Voltati. Parlami.

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VOLTATI PARLAMI

di ALBERTO MORAVIA

PERSONAGGI

ALICE

BYRON

Da Tutto il Teatro di A. Moravia - Vol. 2

a cura di Aline Nari e Franco Vazzoler

Edizioni Bompiani, Milano 1998

Grande mansarda di lusso dal soffitto obliquo ad angolo acuto; arredamento sofisticato.

Alice parla a Byron immobile, disteso su un divano, la faccia voltata verso la parete.

ALICE:          Byron, si può sapere perché ti fai chiamare Byron mentre il tuo vero nome è John            Cuccurullo? Forse per­ché sei bello come Byron e zoppo come Byron? Eh no, eh no, caro il      mio Cuccurullo, non basta essere belli e zoppi, bisogna essere un grande poeta, appunto        come Byron, e tu, invece, come poeta fai pietà. Si, pietà, anche se hai pubblicato i tuoi             ridicoli versi nelle rivistucole di San Francisco e di Los Angeles. Ti secca che ti dica que­ste      verità, eh Byron? Sì, ti secca, e per questo mi volti le spalle e ti rifiuti di parlarmi. Fingi di          essere, come si dice, anzi come tu dici, in viaggio; ma droga o non droga, io so di certo che        tu mi senti e dunque è inutile che preten­di di essere aldilà, in un altro mondo, capito Byron?       Tu sei invece proprio di qua in questo mondo, qui dove ci sono anche io e devi ascoltarmi,           non fosse altro perché da oggi, anzi da questo momento, comincia una nuova era nel nostro     rapporto e io ci tengo a che tu lo sappia. Fingi, fingi pure; in realtà quello che non puoi          fingere al­meno con me è di essere un uomo. Sì, dico un uomo per­ché tra te e un uomo che è       un uomo, c'è la stessa differen­za che passa tra un frutto giunto a maturità sull'albero e un     frutto caduto dall'albero anzitempo insieme acerbo e marcio. Sì, la maturità è tutto come     dice Shakespeare, ma tu sei immaturo, senza rimedio. Sei caduto dall'alberoquando eri     ancora ragazzo e sei marcito subito. A sedici anni eri già all'ospedale per una overdose, nelle     tue vene c'era già più droga che sangue. Quella vecchia strega di tua madre, ex controfigura             hollywoodiana di due o tre di­ve dimenticate, a tutta prima ha cercato di farti psicana­lizzare,      già, perché, a quanto pare, eri un caso da manuale di complesso di Edipo. Così hai passato        due anni a bucar­ti e a sdraiarti sul lettino dello psicanalista. Alla fine, di­sperata, tua madre ti ha spedito in Italia calcolando, nella sua stupidità che il cambiamento d'aria ti avrebbe fatto bene. Ma tu l'aria eri ben deciso a non cambiarla. Avevi una sola idea in testa ma             chiarissima: procurarti la droga appena fossi arrivato a Roma.

            Ma eri straniero, non conoscevi nessuno, salvo purtrop­po, mia madre che, a suo tempo, era         stata ospitata in ca­sa vostra a Los Angeles, in un suo viaggio di perlustra­zione dell'allora           trionfante controcultura californiana. Mia madre, naturalmente, ti ha accolto a braccia         aperte; e come avrebbe potuto essere altrimenti? Semianalfabeta con laurea in filosofia,          pittrice fallita e priva di talento ma appunto per questo molto nota e apprezzata, sessan­tottina        a cinquanta anni suonati e alcolizzata da sempre, mia madre era la persona che ci voleva per       te, straccio umano scaraventato attraverso l'Atlantico dai turbini in­cessanti e irresistibili della droga. Appena arrivato, mia madre ti invita prontamente a una serata, diciamo così,          caratteristica, nel suo studio di Trastevere; sei l'ospite d'onore: poeta, ex drogato, americano,    anzi californiano, che più? Ma mia madre ha in serbo per te un preciso progetto; sarai la leva             potente di cui si servirà per scalza­re una buona volta il mio ostinato perbenismo. Infatti, ecco    che mi telefona insolitamente affettuosa: "Alice, Alicetta, perché non vieni da me domani          sera? C'è un giovane poeta americano, un genio, ti dico, per giunta bello come un dio, mica     per niente si chiama Byron. Ho così l'impressione che ti piacerà. Vieni, anche se so di certo      che tu disprezzi me e i miei amici. Tu sei una pariolina e io una povera artista disordinata e           confusionaria.

