Vite a scadenza

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Vite a scadenza

.2 atti di

ELIAS CANETTI

Personaggi

Cinquanta       

L’amico          

Il capsulano    

Uno    

Un altro          

Una Madre, Trentadue

Un bambino, Settanta

Un uomo, il dottor Quarantasei

Una donna, Quarantatre

Una nonna

Sua nipote

Un bambino, Dieci

Due colleghi

La coppia

Giovane donna alla sepoltura del suo bambino

Due giovanotti, Ventotto e Ottantotto

Due signore

Coro dei disuguali

Due donne molto vecchie, Novantatre e Novantasei


PROLOGO IN CUI SI PARLA DEI VECCHI TEMPI

UNO               - A quei tempi!

UN ALTRO    - A quei tempi? E tu credi a queste favole!

UNO               - Ma le cose andavano veramente cosi. Basta che ti vada a ve­dere le relazioni dei testimoni oculari!

L’ALTRO       - E tu le hai lette?

UNO               - Si capisce. È per questo che te ne parlo.

L’ALTRO       - E che cosa c'era scritto?

UNO               - Quello che ti ho appena detto. Un uomo usci di casa per comperare le sigarette. «Torno fra un paio di minuti, — disse a sua moglie, - vengo subito». Uscii dal portone e stava per at­traversare la strada, il negozio si trovava li di fronte. All'im­provviso un'automobile svoltò l'angolo e lo buttò a terra. Ri­mase li disteso. Doppia frattura del cranio.

L’ALTRO       - E allora? Che è successo poi? L'avranno portato al­l'ospedale e guarito completamente. Sarà rimasto all'ospedale per qualche settimana.

UNO               - No. Era morto.

L’ALTRO       - Morto? Era arrivata la sua ora?

UNO               - Per l'appunto no. È questo il bello di tutta la faccenda.

L’ALTRO       - Ma come si chiamava?

UNO               - Peter Paul.

L’ALTRO       - Ma qual era il suo vero nome?

UNO               - Peter Paul.

L’ALTRO       - È quello che cercano sempre di farmi credere. Ma tu ci credi davvero che a quei tempi la gente potesse vivere senza un nome vero e proprio?

UNO               - Ti dico che era cosi. Avevano un nome qualsiasi e non c'era nessun bisogno che i nomi significassero qualche cosa.

L’ALTRO       - Ma allora il nome uno se lo sarebbe potuto semplice­mente scambiare.

UNO               - Certamente. Non aveva nessuna importanza come uno si chiamava.

L’ALTRO       - E  il nome non aveva niente a che fare con l'ora?

UNO               -   Niente. L'ora era sconosciuta.

L’ALTRO       - Non riesco a capire. Vuoi dire che nessun uomo, nem­meno uno, aveva idea dell'ora in cui sarebbe morto?

UNO               - Proprio cosi. Nemmeno uno.

L’ALTRO       - Adesso dimmi un po', seriamente: tu una cosa del ge­nere riesci a immaginartela?

UNO               - Per essere sincero no. Per questo lo trovo cosi interessante.

L’ALTRO       - Ma come facevano a sopportare una cosa del genere? Questa incertezza! Questa angoscia! Io non avrei avuto un at­timo di pace! Non sarei riuscito a pensare a nient'altro. Come faceva a vivere quella gente? Non poter neanche fare un passo fuori di casa! Come faceva quella gente a fare progetti? Come faceva a proporsi una data cosa? Io lo trovo orribile.

UNO               - Infatti lo era. Neppure io riesco proprio a figurarmelo!

L’ALTRO       - Ma tu ci credi? Credi che fosse cosi?

UNO               - È proprio per questo che si studia la storia.

L’ALTRO       - Le storie - vorrai dire. Sono pronto a crederti se mi dici che sono esistiti i cannibali...

UNO               - E i pigmei...

L’ALTRO       - E i giganti, le streghe, i mastodonti, i mammut, ma que­sta è tutta un'altra cosa!

UNO               - Quale altra prova posso darti?

L’ALTRO       - Sarà che non ho mai neanche provato a immaginarme­lo sul serio. Suona cosi mostruoso!  Suona cosi incredibile!

UNO               - Eppure il mondo è andato avanti cosi.

L’ALTRO       - Può darsi che la gente fosse molto più stupida di ades­so. Ottusa.

UNO               - Vuoi dire come gli animali. Neppure loro pensano a niente.

L’ALTRO       - Già. Vanno a caccia, mangiano, giocano e a tutto quello che gli potrebbe capitare non ci pensano neanche.

UNO               - Certo che noi un po' più avanti ci siamo andati.

L’ALTRO       - Un po' più avanti? Quegli altri non si possono nemme­no chiamare uomini.

UNO               - Eppure la gente dipingeva, scriveva e faceva musica, C'era­no filosofi e grandi spiriti.

L’ALTRO       - Ridicolo. Da noi qualsiasi misero ciabattino è un filo­sofo più grande di quelli, perché sa che cosa ne sarà di lui. Può suddividere esattamente il tempo che ha da vivere. Può fare dei progetti senza timore, è sicuro del tempo che gli spetta, si regge sicuro sui suoi anni come sulle sue gambe.

UNO               - Ritengo che aver reso nota a ciascuno la sua ora sia il progresso più importante nella storia dell'umanità.

L’ALTRO       - Certo che prima erano proprio dei selvaggi. Dei pove­ri diavoli.

UNO               - Dei bruti.


Parte prima

UNA MADRE CORRE DIETRO AL SUO BAMBINO

LA MADRE   - Settanta, Settanta, dove sei?

IL BAMBINO            - Tanto non mi prendi, mamma!

LA MADRE   - Ma è mai possibile che tu debba farmi restare sem­pre senza fiato?

IL BAMBINO            -Tanto a te piace corrermi dietro, mamma.

LA MADRE   -E a te piace farmi correre, bambino cattivo che non sei altro. Dove ti sei cacciato ora?

IL BAMBINO            - In cima all'albero - cucù - qui non mi acchiappi.

LA MADRE   -Vieni subito giù, cascherai, i rami sono marci.

IL BAMBINO            - E perché non dovrei cadere, mamma?

LA MADRE   -Ti farai male.

IL BAMBINO            - Non fa niente, mamma. Perché non dovrei farmi male? Un bambino coraggioso non ha paura del dolore.

LA MADRE   -Certo. Certo. Ma può capitarti una disgrazia.

IL BAMBINO            -A me no, a me no. Io mi chiamo Settanta.

LA MADRE   -Non si può mai sapere, è meglio essere prudenti.

IL BAMBINO            - Ma mamma, se proprio tu me l'hai spiegato.

LA MADRE   -Che cosa ti ho spiegato?

IL BAMBINO            - Hai detto che mi chiamo Settanta perché vivrò fino a settant'anni. E hai detto che tu ti chiami Trentadue perché a trentadue anni morirai.

LA MADRE   -Si, si. Ma potresti romperti una gamba.

IL BAMBINO            - Mamma, posso chiederti una cosa?

LA MADRE   -Quello che vuoi, bimbo mio, quello che vuoi.

IL BAMBINO            - Devi proprio morire a trentadue anni?

LA MADRE   - Certo, si capisce, bimbo mio. Te l'ho spiegato, no?

IL BAMBINO            - Mamma, sai che cosa ho calcolato?

LA MADRE   - Che cosa, bimbo mio?

IL BAMBINO            - Che vivrò trentotto anni più di te.

LA MADRE   -Grazie a Dio, bimbo mio.

IL BAMBINO            - Mamma, quanti anni hai ancora da vivere?

LA MADRE   - Questa è una cosa troppo triste, figlio mio. Perché me lo chiedi?

IL BAMBINO            - Ma hai ancora tanti anni da vivere, vero mamma?

LA MADRE   - Mica tanti.

IL BAMBINO            - Quanti, mamma, voglio saperlo, quanti?

 LA MADRE  -Questo è un segreto, figlio mio,

IL BAMBINO            - Papà lo sa?

LA MADRE   -  No.

IL BAMBINO            - E la zia lo sa?

LA  MADRE     - No.

IL BAMBINO            - E il nonno lo sa?

LA MADRE   -  No.

IL BAMBINO            - E la nonna lo sa?

LA MADRE      -   No.

IL BAMBINO            - E il signor maestro lo sa?

LA MADRE      -   No.

IL BAMBINO            - Non lo sa nessuno. Nessuno in tutto il mondo?

LA MADRE   - Nessuno. Nessuno.

IL BAMBINO            - Oh mamma, io voglio saperlo!

LA MADRE   -Perché mi tormenti? Tanto non serve a niente che tu lo sappia.

IL BAMBINO            - Debbo saperlo.

LA MADRE   -Ma perché? Dimmi almeno perché?

IL BAMBINO            - Ho tanta paura, mamma. Tutti dicono che morirai giovane. Voglio sapere per quanto tempo ancora mi correrai dietro. Ti vorrò un bene da pazzi. Ho paura, mamma.

LA MADRE   - Non devi avere paura. Diventerai un uomo in gamba, un uomo dabbene, ti sposerai e avrai tanti figli e tanti, tanti ni­potini. Diventerai vecchio, vivrai fino a settantanni e quando morirai avrai già attorno a te i tuoi pronipoti.

IL BAMBINO            - Ma io non gli voglio bene. Io voglio bene solo a te. Mamma, dimmelo!

LA MADRE   -Non devi essere cosi testardo. Non te lo posso dire.

IL BAMBINO            - Tu non mi vuoi bene.

LA MADRE   - A nessuno voglio bene come a te, lo sai.

IL BAMBINO            - Mamma, non riesco a dormire se non me lo dici.

LA MADRE   - Sei un bambino terribile. Ma se finora hai sempre dormito.

IL BAMBINO            - Lo credi tu. Lo credi tu. Faccio solo finta. Quando sei uscita dalla stanza, apro gli occhi e guardo il soffitto. E allo­ra conto i cerchi.

LA MADRE   - Ma perché? Faresti meglio a dormire.

IL BAMBINO            - Ma quelli sono i baci della buonanotte che mi darai ancora. Io li conto, li conto, li conto tutte le sere, ma il conto non torna mai. Certe volte sono moltissimi, certe volte sono po­chissimi, sai, non vedo mai lo stesso numero di cerchi. Io vo­glio sapere quanti sono. Altrimenti non potrò mai più dormire.

LA MADRE   - Te lo dirò, bimbo mio. Ti darò ancora più di cento baci della buonanotte.

IL BAMBINO            -Più di cento! Più di cento! Oh mamma, ora si che riuscirò a dormire...

CINQUANTA E L’AMICO

CINQUANTA            - È l'età migliore? Io non ci credo.

L’AMICO      - Però finora ha sempre corrisposto.

CINQUANTA            - Non ci credo. Posso dartene una controprova sem­plicissima. Tu dici che ciascuno ha la sua ora a tempo debito. Portami un esempio!

L’AMICO      - Basta che pensi alla mia famiglia. Mio padre si chiama­va Sessantatre. E quando è successo aveva esattamente quel­l'età. Mia madre è tra i fortunati. È ancora viva.

CINQUANTA            - Come si chiama tua madre?

L’AMICO      - Novantasei.

CINQUANTA            - Si, a quell'età non è ancora arrivata. Certo, Questo però non significa che...

L’AMICO      - Aspetta. Aspetta. Ti voglio dire un'altra cosa. Avevo una sorellina, una creatura incantevole. Eravamo tutti innamo­rati di lei . Aveva dei lunghi riccioli e delle stupende ciglia scu­re. Era affascinante guardarla quando apriva gli occhi, lo fa­ceva adagio adagio e le sue ciglia erano simili a tacite ali che ti trasportassero in alto e, mentre diventavi sempre più leggero, contemporaneamente — e questo era lo strano — giacevi nel­l'ombra ai suoi piedi.

CINQUANTA            - Parli di lei come di una donna amata.

L’AMICO      - Era una bambina. Io ero più grande di lei. Non ero l'unico che l'idolatrava. Chiunque l'avvicinasse sentiva che era un essere celestiale.

CINQUANTA            - E che ne è stato di lei ?

L’AMICO      - Non è più in vita. È morta giovinetta.

CINQUANTA            - Ma come si chiamava?

L'AMICO       - Si chiamava Dodici.

CINQUANTA            -   Non me ne hai mai parlato.

L’AMICO      -   Non parlo mai di lei. Non mi sono mai rassegnato.

CINQUANTA            - Ma lei  sapeva tutto?

L’AMICO      - Tutti quanti ci abbiamo pensato. Non è facile tenete nascoste queste cose a una ragazzina. Le ragazzine sono curiose e tendono le orecchie ai discorsi degli adulti.

CINQUANTA            - Già. Hanno sempre un interesse morboso per il lo­ro nome. Tutti i bambini. Come tormentano le loro mamme, finché quelle confessano tutto!

L’AMICO      - Però nel caso di mia sorella era diverso. Non faceva mai domande. Forse aveva il presentimento che la sua orasa­rebbe arrivata molto presto, ma anche se era cosi non ha mai lasciato trapelare nulla. Per essere una bambina era cosi calma e posata. Non c'era niente che potesse metterle fretta. «Farai tardi a scuola, - le dicevano, - Sbrigati». «Ho tempo, arriverò puntuale», diceva lei, e sebbene fosse cosi lenta non faceva mai tardi.

CINQUANTA            - Questa è una prova di grande equilibrio per una bambina della sua età.

L’AMICO      - E infatti era molto equilibrata. Noi non riuscivamo a capirla. Non litigava mai. Non portava via mai niente agli altri bambini. Non aveva nessun desiderio particolare. Gioiva di qualsiasi cosa le capitasse sotto gli occhi e osservava ogni cosa in quel suo modo lento e penetrante. Adesso credo di capire che la sua felicità consisteva nel guardare, per lei osservare a lungo le cose equivaleva a ciò che per gli altri è amare.

CINQUANTA            - Mi sarebbe piaciuto conoscerla.

L’AMICO       - Oh, è passato tanto di quel tempo. Più di trent'anni.

CINQUANTA            - Allora non ci conoscevamo ancora. Avrà certo avu­to una grave malattia.

L’AMICO      - Si capisce. Ma ora non parliamone. Non è per diverti­mento che ti racconto queste cose. Ti ho detto come si chiama­va, e sai come sono andate le cose.

CINQUANTA            - Non metto in dubbio le tue parole.

L’AMICO      - E come potresti? Mi offenderesti a morte. Ti sembra che potrei mentire su una cosa simile?

CINQUANTA            - No. Naturalmente no. Sono cose troppo serie. Ma vorrei chiederti ancora una cosa.

L’AMICO      -  Si?

CINQUANTA            - Ti meraviglierà! della mia ignoranza, ma fino a oggi mi sono sempre rifiutato di sapere qualcosa di più preciso su queste usanze ripugnanti.

L’AMICO      - C'è molto meno da sapere di quanto tu pensi.

CINQUANTA            - Aspetta. Aspetta. Ti farò meravigliare. Ma ora dim­mi: hai mai conosciuto qualcuno- che ti abbia confidato la sua età?

L’AMICO      - Non ti capisco. Che cosa intendi dire?

CINQUANTA            - Intendo dire ciò che dico. Qualcuno ti ha mai detto quanti anni ha veramente?

L’AMICO      - Una persona viva?

CINQUANTA            - E chi se no? Uno che non sia vivo non te lo può mi­ca dire.

L’AMICO      - Se non ti conoscessi cosi bene, direi che sei un ritarda­to mentale, un idiota dalla nascita, un inguaribile cretino.

CINQUANTA            - Per questo te lo chiedo. Non ho mai osato porre questa domanda a nessun altro.

L’AMICO      - E per questo la poni a me?

CINQUANTA            - Si. In confidenza. Tu non mi tradirai.

L’AMICO      - Certo che no. Se lo facessi ti farebbero interdire o an­dresti a finire in manicomio.

CINQUANTA            - Bene, bene! Rispondi alla mia domanda e non ti preoccupare del manicomio in cui andrò a finire. Ti ripeto la domanda: qualcuno            ti ha mai confidato la sua età?

L’AMICO      - No, sì capisce. Non lo fa nessuno. A nessuno passereb­be mai per la testa che si possa fare una cosa simile. L'ultimo dei pezzenti ci tiene troppo a se stesso.

CINQUANTA            - Bene. Dunque diamo per accertato questo fatto. Tu non conosci nessuno che abbia fatto una cosa simile. Nessuno dice quanti anni ha.

L’AMICO      - No. Nessuno. Ma dove vuoi andare a parare?

CINQUANTA            - Come sì fa a sapere se l'ora è proprio quella giusta? Potrebbe trattarsi di una superstizione.

L’AMICO      - (ride fragorosamente) Non lo sai? Non lo sai? Non sai davvero quello che succede appena uno muore? Quando so­pravviene la morte, bisogna che essa sia proclamata ufficial­mente. Dopo che il funzionario competente lo ha fatto, davanti a testimoni, si apre la capsula sigillata.

CINQUANTA            - Quale capsula?

L’AMICO      - Ma in che mondo vivi? La capsula che porti al collo. L'hai sempre portata dal momento in cui sei nato. È sigillata in modo tale che nessuno è in grado di aprirla. Il capsulano o necroscopo è l’unico che sia in grado di farlo.

CINQUANTA            - Vuoi dire questa? (Tira fuori da sotto la camicia una piccola capsula e gliela porge) Vuoi dire questo affarino?

L’AMICO      - Non essere così frivolo. Si. Voglio dire proprio questo affarino.

CINQUANTA            - Non ho mai saputo a che serviva. Mi ricordo che fin da bambino mi hanno raccomandato di starci molto attento. Mia madre aveva l'abitudine di farmi paura con questa storia. Diceva che se l'avessi perduta o se avesse subito anche il mini­mo danno, sarei morto di fame.

L’AMICO      - E aveva ragione, ma in un senso diverso da quello che allora tu eri in grado di capire.

CINQUANTA            - Io pensavo che fossero tutte frottole.

L’AMICO      - Ma hai mai cercato di aprire la capsula?

CINQUANTA            - No. Come non ho mai cercato di aprirmi il petto.

L’AMICO      - Eri un bambino timorato. Meno male che sei rimasto cosi timorato.

CINQUANTA            - E se l'avessi aperta, che cosa ci avrei trovato?

L’AMICO      - II giorno esatto della tua nascita. L'anno preciso della tua morte. Nient'altro. La capsula viene appesa al collo del bambino subito dopo le cerimonie della nascita e nessuno la tocca più finché il necroscopo o capsulano la riprende in mano.

