Veronica Franco, meretrice scrittora


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Lazzaretto

"Veronica Franco, meretrice e scrittora"

di Dacia Maraini 

(Scritto nel 1991 - Bompiani 1992)

Atti:2

Personaggi (in ordine di apparizione):                                                                                 

Veronica Franco (cortigiana e poetessa)                                                                               

Anzola Verdin (suora, timida)                                                                                                   

Domenico Venier ( vecchio amante di Veronica, zoppo, senatore)                                              
Paolo Panizza (marito di Veronica, dottore)                                                                           

Gaspara Greghetta (serva di Veronica)                       

Marco Venier ( figlio di Domenico, innamorato di Veronica)           

Enrico III di Valois (Re di Francia)                                                                                          

Maffio Venier (cugino di Marco, innamorato di Veronica, poi vescovo di Brescia)         

Ridolfo Vannitelli (precettore)                                                   

Monsignore (inquisitore)

Rappresentazioni in Italia


Luogo e data: Taormina, Villa Comunale / 12-13 agosto 1991 (Festival di Taormina)
Compagnia: La valle dell'inferno
Regia: Gino Zampieri
Scene e costumi: Enrico Luzzi
Interpreti: Renata Zamengo, Isa Gallinelli, Alvise Battain, Andrea Tidona, Marco Balbi, Clara Colosimo


Luogo e data: Cesano Boscone, Teatrino Centro Civico / 8 febbraio 1992
(con il titolo 'Veronica Franco letta dai rabdomanti')
Regia: Lucio Morelli
Musiche: Elena Cosentino
Interpreti: Amarilli Binoni, Caterina Pontrandolfo, Elena Filosi


PRIMO ATTO

Lazzaretto. Corpi sparsi sul pavimento grandi finestre che illuminano con luce dolce una visione di estremo squallore e abbandono.

VERONICA: In mezzo ai moribondi, in mezzo ai moribondi buon Dio... Che canchero sto facendo qua? (Si guarda intorno. Si china su una delle forme coperte. Ne scopre appena la testa.) E questo? Un giovane, che ciglia lunghe! Sembra che dorma... che ci fanno sulle tempie questi due sbaffi neri... (Avvicina una mano alla bocca di lui.) Non respira... È morto! Sorella! qui c'è un morto e nessuno se lo piglia! Due sbaffi neri, due ditate... come se la peste, trac l'avesse stretto alle tempie... così fanno le levatrici per tirare al mondo un figlio... lui è stato tirato di là, nel mondo delle... delizie (Pensando.) Un prato di un verde dolce dolce, degli alberi di fico, un fiume trasparente e il fruscio del vento... Ma perché, per andare in un posto tanto bello ti devono tirare per la testa, facendoti imputridire il fiato in gola? (Camminando su e giù ripensa alla scena col medico.) Avete le ghiandole gonfie, siora, avete qua due bozzi che parlano chiaro: siete malata. lo malata? voi farneticate sior dottore! Eh no, cara voi, siete proprio malata... lo non sono malata, medico dei miei cogliani... Se continuate a parlare come una mamola vi mando fra i moribondi... Ma io sono una mamola coiun!... Se lo siete non apparite come tale. Grazie, ci ho messo una vita a imparare l'arte... L'arte, ah ah... Sì, ridete, sior sapiente, che ne sapete voi dell'arte? siete un artista forse? no, e allora, tacete... E lui, brurubum, mi ha sbattuta qua fra i moribondi... Signore mio celeste, aiutatemi!... tu che conosci le piaghe, i dolori... Ma che ne potete sapere di una puttana che si è mangiata il cuore! che ne potete sapere!... Dov'è lo specchio, sorella! dov'è lo specchio! devo specchiarmi, sorella, devo specchiarmi... Dov' è quell' accidente di specchio, dov' è? Mi hanno tolto tutto questi maledetti.. . Avevo uno specchio in tasca... avevo delle monete... dove le avete cacciate?... Devo guardarmi in faccia... devo... lo, se perdo la faccia sorella, perdo tutto: la casa, i vestiti, la tavola... ogni cosa, ogni cosa è legata a questa faccia di donna... dove l'avete messo il mio specchio per la madonna! che me ne faccio di una faccia gonfia, livida, malata! (Toccandosi.) Lo sento, che è gonfia, lo sento... sono deforme... come farò?... Stupida piccola peste di merda! te la prendi con chi ha bisogno del corpo come un panettiere della sua farina... Che canchero vuoi da me, peste, che vuoi? non lo vedi che non ti voglio, non ti voglio!

Cade per terra. Si rialza. Ricasca.

VERONICA: Neanche un letto questi porci... tocca morire sul pavimento di pietra... Sorella! (Ricasca. Sembra morta.)

Entra una suora, Anzola, reggendo una candela canticchia. Scopre i moribondi. Chiude le tende.

ANZOLA (Cantando): Mi sono fatta un paio di scarpette,

fatte sì ma pagate no...

E mi sento sempre dire dietro...

Bella biondina, pagate sì o no?

Giovedì sera, venerdì sera, sabato no...

E mi sento sempre dire dietro:

Bella biondina pagate si o no?...

(Mentre canta.) Questo l'è morto... (Si fa il segno della croce.) Requiem eterna dona eis domine, requiescat in pacem, amen!... Questa s'è andà, Requiescat. Questa pure l'è morta... Requiescat... Ma no, respira!... l'è ancora viva. Volete dell'acqua, siora? siora? mi sentite? Le tempie nere non ce le ha... e che belle scarpe!... Siora! che belle scarpe! Tali e quali a quelle di santa Barbara... (Canticchiando.) Bella biondina, pagate si o no?... Volete un poco d'acqua? no? Se non la volete me la bevo io... ho sete... (Beve.)... non sarà che mi sto ammalando anch'io?... Se sarà l'ora, partirò. (Riprendendo a cantare.) Mi son fatta un paio di scarpette,

fatte si ma pagate no...

VERONICA: Dammi l'acqua puttana!

ANZOLA: Allora state bene!

VERONICA: L'acqua!

ANZOLA: L'ho bevuta, mi dispiace... credevo che eravate morta...

VERONICA: Morta un corno!

ANZOLA (Ridendo): Ma voi state benissimo! Me parè un' oca 'pena vegnuta fora da l'acqua.

VERONICA (Guardandola): Te la beccherai anche tu!

ANZOLA: Se mi ammalo mi ammalo. Se non mi ammalo non mi ammalo. Come vuole santa Barbara.

VERONICA: Guarisce la peste santa Barbara?

ANZOLA: No... È la mia santa... io la notte ci parlo. E lei mi fa si con la testa.

VERONICA: Vai a prendermi dell'acqua, sorella, mi muoio di sete.

ANZOLA: Vado. Basta che quando torno non ve trovo morta.

VERONICA: Ma quale morta. lo sono vivissima.

Nel dire questo cade come morta per terra.

ANZOLA: Se n'è andata. Povera siora. Neanca il tempo di bere un goccio d’acqua. Che il signore la benedica! Amen.

Anzola se ne va cantando.

SUL CENTRO DEL PALCOSCENICO SI ILLUMINA UN QUADRATO.

ENTRA DOMENICO VENIER ZOPPICANDO.

DOMENICO: Veronica, angelo mio... Non so se abbiate mai riflettuto sulla vecchiaia che vi entra subdola nelle ossa e vi stira, vi torce, vi deforma senza che sappiate perché... Il cuore si svuota... prende quel colore che hanno i deserti, di un miele sfocato, arso... Non basta la pioggia a irrigarlo... ci vorrebbe un oceano d'acqua dolce... E invece si vedono solo le patetiche tracce di alcune gocciole nere che bucano la sua superficie come tanti scavi di termiti... Veronica, angelo mio... ma dove vi siete cacciata? Da quando vi ho visto l'altro giorno in strada con quella pancia gonfia e protesa, non so, mi si è scaldato il sangue... Potrei essere il padre di codesta creatura, ditemi? mi sentite? ma voi fate lo gnorri... Eppure so che potrei esserlo... vi confesso che non mi dispiacerebbe averlo concepito in voi... certamente prenderebbe da voi la bellezza e la grazia e l'intelligenza... ma da me vorrei che prendesse solo un certo chiaro e arzigogolato intendimento... una certa indolenza fertile della mente... la sola cosa che funzioni del mio corpo...

Invece di Veronica entra Paolo, il marito.

PAOLO: E se fosse mio il figliolo?

DOMENICO: Ah siete voi, Paolo.

PAOLO: Se fosse mio?

DOMENICO: Avrebbe due orecchie lunghe, da coniglio.

PAOLO: Non vi preoccupate signor Domenico Venier, il figlio non è mio ma neanche vostro.

DOMENICO: Come fate a esserne cosi sicuro?

PAOLO: Il padre è un gentiluomo ricco e generoso che, vedete, mi ha regalato questo medaglione d'oro circondato di rubini... vi piace?

DOMENICO: L'ha regalato a voi o alla siora Veronica?

PAOLO: Che differenza fa visto che siamo sposati?

DOMENICO: Sono sicuro che l'ha regalato a lei sola.

PAOLO: Moglie e marito, un solo partito...

DOMENICO: Sì, un solo bandito!... ma sto scherzando...

PAOLO: Avete qualcosa da eccepire all'accoglienza che vi facciamo sempre, ser Domenico?

DOMENICO: Per carità: ottime cene, ottimi vini...

PAOLO: Nonostante i vostri difettucci fisici, le gambe che tritticano le braccia come colli di gallina... i vostri eterni mal di testa... i vostri nervi che a volte vi fanno partire le braccia come fossero pale di mulino... nonostante questo siete sempre stato accolto come un re, ammettetelo... E credo che Veronica non vi abbia fatto mancare il suo affetto...

DOMENICO: Toglietemi una curiosità: perché l'avete sposata?

PAOLO: Oh bella, perché ci si sposa? Per amore.

DOMENICO: Mi stupisce la vostra completa mancanza di gelosia.

PAOLO: Se si sposa una donna come Veronica bisognerà pur rinunciare a ogni velleità di possesso. Pena: risultare ridicolo agli occhi di tutti.

DOMENICO: Che saggezza signor Paolo, ma parlandovi con molta franchezza non penso che la signora Veronica abbia bisogno di voi.

PAOLO: Voi dite?

DOMENICO: Sì lo penso.

PAOLO: E di chi avrebbe bisogno mia moglie?

DOMENICO: Di una persona erudita, con molto agio, molta pazienza, e molto molto contante...

PAOLO: Uno come voi insomma. Ma voi ci siete comunque, siete un buon amante. Forse per marito ha voluto, al contrario un uomo giovane e in carne e magari anche belloccio...

DOMENICO: Giovane in carne, belloccio... ma vi siete guardato allo specchio?

PAOLO: Vi verso da bere mentre aspettiamo?

DOMENICO: Come sua madre, sempre in ritardo.

PAOLO: L'avete conosciuta la bella Paula?

DOMENICO: In casa del vecchio Tron. E teneva tavola imbandita. Si mangiava a tutte le ore. C'erano sempre tre o quattro cortigiane che allietavano la cena; col liuto, i canti, le rime... poi finivamo tutti a letto... (Stanco di aspettare.) Beh... Ditele che ripasso domani.

PAOLO: Un momento... scusate... se intanto voleste saldare un conticino...

Paolo consegna a Domenico un foglio.

DOMENICO: E già, voi li chiamate conticini!

PAOLO: Lo salderete un'altra volta... quando volete voi.

DOMENICO: Lo pagherò quando me lo chiederà la siora Veronica. Schiavo.

Domenico esce. Seguito da Paolo. Buio.

Entra Veronica seguita da Gaspara.

VERONICA (Incinta di nove mesi): Dammi carta e penna, Gaspara, devo fare testamento.

GASPARA: Ancora? ma l'è una vera e propria mania la vostra...

VERONICA: E se muoio partorendo?

GASPARA: Achillino l'avete fatto senza neanche accorgervene. Anche questo andrà bene, lo so...

VERONICA: Mia cugina non morì di parto quando il figlio era già nato? E mia madre, non morì di parto al 13° figlio? E come ho ereditato il mestiere potrei avere ereditato la morte per parto.

Gaspara va a prendere carta e penna.

GASPARA: Ecco qua...

VERONICA: In caso morissi di parto lascio questa casa con tutti i mobili dentro, le mie gioie, i miei vestiti e cento ducati che stanno nascosti... tappati le orecchi Gaspara...

GASPARA: Sotto l’ultimo mattone in fondo al muro della cucina...

VERONICA: Come lo sai?

GASPARA: Nel caso che foste morta vostro figlio avrebbe saputo dove sta l' eredità...

VERONICA: Che bestia! (Riprendendo a scrivere.) Cento ducati che stanno nascosti sotto l'ultimo mattone in fondo al muro della cucina... lo vorrei che fosse una femmina... Le lascerei dei buoni clienti... un mestiere avviato...

GASPARA: E se volesse farsi monaca?