            Vieni, ti metterai in un angolo con il tuo Byron e passerai una piacevole serata.

            Il tuo Byron! Che faccia tosta, davvero da ruffiana inve­terata, che improntitudine! Ti rendi        conto: il tuo Byron! Forse quello che mi brucia di più oggi è proprio dovere riconoscere che    mia madre aveva ragione a profetizzare che saresti diventato mio. Sì mio; e al tempo stesso,    non mio, neppure un poco.

            Ma che hai, perché non ti volti, perché non mi parli? Voltati, parlami! Forse ti secca che io          rievochi la serata decisiva della nostra vita? La serata in cui tu ti sei fatto conoscere da me    come quello che sei? E io, dal canto mio, ho avuto da te la rivelazione di quella che sono?          Eh, lo so, non mi perdoni nulla, né di averti amato tanto tempo con la speranza di cambiarti,   né di amarti adesso con la volontà di cambiare me stessa. Ma tu devi ascol­tarmi, anche se          per forza: del resto, si possono chiudere gli occhi ma non le orecchie. Devi ascoltarmi e, per        co­minciare, smettere di dire che sei il mio schiavo. Non sei il mio schiavo e io non sono la   tua padrona. Semmai è vero il contrario: nella lotta che va avanti tra te e me da quella fatale      serata in casa di mia madre, alla fine io che sembro vittoriosa, in realtà sono vinta; e tu che         sembri vinto in realtà sei vittorioso.

            Ad ogni modo, ecco come è andata tra di noi, "secondo me". Dico "secondo me" perché le         cose hanno sempre due aspetti: l'uno esterno e l'altro interno. Il primo non ci riguarda,            riguarda sempre l'altro; il secondo, invece, riguarda soltanto noi, e l'altro non ne sa nulla.         Nel no­stro caso, l'altro sei tu, naturalmente. Non protestare; tu sai benissimo che per me sei    sempre stato l'altro, per ec­cellenza. L'altro che non sono mai riuscita ad avere den­tro di me     né a essere dentro di lui.

            Veniamo alla serata in casa di mia madre. Ma facciamo prima di tutto un passo indietro.             Perché ti ho detto che ciò che mi bruciava di più era riconoscere che mia madre aveva             ragione? Per un motivo molto solido e molto profondo; perché tutta la mia vita fino a quella        sera incui ti ho conosciuto, avevo cercato di non somigliare a mia madre. Falsa artista, falsa   rivoltata, falsa povera, mia madre era per me la personificazione vivente del peggio­re dei          disordini, il disordine borghese. Così, tutta la mia vita era stata condizionata da questo             pensiero ossessivo: devo essere diversa da mia madre, devo essere l'opposto di mia madre.

Può sembrare questa fissazione antimadre, un fatto di nessuna conseguenza, una questione di gusto, estetica; e invece, proprio a causa della fissazione, a venticinque an­ni, io ero ancora vergine. Tutto il resto, modo di vestire, opinioni politiche, rapporti umani, rapporti sociali, lettu­re, occupazioni, tutto, dico tutto dipendeva dalla mia rabbiosa, polemica, aggressiva verginità. Già, perché c'è la verginità naturale, inconsapevole; e c'è la verginità vo­luta come il contrario della normalità, la verginità volon­taria, anormale. E il caso delle cattive monache che han­no preso i voti per forza, senza fede, e allora contrappon­gono la loro verginità al mondo intero. Io ero un po' co­me quelle monache, monaca a mia volta di un ordine im­maginario che contrapponevo al mondo di mia madre. Insomma, tanto per dirla con un termine della tua psica­nalisi, ero una magnifica repressa.