CINQUANTA            - E questo dovrebbe essere sufficiente come prova?

L’AMICO      - È una prova. Perché il bambino, non appena è in gra­do di parlare e di capire, viene a sapere dalla madre quanti an­ni ha. Sotto minaccia delle più gravi punizioni, gli impongono di non dire a nessuno una sola parola al riguardo. Non te ne ricordi?

CINQUANTA            - Si. Si. Anch'io ho una data di nascita cosi, almeno credo.

L’AMICO      - -Se nella capsula si trova la stessa data di nascita che tu conosci, e se tu muori in quello stesso giorno - non è forse una prova sufficiente?

CINQUANTA            - Dimostra che uno è morto nello stesso giorno in cui è nato. Ma non potrebbe anche darsi che la paura che gli incute il suo compleanno...?

L’AMICO      - No, perché lui sa anche quanti anni ha. E lo si può di­mostrare sulla base della capsula. Infatti essa contiene l'anno della morte.

CINQUANTA            - Non mi convinci. Chi è morto non parla più. E’ il capsulano potrebbe mentire.

L’AMICO      - II capsulano? Ma se ha prestato giuramento allo stato! Se la sua unica funzione è proprio quella di leggere in maniera veritiera il contenuto della capsula e di renderlo noto!

CINQUANTA            - Potrebbe essersi impegnato con giuramento a men­tire.

LA DOMANDA DI MATRIMONIO

L’UOMO        - Mi sembra di conoscerla.

LA DONNA  -Io L'ho già vista spesso.

L’UOMO        - Non riesco a ricordare come L'ho conosciuta!

LA DONNA  -Ci pensi su! Può darsi che Le venga in mente.

L’UOMO        - Mi ci sto rompendo il capo.

LA DONNA  -Ma non riesce a ricordarselo.

L’UOMO        - Mi dispiace molto. Per natura non sono scortese.

LA DONNA   -Oh no! Al contrario. Posso darle una mano?

L’UOMO        - Sarebbe molto generoso da parte Sua.

LA DONNA  -Lei è il dottor Quarantasei.

L’UOMO        - Esatto. Lo sono. Lei conosce il mio nome!

LA DONNA  -Lo conosco e l'apprezzo.

L’UOMO        - Lei adesso ci sono! Lei è la signora della prima fila!

LA DONNA  -Può darsi. Continui a indovinare!

L’UOMO        - No, no, è proprio Lei! Lei sta sempre seduta in prima fila. Mi ricordo i Suoi occhi. Lei mi guarda sempre in maniera così strana. Non so com'è ma il Suo è uno  sguardo che non si dimentica.

LA DONNA   -Pensavo che non mi avesse affatto notata. Sembrava che non si distraesse mai.

L’UOMO        - E cosi è. Ma il suo sguardo mi ha colpito già da molto. Qui si tratta di qualcosa di diverso.

LA DONNA  -E di che cosa?

L’UOMO        - Per il resto io non la conosco affatto. Posso chiederle il suo nome?

LA DONNA  -II mio nome è Quarantatre.

L’UOMO        - Quarantatre? Ma allora siamo vicinissimi.

LA DONNA   -Lo sapevo già da un pezzo, dottor Quarantasei.

L’UOMO        - Mi dica, anche per lei  una cosa simile ha tanta impor­tanza?

LA DONNA   -Più di quello che possa esprimere a parole. Per que­sto mi sono sempre seduta in prima fila.

L’UOMO        - Ma allora lei  è venuta a sentirmi solo a causa del mio nome?

LA DONNA  -Si. Ma poi sono ritornata.

L’UOMO        - Anche a causa del mio nome?

LA DONNA   - Sì.

L’UOMO        - Non è rimasta delusa?

LA DONNA   -Oh no. Dovevo rivederla.

L’UOMO        - Ma ha sentito almeno qualcosa di quello che dicevo?

LA DONNA   -Si. Ho anche sentito quello che diceva. Però debbo confessare che soprattutto ho passato il tempo a riflettere sul Suo conto.

L’UOMO        - Sul mio conto? E che c'è tanto da riflettere?

LA DONNA   -II Suo destino. Era come un'idea fissa. Per quanto tempo ancora lui  potrà parlare cosi? Per quanto tempo ancora? Per quanto tempo ancora? Per quanto tempo ancora? Non riu­scivo a pensare a nient'altro. Ormai è fatta. A questo punto Lei mi disprezzerà.

L’UOMO        - Le vengono sempre idee come queste?

LA DONNA   -Oh no! Mi venivano soltanto quando sedevo davantia lei.

L’UOMO        - Questo mi stupisce molto. Il mio nome non è proprio niente di speciale. Anzi ho sempre sofferto per questo nome un po' mediocre,

LA DONNA   - Loso. Io La capisco molto bene.

L’UOMO        - Ma lei  non ha mai provato interesse per signori gio­vani e distinti?

LA DONNA   -Per giovanotti che si chiamino Ottantotto, intendedire?

L’UOMO        - Si - per quelli molto in alto. Tutte le donne vanno paz­ze per loro.

LA DONNA   -No, anzi nutro per loro il massimo disprezzo. Gli Ot­tantotto sono presuntuosi e stupidi. Ne conosco uno  che nem­meno mi saluta. Nel corso degli anni mi è stato presentato tante volte, ma non mi ha salutato nemmeno una volta, A me questa arroganza non piace.

L’UOMO        - Ce ne sono cosi pochi... da ragazzina però lei sarà stata diversa. Allora Le avranno fatto colpo senz'altro!

LA DONNA   -Mai! Glielo giuro. Mai! Io le altre ragazze non le ho mai capite. Che cosa ha mai fatto un uomo simile? Al momento della nascita gli appendono al collo i suoi ottantotto anni e que­sto è tutto. Non ha bisogno di fare più niente, fuorché portare a spasso il proprio nome e pensare a divertirsi. Tutto il resto gli viene da sé, senza che lui debba muovere un dito.

L’UOMO        - Questo è vero.

LA DONNA   -A me gli uomini frivoli non piacciono. A me piacciono le persone che incontrano difficoltà a causa del loro nome; Un uomo come lei riflette. Deve riflettere per forza, altrimenti nonottiene nulla.

L’UOMO        - Però un Ottantotto ha tanto di quel tempo in più a di­sposizione! Immagini quante cose potrebbe fare un uomo simi­le, se solo volesse.

LA DONNA  -  Non ci credo. Quelli sono tutti senza cuore. Debbonoper forza essere senza cuore.

L’UOMO        - E perché mai?

LA DONNA  -II punto di partenza è questo: un tipo simile sa con certezza che sopravviverà a tutti coloro che gli stanno vicino. Non soltanto ai genitori e alle persone della generazione pre­cedente - questo sarebbe naturale, — ma anche ai fratelli, agli amici, ai colleghi, alle mogli e, nella maggior parte dei casi, an­che ai suoi figli. Egli comincia a vivere dicendo a se stesso que­ste cose. Come potrebbe amare qualcuno? Come potrebbe affe­zionarsi a qualcuno Non sa cosa sia la pietà, perché non può aiutare nessuno. I suoi anni appartengono à lui solo. Non può darne via nemmeno uno. Ma neanche lo vorrebbe. Poiché naturalmente si indurisce come se fosse l'unico uomo al mondo. E l'ammirano pure per questo! Io detesto gli Ottantotto! Odio gli Ottantotto!

L’UOMO        - Lei  è una donna fuori del comune.

LA DONNA  - Puòdarsi che lo sia. Non voglio sopravvivere all’uomo che amo. Ma non voglio neanche che lui mi sopravviva. Non si tratta semplicemente di gelosia, come potrebbe credere.

L’UOMO        - No, si tratta di un sentimento che non ha nulla di mor­boso.

LA DONNA   -Bisogna cominciare insieme e finire insieme. L'ho giu­rato a me stessa: non sposerò mai un uomo che mi muoia sotto gli occhi. Ma non sposerò neppure un uomo che mi veda mo­rire. Sa, mi ripugna troppo.

L’UOMO        - Lei  vuole andare doppiamente sul sicuro. Non le bastasapere di se stessa.

LA DONNA   -No. Voglio conoscere a fondo mio marito come cono­sco me stessa.

L’UOMO        - Lei, se mi è lecito esprimermi così, sta andando in cer­ca della medesima ora.

LA DONNA   -Della medesima ora,

L’UOMO        - E per questo si siede in prima fila?

LA DONNA   -Si.

L’UOMO        - Per vedere se è davvero la medesima?

.LA DONNA    - Si.

L’UOMO        - E si siederà sempre in prima fila?

LA DONNA      -  Si.

L’UOMO        -  Anche una volta che ne fosse sicura?

LA DONNA  - Si.

L’UOMO        - Anche una volta che fosse sua moglie?

LA DONNA      -Sì!

L’UOMO        - Con lo stesso sguardo?

LA DONNA      -  Si!  Si!

CINQUANTA E IL CAPSULANO

IL CAPSUL.  - Io li vedo tutti. Questo è il mio incarico. Non debbono esserci abusi. La stabilità e la sicurezza della nostra società si fondano sul fatto che ciascuno rispetti la sua ora. Io lo definisco il contratto. A ciascuno, quando nasce, viene appe­so al collo il suo contratto. Si cresce tra i propri simili, si vive in mezzo a loro. Si accettano volentieri i vantaggi di questa vita in comune. Non tutti sono degni di tali vantaggi. Ma a ognuno è stato assegnato un determinato numero di anni e tale termi­ne viene rispettato.

CINQUANTA            - Ma non succedono mai disgrazie da voi? Poniamo che qualcuno    sia coinvolto in un incidente ferroviario prima della sua ora.

IL CAPSUL.  - In tal caso non gli succede niente.

CINQUANTA            - Come mai?

IL CAPSUL.  - È proprio questo il mio compito. Lei ha inter­rotto la mia esposizione. Come vuole conoscere a fondo la ve­rità, se non è in grado di stare ad ascoltare?

CINQUANTA            - È che sono un po' impaziente. Si tratta di un pro­blema inquietante. Scusi la mia impazienza, ma il fatto è che questo problema mi rende estremamente irrequieto.

IL CAPSUL.  - Non è né più né meno inquietante di tanti altri. Si tratta di un problema che è stato regolato con soddisfazione generale. Finché ci sarò io, disordini non ne scoppieranno.

CINQUANTA            - E quando Lei non ci sarà più?

IL CAPSUL.  - Allora al mio posto ci sarà un altro che avrà pre­stato giuramento alla Sacra Legge.

CINQUANTA            - Io poc'anzi L'ho interrotta. Stava parlando del fatto che tutti rispettano il loro contratto.

.IL CAPSUL. - Certo. Lo fanno tutti. E tutti sanno perché. Gli uomini hanno riconosciuto che cinquanta anni certi valgono più di un numero vago di anni incerti.

CINQUANTA            - Come fa a conoscere il mio nome? Lei ha pronun­ciato il mio nome.

IL CAPSUL.  - Io houn sesto senso per i nomi. Si impara pur qualcosa esercitando la nostra carica.

CINQUANTA            - Lei quando guarda una persona intuisce sempre co­me si chiama?

IL CAPSUL.  -Nella maggior parte dei casi si. Se non sono del tutto sicuro, non faccio supposizioni.

CINQUANTA            - Ma allora a che Le servono le capsule? Tanto, quan­do la chiamano per esaminare un morto, Le basta un'occhiata per capire la sua età.

IL CAPSUL.  - È cosi. Ma il rituale che ho giurato di rispettare esige che mi comporti diversamente.

CINQUANTA            - È mai successo che qualcuno abbia perduto la sua capsula?

IL CAPSUL.  - Lei sta chiedendo troppo. Insiste per avere una risposta?

CINQUANTA            - Si. Voglio saperlo.

IL CAPSUL.  - È successo.

CINQUANTA            - Ma è terribile.

IL CAPSUL.  - La sorprende che anche tra noi ci siano dei cri­minali?

CINQUANTA            - Criminali?

IL CAPSUL.  - Criminali! Eliminare le tracce del proprio con­tratto è il delitto più grave di cui un uomo possa macchiarsi. Egli vive solo grazie al suo contratto, senza di esso non sarebbe nulla. Chi fa sparire la sua capsula vuole rubare più anni di quelli che gli spettano. Come se potesse servirgli a qualcosa!

CINQUANTA            - Ma potrebbe averla perduta! Facendo il bagno o durante un incendio.

IL CAPSUL.  - È inverosimile. Infatti ognuno sa che non deve esserne privo e che. nel caso che la capsula sia andata smarrita o distrutta, ha l'obbligo mortale di presentarsi. Chi non lo fa si pone al di fuori della società. Vuole vivere senza la capsula e quindi è un assassino.

CINQUANTA            - Allora è questo un assassino! Io avevo sempre pen­sato che un assassino fosse tutta un'altra cosa.

IL CAPSUL.  -Ciò che lei aveva pensato non esiste più da un pezzo. Oggi nessuno può uccidere un altro,  a meno che non lo colga nella sua ora. Ma neppure se lo trafiggesse con un pugna­le sarebbe: veramente lui il colpevole della sua morte, perché tanto quello sarebbe morto lo stesso in quell'ora.

CINQUANTA            - Che strano. Ma perché mai si definiscono assassini coloro che sono privi della capsula?

IL CAPSUL.  -Ciò si può spiegare solo storicamente. Quando questa memorabile istituzione venne introdotta, nei primi tem­pi succedeva che certi tipacci violenti provenienti dalla feccia del popolo assalissero qualcuno per rubargli la sua capsula! A quel tempo ne morirono parecchi per lo spavento. Gli atti di violenza rivolti contro la capsula vennero allora bollati col mar­chio dell'assassinio. Con l'andare del tempo la stessa espressio­ne venne poi estesa anche a coloro che attentavano alla propria capsula.

CINQUANTA            - A quanto pare non esiste ormai niente di più sacro.

IL CAPSUL.  - Non esiste niente di più sacro, Non riesce anco­ra a rendersene conto?

CINQUANTA            - Adesso comincio a rendermene conto. Ma che suc­cede veramente quando Le capita di imbattersi in qualcuno ap­pena morto che è privo della sua capsula?

IL CAPSUL.  - Provi a darsi lei stesso una risposta.

CINQUANTA            - Lei  indovinal'età del morto. Se la cava senza la cap­sula. Non dice di non aver trovato niente e annota nel registro ciò che il Suo occhio esperto Le suggerisce.

IL CAPSUL.  - Crede che si tratterebbe di un'azione illecita?

CINQUANTA            - Come faccio a dirlo? Ma a quanto pare ho colto nel segno.

Il capsulano tace.

CINQUANTA            - E se per caso Lei fosse sbagliato proprio in un ca­so simile? La chiamano presso qualcuno che è appena decedu­to. Lei cerca la capsula. La Sua mano è sicuramente molto esper­ta — è come se Lei   dovesse cercare un tesoro addosso al morto, in altri tempi si sarebbe parlato di profanazione di cadavere, ma noi viviamo in una civiltà superiore — Lei quindi fruga con de­strezza tutte le spoglie di un essere umano e ben presto, magari in mezzo minuto, si accorge che non c'è nessuna capsula. Lei è sgomento perché questo non Le capita certo molto spesso.

IL CAPSUL.  - Molto di rado, grazie al cielo.

CINQUANTA            - Ma il Suo sgomento potrebbe offuscare la Sua capa­cità di giudizio. Una volta o l'altra Lei  potrebbe spaventarsi. Lei  va da un uomo molto stimato, un uomo che magari si è ac­quistato le più grandi benemerenze nei riguardi del prossimo, e tutto a un tratto Lei   scopre, in presenza di tutti i parenti, ami­ci ed estimatori, che il grande, stimatissimo, famosissimo uomo era un assassino. C'è di che spaventarsi. Persino un funzionario degno ed esperto come Lei può rimanerne spaventato.

IL CAPSUL.  -Perché mai dovrei negarlo? È una cosa che mi ha sempre riempito di spavento.

CINQUANTA            - Per forza deve spaventarLa. Lei viene colto dal pa­nico. Poiché in quell'istante tutto dipende dal Suo giudizio. Può darsi che i Suoi occhi siano offuscati. Può darsi che Lei non si senta bene.

IL CAPSUL.  - E anche se cosi fosse - che cosa ne consegue?

CINQUANTA            - Che Lei forse trae una conclusione sbagliata circa l'età. Che Lei, almeno in quel caso, non può accertare con sicu­rezza se l’uomo è morto nel momento giusto. Una volta tanto il contratto potrebbe non essere esatto.

IL CAPSUL.  -II contratto è sempre esatto. Io posso sbagliarmi. Ricopro una carica alta ed eminente. Però non sono un dio. Ioposso sbagliare. H contratto non sbaglia mai.

CINQUANTA            - Ma non è questo che voglio sapere. Lei ha l'obbligo di credere alla validità del contratto. Ma non può affermare che la sua esattezza sia provata in ogni singolo caso.

IL CAPSUL.  -Questo non posso farlo. Ma è superfluo.

CINQUANTA            - Non c'è niente di superfluo. Infatti, se fosse possi­bile provare che nei contratti si sono verificati degli errori, po­trebbe anche succedere che qualcuno viva più a lungo degli anni indicati dal suo nome.

IL CAPSUL.  - Mi rifiuto di starla ancora a sentire. Lei è sulla via migliore per diventare un assassino. La sua capsula le pru­de sul petto. Tra poco brucerà. Lei non è il primo a parlarmi co­sì. Lei  non è il primo a finire i Suoi giorni come un volgare as­sassino. L'avverto! Mi dispiace per Lei. È un vero peccato.

CINQUANTA            - La capsula non mi brucia affatto sul petto. La tro­verà li. So che nella vita privata Lei si chiama Centoventidue. Stia pure tranquillo. Troverà la mia capsula al suo posto. Mi brucia il mio nome. Mi bruciano tutti i nomi. Mi brucia la morte.

NONNA E NIPOTINA

LA NIPOTE   - E poi quella gente dov'è andata, nonna?

