VESPRI SICILIANI
Commedia in due tempi e otto quadri di Cesare Vico Lodovici
PERSONAGGI:
GIOVANNI DA PROCIDA
RUGGERO DI LAURIA
ALIMO DA LENTNI
PALMIERO
TEBALDO
PAPA MARTINO IV
RE CARLO D'ANGI
BARTOLOMEO, vescovo di Patti
FRA BONGIOVANNI, frate minore
DROVETTO
capitano angioino
RE DON PEDRO D'ARAGONA
UN VECCHIO PRELATO
AITANO, pescatore
BICENZO, pescatore
LAGLU, sbirro
GRUACHE sbirro
L'UOMO A TERRA
UN MAGGIORDOMO
ISABELLA, nipote di Giovanni da Procida
ROSALIA, sua nutrice e dama di compagnia
MARGOT, amante di Drovetto
DONA COSTANZA, regina d'Aragona
LA REGINA MARGHERITA, terza moglie di Re Carlo d'Angi
MANUELITA, giovinetta alla Corte d'Aragona
CHIARENZA, popolana messinese
DINA, popolana messinese
CARDINALI
VESCOVI E PRELATI
GENTE D'ARME
POPOLANI E POPOLANE
L'azione si svolge nel periodo che va dal supplizio di Re Corradi/io di Svevia
(1268) alla morte di Re Carlo d'Angi (1285); in Sicilia, in Aragona, in Puglia
PRIMO TEMPO
PRIMA SCENA
(Prologo - 1268)
A Palermo Una cripta in una grande chiesa. Musica di chiesa, dall'alto, smorzatissima. Entrano, dal fondo, due ombre. Palmiero e Tebaldo traggono i pugnali.
Bartolomeo - Palmiero, Tebaldo, riponete l'arme. L'ora non suonata. Un po' di pazienza e verr.(Da ogni parte escono gli altri, dal buio).
Lauria - Non avete riconosciuto Bartolomeo, il Vescovo di Patti; ne fra Bongiovanni, la sua ombra fidata.
Alimo - Tu Palmiero. Che sei di questi luoghi.
Palmiero - Alimo: nella tua Messina diverso. Ma qui a Palermo Carlo d'Angi ci ha abituati da un pezzo a veder arrivare chi non si aspetta, e ad aspettare, qualche volta per sempre, chi dovrebbe gi essere arrivato.
Alimo - Non giova la fretta.
Palmiero - No. Ma io sono dei tre o quattro scampati - e non si sa come - dall'orrendo macello di Augusta. Lasciati per morti. In una notte tutta una citt, sorpresa nel sonno e scannata. Nessuno salvo. Neanche i traditori: i tre da Sarzana che all'imbrunire avevano aperto la porta di dentro. Perch non fu presa con le armi, ma con un pugno d'oro, Augusta. E fossi morto davvero quella notte. Dissanguato, legato a una colonna - e l - sotto gli occhi, al fuoco delle torce, mia moglie insultata e scannata. L sotto gli occni. E il mio Giovannino - come un agnello - colla gola aperta - e l'ultima sua voce, tra un gorgoglio di sangue - Ah, mamma! Come un filo. Chi ha veduto questo, per il resto della sua vita non avr pi occhi di misericordia: (stringe convulso il pugnale) e il tempo gli sembrer sempre troppo.
Lauria - (come tra s, e tra i denti) Sul mare.
Bartolomeo - Io vi porto notizie migliori, grazie a Dio.
Tutti - Da Napoli? Corradino? Vivo? Vivo?
Bartolomeo - Le notizie di Napoli siamo anche noi venuti a prenderle qui. Da Roma: per buone.
Alimo - Napoli importa.
Lauria - Da Roma non aspettiamo pi nulla.
Bongiovanni - Il Papa ha scritto a Re Carlo una lettera di fuoco! Iddio gli ha toccato il cuore.
Tebaldo - Magari! Con una punta di alabarda.
Lauria - Tienti al largo, Bongiovanni!
Bongiovanni - Eretici voi, se non ammettete che Iddio, quando voglia, possa toccare il cuore dell'uomo.
Bartolomeo - Non esaltarti, bravo Bongiovanni. Un giorno, forse, saremo messi alla prova.
Lauria - Al largo! Al largo!
Bartolomeo - (energico) E voi non fate vilipendio, nel suo capo, alla Chiesa di Cristo che grande, piena di miracoli, e a custodia delle porte del cielo.
Alimo - Purch non abbia ad aprirvele innanzi tempo, le porte del cielo, a voi!
Lauria - Mare in poppa e vento in prua, Signoria, e maltempo da ponente, quando a un Re di appena sedici anni si fa il processo come ad un ladrone.
Palmiero - Un fanciullo, povero Corradino di Svevia!
Lauria - Che si battuto in campo, con armi leali e coraggio da uomo.
Alimo - Per un sacrosanto diritto.
Tebaldo - E gli si minaccia la scure del boia.
Palmiero - Un fanciullino, un fanciullino.
Tebaldo - Re Carlo non oser macchiarsi le mani nel sangue di Corradino di Svevia.
Alimo - La vecchia pelle del rospo angioino tutta una macchia. Venderebbe quella di sua madre, se osasse opporsi ai suoi disegni, quello snaturato.
Tebaldo - Re Corradino di Svevia rimasto povero come un baco.
Lauria - Allora salvo.
Bongiovanni - salvo senz'altro.
Tebaldo - Non c' pi nulla da prendergli.
Bongiovanni - salvo! salvo!
Tebaldo - E poi superstizioso, sebbene crudele e sanguinario, l'Angi. Per le spiagge di Montalto i pescatori hanno tratto a riva un mostro marino. Portato al Re, che era in viaggio per Napoli, ha dato un gemito come un cristiano. Corradino potrebbe dovere la vita anche solo a questo fatto.
Bongiovanni - salvo! salvo! un segno di Dio. salvo!
Tebaldo - Se non tardasse tanto a giungere, uno c' che la verit potrebbe dircela: Giovanni da Procida...
Palmiero - Tebaldo!
Lauria - (freddo e perentorio) Giovanni da Procida morto.
Alimo - O Pisano; senti quello che ti dico e tienlo a mente: se io mi trovassi solo davanti a uno specchio, ripeterei cento volte alla mia immagine: Giovanni da Procida morto. Domanda un po' a loro. Dov' Giovanni da Procida?
Tutti - Giovanni da Procida morto.(Breve pausa durante la quale si sente un po' pi distinta la musica dall'alto. Entra Giovanni da Procida travestito da frate minore. Tutti gli si affollano intorno, ansiosi. Giovanni, senza dir nulla, getta sul tavolino un guanto insanguinato. Tutti si inginocchiano. Nel silenzio si sente, ora, distinta, la musica dall'alto della chiesa, come una invocazione).
Bartolomeo - Accogli, Signore Iddio, nella tua gloria, l'anima innocente del Re fanciullo.
Tutti - Amen.
Giovanni - (riprendendo il guanto) Questo, l'ho raccolto dalle sue mani.
Alimo - Ti ha riconosciuto?
Giovanni - Non credo. Sotto questo travestimento, per ora, non mi ha riconosciuto nessuno. Ma io ero proprio sotto il palco. Al suo apparire - era pallido: stato cos bianco sempre! - tutti si sono scoperti. Quando ha girato gli occhi su quella calca - ho sentito che la gente lagrimava intorno a me. Io gli tenevo gli occhi fissi in viso: Eccolo l, vivo e ragazzo: tra un momento, di questa vita cos fragile - pi nulla per sempre . Mostr di voler parlare. Si fece silenzio, tutto intorno, come all'elevazione. Era pallido, ma sicuro. Tutto a un tratto parve disanimarsi. A un balcone, con le braccia incrociate sul petto, era apparso Carlo d'Angi. Guardava la folla, dall'alto; la percorreva, di lass, con lo sguardo, come per averli sott'occhi a uno a uno, se mai un imprudente si fosse lasciato sfuggire dalla bocca il primo grido.
Lauria - (assorto) Sul mare.
Giovanni - Il popolo era pronto a travolgere il palco e a mettere a fuoco la reggia. Ma nessuno fiat. Allora il Re Corradino, abbass gli occhi, e li rivolse su quelli che erano l sotto il palco, come per cercare qualcuno da affidargli l'ultimo saluto. Per la prima volta, parve avvilito. Aveva ancora, nella sinistra, questo guanto, gi bagnato del sangue dell'Arciduca d'Austria. Me lo gett - disse: Addio - un soffio. E fu l'ultima sua parola.(Breve pausa).
Bartolomeo - Accogli, Signore Iddio, nella tua pace l'anima innocente di Re Corradino di Svevia.
Tutti - Amen.(Gli ultimi echi della musica di chiesa sono, durante la mutazione della scena, sopraffatti e sostituiti da una canzone popolare allegra e vivace).
SECONDA SCENA
(1279)
Prima che si illumini la scena si sente il canto di Isabella: Fatevi all'uscio Madonna sovrana Che v'ho portato un cesto d'insalata Un cestellino pieno d'erba fina Fatevi all'uscio Madonna sovrana. Appare una strada sul margine d'un colle erboso. Entra Rosalia di corsa.
Rosalia - Isabella! Castigo dei miei peccati! Dove sei, Isabella! Angoscia dell'anima mia, dove sei, dove sei, disperazione! Ma che cosa ho mai fatto io al mondo per meritare una punizione cos grande? M' scappata, quel demonio incarnato. Era qui. L'ho sentita cantare fino a un momento fa. sparita sottoterra come Dio salvi! Proserpina; e mi fa correre come una lepre, che, alla mia et, non neanche bello. Con questi capelli. M'ha fatto perdere anche il pettine che mi costava verit di Dio quasi un tornese! E adesso, con questa chioma di Berenice al vento, chi sa, al ritorno a casa, che penseranno di me in questo tempo pieno di malizia.(Chiama forte) Isabella! Isabella!
Isabella - (caccia fuori il capo dalla siepe) Male penseranno. E non la scampi.
Rosalia - O demonio incarnato, dov'eri?
Isabella - E avranno ragione. Qui, ero.
Rosalia - Dove sei stata, fadanni?
Isabella - A cercarti il pettine che hai perduto.
Rosalia - E lo sapevo bene che me l'avevi preso tu, terremoto!
Isabella - Eccolo qui. Ma lo dir a tutti. Non la scampi.
Rosalia - Vieni qui.
Isabella - A tutti, che l'ho trovato sulla porta di casa di Monseigneur. Dell'irresistibile Monseigneur Drovetto.
Rosalia - Vieni subito qui, rovinafamiglie. Qui subito!(la rincorre, Isabella si lascia raggiungere). Non voglio che tu ti allontani, hai capito? Tutte le vie sono piene di agguati. In questi tempi grami che non si pi sicuri nemmeno in casa sua.
Isabella - Ti senti proprio minacciata? Vergogna! Alla tua et.
Rosalia - Oh per questo! Se credi che ci badino, all'et, questi porconi di alabardieri!
Isabella - Ci badano - non illuderti - ci badano.
Rosalia - E anche questo capriccio di farmi sfiatare su per questi sassi, a quest'ora! Che ci siamo venute a fare quass?
Isabella - Quass? Guarda com' fiorito il prato. Questo autunno pare una primavera. Non lo senti questo bel sole?
Rosalia - Oh lo sento! Lo sento! Sono tutta sotto un sudore. Ma che ci siamo venute a fare, me lo dici?
Isabella - Mi devono portare un cesto d'insalata.
Rosalia - Qui! Proprio qui?
Isabella - Proprio qui. Un cestellino pieno d'erba fina (canta): Fatevi all'uscio Madonna sovrana Che v'ho portato un certo d'insalata Un cestellino pieno d'erba fina .
Rosalia - Hai l'argento vivo addosso, ecco cos' l'insalata e l'erba fina. Argento vivo, .
Isabella - Balia! Cara Balia! Sei tanto vecchia e io ti voglio tanto bene. Sono contenta. Ho voglia di cantare e ti voglio bene. Abbracciami. Pi stretto. Pi stretto. Senti come mi batte il cuore. Ho voglia di cantare ed ho rimorso.
Rosalia - Eh, se hai voglia di cantare, canta, che Dio ti salvi. Senti a me: belli meglio che ricchi, e giovani meglio che vivi. Si. Perch essere brutti peggio che essere poveri; e essere vecchi peggio che essere morti. Tant': e noi non ci possiamo far nulla, n tu n io. Ringrazia Iddio che sei giovane e bella.
Isabella - (tirandole affettuosamente le trecce) Per i capelli te li sei conservati: tanti, soffici e fini.
Rosalia - In casa mia non c' mai stata una zucca pelata. Bada di non strapparmi quelli neri.
Isabella - E se te li strappo chi te lo dir?
Rosalia - Da me. Perch quelli neri, a strapparli, fanno pi male.
Isabella - (accenna) Fatti bidiri sole beddu mio (si interrompe).
Rosalia - Canta figliuzza del core mio, canta.
Isabella - No. Basta. Ho rimorso. Non s vedono che tristezze intorno. Osserva, per le vie della nostra Palermo, a qualunque ora, non incontri pi due occhi sereni. Andature spavalde, di questi brutti sgherri: che prendono tutta la strada per s, e i nostri sempre a pugni chiusi lungo i muri e a denti stretti che non passano pi neanche le parole. Tempo di iacee e di cose sinistre. E io sono la nipote di Giovanni da Procida (si guardano).
Tutte e due - (come una parola d'ordine) Giovanni da Procida morto.
Isabella - Eppure cento volte al giorno il cuore mi canta da s. E io vorrei castigarlo. Fatti bidiri... Gi alla fontana, ti specchierai. Balia bella! E quando ti vedr, Monseigneur Drovetto, lascer 11 tutte le sue donne, si getter ai tuoi piedi, ti bacer l'orlo della veste e ti dira: Merz, Madonna, merz .
Rosalia - Non nominarlo. peggio che sputare - con licenza - nell'acqua benedetta.
Isabella - Eppure, quando, in ginocchio, ti dir Merz, Madonna, merz! .
Rosalia - Si capisce che non l'hai mai visto.
Isabella - bello.
Rosalia - Dio ti salvi dall'incontrarlo.
Isabella - Ha due occhi... e una bocca di rubino con una fila di mandorle bianche. E la sua voce...
Rosalia - una dolcezza, come a grattare un piatto col coltello.
Isabella - Una voce d'oro, come il suono dell'arpa, quando mi dice Bedda de lo cori mio Picciridduzza santa.
Rosalia - Questo Ruggero di Lauria!
Isabella - L'hai riconosciuto, alla fine, balia di testa dura. Si! Ruggero di Lauria. Ruggero. Ruggero. Ruggero di Lauria!(canta) Fatevi all'uscio, ecc..(Rumori di dentro) Eccolo il sole mio bello!(/ rumori si fanno pi distinti e vicini. Isabella e Rosalia ri nascondono. Entrano di corsa affannati e atterriti due popolani seminudi, cenciosi, che subito sono raggiunti da due sgherri francesi).
i Sgherro - Crenom, mucchi di stracci, credevate di farci sputare il fegato? A noi? (Entra Drovetto con una scorta di lande).
I due - Siamo povera gente.
2 Sgherro - Hanno preso le scorciatoie, per farci sciancare noi e scosciare i cavalli, questi due letamai!
I due - Siamo poveri accattoni.
Rosalia - Scappiamo.
Isabella - Io resto.
i Sgherro - (a Drovetto che si avvicinato) Monseigneur, questi due qui li abbiamo acciuffati. Gli altri, inutile: si sono buttati per queste forre, che neanche con un cane da caccia...
Drovetto - Guarda di non farti scappare anche questi, imbecille. Laglu, d a questa canaglia se non conosce l'editto.
I due - Noi Signoria... Signoria noi...
Drovetto - Silenzio! L'editto di Re Carlo, scritto a parole grosse come noci sulle tavole di marmo murate tra i pilastri della loggia in Palazzo.
i Straccione - Noi non sappiamo leggere, Signoria.
