Wilelm tragedy

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Wilelm tragedy

di

Giuseppe Manfridi

PERSONAGGI:

WILELM

M

FIGLIA

AMICO

AVVOCATO

INFERMIERE

MASUELLI

KRIKSTEIN

MORGANTI

GOLDENBERG

RAMON

ROSVITA

CORO

La scena si direbbe un grande 'loft'. Un enorme spazio predisposto ad accogliere tutta la luce del mondo. Tutto il buio della notte.

La volta superiore è vitrea.

Tele. Di spropositate dimensioni. Molte senza telaio.

Dunque, più vele che tele.

E' un gioco di superfici oblique, verticali e orizzontali che pendono, s'innalzano, galleggiano. Anche il pavimento ne è invaso.

Tra queste superfici corrono dei praticabili a differenti altezze. Impalcature da cantiere.

Barattoli - anche enormi, gigantesci - di vernice. Aperti e chiusi.

Rivoli di tintura ovunque. Rappresa e fresca.

Pennelli, a mazzi, dalla lunga impugnatura. Come spiedi. Come armi segnate dai coaguli dei loro combattimenti.

Carte. Cartoni. Ferri. Spatole. Tavole di legno.

Un luogo, insomma, dove la prepotente quotidianità di una vita senz'altro esagerata camuffa ma non nasconde una struttura che non ignora la nudità e la purezza.

NESSUNA APERTURA A VISTA. I vari personaggi compariranno da fessure, spiragli, corridoi, passaggi disegnati dai velari stessi.

Il Coro emergerà e scomparirà, a vista o in controluce e alle diverse altezze, tra le frastagliature di queste poliedriche prospettive.

Ovviamente i velari di cui parlo sono le tele di Wilelm, una loro macroscopica proiezione, per cui appaiono invase - e andranno a esserlo anche nel tempo della rappresentazione - da colate di pittura e da convulse verniciature.

L'azione si svolge nel corso di una sola giornata,

dall'alba alla notte.

PRIMA PARTE (Alba e primo mattino)

(Il Coro parla dalla penombra, sparso e indistinguibile.

M è una concrezione accucciata al centro della scena.

Guarda in alto, oltre un vasto tetto di cristallo da cui scende la notte che va estinguendo.)

CORO: Un uomo ride.

Perennemente.

Demente.

Ma nel pieno di sé.

Noi siamo al suo servizio.

Non ci si parli male di lui: si parlerebbe

male di noi: sue bave

radiose e sanguigne, sua luce scorporata, sagomata... perlustrato

convolvolo di ombre, suoi colori mai rappresi

tra spatole e pennelli. Tra i nodi della canapa sue ultime

petulanti frange.

(In una bava aurorale)

M: Scccch!... E' l'ultimo soffio

della giornata di ieri. Gustiamolo.

La decisiva tra le albe si tratteggia.

Eccola!

(Ombre tra i velari)

Mai come oggi, capitemi bene,

si dovrà, questa stanza, presidiarla

CON FORZA, e lui mai

come oggi si deve impedire che venga DISTRATTO.

Non può dirsi ben fatto un lavoro

se non terminato. Il tramonto,

per cui quest'aurora imbandisce

il banchetto di luci, dirà

quanto fummo capaci.

Ora, come

un generale sul punto

di giocarsi in un ultimo assalto

la città che ha tenuto

per giorni e per mesi d'assedio non più ordini

impartisce alle truppe, io così farò con voi.

Solo dolci parole e ricordi

per dar animo al vostro dovere.

CORO: O migliore tra noi!

Siamo tutti ancorati all'appello

a cui ancora ci chiami e ci piace

che tu ci ripeta, ci serve!,

perché siamo e chi siamo.

M: Cominciò tempo addietro

il lavorìo di noi tutti per strappare a quest'uomo, signore

dello spazio in cui stiamo, ciò che a un uomo fa da massimo bene

per navigare nel mondo e che ha nome:

INTELLETTO.

E da medici pietosi ci adoprammo,

per noi e per lui, certissimi

di poter dare, sia a lui che a noi, con ciò un futuro più potente

del semplice presente.

Nessuno tra noi, credo,

abbia istinti distruttori.

CORO: Noi solo distruggiamo

ciò che è a noi da freno.

(Le luci si fanno più intense.)

M: Che luce materiale.... quasi sembra

che scivoli dell'acqua nei suoi raggi.

Meglio!

Sarà polpa alla sua sete! Ma daccapo...

Per ciò che a lui chiedemmo ci chiese a contraccambio

la più vana, per quest'epoca almeno, fra tutte le virtù: non la scienza

ma il genio dell'arte, che era in lui

già una nota presenza... uomo d'arte

tra i più celebrati, non pago, ha voluto

sbaragliare il recinto già estremo

dell'unanime consenso e raggiungere

l'aldilà dei linguaggi. Quell'acme

che di pochi è la meta perfetta.

CORO: S'accantoni perciò la ragione

e che il genio dirompa!

Via l'ozioso reale e il disbrigo

degli impicci diuturni! Via l'anima

in cambio dei suoi frutti!

M: Così tutto iniziò.

Nel disagio generale - e fu, ricorderete,

la prima e trionfale tra le battaglie vinte -

lo si vide scimunire, ma non perciò dimettere

la furia tempestosa del suo, e nostro,

implacabile produrre.

CORO: Enfiato

da luci mai trasmesse, diede luci

da braccio umano mai riverberate.

M: Procede ormai ben oltre

colonne d'Ercole ridotte

a stecche da giardino.

CORO: Ma in ciò chi può capirlo?...

Fa pena, e intanto ride...

Felicemente ride.

Ne piangono l'immane

distanza dagli umani

consessi e ne contendono

le opere scialando

fior fior di capitali.

M: Mai i mercati dell'arte

vissero maggior trambusto

dacché alienato

apparve a tutti Wilelm...

dacché è perso

in una gioia incontrollabile

e di pubblico sconcerto.

Astrusi nomi danno

a malattie che non esistono per dire

che sia, che sia

questo suo deteriorarsi. Inorridiscono

a vederlo, ma vogliono vederlo...

gloria versano, temendolo,

sul caos del suo cervello. Risibili rondò

dattorno ai suoi giorni danzano, spettegolando fervidi. Però

tutto, fratelli, non è compiuto, e dire non possiamo:

consummatum est.

Il centro dell'evento, ve lo ricordo, è altrove.

CORO: Noi solo per lui e da lui esistiamo.

Non l'abbiamo forse invaso

a sufficienza? Cosa manca?

Dicci, Frater, quel che si deve e lo faremo.

M: Bisogna ancora che

TOTALE SIA

la certezza di ciò che è.

Perciò sua figlia sospingemmo,

come in un dramma antico,

contro suo padre con tutte le sue forze:

che ne additasse lo sfacelo e ne chiedesse

il bando dalla vita, spossessandolo

di tutto tranne

del suo poter dipingere.

Un tragico reclamo in apparenza

voluto dalla donna, IN REALTA' DA NOI.

In realtà da Wilelm stesso.

Questo, ho saputo,

già accadde al grande Sofocle:

dal suo ultimogenito costretto

davanti all'areopago perché lo decretasse

incapace di intendere e volere.

Vecchio, il poeta,

si difese, dicono, leggendo una sua pagina. Ma qui sarà diverso.

BISOGNA CHE SI VINCA

ovvero CHE LEI VINCA

questo processo, non più terribile

di quanto necessario, e che infine sia interdetto,

e che residui, il folle,

di nulla più padrone ma solo di se stesso, e noi di lui.

Viaggia da anni

la procedura, l'approdo è per stasera. Ma attenzione!...

L'esito è incerto.

Probabile sì, ma incerto.

Per dire l'ultima parola s'attende l'ultimo momento.

Dal tribunale ancora

può essere che mandino

per vederlo, esaminarlo...

minacciano verifiche, controlli decisivi; e non è detto

che ciò avvenga apertamente. Come agenti

delle imposte o detectives camuffati

da amici o da parenti potrebbero venire, e lui potrebbe

cascare nel tranello... rispondergli, parlarci

A TONO, va' a sapere... sconfessando

il suo impegno con noi DI NON PIU' COMUNICARE.

M'accorgo come, a volte,

dalla gelida vertigine su cui l'abbiamo issato,

noiose nostalgie, struggenti lampi

di remote cosuetudini lo colgano.

Occhio, dunque: CHE SIA MANSUETO!

Con chiunque mansueto. Poi al calare

del buio potrà dirsi

nostro il suo impero e che per sempre

saremo noi il suo impero.

CORO: Mai come oggi

questa stanza con forza verrà presidiata!

Mai come oggi

da niente e nessuno verrà lui distratto!

M: (Chiamando verso il fondo, dove l'ombra è ancora buio.)

Mi senti, doctor?

Puoi rispondermi o farmi solo un segno?

(I teli oscillano, come se Wilelm fosse un vento che vi passa traverso.)

WILELM: (Dall'ombra)

Sì che posso. Ma tu puoi

ascoltarmi o ricevere il mio segno?

M: Già il mattino s'è fatto maturo...

è l'inizio delle insidie.

WILELM: Ed eccomi giocato... così andarono le cose...

ieri forse o, chissà, oggi stesso - un'ora, due ore fa

o decenni o mesi addietro, non lo so...

ma così andarono le cose.

Per me finito è il tempo come pura convenzione, come dote

a noi uomini rimessa per intendersi TRA VIVI.

Finito per me il tempo come utensile

per gestire le giornate; di giornate

a me UNA ne rimane e IN ESSA STO. - Come le mosche

che più non vivono che un giorno, un giorno appena.

Sarà per esse, penso,

lunghissimo quel giorno.

Per meglio dire sufficiente. Frazionato

in fasi della vita, in biologiche stagioni.

Io tale e quale, ormai che come mosca

sul reame del mio giorno sovrintendo.

Per dirla facilmente, questo è:

reduce sono

da un catastrofico patto col demonio.

Dire non so con che demonio e perciò dico:

col demonio.

Così, mi rendo conto, favoleggio d'un demone assoluto.

Ma queste son speciose

disquisizioni inutili.

Sta di fatto / che il mio patto ha preso corpo e addirittura

sostanza notarile

nel corso di una lunga e diluita trattativa, non nel lampo

che in ardente bracere trasmutò

la camera di Faust e che nel giro

di una notte produsse il gran contratto.

Per me, doctor / di un altro mezzo secolo, di questo

secondo mezzo secolo che s'erge

come l'ultimo mattone a muratura del millennio,

fu inoltrata una pratica diversa.

Giorno a giorno negli anni ho pattuito.

Ci furono momenti di ristagno nell'affare, poi rapide riprese

nell'intesa fra noi due, le parti in causa,

poi di nuovo vari inciampi sino a giungere

alla lenta, senza data, vicenda della firma.

M: Oggi scade l'attesa. Si saprà

se hai saputo mantenerlo il tuo patto oppure no.

WILELM: E come e quando si saprà?

M: Dall'istante in cui verranno

a dirti: sei interdetto

dal curarti di te stesso.

INCAPACE DI INTENDERE E VOLERE.

CORO: Demente, Wilelm, come stabilito.

In quell'attimo preciso

in cui idiota verranno a dichiararti

LO DIVERRAI DAVVERO.

M: La sentenza

scaturita dal processo sancirà

la natura per cui t'hanno processato.

CORO: In quell'attimo preciso

in cui idiota verranno a dichiararti

LO DIVERRAI DAVVERO.

M: Così saremo pari.

WILELM: Avrai trescato

perché tutto vada in questo modo...

M: Come un mercante: logico

che io abbia tutelato il mio commercio.

WILELM: Del mio processo

io non ricordo nulla.

CORO: Noi t'abbiamo accompagnato ad ogni istante

per dare le risposte necessarie

a offrire quella maschera voluta

dal consorzio dei normali che va a caccia

d'anomalie per farne selvaggina.

WILELM: Ricordatemi, ricordami.

CORO: Noi t'abbiamo pilotato

ne tuo ridere nevrotico, t'abbiamo

inabissato in sposalizi

con noi da cui una folle, indeflettibile allegria.

M: Ah, Wilelm, non sai quanta

felicità t'abbiamo data e quanta

te ne daremo

per costruirti e preservare questa faccia

che induce a ripugnanza chi ti vede.

WILELM: Basta così! ME!...

Fate parlare me! Me me me!...

CORO: Tu non parli, ridi.

WILELM: Non parlerò mai più?

M: Solo a noi per sempre.

WILELM: Allora a voi ma parlerò.

Sono qui a disposizione.

Pronto ad usare

esclamazioni degne

d'un tragico eroe... ahimè, ahimè

ehù ehù...

e voi passatemi

coi cingolati sulla pancia.

Consideratemi sdraiato.

Sul selciato ho deposto il mio cervello.

In esso ed esso sono io.

Dopo però

il secolo voglio

prendere tra le mani.

Sunteggiarlo e trascinarlo

di me carico alle grate del millennio.

Che filtri e che deflagri

ma non ignaro, e per ottimi motivi,

sia a lui il mio nome.

Come preteso. COME PROMESSO.

(Un fiotto di luce.

Entra l'infermiere con tre visitatori: Masuelli, giornalista di poco conto, Krikstein, dotto critico, e un terzo personaggio che verrà individuato come come un vecchio amico di Wilelm.

L'infermiere veste di bianco, ma non da infermiere... da macellaio, piuttosto: gli sbaffi che lo macchiano non si può dire se siano tintura oppure sangue.)

INFERMIERE : Evualà, è qui che lavora.

(Distraendosi) Oh, scusate se vi introduco insieme:

se ho ben capito

i signori non è che si conoscono...

KRIKSTEIN : (Ignorando gli altri due) In effetti!

MASUELLI: Personalmente, almeno...

INFERMIERE : Che oggi è una tale giornatina...

e voi capite che contentare tutti...

KRIKSTEIN : (Osservando lo spazio) Sicché lavora qui...

INFERMIERE : Beh, lavora... diciamo

E' QUI CHE STA.

Giorno e notte, eternamente

a bagnomaria tra questi lezzi

di trementina, vernici ed acqua ragia.

Vi dico io!... Ed io

ahimè con lui. I vapori, capirete...

più di tanto non si può.

Quando poi nell'ipotesi peggiore

non accade come al primo che è venuto qui a servizio:

ricovero d'urgenza e un polmone prosciugato.

Come un pezzo di cartone.

Do l'idea? Una sogliola essiccata.

Capirai, oggi beato

quello ci campa di rendita spesato

coi fiocchi e i controfiocchi. Voi sapete

come vanno queste cose: il sindacato non ci scherza.

KRIKSTEIN : Ma scusi, lei diceva:

non si muove da qui dentro.

E adesso, allora?

INFERMIERE: Infatti c'è.

KRIKSTEIN : Qui?

INFERMIERE: Già, qui.

MASUELLI: E dove?

INFERMIERE: Si nasconde.

MASUELLI: Ah, va bene: nella casa.

INFERMIERE: Ma no, qui dentro proprio.

KRIKSTEIN: Mi scusi, non capisco.

MASUELLI: Non capiamo.

INFERMIERE: Presente i gatti?

E' capace di sparire, se qui dentro,

nel raggio di due metri: svaporato.

Ma qui sta, parola mia.

KRIKSTEIN : E per vederlo?

INFERMIERE: Se gli va.

MASUELLI: Ma, per dire, ora ci sente?

INFERMIERE: Sordo non è. Dovrebbe.

Vi garantisco: ce l'abbiamo a qualche metro.

(Il Coro avanza in luce.)

CORO: Così da sé

si è messo in quarantena,

e chi lo ama e chi lo cura

lui lo tiene in quarantena.

INFREMIERE: Signori miei, per dirla pane al pane:

farà pure grandi cose ma è un cretino.

Che faccia grandi cose

lo dicono un po' tutti e mi sto zitto.

Che sia un cretino, però via...

non c'è bisogno mica che vengano a spiegarmelo.

Ma a questo punto io mi domando e dico:

può essere davvero che un genio e un imbecille

riescano a fare una persona sola?

KRIKSTEIN: (Allontanandosi)

Il suo cretino, perché lo sappia, è un perno

dell'epoca in cui siamo.

INFERMIERE: O sì, appunto, sento dire. Ma la questione è un'altra.

MASUELLI: (Che si è messo a prendere appunti)

Come tutte le tragedie ha, pure questa,

la sua parte di mistero, si rassegni.

INFERMIERE: (A parte, a Masuelli)

Oh dica, lei per caso è un giornalista?

MASUELLI: Ha l'occhio lungo: esatto.

INFERMIERE : Mica avrà in testa di scriverne qualcosa!

MASUELLI: Le posso garantire, il mio interesse

e sì professionale, ma 'sui generis'.

INFERMIERE : E di che genere sarebbe?

MASUELLI: Già l'ho detto all'altro sotto: sto scrivendo

un libro sul Maestro. Biografico, non critico.

INFERMIERE : Cioè?

MASUELLI: Più l'uomo che l'artista.

Dalle prime gozzoviglie e la miseria,

all'ascesa rapinosa, ai consensi universali;

poi gli amori, le 'débacles'...

INFERMIERE : Scusi, le che?...

MASUELLI: Le esperienze più infelici, le sconfitte...

INFERMIERE : Già, beveva...

MASUELLI: E non è stato il minor male. Insomma, tutto

sino al capitolo disordini mentali e al suo dipingere a dispetto

di quanto gli succede, e soprattutto

quest'inaudita vicenda processuale...

INFERMIERE: Io ciò scomesso che la spunta la ragazza... ho fatto male?...)

Bah, non dovrei, ma certo quella donna...

dico la figlia... oh, a me mi paga bene... ma che diavolo...

sbattere un papà, così... beh via diciamolo: nel cesso...

non so lei come la vede...

MASUELLI: Concordo, è naturale,

col suo ottimo buon senso.

D'altronde oggi se ne saprà qualcosa.

INFERMIERE: Ma mi dica del suo libro che mi sfizia.

MASUELLI: Un ritratto vorrei farne

accessibile a chiunque, ma sentito.

(Più piano, accennando a Krikstein)

Non certo come i tomi che può sfornarti quello.

Uno studioso di prim'ordine.

Fra i suoi interpreti

di sicuro è il più importante.

INFERMIERE : Ma và!

MASUELLI: Altroché.

INFERMIERE : (Accennando all'amico, che è sempre rimasto silenzioso e in disparte)

E quello, invece?... Oh, avesse aperto bocca!

MASUELLI: Se la memoria non m'inganna, un compagno di bagordi.

INFERMIERE : E dice sarà innocuo?...

MASUELLI: Mi sa uno psicolabile.

Un mezzo romanziere; ad ogni modo innocuo.

INFERMIERE : Capito! Meglio stare in guardia. Non lo mollo.

Beh, comunque, per quando sarà pronto...

MASUELLI: Cosa pronto?

INFERMIERE : Il suo libro, che diamine!... Spero proprio si ricordi

di una copia per me con dedica.

MASUELLI: Oh, farò molto di più: si consideri citato

nei miei ringraziamenti a piè di pagina.

INFERMIERE : Dice sul serio?

MASUELLI: Più che sul serio! M'auguro che questo

mi consenta di chiederle di ritornare ancora.

INFERMIERE : Dipendesse da me solo...

MASUELLI: Per ciò che da lei dipende.

INFERMIERE : Una maniera

com'è come non è si trova sempre.

(A Krikstein, che si è messo a rovistare tra i dipinti)

Oè... dica lei, che sta facendo?

KRIKSTEIN : Guardo.

INFERMIERE : Mica si può... rimetta a posto!

KRIKSTEIN : Io ho pagato per venire.

INFERMIERE : E parli pano!

KRIKSTEIN : Ho pagato. E già che m'è impossibile

d'incontrarmi col Maestro, potrò almeno

vedere quel che fa o è pretender troppo?...

INFERMIERE : (Rimettendo in ordine)

Guardare e non toccare è una legge da imparare.

Ma che gente!

MASUELLI: (A Krikstein, riferendosi ai dipinti intorno)

Posso chiederle, così - di primo acchito - che ne pensa?

KRIKSTEIN : E' più che mai se stesso... anzi:

è più che mai

OLTRE SE STESSO.

E lo chiamano demente.

CORO: Demente! Demente!

Fattelo dire e perditi in me.

Demente! Demente!

Fattelo dire e perditi in noi.

KRIKSTEIN: Un destrutturatore dei linguaggi.

Appartiene a quella schiera

che ha dato nuovi criteri informativi, estetici, morali

a tutto il Novecento.

Ciò che, esemplificando,

fu per le lettere un James Joyce

o uno Schomberg per la musica

lui lo fu per la visione.

Dire pittura sarebbe limitato.

M: Un De Profundis con tutti i crisantemi.

Ragazzi, sarà idiota / ma ancora non è morto.

KRIKSTEIN : Ha sconnesso le regole; strappando ha ricucito

un vergine intrico slanciato nel futuro.

M: O Wilelm... ti incoronano

a colpi di vanga e, in più, per scranno

una bella sepoltura.

Conviene quasi che ti mostri, la tua assenza

finirà col fare danni.

Giudicando da quel che vedono commettono

il più scontato degli errori:

intelligenza e genio, loro,

li fanno equivalenti.

MASUELLI: (All'infermiere)

Ma lei sostiene che abbiamo qualche 'chances'?...

INFERMIERE : Cosa come?...

MASUELLI: C'è caso di vederlo?...

INFERMIERE : Ve l'ho detto: è qui che sta.

KRIKSTEIN : Notavo, infatti, un certo tramestìo...

MASUELLI: Da dove? Quando?...

KRIKSTEIN : Prima, cercando.

E pure alcune ombre.

AMICO: (D'un tratto) Forse ci siamo, ZITTI!

INFERMIERE : (All'amico) Oh, alla buon'ora, ben svegliato!...

MASUELLI: Ma dove? Non lo vedo!

INFERMIERE: Ha ragione, sta arrivando.

Riconosco certi segni. La risata soprattutto:

m'è entrata ormai nel sangue...

Bene, contenti?...

Buon prò vi faccia... ECCOLO!

WILELM: (Comparendo)

Dicono di me

magrissimo. - Di me!

E livido, da guancia a guancia

segato da perenni risate demenziali

che stirano la pelle, slargano la faccia.

(Continuando a parlare, sembra quasi che passi in rassegna le persone che si trovano lì.)

No, non

la mia risata sconvolge bensì l'occhio stupefatto

di chi viene a interloquire ed è spiato

dal tutore di turno, dallo sgherro

unto e grasso coverto di denari e che di tutto ciò redige

doviziosissimi rapporti. Memoriali. Stigmatizza

non tanto le mie colpe, di me che a quello sono

datore di lavoro, ma l'esecrabile sgomento

la mestizia lacerante, insopportabile, asociale

del gitante qui salito

col fiatone, con buoncuore,

com'io fossi la cappella in cima al monte

e lui il devoto escursionista, il pellegrino.

Sale, s'apre

il tabernacolo e dal calice che esce?