LA NONNA   -Si è imbarcata su una nave, ma la nave era stracarica. Il capitano disse: «Ho troppi passeggeri». Erano però tutti co­sì disperati, volevano andarsene tutti via da quella regione pie­na di pericoli e al capitano facevano pena. Era un uomo di buon cuore e pensava ai suoi bambini, a casa sua. Cosi li fece imbar­care tutti e, quando gli abitanti degli altri villaggi seppero che il capitano era cosi buono, vennero tutti di corsa e pregarono, implorarono e si lamentarono e il capitano cedette e li accolse tutti. Ma erano veramente troppi e poi troppi e quando la nave fu in alto mare cominciarono ad avere paura. Si andava adden­sando una tempesta, le nuvole erano nere e tutta quella gente veniva sballottata di qua e di là. Il capitano si rese conto che sarebbero stati tutti perduti, se la nave non fosse stata allegge­rita. Gridò con voce possente: «Siamo perduti! Due dozzine di passeggeri debbono buttarsi in mare! Si facciano avanti i volon­tari! Chi è disposto a sacrificarsi per gli altri?» Ma non era af­fatto facile perché il mare era grosso e nessuno aveva voglia di buttarsi in acqua.

LA NIPOTE   - Pensavano che l'acqua fosse troppo bagnata, vero nonna?

LA NONNA   -Era anche pericoloso. Era la morte certa.

LA NIPOTE   - Era la morte certa. Che cosa significa, nonna?

LA NONNA  -Questo accadeva tanto, tanto tempo fa, A quei tempi, quando succedeva qualcosa di pericoloso, le persone morivano in un batter d'occhio.

LA NIPOTE   - In un batter d'occhio?

LA NONNA   -Si, in un batter d'occhio.

LA NIPOTE   - Vuol dire che era arrivata la loro ora, nonna?

LA NONNA   -No, per l'appunto no. A quei tempi poteva succedere in qualsiasi momento. La gente non sapeva quando sarebbe suc­cesso. Una bimbetta andava a spasso per la strada, batteva il capo ed era bella che morta.

LA NIPOTE   - Si sarà fatta male. Anch'io mi sono fatta male tante volte.

LA NONNA   -Nel tuo caso però ti rimetti sempre. A quei tempi in­vece non era detto che si rimettessero, potevano farsi tanto ma­le da morirne.

LA NIPOTE   - Be', io però non posso mica farmi tanto male, vero nonna?

LA NONNA   -No, tu non puoi.

LA NIPOTE   - E se andassi a finire sotto una macchina?

LA NONNA   -In questo caso potresti perdere una gamba.

LA NIPOTE   - E resterei con una gamba sola?

LA NONNA  -Resteresti con una gamba sola e te ne farebbero un'al­tra di legno di modo che dopo nessuno se ne accorgerebbe.

LA NIPOTE   - E poi continuerei a vivere felice e contenta per tutta l'eternità.

LA NONNA   -Non per tutta l'eternità. Fino alla tua ora.

LA NIPOTE   - Nonna, quando sarà la mia ora?

LA NONNA  -Ma se lo sai già, se te l'ho già detto tante volte.

LA NIPOTE   - Me lo sono scordato.

LA NONNA  -Non te lo sei scordato per niente.

LA NIPOTE   - E invece si che me lo sono scordato.

LA NONNA  -Lo dici soltanto perché vuoi sentirtelo ripetere, imbroglioncella che non sei altro.

LA NIPOTE   - Scusa, io sarò un'imbrogliona, ma se lo riconosco che sono un'imbrogliona, tu poi me lo dici quando sarà la mia ora?

LA NONNA  -Dillo tu, invece.

LA NIPOTE   - I conti io non li so fare.

LA NONNA  -Ma devi imparare a farli.

LA NIPOTE   - E tu mi aiuti?

LA NONNA  -Ti aiuto volentieri, ma anche tu devi fare la tua parte.

LA NIPOTE   - Bene. E allora contiamo assieme.

LA NONNA  -E che fine ha fatto la gente che era sulla nave non Io vuoi più sapere?

LA NIPOTE   - Ah, sai che ti dico? Quelli erano degli stupidi.

LA NONNA  -Stupidi? E perché mai stupidi?

LA NIPOTE   - Erano dei buoni a nulla. Non avevano nemmeno il coraggio di buttarsi in acqua. Anzi avevano paura dell'acqua. Io in acqua mi ci butterei subito.

LA NONNA   -Già, ma a te non succederebbe un bel niente.

LA NIPOTE   - Quanto era stupida allora la gente. È proprio una fa­vola.

LA NONNA   -Ma a te le favole piacciono.

LA NIPOTE   - Già, però a me piacciono quelle con le persone intel­ligenti. E il capitano avrebbe potuto buttarsi in acqua?

LA NONNA  -Si che avrebbe potuto.

LA NIPOTE   - Gli sarebbe successo qualcosa?

LA NONNA  -Certo che gli sarebbe successo qualcosa. Sarebbe morto. Tutti sarebbero morti. A quei tempi era cosi. Se nessuno ve­niva a salvarli, morivano.

LA NIPOTE   - Lo vedi? Persino il capitano! Che tempi stupidi era­no quelli.

LA NONNA   -Preferisci vivere ora, non è vero?

LA NIPOTE   - Altro che se preferisco vivere ora, nonna. Ora non ci sono giganti e non ci sono cannibali e la gente non muore in con­tinuazione. Vero che lo sai quando sarà la tua ora, nonna?

LA NONNA  -Certo, si capisce che lo so, lo sanno tutti bambina mia.

LA NIPOTE   - Me lo dici? Dimmelo! Dimmelo! Ti prego, ti prego, dimmelo! Voglio saperlo, dimmelo! Sarò sempre brava e farò sempre i compiti. Sarò sempre ubbidiente. Non mangerò più dì nascosto, se me lo dici. Non dirò più nemmeno una bugia! Ti prego, dimmelo, ti prego, ti prego!

LA NONNA   -Ma guarda che idee ti fai venire in testa, pazzerella! Queste sono cose che non dice nessuno. Cosa credi che succe­derebbe una volta che tutti lo sapessero? Ti segnerebbero a dito.

LA NIPOTE   - Ma perché mai, nonna? Anch'io tra me e me lo so.

LA NONNA  -Già, ma ognuno se lo tiene ben bene per sé. Nessuno ne parla. È un segreto. Può darsi che un bambino vada a spiat­tellarlo. Ma Lui è appunto un bambino. Un grande non dice mai una cosa simile. Non sta bene. Sarebbe una vergogna!

LA NIPOTE   - Nonna, se non lo dico a nessuno, vuol dire che sonogrande?

LA NONNA   -Si, se non ne parli mai più con nessuno, se te lo tieni solo per te, sempre, allora vuol dire che sei grande.

LA NIPOTE   - E se ne parlo con te?

LA NONNA   -Se proprio non ce la fai a tenertelo per te, è meglio che ne parli con me. Ma prima o poi sarai abbastanza grande da non doverne parlare più con nessuno. E allora vorrà dire che sei davvero grande.

LA NIPOTE   - Proprio con nessuno? Nessuno in tutto il mondo?

LA NONNA   -Nessuno in tutto il mondo.

LA NIPOTE   - Neanche con la mia bambola?

LA DONNA   -Neanche con la bambola.

LA NIPOTE   - Nonna, comincio da oggi. Io lo so benissimo quando sarà la mia ora. Ci credi che lo so?

LA NONNA   -Si capisce che ci credo.

LA NIPOTE   - Non farò più i conti, nemmeno con te. Sono già abba­stanza grande, vero? Adesso sono proprio grande?

LA NONNA   -Si, adesso si che lo sei.

CINQUANTA            - sta attraversando la strada,quand'ecco che un sasso vola rasente la sua testa; poi un altro, un terzo, un quarto.

CINQUANTA            -   Chi è là che tira sassi? Chi è che tira sassi? Ehi! Che significa? Volete smetterla una buona volta? Aspettate che vi prendo! Adesso vi acchiappo! Vi trovo senz'altro. Smettetela! Smettetela, vi dico! Che impudenza! {Scorge un ragazzo dietro a un pilastro) Sei stato tu? Dove sono gli altri? Ma si può sa­pere che ti passa per la testa?

IL RAGAZZO            -   Non sono stato io.

CINQUANTA            - Che cosa hai li in mano?

IL RAGAZZO            - (lascia cadere in fretta due o tre sassi) Niente.

CINQUANTA            - Ma se hai appena lasciato cadere due o tre sassi!

IL RAGAZZO           - Però non ne ho tirati.

CINQUANTA            - E chi è stato allora? Dove sono gli altri?

IL RAGAZZO           - Qui non c'è nessuno.

CINQUANTA            - Non hai amici?

IL RAGAZZO           - No. Sono solo.

CINQUANTA            - Allora sei stato tu a tirare i sassi.     

IL RAGAZZO           - Non sono stato io.

CINQUANTA            -  E dici anche bugie. Visto che sei capace di tirare i sassi, potresti anche avere il coraggio di ammetterlo. Altrimen­ti vuol dire che sei un fifone.

IL RAGAZZO            - Non sono un fifone.

CINQUANTA            - Allora ammettilo che sei stato tu a tirare i sassi.

IL RAGAZZO           - Li ho tirati io.

CINQUANTA            - Cosi va meglio. E perché li hai tirati?

IL RAGAZZO           - Perché ho il permesso di farlo.

CINQUANTA            -Ma che discorso è questo? Come sarebbe a dire che hai il permesso di tirare sassi?

                        - Io ho il permesso. Ho il permesso di fare qualsiasicosa.

CINQUANTA- Ah si, e chi ti ha dato questo permesso?

IL RAGAZZO - Mia madre.

CINQUANTA- E dovrei crederti? Stai dicendo un'altra bugia.

IL RAGAZZO - Non dico bugie. Non sono un fifone.

CINQUANTA - Allora lascia che lo chieda ai tuoi genitori. Accompagnami dai tuoi genitori!

.IL RAGAZZO - (viene fuori, gli tende la mano e gli dice in tono confi­denziale) Io ce l'accompagno, vuol venire? Non è distante.

                       

CINQUANTA            - Ma non hai paura dei tuoi genitori?

IL RAGAZZO -Oh no! Non ho paura. Non ho paura di nessuno.

CINQUANTA - Ma ti puniranno. Dirò loro ciò che hai fatto.

IL RAGAZZO - Venga pure! Glielo dica pure. Mia madre non mi farà niente. E nemmeno mio padre mi farà niente.

CINQUANTA            - Sei uno strano ragazzo.

IL RAGAZZO           - E perché sono strano?

CINQUANTA            - Che cosa dirà il tuo maestro, se tiri i sassi?

IL RAGAZZO           - Io non ho nessun maestro.

CINQUANTA            - Ma andrai pure a scuola. E li avrai un maestro.

IL RAGAZZO           - Io a scuola non ci vado e non ho nessun maestro.

CINQUANTA            - Ah, è cosi. E dovrei crederti? Un ragazzo della tua età a scuola ci va.

IL RAGAZZO            - Io però non ci vado.

CINQUANTA            - E perché no? Forse sei malato?

IL RAGAZZO            - No che non sono malato.

CINQUANTA            - E infatti non mi sembrava; a giudicare da come tiri i sassi, sembri sano come un pesce.

IL RAGAZZO           - Io non sono mai malato.      

CINQUANTA            - E allora perché non vai a scuola?

IL RAGAZZO           - Perché non ne ho voglia.

CINQUANTA            - E i tuoi genitori non vogliono che tu vada a scuola?

IL RAGAZZO           - Oh no.

CINQUANTA            - Ma sai leggere e scrivere?

IL RAGAZZO           - No. Non mi va.

CINQUANTA            - I tuoi genitori non vogliono che impari a leggere e a scrivere?

IL RAGAZZO           - Non mi va. Non ne ho nessuna voglia. E che cosa farai, quando sarai grande?

II ragazzo tace.

CINQUANTA            - Ci hai mai pensato? Tutti gli altri ragazzi leggeran­no dei libri e ti prenderanno in giro.

IL RAGAZZO           - tace.

CINQUANTA            - Non ti importa niente che tutti ti prendano in giro? IL RAGAZZO            - Tanto mica mi prenderanno in giro.

.CINQUANTA           - Ma quando sarai cresciuto! Allora tutti crederanno che sei stupido.

IL RAGAZZO            - Ma io non sono stupido.

CINQUANTA            - Già, però devi dimostrarlo. Proprio per questo i ra­gazzi vanno a scuola.

IL RAGAZZO            - Io non debbo andarci.          

CINQUANTA            - Si può sapere che cosa devi fare tu?

IL RAGAZZO           - Io non debbo fare niente.

CINQUANTA            - In cambio però hai il permesso di tirare sassi. Te ne stai cosi per la strada a tirare sassi tutto il giorno.

IL RAGAZZO           - Io ho il permesso di fare qualsiasi cosa.

CINQUANTA            - Sei il ragazzo più strano che mi sia mai capitato di incontrare. Si può sapere come ti chiami?

IL RAGAZZO            - Mi chiamo Dieci.

DUE COLLEGHI

I°COLL.         - Non ce la farò a finirlo.

II°COLL.        - È che non ti impegni abbastanza.

I°COLL.         - Eppure non faccio che sforzarmi. Ce la metto tutta. Lavoro tutto il giorno e metà della notte per giunta. Non mangio quasi, non dormo quasi, dal mio aspetto te ne dovresti accorgere che mi sto affaticando anche troppo.

II°COLL.        - Si. A guardarti meglio debbo riconoscere che hai ragione. Non hai affatto una bella cera. Lavori senz'altro troppo.

I°COLL.         - Eppure ti dico che non ce ia farò a finirlo.

II°COLL.        - Ma come è possibile? Forse pretendi troppo da te stesso.

I°COLL.         - Non ci riuscirò. Non ce la farò a finirlo.

II°COLL.        - Eppure dipende solo da te.

I°COLL.         - Si fa presto a dirlo.

II°COLL.        - Forse qualcuno ti disturba? Non ti lasciano in pace mentre lavori?

I°COLL.         - Mi lasciano perfettamente in pace. Non potrei augurarmi condizioni di lavoro migliori.

II°COLL.        - Non capisco. Si può allora sapere di che ti la­menti?

I°COLL.         - Ho troppo poco tempo.

II°COLL.        - Ma perché mai?

I°COLL.         - Hai mai pensate all'età che potrei avere?

II°COLL.        - No, non lo faccio mai. Odio le indiscrezioni. Non sto mai a rompermi la testa per indovinare l'età dei- miei amici. È un segreto e deve rimanere un segreto. Ho troppo ri­spetto per la personalità dell’uomo per immischiarmi in cose del genere. Per me un uomo è qualcosa di inviolabile.

I°COLL.         -   Però sai come mi chiamo.

II°COLL.        - Si capisce, lo sanno tutti. Non posso tappar­mi le orecchie per non sentire ciò che è di dominio pubblico. So a che età arriverai; ma non so quanti anni hai. Questo è un se­greto. Secondo me è un'ottima cosa che ognuno  tenga per sé questo segreto. Cosi tu sei libero di ripartire la tua vita esatta­mente come ti sembra giusto.

I°COLL.         - Credi?

II°COLL.        - Certo. Nessuno ti può imporre come ti devi comportare. Perché nessuno sa quanti anni ti restano ancora da vivere. Tu però lo sai e quindi puoi vivere secondo i tuoi mez­zi. Uno viene al mondo con un capitale fisso di anni di vita. Che non diminuisce e non cresce. Non te ne possono rubare neanche un istante, esso è intestato inalienabilmente al tuo nome. Non puoi sprecarlo perché te lo pagano solo in rate annuali. Tu solo sai quanto hai; cosi nessuno       - può metterci bocca. Tutto dipende dai fatto che tu sappia fare il passo secondo la gamba. Se te la sai suddividere bene, dalla tua vita potrai ricavarci qualcosa. Basta che tu sappia che cosa ci vuoi comprare, col tuo tempo. È colpa tua se lo suddividi male.

I°COLL.         - Ma uno può anche intraprendere qualcosa dimolto grande e semplicemente non farcela a finirlo.

II°COLL.        - Allora vuole dire per l'appunto che ti sei as­sunto un peso troppo grande. E questa è colpa tua. Perché non sei capace di giudicare ad occhio ciò che cominci?

I°COLL.         - Ma non è possibile suddividere tutto. Un lavo­ro può anche crescere mentre lo stai facendo.

II°COLL.        - In tal caso bisogna rivedere i propri piani eridurli.

I°COLL.         - Ma io non posso farlo. Sono legato indissolu­bilmente al mio lavoro. Debbo continuarlo come l'ho comin­ciato.

II°COLL.        - In tal caso nessuno ti può aiutare.

I°COLL.         - Mi tormenta più di quanto possa dire. Davanti a me vedo chiaramente la fine. E sono sicuro che non ce la farò a finirlo.

II°COLL.        - E’ molto spiacevole. 

I°COLL.         - II fatto è che tu non sai quanti anni ho. Sono
sempre sembrato più giovane di quel che ero. È terribile fino a
che punto ci si può ingannare!

II°COLL.        - Eh si. Effettivamente.

I°COLL.         - Voglio dirtelo. Voglio dirti la mia età. Reste­rai Stupito.     

II°COLL.        - Ma io non voglio saperla.

I°COLL.         - Ma se te la dico io spontaneamente?

II°COLL.        - Non voglio saperla. Ti ho già detto che odio le indiscrezioni. È già abbastanza triste che un uomo arrivi al punto di voler rivelare il suo più grande segreto! Ma non mi piace diventare suo complice. Io con queste cose non voglio averci nulla a che fare.

I°COLL.         - Mi sentirei molto più leggero. Tu forse ti spa­venteresti un po'. Ma capiresti perché sono cosi agitato. Data la situazione, è ormai proprio impossibile che ce la faccia. Vo­glio dirtelo.        .

II°COLL.        - Ti proibisco di darmi una tale informazione! La tua età non mi interessa. Del resto non mi spaventerei nep­pure. Mi rifiuto di spaventarmi per cose simili. È delittuoso importunare delle persone, e per di più persone amiche, con ta­li faccende private. I tuoi anni tienteli per te.

I°COLL.         - Magari si trattasse di anni!

II°COLL.        - Stai diventando sempre più impudente! Io non capirò nessuna delle tue allusioni. Si sa che ci sono delle persone che mentono e cercano di far colpo sui loro amici con fantastiche confessioni circa la loro età. Un modo di compor­tarsi da lestofanti che suppongo non ti sia ignoto.

I°COLL.         - Tu mi fai un grave torto. Volevo soltanto dirlo a qualcuno. Nessuno vuole saperlo. Tutti scappano via appena comincio a parlarne. È davvero tanto terribile sapere quantianni ha una persona?

