Virginia

Virginia

Virginia

Di Vittorio Alfieri

PERSONAGGI

APPIO CLAUDIO

VIRGINIO

NUMITORIA

VIRGINIA

ICILIO

MARCO

Popolo

Littori

Seguaci d'Icilio

Schiavi di Marco

Scena, il Foro in Roma

[Epigrafe]

Virginia appresso il fero padre armato

di disdegno, di ferro, e di pietate.

PETRARCA, Trionfo della castit

ATTO I

SCENA I

NUMITORIA, VIRGINIA

Numitoria

Che pi t'arresti? Vieni: ai lari nostri

tornar si vuole.

Virginia

O madre, io mai da questo

foro non passo, che al mio pi ritegno

alto pensier non faccia. questo il campo

donde si udia gi un d liberi sensi

tuonar da Icilio mio; muto or lo rende

assoluta possanza. Oh, quanto in lui

giusto il dolore e l'ira!

Numitoria

Oggi, s'ei t'ama,

forse alcun dolce ai tanti amari suoi

mescer potr.

Virginia

S'ei m'ama?... Oggi?... Che sento!

Numitoria

S, figlia: al fin tuoi caldi voti ascolta,

ed esaudisce il genitore: ei scrive

dal campo, e affretta le tue nozze ei stesso.

Virginia

Al mio s lungo sospirar, fia vero,

che il fin pur giunga? Oh quanto or me fai lieta!

Numitoria

Non men che a te, caro a Virginio ognora

Icilio fu: Romani entrambi; e il sono,

pi che di nome, d'opre. Il pensier tuo

pi altamente locar dato non t'era,

che in cor d'Icilio, mai: n pria ti strinse

il padre a lui, che a tua belt non fosse

pari in te la virt; d'Icilio degna,

pria che d'Icilio sposa, ei ti volea.

Virginia

Tal dunque oggi mi crede? Oh inaspettata

immensa gioia! L'ottener tal sposo

pareami il primo d'ogni ben; ma un bene

maggior d'assai fia il meritarlo.

Numitoria

Il merti;

ed ei ti merta solo; ei, che mostrarsi

osa Romano ancor, mentre sta Roma

in reo silenzio attonita vilmente,

e, nel servaggio, libera si crede.

Pari fossero a lui que' vili illustri,

cui narrar dei grand'avi ognor le imprese

giova, e tradirle! In cor d'Icilio han seggio

virt, valor, senno, incorrotta fede...

Virginia

Nobil non , ci basta; e non venduto

ai tiranni di Roma: indi egli piacque

al mio non guasto core. Accolta io veggo

in sua libera al par che ardita fronte

la maest del popolo di Roma.

In questi tempi iniqui, ove pur anco

trema chi adula, il suo parlar verace,

l'imperterrito cor, la nobil'ira,

i pregi son, che han me da me divisa.

Plebea, mi vanto esser d'Icilio eguale;

piangerei d'esser nata in nobil cuna,

di lui minor pur troppo.

Numitoria

In un col latte

t'imbevvi io l'odio del patrizio nome,

serbalo caro; a lor si dee, che sono,

a seconda dell'aura o lieta, o avversa,

or superbi, ora umli, e infami sempre.

Virginia

Io smentir mie' natali? Ah! non sai, madre,

ragion, che in me il magnanim'odio addoppia.

Privati miei, finor taciuti, oltraggi

ti narrer.

Numitoria

Vadasi intanto.

Virginia

Udrai

a che mi espon questa belt, che grata

mi sol per quanto a Icilio piace...

SCENA II

VIRGINIA, NUMITORIA, MARCO, schiavi

Marco

questa,

s, la donzella questa. Alle mie case,

schiavi, presa si tragga: ella mia serva

nata, qual voi.

Numitoria

Che ascolto?... E tu, chi sei,

ch'osi serva appellar romana donna?

Marco

Nota tua fraude, e vana; invan ritorla

cerchi ai dovuti ceppi. Ella a te figlia

non nacque mai, n libera. Di Roma

son cittadino anch'io; ne so le leggi;

le temo, e osservo; e dalle leggi or traggo

di ripigliar ci, che a me spetta, ardire.

Virginia

Io schiava? Io di te schiava?

Numitoria

A me non figlia?

E tu, vil mentitor, sarai di Roma

tu cittadino? Agli atti, ai detti infami,

dei tiranni un satellite ti credo,

ed il peggior. Ma sii qual vogli, apprendi,

che noi siam plebe, e d'incorrotta stirpe;

che a' rei patrizi ogni delitto e fraude

qui spetta, e a' lor clienti: in oltre, apprendi,

ch' padre a lei Virginio; e ch'io consorte

son di Virginio; e ch'ei per Roma in campo

or sotto l'armi suda;... e ch'ei fia troppo

a rintuzzar tua vil baldanza...

Marco

E ch'egli,

da te ingannato, la mal compra figlia

nata crede di te: n con qual'arte

la non sua prole supponesti a lui,

seppe, n sa. Dove fia d'uopo, addurne

mi udrai le prove. La mia schiava intanto

meco ne venga. Io mentitor non sono,

n di Virginio tremo: all'ombra sacra

securo io sto d'inviolabil legge.

Virginia

Madre, e fia ch'io ti perda? e teco, a un tratto,

e padre, e sposo, e libert?...

Numitoria

Ne attesto

il cielo, e Roma; ell' mia figlia.

Marco

Indarno

giuri; m'oltraggi indarno. O i servi miei

tosto ella segua; o tratta a forza andranne.

Ad incorrotto tribunal supremo,

se il vuoi tu poscia, ampia ragion son presto

a dar dell'opra mia.

Numitoria

D'inermi donne

maggior ti credi; ecco il tuo ardir: ma lieve

pur non saratti usarne forza. Il campo

mal scegliesti all'infamia: il roman foro

quest'; nol pensi? Or cessa; il popol tutto

a nostre grida accorrer: fien mille

i difensor di vergine innocente.

Virginia

E se pur nullo difensor sorgesse,

svenarmi qui, pria che menarmi schiava,

carnefici, v' forza. Io d'alto padre

figlia, certo, son io: mi sento in petto

libera palpitar romana l'alma;

altra l'avrei, ben altra, ove pur nata

d'un vil tuo par schiava pi vil foss'io.

Marco

Ripiglierai fra le nate catene

tosto i pensier servili; in un cangiato

destino e stile avrai. Ma intanto il tempo

scorre in vane contese: or via...

Numitoria

Menarmi

presa dovrete in un con essa.

Virginia

O madre,

forza non v'ha, che a te mi svelga.

Marco

Indarno.

Disgiunta sia, strappata dalla falsa

madre la schiava fuggitiva.

Virginia

O prodi

Romani, a me, s' in voi pietade...

Numitoria

O figli

generosi di Marte, al par di voi

Romana, al par di voi libera nacque

questa, ch'io stringo al sen materno: a forza

me la torran quest'empi? agli occhi vostri?

a Roma in mezzo? ai sacri templi in faccia?

SCENA III

ICILIO, popolo, NUMITORIA, VIRGINIA, MARCO

Icilio

Qual tumulto? Quai grida? Oh ciel! che veggio?

Virginia!... e a lei...

Virginia

Deh! vieni...

Numitoria

Il ciel ti manda;

corri, affrettati, vola. Alto periglio

sovrasta alla tua sposa.

Virginia

A te son tolta,

alla madre, ed a me. Costui di schiava

tacciata m'ha.

Icilio

Di schiava! O vil, son queste

le forti imprese tue? Pugnar nel foro

meglio sai tu che in campo? O d'ogni schiavo

schiavo peggior, tu questa vergin osi

appellar serva?

Marco

Icilio, uso alle risse,

fra le discordie e i torbidi cresciuto,

ben dover, che a rinnovar tumulti

onde ognora ti pasci, or tu quest'uno

pretesto afferri. Ma, fin ch'havvi in Roma,

a tuo dispetto, sagrosante leggi,

temer poss'io di te? Questa mia schiava;

s, questa; il dico; e a chi provarlo importa,

il prover. N tu, cred'io, n quanti

simili a te fremon qui in suon di sdegno,

di me giudici siete.

Icilio

Icilio, e i pochi

simili a lui, qui difensor tremendi

dell'innocenza stanno. Odi mie voci,

popol di Roma. Io, che finor spergiuro

non sono; io, che l'onor non mai tradito,

n venduto ho; che ignobil sangue vanto,

e nobil cor; me udite; a voi parlo io.

Questa innocente libera donzella

di Virginio figlia... Ad un tal nome

arder vi veggo gi di splendida ira.

Virginio in campo milita per voi:

mirate or tempi scellerati; intanto

all'onte esposta, ed agli oltraggi, in Roma

riman sua figlia. E chi la oltraggia?... Innanzi

fatti, o Marco; ti mostra... E che? tu tremi?

Eccolo, a voi ben noto; ultimo schiavo

d'Appio tiranno, e suo ministro primo;

d'Appio, d'ogni virt mortal nemico;

d'Appio oppressor, duro, feroce, altero,

che libert v'ha tolto, e, per pi scherno,

vita or vi lascia. A me promessa sposa

Virginia, e l'amo. Chi son io, non penso,

che a rimembrarvel abbia: io fui gi vostro

tribun, gi vostro difensor,... ma invano;

che al lusinghiero altrui parlar credeste,

pi che al libero mio: pena ne avemmo

il servaggio comune... Or, che pi dico?

d'Icilio il braccio, il cor, l'ardir vi noto,

non men che il nome. A voi libera chieggo

mia sposa, a voi. Costui non ve la chiede;

schiava la dice, e piglia, e a forza tragge.