Questo ghigno alquanto eretico, allusivo...

sissignori, i più tremuli

così dicono: allusivo. Nonché de-

stabilizzante. I più solidi ribattono:

"No, piuttosto: cadaverico, tombale." Come il segno

della mandibola che affiora, della carne

come in svelta aspirazione dissipata.

"E' quel corpo in evidente

marcescenza. Terminale

consunzione irrispettosa, ripugnante."

Addirittura addirittura

c'è chi dice: inespressivo.

"Come ride inespressivo!..."

Poco conta come rido,

poco conta se poi rido

per davvero, sta di fatto

che mi dicono che rido.

(Comincia sistemare tele e colori.)

MASUELLI: Come ride!... Dio, come ride!

INFERMIERE : Mi sa che siamo in zona rischio. Adesso, attenti...

di rado capita, ma capita

e temo che ora stia per capitare.

MASUELLI : Che?

INFERMIERE : Riderà sempre di più, sempre di più.

E se capita al risveglio, cioè adesso, è molto peggio.

Comincia a ridere e a dipingere, le due cose vanno insieme.

KRIKSTEIN: E dunque meno male, perché diceva attenti?

INFERMIERE : C'è un rischio e non da poco:

che accorgendosi di noi ci rida in faccia.

KRIKSTEIN : Lei travalica il buon senso.

So capire quando è insulto e quando sintomo

di miserevole natura mentecatta.

MASUELLI: (All'infermiere) Non dia retta, dica meglio.

INFERMIERE: Io per me non voglio starci.

Già è successo: domandate, domandate:

da vedere i sorci verdi...

e una volta che comincia la frittata è bella e fatta!

MASUELLI: Cioè in che senso?...

INFERMIERE: Non si scappa.

Meglio andarsene, e anche in fretta.

KRIKSTEIN: Liberissimi, io resto.

M: Tu non sai tu non sai,

non sai ma stai ridendo...

Chiassoso, allegramente...

risata dei primordi,

risata esagerata

in orge di ricordi

Non sai ma stai ridendo,

folle da te debordi!

CORO: Non sai non sai non sai

non sai ma stai ridendo!

In orge di ricordi,

folle da te debordi!

WILELM: (Dipingendo)

Io, per me, faccio

sovranamente quanto

la mano mi sussurra.

Altro non posso

che mettere il mio corpo,

per quanto può soffrire,

per quanto può godere,

al centro dello spazio

raggiunto, per spiarmi,

da disumane schiere.

M: Wilelm, non serve

che di loro t'accorga!

Che guardi non serve

ma fatti guardare.

Forse questo non è

del tuo tempo lo scopo?

Non capire, ma farti

capire. Scatena

i tuoi satiri - e voi

SU' DANZATE! DANZATE! DANZATE!

CORO: Non sai non sai non sai...

non sai ma stai ridendo.

In orge di ricordi

folle da te debordi!

MASUELLI: O Gesù... ora davvero...

guardatelo: ci guarda!

INFERMIERE: Fregati!

Di qui non se ne esce.

KRIKSTEIN: (A Masuelli) E lei perché lo guarda?

MASUELLI: Non posso non guardarlo!

KRIKSTEIN: Io guardo ciò che fa.

CORO: Non sai non sai non sai...

non sai ma stai ridendo.

In orge di ricordi

folle da te debordi.

In orge di ricordi

folle da te debordi.

WILELM: Come ricordi?... Di che? Di cosa?...

Dire più non saprei

le direzioni che determinano

lo scorrere del tempo.

Come in un luogo

a notte sconosciuto,

lungo l'asse dei giorni mi son perso.

Che m'aspetta domani? Il passato o il futuro?

Che anno, che mese?...

Da vivere o vissuto?...

Sì, m'abitano, è vero,

vivaci memorie, come viscere, polpe...

Le sento in gaiezze

stupefacenti involtolate.

E di questo son io

dunque il fulcro, il perché?...

Oh, stranezza!

Non son forse i ricordi

dure e solide cose? Presenze.

E se sono presenze io con essi che c'entro?

Io che so dovrei offrire

di me algidi vuoti e vane trasparenze.

INFERMIERE: La scelleratezza lo avvolge. Guardatelo!

MASUELLI: Tutto, ridendo,

un essere così può / sia fare che disfare.

INFERMIERE: E quel che è peggio

senza alcuna, alcunissima / premeditazione, lo conosco.

MASUELLI: Mi spaventa / quasi più che addolorarmi.

KRIKSTEIN: No, no... io così / non posso più vederlo.

(A questo punto l'amico, rimasto per tutto il tempo defilato, tira fuori da una sua sacca una tromba e, sotto gli occhi stupefatti degli altri tre, comincia a suonare.

Sembra stabilire un abbozzo di contatto con Wilelm che, quasi accorgendosi di lui, gli sorride.

L'infermiere, Krikstein e Masuelli, superato lo sgomento, sembrano riprendere fiato. Ciononostante, seguono l'azione dell'altro con molta diffidenza.)

M: Attento, Wilelm... per carità, sta' attento!...

questo con te non c'entra,

tu con lui non c'entri!

MASUELLI: Beh, però... calmato si è calmato.

INFERMIERE: Le magie col sottoscritto

non attaccano poi tanto.

MASUELLI: Io osservavo i risultati.

INFERMIERE: Mai fidarsi.

KRIKSTEIN: Condivido.

(Da ultimo l'amico smette di suonare e si accosta a Wilelm.)

AMICO: Lontano da te, amico mio, e solo se

lontano da te, la vita può sì continuare, MA NON QUI.

INFERMIERE: (Quasi andando a prenderlo di forza)

Non credo che gradisca

più di tanto la sua presenza.

Se vuole favorire...

AMICO: Lei capisce quel che pensa?

INFERMIERE: Vede bene, è il mio mestiere. Andiamo, venga!

MASUELLI: (All'infermiere) Compatisca, gliel'ho detto:

un amico di gioventù che ai tempi suoi

godette pure di una qualche / non irrisoria notorietà.

KRIKSTEIN: E se n'è fatta di galera, non ci scherzi.

MASUELLI: Già certo, ora ricordo.

INFERMIERE: Dio buono, e come mai?

KRIKSTEIN : Ha freddato la moglie con un colpo di pistola.

MASUELLI: Sa come? Le ha piazzato

una mela sulla testa e pum.

INFERMIERE: La miseria... sulla testa e pum?!...

MASUELLI: E pum.

AMICO: Wilelm! Wilelm!

Fallo capire tu se vuoi che me ne vada.

Il montanaro che s'affanna per raggiungere,

scorticandosi gomiti e ginocchia,

il Titano appiccato sulla rupe non lo scacci

come un'èlitra ronzante con un gesto della mano.

Fuori siamo

sapessi quanti in processione.

Non sopportiamo

che quanto si vocifera diventi verità.

INFERMIERE: Ma che accidenti dice?

MASUELLI: Bah, non mi domandi.

Cominciarono insieme. Parleranno

di cose che san loro.

INFERMIERE: Come ‘loro’, se è solo lui che parla?!...

MASUELLI: Veramente non saprei. Per me s'intendono.

WILELM: (All'amico) Dov'è?...

M: (A Wilelm) Vuoi star zitto, sciagurato?!

WILELM: (CS) Mia figlia...

dov'è?...

AMICO: (A Wilelm)

Qui fuori...

nella speranza di sapersi attesa.

WILELM: Dille...

che lo è.

M: Non dovevi! Non dovevi! Non dovevi!

MASUELLI: Vede! Qualcosa si son detti.

INFERMIERE: Che?

MASUELLI: Boh.

AMICO: (A Wilelm) Ripetilo.

WILELM: Lo è.

M: (Al Coro) E voi, pulviscolo

da quattro soldi, così lo controllate!?...

(L'amico, lasciando lì il suo poco bagaglio, si alza e corre fuori.)

INFERMIERE: Ah, meno male. L'ha capita da sé che non è aria.

Signori, a questo punto

lo spettacolo può dirsi terminato.

KRIKSTEIN: Ma lei scherza? M'ha promesso

cinque minuti da solo a solo col Maestro.

Ci accordammo in questo senso e lo pretendo.

MASUELLI: E io pure avrei bisogno un minutino...

Oh, senza affaticarlo: una sciocchezza proprio.

(Più a mezza voce) Si ricordi della dedica...

KRIKSTEIN: Mi dispiace, non transigo.

INFERMIERE: Ma adesso come fare?...

L'avvocato come niente sta già fuori...

Voi lo sapete, la giornata è un po' campale.

MASUELLI: (Allungandogli furtivamente dei soldi)

Per piacere...

KRIKSTEIN: Mi dispiace, non transigo.

INFERMIERE: Occhèi, occhèi: tagliamo la testa al toro.

Stamane, non per essere cattivo, ma davvero non si può

ma nel primo pomeriggio già è diverso.

Ci sta pure, se non sbaglio, un'altra coppia

messa in lista da un pochetto ma fa nulla.

Voi tornate e qualcosa si combina.

KRIKSTEIN: Le ripeto: non transigo.

MASUELLI: Se mi dice che è sicuro...

INFERMIERE: Sicurissimo. Oramai mi conoscete.

Però adesso, per piacere...

KRIKSTEIN: E sia, ritorno. Ma se si prova a fare il furbo...

INFERMIERE: Il furbo io?...Sì, l'ha trovato!...

(I tre, finalmente, escono.)

M: Ti rendi conto, Wilelm?

La tua è disonestà.

Non dovevi! Non dovevi! Non dovevi!

Tu sai cosa significa. Figurati se adesso

vien fuori che t'incontri con tua figlia.

Perché se quello la trova e te la porta

può succedere di tutto.

WILELM: Chiudi la bocca, larva, e sta' tranquillo:

già mi sento riaffogare

lì da dove solamente

per l'inezia di un istante sono emerso.

E in quanto a quell'amico ti prometto

che tornerà, se tornerà, SENZA NESSUNO.

Mia figlia non può entrare, l'accesso le è precluso e l'ordine fu mio.)

A reciproca tutela, giorni addietro, a chiare lettere ho preteso

che un incontro tra noi non sia possibile

fin quando la questione è ancora in corso.

Cambiassi pure idea, non cambia l'ordine.

Ululassi, gemessi... è inderogabile

il mio esserle vietato;

il suo essermi vietata. Così ho detto.
Batta pure alla mia porta... batta pure!...

Pur se adesso la vorrei,

un me stesso più deciso

di quello qui presente ha comandato

che a nessuna mia supplica, né sua,

possa avere da me udienza. Questo ho fatto.

Che anima terribile quell'anima

capace di domarsi da sé sola!

Giorni addietro, mercè tua probabilmente, io fui così.

(Entra l'avvocato. Ha la barba. Quasi un camuffamento.

Cartella e carte varie sotto il braccio.

Avanza e, dopo essersi guardato intorno, si siede su un grande barattolo di vernice ancora chiuso.

Parlando, si metterà a compulsare le sue carte.)

AVVOCATO: Eccomi come l'Angelos che m'ha pregato d'essere.

Un subalterno di fiducia. Il suo avvocato

è qui a rapporto. Dunque...

nessuna notizia ancora.

Nessuna per poco ancora.

Wilelm... m'ascolta o no?

Almeno i suoi convenzionali... i nostri

soliti segni.

Abbiamo sudato per inventarci un codice: utilizziamolo, sennò...

WILELM: (Mentre l'altro controlla le carte, senza sentirlo)

Da tempo sono in viaggio, e per distanze

probabilmente esagerate.

E' che ora però mi vedo

davvero troppo al largo. Troppo... troppo...

AVVOCATO: Non vuol rispondere?... Va bene, non si sforzi.

A parlare è il subalterno, ma sia chiaro:

la voglio in forma, perfettamente in forma.

Della sua forma ho fatto quasi un ideale, e più non mi ripeto.

Bon... tiremm innanz!

La situazione, presto detta, è la seguente:

sua figlia vuole tutto e, senza scampo,

le sue pretese sono quanto - oh, lo so

di dispiacerle, ma dirglielo pur debbo - sono quanto

di più famelico si possa immaginare.

Specula su tutto, e innanzitutto

- sgradevolmente, e quantomai

spregevolmente - su una certa sua - sua di lei, Wilelm - antica smodatezza)

in fatto d'alcool. Ella sostiene

di poterlo fatalmente dimostrare.

Ora domando:

che senso dare

a questa sua protervia - sua di sua figlia - che tanto la fa certa?

Ha basi o no?

Cioè un attimo, mi spiego:

quale e quanto

- ma le chiedo di quisquilie a cui forse più non pensa -

peso ha avuto il suo incastro con il bere sotto il verso... ehm ehm...

dell'autolesionismo?....)

Sottolineo: prescindendo

dal foraggio che ne ha fatto per la sua creatività.

Come e quando

fu sua figlia a patirne, o il benessere comune?...

Tutto serve

che mi dica, poiché tutto può servirle: alla nostra controparte.
Quali sciali, che violenze

che ora in fase giudiziale potran darsi come prodromi

di catastrofi imminenti

ci vedremo venir contro, appannaggio dell'accusa?

Qui le lascio

foglio e penna, ma se vuole

usi pure dei suoi segni, versi altrove

un suo abbozzo di responso.

Vedrò poi di interpretare.

Ripasso tra non molto, il tempo stringe.

Son le ore decisive.

Ma lo faccia

o si pascola nel buio.

(Se ne va portando via con sé un schizzo recuperato da terra.

Una fulminea rapina.)

WILELM: Oh, perché pure stavolta,

come prima con quell'altro, un'eco m'ha raggiunto?

Più o meno, se non tutto, l'ho capito quel che ha detto.

M: Poiché, più o meno ancora,

tu sei del loro mondo.

CORO: Più meno che più, e per poco ormai.

Molto più meno

che più, e per poco ormai.

WILELM: Non volevo sentirlo! Non volevo capirlo!

M: Cos'hai sentito lo so, ma che hai capito no.

WILELM: Che questo sarà, allora, il vero prezzo.

Non una figlia che incolpa ma una figlia colpevole...

e di che alla fin fine?

Di troppa intelligenza. Lei sì: di troppa.

E io

A TUTTO CIO' FONDAMENTALMENTE ESTRANEO.

Io così

inevitabilmente felice.

No!

Tiratemi fuori di qui, di dove

la vita non ha ganci. Dove col resto

del mondo non c'è mercato. Voglio, pretendo

d'esser pur io nello sbando generale!

Dentro mi voglio! Ancora dentro:

tra le cose, le città, gli oggetti. Ghiaia

tra la ghiaia, molecola del mucchio: a costo d'essere insipiente

MA IMPLICATO.

Confondibile ma IN MOTO. - Esposto

all'alterco degli sfasci, all'azzardo

delle grandi evoluzioni.

Ahimè, dunque non la gioia

è l'esito, il traguardo... c'è un altrove, c'è un ancora, c'è un di più.

M: Vuoi il mio trucco?

Deglutisci e infischiatene!

Se poi per farlo

ti è necessario fingere tormenti, fingili.

CORO: Demente, demente...

fattelo dire e perditi in noi!

Demente, demente...

fattelo dire e perditi in noi!

WILELM: Davvero forse per più godere, adesso,

di dolore ho bisogno.

Della pena

di chi rumina dentro e con forza si indaga. Abbia nome

il mio essere così divenuto e nel nome un perché.

Danno anima, spesso, le parole alle cose. Sì, con sagge

cautele proviamo a dirimere il nodo.

Ma senza farsi sentire. Azzardiamo.

(Si scosta di qualche passo, come per sottrarsi all'invadenza di M e del Coro.)

WILELM: Io sto fuori da un cerchio, e qui è un fatto.

Quel cerchio è il reale,

quel cerchio è la vita nella sua plenitudine.

E presumendo di starvi più dentro ho preteso

di sentirmene fuori. No, non presumendo: PER STARVI

più dentro. Benissimo. E perché così dentro?

Per manovrarlo, il reale: può essere?

E perché manovralo? Il potere,

che tanto seduce, me poco seduce. Ma allora

che cosa m'attrasse? Che cosa mi spinge?

Sarà quello sproposito, forse,

d'enormità future che nome ha

eternità?

Oh, come saresti piccino

se per un tutto che è così nulla il vero tutto ti vuoi giocare...

l'oro del mondo, l'intrico vivo

delle umane passioni e delle umane

caducità!... O perché cogliere

il frutto dell'arte ti esalta?

Immolarsi per giungere

all'aldilà dei linguaggi sarà lecito e giusto?... Sopprimere il mondo

sarà lecito e giusto?

Al mondo negarsi

sarà lecito e giusto laddove

il mistero supremo è l'essenza

del desiderio tuo estremo?...

TU CHE MOLTO PRETENDI

CERTO E' CHE ORA A TUTTO RINUNCI, e non solo

agli oggetti in cui hai sparso di te stesso memoria

ma ai corpi, alle voci

che già più non ricordi e che sono

di te esiguo ricordo.

Dolcissimi furono

i miei tanti, i tuoi tanti possessi...

(M e il Coro tornano a farsi sotto.)

M: Vedi, al fondo

di te stesso è possibile giungere

se a domanda incateni domande. Ma attento: ingannarti

è fra i tuoi primi talenti.

Prova allora, piuttosto,

a discendere ancora, giù sino

a scardinarti nel cuore e come un tordo, vedrai,

tra le mani, stecchito, ti cadrà il tuo perché.

CORO: Se a domanda incateni domande

potrai scendere ancora, né limiti

avrai al tuo cadere né al tuo rivelarti.

WILELM: Domande?...

Questa sì me la strappo di dentro:

se per rendere

miserabile anche un solo minuto basta appena svuotarlo

di qualsiasi memoria, miserabili tutti

saran dunque i minuti e la vita che vivo?

Miserabili tutti?...

M: T'ostini e ostinarti

è il tuo passatempo.

WILELM: Da me l'ho capito!

E' da me che l'ho detto:

se, per meglio godere,

quest'assillo ci vuole, che venga! Che venga!

M: Io però ci scommetto:

tu già più non ricordi la domanda che hai fatto.

WILELM: Sì, invece: in un cuore

smemorato che resta d'umano?

M: Resta umano il suo agire.

WILELM: Ma io ora ne soffro.

M: Sarà un transito breve, pazienta.

Di qui arrivano i doni

di un ben più lungo domani.

CORO: E svapori, svapori

quel pallido sangue che ha nome memoria.

Via ciò che ti frena! Via ciò che ti chiama!...

Via ciò che reclama

fantasmi e ti vieta

di adempiere l'opera, Wilelm... la copula

totale con essa, con noi, con te stesso.

WILELM: Sarò dunque incosciente siccome la fossa

che salme contiene di cui nulla conosce?...

Poiché in me resteranno

frasi dette e ascoltate,

gesti miei, gesti altrui,

cose date e perdute,

episodi, esperienze - e se ad andarsene fosse

tutto questo io potrei sopportarlo!

Ma è il pensiero, E' IL PENSIERO

del suo essere in me che svanisce.

Già l'impresa comincia. Ne avverto

il sommuoversi dentro.

Sciama via... che lanugine il vento disperde!...

Come ciocche che snudano calvizie sul cranio.

Aaaaaaaaah...........

Sia anche un bene io però non lo voglio.

Venga il peggio, piuttosto! Anche solo

per un poco il mio peggio!

M: (Al coro) Dice per dire. Parla a vanvera, è chiaro.

CORO: (A WILELM) Dici per dire. Parli a vanvera, è chiaro.

WILELM: E in più, per paradosso,

io che abbandono rimango abbandonato.

Ecco, questo se ne va, quest'altro pure.

M: Per cominciare, allora, mettiamola giù dura:

abbandonato, vecchio mio, e già da tempo è il nome

della sposa che avesti e da cui fosti

tu per primo abbandonato. Tu per primo.

WILELM: Sciagurato, perché me lo ricordi?

M: Non è a questo che pensi?

WILELM: Ma perché me lo ricordi?

M: Perché voglio tu scenda, se non ora mai più,

al carbone più fondo del più fondo di te.

WILELM: Io quel nome lo avevo artefatto.

Credo in meglio per me, con sottile

violenza per lei.

Sposa che

non ho più, non è più.

Sì, è vero, ci penso. Oggi, in questa

giornata in cui gravito al largo

della più vasta dimenticanza,

solo un soffio mi manca perché

quel suo nome perfino, di lei

in me estremo residuo, dispaia.

Oso credere, eppure,

che molto l'amai e che davvero

io ne venni riamato.

Ma avviene.

Un liquido cala ed un altro rimonta,

e il vaso che brama

di sapersi ben colmo è comunque appagato.

Così è; poiché tutto

negli umani è finitezza, e poiché tutto

è limite di energie e di capienza, anche cose

talmente inverosimili possono avvenire:

che un uomo e una donna, voglio dire,

da tanto amore discendano nel nulla. E la sciattezza

del nulla rende sciatto, a ritroso, anche l'amore.

E questo è il peggio

che solo i sogni sanno a volte mascherare.

M: Bocca non metto. Meriti

di fronteggiare i tuoi draghi in santa intimità.

Se è qui che sta la tua voglia o il tuo bisogno...

WILELM: Zero è il mio volere, zero è il disvolere.

Lei viene e riscompare. Subisco il ricordarla

quanto ho subìto l'abolirla ora per ora, anno per anno.

A stento ne rivedo

il viso, il passo... poi troppo si rimpone

e troppo ancora riscompare.

Sia comunque quel che sia:

io l'ho avuta: l'ho avuta compagna.

A lei simile mi feci, e questo, forse,

più di tutto mi piace: essere stato

nella mia vita per una volta DOPPIO. O questo, almeno,

lei volle farmi credere e dunque così fu. Poi se ne andò.

Indelebile marchio! Anche al culmine

dove tutto si disintegra

la scintilla sua resiste: ultima cosa

tra le ultime a smorzarsi.

Non più passano i giorni a lenire

né passano gli anni:

l'abbandono dismisura l'anima

e il mio dolore è la terra in cui

l'amore è tumulato. Io non per lei

mai nulla farò più.

Non più per lei dipingo...

Non più per lei mi adopero,

ma solo per lei dico

ciò che per lei NON FACCIO. E se pur vale

di meno per me farlo, vale per gli altri

che sia comunque fatto. Perciò lo faccio.

La vita è legge che vuole da ciascuno

le imprese di chi è sano,

perciò serbi il mutilato

come un segreto in cuore la propria mano mozza:

ci pensi l'altra a lavorare doppio.

Nessuno dirà 'bravo'. Cos'è più ingiusto

di questo prezzo infame: l'uguaglianza

che natura non dà e che la vita pretende?

Il cielo sa, non lo sa lei!,

quanto io l'abbia, quel che dico, da me sperimentato!

E fu stordirmi

la sola medicina:

stordirmi fu

tornare, solo, al centro di me stesso.

Se ne vada ora chi vuole

riammobiliare il vuoto!

Non più donne! Non più

quella donna! Non voglio

rivederla com'era. Che rimanga confusa!

E tu aiutami, demonio!

Quel che desideri, fallo...

sù, schiaccia il pulsante! Spegnimi!

Oh sì, mio provvido

tutore, ora lo vedo:

la tua massima malizia è volere il mio sollievo.

Spegnimi! In quest'attimo preciso, spegnimi!

