Vespri siciliani

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Commedia in due tempi e otto quadri di Cesare Vico Lodovici

VESPRI SICILIANI

Commedia in due tempi e otto quadri di Cesare Vico Lodovici

PERSONAGGI:

GIOVANNI DA PROCIDA

RUGGERO DI LAURIA

ALÀIMO DA LENTÌNI

PALMIERO

TEBALDO

PAPA MARTINO IV

RE CARLO D'ANGIÒ

BARTOLOMEO, vescovo di Patti

FRA BONGIOVANNI, frate minore

DROVETTO

capitano angioino

RE DON PEDRO D'ARAGONA

UN VECCHIO PRELATO

AITANO, pescatore

BICENZO, pescatore

LAGLU, sbirro

GRUACHE sbirro

L'UOMO A TERRA            

UN MAGGIORDOMO

ISABELLA, nipote di Giovanni da Procida

ROSALIA, sua nutrice e dama di compagnia

MARGOT, amante di Drovetto

DONA COSTANZA, regina d'Aragona

LA REGINA MARGHERITA, terza moglie di Re Carlo d'Angiò

MANUELITA, giovinetta alla Corte d'Aragona

CHIARENZA, popolana messinese

DINA, popolana messinese

CARDINALI

VESCOVI E PRELATI

GENTE D'ARME

POPOLANI E POPOLANE

L'azione si svolge nel periodo che va dal supplizio di Re Corradi/io di Svevia

 (1268) alla morte di Re Carlo d'Angiò (1285); in Sicilia, in Aragona, in Puglia

PRIMO TEMPO

PRIMA SCENA

(Prologo - 1268)

A Palermo Una cripta in una grande chiesa. Musica di chiesa, dall'alto, smorzatissima. Entrano, dal fondo, due ombre. Palmiero e Tebaldo traggono i pugnali.

Bartolomeo       - Palmiero, Tebaldo, riponete l'arme. L'ora non è suonata. Un po' di pazienza e verrà.(Da ogni parte escono gli altri, dal buio).

Lauria                - Non avete riconosciuto Bartolomeo, il Vescovo di Patti; ne fra Bongiovanni, la sua ombra fidata.

Alàimo              - Tu Palmiero. Che sei di questi luoghi.

Palmiero            - Alàimo: nella tua Messina è di­verso. Ma qui a Palermo Carlo d'Angiò ci ha abituati da un pezzo a veder arriva­re chi non si aspetta, e ad aspettare, qual­che volta per sempre, chi dovrebbe già es­sere arrivato.

Alàimo              - Non giova la fretta.

Palmiero            - No. Ma io sono dei tre o quat­tro scampati - e non si sa come - dal­l'orrendo macello di Augusta. Lasciati per morti. In una notte tutta una città, sor­presa nel sonno e scannata. Nessuno sal­vo. Neanche i traditori: i tre da Sarzana che all'imbrunire avevano aperto la porta di dentro. Perché non fu presa con le ar­mi, ma con un pugno d'oro, Augusta. E fossi morto davvero quella notte. Dissan­guato, legato a una colonna - e lì - sotto gli occhi, al fuoco delle torce, mia moglie insultata e scannata. Lì sotto gli occni. E il mio Giovannino - come un agnello - colla gola aperta - e l'ultima sua voce, tra un gorgoglio di sangue - «Ah, mamma!» Come un filo. Chi ha veduto questo, per il resto della sua vita non avrà più occhi di misericordia: (stringe convulso il pugnale) e il tempo gli sembrerà sempre troppo.

Lauria                - (come tra sé, e tra i denti) Sul mare.

Bartolomeo       - Io vi porto notizie migliori, grazie a Dio.

Tutti                  - Da Napoli? Corradino? Vivo? Vivo?

Bartolomeo       - Le notizie di Napoli siamo anche noi venuti a prenderle qui. Da Ro­ma: però buone.

Alàimo              - Napoli importa.

Lauria                - Da Roma non aspettiamo più nulla.

Bongiovanni      - Il Papa ha scritto a Re Carlo una lettera di fuoco! Iddio gli ha toccato il cuore.

Tebaldo             - Magari! Con una punta di ala­barda.

Lauria                - Tienti al largo, Bongiovanni!

 Bongiovanni     - Eretici voi, se non ammettete che Iddio, quando voglia, possa toccare il cuore dell'uomo.

Bartolomeo       - Non esaltarti, bravo Bongio­vanni. Un giorno, forse, saremo messi al­la prova.

Lauria                - Al largo! Al largo!

Bartolomeo       - (energico) E voi non fate vi­lipendio, nel suo capo, alla Chiesa di Cri­sto che è grande, piena di miracoli, e a custodia delle porte del cielo.

Alàimo              - Purché non abbia ad aprirvele in­nanzi tempo, le porte del cielo, a voi!

Lauria                - Mare in poppa e vento in prua, Signoria, e maltempo da ponente, quando a un Re di appena sedici anni si fa il pro­cesso come ad un ladrone.

Palmiero            - Un fanciullo, povero Corradino di Svevia!

Lauria                - Che si è battuto in campo, con ar­mi leali e coraggio da uomo.

Alàimo              - Per un sacrosanto diritto.

Tebaldo             - E gli si minaccia la scure del boia.

Palmiero            - Un fanciullino, un fanciullino.

Tebaldo             - Re Carlo non oserà macchiarsi le mani nel sangue di Corradino di Svevia.

Alàimo              - La vecchia pelle del rospo angioi­no è tutta una macchia. Venderebbe quel­la di sua madre, se osasse opporsi ai suoi disegni, quello snaturato.

Tebaldo             - Re Corradino di Svevia è rimasto povero come un baco.

Lauria                - Allora è salvo.

Bongiovanni      - È salvo senz'altro.

Tebaldo             - Non c'è più nulla da prendergli.

Bongiovanni      - È salvo! È salvo!

Tebaldo             - E poi è superstizioso, sebbene cru­dele e sanguinario, l'Angiò. Per le spiag­ge di Montalto i pescatori hanno tratto a riva un mostro marino. Portato al Re, che era in viaggio per Napoli, ha dato un ge­mito come un cristiano. Corradino potreb­be dovere la vita anche solo a questo fatto.

Bongiovanni      - È salvo! È salvo! È un se­gno di Dio. È salvo!

Tebaldo             - Se non tardasse tanto a giungere, uno c'è che la verità potrebbe dircela: Gio­vanni da Procida...

Palmiero            - Tebaldo!

Lauria                - (freddo e perentorio) Giovanni da Procida è morto.

Alàimo              - O Pisano; senti quello che ti dico e tienlo a mente: se io mi trovassi solo da­vanti a uno specchio, ripeterei cento volte alla mia immagine: Giovanni da Procida è morto. Domanda un po' a loro. Dov'è Giovanni da Procida?

Tutti                  - Giovanni da Procida è morto.(Bre­ve pausa durante la quale si sente un po' più distinta la musica dall'alto. Entra Gio­vanni da Procida travestito da frate mi­nore. Tutti gli si affollano intorno, ansiosi. Giovanni, senza dir nulla, getta sul ta­volino un guanto insanguinato. Tutti si inginocchiano. Nel silenzio si sente, ora, distinta, la musica dall'alto della chiesa, come una invocazione).

Bartolomeo       - Accogli, Signore Iddio, nella tua gloria, l'anima innocente del Re fan­ciullo.

Tutti                  - Amen.

Giovanni           - (riprendendo il guanto) Questo, l'ho raccolto dalle sue mani.

Alàimo              - Ti ha riconosciuto?

Giovanni           - Non credo. Sotto questo travesti­mento, per ora, non mi ha riconosciuto nessuno. Ma io ero proprio sotto il palco. Al suo apparire - era pallido: è stato così bianco sempre! - tutti si sono sco­perti. Quando ha girato gli occhi su quel­la calca - ho sentito che la gente lagrimava intorno a me. Io gli tenevo gli oc­chi fissi in viso: « Eccolo lì, vivo e ragaz­zo: tra un momento, di questa vita così fragile - più nulla per sempre ». Mostrò di voler parlare. Si fece silenzio, tutto in­torno, come all'elevazione. Era pallido, ma sicuro. Tutto a un tratto parve disa­nimarsi. A un balcone, con le braccia in­crociate sul petto, era apparso Carlo d'An­giò. Guardava la folla, dall'alto; la per­correva, di lassù, con lo sguardo, come per averli sott'occhi a uno a uno, se mai un imprudente si fosse lasciato sfuggire dalla bocca il primo grido.

Lauria                - (assorto) Sul mare.

Giovanni           - Il popolo era pronto a travolge­re il palco e a mettere a fuoco la reggia. Ma nessuno fiatò. Allora il Re Corradino, abbassò gli occhi, e li rivolse su quelli che erano lì sotto il palco, come per cercare qualcuno da affidargli l'ultimo saluto. Per la prima volta, parve avvilito. Aveva an­cora, nella sinistra, questo guanto, già bagnato del sangue dell'Arciduca d'Austria. Me lo gettò - disse: «Addio» - un soffio. E fu l'ultima sua parola.(Breve pausa).

Bartolomeo       - Accogli, Signore Iddio, nella tua pace l'anima innocente di Re Corra­dino di Svevia.

Tutti                  - Amen.(Gli ultimi echi della musica di chiesa sono, durante la mutazione della scena, sopraffatti e sostituiti da una can­zone popolare allegra e vivace).

SECONDA SCENA

 (1279)

Prima che si illumini la scena si sente il canto di Isabella: « Fatevi all'uscio Madonna sovrana «Che v'ho portato un cesto d'insalata « Un cestellino pieno d'erba fina «Fatevi all'uscio Madonna sovrana». Appare una strada sul margine d'un colle erboso. Entra Rosalia di corsa.

Rosalia              - Isabella! Castigo dei miei peccati! Dove sei, Isabella! Angoscia dell'anima mia, dove sei, dove sei, disperazione! Ma che cosa ho mai fatto io al mondo per meritare una punizione così grande? M'è scappata, quel demonio incarnato. Era qui. L'ho sentita cantare fino a un momento fa. È sparita sottoterra come Dio salvi! Proserpina; e mi fa correre come una lepre, che, alla mia età, non è neanche bello. Con questi capelli. M'ha fatto per­dere anche il pettine che mi costava  ve­rità di Dio quasi un tornese! E adesso, con questa chioma di Berenice al vento, chi sa, al ritorno a casa, che penseranno di me in questo tempo pieno di malizia.(Chiama forte) Isabella! Isabella!

Isabella              - (caccia fuori il capo dalla siepe) Male penseranno. E non la scampi.

Rosalia              - O demonio incarnato, dov'eri?

Isabella              - E avranno ragione. Qui, ero.

Rosalia              - Dove sei stata, fadanni?

Isabella              - A cercarti il pettine che hai per­duto.

Rosalia              - E lo sapevo bene che me l'avevi preso tu, terremoto!

Isabella              - Eccolo qui. Ma lo dirò a tutti. Non la scampi.

Rosalia              - Vieni qui.

Isabella              - A tutti, che l'ho trovato sulla por­ta di casa di Monseigneur. Dell'irresistibi­le Monseigneur Drovetto.

Rosalia              - Vieni subito qui, rovinafamiglie. Qui subito!(la rincorre, Isabella si lascia raggiungere). Non voglio che tu ti allonta­ni, hai capito? Tutte le vie sono piene di agguati. In questi tempi grami che non si è più sicuri nemmeno in casa sua.

Isabella              - Ti senti proprio minacciata? Ver­gogna! Alla tua età.

Rosalia              - Oh per questo! Se credi che ci ba­dino, all'età, questi porconi di alabardieri!

Isabella              - Ci badano - non illuderti - ci badano.

Rosalia              - E anche questo capriccio di farmi sfiatare su per questi sassi, a quest'ora! Che ci siamo venute a fare quassù?

Isabella              - Quassù? Guarda com'è fiorito il prato. Questo autunno pare una primave­ra. Non lo senti questo bel sole?

Rosalia              - Oh lo sento! Lo sento! Sono tutta sotto un sudore. Ma che ci siamo venute a fare, me lo dici?

Isabella              - Mi devono portare un cesto d'in­salata.

Rosalia              - Qui! Proprio qui?

Isabella              - Proprio qui. Un cestellino pieno d'erba fina (canta): « Fatevi all'uscio Madonna sovrana « Che v'ho portato un certo d'insalata « Un cestellino pieno d'erba fina ».

Rosalia              - Hai l'argento vivo addosso, ecco cos'è l'insalata e l'erba fina. Argento vi­vo, è.

Isabella              - Balia! Cara Balia! Sei tanto vec­chia e io ti voglio tanto bene. Sono con­tenta. Ho voglia di cantare e ti voglio bene. Abbracciami. Più stretto. Più stretto. Senti come mi batte il cuore. Ho voglia di cantare ed ho rimorso.

Rosalia              - Eh, se hai voglia di cantare, canta, che Dio ti salvi. Senti a me: belli è me­glio che ricchi, e giovani è meglio che vivi. Si. Perché essere brutti è peggio che essere poveri; e essere vecchi è peggio che essere morti. Tant'è: e noi non ci possia­mo far nulla, né tu né io. Ringrazia Id­dio che sei giovane e bella.

Isabella              - (tirandole affettuosamente le trec­ce) Però i capelli te li sei conservati: tanti, soffici e fini.

Rosalia              - In casa mia non c'è mai stata una zucca pelata. Bada di non strapparmi quel­li neri.

Isabella              - E se te li strappo chi te lo dirà?

 Rosalia             - Da me. Perché quelli neri, a strap­parli, fanno più male.

Isabella              - (accenna) « Fatti bidiri sole beddu mio » (si interrompe).

Rosalia              - Canta figliuzza del core mio, canta.

Isabella              - No. Basta. Ho rimorso. Non sì vedono che tristezze intorno. Osserva, per le vie della nostra Palermo, a qualunque ora, non incontri più due occhi sereni. An­dature spavalde, di questi brutti sgherri: che prendono tutta la strada per sé, e i no­stri sempre a pugni chiusi lungo i muri e a denti stretti che non passano più neanche le parole. Tempo di iacee e di cose sini­stre. E io sono la nipote di Giovanni da Procida (si guardano).

Tutte e due        - (come una parola d'ordine) Giovanni da Procida è morto.

Isabella              - Eppure cento volte al giorno il cuore mi canta da sé. E io vorrei casti­garlo. Fatti bidiri... Giù alla fontana, ti specchierai. Balia bella! E quando ti vedrà, Monseigneur Drovetto, lascerà 11 tutte le sue donne, si getterà ai tuoi piedi, ti bacerà l'orlo della veste e ti dira: « Merzè, Madonna, merzè ».

Rosalia              - Non nominarlo. È peggio che spu­tare - con licenza - nell'acqua bene­detta.

Isabella              - Eppure, quando, in ginocchio, ti dirà « Merzè, Madonna, merzè! ».

Rosalia              - Si capisce che non l'hai mai visto.

Isabella              - È bello.

Rosalia              - Dio ti salvi dall'incontrarlo.

Isabella              - Ha due occhi... e una bocca di rubino con una fila di mandorle bianche. E la sua voce...

Rosalia              - È una dolcezza, come a grattare un piatto col coltello.

Isabella              - Una voce d'oro, come il suono dell'arpa, quando mi dice « Bedda de lo cori mio» « Picciridduzza santa».

Rosalia              - Questo è Ruggero di Lauria!

Isabella              - L'hai riconosciuto, alla fine, balia di testa dura. Si! È Ruggero di Lauria. Ruggero. Ruggero. Ruggero di Lauria!(canta) « Fatevi all'uscio, ecc..(Rumori di dentro) Eccolo il sole mio bello!(/ rumo­ri si fanno più distinti e vicini. Isabella e Rosalia ri nascondono. Entrano di cor­sa affannati e atterriti due popolani semi­nudi, cenciosi, che subito sono raggiunti da due sgherri francesi).

i° Sgherro          - Crenom, mucchi di stracci, credevate di farci sputare il fegato? A noi? (Entra Drovetto con una scorta di lande).

I due                  - Siamo povera gente.

2° Sgherro         - Hanno preso le scorciatoie, per farci sciancare noi e scosciare i cavalli, questi due letamai!

I due                  - Siamo poveri accattoni.

Rosalia              - Scappiamo.

Isabella              - Io resto.

i° Sgherro          - (a Drovetto che si è avvicinato) Monseigneur, questi due qui li abbiamo acciuffati. Gli altri, è inutile: si sono but­tati per queste forre, che neanche con un cane da caccia...

Drovetto            - Guarda di non farti scappare anche questi, imbecille. Laglu, dì a que­sta canaglia se non conosce l'editto.

I due                  - Noi Signoria... Signoria noi...

Drovetto            - Silenzio! L'editto di Re Carlo, scritto a parole grosse come noci sulle ta­vole di marmo murate tra i pilastri della loggia in Palazzo.

i° Straccione      - Noi non sappiamo leggere, Signoria.