Tra Icilio, e Marco, il mentitor qual sia,

danne sentenza tu, popol di Roma.

Marco

Leggi, che a voi, popolo re, voi feste,

sagge, tremende, sacre, infranger primi

or le ardireste voi? No; che di Roma

nol soffriranno i Numi. Allor ch'io falso

richieditor convinto sia, sul capo

mi piombi allor del vostro sdegno il grave

peso intero: ma infin che folli vanti,

e atroci ingiurie, e orribili dispregi

d'autorit legittima sovrana,

son le ragion che a me si oppongon sole;

al suo signor sottrar l'antica schiava

qual di voi l'ardirebbe?

Icilio

Io primo; e avrommi

compagni a ci quanti qui son Romani.

Certo, la iniqua tua richiesta asconde

infame arcano: or, qual ragion ti muova,

chi 'l sa? chi 'l pu, chi 'l vuol saper? non io;

sol che non segua abbominando effetto.

Roma, da che dei Dieci fatta preda,

gi sotto vel di legge assai sofferse

forza, vergogna, e stragi. Uso ad oltraggio

pur finor non son io: chi 'l soffre, il merta.

Schiava non pu d'Icilio esser la sposa;...

fosse anco nata schiava. Ove si vide

legge pi ingiusta mai? Schiavi, nel seno

di libertade? Ed a chi schiavi? al fasto

insultator di chi ci opprime. I servi

per la plebe non son; per noi, che mani

abbiamo, e cor. Ma servi a mille a mille,

purch nol sia Virginia, abbia pur Roma.

Romani, intanto a me si creda: questa,

vel giuro io, figlia di Virginio: il volto,

gli atti modesti n'ha, gli alti pensieri,

e i forti sensi. Io l'amo; esser de' mia;

la perder cos?

Popolo

Misero sposo!

Costui, chi sa, chi 'l muova?

Icilio

Oh! ben mi avveggo,

piet di me sentite; ed io la merto;

vedete: il d, ch'io mi credea gi in sommo

d'ogni letizia, ecco, travolto in fondo

son d'ogni doglia. Assai nimici ho in Roma;

tutti i nimici vostri; assai possenti,

ma scaltri pi. Chi sa? tormi la sposa,

or che m'han tolto libert, vorranno.

Mirate ardire! e favole si tesse;

e ne vien questi esecutor... Deh! Roma,

a qual partito sei?... Nobili iniqui,

voi siete i servi qui; voi di catene

carchi dovreste andar; voi, che nel core

fraude, timore, ambiziose avare

voglie albergate; voi, cui sempre rode

mal nata invidia, astio, e livor di nostre

virt plebee, da voi, non che non use,

non conosciute mai. Maligni, ai lacci

porgon le man, purch sia al doppio avvinta

la plebe: il rio servaggio, il mal di tutti

vonno, pria che con noi goder divisa

la dolce libertade: infami, a cui

la nostra gioia pianto, il dolor gioia.

Ma i tempi, spero, cangieransi; e forse

n' presso il d...

Popolo

Deh, il fosse pur! Ma...

Marco

Cessa;

non pi: tribun di plebe or qui vorresti

rifarti forse? A te, ben so, pu solo

omai giovar sedizione, e sangue;

ma, tolga il ciel, ch'io mezzo oggi ti sia

a s nefando effetto. Infra costoro

macchina, spargi il tuo veleno ad arte;

forza null'altra a violenza io voglio

oppor, che quella delle leggi. Or venga

Virginia d'Appio al tribunal; con essa

la falsa madre: ivi le aspetto; ed ivi,

non urla insane, e tempestose grida,

ma tranquilla ragion giudice udrassi.

SCENA IV

ICILIO, VIRGINIA, NUMITORIA, POPOLO

Icilio

Menarla io stesso al tribunal prometto.

Romani, (ai pochi, ai liberi, ed ai forti

io parlo) avervi al gran giudicio spero

spettatori, e v'invito: ultima lite

fia questa nostra. Ogni marito e padre

sapr, se figli abbia e consorte in Roma.

SCENA V

ICILIO, VIRGINIA, NUMITORIA, POPOLO

Numitoria

Oh rei costumi! Oh iniquit di tempi!...

Misere madri!...

Virginia

O sposo, agli occhi tuoi

pregio finor non ebbi altro che il padre;

priva di lui, come ardir nomarmi

tua sposa?

Icilio

Ognora di Virginio figlia,

d'Icilio sposa, e quel ch' pi, Romana,

sarai, tel giuro. Al mio destin ti elessi

fida compagna; a me ti estimo io pari

in virtude. Al mio labro Amor non detta

pi molli sensi; il braccio, il cor daratti

prove d'amor, se d'uopo fia, ben altre.

Ma, la cagion, che a farti oltraggio spinge

quel vil, sapreste voi?

Virginia

Ch'egli , dicevi,

d'Appio tiranno il rio ministro.

Icilio

Schiavo

d'ogni sua voglia egli ...

Virginia

Nota pur troppo

m' la cagione dunque. Appio, gran tempo,

d'iniquo amore arde per me...

Icilio

Che ascolto?...

Oh rabbia!

Numitoria

Oh ciel! perduti siamo.

Icilio

Io vivo;

ho un ferro ancor. Non paventate, o donne,

fin ch'io respiro.

Virginia

Odi sfrenato ardire.

Or di sedurre, or d'ingannar pi volte

l'onest mia tent: lusinghe, preghi,

promesse, doni, anco minacce, e quanto

dell'onestade ai nobili par prezzo,

tutto spieg. Dissimulai l'atroce

insoffribile ingiuria: in campo il padre

si stava; e udita invan da me l'avrebbe

sola e inerme la madre. Alfin pur giorno

sorge per me diverso: io son tua sposa,

pi omai non taccio. O de' Romani primo,

non che l'offesa, or la vendetta tua.

Rivi di pianto tacita versai;

e al mio dolor pietosa, lagrimava

spesso la madre, e non sapea qual fosse.

Ecco l'orrido arcano. Appio la fraude

ora, e la forza, all'arti prime aggiunge;

giudice, e parte egli : ti sar tolta

pria d'esser tua: deh! almeno in guisa niuna

ei non m'abbia, che morta.

Icilio

Anzi ch'ei t'abbia,

prima che scorra il sangue tuo, di sangue

Roma inondar si vedr tutta; il mio,

quel d'ogni prode, verserassi tutto.

Ch'altro quest'Appio, a chi morir ben vuole,

che un sol, minor di tutti?

Numitoria

Appio t'avanza

d'arte pur troppo.

Icilio

Ancor che iniquo e crudo,

di legge il vel serb finor; presente

fia Roma intera al gran giudizio: ancora

da disperar non . Qui senno e mano

vuolsi: ma troppo necessario il padre.

Non lungi il campo: il richiamarnel tosto

cura mi fia sollecita. Frattanto

andiam; vi sono ai vostri lari io scorta.

Sollievo a voi, tristo, ma il sol ch'io possa

darvi per or, sia la certezza, o donne,

ch'ove a giustizia non rimangan vie,

col brando aprirne una a vendetta io giuro.

ATTO II

SCENA I

APPIO

Appio

Appio, che fai? D'amor tu insano?... All'alto

desio di regno ignobil voglia accoppi

di donzella plebea?... S; poi ch'ell'osa

non s'arrendere ai preghi, a forza trarla

ai voler miei, parte or mi fia di regno.

Ma il popol pu... Che temo? Delle leggi

la plebe stolta, oltre ogni creder, trema:

s'io delle leggi all'ombra a tanto crebbi,

anch'oggi schermo elle mi fieno; io posso,

e so crearle, struggerle, spiegarle.

Molt'arte vuolsi a impor perfetto il giogo;

ma, men ch'io n'ho. Pi lieve erami assai

conquider voi, feri patrizi, in cui

sol forza ha l'oro, e pria vien manco l'oro,

che in voi l'avara sete: io v'ho frattanto,

se non satolli, pieni: hovvi stromenti

fatti all'eccidio popolar, per ora:

spegnervi poscia, il d verr; poca opra

a chi v'ha oppressi, ed avviliti, e compri.

Ma gi Virginia al tribunal si appressa;

seco la madre, e Icilio, e immenso stuolo?

Fero corteggio; e spaventevol forse,

ad uom ch'Appio non fosse: ma, chi nato

si sente al regno, e regno vuole, o morte,

temer non sa, n sa cangiar sue voglie.

SCENA II

APPIO, ICILIO, VIRGINIA, NUMITORIA, POPOLO, littori

Appio

Quai grida ascolto? Al rispettabil seggio

decemviral viensi cos?

Popoplo

Ti chiede

Roma giustizia.

Appio

Ed ai Romani io chieggo

rispetto, e modo. A popolar salvezza,

non men che freno a popolar licenza,

qui meco siede Astra: tacitamente

queste impavide scuri, ond'io mi cingo,

vel dicon, parmi. E che? il poter sovrano,

che a me voi deste, or l'obbliate voi?

di Roma in me la maest riposta

tutta non da voi? Piacciavi dunque

in me, ven prego, rispettar voi stessi.