Più non potrei

contenere di lei un sol fiato, figurarsi

la sua resurrezione, spegnimi!

M: E' un istante tuo privato, goditelo.

Non molti te ne restano, perciò goditelo.

Come ogni piacere, se ultimo, è dolore,

ogni fastidio, se ultimo, è un piacere.

WILELM: Che fu a rielaborati, moglie mia? L'assenza

che da anni, sterminata, ci separa o l'essere

mio ridotto, come sono, così all'osso?...

CORO: Parole da poco la sofferenza nutre.

Non nel presente del malessere si può

dar fiato a gemiti che siano a tutti musica.

WILELM: Voglio e non voglio! Voglio e non voglio! E tutto posso

fuor che il mio volere.

Che sia mai questo il fato?

Come tu, sposa, mi dicesti: PIU' NON VOGLIO.

Non questo mai desiderasti

di volere eppure l'hai voluto. Non più amore! Non più noi! Non più!

Che sia mai questo... Che sia mai questo il fato?...

Ah... perché, dimmelo,

Incontenibile è l'ansia che ho di ricordare?

M: Durerà per poco, entro stasera

non avrai che sabbia distesa nei pensieri...

sabbia e fossili di memorie, è una promessa.

WILELM: Stasera sarà, e ciò che sarà NON E'.

Dio, come adesso

ricordare m'è facile e dunque tremendo.

Son lupi

che a branchi discendono e fanno razzia

di me, cittadella, di me

senza argine alcuno a contrastarne la furia.

Come vento dai monti mi percuotono e fanno,

bene e male, di me quello che vogliono.

M: Suvvia, abbassa il tono!

Che è mai, alla fin fine? Un istante

di rimpianti. Poi in fondo

ciò che provi può dirsi

malinconia, non di più.

WILELM: Sì, di più.

M: Neanche un po'.

WILELM: Non crederti esperto: la tua

è una diagnosi grave.

Malinconia... io ne posso morire.

Se non cede, ne posso morire.

M: Dura poco, stasera è finita.

Sta' sicuro, finita per sempre.

WILELM: Già, ma sino a stasera

chi mi ci porta per mano?

Tu? Voi tutti?... O debbo farlo da me?

CORO: Noi con te, noi con lui.

Son nostri i tuoi nervi, son tuoi i nostri nervi.

Noi e te siamo lui,

lui e noi siamo te.

Mai più solo, se solo, sarai.

Mai più, Wilelm, sarai abbandonato.

Mai più, Wilelm, da te abbandonato.

WILELM: Mai più solo, se solo... è un enigma?

M: Di cui tu, proprio tu,

la risposta divieni.

CORO: Noi e te siamo lui,

lui e noi siamo te.

Mai più, Wilelm sarai abbandonato.

Mai più, Wilelm, da te abbandonato.

WILELM: Sarà in questo la gioia?

M: Anche in questo.

WILELM: La voglio.

M: Puoi avvertirla. Comincia.

CORO: Perduto il ricordo

conquisti la vita.

Non più ti si chieda

Non più ti si creda.

E che nulla mai più

a te sia d'importuno,

ché la gioia qui sta:

tu sopportane il fiato

che al volto ti mira,

sopporta il connubio

di questo star fuori

lontano da ogni...

M: (A WILELM.) Dì tu la parola.

WILELM: Io? Che parola?

M: Da ogni... che cosa?...

WILELM: Non lo so... non lo so.

M: Re... respo...

responsa...

bilità.

WILELM: Responsa... bilità.

CORO: Lontano da ogni

responsabilità.

M: E ricorda il mio trucco:

deglutire e infischiarsene!

WILELM: Dici?

M: E' il segreto.

WILELM: Saper come è il segreto.

M: E perciò non sei solo.

WILELM: Ah, riuscirci e non essere

qui esiliato in un elettro-

encefalogramma a linea piatta!

(Si china sopra i suoi strumenti.

Fanno capolino dentro Rosvita e Ramon Fidante.

Lei con una macchina fotografica a tracolla.

Vedono Wilelm che sta tracciando dei segni e sembrano illuminarsi.

Rosvita sta per scattare una foto ma sopraggiunge quantomai aggressivo l'infermiere.)

INFERMIERE: Siamo impazziti?!... Che ci fate qua?

Per cortesia... via, via! Non si può entrare!

RAMON: (Porgendo una carta da visita)

Ramon... Ramon Fidante. Dice nulla

il mio biglietto?... Forse a lei non molto.

ROSVITA: Ed io la sua signora. Troppo lieta.

RAMON: Un sigaro, gradisce?

INFERMIERE: Qui?! Lei scherza!

ROSVITA: Ramon, sei sempre così goffo! Un sigaro

davanti a un ammalato: è da cafoni.

RAMON: Non mi risulta, cara, che l'offrire

sia un gesto da cafoni.

INFERMIERE: Sta' a vedere

cos'è che mi si offre.

ROSVITA: Alè, touché!

Avrei voluto dirlo io. Bravissimo.

RAMON: Ti pareva! L'amica del giaguaro.

INFERMIERE: A ogni modo vedrò che si può fare.

Aspettate di fuori. Non prometto.

(I tre scompaiono.

Wilelm scoppia a ridere. Si asciuga gli occhi.)

WILELM: Il peggio poi è che nulla

sa farmi stare male. (Ride) Neanche ciò

per cui adesso vorrei soffrire e invece rido.

E tutto sommato, alla fin fine / non me ne frega un accidente.

(Wilelm traccia una lunga linea su una vasta tela ancora intatta nella corposa luce del mattino che viene giù, a cascata, su di lui.)

SECONDA PARTE - (Tarda mattinata)

(Una luce robusta invade lo spazio. Wilelm sta preparando i suoi colori.

A qualche metro da lui, l'amico.

Il Coro è poco visibile, quasi intanato. M sbircia da qualche angolo discosto.)

AMICO: Non l'hanno fatta entrare.

M'hanno detto che tu lo sai perché ancora non si può.

L'ho vista allontanarsi per andare in tribunale.

Se tutto, come sembra, con oggi finirà

ritornerà comunque.

(Wilelm non lo ascolta né lo guarda. Continua a preparare i suoi colori.)

AMICO: Io non pensavo. Sono stati irremovibili.

Ordini, hanno detto, superiori.

M: Bene, doctor, sei stato di parola.

WILELM: (A M) Che tu dica non so.

Ricordo di qualcuno, questo sì, che temevi venisse e che non c'è.

Non mi do meriti, poiché qui dove mi trovo

tutto avviene senza più la minima intenzione.

Fruscii sento

alla soglia di me stesso. Beatamente

tutto per me è un'inezia.

Non m'interessa. Non m'interessa.

AMICO: Ridi pure se vuoi, mi sta bene.

Purché io almeno capisca di non stare qui invano.

La mia musica, dì: ti va d'ascoltarla?...

Fosse voce capace di dirti

più e meglio di me quanto abbiamo

di te bisogno... di te bisogno tutti!

(L'amico suona la sua tromba. E' un'evocazione di tempi passati.)

WILELM: Io sto come al tavolino di un bar...

CON DIGNITA' ANIMALE

guardo le donne e le cose.

Le linee guardo e i colori

e quasi ovvio m'appare

che sia forme che corpi son solo

CONSEGUENZE e che linee e colori

ne anticipano l'esistere.

Perciò sia forme che corpi mi son tanto lontani.

Egualmente le tragedie e i veri drammi.
Un muro è il creato, una nube

che ha due sole dimensioni. Illusione

è ogni altra prospettiva. Ogni profondità.

Perciò, mie belle così lontane, addio...

Perciò, tragedie così lontane, addio...

Veri drammi, conosciuti e sconosciuti, addio...

Se possedibile è la gioia

IO HO GIOIA.

Se invece è impossedibile

vorrà dire che in me / si è scelta il suo riparo.

(L'amico allontana lo strumento dalle labbra.)

AMICO: (Andandogli più vicino)

Ombre ostili ti tratteggiano il volto.

Non è il tuo, come dicono, lo sguardo

di chi scruti il paradiso, né lo sguardo

colato in apnee vertiginose

tra i vincastri di inumani sottosuoli.

E' ben di meno. Credilo: di meno.

L'essere tuo così distante

dal resto di noi non è che un'unghia, ma non perciò colmabile.

Oh, combattila

questa cieca enormità! Non ne riavrai alcun vanto.

Che non t'abbagli il tuo declino: è poca cosa: il tuo è uno sguardo

che vorrebbe non sapere ciò che sa.
Wilelm!... Wilelm!... a che distanza

spietata da me le tue pupille?... Le piume delle palpebre....

WILELM: Io sto come... al tavolino di un bar...

AMICO: Ignave le tue mani ricusano ogni gesto

d'umana intercessione.

Solo l'opera gli preme.

Ma ormai l'opera più nulla non ci dice.

WILELM: Con dignità animale...

AMICO: Solo per te lo fai.

E più non è alfabeto... no, amico, è sordomuto

e cieco capitale

che accumuli al di là d'ogni esigenza.

WILELM: Le donne guardo... le donne e le cose...

AMICO: Oh, gelosia suprema del proprio sopravvivere!...

Scongiura il sortilegio!...

Ridatti a me, fratello!

E fa' che possa io

sentirmi ancora tuo!

WILELM: Le linee guardo e i colori...

(Entra l'infermiere e s'accorge dell'intruso.)

INFERMIERE : Porco demonio! 'Sto sciagurato non c'è verso

di farlo andare via!... Come diavoli s'intrufoli

qui dentro è ancora da capire!...

Andiamo, bello... sloggiare! Non è aria!

AMICO: (A Wilelm) Tu so che non lo vuoi!

Sai che ti servo, diglielo!

WILELM: Chi è che così mi parla? Chi?...

E donde? E ancora? e se...

In un sonno

mio esagerato

avventano parole di cui odo

come un trambusto di sillabe infelici...

INFERMIERE : Eccolo lì, comincia ad alterarsi!...

Ah, lo dicevo io: è gente, questa,

che solo può far danni. Vogliamo accomodarci?...

AMICO: No, perché?... E' a me che parla, non lo sente?...

Affiora

di lui qualcosa infine dal fondo di lui stesso; non smorziamo

questa gracile energia, non tronchiamo

il filo che balugina

timidissimo nell'aria!

Tenui aliti ne possano

sollevare il corpuscolo e che, opaco,

il seme si riscaldi, ci riporti

materie di messaggi, segnali, prove

di quella carne che è in un viluppo d'ombre...

WILELM: Ma chi così mi parla?... Chi geme? Chi?...

AMICO: Lo sente! Lo sente!... Avevo ragione o no?...

INFERMIERE: Ora stiamo, figliolo, davvero andando oltre.

A forza o con le buone, a te decidere ma smamma!

AMICO: Oh, non adesso... ma è sordo? Non capisce?

INFERMIERE : (Già mettendogli le mani addosso)

Oè, non ci siamo fatti i muscoli per nulla.

WILELM: Come quando

non ci si trova più per casa e ci si chiama

da una camera all'altra non capendo

come sia che ci si possa

smarrire in uno spazio

fatto a propria misura e conosciuto...

AMICO: Eccolo! Eccolo!... Lo vede?... Sta tornando!

WILELM: E ogni passo, avvicinandoci, allontana...

di qui di là, in eterno occultamento.

Più incolmabili

di immani praterie son gli spigoli, gli stipiti, le scale.

INFERMIERE : Bel gioco, dura poco! Ho detto 'via'. Sgombrare!

Abbiamo visite più degne!

AMICO: Non quel braccio... Ah!

Me lo spacca!... No, la prego!...

INFERMIERE : Sono dolente ma

siamo preposti a compiti precisi.

AMICO: Aaaah!.... Aaaaah!..... Aaaaaah!....

Diglielo, Wilelm!... Diglielo che mi senti, diglielo!...

INFERMERE: (Torcendogli un braccio dietra la schiena e trascinandolo via)

La funzione è funzione e la mia pazienza ha un limite!

(I due, brutalmente, scompaiono.)

WILELM: Cos'è stato?

Che può essere accaduto?

Poiché certo

qualcosa ora è accaduto...

come dire?... qui nei pressi.

Ma ho poi voglia di saperlo?

Oh, che m'importa?...

Il consueto postulante...

è una questua

monotona la vita; solo in sogno

si riesce a ravvivarla.

M: Optime.

Non potevi dire meglio.

Hai rintuzzato un attacco non da poco:

sin troppo malizioso.

WILELM: Oh, magister...

M: Allora, Wilelm,

Non vuoi accingerti al lavoro?...

WILELM: Ne ho paura.

M: Perché, se è lecito?...

WILELM: Paura di riuscire.

Di riscuotere il prezzo, insomma,

di quello che ti ho dato.

M: Paura di gioirne?

WILELM: Fosse pure?...

M: Bambinate.

E' d'un animo virile

farsi carico del proprio godimento.

WILELM: Già, però se non avessi

un animo virile?...

M: Chi baratta cose estreme

come hai fatto tu con me

lo possiede, va' sicuro.

Che sia illimite la foga

della tua creatività,

intemerata la ricerca e senza metri la tua sonda!

(Al Coro)

Orsù, tinte! Orsù, colori!...

Orsù, accolita di linee

maledette benedette

all'assedio delle mani, delle tele, delle chiare

superfici su cui infiggere

la visione d'un millennio

che trascende!... D'un millennio

che, proscritto, / si consegna al suo domani.

(Avanza il Coro. Come danzando)

CORO: Siamo tinte, siam colori

maledetti benedetti

nei tuoi polsi rovesciati

come in danze

ma scomposti

di te figli e genitori.

Siamo sigle siamo firme

concrezioni imperiture

mare magma, fiammeggianti

indecorosi, oh sì sì sì,

satiretti: nulla siamo

da te assenti, nulla sei

da noi lontano!

Se tu danzi, noi danziamo,

se danzanti, da' la mano...

che con noi ti trasciniamo!

(Wilelm dipinge furiosamente. Tempestosamente.

Rientra l'infermiere, con Ramon e Rosvita.)

INFERMIERE : (Ai due) Scuserete...

ma ne viene gente strana!

Sono stato un poco brusco,

Che volete? Non si può dar retta a tutti.

ROSVITA : (Incantata nel vedere Wilelm al lavoro)

Ah, che festa

che è vederlo così in preda

d'opportuni suoi deliri!

RAMON.: Ha ripreso?

INFERMIERE : Beh, sta a voi di giudicare.

RAMON: Le dispiace se si resta

a spiarlo dalla soglia?...

INFERMIERE: Capirete, già condurvi

fin qua sopra fu uno strappo non da poco.

RAMON: Lo capiamo, non si creda...

ROSVITA: Via, sia buono, un minutino!

RAMON: Già, d'altronde, il suo collega,

che anche ha avuto il suo 'conquibus'...

INFERMIERE : (Come tappandosi le orecchie)

Io nemmeno l'ho sentita!

RAMON: Ma così, era per dire...

ROSVITA: In ginocchio la scongiuro...

RAMON: E comunque di lei disse

le cosette più gentili.

ROSVITA: 'Con lui intendersi è uno scherzo!...'

RAMON: 'E poi è tanto di buon cuore...'

INFERMIERE : Ma nei limiti concessi!

RAMON: Oh, suvvia, caro signore...

lo spettacolo è di quelli

di cui ha senso, se goduti, tramandare la memoria.

Che occasione

ci verrebbe perciò data, che occasione

ci verrebbe perciò tolta!

ROSVITA: Per carità, no no!

RAMON: Come langue, ma la sente?...

INFERMIERE : Per piacere, non insista.

RAMON: Siamo pronti, se bisogna...

ROSVITA: O sì, faglielo capire!

RAMON: Mi capisce, come dire?...

Quasi storico è il momento

INFERMIERE: Beh, ora 'storico'...

che si deve mai sentire!

ROSVITA: Ah, ridirlo!

RAMON: Ah, vederlo!

ROSVITA: Ah, poterlo

fuori poi testimoniare...

INFERMIERE: Per cortesia, la smetta!

RAMON: Oh, ma senza perciò fare

figurette da operetta.

ROSVITA: Ah no, giammai!

D'operetta men che mai!

RAMON: Ahiaiahi!

ROSVITA: Ahiaiahi!

INFERMIERE : Signori! Signori!... Non è contegno...

RAMON: Ops.

ROSVITA: Ops.

RAMON: Ops.

INFERMIERE : Comunque, che ne so...

insomma no, direi di no.

ROSVITA.: Ohioiohi...

RAMON: Ohioiohi...

ROSVITA: Ohioiohi...

INFERMIERE : Capirete, non è modo... ci vuole del rispetto.

RAMON: Credeteci che intrisi

da capo a piè ne siamo.

ROSVITA: Triso petto piè ne siamo...

RAMON: E piè ne capo petto...

ROSVITA: Spetto capo re pi trisi.

RAMON: (Stropicciando allusivamente le dita.)

In più se poi, l'ho detto,

qualcosa si conviene...

ROSVITA: E al suo sotteso

che sia sotteso il mio.

RAMON: Cara, la borsa

per tutti e due è la stessa.

ROSVITA: Così, per dar manforte.

RAMON: Mano alle tasche, insomma!

ROSVITA: Tasche profonde abbiamo.

INFERMIERE : Occhèi, s'è percepito.

Certo, purché non sembri...

v'è chiaro quel che intendo?...

Che ora per venale

miserabile intenzione...

RAMON: Miserabile, piuttosto,

chi mai vorrà pensarlo!

ROSVITA: Mi sdegno a immaginarlo.

INFERMIERE: Che insomma il fatto è

la vita è cosa dura.

RAMON: Durissima.

ROSVITA: Issimissima.

INFERMIERE : E allora ecco perciò...

ROSVITA: (In ansia) E allora ecco?...

RAMON: (In ansia) E perciò allora?...

(Così dicendo, Ramon allunga all'infermiere un pugno di banconote.)

INFERMIERE : E sia, a voi di tutto cuore!

RAMON e ROSVITA: A noi! A noi!

INFERMIERE : Oh, ragazzi: quietamente.

RAMON: Più che quieti!

ROSVITA: Superquieti!

INFERMIERE : Per me, è implicito, sarebbe

ritrovarmi nella merda.

RAMON: Va da sé... 'ca va sans dir'.

ROSVITA: 'Sans dir'.

RAMON: 'Sans dir'.

INFERMIERE : E niente foto, sia ben chiaro.

RAMON: Rincarando?

INFERMIERE : (Prendendo altri soldi)

Non vi ho visto.

RAMON: Non vi pare che il 'pour boir'

ci consenta di restare

tra noi un po' in intimità.

INFERMIERE : Sto di là. Se mai dovesse

buttar male, patti chiari:

chi vi ha aperto non si sa. (Va)

(Mentre Wilelm continua a dipingere, Ramon e Rosvita non si accorgono di essere in compagnia di altre presenze e di muoversi, in modo tanto garrulo, tra esse.

Il Coro, aggirandosi scomposto - a guizzi e a scatti - non farà neanche molta attenzione per evitare contatti con i due che, nel caso, non si renderanno conto di nulla.)

ROSVITA: Bene bene, sù al lavoro!

Guarda un po' tra quei cartoni mentre io scatto qualche foto.

RAMON: (Passando in rassegna le tele)

Mirabilie! Mirabilie!

(Accaldato) Dio, si afissia!

ROSVITA: (Porgendo la macchina fotografica)

Ora fanne a me con lui!

RAMON: (Scattando) Poi tu a me.

ROSVITA: Dopo le tele.

RAMON: Qui ce n'è da portar via...

lo so io con chi trattare...

ROSVITA: Ma ci pensi?... (A Wilelm) O maestro, ma ci pensa?...

(A Ramon) Zoticone... non m'hai ancora presentato!

RAMON: Già, perdoni... ma è talmente lo sconcerto:

qui da lei che è il notro culto!...

Beh, Ramon... Ramon Fidante... - ohi, come sudo! -

m'interesso di cementi, in più consocio

della 'Luger & Fidante'... costruzione dighe e porti.

Di sicuro ne è all'oscuro, ma noi siamo... noi saremmo...

ROSVITA: E sù diglielo, Ramon!...

Ah Maestro, senta senta...

WILELM: (Dal suo altrove)

Un trepestìo

come d'acqua ruscellante...

Ozio

che a me d'attorno spasimante tremula...

M: E' nulla e men che nulla...

Tutto ignora. Non badarci.

CORO: Tutto ignora. Non badarci.

(Wilelm continua a dipingere.)

RAMON: Sì, ecco, dunque noi saremmo... io sarei...

ROSVITA: Oè: noi! Noi!... Che sarebbe solo tu?...

RAMON: Beninteso: tutt'e due...

proprietari di ben cinque

sue opere, Maestro!...

ROSVITA: Cinque, cinque: dico cinque!

RAMON: Le regine

della nostra galleriola.

ROSVITA: Cioè sì avremmo pure un Rothko...

RAMON: Ma sentitela, sentitela!

Apre la bocca e le dà fiato!...

Va' a sapere, come niente

non si possono vedere.

ROSVITA: Oddio Gesù, può essere?...

RAMON: Tra colleghi, artisti poi...

ROSVITA: Figurarsi!

Tipico tuo sprizzar veleno.

RAMON: (Di nuovo a Wilelm) Fatto sta... - ma tu non scoppi? -che oggi siamo)

un po' nell'occhio del ciclone. Può capirlo:

retrospettive, personali, antologiche, manuali,

nonché archivi, cataloghi, dossier...

ROSVITA: Uh, non sa le Belle Arti!...

RAMON: Chi più ne ha, più ce ne metta!...

Quando, insomma, va a finire

che si ha in casa un dinosauro, e noi poi ne abbiamo cinque...

ROSVITA: Dinosauro... che espressioni!

RAMON: (A lei) M'ha capito, m'ha capito...

(A lui) non ti fanno respirare...

ROSVITA: E digli poi della tivvù! Non glielo dici?...

RAMON: Stavo giusto ad arrivarci.

(A lui) Son venuti anche per fare

un servizo in casa nostra. Poi i giornali... una follia...

Interviste, rèportages...

ROSVITA: Da non credere, mi creda!

RAMON: La sua vita e in più la storia

dello stato in cui si trova...e sì, diciamo, la vicenda

del processo di sua figlia... l'interesse

che è rinato oggi per lei

ci ha stravolto le giornate. SIAM FAMOSI. Ci ha sbalzato

sotto gli occhi della gente. Beh, era d'uopo, lo comprende,

il venirle a dire 'grazie'.

ROSVITA: Non fu facile davvero!

RAMON: Oh, davvero proprio no.

ROSVITA: Mi permette di toccarla!

RAMON: Ma Rosvita!

(A Wilelm) Amo stringere al più presto, perciò svelto le propongo:

ha da vendere? Son qui.

(Silenzio)

ROSVITA: Si sapeva che non parla.

RAMON: Già, non parla.

(Silenzio)

M: Ma a me sì che puoi sentire, vero, doctor?...

WILELM: Mi domando come io possa

non sentirti. Sei o non sei

il cuore stesso del mio essere distratto?...

Dunque sempre puoi sapermi

concentrato su di te.

