Viaggio in paradiso

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VIAGGIO IN PARADISO

Commedia in quattro quadri

Di SACHA GUITRY

Versione italiana di CONNIE RICONO

PERSONAGGI

MAURIZIO DALMASSEAU

MARCELLA DALMASSEAU, sua moglie

FERNANDO ROUSSEL, un loro amico

CLAUDIO RIGAL, avvocato

IL DOTTOR FEROND

UN DOME­STICO

UNA CAMERIERA

(LUIGI XV, per­sonaggio muto e invisibile)

PRIMO BEATO

SE­CONDO BEATO

SANT'ANTONIO DA PADOVA

Commedia formattata da

QUADRO PRIMO

La scena rappresenta una sala. E' sera, le lampa­de sono accese. La camera è elegante: sofà, pol­trone, tavolo da bridge, un fonografo, una radio.

(All'alzarsi del sipario, Marcella e Fernando sono appena entrati nella sala da pranzo. Marcella è in abito da colazione, gli uomini in smoking. Il dome­stico, che ha aperto la porta, la richiude).

Marcella                        -  Lasciamoli discutere. Sono noiosi tutti e due. Sediamoci e chiacchieriamo. (Al dome­stico) Perché chiudete la porta?

Il Domestico                 - Credevo di far bene, signora.

Marcella                        - (tra i denti)  Che imbecille. (A Nando) Perché non fumate?

Il Domestico                 - La signora me l'ha proibito.

Marcella                        - Ma non parlo a voi.

Il Domestico                 - Scusi, signora. (Esce).

Fernando                       - Perché non fumo? Perché ho smesso di fumare.

Marcella                        - Da quando?

Fernando                       - Da un paio di mesi.

Marcella                        - Perché? Il cuore?

Fernando                       - No, lo stomaco. Parola. Da quando non fumo digerisco veramente molto meglio. E soprattutto dormo meglio.

Marcella                        - Eppure il tabacco è un narcotico.

Fernando                       - Errore! E' un eccitante.

Marcella                        -  Dovreste dirlo a Maurizio che non fa che lamentarsi per la pesantezza di stomaco dopo i pasti e non s'addormenta mai prima delle quattro di mattina.

Fernando                       - Maurizio rientra tutte le notti alle quattro?

Marcella                        - No, s'addormenta alle quattro.

Fernando                       - Ah, bene. Mi pareva.

Marcella                        - Fategli una predica.

Fernando                       - Non c'è niente da fare. Conosco Maurizio da vent'anni e ha sempre seguito un re­gime di vita deplorevole. Mangia come un orco, fuma come un turco e non fa un passo.

Marcella                        - Non trovate che ha una pessima cera?

Fernando                       - Oh no. E mi sembra quasi ingiu­sto, dopo tutto. (Entra il domestico ed offre una scatola di sigari chiusa a Fernando) No, grazie.

Marcella                        -  Perché offrite una scatola chiusa?

Il Domestico                 - Ho sentito che il signore non fuma.

Marcella                        - Allora perché gli portate dei sigari?

Il Domestico                 - Perché il signore m'ha detto di farlo. Io non so più cosa debbo fare, io, qui dentro.

Marcella                        - Bene. Vi dirò domani quel che dovete fare.

Il Domestico                 - Oh! Bene così, signora... con piacere! (Esce).

Fernando                       - Credo che avrei dovuto dire addio a quell'uomo, eh?

Marcella                        - Ah! Vi giuro che non lo vedrete più. Sarebbe una sciocchezza non approfittare di quest'occasione per metterlo alla porta. Non solo è stupido, ma per di più è malvagio. D'altra parte, quando certa gente non piace, bisogna sbatterla su­bito fuori. Siamo stati stupidi, Maurizio ed io, a tol­lerare per tre settimane la presenza di quel ragazzo che non possiamo assolutamente soffrire. Lo dete­stiamo, lui lo sa bene... e ci contraccambia; così che viviamo in un'atmosfera di odio reciproco che trovo odiosa.

Fernando                       - Della quale non c'è bisogno.

Marcella                        - Oh, e poi è troppo piccolo e grosso.

Fernando                       - Avreste potuto accorgervene prima.

Marcella                        - L'abbiamo assunto da un momento all'altro, perché il nostro s'era ammalato e ci occor­reva qualcuno per servire a tavola la sera stessa. Ave­vamo otto invitati a cena. Ma non so perché vi racconto tutte queste storie.

Fernando                       - Non mi annoio affatto.

Marcella                        - Se per caso sentite di qualcuno libero, siate cosi gentile...

Fernando                       - Ve lo dirò subito.

Marcella                        - In ogni caso, Maurizio vuole un uomo che abbia su per giù la sua statura.

Fernando                       - Perché gli porti via gli abiti?

Marcella                        - No, ma per servire, una statura media è ciò che c'è di meglio; è neutra.

Fernando                       - E' possibile.

Marcella                        - Vado ad avvertire Maurizio. Per­mettete... (Va alla porta della sala da pranzo) Ti annuncio che ho messo Ernesto alla porta.

Voce di Maurizio          - Brava. Grazie, cara, hai fatto benissimo. (Marcella torna a sedersi).

Fernando                       - Dite, Marcella, posso chiedervi chi è quel giovane che ha pranzato con noi stasera e che non avevo mai incontrato in casa vostra?

Marcella                        - E' un avvocato che abbiamo cono­sciuto l'estate scorsa a La Bourboule, e che piace molto a Maurizio.

Fernando                       - Un ragazzo intelligente.

Marcella                        - Molto... e per essere così giovane, com'è educato, vero?

Fernando                       - Forse un po' chiacchierone.

Marcella                        - Diamine, è avvocato: si allena. Però la conversazione stava diventando pesante. Non so se siete del mio parere, ma quel genere di discussione mi dà sui nervi.

Fernando                       - Soprattutto è inutile, inconcludente.

Marcella                        - E a me, mi irrita.

Fernando                       - Ah! Ah! Allora vi interessa.

Marcella                        - Forse senza saperlo.

Fernando                       - E sempre sullo stesso argomento?

Marcella                        - Sempre.

Fernando                       - Spero proprio che Maurizio mi conceda subito un minuto, dato che mi aveva in­vitato per parlare di un affare molto importante.

Marcella                        - Lo chiamo?

Fernando                       - No, no. Cambiando camera, cam-bierà discorso. Se li interrompete, ricominceranno tra cinque minuti. E' meglio che esauriscano l'argomento di là.

Marcella                        - (alzandosi) Accendo la radio?

Fernando                       - E' una di quelle cinque o sei cose di cui posso facilmente fare a meno. Non mi piace che mi si imponga la musica.

Marcella                        - Oh, allora vi farò sentire un disco.

Fernando                       - Imposto da voi, con piacere.

 Marcella                       - Maurizio non lo può soffrire, ma io l'adoro. (Prende un album di dischi e comincia a cercare).

Fernando                       - Mi raccomando, Marcella, non sen­titevi in obbligo di distrarmi, sapete! E poi, vi sfido a trovare un disco così piacevole da ascoltare quando ci siete voi da guardare.

Marcella                        - Grazie.

Fernando                       - Sapete, vi trovo sempre più bella.

Marcella                        - Perché mi guardate con gli occhi dell'amicizia.

Fernando                       - Non sono tuttavia sempre i più indulgenti. Maurizio è ancora geloso, qualche volta?

Marcella                        - Ancora? Maurizio non è mai stato geloso.

Fernando                       - Ah, sì. Non di voi, ma della prima moglie; e come.

Marcella                        - Avrà avuto le sue buone ragioni.

Fernando                       - Sì e no.

Marcella                        - Come «sì e no»? O è «sì» o è « no ».

Fernando                       - Era civetta.

Marcella                        - E allora diciamo sì, perché la ci­vetteria può portare molto lontano.

Fernando                       - In quel caso, al divorzio.

Marcella                        - Peggio per lei.

Fernando                       - E meglio per voi. Voi non siete civetta?

Marcella                        - Oh, no. E poi, tra noi, vi dico che non credo che donne civette si limitino ad essere civette. Se lo sono, è proprio perché si dica di loro « sì o no », e si abbiano dei dubbi sulla loro fedeltà.

Maurizio                        - (entrando con Claudio) Non do­mando che di lasciarmi convincere. Proviamo su­bito, è molto semplice. Bisogna essere in quattro?

Claudio                         - Tre, quattro, cinque... non ha im­portanza.

Maurizio                        - Cominciamo, allora.

Fernando                       - Che gioco vogliamo fare?

Claudio                         - Caro signore; non è un gioco.

Maurizio                        - No; vuol fare un po' di spiritismo col tavolino. Pretende di essere un medium straor­dinario.

Claudio                         - Veramente non ho detto di essere un medium straordinario, ho già fatto ballare i ta­voli una ventina di volte, e trovo l'esperimento estre­mamente interessante.

Fernando                       - Interessante?

Claudio                         - Ma sì, signore.

Fernando                       - Come può un giovane intelligente come voi parlare di imbecillaggini simili?

Claudio                         - Signore, mio zio, Paillaret, dell'Ac­cademia delle Scienze, tiene queste sedute tre volte la settimana, eppure non credo che si possa dire di lui che è un imbecille.

Fernando                       - Lungi da me l'intenzione di insul­tare vostro zio, ma mi meraviglio ancora una volta, e ciò non ha nulla d'offensivo, né per voi, né per la vostra famiglia, mi meraviglio che persone equi­librate possano passare il loro tempo in... lo ripeto, simili imbecillaggini.

Maurizio                        - Dici esattamente quel che ho ap­pena detto io.

Claudio                         - Cioè quel che dicono tutti coloro che non hanno assistito a una seduta seria, conclusiva.

Fernando                       - Ci sono sedute serie?

Marcella                        - E con risultati positivi?

Claudio                         - Certamente. Signora, lei aveva in­tenzione di uscire?

Marcella                        - Io? Manco per idea.

Claudio                         - Allora... una tavola.

Maurizio                        - Che tipo di tavola volete?

Claudio                         - Oh, una tavola comune... in legno.

Marcella                        - Prendete il tavolo da gioco, allora.

Claudio                         - Ah no, signora, dev'essere una tavola completamente in legno e possibilmente senza or­namenti di metallo.

Maurizio                        - (a sua moglie) Il tavolino rotondo che è nel tuo salotto, quello del telefono.

Marcella                        - Ma la parte superiore è in marmo.

Claudio                         - Eh no, non va.

Fernando                       - Non si pensa mai abbastanza, quando si mette su una casa..

Maurizio                        - Un momento, ho quel che vi oc­corre. (Esce).

Fernando                       - - Ah, ragazzo, ragazzo!

Claudio                         - Abbiate pazienza dieci minuti. Ne ho visti di più scettici di voi.

Fernando                       - E siete riuscito a convincerli?

Claudio                         - Completamente. Vi domando solo di non essere refrattario... di non opporre resistenza...

Fernando                       - Che cosa intendete dire?

Claudio                         - Intendo che se voi siete assoluta­mente convinto che non può succedere niente, non succederà nulla.

Fernando                       - Mi sembra che mi attribuiate un potere negativo molto grande.

Marcella                        - Ma, cos'è che può accadere?

Claudio                         - Eh, ma... degli scricchiolii, prima...

Fernando                       - Scricchiolii?

Claudio                         - Sì, piccoli scricchiolii nel tavolo.

Fernando                       - Che voi interpretate a vostro modo.

Claudio                         - No. Che noi interpretiamo secondo regole stabilite.

Marcella                        - Già, ma noi non siamo iniziati.

Claudio                         - Oh, ma è semplicissimo: un colpo per «sì», due per «no». Noi facciamo delle do­mande e lo spirito ci risponde; tutto qui.

Marcella                        - « Tutto qui », dice: « Tutto qui ». Anche se fosse solo così, sarebbe meraviglioso. Eh?

 Fernando                      - Potete dirlo.

Marcella                        - Ecco il disco che cercavo. (Mette un disco sul grammofono e sì sente la voce d'un ba­ritono americano che canta) « Piirlez-moi d'amour Redites-moi des choses tendres... ». Non è delizioso, con quest'accento?

Claudio                         - Delizioso.

Maurizio                        - (entra con un piccolo tavolo da cucina) Ancora quel disco orribile. Toglilo subito.

Marcella                        - Cattivo! (Toglie il disco).

Maurizio                        - Che dite della mia scoperta?

Claudio                         - Ottima. Proprio quel che ci vuole.

Maurizio                        - Prendiamo sedie o...

Claudio                         - No, no, sedie. Quelle della sala da pranzo andranno benissimo. Vi aiuto. (Escono).

Fernando                       - E' pazzia pura.

Marcella                        - Beh, se si divertono...

Fernando                       - Se ciò diverte semplicemente va benissimo; ma il pericolo di queste stupidaggini è che ci si può suggestionare.

Marcella                        - Credete?

Fernando                       - Son sicuro. E se si prendono queste cose sul serio, dove si va a finire? (Claudio e Mau­rizio rientrano trasportando due sedie per ciascuno).

Maurizio                        - Allora, come ci mettiamo?

Claudio                         - Oh, come si vuole.

Maurizio                        - Bene, sediamoci.

Fernando                       - Maurizio, di' allora...

Maurizio                        - Eh?

Fernando                       - Vorrei parlarti per cinque minuti di quel che sai...

Maurizio                        - Oh, senti, subito. Dopo.

Fernando                       - Come vuoi.

Maurizio                        - Siediti qua; io mi metto di fronte a Marcella. (Seggono intorno alla tavola dì legno. Maurizio di fronte a sua moglie, Vernando alla sua sinistra).