Repressione! Nessuno conosce meglio di me i segreti meccanismi della repressione. Soprattutto il negarsi cal­colato e maniaco a tutti i piaceri e primo tra tutti a quello del sesso. Ma a questo punto vorrei che tu non creda che ignoravo il sesso. Me lo proibivo, ma lo praticavo forse più di coloro che se lo concedono. Lo conoscevo in for­ma, come dire?,di fantasma. Un fantasma che, come spesso accade coi fantasmi, si dimostrava molto docile, molto flessibile, molto plastico. Questo fantasma mi visi­tava a qualsiasi ora, preferibilmente la notte prima di ad­dormentarmi e la mattina subito dopo il risveglio e di­ventava per me tutto quello che volevo. Via via che lo evocavo prendeva le sembianze di un uomo solo o di un gruppo di uomini, di una sola donna o di più donne, o anche addirittura di un animale. Con lui ero via via eterosessuale, omosessuale, promiscua, zoofila. In tutti i ca­si, sedotta, forzata, violentata. Insomma, mi masturbavo. Ma avevo cura eli rappresentare me stessa invariabilmen­te costretta non tanto a prendere il mio piacere quanto a fare il piacere degli altri. Quanto a dire che nel fondo, re­stavo pur sempre vergine, anche nei sogni. Verginità, parliamone brevemente per poi non parlarne più. Tu non sai che cosa vuol dire essere vergine perché gli uomini non possono essere vergini, al massimo posso­no essere casti. Ora, tra verginità e castità c'è la stessa differenza che passa tra il sonno e la veglia. La vergine, mettitelo bene in testa, sogna sempre, qualsiasi cosa fac­cia; l'uomo casto è sveglio, sveglissimo, come un grillo. E poi la castità è una cosa civile, la verginità è barbara. E come il foro ai lobi delle orecchie per gli orecchini: una modificazione del corpo che non riguarda tanto se stessi quanto gli altri. Io ero vergine e dunque barbara; la mia barbarie si traduceva in una chiusura spasmodica, in un rifiuto precostituito, in un gelo irrimediabile. Questa era dunque, in realtà, la ragazza bella, elegante, ben educata che mia madre, animata da non so quale diabolico istinto di proselitismo ti spinse tra le braccia quella fatale sera del nostro primo incontro. Lo so di cer­to, su questo non ho dubbi, quella sera mia madre non voleva che facessimo amicizia e poi seguisse quello che poteva seguire; voleva con efferata, lucidissima consape­volezza che tu mi sverginassi. Sì, lei sapeva che la vergi­nità per me era il simbolo di tutto ciò che mi opponeva a lei; e voleva che tu distruggessi questo simbolo. Tanto è vero che poco prima che tu arrivassi, proprio come una ruffiana che prepara il terreno per una seduzione merce­naria, mi aveva spalancato sotto il naso un suo album di disegni che lei aveva fatto avendo te come modello. Ora, in questi disegni, tu eri nudo, completamente nudo, con la tua virilità sottolineata, è il caso di dirlo, ad arte. In al­tri termini e più precisamente, col tuo membro in stato di erezione. Naturalmente avevo finto di non accorger­mene, ma mia madre non mi aveva permesso neppure lascappatoia di un legittimo pudore: "Guarda," mi aveva detto, "che ne dici? Non è bello?". Non avevo risposto nulla; invece che al tuo membro, avevo cercato di guar­dare alla tua testa inanellata e davvero byroniana. Ma lei, ostinata, imperterrita, implacabile aveva insistito: "Ma guarda, via, guardalo pure, dopo tutto anche l'occhio vuole la sua parte." Allora avevo guardato con rabbia, con ripugnanza; ma non avevo potuto fare a meno, mio malgrado, di riconoscere nel tuo corpo, nel tuo viso, nel­la tua virilità, una delle tante sembianze assunte via via dal mio fantasma masturbatorio.

Ma tu non hai il temperamento spietato e brutale che di solito attribuisco a questo fantasma. Al contrario: ti sei comportato subito con me come un bambino viziato. Mi eri stato appena presentato che eccoti già accovacciato su un cuscino, ai miei piedi, carezzevole e dipendente co­me un cane da salotto. Io, dal canto mio, ero affascinata dalla tua bellezza e te l'ho anche detto, ricordi?: "Cosa si sente ad essere bello?". Tu mi hai risposto con caratteri­stica sincerità: "Ci si sente come un cane di razza tra una folla di maledetti bastardi."

La droga, la verginità! Io non sapevo ancora che queste due cose così lontane e diverse l'una dall'altra stavano per diventare le due facce indissolubilmente unite della mia vita. Intanto ti guardavo e pensavo che non mi resta­va ormai che farmi sverginare da te, cioè esattamente quello che pensava mia madre. Ma mia madre lo pensava per tirarmi dalla sua parte; io, invece, per tirarti dalla mia.