M: Questa volta è un po' un peccato

la tua troppa distrazione. E' qui un teatrino

che t'avrebbe, mi sa tanto, sollazzato.

RAMON: Ride. Ridacchia.

Ridacchia e basta.

CORO: Tu gioca, tu gioca,

Siam dentro di te!

Dipana i tuoi rosa

sfilaccia gli azzurri...

Tu gioca, tu gioca,

siam dentro di te!

ROSVITA: (Al marito) Dài sù, riprovaci.

(Ramon tira fuori dalla tasca un gigantesco fazzolettone colorato e si deterge il sudore dal collo e dalla nuca con un gesto plateale. Quasi penetra sino al petto e alla schiena. Cerca una sedia che non c'è, poi riprende a parlare, mentre Wilelm continua a dipingere.)

RAMON: Dissanguato: di-ssa-ngua-to.

La parola esiste, tanto vale usarla.

Diassanguarmi ho dovuto - oh, che caldo! -

per riuscire a vederla. Esosissime cortine, esosissime,

la separano dal mondo; grazie a Dio

di discutibile morale - soffoco!

Beh, d'altronde

meglio così. Insomma,

caro amico, eccoci qui.

Bellissimo atelier, davvero!

(A lei) Mi sto sciogliendo

come burro sulla griglia...

cara, tu no?... Io sì.

ROSVITA: Credo sia più la luce

che faccia quest'effetto.

A chiuder gli occhi

si sente un po' di fresco.

(Fidante prova a chiudere gli occhi)

RAMON: Curiosamente è vero.

(A Wilelm) le duole se mi bendo usando il fularino?...

ROSVITA: Ramon, non è gentile.

RAMON: Ma almeno non stramazzo.

ROSVITA: Fossimo altrove

ma, dico, da un pittore...

RAMON: Guardi, così: lasciando

una certa fessurina...

Opere egrege!...

Non creda non le noti...

Oh, sia detto in un orecchio:

quell'infermiere, che Dio lo benedica,

i suoi affarucci li sa trattare eccome:

m'ha svuotato il portafoglio, ma fa nulla...

son le regole del gioco: lui conosce

il suo mestiere come io conosco il mio. Dimenticavo:

la mia signora! Sua grande estimatrice.

ROSVITA: (In estasi) O maestro... maestro...

WILELM: Che borborigmi mi fan blù blù d'attorno?...

Come liquame in bolle di vapore. Un altoforno

m'hanno messo per berretto!

ROSVITA: Trascendo... non so dirle... sì mi pare

che sia questa la parola: innanzi a tanto

ben di Dio dell'anima trascendo. Quasi parmi

di non toccare più la terra

coi piedini... levito, veleggio

tra nubi immacolate. Spasimo! COMPRENDO!

RAMON: La compatisca: esagera.

Oh, non nel senso, è ovvio,

che l'arte sua non meriti...

ROSVITA: Maestro, lo perdoni...

è un 'gaffeur' di prima forza.

RAMON: Certo, a non darmi

il tempo di spiegarmi!

ROSVITA: Se puoi non peggiorare

la situazione, idiota!

RAMON: Eh, la Madonna, càlmati...

ho un mio percorso logico.

ROSVITA: Non bestemmiare, stronzo!

RAMON: Che odo! Madama

Marchesa ha aperto bocca!

ROSVITA: Inutile che sfotti.

RAMON: Rosvita, per piacere!...

Ehm ehm... (A Wilelm) 'Un petit débat entre nous'...

questioni di famiglia... si diceva...

ROSVITA: E lèvati quel coso!

RAMON: Se cerchi un calcio in culo...

ROSVITA: Per me puoi accomodarti:

ho chiappe corazzate.

RAMON: Ti sembra sia il momento?

ROSVITA: Ma guardati allo specchio!

RAMON: Che specie di baldracca!

ROSVITA: Che frocio intemerato...

RAMON: Pattume d'angiporto!

ROSVITA: Patetico lenone! Paraninfo!

RAMON: Libellula d'accatto! Ciucciaverghe!

ROSVITA: Barbabietola cornuta! Rigattiere!

RAMON: Fervida troia, zinne

da vasellame, fica!

ROSVITA: Membro

insupponente, altero

sbatacchio, trepido

scroto alla riscossa, OH VIENI!

RAMON: Ah, capriola sì...

Dove tu vuoi MA SUBITO!

ROSVITA: Più di così non puossi!

RAMON: Lei capirà, maestro,

da mente illuminata... ebbene sì: è una rara

forma di malattia la nostra,

è un'obbrobriosa

ninfomania di coppia... ci perdoni!

ROSVITA: Ci coglie così ratta, e senza tregua

di tutto ci spossessa, ci stravolge!

RAMON: Oh, non si creda, no!,

che sia per noi un piacere MA DOBBIAMO!

ROSVITA: E magari potessimo, magari!,

non dovere ma dobbiamo!

RAMON: Quando ci piglia, subito

ubicumque ci pigli lì dobbiamo!

ROSVITA: E, dunque, in questo caso, che vergogna!,

è esattamente qui, QUI CHE DOBBIAMO!

RAMON: Vergogna, vergognissima

mortificante immensa...

ROSVITA: O strazio giubilante!

Necessità perversa!

RAMON: (A lei) Che dici, questa tela

sarà buon paravento?...

ROSVITA: Un'opera somma, dunque,

a farci da mezzana!

(A Wilelm) Vedrà, ci sbrigheremo

in men che non si dica.

RAMON: Poi, è inteso, si riprende

quel certo discorsetto

rimasto lì a metà.

(E si cacciano dietro una grande tela.)

M: Questo è il mondo! Questo è il mondo!

CORO: Ai suoi orrori non c'è fondo.

M: Sì, mio caro, il mondo è questo.

CORO: Perciò fuggilo, ma presto!

M: Non guardarlo né ascoltarlo

CORO: Più da saggi è abbandonarlo.

M: E ai suoi sguardi non mostrarti

CORO: Tu non sai cosa può farti!

M: In un battito di ciglia

ti riduce a una poltiglia

CORO: Se ti mischi è la rovina:

ogni sguardo è una rapina

M: Se ti sfiora appena appena...

CORO: Ma tu voltagli la schiena!

M: Con la pelle tua si veste.

CORO: Poi ti lascia nelle peste.

M e CORO: Questo è il mondo! Questo è il mondo!

Ai suoi orrori non c'è fondo.

Sì, mio caro, il mondo è questo

perciò fuggilo, ma presto!

WILELM: Mosche api in testa ho

che mi ballano il rondò...

insettucoli puntuti

mi dan guerra, il ciel m'aiuti!

Cosa attorno va accadendo

io davvero non lo intendo

ma che accada l'indicibile

parmi un fatto indiscutibile.

Dove sono? Nel bailamme

tra convolvoli di fiamme

ma non fuoco dignitoso

solo avvampo ignominioso

da burletta, un crepitìo,

un ronzante ciacolìo.

O dio mo, o no no no

meglio allora un gran falò...

mosche api in testa ho

che mi ballano il rondò.

M: Mosche api in testa hai

che ti danno solo guai!

(Entra l'infermiere. S'accorge dello stato di Wilelm.)

INFERMIERE: Come un pupo adesso frigna...

Che gli accade al poveraccio?...

(Da oltre la tela balza fuori, stravolto e rosso in faccia, Fidante.)

RAMON: Sovveniteci... soccorso!

INFERMIERE: Porca vacca, che succede?

RAMON: Qui, mia moglie... una mancamento!

INFERMIERE: Ma Dio buono, è seminuda!

RAMON: Beh sì... ehm... lei mi capisce...

fu per darle un poco d'aria...

INFERMIERE: Lo sapevo, lo sapevo...

Non dovevo darvi ascolto!

Se vien fuori l'antefatto

capirete, è un bel pasticcio.

RAMON: Altre volte è già successo

che mi andasse un po' in apnea,

mai però che si facesse

tanto viola com'è adesso.

INFERMIERE: Ché, 'ffanculo, non è sfera

di mia stretta competenza!

RAMON: Riprendesse a respirare...

INFERMIERE: Porca troia, questa crepa...

RAMON (A Wilelm, a bassa voce)

Le confesso: so cos'è.

In talune contingenze

con l'orgasmo in lei s'accende

come un lato un po' medianico.

INFERMIERE: Che farfuglia? Non capisco.

RAMON: Nulla nulla, ragguagliavo

qui il Maestro di che accade.

INFERMIERE: (A Ramon) Non la sente, lasci stare!

RAMON: (A Wilelm, c.s.) Ma stavolta è oltremisura!

M: Un contatto ora s'impone

come autentica intrusione.

(Nel frattempo, come una sonnambula, Rosvita comincia a sollevarsi con la schiena da terra, ma saranno solo M, il Coro e Wilelm ad accorgersene.)

WILELM: Quella donna... mi si accosta,

la intravedo... mi raggiunge...

CORO: Un contatto ora s'impone

come autentica intrusione.

INFERMIERE: Qui non basto! Vado e torno...

ci sarà chi ne capisce... (Va)

RAMON: Oh Rosvita... mia Rosvita...

Dì, mi ascolti?... Dì, mi senti?...

Come troppo t'ho percosso!

Come troppo ho esagerato!

(Rosvita adesso è in piedi, ma Ramon continua a piangerla come se fosse ancora sdraiata.

Rosvita si muove, lenta, in direzione di Wilelm.)

CORO: Oh sventura, eccola, no!

Ferma ferma!... Non venire!

WILELM: Cosa vuoi?... Non ti conosco.

M: Cosa vuoi?... Non ti conosco.

RAMON: (Prono presso un corpo che, dunque, non c'è)

Le tue labbra tremolanti...

I tuoi occhi come uova...

ROSVITA: (Dando la chiara sensazione di vedere, oltre Wilelm, anche M e il Coro)

Donde vengo e dove sto?...

Quanta gente attorno vedo...

CORO: Tutti noi... ci vede tutti!

WILELM: E a me vede come sono...

me mi vede più che nudo!

RAMON: (A Wilelm, che certo non stava ridendo)

Lei non rida, per piacere!

Quel suo ridere è un insulto.

ROSVITA: (A Wilelm) Io la vedo che non ride...

RAMON: (c.s.) O Rosvita... dì qualcosa!

ROSVITA: (A Wilelm) La sua maschera individuo.

WILELM: Son raggiunto, perlustrato...

Dalla tana mia stanato,

dal mio intimo scalzato

nelle viscere violato...

(Rosvita gli si fa avanti protendendo una mano, come per andare a sfiorargli il viso.)

M: Giù le zampe... via di qui...

RAMON: (Scuotendo un fantomatico involucro d'aria)

Niente, un sasso! Non reagisce...

ROSVITA: Chiedo solo una carezza...

Non d'averla ma di darla...

(E avanza d'un passo ancora.

Sino a raggiungere con la punta delle dita la guancia di Wilelm.

Urla del Coro, di Wilelm e di M, come se tutti, all'unisono, fossero stati sfiorati da una medusa.)

M: Collisione perniciosa

tra universi svincolati!...

ROSVITA: Non s'inalberi, signore...

Ben trovato. Ben trovati.

RAMON: (Tuttora genuflesso a prendersi cura di un corpo inesistente.)

Com'è vero! Il troppo stroppia.

CORO: Pure noi... ci vede tutti!

M: Me mi vede! Te ti vede!

CORO: Noi ci sente! Voi vi sente!

RAMON: (c.s.) Ma è da te che è cominciata...

sempre tu la dissennata!

WILELM: (Tentando di fuggirla)

S'avventura... non si frena...

quel suo riso, Dio che pena!

ROSVITA: Non è il mio: che in me lei vede

quel che mostra a chi le chiede.

M: Vade retro. E' zona 'off limits'!

WILELM: Qui mi porta strani climi.

ROSVITA: Io le porto solo me.

RAMON: (Mettendosi le mani nei capelli)

Ecco, è morta! Più non c'è.

ROSVITA: la mia carne liquefatta

come ghiaccio è svaporata,

su altitudini piovuta

dove in ghiaccio s'è rifatta.

M: Non è scusa sufficiente!

CORO: Noi ci vede! Noi ci sente!

ROSVITA: Non è scusa: è spiegazione.

CORO: Perniciosa collisione.

RAMON: Ora vedovo che fo?

Chiamo, fuggo oppure sto?

Fuggo, è meglio, va spiegarla

che un amplesso fu a troncarla.

(Scappa)

M: Mi ritraggo, annichilisco.

CORO: Pure noi! Qui non si può.

M: Tutto ciò non lo capisco.

CORO: Restar soli? Grazie, no.

(M e il Coro scompaiono.)

WILELM: Dunque, allora?...

ROSVITA: Non c'è dunque, non c'è allora.

WILELM: Mi perdoni, ho un po' in disuso

il parlare a tu per tu.

ROSVITA: (Con l'aria di una che stia per predire il futuro)

Vedo vedo...

un crepuscolo tremendo... vedo vedo...

che chiudendosi va il cerchio, che una donna

aurea, calda

sta per lei precipitando. Nelle antiche

storie tragiche un po' ha nome... Ifigenia.

WILELM: Ifigenia?

ROSVITA: Proprio dietro quei medesimi velari...

WILELM: Che velari?

ROSVITA: Dove io con mio marito... ah, ma è vero,

non mi vide, non lo sa.

Quel che dico glielo dico

ripetendo a pappagallo, come fosse

niente più che un'ambasciata. Dunque, ascolti:

chi si dona in sacrificio, non è lui il sacrificato...

e chi sembra stia colpendo,

contro sé dirige il colpo.

Vola il fato,

è un aquilotto,

e il capretto che trascina

non si libra, come crede, solitario nel suo balzo...

è un artiglio che lo porta, egli ne avverte

l'unghia dura nel costato. Non la vede, allora pensa:

cos'è mai questo dolore? Perché faccio quel che faccio?...

Si solleva, si solleva...

ma padrone

lui non è di tanto vuoto.

WILELM: Cioè, un istante!...

Lei che viene

sproloquiando a pappagallo d'aquilotti e di capretti

in sostanza chi sarebbe?... Una maga, una veggente...

ROSVITA: Mi deprezza, ma fa male.

M'ha fornito la natura di una dote un po' indecente:

per trasporti vaginali, e se eccitata

da contesti singolari, può accadermi

d'esser presa da improvvise trascendenze.

Infrequenti, ma potenti.

Mai, comunque, come questa.

Lei davvero è bene al fondo

di una qualche dimensione che le tenebre non sanno...

E vi si trova, altro che storie!,

di sua propria volontà.

La giustifica l'enorme

messe d'opere / che qui vedo a contornarla.

M'ha estasiato la sua arte,

ciò per cui ho trasumanato.

WILELM: Come ha detto? Ha detto: arte?...

Ah, in che rospo

si trasforma la parola in bocca vostra!

In che sudicia libidine

da succhiare come polpa dalle croste! Dice: arte!...

Mucillagine senz'ossa. Mi fa orrore.

La conosco la sua razza: ne venivano

pilotate a mandrie un tempo. VENIVATE. Diligenti appuntavate

'espertise' da sottoporre

a mariti facoltosi. I veri numi

del mercato voi eravate. Siete voi. Musei... bleah!...

Come templi in abbandono... no, i sacrari

di quell'arte che, già antica, è pur l'arte del mio tempo

sono stati i vostri cessi. Sono stati e sono ancora.

Sì, anche pure le terrazze e le camere da letto, ma il sublime

del sublime sta nei cessi.

Chi di noi vuole sapere - chi DI ME

vuole sapere - ha da cacare in casa vostra. Vi ricordo

fibrillanti a vaccheggiare, sulle soglie del pensiero, inumidite, invereconde...)

Ne ho scopate a mazzi e a mucchi

di virago come lei.

Perciò è grazie ai suoi pruriti, posso assumerla a modello?,

che ho vissuto la mia vita. Ma ho ricordi clandestini.

Oggigiorno sono a bordo,

per inediti naufragi, d'altre navi, d'altri scafi.

Non si provi a sindacare sui meandri dei miei giorni.

Via di qui! Mi lasci stare!

ROSVITA: Tutto vero:

sono quella che ha descritto.

Ma lei sa di che ho parlato?...

WILELM: D'un processo.

Se ne scrive, se ne legge.

Beh, con questo?...

Dice cose sovrumane

come un Giove recitato da un attore scalcagnato.

ROSVITA: Sarà vero, tutto vero...

ma pur vero

il mio sdilinquere davvero

per quest'arte - mi perdoni

se non trovo altre parole - che è ciò in cui si esprime lei...

che all'estremo mi costerna

e che ancora, ancora, oh sì,

a un gran climax... OH... OH... solitario mi conduce...

Certo, è un male...AH... AH... ma anche immensa devozione...

OH... OH...

WILELM: Per carità, per carità, ritorni / là nel suo altrove, presto!

(Dal fondo o da qualche altro angolo ricompare M per controllare la situazione.)

M: Insomma allora?... Di cacciarla non c'è verso?...

CORO: (A M, senza mostrarsi)

Che succede?... Si può uscire o ancora no...?

M: No, via via... di nuovo giù!

(E scompare nuovamente.)

ROSVITA: Rifluisco... rifluisco...

mi reintrego, tranquilli...

Ah, volerne... ah, volerne a sazietà...

tu sei stato e resterai

il desiderio mio supremo... OH... OH... OH...

E la brama mia più calda, più totale ed esaustiva...

AH...A H... AH...

tuttavia, purtuttavia ti dico...

è un gran falso il tuo processo:

colei che non lo vuole, sembra colei che vuole...

WILELM: Perché dici 'colei'?...

ROSVITA: Mentre invece... OH... OH... OH...

chi temerlo dovrebbe se lo auspica

e... OOOH.... dicendo... AAAAAH..... di non volere vuole.

WILELM: Perché 'colei'?

ROSVITA: Contraddizione è il nome

di ciò che ti governa.

W: Banalissimi pensieri. Psicanalisi d'accatto.

Chiunque dentro / di sé porta segreti

che, a scoperchiarli, olezzano

di delitti madornali.

ROSVITA: OH... AH... non delitti

segreti avverto, MA FUTURI... Ah... AH... AH...

WILELM: Troppe allusioni azzerano il discorso.

Non m'inganni.

ROSVITA: Inganno è il tuo eroismo...

vedo vedo...

che in te il tragico

non è solo grandezza...

OH... OH... OH...

WILELM: Strega di Machbet, vattene!...

(Chiamando) Mefisto, che significa?...

M: (FC) Così non mai chiamarmi?...

WILELM: MEFISTO, CHE SIGNIFICA?

M: (FC) Dipingi, sei inondato!...

Di qui noi t'insuffliamo; dài, dipingi!

WILELM: (Piegandosi su una tela)

Nei polsi, sì, la febbre

più tumultuosa scorre...

(E comincerà a dipingere)


ROSVITA: (All'acme) Questo questo...

sì il massimo di te...

OH... mentre me ne vengo... OH...

e ancora siamo soli... AH...

una foto, una... (scatta) O sì, che meraviglia...

di te splendido così! Addio

amor mio, inseminatore

delle carni mie, sconquasso

del mio cervello, addio... OH... OH... OH... OH...

(E si riadagia lì dove già si trovava sdraiata in precedenza.

Per alcuni secondi il suo corpo è ancora scosso da convulsioni,

poi, infine, si calma.

Ricompare M che, rassicurato, può chiamare il Coro.)

M: E' andata... rimontate...

CORO: (Riapparendo)

Nascondersi è la pessima

tra tutte le fatiche.

M: Spero che non troppo, Wilelm,

tante scocchezze t'abbiano distratto...

WILELM: (Dipingendo) Mefisto, che significa?

M: Molto t'ha scosso.

CORO: Molto ci ha scosso.

M: Molto m'ha scosso.

Non so che dici, non so che ha detto. A tempo e a luogo

si parlerà di tutto.

WILELM: Che il tragico in me

non è solo grandezza.

CORO: A tempo e a luogo

si parlerà di tutto.

(Rientra l'infermiere con un sacco. Va presso la donna.)

INFERMIERE : (Voltandosi indietro, rivolgendosi ad altri)

Ebbè, perché non entra?...

Se fa senso a lei, può figurarsi a me...

(Compare Ramon. Terreo.)

RAMON: Oh miseria... miseria umana... misero me...

INFERMIERE: Ci metta pure il sottoscritto.

RAMON: Sì, la debbo ringraziare...

qui lasciarla... abbandonarla... che bastardo scellerato!

INFERMIERE: Se credeva di mollarmi

culo a mollo si sbagliava.

Ma ora presto, impacchettiamola...

RAMON: O Rosvita... mia Rosvita...

sì lo ammetto è un po' brutale

questo modo di esumarti...

INFERMIERE: (Cominciando a trafficare con il corpo esanime della donna)

Tenga il sacco, che io la prendo dal davanti.

RAMON: E lei dice in bagagliaio

può entrar bene?... Per me è piccolo, non so.

INFERMIERE: Ce ne mette pure due. Sù, alla svelta!

ROSVITA: Ohimè... ohimè...

INFERMIERE: Chi bofonchia?

RAMON: Io no, lo giuro...

ROSVITA: Mi sollevo, mi riprendo...

INFERMIERE: (Facendo un gran balzo all'indietro)

Il cadavere... è tremendo!

RAMON: Oh, ma dunque... ma tu, allora...

INFERMIERE: Chi è che geme è la signora!

ROSVITA: Mio Ramon, dov'è che stai?...

RAMON: Passerotta, parla, dài!

ROSVITA: Non ricordo... cosa fu?

RAMON: Due colpetti e andasti giù...

ROSVITA: Che disagio, che imbarazzo...

RAMON: Non dosammo lo strapazzo.

INFERMIERE: Qui non voglio più vedervi!

Non si gioca coi miei nervi!

RAMON: Oh, mai istante più beato

fu dai cieli a me donato.

INFERMIERE: Via di qui, porci maiali!

ROSVITA: Dio, che epiteti triviali...

INFERMIERE: Lo vedete questo pugno?...

Vi ci spacco a entrambi il grugno!

(E li caccia quasi a pedate.

Via i tre con gran schiamazzo.)

CORO: Pace pace è ritornata...

ma a che prezzo s'è pagata.

M: Non parlate come quelli!

Non parlate come quelli!

CORO: Mentre tu perché che fai?

Mentre tu perché che fai?...

WILELM: AAAAAAH....

Che vuol dire, Mefisto? Che vuol dire?

M: (Al Coro) Solo con lui... lasciatemi

solo con lui! Lasciatelo!

CORO: No, se ci vuole:

a dirlo sia lui!

Diccelo! Diglielo!

Wilelm, lo vuoi?...

WILELM: Se restate è per dire... per fare.

Da chiunque ho bisogno, tra voi, di risposte.

M: E allora ti sbagli.

Il Coro, mi spiace,

ma mai né poi mai

decide o risolve.

(Al Coro) Rimanete, comunque...

se volete, se vuole.

(A Wilelm) Il Coro, mio caro, è creatura di mezzo.

Che insuffla; che al massimo

ispira e consiglia ma mai

determina o agisce.

WILELM: Se tu qui sei Coro, allora tu menti.