Marcella                        - (a Claudio) Allora, che facciamo?

Claudio                         - (che non è ancora seduto) Anzitutto, signora, bisogna spegnere le luci.

Fernando                       - (scettico) Ah ah.

Claudio                         - Non tutte, caro signore; ma quasi tutte per non essere distratti, per meglio concen­trare il pensiero. (Mentre parla cerca gli interruttori).

Marcella                        - (indicandoglieli) Vicino alla porta.

Claudio                         - Grazie. (Spenta la luce in mezzo, non rimangono accese che due lampade, una a si­nistra e una a destra) Così va benissimo. (Siede).

Fernando                       - E ora?

Claudio                         - Ora si posano le mani, o più esat­tamente la punta delle dita sulla tavola.

Marcella                        - Senza appoggiare?

Claudio                         - Naturalmente senza appoggiare; perché se improvvisamente la tavola comincia a girare o a sollevarsi, non bisogna che ci siano ostacoli.

Maurizio                        - Credete che si alzi?

Claudio                         - . Se tutti e quattro abbiamo abba­stanza fluido, non c'è ragione che non accada. Sol­tanto, è necessario concentrare il pensiero.

Maurizio                        - Io mi sto concentrando. (A Fer­nando e Marcella) Fatelo anche voi.

Fernando                       -  Ma non domando di meglio. A che cosa debbo pensare?

Claudio                         - A niente.

Fernando                       - Presto detto. Si pensa sempre a qualcosa.

Claudio                         - Voglio dire di pensare a questo.

Fernando                       - Che « questo »?

Claudio                         - A questo che stiamo facendo. Pen­sate che volete che gli spiriti ci rispondano... e pen­sateci con tutte le vostre forze.

Fernando                       - Proviamo.

Maurizio                        -  (a sua moglie) Ci pensi, tu?

Marcella                        - Ma certo. Lo vedi bene che penso... e tu mi disturbi domandandomelo.

Maurizio                        - Ma non abbiamo ancora cominciato.

Marcella                        - E invece si, dato che io ci penso già.

Maurizio                        -  Sì, ma non bisogna esagerare.

Claudio                         - Soprattutto non bisogna parlare.

Marcella                        - Giusto. Se si fa una cosa bisogna farla sul serio, altrimenti non vale la pena.

Maurizio                        - Bene bene, cominciamo. (Quaranta dita sono posate sulla tavola. 1 loro sguardi si fis­sano sul centro della tavola come se veramente da quel punto scaturissero tutte le possibilità. Silenzio assoluto. Dopo mezzo minuto).

Fernando                       - Vi chiedo perdono, ma per semplice curiosità vorrei sapere quanto tempo dobbiamo rima­nere così immobili.

Claudio                         - Quattro o cinque minuti.

Fernando                       - Ah! bene. Meraviglioso.

Maurizio                        - Sei già stanco?

Fernando                       - No, ma siccome non conosco le re­gole del gioco, non vorrei impegnarmi a passare tutta la notte in questa posizione.

Marcella                        -  Non parlate, per piacere.

Fernando                       - Non dirò più una parola. (Eccoli di nuovo tutti e quattro immobili e silenziosi. Una pausa).

Marcella                        - Ah! Ah!

Maurizio                        - Che c'è?

Marcella                        - Ho sentito qualcosa.

Maurizio                        - Come?

Marcella                        - Sì, nel braccio, in tutto il braccio; come una stretta.

Maurizio                        - Sarà un crampo...

Claudio                         - No, accade così, a volte.

 Maurizio                       - Ed è buon segno?

Claudio                         - Di solito sì.

Maurizio                        - Bene, allora zitti. (Pausa di silenzio) Ah!

Claudio                         -  Sì.

Fernando                       - Cosa sì?

Claudio                         - Comincia.

Maurizio                        - La tavola ha scricchiolato, son si­curo. (A Vernando) Non hai sentito?

Fernando                       - Questo no, francamente.

Marcella                        - Maurizio, ti prego, taci.

Maurizio                        - Di nuovo!

Claudio                         -  (a Fernando) Li avete sentiti, questa volta?

Fernando                       - Chi?

Claudio                         - Gli spiriti.

Fernando                       - Beh, gli spiriti, non saprei... ma ammetto d'aver sentito un cigolìo.

Claudio                         - Di nuovo!

Fernando                       -  Son sicuro che è la tavola o lo schie­nale della sedia.

Maurizio                        - Ecco, ancora.

Marcella                        - Vi giuro, in ogni caso, che è la tavola che scricchiola.

Claudio                         -  (a Fernando) Signore, volete provare a far cigolare lo schienale della vostra sedia? (Fer­nando prova. Cigolìo).

Fernando                       - Ah!

Claudio                         - Ecco, è la tavola di nuovo. Ora gli spiriti risponderanno. Sono sicuro. Al prossimo ru­more cominceremo le domande. (Pausa. Cigolìo. Non è necessario che il pubblico lo senta. E' sufficiente che gli attori diano l'impressione dì averlo sentito).

Marcella                        - Ecco.

Claudio                         -  (parla alla tavola) Spirito, ci sei? Se ci sei batti un colpo, se non ci sei due colpi. (Crac).

Maurizio e Marcella      -  (insieme) C'è.

Claudio                         - Vuoi parlarci. (Crac) Sì? Bene. Vuoi dirci chi sei? (Crac) Sì. Allora ce lo dirai tu stesso. A...b...c...d...e...f... (Maurizio sternutisce).

Marcella                        - Oh!

Maurizio                        - Beh, non è colpa mia.

Claudio                         - Peccato.

Fernando                       - Meno male che non è successo a me. Avreste detto che l'avevo fatto apposta.

Claudio                         - Ricomincio: a...b...c...d...e...f...g...h... i...l...m...n... (Crac).

Maurizio e Marcella      - Ah!

Claudio                         - N. Comincia per N. Continuo: a... (Crac).

Maurizio, Fernando e Marcella          - Ah!

Maurizio                        -  N, a. Na? E' di sicuro Napoleone.

Fernando                       - Purché non sia Nabucodònosor. (Claudio fa un gesto desolato).

Claudio                         - Continuo: a...b...c...d... (Crac).

Maurizio                        - Ah!

Fernando                       - Dunque: n, a, d... Nad.

Claudio                         - A...b...c...d...e...f...g...h...i... (Crac).

Marcella                        - Così?

Maurizio                        - Fa Nadi.

Claudio                         - A... (Crac).

Marcella                        -  Ah! Mio Dio, è mamma.

Maurizio                        - Come, tua mamma?

Marcella                        - Si chiamava Nadia, la mamma. (Urlando verso la tavola) Mamma, sei tu?

Maurizio                        - Non gridare così.

Marcella                        - E' la mamma, son sicura.

Claudio                         - Signora, non si agiti... lo sapremo subito. Spirito, sei tu la mamma della signora Dal masseau? (Crac-crac).

Marcella                        - Due colpi.

Claudio                         - Dice di no.

Marcella                        - Che peccato.

Fernando                       - Perché?

Marcella                        - Non so, mi avrebbe fatto piacere.

Fernando                       - Aver sue notizie?

Marcella                        - Non scherzo.

Fernando                       - Neanch'io, signora.

Claudio                         - Volete tacere, per cortesia? Non fa­remo nulla di serio in questo modo. (Alla tavola) Nadia, sei tu? (Pausa) Nadia, ci sei? (Pausa) Nadia?

Maurizio                        -  (distratto) Allò? (Riprendendosi) Scusate. (Crac).

Marcella                        - Ha risposto.

Fernando                       - Sarà una vecchia impiegata del telefono.

Claudio                         - Ah, gli scettici, sono terribili... Nadia, ci sei? (Crac).

Claudio, Marcella e Maurizio -  (insieme) Sì.

Claudio                         - Vuoi parlare a uno di noi? (Crac).

Marcella                        - Sì.

Claudio                         - A me? (Crac-crac).

Maurizio                        - No.

Claudio                         - Al signor Dalmasseau? (Crac-crac).

Marcella                        - No.

Claudio                         -  Alla signora Dalmasseau? (Crac-crac).

Maurizio                        - No.

Claudio                         -  Allora, al signor Roussel? (Crac).

Claudio, Marcella e Maurizio -  (guardando fissi Fernando) Sì.

Fernando                       - A me?

Maurizio                        - Eh! Già.

Fernando                       - Ma figuriamoci. Ci dev'essere un errore. Io non ho mai conosciuto una Nadia.

Claudio                         - Io non l'ho inventato.

Fernando                       - Non dicevo che abbiate inventato il nome.

Maurizio                        - Non c'è che domandarle che cosa desidera...

 Claudio                        - Vuoi parlargli? (Crac) Bene. Allora l'hai conosciuto? (Crac) Bene. Vuoi dirci una parola che l'aiuti a ricordarsi di te? Comincio: a...b...c... (Crac).

Maurizio                        - Ah!

Claudio                         - Permettete, preferirei continuare a decifrare io.

Maurizio                        - Ma io dicevo ah!, perché avevo sentito... -

Claudio                         - Bene, scusate. Allora abbiamo detto e. Continuo: a... (Crac).

Marcella e Maurizio      - Sì.

Claudio                         - Dunque, e, a. Continuiamo: a...b... c...d...e... (Crac).

Maurizio                        - E...

Fernando                       - Dunque e, a, e. Ma non è fran­cese. (Tenta di ripetere) Caé, caé, caé.

Maurizio                        - Caen...

Fernando                       - Che dici?

Maurizio                        - Caen! E' la città di Caen.

Marcella                        - E' vero.

Claudio                         - E' Caen che vuoi dire? (Crac).

Marcella                        - Sì.

Claudio                         - Eh, ben. Caen. Vi dice: Caen.

Fernando                       -  Carino da parte sua, ma...

Claudio                         -  Non vi dice proprio niente?

Maurizio                        -  Sei mai stato a Caen?

Fernando                       - Sì, da militare.

Claudio                         - Ecco, bene.

Fernando                       - Cosa «ecco bene»?

Claudio                         -  No, volevo dire che probabilmente avete avuto un'avventura a Caen.

Fernando                       - Un'avventura? Quale avventura?

Claudio                         - Ma non so, signore. Ad ogni modo vi posso dare la mia parola d'onore che non sapevo che da militare siete stato a Caen. (Fernando si alza).

Maurizio                        - Insomma, vecchio mio, puoi ben aver avuto un'avventura a Caen, e dopo tanto tem­po averla dimenticata. A vent'anni, sotto le armi, si dorme a destra e a sinistra; si va anche in certe pensioni in cui, scusa cara, se ne parlo davanti a te, ma insomma non sei una ragazzina, in cui la padrona porta un nome che non è il suo. Proba­bilmente quella Nadia si chiamava forse Carmen.

Claudio                         - O Manon.

Maurizio                        - O Mirella.

Marcella                        - O Mignon.

Maurizio                        - Sì, perché insomma, è strano, e già l'avevo notato passando davanti all'Opéra-Comique. Il manifesto della settimana fa a volte una strana impressione. C'è Carmen, Luisa, Manon... perfino una negra, Lakmé.

Marcella                        -  (a Fernando) Dunque non vi ri­cordate d'una Nadia che..;

Fernando                       - No, cara amica, affatto affatto.

Maurizio                        - E dire che ti vedo così bene, in divisa del 1900, offrire il braccio a una bella don­nina, rossa e formosa... io Nadia la vedo così.

Fernando                       - Ebbene, amico mio, hai occhi mi­gliori dei miei. (Gli altri hanno l'impressione che Fernando sia un po' contrariato) Che ne direste di un pokerino, tanto per riposarsi le idee?

Marcella                        - No, grazie. Questo è troppo inte­ressante. Continuiamo.

Maurizio                        - Ti ci sei fissata, eh?

Marcella                        - Fissata no. Ma io, che non ci cre­devo, confesso che trovo l'esperimento straordinario.

Fernando                       - Straordinario?

Marcella                        - Proprio.

Maurizio                        - Ciò che è comunque curioso, vec­chio mio, è che le parole si formino da sole...

Fernando                       - Da sole?

Claudio                         -  Sissignore, proprio così. Non crede­rete, spero, ch'io vi voglia prendere in giro. Non avrebbe senso. Perché dovrei farlo con dei cari amici come voi?

Fernando                       - Non vi accuso di prendere in giro. Anzi, voi siete perfettamente convinto che quei piccoli scricchiolii hanno un significato... che voi attribuite loro, senza rendervene conto.

Claudio                         - In ogni caso, caro signore, come li potete spiegare?

Fernando                       - Che cosa, gli scricchiolii? Ma son dati dal calore. Semplicemente.

Maurizio                        - Che calore?

Fernando                       - Quello che si sprigiona da quat­tro persone e che fa muovere il legno.

Claudio, Maurizio e Marcella            - Oh! Oh!

Fernando                       - Non fate tanto oh, amici miei; è notorio che il legno scricchiola quando lo si ri­scalda. Non credo agli spiriti, ma credo all'elet­tricità. Tutti siamo carichi d'elettricità.

Maurizio                        - Va bene. Ammettiamo che il caldo faccia scricchiolare il legno. (A Marcella) Marcella, dacci qualcosa da bere, per piacere. (La cameriera entrata poco prima, aveva deposto un vassoio con delle bibite. A Fernando) Spiegami però come suc­cede che con questi scricchiolii si riesce a comporre delle parole.

Fernando                       - Coincidenze. Non sono altro che delle piccole coincidenze alle quali mi rifiuto di dare una qualsiasi importanza.

