni se no chi si muoverebbe di casa? Qui non si sa mai che cosa può capitare... Voi uscite e vi cade in testa una pianta dal balcone dell'ultimo piano. Oppure non vedete il marciapiede e vi rom­pete il femore... E il meno che vi può capitare è che qualche malintenzionato...

EDUARDO - Ma che andate dicendo?

CAMMAROTA - Don Eduà qui non si sa mai...

EDUARDO - Don Giacinto, allora pure in casa vostra vi può mancare il pavimento sotto ai piedi...

CAMMAROTA - E chi lo nega? E perciò che ogni mattina mi dico: Esco, o non esco? La affronto qua o la affronto là? Se non avessi gli impegni che ho -ve l'ho detto - me ne starei a casa, sicuro...

GRAZIELLA (cogliendo la palla al balzo, per far tor­nare la conversazione nella normalità) - Ma deve fare il solito giro per vedere come funzionano i suoi negozi. L'occhio del padrone... Voi non uscite, non Eduardo?

EDUARDO - Non credo... Ho da fare...

GRAZIELLA - E prima di tuffarvi nei vostri impe­gni, ve lo venite a prendere un caffè da noi?

EDUARDO - Grazie... Non ve lo prometto.

CAMMAROTA (prendendo il braccio della moglie e av­viandosi) - Be', andiamo... andiamo... Buona giorna­ta, Don Eduardo...

GRAZIELLA (tutta un sorriso) - Allora a dopo... per il caffè... Ve lo faccio carico carico... (Sono sulla por­ta; Cammarota fa un balzo indietro) Che succede, Giacinto?

CAMMAROTA - Ma guarda un po'! Stavo uscendo col piede sinistro! (Fanno gesti di saluto e spariscono. Bussano intanto alla porta principale. Gennaro va ad aprire ed introduce un giovanotto modestamente ve­stito, ma dignitoso) ~

EDUARDO - Desiderate?

IL GIOVANE - Siete Don Eduardo Palumbo? (Eduar­do annuisce) Mi hanno parlato di voi. A quanto ho capito, voi commerciate in abbigliamento?

EDUARDO - Esatto.

IL GiOVANE - Indumenti usati?

EDUARDO - Già, ma come nuovi. Stoffe e tagli di prima qualità. Tutto. Camicie, mutande, cravatte, scarpe, cinti erniari.

IL GIOVANE (ridendo) - No... cinti erniari no, grazie... Don Eduardo, le cose, in confidenza, stanno cosi. Io mi devo sposare fra una settimana. La fidan­zata è di buona famiglia, non ricca, ma superiore alla mia. E allora, voi mi capite, vorrei iniziare questo matrimonio provveduto al massimo possibile...

EDUARDO - D'accordo. Un corredo da sposo.

IL GIOVANE - Ecco. Ma con la somma che ho devo accontentarmi dell'usato. L'usato, quando si è usato una volta, chi lo vede più che è usato? Basta non mettersi troppo in luce il primo giorno.

EDUARDO - Uè! La perspicacia non vi manca. È la somma disponibile a quanto ammonta?

IL GIOVANE - Francamente: centomila e basta.

EDUARDO - Non è molto e non è poco. Faremo il possibile. Là c'è lo stanzino di prova. (Indica lo specchio) Gennaro! (Il vecchio esce dal suo rifugio) Gennà, ti affido questo giovane. E’ uno sposo (lo os­serva) taglia quarantotto. Dagli quattro camicie Aversano (e intanto consulta un taccuino) due com­pleti Scognamiglio, due pantaloni spezzati d'Onofrio, una giacca sportiva Avallone, qualche pullover Jan­nuzzi... scarpe, calzini, fazzoletti, cravatte Catapano a volontà. Spicciati.

IL GIOVANE (illuminandosi) - Ma, scusate... chi sono questi Catalano, Jannuzzi, Avallone, Aversano?

EDUARDO (con l'aria più naturale del mondo) - I sar­ti... Chi hanno ad essere? I fornitori...

IL GIOVANE (si avvia contento verso lo "stanzino di prova”, che Gennaro ha ricavato dallo specchio riaper­to e da una tenda acconcia, ma si volta quasi subito, preso da un pensiero) - Ma... ditemi la verità, Don Eduardo... Il mio caso è speciale... Io mi sposo...

EDUARDO - E allora?

In GIOVANE - Dico: tutto questo vestiario, non sarà di gente... (Fa il cenno tipico dei napoletani quando vogliono alludere a un trapassato)

EDUARDO - Bello mio, che stai dicendo?

GENNARO - Nel mondo nulla si crea e nulla si distrugge. E’ un'altalena, è un va e vieni.

EDUARD0 - Bravo! Principio e fine si accavallano come le gambe di Marilyn Monroe, e il risultato è la continuazione delle cose. A parte questo, voi statevi sicuro. Il corredo che vi fornisco io, non ha vizi di origine. La giacca sportiva, per dirne una, l'acquistai dal barone Corzillo.

IL GIOVANE - Il barone Corzillo? Ma io l'ho incon­trato una volta, quattro o cinque anni fa. Questa giacca non può essere la sua. Il barone è un uomo grasso così...

EDUARDO – Era, giovanotto. Era. Mo' è dimagrito assai... quattr'ossa... Andate, andate... Porterete tutta roba di persone vive, non vi preoccupate... vive! (Il giovane è scomparso dietro la tenda, cominciando a spogliarsi) ... nel cuore delle proprie vedove!... (Intanto - mentre Gennaro comincia a portare i vestiti ol­tre la tenda - qualcuno ha bussato all'uscio princi­pale. Eduardo gli fa cenno di andare ad aprire. Entra una donna ancora piacente, sui quarant'anni. Appena la vede, Eduardo assume gli atteggiamenti di un uomo avvilito)

LA SORRENTINO (a bassa voce, indicando Eduardo)-Come va, Don Eduardo? Si è ripreso un po'?

GENNARO - Compatibilmente. Si va ripigliando, si­gnora Sorrentino, si va ripigliando... Ma sapete com'è? Quello è orgoglioso... Non si capacita di aver dovuto ricorrere a voi... (La Sorrentino fa un gesto come per dire: “lasciate fare a me” e va verso Eduardo. Questi è seduto su una poltrona, la testa fra le ma­ni, sembra non essersi nemmeno accorto dell'arrivo della signora. La Sorrentino ora gli è vicina, gli passa una mano fra i capelli, godendone le onde. Eduardo sospira profondamente; poi, senza alzare il capo, con­tinuando a fissarsi le scarpe, e con la voce melliflua che gli abbiamo sentito adoperare al telefono)

EDUARDO - Siete voi, signora Sorrentino? (Con al­tro tono a Gennaro che ricompare dalla tenda) La pol­trona, che aspetti? (Gennaro obbedisce ossequioso)

LA SORRENTINO - Sì... caro... Sono io.., Come state? Vi è passata la collera?

EDUARDO (con lo stesso atteggiamento) – Sì e no... (Alzandole gli occhi in viso) Voi non potete rendervi conto.

LA SORRENTINO - Io?

'EDUARDO (fissandola) - Già. Ce l'ho con quella gen­te e ce l'ho con me.

LA SORRENTINO - No, questo no!

EDUARDO - E si, invece! Ce l'ho con me! Dico ma come: voi mi conoscete, vero? Sono uomo da tavolo verde, io? E mi devo trovare là, nell'impossibilità di rifiutare, proprio mentre dicono: "Allora ce lo faccia­mo questo pokerino?" (Gennaro ripassa con un ve­stito) Pokerino?! Nèh, voi cominciate coi fagioli e an­diamo a finire a piatti di trentamila lire?

LA SORRENTINO - Non ci pensate più... Me l'avete detto, lo so.. L'uomo è uomo...

EDUARDO (arrabbiandosi con se stesso) - L'uomo è uomo, quando, in casi simili, non è uomo! No. Io mi dovevo alzare e dire: (Si alza) "Ué! vi credete che qua è arrivato Aristotele Onassis?" (Si risiede) Que­sto da un lato. Dall'altro, dico: Ma come? Finché giochiamo a fagioli, non mi capitano che full e scale reali. Non appena cominciamo a giocare a denari, non vedo che coppie di fanti e coppie di dieci! E alla fine della serata mi trovo con trecentomila lire secche secche di debito! (Cambiando tono) Sulla parola, na­turalmente!

LA SORRENTINO (accarezzandolo di nuovo) - Andia­mo su.. ormai è passata... Li abbiamo tacitati, no?

EDUARDO (gettandosi a terra, afferrandole convulsamente le ginocchia e coprendole le mani di fittissimi baci) - E io... io, perché ho trovato un angelo che mi ha permesso di far fronte a undebito d'onore, che faccio? Non ci penso più? Ma io, cara Adalgisa, mi metto scorno di campare, mi vergogno di esistere!

LA SORRENTINO - E per questo siete l'uomo che sie­te! Ma ora basta! Sono venuta io... Sto qua... (Le carezze dai capelli scendono, più ardite, verso le guan­ce, mentre l'altra mano tasta i bicipiti)

EDUARDO (la cui faccia si è aggrottata come dinanzi a un pericolo imminente, riesce con dolcezza ad evi­tare l'abbraccio che si annunciava e torna a sedersi a una prudente distanza dalla vedova) - E voi, Adal­gisa, come vi sentite? Avete ottemperato a tutto quel­lo che vi ho detto? Avete cambiato la disposizione dei mobili? Li avete fatti lucidare a spirito per togliere quel pessimo odore di tabacco? L'avete tolta di mez­zo, la collezione di pipe?

LA SORRENTINO (con un bisbiglio) ...... Oggi la ser­va ve la porta...

EDUARDO - Brava. E la tappezzeria della camera da letto, l'avete sostituita?

LA SORRENTINO - Si. Ho scelto un rosa pallido. (Con un Sospiro dolente) Ma non è servito a niente.

EDUARDO - Come?

LA SORRENTINO - Che volete sapere Don Eduà! Non le auguro a nessuno... (Esplodendo) le sofferenze mie!

EDUARDO - Sofferenze? Alludete al cordoglio per la disgrazia?

LA SORRENTINO - Parzialmente... Certo, alla base, c'è questo... Ma soprattutto c'è l'inconveniente della assenza... Don Eduà, con l'intelligenza vostra, voi, la situazione di una vedova ancora giovane, già ve l'im­maginate!

EDUARDO (sempre più allarmato) -Indubbiamente... Indubbiamente... Però...

LA SORRENTINO (continuando sull'onda dello sfogo)E’come se voi da un piatto della bilancia togliete la merce e non togliete il peso dall'altro piatto. La bilancia che fa?

EDUARDO (suo malgrado imparziale) - Pende. Scen­de tutta dall'altra parte.

LA SORRENTINO - Esatto. E così sto io! Caro Don Eduardo, vi giuro che ho capito perché in India, quando muore un uomo sposato, bruciano la vedova sullo stesso rogo. E così dovrebbero fare pure a Na­poli!

EDUARDO - Eh eh... non scherziamo! E io, poi, che faccio?

LA SORRENTINO - Come?

EDUARDO - Voglio dire che tenete me, Adalgisa... (A queste parole la Sorrentino ha un delizioso brivi­do) Un fratello vostro... un gemello, osa dire, spirituale..

LA SORRENTINO (delusa e come parlando a sé stessa)A che serve un fratello? Il problema è un altro e non ha che una soluzione.

EDUARDO - Non esageriamo. La carne è debole, e chi lo nega? Ma bisogna far leva sullo spirito. Ora domando e dico, se per una donna l'unica soluzione e quella soluzione, che sarà mai per un uomo?

LA SORRENTINO - Neh, ma che c'entra questo para­gone?

EDUARDO – E’ scientificamente provato che, in fatto di sollecitazioni, abbiamo fra i due sessi la proporziONE  ne di uno a dieci

LA SORRENTINO - Come sarebbe?

EDUARDO - Ogni desiderio di femmina, equivale a un decimo di desiderio di maschio. E viceversa. Mi sono spiegato? La natura ha parlato chiaro.

LA SORRENTINO (desolata) - E allora che vi dèbbo dire? Io dovevo nascere uomo.

EDUARDO (scostandosi ancora un poco) - Nemmeno per idea! State bene così. La verità è che non vi ri­volgete abbastanza alle forze mentali. Il matrimonio è per l'eternità. Quando - lontano sia. - voi passate a vita migliore, chi vi aspetta? La buonanima di Don Cesare. Vi abbracciate, vi sorridete e tutto ricomin­cia come prima!...

LA SORRENTINO - Eh, campa cavallo.

EDUARDO (non rilevando l’obiezione) - Ma se invece voi vi siete compromessa con questo e con quello, a chi vi ricongiungete nell'altro mondo? Voi create una confusione tale, che non la potete certo passare 'li­scia

LA SORRENTINO (scotendo il capo) - Don Eduà, parlare è facile... E voi siete una musica... Ma i sono arrivata a un tale punto che alle conseguenze dell'aldilà non posso darci molto peso. Ci sarà un arran­giamento pure per quello... come abbiamo fatto nei rifugi durante la guerra... Là, centinaia di persone erano una famiglia sola. Io, è qua, Sulla terra, a Na­poli, che debbo sbrigarmela. Don Eduardo, e questo che supplizio è? Non dormo la notte, o dormo come se non dormissi... Allungo una mano, e che trovo? Il vuoto, l'oscurità, il niente. Mi alzo, mi faccio una doc­cia fredda, mi piglio un sedativo, ma - zac! - ap­pena apro la finestra, chi vedo dirimpetto? Un bel­l'uomo alto due metri, nudo, che sta facendo ginna­stica. Me ne vado fuori e la prima persona che incon­tro è Don Carmelo, il macellaio: ne avete un'idea? E’ largo così! Affila i coltelli, taglia il filetto è ogni tanto si passa un dito su quella sua barba viola. La barba di Carmelo! Io me la sento friggere sotto la mano...

EDUARDO - Ma come? Non è sgradevole la barba, per le signore? Io mi sono sempre accuratamente raso.

LA SORRENTINO - E avete fatto male! Almeno in certe occasioni. Don Eduardo, la femmina tocca e pensa: è proprio un'altra cosa, un'altra faccia, un al­tro mondo!...

EDUARDO - Gesù, un mondo peloso? (Sulla porta dello sgabuzzino, appare in slip, col torso nudo e pe­losissimo, Il Giovane. La Sorrentino ha un urlo. Il Giovane scompare).

LA SORRENTINO (ansante) - Un mondo peloso... si... chiamatelo come volete... Sono le differenze che con­tano. Voi siete portato alle differenze mie, io sono portata alle differenze     vostre (Gennaro torna allo sga­buzzino con un altro vestito)

EDUARDO - Adalgisa, parliamo francamente. Dove volete arrivare?

LA SORRENTINO (affannosa) - Ho perso ogni ritegno, Don Eduardo! E’ unanno che mi aggrappo alla vostra amicizia. Ma ora non ce la faccio più. O mi date un aiuto concreto, o io finisco in braccio a chi sa chi. (Eduardo fa schioccare le dita per riflettere, poi sem­bra deciso, dopo aver sbirciato le forme della Sorren­tino)

EDUARDO - Da voi non me l'aspettavo, Adalgi... Vi facevo più resistente... un maggior controllo, insom­ma... Pazienza... Un piccolo aiuto, avete detto? Cosi, una tantum?

LA SORRENTINO (allargando le braccia) - Una tan­tum... purché succeda!

EDUARDO - E allora (riflettendo) vediamo un po'... Una via ci sarebbe, per salvare me e voi...

LA SORRENTINO - Ah davvero? E quale?

EDUARDO - La via normale... ma per interposta persona.

LA SORRENTINO - Non vi capisco proprio.

EDUARDO (con espressione molto seria e un po' sur­reale) - Spiritismo, Adalgisa.

LA SORRENTINO (con un sobbalzo) - Come avete detto?

EDUARDO (calmo) - Spiritismo. Ultrafania. (Una pausa). Voi, a chi appartenete, per l'eternità? Al fu Cesare Sorrentino.

LA SORRENTINO - E dai! Acqua passata!

EDUARDO - Acqua presente. Presentissima! Noi, per intenderci, incomodiamo il povero Don Cesare. Gli diciamo: - Don Cesare, l'uomo finisce, ma il dovere coniugale no. Facci il piacere, sistemati per un paio d'ore nella persona di Don Eduardo Palumbo e ricor­dati così alla tua signora.

LA SORRENTINO - Uh, mamma mia! E si può fare?

EDUARDO - Con un medium, sì. (Gennaro ripassa re­cando questa volta tre o quattro cappelli di varia foggia)

LA SORRENTINO - Ne avete uno sottomano?

EDUARDO - Quello. (Indica Gennaro che passa)

LA SORRENTINO - Don Gennaro?

EDUARDO - Sì.

LA SORRENTINO - E allora, che aspettate? Fatelo ve­nire!

EDUARDO - Subito?

LA SORRENTINO (sulle spine) - Certo!

EDUARDO - Eh no... Subito non è possibile... Ci vuo­le una vigilia di raccoglimento... quella è tutta una depurazione. (Consulta il taccuino sfogliandolo con una calma che per la Sorrentino è esasperante) Dicia­mo...

LA SORRENTINO - Domani?

EDUARDO (scuote il capo) - No... come minimo... fra venti giorni. Ecco... martedì 18 luglio alle 14 e 30, sa­rò da voi accompagnato del medium.