M: Ne sono, lo ammetto, una parte.

Diciamo un po' il 'leader'.

WILELM: E allora tu menti.

M: Io? Perché?

WILELM: Non sei stato tu a vendermi, serpe,

questa odiosa devianza dal mondo?

M: A suggerire, non vendere.

WILELM: Tu: per filo e per segno.

Scivolato, con ingegno

di volpe, nei recessi

dell'anima. Tu

che m'hai detto: se lo vuoi

sarà tua figlia poi

a tradurre in evidenza

il quanto pattuito.

E allora? Tua non fu

l'idea e, nell'idea,

non fu tua la richiesta?....

M: Suggerimento, suggerimento.

WILELM: Obbligo

che m'ha spinto A FARMI IDIOTA e che ha ridotto

mia figlia a tuo strumento.

M: Vaniloquio generato

da chissà che vaniloqui.

WILELM: Li hai origliati?

M: Neanche un po'.

WILELM: Quella donna ha profetato

comprensibili visioni.

L'ho scacciata com'è logico si scacci

chi non possiamo sopportare POICHE' CI FA CAPIRE.

Ma il senso delle cose, nudo e crudo,

non in criptici messaggi mi ha lasciato a suo ricordo.

Al valico m'aspettano

tragedie non gloriose. E per mia figlia

una beffa perversa si prepara. Dunque, dimmelo:

lo volle o non lo volle

ciò per cui di lei si sparla? La vittoria

che tanto la fa ricca, ma dinanzi

agli Dei disonorata?...

M: Tua figlia ha scelto,

te lo scandisco, LIBERAMENTE.

WILELM: Rovesciata come un guanto da una ridda

di sortilegi: L'HO SAPUTO.

D'altronde, poi, basta guardare

le cose bene in faccia. Non so come

tu abbia fatto ma l'hai fatto.

M: Magari le è bastato

di guardare te, Wilelm, bene in faccia.

WILELM: Ma di dove scaturito, da che attimo

periferico alla vita e alla ragione, sei mai stato

tu baro sciagurato, imbroglione da due soldi?!

M: Io - noi

che fui e che fummo messi

al tuo servizio, tuoi colori,

tue tele, tuoi pennelli,

ci limitammo alla proposta per necessaria conseguenza

commentando e pedinando negli anni la tua vita.

Non abbiamo fatto altro che esternare un desiderio

scaturito da te stesso.

Se ti guardi bene dentro dovrai ammettere è così.

WILELM: (Tormentandosi)

Come un cane... con zampe

affannose di cane

raspo dentro di me, come un cane

che raspi la terra facendo

del buco in se stesso la preda. Raspando

alla caccia non so di che cosa...

Solo zolle strappate alle zolle

è il risultato del mio ossesso raspare.

M: Più ti sforzi, più t'accechi. LEGGERMENTE

in te affonda lo sguardo e, non smanioso,

abbandonati al paesaggio

delle antiche tue passioni chiamandole per nome.

Di me infine capirai

chi sono e quanto poco una scoria in disaccordo

con le linfe tue vitali. Quanto poco

un intruso tra ciò che ti concerne.

CORO: Desiderio desiderio desiderio

straziante desiderio

urlante incistato febbrile desiderio...

WILELM: D'essere? D'avere? Di che

desiderio?... O forse sì... di un fare, di un agire

in cui l'avere e l'essere fossero congiunti...

di un dare, di un produrre

come mai se ne conobbe

tra gli uomini l'eguale!

Vero è che questo l'ho conosciuto eccome.

E tu questo esaudiresti? Per questo tu sei qui?

Ma come dire

che sia poi il più lancinante?... Ciò per cui

baratterei ogni cosa...

Perché non mi rispondi?... Vitrei

rimandano i tuoi globi / riflessi come ghigni e sono la risposta!

Aaaaaah..... Aaaaaah.... Aaaaaaaaaah

GIA' L'HO FATTO! GIA' L'HO FATTO! IL BARATTO E' GIA' COMPIUTO!

Ratificato è il mondo, creato il tribunale...

la mia parola è data. Ciò che sta per investirmi

altro non è che gioia, e la suprema

da me bramata! Stupenda congiunzione

tra un uomo e la sua idea,

tra un uomo e il suo destino.

QUEL CHE HO FATTO

LO RIFAREI DI NUOVO!

Ma ora basta! Da ora in poi

di quanto ho in me ho rivisto

più non voglio ricordarmene, mai più!

Godimento e cecità

residuino in me e non altro.

L'opera

mi ingloba e mi risolve.

Né altro, forse, è da chiedere all'azione

se non il suo prodursi.

(Va alle sue tele e ai suoi colori.
M e il Coro rifluiscono nei recessi dello spazio.

Piove una luce torrida.

Wilelm dipinge, dipinge, dipinge.)

TERZA PARTE (Primo pomeriggio)

(Il massimo splendore è ormai passato. Ma non il caldo.

Wilelm è seduto per terra, al centro della scena, tra i suoi barattoli e le sue tele.

Soffia, stonatamente, nella tromba lasciata lì dall'amico prima che questi venisse buttato fuori dall'infermiere.

Dallo strumento escono stridii feroci, gemiti irrisori, ma anche richiami lanciati nel deserto.)

WILELM: L'epoca tuona

(Soffia)

guantata di silenzi, ma chi ha orecchie

carico si fa della sordità degli altri.

(Soffia)

L'epoca tuona.

Tu suona.

(Soffia due volte)

L'epoca stride.

E qui si ride.

(Soffia)

L'epoca strepita, l'epoca geme.

(Soffia tre, quattro volte)

Io in essa voglio stare.

Non di là dal cataclisma ma vivo in tanta

pur mia dissipazione.

(Soffia)

Va scoccando

il dodicesimo mese dell'anno

(Soffia)

ovverosia il decennio

ovvero il secolo e il millennio.

Così il giorno al tramonto

deglutisce epopee. Ingurgita appelli

di nomi che furono

(Soffia funebremente)

gli amici che ebbi. Li mette in bacheca, sotto un gelido neon.

(Entra Goldenberg, gallerista da strapazzo. Si sofferma appena oltre la soglia. Ha tra le mani un foglio di carta, lo controlla e lo ripone nella tasca interna della giacca.

Guarda Wilelm, si guarda intorno, guarda l'ora.

Tutto ciò mentre Wilelm continua a parlare. E a soffiare.)

WILELM: Varrà dunque la pena

di sprizzare saliva in te, lucido ordigno? Per me dico di sì.

(Soffia festosamente)

Ah, che uomo

maledettamente disinteressato, se uomo sono, mi sono fatto!

(Soffia ancora più festosamente)

E tu, altro tu... cornuto d'un coro cornuto, taci!

Taci, o il tuo sogno rovino.

(Soffia imperiosamente. Poi ostentando lo strumento)

Questo demone è mio. E' qui per me. Non t'è padrone né servo.

(Alla tromba) Il cagnaccio è alle corde. Dài, suona.

(Soffia sfrontatamente.

Poi tace.

Ascolta il silenzio attorno.)

I miei ordini, vedo, finalmente hanno udienza.

Dunque, OMBRE,

davvero non ci siete...

davvero siete solo

di me una lugubre espansione, e tu, coreuta

serpentino, miserabile espulsione

di un mio alito infelice.

(Soffia seccamente)

I muri vi risucchiano

e i muri vi disegnano

come umidi fiori: un nonnulla che un conato

di vernice fa sparire.

(Soffia)

FATEMI SPAZIO! FATEMI LARGO!

Se solo come sono, ne ho più bisogno ancora.

Senza amici e genitori,

senza figli né compagni

tra i disastri a me basta prosciugarmi.

(Soffia sfiatatamente)

(Entra Krikstein. Rapido sguardo di saluto ma non d'intesa con Goldenberg. Krikstein si caccia un portafogli che aveva tra le mani nella tasca posteriore dei pantaloni. C'è da suppore che abbia appena placato l'ingordigia dell'infermiere.

Sembra non badare affatto a Wilelm; si mette a sbirciare per lo studio buttando l'occhio ovunque. Anche toccando. Anche spostando.)

WILELM: Forse io sono

QUALSIASI UOMO AL MONDO

che in questo istante al ciglio

d'un continente epocale guarda oltre

l'emisfero del suo tempo, verso i ghiacci senza data...

Io vichingo che ho di fronte

una plaga immacolata, un vuoto foglio

interminato, un calendario

disertato da ogni cifra in cui svaporo.

(Soffia.

Una pausa e soffia ancora)

Sono come il cavaliere che sul lago di Costanza

va ignorando che è una patina di gelo a sostenerlo.

E arrivato all'altra costa una vecchia mi dirà:

"Dal coacervo delle acque,

dove draghi si impastano agli abissi,

solo il velo della brina ti ha salvato."

Io, però, non ne morrò dallo spavento.

Finché l'acqua rappresa mi sostiene

vado avanti. Più tenace di un coagulo di sangue

sarà il piede messo in marcia, sarà il suolo su cui pesta.

Sgomberata è la mia testa dal nugolo degli anni

presi al laccio dal secolo che sgancio alle mie spalle!

(Soffia rabbiosamente)

Così voglio, così è...

(Soffia rabbiosamente)

Né m'importa né m'importa cos'è stato a consentirlo...

Suona, ladrone, ti porto in paradiso!

(Soffia)

Valica, amico, con me il confine!

Vieni e spargi

con me semenze...

(Soffia)

con me scemenze...

(Soffia)

Sospingi gli alfabeti a cui vita abbiamo dato

aldilà della frontiera, colà dove

l'infanzia è tutto, DOVE L'INFANZIA E' UN'ERA!

(Soffia energicamente. Una pausa,

poi soffia dolentemente.)

(Entra Morganti, direttore di un museo. Porta con sé un pomposo rotolo di pergamena fermato da una piccola coccarda, oltre a un fascicoletto di carte.

Krikstein neanche lo nota; Golbenberg, ricambiato, lo saluta. I due si scambiano qualche impercettibie battuta a bassissima voce. Entrambi guardano l'ora per controllare gli orologi.)

WILELM: (Continuando l'azione precedente, reclina su se stesso)

Stupido!... Stupido!...

Diversamente da come quelli credono, ma stupido...

(Soffia)

Non ti morde già la fronte la corona

che ti decreta, DI QUESTA SPECIE, l'ultimo?...

E non gran titolo ti sembra?...

Da tanto abdicheresti

per titolarti PRIMO?...

(Soffia sfiatatamente)

La tua culla è dove il cerchio

si conclude e non dove rinizia. Figlio nato

a regolare il tramonto e non l'aurora...

(Un tempo)

Dio... Sant'Iddio...

che lacrime retoriche...

Che enfatico cipiglio!...

Mi sforzo in gemiti

che dentro non mi sento...

E di che blatero

se in fondo al cuore esulto?

(Soffia sfrenatamente)

SUONA! SUONA! SUONA!

L'EPOCA TUONA

(Soffia ancora)

L'EPOCA STRIDE

E QUI SI RIDE! E QUI SI RIDE!

(Soffia drammaticamente, sfrenatamente e beffardamente al tempo stesso. Un pagliaccio.)

(Fa il suo ingresso Masuelli, il giornalista-biografo. Entra a passo svelto. Perde delle banconote dietro di sé... scivolate, evidentemente, mentre le stava rimettendo via. Morganti glielo fa notare. L'altro torna sui suoi passi e si china a raccogliere. Ringrazia.

Stavolta Krikstein, che è finito al capo opposto dello spazio, s'accorge del nuovo arrivato; raggiunto da un cenno del capo non può non rispondere.

Dopo alcuni istanti anche Masuelli, Goldenberg e Morganti cominceranno, sull'esempio di Krikstein, a perlustrare lo spazio.)

(Wilelm ancora soffia. Avanza M)

M: Wilelm sorridi... sorridi alla tua sorte:

è il destino, il destino da te effettuato.

Quel che volevi è. Quel che volevi

t'entra in casa, come fiamma

dalla finestra. Sei tu la casa. S'avviluppa

attorno alle tue carni; s'abbarbica alle ossa, ricama coi tuoi nervi,

fa con essi

viticchi inestricabili di trecce. E ti lamenti?

Quel che volevi

spadroneggia alla mensa dei tuoi giorni.

S'abbandona, per consistere, a razzie

che senza prevedere hai consentito. Ora d'attorno

alla tua anima, che è un tronco

sul quale la beatitudine fiorisce, un popolo precipita.

WILELM: Che popolo?

Non ho seguito di popoli.

M: (Accennando ai visitatori)

I figli tuoi diseredati.

Non li vedi brancolanti?... Non li vedi

come allungano il muso nella macchia

per fiutare un tuo residuo, un rimasuglio?...

E si guatano sospetti; si sanno lì sull'argine

di un vuoto miserando; premurosi

di tacere ogni commento, reverenti

come presso un catafalco.

WILELM: Non li vedo, non li sento.

M: Già, è evidente.

Per te questo si dipana: L'EGOISMO

DELL'ESSERE DISTANTE.

WILELM: Ora sei tu, ora sei tu che ridi.

M: Ma solo tu lo sai.

Ed ogni mia risata

ti si fa maschera sul viso.

(Wilelm soffia, soffia, soffia.)

GOLDENBERG : Vecchi amici anche voi del qui presente?

MASUELLI: Per certi versi, e lei?

GOLDENBERG : Dire d'antica data è forse esagerato,

ma diciamo che fra noi c'è un buon rapporto.

Brian Goldenberg , gallerista! Suo fiduciario qui in città.

MORGANTI: Ah!

MASUELLI: Mi rallegro, ottimo e abbondante.

GOLDENBERG : Non c'è di che, s'immagini!

MASUELLI: Masuelli, piacere. Se colleghi d'amicizia...

MORGANTI: Penosissima amicizia. Joe Morganti.

GOLDENBERG : Dolente, dolentissima.

MORGANTI: Io, per contro, invece sono

nelle strutture pubbliche: Musei.

GOLDENBERG: Beh, dunque, una qualche colleganza...

MORGANTI: Non fosse che voi vendete e noi compriamo.

GOLDENBERG : Nati appunto per intenderci. (A Masuelli) E lei pure?...

MASUELLI: Ah, no: io esulo dal ramo. Scrivo.

GOLDENBERG: Scrive?

MASUELLI: Già.

GOLDENBERG: Ah!

MORGANTI: Ah!

MASUELLI: Eh.

(Wilelm, quasi a commento di questo dialoghetto, soffia.)

GOLDENBERG : Sarà, chissà, accaduto

di esserci già visti.

MASUELLI: Sarà, chissà.

MORGANTI: Chissà.

GOLDENBERG : Ah!

MORGANTI: Ah!

MASUELLI: Eh.

(Wilelm soffia.)

GOLDENBERG : (Accennando a Krikstein) A me, non vorrei dire,

ma quello pare di conoscerlo.

MASUELLI: Bella forza, è Krikstein: il postrevisionista.

GOLDENBERG : Ullallà.

MORGANTI: Ah!

GOLDENBERG : Ah!

MASUELLI: Eh.

(Wilelm soffia.)

GOLDENBERG : Con tutto il rispetto, sapete che vi dico?...

MASUELLI: No, ci dica.

GOLDENBERG : Mi sento compassato nel dare a voi del lei.

Vi infastidisce il tu?

MORGANTI: Per me, come ti pare.

GOLDENBERG : A lei le va?

MASUELLI: Mi va, mi va.

MORGANTI: Ah!

GOLDENBERG : Ah!

MASUELLI: Eh.

(Wilelm soffia.)

GOLDENBERG : Certo, che cruccio.

Non posso darmi pace.

Assistere impotenti a tanto sbando!

MASUELLI: Un osso da spolpare.

Ecco cos'è oramai.

MORGANTI: Ben detto.

GOLDENBERG: Più che ben detto.

MASUELLI: Cosa detta...

GOLDENBERG : Capo ha.

MORGANTI: Ah!

GOLDENBERG: Ah!

MASUELLI: Eh.

(Wilelm soffia.

Krikstein, a passo svelto, si unisce infine al gruppetto attaccando, quasi imprevedutamente, a parlare.)

KRIKSTEIN: Bando agli scrupoli!...

Facciamogli i conti in tasca, è necessario.

GOLDENBERG : Facciamogli o facciamole?

MORGANTI: Dice alla figlia?

GOLDENBERG: A chi sennò?

KRIKSTEIN: Facendoli oggi a lui

è come farli a lei domani. Nel caso, ovvio,

in cui le dica bene.

MASUELLI: La vede ancora incerta?

La sua, intendo, di lei vittoria?

KRIKSTEIN: Probabile ma incerta.

MORGANTI: Per quanto abbia trescato

con astuzie sopraffine.

GOLDENBERG: Se sa qualcosa, sù, la dica!

MORGANTI: Corre voce

di maneggi da provetta...

GOLDENBERG: Che vuol dire 'da provetta'?

MORGANTI: E mi lasci terminare! Da provetta Mazarino,

proprio lei che aveva fama

d'un implume sprovveduta...

MASUELLI: Mentre adesso d'improvviso...

GOLDENBERG: Zanne e grinfie!

MORGANTI: E con che lucida

visione delle cose sa entrare nella disputa!

E con che scienza

sa mischiare i suoi slanci di passione agli argomenti

più ferrei ed impietosi.

GOLDENBERG: Già, ho sentito, come no!...

MORGANTI: Cos'ha ha sentito?

GOLDENBERG : Che nemmeno il suo Avvocato la pareggia

nel dar forma e vigore ai resoconti

del calvario di famiglia.

MASUELLI: E poi, per paradosso, chi può dire

che s'avverta del malanimo? Nessuno.

GOLDENBERG: Ha conquistato

l'intero tribunale.

MORGANTI: Per dir meglio: soggiogato.

MASUELLI: Boh, misteri

della psiche. Io per me non mi pronuncio.

KRIKSTEIN : Quel che sia, tornando a noi.

Io mi preoccupo per quanto

può finire all'abbandono. L'ingordigia

potrà essere letale. Qui ci vuole chi si curi

dell'intero patrimonio non per sé ma per il bene

di noi tutti. Ciò che rischia

di finirle tra mani è un impero che stordisce.

Solo un Rembrandt, l'altro ieri,

fu battuto a poco più di una sua tela. L'una e l'altra, per inciso,

finiti a un giapponese. Jasper Jones, la metà della metà...

Frank Stella poco più della metà, e a distanze siderali

Jackson Pollok, Dubuffet e Morandi.

MORGANTI: E senza poi contare

che il nostro Wilelm è una macchina in funzione.

KRIKSTEIN: Al meglio di sé, direi.

MASUELLI: E lei su tutto avrebbe,

davesse averla vinta,

diritto di gestione senza riserve in toto?

KRIKSTEIN: La proprietà assoluta.

I soldi son potere ed il potere un'arma...

ora essendo lui ridotto in questo stato

sarebbe quasi come un ragazzino

armato sino ai denti: è questo il succo

del reclamo che ha avanzato la fanciulla.

MASUELLI: Ma voialtri, fatemi capire,

parteggiate per chi? Per lei o per lui?

GOLDENBERG: Per lui, ma mille volte.

MASUELLI: Certo, che quella un po' carogna...

MORGANTI: Per vero dire, in parte

quanto lei dice ha un senso.

KRIKSTEIN: C'è ben altro, ben altro...

uno scialo terribile è qui in gioco.

(Wilelm ancora soffia. Avanza il Coro. Quasi una danza.

Wilelm soffia, soffia, soffia.)

CORO: Ancora vedi ancora vedi

ancora vedi non è deciso.

M: Cosa vuoi, cosa vuoi

che reciti il verdetto?

Se è quel che pur io voglio,

quel che tu vuoi avrai.

CORO: Dementi e fecondi

imprescindibili saremo.

M: Tu sei il tuo secolo, in te

s'incarnerà il tuo secolo. Tu

con lui sarai, sarete.

Con lui sarai, saremo.

CORO: Oh, Doctor, dì di sì!

Dì di sì! Di di sì! Di di sì!

WILELM: E tu perché lo vuoi

questo mio sì, Mefisto?

M: Com'è che m'hai chiamato?

WILELM: Per l'appunto con un nome che non hai.

Mefistofele non sei.

M: Già te l'ho detto: non chiamarmi

così mai più! Mai più! Mai più!

WILELM: ...Se tu lo fossi, infatti,

un'intera teologia starebbe a dire

il perché del tuo inesausto prodigarti. Ma così

CHE VUOI DA ME?

E quello che tu vuoi perché lo vuoi?

Hai un inferno

al quale guadagnarmi?

Un tornaconto metafisico o che cosa?

M.: AGNIZIONE. CADUTA DELLE MASCHERE.

denudamento inverecondo: io...

un muscolo sono

del tuo avambraccio, Wilelm...

WILELM: Cos'è che sei?

M: Particola di te. Esattamente.

Non fuori di te, ma in te.

Capomastro

della tua officina.

Inglomerati

strumenti di lavoro, utensili sciacquati

in botti di tinture.

Ciò, insomma, che nascendo

fuori di te trovasti

e che, permeabile facendoti,

tanto ciclicamente

quanto implacabilmente in te assorbisti.

(Per tutta risposta Wilelm soffia nella sua tromba.)

GOLDENBERG: (Guardando l'ora)

Il problema però è che io

dovrei pure parlargli.

MORGANTI: Anch'io!

MASUELLI: Pur io!

KRIKSTEIN: NON IO.

M: ...Noi quella parte siamo

che al mondo hai rapinato.
Trangugiata. Assimilata.

WILELM: Tu me saresti?... ME?...

M: Come il bolo digerito...

come il bulbo è il suo capello...

WILELM: Ma utensili sciacquati, così hai detto...

e botti di tinture...

e forse allora

perché non tele e tavolozze?...

M: Perché no, sicuro?!....

WILELM: Tutte cose che sommate

si riducono al dipingere.

M: Nel caso in causa, al tuo dipingere e solamente al tuo.

WILELM: E tu, dunque, me saresti in quanto

saresti il mio dipingere?...

M: Io non solo, guarda:

i tuoi colori a farti qui da corte, a farti qui da coro!

CORO: Demente! Demente!

fattelo dire e perditi in me.

Demente! Demente!

fattelo dire e perditi in noi.

(Wilelm ride. Poi soffia. E lo fa in faccia a M. Lo fa più volte.

Ride ancora. Poi va a soffiare in faccia al Coro. Sempre ridendo.)

GOLDENBERG: Quasi quasi io ci provo.

MASUELLI: Se credi sia il momento...

GOLDENBERG: Soprassiedo?...

MASUELLI: Soprsassiedi.

MORGANTI: Oh, sia chiaro, dopo di lui sto io.

WILELM: (Ghignando)

I miei colori!... Ma sentite! I miei colori...

Patetico! Patetici!

(Soffia)

Strano pathos... invero strano pathos

in cose che AL MONDO

DELLE COSE pensavo appartenessero!

M: (Quasi spingendo il Coro una danza barbara)

Se noi siamo la tua arte, E NOI LO SIAMO,

non macchiarci con burlette, non ridurci a vilipesi

virtuosismi strascinati in borbottii di poco conto, in quel costume

tanto in voga ultimamente di svilire nel sarcasmo ogni questione.