Claudio                         - Liberissimo di farlo.

Fernando                       - E allora d'accordo. Voi vi tenete il vostro punto di vista e io il mio.

Maurizio                        - Perfettamente... e allora conti­nuiamo.

Fernando                       - Se non vi spiace, io smetto.

Marcella                        - Ah! no.

 Fernando                      - E' proprio indispensabile essere in quattro?

Maurizio                        -  (a Claudio) Ma certo. Non è vero?

Claudio                         - No, veramente non è necessario.

Fernando                       - E allora. (Si alza, e andando verso il tavolino da gioco prende un mazzo di carte) Preferisco un solitario : a ciascuno i suoi gusti. (Marcella intanto offre dell'aranciata. Solo Maurizio ac­cetta. Intorno alla piccola tavola da cucina si sono rimessi loro tre: Claudio, Maurizio e Marcella. Crac).

Claudio, Maurizio e Marcella            - Ah!

Maurizio                        - E' stato fortunatissimo, questa volta.

Fernando                       - Che succede?

Maurizio                        - C'è stato un colpo prima che po­sassimo le mani.

Fernando                       - Oh, è superbo!

Marcello                        - Maurizio, dobbiamo rispondere.

Maurizio                        - Su, su! Posso parlargli io?

Claudio                         - Prego.

Maurizio                        - Spirito, ci sei?

Marcella                        - Mi sembra che la tavola si sia sollevata.

Claudio                         - Presto, allora, in piedi. (Eccoli tutti e tre in piedi con le mani ancora appoggiate alla tavola. Fernando li guarda con un sorriso).

Maurizio                        - Spirito, ci sei? (Crac).

Marcella                        - Sì.

Maurizio                        - Che cosa debbo domandargli?

Claudio                         - Domandategli se vuol dire il suo nome.

Maurizio                        - Vuoi dirci chi sei? (Crac-crac).

Marcella                        - No.

Maurizio                        - No? Oh bella.

Claudio                         - Ma vuoi parlare? (Crac).

Maurizio                        - Sì.

Marcella                        - Dunque, volete parlare senza dire il vostro nome? (Crac).

Claudio                         -  (a Marcella) Non dategli del voi.

Marcella                        - Ah no?

Claudio                         - No.

Marcella                        - Si seccano?

Claudio                         - No, ma non sono abituati.

Maurizio                        - Comincio io: a... b... e... d... e... f...g... h...i... 1... m... (Crac).

Claudio                         - M.

Maurizio                        - A... (Crac).

Claudio                         - M, a: ma.

Marcella                        - Faccio un po' io, ora.

Maurizio                        -  (a Claudio) Non pregiudica cam­biare a mezzo d'una parola?

Claudio                         - Oh, no.

Maurizio                        - Ma tu sei capace?

Marcella                        - Certo, ecco: a...b...c...d...e...f...g... h...i... (Crac).

Fernando                       - Fa «mai», allora,

Marcella                        - Mai? Che vuol dire?

Claudio                         - Sarà meglio essere proprio sicuri.

Marcella                        - A...b...c...d...e.,.f...g...h...i... (Crac) Si, è mai.

Maurizio                        - Che vuol dire?

Claudio                         - Glielo chiediamo.

Maurizio                        - Ci si potrebbe rimettere a sedere?

Claudio                         - Sì, sì. (Si risiedono) Spirito, è pro­prio la parola « mai » che hai voluto dire? (Crac) Bene. E questa parola si riferisce a uno di noi? (Crac) Sì. Alla signora Dalmasseau? (Crac-crac) No. A me? (Crac-crac) No.

Maurizio                        -  (a Fernando) Vedrai che l'hanno ancora con te.

Fernando                       - No, io ormai sono fuori.

Claudio                         - Si riferisce al signor Dalmasseau? (Crac) Sì.

Marcella                        - Maurizio, è per te.

Maurizio                        - Per me?

Marcella e Claudio        - Ma sì.

Maurizio                        - Bene.

Marcella                        - Qualcuno ti dice « mai ».

Maurizio                        - E chi sarà?

Claudio                         - Domandateglielo.

Maurizio                        - Puoi dire il tuo nome? (Crac).

Claudio                         - Sì.

Maurizio                        - T'ascolto. (Tende l'orecchio).

Claudio                         - Ma no, bisogna scandire.

Maurizio                        - Ah, già, è vero: a...b...c...d... (Crac).

Marcella                        - D...

Maurizio                        - E...f...g...h...

Claudio                         - Ma no, ricominciate.

Maurizio                        - Ah, sì, scusate: a... (Crac).

Claudio e Marcella        - Fa «da»...

Maurizio                        - A...b...c...d...e...f...g...h...i...l...m...n... (Crac).

Marcella                        - Fa « dan »

Fernando                       - Danton.

Maurizio                        - Zitto zitto... a...b...c...d...e...f...g... h...i... (Crac) Ecco!

Marcella                        - Cosa?

Maurizio                        - Nulla, nulla: a...b...c...d...e... (Crac) E' Daniele! (Livido) Daniele, sei tu? (Crac).

Claudio                         - Sì.

Marcella                        - Chi è Daniele?

Maurizio                        - E' uno... uno che conobbi molti anni fa. (Rivolgendosi alla tavola) E siete voi che poco fa avete detto « mai »? (Crac).

Claudio e Marcella        - Sì.

Claudio                         - Non dategli del voi.

 Maurizio                       - Non gli ho mai dato del tu; mi sentirei imbarazzatissimo. (Alla tavola) E quella pa­rola si riferisce... a quel che io suppongo? (Crac).

Marcella                        - Sì.

Maurizio                        -  (rivolgendosi a Claudio e Marcella e anche a Fernando) Vorrei che ci lasciaste soli.

Claudio                         - Non credo che potreste continuare il colloquio, rimanendo solo.

Maurizio                        -  (seccato)  Bene. (Alla tavola) Ascol­tatemi, Daniele, e cercate di capirmi anche se parlo a metà. Poiché mi avete detto «mai», potete vera­mente giurarmi che quella cosa a cui penso non si è « mai » verificata? (Crac).

Claudio                         - Sì. (Fernando dopo un istante si è alzato, è nervoso).

Maurizio                        - Ascoltatemi bene, Daniele. Vi ren­dete conto della gravità di quel che state per fare?

Fernando                       - Dovreste smetterlo questo gioco, ragazzi.

Maurizio                        - No, lasciatemi! Daniele, mi ero completamente ingannato? (Crac).

Claudio e Marcella        - Sì.

Maurizio                        - In questo momento penso una cosa. Risponde sì o no. (Crac-crac).

Claudio                         - No.

Maurizio                        -  (pallido, passandosi la mano sulla fronte) E' spaventoso.

Fernando                       - Non continuare. E' ridicolo.

Maurizio                        - Perché ridicolo?

Fernando                       - Perché... credimi.

Marcella                        - Ma chi è questo Daniele del quale non ho mai sentito parlare?

Maurizio                        - Una persona che ho conosciuto molto tempo fa, te l'ho detto.

Marcella                        - E cosa c'è stato tra voi?

Maurizio                        - Una cosa molto grave.

Marcella                        - Che tu m'ayevi nascosto?

Maurizio                        - Sì, cara.

Marcella                        - Che genere di rapporti avevate?

Maurizio                        - Era un giovane che avevo assunto come segretario.

Marcella                        - E tu l'hai ucciso?

Maurizio                        - Perché dici che l'ho ucciso?

Marcella                        - Ma, io...

Maurizio                        - Perché dici questo?

Marcella                        - Non so... gli hai parlato in tono così strano. (Maurizio passeggia in su e in giù. E' tormentato).

Claudio                         - Mi spiace di essere involontariamente responsabile di una contrarietà che...

Maurizio                        - No, non rimpiangete nulla. Ma posso dirvi che è successo qualcosa di fantastico... fantastico. E piuttosto che immaginiate delle cose inesatte, vi dirò io quel che è successo vent'anni fa, e comprenderete allora che razza di emozione ho provato. (A Marcella) Tu permetti, cara?

Marcella                        - Ma certo!

Maurizio                        - Mi sposai a ventidue anni. La mia prima moglie era la figlia del dottor Briangon. Tre anni dopo il matrimonio mi associai con Chardonneret e come segretario presi suo nipote Da­niele. Era un ragazzo fine, distinto... (a Claudio) che vi rassomigliava un poco. (Claudio s'inchina mormorando «grazie ». Pausa. Claudio e Marcella sono imbarazzati. A Fernando) Ricordi?

Fernando                       - No.

Maurizio                        - Era il periodo delle vacanze, e può darsi che tu non l'abbia conosciuto. Noi era­vamo in Bretagna, in una tenuta che avevo affit­tato a Pont Aven. Una sera, dopo pranzo, ho avuto improvvisamente l'impressione che tra lui e mia moglie ci fosse quel che si chiama «qualcosa».

Fernando                       - Perché racconti?

Maurizio                        - Per liberare la mia coscienza. Non era che una mia impressione, ripeto, una specie di intuizione... eppure sapete cos'è l'intuizione, non è vero? (Guarda sua moglie e Claudio) E' qualcosa di terribile da cui è meglio proteggersi. Purtroppo quella sera non seppi dominare il sen­timento che provavo. Feci cenno di seguirmi in giardino...

Marcella                        - A lei?

Maurizio                        - A lui. E là, di colpo, senza per­mettergli di difendersi, senza lasciargli il tempo di aprir bocca...

Marcella                        - L'hai ucciso!

Maurizio                        - Ma no! Non l'ho ucciso, perché continui a dire che l'ho ucciso? E' odioso. Senza lasciargli il tempo di aprir bocca, lo pregai di an­darsene immediatamente. Eravamo vicini al ga­rage, col dito gli indicai la sua automobile. Lui saltò al volante e scomparve nella notte. Non l'ho mai più rivisto. Otto giorni dopo partì per il Su­dan e, senza dubbio, morì laggiù.

Marcella                        - Ah! E' morto?

Maurizio                        -  (additando la tavola) Evidente­mente.

Fernando                       - Tu sapevi che era morto?

Maurizio                        - Lo supponevo e questa è la prima prova che ho.

Fernando                       - Oh!

Maurizio                        - Sì, nonostante le formali proteste di mia moglie, ebbi sempre la certezza che quel ragazzo s'era ucciso per amore. Alcuni anni più tardi divorziammo, per tutt'altri motivi, e da al­lora non pensai più che due o tre volte all'anno a quella triste storia. Ma ora questo fatto che è appena successo, mi fa rivivere quel periodo in modo sconcertante... poiché quel ragazzo mi giura di non aver mai, ecco la parola « mai » a cosa si riferisce, mai alzato gli occhi su colei che allora portava il mio nome.

Fernando                       -  Bene; però, caro Maurizio, anche a costo di offenderti, devo dirti che in questo mo­mento mi sembri proprio stupido. (A Claudio) Ecco dove portano le vostre bambinate. (Claudio si alza).

Maurizio                        - Lasciate che gli risponda io. Tu sei libero di pensare che si tratta di stupidaggini, e io di credere che ciò che è successo sia una ma­nifestazione dell'Ai di là. (Fernando alza le braccia al cielo) Perché alzi le braccia al cielo?

Fernando                       - L'Al di là.

Maurizio                        - Chiamalo come vuoi: Spiriti, De­stino o Al di là; ma non vorrai negare che la vita ci porta costantemente la testimonianza d'una po­tenza sconosciuta, superiore alla nostra.

Fernando                       - Eccolo oratore, adesso! Povero ami­co, non m'importa proprio nulla di tutto ciò, ma mi sembra che tu stia prendendo lucciole per lanterne, e non so se hai il diritto di confondere lo spiritismo con il buon Dio.

Maurizio                        - E perché non ne avrei il diritto?

Fernando                       - Domandalo al confessore.

Maurizio                        - Non mi confesso mai.

Fernando                       - Ma sei cattolico, no?

Maurizio                        - Certo che son cattolico.

Fernando                       - E credi in Dio?

Maurizio                        - Credo in Dio e sono convinto che ci sia l'Al di là...

Fernando                       - Ah, tu credi che ci sia un Paradiso e un Inferno?

Maurizio                        - Sì.

Fernando                       - Non me l'avevi mai detto.

Maurizio                        - Non ne facevo un mistero.

Fernando                       - Lo stesso. Dunque tu credi all'In­ferno e al Paradiso, ma non ti confessi e non vai a Messa.

Maurizio                        - Come la maggior parte dei veri cre­denti, non sono praticante.

Fernando                       - Comodo! Mi hai l'aria del rivo­luzionario, tu, e mi piacerebbe sapere come ti rap­presenti il buon Dio.

Maurizio                        - Eh! Non me lo rappresento affatto. Ecco la mia superiorità su di te.

Fernando                       - E chi t'ha detto che io me lo rappresento?

Maurizio                        - Già, è vero, tu non credi in Dio.

Fernando                       - No, caro amico, non ancora.

Maurizio                        - Non credi alla vita eterna?

Fernando                       - Non credo a niente di niente.