Ma torniamo alla bella serata in casa della nota pittrice di avanguardia. Tu mi domandi a un tratto, così, sbadata­mente e come per caso, che penso della droga; io rispon­do con indignazione veemente e sincera che la condanno senza attenuanti; che secondo me i drogati sono dei fan­nulloni e dei degenerati; che nello studio di mia madre questi fannulloni e degenerati sono la maggioranza; e perché allora, noi due che drogati non siamo, non ce ne andiamo da questo luogo di falsità e di corruzione? Po­tremmo andare a casa mia, lì sarebbe possibile chiacchie­rare in pace.

Hai avuto in faccia l'espressione di chi riceve un man­rovescio. Ma non hai detto nulla. Allora mi sono alzata, ho dato la buona notte a mia madre, siamo usciti dallo studio.

Ma nella scala tu non mi dai neppure il tempo di rifiata­re. Ti fermi, su uno scalino, dichiari: "Io non ci vengo da te, a meno che tu mi procuri la roba". "Ma quale roba?" "O mi fai incontrare una connection." "Ma quale con­nection?" "Insomma se non mi procuri l'ero". Sono così lontana dall'immaginare che la parola «ero» sta per eroina che la scambio per eros, sì, proprio lui, il putto con le ali e il turcasso pieno di frecce. Così, equi­vocando ti rispondo: "Ero? Ma si capisce, andiamo a ca­sa mia e lì ti darò tutto l'ero che vuoi." Sì, altro che Eros! Mi echeggia ancora nelle orecchie la frase precisa con la quale tu, appena entrato nel vestibo­lo, mi apri gli occhi: "Dov'è la siringa?" Ti dico la verità, ormai posso dirtela. Nel momento stesso che ho capito che eri un drogato all'ultimo sta­dio, ho provato soprattutto invidia. Come! Una donna bella, giovane, desiderabile ti propone di prendere il tuo piacere con lei e tu, invece, chiedi, esigi la droga! Come, io ti offro il mio corpo, e tu mi domandi la sirin­ga! Sì, ho invidiato la droga che tu preferivi a me; l'ho invidiata come si invidia una rivale fortunata; e in fon­do all'invidia, c'era naturalmente la curiosità di sapere che cosa ti dava la droga che io non potessi darti e nello stesso tempo la volontà di gareggiare e vincere la mia ri­vale. In breve: adesso mi sarei data a te, con la segreta speranza di procurarti qualche cosa che la droga non poteva darti e che tu cercavi invano nella droga. Dunque ero gelosa, invidiosa della droga. Ma qui viene la sorpresa di quella serata di sorprese. Appena apprendi che non ho la droga e che in cambio ti offro di fare l'a­more con me, tu, semplicemente, senza dir parola, infili la porta. Spaventata, ti rincorro fuori dall'appartamento,sulla scala, ti getto le braccia al collo, ti prometto affan­nosamente che ti darò la droga, tutta la droga che vuoi, te la troverò, conosco qualcuno che può procurarmela. Intanto, se vuoi la droga, devi, sì, devi prima di tutto fare l'amore con me.

Ora dimmi una cosa prima che io continui: che cosa è ve­ramente la droga per te? Che cosa ti fa preferire la droga all'amore? Può sembrare una domanda ingenua; ma non lo è. Non parlo dell'amore come sentimento né come sen­sazione; parlo dell'amore come di un mezzo per sfuggire alla realtà, esattamente come con la droga. Non è forse stato detto, non è stato forse provato che l'amore traspor­ta in un altro mondo più bello e più profondo di quello in cui viviamo di solito? Non è stato detto, non è stato pro­vato che l'amore ci dà tutto ciò che ci dà la droga e per giunta qualche cosa di più: il fatto di andare aldilà del reale non da soli, ma insieme con l'amante? E allora? Non rispondi, non vuoi rispondere. E allora te lo dico io perché hai sempre preferito la droga all'amore. Proprio perché l'amore vuole l'amante, proprio perché nel mon­do incantato nel quale ti proietta l'amore, non sei solo ma in compagnia. Ma perché tu non vuoi compagnia? Ancora una volta lo dico io il perché. Perché prima an­cora che drogato, tu sei malato di una malattia che si chiama solitudine. Ma una solitudine dovuta all'incapa­cità di comunicare in qualsiasi modo, peggio dei sordo­muti, che loro almeno si intendono a gesti, peggio degli animali che loro almeno sanno guardarsi, fiutarsi, sentirsi l'uno con l'altro.