Numitoria

Appio, al cospetto tuo vedi una madre

misera, a cui la figlia unica vuolsi

torre da un empio; la mia figlia vera,

da me nudrita, al fianco mio cresciuta,

amor del padre, e mio. V'ha chi di schiava

l'osa tacciar; v'ha chi rapirla tenta,

strapparla dal mio seno. Il nuovo eccesso

fremer, tremare, inorridir fa Roma:

me di furor riempie... Eccola: questa;

sola mia speme: in lei beltade molta;

ma pi virt. Roma i costumi nostri,

e i modi, sa: nulla di schiavo in noi.

Per me fia chiaro oggi un terribil dubbio:

di Roma intera io tel richieggo a nome;

rispondi, Appio: son nostri i figli nostri?

Appio

Scuso di madre i detti. A te rispondo,

e teco, a Roma intera. Ove son leggi,

tremar non dee chi leggi non infranse.

A te rapir la figlia tua, s' tua,

si tenta indarno. Amor di parte nullo

in me si annida. Al tribunal non venne

uom finor, che costei schiava esser dica.

Ma voi, chi sete? o vero, o finto, il padre

qual della donzella?

Numitoria

Appio, e nol sai?

Mirala ben: Virginia il nome; il tragge

dal genitore a te ben noto, e a Roma,

ed ai nemici pi. Noi siam di plebe,

e cen pregiamo: la mia figlia nacque

libera, e tal morr. Non dubbia prova

dello schietto suo nascer ti sia,

l'averla a s prescelta Icilio sposa.

Icilio

Sappi, oltre ci, ch'ella ad Icilio cara

pi assai che vita, e quanto libertade.

Appio

Per or, saper solo vogl'io, se nasce

libera, o no. L'esserti e sposa, e cara,

cangiar non pu sua sorte. I torvi sguardi,

i feroci di fiele aspersi detti,

che ponno in me? Quale ella sia, ben tosto

e Icilio, e Roma, giudicar mi udranno.

SCENA III

MARCO, APPIO, VIRGINIA, NUMITORIA, ICILIO, POPOLO, littori

Marco

D'Appio all'eccelso tribunale innanzi

vengo, qual debbe un cittadin; seguaci

molti non traggo; e l'ampio stuol, che cinge

qui gli avversari miei, gi non m'infonde

timore al cor: prove, e ragioni adduco;

non grida, e forza, ed armi. Altro non ode

Appio, che il dritto; e del mio dritto prova

sia non lieve, l'aver primi costoro

rotto ogni uso di legge; e pria risposto,

che la domanda io fessi.

Appio

ver; novello

questo proceder fu.

Icilio

Ma udiamo: narra;

questo tuo dritto esponi.

Marco

Ecco donzella,

che dal supposto genitor si noma:

in mia magion, d'una mia schiava nata;

quindi, bambina, a me dalla materna

fraude sottratta, e a prezzo d'or venduta

a Numitoria, che nudrilla in vece

d'altra, onde orbata era rimasta. Il primo

colto all'inganno, era Virginio stesso;

ond'ei credeala, e crede ancor sua figlia.

Gente, cui noto il prezzo, il tempo, il modo,

condotta ho meco; e son mia sola scorta.

Quant'io ti narro, ecco, a giurar son presti.

Numitoria

A giurar presti i mentitor son sempre.

Ci che asserir romana madre ardisce,

(Romana s, e plebea) creder dovrassi

men che i sozzi spergiuri di chi infame

traffico fanne? Almen, pria che costoro

giurin ci che non , per brevi istanti

deh! si ascolti una madre. Il popol tutto

all'affetto, al dolore, ai moti, ai detti,

giudicher se madre vera io sono.

Appio

Io giudicar qui deggio; e ognun tacersi.

E quelli pi, che ad odio, o amore od ira

servendo ognor, sol di ragion nemici,

van parteggiando; e intorbidata, e guasta

finor purtroppo han la giustizia in Roma.

Icilio

Giudizio questo, e non si ascoltan parti?

Ci che a null'uom si vieta, ad una madre

vietar vuoi tu?

Appio

Vuoi tu insegnarmi forse

a giudicar, perch tribuno fosti?

Io pur privato, qual tu sei, pietade

potria sentir, di madre e figlia al nome;

ma, in questo seggio non si ascolta affetto:

n al pianto qui, n alle minacce stolte,

ma sol dar fede alla ragion conviensi.

Del chieditor le prove pria, la madre

verace, o falsa, udire io deggio poscia.

Forza di legge ell':... ma voi la speme

non riponeste or nelle leggi; io 'l veggo.

Icilio

Leggi udir sempre risuonar qui densi,

or ch' di pochi ogni voler qui legge?

Ma poich addurle chi le rompe ardisce,

addur di legge anch'io vo' gli usi; e dico

che della figlia giudicar non lice,

s'anco il padre non v'.

Popolo

Ben dice: il padre

necessario.

Marco

Non conscio il padre,

vel dissi io gi, della materna fraude.

Icilio

Ma della vostra io 'l sono; e, se non cessi

tu dall'impresa tosto, or tosto udrammi

Roma svelar gli empi maneggi vostri.

Appio

Taci, Icilio. Che speri? in chi t'affidi?

nel mormorar sedizioso forse

di pochi, e rei, che al tuo parlar fan plauso?

Folle, oh quanto t'inganni! A me sostegno

io son; sol io: l'amor ne' tuoi fautori,

al par che l'odio, inefficace e lieve.

La plebe s, ma non gli Icilii, estimo;

me il lor garrir non move; ira non temo,

e rie lusinghe di tal gente io sprezzo.

Icilio

Ben fai; sprezzar chi a te obbedisce dei.

Ma il d, che andavi il favor nostro vano

tu mendicando; il d, che te fingevi

umile per superbia; e per viltade

magnanimo; e incorrotto, e giusto, e pio

per empiet; quel d, parlar t'udimmo

meno altero d'alquanto. A tutti noto,

Appio, omai sei: di rientrare, incauto,

in tua natura ti affrettasti troppo.

Tutte hai le parti di tiranno, e tutte

n'hai le virt, tranne prudenza: e suole

pur de' tuoi pari esser virt primiera,

prudenza, base a tirannia nascente.

Popolo

Troppo ei dice, ma vero.

Appio

Io qui credea

giudicar d'una schiava oggi, e non d'altro;

ma, ben mi avveggo, giudicar m' forza

d'un temerario pria.

Icilio

D'una donzella

mia sposa il natal libero credea

qui sol difender io: di Roma i dritti,

di me, di tutti i cittadini miei,

felice me, se del mio sangue a costo

oggi a difender valgo!

Popolo

Oh forti detti!

Oh nobil cor! Romano egli .

Appio

Littori,

accerchiate costui: sovra il suo capo

pendan sospese la mannaie vostre;

e ad ogni picciol moto...

Virginia

Oh ciel! non mai,

non fia, no: scudo a lui son io: le scuri

si rivolgano in me: me traggan schiava

i tuoi littori: poco il servir mio,

nulla il morir; purch sia illeso il prode,

il sol di Roma difensor...

Appio

Si svelga

costei dal fianco suo. Terribil trama

qui si nasconde, e sta in periglio Roma.

Icilio

Per me, per lei, questo un pugnal, se forza

fatta ci viene: a noi, fin ch'io respiro,

uom non s'accosti.

Popolo

Ei nulla teme!

Icilio

A trarla

di qui, t' forza uccidere me pria.

Romani, udite la terribil trama,

che qui s'asconde: udite in qual periglio

sta Roma, udite; indi su gli occhi vostri

me trucidar lasciate. Arde d'infame

amor quest'Appio per Virginia...

Popolo

Oh ardire!

Icilio

Tent sedurla; us minacce, e preghi;

e perfin oro offrille; ultimo oltraggio,

che all'abbietta virt fa il vizio in trono.

Ma di patrizio sangue ella non era,

onde a prezzo ei non l'ebbe. Or di rapirla

tenta; e la fraude ad accertar, vi basti

dell'assertore il nome. Ormai pe' figli

tremate, o padri; e pi tremate assai

per le mogli, o mariti. Or, che vi resta

a perder pi? la mal secura vita.

E a che pi vita; ove l'onor, la prole,

la patria, il cor, la libert v' tolta?

Popolo

Per noi, pe' figli, o libertade, o morte.

Appio

Menzogna questa...

Popolo

O libertade, o morte.

Numitoria

O generosa plebe, il furor tuo

sospendi alquanto. Ah! tolga il ciel, che nata

di questo fianco sia cagion fatale

di sparger rivi di romano sangue.

Io chieggo solo, e in nome vostro il chieggo,

che Virginio s'aspetti. A lui dinanzi,

ed a voi tutti, discolpar saprommi

della mentita non soffribil taccia.

Appio

Cessate omai, cessate, o ch'io di legge

esecutor severo, or or vi mostro

quant'ella pu. Voi vi accingete a impresa

vana omai, vana; e le insolenti grida,

a giustizia ottener d'uopo non fanno,

come a sturbarla inefficaci sono.

Icilio mente, e il prover. Costui

d'ogni tumulto, d'ogni rissa il capo,

gran tempo gi che il civil sangue anela.

Tribuno vostro, era di voi nemico,

come di noi. Distrugger prima i padri,

ingannar poi la plebe, e in vil servaggio

ridurci tutti, era il pensier suo fello:

quindi sua rabbia in noi. Fidar vi piacque

in man de' Dieci il fren dell'egra e afflitta

citt: me, quanto io son voi stessi feste;

voi, di fatale empia discordia stanchi.

Rinasce appena or la bramata pace;

e a un cenno, a un motto del peggior di Roma,

a turbarla degg'io presti vedervi?

Popolo

ver; giudice egli : ma udiam, quel prode

che gli risponda.