II°COLL.        - No. Di per sé può anche non essere cosi ter­ribile. Ma è il motivo, il motivo che ti spinge a dirlo, che è terri­bile. Tu vuoi lamentarti del fatto che devi morire tra poco. Vuoi diffondere malumore tra la gente. A te farebbe piacere che ci fossero anche altri scontenti quanto te.

I°COLL.         - Ma che dici? Io penso solo al mio lavoro!

II°COLL.        - Neppure tu ci credi. Conosco bene questi trucchi. Tu vai in giro alla ricerca di una vittima. Sei troppo debole per sopportare da solo, con calma, ciò che tutti gli altri sopportano. Sei vile e spregevole. Hai paura della tua ora. Sei un mostro.

I°COLL.         - Vile e spregevole. Un mostro. Ho paura della mia ora.

LA COPPIA

LEI                  -  Cosi poco tempo!

LUI                 -  Ma ci rivedremo.

LEI                 -  Ci rivedremo?

LUI                 -  Si. Noi ci amiamo.

LEI                 -  Ma ci rivedremo?

LUI                 -  Non sei stata felice?

LEI                 -  Felice oh felice!

LUI                 -  Allora tornerai.

LEI                 -  Non lo so.

LUI                 -  Tu mi ferisci. Come puoi ferirmi così?

LEI                 -  Non voglio certo ferirti. Ti amo tanto.

LUI                 -  Allora dimmi quando tornerai.

LEI                 -  Non lo so.

LUI                 -  Devi saperlo.

LEI                 -  Non mi tormentare. Non posso.

LUI                 -  Perché non me lo puoi dire? Che cosa te Io impedisce?

LEI                 -  Non farmi tante domande.

LUI                 -  Ma io non posso vivere se non so quando torni! Devo sa­perlo! Voglio saperlo! Se non me lo dici, non ti lascio andare via. Ti rinchiudo qui dentro. Non ti lascio uscire. Ti tengo pri­gioniera.

LEI                 -   Servirà a ben poco.

LUI                 -  Non ti lasci rinchiudere da me?

LEI                 -  No.

LUI                 -  Fino a un momento fa era ancora tutto cosi bello. Sei venuta da me. Non ho mai amato nessuna quanto te.

LEI                 -  Sono cose che si dicono. Sono cose che si pensano.

LUI                 -  Io non lo dico. Io non lo penso. Lo so. Non posso vivere senza di te.

LEI                 -  Dovrai provare a farlo.

LUI                 -  Lo so già che non ci riuscirò.

LEI                 -  Uno può fare più di quel che pensa.

.LUI                -  Forse ci riuscirei più facilmente se solo sapessi perché non tornerai.

LEI                 -  Sei sicuro che per te allora sarebbe più facile?

LUI                 -  Si. Facile non lo sarebbe mai. Mi si spezza il cuore. Ma forse si tratta di un motivo che è indipendente dalla tua volontà. For­se si tratta di qualcosa che non è in tuo potere.

LEI                 -  È cosi. Non è in mio potere. Non posso rivederti.

LUI                 -  Può darsi però che sia solo tu che te lo immagini. Può darsi che io possa fare qualcosa. Io farò qualsiasi cosa pur di riveder­ti. Qualsiasi cosa. Basta che me lo dica! Dimmelo!

LEI                 -  Non puoi far niente.

LUI                 -  Non può essere. Basta che uno voglia e può fare qualsiasi cosa! Ogni cosa è in nostro potere, ogni cosa!

LEI                 -  Questo lo pensano i bambini.

LUI                 -  Oggi però sei venuta. Oggi hai fatto in modo che fosse pos­sibile. Perché domani no? Perché domani no?

LEI                 -  Domani non è possibile.

LUI                 -  Allora dopodomani. Domani penserò a te tutto il giorno, purché dopodomani ti possa rivedere. Resterò alzato. Non an­drò a dormire per due notti di seguito. Ti vedrò davanti a me continuamente, incessantemente, non perderò di vista la tua im­magine finché sia giunta l'ora che tu arrivi!

LEI                 -  L'ora.

LUI                 - (spaventato) L'ora. Perché dici questo? Che cosa intendi dire?

LEI                 - Io non ho detto niente.

LUI                 - Ma si! Ma si! Hai detto qualcosa di terribile.

LEI                 - Che cosa ho detto?

LUI                 - L'ora.

LEI                 - L'ho pensato. L'ho anche detto?

LUI                       - Si. Che intendevi dire?

LEI                 - Non volevo spaventarti.

LUI                 - Niente può spaventarmi. Dimmelo! Oh, dimmelo!

LEI                        - Domani è il mio compleanno.

LUI                 - II tuo compleanno.

LEI                 - II mio ultimo compleanno — capisci.

LUI                 -  II tuo ultimo compleanno. Perché lo hai fatto?

LEI                              - È per questo che sono venuta. È per questo che sono venuta  da te.

CINQUANTA E UNA GIOVANE DONNA ALLA SEPOLTURA DEL SUO BAM­BINO.

CINQUANTA            - Signora! Signora! Debbo parlare con Lei! Non si spaventi, signora! Io non so chi è lei . Non so neppure come si chiama. So però che questa è la sepoltura del Suo bambino. Mi risponda, giovane signora, La scongiuro! Mi risponda! – Lei ha perduto il Suo bambino?

GIOVA. DON.  - Si.

CINQUANTA            -   Era molto piccolo?

GIOVA. DON.  - SI.

CINQUANTA            - Quanti anni aveva?

GIOVA. DON.  - Sette.

CINQUANTA            - Lei è disperata?

GIOVA. DON.                  - No.

CINQUANTA            - Gli voleva molto bene?

GIOVA. DON.                  - Si.

CINQUANTA            - E non è disperata?

GIOVA. DON.  - No. Affatto.

CINQUANTA            - E perché non lo è?

GIOVA. DON.  - Lo sapevo quando sarebbe morto. L'ho sem­pre saputo.

CINQUANTA            - Ma allora Lei era disperata quando Lui era ancora vivo?

GIOVA. DON.                  - No.

CINQUANTA            - Non Le dispiaceva che dovesse morire cosi piccolo?

GIOVA. DON.  - Lo sapevo da quando è nato.

CINQUANTA            - Avrebbe voluto poter fare qualcosa per impedirlo?

GIOVA. DON.  - Non si può.

CINQUANTA            - Ma ci ha provato?

GIOVA. DON.  - No. Nessuno ci prova.

CINQUANTA            - E se Lei fosse stata la prima a provare?

GIOVA. DON.  - Io, per prima? No!

CINQUANTA            - LEI non farebbe mai una cosa, se fosse l'unica a farla?

GIOVA. DON.  Mi sarei vergognata.

CINQUANTA            - Vergognata? E di che cosa?

GIOVA. DON.  Mi avrebbero segnato a dito. Tutti avrebbe­ro detto: quella non ha la testa a posto.

CINQUANTA            - Se però fosse riuscita a salvarlo? Se Le fosse riusci­to di tenerlo in vita ancora per un altro anno?

GIOVA. DON.  - (spaventatissima) Ma questo è furto! È un delitto!

CINQUANTA            - E perché sarebbe un delitto?

GIOVA. DON.  -  È una bestemmia.

CINQUANTA            - E perché sarebbe una bestemmia?

GIOVA. DON.  - II suo tempo era fissato in anticipo. Un anno!

CINQUANTA            - Riesce a immaginarselo, quell'anno?

GIOVA. DON.  – (ancora spaventata) Avrei avuto paura in continuazione. Mi sarei sentita turbata alla vista del mio stesso bambino. Mi sarei sentita come se il mio bambino l'avessi ru­bato. Finora non ho mai rubato. Non ruberei mai. Sono una donna onesta, io. Avrei dovuto tenerlo nascosto. Me lo avrebbe­ro letto in faccia, che tenevo in casa qualcosa di rubato.

CINQUANTA            - Ma era il Suo bambino! Come avrebbe potuto ruba­re il bambino che era Suo?

GIOVA. DON. Avrei rubato l'anno. Non gli spettava. Erano solo sette! Avere un tale furto sulla coscienza!

CINQUANTA            - E se si fosse trattato solo di un mese?

GIOVA. DON. Non riesco a immaginarmelo. Più ci penso e più mi sembra terribile!

CINQUANTA            - E un giorno? Un giorno solo? Se Lei avesse potuto tenerselo ancora per un. giorno solo? Un solo giorno. Un giorno! dura cosi poco!

GIOVA. DON. -  Lei mi fa paura! Lei è un tentatore! Mi vuo­le indurre in tentazione. Ma io non cederò. Un giorno! Un giorno intero! Avrei pensato ogni minuto che mi venissero a prendere. Io il bambino l'ho sempre nutrito bene. Ho sempre avuto cura del mio bambino. Era vestito sempre bene. Era più carino di qualsiasi altro bambino in tutto il vicinato. Lo copri­vano di lodi. Lo ammiravano. Al bambino non gli ho mai fatto mancare niente. Chiunque glielo potrà testimoniare. Lo chieda a tutti quelli che sono qui alla sepoltura! Lo chieda ai vicini! Raduni tutti quanti i vicini, se ha dei dubbi. Ho fatto tutto quel­lo che una madre deve fare. Non ho trascurato niente. Molte notti non ho dormito, quando lui  mi chiamava. Non gli ho mai detto una parola cattiva. Gli ho voluto bene. Chiunque può te­stimoniarlo.

CINQUANTA            - Ci credo. Ci credo.

DUE GIOVANOTTI

I GIOVAN.    - Che facciamo oggi?

II GIOVAN.   - Che facciamo oggi? Lo stesso, penso, lo stesso di sempre.

I GIOVAN.    - E sarebbe?

II GIOVAN.   - Indovina un po'!

I GIOVAN.    - Tu che dici?

II GIOVAN.   - Niente.

I GIOVAN.    - Già. Niente. Non facciamo mai niente.

II GIOVAN.   - Non abbiamo mai fatto niente.

I GIOVAN.    - E non faremo mai niente.

II GIOVAN.   - Cosi è la vita.

I GIOVAN.    - Che noia. Che noia.

II GIOVAN.   - Ma è sempre stato cosi.

I GIOVAN.    - Non è possibile che anche prima ci si an­noiasse tanto.

II GIOVAN.   - E perché no?

I GIOVAN.    - Perché nessuno ce l'avrebbe fatta a resi­stere.

II GIOVAN.   - Ma che cosa avrebbe potuto esserci di tan­to diverso? Sempre uomini sono stati, che correvano dietro alle stesse sciocchezze, uomini impastati di appetiti miserabili, a vol­te camuffati da grandi ideali.

I GIOVAN.    - Si capisce che era tutto diverso. Riesci a im­maginarti che cosa voleva dire ammazzare qualcuno?

II GIOVAN.   - No. Non ci riesco. Noi ci siamo lasciati alle spalle queste sciocchezze barbariche.

I GIOVAN.    - Sciocchezze! Sciocchezze! Darei non so che cosa per poter ammazzare qualcuno!

II GIOVAN.   - E che cosa te lo impedisce?

I GIOVAN.    - Che cosa me lo impedisce? Tutto! So trop­pe cose. So che non dipende da me se l’uomo che aggredisco muore oppure no. Se lo faccio nell'ora sbagliata, lui non muore. Qualsiasi cosa faccia, niente dipende da me. Neanche all’uomo più spregevole posso fare nulla.

II GIOVAN.   - Questo è vero. Ma è proprio di questo che noi siamo tanto orgogliosi.

I GIOVAN.    - Orgogliosi. Io però ho una nostalgia tale del tempo in cui uno         poteva affrontare il suo nemico e mandarlo bel­lamente all’altro mondo. Riesci a immaginartelo un duello?

II GIOVAN.   - Eh si, doveva essere bello.

I GIOVAN.    - Non sapevi mai come sarebbe andata a fini­re. Niente era sicuro. Poteva darsi che toccasse a te, poteva dar­si che toccasse all’altro.

II GIOVAN.   - A volte però non toccava a nessuno  - dei due.

I GIOVAN.    - Tanto meglio. Così uno poteva sfidare qualcun altro.

II GIOVAN.   - Una volta o l'altra però a qualcuno toc­cava.

I GIOVAN.    - Già, ma quando toccava all’altro,  allora sa­pevi che eri stato tu a ucciderlo, tu, proprio tu, nessuno ci si era immischiato, era un caso lampante, eri stato tu a uccidere quel­l’uomo.

II GIOVAN.   - Ma dopo? Dopo dovevi nasconderti e fug­gire. Dopo eri un assassino.

I GIOVAN.    - Bene, e perché no? A me piacerebbe essere un assassino cosi. Almeno saprei perché mi danno questo nome.

II GIOVAN.   - Non come oggi.

I GIOVAN.    - Oggi? Oggi che cosa è mai un assassino? Un volgarissimo ladro di capsule! E lo chiamano assassino! La sua vittima continua ad andarsene in giro allegramente, ma a lui  danno il nome altisonante di assassino. Sai che ti dico, secondo me è una cosa rivoltante. Dal momento che non si può ammaz­zare nessuno, bisognerebbe che almeno lasciassero in pace quel­la parola!

II GIOVAN.   - Ci ho pensato anch'io. Ma le cose stanno in questo modo.

I GIOVAN.    - II guaio è che non si può fare niente per cam­biare le cose. Si è legati mani e piedi. Dal momento che non si può ammazzare nessuno, non c'è più niente che si possa cam­biare.

II GIOVAN.   - Hai ragione. Questo non mi era mai ve­nuto in mente.

I GIOVAN.    - E quindi tutto resterà cosi per tutta l'eter­nità.

II GIOVAN.   - Per tutta l'eternità. E tu non potrai am­mazzare mai nessuno

I GIOVAN.    - Mai. È proprio una brutta storia!

DUE SIGNORE

I SIGNORA   - Tu quanto le dai? Sei cosi brava a giudicare!

II SIGNORA - Un anno scarso, direi.

I SIGNORA   - Credi che le rimanga ancora un anno?

II SIGNORA - Un anno scarso. Forse solo sei mesi.

I SIGNORA   - Dagli accenni che fa si direbbe di più. Certe vol­te mi dice sei, certe volte mi dice sette.

II SIGNORA - Fantastico! Vuole che lo sì vada a ridire in giro.

I SIGNORA   - Veramente me lo dice sempre all'orecchio e mi supplica di non tradirla.

II SIGNORA - Conta sulla tua indiscrezione.

I SIGNORA   - Lo sai che spera ancora di trovar marito?

II SIGNORA - Che? Con un anno solo? Non farmi ridere! Un uomo con lei non farebbe neanche lo sforzo di sputarle ad­dosso. Con un anno solo! In questa situazione nessuno se la prende. Potrebbe anche essere la donna più bella del mondo, ma con un anno solo non se la prende nessuno. Se tu fossi un uomo, te la prenderesti una moglie con un anno solo?

I SIGNORA   - Sai, parecchi uomini ne sarebbero felici.

II SIGNORA - Li conosco io questi mariti a breve scadenza! Una donna che ci tenga un po' a se stessa, non ci si mette con tipi come quelli. Secondo me i mariti a breve scadenza sono dei delinquenti.

I SIGNORA   - Sai, però ci sono pure dei mariti a breve scaden­za che sono molto affascinanti. Ho un cugino che si è appena risposato con una cifra bassa. Lui dice che è uno sciocco pregiu­dizio. Lui non se la prenderebbe mai una donna diversa. Quan­do morirà, Lui si riprenderà un'altra cifra bassa. Una cifra bassa si dà più da fare per lasciare un buon ricordo. Una cifra bas­sa vuole vivere bene, perché non può aspettare. Una cifra bassa, dice Lui, è sempre in preda a un panico segreto. Sa che non può arrivare chissà dove e allora si accontenta di quello che ha. Una cifra bassa è di poche pretese.

II SIGNORA - Ma queste sono tutte sciocchezze. Una cifra bassa vuole godersi la vita, perché non può fare di meglio. Vuo­le uscire ogni giorno, divertirsi. Vuole nuovi amanti e vestiti nuovi. È una sprecona, tanto che le importa di quel che viene dopo.

I SIGNORA   - Tutto questo lo crédevo anch'io. Ma mio cugino dice che mi sbaglio. Adesso è la quarta volta che è sposato con una cifra bassa. Il suo motto è: giù le mani dalle cifre alte! Im­maginati, dice lui, che il matrimonio vada male e che tua moglie sia una cifra alta. Che il marito la sopporti oppure no, lei può accampare diritti fino a chissà quale età.

II SIGNORA - Ma se invece è felice con una cifra bassa e la fine arriva subito, lui resta a bocca asciutta e può cercarsene un'altra. Riconosco che di quando in quando ci possono anche essere delle cifre basse come si deve, ma per chi ne ha incontra­ta una è ancora peggio. La prossima non sarà come la prece­dente, mi puoi credere.

I SIGNORA   - Lui dice che quando uno ha esperienza non gli può succedere niente. Lui è molto cauto nelle sue scelte. La prossima se l'è già scelta. Quella del resto è una cifra ancora più bassa, dice lui. Quanto alla successiva non ha ancora preso una decisione definitiva, ma ne ha già una sott'occhio.

II SIGNORA - Ma organizza tutto mentre le altre sono an­cora vive?

I SIGNORA   - Si capisce. Questo è il grande vantaggio. Lui se le sceglie con la massima cura. «Quanto tempo voglio vivere con la prossima?», si chiede, e una volta che ha messo in chia­ro questo punto può guardarsi attorno e cercarla.

II SIGNORA - Già, ma per l'amor del cielo, possibile che queste donne stiano tutte ad aspettare Lui?

I SIGNORA   - È naturale. Visto che con loro lui ci si fidanza! Gode di una popolarità enorme. Qualsiasi donna sarebbe dispo­sta ad aspettare una dozzina d'anni. Ma non ci vuole mai tanto tempo. Lui  fa una vita splendida. È deciso a passare attraverso due dozzine di matrimoni.

II SIGNORA - Tutto questo mi sembra un'esagerazione. In­tanto come fa a sapere che età hanno le sue fidanzate?

I SIGNORA   - Sai, lui ha occhio. E naturalmente ce l'ha per­ché ha esperienza. Per lui è una specie di sport indovinare l'età esatta. Le donne lo desiderano a tal punto che alcune gli dico­no addirittura quanti anni hanno, spontaneamente.

II SIGNORA - Nessun uomo potrebbe farmi arrivare a que­sto punto. Quelle donne debbono essere delle svergognate.

I SIGNORA   - Eh già, tu non sei mai stata pazza fino a questo punto.

II SIGNORA - Ma possibile che nessuna lo imbrogli?   