2° Straccione     - Nessuno di noi sa leggere.

Drovetto            - Insegnagli l'alfabeto, Gruache. Basterà fino alla lettera F. Per ora.(Gli sbirri li frustano compilando A, B, C, D, E, F) Ripetigli l'editto.

i° Sgherro          - In nome...

Drovetto            - La disposizione, imbecille.

i° Sgherro          - «Chi, informato d'apparecchio «di sedizioni o sommosse non ne darà « subito notizia alla Corte, sarà punito col « taglio della mano destra; e se darà rì « cetto in casa a un condannato, la casa «medesima gli sarà arsa a fuoco».

Drovetto            - Domandagli ora se conosce l'e­ditto.

I due                  - Si, Signoria, ora, si.

Drovetto            - Ora domandagli da dove vengo­no, dove vanno e che fanno.

i° Straccione      - Monsignore, noi siamo di qui e viviamo di carità.

2° Straccione     - DÌ quel po' che ci danno per elemosina quelli della piana.

i° Straccione      - Della piana di Monreale.

Drovetto            - Quelli della piana di Monreale quando devono pagare i tributi piangono fame. Ma per darne a voi fannulloni ne hanno, e d'avanzo, si direbbe, a guardar­vi. Dì che ti mostrino le mani, Laglu.

2° Sgherro         - Mostrate le mani.(/ due si scambiano una rapida occhiata). Gente di mare, Monsignore.

Drovetto            - (accalorandosi) Domandagli ora perché hanno detto il falso. Lo sanno al cospetto di chi si trovano costoro? Inse­gnaglielo subito  (fa un cenno. Gli sbirri flagellano gli straccioni. Isabella e Rosa­lia si coprono il viso con le mani). Nes­suno fa più il marinaio da quando si sa che per la via di mare è tornato a Palermo Giovanni da Procida e si nasconde tra loro.

I due                  - (si risollevano sotto le percosse e, a una voce) Giovanni da Procida è morto.

Isabella              - Così! Bravi!

Drovetto            - (infuriato) Gli editti di Re Carlo scolpiti nel marmo non li conosce, questa canaglia. Ma quello che fa Giovanni da Procida lo sa. Dov'è - domandagli - Giovanni da Procida?

I due                  - Giovanni da Procida è morto.

Isabella              - Così! Così!(Gli sgherri a un cen­no di Drovetto flagellano a sangue).

i° Straccione      - (sta per cedere) Santa Croce di Dio, aiutami!

2° Straccione     - Morditi la lingua, forte.

2° Sgherro         - Dov'è Giovanni da Procida?

2° Straccione     - È morto! Signore Iddio, non resisto più!

i° Straccione      - Morditi la lingua. Mettimi un piede sul mio. Forte. Pesta forte.

i° Sgherro          - Dov'è Giovanni da Procida?

2° Straccione     - È morto! Ah Dio! Dio! La lingua. Stringi la lingua!

2° Sgherro         - Dov'è Giovanni da Procida?

i° Straccione      - È morto! Ah il piede, il pie­de, che non me ne fido più.

Isabella              - (esce fuori) Basta.

Rosalia              - Ci siamo. E ora, chi ci salva?

Drovetto            - Chi è che dice, basta? Oh, è sceso sulla terra l'angelo del Signore. Non domando che di obbedirgli.(Ai due) Ave­te inteso il suo ordine? Basta! E dunque, basta. Siete in libertà.(/ due corrono a ba­ciare le vesti di Isabella che, a occhi bas­si, li contempla con infinita tenerezza).

Isabella              - Come ti chiami?

II primo             - Aitano.

Isabella              - E tu?

Il secondo         - Bicenzo. Che possiamo fare per te, righetta?

Isabella              - Ricordare il mio nome come io ricordo il vostro. Io mi chiamo...

I due                  - Isabella. Il Signore ti compensi, Don­na Isabella.

Isabella              - Andate via. Andate via subito, che non si penta del bene che ha fatto.

Drovetto            - (allo sbirro) E porta via anche il mio cavallo, Gruache. La discesa penso che sarà più gradevole a piedi. Via. Tutti.

i° Sgherro          - Vostra Signoria se dà un calcio a un sasso ci trova sotto una moneta d'oro.

2° Sgherro         - Vossignoria scrolla un albero, e casca il cornutaccio.

Drovetto            - Lasciatemi solo. (Gli sbirri rac­cattano i loro arnesi).

i° Sgherro          - Quando Sua Signoria ordina di lasciarlo solo - per qualcuno - comincia il peso alla testa.

 2° Sgherro        - Magari ci fa la bella figura del­l'altra sera. Caro mio, passati i quaranta, poco si fa e molto si canta, te lo dico io.(Escono).

Drovetto            - Nobili dame.

Rosalia              - Monsignore: io non sono che la sua balia. E vecchia. Vi prego di non chia­marmi nobile dama. Non ci sono abituata, e mi fa paura.

Drovetto            - Che idea! Avete pur visto che io ho fatto redarguire quei due qui poco fa, solo perché volevano morto Giovanni da Procida.

Isabella              - E voi lo vorreste vivo: si sa.

Drovetto            - Certo. E preghiamo Iddio che gli dia tanta vita da poter conoscere un giorno la nostra giustizia e la nostra cle­menza.

Rosalia              - (tra i denti appena sensibile) Nnnngià!

Isabella              - Giovanni da Procida è morto.

Drovetto            - Ah! E allora, perché non gli portate il lutto, bell'angelo?

Isabella              - Perché lo so in luogo di salvazio­ne, al sicuro dalla vostra giustizia e dalla vostra clemenza.

Drovetto            - Strano: per uno a cui si vuol bene come a un padre.

Isabella              - Come si vuol bene a un padre non mi avete dato il tempo di impararlo; perché cominciavo appena a conoscerlo, mio padre, quando i vostri conquistatori di città addormentate, me lo hanno scan­nato, nel sonno, ad Augusta.

Drovetto            - (non riesce a dominarsi) Augu­sta si è rivoltata e noi l'abbiamo punita.

Isabella              - Anche sugli innocenti.

Drovetto            - Di necessità. Dominare o spari­re. Non c'è via di mezzo.

Isabella              - (tranquilla) Allora, voi, sparirete.

Rosalia              - (allarmata) Gesù (altro tono) Mon­signore, io sono però sicura - sicurissi­ma! - che se invece di quel Guglielmo l'Estendart - vostro superiore soltanto di grado - in Augusta avessero inviato Vos­signorìa, tante ingiustizie non ci sarebbe­ro state - ne tanti eccessi (aspetta trepi­dando).

Drovetto            - Ne tante asinità.

Rosalia              - (vittoriosa) Ecco! Ecco!

Drovetto            - Ma che luogo è mai questo do­ve con una bella, con due belle dame...

Rosalia              - Va bene. Va bene.

Drovetto            - Si perde il tempo in questioni di stato? Andiamo, Isabella.

Isabella              - Io resto qui. Andate voi, Monsi­gnore.

Drovetto            - La strada è malsicura, Isabella.

Isabella              - E perciò io resto qui. Aspetto uno.

Drovetto            - Ah!

Isabella              - Uno che deve portarmi un cestellino d'erba fina.

Drovetto            - Voglio conoscerlo. Mi interessa.

Isabella              - Non fidatevi, Monsignore.

Drovetto            - È una sfida?

Isabella              - No, ma, l'accompagna sempre un mastino grosso così, che tiene a guardia dell'orto. Un cagnaccio che sta sempre tra i contadini, e appena vede un signore co­me voi, gli salta alla gola, per niente inti­morito ne degli editti di Re Carlo ne delle vostre fruste né delle vostre spade. Andate via, che sarà meglio per voi. Andate via, vi dico!

Drovetto            - Questo rigore, Isabella, fa torto alla tua bellezza. La bellezza è un privi­legio. E tutti Ì privilegi di questa terra che è nostra, ci competono e ci sono do­vuti.

Isabella              - (ironica) Si sa.

Rosalia              - Gesù, siamo nelle tue mani.

Drovetto            - Poco fa, ho lasciato liberi quei due, io.

Isabella              - Dopo averli frustati senza mise­ricordia.

Drovetto            - (con forza) Ma liberi, e solo per farti cosa gradita.(Dolcemente) Veramen­te, Isabella.

 Rosalia             - Ci siamo!

Drovetto            - Nessuna donna avrebbe potuto ottenere un così grande privilegio. Voglio che tu lo riconosca.

Isabella              - Certo: e vi ringrazio.

Drovetto            - E questo, dovrebbe dirti qual­che cosa.

Isabella              - Infatti.

Drovetto            - E allora, che aspetti? Non mi è mai accaduto, se non nella prima gio­ventù: e ora di nuovo. Per te. Da quan­do ti ho incontrato, lungo la marina, una volta che tu non sai, mi riaccade di sve­gliarmi alla notte col pensiero di una don­na. Delle tante, una sola, che ti inquieta.

Isabella              - (tenta di mandarla sullo scherzo) Si sa. Si sa che siete un gran seduttore.

Rosalia              - (azione).

Drovetto            - Quando una ritorna, e sempre quella, e tutte le altre spariscono, allora, bisogna risolversi.(Si avvicina) Io non so­no più un ragazzo.

Isabella              - Si vede.

Rosalia              - Dio! Dio!

Drovetto            - E non ho tempo di rimandare a domani (si avvicina deciso).

Isabella              - Monsignore, vi prego. Rassegna­tevi. Ci sarà pure una cosa che anche l'uo­mo più grande del mondo non può otte­nere. Siate savio, se non potete essere altro e lasciatemi in pace.

Drovetto            - lo non sono l'uomo più grande del mondo.

Isabella              - Potete diventarlo, Monsignore. Ne avete tutte le qualità.

Drovetto            - Lo so. E se c'è una cosa a cui dovrò rinunziare, questa (a Isabella) non sei tu.

Isabella              - Non avvicinatevi.

Drovetto            - Troppo tempo ho perduto. Ora tu vieni con me.

Isabella              - Lasciatemi.

Rosalia              - Aiuto!

Isabella              - Lasciatemi! Lasciatemi!

Rosalia              - Per l'amor di Dio, Monsignore, è stregata! Vi porterà disgrazia. Lascia­tela!

Isabella              - Lasciatemi, per l'anima vostra.

Rosalia              - Aiuto!

Isabella              - Signore Iddio, fammi prima mo­rire!

Rosalia              - Aiuto! Aiuto! Aiuto!(Entra Rug­gero di Lauria. Non ha armi. Stacca un ramo da un querciolo. Ma Rosalia, mentre Drovetto tentava di avvinghiare Isabella, gli ha sfilato la spada e l'ha data a Rug­gero. Ruggero, al colmo della felicità, le stampa un bacio velocissimo che inopina­tamente finisce sulla bocca di Rosalia. Non lo ha fatto apposta, ma Rosalia ne è come folgorata).

Drovetto            - Ah, è questo il tuo can mastino? Vedrai come si fa a sdentarlo. Posa la mia spada!

Lauria                - (a Rosalia) Guarda che forme pren­de a volte la Divina Provvidenza! Te ne voglio dare un altro. To'.(La bacia, te­nendo la spada in linea. Drovetto è in­certo se buttarsi contro Lauria. Ma Lauria appare risoluto a non farsi disarmare).

Rosalia              - (in estasi) Adesso posso anche mo­rire!

Drovetto            - La mia spada!

Lauria                - È qui.

Drovetto            - Rendimi la mia spada, ti dico.

Lauria                - Eccola qui: venitevela a prendere.

Drovetto            - Posala.

Lauria                - (a Rosalia) Devo restituirla?

Rosalia              - (in estasi) S. Michele; tale e quale S. Michele Arcangelo. Com'è bello, mio Dio!

Lauria                - Non ha detto nulla.

Drovetto            - (al colmo dell'ira) Ma chi è costui?

Lauria                - Costui. È il maestro d'armi dei suoi figli (accenna a Isabella) quando li avrà. Per ora, il suo servo fidato e affezionato.

Drovetto            - Posa la mia spada, marrano!

 Lauria               - (alla parola ha una reazione istinti­va) Sul mare!(Spada in linea gli si fa ad­dosso).

Drovetto            - Avanti; qua, qua, marrano, pas­sami da parte a parte e fa presto, purché sia finita.

Lauria                - (spezza la spada in due, la getta lon­tano. Afferra a mezza vita Drovetto, lo solleva e lo porta fuori della scena).

Rosalia              - (Lauria rientra) Che avete fatto signor Lauria?

Lauria                - Io? Niente. Eravamo vicini al mu­retto - che è che non è - è saltato di sotto. Avrà avuto fretta, ha preso la via più corta. Ma arriva dopo: anche se è ca­duto sun un mucchio d'erba che lo ha sal­vato da un caso più grave.

Rosalia              - Scappiamo, per l'amor di Dio, scappiamo. Se torna... Ho paura.

Lauria                - E tu, hai paura?

Isabella              - Io, no.

Lauria                - E, prima, hai avuto paura, anima mia ?

Isabella              - Prima si. Tanta. Quando avete detto: «il maestro d'armi dei suoi figli quando li avrà » mi è mancato il cuore.

Lauria                - Picciriduzza bedda!(Si mette a sedere sull'erba e fa sedere Isabella al suo fianco).

Rosalia              - Ma guarda se c'è criterio! E adesso che cosa fate, castigo di Dio?

Lauria                - Mi riposo. Tra poco devo prose­guire. E dobbiamo parlarci. Se no, perché vi avrei fatto venire qui, sulla strada che io devo percorrere?

Rosalia              - Ma se quello lì, quello che è sal­tato di sotto, ritorna su?

Lauria                - Senza spada? Difficile.

Rosalia              - E se corre in città?

Lauria                - Questo è possibile. Non può andar disarmato in giro. Ma correre, sarà un altro affare.

Rosalia              - E se ci arriva qui con dieci, venti, cinquanta dei suoi? Lo sapete che son ca­paci di muovere un esercito, quelli lì, per prendere un uomo solo, se lo vogliono prendere.

Lauria                - Col laccio, lo prendono! E tu, Di­vina Provvidenza: mi hai mezzo salvato la vita, non affogarmi ora l'altra metà coi tuoi favori.

Rosalia              - Non intende ragione! E allora, io mi metto di guardia qua sopra,

Lauria                - Ora si!

Rosalia              - E come vedrò polvere alzarsi dalla strada farò: «Alitubi! Alitubi! Alitubi!»: che è il grido d'allarme delle palombelle quando vedono il falchetto.

Lauria                - Ecco; brava. Va a fare la palom­bella.

Rosalia              - Chi mi ci ha fatto venire con que­sti matti!(Lauria poggia il capo sul grem­bo di Isabella. Rosalia si mette ai ve­detta).

Isabella              - (appena lontana Rosalia) Dov'è zio Giovanni?

Lauria                - Non ricordo di aver visto un'aria più chiara e limpida. Con un cielo così, una flotta si scopre a dodici e anche a quindici miglia, a aver occhi.

Isabella              - Zio Giovanni, l'hai visto?

Lauria                - Centodieci galee. Duecento galeoni da trasporto. Undicimila cavalieri. Sessan­tamila fanti. Bella flotta da colare a picco è questa che ha preparato Re Carlo per il conquisto d'Oriente. È là, hanno paura.

Isabella              - Ma io ti chiedo di zio Giovanni, e tu mi parli dei sogni di un re impaz­zito di superbia.

Lauria                - E non e lo stesso? Giovanni da Pro­cida è morto.(Breve pausa).

Isabella              - Che tristi tempi viviamo, se uno non può fidarsi nemmeno della sua sposa. Ma se Ruggero di Lauria vuole serbare il segreto anche con quella che è metà della sua vita, io penserò che qualche grande impresa si prepara, e sarò contenta del suo silenzio.

Lauria                - Non ho sbagliato quando mi sono scelta la nipote di Giovanni da Procida. L'ho visto non più tardi di ieri sera. Ed ero con lui non più tardi di questa mat­tina all'alba.

Isabella              - Com'è?

Lauria                - Forte.

Isabella              -        Ti ha chiesto di me?

Lauria                - Nooo!

Isabella              -        Si ricorda?

Lauria                - Mai più.

Isabella              -        Sa di noi due? È contento?

Lauria                - Neanche per sogno. Non si ricor­da che di questa isola nostra, con tutto il
suo carico d'angoscie.

Isabella              - È giusto.(China il capo) È giusto.

Lauria                - Però, mi ha detto che quante volte una cosa gli riesce, vede, nel suo pensiero, sorridere la sua « piccirclla ». E questo tanto alla corte del Paleologo in Oriente, quanto a quella di Re Pietro d'Aragona in Occidente, e per terra e per mare. E di­ce che appena ripulita la casa da questi scarafaggi, vuole che noi ci facciamo un po' di posto, perche a sorridere dobbia­mo essere in due.

Isabella              - Ragazzone mio bello.

Lauria                - Aspetta, c'è dell'altro.