Ma torniamo alla mia verginità di cui ancora oggi sento l'oppressione per il modo con il quale me ne hai liberata. Dunque mi spoglio in gran fretta, e mentre i miei vestiti volano in tutte le direzioni, ti avverto: "Non farmi male, sono vergine. "

Ancora oggi mi pare di sentire la tua voce infantile e rab­biosa che esclama con sincera indignazione: "Vergine! E non me l'avevi detto! Vergine! E così dovrò fare doppia fatica!".

Doppia fatica! Hai proprio detto: doppia fatica! E infatti era proprio così: dovevi fare prima di tutto la fatica di sverginarmi e poi subito dopo la fatica di fare l'amore. Ad ogni modo carino, eh! Proprio lusinghiero! Non so che cosa mi tiene dal darti un grande colpo su queste tue spalle che mi volti con tanta ostinazione, per dirti: "Ma perché mi hai umiliato in questo modo, in quel momento? Ma non ti rendevi conto che appunto perché non avevo mai fatto l'amore, tu dovevi, sì dovevi avere per me qualche riguardo?".

Ahimè, tutto è stato come su un tavolo operatorio, sia pure alla rovescia: dolore, sangue, e finalmente anestesia totale. Cadiamo l'uno tra le braccia dell'altro, sprofon­diamo nell'insensibilità. Ma poiché più tardi mi desto per un momento dal sonno, faccio la constatazione sor­prendente e consolante, che tu dormi ancora al mio fian­co, che non sei scappato per cercare la droga. Insomma scopro, o mi illudo di scoprire che l'amore è stato più forte della droga.

Che cosa mi è successo quando ti ho visto addormentato tra le mie braccia? Mi sono detta che ce l'avevo fatta, che amavo ed ero amata; adesso bisognava pensare al futuro. Ti sembrerà strana questa volontà di pianificare la vita proprio in quel momento. Ma tu devi ricordare che per ine perdere la verginità voleva dire dar ragione a mia ma­dre, Tutto infatti, almeno in apparenza, era avvenuto co­me lei aveva desiderato e previsto. Adesso dovevo, come si dice, riprendere in mano la situazione. Allora, mentre dormivi, ho fatto un solenne giuramento. I lo giurato a me stessa che la perdita della mia verginità non doveva portare al mio reinserimento nella società del disordine così bene rappresentata da mia madre; ma al contrario al tuo inserimento nella società dell'ordine, quella società di cui facevo parte e avevo sempre voluto far parte.

Sì, io dovevo più che mai reprimermi; e soprattutto re­primere te. Sì, fare di te un individuo integrato, un uomo d'ordine, attraverso il lavoro, la vita sociale e l'amore.

E la droga? Niente droga, mai più. Ricordo un fil intitolato: "La mia droga si chiama Giulia". Ebbene, in lumi., la tua droga si sarebbe chiamata con il mio nome Alice. Ho detto: lavoro, vita sociale, amore. Dunque ti faccio mio socio nella mia professione di arredatrice delle case della buona società e poi ti coinvolgo in una mondanità estenuante: pranzi, colazioni, cocktails, ricevimenti defilés ecc. Infine amore: ti costringo a ripetere più e più volte la scena dello sverginamento, sperando che una di queste volte la perdita della verginità si trasformi in amore.

Già perché a ben guardare io non l'ho mai veramente perduta la verginità. La riacquistavo appena l'avevo perduta tutte le volte che facevamo l'amore; e cosi, tu nonostante le tue cosiddette fatiche, sono rimasta vergine come prima, più di prima. E tutto questo pur sempre per quella fissazione di non rassomigliare a mia madri-; vergine nel cuore, vergine nei sensi. In breve, unafrigidacome poche, incapace di darsi se non per scommessa. Stringiamo i tempi. Uno di quei giorni, tu incontri

una donna tutta particolare, una di quelle signore di cui vado arredando le case. Particolare perché?

Perché, seminio te, rassomiglia a tua madre come due gocce d'acqua. Eh già, anche questo doveva succedermi. Di legarmi ad un drogato che si droga per dimenticare sua madre verso la quale è attirato da un sentimento incestuoso. Il drogato con il complesso di Edipo!