2 Straccione - Nessuno di noi sa leggere.
Drovetto - Insegnagli l'alfabeto, Gruache. Baster fino alla lettera F. Per ora.(Gli sbirri li frustano compilando A, B, C, D, E, F) Ripetigli l'editto.
i Sgherro - In nome...
Drovetto - La disposizione, imbecille.
i Sgherro - Chi, informato d'apparecchio di sedizioni o sommosse non ne dar subito notizia alla Corte, sar punito col taglio della mano destra; e se dar r cetto in casa a un condannato, la casa medesima gli sar arsa a fuoco.
Drovetto - Domandagli ora se conosce l'editto.
I due - Si, Signoria, ora, si.
Drovetto - Ora domandagli da dove vengono, dove vanno e che fanno.
i Straccione - Monsignore, noi siamo di qui e viviamo di carit.
2 Straccione - D quel po' che ci danno per elemosina quelli della piana.
i Straccione - Della piana di Monreale.
Drovetto - Quelli della piana di Monreale quando devono pagare i tributi piangono fame. Ma per darne a voi fannulloni ne hanno, e d'avanzo, si direbbe, a guardarvi. D che ti mostrino le mani, Laglu.
2 Sgherro - Mostrate le mani.(/ due si scambiano una rapida occhiata). Gente di mare, Monsignore.
Drovetto - (accalorandosi) Domandagli ora perch hanno detto il falso. Lo sanno al cospetto di chi si trovano costoro? Insegnaglielo subito (fa un cenno. Gli sbirri flagellano gli straccioni. Isabella e Rosalia si coprono il viso con le mani). Nessuno fa pi il marinaio da quando si sa che per la via di mare tornato a Palermo Giovanni da Procida e si nasconde tra loro.
I due - (si risollevano sotto le percosse e, a una voce) Giovanni da Procida morto.
Isabella - Cos! Bravi!
Drovetto - (infuriato) Gli editti di Re Carlo scolpiti nel marmo non li conosce, questa canaglia. Ma quello che fa Giovanni da Procida lo sa. Dov' - domandagli - Giovanni da Procida?
I due - Giovanni da Procida morto.
Isabella - Cos! Cos!(Gli sgherri a un cenno di Drovetto flagellano a sangue).
i Straccione - (sta per cedere) Santa Croce di Dio, aiutami!
2 Straccione - Morditi la lingua, forte.
2 Sgherro - Dov' Giovanni da Procida?
2 Straccione - morto! Signore Iddio, non resisto pi!
i Straccione - Morditi la lingua. Mettimi un piede sul mio. Forte. Pesta forte.
i Sgherro - Dov' Giovanni da Procida?
2 Straccione - morto! Ah Dio! Dio! La lingua. Stringi la lingua!
2 Sgherro - Dov' Giovanni da Procida?
i Straccione - morto! Ah il piede, il piede, che non me ne fido pi.
Isabella - (esce fuori) Basta.
Rosalia - Ci siamo. E ora, chi ci salva?
Drovetto - Chi che dice, basta? Oh, sceso sulla terra l'angelo del Signore. Non domando che di obbedirgli.(Ai due) Avete inteso il suo ordine? Basta! E dunque, basta. Siete in libert.(/ due corrono a baciare le vesti di Isabella che, a occhi bassi, li contempla con infinita tenerezza).
Isabella - Come ti chiami?
II primo - Aitano.
Isabella - E tu?
Il secondo - Bicenzo. Che possiamo fare per te, righetta?
Isabella - Ricordare il mio nome come io ricordo il vostro. Io mi chiamo...
I due - Isabella. Il Signore ti compensi, Donna Isabella.
Isabella - Andate via. Andate via subito, che non si penta del bene che ha fatto.
Drovetto - (allo sbirro) E porta via anche il mio cavallo, Gruache. La discesa penso che sar pi gradevole a piedi. Via. Tutti.
i Sgherro - Vostra Signoria se d un calcio a un sasso ci trova sotto una moneta d'oro.
2 Sgherro - Vossignoria scrolla un albero, e casca il cornutaccio.
Drovetto - Lasciatemi solo. (Gli sbirri raccattano i loro arnesi).
i Sgherro - Quando Sua Signoria ordina di lasciarlo solo - per qualcuno - comincia il peso alla testa.
2 Sgherro - Magari ci fa la bella figura dell'altra sera. Caro mio, passati i quaranta, poco si fa e molto si canta, te lo dico io.(Escono).
Drovetto - Nobili dame.
Rosalia - Monsignore: io non sono che la sua balia. E vecchia. Vi prego di non chiamarmi nobile dama. Non ci sono abituata, e mi fa paura.
Drovetto - Che idea! Avete pur visto che io ho fatto redarguire quei due qui poco fa, solo perch volevano morto Giovanni da Procida.
Isabella - E voi lo vorreste vivo: si sa.
Drovetto - Certo. E preghiamo Iddio che gli dia tanta vita da poter conoscere un giorno la nostra giustizia e la nostra clemenza.
Rosalia - (tra i denti appena sensibile) Nnnngi!
Isabella - Giovanni da Procida morto.
Drovetto - Ah! E allora, perch non gli portate il lutto, bell'angelo?
Isabella - Perch lo so in luogo di salvazione, al sicuro dalla vostra giustizia e dalla vostra clemenza.
Drovetto - Strano: per uno a cui si vuol bene come a un padre.
Isabella - Come si vuol bene a un padre non mi avete dato il tempo di impararlo; perch cominciavo appena a conoscerlo, mio padre, quando i vostri conquistatori di citt addormentate, me lo hanno scannato, nel sonno, ad Augusta.
Drovetto - (non riesce a dominarsi) Augusta si rivoltata e noi l'abbiamo punita.
Isabella - Anche sugli innocenti.
Drovetto - Di necessit. Dominare o sparire. Non c' via di mezzo.
Isabella - (tranquilla) Allora, voi, sparirete.
Rosalia - (allarmata) Ges (altro tono) Monsignore, io sono per sicura - sicurissima! - che se invece di quel Guglielmo l'Estendart - vostro superiore soltanto di grado - in Augusta avessero inviato Vossignora, tante ingiustizie non ci sarebbero state - ne tanti eccessi (aspetta trepidando).
Drovetto - Ne tante asinit.
Rosalia - (vittoriosa) Ecco! Ecco!
Drovetto - Ma che luogo mai questo dove con una bella, con due belle dame...
Rosalia - Va bene. Va bene.
Drovetto - Si perde il tempo in questioni di stato? Andiamo, Isabella.
Isabella - Io resto qui. Andate voi, Monsignore.
Drovetto - La strada malsicura, Isabella.
Isabella - E perci io resto qui. Aspetto uno.
Drovetto - Ah!
Isabella - Uno che deve portarmi un cestellino d'erba fina.
Drovetto - Voglio conoscerlo. Mi interessa.
Isabella - Non fidatevi, Monsignore.
Drovetto - una sfida?
Isabella - No, ma, l'accompagna sempre un mastino grosso cos, che tiene a guardia dell'orto. Un cagnaccio che sta sempre tra i contadini, e appena vede un signore come voi, gli salta alla gola, per niente intimorito ne degli editti di Re Carlo ne delle vostre fruste n delle vostre spade. Andate via, che sar meglio per voi. Andate via, vi dico!
Drovetto - Questo rigore, Isabella, fa torto alla tua bellezza. La bellezza un privilegio. E tutti privilegi di questa terra che nostra, ci competono e ci sono dovuti.
Isabella - (ironica) Si sa.
Rosalia - Ges, siamo nelle tue mani.
Drovetto - Poco fa, ho lasciato liberi quei due, io.
Isabella - Dopo averli frustati senza misericordia.
Drovetto - (con forza) Ma liberi, e solo per farti cosa gradita.(Dolcemente) Veramente, Isabella.
Rosalia - Ci siamo!
Drovetto - Nessuna donna avrebbe potuto ottenere un cos grande privilegio. Voglio che tu lo riconosca.
Isabella - Certo: e vi ringrazio.
Drovetto - E questo, dovrebbe dirti qualche cosa.
Isabella - Infatti.
Drovetto - E allora, che aspetti? Non mi mai accaduto, se non nella prima giovent: e ora di nuovo. Per te. Da quando ti ho incontrato, lungo la marina, una volta che tu non sai, mi riaccade di svegliarmi alla notte col pensiero di una donna. Delle tante, una sola, che ti inquieta.
Isabella - (tenta di mandarla sullo scherzo) Si sa. Si sa che siete un gran seduttore.
Rosalia - (azione).
Drovetto - Quando una ritorna, e sempre quella, e tutte le altre spariscono, allora, bisogna risolversi.(Si avvicina) Io non sono pi un ragazzo.
Isabella - Si vede.
Rosalia - Dio! Dio!
Drovetto - E non ho tempo di rimandare a domani (si avvicina deciso).
Isabella - Monsignore, vi prego. Rassegnatevi. Ci sar pure una cosa che anche l'uomo pi grande del mondo non pu ottenere. Siate savio, se non potete essere altro e lasciatemi in pace.
Drovetto - lo non sono l'uomo pi grande del mondo.
Isabella - Potete diventarlo, Monsignore. Ne avete tutte le qualit.
Drovetto - Lo so. E se c' una cosa a cui dovr rinunziare, questa (a Isabella) non sei tu.
Isabella - Non avvicinatevi.
Drovetto - Troppo tempo ho perduto. Ora tu vieni con me.
Isabella - Lasciatemi.
Rosalia - Aiuto!
Isabella - Lasciatemi! Lasciatemi!
Rosalia - Per l'amor di Dio, Monsignore, stregata! Vi porter disgrazia. Lasciatela!
Isabella - Lasciatemi, per l'anima vostra.
Rosalia - Aiuto!
Isabella - Signore Iddio, fammi prima morire!
Rosalia - Aiuto! Aiuto! Aiuto!(Entra Ruggero di Lauria. Non ha armi. Stacca un ramo da un querciolo. Ma Rosalia, mentre Drovetto tentava di avvinghiare Isabella, gli ha sfilato la spada e l'ha data a Ruggero. Ruggero, al colmo della felicit, le stampa un bacio velocissimo che inopinatamente finisce sulla bocca di Rosalia. Non lo ha fatto apposta, ma Rosalia ne come folgorata).
Drovetto - Ah, questo il tuo can mastino? Vedrai come si fa a sdentarlo. Posa la mia spada!
Lauria - (a Rosalia) Guarda che forme prende a volte la Divina Provvidenza! Te ne voglio dare un altro. To'.(La bacia, tenendo la spada in linea. Drovetto incerto se buttarsi contro Lauria. Ma Lauria appare risoluto a non farsi disarmare).
Rosalia - (in estasi) Adesso posso anche morire!
Drovetto - La mia spada!
Lauria - qui.
Drovetto - Rendimi la mia spada, ti dico.
Lauria - Eccola qui: venitevela a prendere.
Drovetto - Posala.
Lauria - (a Rosalia) Devo restituirla?
Rosalia - (in estasi) S. Michele; tale e quale S. Michele Arcangelo. Com' bello, mio Dio!
Lauria - Non ha detto nulla.
Drovetto - (al colmo dell'ira) Ma chi costui?
Lauria - Costui. il maestro d'armi dei suoi figli (accenna a Isabella) quando li avr. Per ora, il suo servo fidato e affezionato.
Drovetto - Posa la mia spada, marrano!
Lauria - (alla parola ha una reazione istintiva) Sul mare!(Spada in linea gli si fa addosso).
Drovetto - Avanti; qua, qua, marrano, passami da parte a parte e fa presto, purch sia finita.
Lauria - (spezza la spada in due, la getta lontano. Afferra a mezza vita Drovetto, lo solleva e lo porta fuori della scena).
Rosalia - (Lauria rientra) Che avete fatto signor Lauria?
Lauria - Io? Niente. Eravamo vicini al muretto - che che non - saltato di sotto. Avr avuto fretta, ha preso la via pi corta. Ma arriva dopo: anche se caduto sun un mucchio d'erba che lo ha salvato da un caso pi grave.
Rosalia - Scappiamo, per l'amor di Dio, scappiamo. Se torna... Ho paura.
Lauria - E tu, hai paura?
Isabella - Io, no.
Lauria - E, prima, hai avuto paura, anima mia ?
Isabella - Prima si. Tanta. Quando avete detto: il maestro d'armi dei suoi figli quando li avr mi mancato il cuore.
Lauria - Picciriduzza bedda!(Si mette a sedere sull'erba e fa sedere Isabella al suo fianco).
Rosalia - Ma guarda se c' criterio! E adesso che cosa fate, castigo di Dio?
Lauria - Mi riposo. Tra poco devo proseguire. E dobbiamo parlarci. Se no, perch vi avrei fatto venire qui, sulla strada che io devo percorrere?
Rosalia - Ma se quello l, quello che saltato di sotto, ritorna su?
Lauria - Senza spada? Difficile.
Rosalia - E se corre in citt?
Lauria - Questo possibile. Non pu andar disarmato in giro. Ma correre, sar un altro affare.
Rosalia - E se ci arriva qui con dieci, venti, cinquanta dei suoi? Lo sapete che son capaci di muovere un esercito, quelli l, per prendere un uomo solo, se lo vogliono prendere.
Lauria - Col laccio, lo prendono! E tu, Divina Provvidenza: mi hai mezzo salvato la vita, non affogarmi ora l'altra met coi tuoi favori.
Rosalia - Non intende ragione! E allora, io mi metto di guardia qua sopra,
Lauria - Ora si!
Rosalia - E come vedr polvere alzarsi dalla strada far: Alitubi! Alitubi! Alitubi!: che il grido d'allarme delle palombelle quando vedono il falchetto.
Lauria - Ecco; brava. Va a fare la palombella.
Rosalia - Chi mi ci ha fatto venire con questi matti!(Lauria poggia il capo sul grembo di Isabella. Rosalia si mette ai vedetta).
Isabella - (appena lontana Rosalia) Dov' zio Giovanni?
Lauria - Non ricordo di aver visto un'aria pi chiara e limpida. Con un cielo cos, una flotta si scopre a dodici e anche a quindici miglia, a aver occhi.
Isabella - Zio Giovanni, l'hai visto?
Lauria - Centodieci galee. Duecento galeoni da trasporto. Undicimila cavalieri. Sessantamila fanti. Bella flotta da colare a picco questa che ha preparato Re Carlo per il conquisto d'Oriente. l, hanno paura.
Isabella - Ma io ti chiedo di zio Giovanni, e tu mi parli dei sogni di un re impazzito di superbia.
Lauria - E non e lo stesso? Giovanni da Procida morto.(Breve pausa).
Isabella - Che tristi tempi viviamo, se uno non pu fidarsi nemmeno della sua sposa. Ma se Ruggero di Lauria vuole serbare il segreto anche con quella che met della sua vita, io penser che qualche grande impresa si prepara, e sar contenta del suo silenzio.
Lauria - Non ho sbagliato quando mi sono scelta la nipote di Giovanni da Procida. L'ho visto non pi tardi di ieri sera. Ed ero con lui non pi tardi di questa mattina all'alba.
Isabella - Com'?
Lauria - Forte.
Isabella - Ti ha chiesto di me?
Lauria - Nooo!
Isabella - Si ricorda?
Lauria - Mai pi.
Isabella - Sa di noi due? contento?
Lauria - Neanche per
sogno. Non si ricorda che di questa isola nostra, con tutto il
suo carico d'angoscie.
Isabella - giusto.(China il capo) giusto.
Lauria - Per, mi ha detto che quante volte una cosa gli riesce, vede, nel suo pensiero, sorridere la sua piccirclla . E questo tanto alla corte del Paleologo in Oriente, quanto a quella di Re Pietro d'Aragona in Occidente, e per terra e per mare. E dice che appena ripulita la casa da questi scarafaggi, vuole che noi ci facciamo un po' di posto, perche a sorridere dobbiamo essere in due.
Isabella - Ragazzone mio bello.
Lauria - Aspetta, c' dell'altro.
Rosalia - Alitubi! Alitubi! Alitubi! Una nuvola di polvere.
Lauria - (non si muove) Sar il libeccio.
Rosalia - Che libeccio, se non c' un alito di vento.
Lauria - Qui. Ma laggi sempre libeccio.