Rosalia              - Alitubi! Alitubi! Alitubi! Una nu­vola di polvere.

Lauria                - (non si muove) Sarà il libeccio.

Rosalia              - Che libeccio, se non c'è un alito di vento.

Lauria                - Qui. Ma laggiù è sempre libeccio.

Rosalia              - Se ti prendono ti tagliano la testa.

Lauria                - Si sa. Ma ora lasciami in pace.(A Isabella) Come possono prendermi se io sono destinato a rompere la flotta di Re Carlo d'Angiò? Per via di terra, le corna, all'Angioino, pare che gliele romperà Alàimo da Lentini. Ma per mare, certo, io. «Sul mare». Adesso ti dico. È uno scherzo, ma, tant'è. Senti un po': con Alàimo siamo stati dalla Sibilla Peloritana, nel suo antro in mezzo ai monti. Per una scommessa: a lui, ad Alàimo, ha da­to una risposta bizzarra: « Messina » dice «sarà la tomba dell'esercito di Carlo d'An­giò - quando cresceranno i baffi alle donne » - Alàimo s'è conturbato. E la Sibilla ha detto: «Aspetta il tempo». Ma a me ha detto, nettamente: «Sul mare».(Si alzano).

Isabella              - E niente altro?

Lauria                - È molto.

Isabella              - È molto? Veramente? Molto?

Lauria                - Guardami.

Isabella              - È molto. Molto. Il più molto del mondo.(Si abbracciano dolcemente).

Rosalia              - (preoccupatissima e concitatissima) Alitubi! Alitubi! Alitubi!(/ tre fuggono).

Lauria                - (rientra e riporta dentro le due don­ne. Raccoglie la spada) La tua più gran­de conquista, Provvidenza! E te la scor­davi!(Dà a Rosalia la parte dell'elsa) Che idea! Isabella! Questo ha voluto dire la Sibilla! Ora è chiaro! Viva il Signore! Glo­ria a Dio eterno. Guardala. Alle donne spuntano i baffi così!

Rosalia              - I baffi? A me? Brutto villano!

Lauria                - (ride felice) Alitubi! Alitubi! Ali   - tubi!(Scompaiono per le forre, mentre più distinto e vicino si fa il galoppo dei cavalli. Ora si sentono sempre più distin­te e tumultuose anche le voci dei cavalie­ri. Trombe. Poi uno sciacquio di mare).

TERZA SCENA

(1280, fine d'agosto)

Scogliera sul mare.

Aitano               - Vento allegro.

Bicenzo             - Questo ci porta di volo in Arago­na. Presto, che mo' viene e ha fretta.

Isabella              - Caro Lauria.

Lauria                - (lietamente) Eccole lì. Le 30.000 onze d'oro. Ora il Re Don Pedro fa la sua flotta, e una mattina questi scellerati vedono spuntare d'un tratto, all'imboccatu­ra del porto, i gonfaloni d'Aragona. Isa­bella: buon vento allegro. Ecco Giovanni.(Entrano Giovanni da Procida, Alàimo da Lentini, Palmiero, Bartolomeo, Fra Bongiovanni). Vero Giovanni?

Giovanni           - Aitano!

Aitano               - Siamo lesti.

Lauria                - Vento allegro, Giovanni.

Giovanni           - (lietissimo) Il più buon vento di Dio. Aitano!

Bicenzo             - Mo' subito Signoria.

Giovanni           - Nobile Alàimo, noi portiamo a Re Don Pedro d'Aragona l'oro del Paleo­logo per la sua flotta, per venirci in aiuto. Ma porto qui, una cosa più grande e più preziosa.

Tutti                  - Che? Che? Che hai qui dentro, Giovanni?

Giovanni           - (sorridendo) Niccolò III.

Tutti                  - A questo? Sei riuscito a questo?

Giovanni           - Non credevo d'arrivarci. Aitano!

Aitano               - Ecco. Mo' subito subito.

Giovanni           - Papa Niccolò III. Con tutta la sua autorità, forza, politica, regno e po­tenza; con tutto il suo amore per la Sici­lia, con tutto il suo odio per Carlo d'An­giò, è qua. Ai piedi di una pergamena, una piccola firma, però di mano propria. Aitano!

Aitano               - Eccoci, Signoria.(Rumori di remi).

Giovanni           - Re potente, è Carlo. Ma, pure, qui c'è tanto da sgomentarlo. Ringraziamo Iddio. Non credevo di arrivarci. Miraco­lo. Miracolo. Papa Niccolò III qui; la li­berazione della Sicilia, il respiro la giu­stìzia la pace la prosperità della Sicilia, qui, qui. Aitano! Andiamo, Che c'è?

Palmiero            - Là. Un navalestro di Re Carlo d'Angiò.

Lauria                - (ride) O marinaio di bosco! O cal­zolaio! Un navalestro?

Aitano               - Son quelli che fan vino dalla costa d'Italia per il Marocco.

Lauria                - (ride) Il navalestro.

Giovanni           - Domanda notizie. Notizie.

Aitano               - O cumpà, da dove?

Da bordo           - Cumpà, da Ripagrande.

Aitano               - Notizie da Roma, cumpà?

Da bordo           - Nessuna!

Lauria                - Il navalestrino!(Ride forte).

Da bordo           - Papa Niccolò III è morto.(Lun­ga pausa di sbigottimento. Giovanni che è folgorato doli annuncio non da segno).

Palmiero            - Maledizione!

Alàimo              - Infelicissima Sicilia.

Bartolomeo       - Iddio ci abbandona.

Lauria                - Quest'oro, ho voglia di scaricarlo in mare.

Bongiovanni      - Signore! Signore! Perché ci abbandoni così?

Giovanni           - Attracca.

Lauria                - Viva il Signore! Gloria a Dio gran­de!(Salta nella barca).

Isabella              - Balia! Cara balia!(Si stringe a lei).

Giovanni           - (a parte a Bartolomeo) Mio ca­rissimo Patti. Tu vai a Roma. Io parto disperato di Dio. Ma tu vai a Roma. Al Papa, chiunque sarà, tu chiedi udienza. Fatti ricevere dal Papa. Devi parlare al Papa. A tutti i costi. Parlare a Sua San­tità. Parlargli come sempre fai, con il cuo­re in mano e con tutto il tuo coraggio. Se il nuovo Pontefice avrà cuore, che ti aiuti a liberare questa nostra infelicissima terra. Se non avrà cuore, tutto sarà per­duto e spariremo. Per sempre. Io parto disperato di Dio, e da questo viaggio non aspetto che pena. Ma a te, forse, Iddio darà un segno della Sua protezione. Va subito e dammi notizie in Aragona. Ad­dio.(Si abbracciano stretti. Poi Giovanni salta nella barca). Isabella! Non temere. Buon vento. Scosta.(Rumore di remi che si allontana. Frastuono).

Voce di Aitano    - (già lontano) Bice! Forza che mo' si sveglia l'angioino fesso!

 Bartolomeo      - Santa Maria dei naviganti pro­teggili tu.

Bongiovanni      - Sono a bordo! Sono a bordo! Ora spiegano le vele!(Si leva un canto dalla nave e subito si fa sempre più lon­tano. Lampi e bagliori).

Alàimo              - Traggono coi brulotti gli angioini.

Bartolomeo       - Proteggili tu, Signore.

Alàimo              - Dio sia lodato.

Bongiovanni      - Sono in salvo! Sono in salvo!

Rosalia              - (stringendosi sempre al cuore Isa­bella) Dio! Dio!(Cadono in ginocchio. Il canto si allontana, quasi non si sente più. I bagliori, tanto più è vano lo sforzo, tanto più si fanno intensi e fitti. A poco a poco il canto della nave è coperto da un suono di campane: le campane di Roma).

QUARTA SCENA

(1282, fine febbraio)

Roma  Sala del Concistoro nei palazzi pa­pali  Entrano un Vecchio e un Giovane Prelato.

Vecchio pr.        - Lo so. È quasi l'ora. Che vor­rà comunicarci, papa Martino?

Giovane pr.       - Credo che riceva Bartolomeo Vescovo di Patti e Bongiovanni Frate mi­nore, venuti di Sicilia a chieder giustizia.

Vecchio pr.        - Oh, si è deciso finalmente a riceverli questo Papa angioino?

Giovane pr.       - Si. In pompa. In concistoro.

Vecchio pr.        - Anche Fra Bongiovanni? Gua­sterà ogni cosa: se qualche cosa, di questa causa disperata, potrà essere guastato.

Giovane pr.       - Fra Bongiovanni loda sempre Iddio, io sono tubae e che trombe Mon­signore! Ma lo serve in letizia.

Vecchio pr.        - Ci vuol altro, con queste fur­be mitrie straniere che tengono Papa Mar­tino prigioniero della loro politica tempo­rale. E Fra Bongiovanni, vicino al Vesco­vo Bartolomeo, mi sembra una mosca sventata vicino ad un'ape industriosa.

Giovane pr.       - Proprio così. Ma, ora, imma­ginate, Monsignore, una bottiglia sdraiata per il lungo. Ci si vanno a ficcar dentro, giusto la vostra mosca sventata e la vo­stra ape industriosa. Questa, vedendo più lucido il fondo che il collo, penserà che dove è più luce lì è la salvezza: e regolan­dosi secondo una logica, senza dubbio le­gittima, e insistendo nel suo sforzo, ragio­nevole, perderà, prima che la sua persua­sione, la vita. La mosca, dimentica e igna­ra di sé, si affiderà alle mani di Dio. Andrà a suo talento svolazzando; picchierà un po' sul fondo un po' sulle pareti, ma alFultimo imboccherà l'uscita e si ri­troverà all'aria libera. Io dico che, in fon­do, è giusto. Perché ha avuto più umiltà di cuore, e più fiducia in Dio che in se stessa. Direi, senza voler mancare di ri­spetto a nessuno, che l'ape è piuttosto sul­la linea degli stoici; e la mosca più in ac­cordo con la cattolicità.

Vecchio pr.        - Amico: ma qui tanto la mo­sca che l'ape faranno la stessa fine. Perché, una volta esse dentro, qualcuno alla bot­tiglia, ho idea che finirà col metterci il tappo; e così Bartolomeo e Fra Bongio­vanni...

Giovane pr.       - Eccoli (entrano Bartolomeo e Fra Bongiovanni; si salutano).

Vecchio pr.        - Bello e coraggioso il tuo ge­sto, Bartolomeo. Dio ti protegga.

Bongiovanni      - Quanta magnificenza! E quanta maestà, in questi seggi.

Vecchio pr.        - Si. Cosi vuoti sembrano più alti: Bartolomeo, una parola (si appar­tano).

Giovane pr.       - (sorride) Volete dunque com­battere il male alla radice.

Bongiovanni      - Alle radici. Alle radici. Se il male non si combatte nelle sue profonde radici, a che serve lo sforzo? Risorge. E più agguerrito di prima.

Giovane pr.       - (sorride) Sicché, un vero e proprio atto d'accusa contro Re Carlo d'Angiò?

Bongiovanni      - Contro il Re? Mai. Carlo è un Re cristiano. E non può essere che giu­sto. I suoi baroni, si, i suoi baroni, e giu­stizieri, e strumenti minori  (come se sve­lasse un segreto) e anche qualche prelato, sono colpevoli. Il Re non ne sa nulla. Se sapesse darebbe qualche castigo esemplare. Certo. Certo.(Resta assorto).

Vecchio pr.        - (ridiscendendo con Bartolomeo e parlando con lui) Se poi conoscerai che il tuo dire non è ascoltato, non insistere: fatti il segno della croce, e offri al Signore anche quest'altra pena. E bada, sopratut­to, a quelli che siedono alla destra del Pa­pa. Non perderli d'occhio. Ma se...(Tre colpi di campana. Entra Papa Martino col concistoro. Siede. Tutti sono in piedi, me­no Bartolomeo e Bongiovanni che sono in ginocchio. A un cenno del Pontefice tutti prendono posto. Il Vecchio prelato tra gli italiani, alla sinistra. Il Giovane, con Bongiovanni, in disparte. In mezzo, su una specie di pulpito elevato da terra su per giù come un inginocchiatoio, è sem­pre inginocchiato il Vescovo di Patti).

Il Papa               - Gloria in excelsis. Amen. Bartolo­meo, Bongiovanni, avvicinatevi. In nomine Patris et nlii et spiritus sancti. Amen. Vi benediciamo  (tutti si alzano di nuovo) fi­gli nostri tutti egualmente diletti (siedo­no. A Bartolomeo) Parla, figliolo.

Bartolomeo       - Padre Santo (la sua voce è chiara ma a tutta prima un po' affannata e velata di emozione) pieno di gratitudine è il mio cuore, perché hai voluto degnarti di ascoltare questo umile servo di Dio (si ferma un attimo, commosso).

Il Papa               - Di', figliolo: noi ti promettiamo di ascoltarti fino alla fine con attenzione e benevolenza.(Quelli a destra del Papa si interrogano con lo sguardo, preoccupati. Per tutto il discorso di Bartolomeo questo gioco di riflessi si noterà sia dalla parte di destra che da quella di sinistra. Quando parlerà Fra Bongiovanni dalla destra, un giovane prelato francese, di viso triango­lare, tutta fronte e occhi beffardi, con l'in­sistenza del suo sguardo e col suo mezzo sorriso cercherà di ridurlo costantemente al silenzio. E talvolta ci riuscita).

Bartolomeo       - (dà inizio alla sua orazione, col tono di chi sa che avrà da dire molte cose in poche parole) Mercè, figlio di Davide!11  demonio la figliola mia fieramente...(un improvviso movimento in tutto il concistoro interrompe Bartolomeo che volge il capo e vede, fermo sulla porta, colle brac­cia conserte, il Re. La sua presenza rinfranca quelli di destra che erano rimasti turbatissimi da quell'esordio. Re Carlo si avanza in scena).

Re Carlo            - Santo Padre: con tua licenza, chiedo di conoscere perché è stato occupa­to il seggio che nella mia qualità di Se­natore Romano mi compete ed è mio: e che col tuo beneplacito mi fu assegnato.(// vescovo che sedeva nel primo seggio alla sinistra del Papa, si alza e cede il po­sto. Re Carlo siede accigliato. Momento di angosciosa attesa).

Giovane pr.       - (piano a Bongiovanni) Ora che l'accusato è tra i giudici, se il Vesco­vo Bartolomeo parla, va a perdere la vita; se non parla, perde la sua autorità e la sua coscienza.

Bartolomeo       - (rimasto un attimo con la testa china la rialza fieramente).

Giovane pr.       - Parla.

Bongiovanni      - Allora, il mio posto è là (cor­re a inginocchiarsi ai piedi di Bartolomeo che riprende questa volta con voce chiara, ferma, sicura).

Bartolomeo       - Mercè, figlio di Davide! Il de­monio la figliola mia fieramente travaglia (Re Carlo sta per prorompere, il Papa lo frena con un gesto). E le sofferenze della mia travagliata Sicilia, Santo Padre, sono ormai giunte a tale, e a tanto le atrocità...

Re Carlo            - (esplode) Il popolo siciliano è una razza di ribelli turbolenti e importuni.

Bongiovanni      - (balza in piedi) E se noi vi siamo proprio tanto importuni, perché ci state, tra noi, e non ve ne tornate a casa vostra? Eh? (Ridono, all'uscita improvvi­sa, italiani e francesi. Il Papa resta serio. Re Carlo perde la misura e grida).

Re Carlo            - E se i miei baroni e i miei gran­di giustizieri gli tengono i piedi sul collo a questi malcreati, essi fanno quello che se loro non facessero, io ordinerei. E dun­que non si lagnino, questi siciliani, di sventure che si tirano addosso da sé. E sopratutto nessuno osi parlare di atrocità. È una stupida e ignobile calunnia, che io respingo nettamente - e chi la propaga io lo considero mio nemico, qualunque sìa il suo grado o stato - e dovunque vada a nascondersi non s'illuda di sfuggirmi perché io lo raggiungo e lo punisco. Non ho altro da dire, né voi da riferire al popolo di Sicilia che vi ha mandato qui.(Fa un cenno a uno scudiero, gli dice qualche cosa all'orecchio. Lo scudiero esce. La pa­rola e l'atteggiamento del Re hanno mes­so i francesi in allegra attesa e gli italiani in profondo orgasmo. Bartolomeo prose­gue tranquillo ed energico. Ora egli ha compreso che gioca tutto per tutto. E que­sta disperata certezza dà al suo discorso un tono di quasi ridente ironia).

Bartolomeo       - Calunnie? Certo. Stupide e ignobili calunnie. Lo afferma Carlo d'An­giò: e la parola di Carlo è parola di Re. E perciò se vi diranno che la savia costi­tuzione normanna di Guglielmo il Buono, che alla Sicilia tutta l'Europa invidiava...

Bongiovanni      - Oh si! si!(Bartolomeo lo calma ponendogli la mano sul capo).