I SIGNORA   - A volte capita. Alcune si fanno passare per più vecchie, per gelosia.

II SIGNORA - Per gelosia?

I SIGNORA   - Si, ce n'è stata una che gli ha dato a intendere che le restavano due anni da vivere e lui, convinto che le cose stessero cosi, se l'è presa in moglie. Puoi credermi se ti dico che lei ne era follemente innamorata. È sempre cosi con lui. Erano d'accordo che lui si sarebbe cercato la moglie successiva men­tre questo matrimonio durava ancora. lei non riusciva quasi a sopportare questa idea, ma era stata costretta a dichiararsi d'ac­cordo perché altrimenti lui non l'avrebbe mai sposata. lui, co­me è suo costume, cominciò a guardarsi in giro coscienziosa­mente, e trovò una che gli andava bene come prossima moglie. lei dette il suo consenso, si considerò fidanzata con LUI   -  e rimase in attesa - ma certo non con molta pazienza. L'ultimo com­pleanno della moglie è ormai prossimo. lui con tatto e genti­lezza — devi sapere che non è mica un mostro — aspetta che lei muoia. Aspetta tutto il giorno, fino a notte alta - non succede niente. Allora se ne va a Ietto e pensa che la mattina dopo, quan­do si sveglierà, sarà arrivato il momento e la moglie non si al­zerà più. Il mattino dopo però, quando apre gli occhi, vede la moglie passeggiare su e giù per la camera da letto, scuotendo il capo e con l'aria di chi sta rimuginando qualcosa. «Che signifi­ca? », chiede lui. «Mi sono sbagliata, — dice lei, — sono più gio­vane di quanto pensassi. Succederà soltanto l'anno prossimo». Lui non ci potè fare niente. Sapeva che lei aveva mentito. lei però rimase con lui per tutto un altro anno, con grandissima rabbia di colei che avrebbe dovuto prendere il suo posto e che si sentiva defraudata. Fu una buffa storia. Ne parlarono tutti a quel tempo. Di sicuro ne avrai sentito parlare pure tu.

II SIGNORA - Tutto può essere. Può anche darsi che lui fac­cia una vita divertente. Ma per me questo non è amore. Puoi dire quello che vuoi, ma l'amore vero è solo quello con le cifre alte. Per un amore vero c'è bisogno di tempo. Bisogna impara­re a conoscersi, avere avuto assieme tante esperienze, fidarsi cie­camente l’uno dell'altra. Un matrimonio che duri cinquant'anni, ecco il mio ideale.

I SIGNORA   - Ma allora anche tu sei contraria ai numeri bassi.

II SIGNORA - Certo che lo sono. Sono contraria a tutto ciò che è basso. Sono stata sempre favorevole a tutto ciò che è alto.

I SIGNORA   - Non capisco come fai a cavartela nella vita, con simili pretese.

II SIGNORA - Sono stata sempre cosi. Ciò che c'è di meglio a me va appena bene. Per me un uomo che non si chiami alme­no Ottantotto è come se non esistesse.

I SIGNORA   - Guarda, in linea generale hai senz'altro ragione. Poi però uno  impara a scendere a compromessi. Anch'io un tempo ero come te. E poi alla fine che cosa ho fatto?

II SIGNORA -   Ti sei sposata con un numero medio.

I SIGNORA   - Anch'io sono una cifra media.

II SIGNORA - Proprio ciò che è medio mi riesce insoppor­tabile più di tutto. Secondo me sarebbe stato molto meglio che ti fossi sposata con un numero molto basso, magari un Venti o un Trenta qualsiasi, e ti fossi data da fare per vivere in seguito alla grande.

I SIGNORA   - Io però sono una persona abitudinaria. Mi abi­tuo a un marito e dopo non me ne va nessun altro Non sono romantica.

II SIGNORA - Già, me ne accorgo. Per l'appunto non sei al­tro che una cifra media.

I SIGNORA   - Sai che ti dico? A ben guardare nemmeno tu sei poi una cifra cosi alta!

II SIGNORA - Io sono perfettamente soddisfatta del mio no­me. In tutti i casi ho sempre quindici anni di vantaggio su di te, no?

I SIGNORA    - Non c'è nessun bisogno che me lo butti in fac­cia.

II SIGNORA - Non ti voglio mica offendere, ma devi capire che in molte cose noi la pensiamo in maniera diversa. Siamo per natura due caratteri diversi. Io sono una cifra alta, tu me­dia, non c'è proprio niente da fare.

CINQUANTA ESPOSTO DAVANTI AL POPOLO RIUNITO

Il capsulano che indossa pesanti paramenti, gli sta al fianco e parla a voce alta in modo che tutti possano sentire.

CINQUANTA            - Non è la mia ora!

IL CAPSUL.  - Ti sbagli! La tua ora è arrivata.

CINQUANTA            - Non è arrivata. So quanti anni ho.

IL CAPSUL.  - La memoria ti inganna.

CINQUANTA            - Metti alla prova la mia memoria! Mettila alla prova! Vedrai che funziona bene!

IL CAPSUL.  - Non è mio compitò mettere alla prova là tua me­moria. Può darsi che funzioni bene, però la tua ora è adesso.

CINQUANTA            - Come è possibile che la mia ora sia adesso se la mia memoria funziona bene e io conosco la mia età?

IL CAPSUL.  - Ti hanno dato informazioni errate. A volte capi­ta che un bambino sia tratto in inganno. Ci sono madri che non si attengono alla legge. Per fortuna non sono numerose.

CINQUANTA            - Ma come fai a saperlo? Come hai fatto a sapere che mia madre mi ha tratto in inganno?

IL CAPSUL.  -  Lo So.

CINQUANTA            - Te l'ha detto lei? Tu non la conosci. È ancora viva. Tu conosci solo i morti.

IL CAPSUL.  - Sta bestemmiando. È tempo che la smetta di be­stemmiare.

 IL POPOLO  - Bestemmia! Bestemmia!

IL CAPSUL.  - Hai disturbato una sepoltura. La legge ti condan­na ad affrontare in pubblico la tua ora.

CINQUANTA            - Io però vi invito a rimandare di un giorno l'esecu­zione! Voi sapete che tanto accadrà per forza. Ne siete cosi si­curi. Vi chiedo un giorno! Sono pronto a confessare, purché mi concediate un giorno.

IL CAPSUL.  - La legge non permette nessun rinvio. Però è me­glio per te se confessi.

CINQUANTA            - Confesso che oggi ho cinquantanni. È vero che non me ne sono mai preoccupato. Non l'ho mai ammesso perché mi era indifferente. Non ho mai creduto alla mia ora.

IL CAPSUL.  - Sta bestemmiando! Si rivolta contro la legge!

IL POPOLO   - Non ci indurre in tentazione! Non ci indurre in ten­tazione!

CINQUANTA            - Ho confessato. Concedetemi un solo giorno! Sono pronto a mettermi a disposizione del capsulano come se fossi morto, Potrete incatenarmi, potrete inchiodarmi, Potrete lasciar­mi senza mangiare. Potrete impedirmi di dormire. Fate di me tutto quello che volete, ma lasciatemi vivere UN ALTRO           - giorno! Tanto non siete sicuri? Tremate forse per la vostra legge? Se questa legge è vera, mettiamola alla prova.

IL CAPSUL.  - La legge non può essere messa alla prova. La leg­ge è sacra.

CINQUANTA            - Ma è la vostra grande, la vostra ultima occasione. Qui c'è uno che non ha mai creduto alla sua ora. Quando mai avrete un'altra volta in mezzo a voi un essere cosi singolare? Non è che io mi faccia chissà che idee. Non sono niente di speciale. Ho questa passione come voi avete le vostre passioni. Là mia passione consiste nel diffidare della mia ora. Per caso la mia passione è diversa dalle vostre. Ma essa può tornarvi utile. È un'occasione per provare se uno deve morire per forza quando arriva la sua ora, anche se non ci crede. Io non ci credo! Lo ca­pite? Io non ci credo.

IL CAPSUL.  - Sta commettendo un sacrilegio! Non è pazzo. Sta commettendo un sacrilegio, come ha già commesso sacrilegio durante la sepoltura. La sua mente è lucida. Già in precedenza ha parlato cosi con me. Io l'ho messo in guardia, iolo sapevo come sarebbe andata a finire.

CINQUANTA            - Capsulano, visto che sei tanto sicuro, concedimi un altro giorno! È in tuo potere. Strappa al popolo un giorno per me.

IL CAPSUL.  - Neanche un giorno è in mio potere. Niente è in mio potere.

CINQUANTA            - Lo dici. Ma tu sai come stanno davvero le cose.

IL CAPSUL.  -Pentiti prima di morire! Fai ancora in tempo a pentirti. Pentiti!

CINQUANTA            - Non ho niente di cui pentirmi. Ma vi supplico di concedermi la grazia! Concedetemi un solo giorno!

IL CAPSUL.  - Vigliacco! Per te c'è un'unica via per ottenere la grazia: ritratta e riconosci che è la tua ora!

CINQUANTA            - Oh, se potessi! Se potessi! Lo farei per amor vostro, perché ho compassione di voi.

IL CAPSUL.  -Sei sulla strada buona. Questa è la prima frase che mi ha fatto piacete sentirti dire. La prima frase umana.

CINQUANTA            - Mi sforzerò di trovare per te molte altre frasi del ge­nere. Mi otterrai la grazia se mi ravvederò completamente?

IL CAPSUL.  - Tenterò. Ma niente è in mio potere.

CINQUANTA            - Tenterai. Dimmi, che ne sarà di me se ritratto?

IL CAPSUL.  - Se ritratti, morirai spontaneamente alla tua ora.

CINQUANTA            - E allora tu mi lascerai morire in pace?

IL CAPSUL.  -   Tenterò. Ma ti rimane poco tempo. 

CINQUANTA            - Che debbo fare?

IL CAPSUL.  - Devi ritrattare davanti a tutto il popolo.

CINQUANTA            - Con quali parole?

IL CAPSUL.  - Devi ripetere a voce alta le parole che ti dirò. Di: Io credo nella Sacra Legge. Parla a voce alta, comincia!

CINQUANTA            - Credo nella Sacra Legge.

IL CAPSUL.  - Credo nell'ora.

CINQUANTA            -   Credo nell'ora.

IL CAPSUL.  - Morirò come per me è predestinato...

CINQUANTA            - Morirò come per me è predestinato...

IL CAPSUL.  - E come muoiono tutti.

CINQUANTA            - E come muoiono tutti.

IL CAPSUL.  - Ciascuno ha la sua ora...

CINQUANTA            - Ciascuno ha la sua ora...

IL CAPSUL.  - E ciascuno la conosce.

CINQUANTA            - E ciascuno la conosce.

IL CAPSUL.  -Nessuno è mai sopravvissuto alla sua ora.

CINQUANTA            - Nessuno è mai sopravvissuto alla sua ora.

IL CAPSUL.  - Vi ringrazio per la vostra indulgenza. Ero come accecato.

CINQUANTA            - Vi ringrazio per la vostra indulgenza. Ero come ac­cecato.

IL CAPSUL.  - Ora sei rimesso in libertà.

CINQUANTA            - Posso andarmene liberamente per la mia strada?

IL CAPSUL.  - Puoi farlo. Ma non sei più lo stesso.

CINQUANTA            - Oh tempo, dolce tempo che mi sono conquistato!

IL CAPSUL.  - Non dimenticare che ti rivedrò presto.

CINQUANTA            - Ti rivedrò presto?

IL CAPSUL.  - No, tu non mi vedrai. Sarò io che vedrò te.

CINQUANTA            - Quando cercherai la mia capsula?

IL CAPSUL.  - Taci!

Segue immediatamente la scena successiva tra il Coro dei disu­guali e IL CAPSUL.

CORO DISEG.-Noi siamo pieni di gratitudine.

IL CAPSUL.  - (il suo tono è quello di un prete salmodiarne) E per che cosa siete pieni di gratitudine?

CORO DISEG.-Siamo pieni di gratitudine. Perché non ab­biamo paura.

il cap s ulano E perché non avete paura ?

CORO DISEG.-Non abbiamo paura perché sappiamo che cosa ci aspetta.

IL CAPSUL.  - È cosi meraviglioso ciò che vi aspetta?

CORO DISEG.-Non è meraviglioso. Ma non abbiamo paura.

IL CAPSUL.  - Perché non avete paura se non è meraviglioso ciò che vi aspetta? Perché non avete paura?

CORO DISEG.-Noi sappiamo quando sarà. Noi sappiamo quando sarà.

IL CAPSUL.  -Da quando lo sapete quando sarà?

CORO DISEG.-Da quando siamo capaci di pensare.

IL CAPSUL.  -È cosi meraviglioso sapere quando sarà?

CORO DISEG.-È meraviglioso sapere quando sarà!

IL CAPSUL.  -   Vi piace stare assieme?

CORO DISEG.- No, non ci piace stare assieme.

IL CAPSUL.  - Perché allora state assieme, se non vi piace stare assieme?

CORO DISEG.-Facciamo solo finta di stare assieme, ci se­pareremo.

IL CAPSUL.  - Che cosa state aspettando?

CORO DISEG.-Stiamo aspettando l'ora in cui ci separe­remo.

IL CAPSUL.  -Conoscete quest'ora?

CORO DISEG.-Ciascuno la conosce. Ciascuno conosce l'ora in cui si separerà da tutti gli altri.

IL CAPSUL.  -Vi fidate di ciò che sapete?

CORO DISEG.-Ci fidiamo.

IL CAPSUL.  - Siete felici? Che altro volete?

CORO DISEG.-Non vogliamo nient'altro. Siamo felici.

IL CAPSUL.  -Siete felici perché conoscete l'ora.

CORO DISEG.-La conosciamo. Da quando conosciamo l'ora non abbiamo più paura di niente.

IL CAPSUL.  - Contenti! Contenti!

CORO DISEG.-Contenti! Contenti! Contenti!


PARTE SECONDA

CINQUANTA E L’AMICO

L’AMICO      - Eccoti. Sono contento che sei tu.

CINQUANTA            - Mi puoi spiegare come mai sono ancora vivo?

L’AMICO      - Non è bastato a metterti sull'avviso tutto quello che è successo? Quali spiegazioni ti aspetti ora?

CINQUANTA            - Allora tu sai quello che è accaduto?

L’AMICO      - Si. Lo sanno tutti. Non si parla d'altro in tutta la città.

CINQUANTA            -   Avrei voluto che tu fossi stato presente.

L’AMICO      - Tanto non avrei potuto aiutarti.

CINQUANTA            - No. Però avresti guardato dal basso, insieme agli altri.

L’AMICO      - Non basti tu come testimonio di te stesso?

CINQUANTA            - Presumevo di restare freddo e calmo. Pensavo a ciò che voglio sapere, a come si sarebbe risposto alla mia domanda. Volevo che mi sentissero. La mia unica preoccupazione era come tirare per le lunghe la scena.

L’AMICO      - E le persone non le hai viste? Non sentivi che tutti ti tenevano gli occhi addosso? Che sarebbe bastata una parola del capsulano perché ti facessero a pezzi?

CINQUANTA            - Certo. Mi sono sentito minacciato. Può darsi che fos­si più spaventato di quanto volessi ammettere. Ma ardevo anche dalla curiosità. Se adesso loro mi si buttano addosso, se davve­ro - come tu dici - basta una parola del capsulano perché mi facciano a pezzi, anche in questo caso sarà l'ora giusta perché io muoia? O sarà tre ore prima dell'ora fissata? O due? O una. È possibile morire prima della propria ora?

L’AMICO      - Però hai ceduto al momento giusto. Ne sono contento.

CINQUANTA            - E perché ne sei contento?

L’AMICO      - Perché ti voglio bene. Tu parli con me. Tu ci sei.

CINQUANTA            - Mi sei tanto affezionato?

l 'AMICO       - Pensavo che lo sapessi.

CINQUANTA            - Sono cose che si sanno, queste?

L’AMICO      - Allora lascia che te lo dica.

.CINQUANTA-   Ti affezioni molto alle persone tu?

L’AMICO      -   Ad alcune.

CINQUANTA            - Sono molte?

L’AMICO      - No, pochissime. Forse proprio per questo mi affeziono tanto a loro.

CINQUANTA            - Quante persone ami veramente?

L’AMICO      -   Mi vergogno a dirti la verità.

CINQUANTA            - Ebbene?

L’AMICO      - Non lo sai da te?

CINQUANTA            - Credo che tra tutte le persone quella cui sei più affe­zionato sia la tua sorellina, voglio dire la sua immagine. Scusa­mi se ti parlo di LEI.

L’AMICO      - Io l'amo ancora. Non mi sono mai consolato.

CINQUANTA            - Prima però non parlavi mai di LEI.

L’AMICO      - Non avevo mai la possibilità di farlo. Tu sei l'unico. Ma in tutti questi anni ho sempre pensato a LEI. Non l'ho mai detto a nessuno.

CINQUANTA            - Ma possibile che per te non esista nessun altro? Con­tinui sempre a rimpiangerla.

L’AMICO      - Si. Finché non ne parlavo con nessuno, tutti gli altri mi erano indifferenti.

CINQUANTA            - Tu non ti sei mai dato pace. Forse è per questo che mi sono sentito tanto attratto da te.

L’AMICO      - Non mi sono mai dato pace. No.

CINQUANTA            - Io ti onoro per questo.

L’AMICO      - Oh, non dirlo! Sai che cosa significa: anni e anni di tor­mento e niente che possa lenirlo. Niente. Niente.

CINQUANTA            - Dopo però è cambiato qualcosa?

L’AMICO      - Da qualche tempo qualcosa è un po' cambiato.

CINQUANTA            - Vuoi dire che adesso ti sei affezionato a qualcuno che è vivo?

L’AMICO      -  Sì.

CINQUANTA            - È successo all'improvviso ?

L’AMICO      -  Si.

CINQUANTA            - Ma allora nella tua vita è entrata una persona com­pletamente estranea e io, il tuo migliore amico, non mi sono ac­corto di niente.

L’AMICO      - Non si tratta di un estraneo. È qualcuno che conosco da tempo.

CINQUANTA            - Ma come è successo?

L’AMICO      - La tua curiosità è come un lupo affamato. Ma a te non posso rifiutarmi di rispondere.

CINQUANTA            - Come è successo?

L’AMICO      - Ho parlato di lei  con qualcuno.

CINQUANTA            - Di tua sorella?

L’AMICO      -  Si.