LA SORRENTINO - A casa mia? No, no... a casa mia no. La gente parla...

EDUARDO - Parlava anche prima, quando era vivo Don Cesare!

LA SORRENTINO - Sì... E’ una casa moderna... pareti sottili... sentono tutto...

EDUARDO - E allora mi onorate qua... Molto bene. Tè o liquori?

LA SORRENTINO - Fate voi.

EDUARDO - Musica? Un po' di Mozart?

LA SORRENTINO - Sì sì... Quella, sapete?... "Diciten­cello vuie"...

EDUARDO - Perfetto. Allora ci vediamo fra un mese.

LA SORRENTINO - Non avevate detto martedì 18 lu­glio?

EDUARDO - Avete capito male. (Consultando il tac­cuino) Giovedì 2 agosto... è scritto qua... alle 18 e 30...

LA SORRENTINO - Ma non avevate detto alle 14 e 30?

EDUARDO - No. Troppo vicino al pasto.

LA SORRENTINO - E sia, Don Eduardo. Pazienterò.

EDUARDO - Ecco. Brava. Pazientate. (Felice, la Sor­rentino gli si precipita addosso, lo bacia con trasporto e fugge dalla porticina secondaria che Gennaro richiu­de dopo aver detto):

GENNARO - La pazienza è un giardino di gioie fu­ture.

EDUARDO - Dici?

GENNARO - Non io. La Rochefoucauld. (Sulla porta principale compare adesso Graziella, con la sporta del­la spesa, che depone entrando. In punta di piedi, Gra­ziella si avvicina a Eduardo, gli copre gli occhi con le mani e lo bacia sulla nuca. Eduardo si volge viva­mente, e tenta di liberarsi dell'abbraccio)

EDUARDO - Donna Graziella! lo non so più come dirvelo! Voi la dovete finire! Siete una donna mari­tata, sì o no?

GRAZIELLA - Sì! Con te!

EDUARDO - Vi torno a pregare! Comportatevi da quella signora che siete!

GRAZIELLA - Quanto sei bello, Eduà. La collera ti sta come una cravatta grigia su un vestito blu! Dillo ancora: "Comportatevi da quella signora che siete!" Mi piace tutto di te! Come parli, come ridi, come ti muovi! Tutto! Dammi uno schiaffo!

EDUARDO (facendo quasi il gesto di darglielo) - Ge­sù, io veramente!... Qua ci vorrebbero le mazzate! Donna Graziella, voi state abusando (Passa il giova­notto che ha finito di provare. Eduardo si riprende) Allora, tutto bene?

IL GIOVANE - Si. Non so come ringraziarvi.

EDUARDO - Niente niente. Vi mandiamo tutto a ca­sa nel pomeriggio.

IL GIOVANE - Troppo buono... (Saluta e se ne va, accompagnato da Gennaro)

EDUARDO - Avete lasciato i soldi a Gennaro?

IL GIOVANE - Sì, si... Buongiorno

EDUARDO (col tono di prima) - State abusando!

GRAZIELLA - Bello! Sei un giaguaro!

EDUARDO - Basta!E’ un pezzo che dura questa per­secuzione! Non mi date respiro!...

GRAZIELLA - Lo voglio io, il respiro tuo!

EDUARDO (non preoccupandosi di Gennaro che, ri­messo a posto lo specchio se ne va nello sgabuzzino)            E non lo potete avere! Ve l'ho detto in ogni ma­niera. Non può essere. Ne va della campata mia!

GRAZIELLA - Ti riferisci alla tua vergognosa profes­sione?                                          

EDUARDO - Vergognosa? Chi parla di vergogna! Ma lo avete un po' di rossore e di criterio? E poi che c'è di riprovevole nella professione mia? Ammazzo         qualcuno? No. Li trovo già morti!

GRAZIELLA (teneramente aspra) - E arrivi come lo sciacallo...

EDUARDO - E arrivo come il piccione... glu glu glu... porto sollievo, un fiato di speranza...

GRAZIELLA - E ti pigli vestiti, scarpe, soldi...

EDUARDO - Embé? Donna Graziella, niente è gratui­to a questo mondo, nemmeno la misericordia divina! Se la volete, la dovete pagare. Gli antichi facevano i sacrifici di agnelli, di manzi... E noi, oggi, paghiamo le messe. L'importante è l'intenzione buona, l'affetto umano... Lo scopo nobilita i mezzi.

GRAZIELLA - E perché solo io non posso avere affet­to da te?

EDUARDO - Perché siete sposata. A me le donne sposate o nubili, non m'interessano. Sono il pericolo dei pericoli, per il sottoscritto. Donna Graziella, io mi oc­cupo di vedove. Di vedove e basta. Al minimo sgarro, la Ditta crolla. E voi, col vostro modo di agire, mi tenete continuamente sull'orlo della bancarotta! Sa­pete che vi dico? Non è leale!                         

GRAZIELLA (accavallando procacemente le gambe) -Veramente te lo faccio quest'effetto? E allora?...

EDUARDO - Allora niente! Così non possiamo anda­re avanti. Ma che volete sapere! Io, solo da quando ho impiantato la Ditta, conosco un po' di benessere e di pace. Che cosa non ho fatto, prima? Tutti gli im­pieghi, tutti i mestieri, ed erano altrettanti buchi nell'acqua! Si vede che andare per vedove era la mia vo­cazione. Perciò voi perdete il vostro tempo con me! Io sono l'eremita, il monaco cercante della mia professione! Tengo i voti, donna Grazié! Non posso de­flettere!

GRAZIELLA - Ma sei pure un uomo!

EDUARDO - Embé?

GRAZIELLA (sorridendo, femminile) - Embé... Deroga... Defletti...

EDUARDO - Impossibile!

GRAZIELLA - Niente è impossibile!

EDUARDO - Donna Grazie, vogliamo proprio gettare la maschera?

GRAZIELLA - E gettiamola!

EDUARDO - Se c'è una femmina in tutta Napoli, per la quale io, se non fossi chi sono, mi dannerei, questa femmina siete voi, bella lavata e stirata. Va bene? Io, in questo profumo vostro, in questa bellezza vostra, ci vorrei abitare, con l'affitto per trent'anni e la targa sulla porta! E che sono cieco? Scemo? Invali­do? Io, quando sfoglio i rotocalchi, guardo e dico: Eh si! Altro che Sophia Loren! Donna Grazié, voi sie­te le sette meraviglie, ma io sono le sette inadempien­ze! Non ci potete far niente! Ve ne dovete andare. Mi dovete lasciare in pace. E sennò faccio quello che un uomo non dovrebbe mai fare: piglio e ricorro a vostro marito! (Lei lo ascolta beata. Lui, scendendo bru­scamente dalle altezze liriche alle quali Si è innalzato, riprende) A proposito, come sta? L'ho visto un po' sciupato, stamattina. Non mi piaceva il colore della faccia.

GRAZIELLA (accarezzandogli impercettibilmente un a­vambraccio e come sognando) - Fegato. E c'è pure un poco di diabete. Lo curo. Mo' gli devo fare certe inie­zioni... (Bussano. Graziella istintivamente si scosta. Si fa sentire la voce di Don Giacinto)

CAMMAROTA (d. d.) - Si può, Don Eduardo?

EDUARDO - Accomodatevi. La vostra signora è qui. (Graziella si avvicina subito al marito) Avete visto che non vi è successo niente?

CAMMAROTA - Lo dite voi! Ho un senso di peso alla testa...

EDUARDO - E dove là volevate avere? Là sta il cervello, che è la centrale dei sensi di peso. Volete un po' d'aspirina?

CAMMAROTA - No no... grazie. Ma... è una regola... non piglio niente dalle mani di terze persone... (Parla a scatti, nervoso, dimostrando chiaramente dì essere un maniaco) Voi fate il caso che mi venga uno sve­nimento per la strada e uno sconosciuto si avvicini con un bicchierino di cognac. Io glielo sbatto in fac­cia!. Non lo bevo! Muoio, ma non lo bevo!

EDUARDO - Neh, ma perché?

CAMMAROTA - Perché Napoli è piena di gente che me la tira.

GRAZIELLA - La vedete come è fatto? Dice che non si può fidare di nessuno.

EDUARDO (bagnandoci, come si dice a Napoli, il pa­ne) - Ah ah... Nemmeno di voi?

CAMMAROTA - Nemmeno. Scusa, Grazié. Don Eduar­do, io a Graziella voglio bene. Ma che cos'è una moglie? Ci è mamma? Ci è sorella? E’, come si dice, san­gue prestato.

EDUARDO - E ad alto interesse, caro Don Giacinto. Vostra moglie meriterebbe un percento fenomenale!

CAMMAROTA - Lo so... lo so e, anche perché ho lei, mi invidiano... Forse pure voi... nel vostro intimo, qualche considerazione la fate!

GRAZIELLA - Ma che dici, Giacinto! Quello ha ap­pena finito di vantarti per la finezza e l'eleganza tue!

CAMMAROTA - Eh. Vuol dire che pure la finezza e l'eleganza mie, come dici tu, gli danno fastidio, a Don Eduardo! Mi credete? Sono sceso e ho letto negli oc­chi del portiere: "Si è fatto un altro vestito!" Che schifo! Qua si cammina sui chiodi.

EDUARDO - E voi uscite col martello, Don Giaci. Ma che andate pensando! Ve la siete fatta una bella pas­seggiata? Avete constatato che nelle vostre botteghe tutto funziona bene? E mo' andatevi a fare una bella mangiata, vi riposate sulla poltrona dondolo vicino a donna Graziella... e chi è più felice di voi?

CAMMAROTA (inflessibile) - Chiunque, caro Don E­duardo. Chiunque! Buongiorno. Il mondo è pieno di gente che... (Prende la moglie per un braccio e si avvia) Andiamo. (Prima di uscire, Graziella getta an­cora uno sguardo appassionato a Don Eduardo. Ap­pena i Cammarota sono usciti, entra un cameriere con un vassoio, una bottiglia, ecc.)

EDUARDO - E voi chi vi manda?

IL CAMERIERE - La vostra signora.

EDUARDO - Non tengo signore, io!

IL CAMERIERE (interdetto) - Eppure... eccola là... (fa cenno oltre la porta) Quella signora là.

CONCETTA - Eduardo! Eduardino!

EDUARDO (urlando) - Donna Concetta Mele! (Effet­tivamente Donna Concetta si affaccia sulla porta) Che significa, questo?

CONCETTA - Il pensiero di mezzogiorno. L'aperitivo. Vi giova.

EDUARDO (frenandosi) - Ma, insomma!

CONCETTA (suadente) - Bevete... su, bevete...

EDUARDO - Lo bevo se ve ne andate immediata­mente.

CONCETTA - E se poi non lo bevete? Lasciatemi con­trollare e poi me ne vado.

EDUARDO (beve d'un fiato) - Va bene? Via! (Donna Concetta se ne va, tutta sorridente (11 Cameriere è rimasto) E tu che aspetti?

IL CAMERIERE (indicando la bottiglia) - Questa. Do­ve la metto?

EDUARDO - Te la riporti, no?

IL CAMERIERE - E perché? E’ tutta pagata. (Donna Concetta si riaffaccia esprimendo una suprema soddi­sfazione mentre il Cameriere depone la bottiglia e se ne va)

EDUARDO (mettendosi le mani fra i capelli) - Che giornata! Che giornata! (Si sente picchiare al solito modo convenzionale alla porta secondaria)

GENNARO - Don Eduà.

EDUARDO - Che c'è.

GENNARO - C'è la vedova Pagliarulo.

EDUARDO - E che vuole?

GENNARO (comparendo dallo sgabuzzino) - Vi siete scordato che oggi abbiamo la seduta.

EDUARDO (gemendo) - Oh, no... (Si accascia. Nel frattempo Gennaro ha aperto la porticina: entra bam­boleggiando la vedova Pagliarulo, una donna piacen­te, sui 35 anni)

LA PAGLIARULO - Eduardo! Eduardo! Mon ho chiu­so occhio, stanotte... e vi confesso che ho un po' di paura...

EDUARDO (speranzoso) - Allora non ne facciamo niente?

LA PAGLIARULO - Come no! Come no! Sono decisa a tentare. (Ansiosa) Riavrò il mio Pasquale? Credete che verrà?

EDUARDO - E che vi devo dire, bellezza mia? Se non è impedito. Io ci metterò tutto l'impegno. Voi non potete immaginare quello che significa chiamare e ri­cevere uno dall'al di là!... Non c'è facchinaggio, vi giuro, più faticoso! Quelli sono capricciosi, riluttano, si impuntano e pesano... Uh, se pesano! Che ne. dite? Procrastiniamo? differiamo?

LA PAGLIARULO - Oh no!

EDUARDO - E allora... (con altro tono) Gennà, séi pronto? (Esce dallo sgabuzzino il vecchio Gennaro, paludato in una specie di cotta nera,. con lune e sim­boli strani a vivaci colori)

GENNARO - Eccomi qua. (La vedova Pagliarulo e Eduardo si siedono vicini sul divanetto. Gennaro ini­zia l'azione magica tracciando attorno ai due, con un bastoncello, un cerchio emblematico)

GENNARO - Pro tempestate tempestas... Nulli refe­rente scippatus sum!

LA PAGLIARULO - Ma che dice?

EDUARDO - Silenzio!

GENNARO - Concentratevi.

LA PAGLIARULO - Su che mi debbo concentrare?

GENNARO - Su quello che sapete voi!

LA PAGLIARULO - Ma io sto sempre concentrata là..-

GENNARO - Allora moltiplicate gli sforzi!

LA PAGLIARULO (concentrandosi) - Si si... (Eduardo fa la stessa cosa, mentre Gennaro va a chiudere la porta del balcone. Si fa un buio quasi totale. Tornato presso i due, Gennaro continua a fare gesti magnetici e a pronunciare parole prive di senso)

GENNARO - Conceptus abstractus parvicula ingros­sandi... (E d'improvviso a Eduardo) Oculi! Oculi! (Don Eduardo fissa Gennaro che gli scarica negli occhi il suo fluido. Ogni volta Eduardo ha un sussulto. La ve­dova osserva spasmodicamente tesa)

EDUARDO (con voce cavernosa che dovrebbe risuona­re ai limiti dell'Universo) - Pagliarulo! Pasquale Pa­gliarulo! Pasquale Pagliarulo fu... (E a bassa voce alla vedova) Come si chiamava vostro suocero?

LA PAGLIARULO (in un soffio) - Nicola...

GENNARO - .. fu Nicola! (Alla Pagliarulo) Nato a?

LA PAGLIARULO - Bari.

GENNARO - Nato a Bari. Presentati! Vieni! Sistemati nella persona vivente di Don Eduardo nostro! Pa­squale Pagliarulo! Non puoi sfuggire! Presentati! (E­duardo ha un sussulto più forte degli altri)

LA PAGLIARULO - Che fa? Arriva? Si presenta?

EDUARDO (tastandosi un piede come se lo spirito aves­se scelto quella via d'ingresso) - Mi pare di si...

GENNARO - Don Pasquale, non ci mancare! Sono due anni e mezzo che non vedi la signora tua! Fatti onore!

EDUARDO (fra sé) – E’ una parola! (E si fa scorrere le mani sul corpo come se accompagnasse l'entrata completa dello spirito: egli dà insomma l'impressione di chi infila la mano in un guanto. A un certo punto ha un ultimo poderoso contorcimento, si volta verso la vedova con gli occhi sbarrati e, come chi rivede una persona cara sbarcando da un transatlantico, gri­da con forte accento pugliese) Filumena! Filumena mia!

LA PAGLIARULO (al colmo della gioia) - Pasquale! (Nello stesso momento Gennaro preme il bottone che aziona il letto. La vedova Pa­gliarulo, che evidentemente ignorava l'esistenza del meccanismo e del giaciglio, emette un grido di paura e di gioia. Gennaro si allontana dondolando, dopo aver sogguardato i due, prossimi a cadere di peso sul letto,          mentre cala rapidamente il sipario)

ATTO SECONDO

Gennaro sta spruzzando il flit negli armadi. Bussa­no alla porta principale. E’ un fattorino con un mazzo di rose fresche. Gennaro le prende e fa cenno al ra­gazzo di aspettare. Traversa la scena e va nello sga­buzzino. La vedova Mele, che evidentemente aspettava l'occasione della porta aperta, si introduce lestamente nell'armadio, nascondendosi in mezzo ai vesti­ti. Gennaro torna, dà una mancia al fattorino, richiu­de la porta, torna all'armadio, sflitta abbondantemen­te, lo richiude. Poi si inginocchia in mezzo alla stanza e comincia a rivolgere, con la fronte a terra, invoca­zioni a Visnù. Di li a un momento la porta si apre ed entra Cuviello, che porta una grossa valigia. Rispetto al I atto, il giovane è sufficientemente rimpannuccia­to, sbarbato e nutrito. Lo spettacolo del vecchio in preghiere, lo rende muto dalla meraviglia

GENNARO - Allah è grande e Maometto è il suo profeta (Subito dopo cambia atteggiamento e recita) Pa­ter noster, qui es in coelis...

CUVIELLO (esplodendo) - Neh, Don Gennaro, ma che state facendo?

GENNARO - E non lo vedi? Le mie orazioni del mat­tino.