Bartolomeo       - Se vi diranno che di rispettar­la Re Carlo aveva dato solennemente la sua parola di Re, e che a questa sua pa­rola, subito, dal primo giorno della sua investitura sul trono di Sicilia, il Re ha mancato - questa è una stupida e igno­bile calunnia - dite - e Re Carlo fa bene a perseguitarne gli autori coi noti e temuti flagelli e strumenti di tortura.

Re Carlo            - La Costituzione Normanna io l'ho rispettata.

Bartolomeo       - È vero. Dove e quando...

Re Carlo            - Dove e quando era giusta e viva.

Bartolomeo       - È vero. Peccato che dove è viva non è giusta, e dove era giusta non è più viva. Ma se vi diranno, ad esempio, che la costituzione normanna ammetteva l'accertamento dei feudi una volta per sempre e che per la costituzione « venuta dopo » un feudo, con tre quattro cinque accertamenti non è mai accertato finché non vien confiscato e il titolare ridotto al­la fame, calunnia! rispondete, sulla parola del Re. E se vi diranno che il Santo Pa­dre stesso, della sua stessa terra, giunse pure a scrivere a Re Carlo « Ma una volta fissata la tua parte considerati soddisfatto e lascia in pace i tuoi sudditi »: questa si, è calunnia! Perché io non ricordo, a mia memoria, un monarca il quale abbia mes­so a riposare in pace, in così poco tempo di regno, un così gran numero di sudditi, quanto Carlo d'Angiò (tumulto).

Bongiovanni      - (grida) E l'ultimo, un fan­ciullo, Re Corradino di Svevia, che ne piange la terra e ne piangerà in eterno.(Tumulto. Quelli di destra protestano. Il Re è in piedi acceso d'ira. Quelli di sini­stra tengono testa energicamente).

Re Carlo            - (al Papa) Santo Padre, voglia­mo noi ancora dilettarci dell'arguta paro­la di questo Vescovo di Patti?

Il Papa               - Bartolomeo è un primate della Chiesa, e la sua parola, anche se non ci dà diletto, ma pena, una profonda pena, noi dobbiamo ascoltarla.

 Bartolomeo      - (prosegue tranquillo ed energi­co) E se vi diranno che dove passano i suoi strumenti fiscali...

Bongiovanni      - Non nasce più un filo d'erba.

Bartolomeo       - E che quando c'è bisogno di danaro, il Re fa battere moneta falsa e dà piombo per oro; se vi diranno che l'e­rario ha empito le prigioni, che ne rigur­gitano, di debitori suoi; se vi diranno che questa legislazione è spietata, esosa, soperchiatrice, « Ma è giusta » - rispondere­te - « perché essa è uguale per tutti, e spoglia con identica misura il ricco e il povero, il barone e il vassallo, il ladro, con la confisca del terzo della refurtiva e il galantuomo con la confisca di altrettan­to del suo legittimo possesso ».

Re Carlo            - Questi pitocchi!

Bartolomeo       - E se vi diranno che si impe­discono Ì matrimoni per confiscare i beni delle nubili alla loro morte, dite che que­sta è solo previdenza; e se vi diranno che quando passano costoro, noi, nella chiesa, mettiamo prestamente in salvo i gioielli della Madonna, dei Santi, gli « ex voto », le offerte, tutto quello che se anche non è oro è color d'oro, dite che anche questa è previdenza: se vi diranno finalmente, che così la vita è diventata peggio dell'esi­lio e della morte, gridate pure calunnia! Calunnia! ma gridatelo forte, perché è co­sì vasta e diffusa calunnia, che interi paesi sono rimasti e resteranno deserti per l'eso­do di intere popolazioni. Calunnia! Calun­nia! Calunnia! Come Guglielmo di Nor­mandia passò alla storia col nome di Gu­glielmo il Buono, Re Carlo d'Angiò pas­serà alla storia col nome di Carlo il Calunniato!

Re Carlo            - Pitocchi!

Bartolomeo       - Pitocchi, no! Poveri.

Re Carlo            - Ma fallo tacere! Questi pitocchi che vengono a piatire qui, per quel poco del loro che mi occorre, quando io mi preparo a far del loro regno, piccolo co­me un guscio di noce, un reame smisura­to e felice; e dunque se quel poco che mi occorre, me lo prendo, me lo prendo perché mi compete. Perché quanto possiede un popolo asservito è del suo Re e padro­ne - e se qualche cosa questo Re vi la­scia, ringraziatelo in ginocchio, e ringra­ziate la Divina Provvidenza di non aver avuto bisogno - per i suoi disegni che voi non potete intendere - anche di quel­lo che vi fu lasciato.

Bongiovanni      - Non ci avete lasciato che gli occhi da piangere, voi!

Re Carlo            - E se non ve li faccio levare, an­che di quello voglio essere ringraziato.

Bartolomeo       - E noi ti ringraziamo. Ti rin­graziamo di avere abolito la giustizia, in­coraggiata la frode, allevato il tradimento; ti ringraziamo di aver soppresso la fede nei contratti, ti ringraziamo di lasciar vio­lare impunemente ad ogni ora le case dei privati e quella di Dio; ti ringraziamo di aver lasciato dilagare il lenocinio, lo stupro, la corruzione che brulica per città, paesi e campagne; ti ringraziamo di non aver lasciato più nulla di sacro; ti ringra­ziamo di aver lasciato in pasto ai cani il nobile corpo di Manfredi Re; ti ringrazia­mo di aver assassinato un fanciullo solo perché era stato un eroe; ti ringraziamo di aver fatto una pace iniqua e fraudo­lenta coi musulmani di Tunisi, venden­do a loro gli stessi ostaggi, tuoi, nostri, cristiani.

Bongiovanni      - Ma io vi dico in verità che la frode di Tunisi e la pace iniqua saranno la vostra rovina!

Bartolomeo       - Ti ringraziamo del tentato ve­neficio del nostro Tommaso da Aquino forse per invidia, perché voi non avrete mai, né grandi poeti né grandi santi; ti ringraziamo delle stragi di Augusta e di tutte le altre stragi e torture che hai im­poste alla nostra isola un tempo così buo­na e felice; ti ringraziamo di aver ridotto quello che fu chiamato il giardino e il granaio di Roma a un cimitero di desola­zione e di pianto, perché così, solamente così condurrai questo popolo, mite e pa­ziente, alla rivolta; e ti insorgerà contro (agitazione) e ti chiederà conto di tutto in un giorno solo - e sarà allora, vera­mente, per voi angioini matti di orgoglio e privi di giustizia, il giorno della saviez­za e del pianto! Verrà il tempo.

Bongiovanni      - (alto, nel tumulto, acceso, buf­fo e profetico) Si! E io in verità vi dico che verrà il tempo che la vostra domina­zione, sarà abbattuta; che questi superbi saranno avviliti e cacciati (// tumulto di insulti contro di lui e specialmente quel viso triangolare, muto, lo rivolta ed egli, ora, grida altissimo) E che trucidare uno di voi sarà ritenuto un olocausto a Dìo! E che io stesso possa offrirglielo, io stesso, il primo, io stesso...(Re Carlo e anche il Papa ora, sono in piedi al colmo dell'in­dignazione).

Grida                 - Fuori! Via! Via! Fuori!(Un mo­mento di silenzio profondo, in cui non si sentirà che un lontano suono d'organo, come nella cripta del prologo. Poi lo scal­piccio dei piedi di quelli che si avviano alle uscite).

Bartolomeo       - Fratello, raccogliti in Dio, che questi sono gli ultimi momenti che ci re­stano da vivere.

Bongiovanni      - Sono pronto. Andiamo. A gloria di Dio. Amen.(Escono. Subito do­po, dalla strada, rumore d'armi. Tutti si fanno alle finestre. Gli italiani si coprono il viso. I francesi stessi e il Papa, guardano Re Carlo con sbigottimento. Tutti escono in silenzio. Il suono dell'organo è cessato. Sono ora, di fronte, il Papa e Re Carlo. Appena rimasti soli il Papa prorompe, ac­ceso d'ira).

Il Papa               - A tanto sei giunto, nella tua matta superbia che nemmeno nella casa di Dio sono ormai più sicuri i miei fedeli?

Re Carlo            - Proprio per riguardo alla tua sacra autorità, li ho fatti prendere sulla pubblica via. Altrimenti, di qui, non usci­vano vivi, quei due gaglioffi siciliani.

Il papa               - (grida) Uno è un primate della mia Chiesa. E l'altro, uno dei suoi servi più fedeli - e di cuore semplice e puro.

Re Carlo            - Sancta simplicitas.

Il papa               - E diletti entrambi, del pari, al mio cuore paterno. Tu, matto feroce e te­stardo, mi fai testimone e partecipe dei tuoi delitti. Che sono diventati tanto orribili e nefandi ormai, da rattristare gli occhi di Dio e da privarci della sua vista.

Re Carlo            - Delitti! Delitti! Credi anche tu, dunque, che gli stati si reggano con briglie di ragnatela? Non sapete dire che questa parola - delitti. - Io, con l'aiuto del Signore, e tuo, sul trono ci voglio stare saldo e sicuro. Non è colpa mia - ma necessità - se gli uomini parte mi ser­vono vivi e parte mi servono morti.

Il papa               - Sacrilegio! Gli stati si reggono sol­tanto con la giustizia e con la clemenza. E se la spada può occorrere, la bilancia è necessaria.

Re Carlo            - Perché non me lo hai ricordato il giorno del conclave, a Viterbo; il giorno che tu fosti proclamato santità? Se avessi usato la bilancia, quel giorno, gli Orsini, buttandosi sull'altro piatto, come volevano fare, la tua santità ti mandavano a cercarla fino nella luna. Solo per aver usato la spada, oggi ho il privilegio di servirti.

Il papa               - Tu mi riduci al silenzio col solo argomento che atterrisce e sgomenta la mia coscienza. Ho gravemente errato.

Re Carlo            - Prima. Ma da quel giorno non puoi più errare. Per definizione. Pensa a questo e consolati.

Il papa               - (con ira) Basta, bestemmiatore! E bada di non abusare della mia pazienza, prima che di quella di Dio.

Re Carlo            - E pensa, soprattutto, che anche la tua Chiesa, che considero mia, ha i suoi nemici, e molti, che considero miei. E te ne ho dato la prova a Benevento, a Tagliacozzo e, in ultimo, a Napoli.

Il papa               - (si copre il viso con la mano) Dio è grande!

Re Carlo            - Lo riconosco.

Il papa               - E ti ha pur dato più di un segno della sua protezione.

Re Carlo            - Mi giudica meglio di te.

Il Papa               - Ti ha fatto Re di due delle più belle nostre provincie: la Provenza e l'Angiò.

Re Carlo            - Sono lasciti di famiglia.

Il Papa               - Di uno dei più floridi reami ita­liani.

Re Carlo            - Me lo sono meritato - e tu lo sai.

Il Papa               - Ti ha fatto vicario imperiale di Toscana.

Re Carlo            - Grazie a Lui e a te.

Il Papa               - Hai signoria su Alba, Cuneo, Mondovì, Chivasso; eserciti la tua influen­za su Milano, Torino, Pavia, Alessandria, Bergamo, Novara, Como, Tortona; sei principe sovrano cTAcaia e di Morea; Re di Gerusalemme - la tua potenza si estende dal Rodano all'Egeo. Che vuoi an­cora?

Re Carlo            - Il resto. Per un uomo veramente forte il mondo è poca cosa.

Il Papa               - E ti scordi del Sole e della Terra di Dio, che fiorisce e frutta in umiltà e in letizia.

Re Carlo            - Se ne ricorderanno i miei figli e i miei nipoti - che saranno contenti - ma a prezzo delle mie fatiche e dei miei sudori, però - e regneranno sicuri in mezzo a un grande popolo felice: il popolo francese. Voglio cne tutto il Medi­terraneo, da Bisanzio alle colonne d'Erco­le, da Tunisi all'ultima punta di Bretagna e di Normandia, si chiami Francia. Nel porto di Messina ho adunato la più po­tente e la più bella flotta del mondo. Pren­derò Bisanzio. E ti porterò in dono mi­lioni di infedeli ridotti alla fede e barili di piastre d'oro. Pagherò anche i debiti, e non son pochi, che ho con te. Anime e oro: tutta la potenza della terra. Che vuoi ancora da me? Io sono sobrio e mattinie­ro; morigerato e casto.

Il Papa               - E vero; ma lasci che i tuoi, a co­minciare da tuo figlio, riducano il buon reame di Napoli e l'austera Sicilia, al­l'abiezione di Sodoma e Gomorra. Sei smisurato e smodato nell'orgoglio, e la tua ambizione ti nasconde i suoi limiti. Badati dal fuoco del cielo, che non abbia da scenderti sul capo, proprio dall'Etna.

Re Carlo            - (spazientito) E spegneremo an­che l'Etna, se sarà necessario, e se ci met­tiamo d'accordo, Lui, tu e io.

Il Papa               - Lo sdegno di Dio è tremendo, badati!

Re Carlo            - Siamo due Re.

Il Papa               - Carlo!(Campane. Cantico di una processione dalla strada).

Re Carlo            - Domine peccavi.(Abbassa il ca­po e si inginocchia) Mi confesso e mi pen­to. Benedicimi, Santo Padre, e raccoman­dami al Signore. Pregalo che mi aiuti a reggere bene le diverse nazioni affidatemi dalla Provvidenza e che ne allarghi ogni giorno il numero, sicché io possa ricono­scerlo e lodarlo; che pieghi a terra e spro­fondi i miei nemici - che sono anche i suoi e i tuoi - e che ne annienti gli sfor­zi, affinchè io possa ringraziarlo; pregalo che, se gradisce la mia devozione e ado­razione, mi dia segno di volersela con­servare, concedendomi lunghi giorni di v:ta forte e sana affinchè io possa a lungo csa'tare il suo divin nome.

 Il Papa              - Tu tratti il Signore da pari a pari.

Re Carlo            - Siamo due Re. E abbiamo bi­sogno l'uno dell'altro. Io, se fossi in Lui, a Carlo d'Angiò sarei amico. E anche con Lui, come con te, credo che la cosa più vantaggiosa per entrambi sia una buona, leale e duratura alleanza. Addio.(Esce).

Il Papa               - Signore Iddio. Tu che togli di senno quelli che vuoi perdere, fa che una volta almeno egli veda la Tua santa luce.(La processione passa tra un suono di cam­pane e uno smorzatissimo cantico: ancora più smorzato, dalla chiesa, il suono del­l'organo).

TELA

SECONDO TEMPO

PRIMA SCENA

Un giardino della Reggia d'Aragona, Entrano Giovanni da Procida e Palmiero.

Palmiero            - Ora tornerò al porto.

Giovanni           - Oltre sessanta giorni che ci vai. Per nulla.

Palmiero            - Così fosse. Le buone notizie che attendiamo non vengono.

Giovanni           - Che hai saputo?

Palmiero            - Bartolomeo da Patti e Fra Bon­giovanni...

Giovanni           - Li hanno uccisi?

Palmiero            - Una storia tristissima e infame.

Giovanni           - Anche loro! Anche loro!(come fra sè) Più nessuna speranza. Nemmeno da Roma. Tutto finito.(Pausa) E Lauria e Lauria forse perduto.

Palmiero            - Dio non voglia.

Giovanni           - Perduto il nostro più valoroso uomo di mare. Una vita gloriosa, perduta prima di nascere. E se è perduto l'oro - Toro del Paleologo - e ormai dopo sessanta giorni chi può ancora sperare? - come convincere il Re? Come convincere il Re se non può costruirsi la flotta? Siamo soli. Poveri. Piccoli. Non siamo nulla. Palmie­ro - non siamo nulla. Spariremo.(Suoni e canti di fuori).

Palmiero            - Io vado al porto. E ci andrò ogni giorno, ogni giorno. Ogni giorno.(Esce).

Giovanni           - Spariremo!

Maggiordomo   - Sire, un.corteo di nozze vie­ne da questa parte acclamando alla Maestà Vostra e a Sua Grazia la Regina.(Gio­vanni si apparta. Entrano il Re Don Pedro e la Regina Costanza).

Costanza           - (al Re) Il vostro popolo vi ama e riconosce da Voi ogni sua gioia. Questo è giusto. Poi ama anche me, vostra mo­glie, e questo è gentile. Venite.(Si avvicinano alla balaustrata).

CORO Donne   -  Al sole d'Aprile sorride la terra fiorita. Per te Reginetta gentile sorride la nostra vita.

Uomini              - Al sole d'estate gagliardo affida il suo grano la terra di te ci siam fatti baluardo Re giusto in pace e prode in guerra.

Insieme              - I nostri figli maturano forti sicuri nel nuovo governo

Nuove glorie ogni giorno ti porti.

II tuo regno duri eterno. Tutti in coro:

Viva viva viva Aragona

Terra serena operosa

Salute al Re giusto, alla buona

Regina di grazia piena.

Viva!

                          - (Si allontanano).