Maurizio                        - Ebbene, peggio per te. Io invece non mi sono affatto costruito, checché''tu dica, una religione per mio uso e consumo, ma penso semplicemente che l'Al di là è un mistero, e noi siamo nell'impossibilità di chiarirlo. Se riuscissimo solo a concepirlo, cesserebbe d'essere l'Al di là. E a mio umile parere, farsi una immagine del buon Dio, è quasi un sacrilegio. Vedi fin dove arrivo. Vec­chio mio, un'ora fa, io ero completamente della tua opinione circa lo spiritismo, e nemmeno per un regno avrei potuto parlarne seriamente. Perché? Perché mai, fino ad oggi, avevo assistito a una qualsiasi manifestazione di ciò che si chiama « spi­ritismo»... e, quantunque io non sia praticante, provavo una specie di disagio pensando che c'era della gente che poteva avere una nuova prova dell'esistenza di Dio. Ma quel che è successo mi dà da pensare, lo confesso francamente, e mi fa con­testare a Dio il potere e il diritto di manifestarsi a noi (indicando la tavola) così: è questo che ora io chiamo assurdità.

Fernando                       - Va bene, caro Maurizio, solo che è proprio con delle idee simili, con una conversa­zione del genere, che si passano le notti bianche e che, svegliandosi il giorno dopo, si è morti di stan­chezza. E' mezzanotte e mezzo, l'ora in cui le per­sone che non credono all'Ai di là vanno a dormire. Buona notte, cara amica. (Bacia la mano a Mar­cella) Arrivederci, avvocato. (Ha stretto la mano a Claudio. A Maurizio) E ascoltami bene, quantun­que tu non sia ora in grado di parlare di cose se­rie. Santonay verrà nel mio ufficio domani alle due. Ti consiglio di venirci. Ci sono tre ipoteche... dun­que sarebbe stupido non interessarsene. A doma­ni... e cerca di dormire.

Maurizio                        - A domani.

Fernando                       - Te la sei presa?

Maurizio                        - (che se l'è presa)  Per nulla. (Mar­cella aveva suonato ed entra la cameriera).

Marcella                        - Accompagnate il signore. (Fer­nando e la cameriera escono).

Claudio                         - Sono veramente mortificato d'essere stato la causa involontaria di questa discussione.

Maurizio                        -  (lasciandosi cadere in una poltrona) Ma figuriamoci. Nient'affatto.

Marcella                        - (avvicinandoglisi) Sei stanco?

Maurizio                        - Un po' nervoso... preoccupato.

Marcella                        - E come hai fumato... spaventoso! Più di venti sigarette.

Maurizio                        - Non c'è nulla di più esasperante delle persone scettiche.

Marcella                        - Calmati, ti prego. Ora, per farmi piacere prenderai un infuso di tiglio. (Suona).

Maurizio                        - Cos'hai detto? Ma è orribile.

Marcella                        - Sì, caro, è orribile, ma calma i nervi. Tu dormi sempre così male, figuriamoci sta­sera. (Entra la cameriera) Ed Ernesto non c'è?

La Cameriera                - E' uscito, signora.

 Marcella                       - Uscito?

La Cameriera                - Da più di un'ora, signora.

Maurizio                        - Ma come, uscito?

La Cameriera                - Sì, signore.

Maurizio                        -  Ah, sì? E va bene. Non farà nep­pure gli otto giorni. Voglio che se ne vada imme­diatamente. (A Marcella) Hai capito?

Marcella                        - Sì, caro.

Maurizio                        - E non parlarmi come se fossi ma­lato! Non voglio che rimanga un'ora di più.

Marcella                        - Ma non posso buttarlo fuori. Lo è già.

Maurizio                        - Dove?

Marcella                        - Fuori. Aspetta almeno che rien­tri, per metterlo alla porta. (Alla cameriera) Fate subito un infuso di tiglio per il signore.

La Cameriera                - Sì, signora. (Esce).

Maurizio                        -  (a Claudio) E voi, credete al tiglio?

Claudio                         - Soffro anch'io d'insonnia e credo a una sola cosa: a questo. (Ha tirato fuori dalla ta­sca una minuscola scatoletta).

Maurizio                        - Che cos'è?

Claudio                         - E chi lo sa? Non so mai quel che prendo. Da dieci anni mi cura un medico omeo­patico e ne sono soddisfattissimo. Appena si sa ciò che si prende, appena si conoscono le dosi delle medicine, non fanno più alcun effetto. Bisogna farsi curare ad occhi chiusi.

Maurizio                        -  Tranne che dall'oculista. Ma que­sti domestici che piantano il servizio a questo modo!

Claudio                         - Voi dormite poco o male?

Maurizio                        - Eh? Dormo... male e poco.

Claudio                         - Mio caro, niente paura; prendete due delle mie pillole e dormirete come un angelo.

Maurizio                        - Credete?

Claudio                         - Son sicuro.

Maurizio                        - Non sarà pericoloso, a volte?

Claudio                         - Pericoloso? Ma le prendo tutte le sere. (Portano l'infuso) Prendetele con l'infuso, e se non dormirete otto ore vi darò un bel biglietto da mille franchi domattina, nuovo di zecca.

Marcella                        - Ma cosa gli date?

Claudio                         - Due piccole pillole, signora, che lo faranno dormire come forse non ha mai dormito in vita sua.

Marcella                        - Non sarà Veronal?

Claudio                         - No, signora, non ha nome. Si tratta di omeopatia. Non temete, io le prendo tutte le sere. (A Maurizio) Ecco.

Maurizio                        - (a sua moglie) Se muoio, tu rac­conterai come sono andate le cose.

Marcella                        - Scherzi di cattivo genere.

Maurizio                        - Le prenderò una alla volta...

Claudio                         - Perché?

Maurizio                        - Preferisco.

Claudio                         - Bisogna prenderne due.

Maurizio                        - L'altra tra un minuto. (Prende una pillola e beve d'un fiato tutta la tazza di tiglio) Ac­cidenti!

Marcella                        - Cos'hai? (Maurizio non risponde) Ma cos'hai?

Maurizio                        - Brucia da morire.

Claudio                         - Brucia?

Maurizio                        - Ah! Sì...

Claudio                         - Ma è il tiglio.

Maurizio                        - No, il tiglio non brucia.

Claudio                         - Già, ma l'acqua calda sì. Avete but­tato giù la tazza d'un colpo. Sentite la teiera.

Maurizio                        - Può darsi.

Claudio                         - E' così.

Marcella                        - E ora dovresti andare a letto.

Maurizio                        - Beh, tra dieci minuti.

Marcella                        - Ma perché? E' meglio aspettare il sonno nel proprio letto, no? (A Claudio) Non trovate anche voi?

Claudio                         - Credo anch'io.

Maurizio                        - Ci vado tra un minuto.

Claudio                         - E quell'impressione di bruciore?

Maurizio                        - Passata, grazie.

Claudio                         - Allora, prendete la seconda pillola.

Maurizio                        - Sì. Datemi il mio tiglio.

La Cameriera                - Ecco, signore. (Glielo versa).

Maurizio                        - Come m'ha fatto arrabbiare, quel Fernando.

Marcella                        - E' finito, è finito.

Maurizio                        - Sì, è finito, ma mi ha fatto arrab­biare lo stesso. Se era idiota, quel che diceva! E poi, si può non credere in Dio?

La Cameriera                - E' un fatto.

Maurizio                        - Come dite?

La Cameriera                - Dico che è un fatto.

Maurizio                        - Ah, bene. Ci credete, in Dio, voi?

La Cameriera                - Certo, signore.

Maurizio                        - Me ne compiaccio. (Ha inghiot­tito la seconda tazza e la seconda pillola) Solo il fatto di negarne l'esistenza è già un'ammissione, se­condo me.

Marcella                        - Non snervarti, caro.

Maurizio                        -  Non mi snervo. Ci si snerva solo quando si discute. Ora, noi non discutiamo, chiac­chieriamo. Come si può non credere all'Ai di là, come non credere alla sopravvivenza? Coloro che dubitano del Paradiso, hanno paura dell'Inferno. Non hanno la coscienza tranquilla. Ebbene, volete che ve lo dica... se voi m'avete avvelenato con le vostre pillolette... ebbene, andrò certamente in Pa­radiso...

La Cameriera                - Oh! Cosa dice il signore?

 Marcella t                     - Il signore scherza. Andate di là, vi prego. (La cameriera esce impressionata).

Maurizio                        - Sì... andrò in Paradiso, perché... capite, mai ho commesso una brutta azione io... mai! Sì, ho potuto sbagliare, commettere un er­rore, ma non ho mai fatto niente di male sapendo e volendolo fare. Ho la coscienza pura, io... e an­che da piccolo, son sempre stato un essere dolce. Agnellino; mio nonno mi chiamava così: «Ecco l'Agnellino », diceva. Portava la papalina, il mio povero nonno. Anche il vostro?

Claudio                         - No.

Maurizio                        - Come mai?

Claudio                         - Non so.

Maurizio                        - Che buffo, Per me un nonno senza papalina non è un nonno. (Mostra qualche diffi­coltà ad articolare le parole, ha sua voce s'intene­risce, e le palpebre si abbassano pesanti) Ad ogni modo c'è una cosa che posso dirvi, ed è che quel povero Galileo non si sbagliava... ed è spaventoso, in questo momento, come gira veloce la terra, oh... oh... (Claudio e Marcella si sono alzati e lo guar­dano).

Claudio e Marcella        - Ci siamo... ci siamo... ecco che s'addormenta...

QUADRO SECONDO

Un angolo del Paradiso. Fiori, immensi fiori, e alberi da frutta. Un verde tenero copre la terra; panchine di muschio per sedersi. L'aria è iride­scente.

 (Al levarsi del sipario, un uomo è in scena, schiena al pubblico. E' vestito di bianco come un domenicano. E' S. Antonio da Padova. Due altre persone, pure vestite da frate con cappe rosse, en­trano in scena da un viale che serpeggia tra gli alberi. Accompagnano un uomo in abito nero, senza cappello: è Maurizio Dalmasseau. Lo presentano).

Primo Beato                  - Maurizio Dalmasseau.

Secondo Beato             - Industriale francese, nato a Cherbourg il 18 aprile 1888...

Primo Beato                  - Morto a Parigi l'8 gennaio 1933.

S. Antonio                    - Siate il benvenuto in Paradiso, figliuolo. (Lo abbraccia. I due beati salutano e s'al­lontanano) Eccovi ormai fra i beati. E siete venuto dritto in Paradiso; è cosa eccezionale, perché non avete cattive azioni sulla coscienza. La vostra esi­stenza fu pura da cima a fondo.

Maurizio                        - Non è vero?

S. Antonio                    -  Ma sì. Oggi voi siete ricompen­sato. Sedete. Prima di farmi le innumerevoli do­mande che, lo so, bruciano sulle vostre labbra, vi prego di raccontarmi come siete morto.

Maurizio                        - Ma con piacere... però vorrei sa­pere, se è possibile... con chi ho l'onore di parlare?

S. Antonio                    - Con Sant'Antonio da Padova.

Maurizio                        - Ah?!...

S. Antonio                    - Sì. Tralasciate ogni qualsiasi al­lusione circa gli oggetti smarriti.

Maurizio                        - Ah?

S. Antonio                    - Sì.

Maurizio                        - Ma perché? Non è vero?

S. Antonio                    - E' una cosa infantile.

Maurizio                        -  Da dove può venire la leggenda?

S. Antonio                    -  Non ne so niente. La vostra morte.

Maurizio                        - La mia morte. Dunque, noi ave­vamo passato la serata in casa, mia moglie, un vec­chio amico di casa e un giovane avvocato che conoscevo da poco tempo. Eravamo in quattro.

S. Antonio                    - So contare.

Maurizio                        - Scusate. In seguito ad un'animata conversazione avuta durante il pranzo, ci mettemmo a far parlare il tavolino su istigazione del giovane avvocato, devo dirlo. Posso aprire una parentesi?

S. Antonio                    - Prego.

Maurizio                        - C'è qui un giovane che si chiama Daniele Chardonneret?

S. Antonio                    - Daniele Chardonneret? No.

Maurizio                        - Ne siete... proprio... sicuro?

S. Antonio                    - Ah sì.

Maurizio                        - Scusate.

S. Antonio                    - Continuate. Ma non preoccupa­tevi dei particolari, li conosco.

Maurizio                        - Ah?

S. Antonio                    - Sì, il tavolino, la vostra agita­zione, la discussione teologica col vecchio amico, il vostro timore di non poter dormire, l'infuso di ti­glio di vostra moglie... le pillole che vi fece pren­dere...

Maurizio                        - Ma allora, se sapete tutto, perché mi fate raccontare quel che è successo?

S. Antonio                    - Perché non so se ne siete al cor­rente voi.

Maurizio                        - Mi hanno avvelenato?...

S. Antonio                    - Sì.

Maurizio                        - Apposta?

S. Antonio                    - Naturalmente.

Maurizio                        - Avrebbe potuto essere un acci­dente...

S. Antonio                    - No, è un delitto.

Maurizio                        - Ma pensate che io me ne sono ac­corto subito, quando mi son sentito morire, e ho notato i loro due visi chini su di me, ansiosi; però in fondo speravo ancora in un incidente. M'hanno avvelenato! Oh! Ma è spaventoso.

S. Antonio                    - Non sta bene.

 Maurizio                       - No, non sta bene. Siete indul­gente, voi.

S. Antonio                    - Ne abbiamo talmente l'abitudine.

Maurizio                        - Ah, ah? Molti delitti?

S. Antonio                    - Sulla terra? Moltissimi. E so­prattutto in quel genere. I delitti coniugali sono i più frequenti. Perché per noi, il delitto comincia ancora prima che si desideri la scomparsa del con­giunto. Ci sono certe assicurazioni sulla vita, sem­pre lirmate di buon grado, che assomigliano a delle assicurazioni sulla morte, e ci fanno drizzare le orecchie. Vedete, il solo fatto di prevedere la morte di qualcuno, di parlarne, di pensarci... e di assue­farsi all'idea, per noi è già, sì, un peccato mortale.