VERONICA: Le monache sono tutte matte... a furia di pregare, di fare digiuno, di ubbidire e tacere... al posto del cervello hanno la pappa per le galline... E non fanno neanche le uova.

GASPARA: Finito il testamento?

VERONICA: No, aspetta... Ho dimenticato i due piatti d'argento, la collana di perle...

GASPARA: E le forbicette d'oro.

VERONICA: E già, le forbicette d'oro con la guaina d'argento...

GASPARA: Un bel pezzo di antiquariato.

VERONICA: L'anello col rubino, regalo del senatore Domenico Venier.

GASPARA: Ma quello l'abbiamo venduto... in un momento di magra...

VERONICA: È vero... allora niente rubino... E le granate?

GASPARA: Anche quelle andate. Per pagare i debiti di vostro marito.

VERONICA: Che importa perché, sono andate...

GASPARA: Siete sicura che il sacchetto coi ducati è sempre al suo posto in cucina?

VERONICA: Non mi ricordo Gaspara.

GASPARA: Ne avete forse parlato con vostro marito il sior Paolo?

VERONICA: Che importanza ha? Se muoio non ci devo pensare, se vivo ne guadagnerò degli altri...

GASPARA: Siete troppo distratta col denaro. Vi troverete da vecchia senza un soldo in mano.

VERONICA: Domenico Venier pensava che questo figlio fosse suo... Se gli dicevo di si, mi riempiva d'oro...

GASPARA: E perché non gli avete detto di sì?

VERONICA: La verità, Gaspara, la verità dura più dell'oro.

GASPARA: Una cortigiana che dice la verità non sta né in cielo né in terra.

VERONICA: lo mi diverto a dire la verità. Hai visto che faccia fanno? Credono che sia la bugia più sottile e acuta che sia mai stata inventata... E invece è solo la verità.

GASPARA: Il signor Aretino buonanima, diceva che la saviezza di una cortigiana sta nel dire tante bugie da stordire chi le è davanti. A furia di dire balle si diventa più belle e desiderabili...

VERONICA: lo ho la memoria troppo corta per snocciolare frottole... Mi confonderei e basta. Non sono una puttana come si deve...

GASPARA: Puttana, puttana... non vi buttate giù... Una cortigiana non è una puttana. Non siete mica una mamola di strada.

VERONICA: Sottigliezze Gaspara. Lo diceva anche mia madre: siamo puttane figlia mia e non c'è niente di male. Hanno bisogno di noi per tenere le altre in casa...

GASPARA: Vostra madre era molto intelligente... Voi lo siete un poco di meno e perciò avrete più successo... Intanto avete imparato a poetare... cosa che la signora Paula disdegnava, da gran dama qual era...

VERONICA: Poetare, cantare, suonare... ma chi me l'ha insegnato se non lei, la signora Paula Franco, cortigiana di Venezia a dieci scudi l’ora, te lo ricordi il catalogo?

GASPARA: Ma quella è una perfidia! Vi hanno messo a due scudi. Voi che siete la più reputata cortigiana di Venezia!

VERONICA: Anni fa, quando ho cominciato... prendevo due scudi... proprio così...

CASA DI VERONICA.

PAOLO SOLO, DA UNA PARTE.

PAOLO: Da un debito padre nasce un debito figlio. Che crescendo diventa più grande del padre. A sua volta il debito figlio fa un figlio debito che diventa più grande. Dice il debito nonno: ai miei tempi i debiti erano di venti scudi al massimo... ora mio nipote si mangia duecento scudi per volta... E non sa che il nipote ha messo incinta una debitessa procace la quale è già incinta di un altro debito che presto crescerà e figlierà.. .

Veronica sul letto sta scrivendo. Paolo le scivola addosso.

PAOLO: È sano, è bello, l’abbiamo chiamato come lui. Ora dobbiamo passare all’attacco.

VERONICA: Non siamo a una guerra Paolo.

PAOLO: Lo dobbiamo torchiare ben bene quel mona.

VERONICA: Non mi piace che parli così dei miei clienti.

PAOLO: Ci penso io a lui.

VERONICA: A me piace, è gentile.

PAOLO: Lascia fare a me.

VERONICA: No, Paolo, tu sei troppo sbrigativo.

PAOLO: E tu sei troppo svenevole. Qui si fanno affari. Non è un salotto.

VERONICA: Vengono qui per conversare, bere, giocare a carte. Non è una vendita spiccia come in strada.

PAOLO: Sono affari Veronica, affari!

VERONICA: lo scrivo versi Paolo. lo suono. Mi piace amoreggiare. Se si tratta solo di affari, mi annoio.

PAOLO: Tu vendi e gli altri comprano. Questo è commercio.

VERONICA: lo vendo sì, ma non solo il corpo. Vendo cortesie, serate liete, musica, tenerezze.

PAOLO: Cretinate!

VERONICA: Per te che sei un puro, che ami il denaro per quello che è. Ma io lo amo per quello che mi dà, è diverso...

PAOLO: Hai troppe farfalle in testa Veronica. Lascia fare a me, fidati!

Lazzaretto. Veronica è stesa da una parte. Entra Anzola.

ANZOLA (Cantando): Le donne di Gaeta filavano la seta... la filavano col filo bianco per un figlio nato stanco... (Conta i moribondi.) Questo è morto. Questo è andato... Santa Barbara, che afa. Hai visto Venezia com'è ridotta. Un caldo, un odore di marcio. Pare che l'acqua dei canali sia malata anche lei, la prendi in mano l'acqua e anziché fresco te dà calore, come avesse la febbre... E continuano ad arrivare le barche piene di malati. Non c'è più un posto, Barbara mia, li dobbiamo buttare per terra, come le bestie... Anche il bambin l'è morto...

VERONICA: Sorella!

ANZOLA: E quella? Quella è ancora viva... Santa Madonna, l'acqua... le avevo promesso l'acqua... Come state, mi sentite? Come vi sentite? Avete ancora sete?

VERONICA: Te la sei bevuta tutta, maledetta!

ANZOLA: Ora vado a prenderla...

VERONICA: Che ti prenda un canchero...

Anzola esce. Veronica sola.

VERONICA: Che brutti sogni! Sarà vero che quando uno vede il passato così tutto dietro le palpebre sta per morire?... Paolo, Paolo... Fidati!... diceva. Che disastro! A furia di debiti mi aveva messa per strada... Se non avesse avuto quelle labbra morbide...

Anzola torna con l’acqua...

ANZOLA: Ecco l'acqua... Vi aiuto a bere?

VERONICA (Beve): Si può provare piacere a badare un uomo che non ti stima e che tu non stimi? Uno che dentro di te, mentre lo stringi a te pensi: ma chi è quest'uomo, non lo conosco, non mi piace come pensa, come sente, come agisce, chi è?

ANZOLA: Se baciate il corpo di Gesù Cristo è tutto freddo e certe idee non vi vengono in testa... Vi vado a prendere il crocefisso.

VERONICA: No... Datemi un poco d'acqua.

Buio su Veronica. Paolo da solo.

PAOLO: Mai sposare... una cortigiana. Ci rimetti le penne. Povero idiota!... Mai sposare una cortigiana, ti trovi col culo per terra e buonanotte... Le ho dato tutto di me: giovinezza, aitanza, eleganza, servizio in casa e fuori, consolazione, compagnia, tutto le ho dato e lei che mi ha dato in cambio? Niente... Sì, qualche piatto di fagiano, qualche dolce di miele, qualche vestito, qualche farsetto listato d'oro, delle scarpe di camoscio... qualche anello... ma che sono queste cosette in confronto alla vita, la mia vita di girovago che ho sacrificato per lei? E le donne che non ho avuto mentre me ne stavo con lei a curare i figli degli altri? Se le mettessi in fila, farebbero una coda lunga così... La verità è che mi sono stufato. Non è lei che si è stancata, sono io, Paolo Panizza che dice basta, addio, non ci sto... Neanche un figlio mio ha dato... Maledetta... E io mi porto via i piatti d’argento e le gioie e i vestiti di broccato e le cornici di legno dorato... Non le rivedrai più mia cara Veronica!

Esce Paolo. Buio. Luce su Veronica al lazzaretto.

VERONICA: Si è portato via tutto, tutto... Paolo! che carogna!

ANZOLA: Non vi agitate, siora... qui non c'è nessun Paolo... ecco l'acqua. (Prende la brocca e beve avidamente.)

Intanto sul palco è apparso Marco Venier.

MARCO: Volete dire alla vostra padrona che sono qua?

GASPARA: Vado. (Ma continua a cucire.)

MARCO: Che fa, dorme?

GASPARA: Non dorme. Pensa.

MARCO: Pensa a me?

GASPARA: Non credo...

MARCO: Chiamatela, per favore...

GASPARA: Vado.

MARCO: Dite vado ma rimanete sempre là.

GASPARA: Si sta cambiando.

MARCO: E voi ditele che sono qui. Così si affretta.

GASPARA: Non credo che si affretterebbe...

MARCO: Ma perché?

GASPARA: Così. A occhio.

MARCO: Ma vi ricordate chi sono?

GASPARA: Marco Venier il bello. Siete un Venier, come Domenico. Ma voi siete bello mentre il senatore è brutto.

MARCO: Ma che sciocchezze state dicendo!... Se non andate a chiamare Veronica ci vado io.

GASPARA: Vado, vado. (Si alza ed esce.)

VERONICA (Recitando):

Dolcemente congiunta al vostro fianco

le delitie d'amor farò gustarvi

quand'egli è ben appreso al lato manco.

In ciò potrei tal diletto recarvi

che chiamar potreste essere contento

e d'avantaggio appresso innamorarvi...

Così dolce e gustevole divento

quando mi trovo con persona in letto

da cui amata e gradita mi sento

che quel piacer vince ogni diletto.

Entra Veronica.

MARCO: Ogni figlio che fate diventate più bella Veronica...

VERONICA: Che gioia vedervi... Perché non siete venuto prima?

MARCO: Sono venuto tante volte fin sotto casa...

VERONICA: E non salivate...

MARCO: Avete sempre tanta gente...

VERONICA: Lo vedete, sono sola. Restate a cena con me?

MARCO: Grazie. Ho già mangiato.

VERONICA: Però restate.

MARCO: Non sono venuto per me questa volta.

VERONICA: E per chi?

MARCO: Per qualcuno che voi stimate moltissimo.

VERONICA: Da quando in qua fate l'ambasciatore?

MARCO: Conoscete il grande Enrico III di Valois?

VERONICA: Come faccio a conoscerlo, non ho visto neanche il suo ritratto!

MARCO: Dico, ne avete sentito parlare.

VERONICA: Beh si, come tutti. Che ha fatto?

MARCO: Ha deciso...

VERONICA: Di fare la guerra a Venezia?

MARCO: Ha deciso di venire a trovare voi Veronica Franco, la più sapiente, la più elegante, la più straordinaria cortigiana di Venezia per passare una notte con voi e conversare, ascoltandovi cantare, poetare e chissà, forse anche per baciarvi un piede.

VERONICA: E chi gli ha dato il consiglio di venire da me? Voi scommetto. Non avete detto che lo avevate avuto come compagno di studi a Tubinga? E magari, fra una bevuta e l’altra, gli avete parlato di me e gli avete fatto venire la curiosità...

MARCO: È vero, gli ho parlato di voi e si è incuriosito... Vi rendete conto del grande onore che vi viene da questa visita? Dovete cominciare subito a preparare la casa, che risplenda come una reggia.

VERONICA: E tutto questo vi diverte, vi piace! La vostra mancanza di gelosia non testimonia del vostro amore.

MARCO: Se fossi geloso di voi Veronica potrei andare a buttarmi subito a mare con una pietra al collo.

VERONICA: Non dicevate di amarmi?

MARCO: Vi amo infatti.

VERONICA: E mi consegnate, con gioia, nelle mani di un altro.

MARCO: Un altro! È il re di Francia!

VERONICA: Ma un moto piccolo piccolo...

MARCO: Non stimo la gelosia Veronica. È stupida.

VERONICA: È un segno d’amore.

MARCO: Niente affatto. Ci sono dei gelosi marci che non amano affatto. Anzi direi che meno si ama e più si è gelosi. L'amore vero presuppone dedizione, distacco e la voglia che l’altro stia bene sia felice a prescindere dal dolore che può darci.

VERONICA: Quanta saggezza! Ma dove le avete ricavate queste teorie sulla gelosia?

MARCO: Guardando vivere gli altri. Mio padre per esempio è diventato geloso di mia madre nel giorno che ha smesso di amarIa... E mio fratello... non è mai stato cosi geloso come quando si è innamorato di una cortigiana che in realtà non amava affatto ma a cui era legato da un desiderio cieco e disperato. lo vi amo Veronica ma non pretendo di essere il solo... Vi amo come amo Venezia e voglio che anche altri la godano.

VERONICA: Peccato perché io invece sarei portata ad amarvi, non come una città ma come una persona.