CINQUANTA            - E da allora ti sei affezionato alla persona con cui hai parlato di lei?

L’AMICO      - Si, quasi quanto a LEI.

CINQUANTA            - Ma allora anche a me dovresti essere altrettanto af­fezionato.

L’AMICO      - Ma si tratta proprio di te. Tu sei colui col quale ho par­lato. Nessun altro lo sa.

CINQUANTA            - Sono io? Che strano!

L’AMICO      - Mi hai costretto a dirti la verità.

CINQUANTA            - Spero che non te ne pentirai. Ma ti stupisci? Non ti ho forse confidato ciò che mi affligge e mi tormenta? Tu hai fat­to lo stesso. Hai dato a me la tua pena. E in fondo non è la stessa cosa quella che affligge tutti e due?

L’AMICO      - No. A me importa soltanto di quest'unica persona. Mi è indifferente ciò che accade agli altri.

CINQUANTA            - Adesso però ti importa anche di me. E a me non è in­differente ciò che accade a uno qualunque di voi.

L’AMICO      - È proprio questo che mi riempie di angoscia. Ho la sen­sazione che potrebbe accaderti qualcosa di terribile. Ho trema­to quando ti hanno esposto davanti alla folla.

CINQUANTA            - Allora c'eri.

L’AMICO      -   Si.

CINQUANTA            - E non volevi dirmelo.

L’AMICO      -  No.

CINQUANTA            - Ma perché no?

L’AMICO      - Temevo di rafforzarti nelle tue iniziative spericolate, semplicemente con la mia presenza.

CINQUANTA            - Questo è vero. Tu mi infondi coraggio. Con te posso parlare. Se non avessi parlato con te, non avrei mai potuto co­minciare.

L’AMICO      - Adesso però è finito tutto?

CINQUANTA            - Lo credi? Se sei in grado di spiegarmi che cosa è suc­cesso, allora è finito. Non so se sei in grado di farlo. Ma sono contento che tu fossi presente, perché cosi adesso mi puoi ri­spondere esattamente. Io non mi fido delle esperienze che fac­cio da solo, dal momento in cui non riguardano più soltanto me. Vuoi aiutarmi?

L’AMICO      - Ti aiuterò sempre. Non posso fare diversamente. Chiedimi ciò che vuoi. Non mentirò mai più. Non posso assolutamente mentire quando si tratta di te.

CINQUANTA            - Neanch'io potrei farlo quando parlo con te. Ma ades­so dimmi: come si spiega che sono ancora vivo?

L’AMICO      - Non ti capisco. Non era ancora la tua ora.

CINQUANTA            - II capsulano però ha dichiarato davanti a tutti che era arrivata la mia ora. Tu c'eri. L'hai sentito.

L’AMICO      - Per una volta può essersi sbagliato.

CINQUANTA            - Ha dichiarato che ne era certo e gliel'ho contestato. Ha affermato che lui  lo sapeva meglio di me e che mia madre mi avrebbe tratto in inganno. Come può pretendere di saperlo? Co­me è possibile che lo sappia?

L’AMICO      - Ha occhio per gli uomini. Non dimenticare che la sua esperienza è enorme. Era convinto di quello che diceva. Se non fosse stato convinto, non ti avrebbe esposto davanti a metà del popolo.

CINQUANTA            - Ma a che scopo?

L’AMICO      - Voleva dimostrare a tutti quanto sono assurdi i tuoi dubbi. Te ne stavi là e con una testardaggine senza pari conti­nuavi ad affermare che tu non ci credi. Che saresti sopravvissuto alla tua ora. Che bastava che ti lasciassero fare e l'avresti fatto vedere a tutti quanti. Che ti dovevano considerare come un espe­rimento. Che, dato che non ci credi, a te non sarebbe successo niente.

CINQUANTA            - È esatto. Ho detto questo.

L’AMICO      - LUI   -  però sapeva che non è possibile. Sapeva che alla tua ora saresti caduto da solo a terra morto e voleva che succedesse in pubblico, cosi come tu in pubblico avevi lanciato la tua sfida. Bisognava che ti confutassi da solo. Può sembrarti un'idea poco simpatica e senza dubbio trasformare in spettacolo pubblico la fragilità umana può suscitare un'impressione di malevolenza. Ma non dimenticare ciò che avevi fatto. Avevi disturbato una sepoltura e spaventato nella maniera più terribile una povera madre che aveva perduto il suo bambino. L'indignazione nei tuoi confronti era generale e il capsulano ha il compito di provvede­re alla sicurezza della gente. Deve badare che l'antica paura non torni a diffondersi: tutto dipende dalla legge dell'ora. Se egli consentisse a qualcuno          - di mettere in dubbio questa legge, tutto comincerebbe a vacillare e le conseguenze sarebbero incalcola­bili. Si aggredirebbero tutti l'un l’altro e ricadremmo un'altra volta nel vecchio macello. Non sei contento anche tu di come èandata a finire?; LUI        -  è riuscito a farti ritrattare e tu sei ancora in vita. Che vuoi di più?

CINQUANTA            - II fatto è che non capisco. Non rispondi alla mia domanda.

L’AMICO      - Credo sia meglio che io chieda a te qualcosa. È stato il tuo modo di comportarti, non quello del capsulano, che è risul­tato incomprensibile a tutti.

CINQUANTA            - Chiedi pure, chiedi!

L’AMICO      - Quando ti hanno fatto salire sul palco e la gente ha co­minciato a radunarsi attorno a te, tu all'inizio per un bel po' hai taciuto. Arrivava sempre più gente e ben presto la piazza ne fu tutta piena. Tu hai subito pazientemente e tranquillamente tutto il processo, senza aprire bocca nemmeno una volta. Hai reagito con indifferenza alle accuse del capsulano, annuendo col capo. Poi, tutto a un tratto, quando era già stata pronunciata la condanna, hai gridato ad alta voce: «Non è la mia ora!» Le tue parole suonavano estremamente sicure e posso dirti che questa prima frase ha fatto sulla gente un'impressione fortissima. Ma IL CAPSUL.   - sembrava sapere il fatto suo e ti ha messo alle stret­te. Tu hai fatto appello alla tua memoria e a tua madre. Eri sicu­rissimo che non fosse la tua ora. IL CAPSUL.ha ripetuto per la seconda volta la sentenza. Ero pieno di ammirazione, e, malgra­do l'indicibile paura che provavo per te, pregavo perché non ti piegassi. A questo punto hai cominciato tutto a un tratto a chie­dere il rinvio di un giorno e hai offerto in cambio di questo gior­no una confessione. Hai confessato - e questo non riesco a ca­pirlo nemmeno adesso - che in realtà era davvero la tua ora, esattamente il contrario delle tue prime frasi forti e schiette. L'effetto di questa contraddizione è stato enorme. L'atmosfera è mutata di botto a tuo sfavore. È bene che tu sappia che da quel momento in poi tutti, senza eccezione, ti considerano un ciarla­tano. Puoi spiegare questa contraddizione?

CINQUANTA            - Niente di più facile. Non si tratta affatto di una con­traddizione. Semplicemente io non lo so. Non so quanti anni ho. Non me ne sono mai curato. Fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno che uno      dovesse saperlo. La mia data di nascita non la conosco affatto. Tutti facevano sempre tanti di quei misteri sul­la loro. Io sono una vittima di questa universale smania di far misteri, a tal punto che non mi sono mai nemmeno accorto che c'è sempre qualcosa che viene tenuto segreto. Quando ero bam­bino debbono avermelo detto di sicuro varie volte: già allora però mi entrava da un orecchio e mi usciva dall’altro. Ancheammesso che un giorno l'abbia saputo in seguito me ne sono dimenticato. Io i miei anni non li ho né sprecati né economizza­ti. Non li ho mai considerati un capitale. Semplicemente agli anni non ci ho mai pensato. Mi piaceva troppo vivere per stare a pensare agli anni.

L’AMICO      - Ma allora non sai davvero quanti anni hai?  

CINQUANTA            - No. Ciò che ho detto, era falso tutte e due le volte. Tutte e due le volte ho mentito.

L’AMICO      - Ma che senso dovrebbe avete tutto questo?

CINQUANTA            - Volevo far confondere il capsulano. Se io nego che questa sia la mia ora, in che modo il capsulano può dimostrare che lo è? Era questo che dicevo a me stesso. Volevo farlo confondere davanti a tutta quella folla strabocchevole. Volevo scuo­tere la loro falsa fede. Qualcuno deve pure farlo. Io sono la per­sona giusta, perché non conosco la mia età.        

L’AMICO      - Un'impresa disperata. La loro fede non è falsa.

CINQUANTA            - Eppure ci sono riuscito. Non ti accorgi che ci sono riuscito?

L’AMICO      - Non dovresti parlare cosi. Non dimenticare che hai ri­trattato.        

CINQUANTA            - Prima l'ho costretto a compromettersi affermando che era venuta la mia ora. Lui ne era sicurissimo e tutti l'hanno sentito. Poi ho ritrattato e in tal modo ho ottenuto la grazia. Adesso sono vivo. O si è sbagliato e a proposito della mia ora non ne sa più di quanto non ne sappia io, oppure è possibile sopravvivere alta propria ora. A questo punto ciascuno deve per forza credere a una di queste due cose.

L’AMICO      - Come ti sbagli! Tutti hanno notato la tua ritrattazione, che ha fatto su di loro un'impressione enorme. L'unica cosa che li ha colpiti, in tutto quello che è successo, è il fatto che tu ti sei contraddetto.

CINQUANTA            - Può darsi. Non mi interessa. Per quel che mi riguar­da ho fatto più progressi di quanti non ne avessi mai fatti in precedenza. Adesso so che il capsulano almeno qualche volta, mente. Le sue valutazioni sono incerte. Anche lui è incerto. Di­fende qualcosa di incerto. Si contraddice e perdona, purché uno ritratti. Ha bisogno che uno          ritratti, farebbe qualsiasi cosa pur di ottenere una ritrattazione. Ne ha assoluto bisogno, allo stesso modo che ciascuno di noi ha assoluto bisogno della sua capsula.

L’AMICO      - Anch'io ho avuto questa impressione. Non voglio na­scondertelo.

CINQUANTA            -   Lo riconosci? Lo riconosci? È stata proprio questa  la tua impressione? E tu eri in basso, e non eri in pericolo, l'agi­tazione non poteva indurti in errore.

L’AMICO      - Non credere che io fossi meno agitato di te. Ma avevo sperato che la tua ritrattazione fosse valida, che fosse definitiva, che ne avessi abbastanza di cozzare contro le leggi di natura.

CINQUANTA            - Leggi di natura? E quali sarebbero? Ti riferisci alle prescrizioni d'ufficio del capsulano? Per il momento non so an­cora nemmeno come è fatto l'interno di una capsula. Se potessi aumentare di dieci gli anni assegnati per iscritto a qualcuno nel­la capsula, se aprissi la capsula e di mia iniziativa aumentassi di dieci il numero degli anni - che cosa credi che succederebbe?

L’AMICO      - Non ti macchierai di questa colpa. Non assassinerai nessuno           -. Ti conosco troppo bene. Tu non sei un assassino. Gli as­sassini non parlano cosi. Gli assassini non sentono cosi. Ti cal­merai. Non hai avuto un'emozione da niente. Ti calmerai e di­menticherai tutto questo. Hai ritrattato e non parliamone più. Promettimelo!

CINQUANTA            - Non prometto nulla.

CINQUANTA  E DUE DONNE MOLTO VECCHIE

CINQUANTA            - Ehi! Statemi a sentire! Ehi! Voglio parlare con voi! Si può sapere perché scappate? Non vi faccio niente! Ehi, non correte cosi! Vi debbo parlare!

I VECCHIA   - (senza fiato) Noi non abbiamo niente.

II VECCHIA  - (senza fiato) Un bel niente.

CINQUANTA            - Ma io da voi non voglio niente. Non voglio portarvi via niente. Voglio solo chiedervi una cosa.

I VECCHIA   - Io non sono di qui.

II VECCHIA  - Io vengo da molto lontano.

CINQUANTA            - Non voglio chiedervi la strada. La strada la conosco da me.

I VECCHIA   - Ah si, e allora che cosa? Che cosa?

II VECCHIA  - Non abbiamo niente. E non siamo nemmeno di qui.

CINQUANTA            - Non dovete avere paura di me. Non lo capite? Non vi faccio niente. Ve lo prometto solennemente. Voglio solo chie­dervi una cosa. Riguardo ai vecchi tempi.

I VECCHIA   - Molto vecchi. Quella là però è più vecchia an­cora.

II VECCHIA  - La più vecchia è LEI . Chiedilo a lei!

CINQUANTA            - Voglio chiederlo a tutte e due.

I VECCHIA   - È già tardi.

II VECCHIA  - Debbo correre via.

CINQUANTA            - Non ce la fate neanche a correre. Dopo vi ci accom­pagno io a casa, con tutta la fretta che vorrete. Ora però ferma­tevi una buona volta e state a sentire quello che ho da chie­dervi!

I VECCHIA   - Io sto a sentire. Ma tanto non so niente.

II VECCHIA  - Io ci sento benissimo. Non sono mica tanto vecchia. Però non so che cosa debbo dire.

CINQUANTA            - Statemi bene a sentire! Voglio sapere una cosa da ciascuna di voi. (Alla prima vecchia) Tu quanti anni hai?

I VECCHIA   - Mica tanti.

CINQUANTA            - Lo so, ma quanti ne hai?

I VECCHIA    -   Non lo so più. Chiedilo a Lei!

CINQUANTA            - Pensaci su, mentre glielo domando. (Alla seconda) Quanti anni hai?

II VECCHIA  - Non tanti.

CINQUANTA            - Va bene, ma quanti?

II VECCHIA  - Me Io sono scordato. Chiedilo a LEI!

CINQUANTA            - (alla prima) Adesso lo sai? Riesci a ricordartelo?

I VECCHIA   - No. Non so niente. È passato troppo tempo.

CINQUANTA            - E se ti picchio continuerai a non dirmelo?

I VECCHIA   - (strilla) Aiuto! Aiuto! Mi vuole picchiare!

CINQUANTA            - Sta' zitta! Non ti picchio. Come ti chiami?

I VECCHIA   - Novantatre, ma non mi picchiare, te lo dico. No­vantatre.

II VECCHIA  - Te lo dico anch'io. Non devi farmi niente. Io mi chiamo Novantasei.

CINQUANTA            - Lo dici prima ancora che te lo domandi. Avete una gran fretta. Da quanto tempo siete amiche?

ENTRAMBE -  Da un'eternità.

CINQUANTA            - Ma io voglio sapere da quanto.

I VECCHIA   - Io la conoscevo già da prima di sposarmi.

II VECCHIA  - Anch'io LEI.

CINQUANTA            - Dovevi essere molto giovane quando ti sei sposata.

I VECCHIA   - Oh troppo, troppo giovane. Nessuno            - l'ha mai saputo, quanto ero giovane allora. Ora sono tutti morti. Ora è rimasta viva solo quella li.

II VECCHIA  - Io sono stata sempre più vecchia di LEI. LEI mi è sempre corsa dietro.

CINQUANTA            - Adessomi ci vorrà poco a Sapere quanti anni avete.

ENTRAMBE -  Oh no. Questo non lo sa nessuno.

CINQUANTA            - Basterà che guardi dentro le vostre capsule.

ENTRAMBE -  (si mettono a strillare) Non è vero! È un bugiardo! Bugiardo! Bugiardo!

CINQUANTA            - Smettetela di strillare! Immediatamente!

ENTRAMBE -  (strillano sempre più forte) Non è vero. Non lo sa nessuno! Bugiardo! Bugiardo!

CINQUANTA            - Vi picchiere ! Vi picchiere), se non la smettete imme­diatamente di strillare.

I VECCHIA   - (tremante) Io smetto. Ho una paura.

II VECCHIA  - Io vorrei senz'altro smettere, ma non ci rie­sco, sono troppo spaventata.

CINQUANTA            - Consegnatemi le vostre capsule! Immediatamente!

I VECCHIA   - Io di capsule non ce n'ho.

II VECCHIA  - Io la mia l'ho perduta.

Adesso sono tutte e due calmissime.

CINQUANTA            - Le troverò. Le avete ancora tutte e due. Consegna­temele! Ne ho bisogno.

I VECCHIA   - Io la mia me la sono mangiata.

CINQUANTA            - (l'afferra) Allora sputala fuori!

I VECCHIA   - (sputa più  volte) Non viene niente.

CINQUANTA            - Meglio ancora! È meglio che me la consegni. Sennò ti ammazzo.

II VECCHIA  - (tremante) lo la mia l'ho trovata. Eccola. (Gli porge la capsula) Anche LEI            -  la sua ce l'ha. Basta che ci guardi.

I VECCHIA   - Vergognati, quello che vuoi è soltanto che an­ch'io ci rimetta la mia!

CINQUANTA            - Dammela con le buone. Lo vedi che LEI     -  me l'ha data.

I VECCHIA   - (gli porge la capsula piangendo) Che farò senza la mia capsula?

II VECCHIA  - Che ne sarà ora di noi?

CINQUANTA            - Ve ne darò in cambio delle altre, più belle, tutte d'oro.

ENTRAMBE -  Tutte d'oro! Tutte d'oro!

CINQUANTA            - (appende al collo di ciascuna di loro una capsula) Co­si. Adesso ne avete di molto più belle. Siete contente adesso, no? Ora vivrete ancora per tanto, tanto tempo. Queste infatti sono capsule della fortuna. Le fabbrico io stesso. Però non dovete dire niènte a nessuno. Sé non direte niènte a nessuno vi­vrete tutte e due più a lungo.

I VECCHIA   - Oh si. Molto più a lungo!

II VECCHIA  - Molto, molto più a lungo!

CINQUANTA            - La prossima volta che vi vedrò, ve ne darò di anco­ra più belle. Vi troverò senz'altro. So dove state. Adesso dove­te andarvene buone buone. Dovete promettermi che non direte niente a nessuno            . Se no va a finire che tutti vogliono le belle capsule d'oro e io ho queste due soltanto. Se la gente lo sapes­se, ve le vorrebbe portare via. Terrete la bocca chiusa?

I VECCHIA   - Oh si! Oh si!

II VECCHIA  - Però dopo me ne darai una ancora migliore?