Icilio

ver, giudice il feste,

legislator; ma gi compiuto l'anno;

giudice poscia ei vi si fea per fraude;

or, per forza, tiranno. Ei noma pace

la universal viltade: atro di morte

sopor quest', non pace. A rivi scorre

nel campo nostro il cittadino sangue:

e chi sel beve? l'oste forse? Il prode

misero Siccio, ei, che nomar nel campo

os la prisca libert, non cadde

trafitto in pugna simulata a tergo,

dal traditor decemviral coltello?

Appio

Siccio ribelle, ivi...

Icilio

Che narro io stragi?

son note gi. Sangue per anco in Roma

sparso non han; ma a larga mano l'oro,

che orribil prezzo fia di sangue poscia.

Chi pensa e parla qual romano il debbe,

nemico oggi di Roma. Alle donzelle

sposo, e parenti, e libertade, e fama,

tutto si toglie. Or, che aspettate? Il duro,

il peggior d'ogni morte orribil giogo

imposto a voi da voi; che d'uom vi lascia

il volto appena, e il non dovuto nome;

perch da voi non cade infranto a terra?

Sete Romani voi? romane grida

odo ben; ma romane opre non veggio.

Sangue v' d'uopo ad eccitarvi? Io leggo

gi del tiranno in volto il fero cenno

di morte. Or via, satelliti di sangue,

vostre scuri che fanno? questo il capo,

Appio, quest', che tronco, o a Roma torre

debbe, o per sempre render libertade.

Fin che sul busto ei sta, trema; lo udrai

libertade gridare, armi, vendetta.

Se Roma in s Romani altri non serra,

a Tarquinio novel novello Bruto,

vivo o morto, son io. Mira, io non fuggo,

non mi arretro, non tremo: eccomi...

Virginia

Oh cielo!

Appio deh! frena l'ira: entro al suo sangue

non por le mani: odi che il popol freme,

n il soffrir. Troppo importante vita

minacci tu: me fa' perir; fia il danno

minore a Roma, e a te...

Icilio

Che fai? tu preghi?

e un Appio preghi? In faccia a Roma, in faccia

a me? Se m'ami, a non temere impara:

e se d'amor prova ti debbo io prima

dar qui, la vita, in don tu la ricevi,

da Romana qual sei, d'Icilio sposa.

Numitoria

Oh terribil momento! Appio, ten prego

un'altra volta ancor; Virginio torni,

e s'aspetti, e s'ascolti.

Popolo

Appio, deh! torni

Virginio; il vogliam tutti...

Appio

Io pi di tutti,

presente io 'l voglio; ei lo sar: nel foro

tutti vi aspetto al nuovo d. Costui

di morte reo, per or non danno a morte;

creder potreste ch'io di lui temessi:

per ora ei viva, e al gran giudicio assista;

se il vuole, in armi; e voi con esso, in armi.

Dar pria sentenza della schiava udrete,

e di lui poscia. A veder qui v'invito,

che in sua virt securo Appio non trema.

Marco

Ma vuol la legge, che appo me frattanto

resti la dubbia schiava.

Icilio

Infame tetto

di venduto cliente asl sarebbe

d'onesta vergin mai? Legge non havvi

iniqua tanto; o, se pur v'ha, si rompa.

Marco

Mallevador chi fia della donzella?

Popolo

Mallevador noi tutti.

Icilio

Ed io con loro.

Andiam: vedranne il nuovo sol qui tutti,

certi di noi, di nostre spose, o estinti.

SCENA IV

APPIO, MARCO

Appio

Icilio ell'ama? E sposa n'? Pi forte

pi immutabil sto quindi in mio proposto.

Va', temerario, or nella plebe affida,

mentr'io...

Marco

La plebe a ribellar pi pronta,

pi accesa mai vedesti?

Appio

Altro non vidi,

fuor che Virginia; e mia sar. Ch'io tremi,

vuoi dirmi forse? e ad Appio osi tu dirlo?

Chi la plebe temesse, arbitro fora

d'essa giammai? Temporeggiar nel primo,

e prevenire il suo furor secondo;

sempre impavido aspetto; amaramente

brevi lusinghe a minacciosi detti

irle mescendo: ecco i gran mezzi, ond'io

son ci ch'io sono; e pi ch'uom mai qui fosse

farommi.

Marco

Invano, finch Icilio vive,

gli atterrisci, o seduci. In lui, nel suo

caldo parlar, nel tribunizio ardire

trovan, membrando i loro prischi dritti,

esca possente a non estinto foco,

che nei petti gi liberi ribolle.

Appio

Fin ch'altro a far mi resta, Icilio viva.

Di sofferenza giova anco talvolta

far pompa: Icilio viva, e il popol vegga,

che poco ei pu contr'Appio. In odio, e sprezzo

cangiar vedrai dalla volubil plebe

il suo timido amor: d'Icilio a danno

torneran d'arme sue; di sua rovina

primo stromento fia la plebe stessa.

Marco

Ma, il tornar di Virginio, oh quanto aggiunge

ardimento alla plebe, a Icilio forza!...

Appio

Ma, il tornar di Virginio;... e che?... tu il credi?

Vieni, e saprai, come, ottenuto il tempo,

non manca ad Appio a ben usarlo ingegno.

ATTO III

SCENA I

VIRGINIO

Virginio

Ecco al fin giungo. Oh, come ratto io venni!

parea che al piede m'impennasser ali

timore, speme, amor, piet di padre.

Ma, pi mi appresso a mia magion, pi tremo!

Gi quasi annotta: ad abbracciar si vada,

se tolta ancor non m'e, l'unica figlia,

solo conforto di mia stanca etade.

SCENA II

ICILIO, VIRGINIO

Icilio

Oh!... che vegg'io?... Virginio? Il Dio di Roma

a noi ti mena. Il tuo venir s tosto,

mi fausto augurio.

Virginio

Icilio! oh ciel! Dal campo

volai;... deh, dimmi, in tempo giungo? Appena

chiederlo ardisco; son io padre ancora?

Icilio

Finor tua figlia libera, ed illesa.

Virginio

Oh inaspettata gioia! oh figlia!... al fine...

respiro.

Icilio

Hai figlia; ma vive nel pianto

con la squallida madre. In dubbio orrendo

di lor vicina sorte, palpitanti

stanno; del venir tuo nell'ansio petto

bramano il punto, e il temono a vicenda.

Virginio

Dunque i miei caldi preghi udiste, o Numi;

voi, che al mio fianco antico inusitata

forza prestaste, ond'io giungessi in tempo,

o di salvar l'unica figlia mia,

o di morir per essa.

Icilio

Odi; o salvarla,

o morir voglio anch'io. Ma tu sei padre;

un'arme hai tu, che non m' data, e molto

nel popol pu; le lagrime.

Virginio

Ma dimmi:

a che siam noi?

Icilio

Lo stesso suol che or premi,

d'iniquitade era stamane il campo:

qui prima pugna diessi. Un Marco parla,

e d'Appio asconde la libidin cruda

con mille fole. Ad ingannar la plebe

quanto mestier, tutto si adopra; e leggi,

e chieditore, e testimoni, e prove.

Gi all'iniquo giudizio Appio dar fine

senza ostacol credea; ma l'empia frode

io palesare osai primiero, e osai

chieder del padre. Oh qual terribil grido

al ciel mandava la fremente plebe,

tuo nome udendo! Componeasi un volto

impavido, ma in core, entro ogni vena,

lo scellerato giudice tremava.

Al fin si arrese, e d'aspettarti ei disse.

Or io temea, che l'empio al venir tuo

tendesse aguati; e che alla figlia, e a Roma,

e a me tolto tu fossi... Al fin pur giungi;

e non invan ti voller salvo i Numi.

Del d novello ei l'ora sesta assegna

alla sentenza ria: gi il sol nascente

ti vegga dunque infra la plebe andarne

tremante padre, e chieder lagrimoso

tua vera prole. N pietade altronde

cercar, che in cor di plebe: ella pu sola

render la figlia al padre, a me la sposa,

a s l'onor, la libertade a Roma.

Virginio

Icilio, il sai, quant'io grande t'estimi...

Lo averti eletto genero n' prova.

Entro il mio cor non guasto ardon tre sole

di puro amor forti faville: Roma

amo, e il mio sangue, e la virtude tua.

Ogni alta impresa, ogni periglio teco

ad affrontar, s'egli mestier, son presto...

Ma, il tuo bollente ardir, l'alma che troppo

magnanima rinserri...

Icilio

E quando troppa

si reput virtude?

Virginio

Allor ch' vana;

allor che danno a chi la segue arreca,

e a chi non l'ha non giova. Icilio, io t'odo

mosso da nobil ira in un raccorre

la patria oppressa, e l'oltraggiata figlia:

cause...

Icilio

Disgiunger densi? Una la causa:

tu sei padre, e nol senti? O Roma Roma,

tu allor v'hai figlia, io vi ho consorte, e vita;

o serva, e allor nulla v'abbiam, che il brando.

Virginio

Roma per ora serva pur troppo: io tremo

di te per lei; che sue profonde piaghe

inacerbisce ogni presente moto:

tremo, che tu non scelga infra i partiti

per pi certo il pi fero. Ah! se ad un tempo

salvar la figlia, e non turbar la pace

della patria si pu...

Icilio

Taci: qual nome

profferir osi tu? V'ha patria, dove

sol UNO vuole, e l'obbediscon tutti?