MARCO: Anche volendo non potreste essere gelosa di me perché sono tutto vostro e penso solo a voi...

VERONICA: Allora, questo re quando viene?

MARCO: Voglio che siate bellissima per l’occasione.

VERONICA: Ho i capelli in disordine.

MARCO: Vi manderò il più bravo parrucchiere di Venezia.

VERONICA: E cosa dovrei fare per piacere al re?

MARCO: Siate voi stessa, con i vostri timori, le vostre verità... le vostre rime, le vostre canzoni...

VERONICA: Debbo mettere le gioie?

MARCO: No, niente gioie. Ne vede tante a corte. Un solo vezzo di perle al collo che lascerete nudo come le braccia... e un tocco di profumo, quello al fiordaliso che vi sta tanto bene...

VERONICA: Sembrate proprio una madre che prepara la figlia per la prima notte d'amore...

MARCO: Forse qualcosa di materno c'è in me... Venezia è anche una figlia e io voglio che appaia splendente nella sua carnale giovinezza.

VERONICA: Quale canzone gli canterò?

MARCO: La nostra... Veronica per favore, siate meravigliosa... Voglio che per tutta la vita Enrico si ricordi di questo incontro con voi...

VERONICA: Uno scambio? Voi date me in cambio di... di che?

MARCO: Non ho niente da chiedergli. Solo voglio che per una notte si incontrino la più bella cortigiana di Venezia col più grande re del mondo.

VERONICA: Non temete che mi innamori di lui?

MARCO: Sarebbe da sciocchi innamorarsi di un re che il giorno dopo parte per la Francia e che non vedrete mai più nella vostra vita...

VERONICA: Insomma pensate a tutto voi.

MARCO: Vedrete come sarete considerata poi in città. Addio Veronica. e buona fortuna!

VERONICA: Neanche viveste dei miei soldi Marco...

Marco corre via.

VERONICA: E se fossi io a essere gelosa?... lo sono qua... Mi vesto, mi svesto, guardo dalla finestra, dormo, mangio... E voi venite, uscite, andate, viaggiate... la vostra libertà mi incuriosisce e mi angustia...

Entra Gaspara.

VERONICA: Gaspara, Gaspara, dobbiamo lustrare tutta la casa, lavare quei vecchi cuscini, sbattere i tappeti, cambiare la biancheria del letto, tirare fuori i piatti d’argento, procurare nuovi bicchieri di cristallo...

GASPARA: Neanche venisse il re di Francia!

VERONICA: Proprio lui, Gaspara, proprio lui. Viene qui, a farmi una visita...

GASPARA: Una visita a una puttana, il re... di Francia...

VERONICA: Non dicevi proprio tu che c'era una differenza, che la cortigiana è una cosa, la puttana un' altra...

GASPARA: Che differenza fa, è una questione di parole. L'avete detto voi.

VERONICA: lo lo posso dire, tu no.

GASPARÀ: Arriva, viene a letto con voi e se ne va. Come lo chiamate questo? Spero che paghi bene per lo meno...

VERONICA: Non paga niente. È questo l'onore, non capisci? Non viene per fare l'amore con me... Se fosse per quello ne troverebbe cento più belle e più giovani di me. Viene per assaggiare il mio spirito...

GASPARA: Neanche foste un vino...

VERONICA: È un re... ha bisogno di sospiri...

GASPARA: Avrà pure bisogno di qualche altra cosa.

VERONICA: Forse si, tua condita di sospiri... Ma che vuoi capire tu vai, vai in cucina a preparare...

GASPARA: Sospiri, sospiri...

Esce Veronica. Gaspara da sola.

GASPARA: Lo speziale ha detto che non fa più credito e il tappezziere è venuto tre volte. Si siede sul gradino e non se ne va... VoIete un caffè signor tappezziere? No, voglio i soldi... che devo fare? neanche il dolce di riso ha voluto, con le uvette e la cannella... La casa, la casa... Achillino ha bisogno di lenzuola nuove... Anche gli asciugamani vostri sono da rinnovare. E i piatti... i piatti vanno ricomprati tutti... La settimana scorsa se ne sono rotti otto. E otto la settimana prima... No, la colpa non è di quella bambina, la Nicodema, è troppo piccola: a sette anni non si può passare la giornata a lavare i piatti... Ma quella sciagurata di sua madre dice che senza i soldi di Nicodema non ce la fa... sono in undici dentro una stanza... e Nicodema è la sola che lavora... il padre ha la tosse asinina, la madre ha l'idropisia, la figlia maggiore fra poco muore... certo comunque i piatti li rompe chi li manovra, non certo chi usa penna e inchiostro... Qui se non entrano dei soldi andiamo a fondo... povera casa... il signor Paolo si è portato via pure l’argenteria... in quanto a Vannitelli, mangia e come mangia quello lì!... entra in cucina appena alzato... che c'è in quella pentola Gasparina? prende un pezzo di pane e scava, scava... quando mi volto è già sparito l'intingolo... Il signor Marco non paga da settimane... Il senatore Domenico ha già pagato tre giorni fa... Ora abbiamo pure il re... E voi siete casi scempia e beata che neanche gli chiedete un soldo... non si è mai vista una simile dabbenaggine, giuro, mai...

Entra il re Enrico. Si guarda intorno. Non c’è nessuno a riceverlo. Si sfila i guanti con fare furbesco.

ENRICO: La padrona di casa dov'è? Una casa veneziana delle più veneziane... Dalla finestra (si avvicina ad una finestra, scosta la tendina.) si vede l'acqua... E due, tre gondole che passano... come sono frettolosi questi gondolieri... Dove sta la famosa geometrica armonia della città di Venezia?

Entra Veronica con una enorme parrucca rossa e un vestito da cerimonia. Fa un inchino.

ENRICO: Dove vi eravate nascosta, signora?

VERONICA: Mi piaceva guardarvi non vista. Non mi avevano detto che eravate così giovane e attraente. Davvero siete un bell'uomo, accidenti.

ENRICO: Toccherebbero a me i complimenti per la bellezza. Non me ne avete lasciato il tempo...

VERONICA: Che fossi attraente io era prevedibile. La vostra bellezza invece mi ha colta di sorpresa.

ENRICO: Secondo voi i re sono brutti per principio?

VERONICA: Ammetterete che l’Arciduca d'Austria e Carlo Quinto non possono dirsi proprio belli... e neanche piacevoli... Comunque voi potreste benissimo fare a meno della bellezza. Non vi serve perciò è una sorpresa.

ENRICO: Marco Venier mi aveva detto di voi: più che la bellezza è straordinaria in lei la sincerità intelligente e il fascino della grande dama... Vedo che aveva ragione.

VERONICA: In effetti non sono così bella come dovrei... Ho fatto quattro figli e tutti allattati da me...

ENRICO: Non credete di esagerare con la verità? Ai re non si parla con tanta disinvoltura.

VERONICA: Volete che vi parli per formule?

ENRICO: Ma no, mi piacete cosi come siete... Mi offrite da bere, sono accaldato.

VERONICA: Dell'acqua e zucchero? Del vino di Spagna? del liquore veneziano al fiordaliso o della tisana di tiglio al miele?

ENRICO: Non mi avete offerto neanche una sedia.

VERONICA: lo li ho sempre immaginati in piedi i re, come nei ritratti. Comunque la sedia è lì... avete sempre bisogno di qualcuno che vi guidi? Basta che vi lasciate andare, ci siete proprio sopra.

ENRICO: Avete qualcosa di una mia zia parigina che ogni volta che mi vedeva mi diceva quanto ero maleducato...

VERONICA: Ed è graziosa questa vostra zia?

ENRICO: Graziosissima... Due baffoni che il barbiere la mattina fatica un po' a sfoltire, due mani come due pale molto adatte per gli schiaffoni, un occhio aperto e uno chiuso... insomma il vostro ritratto.

VERONICA (Ridendo): Potrei farvi da zia... Userò la frusta o la bacchetta all'inglese?

ENRICO: Sareste molto severa?

VERONICA: Severissima.

ENRICO: Pensate che vi desideri?

VERONICA: Da come mi guardate sì.

ENRICO: Infatti vi desidero... Mi piace la vostra voce, comincerei da quella.

VERONICA: E che fareste alla mia voce?

ENRICO: La ridurrei al silenzio con un lungo bacio...

VERONICA: Non siete molto originale. Il vostro è un desiderio che assomiglia troppo a tutti gli altri desideri.

ENRICO: Ma è il desiderio di un re.

VERONICA: E come lo riconosco questo desiderio regale una volta che sarete nudo senza quelle bellissime vesti ricamate e ingioiellate?

ENRICO: Volete che ve lo dimostri?

VERONICA: No, grazie... Se cominciate subito a comportarvi come un qualsiasi furiere non avrò la gioia di sedurvi maestà...

ENRICO: Nessuna cortigiana oserebbe dire no a un re... Potrei farvi chiudere in prigione...

VERONICA: Davvero? Anche decapitare suppongo.

ENRICO: Rinuncio a farvi decapitare purché mi abbracciate, subito, con molta passione...

VERONICA: Un momento, che fretta! Siete in casa di una famosa cortigiana... Se avete tanta fretta potevate andare in un qualsiasi bordello, ce ne sono tanti a Venezia. Potevate scegliere una ragazza più bella, più giovane... non sarà uno stupro il vostro...

ENRICO: Siete sfrontata... e io punirò la vostra sfrontatezza... Ma mi incuriosite Veronica... mi fate venire la voglia di picchiarvi...

VERONICA: Se volete cominciare, ve le renderò di santa ragione...

ENRICO: Sfrontata e ribelle... Posso toccarvi un seno?

VERONICA: Il mio seno è un poco dolente in questo momento. Preferirei di no.

ENRICO: Sapete che quando ero piccolo la nutrice mi faceva assaggiare il latte che toccava a mio fratello, anzi al mio fratellastro. Ne andavo molto goloso. Avevo già i denti e ogni tanto la mordevo. La nutrice diceva ahi, ma rideva. Sapeva che non le avrei fatto veramente del male... Posso provare il vostro latte signora Veronica, vi morderei un poco il seno, solo un poco, ma giuro, non vi farei un briciolo di male.

VERONICA: No, maestà il latte è per mio figlio.

ENRICO: Sapete, già sento di amarvi pazzamente. Verrete con me a Parigi?

VERONICA: A fare che?

ENRICO: O bella: l'amante del re. Non vi piacerebbe?

VERONICA: Preferisco stare a Venezia a fare la cortigiana. Ne hanno fatte tante di leggi contro di noi: l’obbligo di uscire col fiocco giallo al petto, l'obbligo di abitare nella zona di Rialto e la proibizione di entrare in chiesa la domenica... Ma le leggi sapete, nessuna le pratica. Una cortigiana a Venezia è come una regina....

ENRICO: Posso baciare la mano alla regina di Venezia...

VERONICA: Mi bacerete un piede? Marco Venier mi ha detto che voi, da grande sovrano quale siete mi bacerete un piede in segno di rispetto.

ENRICO: Perché no? vi bacerò un piede in segno di umiltà... Un re può ben inchinarsi di fronte alla bellezza e alla sapienza femminile.

Si inchina a baciare il piede di Veronica. E poi fa per abbracciarla.

VERONICA: Come siete frettoloso maestà... Non conoscete le delizie dell'attesa... La sera è appena cominciata. Prima mi ascolterete cantare e poi balleremo insieme. E se i nostri corpi faranno le fusa, come i gatti, allora forse...

ENRICO: Conoscete le arti del bel vivere, lo riconosco... Mi piace il vostro gioco, madame... Sono abbastanza giovane per non perdere il desiderio aspettando e sono abbastanza vecchio per non perdere la pazienza nell'attesa.

VERONICA: Mi recitate una vostra poesia, maestà?

ENRICO: Chi vi ha detto che scrivo poesie?

VERONICA: Lo fanno tutti i grandi signori. Immagino che anche un re lo faccia. Più e meglio degli altri.

ENRICO: Ora mi adulate. lo scrivo qualche rima, come tutti, ma so che non valgono un gran ché.

VERONICA: Lasciate giudicare a me.

ENRICO: Se ci tenete... (comincia a recitare.)

S'io v'amo al par de la mia propria vita

donna crudele, et voi perché non date

in tanto amor al mio tormento aita...

VERONICA: Ma sono le mie rime...

ENRICO (Ridendo): Ho una buona memoria?

Com'esser può mai che dentro al lato

molle, il bianco, gentil, vostro bel petto

chiuda un sì duro cor e sì spietato...

VERONICA: Se siete capace di imparare a memoria le rime di una cortigiana siete un diplomatico acutissimo e un governatore geniale... Mi avete conquistata...

ENRICO: Cantatemi la vostra canzone... Ma che sia crudele. Voi, Veronica avete colto al volo i miei gusti... non amo i cuori compiacenti, ma quelli ostinati e severi.