Rosalia - Se ti prendono ti tagliano la testa.
Lauria - Si sa. Ma ora lasciami in pace.(A Isabella) Come possono prendermi se io sono destinato a rompere la flotta di Re Carlo d'Angi? Per via di terra, le corna, all'Angioino, pare che gliele romper Alimo da Lentini. Ma per mare, certo, io. Sul mare. Adesso ti dico. uno scherzo, ma, tant'. Senti un po': con Alimo siamo stati dalla Sibilla Peloritana, nel suo antro in mezzo ai monti. Per una scommessa: a lui, ad Alimo, ha dato una risposta bizzarra: Messina dice sar la tomba dell'esercito di Carlo d'Angi - quando cresceranno i baffi alle donne - Alimo s' conturbato. E la Sibilla ha detto: Aspetta il tempo. Ma a me ha detto, nettamente: Sul mare.(Si alzano).
Isabella - E niente altro?
Lauria - molto.
Isabella - molto? Veramente? Molto?
Lauria - Guardami.
Isabella - molto. Molto. Il pi molto del mondo.(Si abbracciano dolcemente).
Rosalia - (preoccupatissima e concitatissima) Alitubi! Alitubi! Alitubi!(/ tre fuggono).
Lauria - (rientra e riporta dentro le due donne. Raccoglie la spada) La tua pi grande conquista, Provvidenza! E te la scordavi!(D a Rosalia la parte dell'elsa) Che idea! Isabella! Questo ha voluto dire la Sibilla! Ora chiaro! Viva il Signore! Gloria a Dio eterno. Guardala. Alle donne spuntano i baffi cos!
Rosalia - I baffi? A me? Brutto villano!
Lauria - (ride felice) Alitubi! Alitubi! Ali - tubi!(Scompaiono per le forre, mentre pi distinto e vicino si fa il galoppo dei cavalli. Ora si sentono sempre pi distinte e tumultuose anche le voci dei cavalieri. Trombe. Poi uno sciacquio di mare).
TERZA SCENA
(1280, fine d'agosto)
Scogliera sul mare.
Aitano - Vento allegro.
Bicenzo - Questo ci porta di volo in Aragona. Presto, che mo' viene e ha fretta.
Isabella - Caro Lauria.
Lauria - (lietamente) Eccole l. Le 30.000 onze d'oro. Ora il Re Don Pedro fa la sua flotta, e una mattina questi scellerati vedono spuntare d'un tratto, all'imboccatura del porto, i gonfaloni d'Aragona. Isabella: buon vento allegro. Ecco Giovanni.(Entrano Giovanni da Procida, Alimo da Lentini, Palmiero, Bartolomeo, Fra Bongiovanni). Vero Giovanni?
Giovanni - Aitano!
Aitano - Siamo lesti.
Lauria - Vento allegro, Giovanni.
Giovanni - (lietissimo) Il pi buon vento di Dio. Aitano!
Bicenzo - Mo' subito Signoria.
Giovanni - Nobile Alimo, noi portiamo a Re Don Pedro d'Aragona l'oro del Paleologo per la sua flotta, per venirci in aiuto. Ma porto qui, una cosa pi grande e pi preziosa.
Tutti - Che? Che? Che hai qui dentro, Giovanni?
Giovanni - (sorridendo) Niccol III.
Tutti - A questo? Sei riuscito a questo?
Giovanni - Non credevo d'arrivarci. Aitano!
Aitano - Ecco. Mo' subito subito.
Giovanni - Papa Niccol III. Con tutta la sua autorit, forza, politica, regno e potenza; con tutto il suo amore per la Sicilia, con tutto il suo odio per Carlo d'Angi, qua. Ai piedi di una pergamena, una piccola firma, per di mano propria. Aitano!
Aitano - Eccoci, Signoria.(Rumori di remi).
Giovanni - Re potente, Carlo. Ma, pure, qui c' tanto da sgomentarlo. Ringraziamo Iddio. Non credevo di arrivarci. Miracolo. Miracolo. Papa Niccol III qui; la liberazione della Sicilia, il respiro la giustzia la pace la prosperit della Sicilia, qui, qui. Aitano! Andiamo, Che c'?
Palmiero - L. Un navalestro di Re Carlo d'Angi.
Lauria - (ride) O marinaio di bosco! O calzolaio! Un navalestro?
Aitano - Son quelli che fan vino dalla costa d'Italia per il Marocco.
Lauria - (ride) Il navalestro.
Giovanni - Domanda notizie. Notizie.
Aitano - O cump, da dove?
Da bordo - Cump, da Ripagrande.
Aitano - Notizie da Roma, cump?
Da bordo - Nessuna!
Lauria - Il navalestrino!(Ride forte).
Da bordo - Papa Niccol III morto.(Lunga pausa di sbigottimento. Giovanni che folgorato doli annuncio non da segno).
Palmiero - Maledizione!
Alimo - Infelicissima Sicilia.
Bartolomeo - Iddio ci abbandona.
Lauria - Quest'oro, ho voglia di scaricarlo in mare.
Bongiovanni - Signore! Signore! Perch ci abbandoni cos?
Giovanni - Attracca.
Lauria - Viva il Signore! Gloria a Dio grande!(Salta nella barca).
Isabella - Balia! Cara balia!(Si stringe a lei).
Giovanni - (a parte a Bartolomeo) Mio carissimo Patti. Tu vai a Roma. Io parto disperato di Dio. Ma tu vai a Roma. Al Papa, chiunque sar, tu chiedi udienza. Fatti ricevere dal Papa. Devi parlare al Papa. A tutti i costi. Parlare a Sua Santit. Parlargli come sempre fai, con il cuore in mano e con tutto il tuo coraggio. Se il nuovo Pontefice avr cuore, che ti aiuti a liberare questa nostra infelicissima terra. Se non avr cuore, tutto sar perduto e spariremo. Per sempre. Io parto disperato di Dio, e da questo viaggio non aspetto che pena. Ma a te, forse, Iddio dar un segno della Sua protezione. Va subito e dammi notizie in Aragona. Addio.(Si abbracciano stretti. Poi Giovanni salta nella barca). Isabella! Non temere. Buon vento. Scosta.(Rumore di remi che si allontana. Frastuono).
Voce di Aitano - (gi lontano) Bice! Forza che mo' si sveglia l'angioino fesso!
Bartolomeo - Santa Maria dei naviganti proteggili tu.
Bongiovanni - Sono a bordo! Sono a bordo! Ora spiegano le vele!(Si leva un canto dalla nave e subito si fa sempre pi lontano. Lampi e bagliori).
Alimo - Traggono coi brulotti gli angioini.
Bartolomeo - Proteggili tu, Signore.
Alimo - Dio sia lodato.
Bongiovanni - Sono in salvo! Sono in salvo!
Rosalia - (stringendosi sempre al cuore Isabella) Dio! Dio!(Cadono in ginocchio. Il canto si allontana, quasi non si sente pi. I bagliori, tanto pi vano lo sforzo, tanto pi si fanno intensi e fitti. A poco a poco il canto della nave coperto da un suono di campane: le campane di Roma).
QUARTA SCENA
(1282, fine febbraio)
Roma Sala del Concistoro nei palazzi papali Entrano un Vecchio e un Giovane Prelato.
Vecchio pr. - Lo so. quasi l'ora. Che vorr comunicarci, papa Martino?
Giovane pr. - Credo che riceva Bartolomeo Vescovo di Patti e Bongiovanni Frate minore, venuti di Sicilia a chieder giustizia.
Vecchio pr. - Oh, si deciso finalmente a riceverli questo Papa angioino?
Giovane pr. - Si. In pompa. In concistoro.
Vecchio pr. - Anche Fra Bongiovanni? Guaster ogni cosa: se qualche cosa, di questa causa disperata, potr essere guastato.
Giovane pr. - Fra Bongiovanni loda sempre Iddio, io sono tubae e che trombe Monsignore! Ma lo serve in letizia.
Vecchio pr. - Ci vuol altro, con queste furbe mitrie straniere che tengono Papa Martino prigioniero della loro politica temporale. E Fra Bongiovanni, vicino al Vescovo Bartolomeo, mi sembra una mosca sventata vicino ad un'ape industriosa.
Giovane pr. - Proprio cos. Ma, ora, immaginate, Monsignore, una bottiglia sdraiata per il lungo. Ci si vanno a ficcar dentro, giusto la vostra mosca sventata e la vostra ape industriosa. Questa, vedendo pi lucido il fondo che il collo, penser che dove pi luce l la salvezza: e regolandosi secondo una logica, senza dubbio legittima, e insistendo nel suo sforzo, ragionevole, perder, prima che la sua persuasione, la vita. La mosca, dimentica e ignara di s, si affider alle mani di Dio. Andr a suo talento svolazzando; picchier un po' sul fondo un po' sulle pareti, ma alFultimo imboccher l'uscita e si ritrover all'aria libera. Io dico che, in fondo, giusto. Perch ha avuto pi umilt di cuore, e pi fiducia in Dio che in se stessa. Direi, senza voler mancare di rispetto a nessuno, che l'ape piuttosto sulla linea degli stoici; e la mosca pi in accordo con la cattolicit.
Vecchio pr. - Amico: ma qui tanto la mosca che l'ape faranno la stessa fine. Perch, una volta esse dentro, qualcuno alla bottiglia, ho idea che finir col metterci il tappo; e cos Bartolomeo e Fra Bongiovanni...
Giovane pr. - Eccoli (entrano Bartolomeo e Fra Bongiovanni; si salutano).
Vecchio pr. - Bello e coraggioso il tuo gesto, Bartolomeo. Dio ti protegga.
Bongiovanni - Quanta magnificenza! E quanta maest, in questi seggi.
Vecchio pr. - Si. Cosi vuoti sembrano pi alti: Bartolomeo, una parola (si appartano).
Giovane pr. - (sorride) Volete dunque combattere il male alla radice.
Bongiovanni - Alle radici. Alle radici. Se il male non si combatte nelle sue profonde radici, a che serve lo sforzo? Risorge. E pi agguerrito di prima.
Giovane pr. - (sorride) Sicch, un vero e proprio atto d'accusa contro Re Carlo d'Angi?
Bongiovanni - Contro il Re? Mai. Carlo un Re cristiano. E non pu essere che giusto. I suoi baroni, si, i suoi baroni, e giustizieri, e strumenti minori (come se svelasse un segreto) e anche qualche prelato, sono colpevoli. Il Re non ne sa nulla. Se sapesse darebbe qualche castigo esemplare. Certo. Certo.(Resta assorto).
Vecchio pr. - (ridiscendendo con Bartolomeo e parlando con lui) Se poi conoscerai che il tuo dire non ascoltato, non insistere: fatti il segno della croce, e offri al Signore anche quest'altra pena. E bada, sopratutto, a quelli che siedono alla destra del Papa. Non perderli d'occhio. Ma se...(Tre colpi di campana. Entra Papa Martino col concistoro. Siede. Tutti sono in piedi, meno Bartolomeo e Bongiovanni che sono in ginocchio. A un cenno del Pontefice tutti prendono posto. Il Vecchio prelato tra gli italiani, alla sinistra. Il Giovane, con Bongiovanni, in disparte. In mezzo, su una specie di pulpito elevato da terra su per gi come un inginocchiatoio, sempre inginocchiato il Vescovo di Patti).
Il Papa - Gloria in excelsis. Amen. Bartolomeo, Bongiovanni, avvicinatevi. In nomine Patris et nlii et spiritus sancti. Amen. Vi benediciamo (tutti si alzano di nuovo) figli nostri tutti egualmente diletti (siedono. A Bartolomeo) Parla, figliolo.
Bartolomeo - Padre Santo (la sua voce chiara ma a tutta prima un po' affannata e velata di emozione) pieno di gratitudine il mio cuore, perch hai voluto degnarti di ascoltare questo umile servo di Dio (si ferma un attimo, commosso).
Il Papa - Di', figliolo: noi ti promettiamo di ascoltarti fino alla fine con attenzione e benevolenza.(Quelli a destra del Papa si interrogano con lo sguardo, preoccupati. Per tutto il discorso di Bartolomeo questo gioco di riflessi si noter sia dalla parte di destra che da quella di sinistra. Quando parler Fra Bongiovanni dalla destra, un giovane prelato francese, di viso triangolare, tutta fronte e occhi beffardi, con l'insistenza del suo sguardo e col suo mezzo sorriso cercher di ridurlo costantemente al silenzio. E talvolta ci riuscita).
Bartolomeo - (d inizio alla sua orazione, col tono di chi sa che avr da dire molte cose in poche parole) Merc, figlio di Davide!11 demonio la figliola mia fieramente...(un improvviso movimento in tutto il concistoro interrompe Bartolomeo che volge il capo e vede, fermo sulla porta, colle braccia conserte, il Re. La sua presenza rinfranca quelli di destra che erano rimasti turbatissimi da quell'esordio. Re Carlo si avanza in scena).
Re Carlo - Santo Padre: con tua licenza, chiedo di conoscere perch stato occupato il seggio che nella mia qualit di Senatore Romano mi compete ed mio: e che col tuo beneplacito mi fu assegnato.(// vescovo che sedeva nel primo seggio alla sinistra del Papa, si alza e cede il posto. Re Carlo siede accigliato. Momento di angosciosa attesa).
Giovane pr. - (piano a Bongiovanni) Ora che l'accusato tra i giudici, se il Vescovo Bartolomeo parla, va a perdere la vita; se non parla, perde la sua autorit e la sua coscienza.
Bartolomeo - (rimasto un attimo con la testa china la rialza fieramente).
Giovane pr. - Parla.
Bongiovanni - Allora, il mio posto l (corre a inginocchiarsi ai piedi di Bartolomeo che riprende questa volta con voce chiara, ferma, sicura).
Bartolomeo - Merc, figlio di Davide! Il demonio la figliola mia fieramente travaglia (Re Carlo sta per prorompere, il Papa lo frena con un gesto). E le sofferenze della mia travagliata Sicilia, Santo Padre, sono ormai giunte a tale, e a tanto le atrocit...
Re Carlo - (esplode) Il popolo siciliano una razza di ribelli turbolenti e importuni.
Bongiovanni - (balza in piedi) E se noi vi siamo proprio tanto importuni, perch ci state, tra noi, e non ve ne tornate a casa vostra? Eh? (Ridono, all'uscita improvvisa, italiani e francesi. Il Papa resta serio. Re Carlo perde la misura e grida).
Re Carlo - E se i miei baroni e i miei grandi giustizieri gli tengono i piedi sul collo a questi malcreati, essi fanno quello che se loro non facessero, io ordinerei. E dunque non si lagnino, questi siciliani, di sventure che si tirano addosso da s. E sopratutto nessuno osi parlare di atrocit. una stupida e ignobile calunnia, che io respingo nettamente - e chi la propaga io lo considero mio nemico, qualunque sa il suo grado o stato - e dovunque vada a nascondersi non s'illuda di sfuggirmi perch io lo raggiungo e lo punisco. Non ho altro da dire, n voi da riferire al popolo di Sicilia che vi ha mandato qui.(Fa un cenno a uno scudiero, gli dice qualche cosa all'orecchio. Lo scudiero esce. La parola e l'atteggiamento del Re hanno messo i francesi in allegra attesa e gli italiani in profondo orgasmo. Bartolomeo prosegue tranquillo ed energico. Ora egli ha compreso che gioca tutto per tutto. E questa disperata certezza d al suo discorso un tono di quasi ridente ironia).
Bartolomeo - Calunnie? Certo. Stupide e ignobili calunnie. Lo afferma Carlo d'Angi: e la parola di Carlo parola di Re. E perci se vi diranno che la savia costituzione normanna di Guglielmo il Buono, che alla Sicilia tutta l'Europa invidiava...
Bongiovanni - Oh si! si!(Bartolomeo lo calma ponendogli la mano sul capo).
Bartolomeo - Se vi diranno che di rispettarla Re Carlo aveva dato solennemente la sua parola di Re, e che a questa sua parola, subito, dal primo giorno della sua investitura sul trono di Sicilia, il Re ha mancato - questa una stupida e ignobile calunnia - dite - e Re Carlo fa bene a perseguitarne gli autori coi noti e temuti flagelli e strumenti di tortura.