CINQUANTA            - L'avrai. Prima però debbo cercarla. E non è tanto facile. Per questo prima debbo andar via. Quando torno, vi in­contrerò di nuovo e allora vi darò le altre capsule. Adesso di tempo ne avete. Ora però andatevene svelte, prima che qualcuno si accorga di qualcosa. Se non state attente ve le porte­ranno via!

le due vecchie(si allontanano in tutta fretta, zoppicando) Gra­zie. Grazie.

CINQUANTA    E L’AMICO

CINQUANTA            - Ho due capsule!

L’AMICO      - Che cos'hai? 

CINQUANTA            - Ho due capsule. Due capsule autentiche.

L’AMICO      - Per amor del cielo, come le hai avute?

CINQUANTA            - Le ho avute da due vecchie. Adesso sono mie. Pos­so farne ciò che voglio.

L’AMICO      - Io - io non voglio vederle.

CINQUANTA            - Ciò non cambia nulla al fatto che ce l'ho.

L’AMICO      - Ma è terribile. Restituiscile subito!

CINQUANTA            - Gliene ho date di migliori.

L’AMICO      - Migliori?

CINQUANTA            - Si, migliori! Tutte d'oro.

L’AMICO      - Però sono false.

CINQUANTA            - No. Sono migliori, promettono una vita più lunga.

L’AMICO      - Dove le hai prese?

CINQUANTA            - Questo non te lo dico. Le ho avute e le ho regalate a due vecchiette che in cambio mi han dato le loro.

.L’AMICO     - Ma dovevano essere deficienti. Nessuno lo farebbe spontaneamente.

CINQUANTA            - Una spintarella gliel’ho data.

L’AMICO      - Vuoi dire che gliele hai portate via con la forza? Lo sai che cosa sei?

CINQUANTA            - Non mi interessa che cosa sono. Tutti sono qualche cosa. E quindi anch'io sono qualcosa. Adesso però ho due cap­sule e posso farci ciò che voglio!

L’AMICO      - Oh vattene! Perché mi dici tutto questo?

CINQUANTA            - Puoi denunciarmi. Se hai paura, ti permetto di scio­gliere la nostra amicizia. Non te ne vorrò. Ma tu stai tremando.

L’AMICO      - Di che cosa dovrei avere paura? Io non ho fatto niente. Mi rimorde la coscienza. Ah, se non avessi mai parlato con te. Sono io che ti ho spinto su questa strada. Non avrei mai do­vuto rispondere alle tue domande. È tutta colpa mia. Sono io il delinquente. E a questo punto dovrei tradirti?

CINQUANTA            - Non preoccuparti! Piuttosto aiutami! Aiutami! Or­mai è fatta.

L’AMICO      - Come posso aiutarti? Lo sai che cosa sei ora.

CINQUANTA            - Un assassino. Assassino per rapina. O come si chiama. Ma importa cosi poco come uno si chiama. Aiutami ad apri­re le capsule!

L’AMICO      - Aprirle! Tu vuoi aprirle!

CINQUANTA            - Voglio vedere che cosa c'è dentro. Lo sai che cosa dovrebbe esserci dentro.

L’AMICO      - Ma che senso ha? Tanto lo sai che cosa ci troverai.

CINQUANTA            -   Lo SO?

L’AMICO      - Si! Si! Lo sa ogni bambino, ciascuno se lo porta addos­so per tutta la vita. Lo sanno tutti.

CINQUANTA            - Hai mai visto l'interno di una capsula?

L’AMICO      - No. Ma non ce n'è bisogno.

CINQUANTA            - Quindi non ne hai mai vista nessuna!

L’AMICO      - Però ero presente quando hanno composto mio padre nella bara. E in precedenza ero stato presente quando avevano composto nella bara mia... debbo ridire tutto da capo? Tu lo sai quanto mi addolora ancora oggi la sua morte. Io c'ero. Capisci, io c'ero. C'ero quando l'ispettore ha trovato e aperto la sua capsula. Io c'ero quando ha preso nota.

CINQUANTA            - Ma ci hai guardato dentro?

L’AMICO      - No! Pretendi troppo. Ero troppo agitato. Avrei dovu­to guardare anche i numeri? Ma c'erano tante altre persone. Credi forse che mancassero i testimoni?

CINQUANTA            - Erano agitati esattamente come te. Nessuno - ha vi­sto l'interno della capsula. Nessuno! L'unico che non fosse agi­tato era proprio IL CAPSUL. Lui non è mai agitato. Lui fa con­tinuamente la stessa cosa. Lui li vede tutti e prende nota di tutto.

L’AMICO      - E tu non gli credi perché lo odi. Non avrei mai dovuto mandarti da LUI.

CINQUANTA            - Senti un po'; io non odio nessuno! Ma non credo a nessuno            -. Per me è troppo importante. Voglio aprire io stesso le capsule e vederle io stesso. Le aprirò. Puoi contarci. Nessuno me lo impedirà. Voglio che mi aiuti.

L’AMICO      - Io voglio aiutarti. Ma come posso fare? In che modo posso aiutarti? Ormai è già quasi fatto.

CINQUANTA            - Ho bisogno dei tuoi occhi. Voglio che guardi assie­me a me l'interno delle capsule. Non mi fido dei miei occhi. Io sono prevenuto. Se ti dicessi quello che avrò trovato, non mi crederesti.

L’AMICO      - Adesso ti capisco. Vuoi che io sia presente quando le apri.

CINQUANTA            - Proprio cosi. Non mi piantare in asso adesso! Cerca di capire che cosa è in gioco.

L’AMICO      - Non capisco che cosa è in gioco. Forse è perché non vo­glio capirlo.

CINQUANTA            - Ma non mi pianterai in asso?

L’AMICO      - No. Non ti pianterò in asso.

CINQUANTA            - Eccole. Come possiamo fare per aprirle?

L’AMICO      - Deve essere molto difficile. IL CAPSUL. ha una chiave.

CINQUANTA            - Dovremo romperle.

L’AMICO      - Si, temo proprio. Non c'è altro da fare.

CINQUANTA            - Hai un martello?

L’AMICO      - Eccolo.

CINQUANTA            - Grazie. Io ci do un colpo.

L’AMICO      - Ma con cautela. Con cautela. Non devi fracassare quel­lo che c'è dentro.

CINQUANTA            - (dà un colpo) Cosi!

L’AMICO      - Fammi vedere! È aperta?

CINQUANTA            - No. Solo ammaccata. Sono fatte in modo strano.

L’AMICO      - E adesso che si fa?

CINQUANTA            - Do UN ALTRO colpo (dà un colpo). Ora dammi la lima.

L’AMICO      - Eccola.

CINQUANTA            - Adesso dovrebbe andare. Aspetta! Forse puoi tener­la da questa parte

L’AMICO      - Si. Tengo ferma la catenella.

CINQUANTA            - Aperta! Aperta! Questa è aperta! Guardaci dentro. Guarda tu per primo! Che cosa vedi?

L’AMICO      - Niente.

CINQUANTA            -   Niente. È vuota.

L 'Amico Vuota. Deve trattarsi di un errore. Dove hai messo l'al­tra?

CINQUANTA            - Eccola. Dammi il martello. (Dà un colpo) La lima! Tienila! Cosi. (Lima) È aperta. Questa volta voglio guardare io per primo.

L’AMICO      -   No. Assieme,

CINQUANTA            - È meglio uno per volta. Lasciami guardare per primo!

L’AMICO      - Come vuoi. Che cosa vedi?

CINQUANTA            - Niente. Niente. È vuota.

L’AMICO      - Come? Anche questa? - Si. È vuota. Ma che significa?

CINQUANTA            - È quello che ti chiedo.

L’AMICO      - Le vecchie si sono fatte gioco di te. Non ti hanno dato le capsule vere.

CINQUANTA            - Tu credi? Io non credo. Tu li non c'eri. Avresti do­vuto esserci.

L’AMICO      - Ma non vedi che sono vuote!

CINQUANTA            -   Le capsule sono per l'appunto vuote. Non capisci?

L’AMICO      -   Ma non dire sciocchezze! Tu sei pazzo!

CINQUANTA            - Ecco la mia! Dammi la tua! Le apriremo tutte e due!

L’AMICO      - Io - io non posso. Perdonami. Io la mia non te la do. E vorrei che anche tu non aprissi la tua.

CINQUANTA            - Non me lo puoi impedire. La tua non mi serve. Ec­co la mia capsula. Dacci sopra un colpo!

L’AMICO      - No.

CINQUANTA            -   Vigliacco! Dammi il martello!

L’AMICO      - Io - io non posso dartelo.

CINQUANTA            - Allora me lo prendo da solo. Non ho paura.

L’AMICO      - Che fai? Che fai?

CINQUANTA            - Tu sei come le vecchie, (Dà un colpo) Adesso l'hofracassata. Aiutami con la lima!

L’AMICO      -   La sto tenendo.

CINQUANTA            - Aperta! Aperta! La mia capsula è aperta! Guardaci dentro! Ti nomino capsulano! Che cosa vedi?

L’AMICO      - (tremante)   Niente; È vuota.;

CINQUANTA            - Niente, Anche questa è vuota. Tutte le capsule sono vuote.

L’AMICO      - Non è possibile! Ma va! Ma va! Mi hai giocato un brut­to scherzo. Non sei più mio amico. Che cosa vuoi con questa mascherata? Con queste capsule false che pretendi di avere ru­bato, con quella capsula falsa che ti sei appeso al collo? Tutto questo tu lo trovi molto divertente, ma per me è solo penoso. Non ti voglio rivedere mai più. Credi forse di restituirmi mia sorella con questi scherzi odiosi? Vattene, ti odio! Ti odio!

CINQUANTA            - Non mi credi. Allora dammi la tua capsula, prima di accusarmi. È possibile che sia stato io a mettertela al collo? Non la conosci forse? Mi accusi. Tu non soltanto sei il mio migliore amico, sei anche il mio unico amico. E mi credi capace di un'in­famia simile. Dammi almeno la possibilità di difendermi. Sa­crificami la tua capsula! Tu sei qui. Ce l'hai su di te. È sempre stata su di te. In vita tua nemmeno una volta te la sei levata, nemmeno una volta. Vado nell'angolo più lontano della stan­za. Rimango li. Non mi muovo. Apri la tua capsula! Me lo de­vi! Fallo! Fallo!

L’AMICO      - Non posso. Mi fai paura. Che vuoi da me? Lasciami in pace!

CINQUANTA            - Non vuoi più saperne di me?

L’AMICO      - Voglio che tu mi lasci in pace.

CINQUANTA            - Me ne vado! Addio!

L’AMICO      - Te ne vai? E adesso come vivrò?

CINQUANTA            - Io non ti ho fatto niente.

L’AMICO      - Niente. Niente. Vattene una buona volta! Vattene! Vattene!

CINQUANTA            - Non ti serbo rancore. Addio.

L’AMICO      - No. Tu non mi serbi rancore. Ma io serbo rancore a te. Io ti odio. Vattene!

CINQUANTA            - Che debbo fare?

L’AMICO      - Niente. Devi andartene.

CINQUANTA            - Va bene. Addio.

CINQUANTA    - e IL CAPSULANO

CINQUANTA            - E tutti quelli che se ne sono andati prematuramente?

IL CAPSUL.  - Nessuno se n'è andato prematuramente.

.CINQUANTA- II mio amico aveva una sorella che se ne è andata a dodici anni.

IL CAPSUL.  - Quello era il suo nome secondo la legge.

CINQUANTA            - Secondo la legge? Una legge che si basa sull'igno­ranza!

IL CAPSUL.  - Non esistono leggi diverse. Quando si tratta di leggi, l'unica cosa che conta è che vengano rispettate.

CINQUANTA            -  Da tutti?

IL CAPSUL.  - Da tutti coloro che vivono nel loro ambito di va­lidità.

CINQUANTA            - E chi è vissuto prima?

IL CAPSUL.  - Non poteva conformarsi alla legge. Ha altre do­mande assennate e urgenti da rivolgermi?

CINQUANTA            - Che cosa accadrebbe se gli uomini venissero a sapere all'improvviso che tutte le capsule sono vuote?

IL CAPSUL.  - Non possono venire a saperlo. Chi potrebbe dire loro qualcosa di cosi assurdo, di cosi tremendo?

CINQUANTA            - Supponiamo che qualcuno fosse cosi pazzo da im­maginarsi che tutte le capsule sono vuote e andasse in giro per le strade come un banditore o come un nuovo Maometto. E in­vece di «Allah è grande e Maometto è il suo profeta», gridas­se: «Le capsule sono vuote! E nessuno lo sa! Le capsule sono vuote! Le capsule sono vuote e nessuno lo sa!»

IL CAPSUL.  - Nessuno gli presterebbe fede. Smetterebbe ben presto di gridare.

CINQUANTA            - E se vuotasse una capsula e andasse per le strade con l'involucro vuoto?

IL CAPSUL.  - Non è un segreto come si procede nei confronti degli assassini.

CINQUANTA            - Ma io sono preoccupato. Sono terribilmente preoc­cupato. Una volta che fosse stata proclamata per le strade, tale idea potrebbe diffondersi e attecchire.

IL CAPSUL.  -La Sua preoccupazione Le fa onore e verrà ascrit­ta a Suo merito. Ma generazioni di capsulani ci hanno pensato e si sono premuniti. Non per niente sui ladri di capsule ricade il marchio dell'assassinio. LEI vede che finora ha funzionato.

CINQUANTA            - Io però penso al futuro.

IL CAPSUL.  - LEI pensa troppo al futuro. Un residuo del perio­do in cui era un ribelle.

CINQUANTA            - Le sembra che questo residuo sia preoccupante? Ri­tiene che il mio eccesso di zelo sia dannoso?(

IL CAPSUL.  -  Non dico questo. LEI non potrà mai più rappresentare un pericolo. Ha abiurato pubblicamente. La considera­no un vigliacco e un pazzo. Anche nel caso che LEI ricomincias­se ad esternare ad alta voce i Suoi dubbi, non farebbe più im­pressione a nessuno. Solo agli innocenti si presta autentica fe­de. Un apostata torna molto utile alla sua nuova fede e per LUI la vecchia fede è perduta molto al di là delle sue stesse previ­sioni.

CINQUANTA            -  Perché pensa che potrei abiurare un'altra volta?

IL CAPSUL.  - Non lo penso. Le ho soltanto spiegato perché non potrà mai più rappresentare un pericolo. Qualsiasi cosa faces­se, sarebbe inutile.

CINQUANTA            - Ma LEI disapprova i miei timori?

IL CAPSUL.  - Esiste un sapere innocuo ed esiste un sapere pe­ricoloso. Ma esistono poi dei dubbi che sono ancora molto più pericolosi. E da questi LEI è comunque guarito.

CINQUANT  - Che intende dire?

IL CAPSUL.  - Niente di preciso. Ci sono dubbi che rendono l’uomo folle e miserabile e che non potranno mai servire a nul­la. Ad essi è preferibile persino un sapere pericoloso. Uno può tenerselo per sé.

CINQUANTA- L'ho spaventata. Non avrei dovuto dire che le cap­sule potrebbero essere vuote.

IL CAPSUL.  -LEI non mi ha per niente spaventato. Ha aperto la Sua capsula e dentro non ci ha trovato niente. Io l'ho già fat­to migliaia di volte. Ho forse l'aria di essere spaventato?

CINQUANTA            - Crede davvero che avrei potuto fare una cosa simile?

IL CAPSUL.  - Non si tratta di credere. Non è mai successo che qualcuno  arrivasse a una simile congettura, se prima non l'ave­va già fatto. LEI è un assassino. Ma gli assassini che hanno abiu­rato a tempo debito a noi non interessano.

CINQUANT  - LEI mi sta accusando senza avere alcuna prova del­l'assassinio.

IL CAPSUL.  - Le risparmio la prova. Sarebbe troppo facile. LEI ha la Sua libertà. Adesso sa anche che vivrà tanto a lungo, beh — quanto appunto vivrà. Era questo il tipo di libertà che Le pre­meva. Se l'è rubata. Se la goda pure a Suo piacimento! Stia pur sicuro che ce ne sono anche altri, di pazzi come LEI, che prefe­riscono questa mortale inquietudine alla quiete che noi abbia­mo instaurato e che ci preoccupiamo di salvaguardare.

CINQUANTA            - Ce ne sono veramente altri?

IL CAPSUL.  -Lei non è unico, stia pur sicuro. LEI non è nien­te di speciale, se ne rese conto LEI stesso allorché fu pronto a ritrattare in cambio di un solo giorno di vita. Lei è così vile che non può nemmeno riconoscere la Sua viltà. Adesso però la sua viltà potrà assaporarsela appieno. Infatti, invece di un’unica ora, non avrà davanti a sé altro che tante ore uguali a quella. Non ho nessuna intenzione di farla arrestare per assassinio. Si goda pure il frutto della sua rapina! La lascio alla Sua angoscia.

Cinquanta per la strada come un banditore, ma anche come un indemoniato.

CINQUANTA            - Non voglio saperne di voi! Mi siete tutti indifferenti. Mi siete indifferenti perché non esistete. Voi non siete vivi. Voi siete tutti morti. Io sono l’unico. Io sono vivo. Io non so quando morirò, per questo sono l’unico. Voi andata strisciando con quel prezioso, piccolo fardello appeso al collo. I vostri anni ve li portate appesi al collo. Sono pesanti da portare? No! Non sono pesanti. Non sono molti! Ma a voi questo non importa. Perché siete già morti! Io non vi vedo affatto. Non siete nemmeno ombre. Non siete niente. Io cammino in mezzo a voi solo perché sentiate quanto vi disprezzo. Uditemi, voi gente, voi bravi morti, anche gli anni che portate appesi al collo sono falsi. Credete che siano vostri. Ne siete così sicuri. Ma non c’è niente di sicuro. E’ tutto falso. Voi portate appese al collo delle capsule vuote. Le capsule sono vuote. Non sono vostri nemmeno gli anni che credete vi appartengano! Non avete niente! Non c’è niente  di sicuro! Le capsule sono vuote! Tutto è incerto come lo è sempre stato. Chi ha voglia di morire, può farlo già oggi stesso. Chi non ne ha nessuna voglia, beh, morirà lo stesso. Le capsule sono vuote! Le capsule sono vuote!

DUE GIOVANOTTI

I GIOVAN.    - Ecco che arriva il Salvatore!

II GIOVAN.  - Salvatore, Salvatore!

I GIOVAN.    - Ma insomma si può sapere che cosa ha fatto?

II GIOVAN.  - Ha guardato dentro la capsula!

I GIOVAN.    - Ne sarei stato capace anch’io.