Veronica prende il mandolino e canta. Il re prima ascolta abbagliato poi si avvicina e le bacia l’orecchio poi il collo mentre lei continua a cantare. Buio su Enrico e Veronica.

GASPARA: Dormi dormi coscina di pollo, che la tua mamma ha male al collo... la tua mamma è la più bella... la tua mamma è la più grassottella... Buongiorno signora Veronica! Buongiorno Signor re. Che bella giornata! dice lei. Che bella giornata! risponde lui, il re... Ed erano qua in questa casa che è stata pulita da chi? da Gaspara Greghetta che sono io... E tu pure dirai: la mia mamma un giorno ha ospitato un re, anzi il re di Francia, Enrico III... E se qualcuno ti chiedesse: ma come? ma quando, tu gli dirai: ero in cucina con la mia tata, Gaspara Greghetta, quando il re si coricò con la mia mamma... È un grande onore bambino mio... un grandissimo onore... Se eri femmina poteva toccare anche a te... ma qui, al contrario di Paula, la signora Veronica fa solo figli maschi. Prima Achillino e poi Ulisse e poi tu, Enea... E non solo un re è venuto a casa mia, tu dirai da grande ma anche il glorioso De Montaigne che tutto il mondo onora e ha portato a mia madre un piatto d'argento cesellato. E che dire del signor Tintoretto che veniva a cena tutte le domeniche le ha pure fatto due ritratti bellissimi... E proprio uno di questi ritratti, la mia mamma, tu dirai, l'ha voluto regalare al re di Francia perché si ricordasse di lei... come era contento Enricuccio di quel ritratto! Come se lo guardava...

Veronica si siede davanti allo specchio.

E canterellando si mette a posto i capelli.

Vannitelli da una parte la spia.

Entra Maffio e lei lo vede nello specchio.

VERONICA: Un altro Venier... Cos'è, vi passate la parola in famiglia?

MAFFIO: Attenzione signora! lo non sono della razza né di Marco né di Domenico... Sono un Venier solitario. Che bei capelli che avete!

VERONICA: Le vostre poesie sono cattive e sudice...

MAFFIO: Ma le conoscete... Bene... Anch'io conosco le vostre. Sono formali e antiquate.

VERONICA: Venite per insultarmi?

MAFFIO: Vengo per guardarvi da vicino... Pensavo che foste tutta posticcia. Come la Michelina Brunelleschi...

VERONICA: Venite da me come al baraccone...

MAFFIO: La Venezia delle Casate mi annoia... le signore in merletti, i signori in damasco, i cagnolini, le gondole, i servitori, i piatti d'argento, gli schiavi neri, il vino di Spagna... anche se quello è il solo che salverei dalla rovina... sono cose che meritano di essere travolte da un maremoto... Mi piacciono, sì, i baracconi come il vostro dove si incontra di tutto: dal Doge al pretonzolo letterato, dal gran Mufti al duca di Toscana, dal poeta di corte al pittore di grido... mi felicito con voi per il grande successo, signora Veronica. Non potevo mancare alla bisboccia... Mi hanno detto che avete la lingua che taglia... e io amo tutto ciò che taglia.

VERONICA: Giusto appunto ho perduto le mie care forbici d'oro a cui tenevo tanto.

MAFFIO: Allora cominciamo il taglio e cucito?

VERONICA: E lo sa Marco che siete venuto a trovarmi?

MAFFIO: Lo sa e non lo sa. Me ne ha parlato lui di voi, di questa casa accogliente, dei vini, delle rime... Ma non sa che ho deciso di venirvi a trovare... non lo sapevo nemmeno io fino a cinque minuti fa, quando passando per Santa Maria Formosa, ho deciso di venire su.

VERONICA: Avete fatto bene. Un Venier è sempre bene accetto.

MAFFIO: Sia chiaro. lo non sono un Venier. lo sono Maffio. E non ho niente da spartire con gli altri due...

VERONICA: Capisco.

MAFFIO: Domenico è podagroso, uggioso, grave... E voi vedete che io sono al contrario giovane, asciutto, rissoso e ben tornito... In quanto a Marco, è un pappamolla. Basta pensare che in società viene chiamato "Un signore a modo", per capire quanto è poco significante... Certo, adattissimo a diventare ambasciatore, ammonitore, Consigliere, perfino Doge, ma non poeta come sono io....

VERONICA: Cosi vi siete presentato. Grazie per avermi risparmiato la fatica di indagare...

MAFFIO: Ora che ci siamo conosciuti me ne vado. Anziché dei fiori vi manderò delle rime. E ricordatevi che avete davanti il più grande veneziano del secolo... (Guardandola con intensità.) Come donna non mi dite un gran ché.

VERONICA: Ah, davvero!

MAFFIO: Dovrei sentirvi cantare. Dicono che avete una bella voce... ma ora ho fretta. Ritornerò.

Veronica esce. Maffio recita una sua poesia.

MAFFIO:        In st' acqua de purissimo cristal

Vedo i balassi e i lucidi rubini

Fati da giozze de dirversi vini

Che par ch'i pianga a vederme a star male

In ste zogie, in ste perle orientaI

Ghe ride mile Amori picenini,

Che con quei cari gesti de putini

Par ch'i me fazza intorno un carneval.

Porta la vista sto tributo al cuor

Che al sentir sta insolita dolcezza

EI me manda ogni spirito in amor.

Quela che, san, m'a usà tanta fierezza

Poria ben farne atorno ogni saor

Ché gnente curaria la so belezza.

Luce su Gaspara che cuce. Entra Vannitelli.

GASPARA: Shhhh, fate piano che il bambino dorme.

VANNITELLI: Sappiate che sono stufo!

GASPARA: Vi dico di fare piano.

VANNITELLI: Sono stufo di questa casa, sono stufo della signora Veronica... sono stufo di Achillino... sono stufo di fare l'istitutore in mezzo al caos e al disinteresse generale...

GASPARA: Ecco, lo sapevo, l'avete svegliato.

VANNITELLI: La vostra padrona è su tutte le furie perché non trova più le sue forbici d'oro.

GASPARA: Ci credo, le ho viste in mano vostra quelle forbicette, proprio l'altro ieri. Le avete ammirate e mi avete pure chiesto quanto varrebbero...

VANNITELLI: Le ho usate per tagliare il filo. Ma poi le ho riposte dove stavano.

GASPARA: Allora staranno li.

VANNITELLI: E invece non ci sono.

GASPARA: Allora cercatele.

VANNITELLI: Le ho cercate ma non le trovo. Voi forse le avete viste.

GASPARA: lo non tocco mai quelle forbicette. So quanto ci tiene...

VANNITELLI: Saranno state d'oro ma certo erano molto logore... Non valgono neanche dieci ducati...

GASPARA: E come lo sapete?

VANNITELLI: Ho domandato a un amico mio, orafo.

GASPARA: E perché avreste domandato a un orafo?

VANNITELLI: Cosi, per curiosità.

GASPARA: Ma con l'astuccio d'argento certamente valevano tre ducati in più.

VANNITELLI: Ah, quello poi aveva due graffi da una parte e...

GASPARA: Anche di quello avete domandato all'orafo amico vostro?

VANNITELLI: E certo... le forbici vanno con l’astuccio... Ma tutte e due insieme non valgono un gran ché...

GASPARA: Si sa che quando si vende e non si è del giro si ricava ben poco. Quanto vi ha dato l'amico vostro per le forbicette e l'astuccio?

VANNITELLI: Ma se vi dico che non le ho viste le vostre maledettisime forbici. Non le ho viste!

Entra Veronica.

VERONICA: Ah siete qui. Dov'è Achillino?

VANNITELLI: Vostro figlio Achillino è un diavolo... lo non so proprio come fare con lui, invece di ascoltarmi costruisce dei grandi membri di carta.

VERONICA: E chi gliel'ha insegnato a costruire membri di carta?

VANNITELLI: lo. Ma così per scherzare, a carnevale. Lui invece lo fa tutto l'anno.

VERONICA: lo vi pago trenta ducati al mese perché insegniate a mio figlio a costruire membri di carta?

VANNITELLI: È un malandrino. Di latino e italiano non ne vuole sapere.

VERONICA: Che vi pago a fare?

VANNITELLI: Se voi non andaste sempre così in fretta... Se mi ascoltaste un momento... Se ragionaste un momento con me, signora Veronica...

VERONICA: Sono qui. Ditemi.

VANNITELLI: Vostro figlio è inquieto perché ha sentito dire in giro che la sua mamma è una prostituta... Forse non sa cosa significhi ma ha capito benissimo che è una brutta parola e che comporta disprezzo...

VERONICA: E voi che cosa gli avete detto?

VANNITELLI: Che voi siete la più bella delle belle e che... ma questo non... ecco, signora la vera ragione per cui Achillino ed io costruiamo membri di carta è perché io non dormo più la notte.

VERONICA: Non capisco il nesso.

VANNITELLI: Non dormo più la notte perché se dormo vi sogno, nuda. E siccome non sta bene sognarvi nuda, preferisco non dormire...

VERONICA: Mi sembrate davvero stravagante signor. Ridolfo Vannitelli. Voi dovreste insegnare a mio figlio che io sono una cortigiana onorata, che il mio mestiere ne vale un altro, che ho una funzione in questa città come ce l'ha il medico, lo speziale... tratto le malattie dei sentimenti e dei sensi... Mi pare di avere dimostrato che le tratto bene, con garbo e generosità... Invece voi che fate? costruite membri di carta... lo credo, signor Vannitelli che sarò costretta a mandarvi via...

VANNITELLI: Mi avete rifiutato varie volte signora. E questo lo ritengo un'offesa, non solo a me, ma alla mia categoria. Se siete una prostituta, come voi stessa ammettete, perché non dovreste soddisfare il mio desiderio? Non sono degno di voi? Pensate che non abbia intenzione di pagarvi?

VERONICA: Non mi piacete signor Vannitelli. E tutto.

VANNITELLI: Ma perché? Vi piace quel mezzo storpio di Domenico Venier e io no.

VERONICA: Il senatore Domenico Venier è storpio sì, ma ha uno spirito limpidissimo e una mente come un giardino d'estate. Mentre il vostro spirito, signor Ridolfo Vannitelli, è storpio e guasto. Confessate almeno che avete preso voi le mie forbici d'oro con la guaina d'argento. Vi perdono, ma ditemelo.

VANNITELLI: Non le ho prese io quelle stupide forbici. Non le ho neanche viste.

GASPARA: Ma se sapete perfino quanti graffi ha l'astuccio...

VANNITELLI: Quella era solo curiosità. lo non le ho prese le vostre forbici. Non saprei che farmene. Ho abbastanza denaro per pagarvi.

VERONICA: Anche se aveste mille ducati non vi prenderei... e ora andatevene... penserò più tardi se mandarvi via o meno...

Luce sul Monsignore e subito dopo su Veronica.

MONSIGNORE: Veronica Franco, imputata... Siete voi?

VERONICA: Sono io...

MONSIGNORE (Annusando): quanto profumo!

VERONICA: È il solito fiordaliso.

MONSIGNORE: Buono.

VERONICA: Mi conforta che vi piaccia.

MONSIGNORE: Qui si sentono sempre odori bassi...

VERONICA: Ve ne manderò una boccetta...

MONSIGNORE: Silenzio! Cosa credete, di potermi corrompere con una boccetta di profumo? (Leggendo.) "Contra Clara Domina Veronica Francum, annus domini 1576"... (La guarda.) Sapete che siete accusata di cose gravi?

VERONICA: lo Monsignore?

MONSIGNORE: È venuto qua un certo Ridolfo Vannitelli, precettore. Lavora da voi codesto gentiluomo?

VERONICA: Gentiluomo non so, ma lavora da me, sì.

MONSIGNORE (Leggendo): "Una tale Veronica Franco, pubblica meretrice, ricercando l’altro giorno per alcune sue robbe in casa, et incolpando tutti quei che stavan in detta casa, di averle rubato un paio di forbici d'oro con guaina d'argento, se la prese col suddetto accusandolo di furto..." è vero?

VERONICA: Verissimo. Le ha prese lui.

MONSIGNORE: Come lo sapete?

VERONICA: Lui stesso raccontò alla mia serva Gaspara che le aveva fatte valutare da un suo amico orafo.

MONSIGNORE: Ciò non costituisce prova.

VERONICA: Non l'ho nemmeno mandato via. E dire che lui e mio figlio Achillino passano il tempo a costruire membri di carta anziché imparare il latino.

MONSIGNORE: Membri di carta? Per fare che?

VERONICA: Così, per gioco.

MONSIGNORE (Riprendendo a leggere): "Per ritrovare dette forbici la signora Franco recuperò un anello benedetto e un ramoscello d’olivo nonché una candela anch'essa benedetta e dell'acqua purissima, presa nella lontana chiesa San Nicola dei Mendicoli e con una ghistara piena di quell'acqua cominciò a fare incantamenti et invocazioni ai demoni dando scandalo a tutti"... Vi rendete conto della gravità? Rispondete sinceramente. Siete davanti al tribunale dell'Inquisizione. È vero ciò che denuncia costui?