Costanza           - Dov'è Giovanni? Giovanni, perché stai sempre solo e da parte? Avvicinati. Tu sai che la tua presenza ci è gra­dita.

Don Pedro         - Non sembra lieto, Giovanni da Procida.

Giovanni           - Sire, io vengo di Sicilia, e per­ciò può darsi che io sia preso di stupore allo spettacolo di un popolo felice che ac­clama il suo Re; e non deve chiedersi ogni sera: quale altra disgrazia mi prepara do­mani? Ma è un lieto stupore.

Don Pedro         - Giovanni non ha pace. E to­glie a me la mia.

Costanza           - Don Pedro, tu sei buono e giu­sto. Se Giovanni da Procida ti toglie, co­me dici, la tua pace, che sarà di me, la figlia di Re Manfredi, la cugina di Corradino di Svevia...

Giovanni           - Gravi ferite.

Costanza           - Che ti vivo accanto e, come Gio­vanni, sospiro il giorno che potremo ve­der troncata l'oltracotanza di Carlo d'Angiò? Io non voglio essere per te un rim­provero ne un rimorso.

Don Pedro         - Tu sei la mia forza, la mia gioia, il mio conforto, il mio orgoglio, la mia dignità. Tu sei tutto di me.

Costanza           - Giovanni è onesto e prudente. Ascoltalo.

Don Pedro         - E perciò, avendo bisogno di un primo ministro avveduto, l'ho scelto per il mio governo.

Costanza           - Giovanni è astutissimo e ha fat­to sempre per noi una savia politica. Ascol­talo.

Don Pedro         - Sempre. L'utilissima alleanza col Papa e coll'Imperatore di Bisanzio, so­no opera sua. Giovanni ha fatto miracoli, quando è riuscito a farsi consegnare dal Paleologo le 30.000 onze d'oro per costrui­re la flotta, come anticipo sulle 100.000 pro­messe per tutta la guerra. Miracoli! E io ero pronto. Iddio non ha voluto. Il nostro alleata Papa Niccolò III è morto; delle 100.000 onze d'oro del Paleologo 70.000 non sono partite, le 30.000 non sono arri­vate e forse sono già in fondo al mare. È vero questo, Giovanni?

Giovanni           - Purtroppo abbiamo molte ragio­ni per temerlo, Sire.

Don Pedro         - E allora, dimmelo tu, che sei il mio fido consigliere da tanti mesi, devo io muovermi solo, senza possibilità di pre­pararmi un esercito e soprattutto, una flot­ta forte, contro uno dei più potenti Re della terra? Re Carlo ha un territorio die­ci volte maggiore del mio. Volete voi che anche al nostro popolo sia riservata la sorte del popolo svevo, e a me quella di Re Manfredi o di Corradino? Giovanni da Procida, i miei figli stessi, ogni sera, quan­do vengono a salutarmi prima di coricar­si, mi dicono: «Papà, caccia Carlo d'An­giò. Vendica il Nonno e lo Zio ». Ebbene Giovanni dimmi tu in piena responsabili­tà: puoi consigliarmi questa impresa? Se tu mi darai questo consiglio io lo seguirò. Puoi consigliarmelo, Giovanni?

Giovanni           - No, Sire.

Don Pedro         - Vedi, Costanza? (Rientra il Maggiordomo).

Maggiordomo   - Sire, il Principe di Montecaleno vostro cugino chiede udienza per un colloquio strettamente personale.

Don Pedro         - Vuol dire che eeli viene da parte di Re Carlo d'Angiò.(Giovanni at­tende invano che il Re lo chiami. Il Re si volge a Costanza) Costanza: ti prego di assistere. Andiamo.

Costanza           - (con tristezza profonda) Giovan­ni il Re non ti ha chiamato a questo colloquio. Ora veramente sento che tutto è perduto. Tutto è perduto.(Esce col Re).

Giovanni            - (rimasto solo, trae il pugnalato e lo misura sul palmo della mano) Tanto dista e non più. Distanza breve quanto è lo spazio tra il pensiero e l'atto, se la co­sa è decisa e deliberata la volontà.(Guarda dalla parte da dove è uscita la Regina Costanza) Anche questa grande forza di fede è dunque crollata, dispersa. E che resta? Vivere è indispensabile, forse, al verme che insidia la vita del grande albero: perché quello fa pur sempre un'azione; e ogni azione serve a uno scopo. Da quan­do inzia il suo lavoro, forse è scritto che un grande albero deve morire: e dunque un minuscolo verme, pur così vile cosa, è l'artefice di un destino. Ma, l'inazione, che vuol dire, che serve? Che giova? A chi? Come? Quando? Ecco: può servire la provvidenza un minuscolo e ridicolo ver­me; che non sa, eppure fa: e io, un uo­mo, creatura divina, che vedo, considero e riconosco col mio intelletto, dovrò essere da meno. Un grande sogno ho fatto io, a occhi aperti. Un grande sogno a occhi aperti o si raggiunge o sì muore. No: la parodia dell'uomo d'azione, non ti sta, mio caro da Procida. Perché allora vuol dire che tu hai sognato al modo dei fan­ciulli o degli stolti. Ogni impresa è una scommessa col destino, e ha per posta la vita. Non si bara. Chi ha perduto paga. O salti, o affoghi. E se affoghi perché non hai avuto la forza di saltare, non perdi neanche la vita: come puoi perdere una cosa che non hai? Tanto dista e non più. E alla fine, una volta deciso, è pur anche una molto semplice cosa.Manueuta (canta di dentro):Le stelle che si spengono nel mare  Le stelle Risorgono più belle ogni mattina Più belle.(Entra seguita da Palmiero).

Manuelita          - Ma che paese è mai il vostro? Quando una fanciulla canta, qui da noi il cavaliere che l'accompagna, anche se è brutta, canta con lei, se sa cantare; e se non sa cantare, ride, almeno, con lei. Voi non battete ciglio. Andate avanti avanti, come se io non ci fossi nemmeno; io che canto per voi. Ma che paese è mai il vo­stro dove nessuno conosce il sorriso?

Palmiero            - Lo vedrai, forse, una volta.

Manuelita          - Il vostro paese? Io? Oh, non ne ho proprio nessuna voglia. Ho idea che le vostre case non abbiano da essere mol­to allegre.

Palmiero            - Difatti. Hanno tutte le finestre al nord: dalla parte del pericolo; perciò il sole non lo vedono mai. Ma adesso si sta lavorando per rivoltare le facciate. E allo­ra vedremo il sole anche noi, come qui, dalla mattina alla sera.

Manuelita          - Che gente! Che gente! O stan­no zitti, o parlano a indovinelli. Li spen­dete molto male i vostri anni, che non sembrano neanche tanti. Non c'è proprio gusto a stare in vostra compagnia. Me ne vado, me ne vado.(Si allontana cantan­do): « Ma giovinezza non tramonta in mare « In mare ».(È uscita).

Palmiero            - Nulla. Neanche oggi. E stai lì? E non mi corri incontro, e non mi do­mandi, come ogni giorno, « Notizie? No­tizie? » Ti sono dispiaciuto in aualche cosa - ho male interpretato qualche tuo pensiero, anche non detto? Ho disubbidi­to, senza volerlo, a qualche tuo ordine - anche non espresso?

Giovanni           - Oh, mio buon Palmiero - co­me puoi male interpretare i pensieri che non ho? Le intenzioni che non ho. Gli ordini che non so più dare. Io sono più spento e più arido che un banco di lava, non vedi?

Palmiero            - Che è accaduto?

Giovanni           - Ecco: accaduto. Nulla. Mai nul­la. Più nulla. Siamo dei morti, Palmiero. Dei morti senza ne oggi ne domani. Dei morti non mai vissuti.

Palmiero            - Non ancora, se Iddio non ci ab­bandona.

 Giovanni          - Oh, visionario. E che vuoi, che aspetti ancora per accorgertene? Altre pro­ve? E quelle che hai non ti bastano? A me, si. E mi fermo. Per me, il viaggio fi­nisce qui.

Palmiero            - E noi? Noi che ti abbiamo cre­duto? Noi che abbiamo messo nelle tue mani vita, speranza, fiducia? Dovevi dir­celo allora: Giovanni da Procida non è che un'apparenza d'uomo forte. In realtà non ha più animo di (senza convinzione e perciò con troppa forza) una piccola fem­mina bugiarda. Tu ci hai tradito. Tu ci hai tradito! Tu ci hai tradito!(Lo afferra e lo scuote).

Giovanni           - (inerte) Che aspetti a punirmi?

Palmiero            - Giovanni!(col terrore negli oc­chi) Così no! Così no! Io ti ho insultato. Ti ho insultato, capisci? E tu perché non ti levi e non ti getti contro me a pugni stretti e con quegli occhi che fanno ter­rore? Ti avrei gettato le mie braccia al collo, così (lo abbraccia stretto) e ti avrei detto: O mio grande Procida, nostro gran­de Giovanni io ti ho morso soltanto per provarti. E sei vivo! Sei vivo!(Giovanni non si scuote) Sei vivo ancora!(Giovanni è inerte).

Giovanni           - Non hai occhi, tu, o li chiudi per non vedere, come gli stolti e gli allu­cinati. Guardami e credimi. Io sono arri­vato al fondo di una disperazione che è meno morte il non esistere.

Palmiero            - Che fede è dunque la tua, che non è capace di credere oltre gli ostacoli, proprio per gli ostacoli?

Giovanni           - Parole. Va e lasciami solo. Puoi ricordarmi la tua la mia donna insultata e scannata; il tuo e il mio figliolo trucida­ti; la mia figliola dispersa, tutte le scia­gure, nostre e di tutti gli altri. Sarà come forare un cadavere frollo. Non vedi che io non sono più ormai che il pallidissimo ricordo di una impresa immaginaria? La­sciami solo e va.

Palmiero            - Si. Dove nessuno mi dica mai: quello è il volto di Giovanni da Procida.

Giovanni           - Addio  (Palmiero si avvia, poi torna indietro).

Palmiero            - E Isabella? la tua Isabella.

Giovanni           - Va. Va. Non ricordarmi nulla. Ma, ai nostri, se mi hai voluto bene, dì che l'ultima volta mi hai visto, non così.

Palmiero            - (con le lacrime agli occhi) Ora, veramente, non c'è più speranza nel mon­do, e ogni luce si è spenta.

Giovanni           - Vedi, vedi, laggiù? Volgiti, Vol­giti!

Palmiero            - (volgendosi, ha visto emergere dal­la balaustrata la testa di Ruggero di Lau­ria, che si arrampica su per un albero e balza in scena con un grido) Lauria! Lauria! Lauria!

Giovanni           - Tu Lauria?

Lauria                - Sul mare!(Balzando in scena) Fa silenzio, canaglia!(Ride).

Palmiero            - Per sessantadue giorni, ogni gior­no, son venuto al porto.

Lauria                - Ho fame. In questa casa di Re una volta si poteva trovar da mangiare a qua­lunque ora. Bisogna dar qualcosa ai miei picciotti. Siamo tutti mezzo pestati, sdru­citi e fracassati. Giovanni, ma tu non mi hai ancora dato la mano. Me la sono gua­dagnata e la voglio.(Si stringono la ma­no). Giovanni, le 22 casse con le 30.000 onze d'oro son qua. Non ne manca una. Mancano all'Angioino, tre galee.

Palmiero            - Tre galee di Carlo d'Angiò?

Lauria                - Hanno fatto avaria: Re Carlo non ha fortuna. Ora però poche storie: si man­gia.

Palmiero            - Subito. Andiamo. - (Escono).(Giovanni, rimasto solo, si mette a far salti di gioia, sul ritmo di una canzone che canticchia fra i denti).

Giovanni           - L'oro! L'oro! L'oro!(Entrano il Re e la Regina).

Don Pedro         - Giovanni, sei impazzito?

Giovanni           - No. Maestà: pensavo coi piedi. Sul mio onore è così. Pensavo al Montecaleno e vedevo un fiume d'oro.

Costanza           - Carlo d'Angiò è inquieto.

Don Pedro         - Chiedeva notizie dei nostri ar­senali di Valenza, di Tortosa e di Barcel­lona, di Majorca.

Giovanni           - Scriviamo subito che state ri­mettendoli in piena attività, Sire.

Don Pedro         - Per quale impresa?

Giovanni           - Diciamo, per Tunisi. È un paese pieno di incognite. Col principe di Gra­nata, tregua di cinque anni: subito. E con Montpellier, transazione. Subito.

Don Pedro         - Ma questo...

Costanza           - Ascoltalo, Don Pedro.

Giovanni           - Scriviamo subito anche a Guido da Montefeltro, il più forte dei ghibellini italiani. Quanto all'impero d'Oriente, è con noi.

Don Pedro         - Ma questo è un piano politico.

Giovanni           - E strategico. Sire. Proprio così. Per la conquista di Tunisi; così abbiamo anche il Papa con noi.

Costanza           - Ascoltalo, Don Pedro.

Giovanni           - Prima Tunisi. Poi, da Tunisi a Sciacca in Sicilia,, il passo è breve.

Costanza           - Ascoltalo, Don Pedro, ascoltalo!

Don Pedro         - Ma dunque volete proprio cac­ciarmi in questa avventura sciagurata - che lui stesso, poco fa, mi sconsigliava?

Giovanni           - Ho mutato idea, Sire.

Don Pedro         - Perfino il cielo si è manifesta­to contrario: togliendoci Niccolò III.

Giovanni           - Anch'io la pensavo così - fino a poco fa: ma ora ho cambiato idea, Sire.

Don Pedro         - Si sperava neirelezione di un papa...

Giovanni           - Nostro. E hanno eletto un altro, lo so. Ma noi scriviamo a tutti lo stesso. Subito. Subito. Subito.(Dal giardino, la risata di Lauria, di Palmiero e di Ma­nu elita).

Don Pedro         - Tu sei impazzito, Giovanni. L'impresa è diventata impossibile.

Giovanni           - No. Difficile: e perciò degna del gran Re Don Pedro d'Aragona.

Don Pedro         - No. No. Impossibile. E non se ne parli più.

Giovanni           - Peccato. Ora che erano arrivate le 30.000 onze d'oro del Paleologo - per anticipo sulle 100.000...(La Reginaesce di fretta sorridendo di intesa a Giovanni).

Giovanni           - Dovremo dunque restiturlo al Paleologo tutto quest'oro.

Don Pedro         - (tace. Le risate, dal giardino, di Manuelita, Palmiero e Lauria).

Figlio del Re     - (di dentro) Caccia via Carlo d'Angiò. Vendica il Nonno Manfredi, Si­re papà.

Figlia del Re      - Vendica lo Zio Corradino, papà bel Sire, caccia via Carlo d'Angiò.(Rientra la Reginasorridente).

Don Pedro         - Queste 30.000 onze d'oro, chi le ha?

Giovanni           - Ve lo dico subito, Sire. Uno che vi è caro.(Chiama) Vieni - oh - Sua Maestà vuol vederti.(Rientrano Lauria, Palmiero, Manuelita).

Don Pedro         - Ruggero!

Costanza           - Lauria!

Lauria                - Maestà! Graziosa Regina!

Costanza           - Chi riconoscerebbe sotto quei pan­ni - il nostro bravo Ruggero di Lauria?

Giovanni           - Sua Maestà desidera conoscere come hai salvato le 30.000 onze d'oro.

Lauria                - Tutta la storia? Da principio? Non potrebbe farlo, per me, uno dei miei pic­ciotti ?

Costanza           - (sorride) Non potrebbe farlo. Non sei cambiato, Lauria.

Lauria                - (a Giovanni) Da dove mi devo ri­fare? Ah, già. A Palermo. Era sull'imbru­nire. Vedo un frate minore. Mi fa: Lau­ria! « Sono qui, mi imbarco con le 30.000 onze d'oro da portare a Re Don Pedro d'Araeona ». Ma una voce ci grida dal ma­re: «E morto Papa Niccolò III ». « Vado lo stesso ». «Vengo anch'io ». Lui, no; io,
si; ed è stata la sua fortuna perché quando tra le Balearì e la costa spagnola ci hanno assalito le tre galee di Carlo d'Angiò, e la prima ci ha arrembato, lui ha dovuto buttarsi in mare - che aveva sul capo la taglia del Re. Palmiero gli va dietro. Io, quando li ho visti aggrapparsi alla scialuppa di poppa, e levar volta alla cima e irarsi fuori a forza di braccia – che egata eh, Giovanni bello? - ho tratto
un gran respiro di sollievo, perché quan­do sono da me, è sempre più spedita la
faccenda. La galea angioina, che è che non , si viene a trovar di sottovento. Alla pri­ma raffica, si capisce, io mi trovo in van­taggio. Con buon vento, della cima gliene bbiamo dato tremila libre. L'idea era di cappar via, ma quando abbiamo visto che e tre galee eran rimaste intervallate, ci vene una ispirazione: « Tesoro o non tesoro, gli diamo addosso ». Che e, a una a una le tre galee riale che a vederlo finir Così è che non  bel mate faceva fino angoscia - a una a una... Ma qui ci vorrebbe uno dei mie picciotti, a raccontare. A me non mi sta. Poi palmo palmo la co­sta della Tunisia - sessantadue giorni!