CUVIELLO - Ma voi a quale religione appartenete, di preciso?  Me lo domandi? Sono cattolico apostoli­co romano.

CUVIELLO - E vi rivolgete a Visnù e a Maometto?

GENNARO - Figlio mio, che vuoi capire? Abbiamo nel mondo 380 milioni di confucisti e 260 milioni di induisti. Per me quelli sbagliano, ma non si sa mai. Se tanta gente ha una convinzione, da qualcosa deve essere nata. Come si dice? Voce di popolo, voce di Dio. E quelli popoli sono. Dunque io, ferma restando la mia convinzione di cristiano, nell'eventualità di trovarmi poi di fronte a una situazione diversa, met­to le mani avanti. Così, da qualunque parte mi volto, sono a posto con la salvazione.

CUVIELLO - Ah. E se avessero ragione i pellirosse?

GENNARO - È un popolo inferiore. Io non mi confondo con certa gente. Be', che hai portato?

CUVIELLO - Abbiamo il presepio artistico della ve­dova Lignamma, e la dentiera del defunto marito tutta legata in oro. Poi Don Guglielmo Frustaci mi ha restituito le scarpe che gli vendeste ieri, dicendo che esternamente sono belle, ma che l'interno lascia a de­siderare.

GENNARO (esaminando le scarpe) - E che hanno?

CUVIELLO - Dice: Ma chi le ha portate queste ma­ledette scarpe? Quello, per me, teneva due piedi sini­stri.

GENNARO - Forse ha ragione. Ricordo che Don An­tonio Cuomo aveva effettivamente una camminata un po' viziosa. Ma non importa. Due scarpe sinistre? Le venderemo presto o tardi a due mutilati della gamba destra.

CUVIELLO - È una parola!

GENNARO - Ci puoi giurare. A Napoli, non si perde niente. Per ogni cosa viene il momento suo. Napoli è la fabbrica delle circostanze. Ti ricordi come puzzava donna Rosa Sgueglia? Be', trovò quel ciabattino senza naso, e mo' sono contenti e felici.

CUVIELLO - Veramente?

GENNARO - Be', non divaghiamo, che novità porti?

CUVIELLO - Una sola, ma grossa. È un fenomeno, Don Gennà. Si chiama Felicita Quaquiglia.

GENNARO - Quaquiglia?

CUVIELLO - Quaquiglia. Pensate a una femmina sui trenta, bella formosa, però onesta e fino a ieri sfagiolatissima, una pezzente. Avete pensato?

GENNARO - Fatto.

CUVIELLO - E adesso pensate a un parente ameri­cano ignoto che lascia a Raimondo Quaquiglia trecen­to milioni, diconsi trecento. Avete pensato?

GENNARO - Fatto.

CUVIELLO - E adesso pensate al notaio che va a comunicare la notizia ai Quaquiglia. Dico, vuoi avere un po' di riguardo? Fare la cifra piano piano, a on­date successive? No. Quello piglia e la spara così com'è. Don Raimondo zompa come un grillo e quan­do torna a terra è stecchito. È stecchito, ma ride, ah ah ah. Don Gennà, quello sta ridendo ancora. Non hanno potuto più raddrizzargli le mascelle. Ride e continua a ridere. Il prete non sapeva in che maniera dargli la benedizione. Come - dice - uno mi ride in faccia e io lo devo pure benedire?

GENNARO - E la vedova Quaquiglia piange?

CUVIELLO - No, ride! Vorrebbe piangere e non ce la fa. Ride. Inzuppata di lacrime, quella non fa che ridere. Vi giuro, è uno spettacolo!

GENNARO - Gesù! Gesù!

CUVIELLO - Ma dove sta Don Eduardo? Qua biso­gna muoversi.

GENNARO - Eh, Don Eduardo per il momento, non è disponibile...

CUVIELLO - Dov'è andato? (Gennaro, col pollice, in­dica appartamento vicino) Madama si è decisa?

GENNARO - Si. Un'ora fa. Eh, la signora Cammarota è una donna rara. Quando morì il marito, disse: Io mo' mi chiudo per tre mesi in lutto stretto. Be', e per tre mesi non si è vista e non si è sentita. Ogni "devota­mente" telefonico di Don Eduardo, lasciava il tempo che trovava.

CUVIELLO - Ma, secondo voi, quella ci ha patito ve­ramente?

GENNARO - Vallo a sapere. Il cuore della donna è un baratro senza fondo.

CUVIELLO - Dite?

GENNARO - Non io. Chateaubriand.

CUVIELLO - Ma di che mori, Don Giacinto?

GENNARO - Avvelenamento del sangue. Sai com'è...

CUVIELLO - Funghi?

GENNARO - Perché no? I microbi sono funghi invi­sibili... E noi, a questi microbi, gli dovremmo fare un monumento! Sai quante vedove ci hanno regalato!

CUVIELLO - Poverette, però... Perdono i mariti e trovano la Ditta Palumbo! (Don Eduardo è entrato in tempo per sentire queste parole)

EDUARDO - Neh, Cuviello, come sarebbe poverette? Tu non sai quello che dici. Gesù, la vedova! Ma vi rendete conto? La vedova è una razza nella razza. Si ha l'impressione che la natura non lavori che per le vedove. Sapete che vi dico? La vedova è l'ape regi­na delle creature. Muoiono, le vedove? Io non ci credo. L'America, il più potente Stato del mondo, a chi appartiene? Ai trust? Alle Banche? Alla Ford? No. Alle vedove. E donna Graziella Cammarota, in questo momento, è l'America mia! (Si frega le ma­ni e piroetta) Su, sbrighiamoci. Gennaro va' di là, e, dicendo a donna Graziella: "Ma Don Eduardo non accetta!" piglia tutto quello che ti dà. Uh mam­ma, i vestiti di Cammarota! Le massime stoffe in­glesi! Lana più lana! (Gennaro si avvia) Quella vuole svecchiare tutto. Dice: "Aria! Aria!"

CUVIELLO - Ma come l'avete trovata? Si è sciupa­ta assai?

EDUARDO (in estasi) - Lei? Sciupata? Ma che dici, Cuvié, che dici?... Graziella ci ha guadagnato! Le sue forme, che prima balbettavano, adesso fanno un ragionamento, completo, irresistibile. Quella poveret­ta, la sola presenza del fu Don Giacinto, la mortifi­cava, la metteva in ombra... Oggi come oggi, è tutta un'altra cosa... (Breve pausa)

CUVIELLO (molto interessato) - Voi che dite?

EDUARDO (infervorato) - Tu figurati... Arrivo e la trovo ancora col vestito nero. Fa, dice: "Eduardo, questo è il mio ultimo minuto di cordoglio. Se per­metti, vado a cambiarmi.”"Prego, prego..." Mi accendo una sigaretta e aspetto. Dopo un po', compare e dice:"Che te ne pare di questa camicetta rosa tea?" E sotto aveva ancora la gonna scura. Fa: "E mo' aspet­ta un momento." Sparisce e torna con una vestaglia verdolina... trasparentissima... Cuvié, tu l'hai visto mai qualche spogliarello? Be', l'effetto era lo stesso, anzi di più...

CUVIELLO (con la gola secca) - E poi? E poi?

EDUARDO (accigliandosi) - Ma a te che te ne im­porta? Tu che c'entri?

CUVIELLO - Niente, Don Eduà... Non formalizza­tevi, io mi interesso della questione solo come di­pendente vostro. (Entra Gennaro, carico di abiti e reggendo una cappelliera)

GENNARO - Piglia qua, Cuvié, che io faccio un al­tro viaggio. (Cuviello aiuta Gennaro che subito se ne va, mentre Eduardo apre l'armadio e fa spazio. Co­minciano ad appenderli alle grucce e via.  Eduardo li considera)

EDUARDO - Che magnificenza! Fodere di seta! Bot­toni e asole d'autore! (Poi, aprendo la cappelliera e tirando fuori una diafana sottoveste femminile) Uh,e qua c'è un errore!...

CUVIELLO (con un reggipetto in mano) - Direi... (Gennaro ricompare con un altro carico)

GENNARO - No no... Donna Graziella vuole disfarsi anche della sua roba vecchia.

EDUARDO - Gesù, e qui apriamo pure un reparto femminile?... (La vedova Mele appare in questo mo­mento in mezzo ai vestiti, come un fantasma)

CONCETTA - Lo vedete, Don Eduardo, che la mia presenza è necessaria?

EDUARDO (arretrando) - Néh ma questa da dove è uscita? Chi l'ha introdotta qua?

CONCETTA - Nessuno mi ha introdotta. Lasciate fa­re a me. (Strappandogli la sottoveste dalle mani) Io questa roba ve la colloco in cinque minuti! (Strappa il reggipetto a Cuviello, rimette gli indumenti nella cappelliera) Mo' torno!... (Ed esce in fretta)

EDUARDO - Questa femmina è il diavolo! Chi mi libera di lei?

CUVIELLO - Ma che vuole?

EDUARDO - Niente. Questo è il bello. Non vuole niente. Una che vuole qualcosa, tu gliela neghi e quella se ne va. Ma con una che non vuole niente, che fai?

GENNARO (a Cuviello) - Gliel'hai detto a Don E­duardo dei trecento milioni?

EDUARDO (trasalendo) - Trecento milioni!?

CUVIELLO (dandosi un colpo in fronte) - Ah, Don Eduardo! Mi stavo scordando il meglio! Abbiamo una vedova del valore dichiarato di trecento mi­lioni!

EDUARDO - Come si chiama?

CUVIELLO - Quaquiglia.

EDUARDO - Vico Terzo Alabardieri, 50?

CUVIELLO - Si. Come lo sapete?

EDUARDO - Guagliò, tu devi ancora crescere. Non hai appurato che quella, vivente il marito, aveva tre relazioni, diconsi tre. Deve rimanere vedova di mez­za Napoli, prima di arrivare alla Ditta Palumbo!

CUVIELLO - Gesù, mi dispiace...

EDUARDO - Va'. Va' dal marmista per quell'epigra­fe. Digli che è un ignorante. Ha inciso desolazione con una sola zeta.

CUVIELLO - Perché? Quante ce ne vogliono?

EDUARDO - Due. Una per la desolazione vera e propria, e una per volontà della famiglia.

CUVIELLO - Sissignore, vado subito. Comandi (Esce)

EDUARDO (a Gennaro) - Le rose, le hai comprate?

GENNARO - Sì. Stanno di là...

EDUARDO - Pigliale. (Mentre Gennaro va, Eduardo si dà un colpo di spazzola ai capelli, si aggiusta la cravatta. Gennaro torna con le rose. Eduardo si av­via prillando e dice) Vado a riprendere il mio lavoro! Devotamente... (Esce. Bussano alla porta secondaria. Gennaro apre: è la vedova Pagliarulo. La donna si è tolta i residui di lutto che aveva nella scena della "seduta spiritica", e risulta   oramai,provocante e giovanile in un vistoso abito a fiori)

GENNARO (freddo) - Desiderate.

LA PAGLIARULO (a bassa voce, ma con tono di com­plicità) - Vorrei Don Eduardo...

GENNARO - Se mi consentite un parere, signora Pa­gliarulo, questo non è il giorno. Avevate forse appun­tamento?

LA PAGLIARULO - No... Fra me e Eduardo... E che è Frugoni? Passavo di qua e sono salita...

GENNARO - E non lo dovevate fare. Don Eduardo ha una giornata complessa... intensa... Quello è un uomo d'affari...

LA PÀGLTARULO - Ma insomma che c'è? Dov'è an­dato?

GENNARO - Sta qui vicino, alla porta a fianco, da una fresca vedova.

LA PAGLIARULO - Vedova? Fresca? Di data o di persona?

­GENNARO - L'una e l'altra.

LA PAGLIARULO - Ah! (Battendo il piedino a terra) Chiamatelo!

GENNARO - Non posso. E occupato.

LA PAGLIARULO - Avete detto che sta qua a fianco? Ci vado personalmente.

GENNARO - No no. Lo chiamo. (Va al balconcello) Don Eduardo! Don Eduardo!

VOCE DI EDUARDO - Che c'è, Gennà?

GENNARO - Venite un momento? C'è un fornitore...

VOCE DI EDUARDO - Digli di passare più tardi. Domani...

GENNARO (impacciato, imbrogliandosi) - E quel... Pagliarulo... sapete?

VOCE DI EDUARDO - Ah... ah... Ho capito. E allora vengo.

GENNARO (tornando verso la Pagliarulo che ha una espressione di trionfo) - Accomodatevi.

LA PAGLIARULO (si siede e subito assume una posi­zione involontariamente voluttuosa; si ritocca le lab­bra, si dà un colpo di pettine e d'un tratto, accor­gendosi di Gennaro) Non mi guardate così: Don Gennaro... Francamente, ho quasi paura di voi... Chi sa che mi potreste fare!

GENNARO - Io? A voi? Alla mia età?

LA PAGUARULO (con una risatella isterica) - Eh ma... per interposta persona! (Ride; poi, cambiando tono) Ditemi una cosa. Voi leggete anche nel pen­siero?

GENNARO - Si capisce.

LA PAGLIARULO - Nel mio che ci leggete?

GENNARO - Che pensate sempre alla stessa cosa.

LA PAGLIARULO – Uh, mi fate arrossire! (Entra Eduardo che, subito sorridente, va a baciare la mano alla Pagliarulo)

EDUARDO – Devotamente, donna Filumena... Però... non mi dovete monopolizzare...

LA PAGLIARULO - Io?

EDUARDO - Voi sapete che io... la mia devozione... la distribuisco con rigorosa imparzialità.

LA PAGLIARULO - Ma Eduardo... non ci davamo del tu?

EDUARDO - Occasionalmente. Non in nome mio suc­cedeva questo... Nulla è dovuto al fattorino per il recapito.

LA PAGLIARULO (vezzosa) - Ma... non potete esservi scordato di tutto!

EDUARDO – Si, invece. Mi sono scordato di tutto. Quella è stata una bella nuvola di passaggio. Il me­rito va esclusivamente alla buonanima...

LA PAGLLARULO - Dite seriamente? E va bene. Ma può sempre ripassare...

EDUARDO - Chi?

LA PAGLIARULO - La nuvola. Voi... interessatevi... (E improvvisamente emozionandosi) Eduardo, è inu­tile che sto a mentire con voi! A me, quella seduta spiritica, non mi esce più dalla testa e dalle vene! E un supplizio! Perciò mi dovete assolutamente aiu­tare!...

EDUARDO (preoccupato) - In che modo?

LA PAGLIARULO - Noi, la seduta, la dobbiamo fare almeno due volte alla settimana!

EDUARDO (con un sobbalzo) - Che avete detto? Noo! Siete pazza! Eravamo d'accordo: una tantum... E poi... poi... non sono patti che possiamo stipulare noi! Dipende da Don Pasquale! E Don Pasquale che non è in grado!... Quelli sono permessi che si otten­gono una volta ogni tre o quattro...

LA PAGLMRULO -. ... settimane?

EDUARDO - Anni!...

LA PAGLMRULO (inasprita) - Ah si, eh? Non parla­vate cosi tre mesi fa, quando vi pagai tutti quei debiti di giuoco!

EDUARDO - E che c'entra? (Riprendendosi subito) Devotamente... che rapporto c'è?

LA PAGLIARULO (col tono di una fredda contraente)-Eduardo, fatela finita! Cosi ingenua mi credete?

EDUARDO - Come sarebbe?

LA PACLIARULO – Io, in tutta quella messa in sce­na, non ci sono caduta!

EDUARDO (impressionato) - Eravate... lucida?

LA PAGLIARULO - Lucidissima.

EDUARDO - Non credete alla materializzazione? Agli apporti? All'ectoplasma?

LA PAGLIARULO - No.

EDUARDO - Non era Don Pasquale, secondo voi, che agiva nella mia persona?

LA PAGLIARULO - Niente affatto.

EDUARDO - E perché?

LA PAGLIARULO - Perché Don Pasquale in quelle cose non valeva un bottone.

EDUARDO (suo malgrado compiaciuto) - Può darsi... Ma... devotamente... vi faccio notare... punto primo, che Don Pasquale non vi vedeva da molto tempo... Punto secondo, nell'altra vita si sarà rinforzato. Noi che ne possiamo sapere? (Bussano in modo conven­zionale alla porta secondaria. Eduardo sussulta e fa cenno a Gennaro, che è subito comparso all'uscio del­lo sgabuzzino, di andare a vedere)

LA PAGLLARULO - Finitela! Don Eduardo, la verità è che io mi sono innamorata di voi! (Accostandoglisi pericolosamente) Ma non ti ricordi?... (Gennaro, il quale sul vano della porta impedisce l'ingresso alla persona che ha bussato, fa cenni a Don Eduardo)

EDUARDO (che ha capito, si alza) - Donna Filumé, ve ne dovete andare subito. Si tratta di una impor­tante questione d'ufficio. Riservatissima.

LA PAGLIARULO - Io non mi muovo.

EDUARDO (imbarazzatissimo) - E allora... devotamente... aspettate un momentino solo qua dentro... (La introduce nello sgabuzzino di Gennaro, che chiu­de a chiave dall'esterno. Entra la vedova Sorrentino)

LA SORRENTINO (tendendo gli entrambe le mani) -Eduardo! Don Eduardo!

EDUARDO (baciandole le mani, chiede con molta de­ferenza) - Devotamente... Come mai da queste parti, donna Adalgi?