No, non farlo!

CORO: NO, NON FARLO!

M: No, non farlo!

Ti pregammo, ma tu sordo... all'infinito

ti pregammo, ma tu sordo!

Inoculati in te eravamo, svergognati

nell'essere tuoi servi. Noi per primi lo capimmo:

eri freno tu a te stesso nel tuo troppo

macerarti, nel tuo dotto

dissiparti per abissi

inapparenti. Dissugato

vetriolo t'era musa, e fu qui ch'ebbe principio...

CORO: E FU QUI CH'EBBE PRINCIPIO!

M: ...la fatica che abbiam fatta per distrarti

dall'effimero presente riportandoti

nuovamente in faccia a noi, autoescludendoti

da tutto poiché tutto

ALL'INFUORI DI TE STESSO TI E' STRANIERO.

CORO: Demente! Demente!

Fattelo dire e perditi in me.

Demente! Demente!

Fattelo dire e perditi in noi.

M: Ripeti, Wilelm, ripeti la strofetta!

Provaci, avanti... cantiamola insieme!...

WILELM: Demente! Demente!

M: Fattelo dire e perditi in me.

WILELM: Demente! Demente!

CORO: Fattelo dire e perditi in noi.

(Wilem soffia, soffia, soffia, soffia, soffia... e ricasca giù, bocconi per terra.

M e il Coro rifluiscono sul fondo ma non scompaiono.)

GOLDENBERG: Oh, io vado, che se qua perdiamo il turno

poi comincia la trafila e buonanotte.

MASUELLI: Prova un po'.

MORGANTI: Non tirarla per le lunghe.

KRIKSTEIN: Cosa spera d'ottenere non capisco.

GOLDENBERG: E allora lei?

KRIKSTEIN: Lasci stare, è un'altra storia.

GOLDENBERG: Beh, io ci provo. Con permesso.

MASUELLI: In bocca al lupo.

(Goldenberg si avvicina a Wilelm Gli parlerà a voce bassa per non farsi sentire dagli altri, i quali per contro, dando l'aria di non interessarsi, se ne staranno con le orecchie tese.

In particolare Masuelli e Morganti.)

GOLDENBERG : Maestro, sono Goldenberg... Goldenberg!

Gallerista: IL SUO

gallerista... si ricorda? Siamo in parola

per un'esposizione dalle tre

alle cinque opere: due per due e due per quattro

più altre sei o sette di piccolo formato.

Io direi, fintanto ancora

che è possibile trattare con lei direttamente,

non foss'altro per un fatto

di reciproco vantaggio, converrebbe

dare una stretta al contratto qui per qui.

Non per essere pressante ma s'impone.

E sia chiaro, Maestro, che lo dico

assai più nel suo interesse che nel mio.

Se ne rende da sé conto: ormai tra noi

si è, di fatto, stabilita, una certa consuetudine.

E fiducia, soprattutto. Dico male?

Oh, ma pensi alle rogne, ai ritardi, ai malumori

per non dire agli imprevisti che prevedo in quantità

semmai dovessimo riniziare dapprincipio...

No no, per carità... preferirei non farne nulla.

E poi, via... me lo consenta...

sua figlia io nemmeno la conosco. Così, un poco di sfuggita.

Oh, non dubito: bravissima persona... ma però

tra artisti, ne conviene, è un'altra cosa. Si rammenta?...

Le ho mostrato un mio acrilico e lei espresse

lusinghieri apprezzamenti che m'auguro sinceri.

(Quantomai circospetto nel tirar fuori la sua carta...)

Giustappunto avrei qui una scritturina

privata da lasciarle. La controlli.

Senza trucco e senza inganno, come dicono alle fiere...

una battuta, me la passi!... Va da sé che non le chiedo

di firmare qui all'istante, ma stasera già può essere sia tardi.

Se è d'accordo

ripasserei, cosa ne dice?, fra un'oretta, o è meglio due?

CORO: Perché no? Perché no? Perché no?

(Wilelm soffia.)

WILELM: Non capisco...

Non capisco...

GOLDENBERG.: Dio mio... ma è così semplice.

M: Un'azione da puro

purissimo imbecille. La farei, la farei.

(Wilelm soffia)

GOLDENBERG: A ogni buon conto, qui sta. Gliela lascio.

CORO: Perché no? Perché no? Perché no?

GOLDENBERG: (Insistendo nel porgere il foglio)

Suvvia, la prenda almeno!...

(Inaspettatamente Wilelm prende la carta... con l'altra mano fa segno di volere una penna che subito Goldenberg estrae da un taschino e gliela dà.

Wilelm firma. Poi soffia.

Goldenberg , come un brigante - e forse non lo è - intasca il foglio e, dopo essersi sveltamente prosternato, fugge via.)

MORGANTI: Si era detto: tocca a me.

MASUELLI: Sto facendo discussioni?...

(Morganti va da Wilelm Nel parlare non mostrerà le stesse preoccupazioni di Goldenberg.)

MORGANTI: Morganti... Joe Morganti.

Museo di Pisa.

Direttore.

Pisa Pennsylvania.

Museo, l'ho detto?

OF MODERN ART.
Dunque, signore, sarò conciso e breve.

Noi vantiamo già due sale consacrate ai suoi dipinti, ma ora essendo...)

- quante ne ho dette? Due?... Sì, due! - ma ora essendo

anche una terza in via d'allestimento...

- dico: una terza. Consideri già due, con questa: tre -

orbene, a voto unanime il Consiglio

dei Soci Fondatori ha stabilito

di intestare col suo nome e dunque a lei

l'intiera Fondazione. Che, sia detto con rispetto,

è cosa piccola ma soda.

Comprendo, son d'accordo:

non andrebbe, tanto fausta

notizia, in tanto infausto frangente riferita...

lo so, purtroppo, ma che vuole?...

La vita è cosa amara, toglie e dà.

Che sia almeno quest'omaggio

di qualche lenimento. Ordunque, Mister...

(Consegnando) questo il titolo d'accredito, e questo il documento

con acclusa fotocopia del verbale dov'è scritto

il quanto detto. Colleggiale

la proposta, consensuale

la risposta. Legga legga...

se da sé non ce la fa

chieda chieda

che le leggano e vedrà.

Le ho detto che c'è pure

fotocopia del verbale?

Sì, gliel'ho detto. Oh!...

Vedo di là che fanno

come gesti per dirmi di sbrigarmi, sì mi sbrigo.

Bene, signore...

tutto detto, tutto dato.

A onta del suo stato non osiamo dubitare

di averla con noi in spirito presente

in quel di Pisa, Pennsylvania,

il giorno inaugurale, non ancora

stabilito. Al momento ci consente

di darne la notizia?... Non vedo cosa osti.

Mille grazie. Riverisco. Joe Morganti. Direttore.

Museo, Pisa, già l'ho detto?:

OF MODERN ART. In Pennsylvania. La saluto.

(Va.

E' il turno adesso di Masuelli che, però, prima di andare accenna un'occhiata a Krikstein, forse per lasciargli il passo senonché l'altro, con una certa malagrazia, gli lancia di rimando...)

KRIKSTEIN: Vada, vada!

MASUELLI: Veramente

mi sembrava di essere per ultimo.

KRIKSTEIN: Ho altro da fare, VADA.

(Masuelli avanza verso Wilelm Una volta di fronte a lui estrae da sotto la giacca, che in effetti denunciava un rigonfiamento, una tromba.

Si mette a suonarla, non bene ma con qualche intonazione.

Pure Wilelm soffia. Orribilmente.)

MASUELLI: Avevo dunque, Maestro, beninteso

che un modo c'era di penetrare nella breccia.

(Suona ancora. Wilelm, per tutta risposta, soffia.)

MASUELLI: Il mio nome le è ignoto di sicuro: Masuelli.

Giornalista. Oh, ma questo poco c'entra.

L'argomento di cui tratto

principalmente è quello della moda. Per essere più esatti:

di moda per bambini. Nel mio campo, va pur detto, son qualcuno, ma a ogni modo...)

(Suona. Wilelm soffia.)

MASUELLI: Vorrei passare ad altro. No, anzi: sto

passando ad altro. Il mio giornale - che ha rubriche culturali, le assicuro,)

da fare invidia anche a testate

non solo del settore - ha bene accolto la proposta,

mia l'idea, di pubblicare a puntate la sua vita per poi farne un bel librone) integrato di appendici e di facile utilizzo: divulgativo, via!, ma non perciò da poco.)

Direi di più: l'opera verrebbe - mi perdoni

se dico opera ma io un po' così la sento - a colmare senza dubbio un grande vuoto:)

è vero o non è vero

che di lei - di lei persona: come uomo,

Maestro, intendo come uomo - non è poi in fondo che se ne sappia molto?...)

Si figuri, a ferro caldo, che interesse

si potrebbe suscitare! Si figuri lei che utenza

andremmo a soddisfare!

Bene, alle strette: la cosa che mi serve...

(Suona. L'altro soffia)

Diciamo sono lettere... magari qualche foto...

Sa, un autografo - sia pure pubblicato

in copia fotostatica - arricchisce, dà un tono d'importanza e soprattutto)

fa sempre un bell'effetto. Lei che pensa?...Che avrà modo

di darmi qualcosina?... Non le chiedo, Dio ne scampi, seccature

tipo lunghe chiacchierate, indiscrezioni

circa, che so, scheletri

nascosti nell'armadio o similcose...

Ah, no, non è il mio genere! Mai niente di morboso e niente

scandalismi.)

Un lavoretto realizzato sì col cuore, ma pulito.

Non intendo disturbarla più di tanto...

anche solo un due righe, una sciocchezza, ma sarebbe un

bell'acquisto...)

Oh, sia chiaro che tutto poi le verrà resituito.

E se vuole accetto pure, nel tempo che le carte saranno in mio

possesso,)

di assicurarle a spese mie... sa, a scanso di pericoli!...

(Ciò detto, suona. E l'altro soffia.

Suona ancora, e l'altro soffia ancora.

Infine, da sopra, M e il Coro fanno volare giù valanghe di fogli, di foto e carte varie.

Wilelm soffia.)

M: Libera nos, Domine!

Libera nos, Domine!

CORO: Libera nos! Libera nos!

M: Questo è il tuo popolo, Wilelm, dàgli pane! Dàgli quello

che lui da te s'aspetta.

Libera nos! Libera nos! Libera nos!

CORO: Domine! Domine! Domine!

(Wilelm continua a soffiare.

Masuelli si getta sopra tutto quel ben di Dio. E' esattamente quello che voleva. Se ne riempie le tasche e scappa via gridando...)

MASUELLI: Restituisco, restituisco!... Stia sicuro!...

Sino all'ultima pagina, restituisco tutto!

(Un ultimo squillo di tromba e scompare.

Wilelm smette di soffiare.

Adesso rimane Krikstein. Finalmente anch'egli si avvicina a Wilelm. Segue, praticamente, una scena muta.

Wilelm lo fissa in modo atono. Krikstein comincia a palpare gli indumenti indossati dall'altro.

Si guarda intorno, poi si mette a sbottonargli la camicia. Quindi, levatosi la giaccia, si sbottona la sua. Si guarda nuovamente intorno.

Toglie la camicia a Wilelm. Si toglie la propria. Si guarda nuovamente intorno.

Fa indossare a Wilelm la camicia che si è tolta e, a sua volta, indossa quella che ha sfilato all'altro. Si passa, con soddisfazione, le palme sul petto a carezzare il tessuto della camicia sottratta a Wilelm. Rindossa la giacca. Si rimette in sesto; come se nulla fosse accaduto.

Wilelm continua a fissarlo in modo atono.)

KRIKSTEIN: Mi batterò per lei sino alla fine.

Perché nulla vada perso.

Le ho dedicato, Maestro,

ogni giornata della mia esistenza.

Ogni giornata.

(Carezzando ancora il suo nuovo indumento)

Oggi sono malato, mi rimangono

tre mesi di vita al massimo. Ma ora so

come e con cosa

chiederò di essere sepolto.

(Fa per andare. A un passo dallo scomparire, si volta e dice...)

KRIKSTEIN: Solo il soprannaturale

può esprimere il soprannaturale.

(Va.

Wilelm soffia ancora. Poi infine getta via la tromba.)

WILELM: Non capisco. Io non capisco.

Non decifro, non calcolo, non valuto.

Più che versacci

non ho niente da ostentare.

Come corpo, se inattivo, non sono che un ingombro.

Questo sì lo percepisco

E MI DIVERTE.

Devo avere astutissime pupille

per me solo predisposte, mentre agli altri

demando sguardi ottusi che a cercarli nello specchio non ritrovo.

Due corpi forse, e forse due figure.

M: Ti sei descritto per quel che sei:

il mentecatto che alloca in questa stanza.

Per esser chiari: stai diventando, Wilelm,

ciò che di te si dice.

WILELM: Ma dentro dentro,

al di qua del mio apparire, non sento mutamenti.

M: Non cercarti

dove senz'altro stai,

poiché ogni volta finirai col ritrovarti

e te ne dovrai stupire e non ne avrai il perché.

E' che cercando noi stessi, noi in verità non cerchiamo nulla.

Come una mano che vada rovistando

serrando in pugno ciò che vuol trovare.

WILELM: Ma io in te mi cerco, è a te che chiedo.

M: E se io fossi

là dove tu sei?

WILELM: Ma dove sono io / non trovo altri che me.

M: Già, eppure, te l'ho detto che potrei

essere in te e di te una parte.

WILELM: Bene, deciso!

Stavolta voglio crederti: tu insisti

a dire di essere me o di me una parte?... E sia!

(Affannandosi come alla ricerca del suo interlocutore.)

Fa' in modo allora ch'io possa afferrarti!

Sento che prudi, mi va di grattarti!

Oppure magari

sei una parte piacevole...

Mi pizzichi i sensi, dài vieni...

mi va di toccarti.

E dovrebbe anche a te, non ti va?

Stropicciamoci, sù... sei o no una mia parte?

E allora fìccati in corpo qualcosa che morda,

che tagli e recida

perché io voglio sentirlo il dolore che provi!

Non lo fai?... Guarda allora...

me lo faccio da me... E LO FACCIO PER TE!

Questa stecca, la vedi?... Preparati a urlare,

ne trapasso la mano... non urli?...

(Si trafigge la mano col puntale di un lungo pennello.)

M: No, non urlo. Purtuttavia ti confermo:

una parte di te. Il mistero è dir quale.

Nulla, forse,

ci è più estraneo di una parte di noi stessi:

ne potremmo ignorare finanche l'esistenza.

Tale e quale alla stella più remota,

tale e quale alla goccia

fra le gocce sepolta nel buio dell'oceano.

Ma un granulo, a volte, dell'anima copula

con la parte d'una parte e ne aumenta le misure;

ne impone l'esplosione e, da quel meno,

scaturirne può un avvento eterodosso. Forse è questo

che in te mi ha generato e plasmato nel tuo cosmo.

Oh, bada che la mia è un'ipotesi, non altro.

Anche per me l'esistere

non meno che per te è un mistero.

WILELM: (Prostrato. Quasi squarciato dal suo stesso gemito.)

Vorrei urlare il mio nome...

VORREI URLARE IL MIO NOME!...

Quello di prima: l'antico, non questo

in cui il mio vero s'è perso. Ridatemi il mio nome!

E uno specchio: la mia faccia...

non la ricordo... non la ricordo più!

(Wilelm è in ginocchio per terra con il pennello che gli trapassa la mano.)

QUARTA PARTE (Tardo pomeriggio, sera)

(Ombre frastagliate. La luce ha perso la propria densità e sembra ricaschi tra le cose quasi senza criterio, diffusa e frantumata. Come ridotta a braci. Casualmente qua e là.

Dalla volta di cristallo piove un vapore opaco. Greve come afa e senza bellezza.

Wilelm si è nuovamente intanato e non è visibile in scena.

Quando lo sarà, mostrerà il marchio della ferita alla mano.

M e il Coro, invece sono presenti. Come accampati. Come in attesa. Senza vivacità.

Tra loro, non visti, si muove coi modi di un flaccido aguzzino l'infermiere. Recupererà su un vassoio poche stoviglie sparse per lo studio. Nei piatti, qualche minimo resto di cibo. Al momento, svuota fondi di bicchiere e disossa gli avanzi.

Ha uno straccio buttato su una spalla. Gli abiti ancora più sporchi, e sempre meno si capisce se di tinture o di sangue.

E parla.)

INFERMIERE: Servizio d'ordine del cazzo! Come niente

qualche idiota finisce giù lungo stecchito;

sia chiaro, già l'ho detto:

puntini sulle i, che io non ne voglio sapere.

Vedere per credere: una ressa inaudita, e col caldo che fa

non vorrei ritrovarmi un cianotico in casa.

Oh lo so come fanno! Mi creda ce n'è

per tutti i gusti e di tutte le salse.

Chi aspetta di entrare, chi aspetta chi entra,

chi svacca e stravacca... un bordello!

Per me sa che farei?...

Una bella annaffiata, questo sì ci vorrebbe!

Ma tu pròvati a dirlo! Manco fossi un nazista.

Beh stamane l'ho detto: alla radio l'ho detto...

un altro po' mi linciavano...stronzi...

Un po' d'acqua gelata sarà mica un bazooka!

Ehi, però, santiddio...

dico guardi la cena: sputazzata dovunque...

Ah, Maestro, Maestro...

ce ne vuole con lei di pazienza.

Si figuri se fossi

io di quelli fiscali...

ma nemmeno due giorni

rimanevo qui dentro. E' che ho troppo buon cuore, e che poi le

confesso:)

un po' affezionato oramai mi ci sento.

(Avanza M. Va a prendere l'infermiere per i capelli. Lo scuote. Lo lascia.)

M: Questo porco, lo so, sa qualcosa!

CORO: Ora è l'ora.

Se si sa, lui lo sa. Se qualcuno

già lo sa, lui lo sa.

(L'infermiere, mettendosi a strofinare per terra e come se nulla fosse accaduto, ride maligno. Una risata compressa e tutta sua.)

M: E lo sa! QUESTO PORCO

NON SOLO QUALCOSA: SA TUTTO!

(Wilelm, dal fondo, ride.)

INFERMIERE: (Ostentando un'improvvisa costernazione)

Ebbene sì, caro mio, l'ha capito:

SO QUALCOSA, e anche più di qualcosa

Però, ahimè, non c'è niente da ridere.

M: Siamo al punto. Eccellente premessa.

INFERMIERE: Potrei non dirglielo ma, via, glielo dico.

Da qui, tanto,

soldi ormai non se ne cavano più.

Detto questo...

a buon intenditor, ho detto tutto.

M: Quel che si voleva. E' quel che si voleva!

CORO: Se va per allusioni

è come dire: è fatta.

M: (A Wilelm) Vieni, ascoltalo... esci!

Sta per dirti: 'è perduta', e non sa

che è come dirci: VITTORIA! VITTORIA!

INFERMIERE: La notizia l'ho comprata e rivenduta

più nuova di quando l'ho pagata.

Beh, oramai

posso darla anche per niente: già circola dovunque,

e darla ufficialmente.

Come uno chicchessia di quelli fuori,

dico i cenciosi che fanno capannello.

SUA FIGLIA L'HA SFANGATA.

Proprio così, carissimo...

a questo punto è davvero fuori gioco

Completamente 'out'. Mi spiace.

Dovunque adesso deciderà di vivere...

o meglio: dove

deciderà per lei sua figlia

sarà comunque,

lo chiami come vuole, UN MANICOMIO.

M: (Applaudendo)

Beato il porco

che sa fare il suo mestiere!

Ecco la razza

di cui ha bisogno il mondo.

INFERMIERE: Per me, comunque, che sia qui o da un'altra parte,

mi dicessero: 'Fai a cambio?', ma all'istante, altro che storie!

Nel senso, intendo, per stare al posto suo.

Non sta meglio di un pascià?... se la spassa come vuole...

ha i giocarelli che le servono e chi è pronto

a levarle ogni grana come solo schiocca un dito...

Pensi a me, invece, in quale merda sono...

Il mio destino, mi ci sono rassegnato, è quello d'essere

mal giudicato: sempre. Mi si chiede, io ricambio

e vengo mal giudicato.

Solo lei

sembra avere per me qualche riguardo.
Ah, io le cose le noto, non si creda.

Mi ritenga, la prego, solo perciò un amico.

Adesso poi

che di gente fidata non so quanta gliene resti.

(M sottrae un bicchiere al vassoio su cui l'infermiere ha sistemato le stoviglie sporche.)

M: Questo bicchiere, 'amico',

tu me lo lasci. Grazie.

INFERMIERE: Beh, pace, è andata male.

Cambio padrone. Il che, per me, non cambia nulla.

E a mio modesto, modestissimo parere

forse è giusto. Forse è quel che andava fatto.

Oh, ma un attimo, sia chiaro:

io, Maestro, non la disprezzo affatto.

Non la capisco, ma questo che vuol dire?

Se tutti dicono che vale quanto vale

capirà che ha il mio massimo rispetto.

(Ascolta.)

Bah, c'è traffico là fuori.

Detesto fare da gorilla ma mi tocca.

Comincia, a quanto pare,

la sequela un po' rognosa degli addii. (Va)

(M alza il bicchiere nel quale ha fatto gocciare la sua propria saliva e quella del Coro.)

M: A te, Wilelm! Meritatissimo bene. Ora sì.

Le sfere hanno battuto il tempo loro.

(Al Coro) E a voi, argini perfetti...

il mondo è abbandonato, il risultato è chiuso.

(Dal fondo, la risata di Wilelm)

CORO: (A danza, quasi per invocare l'ingresso di Wilelm)

Continua continua

il tuo essere nostro...

continua continua

il nostro essere tuoi.

Dilèguati in noi

dilèguati in noi!

Non più limiti avrà

l'instacabile nostro

coesistere. Mai

torneranno più dubbi

o stanchezza. Più mai

aridità aridità.

Poiché questo sarà

d'ora in poi

il tuo essere in noi,

il nostro essere tuoi

WILELM: (Comparendo)

Da me a voi

da voi a me

si trasmette una danza

d'allegra demenza.

La colgo, vi colgo

per quello che siete, che siamo.

Eppure voi non sapete

che qualcosa m'aspetta

non dai piani prescritta.

Ma via, allegri, che sia

io lo voglio ignorare, lo voglio ignorare!

Poi non è sempre detto

che il destino si debba ogni volta avverare.

M: Di che parli? Qui stiamo a far festa.

WILELM: D'una cosa che, a stralcio,

quasi come un'infamia m'è stata predetta.

Senonché oscuramente, il che è segno evidente

di malanimo o invidia in chi la predisse.

M: Che tu dica non so, non sappiamo.

Ma risposta non vuole chi, come tu dici, parla spinto dal male.

Perciò, danza! Danzate!

Danziamo! Danziamo!

CORO: Continua continua

il tuo essere nostro

il nostro essere tuoi.

Dilèguati in noi

dilèguati in noi!

(Wilelm prende il calice dalle mani di M e beve suggendone la saliva.)