Patria, onor, libert, Penati, figli,

gi dolci nomi, or di noi schiavi in bocca,

mal si confan, finch quell'UN respira,

che ne rapisce tutto. Omai le stragi,

le violenze, le rapine, l'onte,

son lieve male; il pessimo dei mali

l'alto tremor, che i cuori tutti ingombra.

Non che parlar, neppure osan mirarsi

l'un l'altro in volto i cittadini incerti:

tanto il sospetto e il diffidar, che trema

del fratello il fratel, del figlio il padre:

corrotti i vili, intimoriti i buoni,

negletti i dubbi, trucidati i prodi,

ed avviliti tutti: ecco quai sono

quei gi superbi cittadin di Roma,

terror finora, oggi d'Italia scherno.

Virginio

Vero il tuo dire, e a piangere mi sforza,

non men che di dolor, lagrime d'ira...

Ma, e che potrian due sole alme romane

a tanti vili in mezzo?

Icilio

Aspra vendetta

fare, e morir.

Virginio

La tirannia novella

matura ancor non : tentar vendetta,

ma non compierla puossi. Or, che non osa

la crudelt decemvirale in campo?

E che pur fa di que' gagliardi il fiore,

ch'ivi sta in armi? fremono, e si stanno.

Smentir le false prove, e dagli artigli

d'Appio sottrar spero la figlia: dove

ne sia forza morire, io 'l deggio; io 'l voglio:

non tu cos; se muori, a vendicarne

chi resta allor? chi salva Roma?

Icilio

Noi:

vivi, col brando; o con l'esempio, estinti.

Soffrir pi omai non puossi: avrem seguaci;

tutti non son, bench avviliti, vili:

manca, all'ardir dei pi, chi ardisca primo;

e son quell'io. Per ora il campo questo,

in cui dobbiam militar noi; cercarvi

onore, o morte. In pi seguir le insegne

degli oppressori nostri, infamia sola

tu mercheresti: in mezzo a Roma l'oste;

dunque in Roma si pugni: e siane incerto

l'evento pur, certa la gloria: or deggio

pi dirti?

Virginio

No: presto a morir son sempre;

e duolmi or sol l'aver vissuto io troppo.

Freno all'iniquo giudice porranno

mie grida, spero; e la evidente mia

ragion: Roma vedrammi intorno intorno

andar mostrando ai cittadini ignudo

pien d'onorate cicatrici il petto:

e attestar Roma, e i Numi nostri, e il sangue

nemico, e il mio, che per essa io sparsi.

Squallido padre, canuto, tremante,

ad ogni padre io narrer la trista

storia del sangue mio: per me, quai sieno

delle lunghe fatiche i premi in Roma,

ogni guerrier sapr. Ci far ti giuro...

ma, di sangue civil tinger mio brando,

avviluppar nella mia fera sorte

tanti innocenti, e invano...

Icilio

E forza pure

ti fia ci far: la libertade, i figli

ben mertan, parmi, che si spanda il sangue

di pi d'un cittadino. O muoion prodi,

degni non eran di servire; o vili,

non degni eran di vivere tra noi.

Ma ad abbracciar le sconsolate donne,

deh! vanne ormai: certo son io, che pari,

e pi furor che il mio non , trarrai

dal pianto loro; e ch'io t'avr compagno

a qualsivoglia impresa.

SCENA III

NUMITORIA, VIRGINIA, ICILIO, VIRGINIO

Numitoria

Oh!... s'io ben veggio...

no, non m'inganno; desso, desso; oh gioia!

Virginio!

Virginia

Padre!

Virginio

Oh ciel! Figlia,... e fia vero?

Consorte!... al sen vi stringo? Oim... mi sento...

mancar...

Virginia

Ti abbraccio s, finch nomarti

padre a me lice.

Numitoria

Ansie di te, dubbiose

del tuo venir, n'era ogni stanza morte.

Quindi t'uscimmo impazienti incontro...

Virginia

Sollecite, tremanti. Almen lontana

or non morr da te. Pi non sperava

di rivederti mai.

Icilio

Misero padre!

non che parlar, pu respirare appena.

Numitoria

Questo ben altro, che tornar dal campo,

qual ne tornasti tante volte e tante,

vincitor dei nemici. A terra china

veggio purtroppo la onorata fronte,

d'allori un d, carca or di doglie, e d'atri

pensier funesti: or sei ridotto a tale,

che n moglie, n figlia (amati pegni,

per cui cara la gloria e il viver t'era)

or non vorresti aver tu avute mai.

Virginio

... Donne; non duolmi esser marito, e padre;

grande dolcezza, ancor che amaro molto

a scontar l'abbia. Se a misfatto in Roma

ai cittadini l'aver figlie ascritto,

reo ne voglio esser primo; esserne primo

emendatore io vo'. Libera Roma

era in quel d, ch'io diveniati sposo;

libera il d, ch'unico pegno e certo

di casto amor Virginia mia mi davi;

mia, s; pur troppo! Delle patrie leggi

nata e cresciuta all'ombra sacra, o figlia,

eri mia sola speme: eran custodi

dell'aver, delle vite, ed onor nostro,

i magistrati allora: or ne son fatti

i rapitori?... Ah! figlia,... il pianto frena;...

deh! non sforzarmi a lagrimar. Non ch'io

indegno estimi di roman soldato

il lagrimar, quando il macchiato onore,

le leggi infrante, la rapita figlia,

strappan dal suo non molle core il pianto;...

ma, col pianger non s'opra.

Virginia

Ed io, se nata

del miglior sesso fossi, io figlia tua,

a chi nomarmi ardisse schiava, oh! pensi

ch'io risposta farei con pianto imbelle?

Ma, donna, e inerme sono; e padre, e sposo,

e tutto io perdo...

Icilio

Nulla ancor perdesti.

Speme non morta del tutto ancora:

in tua difesa avrai la plebe, il cielo,

e noi: se invan; se non ti resta scampo,

che di perir con noi,... tremando io il dico,...

e i genitori tel dicon tacendo,...

tu con noi perirai. Tua nobil destra

io t'armer del mio pugnal, grondante,

caldo ancor del mio sangue: udrai l'estreme

libere voci mie membrarti, ch'eri

figlia di prode, libera, Romana,

e sposa mia. Pensier, che il cor mi agghiaccia,

intempestivo egli finora.

Virginia

il solo

pensier, che in vita tiemmi. Oh! se mi vedi

pianger, non piango il mio destin, ma il tuo.

Nato ad ogni alta impresa, esser di Roma

dovresti lo splendor: piango in vederti

ridotto, e invano, a disputar l'oscura

mia libert privata; ed in vederti

chiuso ogni campo di verace fama;

e in veder l'alma in te romana tanto,

or che pi non Roma.

Virginio

E tu non sei

mia figlia, tu? l'oda chi 'l niega.

Numitoria

Ah! sola

ella sostegno alla nostra cadente

vita. O figlia, morir ben mille volte,

pria che perderti, voglio.

Icilio

Amata sposa,

forte l'amor, che fortemente esprimi;

degno di noi; simle, e pari, al mio.

Ogni tenero affetto, ogni dolcezza,

duri tempi ne vietano. Fra noi

d'amor paterno e coniugal sol pegno

fia la promessa di scambievol morte.

Virginio

Oh miei figli!... E fia vero?... or perir debbe

virt cotanta?... O donna, e quei che forti

nascer potrian da lor, veri di Roma

figliuoli, e nostri, non terrem noi mai

fra le tremule braccia?... Oh, di quai prodi

perisce il seme, col perir di queste

libere, altere, generose piante!

Icilio

Pianger dovremmo di ben altro pianto,

se avessimo noi figli: a fero passo

tratti or saremmo; o di lasciarli schiavi...

schiavo il mio sangue!... Ah! trucidarli pria.

Padre io non son; se il fossi...

Virginio

Orribil lampo

tralucer fammi il parlar tuo: deh! taci...

deh! ten prego.

Numitoria

Son madre, e tutto io sento

ci che tu accenni. Al pianto sol ridotte,

che non abbiam, misere madri, uguale

al dolore la forza!

Icilio

I padri, e' sposi,

pari al vostro hanno il duol, maggior l'ardire.

Speranza ancora di salvarla io serbo.

Virginio ed io siam soli in Roma forse;

ma noi bastiam soli a dar vita e sdegno

ad un popolo intero.

Virginio

Ah! che pur troppo

non ponno i detti (e sien pur caldi e forti)

scuoter davver popol, che in lacci geme;

n ad opre maschie risentite trarlo:

le ingiurie estreme, e il sangue solo, il ponno.

Roma, a sottrarti dai Tarquini infami

forza era pur, ch'una innocente donna

contaminata, cadesse trafitta

di propria mano al suol nel sangue immersa.

Virginia

E se a svegliar dal suo letargo Roma,

oggi pur forza che innocente sangue,

ma non ancor contaminato, scorra,

padre, sposo, ferite: eccovi il petto.

Cara vi son io troppo? in me l'acciaro

tremereste vibrare? Io gi non tremo;

date a me il ferro, a me. Sia il popol tutto

testimon di mia morte: al furor prisco

lo raccenda tal vista; io di vendetta

sar il vessillo: entro il mio sangue i prodi

tingan lor brando a gara, e infino all'elsa

lo immergan tutti a' rei tiranni in petto.

Virginio

Deh, figlia,... or, qual mi fai provar novello

terrore!... oim!...

Icilio

Pi non si squarci a brano

il cor di un padre omai romano troppo.

A noi che giova or l'esortarci a morte?