Maurizio                        - Peccato mortale, anche perché è in ballo la vita di una persona. E ditemi un po': que­sto genere di criminali di cui stiamo parlando sono di solito spinti al delitto dall'interesse o dall'amore?

S. Antonio                    - Soprattutto dall'interesse.

Maurizio                        -  E' orribile! Ma mia moglie no, mia moglie mi ha ucciso per amore, vero?

S. Antonio                    - Sì, lei per amore.

Maurizio                        - Ah, bene.

S. Antonio                    - Lo preferite?

Maurizio                        - Oh certo. Debbo dire che è « charmant ».

S. Antonio                    - Chi?

Maurizio                        - Quel giovane. E' molto meglio di me. Eppure, direte che sono un ingenuo, ma mai avrei creduto che mia moglie fosse capace di farmi assassinare. Pensavo che mi avrebbe tradito, un giorno o l'altro, questo sì, sapete come sono le donne, vero?...

S. Antonio                    - Beh... veramente...

Maurizio                        - Scusate. Ma assassinarmi no. E come sono stati i funerali?

S. Antonio                    -  (cercando di ricordarsi) Cosa di­ceva il rapporto di stamattina? Peuh... decenti.

Maurizio                        - Sì, immagino. Lo stretto necessa­rio. Non mi sorprendo perché mi sono accorto poco fa, mentre salivo, che mia moglie ha fatto una cosa incredibile. Avevo due abiti neri, uno di tre anni fa e uno di quest'anno; ebbene, mi ha messo quello vecchio. E quanto alla cravatta, neppure annodata ma legata con lo spago!

S. Antonio                    - Le cravatte dei morti sono sem­pre molto mal fatte.

Maurizio                        - Già, è difficile. Non si può aiu­tarli. (Pausa) Sono felici?

S. Antonio                    - I morti?

Maurizio                        - No. Mia moglie e quel giovane.

S. Antonio                    - Oggi sì, si capisce. Ma tra qual­che giorno sentiranno la vostra mancanza.

Maurizio                        - Credete?

S. Antonio                    - Ne sono certo. Succede sempre cosi. Sopprimete da un triangolo uno dei lati, e addio. Il personaggio principale è poi sempre il marito. Un amante senza marito cessa di essere amante.

Maurizio                        - Però è amato ugualmente.

S. Antonio                    - Sì, ma in altro modo. Ciò che le donne vogliono anzitutto è preferire. Vi rimpian­geranno certamente, vedrete.

Maurizio                        - Io vedrò? Vedrò?

S. Antonio                    - Forse lo vedrete.

Maurizio                        - Cosa vuol dire?

S. Antonio                    - Lo saprete più tardi. Non spe­rate di sapere tutto il primo giorno.

Maurizio                        - Mi piacerebbe tanto saper tutto. E' così interessante. Mi potete almeno dire che cosa siete voi qui, Sant'Antonio?

S. Antonio                    - Per il momento sono il direttore.

Maurizio                        - Direttore? Magnifico.

S. Antonio                    - Lo siamo tutti, a turno.

Maurizio                        - Tutti? Direttori?

S. Antonio                    - Sì, noi, i santi. Voi non siete un santo.

Maurizio                        -  Me ne dispiace.

S. Antonio                    - Ma potete diventarlo, un giorno.

Maurizio                        -  Io? Come?

S. Antonio                    - Ve lo spiegherò in seguito.

Maurizio                        - Siete misterioso.

S. Antonio                    - Dovere.

Maurizio                        - Ma... vorrei farvi anzitutto... una domanda primordiale: e il buon Dio?

S. Antonio                    - Questa è l'ultima volta che me ne parlate.

Maurizio                        - Non se ne parla mai? (S. Antonio fa cenno di no col ca-po) Non lo si vede mai? (S. Antonio e. s.) Ma voi lo vedete?

S. Antonio                    -  Sì, ogni giorno.

Maurizio                        - E non me ne potete parlare?

S. Antonio                    - No.

Maurizio                        - E' un gran peccato. E del Para­diso... ditemi tutto ciò che mi potete dire.

S. Antonio                    -  Certamente. Chiedete.

Maurizio                        - E' molto complicata?

S. Antonio                    - Che cosa?

Maurizio                        - La vita eterna.

S. Antonio                    - Oh! Nient'affatto.

Maurizio                        - I regolamenti?

S. Antonio                    - Non ce ne sono. Si vive sem­plicemente.

Maurizio                        -  Cosa può domandare di più un morto? Insomma, si mangia, si dorme...

S. Antonio                    -  Si può dormire, si possono man­giare dei frutti...

Maurizio                        - Sì, ma... attenti.

S. Antonio                    - A che cosa?

 Maurizio                       - Ai frutti. Suppongo che le mele non si possano toccare.

S. Antonio                    - Mettete da parte quella vecchia leggenda, vi prego.

Maurizio                        - Ma bene! E' falsa anche quella?

S. Antonio                    - Sicuro. Dunque, si passeggia, ci si riposa, si chiacchiera molto...

Maurizio                        -  Si chiacchiera?

S. Antonio                    - Questo sì, inesauribilmente. A voi piace chiacchierare?

Maurizio                        - Mi piace anche leggere.

S. Antonio                    - Non abbiamo libri; ma troverete qui gente di tutti i paesi, di tutte le epoche. Non avete che da sfogliarli, se così posso dire. Così si sostituisce la lettura, e imparerete molte cose.

Maurizio                        - La storia non mi ha mai appas­sionato molto.

S. Antonio                    - Come s'insegna sulla terra, lei credo bene. Ma quando saprete la verità su ogni cosa ne riparleremo. Quando saprete cos'è successo di Luigi XVII... quando saprete chi era la Maschera di Ferro... quando saprete perché si dichiarano le guerre...

Maurizio                        - Evidentemente... evidentemente..,

S. Antonio                    - E poi, non ci sono solo i fatti sto­rici. Se vi piacciono i romanzi d'avventure e d'a­more, domandate a chicchessia di raccontarvi la sua vita. Ne saprete delle belle! In cielo non si può mentire, mi capite.

Maurizio                        -  Capisco... capisco.

S. Antonio                    - Non c'è vanità né falsa modestia.... e allora, tutto cambia. Esser stato cornificato, deru­bato, tradito... è qui un'onta per il ladro, per il traditore e per l'infedele.

Maurizio                        - E già, è il Paradiso. Dite un po', e' ci sono tanti uomini quante donne?

S. Antonio                    - Bisogna calcolare in media una donna ogni due uomini.

Maurizio                        - Già, come sulla terra.

S. Antonio                    - Ma qui donne non ne vedrete.

Maurizio                        - Ah, no?

S. Antonio                    - Mai. Siamo separati dalle donne.

Maurizio                        - E' decisamente il Paradiso.

S. Antonio                    - Anche le donne dicono così.

Maurizio                        - Ah, sì? Mi accorgo d'una cosa che, come francese, mi lusinga molto: si parla la nostra lingua, qui.

S. Antonio                    - Perché dite questo?

Maurizio                        - Ma diamine, perché...

S. Antonio                    - Voi credete che in questo mo­mento stiamo parlando francese.

Maurizio                        - Son ben sicuro.

S. Antonio                    - Ebbene, siete in errore.

Maurizio                        - Come? In questo momento io parlo un'altra lingua?

S. Antonio                    - Sicuro.

Maurizio                        - Ah! Inaudito.

S. Antonio                    - Parliamo la lingua dei morti.

Maurizio                        - E per impararla, allora...

S. Antonio                    - Basta esser morti.

Maurizio                        - Pfff. Se volete vedere un uomo sorpreso...

S. Antonio                    - E siete solo al principio.

Maurizio                        - Siamo molto numerosi, qui?

S. Antonio                    - Cosa intendete per numerosi?

Maurizio                        - Milioni.

S. Antonio                    - No, siamo qualche centinaia di migliaia.

Maurizio                        - Non di più? E gli altri dove sono?

S. Antonio                    - Per la maggior parte in Purga­torio.

Maurizio                        - E in Inferno...

S. Antonio                    - Meno, in Inferno... E il resto altrove.

Maurizio                        - Altrove?

S. Antonio                    - Vi spiegherò poi.

Maurizio                        - Ma mi confondete; gran Sant'An­tonio, spiegatemi subito. Non c'è solo il Paradiso, il Purgatorio e l'Inferno?

S. Antonio                    - C'è la Terra.

Maurizio                        - La Terra? Ma dalla Terra veniamo.

S. Antonio                    - E ci ritornate.

Maurizio                        - Ci ritorniamo?

S. Antonio                    - Di continuo, di continuo...

Maurizio                        - E' come una rotazione.

S. Antonio                    - L'avete detto. Alcuni vengono qui direttamente, altri vanno all'Inferno, e quasi tutti al Purgatorio. Appena hanno espiato le loro colpe al Purgatorio arrivano in cielo e dal cielo, se­condo le nostre necessità, li rimandiamo sulla terra.

Maurizio                        - Voi non ci crederete, ma lo sup­ponevo. E perché fate così?

S. Antonio                    - Perché l'umanità si migliori.

Maurizio                        - Si migliora?

S. Antonio                    - Quasi impercettibilmente, ma con costanza.

Maurizio                        - Andiamo avanti, dunque?

S. Antonio                    - Sì. Ma che lotta!

Maurizio                        - Immagino. L'anima umana è pu­trida, no?

S. Antonio                    - Putrida è un po' esagerato, perché il fondo non è cattivo. Ma purtroppo sulla terra ci sono ben duecentoventimila mostri.

Maurizio                        - Duecentoventimila?

S. Antonio                    - Già. E questi tengono nelle loro dita uncinate tutta la felicità del genere umano, e ne approfittano per fare la loro disgrazia.

Maurizio                        -  Chi sono?

S. Antonio                    - Tutti quelli che vendono argento e si fanno pagare in oro.

 Maurizio                       - Sopprimeteli.

S. Antonio                    - Se potessimo! Credete, però, che un giorno tutta l'umanità sarà perfetta. E quel gior­no, non ci sarà più Inferno, né Paradiso, né Purga­torio. Il Paradiso sarà sulla terra.

Maurizio                        - Prevedete quando?

S. Antonio                    - Sì. Tra cinque milioni d'anni.

Maurizio                        - Oh! là, là!

S. Antonio                    - Il tempo passa così in fretta. La­vorate bene, quando sarete sulla Terra, e accorce­rete questo periodo.

Maurizio                        - Quando mi rimanderete sulla Terra?

S. Antonio                    - Quando sarà il momento.

Maurizio                        - Ed è subordinato a condizioni?

S. Antonio                    - Sì. Ma soprattutto ad una, «si-ne qua non».

Maurizio                        - Oh, quale?

S. Antonio                    - Formale interdizione di dire o di lasciar capire o far supporre che si è sulla terra per la seconda volta; questo è il gran segreto.

Maurizio                        - Capisco benissimo; ma se per sba­glio questo gran segreto scappasse?...

S. Antonio                    - All'istante si viene puniti.

Maurizio                        - Severamente?

S. Antonio                    - Terribilmente.

Maurizio                        - Ahi! Ahi! Ahi! L'Inferno?

S. Antonio                    - Già, dopo.

Maurizio                        - Si è anche puniti prima?

S. Antonio                    - Sulla Terra.

Maurizio                        - Ah? E quali altre condizioni ci sono?

S. Antonio                    - A voi la scelta dell'età, del paese e della professione, ma non potete riprendere la stessa professione se non cambiate paese.

Maurizio                        - Ma se cambio professione?

S. Antonio                    - Allora, potete tornare nello stesso paese. Ma dovete far finta di non conoscere nes­suno, e a vostra volta cambiarvi i connotati per non farvi riconoscere.

Maurizio                        - Capisco, è logico. Interessantissimo.

S. Antonio                    -  E voi morite già dalla voglia di tornarci?

Maurizio                        - Eh, bisogna che lo confessi. E non vorrei perdere il turno.

S. Antonio                    - Non lo perderete.

Maurizio                        - Com'è stabilito?

S. Antonio                    - Secondo le necessità, e ce n'è di tutti i generi. Noi mandiamo sulla terra esseri adatti a scongiurare le gravi disgrazie e le piccole.

Maurizio                        - Hum...

S. Antonio                    - Non lo si direbbe, vero? Perché voi non vedete che quelle che avvengono, ma non immaginate quante vengono evitate.

Maurizio                        - Ma, ditemi un po', quelli che voi inviate sulla Terra...

S. Antonio                    -  Sono uomini purificati, che però non obblighiamo mai a tornare più di una volta. Perché ridete?

Maurizio                        - Perché avete detto «obblighiamo». Non credo che li dobbiate obbligare: penso che ci vadano da soli.

S. Antonio                    - La prima volta, quasi tutti sono felici di rivedere la Terra, rivivere ancora una volta, ma quando ritornano, e si sono accorti che la seconda prova è spesso la più dura e la meno piace­vole, vi assicuro che allora non ci tengono più, neanche a sentir parlare della Terra.

Maurizio                        - Eppure l'esperienza dev'essere loro utile, deve aiutarli...

S. Antonio                    - Certo. Ma rivivono senza piacere, e appena la loro missione è terminata, non deside­rano che di ritornarsene. Quelli che di solito vedete sulla Terra, un po' stanchi alla sera, che contano le stelle e passeggiano da soli, che carezzano le bestie e parlan loro pian piano, quelli che muoiono in fretta tra i trentacinque e i cinquant'anni, ebbene potete esser certo che sono al loro secondo viaggio.