LA SORRENTINO (rabbuiandosi) - Ma Eduardo!... Che state dicendo?

EDUARDO - Che è successo?

LA SORRENTINO - Eduardo caro!... Non è martedì sei ottobre?

EDUARDO - Mi pare di si... Gennà, è il 6 ottobre?

GENNARO – Si, Don Eduà.

EDUARDO - E allora, donna Adalgi?

LA SORRENTINO - Non era fissata per oggi... (Esitando) quella riunione?...

EDUARDO - Ma quale riunione?

LA SORRENTINO - Si, insomma... me l'avete fatta sospirare tre mesi... rimanda oggi... rimanda domani..,

EDUARDO - Spiegatevi una buona volta.

LA SORRENTINO - La... seduta spiritica.

EDUARDO (disperato) - Ah no! No e poi no! (Poi, riprendendosi, con l'abituale flessibilità) Dobbiamo. procrastinare...

LA SORRENTINO - Ancora? E perché?

EDUARDO (sulle spine) - Perché...

GENNARO (intervenendo)- Ragioni superiori. In in­certitude, melius procrastinandum...

LA SORRENTINO (dura) - E la causa?

GENNARO (allargando le braccia) - Non mi sento in forma.

LA SORRENTINO - Ma voi che c'entrate. E lui che deve sentirsi in forma!

EDUARDO - Lui chi?

LA SORRENTINO - Il mio povero Cesare.

GENNARO - E difatti... Ho dato il preavviso, ma non ho ricevuto conferma... Ci deve essere qualche ostacolo... (Si sente un tonfo dall'interno dello sga­buzzino)

VOCE DELLA PAGLIARULO - Aprite!... Volete aprire?! (La Sorrentino sì volta e guarda interrogativamente Eduardo e Gennaro, ma i due sono di pietra. La don­na allora si alza vivacemente e va decisa verso lo stanzino. Eduardo le si para davanti, dicendo:)

EDUARDO - No!

LA SORRENTINO - Lasciatemi passare!

EDUARDO - Nei panni vostri non lo farei!

LA SORRENTINO - Lasciatemi passare, vi ho detto! (Eduardo tenta, insieme a Gennaro, di afferrarla, ma la Sorrentino sfugge dalle loro mani e si precipita sul­la porta. Con un cenno d'intesa, Eduardo e Gennaro si dileguano per l’uscio principale)

LA SORRENTINO (alla Pagliarulo, comparsa sulla so­glia dello sgabuzzino) - Che fate voi qua?

LA PAGLIARULO - I bagni del sole. E voi?

LA SORRENTINO - Permettete? Sono la vedova Sor­rentino. Con chi ho il piacere?

LA PAGLIARULO - Vedova Pagliarulo. Da quanto tem­po conoscete Eduardo?

LA SORRENTINO - Da un anno.

LA PAGLIARULO - E io da tre. Mi pare che basti, no?

LA SORRENTINO - Che significano le date?

LA PAGLIARULO – Significano, cara vedova Sorren­tino! Io vi ho sentita parlare con Eduardo, poco fa...

LA SORRENTINO – Ah, fate la spia?

LA PAGLIARULO - Vi ho sentito involontariamente. E mi sono fatta le croci. Ma come? Voi conoscete Eduardo solo da un anno e vi permettete già di sol­lecitare sedute spiritiche. Ué! A me, che sono io! (Si gonfia) Eduardo me l'ha fatta sospirare tre anni, la seduta! E voi ve ne venite qua, fresca fresca!... Ma fatemi il favore!

LA SORRENTINO - Che tono assumete? Ognuno sa i fatti suoi! (Le due donne stanno per venire alle ma­ni, quando sul balconcello appare un uomo sulla cin­quantina, massiccio, vigoroso, che indossa un camice bianco di macellaio, e impugna un revolver. Le due donne impietriscono)

CARMELO - Ah, ah, qua vi trovo!...

LA SORRENTINO - Don Carmelo!

CARMELO   do la rivoltella sulle due donne)-Si! Sono io!

LA SORRENTINO -    Che volete da me? Siete sce­mo

CARMELO - Avete indovinato! Sono scemo! Perché…quando si dice si' tienelo a mente! ...n'un s'ha da fa' suffri 'nu core amante!      

LA SORRENTINO - Io vi ho detto si?

CARMELO -  Certo!

LA SORRENTINO - Io compro solo la carne, da voi! 

CARMELO - E intanto mi fate vedere la vostra! io esco pazzo ! Esco pazzo! Vi appoggiate al banco, la camicetta si allenta un po' e mi fate dannare!    ...

LA SORRENTINO - Ma come vi permettete? Io non vi voglio, Don Carmelo! Non ve l'ho detto chiaro e tondo quando m'avete fatto la proposta? Rassegnatevi!

CARMELO - Per vedervi finire nelle mani di una carogna e di una mignatta della forza di Don Eduardo Palumbo? Ah, se è così, io vi levo dal mondo! (Le due donne gridano spaventate. Carmelo punta la rivoltella su di loro e Le malcapitate istintivamente arretrano fino a trovarsi alla porta dello sgabuzzino) Lasciate fare a me! (Le sospinge nello stanzino. Chiude l'uscio a chiave) Io qua l'aspetto! Non cercate di avvertirlo con qualche strillo, se no sparo anche nella porta! Io qua i aspetto! (Mette la chiave in tasca; poi, con calma, va a sedersi in poltrona, incrocia le gambe, giocherellando con la pistola come un cow-boy. Aspetta)

VOCE DI EDUARDO - Gentili signore?…  Siete ancoraqui? No? Meno male... (Eduardo entra sorridendo e piroettando, ma rimane bloccato dalla pistola puntata. Accenna un rapido voltafaccia per darsi alla fuga, ma la voce di Carmelo lo immobilizza)

CARMELO - Mezzo passo e ti fulmino! Vieni qua. (Eduardo, che è diventato improvvisamente vuoto e floscio come una marionetta senza fili, si avvicina a Carmelo rinculando, senza nemmeno voltarsi)                        

CARMELO - Voltati!

 EDUARDO - No. E meglio che non vedo.       

CARMELO - Hai finito di campare

EDUARDO (segnandosi) - Vergine santissima dell'Addolorata! E per quali motivi?- 

CARMELO (lo piglia per un gomito e lo volta come si volta un oggetto) - Motivo primo: mi sei antipaco come persona. Motivo secondo: la tua professione mi fa schifo!

EDUARDO (accennando una vaga ripresa) - Rispettosamente... la vostra è più pulita?

CARMELO - Non c'è paragone!

EDUARDO - Eppure... (ridacchia tremando) In un certo senso... fatte le debite proporzioni.... voi...               

CARMELO - Io nutro la gente tu la spogli e l'affami. (Pausa) Conosci la vedova Sorrentino?

EDUARDO - Ho quest'onore.

CARMELO - Da oggi non la conosci più.          

EDUARDO (allargando le braccia) - Va bene.           

CARMELO (minacciandolo) - Anzi, non l'hai mai conosciuta!

EDUARDO - E chi. l'ha mai vista?

CARMELO - A chi appartiene la vedova Sorrentino?

EDUARDO – A voi.Dal principio alla fine. Basta così?

CARMELO –No. Non basta. Devi scontare tutte le pene che mi hai fatto soffrire! (lo guarda feroce)Balla!

EDUARDO – Devo ballare?

CARMELO – (minacciandolo con la rivoltella)Ti ho detto di ballare! (Eduardo accenna qualche passo) No. Non così! A piedi nudi!

EDUARDO (si sfila le scarpe) - Cha-cha-cha?

CARMELO (duro) - Mambo! (Eduardo balla mentre Carmelo fischietta un'aria, battendo il témpo con la rivoltella. Eduardo, danzando cerca di raggiungere la  porta)

CARMELO - Un passo ancora e ti fulmino! (Eduardo riprende a volteggiare). Canta! (Eduardo. Subito, con voce tremante, accenna: “Io sono un uomo vivo!”)

CARMELO – No, non mi piace. Voglio una cosa allegra! (Eduardo obbedisce e canta alcune strofette di“24.000 baci")

CARMELO (ride) - Pagliaccio! Buffone! (E subito, raddoppiando di ferocia) Baciami le scarpe!.

EDUARDO - Come? Che devo fare?

CARMELO - Devi baciarmi le scarpe!

EDUARDO (protesta piagnucoloso) - No! Le scarpe no! Non è igienico!

CARMELO (afferrandolo e facendogli sentire la canna della pistola sulle costole) - Voglio che le baci co­me se fossero due figlie tue che partono per l'estero!E mettici passione!

EDUARDO (cominciando a inginocchiarsi, con enorme disgusto) - Si si... Ora ci provo CARMELO - Chiamale: figlie mie belle!...

EDUARDO (in ginocchio) - Figlie mie belle!... (Sta per baciare le scarpe di Carmelo, quando appare sul­la porta la vedova Mele)

CONCETTA (sbalordita) - Don Eduardo! Ma che state facendo?

EDUARDO (sempre in ginocchio) - Aiuto! Correte!E’ pazzo! (La vedova Mele, per nulla turbata dalla pistola, si precipita avanti mettendosi fra i due)

CONCETTA - Ma chi è? Che vuole questo?

EDUARDO - E chi lo sa!... Dice che io non conosco la vedova Sorrentino... Mi fa ballare e cantare... Af­ferma che le sue scarpe mi sono figlie e che stanno partendo per il Venezuela... (Urlando rinfrancato) E’ pazzo! È pazzo! (Carmelo tenta di afferrare Eduardo, ma la vedova Mele gli molla due ceffoni e lo spinge verso la porta)

CONCETTA - Esci! Fuori di qui! Vattene! Quanto sei brutto! Scimpanzé!

CARMELO - Va bene... Va bene... Sospendiamo... Ma io qua torno.

CONCETTA - E qua mi trovi! (Gli dà un ultimo schiaffo. Carmelo fugge. Donna Concetta, gongolante, chiude la porta, torna Premurosa verso Eduardo che è accasciato sulla poltrona e si sta asciugando col fazzoletto il copioso sudore freddo di cui è irrorato)

CONCETTA (sedendoglisi accanto, gli toglie il fazzo­letto di mano, lo finisce di asciugare, lo accarezza) Calmatevi... calmatevi... Mo' vi faccio le pezze fredde sulla fronte... Ci sta un po' d'aceto?

 EDUARDO - No no... non v'incomodate... Grazie. Sie­te stata molto buona. (Si rimette le scarpe) Gesù, che professione! Che professione! Fra previsti e im­previsti, io non mi reggo più in piedi!

CONCETTA (speranzosa) - E meno male che l'ave­te capito. La vostra non è più un'età...

EDUARDO - Come sarebbe? Guarda chi parla! (La osserva come se solo adesso la riconoscesse) Chi vi ha chiamato? Ma voi uscite dal pavimento, dal sof­fitto, dai muri! Ma che tenete i poteri magici?

CONCETTA – No, no.... (umile) Tengo i soldi di quella roba che ho venduta per voi... Ecco... Sono quat­tromila...

EDUARDO (rabbonito, mette il denaro in tasca) - Parola d'onore,. voi. siete il mistero dei misteri !Più vi caccio, e più tornate. E’ vero che nella guerra d'amor  vince chi fugge, ma.. l'amore, fra voi e me,dove sta?

CONCETTA (riflessiva) - Don Eduardo.... una non vuole bene per contraccambio. Vuole bene e  basta. Se il contraccambio c’è, tanto meglio. Se non c’è…  ce lo mette lei… se lo figura…

EDUARDO – Donna Concetta… un affetto senza… un obiettivo… mi capite? … è come un carretto senza ruote…

CONCETTA – Embé? Non ce ne stanno carretti sen­za ruote? Io e le compagne mie, quando eravamo bambine, proprio su un carretto senza ruote, ci diver­tivamo. Don Eduà! Ne abbiamo fatti di viaggi là sopra. Siamo andate in capo al mondo!

EDUARDO (tagliando corto ) - Va bé... va bé... Lo sapete che farei, nei panni vostri? Adotterei un bam­bino.

CONCETTA - E se poi, crescendo, non somiglia  a voi? (Colpi battuti alla porta  dello sgabuzzino)

EDUARDO - Ma chi c!è nello stanzino? (Si appressa allo sgabuzzino, seguito dalla vedova Mele) Chi va là?

VOCE DELLA SORRENTINO - Siam chiuse dentro!

 EDUARDO - Siamo chi?

VOCE DELLA SORRENTINO - Io, e questa tale... questa Pagliarulo...

EDUARDO – Gentili signore… Vi apro subito… devotamente…   La chiave? Dove sta la chiave?

 VOCE DELLA  PAGLIARULO- L'ha presa Don Carmelo il macellaio, innamorato di questa tale... questa Sorrentino!...          

EDUARDO – Bé, che aspettate? Chiamatelo! Donna Si Concetta, andateci voi, per favore...

CONCETTA (avviandosi) -     subito... (Si dilegua   dalla porta secondaria)

EDUARDO (alla porta dello sgabuzzino) - Gentili signore... vi prego di pazientare...Sarà questione di poco... Del resto è una felice combinazione. Io mi dicevo sempre: chissà quando le potrò presentare la signora Pagliarulo e la signora Sorrentino? Ed ecco qua... e successo... Rompete il ghiaccio, familiarizzate... Li ci sono i liquori, le bibite... servitevi... servitevi pure... (Bussano alla porta principale. Eduardo va ad aprire: è Graziella. Con un inchino spagnolesco) Voi, donna Graziella! Favorite! Favorite! Accomodatevi! (Guarda verso lo sgabuzzino) Cinque per minuti voi li ho sempre. (Siedono sul divanetto)

GRAZIELLA - Grazie, caro professore

EDUARDO - Cosa? Come? Professore io? (Ridacchia).        E di che?

GRAZIELLA - Di belle maniere. Non vi ho ancora      ringraziato delle magnifiche rose. Vogliamo riprendere quel discorso che avevamo cominciato?

 EDUARDO - Si... volentieri... Vi stavo dicendo...

 GRAZIELLA - No... Ero io che stavo per dire a te..   Eduardo, me lo dai un bacio?.

EDUARDO (confuso) - Bacio? Ma allora, Donna Graziella non ci siamo capiti... Questo bacio è impossibile! 

GRAZIELLA - E perché?

EDUARDO - E si domanda? Io, prima, dovevo rispettarvi perché eravate maritata. Oggi, vi devo rispettare a maggior ragione perché siete vedova. 

GRAZIELLA - Ma io ti voglio! Chi domanda rispetto? Non volevo essere rispettata ieri e non voglio essere rispettata oggi! Su, muoviti, mancami di rispetto!

EDUARDO (scostandosi) - No, no, no... Io invece vi debbo rispettare con tutte le mie forze. Io vi debbo ispirare la finezza, la dignità, l'orgoglio della vedovanza! Voi, se seguite i miei consigli, verrà un momento che direte: “Sono la vedova Cammarota" come  si dice "Sono Miss Europa."           

 GRAZIELLA - Ma Eduardo!

EDUARDO - Lasciate fare a me! So io come si arriva a questa elevazione. Voi adesso ve ne andate di là a concentrarvi. Poi fate una leggera cena... io vi tengo compagnia e parliamo nostalgicamente del povero Giacinto e pianteremo l'alberello della fedeltà nel giardinetto del ricordo. Dando tempo al tempo, poi, Don Giacinto diventerà, nel nostro cuore, più vivo di prima.

GRAZIELLA (che è andata ascoltando con crescente stupore, lo abbranca e lo scuote come si fa con uno che vaneggi) - Tu sei pazzo! La fedeltà? Il ricordo?    L'alberello? E la gioventù mia? Dove la metti?

EDUARDO - La fronteggeremo... (Sbirciando le forme procaci di Graziella) Qualche seduta spiritica ogni tanto... Diciamo anche una volta alla settimana...(Ride, gongola)

GRAZIELLA - E smettila! Ma che ti credi che sonouna delle tue stupide clienti!           

EDUARDO (mettendole una mano sulla bocca e gettando una rapida occhiata verso lo sgabuzzino) Sst!Sst! Hai ragione. Due volte alla settimana. (La guarda) Forse anchetre!... Eh? Che ne dici?          ____

GRAZIELLA - Non è questione di numero! E’ questione di qualità!          

EDUARDO - Eh bé, là non c'è niente da fare! E allora, che proponi?         

GRAZIELLA - Voglio l'esclusiva.           

EDUARDO - L'esclusiva... come?           

GRAZIELLA - Quella totale, senza sgarri.        

EDUARDO - Mi dispiace, donna Graziella... onoratissimo... ma, per le note ragioni, non la potete avere.           

GRAZIELLA - Quanto sei bambino! Non ti si darebbero quindici anni! (Gli accarezza l'avambraccio nudo) Lasciati guidare da Graziella tua... Non ti ostinare... Ecco... così... piano piano... abbandonati, rilassati…(Eduardo si smuove sul divanetto fanciullescamente, per esprimere diniego. Graziella gli ha preso una mano e se la fa scorrere sapientemente sulla gamba. Ciò produce un indubbio effetto su Eduardo, che pencola verso di lei, incantato, calamitato. Graziella piglia l’altra mano di lui e se la passa attorno alla vita, ottenendo un mezzo abbraccio)

EDUARDO (Sbattendo le ciglia) Non capisco… non capisco più niente…

GRAZIELLA – E’ questo che devi fare… Non Capire più niente… Deraglia Eduà… Deraglia… Esci dai binari… Baciami! (Lungo ed arroventato bacio. Si staccano, ansanti. Eduardo, assetatissimo, si protende di nuovo verso di lei, ma questa volta Graziella gli sfugge e salta in piedi)

EDUARDO(saltando in piedi anche lui e tentando di afferrarla)Graziè!…(Graziella lo evita  correndo attorno al divanetto)

GRAZIELLA – Eduà!