Traligniam noi dagli avi? Infra poch'ore,

se morir dessi, il saprem noi. Ma intanto

torna, o Virginio, a riveder tuoi Lari,

con la sposa, e la figlia. questa forse

la notte estrema, in cui s gran dolcezza

ti si concede. Oh sventurato padre!

brevi hai momenti a cos immenso affetto.

Virginio

Oh fera notte!... Andiam: doman col sole,

Icilio, qui mi rivedrai.

Icilio

Gi pria

io sarovvi a dispor pochi, ma forti,

ad alto effetto. Or va: tu pur convinto

sarai domani appien, ch'altro partito

non v'ha che il mio; di sangue. O estinti, o vivi,

felici appien sarem domani, o sposa.

Virginia

O viva, o estinta, ognor felice io teco.

ATTO IV

SCENA I

APPIO, MARCO

Appio

Virginio in Roma?

Marco

Ei v' pur troppo.

Appio

Visto

l'hai tu?

Marco

Cogli occhi miei. Tu stesso in breve

anco il vedrai, ch'ei di te cerca.

Appio

Or come

del campo usc, se un mio comando espresso

ritener vel dovea?

Marco

Non giunse in tempo

forse il divieto tuo; forse anco i duci

a obbedirti eran lenti...

Appio

E chi mai tardo

ad obbedir d'Appio i comandi fora?

Icilio, or veggo, prevenir mi seppe...

Merc ne avr, qual merta. Anzi che tratta

fosse Virginia al tribunal, gi corso

n'era l'avviso al genitore. Assai

cangia l'affar d'aspetto, al venir suo:

ma pur, non io...

Marco

Gi in pianto ambo i parenti

con la figlia, pe' trivi, e in ogni strada,

supplici, in veste squallida ravvolti,

scorrono; e dietro lor lasciano immensa

traccia di pianto e di dolor: qui forse

tu passar li vedrai. Ma, in ben altr'atto,

cinto da stuol, che vie pi ingrossa, scorre

per ogni via feroce Icilio in armi:

prega, minaccia, attesta, esorta, grida.

Pianto di madre, belt di donzella,

valor canuto di guerriero padre,

e di tribun sediziose voci

terribil esca a pi terribil fiamma

stanno per esser; bada.

Appio

Or via, se il vuoi,

trema per te; per me, se il vuoi: purch'io

per me non tremi. Va': Virginio veggo

venire a me: lasciami sol con esso.

SCENA II

APPIO, VIRGINIO

Appio

E che? le insegne abbandonare e il campo

osi cos? Di Roma oggi i soldati

dunque a lor posta van, tornano, stanno?

Virginio

Tal v'ha ragion, che licito pu farlo.

Pure il severo militar costume,

cui da troppi anni io servo, or non infransi.

Chiesto commiato ottenni. In Roma torno

per la mia figlia;... e il sai.

Appio

Che puoi per essa

dir tu, che in suon pi forte a me nol dica

la legge?

Virginio

Odimi. Padre io son, pur troppo!

e come padre io tremo. Invan mi ascolto

suonar dintorno minacciose voci

di plebe a favor mio: so, che possanza

molta in te; che a viva forza urtarla

fia dubbia impresa; e che in pi rie sventure

precipitar Roma poss'io, n trarti

forse di man la figlia. Appio, minacce

dunque non far; che il nuocer so fin dove

concesso t': ma pensa anco, deh! pensa,

che in un te stesso a immenso rischio esponi...

Appio

Preghi, o minacci tu? Son io qui forse

dei giudizi assoluto arbitro solo?

Poss'io la figlia a un vero padre torre?

Serbargliela anzi del mio sangue a costo

deggio, e il far: ma, s'ella tua non nasce,

che vaglion preghi? Il fiel, che mal nascondi,

ben io, ben so, donde lo attingi: ingombro

t'ha Icilio il cor di rei sospetti infami;

ei, che a sue mire ambiziose s'apre

colle calunnie strada. Or, puoi tu fede

a un tal fellon prestar? tu che il migliore

de' cittadini sei, genero scegli

dei tribuni il peggiore? in un con esso

perder tua figlia vuoi? D'Icilio certa

la rovina, ed onorata morte

ei non s'avr, qual crede. Ei contra Roma

congiura; ei cova orribili disegni.

Chiama tiranni noi; ma in seno ei nutre

di ben altra tirannide il pensiero.

Spenti vuol tutti i padri: al popol poscia

servaggio appresta; e libert pur grida.

Tanto pi rio mortifero veleno,

quanto ravvolto entro pi dolce scorza.

Gi il segnal di ribelle innalza a mezzo,

e a mezzo quel di traditore. Io l'armi

all'armi oppongo; alla fraude empia, l'arte.

Tutto previsto gi. Da lui non sai

sue trame tu; ch'egli e ministro e velo

a sue mire ti vuol, ma non compagno

a sue rapine. Ei sa, che Roma hai cara

quanto la figlia tua; quindi si mostra

sol di tua figlia il difensor, ma ride

poscia ei di te co' traditor suoi pari.

Sol si cela da te; ma a lor non teme,

qual , mostrarsi l'oppressor di Roma.

Virginio

Tolte le figlie alle tremanti madri,

e ai genitor, che in campo han di lor vita

speso il migliore; i magistrati fatti

tremendi a noi, pi che i nemici: or come

temere omai d'altro oppressor pu Roma?

Appio

Icilio, il so, di un folle amor mi taccia;

ma quai prove ne adduce? Il suo sfrenato

ardire, il grido popolar, la troppa

dolcezza mia, fur prove. mio cliente

Marco; ei ripete la tua figlia; io dunque

ne son l'amante, io 'l rapitore. Or odi

ragion novella!

Virginio

Icilio sol, che il dica?

Altri ha, che il dice.

Appio

La donzella forse,

vinta da lui.

Virginio

Che pi? prove son troppe,

cui vergogna non men ch'ira mi vieta

poter narrare. Una ne fia, non lieve,

il tuo scolparten meco.

Appio

Hai fermo dunque

d'unirti pure co' ribelli?

Virginio

Ho fermo

d'aver mia figlia, o perder me.

Appio

Te salvo

vorrei, ch'io t'amo.

Virginio

E perch m'ami?

Appio

Roma

pu abbisognar del braccio tuo: deh! lascia,

che solo Icilio pera; il merta ei solo.

Degno di viver tu...

Virginio

Degno, t'intendo,

me di servir tu credi...

Appio

Ugual te stimo

se non maggior, d'ogni Romano: e in prova,

riporterai tu in campo il piede appena,

ch'io d'innalzarti a militar comando

avr...

Virginio

Tentar me di viltade anch'osi?

Premio a virt dovuto, a me il darebbe

d'Appio il favore? Or qual fec'io delitto,

per meritarmi il favor tuo? Pur troppo

spento anche in campo d'ogni onore il seme;

e il sa ben Roma, e i suoi nemici il sanno;

essi, che vanto, non avuto in pria,

darsi or ponno, d'aver pi d'un Romano

trafitto a tergo. ver, che l'onorate

piaghe, qual'io ti mostro a mezzo il petto,

quai benedir soleansi ne' figli

dalle romane madri, ora in mal punto,

mal ricevute, e peggio foran mostre,

or che per te si pugna. A Roma fede

giurai: s'io deggio ritornare al campo,

Roma rinasca. A me tu parli scaltro;

rispondo io forte. Io son soldato, io padre,

io cittadin: d'ogni altro male io taccio;

e finch Roma il soffre, il soffro anch'io:

ma la mia figlia...

Appio

Non son io, che spinga

Marco a muover la lite, ancor che fama

bugiarda il suoni: bens tanto io posso

da distornelo, forse. Assai mi prende

di te piet: senza periglio alcuno,

senza tumulto, a te la figlia forse

render potrei, se tu di lei sentissi

vera piet: ma tu, di sangue hai sete;

la vuoi d'Icilio sposa, e involger teco

nella rovina di un fellon tua figlia.

Virginio

Me la puoi... render... tu?

Appio

Se a Icilio torla

tu vuoi.

Virginio

Glie la giurai.

Appio

Sciorratti ei stesso,

oggi, estinto cadendo. Or va; ti avanza

a risolver brev'ora. tua la figlia,

se d'Icilio non : d'Icilio sposa,

far io non posso che con lui non pera.

Virginio

... Misero padre!... A che son io ridotto?...

SCENA III

APPIO

Appio

Roman, pur troppo, egli . Tremar potrebbe

Appio stesso, se Roma in s chiudesse

molti cos. Ma due, non pi, son l'alme

degne dell'ira mia: canuto, e padre,

l'un; possenti ceppi: inciampo all'altro

sar lo stesso suo bollore immenso.

Far che in lui primo il furor suo ricada,

fia l'arte... Ma, che veggio? Ecco le donne

venir fra il pianto della plebe. Or d'uopo

m' sedurle, o atterrirle.

SCENA IV

APPIO, NUMITORIA, VIRGINIA

Appio

Infin che tempo

vi avanza, e breve egli , deh! donne, alquanto

spiccatevi dal torbido corteggio,

da cui, pi ch'util, pu tornarven danno.

Giudice qui per or non sono: ascolta,

Virginia: vieni; in altro aspetto forse

me qui vedrai.

Virginia

Col padre favellasti?

Numitoria

Pentito sei? preso hai miglior consiglio

al fin dal timor tuo?

Appio

Dal timor?... Io?

Dalla pietade il presi. Odimi; e prova

ch'io non pavento, il mio parlar vi sia.