Maurizio                        -  Nessuno domanda di tornarci cin­que o sei volte?

S. Antonio                    - Oh! Sì, per fortuna. Ma la quinta volta vengono canonizzati.

Maurizio                        - Quali sono quelli che ci ritornano più volentieri?

S. Antonio                    - I semplici di spirito.

Maurizio                        -  Mentre gli uomini superiori?

S. Antonio                    - Non ci tengono molto.

Maurizio                        - A proposito, ci sono molti grandi uomini in Paradiso?

S. Antonio                    -  Abbiamo tutti i geni. Però, vi avverto che a questo proposito non siamo sempre d'accordo con voi... e credo che avrete delle sorprese.

Maurizio                        - Tanto meglio. Siete molto severi?

S. Antonio                    -  Nel classificare i geni, sì. Questo ci permette, d'altra parte, di essere indulgenti verso i peccati che anche i grandi uomini commettono.

Maurizio                        - Ma io, che non sono ne genio né santo, perché non sono andato subito in Purgatorio?

S. Antonio                    - Assassinato.

Maurizio                        - Ah? Così l'assassinio...

S. Antonio                    - Fa le veci del Purgatorio.

Maurizio                        - Giusto! Bisogna ben che ci sia un piccolo vantaggio. Dunque, vedrò Enrico IV?

S. Antonio                    - Ma certo; e anche Luigi XVI.

Maurizio                        - Luigi XVI anche?

S. Antonio                    - E tanti tanti altri.

Maurizio                        - Enrico III, Coligny, il Duca di Guisa...

S. Antonio                    - Non pensate che agli assassinati.

Maurizio                        - Già, è vero.

S. Antonio                    - Vedrete Richelieu, Pascal...

Maurizio                        - Galileo, Cristoforo Colombo...

S. Antonio                    - Ehi; no.

Maurizio                        - Ah no? Eppure ha scoperto l'America.

S. Antonio                    - Bene, sì, appunto.

Maurizio                        -  Perbacco, avrei preferito vedere..,

S. Antonio                    -  Chi?

Maurizio                        -  Napoleone; ma disgraziatamente non dev'essere qui.

S. Antonio                    -  Perché dite così?

Maurizio                        - Ha fatto tanto male.

S. Antonio                    -  Non è il nostro parere.

Maurizio                        - Ah, no?

S. Antonio                    - No. Vi ripeto che non abbiamo le stesse opinioni degli uomini.

Maurizio                        - Ebbene, vedete, io avrei pensato che Luigi XVI e Napoleone fossero tutti e due in Purgatorio.

S. Antonio                    -  Ah sì? Il Tempie e Sant'Eleni son cose che noi chiamiamo un bel Purgatorio. Se volete vedere Luigi XVI, è là che passeggia, con la testa sotto il braccio. Volete parlargli?

Maurizio                        - Avrei troppa paura a sentirmi rispondere da quella testa. E tra noi, preferirei ve­der Napoleone.

S. Antonio                    - Lo vedrete, un giorno.

Maurizio                        - Presto?

S. Antonio                    - Tra non molto.

Maurizio                        - Non ritornerà più sulla terra?

S. Antonio                    - E' proprio laggiù, adesso.

Maurizio                        - ...?

S. Antonio                    - Non fatemi domande, vi prego.

Maurizio                        - Potete citarmi qualche grande uomo che è ritornato sulla terra?

S. Antonio                    - Raffaello.

Maurizio                        - Raffaello? Oh, bella. E chi era, lai seconda volta?

S. Antonio                    - Era Mozart.

Maurizio                        - Ah, non mi stupisce. Era inverosi­mile che a cinque anni potesse avere un tale inge­gno; gliene restava di quell'altro, evidentemente.

S. Antonio                    - Infatti.

Maurizio                        -  Ma che peccato, che ci sia rimasto così poco.

S. Antonio                    - Su per giù il tempo di Raffaello.

Maurizio                        -  E perché non si è fermato più a lungo?

S. Antonio                    - L'abbiamo richiamato noi.

Maurizio                        - Ma così giovane... a trentacinque anni! Perché?

S. Antonio                    -  Eh... perché.

Maurizio                        - Era stato indiscreto? Si era lasciato scappare che veniva dal cielo?

S. Antonio                    - No, ma s'incominciava a indovi­narlo. (Pausa) Ed ora vi faccio accompagnare dove vi metteranno l'abito bianco dei beati.

Maurizio                        - Ah, sì?

S. Antonio                    - Ma certo, cos'avete?

Maurizio                        - Sant'Antonio...

S. Antonio                    -  Beh?

Maurizio                        - Vorrei andarmene!

S. Antonio                    - Andare?

Maurizio                        -  Sì; non vorrei aspettare il mio tur­no... vorrei andarmene subito subito.

S. Antonio                    - Ma dove?

Maurizio                        - Sulla Terra.

S. Antonio                    - Amico mio, è impossibile.

Maurizio                        -  Impossibile? Vediamo. Non dite così, dato che siete il Direttore del Paradiso. Non rifiutatemelo, per amore del buon Dio.

S. Antonio                    - Zitto! Zitto! Zitto!

Maurizio                        - Lasciatemi andare...

S. Antonio                    - Vi trovate, dunque, così male, qui?

Maurizio                        - Oh, no. E' magnifico, e voi siete tanto caro... Enrico IV e Luigi XVI... Mozart e la Maschera di Ferro, meraviglioso, appassionante, ma, in fondo è la stessa cosa, preferisco andarmene. E lavorerò bene laggiù, vi assicuro che farò del buon lavoro, ve lo giuro! Il miglioramento della razza umana m'interessa molto più della storia di Fran­cia. Siate gentile, caro e buon Sant'Antonio, met­tetemi alla porta! Devo domandarvelo in ginocchio?

S. Antonio                    - Ma no! Ma no!

Maurizio                        - E' il mio vestito vecchio.

S. Antonio                    - Ma no, ma no, ma no...

Maurizio                        - Allora mi permettete? Il povero assassinato, eh? lasciatelo andare.

S. Antonio                    - E va bene, andate, andate e met­tetevi questa medaglietta in tasca. Vi proteggerà.

Maurizio                        - Grazie. (S. Antonio dà a Maurizio una medaglietta che egli mette nel taschino del gilè).

S. Antonio                    - Ma, mi raccomando...

Maurizio                        - So, non temete. Mai! Nessuno sa­prà mai chi sono io. Sono l'uomo più discreto del mondo, ve lo giuro. Arrivederci, forse a presto... e grazie. (Gli stringe la mano).

S. Antonio                    - Volete riflettere un momento...

Maurizio                        -  Perché?

S. Antonio                    - Ascoltatemi. Vi rendete conto che rischiate un'altra volta l'inferno, andandovene?

Maurizio                        - Fa lo stesso! Voglio vivere ancora.

S. Antonio                    -  Andate a soffrire, a tormentarvi...

Maurizio                        - Non importa, ma posso divertirmi come un pazzo. Allora, addio... (Esce correndo).

QUADRO TERZO

La scena è quella del primo quadro, ma la tavola ài cucina e le sedie della sala da pranzo sono scom­parse. Il tavolino da gioco che era a sinistra, è ora a destra.

 (All'alzarsi del sipario, Marcella, in abito da lutto,

 velo da vedova, è seduta sulle ginocchia di Claudio. Canta imitando il baritono americano del disco del primo quadro).

Marcella                        - « Parlez-moi d'amour Redites-moi des choses tendres Votre beau discours... ». (Entra la cameriera).

La Cameriera                - Signora...

Marcella                        - Cosa?

La Cameriera                - C'è di là un domestico. E' ve­nuto a presentarsi.

Marcella                        - Che entri pure. (La cameriera esce. A Claudio) Ti adoro. (Continua a cantare) «Votre beau discours Mon cceur n'est pas las de l'entendre... ». (Compare Maurizio; porta una barba fatta all'un­cinetto, visibilmente falsa. Indossa il medesimo abito nero del secondo quadro).

Maurizio                        -  (a parte) Ah, i por...

Marcella                        -  (senza guardare) Entrate, amico mio...

Maurizio                        -  (a parte) Purché la barba non sia troppo evidente.

Marcella                        - Avvicinatevi.

Claudio                         -  Ha un aspetto distinto.

Marcella                        -  E una certa distinzione.

Maurizio                        -  (a parte) Hanno l'aria di notare la barba.

Marcella                        - Dunque, giovanotto, siete libero in questo momento?

Maurizio                        - Sì, signora.

Marcella                        -  Bene. E qual è stato il vostro ul­timo servizio?

Maurizio                        - Il mio ultimo servizio? (A parte) Bisogna che non mi tradisca.

Marcella                        -  Sì, insomma, da dove venite?

Maurizio                        - Da dove vengo? Eh, no... ecco, questo no, non posso proprio dirlo.

Marcella                        - Ma come non potete dirlo. Biso­gna pur che sappia qual era il vostro ultimo posto.

Maurizio                        - Il mio ultimo posto?

Marcella                        - Insomma, sono obbligata a chie­dervi presso chi eravate.

Maurizio                        - Ero a casa mia, signora.

Marcella                        - Eravate a casa?

Maurizio                        - Sì, signora.

Marcella                        -  Capisco, eravate ricco?

Maurizio                        -  Sì, signora, molto. E la mia casa assomigliava stranamente a questa qui. (A parte) Sì, eh! Bene, queste non son cose da dire.

Marcella                        - E non avete più nulla?

Maurizio                        - Più nulla al mondo, signora. Mi hanno preso tutto.

Marcella                        - Un'altra vittima della crisi. Eh, sì, sì, è terrìbile. E ora siete costretto a cercar lavoro. Vi compiango di tutto cuore. Però, se siete in ser­vizio per la prima volta... è forse imbarazzante...

Maurizio                        - Per chi, signora?

Marcella                        - Per voi, per il servizio...

Maurizio                        - Quando si ha sempre avuto un do­mestico e per vent'anni si è detto: fate così, non fate così, io credo, immagino, ritengo che si sappia far tutto assolutamente da sé.

Marcella                        - E' possibile. E ho proprio voglia di provarvi. Tu non hai niente in contrario?

Claudio                         -  No, amore, no.

Maurizio                        - Rrrr!

Marcella                        - Chi è stato?

Maurizio                        - Io, signora. (A parte) Mi stupisce che non parlino della mia barba.

Claudio                         - Domandagli che stipendio vuole.

Marcella                        - Ah sì, è vero. E come salario, quanto volete?

Maurizio                        - Non voglio denaro...

Marcella                        -  Niente denaro?

Maurizio                        - No. Vitto e alloggio mi bastano.

Claudio                         - Ma quello è un santo!

Maurizio                        - Quasi, signore... Ecco, abiti, vor­rei. Se la signora avesse un frac un po' meno usato di questo?...

Marcella                        - Sì, ho proprio quel che ci vuole. (A Claudio) Vedi? Come ho fatto bene a mettergli quello vecchio. (A Maurizio) Sapete, ho perso mio marito da poco tempo...

Maurizio                        - Lo vedo bene.

Marcella                        - Che cosa vedete?

Maurizio                        - Il velo nero.

Marcella                        - Mi dona, vero? E, se non erro, voi dovete avere la stessa statura di mio marito.

Claudio                         -  La stessa magrezza...

Marcella                        - E forse la stessa età?

Maurizio                        - Ho quarantacinque anni.

Marcella                        - No?

Maurizio                        - Ma sì, signora.

Marcella                        - Che cosa buffa! Proprio la stessa!

Maurizio                        - Buffa? Ma è da morir dal ridere. Quarantacinque anni, era giovane per morire.

Marcella                        -  (a Claudio) Troppo giovane, per lasciarlo vivere... vero, amore?

Claudio                         - Oh, sì.

Maurizio                        - Era molto malato, vostro marito, signora?

Marcella                        - Oh, no! Era forte come una quer­cia, capace di vivere almeno cent'anni.

Maurizio                        - E come mai è morto, allora?

Marcella                        -  (scoppiando a ridere) Un inci­dente.

Maurizio                        - Un incidente. Ma pensate un po'.

Marcella                        - E voi vi vestirete col suo abito nero; e le sue camicie, i colletti, le scarpe...

 Maurizio                       - E dato che questa casa ricorda la mia, mi sentirò « chez moi » !

Marcella                        - Credo che siate cascato bene.

Claudio                         - Un vero paradiso, così per dire.

Maurizio                        - Paradiso? Oh, quello... (A parte) Zitto!

Marcella                        - Siete sposato?

Maurizio                        -  No... ero sposato.

Marcella                        - Ah, siete vedovo.

Maurizio                        - No... no... è il contrario.

Marcella                        - Il contrario?

Maurizio                        - Peuh, mi esprimo male... ma sono solo. Mia moglie m'ha tradito.

Claudio                         - Ah! ah?

Maurizio                        - Sì, con un imbecille.

Marcella                        - Oh! Sapete, non ci vuole intel­ligenza... per far quello.

Maurizio                        - Evidente.

Marcella                        - Se non vi amava...

Maurizio                        - Sì, ma io l'amavo.

Marcella                        - Sarà stato ancor più penoso per lei. Vedete, bisogna esser giusti. Spesso si rimpro­vera a noi donne di essere infedeli, ma gli uomini non sanno, non possono neppure lontanamente sapere che cosa sia fare l'amore senza averne asso­lutamente alcuna voglia. Quando un uomo non ne; ha voglia, beh, non lo fa, diamine, mentre noi, noi] non abbiamo mai ragione di rifiutarci.