Re Carlo - La Costituzione Normanna io l'ho rispettata.
Bartolomeo - vero. Dove e quando...
Re Carlo - Dove e quando era giusta e viva.
Bartolomeo - vero. Peccato che dove viva non giusta, e dove era giusta non pi viva. Ma se vi diranno, ad esempio, che la costituzione normanna ammetteva l'accertamento dei feudi una volta per sempre e che per la costituzione venuta dopo un feudo, con tre quattro cinque accertamenti non mai accertato finch non vien confiscato e il titolare ridotto alla fame, calunnia! rispondete, sulla parola del Re. E se vi diranno che il Santo Padre stesso, della sua stessa terra, giunse pure a scrivere a Re Carlo Ma una volta fissata la tua parte considerati soddisfatto e lascia in pace i tuoi sudditi : questa si, calunnia! Perch io non ricordo, a mia memoria, un monarca il quale abbia messo a riposare in pace, in cos poco tempo di regno, un cos gran numero di sudditi, quanto Carlo d'Angi (tumulto).
Bongiovanni - (grida) E l'ultimo, un fanciullo, Re Corradino di Svevia, che ne piange la terra e ne pianger in eterno.(Tumulto. Quelli di destra protestano. Il Re in piedi acceso d'ira. Quelli di sinistra tengono testa energicamente).
Re Carlo - (al Papa) Santo Padre, vogliamo noi ancora dilettarci dell'arguta parola di questo Vescovo di Patti?
Il Papa - Bartolomeo un primate della Chiesa, e la sua parola, anche se non ci d diletto, ma pena, una profonda pena, noi dobbiamo ascoltarla.
Bartolomeo - (prosegue tranquillo ed energico) E se vi diranno che dove passano i suoi strumenti fiscali...
Bongiovanni - Non nasce pi un filo d'erba.
Bartolomeo - E che quando c' bisogno di danaro, il Re fa battere moneta falsa e d piombo per oro; se vi diranno che l'erario ha empito le prigioni, che ne rigurgitano, di debitori suoi; se vi diranno che questa legislazione spietata, esosa, soperchiatrice, Ma giusta - risponderete - perch essa uguale per tutti, e spoglia con identica misura il ricco e il povero, il barone e il vassallo, il ladro, con la confisca del terzo della refurtiva e il galantuomo con la confisca di altrettanto del suo legittimo possesso .
Re Carlo - Questi pitocchi!
Bartolomeo - E se vi diranno che si impediscono matrimoni per confiscare i beni delle nubili alla loro morte, dite che questa solo previdenza; e se vi diranno che quando passano costoro, noi, nella chiesa, mettiamo prestamente in salvo i gioielli della Madonna, dei Santi, gli ex voto , le offerte, tutto quello che se anche non oro color d'oro, dite che anche questa previdenza: se vi diranno finalmente, che cos la vita diventata peggio dell'esilio e della morte, gridate pure calunnia! Calunnia! ma gridatelo forte, perch cos vasta e diffusa calunnia, che interi paesi sono rimasti e resteranno deserti per l'esodo di intere popolazioni. Calunnia! Calunnia! Calunnia! Come Guglielmo di Normandia pass alla storia col nome di Guglielmo il Buono, Re Carlo d'Angi passer alla storia col nome di Carlo il Calunniato!
Re Carlo - Pitocchi!
Bartolomeo - Pitocchi, no! Poveri.
Re Carlo - Ma fallo tacere! Questi pitocchi che vengono a piatire qui, per quel poco del loro che mi occorre, quando io mi preparo a far del loro regno, piccolo come un guscio di noce, un reame smisurato e felice; e dunque se quel poco che mi occorre, me lo prendo, me lo prendo perch mi compete. Perch quanto possiede un popolo asservito del suo Re e padrone - e se qualche cosa questo Re vi lascia, ringraziatelo in ginocchio, e ringraziate la Divina Provvidenza di non aver avuto bisogno - per i suoi disegni che voi non potete intendere - anche di quello che vi fu lasciato.
Bongiovanni - Non ci avete lasciato che gli occhi da piangere, voi!
Re Carlo - E se non ve li faccio levare, anche di quello voglio essere ringraziato.
Bartolomeo - E noi ti ringraziamo. Ti ringraziamo di avere abolito la giustizia, incoraggiata la frode, allevato il tradimento; ti ringraziamo di aver soppresso la fede nei contratti, ti ringraziamo di lasciar violare impunemente ad ogni ora le case dei privati e quella di Dio; ti ringraziamo di aver lasciato dilagare il lenocinio, lo stupro, la corruzione che brulica per citt, paesi e campagne; ti ringraziamo di non aver lasciato pi nulla di sacro; ti ringraziamo di aver lasciato in pasto ai cani il nobile corpo di Manfredi Re; ti ringraziamo di aver assassinato un fanciullo solo perch era stato un eroe; ti ringraziamo di aver fatto una pace iniqua e fraudolenta coi musulmani di Tunisi, vendendo a loro gli stessi ostaggi, tuoi, nostri, cristiani.
Bongiovanni - Ma io vi dico in verit che la frode di Tunisi e la pace iniqua saranno la vostra rovina!
Bartolomeo - Ti ringraziamo del tentato veneficio del nostro Tommaso da Aquino forse per invidia, perch voi non avrete mai, n grandi poeti n grandi santi; ti ringraziamo delle stragi di Augusta e di tutte le altre stragi e torture che hai imposte alla nostra isola un tempo cos buona e felice; ti ringraziamo di aver ridotto quello che fu chiamato il giardino e il granaio di Roma a un cimitero di desolazione e di pianto, perch cos, solamente cos condurrai questo popolo, mite e paziente, alla rivolta; e ti insorger contro (agitazione) e ti chieder conto di tutto in un giorno solo - e sar allora, veramente, per voi angioini matti di orgoglio e privi di giustizia, il giorno della saviezza e del pianto! Verr il tempo.
Bongiovanni - (alto, nel tumulto, acceso, buffo e profetico) Si! E io in verit vi dico che verr il tempo che la vostra dominazione, sar abbattuta; che questi superbi saranno avviliti e cacciati (// tumulto di insulti contro di lui e specialmente quel viso triangolare, muto, lo rivolta ed egli, ora, grida altissimo) E che trucidare uno di voi sar ritenuto un olocausto a Do! E che io stesso possa offrirglielo, io stesso, il primo, io stesso...(Re Carlo e anche il Papa ora, sono in piedi al colmo dell'indignazione).
Grida - Fuori! Via! Via! Fuori!(Un momento di silenzio profondo, in cui non si sentir che un lontano suono d'organo, come nella cripta del prologo. Poi lo scalpiccio dei piedi di quelli che si avviano alle uscite).
Bartolomeo - Fratello, raccogliti in Dio, che questi sono gli ultimi momenti che ci restano da vivere.
Bongiovanni - Sono pronto. Andiamo. A gloria di Dio. Amen.(Escono. Subito dopo, dalla strada, rumore d'armi. Tutti si fanno alle finestre. Gli italiani si coprono il viso. I francesi stessi e il Papa, guardano Re Carlo con sbigottimento. Tutti escono in silenzio. Il suono dell'organo cessato. Sono ora, di fronte, il Papa e Re Carlo. Appena rimasti soli il Papa prorompe, acceso d'ira).
Il Papa - A tanto sei giunto, nella tua matta superbia che nemmeno nella casa di Dio sono ormai pi sicuri i miei fedeli?
Re Carlo - Proprio per riguardo alla tua sacra autorit, li ho fatti prendere sulla pubblica via. Altrimenti, di qui, non uscivano vivi, quei due gaglioffi siciliani.
Il papa - (grida) Uno un primate della mia Chiesa. E l'altro, uno dei suoi servi pi fedeli - e di cuore semplice e puro.
Re Carlo - Sancta simplicitas.
Il papa - E diletti entrambi, del pari, al mio cuore paterno. Tu, matto feroce e testardo, mi fai testimone e partecipe dei tuoi delitti. Che sono diventati tanto orribili e nefandi ormai, da rattristare gli occhi di Dio e da privarci della sua vista.
Re Carlo - Delitti! Delitti! Credi anche tu, dunque, che gli stati si reggano con briglie di ragnatela? Non sapete dire che questa parola - delitti. - Io, con l'aiuto del Signore, e tuo, sul trono ci voglio stare saldo e sicuro. Non colpa mia - ma necessit - se gli uomini parte mi servono vivi e parte mi servono morti.
Il papa - Sacrilegio! Gli stati si reggono soltanto con la giustizia e con la clemenza. E se la spada pu occorrere, la bilancia necessaria.
Re Carlo - Perch non me lo hai ricordato il giorno del conclave, a Viterbo; il giorno che tu fosti proclamato santit? Se avessi usato la bilancia, quel giorno, gli Orsini, buttandosi sull'altro piatto, come volevano fare, la tua santit ti mandavano a cercarla fino nella luna. Solo per aver usato la spada, oggi ho il privilegio di servirti.
Il papa - Tu mi riduci al silenzio col solo argomento che atterrisce e sgomenta la mia coscienza. Ho gravemente errato.
Re Carlo - Prima. Ma da quel giorno non puoi pi errare. Per definizione. Pensa a questo e consolati.
Il papa - (con ira) Basta, bestemmiatore! E bada di non abusare della mia pazienza, prima che di quella di Dio.
Re Carlo - E pensa, soprattutto, che anche la tua Chiesa, che considero mia, ha i suoi nemici, e molti, che considero miei. E te ne ho dato la prova a Benevento, a Tagliacozzo e, in ultimo, a Napoli.
Il papa - (si copre il viso con la mano) Dio grande!
Re Carlo - Lo riconosco.
Il papa - E ti ha pur dato pi di un segno della sua protezione.
Re Carlo - Mi giudica meglio di te.
Il Papa - Ti ha fatto Re di due delle pi belle nostre provincie: la Provenza e l'Angi.
Re Carlo - Sono lasciti di famiglia.
Il Papa - Di uno dei pi floridi reami italiani.
Re Carlo - Me lo sono meritato - e tu lo sai.
Il Papa - Ti ha fatto vicario imperiale di Toscana.
Re Carlo - Grazie a Lui e a te.
Il Papa - Hai signoria su Alba, Cuneo, Mondov, Chivasso; eserciti la tua influenza su Milano, Torino, Pavia, Alessandria, Bergamo, Novara, Como, Tortona; sei principe sovrano cTAcaia e di Morea; Re di Gerusalemme - la tua potenza si estende dal Rodano all'Egeo. Che vuoi ancora?
Re Carlo - Il resto. Per un uomo veramente forte il mondo poca cosa.
Il Papa - E ti scordi del Sole e della Terra di Dio, che fiorisce e frutta in umilt e in letizia.
Re Carlo - Se ne ricorderanno i miei figli e i miei nipoti - che saranno contenti - ma a prezzo delle mie fatiche e dei miei sudori, per - e regneranno sicuri in mezzo a un grande popolo felice: il popolo francese. Voglio cne tutto il Mediterraneo, da Bisanzio alle colonne d'Ercole, da Tunisi all'ultima punta di Bretagna e di Normandia, si chiami Francia. Nel porto di Messina ho adunato la pi potente e la pi bella flotta del mondo. Prender Bisanzio. E ti porter in dono milioni di infedeli ridotti alla fede e barili di piastre d'oro. Pagher anche i debiti, e non son pochi, che ho con te. Anime e oro: tutta la potenza della terra. Che vuoi ancora da me? Io sono sobrio e mattiniero; morigerato e casto.
Il Papa - E vero; ma lasci che i tuoi, a cominciare da tuo figlio, riducano il buon reame di Napoli e l'austera Sicilia, all'abiezione di Sodoma e Gomorra. Sei smisurato e smodato nell'orgoglio, e la tua ambizione ti nasconde i suoi limiti. Badati dal fuoco del cielo, che non abbia da scenderti sul capo, proprio dall'Etna.
Re Carlo - (spazientito) E spegneremo anche l'Etna, se sar necessario, e se ci mettiamo d'accordo, Lui, tu e io.
Il Papa - Lo sdegno di Dio tremendo, badati!
Re Carlo - Siamo due Re.
Il Papa - Carlo!(Campane. Cantico di una processione dalla strada).
Re Carlo - Domine peccavi.(Abbassa il capo e si inginocchia) Mi confesso e mi pento. Benedicimi, Santo Padre, e raccomandami al Signore. Pregalo che mi aiuti a reggere bene le diverse nazioni affidatemi dalla Provvidenza e che ne allarghi ogni giorno il numero, sicch io possa riconoscerlo e lodarlo; che pieghi a terra e sprofondi i miei nemici - che sono anche i suoi e i tuoi - e che ne annienti gli sforzi, affinch io possa ringraziarlo; pregalo che, se gradisce la mia devozione e adorazione, mi dia segno di volersela conservare, concedendomi lunghi giorni di v:ta forte e sana affinch io possa a lungo csa'tare il suo divin nome.
Il Papa - Tu tratti il Signore da pari a pari.
Re Carlo - Siamo due Re. E abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Io, se fossi in Lui, a Carlo d'Angi sarei amico. E anche con Lui, come con te, credo che la cosa pi vantaggiosa per entrambi sia una buona, leale e duratura alleanza. Addio.(Esce).
Il Papa - Signore Iddio. Tu che togli di senno quelli che vuoi perdere, fa che una volta almeno egli veda la Tua santa luce.(La processione passa tra un suono di campane e uno smorzatissimo cantico: ancora pi smorzato, dalla chiesa, il suono dell'organo).
TELA
SECONDO TEMPO
PRIMA SCENA
Un giardino della Reggia d'Aragona, Entrano Giovanni da Procida e Palmiero.
Palmiero - Ora torner al porto.
Giovanni - Oltre sessanta giorni che ci vai. Per nulla.
Palmiero - Cos fosse. Le buone notizie che attendiamo non vengono.
Giovanni - Che hai saputo?
Palmiero - Bartolomeo da Patti e Fra Bongiovanni...
Giovanni - Li hanno uccisi?
Palmiero - Una storia tristissima e infame.
Giovanni - Anche loro! Anche loro!(come fra s) Pi nessuna speranza. Nemmeno da Roma. Tutto finito.(Pausa) E Lauria e Lauria forse perduto.
Palmiero - Dio non voglia.
Giovanni - Perduto il nostro pi valoroso uomo di mare. Una vita gloriosa, perduta prima di nascere. E se perduto l'oro - Toro del Paleologo - e ormai dopo sessanta giorni chi pu ancora sperare? - come convincere il Re? Come convincere il Re se non pu costruirsi la flotta? Siamo soli. Poveri. Piccoli. Non siamo nulla. Palmiero - non siamo nulla. Spariremo.(Suoni e canti di fuori).
Palmiero - Io vado al porto. E ci andr ogni giorno, ogni giorno. Ogni giorno.(Esce).
Giovanni - Spariremo!
Maggiordomo - Sire, un.corteo di nozze viene da questa parte acclamando alla Maest Vostra e a Sua Grazia la Regina.(Giovanni si apparta. Entrano il Re Don Pedro e la Regina Costanza).
Costanza - (al Re) Il vostro popolo vi ama e riconosce da Voi ogni sua gioia. Questo giusto. Poi ama anche me, vostra moglie, e questo gentile. Venite.(Si avvicinano alla balaustrata).
CORO Donne - Al sole d'Aprile sorride la terra fiorita. Per te Reginetta gentile sorride la nostra vita.
Uomini - Al sole d'estate gagliardo affida il suo grano la terra di te ci siam fatti baluardo Re giusto in pace e prode in guerra.
Insieme - I nostri figli maturano forti sicuri nel nuovo governo
Nuove glorie ogni giorno ti porti.
II tuo regno duri eterno. Tutti in coro:
Viva viva viva Aragona
Terra serena operosa
Salute al Re giusto, alla buona
Regina di grazia piena.
Viva!
- (Si allontanano).
Costanza - Dov' Giovanni? Giovanni, perch stai sempre solo e da parte? Avvicinati. Tu sai che la tua presenza ci gradita.
Don Pedro - Non sembra lieto, Giovanni da Procida.