EDUARDO – Ti scongiuro… Un altro bacio… Uno solo…

GRAZIELLA – No…

EDUARDO - Per favore...

GRAZIELLA - Nooo...

  EDUARDO - Per elemosina... Andiamo di là... da te...

 GRAZIELLA - No. Restiamo qua e parliamo.

 EDUARDO - Parliamo? In questo momento... (Tenta di saltare il divanetto, ma ancora una volta Graziella gli sguscia dalle mani)

 GRAZIELLA - Mi vuoi?

EDUARDO - Si... Si! Ti voglio! Non lo vedi?

 GRAZIELLA (sempre irridente) - Mi vuoi proprio?

EDUARDO - Si!

 GRAZIELLA - E allora mi sposi.

EDUARDO (irrigidendosi) - Come? Non ho capito...

GRAZIELLA (scandendo) - Ci sposiamo. (Eduardo Cade sul divanetto, con la testa fra le mani. Graziella gli torna vicino. Un silenzio)

GRAZIELLA - Allora? Che mi rispondi? Tutto è cam­biato adesso! Mettitelo bene in testa. Io ho lasciato passare i mesi di lutto per l'occhio del mondo. Ma ora è venuto il momento di decidere. Rispondi: si o no?

EDUARDO - No. No e no! E quante volte te lo devo dire? Io, dalle mie funzioni, non esco. Per necessità di vita e anche, se lo vuoi sapere, per scaramanzia.Il matrimonio, oggi, è più che mai un rischio di mor­te. Un uomo sposa e ha messo le fondamenta d'una vedova. E io vedove non ne fornisco a nessuno! Sia ben chiaro! Le rilevo. Questo è il campo d'azione della mia pregiata Ditta!

GRAZIELLA - E chi ti dice che non la puoi sfruttare lo stesso, la Ditta? Te la vendi. La fai gestire da un altro.

  EDUARDO – E’ una parola (Con orgoglio). Dovrei fab­bricare un secondo Eduardo Palumbo!

GRAZIELLA - E ci riuscirai. A me serve un marito. Giacinto mi ha lasciato cinque negozi...

EDUARDO (sbattendo le palpebre, con un certo inte­resse) – E’ vero... Già... cinque negozi. Ma il mio... è un lavoro artistico... stiamo su un altro piano.

 GRAZIELLA - Pensaci! E’ l'unica soluzione! (Eduar­do accompagna Graziella alla porta)

  EDUARDO - Rifletterò. Devotamente! (Graziella esce,      dopo averlo fissato intensamente. Eduardo riflette; poi, rammentandosi delle vedove in attesa, corre allo sgabuzzino) - Gentili signore... non vi impazientite...

LA PAGLIARULO - Volete aprire?                      

LA SORRENTINO - Aprite! (Entra la vedova Mele in gran furia, beata, brandendo la chiave)

EDUARDO - La chiave? 

CONCETTA   - Ecco la chiave. Me la sono fatta ridare da Don Carmelo.

EDUARDO – E lui?

CONCETTA - Se   va cento chiavi, cento me ne dava. Non si è nemmeno   permesso di fiatare. (In­ tanto Eduardo ha aperto   porta dello sgabuzzino e, piegandosi in un inchino da  non senza qualche preoccupazione, però, ha detto)

EDUARDO -   Gentili  signore, Vi prego di scusarmi, ma prima ho  dovuto mettere a posto quell'energumeno (Alla Sorrentino) Non vi darà più disturbo...       (L'atteggiamento delle due vedove è singolare.   Non dimostrano più l'animosità reciproca di poco prima:   si tengono invece accostate, come se fossero unite   per un fianco. il loro atteggiamento è freddo e minaccioso)

LA SORRENTINO - E la vostra beneamata Graziella vedova Cammarota?

LA PAGLIARULO - Come l’avete messa a posto?

EDUARDO (rabbuiandosi) - Eh? Questo non vi riguarda!

LA SORRENTINO - Vi sbagliate.

LA PAGLIARULO - Ci riguarda e come! Dunque voi rifletterete e darete una risposta a quella... femmina? (La vedova Mele assiste a questa scena in silenzio, quasi divertendosi)-

EDUARDO - Come vi permettete?         

 LA PAGLIARULO - Le darete una risposta?  

EDUARDO - Gliel'ho promesso. 

LA SORRENTINO - E avete fatto male. 

LA PAGLIARULO - Questo matrimonio non si farà.

LA SORRENTINO - Lo impediremo fin sui gradini     dell'altare!    

EDUARDO (preoccupatissimo) - Ma questo è un complotto!          

LA PAGLIARULO - Chiamatelo come volete! 

LA SORRENTINO - Faremo uno scandalo!      

LA PAGLIARULO - Vi abbiamo avvertito.       

INSIEME - Buongiorno! (E se ne vanno sempre tenendosi vicinissime, con fierezza. Sulla porta, prima di uscire, incrociano Gennaro)

EDUARDO (ignorando la vedova Mele) - Gennà, hai sentito?         

GENNARO - In parte. Vi preoccupate? 

EDUARDO - Certo! Si! Tu no Ti conosci la vedova stizzita! E peggio di una tigre i Quelle due insieme, sono capaci di interrompere la cerimonia e di gridare, agitando un bambino affittato: "Carogna! Questo è tuo figlio!" No, no!... Va' di là, da Donna Graziella, e dille che la mia  sposta è no.       

GENNARO - A piacere vostro. (Esce)

CONCETTA – Cosicché voi la date vinta a quelle due pupazze?

EDUARDO - Fatalità. Contro la forza, ragion non vale!                                     

 CONCETTA (ridendo) - Don Eduà, ma voi veramente dite? Quelle due pigliano e vengono in chiesa dare impiccio a voi? E io intanto dove sto? Mi sono volatizzata? No... no, Don Eduarduccio bello... Io sto là, con un mattone m mano, camuffato da libro di EDUARDO (sospettoso) - E cioè?               -     r ~

preghiere.

EDUARDO - Lo so, lo 50! Voi siete capace di tutto!  

Dove passate voi, non cresce più un filo d'erba... (Riflette un attimo) Comunque non potreste preventivamente diffidarle?

CONCETTA - Come?        

EDUARDO - Un piccolo avvertimento... Se voi vi permettete..allora io...

CONCETTA - Ci vado subito, lasciate fare a me! Le sistemo io!... (Ed esce decisa, incrociando Gennaro)           

 GENNARO - Ecco fatto.  

 EDUARDO - Gennà, torna da donna Graziella e dille che la mia risposta è sì!   

 GENNARO (che non si sorprende mai di nulla) - A  piacere vostro. (Gennaro esce lasciando il passo a una timida ma fragrante giovane donna. Costei ha un contegno bizzarro. Si guarda alle spalle, come temendo di essere inseguita, e osserva con veloci occhiate, preoccupatissima, don Eduardo e l'ambiente. Accenna      un paio di volte a parlare, ma, per l'emozione non ci riesce)        

EDUARDO (incoraggiante) - Prego... Vi hanno molestata?  

GIULIA (sempre guardando fuori) -. No... no...           

 EDUARDO - Volevo ben dire... questi sono paraggi tranquilli... (ricordando i guai che ha appena finito di superare, e fremendo) ... di tanto in tanto.    

GIULIA - Scusate l'ardire... siete Don Eduardo Palumbo?

EDUARDO (non  trattenendosi dall'ammirarla) Completamente. Favorite, signorina, accomodatevi.  (Le indica una sedia)

GIULIA (esitando e tendendo sempre l'orecchio verso la porta) - Non sono più signorina... mi sono sposata quattro anni fa.

EDUARDO (esaminandola con l'occhio del conoscitore)- E per forza. Ma sedetevi... onoratemi. (Si avvia all'uscio, per chiuderlo, ma Giulia lo raggiunge e lo ferma)

GIULIA (ansiosa) - Per carità, non chiudete. Quel­lo può arrivare da un momento all'altro...E’ diretto qua.

EDUARDO - Quello chi?

GIULIA (precipitosamente, e sempre tendendo l'orec­chio verso le scale) - Don Carlo Figurella... mio ma­rito Ha una proposta da farvi... Don Eduà, vi suppli­co... non dategli udienza. Ditegli che vi ho già parlato io di tutto, e che siete d'accordo... ma non fategli aprir bocca, vi scongiuro... Un uomo, a qualunque età, è sempre un uomo e non si deve umiliare... Giuratemi... che.. che.

 EDUARDO (espressivo) - Devotamente... io non vi capisco!

GIULIA (sussultando e indicando l'uscio, nel vano del quale si è profilato un uomo largo e anziano, Don Carlo Figurella, che respira un po' a fatica) - Troppo tardi! E’ già qui! Carlo!

FIGURELLA (tendendo le braccia) - Giulia!

GIULIA (raggiungendolo. Poi, cambiando tono, fret­tolosamente) - Ce ne possiamo andare... Tutto è in ordine. Ho esposto il caso a don Eduardo, e don Eduardo è perfettamente d'accordo. Agirà eventualmen­te, come desideri tu. Buongiorno, don Eduà, statevi         bene.

 EDUARDO (a mezza voce) - Padre, Figliuolo e Spirito Santo !

FIGURELLA (impuntandosi dolcemente) - No, Giulia, no. Questa non me la dovevi fare. Don Eduardo melo devo combinare io... (Mimica a soggetto di Eduar­do) Don Eduà, posso? (Invano trattenuto da Giulia,va a sedersi sul divanetto. La moglie, vinta, siede acc­anto a lui e col dorso della mano si asciuga una la­crima. Eduardo siede a sua volta) FIGURELLA (osservando Don Eduardo) - Siete pro- prio come...

GIULIA (interrompendolo) - E va bene... Ma tu non ti affaticare... glielo dico io

FIGURELLA (impedendole di continuare) - Anima mia, no. Tu non fiatare. Queste sono cose da uomini. (le tappa con la mano, teneramente, la bocca. Poi, a Eduardo, considerandolo) ... Siete proprio come mi avevano detto.        

EDUARDO – (sospettoso)E cioè?

FIGURELLA - Un signore gentile, di nobili sentimenti.

EDUARDO - Ah! Grazie. (Si stringono la mano)

FIGURELLA – Dunque…

GIULIA (in un estremo tentativo di fermarlo) - Non lo fare!

FIGURELLA - Debbo farlo     

EDUARDO - E subito, scusate.

 FIGURELLA - Si. E un po' difficile, ma è necessario.Dunque voi certo vi siete meravigliato dell'enorme differenza di età fra me e Giulia mia. Senonché il mondo è mondo... questi fatti succedono. Basta. Quat­tro anni fa, essendo rimasto vedovo della mia seconda moglie e avendo bisogno di assistenza, cercai una go­vernante...(a Giulia) Perdonami cara, ma debbo essere preciso (A Eduardo) Misi un annuncio sul "Mattino". Me ne capitarono parecchie, di varie specie...

EDUARDO (sogguardando di nuovo le forme di Giulia) - E voi sceglieste questa. FIGURELLA - Già. Poi la vicinanza... l'attrazione reciproca... sapete com'e... ci innamorammo e ci sposammo.

EDUARDO - Congratulazioni.

FIGURELLA - La vecchiaia è uno schifo. Da un anno a questa parte mi sono molto indebolito.

EDUARDO - Quanto mi dispiace.

FIGURELLA - Soprattutto il cuore m'impensierisce, quello può cedere da un momento all'altro... 

EDUARDO - Non è detto.

FIGURELLA (deciso) - E detto. Perciò non faccio che domandarmi? "E Giulia? Che sarà di Giulia mia?” Non abbiamo parenti, non abbiamo nessuno. Fortunatamente mi hanno parlato di voi.

EDUARDO (vagamente preoccupato) - Non date retta alle chiacchiere della gente. Io...

FIGURELLA - Voi siete un gentiluomo, questo mi han­no detto. Vi occupate disinteressatamente delle vedove. (D'istinto Eduardo palpa la stoffa dell'abito di Fi­gurella) Le consigliate, le confortate, le aiutate...

EDUARDO - Mi sforzo, indegnamente. E allora?

FIGURELLA - E allora sono a pregarvi... tenete d'oc­chio Giulia mia... (tappa la bocca a Giulia) qualora do­vesse capitare una disgrazia. Tutelatela... io ve l'affido sin d'ora... anche per iscritto se volete. Il mondo è una sporta di farabutti... in quali mani finirebbe que­sta innocente? (Asciuga col fazzoletto le lacrime di Giulia) Invece, sotto la vigilanza vostra, quella non corre il minimo pericolo. Se poi un giorno, la natura piglia e reclama i suoi diritti... voi mi capite... Giulia ha ventiquattro anni... pensate voi a sistemarla con qualche bravo giovane... Ma giovane, mi raccomando... (con un gesto verso se stesso) Certe esperienze non si possono fare due volte.

EDUARDO - Eh, no. Avete ragione.

FIGURELLA - E ora favoritemi una gentile risposta.

EDUARDO - Che dirvi? Questa non mi era mai capi­tata. Ma... perdonatemi... la signora ha mezzi?

FIGURELLA - Se è per questo non dubitate. Io ten­go nove appartamenti al Vomero e un fondo a Mar­cogliano.

EDUARDO - Ah! Dicevo per lei, naturalmente. Con­tate su di me, don Carlo. Quando, lontano sia, non preoccupatevi... basta una telefonata...

GIULIA (fra i singhiozzi) - No! Non deve succedere!

EDUARDO  (a   dosi imitato dai Figurella) - E non succederà mai, s’intende. Questo, in ogni modo, è il mio biglietto da visita.  (Porge il biglietto a Figurella, il quale lo bacia e lo mette  via. Marito e moglie si avviano all'uscio, seguiti da Eduardo

FIGURELLA - Non so come ringraziarvi.

EDUARDO - Figuratevi... A vostra disposizione, in qualsiasi momento, in qualsiasi lontano momento... (A bassa voce a Figurella, indicando gli le forme di Giu­lia) Ma tenetevi riguardato, mi raccomando! (I due escono. Eduardo splende come una torcia. E’ pieno di orgoglio e di lusingata vanità)

EDUARDO (a Gennaro che rientra) - Tu capisci a che punto siamo Gennà!? Abbiamo addirittura le prenotazioni! Basate su che? Sulla voce pubblica! Il mio nome circola, si impone, vince! Io prima pensavo: è meglio che la Ditta non abbia succursali. Embé, era uno sbaglio. Mi strappavo le ali per non volare! Invece bisogna espandersi! Sai che farò? Aprirò una filiale a Roma…

GENNARO – Ma non … vi dovete sposare?

EDUARDO – Io? Con questo vento in poppa? Spicciati, corri di là. Di’ a Donna Graziella che mi dispiace assai assai ma, tutto considerato, visto che il destino ha parlato, la mia risposta definitiva è :no!

GENNARO (avviandosi verso la porta) - Trattabile?

EDUARDO - Inamovibile. Inciso nel marmo.

GENNARO - Un secco no?

EDUARDO – E’ naturale! Ma Gennà, capisci? (Ripre­so dalla visione, piroettando) Aprirò una filiale a Roma! E una pure a Milano! E perché no? Una a Genova... Torino... Bologna... Gennà! Abbiamo l'Italia ve­dovile in pugno!  (Continua a piroettare mentre ca­la il sipario

ATTO TERZO

Cuviello, nelle sue nuove funzioni di gestore della Ditta Palumbo, sta telefonando.

CUVIELLO (imitando sfacciatamente il maestro) -Come?... Non avete passato una buona nottata? Cu­rioso, Donna Rosa... M'impensierite... Se posso darvi un consiglio... devotamente... una di quelle pastigliet­te di valeriana che vi ho raccomandato ieri... Come?... Certo... verrei volentieri a darvela personalmente an­che oggi... come... come... (Copre il microfono e fa un cenno a Gennaro per avere un suggerimento)

GENNARO (sospirando) - ... il chicco di grano alla colomba...

CUVIELLO (al telefono) - ... come il chicco di grano alla colomba... Ma sono impedito... Si, si... Forse più tardi... Chissà... Vi occorre niente: aspirina, liquiri­zia, giuggiole?... Vi bacio le manine di seta... (Riat­tacca)

GENNARO - E questa chi è?

CUVIELLO – E’ nuova. E’ quella di martedì scorso. Ma tu di che t'impicci?

GENNARO (orgogliosamente) - Tu prima dì tutto non ti permettere di parlarmi col tu.

CUVIELLO - E voi nemmeno a me!

GENNARO - Io si che me lo posso permettere! Io sto in questa casa da venti anni, tu ci sei venuto quat­tro mesi fa come un miserabile pezzente e miserabile pezzente, se non era per Don Eduardo, saresti rimasto!

CUVIELLO - Badate a come parlate!

GENNARO - Ma dico io. Come gli è venuto in mente a Don Eduardo di Sposare a Donna Graziella e d'af­fidare la gestione della Ditta a un individuo come te!