Virginia, io t'amo, e tel confermo: or forza,

che a me ti tolga, esser non pu; ragioni,

che a me ti pieghin, ve n'ha molte...

Virginia

questo

il cangiar tuo? Deh! madre, andiam...

Appio

Rimani;

ascolta. tanto del tuo Icilio cieca

sei dunque? In lui se il temerario ardire

ti piace; ardisco io men di lui? se il grado

n'ami; tribuno anco ei tornasse, pari

fora egli a me? se il cor libero, e gli alti

sensi; non io pi grande in petto il core,

e pi libero serro? io, s, che farmi

suddito lui, co' pari suoi, disegno;

mentr'essi a me obbediscono...

Numitoria

Ed ardisci

svelar cos?...

Appio

Tant'oltre io sono, e avanza

s poco a far, che apertamente io l'oso.

Quant'io gi son, n in pensier pur vi cape:

sta in mio poter, come di mille il brando,

la lingua anco di Marco. Ove tu cessi

d'esser d'Icilio sposa, io la richiesta

fo cessar tosto.

Virginia

Abbandonarlo?... Ah, pria...

Numitoria

Oh rea baldanza! Oh scellerato!...

Appio

E credi

che Icilio t'ami, a lato a me? Sue vane

fole di libert, suo tribunato,

suoi tumulti sol ama. Ei lungamente

taceasi; or mezzo a s riporre in seggio

te crede, stolto: il fa parlar sua folle

ambizion, non l'amor tuo. Ma poni,

ch'io pur anco incontrassi alto periglio

in questa impresa; argomentar puoi quindi,

quanto immenso il mio amor: possanza, vita,

fama arrischio per te. Tutto son presto

dare ad amor; tutto ricever spera

da amore Icilio.

Virginia

Cessa. Icilio vile

gi non puoi far, col pareggiarti ad esso,

n grande te. Breve il confronto: ei tutto

ha in s ci, che non hai: nulla di lui

esser pu in te: quant'io ti abborro, l'amo.

D'amor che parli? A tua libidin rea

tal nome osi dar tu? Non ch'io 'l volessi;

ma, n in pensiero pure a te mai cadde

di richiedermi sposa?...

Appio

Un d, fors'io...

Virginia

Non creder gi, ch'io mai...

Numitoria

Di noi stimavi

far gioco: oh rabbia!...

Virginia

Infame; a nessun patto

piegarmi tu...

Appio

Sta ben: verrai tu dunque

in poter mio, del sangue del tuo amante

cospersa tutta.

Virginia

Oh ciel!...

Appio

S, del tuo amante;...

e del tuo padre.

Numitoria

Oh crudo!...

Virginia

Il padre!

Appio

Tutti.

Cade chi voglio, a un cenno mio: nel campo

Siccio per me vel dica. Un'ora manca

a dar segno al macello.

Virginio

Icilio!... Un'ora!...

Appio, piet... L'amante... il padre...

Numitoria

Spenti

due tali prodi ad un tuo cenno? E credi

te nel tuo seggio indi securo?...

Appio

E s'anco

meco tutto sossopra irne dovesse,

Virginio, Icilio, ricondotti a vita

foran perci?

Virginia

Tremar mi fai...

Numitoria

... Deh!... m'odi.

N fia, che priego?...

Appio

Con un sol suo detto,

ella entrambi li salva.

Virginia

... Appio,... sospendi

per oggi il colpo;... io ti scongiuro. Intanto

io deporr di nozze ogni pensiero...

Icilio viva, e mio non sia; dal core

io tenter la imagin sua strapparmi...

Mia speme, in lui posta tanti anni, or tutta

da lui torr: forse... frattanto... il tempo...

che posso io pi? Deh! viva Icilio: io cado

a' piedi tuoi. Ma, oim! che fo?... che dico?

Te sempre odiar vieppi farammi il tempo,

e vieppi Icilio amare. Io nulla temo;

Romani siamo: ed il mio amante, e il padre,

vita serbar mai non vorrian, che prezzo

di lor viltade fora: a perder nulla,

lor trafitti, mi resta. In tempo un ferro

non mi darai tu, madre?

Numitoria

O figlia,... vieni...

Numi v'ha in ciel dell'innocenza oppressa

vindici; in lor speriam: vieni...

Virginia

Al mio fianco

deh! sii sostegno;... il mio piede vacilla...

SCENA V

APPIO

Appio

Mi si resiste ancora? Ostacol nuovo

m' nuovo spron: plebea belt, che il petto

mi avria per s di passeggera fiamma

acceso appena, or che di sdegno freme

Roma per lei, profondamente or stammi

fitta, immota, nel core; or quanto il regno

m' necessaria, e pi. Ma, l'ora sesta

lungi non . Vediam, se in punto il tutto,

per insegnare alla malnata plebe,

che in lei non pi, ma tutta in me sta Roma.

ATTO V

SCENA I

VIRGINIO, ICILIO con seguaci

Virginio

Giunge l'ora fatale. Icilio, vedi

per ogni via sboccare armi nel foro?

e in cerchio...

Icilio

Io veggo a me dattorno schiera,

bench minor, d'altro coraggio,... forse.

Virginio

In lor ti affidi?

Icilio

In me mi affido.

Virginio

E dei,

quanto in te stesso, in me posare. Io giungo

innanzi tempo alquanto; era ben certo

di trovarviti gi. Ma, in pochi detti,

ch'io a te ragion chiegga di te, concedi.

Ove per noi cadano infranti i ceppi

decemvirali, di', qual debbo io poscia

nomarti? qual, quanto rimani in Roma?

Icilio

Romano, cittadin, libero; pari

d'ogni roman; minor, sol delle leggi;

maggior, de' rei soltanto. A me romano,

roman tu pure, orrido dubbio or muovi;

ma, non mi offende: in te il sospetto vile

nascer, no, mai non pu, s'Appio nol desta.

Virginio

Ahi tempi infami! anco il possente adopra

col suo minor la fraude. Io nol credea;...

ma s ben colorava Appio i suoi detti...

che val? S'anco il credessi, un sol tuo sguardo

pi verit magnanima rinserra,

che il giurar d'Appio. Ahi scellerato! Io giuro...

possibil tanto ch'io ti manchi mai,

quanto, che a te manchi il tuo brando, o il core.

Icilio

Ed io te credo; e in te soltanto io credo,

non in costoro, no: bench pur dianzi

feroci a me giurasser fede, e a Roma.

Tor me li pu timor, calunnia, ed oro;

tutte armi d'Appio; sconosciute al prode,

ma efficaci purtroppo. Or, sia che puote,

s'Appio persvra in suo proposto iniquo,

Appio morr. Ch'ei teme, assai lo mostra

l'aver tentato d'ingannarti: ei fida

nella vilt dell'atterrita plebe;

quest'anco vero. Appio svenato, nove

restan tiranni, men valenti assai,

ma dispersi; e in cui man, di Roma il nerbo,

stan gli eserciti entrambi. Or libertade,

cui forse braman pochi, e sol tu merti,

purtroppo dubbia: or la vendetta sola

certa mi par. Tutto il periglio io veggio:

perci lo affronto.

Virginio

Oh grande! In te vedrassi

oggi morire, o in te rinascer Roma.

Cedi sol oggi a mia vecchiezza verde

l'alto onor del dar segno: il quando, il come

s'abbia il ferro a vibrar, mia cura sia.

Tua man sul brando, e sul mio ciglio il ciglio

terrai: frattanto osserverem l'aspetto

del popolar consesso: al ferir certo,

forse mestier da pria finger dolcezza:

norma da me, prego, al tuo oprar, deh! prendi.

Icilio

Or sei Romano, e padre. Accenna dunque;

ratto al ferir me pi che lampo avrai.

Virginio

Vanne; alle inermi donne esser dei scorta:

fa, che tra 'l volgo mescansi i tuoi prodi;

meglio ch'Appio al venir me sol ritrovi.

Miste parole io gli vo' dare; intanto

n'andr adocchiando il pi opportuno posto,

donde l'empio si assalga. Io qui t'attendo:

nel ritornar, deh! non mostrarti audace

soverchiamente: il tuo furor raffrena

per poco; ei tosto scoppier qui tutto.

SCENA II

VIRGINIO

Virginio

Oh figlia!... Oh Roma Omai null'altro io temo,

che del bollente Icilio il valor troppo.

SCENA III

APPIO, VIRGINIO

Appio

Di'; risolvesti al fine?

Virginio

gi gran tempo.

Appio

Qual padre il de'?

Qual roman padre il debbe.

Appio

Rotto ogni nodo hai con Icilio dunque?

Virginio

Stringonmi a lui tre forti nodi.

Appio

E sono?

Virginio

Sangue, amist, virt.

Appio

Perfido! il sangue

scorrer dunque ad eternarli.

Virginio

Io presto

son col sangue a eternarli. Invan, m' noto,

ti si resiste: io, la sentenza udita,

pria che veder tormi la figlia, a morte

ir m'apparecchio; altro non posso: i Numi,

un d faran poi mie vendette, spero.

Appio

Vedi tu d'Appio i Numi? ecco le armate

squadre, ond'io mi fo cerchio. Il so che d'armi,

mezzo tra aperte e ascose, oggi voi pure

vi afforzate: ma stan le leggi meco;

sta con voi la licenza: il perder anco,

a me fia gloria; a voi fia il vincer, onta.

Ma, vincerete voi: gi in folla riede

fiero il popol nel foro: in lui ti affida;

ognor che il vuol, egli il signor pur sempre.