Maurizio                        - Sicuro.

Marcella                        - Purtroppo la maggior parte delle donne non ha il coraggio di uccidere il marito in­vece di farlo soffrire. Vedete, vostra moglie vi ha tradito, e probabilmente a causa di lei vi siete rovi-j nato... siete costretto a cercare un posto da dome­stico e ne soffrite; dunque, detto tra di noi, sta­reste meglio morto.

Maurizio                        - Ah! Corbezzoli!

Marcella                        - Come vi chiamate?

Maurizio                        - Ehm... eh... M...Mau... no... no, non Maurizio, ehm... (gridando) Paolo.

Marcella                        - Chi chiamate?

Maurizio                        -  Me. Mi chiamo Paolo.

Marcella                        - Bene, ora, vi mostreremo la vostra camera.

Maurizio                        -  (accenna alla porta di sinistra, ricor­dandosene) Oh...

Marcella                        - Cosa c'è?

Maurizio                        - Niente.

Claudio                         - La vedrà stasera, la sua camera. Ha tutto il tempo. Che ci serva piuttosto del porto, non ti pare?

Marcella                        - Sì, amor mio.

Maurizio                        - Rrrr.

Marcella                        - Eh?

Maurizio                        - Porto?

Marcella                        - Per piacere.

Claudio                         - Rosso.

Maurizio                        - Non c'è altro.

Marcella                        - Ma come lo sapete?

Maurizio                        - Ehm... Ho visto la bottiglia, en­trando.

Marcella                        - Ah, bene.

Maurizio                        - (a forte) Dio, come devo control­larmi! (Esce come chi resta poi ad origliare).

Claudio                         - Ti amo.

Marcella                        - Ti adoro. (Si abbracciano).

Claudio                         - Come abbiam fatto bene ad avve­lenare Maurizio.

Marcella                        -  A chi lo dici?

Claudio                         - E tu che esitavi.

Marcella                        - Come sei cattivo! Non dire cosi, non ho esitato.

Claudio                         - Per due giorni...

Marcella                        - Era per noi che esitavo; era per noi che avevo paura. Potevamo essere sospettati.

Claudio                         - Ad ogni modo, non lo siamo stati.

Marcella                        - No, è andato tutto magnifica­mente. E sono così contenta ora, di averti lasciato fare. Sarebbe stato troppo crudele far soffrire Mau­rizio, come soffre quel disgraziato che ci ha aperto ora il suo cuore.

Claudio                         - Finalmente l'hai capita.

Marcella                        - Sì, credevo che l'avremmo ucciso solo per noi, perché ci amavamo. Mi accorgo in­vece che era anche pietà verso di lui. Insomma, ragioniamo. Una donna procura la morte del ma­rito perché colpito da malattia incurabile e otto volte su dieci non viene condannata. E una donna che non ama più suo marito, non ha forse il di­ritto di abbreviarne le sofferenze morali?... Sarebbe illogico, se così non fosse, perché anche non essere più amati è un male incurabile.

Claudio                         - Il tuo ragionamento urla, tanto è giusto.

Marcella                        - Bisogna anche aggiungere che Maurizio fumava un tabacco detestabile e che era diventato estremamente noioso.

Claudio                         - Chiacchierone...

Marcella                        - ... e ficcanaso.

Claudio                         - Ricordi la sera della sua morte? Ti aveva obbligata a interrompere quel disco che ti piace tanto. Che orso.

Marcella                        - E nota che tu non lo vedevi che un'ora o due ogni tre giorni... ma io me lo dovevo digerire ogni giorno a tavola e tre sere intere per settimana. Pensa un po'. Ah, non ne potevo pro­prio più. (Maurizio è ora nel vano della porta, ha un vassoio con il porto, ed è fermo ad ascoltare) La gente non capisce proprio quando dovrebbe to­gliersi di mezzo. Ma sai che sono fantastiche le tue pillole! Tienile da conto.

 Claudio                        - Non dubitare.

Marcella                        - Non le avrai per caso buttate via?

Claudio                         - Buttate via? Ma scherzi? Le porto sempre con me.

Marcella                        - Sempre in tasca? Ma può essere un'imprudenza. Se per caso tu venissi perquisito, arrestato... non si sa mai... e te le trovassero in ta­sca, la nostra condanna sarebbe certa. Dalle a me.

Claudio                         - Cosa ne vuoi fare?

Marcella                        - Nasconderle. Dai qua.

Claudio                         -  Ma sì, te le darò.

Marcella                        - No, adesso. Subito, fin tanto che ce ne ricordiamo. Andrò poi a nasconderle nel mio porta-gioie, o forse meglio nell'armadio, sotto le camicie da notte, le mie belle camicie pieghettate che ti piacciono tanto. (Claudio le dà la scatoletta. Marcella la prende e la pone sul tavolino da gio­co, poi si siede di nuovo sulle ginocchia di lui).

Claudio                         - In fondo, faremmo meglio a get­tarle nella spazzatura.

Marcella                        - Mai e poi mai. Sei pazzo? Potreb­bero servire.

Claudio                         -  Ci prendi gusto, eh? gattina mia.

Marcella                        -  Sì, hai ragione. Una sera faremo la lista di tutte le persone che faremo scomparire.

Claudio                         -  Ma sì, cara, ma sì! Che bambina sei, sei proprio rimasta una piccola bambina... come mi piaci.

Marcella                        - Io ti dico seriamente, Claudio, che, secondo me, non si uccide abbastanza. Siamo dei deboli, siamo dei vili... e abbiamo torto. Bisogne­rebbe sempre avere il coraggio di uccidere tutti quelli che danno fastidio.

Claudio                         -  Dici bene « il coraggio », perché in fondo a noi stessi c'è sempre il desiderio vivis­simo, l'augurio, che un sacco di persone se ne vada all'altro mondo.

Marcella                        - Ma sì. Diciamo la verità. Guar­da, per esempio, quell'autista del taxi di ieri sera che ci ha portati al 29 invece che al 27, l'avrei visto morire con una tale gioia!

Claudio                         - Siamo fatti così, non c'è niente da dire. Ma tranquillizzati, si uccide molto di più di quanto non si pensi, e il delitto quotidiano di cui si parla nei giornali non ha altro scopo che di far credere che ne è stato commesso uno solo, quel giorno.

Marcella                        - Come sei intelligente, come ra­gioni bene, Claudio. Ti adoro. Ma sai quel che mi piace di più in te?

Claudio                         - Sì?

Marcella                        - Il movimento che le parole fanno fare alle tue labbra quando parli...

Maurizio                        - (entra) Brutta s... (Depone la bot­tiglia di porto sul tavolino da gioco).

Marcella                        -  (a Claudio) Vuoi venire un mo­mento in camera?

Claudio                         - Con piacere.

Marcella                        -  Non sei stanco?

Claudio                         - Oh, no.

Marcella                        -  (a Maurizio) Non è mai stanco. Torniamo tra tre minuti. (Escono).

Maurizio                        - Comincio a credere d'aver avuto torto a ritornare sulla Terra. Ma che cinismo! Ciò che mi stupisce è che non abbiano ancora parlato della barba. Quasi me la tolgo un momento. Mi dà così noia mentre parlo, e mi fa caldo. Sì, in fondo, avrei fatto meglio a rimanere in Paradiso. L'idea di vendicarmi non era cattiva, ma se mi vendico, mi faccio riconoscere e, se mi riconoscono, sono fritto. Che stupido, mi sono dimenticato di domandare a Sant'Antonio come debbo fare per ritornare in cielo. E poi, sono anche senza soldi. Che seccatura! (Si fruga nelle tasche) Ho la medaglietta che m'ha dato Sant'Antonio, ma che valore può avere? E poi, se la vendo, non mi tiro addosso delle seccature? Non vorrei parlar male del Paradiso, ma, detto fra noi, c'è una mancanza d'organizzazione e di precisione che mi stupisce. (A questo punto compare Fernando) Oh, Dio, Fernando! Son perso. (Non ha tempo di rimettersi la barba, la ficca in tasca).

Fernando                       - Si può sapere perché non ti sei fatto vedere alle due, come eravamo rimasti d'accordo? (Gli ha stretto la mano e si è seduto di fronte) Sei d'una tale indolenza a volte! Dunque, ho visto Santonnay: l'affare è fatto, ed è un affare colossale! Per darti un'idea c'è un'ipoteca di un milione e mezzo di franchi e una di trentamila... non si scherza, vero?

Maurizio                        - Oh, no...

Fernando                       - Dato che ha fatto il suo affare.

Maurizio                        - Ah?

Fernando                       - Sì, non hai l'aria di capire quel che ti dico.

Maurizio                        -  Sì, ma... ma tu, non ti stupisci di vedermi qui?

Fernando                       -  Perché dovrei stupirmi? Dunque, continuo. Se noi comperiamo tutto il blocco di case, le espropriazioni si faranno automaticamente alla fine di gennaio. Ma per questo dobbiamo, entro lu­nedì, versare seicentomila franchi: trecentomila a testa. Ce la fai?

Maurizio                        - Senti, scusa... Ma mi sembra che tu non sappia... che tu non sia al corrente di quel che mi è capitato.

Fernando                       - Che t'è successo?

Maurizio                        - Possibile che tu non sappia?

Fernando                       - Ti dò la mia parola d'onore che non so nulla.

Maurizio                        - Non te l'hanno fatto sapere? E come hanno potuto? Che non l'abbiano detto a nessuno?

 Fernando                      - Cos'è accaduto?

Maurizio                        - Non posso dirtelo, disgraziatamente.

Fernando                       - Ah?

Maurizio                        - No. Non ho il diritto. C'è solo una cosa che ti posso dire e che ti sbalordirà: mia mo­glie mi fa viaggiare in Cornovaglia.

Fernando                       -   Con quel giovane biondo che fa ballare il tavolino?

Maurizio                        - Sì.

Fernando                       -  Non mi stupisce.

Maurizio                        - Ah! No?

Fernando                       - No. Mi pareva d'aver colto delle occhiate...

Maurizio                        - Occhiate? Sono di là, in camera,

Fernando                       - E tu non ci vai?

Maurizio                        - Non è la voglia che mi manca. Ma non ho il diritto. Forse avrò già delle seccature pei causa tua. Ad ogni modo, ti prego, Fernando, non dire a nessuno che mi hai visto.

Fernando                       - Bene.

Maurizio                        - E poiché è probabile che non ci vedremo più, diciamoci addio.

Fernando                       -  Addio?

Maurizio                        - Eh, sì.

Fernando                       - Maurizio, Maurizio, hai qualcosa di strano, tu, in questo momento.

Maurizio                        - Puoi dirlo.

Fernando                       - Infatti lo dico... e ti dico anche che faresti bene a smettere di fumare. Tornerò più tardi a sentire come stai.

Maurizio                        - Va bene.

Fernando                       -  Arrivederci. (Esce).

Maurizio                        -  (solo) Accidenti, mi ha visto senza barba. Purché non abbia delle seccature. Se non me la fossi mai tolta, non mi avrebbe riconosciuto. (Si rimette la barba. Fernando ritorna).

Fernando                       - Allora che cosa devo dire a San-tonnay?

Maurizio                        - Beh... quello che vuoi.

Fernando                       - Perché ti sei messo quella barba? .

Maurizio                        - Per non farmi riconoscere. Sembro un altro, no?

Fernando                       - Ma no, affatto.

Maurizio                        - Allora, perché loro non mi hanno riconosciuto?

Fernando                       - Non so niente. Mi preoccupi, Mau­rizio. Arrivederci. (Esce).

Maurizio                        -  (solo) Anch'io mi preoccupo, perché più vado avanti e meno so come riuscirò a con­servare il mio segreto. (Ritorna Marcella accompa­gnata da Claudio).

Marcella                        -  (a Claudio) Sei stato meraviglioso.

Maurizio                        -  (a parte) Sant'Antonio parlava di punizione terribile, ma cosa c'è di più duro di questo martirio?

Marcella                        - Serviteci il porto.

Maurizio                        - Bene, signora. (Mentre versa il por­to, scorge la scatoletta delle pillole) Le pillolette. Evitiamo altre morti, in ogni caso. (Si mette in tasca la scatoletta, poi, macchinalmente, porta alle lab­bra un bicchiere di porto).

Marcella                        - Eh! Bene, ma... non è molto ti­mido, beve addirittura il mio porto!

Maurizio                        -  (distratto)  No, è il mio bicchiere... eccoti il tuo.

Marcella                        - Mi date del tu, ora?

Maurizio                        - Scusate, signora... (A parte) Come devo sorvegliarmi...

Marcella                        -  (alzandosi) Ma cos'avete, amico mio? Siete molto strano, molto nervoso...

Maurizio                        - Infatti, non mi sento bene... e voglio andarmene.

Marcella                        - Andarvene?

Maurizio                        - Sì, sì, preferisco tornar via... non mi sento abbastanza sicuro di me.

Marcella                        - Dove volete andare?

Maurizio                        - Da dove vengo. Ma, purtroppo, non so come fare per tornarci.

Marcella                        - E' lontano?

Maurizio                        - Oh! Sì, lontano, lontano assai, lon­tano assai...

Marcella                        - E non ci sono mezzi di comunica­zione?

Maurizio                        - Sì, ce n'è uno. (Ha messo la mano in tasca, dove ha le pillole) E ho anche, per così dire, il biglietto di ritorno.

Marcella                        - Bene, allora approfittatene.