Giovanni           - Potrà servire.

Lauria                - Meno male. Siamo tornati sdruciti, scalcinati, morti di fame e di sete. Ma l'oro c'è. E la salute.(Canto dal mare) « Issa issa issa la vela calza la scotta » Si vede che han mangiato bene. Ora, però, Sire, se mi date di quelle belle mule che reggevano una casa, prima della calata del sole le ventidue casse che ho nella stiva saranno qui.

Costanza           - Avrai quello che desideri, am­miraglio.

Lauria                - Il legno è quello, graziosa Regina, non manca che la flotta.

Costanza           - Ci sarà. Don Pedro, Giovanni aspetta una vostra parola.

Don Pedro         - (si leva l'anello e lo dà a Gio­vanni).

Giovanni           - (fuor di sé, pallido dalla gioia) Voi mi consentite di spedire le lettere a Re Carlo, al principe di Granata, a Guido da Montefeltro, a Sua Santità, a Mont­pellier, a tutti?

Costanza           - Poiché Sua Maestà ti consegna il suo sigillo, vuol dire che ne puoi far uso.

Giovanni           - (fuori di sé dall'emozione) Quan­do? Quando?

Don Pedro         - Il tempo a te di redigerle.

Giovanni           - Allora subito. Son già tutte pron­te: da due anni! canto « Chi ci viene attraverso alla scia « Voi la costa ve la scordate ».

Lauria                - Le mule, Sire! Cantano troppo quel­li là. Bisogna farli lavorare.

Palmiero            - Manuelita dicevi che nessuno di noi sa più sorridere. Guarda.(Mostra Gio­vanni che ha il viso tutto illuminato di gioia)

Lauria                - Preparate i forzieri, Sire! Vieni Ma­nuelita. Vieni con me. Tanto oro tutto in una vo!ta non lo rivedrai in vita tua.(Escono allegramente).

Costanza           - Don Pedro!

Don Pedro         - Querida de mi alma.(Sorride) Ora almeno, non sentiremo più quel la­gno: «Caccia Carlo d'Angiò, papà» (sor­ride) Caccia Carlo d'Angiò!... (Le bacia la mano).

Giovanni           - Sire, tutto il mio popolo è con me, ai Vostri piedi, e invoca dal ciclo la benedizione sui giorni e sulle opere della Maestà Vostra.(Gli bacia la veste. Si alza).

Costanza           - (si avvicina a Giovanni che si cur­va per baciarle la mano, ma Costanza gli stringe la sua) Caro grande Giovanni!  Caro grande Giovanni!(Escono la Reginae il Re).

Giovanni           - (a Palmiero che lo contempla esta­tico) Palmiero!

Palmiero            - (con voce di affettuosissimo rim­provero) Ecco!

Giovanni           - (aprendo le braccia) Palmiero, sulla nostra Sicilia oggi spunta il primo sole. Dobbiamo tornare. In Sicilia! In Si­cilia!(Si abbracciano) E possiamo dirlo, possiamo gridarlo: l'Angiò, questa vol­ta e fottuto!(Durante la mutanza, la can­zone di Ruggero di Lauria).

SECONDA SCENA

A Palermo. In casa di Giovanni da Procida. Comune. Altra porta, pia piccola, coperta da una tenda; dà sul giardino sul rovescio della casa. Da questa stessa parte una grande finestra per la quale si vede, di fuori, in rial­zo, la via che mena alla Chiesa. Sono in scena Giovanni da Procida e Rug­gero di Lauria, travestiti da frati minori; Palmiero e Alaimo; Bartolomeo e Fra Bongiovanni negli abiti e nell'aspetto pietosissi­mi. Sono tutti intorno alla tavola, in piedi, con in mano i bicchieri in cui è viti di Spagna.

Giovanni           - Non sono mai tornato così lieto nella mia casa.

Isabella              - Gloria al Signore nel Suo giorno. Quanto resterete ora con me? (Tamburo).

Giovanni           - Poco.(Agitazione. Tamburo più vicino) Andiamo.

Lauria                - Ma torneremo.(Tamburi. Lauria tracanna l'ultimo sorso).

Isabella              - Fuggite, fuggite, volete farvi pren­dere? (Tutti si fanno in fretta alla porti­cina sull'orto).

Giovanni           - Sai dove trovarci, se tarderemo. Addio.(Tamburi. Escono in fretta Gio­vanni, Lauria, Alaimo, Palmiero, Barto­lomeo e Fra Bongiovanni).

Isabella              - Vanno verso la chiesa. Dio li salvi.

Rosalia              - Lasciali fare, che si salvano anche da sé, quei diavoli.(Rimaste sole, le quat­tro donne si rimettono al lavoro, intorno alle ghirlande di ulivo che preparano per la chiesa).

Isabella              - E tu Rosalia?

Rosalia              - Sono ancora indietro. Ho dovuto ancne preparare la tavola. E poi, voglio vedervi voialtre alla mia età.

Chiarenza          - Non ci arriveremo.

Rosalia              - E che sono, Matusalemme, io?

Chiarenza          - Da quando ci è calato addosso questo castigo dalla Provenza e dall'Angiò, la gente muore colle scarpe in piedi prima dell'ora sua; e non nasce più un parto al suo termine, per gli spaventi e le angosce. Maledetti loro!

Isabella              - Non maledire, Chiarenza. Oggi Cristo risorge. Pace. Pace.(Tamburi più vicini. Entra Margot. Ha una presenza equivoca e sospetta. Incerta, subdola, re­ticente).

Chiarenza          - Chi è?

Dina                  - Che vuole?

Rosalia              - È da fuori.

Dina                  - Che mestiere fai?

Margot              - Non insultatemi. Un mestiere co­me un altro.

Rosalia              - È degli Angioni.

Margot              - Del Poitou: anche al mio paese, oggi, è Pasqua.

Chiarenza          - Perché non ci sei rimasta?

Margot              - E da noi si usa che non si può andare in chiesa, quando Cristo risorge, se almeno un amico non dà il bacio di pace.

Chiarenza          - Va' dai tuoi.

Margot              - Io non ho amici.

Dina                  - Va' da quelli che ti vestono così, sfron­tata.

Chiarenza          - Mandala via. Mandala via.

Rosalia              - Vatiinni, vattinni. Noi andiamo a tavola. E stare senza invito vicino alla tavola degli altri, è villania. Vattinni. Vattinni. Isabella (le si accosta. La guarda. Ha pietà del suo smarrimento. Le smorza il colore troppo acceso delle unghie e delle guancie; le copre il volto troppo nudo con un velo. Quando Isabella le dà un rametto d'ulivo, gli occhi di Margot si inumidi­scono. Tamburi più vicini. Chiarenza stringe i pugni e si fa minacciosa in volto). Margot (al suono del tamburo trasalisce; guarda Isabella e comincia a tremare).

Isabella              - (la bacia, pur facendosi forza, sulle due gote) Ora, se vuoi, puoi andare in chiesa, quando risorge Gesù.(Tamburo vicinissimo)

Margot              - (cade in ginocchio davanti a Isabel­la, e piangendo, le bacia l'orlo della veste) Perdono! Perdono!(il Tamburo vicinissimo, sotto casa, e la voce di Laglu).

La voce             - In nome di S. M. Cristianissima Re Carlo d'Angiò e in forza del già ban­dito editto che impone a tutti i cittadini di consegnare le armi di Qualsiasi foggia e misura, si fa noto a tutti cne chi sarà tro­vato in possesso di armi di qualsiasi foggia e misura, sarà bandito, o dannato al gua­sto delle sue case o sul capo, a seconda del­la sua qualità e condizione.

Margot              - Perdono! Perdono! Perdono!(si leva di balzo. Entra Drovetto).

Drovetto            - Nobili dame (vede Margot). Che fai tu qui?

Margot              - (grida) Lo sai. Tu mi ci hai man­dato.

Drovetto            - (calmo) Vattene.

Margot              - Si. Ma tu vieni con me. E lasci in pace, oggi, questa casa.

Drovetto            - (c. s.) Vattene.

Margot              - Ò io dico tutto. Dico tutto.

Drovetto            - (calmo) Vattene.

Margot              - (china il capo ed esce).

Drovetto            - Dame cortesi. Quello che devo dire alla Signora di questa casa non ri­guarda che lei sola. Credo che le stia mol­to a cuore.(Le donne, istigate da Rosalia, escono. Appena uscite, Drovetto chiude a chiave la porta. Isabella ha un imper­cettibile sorriso ironico. Sguardo rapidis­simo, istintivo, verso la tenda che nascon­de la porticina del giardino).

Isabella              - Ora sono nelle vostre mani.

Drovetto            - (sorride, va ad aprire di nuovo la porta, getta la chiave sul tavolino).

Isabella              - Questo è molto bello. E cortese.

Drovetto            - Mi basta questa  (mostra un'al­tra chiave, grossa, che trae di sotto al cor­saletto) che non posso darti: perché que­sta non è né tua né mia: è di Re Carlo. Cioè della prigione del castello, che appar­tiene - come ogni altra cosa - alla Sacra Maestà del Re.

Isabella              - (è profondamente colpita, ma dissi­mula). Un poco di vin di Spagna, Monsi­gnore?

Drovetto            - Sì. Anzi (rimette la chiave sotto il corsaletto. Porge il bicchiere). Qui. Do­ve forse, una volta, ma messo le labbra il grande Giovanni da Procida. È un onore.(Mentre Isabella versa, la osserva, e pro­segue). Fra Giovanni da Procida - o qual­che altro - del medesimo monastero. Ve­do che ti tremano le mani.

Isabella              - (sorvegliandosi moltissimo) Per ri­guardo a Voi, forse, Monsignore...

Drovetto            - Ah!

Isabella              - Eh si, perché, che cosa pensereste di me, Voi, se trovandomi qui da sola a sola con Voi, non mi tremassero almeno, un poco, le mani?

Drovetto            - Sei una graziosa canaglia!

Isabella              - È vero per metà.

Drovetto            - (prendendole le mani) Graziosa, certo.

Isabella              - Me lo dicono, qualche volta.

Drovetto            - E canaglia, forse.

Isabella              - Questo, più di rado.

Drovetto            - Ma è vero. È vero.

 Isabella             - Può darsi che Voi vediate meglio degli altri, Monsignore...

Drovetto            - Vuoi sapere che cosa pensi, tu, adesso?

Isabella              - Credete che non lo sappia, anche se non lo dite, Monsignore?

Drovetto            - Ma io te lo voglio dire lo stesso. Tu pensi: « I miei erano qui poco fa. Li ha visti? Non li ha visti? Li hanno presi? Saranno ancora una volta sfuggiti? ».

Isabella              - Bevete, Monsignore.

Drovetto            - Grazie. Non bevo mai. Sono so­brio: come il mio Re. Ho voluto soltanto vedere come ti tremavano le mani, versan­do. Ora lo so: « Presi o fuggiti »? La chia­ve dell'enigma è qui, sul mio petto.

Isabella              - (con dolce lusinga) Ma tu, me la darai.

Drovetto            - (apre le braccia) Domani. Al­l'alba.

Isabella              - Perché domani? (Ha uno slancio disperato, ma poi si ferma, lo osserva con uno sguardo in cui è ripugnanza, dubbio, diffidenza. Poi si allontana lentamente, va allo specchio, si ritocca il trucco, si ravvia i capelli; trae da un cassetto dei merletti di pizzo e se li aggiusta; e si mette tra i capelli un bel pettine di tartaruga).

Drovetto            - Non era necessario.

Isabella              - Lo so. Ma io voglio essere bella, come le Regine della favola quando si mettono in via per un gran viaggio (sor­ride forzato). Cammina, cammina, cam­mina, e alla fine si vede lontano...(guar­da di fuori. Poi si mette in seno una rametta di ulivo benedetto, poi trae da un cofano un grosso anello che ha una grande pietra, e se lo mette in dito. Lo guarda alzando la mano contro la luce). Ora sono nelle mani di Dio.

Drovetto            - Un anello simile lo mandò alla sua amante il Conte di Limoges, quando volle disfarsi di lei.

Isabella              - Disfarsi, come?

Drovetto            - Non so come. Ma il giorno do­po, lei, era morta.

Isabella              - (ride forzato) Chi vi dice che non sia proprio questo? Mi guardate male.

Drovetto            - Mi piaci più di tutte le donne che ho conosciuto fino a oggi.

Isabella              - Non mi sfugge il privilegio.

Drovetto            - Tutte, siete contente di sentirvelo dire. Anche da un nemico. In questo sei cjonna. Donna da capo a piedi.

Isabella              - Anche questo, avete capito?! Dav­vero non vi sfugge nulla, Monsignore. Si. Donna. Anche se mi dicono ragazza. Ho vissuto molto sola. E nella Spagna, dove son stata tanto tempo, il sole e anche più caldo che qui. Donna. Donna.

Drovetto            - L'avevo capito.

Isabella              - Vero? Credo che sia chiaro, a un occhio un po' esperto. Ma non vi dispia­ce - o non vi aclude - un poco? O vi sembra, ora, troppo facile impresa?

Drovetto            - No.

Isabella              - Eccomi (tende la mano). Potete darmi il vostro pegno, che io ho inteso.

Drovetto            - Domani... all'alba. Sei impa­ziente.

Isabella              - Sono più giovane di voi (ride forte).

Drovetto            - (balza in piedi, ma si trattiene) No. Domani all'alba.

Isabella              - Non vi pare che questo sia un affronto, per me?

Drovetto            - (secco) No. Più di te sono impa­ziente, io. Io si. Perché da tanto tempo ti aspetto. E come sempre, quello che più mi è caro, più sfugge. Ma, ora che posso, non voglio che tu mi sfugga troppo presto.

Isabella              - È giusto. Vita per vita (è attratta da qualche cosa di fuori).

Drovetto            - Che cosa significa: vita per vita ?

Isabella              - (che ha veduto, con un tremito im­percettibile nella voce) Ora, più nulla (sulla via di là dall'orto ha visto passare Lauria, Giovanni e gli altri, di slancio getta le braccia al collo di Drovetto e lo fa rimanere voltato di schiena alla finestra di fondo perché non veda; con voluta la­scivia). Vita per vita vuol dire, domani al­l'alba. Tu mi fai dono di tante vite, e io non ti dò che la mia.

Drovetto            - Che guardi?

Isabella              - (in orgasmo e in ascolto) Guarda­vo... ecco...(si stacca da luì) Il sole, ora, di là, poi, tutto un gran giro. E domani, dopo l'alba, di là, lo ritroveremo e lo saluteremo, insieme, di là.

Drovetto            - Creatura ambigua. Hai l'aria di preparare un agguato. Non ci resto, ti av­verto (si avvia verso la porta).

Isabella              - No. No: ancora un poco (con in­timo tremore). Non vi pare dunque già più che io valga la pena? L'agguato che io vi preparo, voi non lo temete certo. E, forse vi stupirà, anche se siete un gran seduttore (ride; poi, in ascolto) Ora - che è un patto tra noi - vi sembra bello, lasciarmi subito, così?

Drovetto            - Devo andare.

Isabella              - Siete un bell'uomo d'armi. Perché non portate sempre questo giustacuore? Vi sta bene. Che strana cosa... vi guardo, non so immaginarvi fanciullo. Si direbbe che non abbiate avuto infanzia.

Drovetto            - Ho conosciuto troppo presto le donne.

Isabella              - Eran tutte come me? O io sono ve­ramente più bella di tutte le altre? (sta in ascolto; si accorge che egli sta per muo­versi, lo prende per le mani per trattenerlo) Curiosa idea. Un uomo senza infanzia. Una vita senza gioventù. E perciò voi non amate le donne. Vi piacciono, tuttavia.

Drovetto            - Molto.

Isabella              - Ma non avete forse avuto tempo di conoscere (con calore sincero) che gran­de gioia c'è nel guardare una mano abban­donata lì sulla spalliera di una seggiola  (in ascolto) e pensare: « La sua mano » con tanta commozione da non desiderare altro. Da non desiderare altro.

Drovetto            - No, no (come se si difendesse da una proposta inaccettabile, tenta di muo­versi verso la porta).

Isabella              - (con ansia, ma sorride) Non volevo dir cjuesto, non temete. (Primo tono, seria) Sentire con gratitudine, vicina a sé, la vita di un altro, e dirgli senza parole: « Grazie che ci sei, grazie che respiri, grazie che sei tu, e guardare la vena viva del collo, e pensare con struggimento: - An­che lì è la sua vita... (dice tutto questo co­me assente, sempre in ascolto).

Droveto             - (la afferra) Chi vedi?

Isabella              - (riscossa bruscamente, ambigua) Uno che è presente.