CUVIELLO - Aspettate che divento padrone effettivo qua dentro e poi vedete in quale paese vi accompagno a calci!

GENNARO - Padrone, tu? (Si mette a ridere in modo sprezzante) Non hai la sostanza, la materia. Quan­do avrai perduto questo poco di gioventù, un posto all'Albergo dei Poveri non te lo leva nessuno!

CUVIELLO - Vi siete offeso?

GENNARO - Offeso? L'offesa è tale se chi la pronun­zia non è uno schiavo.

CUVIELLO - Dite?

GENNARO - Non io. Seneca.

CUVIELLO - E che dice 'sto Seneca del ritorno dei coniugi Palumbo? Non dovevano arrivare stamatti­na alle nove?

GENNARO - Alle nove. (Guarda l'ora) Fra due minuti.

CUVIELLO – E’ durato parecchio, questo viaggio di nozze.

GENNARO - Un mese intero.

CUVIELLO - Ma Don Eduardo non vi ha scritto mai?

GENNARO - Una volta sola.

CUVIELLO - E che vi ha detto?

GENNARO - Di fare il passaggio diretto dall'ufficio all'appartamento matrimoniale. (Indica una nuova porta praticata nella parete. Si sente un clacson)

CUVIELLO - Non è stata un'idea vostra?

GENNARO - No.

VOCE DI EDUARDO - Gennà! Gennà!

GENNARO - Eccoli, eccoli. Sono arrivati. (Accorren­do al balconcello) Bentornato, Don Eduardo!

VOCE DI EDUARDO - Vieni a darmi una mano!

GENNARO - Subito! Vengo subito! (Ed esce corren­do. Cuviello, solo, si accarezza il nodo della cravatta, si dà un colpo di spazzola ai capelli e torna a sedersi, accavallando le gambe, aggiustando la piega dei pan­taloni, dandosi insomma un atteggiamento di supre­ma eleganza. Tramestio oltre la porta, voci. Entra E­duardo con due grosse valigie che depone a terra. Se­gue Gennaro con altre valigie, infine Graziella con una borsa da viaggio. Saluti c strette di mano a sog­getto)

CUVIELLO - Bentornati! Buongiorno! (Baciando la mano a Graziella) Felicità. E tutti baciarono la sposa... (Fa per avvicinare la guancia a quella di Graziel­la, ma Eduardo interviene)

EDUARDO - Ué! Ué! Nessuno baciò la sposa... (Sco­stando il giovanotto) Ma come ti sei messo in ghin­gheri...

CUVIELLO - Me lo avete raccomandato voi, Don Eduà.

I EDUARDO - Ah si? (Prendendo Graziella per un brac­e indicando la porta nuova) Ecco la sorpresa di cui ti avevo parlato. Di qui entreremo direttamente in casa nostra.

GRAZIELLA - Bravo. Mi piace. (Il suo tono di voce è gaio, ma venato di una vaga ironia)

EDUARDO (a Gennaro che intanto ha portato le va­ligie nell'appartamento) - E mo' Gennaro ci fa un bellissimo caffè a tutti quanti. E’la sua specialità.

GENNARO - Subito. (Ed entra nello sgabuzzino)

GRAZIELLA - No, no, Gennà. Per me, niente caffè. Scusa, Eduà, ma io stanotte non ho chiuso occhio nel vagone letto. Voglio farmi un'oretta di sonno, al­trimenti invecchio.

CUVIELLO - Voi invecchiare? Sembrate mia figlia!

GRAZIELLA (lusingata) - Che dite... vostra figlia!

CUVIELLO – E’ la verità...

EDUARDO - Ma guarda un po'. Questo Cuviello in un mese ne ha fatti di progressi! Lo lascio all'Asilo d'infanzia e lo ritrovo all'Università.

CUVIELLO - Grazie, Don Eduà. Voi mi confondete...

EDUARDO - Sentiamo, allora. Che hai combinato di buono durante la mia assenza?

CUVIELLO - Devo farvi il resoconto... adesso?

EDUARDO (siede sul divanetto insieme a Graziella, te­nendole una mano) - Sì, si... parla, per Graziella non ho segreti... (Cuviello si mette a passeggiare con l'an­datura di un mannequin per dare il massimo risalto alla sua corporatura, allo scopo evidente di farsi am­mirare da Graziella. La donna, che si sta ritoccando il trucco, non lo abbandona con lo sguardo)

CUVIELLO - Per le giacenze che avete lasciato, sia­mo a posto. Con la signora Aversano un mio debito di giuoco è stato soddisfatto... La vedova Quintieri ci ha fornito numero otto completi taglia 54, sei paia di scarpe e un ritratto del defunto firmato Brancaccio, che, se è genuino, fate voi il prezzo.

EDUARDO - E la vedova Pagliarulo?

CUVIELLO (con una punta di vanità) - Si è adattata cambiamento di gestione.

GRAZIELLA (divertita) - E Carmelo il macellaio?

CUVIELLO - Si è abbondantemente rassegnato. Con la vedova Sorrentino, però, non c'è niente da fare.

EDUARDO - Come sarebbe?

CUVIELLO – O voi, dice, o nessuno.

EDUARDO (quasi nostalgico) – Eh, eh... quando non c'è la mano del maestro..

GRAZIELLA - Adesso parlateci dei nuovi acquisti.

CUVIELLO (imbarazzato) - Don Eduardo, posso esprimermi liberamente?

EDUARDO - Ma certo. Tu sei il gestore, sì o no? Mia moglie non ha pregiudizi... Vero, Grazié?

GRAZIELLA - Dite... dite...

CUVIELLO (dosando l'aspettativa) - Allora...

EDUARDO - Su...

CUVIELLO - Abbiamo cinque vedove di rincalzo.

GRAZIELLA - Cinque?

CUVIELLO - Con tre di esse, ci troviamo ancora nel­la prima fase del trattamento... Risalgono a pochi giorni fa... Ma con le altre due...

GENNARO (rientra col caffè) - ... siamo già a una media di una seduta spiritica al giorno!

EDUARDO E GRAZIELLA (contemporaneamente, ma con diverso tono) - No!

CUVIELLO - Modestamente... è la verità. (Graziella fissa il giovanotto con malcelata ammirazione, men­tre Eduardo si alza in piedi con una certa vivacità)

EDUARDO - Eh no! Quando mai! Non si fa così!...

CUVIELLO - Scusate, Don Eduardo... e perché?

EDUARDO - Perché non si fa!

CUVIELLO (sinceramente) - Ma potendo...

EDUARDO (adirandosi) - Che significa "potendo"? Tutto va rigidamente amministrato! Pure una Ban­ca tiene scritto sull'intestazione: Capitale Versato 50 miliardi! Ma a chi li dà questi 50 miliardi? Stan­no là, nella cassaforte. Sono puramente nominali! E sennò che succede? Succede che, sperperandoli, quando uno va a domandare un prestito di cinQuan­tamila lire, sono obbligati a rispondere: "Abbiate pazienza... Non li abbiamo."

CUVIELLO - Non vi preoccupate, Don Eduà. Io ra­cimolo sempre quello che occorre... (Graziella scoppia in una risata piena, gorgogliante, che mette in rilievo le sue splendide forme)

EDUARDO (sinceramente e sproporzionatamente adi­rato) - Ma fatela finita! Tu, Cuviello, in questa professione ti puzza ancora la bocca di latte e ti per­metti di parlare di grossi depositi, eccetera? (Affer­rando il cappello) Be', io adesso scendo... Vado a da­re una capatina ai negozi. Tu, Graziella, non avevi sonno? E va', va'... va' a riposarti...

GRAZIELLA - Ricordati di passare in farmacia! (E­duardo fa un cenno ed esce in gran furia. Cuviello giocherella con la catena delle chiavi e guarda Gra­ziella. Gennaro sorprende quegli sguardi e si allon­tana silenziosamente nello sgabuzzino, stringendosi nelle spalle e dondolandosi, cosi da dare l'impressione di essere tutto un ammiccamento)

GRAZIELLA - Signor Cuviello... (E riprende a ri­dere)

CUVIELLO (sorridendole) - Signora Graziella...

GRAZIELLA - Ma ci debbo proprio credere?...

CUVIELLO - A che?

GRAZIELLA - A quello che avete detto poco fa?...

CUVIELLO - Cara signora. decidete voi... Io... io che dimostrazioni vi posso dare? Come si dice? O­gnuno sa i fatti suoi...

GRAZIELLA - Appunto. Io, vedete, benché abbia a­vuto due mariti... una grossa esperienza non ce l'ho...

CUVIELLO (guardandola con sempre maggiore inte­resse) - Possibile? Dite la verità?

GRAZIELLA - Eh, già... Però... una voce mi sussurra di credervi... (Pausa. Lo considera) Avete fatto molto sport, voi?

CUVIELLO - No. Per carità. Quello è controproducente.

GRAZIELLA - Sì, eh? Ma ditemi una cosa... Come potete fare tutte queste... queste sedute spiriti­che... senza un motivo personale?

CUVIELLO - Più motivo personale della campata?

GRAZIELLA - La campata va bene. Ma vi conside­rate uno spaccio, una mescita di tenerezze e di ef­fusioni...

CUVIELLO - Per forza.

GRAZIELLA - Non sentite la necessità di un affet­to, di un sentimento... mi piaci e ti voglio piacere... cuore mio... anima mia...

CUVIELLO (fumettisticamente romantico) - Eh, lo so... A me vi mettete a parlare di sentimento? Don­na Graziella, il mio cuore è un babà... Io non posso vedere la luna sul Vesuvio, senza commuovermi. Sapeste come vorrei dire a qualcuno: "Tu e io... soli soli... per l'eternità!"

GRAZIELLA - E perché non lo dite?

CUVIELLO - E come farei? Non vi ricordate in qua­li condizioni ero quando Don Eduardo mi ha dato pane e lavoro? Come si dice? A cavai donato... (L'ac­cenno al marito ha deviato il corso dei pensieri di Graziella)

GRAZIELLA (sardonica) - E quello, Eduardo, è come voi... debole nei sentimenti... Ma come, Rientria­mo dal viaggio di nozze, dobbiamo per la prima volta entrare insieme nella casa rinnovata, e tu non mi fai nemmeno passare la soglia tenendomi in brac­cio per il buonaugurio?

CUVIELLO - Uh, è vero! Non l'ha fatto... Se n'è u­scito e chi l'ha visto l'ha visto... (Graziella si alza, lo considera, sorride e poi, bruscamente)

GRAZIELLA - Fatelo voi, allora. (Gli si accosta per lasciarsi prendere in braccio)

CUVIELLO - Io... (Leggermente emozionato) Non ho ben capito.... Io dovrei?...

GRAZIELLA - ... prendermi in braccio e farmi pas­sare la soglia di casa... Per il buonaugurio.

CUVIELLO - Ah... E in che veste?

GRAZIELLA - Interposta persona.

CUVIELLO - Quand'è così!... (La solleva, ricavan­done il massimo piacere tattile, e si dirige verso la porta di comunicazione, che apre col piede. Nello stesso momento in cui la coppia varca l'uscio e men­tre già Graziella è tutta scossa da una serie di risa­telle, Gennaro, che viene dallo sgabuzzino, dice:)

GENNARO - Una piuma di colibrì è meno leggera e volubile di una donna. Dite? Non io. L'amica degli animali.  (Dall'interno  dell'appartamento  vengono smorzate, le risatelle calde e sensuali, un po' roche, di Graziella. Gennaro chiude la porta di comunica­zione. Torna il silenzio. Di li a qualche attimo, ecco Eduardo di ritorno. E’ seguito da Donna Concetta Mele, con la quale continua un concitato dialogo ini­ziato evidentemente fuori)

EDUARDO - Non sono fatti vostri, Donna Concetta!

CONCETTA (non meno vibrante) - E invece sì! Voi siete fatto mio dal principio alla fine! E se vi dico che paragonato al Don Eduardo di un mese fa siete ridotto uno straccio, mi dovete credere!

GENNARO - E per forza, Donna Concè! La persona umana, in un mese di viaggio di nozze, si debilita un poco. (Eduardo, sempre più accigliato, sta scar­tando un pacco di medicinali, che allinea sulla scri­vania)

CONCETTA - Uno piglia e porta l'amore suo qua e là come il cesto del tarallaro? Ai tempi miei questi viaggi non si praticavano. Appena sposata, la cop­pia si chiudeva in casa e solo dopo sette giorni e sette notti faceva la prima uscita.

GENNARO - In carrozza. Perché non si reggeva in piedi. Donna Concetta, sempre quello il risultato è.

EDUARDO (che è rimasto finora di spalle, si volta con una faccia devastata dalla collera) - Se conti­nuate ancora a dire queste oscenità, vi rompo la faccia a tutti e due! Le vedete queste? Sono medi­cine che mi ha consigliato Graziella! Specialità. Leg­gete qui. Che c'è scritto? Fosforo, calcio, vitamina A, vitamina B, vitamina C, vitamina E...

GENNARO - Tutto l'alfabeto...

EDUARDO - Pappa reale e testosterone. Avete ca­pito?

CONCETTA - No.

EDUARDO - Testosterone.

CONCETTA - E che significa?

GENNARO - Significa la forza dell'uomo. Venendo a mancare da una parte, i farmacisti la mettono dall'altra.

CONCETTA - Gesù, e rimangono sprovvisti loro? (Eduardo frattanto, spossato, si è tolta la giacca e si è seduto sulla sponda del letto tenendosi il capo fra le mani. Gennaro e Concetta si scambiano un 'oc­chiata perplessa. Concetta avvicinandosi a Eduardo) Don Eduà, perdonate l’ardire. Voi, di questa forza del­l'uomo, che bisogno avete? (Eduardo, a testa china, ha un sussulto che in realtà è un singhiozzo. Concetta gli si siede accanto, spaventata, esclamando) Animedel Purgatorio! E a questo gli hanno fatto qualche fattura! (Gridando) Don Eduà! Don Eduà! (Eduardo finalmente si scioglie in lacrime) Ma che vi è suc­cesso? Ditelo a Concetta vostra, su! Io vi posso aiu­tare?

EDUARDO - No... non mi potete aiutare...

CONCETTA   Come no!

EDUARDO (bamboleggiando) - Nessuno mi può aiu­tare! Nessuno!...

CONCETTA (quasi tenendogli in grembo la testa e accarezzandogli i capelli) - Ma che dite! Su, su!... Che avete fatto? In questo maledetto viaggio di noz­ze che avete fatto?

EDUARDO (piangendo lamentosamente, a Concetta)- Niente!... (Raddoppiando il pianto, a Gennaro) Mi spiego, Gennà? Nieeente!

CONCETTA - Ah, meno male!

GENNARO - Come meno male? E statevi zitta! (Bat­tendole su un braccio, mentre Eduardo ha nascosto la faccia in mezzo ai cuscini) Non ha fatto niente con la moglie!

CONCETTA (piena di meraviglia) - Ma Don Eduà... perdonate l'intromissione... Vi siete adoperato? Ci avete messo impegno?

EDUARDO (si tira su e le pianta gli occhi addosso, ma sempre lamentoso come un bambino) - E come no! Ho mosso cielo e terra dentro di me! Niente! Dicevo: Eduà, tu la volevi? Quella ti piaceva tanto? Embé, eccola qua! S tutta tua! Che aspetti? Muoviti! Spazia! Decolla!

GENNARO (con tono scientifico) - E invece?

EDUARDO - E invece niente. Niente a Positano. Niente a Capri. Niente a Taormina...

GENNARO - In Sardegna non avete provato?

EDUARDO - No, no... Non erano i posti... Il guaio ero io... L'incapacità mia... Ma vi figurate? Succede­va in un momento. Mentre stavo là, felice, glorioso come un eroe nella mischia, dicendo: “Mi vuoi bene? Quanto bene mi vuoi? Dimmelo che mi vuoi bene!" sopravveniva una specie di nebbia, un velo nero... una rabbia che per poco non mi faceva strillare: "Graziel­la, scostati! Vattene! Se no chiamo il direttore del­l'albergo!"

GENNARO - E allora?

EDUARDO - Allora, con tante scuse, tutto era riman­dato all'indomani.

CONCETTA - E l'indomani?

EDUARDO - Veniva la paura della paura. Mi doman­davo: si manifesterà quella nebbia? Quel velo nero? E tac! puntualmente quello si manifestava! Che nottate! Che nottate!... Ad Agrigento consultai pure un farmacista. Gli dissi: "Datemi un balsamo, datemi un veleno, datemi qualunque cosa, ma tiratemi fuori da quest'inferno !" Lui disse "Datemi voi qualcosa a me per non farmi ridere. La verità è che avete sbagliato moglie... oppure ..." "Oppure?" "Oppure che vostra moglie ha sbagliato marito. Tanto vi dovevo e cordiali saluti." Ci alterammo. Néh, quello non mi disse in faccia che io qualcosa di effeminato ce l'ho?

CONCETTA - Ma chi è questo fetente? Ma come si permette? A voi? (Lo accarezza) 'O mascolone mio bello! Eh su!... Eh via!... Non ci pensate!

EDUARDO (riconfortato dai rozzi elogi di Donna Con­cetta) - A me, capite? Ma parla tu, Gennaro; che sei sempre stato il ruffiano mio! Quante me ne sono pas­sate per le mani? Quante sedute spiritiche ho soste­nuto negli anni di punta della professione mia?