Naturalmente non mi hai lasciato dicendo che ti appetiva di giacere con la tua genetrice. Mai più. L'hai messa invece tutta sulla mia frigidità. Mi scrivi che sei stufo di me delle mie poltrone, dei miei divani e delle mie tappezzerie. Che io sto diventando sempre più una vecchia zitella non soltanto nei sentimenti e nelle idee, ma anche nel fisico e qui il tuo rancore contro di me si sfoga in maniera realistica: il mio corpo sarebbe sfiorito, avrei un seno che si svuota ogni giorno di più, un ventre viceversagonfio,cosce troppo magre, sedere con la cellulite. Ah come ti ho riconosciuto in questa tua brutalità così infantile così immatura!

Allora di fronte a un rigetto tanto offensivo, non esito più. Il mio mondo di ordine e di tappezzeria sta crollan­do. Sto diventando, per così dire, una terremotata mora­le; allora io stessa do un calcio al mio mondo e completo e perfeziono il terremoto. Mi procuro droga e siringa, mi apposto sotto la casa della tua vicemadre, aspetto con la pazienza del cacciatore che spia la preda, fino al momen­to che ti vedo uscire dal portone. Allora abbasso il vetro del finestrino e ti mostro da lontano la magica siringa. Tu esiti, quindi ti dirigi verso di me, sali in macchina. Pochi minuti di corsa accanita e silenziosa; nell'ascensore ti to­gli la giacca per essere pronto col braccio nudo; entriamo in casa, andiamo in camera; ti ingiungo di stenderti sul letto: ho seguito un corso di infermiera e voglio essere io a iniettarti la droga nella vena. Io, la vecchia zitella dal seno svuotato, dal ventre gonfio, dalle cosce magre, dal x sedere con la cellulite. Io, Alice, tua ex droga. Poco fa mentre premevo pian piano la siringa affinché il liquido si mescolasse in maniera graduale col sangue, ti ho chiesto sottovoce: "Ti faccio male?" e tu hai risposto: "Al contrario, mi fai bene." "E che cosa provi?" "Mi sembra di stare in paradiso."

Allora visto che ti ho fatto venire in casa non più per sverginarmi ma per bucarti, ho rinunziato definitivamen­te a essere la tua droga, vorrei almeno che tu ti voltassi e mi parlassi e mi dicessi almeno come si sta in paradiso; e che specie di paradiso è il tuo.

E vorrei anche che mi dicessi che in cambio della droga tu mi amerai di nuovo; oh mica tanto: facciamo, una vol­ta al mese. Sì, ti darò tutta la droga che vuoi, cocaina, eroina, LSD, oppio, morfina, hascisc, tutta la droga di cui hai bisogno per dimenticare tua madre e la donna che assomiglia a tua madre. A buon prezzo: un po' d'a­more una volta ogni trenta giorni.

Ma tu non ti volti, non parli. Eppure mi sono arresa; tu e la droga avete vinto, non ti basta? Non ti volti, dunque è vero, non ti basta che io, per te, mi sia trasformata in spacciatrice di droga. Che abbia rinnegato il mio idealedi vita integrata, sana, morale e produttiva? Che io mi sia cambiata nel mio contrario? Che cosa vuoi ancora da me?

Io lo so cosa vuoi da me. Lo so e l'ho sempre saputo: tu me lo facevi capire. Quando ti parlavo male della droga e dei drogati, ti limitavi a dirmi: "Tu non sai che cosa per­di." Beh, adesso per te sono pronta a drogarmi. Sì, visto che sono una spacciatrice, diventerò anche una tossicodi­pendente, è lo sviluppo d'obbligo.

(Alice si fa l'iniezione). Ecco, ora almeno guardami, voltati e guardami mentre mi buco. Ecco, guardami, abbracciami, baciami. Ma perché non ti muovi? Ce l'hai ancora con me perché ti ho strappato dalle braccia della donna che rassomiglia a tua madre?

Oh, voltati; anzi, forse sarà meglio che io mi stenda vici­no a te e ti faccia sentire il mio corpo? Forse, ora che ti ho dato la droga, non ti sembrerà più il corpo di una vecchia zitella.

(Alice si stende vicino a Byron, l'abbraccia, lo volta. Ma Byron, a un tratto, le casca addosso, morto). Ma tu ti senti male: apri gli occhi, guardami, parlami. Ma tu sei... morto. Oh Byron, mio povero Byron, sei morto e mi lasci sola. E io che volevo fare con te il viaggio dei drogati! Adesso, mi stendo, ti abbraccio, e cerco di mori­re anch'io. Dopotutto la morte non è che un viaggio più lungo. Buon viaggio, amore mio.

F  I  N  E

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