VERONICA: È vero... Ma era un gioco Monsignore...

MONSIGNORE: E che risultò dall'acqua benedetta e la candela? Venne fuori il colpevole?

VERONICA: Perché, ci credete anche voi?

MONSIGNORE: Non dite sciocchezze. Era per capire il meccanismo dei fatti.

VERONICA: Non venne fuori niente, perché ci mettemmo a ridere e la cosa finì lì.

MONSIGNORE: Ma non è finita la sua denuncia. Il vostro precettore prega il Tribunale dell'Inquisizione di (Leggendo.) "gastigare e far gastigare detta Veronica Franco et gli altri che sono intravenuti a far detti incanti e invocazioni di demonii secondo che comandano le sacre divine leggi... Acciò vada in esempio di tutte l’altre persone, perché non gastigandosi questa fattucchiera, puttana pubblica e barra, molti si metteriano a far simili cose contro la santa cristiana fede"... Vi si accusa qui di ballare, cantare, giocare a carte... È vero?

VERONICA: Monsignore, anche voi qualche volta sarete stato in casa di una cortigiana. Che cosa si fa oltre ad amoreggiare, sentire musica, cantare e mangiare? Si giuoca a carte. Ma così, in famiglia. Non è mica una bisca...

MONSIGNORE: Per vostra norma i Monsignori non frequentano le case delle cortigiane... VERONICA: Eppure a casa mia ne ho avuti ospiti parecchi... Volete che vi dica i nomi?

MONSIGNORE: No, per carità... Qui vi si accusa di non andare mai a messa la domenica. È vero anche questo?

VERONICA: Ma a noi cortigiane è proibito di mostrarci in chiesa la domenica... come potremmo andare alla messa?

MONSIGNORE: Dovreste alzarvi alle quattro e presentarvi alla messa delle cinque. Quella non è proibita.

VERONICA: Andando a letto alle due?

MONSIGNORE: La sapete molto lunga signora Franco. Qui vi si accusa di ogni sorta di peccato...

VERONICA: Che altro?

MONSIGNORE: Vi si accusa di mangiare carne il venerdì.

VERONICA: lo debbo sostenermi eccellenza, una cortigiana lavora tutto il giorno e spesso anche la notte e come fa, non può mica vivere di pesce lesso.

MONSIGNORE: Ma la carne il venerdì è proibita.

VERONICA: Sarà successo una volta Monsignore. D'altronde quel venerdì di cui parla Vannitelli c'erano a casa mia il Cardinal Falenghi, il Monsignore Guido, il senatore Damaso Neva, il Gran consigliere Marco Bragadin, lo conoscete?

MONSIGNORE: Lasciamo perdere...

VERONICA: Anch'io lascerei perdere...

MONSIGNORE: Sono io che decido...

VERONICA: Siete voi che decidete...

MONSIGNORE: Mi fate il verso?

VERONICA: Non mi permetterei mai...

MONSIGNORE: Potrei mandarvi al rogo. Ma non lo farò.

VERONICA: Saggia decisione.

MONSIGNORE: Potrei farvi fustigare pubblicamente. Ma poiché so che la cosa si trasformerebbe in uno spettacolo per gaudenti, non lo farò.

VERONICA: Saggissima decisione.

MONSIGNORE: Se continuate a commentare, vi mando subito ai piombi.

VERONICA: Idea più che malvagia... Scusate... Non parlo più.

MONSIGNORE: Ma ricordate che la prossima volta non saremo indulgenti. E state attenta perché sarete controllata! Giù in ginocchio! Andate a messa la domenica anche se dovete alzarvi alle quattro. Non mangiate carne il venerdì. E soprattutto non occupatevi più di sortilegi e diavolerie...

VERONICA: Posso andare?

MONSIGNORE: Andate...

VERONICA: Quando volete, Monsignore, la mia casa è a vostra disposizione. Potete passare una serata piacevole, fra conversazioni dotte, canti e letture di rime... Non mancheranno cibi prelibati e vini di qualità...

MONSIGNORE (Ironico): Chiederò al papa se ha voglia di venire con me... Dopotutto non farà più scandalo di un re di Francia...

Buio su Monsignore e Veronica:

Veronica in mantello nero cammina. Viene fermata da Vannitelli.

VANNITELLI: Non vi hanno imprigionata, allora?

VERONICA: Sono libera. Alla faccia vostra.

VANNITELLI: Lo sapevo, porca troia, lo sapevo... Come poteva un povero precettore mettersi contro una meretrice protetta dai culi di pietra più dotti di Venezia...

VERONICA: Se lo sapevate perché l’avete fatto? Siete una spia disgustosa!

VANNITELLI: Lo sapevo, lo sapevo... madonna puttana!

VERONICA: Attenzione, Vannitelli, potreste incorrere anche voi nelle ire dell'Inquisizione per bestemmie reiterate... Addio caro precettore a non più rivedervi...

VANNITELLI: Aspettate, Veronica... io vi amo... aspettate!

Veronica si calca in testa il cappuccio e va. Vannitelli esasperato le corre dietro.

VANNITELLI: lo le forbici non le ho vendute... le tengo sotto il cuscino per ricordarmi di voi... Le rivolete? Se le rivolete mi dovete per lo meno guardare... mi guarderete signora Veronica?

VERONICA; No, signore precettore l'avete fatta troppo grossa. Tenetevi le forbici e addio.

VANNITELLI: Vi prego, vi prego Veronica...

Veronica se ne va.

VANNITELLI: Maledettissima puttana! ti odio! Ti odio. Stai invecchiando, puzzi di gatta morta, hai la pelle che ti casca, gli occhi che ti colano, sei brutta, brutta, mi fai schifo. Ti odio! Ora ci torno da... quel Monsignore e gli dico che mi avete fatto una fattura, mi avete rovinato Veronica, Veronica!...

Buio su Vannitelli. Luce su lazzaretto.

VERONICA: Quanto sono stata meschina nel mio splendore! Quanta superbia e quanta arroganza!... Credo che il Signore mi voglia punire. Parlavo d'amore, Anzola, mi beavo del piacere che sapevo regalare e... ferivo il nostro Signore... Era come se io, con le mie mani, con la spugna intrisa di aceto, avessi premuto sulle sue ferite...

ANZOLA: Smettete di tormentarvi... siete come tutte, Veronica, né meglio né peggio. Non siete stata voi a premere la spugna con l'aceto sulle piaghe di nostro Signore... Vi credete troppo importante.

VERONICA: È per questo che non si decide a chiamarmi a sé, Anzola? Né fra i vivi né fra i morti? perché la mia voce non riesce neanche a immaginarla? Perché i suoi occhi passano sopra la mia testa veloci e si posano lontano, senza vedermi?... È così Anzola?

ANZOLA: È così.

VERONICA: lo sono qui non per castigo ma per sbadataggine, per noncuranza...

ANZOLA: Proprio così.

VERONICA: E se invece mi tenesse in vita per una sua segreta misura che capirò dopo, solo dopo... C'è una dolcezza nascosta in questa sospensione di giudizio, Anzola... forse ha sentito anche lui un leggero profumo di fiordaliso...

ANZOLA: Che candore! Gli uomini, secondo voi, vi desiderano sempre... Ma il Signore, il mio amato Signore, non vi desidera per niente, sappiatelo. Il vostro profumo di fiordaliso non gli tocca neanche le alucce che ha intorno alle caviglie... egli è perfetto e non desidera che se stesso.

VERONICA: Triste quel corpo che desidera solo se stesso.

ANZOLA: La perfezione vuole questo.

VERONICA: Non ditemi cose che mi potrebbero a bestemmiare... lasciate che speri nel suo desiderio per me.

ANZOLA: Per lo straccio che siete?

VERONICA: Per lo straccio che sono... So che è capace di miracoli... Oh Dio, che male!

Si piega su se stessa. Anzola la sostiene.

ANZOLA: Ecco che se ne va... Forse il Signore vi ha ascoltato... nella sua infinita bontà... perfino una meretrice... una vecchia ciabatta... Signore che pazienza che avete! La vostra indulgenza non ha limiti, è eccessiva, francamente ve lo dico di cuore, è eccessiva... È incredibile che certe creature abbiano la capacità di sedurre anche il cielo... Andate, andate pure da lui... la fortuna si sa, segue i fortunati...

Buio sulle due.

FINE PRIMO ATTO

SECONDO ATTO

ANZOLA: Ancora due passi, fino a là.

VERONICA: Non ce la faccio.

ANZOLA: Sì che ce la fate...

VERONICA: Casco.

ANZOLA: Non cascate. Proviamo... piano, piano, un passin dietro l'altro... ne avete visti di morti passare!

VERONICA: Troppi!

ANZOLA: Avete sette vite come i gatti.

VERONICA: Che ne faccio di sette vite? a me ne serve una sola e buona...

ANZOLA: Il monatto Raffaele ha puntato tre scudi che morivate entro la serata...

VERONICA: Che porco!

ANZOLA: Suora Miranda ha scommesso un uovo che facevate lo sgambetto all'angelo.

VERONICA: E chi se l'è mangiao?

ANZOLA: Lei se l'è mangiato, lei... ha vinto... E sapete contro chi?

VERONICA: Contro chi?

ANZOLA: Contro de mi...

VERONICA: Tu hai scommesso che morivo... bell' amica!

ANZOLA: Eravate spacciata. E poi quell'uovo...

VERONICA: Fresco, tondo, trasparente... Da quando è che non mangi un bell'uovo sodo, suora Anzola?

ANZOLA: Vediamo... (Fa dei conti con le dita.) Da... uno, due, tre, sette anni. Sì sette anni.

VERONICA: Era meglio se morivo eh? E adesso ci scommetteresti ancora che me ne vado?

ANZOLA: A guardarvi sembrate risanata... Ma non si sa mai. La peste è maligna. Sembra che se ne va e poi, quando ha già voltato l'angolo, torna indietro... Non è detto che non debba gustare l'uovo...

VERONICA: Il Signore ti ha dato una bella mente causidica...

ANZOLA: Causidica a me non l'ha mai detto nessuno!

Si allontana lasciando sola Veronica che barcolla.

VERONICA: Aspetta, per favore! Non vedi che non mi reggo in piedi?

ANZOLA: Crepa!

VERONICA: Per carità, Anzola...

Fa tre passi verso di lei. Si aggrappa.

ANZOLA: Senza di me siete uno straccio morto, mi dovete obbedienza assoluta...

VERONICA (Ripetendo un poco avvilita e un poco ironica): Ubbidienza assoluta.

ANZOLA: Farete tutto quello che vi dico io?

VERONICA: Lo farò. Ma non lasciarmi.

ANZOLA: Allora sedetevi, mi pesate sulla spalla.

VERONICA: No, per terra no. Non riesco ad alzarmi.

ANZOLA: Restate un momento qua appoggiata al muro. Vado a prendervi una sedia.

VERONICA: No, non lasciarmi, cado!

ANZOLA: Qua, contro la porta. E vi lego con lo scialle al chiodo.

Esegue. Veronica rimane appesa contro la parete.

VERONICA: Che brutta fine Veronica, attaccata a un chiodo come un pollo senza penne... Suor Anzola, per carità? Suor Anzola... quella troia, lo sento, si è messa a fare le scommesse... Anzola, Anzola!

Torna Anzola con una sedia. Slega Veronica. La aiuta a sedersi.

ANZOLA: Meglio così?

VERONICA: Mi gira la testa.

ANZOLA: Volete che vi lego alla sedia?

VERONICA: No, no, mi tengo qua, ai braccioli...

ANZOLA: E ora, ecco... raccontéme.

VERONICA: Che cosa?

ANZOLA: De vu... Me piason tanto le storie.

VERONICA: Ma cosa?

ANZOLA: Mi avete raccontato del re... di Paolo vostro marito... di quell'altro,come se ciama?

VERONICA: Marco?

ANZOLA: Lo amavate?

VERONICA: lo sì. Era lui che non amava me. O forse sì, mi amava, ma con distacco... Una cortigiana non si possiede, si divide. Diventano tutti amici, solidali, complici... Solo le vere morose si posseggono... le altre si dividono, da buoni camerati... A uno piace il seno, a un altro la bocca, un terzo gli occhi, un quarto i piedi...

ANZOLA: I piedi?.. Ditemi, ditemi dei piedi...

VERONICA: Per esempio Marco... a lui piacciono molto i piedi...

Si accende una luce sul palcoscenico. Marco è elegantissimo.

Avanza guardingo. Buio su Veronica.