Drovetto            - Lo so che tu mi tendi un ag­guato. Ma non posso andarmene. Perché mi piaci, capisci? Anche per cjuesta tua perfidia, mi piaci (tenta di baciarla).

Isabella              - (come in un dormiveglia, tutta la sua anima è in ascolto ai rumori di fuori) Più tardi. Quando il sole, il sole, sia calato. Poiché poi, la notte è lunga e noi dobbiamo aspettare l'alba di domani. L'alba. (Ri­de franca, come liberata da un incubo) L'alba di domani! L'avete detto voi, no? Domani all'alba, non vi ricordate già più? Domani all'alba.

Drovetto            - No. Ora.

Isabella              - Siete voi, più impaziente di me, adesso.

Drovetto            - Basta!

Isabella              - Non fatemi violènza. Se vorrete esser savio, sarà tanto meglio. Anche per voi. Avete già qui un pegno. Potete dun­que andare sicuro e paziente. (Con mol­ta voluta intimità) Ma, non vi piacerebbe avere, di me, più che la mia vita? È stra­no che non abbiate capito nulla (sorride con civetteria). Questi valorosi uomini d'arme - che vincono aspre battaglie - e davanti a una donna, si regolano sempre nell'unico modo sbagliato...

Drovetto            - Chi sei tu? - (La afferra e la scuo­te) Chi sei tu?

Isabella              - Una donna che vi piace, no?

Drovetto            - Che mi piace: così - (tenta di ba­ciarla).

Isabella              - Più tardi. Sarà più bello, vedrete   - (un breve tumulto, di fuori).

Drovetto            - Ora si, devo andare. Maledi­zione!

Isabella              - Non rammaricatevi, Monsignore. Più tardi sarà più bello. Al calar del sole. Vedrete! Vedrete!(Con dolcezza studiata) So che io non sono per voi come tutte. E non sarò. Vedrete. Al calar del sole, sarà bello... Al calar del sole!(Lo accom­pagna alla porta sempre sorridendo ambi­gua. Drovetto esce. Isabella chiama affannosamente alla porta). Rosalia! Chiarenza! Dina!(Entrano le tre donne) Li avete visti?

Chiarenza          - Si.

Rosalia              - E tu, da dove li hai visti?

Isabella              - Di là. Passare.

Rosalia              - Ho fatto appena in tempo ad av­vertirli. Venivan qui dritti dritti.

Isabella              - Andiamo. Andiamo. Non tornia­mo più in questa casa.

Rosalia              - Che è accaduto?

Isabella              - Niente. Coll'inganno era venuto. Non basta più la forza, ora; anche l'in­ganno con me: la nipote di Giovanni da Procida. Eh, no.(Si leva il rametto dal seno) Questo mi ha salvato. Andiamo via. Andiamo via. E non torniamo più in que­sta casa. Deve trovarla vuota.(Ride) Al calar del sole! Al calar del sole!(Ride) Andiamo. Andiamo.(Tumulto, di fuori, nella strada. Irrompono in scena Giovan­ni, Lauria, Alaimo, Palmiero, Bartolo­meo, Fra Bongiovanni, Aitano, Bicenzo e Popolo).

Il Popolo           - Maledizione a loro!(Tamburi. Le donne si segnano. Un grido) Maledi­zione a loro!(Le donne si segnano).

Palmiero            - A centinaia, li arrestano. Le pri­gioni non li contengono più.

Alaimo              - Li hanno ammassati qua, nel cor­tile del Convento, e hanno issato lì i loro strumenti di tortura (un grido). E strap­pano i fanciulli dal seno delle madri, per sottoporle anche loro alla totrura e ai fla­gelli!(Un grido. Il ùopolo rabbrividisce).

Tutti                  - (con desolazione) Maledizione!

Bongiovanni      - Guai a te, figlia di Babilo­nia - la tua ora è vicina.

Giovanni           - Si. Vicina. Su, su, popolo di Sicilia. Re Don Pedro è con noi. Prepara la flotta. I suoi arsenali di Valenza, Tor­tuosa, Barcellona e Majorca lavorano giorno e notte. Così risponderemo a Re Carlo che vuol fare della nostra isola un cimitero.

Popolo               - Maledizione!

Isabella              - (mormora) Non maledite. Cristo risorge.

Giovanni           - Ricordati delle stragi di Augusta, popolo di Sicilia! (// popolo ondeggia e dà un grido soffocato) Nessuna pietà - né allora né dopo, mai. Né riguardo all'età o al grado. Eccolo qui, questo santo Ve­scovo di Patti, eccolo qui questo dolce Fra Bongiovanni, partiti alti e forti e tornati - guardateli! - Tutti così, si torna dalle prigioni di Carlo d'Angiò.

Popolo               - Maledizione!

Isabella              - Cristo risorge.

Bartolomeo       - È vinta l'umana immagina­zione dagli orrori che io vidi. A Napoli, sotto una rupe flagellata dal mare è una spelonca, orrida, buia.

Bongiovanni      - Luogo di lordura, di vitu­perio.

Bartolomeo       - Di pianti, di grida, di gemiti, di urli.

Bongiovanni      - Notte e giorno. Notte e giorno.

Bartolomeo       - Si mostrano gli arnesi di sup­plizio a chi li dovrà sopportare - e quando la tua piaga si placa - te la riapre nel cuore lo spasimo dei tuoi fratelli.

Popolo               - (piange d'ira) Maledizione! Male­dizione! Maledizione!(Campane).

Isabella              - Cristo risorge.(Campane).

Tutti                  - Cristo è risorto.(Cadono in ginoc­chio. Dalla chiesa si leva una Lauda spi­rituale. Nella via, di fuori, di là dal giar­dino una folla è inginocchiata).

Tutti                  - (dentro e fuori) Cristo è risorto!(Dentro e fuori la Lauda spirituale. Poi, le note del « Te Deum ». Qui, Fra Bon­giovanni trae di sotto la tonaca una daga e l'alza come una croce intonando sul « Te Deum » « Ed in te confidiamo ». Poi ne trae altre quattro e le dà ai suoi, sem­pre ripetendo « Ed in te ». Tutti gli ar­mati alzano la spada a croce e, insieme « Ed in te confidiamo ».

Di fuori             - Cristo è risorto!(Una masnada di alabardieri irrompe tra i genuflessi di fuori, pesta su, li malmena e ne porta via).

Di fuori             - (i rimasti) Cristo è risorto!

Di dentro           - (tutti) Cristo è risorto!(Ripren­de la Lauda spirituale).

TERZA SCENA

Un ripiano presso la Chiesa dello Spirito Santo. Oltre il muretto si indovina una gran distesa erbosa, donde arrivano a tratti, voci serene e festose specialmente di donne e fan­ciulli.

Isabella              - Cara Manuelita, dal vostro rac­conto, l'Aragona appare un paese di sogno. E il cuore ne prova tanta invidia per voi e tanta pena per noi, che in tutto l'anno un giorno sereno, abbiamo: questo mar­tedì dopo Pasqua. Per una tradizione che i nostri padroni rispettano chi sa perché: forse come la giornata libera che si dà ai servi - oggi essi restano chiusi in città. E il popolo di Palermo si riversa tutto su questi prati, e per un giorno conosce il sapore della vita felice.

Rosalia              - I Tartaglioni - che Dio li spro­fondi - oggi se ne stanno proprio a casa e ci lasciano in pace.

Manuelita          - I vostri padroni, concedendovi questo giorno, vi fanno però tristi tutti gli altri. E vi danno il senso delle possibilità che vi si radica nel cuore per tutto il re­sto dell'anno. Non è di savia politica, que­sta usanza.

Palmiero            - Si sente che Manuelita è cresciu­ta alla Corte di Re Pedro.

Chiarenza          - Durante la segreteria di Gio­vanni da Procida.

Dina                  - Si sente.

Rosalia              - Si sente. Ma qui, si mura a secco.(Porge il bicchiere).

Bartolomeo       - Aspettiamo gli altri.

Bongiovanni      - Eccoli. Eccoli!(Entrano Alaimo, Giovanni e Ruggero. Li festeg­giano. Giovanni e Ruggero sojo sempre vestiti da frate).

Lauria                - (vedendo i bicchieri alzati) Siamo arrivati all'elevazione.

Bongiovanni      - (mezzo serio e mezzo ridente) Taci sacrilego; taci! (Allegria interrotta improvvisamente. Giovanni, Fra Bongio­vanni e Alaimo corrono al muretto, con uno sguardo di intesa. Si sente una can­tilena a due voci: una specie di brontolio ritmato a denti stretti).

1a Voce              - Va su, compare.

2a Voce              - Va su.

1a Voce              - La strada è dura.

2a Voce              - Va su.

1a Voce              - Il peso è tanto.

2a Voce              - Va su.

1a Voce              - Prima di sera.

2a Voce              - Va su.

1a Voce              - Devi arrivare.

2a Voce              - Va su.(Spuntano dal muretto due barili: poi le schiene di Aitano e Bicenzo che li sostengono. Aitano e Bicenzo, così curvi, sotto il peso, non vedono che i piedi delle persone e si insospettiscono).

Aitano               - Gira al largo.

Bicenzo             - Lungo il muro. Non ti far scor­gere.

Aitano               - Dietro la chiesa.(Riprende) Va su compare.

Bicenzo             - Va su.

Bongiovanni      - Posateli.

Giovanni           - Qui.

I Due                 - (insieme, posati i barili, si cercano in tasca i coltelli. Ma vedono Giovanni e Fra Bongiovanni, e si rallegrano).

Bicenzo             - Aita!

Aitano               - Bice! (Stringono forte la mano del frate e di Giovanni).

Isabella              - Aitano! Bicenzo!

Rosalia              - E che fate, come i ciucci, che por­tano vino e bevono acqua?

Bicenzo             - Qui c'è il meglio di Sicilia.

Aitano               - Leva la sete e non si sente. Ora lo mettiamo al fresco.

Alaimo              - Qui. A ridosso della chiesa.

Rosalia              - Vi volete fare i soldi, oggi, eh?

Bicenzo             - Oggi o domani. Pur che sia. Va su compare.

Aitano               - Va su.

Bicenzo             - Prima di sera.

Aitano               - Va su.

Bicenzo             - Devi arrivare.

Aitano               - Va su.

Coro                  - (lontanissimo). « A scirocco e a maestrale... » (Svanisce).

Bicenzo             - Aita!

Aitano               - Bice! (Ridono forte e si porgono le mani come per dire gliel'abbiamo fatta!).

A Due               - Mo' guarisci!(Corrono tra vii altri, bevono, saltano e ballano) Mo beviamo che bere si può!(Lauria abbraccia Rosa­lia).

Rosalia              - Non ricominciamo, eh? Come l'altra volta: due notti e due giorni sono rimasta senza chiuder occhio. Non rico­minciamo! Il sangue nelle vene anch'io ce l'ho, E mi bolle!(La risata si propaga. Aitano e Bicenzo saltano come capre, cantando: « Mo' beviamo che bere si può » e, al suono di una fisarmonica, che viene dal prato, tutti, meno Giovanni e Barto­lomeo, danzano. Tutta la campagna è in danza. Fra Bongiovanni, anche lui, con la sua tonaca svolazzante, cerca di marca­re qualche passo. Tutto a un tratto un enorme silenzio e sferragliare di armi).

Voci                  - (di là dal muretto) Che cosa volete? Che cosa siete venuti a fare?

Voci                  - A tener l'ordine.(Laglu, Gruache e altri entrano in scena).

Bartolomeo       - L'ordine nessuno lo disturba. Andatevene.

Laglu                 - Ora, ma possono turbarlo più tardi.

Voce                  - (di fuori) Le armi, dove è tanta adu­nata non si portano. E per l'editto di S. M. Cristianissima Re Carlo d'Angiò, se ne avete, posatele subito.(Una enorme risata, sberleffi e grida: « Tartaglioni! »).

Voce                  - (perentoria) Perquisiteli tutti.

Voci                  - (dei siciliani) Non ci sono armi, qui! Non abbiamo armi! Sulle donne le cerca­no, le armi! Siamo venuti a passare un giorno in pace! Non diamo noia a nessu­no! Lasciatele stare le donne! Lasciatele stare le donne!(Entra Drovetto con ar­mati).

Drovetto            - Fermateli e fatevi consegnare le armi.

Palmiero            - Non abbiamo armi.(Giovanni, Aitano, Bicenzo e Lauria si raggruppano in alto presso i barili. Le donne, intorno al Vescovo).

Chiarenza          - Se avessimo armi, non ce le do­mandereste con questo tono villano.

Dina                  - E noi non ce le lasceremmo doman­dare cosi.

Bartolomeo       - Prendete me. Prendete me, per tutti.

 Drovetto           - Perquisiteli tutti. Anche le don­ne.(Vede Isabella) Ah, tu mi hai gio­cato, ieri, serpente. Ma ora, ora (le si get­ta addosso e colla scusa di perquisirla le brancica) Tu non sei mai disarmata.

Lauria                - (strappa la spada di mano al frate, si slancia su Drovetto e lo ferisce a morte. Drovetto è trascinato fuori dalla scena).

Giovanni           - Morte ai Tartaglioni! Morte ai Tartaglioni!

Un grido formidabile             - Mora! Mora!(A un cenno di Giovanni, Bicenzo e Aitano tol­gono dai barili pugnali e daghe e li but­tano di là del muretto).

Voci                  - A me! A me!

Giovanni           - (gettando le armi di là dal muretto) Morte ai Tartaglioni!(Lauria, Alàimo, Palmiero, Giovanni, escono armati).

Bongiovanni      - (dal muretto, come Giovanni A te! A te!(Sopravviene un fuggiasco, lo vede, lo pugnala. Fra Bongiovanni cade di là dal muretto).

Le donne           - Ave Maria Gratia piena Dominus tecum  Salve Regina Mater Misericordiae.

Aitano e Bicenzo- (visto cadere Bongiovan­ni, si mettono ora, pugnale alla mano, uno di qua e uno di là dal proscenio. Come ar­riva un fuggiasco Aitano dicendo « Gio­vanni da Procida » lo pugnala. Quando arriva a tiro di Bicenzo, gli dà il colpo di grazia, dicendo « È morto »).

Le donne           - Sancta Maria Mater Dei Ora prò nobis Ora prò nobis.

Il grido              - (più lontano, ma pieno) Mòra! Mòra!(Rientrano Giovanni, Lauria, AlÀimo e Palmiero).

Giovanni           - Il giorno della città di Palermo, è venuto. Dove non sono bastate le no­stre, con le loro armi li abbiamo cacciati.

Il grido              - Mòra! Mòra!

Giovanni           - Questa sera, Palermo, sarà libe­ra. Comincia la lotta.

Il grido              - Mòra! Mòra!

Giovanni           - Tu, Palmiero, a Calafatimi rendi l'onore delle armi a Guglielmo di Porcelet l'unico giusto di questi stra­nieri.

Il grido              - Mòra! Mòra!

Giovanni           - Tu, Lauria, fatti marinaio di terra ferma. E va a Caltagirone. Inizia la manovra che dovrà cingere questa terra li­berata, di una cintura di lance. Palmiero, Augusta è vendicata. Grande Vescovo di Patti, la tua magnanimità sarà nota. Al nostro carissimo Bongiovanni daremo se­poltura in questa chiesa. Voi               ( a Aitano e Bicenzo) qui a guardia del valico. Andia­mo. Andiamo.(Escono armati).

Il grido              - Mòra! Mòra!(Le donne al mu­retto: Aitano e Bicenzo uno di qua e uno di là della scena).

Bicenzo             - Aita!

Aitano               - Bice!

Bicenzo             - Giovanni da Procida.

Aitano               - E’ morto! E' morto! E’ morto!

Manuelita          - (dal muretto comprimendosi il cuore con la mano) Il gonfalone di Pa­lermo! Issano il Gonfalone di Palermo! Hanno abbassato il Gonfalone di Re Car­lo d'Angiò, e ora, sull'antenna sale il Gon­falone rosso con l'aquila d'oro di Palermo. Che lindo! Qui sotto, guardate, che lindo!

Rosalia              - Ecco! Ecco!

Aitano               - Bice!

Bicenzo             - Aita!

A due                - È venuto il pianerottolo!

Il grido              - (più lontano) Mòra! Mòra!

Dina                  - Ora sull'Arsenale!

Isabella              - Ora sui Carmelitani!

Tutte                  - Ora sul Palazzo Reale! Ora sul Pa­lazzo di Re Carlo! Il gonfalone di Paler­mo. Santa Aquila d'Oro! Santa Aquila d'Oro!(Si leva il gonfalone di Palermo).

 Il grido             - (lontanissimo, al mare)      - Mòra! Mòra!