WILELM: Sia così! Sia così!

Quel che m'aspetta, è il ripetersi, sembra,

di me al meglio di me

in ogni ora del giorno, in un giorno

senza più interruzioni.

Un sol fiato

l'ala ferma mi tiene ed incanta

il mio dove e il mio quando

e traslucidi

fa i miei lieti pensieri: che siano

così lieti i miei gesti! Del tutto

ormai inutile casca il fastidio

dell'età accumulata

e che più non avanza; con piume

improvvise si stacca

dal corpo che offro

al curioso che viene. Non più

sono vecchio. Io sto altrove.

Che muti

la luce! Divori

quest'afa il mio gelo! Più nulla

per me si trasmuta. Non muto. Ora posso

fare quello che voglio: sostare

a una sola e finale

figura, di tutte

compendio essenziale.

Quella è l'opera mia

senza cui ciò che ho fatto

non può dirsi mai fatto.

Perciò ha senso ch'io danzi,

pur se vecchio a vedermi,

una danza che sia

per me già compimento

di quest'opera mia.

CORO: Perciò ha senso danzare

sia con gli altri che senza

con te il tuo dileguare

con te il tuo abbandonare.

M: Che ha nome...

CORO: Demenza!

M: Che ha nome...

CORO: Esperienza!

(Musica e danza cessano. Il brano che segue, unico in prosa,

vien detto da Wilelm solitariamente. Al di là delle parole pronunciate è da considerare il suo vero addio alla ragione.)

WILELM: Dunque parto. Sto per non esserci più. Me ne vado. Una volta per tutte mai più. Mi dispiace sinceramente per qualcuno che ancora so di amare. Ma il mio amore non serve più all'amore. Chiamo un nome e già alla memoria risponde un altro volto. Fa niente, ma un poco mi dispiace. Fosse pure una goccia questo mio dispiacere e fossi io un intero monte, siamo al momento e al punto in cui la goccia bagna il monte. Roba da poco. Batto le palpebre e già non se ne parla più. Da oggi sarò la creatura più docile del mondo, ma anche la più libera. Perciò diffondo, attorno a me, tanto spavento.

E stupore. Io sono nel mio sogno. Voi che mi vedete, vedete solo me ma non pure dove sono e lo sapete, lo sapete, che c'è qualcosa che non è possibile vedere. Cercate di percepirla attraverso l'unico indizio che ancora posso offrirvi, vale a dire: me. Ma io vi tradirò, in piena libertà e docilmente, sempre. E pure questo... pure questo lo sapete.

CORO: C'è chi preme alla porta! C'è chi preme alla porta!

M: La sequela,

come ha detto quell'infame con parole pertinenti,

un po' rognosa dei congedi.

Doveroso, se c'è di mezzo un principe,

tanto omaggiare quanto il farsi omaggiare.

WILELM: Questa notte ha assorbito più notti

di quante il futuro ne possa dispensare.

Aurora e Crepuscolo, ahimè, precipitano

nel medesimo giorno la medesima notte.

Di qui non più, se non in circoli oziosi, si leverà la vela

poiché rive non ha questo cerchio

d'ore liete che non hanno sequenza.

M: Perché 'ahimè'? Urrà! Urrà!

Oggi, doctor, s'è consumato il fatto.

Pubblicata è la sentenza.

Tutto finito, tutto risolto.

Contro di te una figlia

sino all'ultimo assalto s'è slanciata.

E solo parzialmente

PARZIALMENTE da me spinta. Eccola. Viene.

Tu contro di lei che contro

di te s'è fatta grande, adesso puoi

con pienezza di sorrisi offrirle in dono

quella tua immagine che tanto

ha non invano propagandato intorno.

(Entra la Figlia. Di slancio va a gettarsi ai piedi del padre.)

FIGLIA: O padre difendimi, dicono

che io contro di te l'abbia voluto.

Anzi, voluta:

la mia vottoria.

E che sarebbe una vittoria...

Così dicono.

No, non perdòno

vengo ad implorare ma il tuo aiuto.

(Padre e figlia si incontrano in un dialogo che, musicalmente, potrebbe definirsi dodecafonico. Astruso non è ciò che, di volta in volta, ciascuno dei due dice, enuncia, intende; bensì il silenzio di quanto, tacendo, ascolta - come intendendo, come valutando, come soppesando. Per poi nuovamente dire, affermare, argomentare.)

WILELM: E' tanto, tantissimo che non ti vedo.

FIGLIA: Altri si sono

messi di mezzo. Troppi.

WILELM: M'è giunta voce. Sento.

FIGLIA: Lo sai.

WILELM: Io? Che?

FIGLIA: Chi è stato a volere tutto quello che è successo.

WILELM: Quei troppi dicono...

FIGLIA: Sì?... Che dicono?

WILELM: Che sei stata... tu.

FIGLIA: Io solamente?

WILELM: Tu solamente.

FIGLIA: Dunque è vero?

WILELM: Dicono.

FIGLIA: All'inizio di tutto questo 'affaire'

- così lo chiamano: un 'affaire'... avrai saputo:

Art News va pubblicando i verbali del processo - ma dicevo...

che uno stigma quasi magico è all'inizio di tutta la vicenda.

Una cosa da te scritta, marginale ad un tuo schizzo.

Così dice: 'La massima sventura è che la sorte

ci induca ad auspicare / quanto di peggio dovremmo deprecare'.

WILELM: E si direbbe che oggi il peggio

sia arrivato per entrambi...

FIGLIA: Perché ti volti? Io sono qui!

WILELM: Ma un giorno il meglio sbranerà il suo peggio.

FIGLIA: Non c'è violenza / nel mio sguardo, guardami!

WILELM: Lo sto facendo. Non è quello

che sto facendo?...

FIGLIA.: Tu mi guardi

come se io fossi un cesto...

un vaso, un macigno, un corpo duro

contro cui la luce frange e t'impedisce

d'osservare, più oltre, la parete dietro.

T'è più cara

di me quella parete.

Dimmelo: se lo vuoi mi scosto.

WILELM: Tu mi stai, figlia, qui davanti esposta

come una donna berbera in attesa del suo sposo.

Se niente hai da dirmi

cos'hai da darmi?

FIGLIA: Le mie domande. L'ansia

che ho di giudicarti.

WILELM: (Ora sì, guardandola)

Riconosco il cerchio degli zigomi.

E quest'azzurro che hai sparso un poco intorno.

Un'ombra non dolente che racconta

l'insonnia che ti tocca. Riconosco

il bordo delle tempie, il mento, il naso.

Se ti toccassi riconoscerei l'addome e il seno.

L'inevitabile bellezza da tua madre ereditata

ti fa apparire più lei che te. Ah, ritrarti

ma senza deformarti! Diluirti

esatta come sei nei miei colori!

FIGLIA: Tu non dirmi di mia madre.

Il tuo averla abbandonata è stato il mio destino.

WILELM: Fu lei ad andarsene, non io.

FIGLIA: A portar via di sé i suoi resti. La tua vita

le era passata a macinarla sopra.

WILELM: La mia vita, pienissima,

che macinò il suo vuoto!? Se così fu, sia benedetto

chi, pur vuoto, da nulla può essere riempito e non invidia

ciò che è pieno e con esso s'accompagna.

Non era lei così, né lo saresti tu: il suo vuoto

succhiò il mio pieno e poi fu presa

da un solo desiderio: vomitarlo.

Staccandosi da me. Chissà di quali vuoti

si è soddisfatta poi. Maschi da nulla, mi pare di vederli!

FIGLIA: Senz'altro vero.

WILELM: Se lo sai non dirmelo!

FIGLIA: Non m'interessa. Vorrei piuttosto in questa

miserabile giornata di reciproche vittorie

ricordarti un episodio che ti racconta bene.

(Wilelm si accosta ai suoi colori.)

WILELM: Te l'ho detto di che non devi dirmi, per il resto,

se non di lei, dì quello che ti pare.

FIGLIA: Ero minuscola e mi portavi in viaggio.

Tu, me

e un cartone, ti ricordi?

Era il primo dei tuoi Muri, quella serie

dinanzi a cui si inginocchiarono poi tutti.

'The wall, number one.'

Ero minuscola eppure mi parlavi

come da allora non hai più fatto mai:

di ciò che avevi in testa, e dell'idea

che nei colori volevi sostanziare.

Qui è il principio, mi dicevi,

di un strada mai percorsa. - Quel cartone

fu l'inizio della gloria.

Stavi ridendo come ridi adesso. E lì fu il colpo.

Bruciore e fumo.

Da lamiere arroventate

tu mi spingi per un vetro e non mi strilli di scappare

ma di prendere, mi strilli,

quell'inizio tuo di gloria: quel cartone

maledetto e benedetto.

Io che piango ma lo faccio e tu per ultimo.

Mi gridi: 'Corri! Corri!'

Per chi, papà? Di chi imploravi la salvezza?

Il non saperlo

è all'origine del mio amarti come ti amo:

bene e male, e del perenne

mio scacciarti, inutile, da me.

Per più non essere, da allora,

obbediente come fui prendendo il tuo cartone

m'invischiai nella più cieca

sudditanza come fosse, chissà mai per quali loschi

tuoi trucchi da imbroglione, il modo mio, paradossale,

di esserti ribelle.)

Partorita in una rete, più ho cercato

di dar cielo alle mie ali e più ho ottenuto

di consegnarmi a te. Non altri

uomini mai più.

Non altre

mai più vicende che non fossero le tue.

Ci pensi, papà? NON ALTRI / UOMINI MAI PIU'. Tu mi hai costretta

a assasinarli tutti.

WILELM: (Rimestando)

Si dà il caso, mia diletta,

ch'io sia un pittore antico.

Mi governano le leggi

con cui, ignaro, mi si dice che governo.

FIGLIA: E me, mi guardi?

WILELM: Ho amato quel che ho amato

e quel che amo io faccio.

(La tocca.)

FIGLIA: Me, mi guardi?

Sai chi sono? Mi vedi? Mi senti?

WILELM: (Iniziando a pitturarle addosso)

Non più compagni di ventura. Voluttà.

FIGLIA: (Senza scostarsi)

L'ultimo tuo muro. Riducimi così.

CORO: Amare e fare

di ciò che si ama l'opera.

Amare e fare

se stessi dell'amato.

M: Amare e fare

prospero l'amore amato.

WILELM: Ti tradurrei, mia bella, in una lunga striscia

d'un rosa tenue che non si è mai visto.

CORO: Amare e fare

del disamore l'opera.

Amare e fare

del non più amore l'opera.

M: Facendola così a tua misura l'ami.

Amandola la fai.

Amandola come / tu vuoi, come tu vuoi la fai.

FIGLIA: Se è questo che vuoi, allora

contro di te vivrò.

Non più volendo

niente di quel che vuoi.

WILELM: Dio mio, senti quel che penso?

FIGLIA: Se da sempre mi costringi a pensare i tuoi pensieri...

WILELM: Le tue carni colorano il colore.

Il liquefarsi sia / un liquefarsi in te.

FIGLIA: Chi l'ha pagata per te questa tua gioia?

E in quanti assieme a me?

(Wilelm la pittura tutta. Le spalma il colore addosso con le mani nude.)

WILELM: Nell'idea c'è l'idea della bellezza

se il colore è il colore del tuo corpo.

(La Figlia si stacca dal padre, ora immobile. Fronteggia il Coro e M come vedendoli.)

FIGLIA: Uno a uno ora li vedo

tutti i tuoi desideri: non mi interessano più.

Mi senti?...

NON MI INTERESSANO PIU'.

(Coro e M si allontanano.)

WILELM: Ogni millennio è un Dio, ed io

forse noi, sto... stiamo,

andando oltre il nostro Dio.

Perciò quest'aria, immagino,

di smarrimento ovunque.

FIGLIA: Sei tu che mi smarrisci.

A me una cosa basta: che non mi chiami più.

Sai che verrei e quanto male sai

sarebbe per me obbedirti...

Cerca, ti prego, di non chiamarmi più.

WILELM: Scappa se vuoi ma credimi:

tu sei stata qualcosa anche di tuo per me. Anche

di solamente tuo. Giuro.

Io non voglio essere crudele,

né voglio esserlo stato.

Se mai è accaduto, non con te.

Mai con te, giuro. Mai con te!

FIGLIA: (Lanciandosi per abbracciarlo)

O padre! Padre mio!...

Il tuo non essere crudele non mi basta. Un flusso tragico

trascorre, dalle mie, nelle tue vene

e a onde mi rinvade.

Sempre più te dentro di me,

e di me dentro di te.

E sempre di più invischiati,

malamente, l'un con l'altra!

E dovunque io ricerchi non c'è un perché.
Ah, stringerti, allora, come più non si potrebbe! Come mai

tra corpi umani si scatenò un abbraccio,

e sino alla tortura, sino all'afflato

terminale delle cellule confuse.

Non dico morte, poiché morte

tra noi non può sussistere.

WILELM: (Scansandola)

Non essere nemica, o cara, della mia allegria - vetro

più di essa fragile non so.

Neanche un alito sopporta: se l'offuschi

si frantuma. Via da me i tuoi graffi!

FIGLIA: Se ti chiedessi, invece,

di spartirla con me la tua allegria?

WILELM: S'io ti chiedessi

di spartire con me... il tuo braccio?...

FIGLIA: Eccotelo.

WILELM: Non per scherzo.

FIGLIA: Eccotelo!

WILELM: E sia: ti prendo, a metà, sul serio.
Non il braccio: un tuo dito mi basta.

Portamelo qui stasera.

FIGLIA: Quale?

WILELM: Il più virile, fra i dieci il più compagno.

FIGLIA: Ho dita femmine, dalla prima all'ultima.

WILELM: Indagale per bene.

Individuato che avrai il prescelto

còricati con esso ancora

per una volta e poi

farai come promesso.

FIGLIA: E in cambio tu?...

WILELM: In cambio che?

Potrai esibire il tuo arto mutilato a manifesta

prova della mia demenza e della tua obbedienza.

Con un sol gesto, dunque, due trofei.

Questo, s'intende,

se le parole per te hanno un peso.

FIGLIA: Più di quanto lo abbiano per te senz'altro,

che da sole non ti bastano, le vuoi di corpo e sangue.

WILELM: Come chiunque voglio

ciò che mi diverte.

FIGLIA: Come puoi essere così, con me, tanto feroce?...

WILELM: Con te sono quel che è giusto io sia per te:

feroce in quanto padre, e tu

profondamente figlia.

FIGLIA: Bene, capito.

Dunque, a stasera.

Dunque, a fra pochissimo.

(Va)

WILELM: (Come se lei fosse ancora lì)

"E in quell'ora in cui io e la Morte ci incontreremo

cosa vedrò? Cosa saprò?

Che non vedrò? Che non saprò?..."

Straziati da questa

domanda viaggiamo

illusoriamente distratti da altre indecisioni,

ma uno solo è il dubbio, e quella

la sola e vera interrogazione.

Per il tempo che ancora avrai da vivere

ritieni, Figlia, questa mia intangibile chiarezza:

quel dubbio è la vita: esattamente ad essa

equivalente, né più né meno. - Osserva

con che inaudita propensione i bimbi

gridano, per gioco, "aiuto! aiuto!"

L'avrai notato, immagino. E ogni bimbo

considera quanto in quel suo grido è solo,

animato da angosce che un adulto

non saprà più ricordare: addirittura liete - e quanto

sia egli, soprattutto, UNICO.

(Si fa avanti M)

M: Strane minacce

ha sparso quella donna.

Le sue offese

possiamo perdonarle: fu efficiente

e tanto basta. S'accantoni

la smaniosa sua eco: non più bene

né male può portarci.

WILELM: T'insultano, Figlia, e t'insultano

per amore di me. Ci sei più?...

No, non ci sei.

Cosa importa? Tu mi senti lo stesso.

Qui sei stata e t'ho vista.

T'ho ascoltata.

Sarà il nocciolo, questo,

di tutti i respiri: di tutti.

Dei miei respiri futuri e di quelli passati.

E se estranea potrai divenirmi,

estranee giammai le parole spartite.

Le conduco con me:

dove l'opera è ancora da farsi.

(Entra l'Avvocato. Va a sedersi sullo stesso barattolo di vernice usato allo stesso scopo nella prima scena.)

AVVOCATO: E' andata come è andata.

Avrà saputo, abbiamo perso.

(Si leva la barba finta dal viso.)

AVRAI SAPUTO, ABBIAMO PERSO.

Non so darmi alcuna colpa. Quel che potevo ho fatto.

(Raccoglie da terra la tromba dell'amico.)

Determinante è stato quanto detto

quest'oggi in aula da quell'amico tuo

poeta e suonatore: ha dichiarato

d'averti visto anche stamane

più che mai irrecuperabile. Era lui

il test più a discarico, è crollato.

Almeno adesso,

tolto di mezzo il nodo dell'intesa ,

può riprendere il filo degli antichi resoconti

che mi mischiano a te, che ti mischiano a me.

L'antica trama di emozioni che, ahimè, sono

per lo più direi rancori... rancori e basta.

(Affonda le dita in un altro barattolo di colore, aperto, che si ritrova lì vicino.)

Così è quando le storie

che ti capita di vivere

ti si spalmano sull'anima come vernici e peggio!...

Uso un lingaggio, vedi, di tua stretta competenza...

e del tutto confacente.

Colleghi che erano al corrente

della nostra giovanile convivenza in cui spartimmo

- a dire il vero, fui io a spartire: tu mi depredasti -

il futuro ancora in ballo, hanno provato in tutti i modi a dissuadermi.

Magari per invidia. Ma in effetti...

che perversione essere io

a battermi per te!... Prendere io

le tue difese. Ho cercato di spiegarlo:

è lui che va dissuaso e non c'è verso.

L'hai voluto e l'han voluto

i tuoi amici a tutti i costi.

Beh, sai perché l'ho fatto? Perché, almeno, mi son detto: se va bene

sarà la volta questa, Dio volesse,

che a guadagnarci sarà pure il sottoscritto.

Il caso è clamoroso: a sufficienza

per rompere gli indugi. E' andata storta.

E il sottoscritto, ti pareva, resta al palo.

Terribile, in vecchiaia,

trovarsi ancora al palo.

Io son d'altronde una perfetta

metafora di te: NON LASCI NIENTE.

E' così, è così: non hai capito male.

Il cervello sarà in panne, ma le orecchie ascoltano per forza:

che risuonino

di questa enormità: NON LASCI NIENTE.

E a meno che in se stesso

non sia un valore il niente,

tu non lasci proprio niente.

Eppure tutti con te, creatura

schifosamente apolitica, si sono fatti ricchi.

Tutti tranne

naturalmente me. Non batto ciglio.

M'hai rubato idee a palate, e neanche a dire

che fossimo colleghi: tu lì alle prime prove

e io studente in Legge. Tuttavia

le parole che usavi erano mie

e se ero io a dirle si diceva

che ero io a ripetere le tue.

Io l'ombra e tu il corpo.

Sono forse io l'unico a cui ha preso

senza avere dato nulla. Bel primato!

E come non bastassero le idee

convivendo mi svuotavi degli spiccioli il cassetto.

M'hai rubato ben due donne,

da una delle quali

hai avuto anche una figlia.

La sola tua progenie mentre io

non ne ho nessuna.

Dunque, forse

m'hai rubato anche una figlia:

QUELLA.

Prova ne sia

che oggi a lei s'affida, proprio a lei,

un mio straccio di vendetta. Orribile parola...

NEMESI: così è più alto

sia il linguaggio che il concetto.

L'ho ammirata in tribunale, e mai l'avevo vista...

inconsapevole crocifera

d'una causa tanto assurda quanto giusta, ed ero io

fra tutti lì a saperlo: solo io.

Pazzamente l'ho sentita

quasi sangue del mio sangue... Devastata

da inconsapevoli passioni si è battuta, e nel disdegno

finanche della Corte s'è poi trovata a vincere.

Ma lei, ci giurerei, nemmeno sa perché.

Dico, cioè, perché l'ha fatto: IO lo so.

Con tutto ciò mi son battuto, eppure,

toccando di me il meglio: di questo sta' sicuro.

E adesso ricomincia la mestizia.

Finita è la tregua, riprenderò ad odiarti.

(Wilelm va alla carta che l'Avvocato gli aveva lasciato a conclusione della sua prima visita. Vi traccia sopra dei segni.)

AVVOCATO: No, non m'interessa più!

L'alfabeto che abbiamo elaborato

a questo punto è bello che abolito.

Solo valeva per ragioni tecniche, oramai

non ha alcun senso comunicarci altro.

(Wilelm insiste a tracciare segni e, ridendo, a offrirglieli.

E' forse la prima volta che lo si può intuire veramente idiota.

Il Coro e M, dal fondo delle loro tane, ridono.

L'avvocato toglie la penna dalle mani di Wilelm.)

AVVOCATO: Questa penna era mia, me la riprendo.

E mercè questa mia ultima

visita qui dentro ne approfitto

per derubarti a mia volta, per una volta ancora.

(Così dicendo, come già gli abbiamo visto fare, intasca uno schizzo: uno fra i tanti sparsi per lo studio.)

AVVOCATO: Almeno per un po' potrò camparci.

Ahimè, davvero non contavo

di diventare un gran cialtrone. Beh, è successo.

Pace all'anima mia, alla tua: LA MESSA E' FINITA ANDATE IN PACE.

(Fa per andare.)

Ah, volevo pure dirti...

la vuoi sentire una cosa buffa?... Oggi da Christie's

i dipinti più quotati assieme i tuoi

sono stati tre acquarelli / firmati, dài prova a indovinare...

Adolf Hitler.

(Sopraggiunge trafelato l'infermiere. Alquanto sconvolto.)

INFERMIERE Presto, fuori!... Si sbrighi, se ne vada!...

La figlia: sta tornando... La vedesse!...

Impossibile fermarla... qui ritorna...

Uno spettacolo tremendo, da metterti noccàut!

AVVOCATO: Di che parla? Ma che dice?

INFERMIERE: Mi dia retta, se ne vada!

Fuori una bolgia... ma non li sente i gridi?...

(E compare la figlia.

Gronda sangue. Ha entrambi le mani orribilmente mutilate.

L'infermiere e l'Avvocato si scostano per lasciarle il massimo spazio. Dopo alcuni istanti l'infermiere scappa via.)

CORO: Accade l'eccesivo! Accade l'eccessivo!

Tutto è eccessivo

in quello che ti accade!

M: (Cercando di coprire con una mano gli occhi di Wilelm)

Non sei tu, non è per te...

Scosta lo sguardo! Non ti riguarda affatto.

(Wilelm si agita bruscamente per allontanarlo da sé.)

M: (Quasi gemendo) Ascoltami, ascoltami...

Non ti riguarda affatto.

(L'Avvocato, in uno slancio, si getta ai piedi della figlia, ne bacia il

dorso.)

AVVOCATO: Sei la cosa più terribile,

inesplicabile e reale

che io abbia mai

che abbia mai veduto.

(Si rialza e fugge via.)

FIGLIA: (A Wilelm)

Non ho saputo scegliere per cui

non uno, dieci pegni vengo a riportarti.