MARCO: Non vi affrettate vi prego... Quello che amo di più dell'amore è proprio questo momento di preparazione... Fatemi sentire la scarpina che cade al suolo, tac... e ora l'altra, tac... si direbbe che siate a piedi scalzi... eppure non sento quel leggero scalpiccio che fanno le vostre piante sul pavimento... avete tenuto le calze? Spero di no Veronica, quante volte devo dirvelo che il nudo deve essere completo... quella maglina di cotone sotto le dita mi butta giù, mi sconsola... Féme sentir quel delicato sfregolar dei pié contro el terazo... Lo sò che avete freddo... ma poi penserò io a scaldarveli... dubitate forse di me? del mio fiato? Lo sapete che nell'amore sono asino e bue... prendere in mano un piedino nudo, accoglierlo fra le due palme aperte, come un piccolo neonato fra le braccia della madre... badarlo, scaldarlo col fiato finché si riaddormenti.

Entra Veronica sugli alti coturni.

VERONICA: Eccomi qua.

MARCO: Sognavo di voi... E voi siete entrata nel mio sogno con la delicatezza di un soldato di ventura... Perché usate quei calzari? lo sapete che li odio.

VERONICA: E la moda...

MARCO: Una moda maligna... toglieteveli, vi prego...

Veronica si toglie il mantello. Scende dai coturni.

VERONICA: È da due settimane che non vi fate vivo... Dove siete stato?

MARCO: Non so. Forse a casa a dormire. Forse in giro, con amici.

VERONICA: Perché fate il misterioso?

MARCO: Sareste per caso gelosa?

VERONICA: E se lo fossi?

MARCO: Una cortigiana non può suscitare gelosia né provarla... È proibito.

VERONICA: Proibito da chi?

MARCO: Dal buon senso. Dall'intelligenza.

VERONICA: Prima cercate il mio amore e poi non lo volete. Non siete un poco inconseguente?

MARCO: L'amore in questa casa è una cortesia squisita, un delicato ardimento, un gioco d'azzardo, una felicità senza macchie... a patto di non volere fare il verso a quelli là...

VERONICA: Quelli là chi?

MARCO: I benpensanti, i padri di famiglia, i mariti onesti, gli amanti fedeli, i proprietari di anime e di corpi...

VERONICA: Quelli là non fanno che scimmiottarci...

MARCO: Le brave signore vorrebbero fare le cortigiane e le cortigiane non sognano altro che di fare le brave signore...

VERONICA: Forse vorrebbero essere rispettate come signore ma avere la libertà delle cortigiane...

MARCO: Che noia sarebbe la vita di città! Signore e cortigiane una stessa minestra. Che farebbe un gentiluomo con un poco di fantasia?

VERONICA: Volete bere un bicchiere di vino di Spagna con me?

MARCO: Non datemi da bere. Datemi un piede da baciare.

VERONICA: Sono stanchi i miei piedi. I coturni pesano...

MARCO: Vere torture per i piedi queste barcacce... Lo sapete che i piedi vanno coccolati, carezzati. Se li trattate male loro si vendicano con i calli.

VERONICA: lo li tratto con l'olio di mandorle dolci. Un goccio di anice turca e... dormono come due bambini...

MARCO: Sarò io a svegliarli con un bacio...

VERONICA: Marco, quanto tempo è che venite qui da me?

MARCO: Non lo so. Non so fare i conti...

VERONICA: Se vi dicessi che aspetto un bambino?

MARCO: Un'altra volta?

VERONICA: Credo proprio di sì.

MARCO: Avete bisogno di soldi?

VERONICA: Certo, ho bisogno di soldi...

MARCO: Sapete che a me i neonati fanno senso. A me i figli piacciono da quando cominciano a leggere e scrivere. Mi piacerebbe una bambina... Cinque anni, si chiama Olimpia come mia madre, ha i boccoli biondi, una bella fronte alta... mio amatissimo papà, posso chiederti quindici scudi per comprarmi un vestito di raso coi fiocchi d'argento? Cara Olimpia, prima di pensare al vestito coi fiocchi d'argento vorrei che tu leggessi questo libro che tuo padre d'accordo con tua madre, ha voluto dedicarti. (Prende a recitare una poesia.)

Luce su Gaspara che cuce.

GASPARA: Dormi dormi coscina di pollo che la tua mamma ha le ali strappate... La tua mamma è la più bella... e tu e tu... sei il più porcello dei miei porcelli. Il signor Marco tuo padre non ti degna di uno sguardo. Lui voleva una bambinella... Quanto vuoi Gaspara? trenta scudi? cinquanta scudi? Ma non mi scocciare con quel bamboccio... non voglio vederlo, è troppo brutto... Ma se vi assomiglia come una goccia d'acqua!... Non mi assomiglia per niente. È brutto come la fame... È piccolo, vedrete appena cresce come diventa bello! tieni, ti dò altri venti scudi, compragli un vestito nuovo, compragli un cavallino, compragli un liuto, compragli una corda per impiccarsi, ma non me lo portare davanti...

Veronica scrive, con un piede fa andare su e giù la culla dell’ultimo nato.

VERONICA (Rileggendo):

Quel che ascoso nel cor tenni gran tempo con doglia tal ch'a la lingua contese

Narrar le mie ragioni a miglior tempo:

Quelle dolci d'amor amare offese

(Ripete.) Quelle dolci d'amor amare offese...

Amare offese, amare offese...

Ch'io mi sento morir da passione...

Di non averlo a ciascun hora appresso...

(Compitando per contare sillabe.) Di-non-a-verlo-a-ciascun-hora-appresso...

GASPARA: Volete i bicchieri quelli coi bordi d'oro o quelli col filetto lilla?

VERONICA: Non vedi che sono occupata?

GASPARA: Fra un'ora avete a cena della gente e state ancora qui a baloccarvi.

VERONICA: Non mi sto baloccando. Scrivo dei versi che reciterò stasera agli amici.

GASPARA: Ma avete da vestirvi e da controllare che la tavola sia bene apparecchiata, dovete assaggiare il vino, e mettere i fiori e accendere le candele.

VERONICA: Tutte cose che puoi benissimo fare tu Gaspara.

GASPARA: Ma le avete sempre fatte voi...

VERONICA: Stasera non posso... sono indietro coi versi... vuoi che faccia una brutta figura? Lasciami sola Gaspara; devo scrivere.

GASPARA: VuoI dire che la serata sarà proprio un tonfo...

VERONICA: Va bene, Gaspara. Dammi solo cinque minuti e poi vengo, sei contenta?

GASPARA: Cinque minuti, non di più.

VERONICA: Cinque. E portati via il bambino.

Gaspara prende la culla e la porta via.

VERONICA: Mai un momento di pace... mai... dunque... Quelle dolci d'amor amare offese... Ch'io mi sento morir di passione... di non averlo a ciascun hora appresso...

Rientra Gaspara quasi subito.

GASPARA: Sono passati cinque minuti. C'è lo speziale che vuole essere pagato. C'è Achillino che ha vomitato la cena e adesso piange...

VERONICA: Sei sempre così brava a sistemare tutto. Stasera sembra che non puoi fare a meno di me. Ma perché?

GASPARA: Quando sento il bastone del senatore Domenico Venier mi viene la pelle d'oca.

VERONlCA: Già qui!

Entra Domenico Venier.

DOMENICO: Questo sarebbe il figlio di Marco?

GASPARA: Si chiama Enea.

DOMENICO: Poteva essere mio.

GASPARA: Vi piace?

DOMENICO: No, non mi piace.

GASPARA: Neanche al padre piace...

DOMENICO: lo l'avrei fatto meglio.

GASPARA: Sarà un grand'uomo.

Entra Maffio. Esce Gaspara.

MAFFIO: Eccomi.

DOMENICO: E voi che ci fate qui?

MAFFIO: Quello che ci fate voi.

DOMENICO: lo vengo qui da quindici anni, caro Maffio e non vi ho mai visto prima.

MAFFIO: Da quando in qua i meriti si acquistano per anzianità come negli uffici di stato!

DOMENICO: Oh non stiamo a battibeccare. Eh... scrivete sempre?

MAFFIO: Come, non avete letto il mio opuscolo di versi in veneziano?

DOMENICO: Non leggo versi in vernacolo...

MAFFIO: Fate male.

DOMENICO: La poesia è una sofisticheria linguistica, Maffio... voi mescolate il quotidiano col sublime... impastate, impastate... siete un fornaio, non un poeta...

MAFFIO: Sempre lo stesso inguaribile formalista, caro il mio sior barba. lo faccio ballare le parole, voi le imbalsamate.

DOMENICO: Semplificate, caro Maffio, semplificate e provocate. In poesia la semplificazione è acquiescenza, noia, banalità...

MAFFIO: lo parlo delle creature di carne, voi parlate delle idee. lo sto per strada, voi state nei musei. Dove credete che scorra il sangue?

DOMENICO: Spero bene che scorra dalle vostre parti. lo non amo il sangue, neanche quello finto. Il vostro mondo fatto di carne e di sangue è noiosissimo e prevedibile. Tutti siamo fatti di carne e sangue... Per non parlare delle lagrime... A me interessa quell'altro mondo, fatto di invenzioni e stravaganze, di rivelazioni e delirii. Un mondo in cui le montagne sono di seta, il cielo è di carta, le nuvole di bambagia, i fiumi di vetro, i laghi di specchi spezzati... In quanto ai sentimenti... essi sono l'essenza più raffinata del più completo assoluto artificio...

MAFFIO: Siete un vecchio esteta e le vostre poesie possono piacere solo a quattro mummie incatramate come voi... Le mie rime le potete trovare sulla bocca dei gondolieri, dei mercanti di frutta, degli speziali, delle lavandaie... Così ha da essere la poesia, popolare, altrimenti è un messale buono solo per gli altari.

Entra Veronica elegantissima.

DOMENICO: Oh finalmente. Come siete bella! Questo screanzato non ha fatto che insultarmi... e sono anche senza sgabello.

VERONICA: Gaspara, il panchetto da stroppiato.

DOMENICO: Anche voi Veronica, che brutalità!

VERONICA: Scusate, lo chiamiamo così...

Entra Gaspara con lo sgabello e lo mette sotto il piede del senatore.

DOMENICO: Ecco a cosa serve la poesia per esempio: a ingentilire il linguaggio...

MAFFIO: E a stroppiare gli sgabelli... caro Venier (Ride)... Il panchetto da stroppiato voi lo chiamate sgabello e risolvete la questione. Lo stroppiato scompare e il panchetto si nobilita... Ecco come voi intendete il linguaggio: un abbellimento sleale della minutaglia quotidiana... Quella minutaglia che a metterci le mani dentro, si sporcano, si riempiono di grasso, di morchia... si lavora con la feccia, e senza guanti bianchi...

DOMENICO: Vi lascio la feccia... ve la regalo... Mi tengo i guanti bianchi... Comunque fra i due lo sleale siete voi che stroppiate l'italiano per arruffianarvi il pubblico veneziano...

VERONICA: Non litigate per favore...

DOMENICO: Anche lei, anche lei conosce la sofisticheria del rimare e se ne serve con grande sapienza... Non si sporca le mani col dialetto come voi...

MAFFIO: Perché anche lei vuole coprire, velare, modificare il grande paesaggio di merda che ci circonda...

VERONICA: lo non copro niente... Parlo molto schietto nei miei versi, e voi lo sapete...

MAFFIO: È vero voi dite sempre la verità... ma è una verità tutta in ghingheri... artefatta e presuntuosa...

VERONICA: A furia di insultare vi sono venuti i calli alla lingua, Maffio...

DOMENICO: Abbiamo abboccato all'amo, Veronica. Maffio gode quando gli altri si indignano... Mi versate un poco di vino Veronica?

VERONICA: Di Spagna o di Cipro?

DOMENICO: Preferirei quel toscano dall'odore di pesca.

VERONICA: Non è troppo dolce per voi?

DOMENICO: Mi piace il profumo... mi fa pensare a quando avevo vent'anni che uscivo di casa di buon'ora e sentivo quell'odore nel giardino sotto casa. C'era un pesco piccolo e storto che faceva delle pesche piccole e storte, ma così profumate, così profumate che chiunque passava per la strada rimaneva lì bloccato col naso per aria...

MAFFIO: Giuggiole!

DOMENICO (Facendo finta di niente): Veronica, prima di metterci a tavola vi chiederei di leggerci le vostre ultime rime...

VERONICA: Perché Maffio ci sputi sopra, no grazie.

MAFFIO: Giuro che starò buono ad ascoltare... tutto quello che fate voi Veronica, mi solletica... Non dico cosa mi solletica... potrebbe anche trattarsi del cervello, che dite? Una cortigiana può solleticare il cervello di un uomo oltre che il suo ventre?

DOMENICO: Siete sfrontato Maffio. Ho già capito che ci rovinerete la serata.

VERONICA: Recitate voi, Maffio, qualcosa di vostro.

DOMENICO: Ecco, sì. Leggete... recitate così starete buono per un po’...

MAFFIO (Non si fa pregare. Tira fuori dalla tasca un foglio e legge):

Franca, crédeme, che per San Maffio

L'è quatro mesi che fazzo custion

Se mi diebbo infrisar o star indrio.

Da una banda me piase, me sa bon

EI vedèrve, el sentirve a rasonar

D'allaltra sé un carigolo boccon.