II GIOVAN.  - Perché non ci hai provato?

I GIOVAN.    - Non ci ho pensato.

II GIOVAN.  E’ proprio questo il punto. Non è affatto facile come pensi.

I GIOVAN.    - E tu ci hai provato?

II GIOVAN.  - A dire il vero sì. Ma non si riesce ad aprirlo quell’aggeggio.

I GIOVAN.    - E dopo che ne hai fatto?

II GIOVAN.  - Io la mia l’ho semplicemente buttata via.

I GIOVAN.    - Io no. No, questo no.

II GIOVAN.  - Credi che la tua sia qualcosa di speciale?

I GIOVAN.    - Può darsi ancora che cambi tutto.

II GIOVAN.  - Che cosa dovrebbe cambiare?

I GIOVAN.    - Aspetto finchè non si pronuncia il capsulano.

II GIOVAN.  - Il capsulano in persona! Quell’impostore!

I GIOVAN.    - Tu sei un po’ precipitoso!

II GIOVAN.  - Stupido! Non riesci a vivere senza imbrogli.

I GIOVAN.    - Se debbo essere sincero, tutti questi cambiamenti non mi vanno.

II GIOVAN.  - E perché no? E perché no?

I GIOVAN.    - Tu ci hai pensato?

II GIOVAN.  - Che cosa c’è tanto da pensare? Le capsule sono vuote.

I GIOVAN.    - Hai esaminato tutte le capsule?

II GIOVAN.  - Che intendi dire?

I GIOVAN.    - Può darsi che alcune siano vuote e può darsi che alcune contengano qualcosa.

II GIOVAN.  - Sei un caso disperato. Questa sarebbe senz’altro una truffa ancora peggiore!

I GIOVAN.    - Ti ci vuol poco a dire queste cose. Ma adesso che fine faremo tutti quanti?

II GIOVAN.  - Che fine faremo! Che fine faremo? Adesso siamo liberi!

I GIOVAN.    - Come sarebbe a dire?

II GIOVAN.  - Io non ho più paura di dover morire a ventotto anni.

I GIOVAN.    - E io invece ho paura di morire prima di ottantotto.

II GIOVAN.  - Infatti finora sei stato un privilegiato. Ora si farà piazza pulita di gente come te. 

I GIOVAN.    - Ma perché ? Che ti ho fatto?

II GIOVAN.   - Che mi hai fatto? Tu eri una divinità! Semplicemente a causa di quel dannato nome. Perché tu dove­vi chiamarti Ottantotto e io Ventotto? Sei forse migliore di me, più intelligente e amante del lavoro? Al contrario; tu sei più stupido, più cattivo e più pigro. Eppure non si sentiva dire al­tro che Ottantotto di qua e Ottantotto di là.

I GIOVAN.    - Non me ne sono mai accorto.

II GIOVAN.   - Allora non ti sei mai accorto che tutte le ragazze ti correvano dietro. Dovunque ti facessi vedere, succe­deva un parapiglia. Avresti potuto sposare una qualunque di loro. Ma non era necessario che te ne sposassi nessuna. Respi­rare l'aria che aleggiava intorno al tuo bel nome era già un onore.

I GIOVAN.    - Ma per me tutto questo era molto seccante. Se potessi farti un'idea di quanto era seccante!

II GIOVAN.   - Nessuno se ne è mai accorto. Hai subito tutto con molta calma.

I GIOVAN.    - E che avrei dovuto fare?

II GIOVAN.   - Tu da questo imbroglio hai ricavato i più grandi vantaggi. Ti è mai passato per la testa, anche una sola volta, di guardare dentro la tua capsula?

I GIOVAN.    - No. Non mi è mi passato per la testa. E a te? Perché non ci hai mai guardato?

II GIOVAN.   - Perché avevo paura di farlo. Non è pia­cevole passare per un assassino.

I GIOVAN.    - Era una buona legge. Era tutto cosi quieto.

II GIOVAN.   - E ora tu sei inquieto.

I GIOVAN.    - Tutti! Tutti! Non io soltanto! Forse che sai se cadrai a terra morto nel giro di un'ora?

II GIOVAN.   - No che non lo so. Ma è meglio, è più giu­sto adesso di quel che non fosse prima, perché adesso so che anche tu potresti stramazzare a terra morto tra un istante.

I GIOVAN.    - E tu che ci guadagni?

II GIOVAN.   - Tutto ci guadagno.

I GIOVAN.    - A te l'invidia ti divora. Io non so neanche cosa sia l'invidia.

II GIOVAN.   - Presto ci farai l'abitudine pure tu a sape­re che cosa è l'invidia. Basta che tu abbia un po' di pazienza.

I GIOVAN.    - E che ne sarà del nostro capsulano?

II GIOVAN.   - Lo processeranno.

I GIOVAN.    - Ma non possono farlo. Non possono condannarlo perché ha tenuto fede al suo giuramento d'ufficio. Lo assolveranno.

II GIOVAN.   - Non lo faranno. Se no ne vedresti delle belle! Se il capsulano         viene assolto, scoppia la rivoluzione.

I GIOVAN.    - Su questo ti sbagli, persino il Salvatore vuo­le che tutto si concluda senza spargimenti di sangue.

II GIOVAN.       - II Salvatore. Come suona strana questa parola sulla tua bocca! Tu in realtà lo odi. Piuttosto sta' atten­to a come ne parli!

I GIOVAN.    - Ma non ho detto niente contro di lui.

II GIOVAN.   - Io però lo avverto tra una parola e l'altra. II tuo odio è manifesto.

I GIOVAN.    - Oh, tu sai sempre tutto meglio degli altri.

II GIOVAN.   - No, ma sono stufo che sia sempre tu a dare il tono. Sono stufo! Stufo! Stufo!

I GIOVAN.    - Chi penserebbe mai che sei mio fratello car­nale.

II GIOVAN.   - Già, e chi l'avrebbe mai pensato quando tu ti chiamavi Ottantotto e io Ventotto!

DUE COLLEGHI

I°COLL.         - A quanto pare non erano poi mica tutti cosi contenti.

II°COLL.        - Si è accumulato molto odio.

I°COLL.         - Chi l'avrebbe mai pensato! La gente si è scate­nata! Ho appena assistito a una scena che non dimenticherò mai.

II°COLL.        - Che è successo?

I°COLL.         - Una massa di gente, le strade nere di folla e tut­to a un tratto sollevano sulle spalle uno che grida con voce stri­dula; «Via la capsule! Non abbiamo bisogno di questo aggeg­gio! Via le capsule!» Si strappa la camicia, tira fuori con vio­lenza la sua capsula e la getta tra la folla. La gente esulta. Alcuni seguono il suo esempio, prima gli uomini, poi anche le donne si strappano il corpetto e tirano fuori le loro capsule. «Via le cap­sule! » Un altro salta su e urla: «Ora non si muore più! Ora tut­ti vivranno per tutto il tempo che vorranno! Libertà! Libertà! » - «Per tutto il tempo che vorrò! Libertà! Libertà!» urla di rimando la folla!. Anch’io mi sono lasciato trascinare. Ho fatto quello che facevano gli altri. Avevo l'impressione che qualcuno accostasse il mio braccio al mio petto. Ho tirato fuori l'aggeg­gio e l'ho scagliato in alto. «Addio per sempre, capsule! Non muore più nessuno! » E la folla scatenata raccoglie il mio grido e tutti si mettono a gridare: «Non muore più nessuno! Non muore più nessuno! » 

II°COLL.        - Ma che significa? Questo non significa un bel niente!

I°COLL.         - Significa ciò che significa. Sono tutti stufi di morire. Forse non è cosi anche per te?

II°COLL.        -  Si.

I°COLL.         - Ma allora si può sapere cosa vuoi? Che hai da brontolare? Che cosa hai da obiettare? Gli uomini si sono ri­cordati del loro diritto alla vita.

II°COLL.        - E adesso ciascuno deciderà da solo per quan­to tempo vuole vivere?

I°COLL.         - Non ci sarà molto da decidere. Ciascuno vivrà per sempre.

II°COLL.        - Ciascuno vivrà per sempre! Quanto suona bene!

I°COLL.         -   Non è che suona bene, è bene!

II°COLL.        -   Ma è anche vero?

I°COLL.         - Tu sei l'eterno scettico. Scommetto che tu la tua capsula ce l'hai ancora! A te piace essere prudente, no? Pre­ferisci ciò che hai? Non ti piace rischiare niente? Sei un eroe! Insomma, ce l'hai o non ce l'hai?

II°COLL.        - E a te che te ne importa?

I°COLL.         - Me ne importa moltissimo.

II°COLL.        - Io della mia capsula ne posso fare ciò che voglio.

I°COLL.         - Credi? Questo è quello che pensi tu! Dammela! Subito! Bisogna distruggerla.

II°COLL.        - No! Non ti do un bel niente! Io la mia capsu­la me la tengo.

I°COLL.         - Non te la terrai! Dammela! Subito! (Comincia a strozzarlo).

II°COLL.        - Aiuto! Mi ammazza! Mi prende la capsula! Assassinio! Assassinio!

I°COLL.         - Questo non è più un assassinio, idiota che non sei altro! Dammi la tua capsula o finisce sul serio con un assas­sinio!

II°COLL.        - (tremando) prenditela! Non mi muovo! Mate ne pentirai!

I°COLL.         - Pentirmi? Deficiente! Quando? Perché? Eccotela vuota quella tua trappola! Calpestala!

II°COLL.        -   Non posso.

I°COLL.         - Calpestala! O ti ammazzo!

Il II° collega  la calpesta, tremando da capo a piedi, e poi cade a terra morto.

CINQUANTA e IL CAPSULANO

CINQUANTA            - Ma quando finirà?

IL CAPSUL.  - Non finirà mai più. È tutto sottosopra.

CINQUANTA            - Non avrei dovuto cominciare.

IL CAPSUL.  - Ormai è troppo tardi.

CINQUANTA            - II male è fatto. Non posso salvare più niente?

IL CAPSUL.  -È quello che chiedono tutti gli assassini, ma solo quando ormai non si può più cambiare niente.

CINQUANTA            - E se dessi il buon esempio? Se mi presentassi un'al­tra volta davanti a tutti e confessassi il mio delitto, con corag­gio e onestà, questa volta davvero con onestà? Se li mettessi in guardia e poi, per dimostrare che si tratta di una cosa se­ria, cadessi a terra morto davanti agli occhi di tutti? Non c'è proprio niente con cui potrei riuscire ancora a impressionar­li? Proprio niente con cui possa rendermi utile a tutti? In se­guito qualcun altro potrebbe mettersi a fare ciò che io ho fatto e potrebbe fallire e provocare scompiglio nel mondo. Mi ver­gogno talmente. Mi vergogno soprattutto della mia cecità.

IL CAPSUL.  -È troppo tardi. È troppo tardi. Temo che sia riu­scito nel Suo intento.

CINQUANTA            - Crede che ormai lo sappiano tutti?

IL CAPSUL.  - LEI ha scelto troppo bene la Sua canzone da guar­diano notturno. La sono stati a sentire. Non avrei mai creduto che La stessero a sentire cosi presto e cosi bene.

CINQUANTA            - Lei mi ha sottovalutato. È colpa Sua!

IL CAPSUL.  - Lo crede davvero? Lo crede?

CINQUANTA            - Era lei che era stato insediato come guardiano. Rico­priva una carica alta e nobile. Lei sapeva su che cosa doveva vi­gilare. Mi ha trattato con arroganza e superiorità. Avrebbe dovuto annientarmi subito. Come ha potuto sottovalutarmi a tal punto? Che fine aveva fatto la Sua esperienza?

IL CAPSUL.  - Io l'esperienza me la sono fatta sui morti.

CINQUANTA            - Per lei esistevano soltanto i Suoi cadaveri, la pom­pa e la vanità del suo ufficio. Non ha avuto abbastanza occasioni per osservare uomini che fossero ancora in vita! I parenti dei Suoi morti? Durante i suoi riti si svolgeva sempre tutto in ma­niera composta, grave, definitiva? Non succedeva mai niente? Non succedeva mai niente di imprevisto?

IL CAPSUL.  - No, non è mai successo niente del genere.

CINQUANTA            - Ma in mezzo a che razza di uomini è vissuto lei ?

IL CAPSUL.  - In mezzo a uomini contenti. Tra persone che non avevano più paura.

CINQUANTA            - Certo tra gente del genere non c'era pili molto da imparare.

CINQUANTA E  L’AMICO

L’AMICO      -   Sei tu?

CINQUANTA            - Sì. Non mi riconosci?

L’AMICO      - Non riconosco più niente con certezza.

CINQUANTA            - Che hai? Che ti è successo?

L’AMICO      - Sto cercando mia sorella.

CINQUANTA            - Ma non puoi cercarla.

L’AMICO      - Si è nascosta.

CINQUANTA            - Nascosta? Nascosta?

L’AMICO      - Si è nascosta e non so dove. La sto cercando dapper­tutto.

CINQUANTA            - Ma ne sei proprio sicuro?

L’AMICO      -   Lo so. Lo so.

CINQUANTA            - Ma perché mai avrebbe dovuto nascondersi davanti a te?

L’AMICO      - Aveva paura.

CINQUANTA            - Di che?

L’AMICO      - Aveva paura del suo nome. Le hanno fatto credere che sarebbe morta a dodici anni. Quei delinquenti le stavano alle costole e l'hanno spaventata. È vissuta per anni e anni nell'an­goscia, era sempre più silenziosa. Noi non sapevamo perché par­lasse cosi poco, non ne avevamo la minima idea. Ma poi il gior­no del suo compleanno la colse la paura e scomparve. È andata a vivere in mezzo a gente che non conosce il suo nome. Aveva paura del suo nome. Da allora è rimasta sempre nascosta. Nessuno di noi l'ha più rivista. Ci ha evitato come la peste. Noi però la stiamo cercando dappertutto, a dire il vero sono io che la sto cercando sul serio. Non faccio più nient'altro, so che la troverò.

CINQUANTA            - Ma perché la vuoi turbare? Lascia che viva la sua nuova vita. Starà meglio se non la disturbi. La sua paura dove­va essere ben grande, altrimenti non sarebbe rimasta nascosta tanto tempo. Se non erro, sono già trascorsi più di trent'anni.

L’AMICO      - Proprio cosi. Per questo è così difficile trovarla. A volte penso che non la riconoscerei nemmeno più. Ma lo penso soltan­to quando sono stanco e sfinito a furia di cercare e sono sopraf­fatto dallo scoraggiamento. Allora di solito mi faccio semplice­mente una bella dormita e appena sono fresco e riposato sono di nuovo certo che la riconoscerò, immediatamente, a qualsiasi distanza, anche se ci dovessero volere altri trent'anni. Basterà che lei  mi venga incontro e io le sfiorerò pian piano il braccio con la mano, con molta delicatezza, come se volessi accarezzarla, ma non come un estraneo cosi, vedi  e poi le dirò che sono io.

CINQUANTA            - Crederà che tu la voglia arrestare.

L’AMICO      - (adirato) Io arrestare lei ? La mia sorellina! Come puoi dire una cosa simile? Ti ha dato di volta il cervello?

CINQUANTA            - Cerca di capirmi! È naturale che non la vuoi arre­stare, che per lei vuoi fare tutto quello che c'è di più bello e di più buono. Però se lei   allora se ne è andata perché aveva paura del suo nome, crederà di avere commesso un reato. Vi evita per non essere punita di questo reato.

L’AMICO      - Non ha commesso nessun reato. Si è spaventata e a ra­gione. Era una bambina e le stupide chiacchiere della gente l'han­no spaventata.

CINQUANTA            - È proprio quello che voglio dire anch'io. Si è costrui­ta una nuova vita. Rimane lontana da voi perché la trascinereste di nuovo a forza nella sua vita di prima. Solo tra facce nuove si sente sicura di non essere riconosciuta.

L’AMICO      - Le voglio dire la verità. Le voglio dire che il suo nome non significa niente. La voglio liberare dalla sua paura. Allora tornerà da noi.

CINQUANTA            - Ma possibile che tu non capisca che lei ora ha un altro nome? Per forza deve avere assunto un altro nome. Altri­menti la sua fuga non avrebbe avuto senso.

L’AMICO      - Lei mi dirà tutto. Mi dirà qual è ora il suo nome.

CINQUANTA            - E tu come la chiamerai?

L’AMICO      -Per me lei è la mia sorellina. Non è cambiata.È come è stata sempre. La mia amatissima sorellina. La persona più cara che esista al mondo.

CINQUANTA            - Ma con trent'anni di più.

L’AMICO      - Sciocchezze! Questo lo pensi tu. Lei non è affatto in­vecchiata.

CINQUANTA            - Non dico che sia invecchiata. Però ha trent'anni di più e deve per forza essere cambiata.

L’AMICO      - Non lo credo.

CINQUANTA            - Ma non essere così testardo. Adesso ha quarantadue anni. Non può avere l'aspetto di una bambina di dodici.

L’AMICO      - Per me ne ha dodici.

CINQUANTA            - La chiamerai di nuovo col suo nome?

L’AMICO      - Si capisce. Che cosa credi? Dodici, Dodici, le dirò e la prenderò fra le braccia e le tirerò i capelli, come ho sempre fatto, e la scuoterò, la farò dondolare e la terrò sospesa fuori della finestra, fino a che lei si metterà a strillare e chiederà pietà! Do­dici, Dodici, dirò io, non vedi che sono tutte sciocchezze, tutti i nomi sono sciocchezze, non ha nessuna importanza come uno si chiama, Dodici oppure Ottantotto o il diavolo sa come! L'unica cosa che conta è esistere e vedersi e parlare l'uno con l’altro. Do­dici, tu mi senti, Dodici, tu mi vedi, Dodici, sono io, Dodici, sa­rò sempre io.

CINQUANTA            - Ma lei? Lei? Come fai a sapere che anche lei ne sarà contenta? Forse adesso è molto più felice. Forse non le è mai piaciuto vivere con voi.

L’AMICO      - Forse! Forse! Forse! Io so di che cosa sto parlando. Per me non esiste nessun forse.

CINQUANTA            - Perché non la lasci vivere come vuole lei ? Tu vuoi costringerla a ritornare da voi. Questo non è giusto. Questo non è equo. Tu non l'ami veramente, altrimenti faresti rutto come vuole lei . Se non sei un chiacchierone, devi rinunciare a lei .

L’AMICO      - Non sono un chiacchierone. Per questo la cerco. Per questo la troverò.

FINE

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