Che il mondo da ciò mi sappia

dieci volte obbediente a un padre

dieci volte demente.

WILELM: (Scostando, con lo sguardo, tutto se stesso)

C'è qualcosa di me che contraddice

il sangue che indubbiamente vedo.

Sarà forse il mio ridere... ne colgo

il solletico sul mento, ai bordi delle labbra...

quasi a darmi prurito sia l'interno della maschera

che, pure se non calzo, a detta di molti ostento.

Mi dice lei che è sangue, e mi fa intendere

che è sangue suo. Per me

non è che materia interposta tra materie...

chiazza tra le chiazze, e così d'un rosso folto!...

Niente da dire: questa creatura è un fatto

che qui fatti viene ad esibire.

Mi disturba, se ne vada! Non la voglio!

M.: (A lei) Non qui chiamata, non più voluta,

Vattene via, vattene via

orrida e insulsa

iconografia!

WILELM: Se non tra le cose

tu non esisti.

TU NON ESISTI!

CORO: Vattene via, vattene via

orrida e insulsa

iconografia!

FIGLIA: (A Wilelm, ma forse anche a M e al Coro)

Celebre, dentro

il nome che porto - per esso e contro

di esso - son divenuta.

Eletta

a fare le tue veci in tutto fuor che a fare

ciò che fai e per cui vale

che qualcuno, CIOE' IO, da oggi ti amministri.

Ridi, ridi: rideremo insieme. Tetramente insieme. Di chi amministra

l'impero è in verità l'impero, e non del fondatore. C'è davvero

di che ridere. Ammetto: c'è di che essere più che inorriditi.

(Aprendo le braccia)

Ma eccoti un coltello, padre - ECCOTI UN COLTELLO

lucido come la luna che se ancora

su me verrà a rifulgere sarà per scotennarmi.

Questo è lo stesso

che m'ha ridotto in dieci moccoli le palme.

Da me non posso offrirtelo, prendilo da te.

E' un pargolo famelico

d'un becchime preziosissimo, e d'un latte ancor più raro.

Da me si munge.

E urla, lo senti, per averne ancora.

(Wilelm prende il coltello dalle vesti della figlia.)

Nascondilo per bene e adesso ascoltami...

passata l'ora in cui dìssipa la più vivida luce

da te, solitaria, tornerò in totale

solitudine: all'istante

in cui notte e giorno s'allacciano alle frange

del trapasso diuturno. Lì di me

e di te decidere dovrai. Ignorati

in quell'attimo saremo

da tutto quanto nel cosmo non risponde

ai nomi, nudissimi, che fanno

di noi i due erranti qui inchiodati a fronteggiarsi.

Figure di un'epoca remota, inesprimibile, saremo.

Da leggi cavernicole, ultraterrene, governati.

Sarà una la parola, unico il gesto:

vita o morte basteranno

senza intermesse sciocchezze a definire

il senso del giudizio. DI ME SARA'

QUEL CHE TU VORRAI.

(Wilelm con il coltello. M e il Coro nelle loro tane.)

QUINTA PARTE (Sera, poi notte)

(Dal grande tetto, una luce grigiorosa. In profonda sintonia con i colori di Wilelm. Il grigio esalta i rosa; il rosa esalta i grigi.

E' questa la vera luce. La luce di Wilelm.

Il Coro non è visibile. Solo M e Wilelm.

Portano i segni di ciò che è accaduto.

Sono accucciati a due capi opposti dello spazio, timorosi di rompere il silenzio che li circonda.

Infine, è Wilelm a farlo.)

WILELM:

Vorrei sapere qualcosa d'un vecchio amico che si chiama

Henry.

Grande scrittore da cui ancora ci si aspetta

l'opera somma, che pare sia vicina.

E' vecchissimo e mi dicono

che stia scrivendo un libro immane.

Tifo per lui ma temo

che alla fin fine ci lascerà un abbozzo...

genere, se genere può dirsi, pure eccelso

non fosse che i suoi libri in abbozzo sono nulla.
Perciò il mondo, tutto il mondo, oggi dovrebbe

seguire quest'impresa a fiato mozzo

ora per ora dandone notizie

con priorità assoluta: aggiornamenti

continui, mane e sera, da diffondere

a ogni angolo del globo. Che si sappia

quanto manca, QUANTO

all'ultima pagina, all'arbitrio

dell'ultima virgola spostata,

dell'ultima variante, e quanto

saprà il male mantenersi

reverente all'età e lento quanto il tempo, senza farsi

veloce come il rivolo che, staccandosi dal letto

della placida corrente, dà corso al proprio moto e tumultando

si precipita a un suo ritmo impertinente. - Tipico di Henry

non essere prudente a calcolare l'imprevedibile nel conto.

Un capolavoro, insomma, qui combatte

con la miseria delle flebo e dei quadranti.

Guarda un po' cosa puoi fare.

I suoi referti clinici...

e se il lavoro procede regolare...

M: Non è stato mio cliente. E' affare d'altri.

WILELM: Tu qualcosa se vuoi puoi dirmela.

M: Potrei al massimo ripeterti

quello che sai benissimo.

WILELM: Cioè, sarebbe?

M: Ti ripeto: sarebbe

un ripetermi e basta.

WILELM: E ripeti!

M: Se tanto ci tieni... daccapo:

come già a te è accaduto si è offerto anche a lui

tutto il tempo necessario ma lui niente:

ha preferito restarsene da solo

alle prese con sconcezze innominabili:

la cornea che s'imbianca, il reuma che distorce

tra bernoccoli le dita, il fischio dei polmoni e la coatta

tramaglia dei tubi e la giallastra orina.

Non come te si è dimostrato astuto.

Henry è morto, egoista da due soldi.

Badò solo a se stesso. Pace all'anima sua, e del suo libro

men che un abbozzo: un monte di brogliacci

in cui tutto può essere / e niente è.

Che trucido 'amen'!

Un rischio che tu

ormai hai scongiurato.

WILELM: Ripetilo che è morto.

M: Ripeterlo non serve

a farlo meno morto di quanto già non sia.

A ogni buon conto, è morto. E, ahimè, da quanto

te lo vado ripetendo:

fanne buon uso

di questa morte di cui sai da tempo.

WILELM: Se da tempo non so, ma solo adesso

io la vedo per davvero. La vedo e la comprendo.

Cosa enorme e madornale

su me frana questa morte e, spaventevole, mi fa

paurosamente solo / terribilmente ULTIMO.

(Wilelm va ai suoi attrezzi di lavoro. Comincia a prepararli. Comincia a prepararsi.)

WILELM: Ebbene sia.

PROFETERO'. Altro compito

per me non so vedere...

Profeterò quest'epoca suicida in cui le piccole

materie, ad una ad una, si sfaldano e le grandi

si trovano spogliate di terra le radici.

Non più sorrette assurdamente crollano

ancora sane nel loro morire.

Miserevole tempo...

dissipare, sciupare, scialare... i tuoi verbi son questi.

Di te prodigo sino alla strage. Carnefice tempo

profeterò i tuoi delitti.

M: Profeterà, lui dice... e per chi profeteresti?

Se per te stesso passi ma per il resto

sei reso, ti ricordo, più inascoltabile di un sasso.

E' in un vuoto pneumatico che vai verso la gloria.

Per cui è inutile che graffi

con unghie che non hai un muro che non c'è.

WILELM: Questo vuoto è il recinto

della mia ottusità?

M: La tua risibile, trionfale

costernante leggerezza.

WILELM: Risibile o ridente?

M: L'una cosa poiché l'altra.

Sai essere, vedo, con me - ovvero:

con te stesso - arguto.

WILELM: No, credo che ti sbagli: se l'arguzia

è virtù della coscienza, la produco inconsciamente.

Perciò non sono arguto.

M.: Ma un sofista sopraffino.

WILELM: Per tener dietro ai tuoi discorsi è un obbligo.

M: Non mi dire: io ti stanco?

WILELM: Non più.

M: Ma è accaduto...

WILELM: Che tu m'abbia, ogni tanto, un po' annoiato sì.

M: Ma è naturale.

Noi due siamo come il piatto e la tovaglia:

in un contesto intrinseco.

La noia è nelle cose legate dal reale

nella più giusta, per loro, conclusione.

WILELM: Che sto facendo adesso? Dipingendo?...

M: Meraviglie. - Meraviglie.

(Wilelm dipinge nella luce del tramonto.

Compare il Coro.

Sarà una grande danza. Tribale e liturgica al tempo stesso.)

CORO: Tutto è cosparso di rosa.

Anche ciò che non è rosa.

Anche l'azzurro. Eppure

non son fatti gli oggetti per essere

inevitabilmente rosa.

Né il paesaggio che ora esiste

solamente in quanto rosa, e ovunque

in se stesso rosa.

Anche dove non lo è, lo è.

Perciò, in idea, si liquefà il paesaggio

sulla lustra pianura per cui tu vai danzando,

e questa danza

di ape laboriosa è il tuo mestiere.

Tu non rifai la vita, ma la fai...

S'inchiodano le creste

del mare nelle baie, dove assalti insopportabili

erodono la luce e la disgregano.

Disumano è il reale

per chi non lo fraintende.

Oh, gioia di te, guerriero / smemorato

portatore d'opere / creatura

felice in tanto rosa / la cui immensa

vastità ha un colpevole: sei tu...

tu il solo responsabile, e ne sei tu il padrone.

Nel rosa è la miniera

dell'oro e dell'argento, è la sorgente

di tutti i liquidi, del ghiaccio e della neve.

M: Ah, resta acquartierato

tra i merli del tuo impero!

Mai monarca più assoluto di te seppe varcare

il ciglio di una culla, l'argine del globo.

CORO: Tu resti, resisti; a te d'intorno

l'innumerevole si spegne.

Smemora e prospera

M: Smemora e prospera!

Diffondi del tuo mondo

l'ombra, solenne

sorella a tanta luce.

CORO: No, non sei tu

non sei tu che muori,

non tu a morire, per te faremo

morire il mondo.

M: Tu isola e regione

da nulla contornata, il mare del declino

lambisce le tue sponde.

CORO: Chi è che, in realtà, scompare?

L'occhio che più non vede

o il corpo non più visto?

M: Ora continua, ora procedi.

Smemora e prospera!

Sei morto, eppure

quanto mai prima VIVO!

(Wilelm dipinge come perso in un'infinita dolcezza. Languidamente. Serenamente.)

WILELM: Ecco, la vedo! Vedo

la luce che sostanzio.

M: Colà dove ti spingi / è ciò che fai.

E' lì, è lì che stai.

(Wilelm si adagia sul grande quadro, sul dipinto.

Il Coro e M si allontanano.Quasi svaniscono.)

(Tramonto cupo. Wilelm riposa sulle sue tele, tra i suoi colori.

Il Coro dorme rintanato tra le vele tinteggiate, a flussi, a spruzzi.

M pure dorme.

Entra l'infermiere. Va da Wilelm. Si prodiga presso di lui. Dalle labbra di Wilelm fuoriesce un ghigno rauco, spossato.

Alle spalle dell'infermiere compare la Figlia.

E' come se fosse entrata la luna. Una carezza di pallido oro percorre la scena. Eppure la donna, a ben vedere, è malvestita e sudicia.

L'infermiere si allontana dopo averle tirato via, reverente, qualcosa, probabilente dei soldi, da una piega del vestito.

Le braccia di lei sono incappucciate ai polsi con bende luride.

E' come una lebbrosa. Suscita ammirazione e ripugnanza.)

FIGLIA: All'ultima pagina

la rivelazione è certa.

Io l'ho avuta e m'ha sconvolta; stentavo quasi

a crederci leggendo.

SEI TU L'ORRORE, SEI TU L'AUTORE

DI QUANTO, ME ATTRAVERSO,

VOLEVI TI ACCADDESSE. E ovunque adesso

si indica in me l'artefice. Io stessa a gran fatica

mi distinguo da ciò che tramite mio è avvenuto.

Detesto il modo

in cui da orfana ho vissuto.

Puniscimi

e punisciti, Padre.

Non io ho voluto ciò che tu CHE TU

m'hai imposto di fare e ho fatto.

Per infinite e antiche

soggezioni l'ho fatto. Per antichi

innamoramenti forse, e tu la sai.

Nella mia mente un vento

da altitudini non mie spirato

s'è abbattuto a compiere

razzie mostruose. Ma ora l'ultima pagina m'ha svelato

che in te sono quelle altitudini, in te quelle vertigini.
Così ora che tutto ho, che tutto ho vinto

niente sono, niente resto.

Totalmente costretta, e più che mai,

a prescindere da te, e più che mai insultata.

Da sempre orfana, da sempre monca...

invisibile da sempre per ciò che realmente sono.

T'ho condotto per mano al tuo Nirvana.

Non è questo che volevi?

M'hai lasciato sulla soglia.

Grazie, Padre.

La tua arte è un sesso che non voglio.

Né m'interessa l'epoca

in cui, dimentico, m'hai generata e della quale

rimarrai tu il campione.

Come un anello

nuziale ti ho offerto il mio metallo. L'avrai serbato, spero,

gelosamente. E' tempo

di darmi con esso una risposta.

(Wilelm estrae il coltello, la cui lama brilla come un diamante.)

WILELM: Sei fortunata, donna... sei fortunata...

di tanta folla, non un occhio ci scorge...

non un orecchio è attento...

Mai notte

più di questa fu densamente notte.

Sì, ho voglia di te.

Bassa, brutale, elementare e perciò innocente;

e senza nemmeno sapere chi tu sia, mi va

di rispondere ai tuoi cenni

di lussuria, ai tuoi ammicamenti.

Ah, che puttana è venuta stanotte a farmi visita!

Da fregarsi le mani, grazie mille.

E ti desidero con punti del mio corpo

che male so individuare e che ti chiamano, ti chiamano...

membra

e membri

che mai risposero ad appelli più indecenti.

Un giorno, forse, ricordando,

capirò anche il resto di quello che mi hai detto, per adesso

non è qui il luogo né il momento.

Barbara vieni con un richiamo barbaro...

aurea baldracca, di te farò cisterna!

E il cielo voglia

serbarmi ottuso per il tempo che ci vuole!

La mia risposta è sì.

Non qui, comunque... LI' DIETRO. ANDIAMO.

(Wilelm e la Figlia scompiano oltre una vasta superfice chiara

il cui candore non è smorzato dall'ombra, anzi: in essa appare quasi più eclatante.

Per alcuni o molti secondi, silenzio e immobilità.

Poi il Coro e M cominciano a muoversi pigramente: come soldati, all'alba, di presso ai fuochi spenti.

Con muti cenni si richiamano l'un l'altro. Si alzano... chi era nascosto, compare...

Si raggiungono... si scambiano vaghi segnali di inquietudine.

Un enigma li lega.

E' un morbido muoversi nell'oscurità.

Dal buio, viene avanti Wilelm.)

WILELM: Ripartirò da zero. Ma potrò farlo?

M: Decifraci il tuo zero.

WILELM: Zero è il mio mondo

prima che fosse / nata a me una figlia.

M: E ridurresti tutto

a una semplice questione di sangue e di budella?

WILELM: Sì, di sangue e di budella, ma semplice non so.

Né so perché mi venga

di parlartene ancora, di parlarti di lei.

Io non so se in futuro

vorrò più rivederla.

Lei penso vorrebbe e già questo mi lega.

Non so dove sia. V'è qualcosa di me

che si ostina a cercarla.

In un sogno che ho fatto, anche adesso

mi son perso alla caccia

dei giorni e degli anni trascorsi con lei.

M: Sono bave, prometto, destinate a passare.

CORO: (A M) Attenzione che intende

qualche cosa di strano.

WILELM: Mi sembrava d'averla ad un passo, ad un soffio

mentre ad altro ero intento.

O Magister... da zero: ti prego, tu fammi

riniziare da zero!

M: Ma tu dimmi perché!

Non ne hai più bisogno.

WILELM: Ma lo zero, se sta

ben più in alto di noi sarà sempre un guadagno.

M: Lascia stare gli zeri, fatue formule astratte: sia il tempo

a spolpare i suoi zeri. Che sia lui a riniziare.

WILELM: Sia così / ma per quanto tu possa, Mefisto, parlare

GUARDA QUELLO CHE HO FATTO.

(Wilelm mostra, oltre una tela, il cadavere della Figlia.)

WILELM: Vedi, ho agito

come avrebbe agito il tempo. E adesso?... E ADESSO?...

M: (Rabbrividendo) O doctor...

eclissa l'immagine, subito!

NON CONTA. O, se conta,

senz'altro meno di quanto tu pensi.

Sia io che te ne eravamo all'oscuro... NON CONTA.

Via l'immagine, subito!

Sipario di ferro! Sipario di ferro!

Seppellisci l'enorme! Il macigno

del tuo non sapere richiuda l'avello.

CORO: (Sperdendosi)

Non sapevi? Non sai. Noi con te

ciechi siamo nella tua cecità.

Non imporci pupille

quando il peggio dispiega paesaggi.

Noi agli occhi siam cibo, ma ignari di noi.

Potrà un pezzo di pane

masticare se stesso?

WILELM: Una torbida

nebulosa nel lago

del mio sogno si è immersa.

Ma chi era? Cos'è?

CORO: Demente! Demente! Ora stringiti, SUBITO,

solo attorno al tuo niente

M: Da' retta, da' retta.

Punta presto lo sguardo

solo in me d'ora in poi

solo in noi, da ora in poi.

CORO: Solo in noi! Solo in noi!

Ma cercandoci tu!

Non chiamarci mai più.
Non chiamarci mai più.

(E il Coro scompare, per non riapparire più.)

WILELM: Non demente MA AUTORE

DI TANTA DEMENZA:

se ora voglio

condiscendere a qualche morale

la cosa è più grave,

ed assai, non ti sembra?

Cosa più mi perdona

per l'idiota che sono?

Inutile a dire ma utilissimo a fare.

E pur questo:

non è un fatto? Lo è.

Rispondiamone insieme.

Rispondine tu!

M.: Io rincarto le carte. Scompaio.

WILELM: No, spiegami prima!

M: Ma spiegarti che cosa?...

Ah no, alzo le mani!

Questa, credimi, amico, è un'altra storia davvero.

E distante, sin troppo, da tutti

i discorsi intercorsi tra noi perché possa

mescolarsi col nodo centrale:

il tuo produrre in eterna

quintessenziale felicità.

Per me defilo tra i ranghi, ridivento

uno fra tutti: CORO / E NON MAI PIU' COREUTA.

Se un raschio alla gola vorrà farmi tacere

la melodia ronzante nasconderà l'assenza.

Pagliuzza del cuscino, minima ruga, scheggia.

M'allineo: assolto il mio dovere e soddisfatto,

alle tue spalle resto, e al tuo servizio. E che si scordi

la mano tua di ciò che l'altra ha fatto.

(E M scompare, per non riapparire più.)

WILELM: Reciti formule

non più parole, vattene!

E portati, se puoi,

via con te la vita, ma sì vattene!

Questo ho voluto,

tutto mostra la mia firma.

Ma cos'abbia poi voluto

io in realtà non lo capisco.

So che ha un prezzo

non saldato la mia voglia

e che un giorno capirò.

Ah, lo temo quel giorno, lo temo!

Giorno, quello, in cui tutto

IO RICORDERO'.

E quel terribile giorno

fermarmi dovrò. Colossali

saran le scoperte.

Non so quali, ma certo saranno.

Oh, mi basti per oggi sapere:

non è oggi! Non è oggi!

E l'oggi solamente

fa da culla a un altro oggi.

NON QUEL GIORNO! MAI QUEL GIORNO!

Oh, non venga quel giorno, lo estirpi

dalla mia bocca il destino! Per ora

solo giorni che incalzino i miei.
Di me pieni. Non di ciò

che è accaduto e non so.

Oh, che festa struggente

la mia tanta vuotezza!

Allegrarmi per essa

e che mai mi sia tolta:

sia qui l'ordine e basta!

Qui l'unico bene

cui sottrarmi è una colpa!

Fuori poi...

ciò che avviene continui.

Inalterato io continuo.

Incontaminato qui sto.

(Si muove tra le sue tele. Prepara le vernici.)

Scoppiano guerre

e io non lo so.

Città s'annientano

e io non le sento.

S'oscurano di termiti,

come gramaglie o nere frange

di femmine in lutto, i cieli / e io non li vedo. Crollano

mercati, industrie, aziende... ai quattro angoli

del globo saltano le borse, franano le imprese ed io, schermato

dalla grana delle tele, pulviscoli ne sbircio.

Per me remoto

è tutto ciò più di una guerra punica.

Cadmio e pervinca

son prediletti ai miei pensieri. Questo lo scopo...

il modo mio

di dare un centro al mondo e di tenermi

come centro di quel centro. Bene così, e nel dubbio

che sia una colpa o una conquista, la prendo per conquista.

A un malumore ipotetico e futuro

il vederla come colpa, ché d'altronde

io il futuro l'ho lasciato coi bagagli alla stazione.

S'è incastrato il granello nella strozza

micidiale della vitrea mia clessidra... SONO IO.

Dalla gola di cristallo guardo fuori: nel mio attimo mi scorgo.

Dio, mi strangola quel morso che mi salva. Ah, desiderio

di dar peso al proprio peso e cader giù!

Nel cadere che m'aspetta riconosco il mio cammino.

Nell'attesa del cadere riconosco il mio durare.

NON UN LUOGO E' LA MIA PATRIA MA UN ARCO TEMPORALE

e da esso allontanandomi, dal mondo

in esilio mi allontano.

Il mio secolo abbandono, la mia patria m'abbandona.

Chi da mura si separa è perché altre ne raggiunge.

Già ne vedo gli stendardi,

le straniere merlature e uno solo può essere il tragitto:

verso quelle mi costringe.

OBBLIGATORIO

OBBLIGATORIO E' IL VIAGGIO.

Ecco un fiume e poi altra terra.

Non lo freno il mio destino

poi che tanto l'ho voluto. Ora è lui che fa da prua.

Lui gli zoccoli

che battono il percorso, lui le mani

che tengono le redini. Al di là della riviera,

dove sembra sia impensabile

sdoganare il cuore umano, consentirgli

di ancor essere partecipe, PROCEDO.

Più che mai... più che mai l'arte mi preme.

Sfiorandoti, anche solo

sfiorandoti, ti invado, vuota plaga senza cielo

che sei tu TERZO MILLENNIO! E ti regalo

uno spasimo violento che mai più potrai scordare.

Una manciata

di conchiglie variopinte dai miei mari sollevata

su te lancio. Ti insemino. Che sia

in te immessa, nella tua, la mia progenie.

Vulnerabili follie, aneliti, illusioni

e desideri tenacissimi e sconfitte...

il branco

delle umane estenuazioni alle tue soglie

spauritissimo si affaccia pilotato

dal mio logoro guinzaglio; sulla proda

tua ricasco, ma se ancora

per un attimo resisto per sempre sarò vivo.

(Ricopre il corpo della Figlia.)

E richiuse le tende continua

in un altrove la luce,

in un altrove

che più di me

che più di me significa.

(Niente di più)

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