GENNARO - Incalcolabili!...

EDUARDO (alzandosi e pigliando Gennaro per i risvol­ti della giacca) - E allora? E allora?

GENNARO (liberandosi con dolcezza e illuminandosi per un'idea che gli sta maturando) - Ho trovato. Ve lo dico io, Don Eduà, quello che avete. A voi vi ha fregato la specializzazione.

EDUARDO - E cioè?

GENNARO - Eh, mi dispiace, ma voi avete..; (scan­dendo le sillabe) il complesso della vedova.

EDUARDO - In che senso il complesso?

GENNARO - E si capisce. Voi, da vent'anni, non ve­dete, non sentite e non toccate che vedove. La vista, l'udito e il tatto si abituano a quella speciale condi­zione di femmina.

EDUARDO - Mi fai ridere! Le femmine spogliate sono tutte uguali!

GENNARO - Eh no, per niente! Don Eduà, l'atto car­nale non sarebbe possibile senza la partecipazione del­la mente. Scibilis determinandum plexus. E’ la spa­da che traccia il solco, ma è il pensiero che lo difende. Insomma, voi non andate a letto con una femmina, ma col favorevole o sfavorevole concetto che di questa femmina vi siete fatto.

EDUARDO (colpito da questo ragionamento) - Dove intendi arrivare?

GENNARO - Lo avete constatato voi stesso il mio pun­to d'arrivo. In venti anni di attività professionale voi avete agito esclusivamente come "interposta persona” Adesso, come don Eduardo Palumbo, come titolare delle possibilità vostre, in presa diretta cioè, non ave­te funzionato!

CONCETTA - Gesù Gesù... (ansiosa) E che si può fare?

EDUARDO (disperato) - Niente! Non posso uccidermi, levare il marito a mia moglie, per poter sostituire il marito di mia moglie! E’ un circolo vizioso!...

GENNARO - Non esagerate, Don Eduardo. Forse un sistema c'è.

EDUARDO - Quale?

GENNARO - Una terapia disintossicante. Come fanno i medici in questi casi? Riducono a poco a poco la droga, perché, se lo fanno d’un colpo, il paziente muore.

EDUARDO – Ma che c’entra?

GENNARO – C’entra. E statemi a sentire. Naturalmente Donna Graziella si dovregge gentilmente prestare. Vi dovrebbe aiutare…

EDUARDO – In che modo?

GENNARO – Quella ripiglia il lutto strettissimo del povero Cammarota – e zac! – voi subito rendete. Poi, Donna Graziella, piano piano, mo’ levandosi il crespo nero, mo’ cominciando a mettersi qualche gioiello, si svedovizza. E abbiamo così, senza nemmeno accorgercene, la vostra completa guarigione. E voi decol­late!

CONCETTA (che ha bevuto le parole di Gennaro, Pi­gliando una mano di Eduardo, caldamente) - Si, si... Fate come dice Gennaro! Tutto s'accomoda, vedrete! Quello che non è successo oggi può succedere doma­ni... Come si dice? In un'ora Dio lavora. (La porta nuova che dà nell'appartamento di Graziella viene socchiusa su questa ultima battuta e da essa fa capo­lino Cuviello. Vede che Eduardo è tornato e rientra richiudendo la porta)

EDUARDO (rischiarato un poco) - Mi avete dato un filo di speranza... (Si alza) Gennaro, in quanto a ra­gionamenti non perdona. Forza. Complesso o non complesso, combatteremo. Io non m'arrendo!

CONCETTA - Bravo! Cosi mi piacete! (Lo accarezza) Bel mascolone mio!

EDUARDO (sentendosi improvvisamente pesare la pre­senza di Donna Concetta e vedendo che è intanto sopraggiunto dalla porta principale Cuviello, al quale- ovviamente - egli non vuoi mostrare le proprie de­bolezze) - Donna Concé, e fatemi respirare! Non te­nete qualche servizio da fare? Su, su... Andatevene un po' a spasso...

CONCETTA - Dove?

EDUARDO - Dove volete! A via Caracciolo, alla Villa Comunale...

CONCETTA - Ecco! Dicendomelo voi, è come se ci andassimo insieme... Ed io non vi lascio... Non vi lascio. (Ed esce. Cuviello, che ha evidentemente colto un grosso successo con Graziella, trasuda orgoglio e fatuità. Gennaro lo contempla come se gli leggesse dentro ogni pensiero. Il giovanotto, per darsi un con­tegno agli occhi di Eduardo, cava dalla scrivania un quadretto con la scritta "Visite brevi”, e lo mostra a Eduardo)

CUVIELLO - Che ve ne pare? E’ stato un pensiero mio.

EDUARDO - Bene. (Cuviello prende il martello e comincia a conficcare un chiodo nella parete) Che fai? C'è di là Graziella che sta dormendo!

CUVIELLO - Ah, sta dormendo... Non lo sapevo... Scusate... (Depone tutto sul tavolo) Agli ordini.

EDUARDO - Va' a vedere un po' che succede al ci­mitero. Va'.

CUVIELLO - Con piacere... Arrivederci. (Esce)

EDUARDO (sembra completamente ripreso. Fa qual­che passo, si molleggia sulle gambe, gonfia il petto, ecc.) - Gennà, hai fatto il miracolo. Sai che già mi sento meglio? Forse la spunteremo. Si tratta di indi­rizzare la mente nella direzione da te suggerita. In­tanto aiutiamo un po' la natura. Facciamoci belli... Dammi... dammi... quella magnifica giacca sportiva del povero Don Giacinto. Chissà che non giovi...

GENNARO (andando all'armadio e prendendo la giac­ca che Giacinto indossava al primo atto) - Può essere... può essere... (Aiuta Eduardo a infilarla e intanto pren­de una spazzola) Un momento... che ci dò una spaz­zolata....

EDUARDO (pavoneggiandosi) - Bel taglio!... Quando si dice un Rubinacci... (Intanto nello spazzolare la giac­ca, Gennaro sente qualcosa nel taschino dei fiammi­feri)

GENNARO - E questo che è? (Tira fuori un bigliet­tino)

EDUARDO - Che è?

GENNARO - Un biglietto!

EDUARDO - E leggi, che aspetti?

GENNARO (leggendo) - "C'è qualcosa di poco chiaro intorno a me... Firmato: "Giacinto Cammarota”.

EDUARDO - Gesù. E non dà altre delucidazioni? Fa' vedé... Che fossero corna? Guarda ancora nelle altre tasche...

GENNARO (frugando) - Niente... Niente...

EDUARDO - Guarda negli altri vestiti. (Gennaro va all'armadio, prende quattro o cinque vestiti e li por­ta sul letto. Lui e Eduardo cominciano a frugare in ogni tasca, trovando altri bigliettini che raccolgono)

EDUARDO (colto da un vago terrore superstizioso li porge a Gennaro, facendo le corna) - Leggi, leggi... Che dicono?

GENNARO (leggendo successivamente le poche parole contenute in ciascun biglietto) - "Mi sento sempre peggio. E poco mi persuade”. "Alla milza non avevo ancora avuto fastidi. Oggi sì. Chi si muove nell'om­bra?”.. "Graziella vuole assolutamente farmi le iniezio­ni di testosterone...”

EDUARDO (sobbalzando) - Come?

GENNARO - "...Le iniezioni di testosterone. Che c'è sotto? Perché insiste?"

EDUARDO (cominciando a gelare) - Continua... Con­tinua...

GENNARO (leggendo) - "A chi potrebbe giovare la mia morte? Chi eredita?”

EDUARDO - E chi potrebbe ereditare? La vedova! Ah!

GENNARO (leggendo) - "Attenzione! Sono a letto... Non ho la forza di muovermi... Sento che muoio e sento che la mia morte non è naturale. Indagate!”

EDUARDO (uggiolando) - Uh, uh... Ripeti!... No, non ripetere! Uh... Lo avrebbero fatto fuori? Una vedova dolosa? Un crimine? Uh, uh... Vergine dell'Aiuto! Mam­ma Schiavona mia! Uh, uh... Graziella sarebbe?...

GENNARO - Questo non è specificato.

EDUARDO - Ma il movente? Il movente chi lo pote­va avere? Padre, Figliuolo e Spirito Santo! (Si toglie la giacca di Cammarota e la scaglia lontano. Si diri­ge barcollando verso il letto sul quale si abbandona, ansante e tremante)

GENNARO - Calmatevi... Calmatevi... Riposatevi un poco. Il diavolo non è brutto come si dipinge...

EDUARDO (via via eccitandosi) - Come è possibile che nella bellezza di Graziella ci fosse un'anima così nera? Tu dici che il mio infortunio è dipeso dal com­plesso della vedova? Ué! Quello invece è stato l'istin­to di conservazione!

GENNARO - Don Eduà, per favore, calmatevi... Voi vi fate venire un collasso... Riposatevi un poco... A-spettate... Mo' vi dò un tranquillante...

EDUARDO - Un tranquillante? Nelle mie condizioni?... Peggioriamo la situazione! (Come in delirio) In­dagare? S una parola! E come? Bisogna riesumarlo! Chi lo deve fare, io? E se quella, insospettita, mi sa­crifica pure a me?

GENNARO (dopo avergli somministrato una compres­sa) - Meglio due... Stendetevi... su... Rilassatevi... Quel­lo, Don Giacinto, avrà voluto lasciare i numeri per il lotto.

EDUARDO (si è steso, ma continua a balbettare) -Chi può avere interesse alla mia morte?... C'è qualco­sa di poco chiaro... Alla milza non avevo ancora avu­to fastidi... Sono a letto... Non ho la forza di muovermi... (Gennaro intanto ha chiuso le imposte del balcone, si è fatto quasi buio. Silenzio. Gennaro si ri­tira nello sgabuzzino, dopo aver controllato che Eduar­do riposa. Eduardo dorme. Pausa. Dal nulla vengono avanti, una per volta, con un movimento di balletto, delle figurine cabalistiche simili a quelle che illustra­no "La smorfia: un pescatore, un cacciatore, una bal­lerina, una fattucchiera... ciascuna con un grosso nu­mero attaccato al collo. Si dispongono intorno al let­to, spiando il sonno di Eduardo. Ma ora emerge dal­l'ombra una figura nota agli spettatori: è Giacinto Cammarota, con l'atteggiamento di un dignitoso de­funto; è a piedi nudi, indossa un paio di mutande con legacci alle caviglie e una maglietta piuttosto lacera. Egli scaccia le figurine, dicendo coi cenni che il dia­logo con Eduardo spetta a lui)

CAMMAROTA (chinandosi su Eduardo) - Don Eduà! Don Eduà!

EDUARDO (addormentato) - Chi si vede! Don Gia­cinto Cammarota!

CAMMAROTA - In carne ed ossa.

EDUARDO - Fate per dire?

CAMMAROTA - Be', insomma... Sono io. Come state?

EDUARDO - Bene, se non vi vedo. E voi?

CAMMAROTA - Passabilmente.

EDUARDO - Ma la tenuta lascia a desiderare.

CAMMAROTA - Appunto. Così mi ha mandato a Pog­gioreale.

EDUARDO - Chi?

CAMMAROTA - Graziella. Quella ha pensato: perché ci devo rimettere un abito? Per gli incontri che deve fare, va bene anche così. Chi sa dove sono andati a finire i miei completi.

EDUARDO - Staranno insieme coi vostri spezzati.

CAMMAROTA - Ma dove? A casa non li ho più visti. Dove saranno?

EDUARDO - Non lo sapete?

CAMMAROTA - No.

EDUARDO - Meno male.

CAMMAROTA - Io non so niente di niente. Là ci ten­gono all'oscuro. Mi hanno informato solo di una cosa...

EDUARDO - Quale?

CAMMAROTA - Che sono morto... Ma come, mi do­mando? Perché? Non riesco a immaginarlo!

EDUARDO - Veramente?

CAMMAROTA - Usatemi una finezza, Don Eduà. Met­tetemi al corrente voi.

EDUARDO - Io che ne so? In coscienza, non ero pre­sente nemmeno io. Sentii Donna Graziella che gri­dava: "Don Eduà, correte! Giacinto ci ha lasciati!" Insomma arrivai a cose fatte.

CAMMAROTA - E non avete nessun'idea? Qualche dubbio? Parlate! Don Eduà, chi è stato?

EDUARDO (tremando convulsamente) - Ma io che ne so? Don Giacinto, rassegnatevi. Sarà stata la mano di Dio.

CAMMAROTA - No... No, no... Non è possibile. Non mi potete dare la minima indicazione?

EDUARDO - Macché!

CAMMAROTA (ambiguo) - E Graziella come sta?

EDUARDO - Si difende.

CAMMAROTA - Si è risposata?

EDUARDO - Mah... Forse...

CAMMAROTA - Chiunque sia quell'uomo, non vorrei essere nei suoi panni.

EDUARDO - No?

CAMMAROTA (guardando un immaginario orologio al polso) - E ora vi saluto... Devo andare... (Si av­via)

EDUARDO - No... Aspettate! Un momento!... Dite­mi qualcosa dei sospetti vostri... (Alzando la voce perché Cammarota sta svanendo) A chi pensate, voi?A Graziella? Vi ha spento lei? Ditemelo! Vi scon­giuro! (Cammarota scuote il capo, fa un cenno di saluto e scompare nel buio, mentre Eduardo seduto sul letto si torce gridando) Fermatevi! Don Giacin­to! Fatemi la carità! Fermatevi! (Gennaro, allar­mato dalle grida, entra in fretta e si avvicina al letto)

GENNARO - Don Eduà, ma che fate? Che avete?

EDUARDO (portandosi la mano alla gola) - Mi man­ca l'aria... Mi è venuto in sogno Don Giacinto! Se n'è andato in questo momento. Chiamalo! Sta an­cora per le scale!...

GENNARO - Eh, lo chiamo! Su, su! Comportatevi da uomo! Sembrate un ragazzino!

EDUARDO - La pelle non ha età. E qua si tratta della pelle. Della mia cara e insostituibile pelle!

GENNARO - Ve l'ha detto Don Giacinto?

EDUARDO - Sì. Ha convalidato (Drammaticamente) Gennà, io sono in pericolo di vita!

GENNARO - Eeh!

EDUARDO - Si. Apri la finestra. Bisogna muoversi! Bisogna agire!

GENNARO - Che volete fare?

EDUARDO - Mi voglio liberare di questa donna!

GENNARO - Ma c'è il matrimonio!

EDUARDO - Rato e non consumato, Gennà! E’ un matrimonio che si può annullare in pochi giorni. E non appena annullato, io mi trasferisco all'altra estremità di Napoli!

GENNARO - Ah. Intendete riacquistare la libertà?

EDUARDO - La libertà e la vita!

GENNARO (misterioso) - E allora siete fortunato...

EDUARDO - Io?

GENNARO - La sorte vi facilita... Vi aveva già da­to,, prima che vi occorressero, le massime agevola­zioni...

EDUARDO - Spiegati!

GENNARO - Sfonderete una porta aperta.

EDUARDO - Gesù, ma sei la Sibilla Cumana!

GENNARO - Don Eduà, la fortuna vostra si chiama Cuviello.

EDUARDO - E cioè?

GENNARO - Quando siete uscito per le medicine, Cuviello ha fatto il colpo.

EDUARDO - Il colpo! Con chi?

GENNARO - Spiacente... Con vostra moglie.

EDUARDO (cupo) - No! (Poi il volto gli si rischiara come allo sbocciare di un'idea felice) No!... Veramente?

GENNARO - Parola mia.

EDUARDO - Una... seduta spiritica con me ancora vivo?

GENNARO - Chiamatela come volete. L'ha presa in braccio, l'ha portata dentro... e che volevate sentire !...

EDUARDO - Che lurida carogna. (Pausa) Che brava persona! Eh, quello sarà indubbiamente il mio suc­cessore nell'anima e nel corpo di Graziella. Non avrà lunga vita, ma chi va per mare questi pesci piglia!

(Si apre la porta di comunicazione e appare Graziella, appagata dal sonno e dall'amore, fresca e limpida)

GRAZIELLA - Eduà!... Ti credevo fuori... (Guardan­do il letto) Hai riposato qui?

EDUARDO - Si. (Con un sorriso d'intesa a Gennaro) Ma non l'eterno riposo al quale forse alludi tu!

GRAZIELLA – Gennà, ma che dice? Lo avete ubria­cato?

EDUARDO (imperioso, indicandole il divanetto) - Sie­di. Io ragiono e come. Ho varie piccole domande da farti.

GRAZIELLA - Sono qua. (Siede)

EDUARDO - Voglio qualche informazione sul tuo pas­sato.

GRAZIELLA - Di che genere?

EDUARDO - Coniugale. Mi riferisco al fu Don Gia­cinto.

GRAZIELLA - Come? Una gelosia retrospettiva?

EDUARDO - Voglio sapere tutto fin dall'inizio. Come Io conoscesti?

GRAZIELLA - In tram.

EDUARDO - Vi fidanzaste?

GRAZIELLA - Naturalmente.

EDUARDO - Fosti contenta con lui? Dico in tutti i sensi, di giorno e di notte?

GRAZIELLA - Si, per la verità. C'è stato un periodo in cui sono stata contentissima. Beh?

EDUARDO - E poi?

GRAZIELLA - Poi, sai com'è... Giacinto invecchiò presto, ebbe una improvvisa decadenza... Non voleva più uscire la sera... Pareva che avesse un presentimento...