Ecco Virginia addolorata; segue,

lacera il manto e il crine, alto gridante,

la madre. Odi rimbombo? Oh di quali urli

freme l'aere! chi sa, quant'armi, e quante

trae dietro s nel foro Icilio forte!

SCENA IV

NUMITORIA, VIRGINIA, APPIO, VIRGINIO, MARCO, POPOLO, littori

Numitoria

Oh tradimento!

Popolo

Oh infausto giorno!

Virginia

O padre,

tu vivi almen; tu vivi. Ah! tu non sai...

Icilio... oim!...

Virginio

Dite; che fia? Nol veggo.

Numitoria

Icilio muore.

Virginio

Oh ciel! che ascolto?

Appio

Audace

chi fu cotanto nel difender Roma

che il reo pun, senza aspettar che il danni

giusto rigor di legge?

Numitoria

Iniquo! ardisci

dissimular cos? Con noi nel foro

vena securo in suo valor, quand'ecco

a lui da fronte in atto minacciosi

venir suoi fidi stessi; Aronte, Fausto,

Cesonio, ed altri, in armi: Aronte grida:

Un traditor sei dunque?.... Orribilmente

tutti d'ira avvampar, fremendo, i brandi

tutti snudare, e addosso a lui scagliarsi,

quindi un sol punto. Icilio, a ferir presto

pria ch'a parlar, rapido a cerchio ruota

gi il ferro acciaro in sua difesa: Aronte

cade primier; cadon quant'altri han core

d'avventarsegli. Allor gridan da lunge

i pi codardi all'attonita plebe:

Romani, Icilio traditor: vuol farsi

in Roma re. Suona quel nome appena,

che da tergo e da fianco ognun lo assale,

ed imminente il morir suo.

Virginio

Qual morte

per uom s prode!

Numitoria

Ma d'altrui non vale

brando a ferirlo; in s volge egli il suo:

e in morir, grida: >Io, no, regnar non voglio;

servir, non vo'. Libera morte impara,

sposa, da me...

Virginia

Ben io ti udia: me lassa!...

amato sposo;... e seguirotti... Io vidi

ben tre fiate entro al tuo petto il brando

fisso e rifisso di tua mano;... io stesi

la non tremante mia destra al tuo ferro...

ma... invan...

Numitoria

La folla, e il suo ondeggiar, ritratte

ci ha dall'orribil vista, e qui sospinte.

Virginio

Cade Icilio, o Romani... Appio gi regna...

Appio

Romani, Icilio al suo morir sol ebbe

i suoi seguaci, e la sua man, ministri.

Conscio di s, la obbrobriosa vita

volle in morte emendar: mora Romano;

ma tal non visse. Il traditor non volli

punire io mai; caro a voi troppo egli era.

Il tempo al fin tutto rischiara, e tolta

ha dai vostri occhi la funesta benda.

S'io lo dannava a morte, udiavi a prova

di tiranno tacciarmi; e s pur degno

parve ei di morte a' suoi seguaci istessi.

Virginio

Null'uom tu inganni, no; cessa: ognun vede

l'autor di cos orribile vendetta.

Ucciso Icilio, hai la tua causa iniqua

vinta omai, pi che a mezzo. Appio, prosiegui;

fanne udir la sentenza. Ma, che chieggo?

chi non la legge in queste armate schiere?...

e nel silenzio di Roma tremante?

Appio

Perfidi, e che? dopo che invan tentaste

ribellion, se i traditori vostri

tradito v'han, me n'incolpate? Infidi

a infido fur; qual maraviglia? A voi,

Romani veri, or parlo. Armate schiere

voi qui vedete intorno intorno sparse,

ma per l'util di Roma. Al vostro eccelso

voler concorde havvi chi opporsi ardisca?

Al certo, io no: ma, contra pochi, e iniqui,

assicurar la maest di Roma

riposta in me da voi, ben io mi attento

d'imprender ci. Ma, i traditor son forse

spenti in Icilio tutti? Ol, littori,

fra vostre scuri stia Virginio acchiuso,

fin che il giudicio segua. Egli a mal'opra

qui vien: ragioni, ov'ei pur n'abbia, esponga;

ma il tentar forza, a lui si vieti.

Numitoria

Ahi lassa!

Virginia

Me misera! Anco il padre?...

Virginio

ver, son io

un traditor; son di Virginia il padre:

un traditor fu Icilio; erane sposo:

traditor , chi figlia e sposa niega

prostituire a lui. Convinti appieno

non siete ancor di sua libidin cruda?

Romani, deh! bench innocente io sia,

me con Icilio, e con mill'altri, a morte

trar lasciate: ma sola oggi si salvi

l'onorata donzella; a lei sovrasta

peggio che morte assai. Per me non prego;

io tremo sol per lei; per lei sol piango.

Numitoria

E al nostro pianto tutti non piangete?

Che vi s'aspetti, o padri, oggi da noi

imparatelo... Oh duri!... ognun si tace?...

Madri, uditemi dunque: o voi, che sole

davvero amate quei che alimentaste

entro alle vostre viscere, creati

del vostro sangue: il procrear qui figli

troppo gran fallo, o madri; omai, se il vostro,

se il loro onor vi cale, al nascer loro,

vibrate un ferro entro ai lor petti.

Appio

Udite

amor di madre? udite? Or, chi nol vede,

che supposta la madre, e che ingannato

n' il genitore? A me il chiedeste, e giusto

ben era, che Virginio a tanta lite

presente fosse: eccolo, ei v': ma torre

pu il suo venir, ch'io appien giustizia renda?

Esaminati ho i testimoni, e Marco;

concordano. Di Marco chiaro il dritto:

io 'l giuro al popol; io: pi che convinta

la falsa madre da tai prove; ond'ella

cerca or ragion nel popolar tumulto.

Dover d'inganno trar misero padre,

che tal si crede, duolmi; eppure il deggio.

Marco, Virginia tua; ragion non posso

negare a te nella tua schiava.

Numitoria

Oh! dove

tal giudicio s'intese? E niun mi ascolta?

Virginia

Madre, tu vedi il genitor, com'egli

di scuri cinto: oprar per me non puote;

parlar pu appena, e invano. Il ferro dammi;

tu l'hai; tu il promettesti: a me lo sposo

tolto gi; l'onor vuoi ch'anco io perda?

Virginio

O gregge infame di malnati schiavi,

tanto il terror pu in voi? l'onore, i figli,

tutto obbliate, per amor di vita?

Odo, ben odo un mormorar sommesso;

ma niun si muove. Oh doppiamente vili!

Sorte pari alla mia, deh! toccar possa

a ognun di voi; peggior, se v'ha: spogliati

d'aver, d'onor, di libert, di figli,

di spose, d'armi, e d'intelletto, torvi

possa il tiranno un d fra strazio lungo

la non ben vostra orrida vita infame,

ch'or voi serbate a cos infame costo.

Appio

Mormora, ver, ma di te solo, Roma.

Tacciasi omai. Littori, al signor suo

date or tosto la schiava; e non vi arresti

sedizioso duol di finta madre:

la non sua figlia a lei dal sen si svelga.

Numitoria

Me svenerete prima.

Virginia

Oh madre!

Popolo

Oh giorno!

Virginio

Appio, sospendi un sol momento, e m'odi:

deh! s, sospendi, e m'odi. Io la donzella

come figlia educai: pi di me stesso

finor l'amai: se pur menta la moglie,

son di tal fraude ignaro...

Numitoria

Oim! che ascolto?

Tanto avvilir tu la consorte tua?...

or quel di pria sei tu?

Virginia

Padre, tu cangi

in questo punto? e non pi tua mi credi?

Misera me!

Virginio

Qual ch'io ti creda, ognora,

qual de' sua figlia ottimo padre, io t'amo.

Deh! lascia, Appio, che ancor, sola una volta,

pria che per sempre perderla, io la stringa

al gi paterno seno. Infranto, nullo,

ecco, il mio orgoglio cade: in te di Roma

la maest, le leggi adoro, e i Numi.

Ma, del paterno affetto, in me tanti anni

stato di vita parte, in un sol giorno

poss'io spogliarmi, in un istante?...

Appio

Il cielo

cessi, ch'io mai crudel mi mostri a segno,

che un s dovuto affetto a error ti ascriva.

Tornato in te, parli or qual dei: qual deggio,

or ti rispondo. A lui la via, littori,

s'apra.

Virginio

Deh! vieni al sen paterno, o figlia;

una volta mi dolce ancor nomarti

di tal nome,... una volta. Ultimo pegno

d'amor ricevi libertade, e morte.

Virginia

Oh... vero... padre!...

Numitoria

Oh ciel! figlia...

Appio

Che festi?...

Littori, ah! tosto...

Virginio

Agli infernali Dei

con questo sangue il capo tuo consacro.

Popolo

Oh spettacolo atroce! Appio tiranno...

Virginio

Romani, all'ira or vi movete? tarda:

pi non si rende agli innocenti vita.

Popolo

Appio tiranno; muoia.

Appio

Il parricida

muoia, e i ribelli.

Virginio

Alla vendetta tempo,

pria di morir, prodi, ne resta.[1]

Appio

Tempo[2]

a punir te, pria di morir, mi avanza.

Virginio

Appio tiranno; muoia.[3]

Popolo

Appio, Appio muoia.[4]

FINE


[1] Virginio e il popolo in atto dassalire i littori e i satelliti dAppio.

[2] Appio ed i suoi in atto di respingere il popolo e Virginio.

[3] Cade il sipario

[4] Sode un gran tumulto e strepito darmi

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