Giovanni - Sire, io vengo di Sicilia, e perci pu darsi che io sia preso di stupore allo spettacolo di un popolo felice che acclama il suo Re; e non deve chiedersi ogni sera: quale altra disgrazia mi prepara domani? Ma un lieto stupore.
Don Pedro - Giovanni non ha pace. E toglie a me la mia.
Costanza - Don Pedro, tu sei buono e giusto. Se Giovanni da Procida ti toglie, come dici, la tua pace, che sar di me, la figlia di Re Manfredi, la cugina di Corradino di Svevia...
Giovanni - Gravi ferite.
Costanza - Che ti vivo accanto e, come Giovanni, sospiro il giorno che potremo veder troncata l'oltracotanza di Carlo d'Angi? Io non voglio essere per te un rimprovero ne un rimorso.
Don Pedro - Tu sei la mia forza, la mia gioia, il mio conforto, il mio orgoglio, la mia dignit. Tu sei tutto di me.
Costanza - Giovanni onesto e prudente. Ascoltalo.
Don Pedro - E perci, avendo bisogno di un primo ministro avveduto, l'ho scelto per il mio governo.
Costanza - Giovanni astutissimo e ha fatto sempre per noi una savia politica. Ascoltalo.
Don Pedro - Sempre. L'utilissima alleanza col Papa e coll'Imperatore di Bisanzio, sono opera sua. Giovanni ha fatto miracoli, quando riuscito a farsi consegnare dal Paleologo le 30.000 onze d'oro per costruire la flotta, come anticipo sulle 100.000 promesse per tutta la guerra. Miracoli! E io ero pronto. Iddio non ha voluto. Il nostro alleata Papa Niccol III morto; delle 100.000 onze d'oro del Paleologo 70.000 non sono partite, le 30.000 non sono arrivate e forse sono gi in fondo al mare. vero questo, Giovanni?
Giovanni - Purtroppo abbiamo molte ragioni per temerlo, Sire.
Don Pedro - E allora, dimmelo tu, che sei il mio fido consigliere da tanti mesi, devo io muovermi solo, senza possibilit di prepararmi un esercito e soprattutto, una flotta forte, contro uno dei pi potenti Re della terra? Re Carlo ha un territorio dieci volte maggiore del mio. Volete voi che anche al nostro popolo sia riservata la sorte del popolo svevo, e a me quella di Re Manfredi o di Corradino? Giovanni da Procida, i miei figli stessi, ogni sera, quando vengono a salutarmi prima di coricarsi, mi dicono: Pap, caccia Carlo d'Angi. Vendica il Nonno e lo Zio . Ebbene Giovanni dimmi tu in piena responsabilit: puoi consigliarmi questa impresa? Se tu mi darai questo consiglio io lo seguir. Puoi consigliarmelo, Giovanni?
Giovanni - No, Sire.
Don Pedro - Vedi, Costanza? (Rientra il Maggiordomo).
Maggiordomo - Sire, il Principe di Montecaleno vostro cugino chiede udienza per un colloquio strettamente personale.
Don Pedro - Vuol dire che eeli viene da parte di Re Carlo d'Angi.(Giovanni attende invano che il Re lo chiami. Il Re si volge a Costanza) Costanza: ti prego di assistere. Andiamo.
Costanza - (con tristezza profonda) Giovanni il Re non ti ha chiamato a questo colloquio. Ora veramente sento che tutto perduto. Tutto perduto.(Esce col Re).
Giovanni - (rimasto solo, trae il pugnalato e lo misura sul palmo della mano) Tanto dista e non pi. Distanza breve quanto lo spazio tra il pensiero e l'atto, se la cosa decisa e deliberata la volont.(Guarda dalla parte da dove uscita la Regina Costanza) Anche questa grande forza di fede dunque crollata, dispersa. E che resta? Vivere indispensabile, forse, al verme che insidia la vita del grande albero: perch quello fa pur sempre un'azione; e ogni azione serve a uno scopo. Da quando inzia il suo lavoro, forse scritto che un grande albero deve morire: e dunque un minuscolo verme, pur cos vile cosa, l'artefice di un destino. Ma, l'inazione, che vuol dire, che serve? Che giova? A chi? Come? Quando? Ecco: pu servire la provvidenza un minuscolo e ridicolo verme; che non sa, eppure fa: e io, un uomo, creatura divina, che vedo, considero e riconosco col mio intelletto, dovr essere da meno. Un grande sogno ho fatto io, a occhi aperti. Un grande sogno a occhi aperti o si raggiunge o s muore. No: la parodia dell'uomo d'azione, non ti sta, mio caro da Procida. Perch allora vuol dire che tu hai sognato al modo dei fanciulli o degli stolti. Ogni impresa una scommessa col destino, e ha per posta la vita. Non si bara. Chi ha perduto paga. O salti, o affoghi. E se affoghi perch non hai avuto la forza di saltare, non perdi neanche la vita: come puoi perdere una cosa che non hai? Tanto dista e non pi. E alla fine, una volta deciso, pur anche una molto semplice cosa.Manueuta (canta di dentro):Le stelle che si spengono nel mare Le stelle Risorgono pi belle ogni mattina Pi belle.(Entra seguita da Palmiero).
Manuelita - Ma che paese mai il vostro? Quando una fanciulla canta, qui da noi il cavaliere che l'accompagna, anche se brutta, canta con lei, se sa cantare; e se non sa cantare, ride, almeno, con lei. Voi non battete ciglio. Andate avanti avanti, come se io non ci fossi nemmeno; io che canto per voi. Ma che paese mai il vostro dove nessuno conosce il sorriso?
Palmiero - Lo vedrai, forse, una volta.
Manuelita - Il vostro paese? Io? Oh, non ne ho proprio nessuna voglia. Ho idea che le vostre case non abbiano da essere molto allegre.
Palmiero - Difatti. Hanno tutte le finestre al nord: dalla parte del pericolo; perci il sole non lo vedono mai. Ma adesso si sta lavorando per rivoltare le facciate. E allora vedremo il sole anche noi, come qui, dalla mattina alla sera.
Manuelita - Che gente! Che gente! O stanno zitti, o parlano a indovinelli. Li spendete molto male i vostri anni, che non sembrano neanche tanti. Non c' proprio gusto a stare in vostra compagnia. Me ne vado, me ne vado.(Si allontana cantando): Ma giovinezza non tramonta in mare In mare .( uscita).
Palmiero - Nulla. Neanche oggi. E stai l? E non mi corri incontro, e non mi domandi, come ogni giorno, Notizie? Notizie? Ti sono dispiaciuto in aualche cosa - ho male interpretato qualche tuo pensiero, anche non detto? Ho disubbidito, senza volerlo, a qualche tuo ordine - anche non espresso?
Giovanni - Oh, mio buon Palmiero - come puoi male interpretare i pensieri che non ho? Le intenzioni che non ho. Gli ordini che non so pi dare. Io sono pi spento e pi arido che un banco di lava, non vedi?
Palmiero - Che accaduto?
Giovanni - Ecco: accaduto. Nulla. Mai nulla. Pi nulla. Siamo dei morti, Palmiero. Dei morti senza ne oggi ne domani. Dei morti non mai vissuti.
Palmiero - Non ancora, se Iddio non ci abbandona.
Giovanni - Oh, visionario. E che vuoi, che aspetti ancora per accorgertene? Altre prove? E quelle che hai non ti bastano? A me, si. E mi fermo. Per me, il viaggio finisce qui.
Palmiero - E noi? Noi che ti abbiamo creduto? Noi che abbiamo messo nelle tue mani vita, speranza, fiducia? Dovevi dircelo allora: Giovanni da Procida non che un'apparenza d'uomo forte. In realt non ha pi animo di (senza convinzione e perci con troppa forza) una piccola femmina bugiarda. Tu ci hai tradito. Tu ci hai tradito! Tu ci hai tradito!(Lo afferra e lo scuote).
Giovanni - (inerte) Che aspetti a punirmi?
Palmiero - Giovanni!(col terrore negli occhi) Cos no! Cos no! Io ti ho insultato. Ti ho insultato, capisci? E tu perch non ti levi e non ti getti contro me a pugni stretti e con quegli occhi che fanno terrore? Ti avrei gettato le mie braccia al collo, cos (lo abbraccia stretto) e ti avrei detto: O mio grande Procida, nostro grande Giovanni io ti ho morso soltanto per provarti. E sei vivo! Sei vivo!(Giovanni non si scuote) Sei vivo ancora!(Giovanni inerte).
Giovanni - Non hai occhi, tu, o li chiudi per non vedere, come gli stolti e gli allucinati. Guardami e credimi. Io sono arrivato al fondo di una disperazione che meno morte il non esistere.
Palmiero - Che fede dunque la tua, che non capace di credere oltre gli ostacoli, proprio per gli ostacoli?
Giovanni - Parole. Va e lasciami solo. Puoi ricordarmi la tua la mia donna insultata e scannata; il tuo e il mio figliolo trucidati; la mia figliola dispersa, tutte le sciagure, nostre e di tutti gli altri. Sar come forare un cadavere frollo. Non vedi che io non sono pi ormai che il pallidissimo ricordo di una impresa immaginaria? Lasciami solo e va.
Palmiero - Si. Dove nessuno mi dica mai: quello il volto di Giovanni da Procida.
Giovanni - Addio (Palmiero si avvia, poi torna indietro).
Palmiero - E Isabella? la tua Isabella.
Giovanni - Va. Va. Non ricordarmi nulla. Ma, ai nostri, se mi hai voluto bene, d che l'ultima volta mi hai visto, non cos.
Palmiero - (con le lacrime agli occhi) Ora, veramente, non c' pi speranza nel mondo, e ogni luce si spenta.
Giovanni - Vedi, vedi, laggi? Volgiti, Volgiti!
Palmiero - (volgendosi, ha visto emergere dalla balaustrata la testa di Ruggero di Lauria, che si arrampica su per un albero e balza in scena con un grido) Lauria! Lauria! Lauria!
Giovanni - Tu Lauria?
Lauria - Sul mare!(Balzando in scena) Fa silenzio, canaglia!(Ride).
Palmiero - Per sessantadue giorni, ogni giorno, son venuto al porto.
Lauria - Ho fame. In questa casa di Re una volta si poteva trovar da mangiare a qualunque ora. Bisogna dar qualcosa ai miei picciotti. Siamo tutti mezzo pestati, sdruciti e fracassati. Giovanni, ma tu non mi hai ancora dato la mano. Me la sono guadagnata e la voglio.(Si stringono la mano). Giovanni, le 22 casse con le 30.000 onze d'oro son qua. Non ne manca una. Mancano all'Angioino, tre galee.
Palmiero - Tre galee di Carlo d'Angi?
Lauria - Hanno fatto avaria: Re Carlo non ha fortuna. Ora per poche storie: si mangia.
Palmiero - Subito. Andiamo. - (Escono).(Giovanni, rimasto solo, si mette a far salti di gioia, sul ritmo di una canzone che canticchia fra i denti).
Giovanni - L'oro! L'oro! L'oro!(Entrano il Re e la Regina).
Don Pedro - Giovanni, sei impazzito?
Giovanni - No. Maest: pensavo coi piedi. Sul mio onore cos. Pensavo al Montecaleno e vedevo un fiume d'oro.
Costanza - Carlo d'Angi inquieto.
Don Pedro - Chiedeva notizie dei nostri arsenali di Valenza, di Tortosa e di Barcellona, di Majorca.
Giovanni - Scriviamo subito che state rimettendoli in piena attivit, Sire.
Don Pedro - Per quale impresa?
Giovanni - Diciamo, per Tunisi. un paese pieno di incognite. Col principe di Granata, tregua di cinque anni: subito. E con Montpellier, transazione. Subito.
Don Pedro - Ma questo...
Costanza - Ascoltalo, Don Pedro.
Giovanni - Scriviamo subito anche a Guido da Montefeltro, il pi forte dei ghibellini italiani. Quanto all'impero d'Oriente, con noi.
Don Pedro - Ma questo un piano politico.
Giovanni - E strategico. Sire. Proprio cos. Per la conquista di Tunisi; cos abbiamo anche il Papa con noi.
Costanza - Ascoltalo, Don Pedro.
Giovanni - Prima Tunisi. Poi, da Tunisi a Sciacca in Sicilia,, il passo breve.
Costanza - Ascoltalo, Don Pedro, ascoltalo!
Don Pedro - Ma dunque volete proprio cacciarmi in questa avventura sciagurata - che lui stesso, poco fa, mi sconsigliava?
Giovanni - Ho mutato idea, Sire.
Don Pedro - Perfino il cielo si manifestato contrario: togliendoci Niccol III.
Giovanni - Anch'io la pensavo cos - fino a poco fa: ma ora ho cambiato idea, Sire.
Don Pedro - Si sperava neirelezione di un papa...
Giovanni - Nostro. E hanno eletto un altro, lo so. Ma noi scriviamo a tutti lo stesso. Subito. Subito. Subito.(Dal giardino, la risata di Lauria, di Palmiero e di Manu elita).
Don Pedro - Tu sei impazzito, Giovanni. L'impresa diventata impossibile.
Giovanni - No. Difficile: e perci degna del gran Re Don Pedro d'Aragona.
Don Pedro - No. No. Impossibile. E non se ne parli pi.
Giovanni - Peccato. Ora che erano arrivate le 30.000 onze d'oro del Paleologo - per anticipo sulle 100.000...(La Reginaesce di fretta sorridendo di intesa a Giovanni).
Giovanni - Dovremo dunque restiturlo al Paleologo tutto quest'oro.
Don Pedro - (tace. Le risate, dal giardino, di Manuelita, Palmiero e Lauria).
Figlio del Re - (di dentro) Caccia via Carlo d'Angi. Vendica il Nonno Manfredi, Sire pap.
Figlia del Re - Vendica lo Zio Corradino, pap bel Sire, caccia via Carlo d'Angi.(Rientra la Reginasorridente).
Don Pedro - Queste 30.000 onze d'oro, chi le ha?
Giovanni - Ve lo dico subito, Sire. Uno che vi caro.(Chiama) Vieni - oh - Sua Maest vuol vederti.(Rientrano Lauria, Palmiero, Manuelita).
Don Pedro - Ruggero!
Costanza - Lauria!
Lauria - Maest! Graziosa Regina!
Costanza - Chi riconoscerebbe sotto quei panni - il nostro bravo Ruggero di Lauria?
Giovanni - Sua Maest desidera conoscere come hai salvato le 30.000 onze d'oro.
Lauria - Tutta la storia? Da principio? Non potrebbe farlo, per me, uno dei miei picciotti ?
Costanza - (sorride) Non potrebbe farlo. Non sei cambiato, Lauria.
Lauria - (a Giovanni)
Da dove mi devo rifare? Ah, gi. A Palermo. Era sull'imbrunire. Vedo un frate
minore. Mi fa: Lauria! Sono qui, mi imbarco con le 30.000 onze d'oro da
portare a Re Don Pedro d'Araeona . Ma una voce ci grida dal mare: E morto
Papa Niccol III . Vado lo stesso . Vengo anch'io . Lui, no; io,
si; ed stata la sua fortuna perch quando tra le Balear e la costa spagnola
ci hanno assalito le tre galee di Carlo d'Angi, e la prima ci ha arrembato,
lui ha dovuto buttarsi in mare - che aveva sul capo la taglia del Re. Palmiero
gli va dietro. Io, quando li ho visti aggrapparsi alla scialuppa di poppa, e
levar volta alla cima e irarsi fuori a forza di braccia che egata eh,
Giovanni bello? - ho tratto
un gran respiro di sollievo, perch quando sono da me, sempre pi spedita la
faccenda. La galea angioina, che che non , si viene a trovar di sottovento.
Alla prima raffica, si capisce, io mi trovo in vantaggio. Con buon vento,
della cima gliene bbiamo dato tremila libre. L'idea era di cappar via, ma
quando abbiamo visto che e tre galee eran rimaste intervallate, ci vene una
ispirazione: Tesoro o non tesoro, gli diamo addosso . Che e, a una a una le
tre galee riale che a vederlo finir Cos
che non bel mate faceva fino angoscia - a una a una... Ma qui ci vorrebbe
uno dei mie picciotti, a raccontare. A me non mi sta. Poi palmo palmo la costa
della Tunisia - sessantadue giorni!