Coro                  - Issa issa issa la vela - calza la scotta con Ruggero di Lauria - chi si scontra (fa avarìa Torneranno a testa rotta. Dia levante dia scirocco - dia libeccio o (maestrale Quanta è l'acqua che sape di sale – dove (arrivo il nostro rostro. Fondo, fondo - È mare nostro. Il grido Mòra! Mòra! Coro          - Issa calza - calza e allasca Bianca schiuma e mare negro Con Ruggero di Lauria - il libeccio è (vento da frasca Questa piuma di navalestro - pare frec­cia di balestra. Il grido Mòra! Mòra! Coro          - Issa issa - calza calza con Ruggero di Lauria - lo scirocco è (vento onesto che l'antenna cantare ti fa Questa piuma di navalestro - Remba, (arremba paura non ha. Issa issa - dà volta dà volta Con Ruggero di Lauria - a venirci attraverso alla scia Voi la costa ve la scordate Cento braccia in fondo all'acqua - le vostre case le ritrovate. Il corbame vi si sfascia - o figlioli di Daga scie Il corbame che avete a riva filo d'ascia e fuoco vivo Agguantatelo col calcagno - che vi parte alla deriva. Il grido        - (lontanissimo) Mòra! Mòra! Coro    - Issa issa issa la vela - volta alla scotta Con Ruggero di Lauria - chi si scontra fa avarìa Torneranno a testa rotta. Issa il pennone - calza il fiocco Con Ruggero di Lauria Dia levante dia scirocco - dia libeccio o maestrale quanta è l'acqua che sape di sale – dove arriva il nostro rostro Fondo! Fondo! È mare nostro!

QUARTA SCENA

 (Inverno 1285)

(Una casa abbandonata, solitaria in territorio di Poggia, sulla spiaggia del mare. Inverno crudo. Su un letto squallido che, in testata, sul muro, ha un grande arazzo di seta con lo stemma di Re Carlo d'Angiò, il Re muo­re. Lo assiste un curioso avanzo d'uomo: tipo bizzarro tra di combattente e di scabino; mezzo prete e mezzo soldato; esausto di stenti e diroccato di ferite. Ha una gam­ba fiaccata, e un moncherino di mano sini­stra, di cui non si può valere altro che di fermacarte, quando, colla destra, deve scri­vere. Parla con un curioso accento di senza patria, in cui sul fondo francese, si innesta­no a volta a volta, parole e modi di dire na­poletani, siciliani e toscani. Ora sta aspet­tando che il Re gli detti una lettera. È sedu­to per terra su un po' di paglia: e l'occor­rente per scrivere è su una vecchia pancac­cio bassissima, ricoperta alla meglio. Il lu­me di una lucerna che lo rischiara a mala pena, fa enorme l'ombra della sua testa sul­la parete. Prende, ogni tanto, quando può farlo a colpo sicuro, una sorsata di vino da un'anfora d'oro, che si è messo molto op­portunamente vicino, a portata di mano: e nei frequenti deliqui del Re, egli si ricorda sempre che lì è la consolazione prima ed ultima che gli rimane).

L'uomo a terra   - Si, sacra Maestà. Non ne ho perso una. Dove c'era da stare allegri mi ci son trovato sempre - la sacra Mae­stà Vostra deve rendermene giustizia.

Re Carlo            - (ora è ricaduto nel suo deliquio).

 L'uomo a terra - Benevento e Tagliacozzo. Un re morto sul campo - e uno - fuori campo. E lì ci ho ricavato la prima       - . Poi, Augusta: li abbiamo presi a letto; credevo dì levarmela: ci ho lasciato un dito in bocca a uno che non aveva più altro di sano che i denti.

Re Carlo            - (dà un gemito).

L'uomo a terra   - E già: ma che ci posso io, costretto a fare da Francia e da Spa­gna, agile e svelto come son rimasto? Che idea, di mandar via tutti - perché deve arrivare la Regina. La Regina chissà dov'è rimasta coi temporali di queste notti.

Re Carlo            - Fate cessare questi tamburi. Il Re...(ricade).

L'uomo a terra   - E queste due prime ferite sono quelle che mi hanno fatto meno ma­le. Perché, ferito io, va bene; ma voi vit­torioso.(Prende l'anfora) Alla vostra sa­lute - che - a quanto posso capire - ve ne manca più che a me.

Re Carlo            - (geme).

L'uomo a terra   - Ma poi, a Palermo, pastic­ci! A Messina, a Messina, pasticci! Non ne è andata più una per il suo verso.

Re Carlo            - Da bere! Da bere!

L'uomo a terra   - (non si muove; Carlo è già in deliquio di nuovo) Centocinquanta galee e cinquanta trasporti che erano il fiore della carpenteria. Quindicimila cava­lieri e sessantamila fanti che erano il fiore della gioventù di Francia. Prima che in Francia ne nascano quanti ne muoiono - eh, mo' te la spicci!

Re Carlo            - Da bere!

L'uomo a terra   - (ora si alza. Si netta la bocca col dorso della mano. Prende l'anfora. Dà da bere al Re. Poi torna a sedere) Era tutto pronto per l'impresa di Oriente - e sarebbe riuscita, con quella gente profu­mata. Ma no. È bisognato dar di corna contro Messina; essere pronti per una gran­de impresa sicura e intestarsi contro una scorza di limone: così ci siete sdrucciola­to su e la testa ve la siete rotta. Quella testa cocciuta che avete - e che ci ha portato: io qui, voi lì. E che fior di eser­cito e che armata vi siete andato a fracas­sare contro i muri di Messina, gran furbo, anche voi!

Re Carlo            - Fate passare la Regina - fatela passare vi dico. Abbiamo fissato la tregua di tre giorni. Lasciatela passare. Lasciate­la passare. O io vi scatenerò contro tutte le mie forze di terra e di mare - e vi schiaccierò come topi.(Ricade esausto, esa­nime).

L'uomo a terra   - Ecco. E così - tu lì - e io qui.

Re Carlo            - (a occhi chiusi, quasi senza voce) Questa città maledetta, io la sradicherò. Ferro e fuoco e sterminio. Una valanga di ferro. Quest'isola maledetta io la lascierò così nuda e deserta, che anche tra cent'an­ni i mici nemici devono sentirsi agghiac­ciare il sangue.(Balza su).

L'uomo a terra   - E non scopritevi così, sa­cra Maestà, che non abbiate da agghiac­ciarvi davvero Voi. Non sentite che, con questo freddo, c'è da restare come una paglia nella brina? Su, su, siate savio, Maestà       - (lo ricopre con cura) Sempre così: devo - devo - devo. Devo fare. Devo sradicare, devo punire - devo fargli ve­dere - E Alàimo da Lenóni, furbo dav­vero, lo ha capito e ci ha fregati così. Il 6 agosto, al Monastero del Salvatore: mi sono salvato io solo - di tanti che era­vamo - saltando dal tetto; e da allora ho una gamba e un po'. L'8 agosto - alla Capperina - quella Dina e quella Chiarenza - che Dio le mariti male - an­che dalle donne ci siamo lasciati sbara­gliare. Devo dire, devo fare - e a forza di impuntarsi ci avete perso l'Oriente e l'Occidente. E col solo risultato di empire di vedove il vostro sacro Reame. Bel co­strutto.

Re Carlo            - (a denti stretti) O vivi o morti!

L'uomo a terra   - Ecco. Anche Guglielmo il Cornuto, il nostro grande ammiraglio, quando partì per l'impresa di Malta giurò di portarvi o vivo o morto Ruggero di Lauria, l'ammiraglio siciliano. E poi, pro­prio Ruggero di Lauria, di propria mano, sotto i miei occhi, lo attraverso da parte a parte, come un pane di burro, con un giavellotto che si svelse dalla coscia. Sotto i miei occhi, perché dove c'era da stare allegri io non son mancato mai, e a Mal­ta mi ci son trovato. Che sventole - o vivo o morto - Col paniere ce le siamo raccolte le nostre teste, quel giorno!

Re Carlo            - Rendimi le mie galee - male­detto balordo! Le belle mie galee che ti sei fatto prendere da Ruggero di Lauria. Rendimele! E va in seminario. Il prete pigro, dovevi fare, non il figlio di Re! Non scappare. Fermati! Vieni qui! Vie­ni qui, maledetto!

L'uomo a terra   - Eh - vostro figlio e al si­curo. Anche con una gamba più corta Lau­ria se Tè preso. E adesso gli aragonesi se lo tengono ben custodito. Non ha voluto dar retta al Cardinale Gherardo « uomo di giudizio »: « Non ci andare contro Lau­ria. Aspetta tuo padre ». Così a Salerno - ero anche lì, si capisce - se non sia­mo andati a bagno è un miracolo. E me­glio sarebbe stato, che esser portati per gli orecchi, nelle prigioni di Don Pedro d'Aragona a Messina! Meglio morti! Da Messina in giù non abbiamo fatto che er­rori. Da Messina in su, che delitti. Errori e delitti (verso l'esterno) Ma si, ma si, spa­lancati una buona volta, cielo d'inchiostro, e scarica in mare, come una pattumiera, tutto questo ridicolo avanzo di potenza, di gloria, di superbia, di vanità e di asinità.

Re Carlo            - (si risveglia: in se) Boulot: scri­vi. La Regina?

L'uomo a terra   - Con questi temporali chi sa dove è stata fermata, sacra Maestà.

Re Carlo            - Scrivi. A che punto siamo della notte?

L'uomo a terra   - Vicini all'alba - se la ve­dremo, sacra Maestà.

Re Carlo            - (rabbrividisce) Scrivi, maledetto manigoldo. Scrivi. Fa presto che il tem­po manca. L'ultima lettera a chi era di­retta?

L'uomo a terra   - A Papa Martino. Era qua­si finita.

Re Carlo            - Leggi. Da bere. Ora leggi.

L'uomo a terra   - (legge) « La Sicilia e l'Ara­gonese mi hanno impedito di procedere al conquisto della Terra Santa. Che Id­dio dunque sì scagli contro di essi a bat­taglia ».

Re Carlo            - (prosegue) « E dì a tutti che io sono ancora vivo! Ancora vivo!(È sfini­to. Si risveglia) Hai scritto? « Tanto da dare ai ribelli siciliani una lezione esem­plare ». Hai scritto?

L'uomo a terra   - (che non ha scritto niente) Si, Maestà.

Re Carlo            - Ora scrivi a tutti i miei vassalli, baroni, partigiani e alleati (si interrompe e chiude gli occhi).

 L'uomo a terra - Li cercheremo nella luna, perché qui, mi sembra piuttosto fatica sprecata.

Re Carlo            - (riapre gli occhi) Scrivi: « Io non sono stato sconfitto a Messina. Né a Messina né altrove ». Scrivi. Scrivi. Che Dio ti punisca.

L'uomo a terra   - E vi sembra che non mi abbia punito già abbastanza, Sacra Maestà?

Re Carlo            - Scrivi! Scrivi presto. Il tempo stringe.

L'uomo a terra   - Eh, si, Maestà. Ho idea.

Re Carlo            - « Guardatevi bene dal prestar fede alle calunnie. Io non ho commesso atrocità. Io non sono stato sconfitto a Mes­sina. Ne a Messina né altrove ».

L'uomo a terra   - L'abbiamo già scritto.

Re Carlo            - Presto, scrivi: « Soltanto per age­volare i rifornimenti e per mettere al si­curo le navi ho ritirato appena appena un po' gli alloggiamenti di qua dallo stretto. Ma al tornare della buona stagione ripas­serò in Sicilia con forze ancora più for­midabili e piegherò sotto i miei calcagni le corna di quei protervi (// Re è di nuo­vo in delirio) Scrivi al Re! Scrivi al Re! Non perder tempo. È tardi.(Si sveglia) Leggi; subito. Non c'è più tempo. Leggi, , maledetto!

L'uomo a terra   - (soffia sul lume).

Re Carlo            - La luce!

L'uomo a terra   - Maestà, un colpo di vento.

Re Carlo            - La luce! Chi è là! Chi è là? (Ora la faccia stravolta del Re non si vede più che alla luce dei lampi. Egli ora grida in delirio).

Re Carlo            - Scrivi. Scrivi a Niccolò III. Chi è là? Chi è là? A Niccolò III.

L'uomo a terra   - Buonanima...

Re Carlo            - Scrivi a Clemente IV. Chi è là? Chi è là? Rispondi! Dov'è Clemente? Dov'è il mio bravo Clemente?

L'uomo a terra   - Uh - non c'è più nean­che la cenere, ho idea.

Re Carlo            - Scrivi. Scrivi. Scrivi. Scrivi su­bito, che non c'è più tempo, scrivi al Sa­racino, scrivi a Re Carlo d'Angiò! Io so­no il Re. Scrivi a tutti, a tutti. Io sono il Re. Scrivi: « Io non sono stato sconfitto. Mio figlio è stato sconfitto, io no! Io no! Io sono il Re. Io ho costretto eserciti e flotte a fuggire davanti ai miei eserciti e alle mie flotte. Ho sterminato la canaglia di terra ferma. Ho soldati marinai navi - soldati soldati - dieci volte. Dieci vol­te di più. Scrivi. Scrivi anche questo e dieci volte di più. Non perdere tempo, scrivi. Io sono il Re e posso da solo far lo sterminio dell'isola maledetta.

L'uomo a terra   - Ecco. Per questa idea fissa, Tu lì - io qui.

Re Carlo            - Scrivi! Chi è là? Mandali via! Scrivi al Re dei Saracini: « Vi facciamo sapere che siamo giunti sani e salvi a Brin­disi e ci staremo sani ed ilari a preparare visibilmente e potentemente lo sterminio dei ribelli siciliani ».

L'uomo a terra   - Ecco: e per ciò, tu lì - e io qui.

Re Carlo            - Scrivi. Scrivi. Scrivi a tutti. Pri­ma che si spenga la luce. Scrivi subito. A tutti, Papi, Re, Cardinali, Principi, Ve­scovi, Principi, Vassalli e Baroni, Re, Cardinali; scrivi - amici e nemici di tutti i tempi luoghi e popoli - scrivi marrano - scrivi ancora, scrivi sempre finche ci sia inchiostro e non ti si fiacchi la penna, e resti olio nella lucerna - scrivi, scrivi, scrivi; così: «Io ho domato - io - Carlo d'Angiò - io - con un aggrottar di ciglio - Re e reami - Io - con un volger di testa ho condannato o assolto, Re, principi e vassalli. Se la mano di Dio non s'è infiacchita, io - io - io - in­fliggerò alla Sicilia un tale castigo, che tutta l'isola sarà ridotta a un deserto - a un cimitero per cento anni, per secoli, per secoli di secoli, per l'eternità. Scrivi, scrivi. Scrivi. Scrivi più presto. Più pre­sto. Chi è là? Chi è là? Chi è là? (Entra la Reginacon uno scudiero che regge una torcia. Il Re, alla luce viva riprende cono­scenza. Guarda fisso la Regina, la rico­nosce).

Re Carlo            - Oh, Margherita (con un filo di voce, come un pigolìo. Piega il capo sul suo petto, mentre le lagrime gli scendono dagli occhi in un pianto silenzioso. Le brac­cia scarne e nude del Re, rabbrividiscono di gelo).

Re Carlo            - Non ho più nulla. Non ho più nulla. Il più temuto esercito della terra - la più bella flotta del mare. Non ho più nulla. Tutto perduto. L'erede al trono, pri­gioniero. Dio clemente, se è scritto che io debba calar così - ah per pietà - fate che sia a passi più lenti. E sono tanto ma­lato, dolce mia cara Margherita - cara! Cara!(Ricade esausto. Con un fil di vo­ce) Direte a nostro cugino Filippo, che è l'ultima difesa e speranza della nostra fa­miglia. Custodisca e difenda i nostri figli, se non vorrà che tutta la nostra casa pre­cipiti. E voi - perdonatemi, Regina sen­za Re e senza regno.(Resta con lo sguar­do impietrito) Chi è là? Chi è là? Chi e là? Via! Via! Via tutti! Ascolta, Papa Martino! - Silenzio! Silenzio - e noi diremo che l'impresa di Sicilia l'abbiamo fatta più per servire la Santa Chiesa, che per desiderio di dominio (ride) Chi è là? Chi è là? 'Là, sul mare.(Al lume dei lam­pi sul mare nero come la notte, passano vele bianche). Le mie galee! Le mie galee, Sicilia maledetta (si leva alto e spettrale sui cuscini) Le mie galee di Provenza.

Margherita         - Pietà di noi, Signore Iddio!

Re Carlo            - Le mie galee! Le mie belle galee di Provenza. Sicilia! Sicilia!

Coro sul vento   - Issa - issa - issa la vela - calza la scotta Con Ruggero di Lauria - chi si scontra (fa avarìa.

                          - (il Re piomba di colpo, sul letto, morto. Al lume dei lampi si vede il suo viso cereo, immobile. Poi, per un momento non si sente più nessun rumore).

Margherita         - Pietà di noi, Signore, smarriti in questo sconfinato silenzio. Coro sul vento, lontanissimo: Con Ruggero di Lauria Quanta è l'acqua che sape di sale Dove arriva il nostro nostro Fondo! Fondo! È mare nostro.

TELA

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