EDUARDO - Aah! Ci siamo! Un presentimento!

GRAZIELLA - Poi conobbi te... e il resto... lo sappia­mo tutti e due.

EDUARDO - Ma il discorso è un altro, cara Gra­ziella. (Pausa) Supponiamo che anche io, un giorno, mi sveglio cambiato, vecchio... e non mi va più di uscire, mi sfogo con la TV e coi giornali, mi viene l'asma bronchiale e via dicendo...

GRAZIELLA - Ma perché vuoi mettere il carro avan­ti ai buoi?

EDUARDO - Perché i buoi vogliono campare. Tengo­no le corna ma vogliono campare. Stanno dietro al carro, ben riparati, e campano! Graziella, tu vuoi bene all'esistenza tua? E io pure voglio bene alla mia. Ci tengo una vera passione. Per tutto c'è dife­sa, nel matrimonio, anche per le corna. Ma contro la morte non c'è difesa!

GRAZIELLA - E allora?

EDUARDO - Voglio campare!

GRAZIELLA - E chi te lo vieta?

EDUARDO - Tu.

GRAZIELLA - Io?

EDUARDO - Tu. Chi l'ha fatto una volta... Leggi qua. (Mostra un biglietto di Don Giacinto)

GRAZIELLA - Dammelo. (Eduardo esita. Ma poi, pensando che ne ha diversi altri, glielo dà. Graziella lo sbircia)

EDUARDO – E’la calligrafia di Don Giacinto?

GRAZIELLA - Si. (E fulmineamente, in un attimo, appallottola il biglietto e fa il gesto di ingoiarlo)

EDUARDO (col tono di un trionfante Sherlock Holmes) - Buon appetito. Quel biglietto non mi serve. Ne ho altri venti.

GRAZIELLA (spaventata,alzandosi) - Veramente?

EDUARDO - Ci puoi giurare. Eccoli qua. (Li mostra) Uno più schifoso dell'altro. Tengo ancora i brividi addosso!

GRAZIELLA (sommessa) - E che intenzioni hai?

EDUARDO - Prima voglio sapere tutto, dalla a alla zeta. Quando e come ti venne il pensierino sinistro?

GRAZIELLA (quasi in un bisbiglio) - Quando mi co­minciasti a piacere tu...

EDUARDO - Io? Sia ben chiaro che in tutta questa vergognosa macchinazione, io non c'entro! Non ti ho voluta come donna maritata tanto è vero che non ti ho voluta nemmeno come vedova. Sei stata tu che ti sei fatta sposare per forza. D'accordo?

GRAZIELLA - Si si... Tu personalmente non c'entri... Ma io a te pensavo...

EDUARDO - Nel fare che? Arsenico? Vetro in pol­vere? Soda caustica?

GRAZIELLA (esitando) - No, no...

EDUARDO - Già. Troppo volgare... Hai trovato un mezzo più signorile?

GRAZIELLA (assorta, come se rivedesse quei momen­ti) - Non fu un mezzo... Fu una cosa che può suc­cedere... quando uno si fa le iniezioni ricostituenti...

EDUARDO (con un atroce sospetto) - Che tipo di iniezioni?

GRAZIELLA - Ormoniche... Vitamina A...

EDUARDO (con un sussulto, terreo) - Ho capito. Non c'è bisogno dell'elenco completo. Sono quelle stesse che hai consigliato a me! Anime del Purgatorio! Ricostituenti va bene, ma innocue! Che altro ci mettevi nella siringa pér ottenere l'effetto voluto?

GRAZIELLA - Niente... niente... Può succedere che mentre uno prepara l'iniezione, l'ago gli sfugge di mano e cade per terra... Bisognerebbe farlo bollire di nuovo... il malato invece aspetta con la parte nu­da...

EDUARDO (con raccapriccio) - Setticemia! (Parlan­do, esaltato, all'invisibile Cammarota) Don Giacinto! Don Giacinto! La verità si è finalmente saputa! Siete morto di setticemia! (Graziella lo contempla e co­mincia a sorridere. Eduardo non se ne avvede. Egli si muove concitatamente e in modo da restare sem­pre a qualche distanza da lei) La tua presenza mi è diventata insopportabile. Bisogna assolutamente ve­nire a una decisione. (Pausa) Il nostro matrimonio, non essendosi consumato...

GRAZIELLA (interrompendolo) - ... Per colpa mia?

EDUARDO - Per colpa e salvezza mia! Il nostro ma­trimonio, dicevo, lo possiamo infrangere a volontà. Non infrangendolo, tu dovresti finire in galera. E sarebbe infranto lo stesso. Dunque pensaci: o accetti l'immediato annullamento, o ti denunzio. Scegli. Av­vocato o commissario? (E le agita sotto la faccia i bigliettini di Cammarota) Aspetta Aspetta, non ri­spondere. Voglio un testimone! Gennà! Gennà!

GENNARO (entrando con un magnetofono) - Tutto in ordine, Don Eduà. Tutto registrato.

EDUARDO - Allora? Parla?

GRAZIELLA - Scelgo l'avvocato.

EDUARDO - Brava. E’ un affare. (Graziella, cambian­do improvvisamente aspetto, scoppia a ridere a gola piena) Belva! Iena! Che hai, dentro di te? Dracules­sa! Perché ridi?

GRAZIELLA - Perché io le iniezioni non le so fare. Veniva l’infermiera, per questo. E in quanto al povero Giacinto, fior di professori ti potranno dire che era un fissato. Teneva la mania di persecuzione, ve­deva assassini dappertutto. Tu quanti biglietti hai trovato. Una ventina? Io ne ho trovati a centinaia. Ce n'è perfino uno che dice: "Don Eduardo Palumbo non me la racconta giusta. Quello, una volta o l'altra, mi fa secco per le scale."

EDUARDO - Tu che dici? Ma possibile?

GRAZIELLA - Lo sa anche il Commissario di zona. Portai tutte quelle carte lì, compreso un diario che pareva un romanzo giallo! (E si abbandona sul divanetto a ridere, dicendo aGennaro) L'avvocato, il com­missario, l'annullamento... Gennà, giacché vi trovate registrate pure questa! (E ride nel microfono)

GENNARO - Non ha tante stelle il cielo, quante fac­ce la verità.

EDUARDO - Dici?

GENNARO - Non io. Gagarin.

EDUARDO (a Graziella) - E allora, mo', che succede?

GRAZIELLA - Quello che abbiamo stabilito. Avvoca­to. Annullamento. In tutta questa baraonda, sono io la vera parte lesa.

GENNARO - Per l'esattezza... voi siete la parte illesa.

GRAZIELLA - Appunto. (Mitigando il tono ironico) Ma perché ci vogliamo guastare il sangue? Tu ti sei sbagliato e io più di te... Abbiamo commesso un er­rore. Per me, ti auguro buona fortuna...

EDUARDO - E io a te. Io credo che non passeranno (strizza l'occhio a Gennaro) sei mesi, e avrai un altro marito... Che Dio te lo conservi a lungo... ma nell'eventualità... io qua sono... Devotamente...

GRAZIELLA (lo guarda, gli sorride) - Addio... (A Gennaro) Don Gennà, pensate voi a far rialzare il muro qua... (Eduardo trasale) ... a spese mie, naturalmente. E buona salute a voi. Mi siete sempre piaciuto. Me lo date un bacetto? (Gli scosta la barba e gli dà un bacio in una zona sprovvista di peli. Graziella sta per uscire, quando sulla porta principale appare Cuviello. Lei gli fa un largo sorriso e lo saluta con la mano. Il giovanotto ricambia inarcandosi come un gallo in una posa da danzatore. Graziella esce)

EDUARDO (sorprendendo Cuviello in posa) - Ué! Ri­lassati! Vieni qua. (Si dirige alla scrivania, vi pren­de posto, indica una sedia a Cuviello) Siedi.

CUVIELLO - Sono stato a Poggioreale e all'Anagra­fe. Novità enne enne.

EDUARDO - La novità ce l'ho io. (Giocherella con la matita, dandosi arie da Presidente dell'ENI) Cu­vié, non mi occorrono più i servizi tuoi.

CUVIELLO - Come sarebbe?

EDUARDO - Sei licenziato.

CUVIELLO - E perché?

EDUARDO - Esuberanza di personale. Eccessivo ren­dimento.

CUVIELLO - Ma io... dovevo sostituire voi...

EDUARDO - Ecco. E adesso non mi devi sostituire più. Ti ritiro la gestione e ripiglio in pieno le mie mansioni.

CUVIELLO - Ma è una cattiva azione ! Come? Siete contento di me e mi mettete in mezzo a una strada?

EDUARDO - L'industriale non può guardare in fac­cia a nessuno. Oggi ne abbiamo nove, ti pigli mezzo stipendio e te ne vai.

GENNARO - Tutto quello che ha un principio, ha una fine. E da una fine può nascere un principio.

CUVIELLO - Dite?

GENNARO - Non io. Cecov.

CUVIELLO (astioso e collerico) - Be', questo Cecòv ha ragione. Statemi bene a sentire, Don Eduà. Voi, questa, me la pagherete! (Eduardo gli presenta una ricevuta da firmare e del denaro. Cuviello firma e intasca) E lo sapete in che modo? Io mo' fondo a Na­poli un'altra ditta, e con l'esperienza che ho acquista­to, vi subisso... tempo tre mesi!

EDUARDO - Tu a me?

CUVIELLO - Io a voi.

EDUARDO (se la ride) - Tu sei un pivello... Una vera nullità.

CUVIELLO - Si? Intanto io, a sedute spiritiche, vi mangio vivo! (A grandi passi raggiunge la porta)

EDUARDO - E quella è la rovina tua. Sai come fini­rai? Marito.

CUVIELLO (sulla porta) - Perché? Voi che siete?

EDUARDO - Io mi sono salvato in extremis, per mi­racolo! (Gli va dietro, sulla porta) Vuoi fondare una ditta in concorrenza alla mia? E va'! Va'! Fonda! Fonda! La tua faccia diventerà una sfogliatella riccia! ti vetrioleggiano!... (Cuviello scompare. Sull’uscio si mostra ora Don Carlo Figurella. Il vecchio è piuttosto affranto e malinconico, ma ben portante ed elegantis­simo)

EDUARDO - Chi si vede! Accomodatevi, signor Figu­rella.

FIGURELLA (indicando il divanetto) - Posso?

EDUARDO - Prego, prego, siete in casa vostra.

FIGURELLA (lasciandosi andare con un leggero affan­no) - Grazie. Le scale, voi capite...

EDUARDO - Certo. Le scale e... la sposa giovane. (Ride sedendoglisi accanto e involontariamente, per an­tica abitudine, gli palpa la stoffa della giacca) E in generale, come va?

FIGURELLA - E come deve andare? La vecchiaia è uno schifo!

EDUARDO - Tutto sommato, però, voi la calunniate un poco. Guardatelo! Che pelle! Che freschezza! (Lo annusa) Ma che è questo profumo? "Tabacco di Harrar"? “Cuoio di Russia"? Bisogna dire che ha buon gusto, donna Giulia.

FIGURELLA (sussultando) - Donna Giulia?

EDUARDO - Scusate, non si chiama donna Giulia la vostra signora? (Figurella non risponde, si agita  imbarazzatissimo sul divanetto ed emette due lunghi e profondi sospiri. Perdurando il silenzio Eduardo gli batte due dita sulla spalla) Mi avete sentito?

FIGURELLA - Come no. Ma che vi debbo dire? Io... per quanto siano passati tre mesi, quando sento nominare la povera Giulia...

EDUARDO (trasecolando) - Povera?

FIGURELLA (segnandosi ed alzando gli occhi al cielo) - Sì. È venuta a mancare.

EDUARDO - Ma possibile? Ma come? Una signora così ben messa!

FIGURELLA (sospira) - Cuore!

EDUARDO- Possibile?

FIGURELLA - Vizio congenito.

EDUARDO - E voi che sembravate più di là che di qua...

FIGURELLA - Non vi lasciate ingannare dalle appa­renze. La minaccia esiste sempre, Don Eduardo. E perciò sono a pregarvi...

EDUARDO - Volete conforto?

FIGURELLA - No, che c'entra! Siamo uomini. Voglio solo dirvi che quella mia proposta è sempre valida.

EUDARDO - Gesù! In che senso?

FIGURELLA - Ora vi spiego. Quando capitò la di­sgrazia di Giulia... che momenti, Don Eduardo mio!... qualcuno del vicinato si mosse. La famiglia di un mio vicino, Don Arturo Pantaleo, mi aiutò, mi sostenne in tutti i modi. Parole buone, brodini, zabaglioni.. Ci pensava particolarmente Nunziatina.

EDUARDO - Quale Nunziatina?

FIGURELLA - Una nipote del mio vicino. Fu per me la tavola che le onde portano vicino al naufrago. E allora sapete com'è?... la vicinanza, l'attrazione reci­proca... Insomma... ci innamorammo...

EDUARDO - E vi siete sposati!

FIGURELLA - La settimana scorsa.

EDUARDO - Complimenti!

FIGURELLA - Che complimenti! La vecchiaia...

EDUARDO - ...è uno schifo!

FIGURELLA - Ma, data l'enorme differenza d'età, si riaffaccia nuovamente il problema; io vi affido Nunziatina fin da ora.

EDUARDO - Ma voi veramente dite?

FIGURELLA - Si, mo' ve la faccio conoscere. (Chia­ma verso la porta) Nunziatina... Nunziatina! (Entra una stupenda, giovane donna)

EDUARDO (osservandola) - Caspita! Complimenti! A­nime del Purgatorio! Ma guarda un poco! Neh, Don Carlo Figurella, da uomo a uomo, rispondete alla mia domanda.

FIGURELLA - Volentieri. Dite.

EDUARDO - Questo matrimonio è concreto, o pla­tonico?

FIGURELLA - Concreto. Come sarebbe? Concretissi­mo!

EDUARDO - Don Carlo, sapete che vi dico: voi non siete vecchio, voi non siete malato! Siete un mandril­lo! Io, da voi, una vedova non la riceverò mai.

FIGURELLA - Ma che significa? Io arrivo a dirvi:sperate, sperate!

EDUARDO - Andatevene ti E voi signora, tenetevi ri­guardata! Questo e pericoloso... Tenetevi riguardata, riguardatissima!... (Eduardo chiude la porta dietro la coppia che si allontana. S sconcertato, agitatissi­mo, parla a se stesso) Ma è vita, questa? Che altro mi deve capitare? Mamma mia bella... Io mi sento addosso un cappotto di brividi... (Toccandosi) Io mi domando se ci sono ancora... io... Uh, come sto ma­le... (Barcolla) Gennà! Gennarì! Aiutami! (Gennaro e donna Concetta escono dallo stanzino, inciampando uno nell'altro. Afferrano e sorreggono Eduardo che sta per cadere)

GENNARO - Don Eduà, Don Eduà... (A donna Con­cetta) E si capisce... troppe emozioni... Là, là... met­tiamolo sul letto... (Mentre i due lo sorreggono, E­duardo accentua volutamente, bamboleggiando, la sua prostrazione)

CONCETTA (assecondandolo) - Su... su... mo' passa... è passata... (Lo fa sedere, gli toglie la giacca, le scar­pe e tenta di sfilargli anche i pantaloni, ma Eduardo pur continuando a tenere gli occhi chiusi, glielo im­pedisce energicamente)

GENNARO - Ci vuole una bella dormita... (Donna Concetta lo stende e gli aggiusta il guanciale sotto il capo. Gennaro va a chiudere le imposte)

CONCETTA - Sì, sì... povero figlio... lasciate fare a me. (Stacca una chitarra dal muro, siede al capezza­le di Eduardo, e accompagnandosi con lo strumento, canta la nenia con cui le madri napoletane addormen­tano i lattanti) “E nonna nonna, nonna nunnarella... -tutti so' brutte e Don Eduardo è bello..." (La luce va attenuandosi. Donna Concetta fa cenno a Gennaro di allontanarsi. Gennaro esegue in punta di piedi)

EDUARDO (fra veglia e sonno mentre donna Con­cetta continua a suonare) Voi, sempre voi... ma come vi debbo cacciare coi lanciafiamme? Come vi debbo cacciare?... (Va addormentandosi, mentre cala lenta­mente il sipario)

FINE DELLA COMMEDIA

Questa commedia è stata rappresentata per la prima volta al Teatro Politeama di Napoli il 17 gennaio 1962 dalla compagnia di Nino Taranto, la regia di Lionello De Felice e con la seguente distribuzione:

Eduardo Palumbo                                                               Nino Taranto

Gennaro                                                       Carlo Taranto

Concetta Mele                                                                    Vittoria Crispo

Giacinto Cammarota                                                          Nello Ascoli

Graziella                                                                              Luisa Conte

Cuviello                                                                               Nino Veglia

Adalgisa Sorrentino                                                           Rina Mascetti

Filumena Pagilarulo                                                           Gabriella Principe

Il giovane fidanzato                                                           Gianni Ungaro

Carlo Figurella                                                                    Amedeo Girard

Giulia                                                                                   Isa Danieli

Carmelo (il macellaio)                                                      Vittorio Bottone

Un cameriere                                                                      Ruggero Pignotti

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 1 volte nell' ultimo mese
  • 34 volte nell' arco di un'anno