Giovanni - Potr servire.
Lauria - Meno male. Siamo tornati sdruciti, scalcinati, morti di fame e di sete. Ma l'oro c'. E la salute.(Canto dal mare) Issa issa issa la vela calza la scotta Si vede che han mangiato bene. Ora, per, Sire, se mi date di quelle belle mule che reggevano una casa, prima della calata del sole le ventidue casse che ho nella stiva saranno qui.
Costanza - Avrai quello che desideri, ammiraglio.
Lauria - Il legno quello, graziosa Regina, non manca che la flotta.
Costanza - Ci sar. Don Pedro, Giovanni aspetta una vostra parola.
Don Pedro - (si leva l'anello e lo d a Giovanni).
Giovanni - (fuor di s, pallido dalla gioia) Voi mi consentite di spedire le lettere a Re Carlo, al principe di Granata, a Guido da Montefeltro, a Sua Santit, a Montpellier, a tutti?
Costanza - Poich Sua Maest ti consegna il suo sigillo, vuol dire che ne puoi far uso.
Giovanni - (fuori di s dall'emozione) Quando? Quando?
Don Pedro - Il tempo a te di redigerle.
Giovanni - Allora subito. Son gi tutte pronte: da due anni! canto Chi ci viene attraverso alla scia Voi la costa ve la scordate .
Lauria - Le mule, Sire! Cantano troppo quelli l. Bisogna farli lavorare.
Palmiero - Manuelita dicevi che nessuno di noi sa pi sorridere. Guarda.(Mostra Giovanni che ha il viso tutto illuminato di gioia)
Lauria - Preparate i forzieri, Sire! Vieni Manuelita. Vieni con me. Tanto oro tutto in una vo!ta non lo rivedrai in vita tua.(Escono allegramente).
Costanza - Don Pedro!
Don Pedro - Querida de mi alma.(Sorride) Ora almeno, non sentiremo pi quel lagno: Caccia Carlo d'Angi, pap (sorride) Caccia Carlo d'Angi!... (Le bacia la mano).
Giovanni - Sire, tutto il mio popolo con me, ai Vostri piedi, e invoca dal ciclo la benedizione sui giorni e sulle opere della Maest Vostra.(Gli bacia la veste. Si alza).
Costanza - (si avvicina a Giovanni che si curva per baciarle la mano, ma Costanza gli stringe la sua) Caro grande Giovanni! Caro grande Giovanni!(Escono la Reginae il Re).
Giovanni - (a Palmiero che lo contempla estatico) Palmiero!
Palmiero - (con voce di affettuosissimo rimprovero) Ecco!
Giovanni - (aprendo le braccia) Palmiero, sulla nostra Sicilia oggi spunta il primo sole. Dobbiamo tornare. In Sicilia! In Sicilia!(Si abbracciano) E possiamo dirlo, possiamo gridarlo: l'Angi, questa volta e fottuto!(Durante la mutanza, la canzone di Ruggero di Lauria).
SECONDA SCENA
A Palermo. In casa di Giovanni da Procida. Comune. Altra porta, pia piccola, coperta da una tenda; d sul giardino sul rovescio della casa. Da questa stessa parte una grande finestra per la quale si vede, di fuori, in rialzo, la via che mena alla Chiesa. Sono in scena Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria, travestiti da frati minori; Palmiero e Alaimo; Bartolomeo e Fra Bongiovanni negli abiti e nell'aspetto pietosissimi. Sono tutti intorno alla tavola, in piedi, con in mano i bicchieri in cui viti di Spagna.
Giovanni - Non sono mai tornato cos lieto nella mia casa.
Isabella - Gloria al Signore nel Suo giorno. Quanto resterete ora con me? (Tamburo).
Giovanni - Poco.(Agitazione. Tamburo pi vicino) Andiamo.
Lauria - Ma torneremo.(Tamburi. Lauria tracanna l'ultimo sorso).
Isabella - Fuggite, fuggite, volete farvi prendere? (Tutti si fanno in fretta alla porticina sull'orto).
Giovanni - Sai dove trovarci, se tarderemo. Addio.(Tamburi. Escono in fretta Giovanni, Lauria, Alaimo, Palmiero, Bartolomeo e Fra Bongiovanni).
Isabella - Vanno verso la chiesa. Dio li salvi.
Rosalia - Lasciali fare, che si salvano anche da s, quei diavoli.(Rimaste sole, le quattro donne si rimettono al lavoro, intorno alle ghirlande di ulivo che preparano per la chiesa).
Isabella - E tu Rosalia?
Rosalia - Sono ancora indietro. Ho dovuto ancne preparare la tavola. E poi, voglio vedervi voialtre alla mia et.
Chiarenza - Non ci arriveremo.
Rosalia - E che sono, Matusalemme, io?
Chiarenza - Da quando ci calato addosso questo castigo dalla Provenza e dall'Angi, la gente muore colle scarpe in piedi prima dell'ora sua; e non nasce pi un parto al suo termine, per gli spaventi e le angosce. Maledetti loro!
Isabella - Non maledire, Chiarenza. Oggi Cristo risorge. Pace. Pace.(Tamburi pi vicini. Entra Margot. Ha una presenza equivoca e sospetta. Incerta, subdola, reticente).
Chiarenza - Chi ?
Dina - Che vuole?
Rosalia - da fuori.
Dina - Che mestiere fai?
Margot - Non insultatemi. Un mestiere come un altro.
Rosalia - degli Angioni.
Margot - Del Poitou: anche al mio paese, oggi, Pasqua.
Chiarenza - Perch non ci sei rimasta?
Margot - E da noi si usa che non si pu andare in chiesa, quando Cristo risorge, se almeno un amico non d il bacio di pace.
Chiarenza - Va' dai tuoi.
Margot - Io non ho amici.
Dina - Va' da quelli che ti vestono cos, sfrontata.
Chiarenza - Mandala via. Mandala via.
Rosalia - Vatiinni, vattinni. Noi andiamo a tavola. E stare senza invito vicino alla tavola degli altri, villania. Vattinni. Vattinni. Isabella (le si accosta. La guarda. Ha piet del suo smarrimento. Le smorza il colore troppo acceso delle unghie e delle guancie; le copre il volto troppo nudo con un velo. Quando Isabella le d un rametto d'ulivo, gli occhi di Margot si inumidiscono. Tamburi pi vicini. Chiarenza stringe i pugni e si fa minacciosa in volto). Margot (al suono del tamburo trasalisce; guarda Isabella e comincia a tremare).
Isabella - (la bacia, pur facendosi forza, sulle due gote) Ora, se vuoi, puoi andare in chiesa, quando risorge Ges.(Tamburo vicinissimo)
Margot - (cade in ginocchio davanti a Isabella, e piangendo, le bacia l'orlo della veste) Perdono! Perdono!(il Tamburo vicinissimo, sotto casa, e la voce di Laglu).
La voce - In nome di S. M. Cristianissima Re Carlo d'Angi e in forza del gi bandito editto che impone a tutti i cittadini di consegnare le armi di Qualsiasi foggia e misura, si fa noto a tutti cne chi sar trovato in possesso di armi di qualsiasi foggia e misura, sar bandito, o dannato al guasto delle sue case o sul capo, a seconda della sua qualit e condizione.
Margot - Perdono! Perdono! Perdono!(si leva di balzo. Entra Drovetto).
Drovetto - Nobili dame (vede Margot). Che fai tu qui?
Margot - (grida) Lo sai. Tu mi ci hai mandato.
Drovetto - (calmo) Vattene.
Margot - Si. Ma tu vieni con me. E lasci in pace, oggi, questa casa.
Drovetto - (c. s.) Vattene.
Margot - io dico tutto. Dico tutto.
Drovetto - (calmo) Vattene.
Margot - (china il capo ed esce).
Drovetto - Dame cortesi. Quello che devo dire alla Signora di questa casa non riguarda che lei sola. Credo che le stia molto a cuore.(Le donne, istigate da Rosalia, escono. Appena uscite, Drovetto chiude a chiave la porta. Isabella ha un impercettibile sorriso ironico. Sguardo rapidissimo, istintivo, verso la tenda che nasconde la porticina del giardino).
Isabella - Ora sono nelle vostre mani.
Drovetto - (sorride, va ad aprire di nuovo la porta, getta la chiave sul tavolino).
Isabella - Questo molto bello. E cortese.
Drovetto - Mi basta questa (mostra un'altra chiave, grossa, che trae di sotto al corsaletto) che non posso darti: perch questa non n tua n mia: di Re Carlo. Cio della prigione del castello, che appartiene - come ogni altra cosa - alla Sacra Maest del Re.
Isabella - ( profondamente colpita, ma dissimula). Un poco di vin di Spagna, Monsignore?
Drovetto - S. Anzi (rimette la chiave sotto il corsaletto. Porge il bicchiere). Qui. Dove forse, una volta, ma messo le labbra il grande Giovanni da Procida. un onore.(Mentre Isabella versa, la osserva, e prosegue). Fra Giovanni da Procida - o qualche altro - del medesimo monastero. Vedo che ti tremano le mani.
Isabella - (sorvegliandosi moltissimo) Per riguardo a Voi, forse, Monsignore...
Drovetto - Ah!
Isabella - Eh si, perch, che cosa pensereste di me, Voi, se trovandomi qui da sola a sola con Voi, non mi tremassero almeno, un poco, le mani?
Drovetto - Sei una graziosa canaglia!
Isabella - vero per met.
Drovetto - (prendendole le mani) Graziosa, certo.
Isabella - Me lo dicono, qualche volta.
Drovetto - E canaglia, forse.
Isabella - Questo, pi di rado.
Drovetto - Ma vero. vero.
Isabella - Pu darsi che Voi vediate meglio degli altri, Monsignore...
Drovetto - Vuoi sapere che cosa pensi, tu, adesso?
Isabella - Credete che non lo sappia, anche se non lo dite, Monsignore?
Drovetto - Ma io te lo voglio dire lo stesso. Tu pensi: I miei erano qui poco fa. Li ha visti? Non li ha visti? Li hanno presi? Saranno ancora una volta sfuggiti? .
Isabella - Bevete, Monsignore.
Drovetto - Grazie. Non bevo mai. Sono sobrio: come il mio Re. Ho voluto soltanto vedere come ti tremavano le mani, versando. Ora lo so: Presi o fuggiti ? La chiave dell'enigma qui, sul mio petto.
Isabella - (con dolce lusinga) Ma tu, me la darai.
Drovetto - (apre le braccia) Domani. All'alba.
Isabella - Perch domani? (Ha uno slancio disperato, ma poi si ferma, lo osserva con uno sguardo in cui ripugnanza, dubbio, diffidenza. Poi si allontana lentamente, va allo specchio, si ritocca il trucco, si ravvia i capelli; trae da un cassetto dei merletti di pizzo e se li aggiusta; e si mette tra i capelli un bel pettine di tartaruga).
Drovetto - Non era necessario.
Isabella - Lo so. Ma io voglio essere bella, come le Regine della favola quando si mettono in via per un gran viaggio (sorride forzato). Cammina, cammina, cammina, e alla fine si vede lontano...(guarda di fuori. Poi si mette in seno una rametta di ulivo benedetto, poi trae da un cofano un grosso anello che ha una grande pietra, e se lo mette in dito. Lo guarda alzando la mano contro la luce). Ora sono nelle mani di Dio.
Drovetto - Un anello simile lo mand alla sua amante il Conte di Limoges, quando volle disfarsi di lei.
Isabella - Disfarsi, come?
Drovetto - Non so come. Ma il giorno dopo, lei, era morta.
Isabella - (ride forzato) Chi vi dice che non sia proprio questo? Mi guardate male.
Drovetto - Mi piaci pi di tutte le donne che ho conosciuto fino a oggi.
Isabella - Non mi sfugge il privilegio.
Drovetto - Tutte, siete contente di sentirvelo dire. Anche da un nemico. In questo sei cjonna. Donna da capo a piedi.
Isabella - Anche questo, avete capito?! Davvero non vi sfugge nulla, Monsignore. Si. Donna. Anche se mi dicono ragazza. Ho vissuto molto sola. E nella Spagna, dove son stata tanto tempo, il sole e anche pi caldo che qui. Donna. Donna.
Drovetto - L'avevo capito.
Isabella - Vero? Credo che sia chiaro, a un occhio un po' esperto. Ma non vi dispiace - o non vi aclude - un poco? O vi sembra, ora, troppo facile impresa?
Drovetto - No.
Isabella - Eccomi (tende la mano). Potete darmi il vostro pegno, che io ho inteso.
Drovetto - Domani... all'alba. Sei impaziente.
Isabella - Sono pi giovane di voi (ride forte).
Drovetto - (balza in piedi, ma si trattiene) No. Domani all'alba.
Isabella - Non vi pare che questo sia un affronto, per me?
Drovetto - (secco) No. Pi di te sono impaziente, io. Io si. Perch da tanto tempo ti aspetto. E come sempre, quello che pi mi caro, pi sfugge. Ma, ora che posso, non voglio che tu mi sfugga troppo presto.
Isabella - giusto. Vita per vita ( attratta da qualche cosa di fuori).
Drovetto - Che cosa significa: vita per vita ?
Isabella - (che ha veduto, con un tremito impercettibile nella voce) Ora, pi nulla (sulla via di l dall'orto ha visto passare Lauria, Giovanni e gli altri, di slancio getta le braccia al collo di Drovetto e lo fa rimanere voltato di schiena alla finestra di fondo perch non veda; con voluta lascivia). Vita per vita vuol dire, domani all'alba. Tu mi fai dono di tante vite, e io non ti d che la mia.
Drovetto - Che guardi?
Isabella - (in orgasmo e in ascolto) Guardavo... ecco...(si stacca da lu) Il sole, ora, di l, poi, tutto un gran giro. E domani, dopo l'alba, di l, lo ritroveremo e lo saluteremo, insieme, di l.
Drovetto - Creatura ambigua. Hai l'aria di preparare un agguato. Non ci resto, ti avverto (si avvia verso la porta).
Isabella - No. No: ancora un poco (con intimo tremore). Non vi pare dunque gi pi che io valga la pena? L'agguato che io vi preparo, voi non lo temete certo. E, forse vi stupir, anche se siete un gran seduttore (ride; poi, in ascolto) Ora - che un patto tra noi - vi sembra bello, lasciarmi subito, cos?
Drovetto - Devo andare.
Isabella - Siete un bell'uomo d'armi. Perch non portate sempre questo giustacuore? Vi sta bene. Che strana cosa... vi guardo, non so immaginarvi fanciullo. Si direbbe che non abbiate avuto infanzia.
Drovetto - Ho conosciuto troppo presto le donne.
Isabella - Eran tutte come me? O io sono veramente pi bella di tutte le altre? (sta in ascolto; si accorge che egli sta per muoversi, lo prende per le mani per trattenerlo) Curiosa idea. Un uomo senza infanzia. Una vita senza giovent. E perci voi non amate le donne. Vi piacciono, tuttavia.
Drovetto - Molto.
Isabella - Ma non avete forse avuto tempo di conoscere (con calore sincero) che grande gioia c' nel guardare una mano abbandonata l sulla spalliera di una seggiola (in ascolto) e pensare: La sua mano con tanta commozione da non desiderare altro. Da non desiderare altro.
Drovetto - No, no (come se si difendesse da una proposta inaccettabile, tenta di muoversi verso la porta).
Isabella - (con ansia, ma sorride) Non volevo dir cjuesto, non temete. (Primo tono, seria) Sentire con gratitudine, vicina a s, la vita di un altro, e dirgli senza parole: Grazie che ci sei, grazie che respiri, grazie che sei tu, e guardare la vena viva del collo, e pensare con struggimento: - Anche l la sua vita... (dice tutto questo come assente, sempre in ascolto).
Droveto - (la afferra) Chi vedi?
Isabella - (riscossa bruscamente, ambigua) Uno che presente.