Intendo che, quand'un ve vuoI basar,

Volé sinque o sie scudi e con fadiga

Con i sinquanta ve lassé ciavár...

DOMENICO: E questa sarebbe poesia?

MAFFIO: Perché, non ve piase?

DOMENICO: No. Queste sono impertinenze in forma di ballata... e le ballate sono buoni pure i barcaioli a inventarle...

MAFFIO: Difatti, io sono un barcaiolo... sulla mia barca porto le anime, di qua e di là del fiume... La vostra comunque non la porterei... pesa troppo... Non è un'anima, è un saccon col buso...

DOMENICO: Vi risponderò per le rime, Maffio... Rima contro rima, voi usate i remi, io userò la penna...

VERONICA: Volete accomodarvi?... È pronto in tavola...

Gaspara ha portato una tavola apparecchiata. Maffio mangia a quattro palmenti.

Veronica lo guarda ironica.

VERONICA: L'appetito non vi manca, vedo...

MAFFIO (La bocca piena): Go un certo appetito...

DOMENICO: Si vede...

VERONICA: Mi fa piacere che facciate onore alla mia tavola... Poi ci leggerete qualche altra rima...

MAFFIO: Ne ho le tasche piene... (Ride del doppio senso.) Mi stavo dimenticando la parte finale della poesia... dunque... (Recitando.)

Deh Veronica, cara, caro cuor

Caro contento, cara anema mia...

Fa conto de secorrer un che muore...

Vi piace questo finale?

VERONICA: Vorreste rattoppar lo strappo?

MAFFIO: Veronica, vi amo... lo dico davanti allo stroppio... tanto, non mi importa niente. Mi volete a stare da voi?

DOMENICO: Per mangiare e bere a sbafo...

MAFFIO: Vorreste che stessi con la mia innamorata senza né mangiare né bere?...

VERONICA: Piuttosto mi faccio monaca che avervi qui per casa... Ho cacciato ben altri uomini per la loro prepotenza...

MAFFIO: Ma io sono Maffio, il miglior poeta che abbia questa cagona di città.

DOMENICO: Amen.

VERONICA: Con voi mi divertirei ma andrei in bancarotta in pochi mesi.

MAFFIO: Sempre soldi, sempre soldi... non pensate ad altro... In questa casa si misurano pure i sospiri... Un sospiro: dieci scudi; un lamento: sette scudi; un singhiozzo: tre scudi; un rutto: due scudi; una scorreggia, toh, uno scudo e mezzo...

DOMENICO: Voi mangiate e bevete nei suoi piatti, ma non vi ho visto mai tirar fuori uno scudo...

MAFFIO: Non ne ho... Per questo il suo letto mi è vietato. Ma quando il papa si deciderà a farmi vescovo di Brescia... il posto è vacante lo sapete... Se mi fanno vescovo sono cento ducati al giorno garantiti...

VERONICA: Certo sareste un vescovo squisito... verrei fino a Brescia per sentirvi dire messa...

MAFFIO: Oh se mi danno del buon vino...

DOMENICO: Ubriacatevi pure, amico mio... lo intanto chiederò alla nostra bellissima ospite di farmi un piccolo posto nel suo letto...

VERONICA: Me piase il vostro desiderio.

DOMENICO: Volè dire che accettè.

VERONICA: Savè che son un poco perverse. Me piase zogár.

DOMENICO: Ma io non vi chiedo di giocare.

MAFFIO: Vuole fare sul serio lui... Con quel corpiciattolo...

VERONICA: Tesè vu. Da nudo, el s'è megio de vu.

MAFFIO: Bon per i pesci.

VERONICA: Voi non conoscete la tenerezza di un corpo ansián.

MAFFIO: Per esser tenero s'è tenero..:

DOMENICO: Potrò stringervi quanto vi voglio?

VERONICA: Attension che i pesci sbrissa...

DOMENICO: Podaró basarve finché vogio.

VERONICA: La vogia s'è vegnua anche a mi.

DOMENICO: Allora, andemo.

VERONICA: Andemo.

MAFFIO: Andemo.

VERONICA: Se volete continuare a bere, le bottiglie sono laggiù.

DOMENICO: Felice notte, poeta!

MAFFIO: Come è possibile che se faga feste, imprese, tornei diversi, tante pompe, tant'arme e tanti versi per una donna che se sa che caga.

Luce su lazzaretto e su Anzola.

ANZOLA (Guardando a bocca aperta i tre che mangiano): Pollo... oh Dio... pollo... e burro fuso... santa Barbara perdonami... è l’odore, l’odore che mi prende, mi torce, mi acchiappa. Lo so cosa direte: che adoro il vitello d'oro... ho sentito odore di pollo arrosto e sono qui pronta a vendere l'anima per... Pollo (Tira su col naso)... pollo... pollo... Due volte sole nella mia vita ho mangiato del pollo, santa Barbara, perdonatemi, due volte: la prima a sei anni quando mia madre serviva in casa del giudice Zanin e hanno fatto una festa per il matrimonio della figlia... Prova, assaggia... Giannetta Zanin mi ha messo in mano una coscina di pollo e quando vi ho affondato i denti mi è colato l'olio caldo sul mento... La seconda a quindici anni quando, dopo essere stata bastonata a sangue dal mio patrigno, sono stata soccorsa dal negoziante di vini che si è preso pietà di me e mi ha tenuta in casa per tre giorni. Quella sera, è venuto nel mio letto, mi ha stretta come se mi volesse spezzare le ossa, poi è scappato in cucina ed è tornato col pollo rubato alla moglie...

Intanto si è fatto buio sulla tavola. Veronica è al lazzaretto.

VERONICA: Povera Anzola, povera Anzola mia che farai di te?

ANZOLA: Che farò di me?

VERONICA: Che farai?

ANZOLA: Che farò? (Pausa.) Ma il pollo, voi, lo mangiavate tutti i giorni?

VERONICA: Tutti i giorni no... Sai quanto costa il pollo?

ANZOLA: Se lo sapessi vorrebbe dire che lo compro qualche volta.

VERONICA: Quattro scudi la libbra...

ANZOLA: Infatti in casa mia non l'ho mai visto.

VERONICA: Dio come mi gira la testa! Pensi che guarirò mai?

ANZOLA: Secondo me non ce la fate.

VERONICA: Sei molto incoraggiante.

ANZOLA: Avete la faccia bianca come la carta.

VERONICA: Com'è livida Venezia questa sera, l'acqua sembra di piombo, ferma, stagnante. E le gondole portano il lutto dei tanti morti di questi mesi, le campane le sento meno spesso. Forse la malattia si è stancata.

ANZOLA: No, no. Continuano a morire...

VERONICA: Hai detto qualche preghiera per me?

ANZOLA: Ho altro da fare io che dire preghiere per voi...

VERONICA: Credevo che avevi un po' di amicizia...

ANZOLA: Mi siete simpatica... è vero... Giorni e giorni di comunanza... Gli altri se ne vanno, voi restate... Come si fa a non fare amicizia?... (Ci pensa su)... Ogni quanti giorni mangiavate il pollo?

VERONICA: Una volta al mese, forse due...

ANZOLA: Quindi, voi, ogni quindici giorni mangiavate il pollo...

VERONICA: A Domenico il pollo non piaceva. Lui preferiva il pesce. A volte portava un paniere pieno di orate, sogliole ombrine...

ANZOLA: Il pesce è roba da malati. Ma ditemi del pollo!

VERONICA: Marco una volta me ne ha portato uno vivo di pollo. È rimasto inebetito per un'ora sul terrazzino. Poi si è messo a correre, così allegro e felice che nessuno ha avuto il coraggio di ammazzarlo. È morto di vecchiaia.

ANZOLA: Se c'ero io, lo afferravo per una zampa e hop, gli torcevo il collo... e lo magnavo anca cruo...

VERONICA: Vi sembra che ho ancora la febbre?

ANZOLA (Prendendole il polso): Mi sembra di sì... Galoppa il vostro cuore... Ma quando schioppa? Nutrito a pollo arrosto non lo ammazza nessuno questo cuore...

VERONICA: L'ha sgualcito l'amore...

ANZOLA: Avete amato molti uomini?

VERONICA: Ho avuto molti uomini nel letto. Ma amato solo... forse due persone... Domenico Venier, quando l'ho incontrato e Marco Venier... il padre di Enea.

ANZOLA: E vostro marito Paolo?

VERONICA: A me serviva un marito, Anzola. Poi ho creduto di amarlo...

ANZOLA: Allora perché non avete sposato messer Domenico?

VERONICA: Era lui che non poteva sposare me. Un Venier non sposa una cortigiana.

Luce sul palco dove Domenico cammina zoppicando.

DOMENICO: Vi ho amato più di quanto fosse lecito, Veronica... lecito per un pensiero libero, per un corpo infelice come il mio... Ho amato la vostra servitù, più di quanto mi fossi proposto di fare e di questo vi chiedo perdono... quando il re di Francia è venuto a visitarvi voi avete trionfato. Ma in cuore mio ho pianto per voi. C'era qualcosa di profondamente offensivo e degradante in quel trionfo che vi inchiodava, col vostro stato di meretrice, alle mura molli della città... D'altra parte però, dovete ammetterlo la servitù è stata nutrice per voi... Da lei avete avuto tempo e agio per istruirvi e raffinarvi. Vi siete fatta ardita e forte per passare attraverso le sette porte dell'oblio e della violenza. Siete riuscita, non si sa con che segreta alchimia femminile, a combinare la grazia raffinata dell'aristocrazia con la astuta corruzione del popolo...

Ho amato la vostra servitù con colpevole compiacimento. Se fosse stata la mia, l'avrei detestata, lo confesso. Ma la vostra era preziosa e di questa preziosità mi sono beato, come di una seconda pelle in cui mi sono avvolto.

Ogni volta che restavate gravida, sognavo di nascere da voi come un figlio nuovo e lieto, con il mio naso troppo lungo, i miei occhi acquosi, le mie gambe malate... Ma non ho mai avuto veramente il coraggio di rendervi madre. Consideravo troppo preziosa la vostra servitù per poterla negare nel figlio che avreste avuto. Non volevo che Domenico Venier risultasse complice di quella vostra adorabile soggezione... anche se complice, mia signora, lo sono comunque, perché il vostro servaggio io l'ho incoraggiato e pagato, come a dire che ho partecipato alla vostra corruzione... Ma credetemi, l'ho fatto con tanto di quell'amore che non può non farmi perdonare da voi...

Casa di Veronica: entrano Veronica e Marco.

VERONICA: Cosa succede?

MARCO: Topi morti, dappertutto, topi morti... a San Zaccaria, a San Salvador, a Castelo, a Rialto, a Santa Margherita... topi morti che schiattano sotto gli occhi di tutti... Che sarà di noi, povere vite! Stanno già chiudendo il porto... al mercato c'è un silenzio terribile. C'è stata una seduta del Consiglio... presto si chiuderanno le porte della città... Se intendete partire fatelo subito... C'è sempre la mia casa sul Brenta se vi interessa.

VERONICA: E voi che fate?

MARCO: lo debbo rimanere. Il magistrato alle acque non può tagliare la corda...

VERONICA: Verrete a trovarmi?

MARCO: Se chiudono la città no... Ma, speriamo che sia un falso allarme... Ecco, vi lascio mille scudi...

VERONICA: È vero che vi siete innamorato, Marco?

MARCO: Chi ve l'ha detto?

VERONICA: Allora è vero?

MARCO: Pettegolezzi.

VERONICA: Vi portate addosso degli odori nuovi, sconosciuti, Marco... È giovane?

MARCO: È giovane.

VERONICA: E intendete sposarla?

MARCO: Come potrei? È cortigiana come voi...

VERONICA: Una giovane cortigiana... E ditemi, scrive versi?

MARCO: Ha una intelligenza virile e molta dolcezza...

VERONICA: Non vi vedrò più?

MARCO: Pensate a salvarvi Veronica. Se avrete bisogno di qualcosa, mandatemi un biglietto.

VERONICA: Non mi abbracciate?

MARCO: Dobbiamo pensare ai contagi... Ogni contatto è pericoloso... io per voi e voi per me... .

VERONICA: Addio messer Marco Venier. Siete stato molto amato...

MARCO: Avreste potuto dirmelo qualche volta.

VERONICA: Avevo paura di disturbarvi...

MARCO: Anch'io...

VERONICA: lo vi amo ancora...

MARCO: Anch'io.

VERONICA: Però fate l'amore con un' altra.

MARCO: Anche voi. So che ricevete spesso il giovane Maffio.

VERONICA: Non riesce ad innamorarmi...

MARCO: Prima o poi ci riuscirà.

VERONICA: Abbracciatemi, vi prego... Non ho paura del contagio...

MARCO: E se avessi paura io?

VERONICA: La considererei un viltà imperdonabile.

MARCO: Allora perdonatemi...

Marco abbraccia stretta Veronica; buio. Luce su Gaspara.