Maurizio                        - Sì, sì, ne approfitterò. Ma che pec­cato che non possa approfittarne per dirvi...

Claudio                         - Per dirci...?

Marcella                        - Avete qualcosa da dirci?

Maurizio                        - Sì, ma disgraziatamente non ne ho il diritto. Ad ogni modo, posso giurarvi questo, che voi andrete tutti e due all'Inferno. Il Paradiso è per gli assassinati, non per gli assassini. (A parte) Atten­zione a non cascarci.

Claudio                         -  (a Marcella) E' un pazzo.

Marcella                        - Chiamo un medico.

Claudio                         - Chiama la polizia, piuttosto.

Marcella                        - Già. (Esce).

Maurizio                        - Ci sono delle cose che non debbo dire... ma prima di tornare... (Estrae la scatoletta con le pillole).

Claudio                         - Cosa fate?

Maurizio                        - Prendo il biglietto di ritorno. (Pren­de due pillole dalla scatola) Due bastano, vero? Se ho buona memoria. (Si prepara a inghiottire con il bicchiere di porto. Claudio gli si avvicina per im­pedirlo) Ah! non toccatemi. (Inghiotte le pillole. Marcella rientra e vede Claudio fuori dì se).

 Marcella                       - Cos'ha fatto?

Claudio                         - Si è ucciso... con le pillole! Siamo perduti!

Marcella                        - Perduti perché?

Claudio                         - Due morti nella stessa maniera, a cinque giorni di distanza, non ci pensi?

Marcella                        - E' 'vero. (A Maurizio) Amico mio...

Maurizio                        -  Amico suo. Ah, furfanti, birbante, infame, miserabile... Ah, peggio per me... Sai chi sono?... e sai da dove vengo?... Sono Maurizio Dalmasseau e vengo dal Paradiso... (Si è strappata la barba, la porta si apre e compare Sant'Antonio da Padova, vestito da medico, redingote e cappello du­ro, seguito da due agenti, che sono i due beati intra­visti all'inizio del quadro precedente, in Paradiso).

S. Antonio                    - Ve l'avevo detto. Peggio per voi, venite.

Maurizio                        - Sant'Antonio!

S. Antonio                    - Venite. (I due agenti lo circon­dano e lo prendono per i polsi).

Maurizio                        - Dove mi portate?

S. Antonio                    - Al manicomio.

Maurizio                        - Al manicomio!!!

S. Antonio                    - Sì... i pazzi sono i beati che man­cano di discrezione.

QUADRO QUARTO

La scena è la stessa del primo quadro. I mobili sono allo stesso posto in cui si trovavano alla fine del primo quadro. C'è la tavola di cucina con le quattro sedie, una tazza con l'infuso di tiglio sul tavolo da gioco.

 (Sulla poltrona su cui s'era addormentato al ter­mine del primo quadro, ancora vestito in smoking con una coperta di pelo sulle gambe, c'è Maurizio. Intorno a lui Marcella, Claudio e un nuovo per­sonaggio, il dottor Férond. Tutti e tre sono chini su Maurizio, che dorme profondamente).

Il Dottore                      - Vi dò la mia parola, signora, che non c'è nessun motivo per inquietarsi.

Marcella                        - Ma voi non pensate che una pun­tura potrebbe...

Il Dottore                      - E perché volete che gli faccia una puntura?

Fernando                       -  (entrando di corsa) Ma cosa sento?

Marcella                        -  (andandogli incontro) Ah, che not­te, amico mio!

Fernando                       - Cos'è successo?

Marcella                        - Vi ricordate che quando siete usci­to, ieri sera, Maurizio era terribilmente nervoso? Te­mendo che passasse la notte bianca gli feci pren­dere una tazza di tiglio e il signor Rigai  (accenna a Claudio) gli consigliò delle pillole che diceva mi­racolose contro l'insonnia. Dieci minuti dopo si addormente profondamente, tanto profondamente che non ho voluto svegliarlo subito. Ma un'ora dopo, quando tentai di svegliarlo per farlo coricare, non ci riuscii assolutamente. Il signor Rigai, naturalmente, se ne era andato, il domestico era uscito ed io e la cameriera non ce l'abbiamo fatta. Insomma, stamat­tina alle otto, dormiva ancora, alle dieci lo stesso, e poiché il sonno era diventato molto agitato, telefonai al signor Rigai di venire con le pillole... e col medico che gliele aveva ordinate, perché ricordavo che si trattava di un rimedio omeopatico e non volevo con­sultare un dottore qualsiasi.

Fernando                       - Avete fatto benissimo. E ora siete tranquilla?

Marcella                        - Sì, perché il dottore ,mi assicura che tra un'ora o due sarà del tutto sveglio.

Il Dottore                      - Forse anche prima. Ad ogni modo, dato che, come avete detto, vostro marito soffre d'insonnia, non fate nulla per accorciargli questo ri­poso che, senza dubbio, non può che fargli bene. Signora, i miei ossequi. (A Fernando) Signore.

Fernando                       - Signore.

Claudio                         - Vi accompagno, dottore. (Claudio esce col dottore).

Fernando                       - Sarà simpatico, quel vostro avvocatino, ma io non mi fiderei tanto di lui. Fa parlare il tavolo, dà dei sonniferi omeopatici...

Marcella                        - Maurizio l'ha preso così in sim­patia.

La Cameriera                -  (entrando)  Il signore sta me­glio, signora?

Marcella                        - Sì, molto meglio.

La Cameriera                -  Oh, meno male.

Marcella                        - Siete gentile.

La Cameriera                - Ho pregato tanto per il si­gnore, stanotte. (Maurizio si muove).

Marcella                        -  S'è mosso. (Si china su di lui) Sì, sì... ci siamo, si sveglia. (La cameriera esce. Claudio rientra e tutti si chinano su Maurizio che apre gli occhi) Buongiorno. (Maurizio li guarda a lungo, quasi non li riconoscesse) Sono io, Marcella.

Maurizio                        - Vedo. Che ora è?

Marcella                        - - Le undici e un quarto.

Maurizio                        - Del mattino?

Marcella                        - Ma sì, caro.

Maurizio                        - E allora perché sono in smoking?

Marcella                        -  Perché ti sei addormentato qui, ieri sera...

Maurizio                        - Allora... che... ho dormito...

Marcella                        - Hai anche dormito dieci ore. Ma­gnifico.

Maurizio                        - Sì...

Claudio                         - E tutto per merito delle mie pillole.

Maurizio                        - Sì, eh. Ma fareste meglio a non vantarvene, fareste meglio a non parlarmi delle vostre pillole! E poi mi domando se si ha il diritto di propinare alla gente delle medicine che rischiano di farmi sprofondare in un sonno, dico, letargico.

Claudio                         - Ma io ho creduto di far bene...

Maurizio                        - Non dico che abbiate avuto cattive intenzioni, ma, dovreste anche sapere che una medi­cina efficace per uno, può essere dannosa per un altro. I medicinali sono cose da non prendere così alla leggera, soprattutto se omeopatici. Se poi voleva­te farmi uno scherzo...

Claudio                         - Uno scherzo?

Maurizio                        - Non ne apprezzo lo spirito.

Marcella                        - Maurizio!

Maurizio                        - Che?... E vi consiglio, in futuro, di divertirvi con dei ragazzi della vostra età.

Claudio                         - Ma... mi parlate su un tono che mi sorprende molto.

Maurizio                        - Non certo quanto me, che mi sve­glio alle undici di mattina in smoking, su una pol­trona, in sala. (Si alza, fa qualche passo. Esamina ogni cosa intorno a sé, in modo da mettere in im­barazzo sua moglie, Claudio e Fernando. Guarda alternativamente sua moglie e Claudio, e quello sguardo li turba).

Marcella                        - Cos'hai, Maurizio?

Maurizio                        - Proprio niente. (Fa cenno a Fer­nando che deve parlargli. Si mettono da parte).

Fernando                       - Che c'è?

Maurizio                        - Mi dicevi che avevi visto certe oc­chiate...

Fernando                       - Occhiate?

Maurizio                        - Ah, no... mi sbaglio, scusa.

Claudio                         -  (a Maurizio) Se permettete, caro si­gnore, io vado.

Maurizio                        - Sì, preferisco.

Claudio                         - Come?

Maurizio                        - Sì, insomma... arrivederci.

Claudio                         - Vi prego di credere che mai ho pen­sato di farvi uno scherzo né, naturalmente, di farvi del male.

Maurizio                        - Lo spero, lo spero, però... beh... è meglio che... arrivederci. (Gli stringe la mano).

Claudio                         - I miei ossequi, signora. (Le bacia la mano) Arrivederla.

Marcella                        - Arrivederci, signore.

Claudio                         -  (a Fernando) Signore.

Fernando                       -  (a Claudio) Signore. (Claudio esce) Speriamo che abbia capito.

Maurizio                        - Capito che?

Fernando                       - Che tu non hai gran voglia di rive­derlo in casa tua.

Maurizio                        - Perché... sono stato...

Marcella                        - Sei stato spaventoso.

Maurizio                        - Spaventoso?

Mascella                        - Ah sì. (A Fernando) Vero che non esagero?

Fernando                       - No, non esagerate, Marcella. E' stato più duro di quanto sperassi.

Maurizio                        - Beh, che volete? Sono come sono, e mi accorgo che non posso cambiarmi. Quel ra­gazzo, che mi era molto simpatico, non lo posso più soffrire.

Marcella                        - Non pensarci più, caro, e soprat­tutto non prendertela.

Maurizio                        - Non me la prendo. Ma che sogno terribile ho fatto, cari miei.

Fernando                       -  Davvero?

Marcella                        - Tu che non sogni mai?

Maurizio                        - Beh, per una volta che ho sognato, vi assicuro che ne ho fatto di cose!

Marcella                        - Un sogno penoso?

Maurizio                        - Insensato, ma verosimile. Sono i sogni peggiori.

Marcella                        - Raccontacelo.

Maurizio                        - Più tardi.

Marcella                        - Perché più tardi?

Maurizio                        - Sì, più tardi, a colazione.

Fernando                       - Senti un po', vecchio mio, mentre ci penso...

Maurizio                        - Che cosa?

Fernando                       - Non credo ai tavoli che parlano, non credo all'Ai di là...

Maurizio                        - Hum, hum...

Fernando                       - Perché fai hum hum?

Maurizio                        - Bene...

Marcella                        - Oh, Dio, non ricominciate.

Fernando                       - No, volevo dire semplicemente che pur non credendo all'Ai di là, credo nelle coinci­denze. (Fruga nelle tasche).

Maurizio                        - Hai perso qualcosa?

Fernando                       - Sì, che stupido! Eppure son sicuro di averlo preso, dato che volevo mostrartelo...

Marcella                        - Pregate Sant'Antonio da Padova.

Maurizio                        - Che dici?

Marcella                        - Oh, senti, non è una novità. Quando si perde qualcosa...

Maurizio                        - Sì, eh, bene... non è vero. Di si­curo non è vero.

Marcella                        - Cosa?

Maurizio                        - Ahm... niente, niente. (A Fer­nando) Allora, che hai perso?

Fernando                       - Trovato. (Estrae dalla tasca il gior­nale « Excelsior » piegato in quattro).

Maurizio                        - A proposito del nostro affare?

Fernando                       - No, no. Di quello ti dirò dopo.

Maurizio                        - Dovrò versare trecentomila franchi?

Fernando                       - Che trecentomila franchi?

Maurizio                        - Ma... per l'acquisto del blocco di case...

 Fernando                      -  Ma sogni? Non si tratta di com­prare il blocco di case...

Maurizio                        - Ah, no?

Fernando                       - Ma no. E' lui che ci versa cento­mila franchi a testa.

Maurizio                        - Ah bene.

Fernando                       - Dunque, ti dicevo di credere alle coincidenze. Ieri sera tu ci hai parlato d'un certo Daniele Chardonneret che era stato un tuo se­gretario...

Maurizio                        - Sì...

Fernando                       - ... e che era partito per il Sudan...

Maurizio                        - Esatto. Ebbene?

Fernando                       - Ebbene ti annuncio che: (leggendo dal giornale che ha portato) ... il signor Daniele Chardonneret, già Presidente Generale a Tombouc-tou, è stato nominato Commendatore della Legion d'Onore.

Maurizio                        - No!

Fernando                       - Leggi da te. (Gli porge il giornale).

Maurizio                        - Dammi qua. (Entra la cameriera e bishiglia qualche parola a Marcella) Dov'è il mio monocolo? (Fruga nelle tasche) Oh! Per esempio!

Marcella e Fernando     - Cosa c'è?

Maurizio                        -  (agitatissimo) Questo, allora.

Marcella                        - Ma che cos'hai?

Maurizio                        -  (a mezza voce) La medaglietta! Al­lora!? Non è finita?

Marcella                        -  Ti senti male?

Maurizio                        - No... è assai più terribile che se mi sentissi male. Che cos'è questa medaglietta?

La Cameriera                - Sono stata io, signore.

Maurizio                        - Voi, che cosa?

La Cameriera                - Io che mi son permessa di in­filarla nel gilè del signore, questa notte, quando il signore non poteva più svegliarsi... gli doveva portar fortuna... è benedetta.

Maurizio                        - Ouf!

La Cameriera                - Se il signore me la vuole re­stituire, ora...

Maurizio                        - Con piacere! Ah! Per... diana! Bene. Allora, vi voglio proprio raccontare il mio sogno... (Fernando e Marcella si seggono di fronte a lui, mentre cala il sipario).

FINE

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