Drovetto - Lo so che tu mi tendi un agguato. Ma non posso andarmene. Perch mi piaci, capisci? Anche per cjuesta tua perfidia, mi piaci (tenta di baciarla).
Isabella - (come in un dormiveglia, tutta la sua anima in ascolto ai rumori di fuori) Pi tardi. Quando il sole, il sole, sia calato. Poich poi, la notte lunga e noi dobbiamo aspettare l'alba di domani. L'alba. (Ride franca, come liberata da un incubo) L'alba di domani! L'avete detto voi, no? Domani all'alba, non vi ricordate gi pi? Domani all'alba.
Drovetto - No. Ora.
Isabella - Siete voi, pi impaziente di me, adesso.
Drovetto - Basta!
Isabella - Non fatemi violnza. Se vorrete esser savio, sar tanto meglio. Anche per voi. Avete gi qui un pegno. Potete dunque andare sicuro e paziente. (Con molta voluta intimit) Ma, non vi piacerebbe avere, di me, pi che la mia vita? strano che non abbiate capito nulla (sorride con civetteria). Questi valorosi uomini d'arme - che vincono aspre battaglie - e davanti a una donna, si regolano sempre nell'unico modo sbagliato...
Drovetto - Chi sei tu? - (La afferra e la scuote) Chi sei tu?
Isabella - Una donna che vi piace, no?
Drovetto - Che mi piace: cos - (tenta di baciarla).
Isabella - Pi tardi. Sar pi bello, vedrete - (un breve tumulto, di fuori).
Drovetto - Ora si, devo andare. Maledizione!
Isabella - Non rammaricatevi, Monsignore. Pi tardi sar pi bello. Al calar del sole. Vedrete! Vedrete!(Con dolcezza studiata) So che io non sono per voi come tutte. E non sar. Vedrete. Al calar del sole, sar bello... Al calar del sole!(Lo accompagna alla porta sempre sorridendo ambigua. Drovetto esce. Isabella chiama affannosamente alla porta). Rosalia! Chiarenza! Dina!(Entrano le tre donne) Li avete visti?
Chiarenza - Si.
Rosalia - E tu, da dove li hai visti?
Isabella - Di l. Passare.
Rosalia - Ho fatto appena in tempo ad avvertirli. Venivan qui dritti dritti.
Isabella - Andiamo. Andiamo. Non torniamo pi in questa casa.
Rosalia - Che accaduto?
Isabella - Niente. Coll'inganno era venuto. Non basta pi la forza, ora; anche l'inganno con me: la nipote di Giovanni da Procida. Eh, no.(Si leva il rametto dal seno) Questo mi ha salvato. Andiamo via. Andiamo via. E non torniamo pi in questa casa. Deve trovarla vuota.(Ride) Al calar del sole! Al calar del sole!(Ride) Andiamo. Andiamo.(Tumulto, di fuori, nella strada. Irrompono in scena Giovanni, Lauria, Alaimo, Palmiero, Bartolomeo, Fra Bongiovanni, Aitano, Bicenzo e Popolo).
Il Popolo - Maledizione a loro!(Tamburi. Le donne si segnano. Un grido) Maledizione a loro!(Le donne si segnano).
Palmiero - A centinaia, li arrestano. Le prigioni non li contengono pi.
Alaimo - Li hanno ammassati qua, nel cortile del Convento, e hanno issato l i loro strumenti di tortura (un grido). E strappano i fanciulli dal seno delle madri, per sottoporle anche loro alla totrura e ai flagelli!(Un grido. Il opolo rabbrividisce).
Tutti - (con desolazione) Maledizione!
Bongiovanni - Guai a te, figlia di Babilonia - la tua ora vicina.
Giovanni - Si. Vicina. Su, su, popolo di Sicilia. Re Don Pedro con noi. Prepara la flotta. I suoi arsenali di Valenza, Tortuosa, Barcellona e Majorca lavorano giorno e notte. Cos risponderemo a Re Carlo che vuol fare della nostra isola un cimitero.
Popolo - Maledizione!
Isabella - (mormora) Non maledite. Cristo risorge.
Giovanni - Ricordati delle stragi di Augusta, popolo di Sicilia! (// popolo ondeggia e d un grido soffocato) Nessuna piet - n allora n dopo, mai. N riguardo all'et o al grado. Eccolo qui, questo santo Vescovo di Patti, eccolo qui questo dolce Fra Bongiovanni, partiti alti e forti e tornati - guardateli! - Tutti cos, si torna dalle prigioni di Carlo d'Angi.
Popolo - Maledizione!
Isabella - Cristo risorge.
Bartolomeo - vinta l'umana immaginazione dagli orrori che io vidi. A Napoli, sotto una rupe flagellata dal mare una spelonca, orrida, buia.
Bongiovanni - Luogo di lordura, di vituperio.
Bartolomeo - Di pianti, di grida, di gemiti, di urli.
Bongiovanni - Notte e giorno. Notte e giorno.
Bartolomeo - Si mostrano gli arnesi di supplizio a chi li dovr sopportare - e quando la tua piaga si placa - te la riapre nel cuore lo spasimo dei tuoi fratelli.
Popolo - (piange d'ira) Maledizione! Maledizione! Maledizione!(Campane).
Isabella - Cristo risorge.(Campane).
Tutti - Cristo risorto.(Cadono in ginocchio. Dalla chiesa si leva una Lauda spirituale. Nella via, di fuori, di l dal giardino una folla inginocchiata).
Tutti - (dentro e fuori) Cristo risorto!(Dentro e fuori la Lauda spirituale. Poi, le note del Te Deum . Qui, Fra Bongiovanni trae di sotto la tonaca una daga e l'alza come una croce intonando sul Te Deum Ed in te confidiamo . Poi ne trae altre quattro e le d ai suoi, sempre ripetendo Ed in te . Tutti gli armati alzano la spada a croce e, insieme Ed in te confidiamo .
Di fuori - Cristo risorto!(Una masnada di alabardieri irrompe tra i genuflessi di fuori, pesta su, li malmena e ne porta via).
Di fuori - (i rimasti) Cristo risorto!
Di dentro - (tutti) Cristo risorto!(Riprende la Lauda spirituale).
TERZA SCENA
Un ripiano presso la Chiesa dello Spirito Santo. Oltre il muretto si indovina una gran distesa erbosa, donde arrivano a tratti, voci serene e festose specialmente di donne e fanciulli.
Isabella - Cara Manuelita, dal vostro racconto, l'Aragona appare un paese di sogno. E il cuore ne prova tanta invidia per voi e tanta pena per noi, che in tutto l'anno un giorno sereno, abbiamo: questo marted dopo Pasqua. Per una tradizione che i nostri padroni rispettano chi sa perch: forse come la giornata libera che si d ai servi - oggi essi restano chiusi in citt. E il popolo di Palermo si riversa tutto su questi prati, e per un giorno conosce il sapore della vita felice.
Rosalia - I Tartaglioni - che Dio li sprofondi - oggi se ne stanno proprio a casa e ci lasciano in pace.
Manuelita - I vostri padroni, concedendovi questo giorno, vi fanno per tristi tutti gli altri. E vi danno il senso delle possibilit che vi si radica nel cuore per tutto il resto dell'anno. Non di savia politica, questa usanza.
Palmiero - Si sente che Manuelita cresciuta alla Corte di Re Pedro.
Chiarenza - Durante la segreteria di Giovanni da Procida.
Dina - Si sente.
Rosalia - Si sente. Ma qui, si mura a secco.(Porge il bicchiere).
Bartolomeo - Aspettiamo gli altri.
Bongiovanni - Eccoli. Eccoli!(Entrano Alaimo, Giovanni e Ruggero. Li festeggiano. Giovanni e Ruggero sojo sempre vestiti da frate).
Lauria - (vedendo i bicchieri alzati) Siamo arrivati all'elevazione.
Bongiovanni - (mezzo serio e mezzo ridente) Taci sacrilego; taci! (Allegria interrotta improvvisamente. Giovanni, Fra Bongiovanni e Alaimo corrono al muretto, con uno sguardo di intesa. Si sente una cantilena a due voci: una specie di brontolio ritmato a denti stretti).
1a Voce - Va su, compare.
2a Voce - Va su.
1a Voce - La strada dura.
2a Voce - Va su.
1a Voce - Il peso tanto.
2a Voce - Va su.
1a Voce - Prima di sera.
2a Voce - Va su.
1a Voce - Devi arrivare.
2a Voce - Va su.(Spuntano dal muretto due barili: poi le schiene di Aitano e Bicenzo che li sostengono. Aitano e Bicenzo, cos curvi, sotto il peso, non vedono che i piedi delle persone e si insospettiscono).
Aitano - Gira al largo.
Bicenzo - Lungo il muro. Non ti far scorgere.
Aitano - Dietro la chiesa.(Riprende) Va su compare.
Bicenzo - Va su.
Bongiovanni - Posateli.
Giovanni - Qui.
I Due - (insieme, posati i barili, si cercano in tasca i coltelli. Ma vedono Giovanni e Fra Bongiovanni, e si rallegrano).
Bicenzo - Aita!
Aitano - Bice! (Stringono forte la mano del frate e di Giovanni).
Isabella - Aitano! Bicenzo!
Rosalia - E che fate, come i ciucci, che portano vino e bevono acqua?
Bicenzo - Qui c' il meglio di Sicilia.
Aitano - Leva la sete e non si sente. Ora lo mettiamo al fresco.
Alaimo - Qui. A ridosso della chiesa.
Rosalia - Vi volete fare i soldi, oggi, eh?
Bicenzo - Oggi o domani. Pur che sia. Va su compare.
Aitano - Va su.
Bicenzo - Prima di sera.
Aitano - Va su.
Bicenzo - Devi arrivare.
Aitano - Va su.
Coro - (lontanissimo). A scirocco e a maestrale... (Svanisce).
Bicenzo - Aita!
Aitano - Bice! (Ridono forte e si porgono le mani come per dire gliel'abbiamo fatta!).
A Due - Mo' guarisci!(Corrono tra vii altri, bevono, saltano e ballano) Mo beviamo che bere si pu!(Lauria abbraccia Rosalia).
Rosalia - Non ricominciamo, eh? Come l'altra volta: due notti e due giorni sono rimasta senza chiuder occhio. Non ricominciamo! Il sangue nelle vene anch'io ce l'ho, E mi bolle!(La risata si propaga. Aitano e Bicenzo saltano come capre, cantando: Mo' beviamo che bere si pu e, al suono di una fisarmonica, che viene dal prato, tutti, meno Giovanni e Bartolomeo, danzano. Tutta la campagna in danza. Fra Bongiovanni, anche lui, con la sua tonaca svolazzante, cerca di marcare qualche passo. Tutto a un tratto un enorme silenzio e sferragliare di armi).
Voci - (di l dal muretto) Che cosa volete? Che cosa siete venuti a fare?
Voci - A tener l'ordine.(Laglu, Gruache e altri entrano in scena).
Bartolomeo - L'ordine nessuno lo disturba. Andatevene.
Laglu - Ora, ma possono turbarlo pi tardi.
Voce - (di fuori) Le armi, dove tanta adunata non si portano. E per l'editto di S. M. Cristianissima Re Carlo d'Angi, se ne avete, posatele subito.(Una enorme risata, sberleffi e grida: Tartaglioni! ).
Voce - (perentoria) Perquisiteli tutti.
Voci - (dei siciliani) Non ci sono armi, qui! Non abbiamo armi! Sulle donne le cercano, le armi! Siamo venuti a passare un giorno in pace! Non diamo noia a nessuno! Lasciatele stare le donne! Lasciatele stare le donne!(Entra Drovetto con armati).
Drovetto - Fermateli e fatevi consegnare le armi.
Palmiero - Non abbiamo armi.(Giovanni, Aitano, Bicenzo e Lauria si raggruppano in alto presso i barili. Le donne, intorno al Vescovo).
Chiarenza - Se avessimo armi, non ce le domandereste con questo tono villano.
Dina - E noi non ce le lasceremmo domandare cosi.
Bartolomeo - Prendete me. Prendete me, per tutti.
Drovetto - Perquisiteli tutti. Anche le donne.(Vede Isabella) Ah, tu mi hai giocato, ieri, serpente. Ma ora, ora (le si getta addosso e colla scusa di perquisirla le brancica) Tu non sei mai disarmata.
Lauria - (strappa la spada di mano al frate, si slancia su Drovetto e lo ferisce a morte. Drovetto trascinato fuori dalla scena).
Giovanni - Morte ai Tartaglioni! Morte ai Tartaglioni!
Un grido formidabile - Mora! Mora!(A un cenno di Giovanni, Bicenzo e Aitano tolgono dai barili pugnali e daghe e li buttano di l del muretto).
Voci - A me! A me!
Giovanni - (gettando le armi di l dal muretto) Morte ai Tartaglioni!(Lauria, Alimo, Palmiero, Giovanni, escono armati).
Bongiovanni - (dal muretto, come Giovanni A te! A te!(Sopravviene un fuggiasco, lo vede, lo pugnala. Fra Bongiovanni cade di l dal muretto).
Le donne - Ave Maria Gratia piena Dominus tecum Salve Regina Mater Misericordiae.
Aitano e Bicenzo- (visto cadere Bongiovanni, si mettono ora, pugnale alla mano, uno di qua e uno di l dal proscenio. Come arriva un fuggiasco Aitano dicendo Giovanni da Procida lo pugnala. Quando arriva a tiro di Bicenzo, gli d il colpo di grazia, dicendo morto ).
Le donne - Sancta Maria Mater Dei Ora pr nobis Ora pr nobis.
Il grido - (pi lontano, ma pieno) Mra! Mra!(Rientrano Giovanni, Lauria, Alimo e Palmiero).
Giovanni - Il giorno della citt di Palermo, venuto. Dove non sono bastate le nostre, con le loro armi li abbiamo cacciati.
Il grido - Mra! Mra!
Giovanni - Questa sera, Palermo, sar libera. Comincia la lotta.
Il grido - Mra! Mra!
Giovanni - Tu, Palmiero, a Calafatimi rendi l'onore delle armi a Guglielmo di Porcelet l'unico giusto di questi stranieri.
Il grido - Mra! Mra!
Giovanni - Tu, Lauria, fatti marinaio di terra ferma. E va a Caltagirone. Inizia la manovra che dovr cingere questa terra liberata, di una cintura di lance. Palmiero, Augusta vendicata. Grande Vescovo di Patti, la tua magnanimit sar nota. Al nostro carissimo Bongiovanni daremo sepoltura in questa chiesa. Voi ( a Aitano e Bicenzo) qui a guardia del valico. Andiamo. Andiamo.(Escono armati).
Il grido - Mra! Mra!(Le donne al muretto: Aitano e Bicenzo uno di qua e uno di l della scena).
Bicenzo - Aita!
Aitano - Bice!
Bicenzo - Giovanni da Procida.
Aitano - E morto! E' morto! E morto!
Manuelita - (dal muretto comprimendosi il cuore con la mano) Il gonfalone di Palermo! Issano il Gonfalone di Palermo! Hanno abbassato il Gonfalone di Re Carlo d'Angi, e ora, sull'antenna sale il Gonfalone rosso con l'aquila d'oro di Palermo. Che lindo! Qui sotto, guardate, che lindo!
Rosalia - Ecco! Ecco!
Aitano - Bice!
Bicenzo - Aita!
A due - venuto il pianerottolo!
Il grido - (pi lontano) Mra! Mra!
Dina - Ora sull'Arsenale!
Isabella - Ora sui Carmelitani!
Tutte - Ora sul Palazzo Reale! Ora sul Palazzo di Re Carlo! Il gonfalone di Palermo. Santa Aquila d'Oro! Santa Aquila d'Oro!(Si leva il gonfalone di Palermo).
Il grido - (lontanissimo, al mare) - Mra! Mra!