GASPARA: Una vacca, due vacche, tre vacche, quattro vacche, cinque vacche... Non si vedono che vacche da queste parti... La signora Veronica è intrattabile... pensa solo a scrivere... Sono belle le ville sul Brenta... bellissime... ma santo Dio che noia!

Entra Veronica.

VERONICA: È venuto nessuno a cercarmi?

GASPARA: Nessuno.

VERONICA: Ne sei sicura?

GASPARA: Sicurissima...

VERONICA: Non hanno più voglia di divertirsi... niente cene, niente giochi, niente intrighi, Gaspara mia... Cosa faccio io qui... cosa faccio? È una tale noia!... una tale noia... Hai sentito Gaspara? Ho fatto la voce di mia madre... (Rifacendo la voce materna.) Che noia bambina mia, che noia! Te la ricordi Gaspara, la signora Paula, con le scarpette dal tacco sempre scalcagnato?

GASPARA: Sempre su e giù per le calli...

VERONICA: Dove vai, signora Paula, con quelle scarpette di seta ricamata... su per Rialto, giù per Santa Margherita, su per Santa Croce, giù per San Marco... Camminava, camminava la signora Paula, era così bella che tutti si voltavano quando passava lei... era più bella di me, vero Gaspara?

GASPARA: Ah, questo è sicuro, più bella e più savia... perché qui si muore di noia e non si vede l'ombra di uno scudo!

Entra Maffio.

VERONICA: Maffio!

MAFFIO (recitando):

In sta cà benedetta e luminosa

vive poveramente

sta mia cara d'amore bella strazzosa

strazzosa riccamente

che con più strazze e manco drappi intorno

più se descovre i bianchi

e verzelletti fianchi,

come è più bel con manco niole el zorno...

Qual se fra dò camini

se imbavara la luna

e slusa in mezo, tal isplende la fazza

e i razi de custia fra strazza e strazza...

Vi piace?

VERONICA: Maffio, che bella poesia! quando l'avete scritta?

MAFFIO: La bella strazzosa? Non lo so... ce l'ho in mente da tanto... Mi date da bere?

VERONICA: Che gioia vedervi, sedetevi. Come avete fatto a uscire da Venezia appestata?

MAFFIO: Mi fa un baffo a me la peste...

VERONICA: Se vi prende?

MAFFIO: Se mi prende mi prende... sono talmente stufo... anzi, vi confido un segreto; ho il mal francese. E sapete la colpa di chi è? Vostra bella Veronica... Mi avete rifiutato e io sono andato a cercare un corpo più compiacente. L'ho trovato. Ma col corpo ho anche trovato qualcos'altro... Morire di peste o di sifilide che differenza fa?

VERONICA: Voi scherzate sempre Maffio.

MAFFIO: Vi piacciono i miei versi?

VERONICA: Molto.

MAFFIO: Piacciono anche a me... ieri sera li ho recitati a voce alta in piazza San Marco a una ventina di straccioni... alla fine mi volevano portare in trionfo... Posso baciarvi Veronica? Suggelliamo la pace...

VERONICA: Volete ammalare anche me?

MAFFIO: I baci cosa sono? nulla? Ci vuole altro per contagiarvi.

VERONICA: Non avrei neanche dovuto aprirvi la porta, Maffio, so che andate in giro insultandomi... avete scritto contro di me, cose infami...

MAFFIO: Perché vi desidero.

VERONICA: Un bel modo di dimostrarlo.

MAFFIO: Non mi volete perché non ho soldi... ma vi annuncio: il papa ha acconsentito. Fra pochi giorni sarò fatto vescovo e avrò un appannaggio di mille scudi... Acconsentirete a ricevere un vescovo con servitore e carrozza nel vostro augusto letto?

VERONICA: E il mal francese?

MAFFIO: Era uno scherzo. Sono sano come un pesce. Non ho preso il mal francese perché la bella strazzosa non mi ha voluto, neanche lei, la bastarda... perciò ho messo in giro la voce che era malata... (Ridendo.) Voglio vedere la faccia che fa quando tutti i suoi clienti la fuggiranno come un cane rognoso...

VERONICA: Andate Maffio, ero così contenta di vedervi... è meglio che mi restiate lontano...

MAFFIO: Mi scacciate? scacciate il vescovo di Brescia?

VERONICA: Non vi caccio, vi supplico di lasciarmi sola...

MAFFIO: Datemi un bacio.

VERONICA: No.

MAFFIO (Se ne va declamando a gran voce con dispetto):

Veronica, ver unica puttana

Franca, idest furba, fina, fiappa e frola

E muffa e magra e marza e pii maiola.

Che si tra castel, ghetto e Doana

Donna reduta mostro in carne umana.

Stucco, zesso, carton, curame, e tola

fantasma lodesana, orca varuola

coccodrillo, ipogrifo, struzzo, alfana...

Maffio esce ridendo. Entra Domenico, si guardano. Luce su lazzaretto.

VERONICA: Domenico Venier, finalmente!

DOMENICO: Ho disfidato le guardie per venire sin qui... La città è assediata... Non si trova più cibo fresco... La gente muore per la strada... si vedono passare barche e barche piene di cadaveri...

VERONICA: Marco l'aveto visto?

DOMENICO: Marco sta bene. Suo fratello è morto di peste. Anche il giovine Tron...

VERONICA: Il padre di Achillino?

DOMENICO: È stato coraggioso. Ha fatto testamento. Si è chiuso in camera da solo per non contagiare nessuno ed è spirato...

VERONICA: Ha lasciato qualcosa al figlio naturale?

DOMENICO: Non lo so... Ma non credo...

VERONICA: Maffio è venuto fin qui.

DOMENICO: L'ho visto.

VERONICA: Avete letto le sue invettive contro di me?

DOMENICO: Tutta Venezia le ha lette...

VERONICA: E voi pubblicherete le mie risposte...

DOMENICO: Sono venuto per questo, come potete immaginare.

VERONICA: Sono contenta di vedervi... In casa vostra, stanno tutti bene?

DOMENICO: Tutti in campagna... Solo io sono rimasto in città... Ma la peste è sussiegosa, uno come me, anziano e storpio non se lo prende. Sono venuto a portarvi delle provviste nel caso foste alle strette. Delle sete, dei cotoni, una pelliccia pel freddo...

VERONICA: Grazie, Domenico... E che volete in cambio?

DOMENICO: Abrazarve int'un leto.

VERONICA: Come podaria negarvelo?.. Andemo.

Luce su Gaspara.

GASPARA: Due vacche, tre vacche, quattro vacche, cinque vacche, sei vacche... solo vacche su queste campagne... Se continuo a contarle, impazzisco su questa sedia... Ma perché fa così tardi? un giorno per andare a Venezia, un giorno per salutare il signor Marco. Un altro giorno per tornare... dovrebbe essere già qui... ma quanto ci mette?.. Signora mia. Madonna delle, grazie, salvate la mia Veronica... che non sia caduta in mano ai briganti, che non si sia storta un piede, che non abbia battuto la testa, che non abbia avuto le febbri, che non abbia preso la peste...

Buio su Gaspara. Luce su Marco e Veronica.

Veronica va incontro a Marco.

MARCO: Non vi avvicinate! ho la febbre e dei gonfiori sinistri sotto le ascelle...

VERONICA: Avevo tanta voglia di vedervi... Lasciate che vi abbracci. (Fa per abbracciarlo. Lui si scosta.)

MARCO: Non mi toccate ho detto! (Lei riesce a fargli una breve carezza.)

VERONICA: Scottate...

MARCO: Maledetta città...

VERONICA: Se foste venuto in campagna con me...

MARCO: Mi sarei annoiato da morire...

VERONICA: E qui, vi siete divertito?

MARCO: Quella bella ragazza di cui vi ho parlato, ricordate? è morta giorni fa fra le mie braccia...

VERONICA: L'avete amata molto?

MARCO: Ho cercato voi in lei.

VERONICA: E non mi avete trovata, immagino...

MARCO: In punta di piedi, una volta, siete apparsa dentro i suoi occhi... Ma avevo paura del sacrilegio...

VERONICA: Non sarebbe stato più semplice cercare me in me...

MARCO: Se fosse stato così semplice non vi avrei amata, Veronica. Non vi avrei consegnata al re di Francia, non avrei tollerato la presenza di Domenico, di Maffio...

VERONICA: Così io avrei amato un uomo complicato, misterioso e lascivo...

MARCO: Forse anche voi avete cercato qualcuno dentro gli occhi dei vostri amanti...

VERONICA: E chi?

MARCO: Se fossi presuntuoso direi me. Credo che non ci vedremo più. E non per colpa mia.

VERONICA: Non ditelo... È solo un poco di febbre.

MARCO: Conosco i sintomi.

VERONICA: Volete che rimanga qui con voi?

MARCO: Assolutamente no. Ora andate. Ho paura anche del fiato che respiro.

VERONICA: Verrò a trovarvi domani.

MARCO: Tornate in campagna; vi prego... Promesso?

VERONICA: Come volete. Tornerò fra una settimana.

MARCO: Sono cosi stupidi i cimiteri... con tutti quei morti che chiacchierano... vicini di tomba... è peggio che in città... non c'è spazio neanche per godersi un poco di pace, la notte...

VERONICA: lo ancora vi amo...

MARCO: Per questo vivrete...

Buio su Marco. Luce casa campagna.

GASPARA (Entra): Siete tornata, finalmente! Stavo sognando di voi...

VERONICA: Marco è... morto.

GASPARA: Una vacca, due vacche, tre vacche, quattro vacche, cinque vacche... contate con me... la campagna ha questo di bello... che tutto diventa numero... Numero e vento.

VERONICA: Sono stanca... dammi dell'acqua Gaspara.

GASPARA: Siete pallida... troppo pallida... Non avrete mica preso la peste in città?

VERONICA: Sto benissimo... Sono solo stanca del viaggio... Dammi dell' acqua.

GASPARA: Una vacca, due vacche, tre vacche, quattro vacche, cinque vacche, sei vacche... Madre santissima, salvaci tu...

Luce sullazzaretto.

ANZOLA:        Mi sono fatta un paio di scarpette

fatte sì ma pagate no

e mi sento sempre dire dietro:

bella biondina pagate sì o no...

VERONICA: Oh Dio, mi gira la testa!

ANZOLA: Siete talmente guarita che potreste ammalarvi di nuovo.

VERONICA: Come hai fatto a restare con me tutto questo tempo?

ANZOLA: Se morivate mi prendevo le vostre scarpe...

VERONICA: Per questo! (Ridendo.) Le vuoi? Tieni, ecco. Quello che mi chiedi ti dò.

ANZOLA: Mi è passata la voglia ormai...

VERONICA: L'ho sempre pensato che sei un po' tocca.

ANZOLA: Mi son più furba di vù...

VERONICA: Ah, si?

ANZOLA: Si.

VERONICA: Voglio respirare un poco d'aria fresca. (Veronica va alla finestra.)

VERONICA (Da sola alla finestra): È cambiata l'aria, hai visto? L'acqua si è fatta crespa, il vento sa di sale... non si vedono più le barche cariche di cadaveri... Il ponte di Rialto, laggiù, non mi era mai sembrato così bello... Le case, l'acqua, tutto perfettamente nitido e pulito... ti ricordi quando sono arrivata qui: avevo la febbre alta ed ero livida e pesta... come ho potuto salvarmi Anzola, come? È proprio vero che il Signore si prende i migliori per tenerli accanto a sé e lascia in terra i più stupidi e perversi... Marco se l'è preso al volo, Domenico con un poco più di fatica... Maffio che è una mala erba, campa ancora, ma buttato laggiù, a Cipro, vescovo, come voleva, ma senza denari e malato di sifilide... Gaspara, anche lei è morta, povera anima, contando le vacche dalla finestra... Dopo che Enea è stato preso prigioniero dai Turchi non è più stata bene... Anche lui se l'è preso con sé... è avido il nostro Signore... non si accontenta mai... vuole compagnia, compagnia, compagnia... In questo lazzaretto ci siamo rimaste solo voi ed io, Anzola... le mani vuote, gli occhi vuoti...

ANZOLA: Ormai potete andare.

VERONICA: Andare dove, Anzola?

ANZOLA: ...Non sapete dove andare? Allora torniamo insieme in convento. Una cameretta per voi si trova.

VERONICA: In convento, ma io so fare solo la cortigiana... Non mi resta che l'elemosina.

ANZOLA: Beh, qui il da fare è finito. Il lazzaretto chiude. lo in convento da sola non ci voglio tornare...

VERONICA: Verresti con me a chiedere l'elemosima?

ANZOLA: A me piace girare.

VERONICA: ...Una monaca e una cortigiana insieme... una monaca e una cortigiana...

ANZOLA: Mettetevi le scarpe... Eccovi il mantello.

VERONICA: Da dove cominciamo? Dal ponte di Rialto?

ANZOLA: Andémo.

VERONICA: Andémo.

FINE

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