Coro - Issa issa issa la vela - calza la scotta con Ruggero di Lauria - chi si scontra (fa avara Torneranno a testa rotta. Dia levante dia scirocco - dia libeccio o (maestrale Quanta l'acqua che sape di sale dove (arrivo il nostro rostro. Fondo, fondo - mare nostro. Il grido Mra! Mra! Coro - Issa calza - calza e allasca Bianca schiuma e mare negro Con Ruggero di Lauria - il libeccio (vento da frasca Questa piuma di navalestro - pare freccia di balestra. Il grido Mra! Mra! Coro - Issa issa - calza calza con Ruggero di Lauria - lo scirocco (vento onesto che l'antenna cantare ti fa Questa piuma di navalestro - Remba, (arremba paura non ha. Issa issa - d volta d volta Con Ruggero di Lauria - a venirci attraverso alla scia Voi la costa ve la scordate Cento braccia in fondo all'acqua - le vostre case le ritrovate. Il corbame vi si sfascia - o figlioli di Daga scie Il corbame che avete a riva filo d'ascia e fuoco vivo Agguantatelo col calcagno - che vi parte alla deriva. Il grido - (lontanissimo) Mra! Mra! Coro - Issa issa issa la vela - volta alla scotta Con Ruggero di Lauria - chi si scontra fa avara Torneranno a testa rotta. Issa il pennone - calza il fiocco Con Ruggero di Lauria Dia levante dia scirocco - dia libeccio o maestrale quanta l'acqua che sape di sale dove arriva il nostro rostro Fondo! Fondo! mare nostro!
QUARTA SCENA
(Inverno 1285)
(Una casa abbandonata, solitaria in territorio di Poggia, sulla spiaggia del mare. Inverno crudo. Su un letto squallido che, in testata, sul muro, ha un grande arazzo di seta con lo stemma di Re Carlo d'Angi, il Re muore. Lo assiste un curioso avanzo d'uomo: tipo bizzarro tra di combattente e di scabino; mezzo prete e mezzo soldato; esausto di stenti e diroccato di ferite. Ha una gamba fiaccata, e un moncherino di mano sinistra, di cui non si pu valere altro che di fermacarte, quando, colla destra, deve scrivere. Parla con un curioso accento di senza patria, in cui sul fondo francese, si innestano a volta a volta, parole e modi di dire napoletani, siciliani e toscani. Ora sta aspettando che il Re gli detti una lettera. seduto per terra su un po' di paglia: e l'occorrente per scrivere su una vecchia pancaccio bassissima, ricoperta alla meglio. Il lume di una lucerna che lo rischiara a mala pena, fa enorme l'ombra della sua testa sulla parete. Prende, ogni tanto, quando pu farlo a colpo sicuro, una sorsata di vino da un'anfora d'oro, che si messo molto opportunamente vicino, a portata di mano: e nei frequenti deliqui del Re, egli si ricorda sempre che l la consolazione prima ed ultima che gli rimane).
L'uomo a terra - Si, sacra Maest. Non ne ho perso una. Dove c'era da stare allegri mi ci son trovato sempre - la sacra Maest Vostra deve rendermene giustizia.
Re Carlo - (ora ricaduto nel suo deliquio).
L'uomo a terra - Benevento e Tagliacozzo. Un re morto sul campo - e uno - fuori campo. E l ci ho ricavato la prima - . Poi, Augusta: li abbiamo presi a letto; credevo d levarmela: ci ho lasciato un dito in bocca a uno che non aveva pi altro di sano che i denti.
Re Carlo - (d un gemito).
L'uomo a terra - E gi: ma che ci posso io, costretto a fare da Francia e da Spagna, agile e svelto come son rimasto? Che idea, di mandar via tutti - perch deve arrivare la Regina. La Regina chiss dov' rimasta coi temporali di queste notti.
Re Carlo - Fate cessare questi tamburi. Il Re...(ricade).
L'uomo a terra - E queste due prime ferite sono quelle che mi hanno fatto meno male. Perch, ferito io, va bene; ma voi vittorioso.(Prende l'anfora) Alla vostra salute - che - a quanto posso capire - ve ne manca pi che a me.
Re Carlo - (geme).
L'uomo a terra - Ma poi, a Palermo, pasticci! A Messina, a Messina, pasticci! Non ne andata pi una per il suo verso.
Re Carlo - Da bere! Da bere!
L'uomo a terra - (non si muove; Carlo gi in deliquio di nuovo) Centocinquanta galee e cinquanta trasporti che erano il fiore della carpenteria. Quindicimila cavalieri e sessantamila fanti che erano il fiore della giovent di Francia. Prima che in Francia ne nascano quanti ne muoiono - eh, mo' te la spicci!
Re Carlo - Da bere!
L'uomo a terra - (ora si alza. Si netta la bocca col dorso della mano. Prende l'anfora. D da bere al Re. Poi torna a sedere) Era tutto pronto per l'impresa di Oriente - e sarebbe riuscita, con quella gente profumata. Ma no. bisognato dar di corna contro Messina; essere pronti per una grande impresa sicura e intestarsi contro una scorza di limone: cos ci siete sdrucciolato su e la testa ve la siete rotta. Quella testa cocciuta che avete - e che ci ha portato: io qui, voi l. E che fior di esercito e che armata vi siete andato a fracassare contro i muri di Messina, gran furbo, anche voi!
Re Carlo - Fate passare la Regina - fatela passare vi dico. Abbiamo fissato la tregua di tre giorni. Lasciatela passare. Lasciatela passare. O io vi scatener contro tutte le mie forze di terra e di mare - e vi schiaccier come topi.(Ricade esausto, esanime).
L'uomo a terra - Ecco. E cos - tu l - e io qui.
Re Carlo - (a occhi chiusi, quasi senza voce) Questa citt maledetta, io la sradicher. Ferro e fuoco e sterminio. Una valanga di ferro. Quest'isola maledetta io la lascier cos nuda e deserta, che anche tra cent'anni i mici nemici devono sentirsi agghiacciare il sangue.(Balza su).
L'uomo a terra - E non scopritevi cos, sacra Maest, che non abbiate da agghiacciarvi davvero Voi. Non sentite che, con questo freddo, c' da restare come una paglia nella brina? Su, su, siate savio, Maest - (lo ricopre con cura) Sempre cos: devo - devo - devo. Devo fare. Devo sradicare, devo punire - devo fargli vedere - E Alimo da Lenni, furbo davvero, lo ha capito e ci ha fregati cos. Il 6 agosto, al Monastero del Salvatore: mi sono salvato io solo - di tanti che eravamo - saltando dal tetto; e da allora ho una gamba e un po'. L'8 agosto - alla Capperina - quella Dina e quella Chiarenza - che Dio le mariti male - anche dalle donne ci siamo lasciati sbaragliare. Devo dire, devo fare - e a forza di impuntarsi ci avete perso l'Oriente e l'Occidente. E col solo risultato di empire di vedove il vostro sacro Reame. Bel costrutto.
Re Carlo - (a denti stretti) O vivi o morti!
L'uomo a terra - Ecco. Anche Guglielmo il Cornuto, il nostro grande ammiraglio, quando part per l'impresa di Malta giur di portarvi o vivo o morto Ruggero di Lauria, l'ammiraglio siciliano. E poi, proprio Ruggero di Lauria, di propria mano, sotto i miei occhi, lo attraverso da parte a parte, come un pane di burro, con un giavellotto che si svelse dalla coscia. Sotto i miei occhi, perch dove c'era da stare allegri io non son mancato mai, e a Malta mi ci son trovato. Che sventole - o vivo o morto - Col paniere ce le siamo raccolte le nostre teste, quel giorno!
Re Carlo - Rendimi le mie galee - maledetto balordo! Le belle mie galee che ti sei fatto prendere da Ruggero di Lauria. Rendimele! E va in seminario. Il prete pigro, dovevi fare, non il figlio di Re! Non scappare. Fermati! Vieni qui! Vieni qui, maledetto!
L'uomo a terra - Eh - vostro figlio e al sicuro. Anche con una gamba pi corta Lauria se T preso. E adesso gli aragonesi se lo tengono ben custodito. Non ha voluto dar retta al Cardinale Gherardo uomo di giudizio : Non ci andare contro Lauria. Aspetta tuo padre . Cos a Salerno - ero anche l, si capisce - se non siamo andati a bagno un miracolo. E meglio sarebbe stato, che esser portati per gli orecchi, nelle prigioni di Don Pedro d'Aragona a Messina! Meglio morti! Da Messina in gi non abbiamo fatto che errori. Da Messina in su, che delitti. Errori e delitti (verso l'esterno) Ma si, ma si, spalancati una buona volta, cielo d'inchiostro, e scarica in mare, come una pattumiera, tutto questo ridicolo avanzo di potenza, di gloria, di superbia, di vanit e di asinit.
Re Carlo - (si risveglia: in se) Boulot: scrivi. La Regina?
L'uomo a terra - Con questi temporali chi sa dove stata fermata, sacra Maest.
Re Carlo - Scrivi. A che punto siamo della notte?
L'uomo a terra - Vicini all'alba - se la vedremo, sacra Maest.
Re Carlo - (rabbrividisce) Scrivi, maledetto manigoldo. Scrivi. Fa presto che il tempo manca. L'ultima lettera a chi era diretta?
L'uomo a terra - A Papa Martino. Era quasi finita.
Re Carlo - Leggi. Da bere. Ora leggi.
L'uomo a terra - (legge) La Sicilia e l'Aragonese mi hanno impedito di procedere al conquisto della Terra Santa. Che Iddio dunque s scagli contro di essi a battaglia .
Re Carlo - (prosegue) E d a tutti che io sono ancora vivo! Ancora vivo!( sfinito. Si risveglia) Hai scritto? Tanto da dare ai ribelli siciliani una lezione esemplare . Hai scritto?
L'uomo a terra - (che non ha scritto niente) Si, Maest.
Re Carlo - Ora scrivi a tutti i miei vassalli, baroni, partigiani e alleati (si interrompe e chiude gli occhi).
L'uomo a terra - Li cercheremo nella luna, perch qui, mi sembra piuttosto fatica sprecata.
Re Carlo - (riapre gli occhi) Scrivi: Io non sono stato sconfitto a Messina. N a Messina n altrove . Scrivi. Scrivi. Che Dio ti punisca.
L'uomo a terra - E vi sembra che non mi abbia punito gi abbastanza, Sacra Maest?
Re Carlo - Scrivi! Scrivi presto. Il tempo stringe.
L'uomo a terra - Eh, si, Maest. Ho idea.
Re Carlo - Guardatevi bene dal prestar fede alle calunnie. Io non ho commesso atrocit. Io non sono stato sconfitto a Messina. Ne a Messina n altrove .
L'uomo a terra - L'abbiamo gi scritto.
Re Carlo - Presto, scrivi: Soltanto per agevolare i rifornimenti e per mettere al sicuro le navi ho ritirato appena appena un po' gli alloggiamenti di qua dallo stretto. Ma al tornare della buona stagione ripasser in Sicilia con forze ancora pi formidabili e piegher sotto i miei calcagni le corna di quei protervi (// Re di nuovo in delirio) Scrivi al Re! Scrivi al Re! Non perder tempo. tardi.(Si sveglia) Leggi; subito. Non c' pi tempo. Leggi, , maledetto!
L'uomo a terra - (soffia sul lume).
Re Carlo - La luce!
L'uomo a terra - Maest, un colpo di vento.
Re Carlo - La luce! Chi l! Chi l? (Ora la faccia stravolta del Re non si vede pi che alla luce dei lampi. Egli ora grida in delirio).
Re Carlo - Scrivi. Scrivi a Niccol III. Chi l? Chi l? A Niccol III.
L'uomo a terra - Buonanima...
Re Carlo - Scrivi a Clemente IV. Chi l? Chi l? Rispondi! Dov' Clemente? Dov' il mio bravo Clemente?
L'uomo a terra - Uh - non c' pi neanche la cenere, ho idea.
Re Carlo - Scrivi. Scrivi. Scrivi. Scrivi subito, che non c' pi tempo, scrivi al Saracino, scrivi a Re Carlo d'Angi! Io sono il Re. Scrivi a tutti, a tutti. Io sono il Re. Scrivi: Io non sono stato sconfitto. Mio figlio stato sconfitto, io no! Io no! Io sono il Re. Io ho costretto eserciti e flotte a fuggire davanti ai miei eserciti e alle mie flotte. Ho sterminato la canaglia di terra ferma. Ho soldati marinai navi - soldati soldati - dieci volte. Dieci volte di pi. Scrivi. Scrivi anche questo e dieci volte di pi. Non perdere tempo, scrivi. Io sono il Re e posso da solo far lo sterminio dell'isola maledetta.
L'uomo a terra - Ecco. Per questa idea fissa, Tu l - io qui.
Re Carlo - Scrivi! Chi l? Mandali via! Scrivi al Re dei Saracini: Vi facciamo sapere che siamo giunti sani e salvi a Brindisi e ci staremo sani ed ilari a preparare visibilmente e potentemente lo sterminio dei ribelli siciliani .
L'uomo a terra - Ecco: e per ci, tu l - e io qui.
Re Carlo - Scrivi. Scrivi. Scrivi a tutti. Prima che si spenga la luce. Scrivi subito. A tutti, Papi, Re, Cardinali, Principi, Vescovi, Principi, Vassalli e Baroni, Re, Cardinali; scrivi - amici e nemici di tutti i tempi luoghi e popoli - scrivi marrano - scrivi ancora, scrivi sempre finche ci sia inchiostro e non ti si fiacchi la penna, e resti olio nella lucerna - scrivi, scrivi, scrivi; cos: Io ho domato - io - Carlo d'Angi - io - con un aggrottar di ciglio - Re e reami - Io - con un volger di testa ho condannato o assolto, Re, principi e vassalli. Se la mano di Dio non s' infiacchita, io - io - io - infligger alla Sicilia un tale castigo, che tutta l'isola sar ridotta a un deserto - a un cimitero per cento anni, per secoli, per secoli di secoli, per l'eternit. Scrivi, scrivi. Scrivi. Scrivi pi presto. Pi presto. Chi l? Chi l? Chi l? (Entra la Reginacon uno scudiero che regge una torcia. Il Re, alla luce viva riprende conoscenza. Guarda fisso la Regina, la riconosce).
Re Carlo - Oh, Margherita (con un filo di voce, come un pigolo. Piega il capo sul suo petto, mentre le lagrime gli scendono dagli occhi in un pianto silenzioso. Le braccia scarne e nude del Re, rabbrividiscono di gelo).
Re Carlo - Non ho pi nulla. Non ho pi nulla. Il pi temuto esercito della terra - la pi bella flotta del mare. Non ho pi nulla. Tutto perduto. L'erede al trono, prigioniero. Dio clemente, se scritto che io debba calar cos - ah per piet - fate che sia a passi pi lenti. E sono tanto malato, dolce mia cara Margherita - cara! Cara!(Ricade esausto. Con un fil di voce) Direte a nostro cugino Filippo, che l'ultima difesa e speranza della nostra famiglia. Custodisca e difenda i nostri figli, se non vorr che tutta la nostra casa precipiti. E voi - perdonatemi, Regina senza Re e senza regno.(Resta con lo sguardo impietrito) Chi l? Chi l? Chi e l? Via! Via! Via tutti! Ascolta, Papa Martino! - Silenzio! Silenzio - e noi diremo che l'impresa di Sicilia l'abbiamo fatta pi per servire la Santa Chiesa, che per desiderio di dominio (ride) Chi l? Chi l? 'L, sul mare.(Al lume dei lampi sul mare nero come la notte, passano vele bianche). Le mie galee! Le mie galee, Sicilia maledetta (si leva alto e spettrale sui cuscini) Le mie galee di Provenza.
Margherita - Piet di noi, Signore Iddio!
Re Carlo - Le mie galee! Le mie belle galee di Provenza. Sicilia! Sicilia!
Coro sul vento - Issa - issa - issa la vela - calza la scotta Con Ruggero di Lauria - chi si scontra (fa avara.
- (il Re piomba di colpo, sul letto, morto. Al lume dei lampi si vede il suo viso cereo, immobile. Poi, per un momento non si sente pi nessun rumore).
Margherita - Piet di noi, Signore, smarriti in questo sconfinato silenzio. Coro sul vento, lontanissimo: Con Ruggero di Lauria Quanta l'acqua che sape di sale Dove arriva il nostro nostro Fondo! Fondo! mare nostro.
TELA
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