Zio Tom viene a trovarci

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Zio Tom viene a trovarci

di Vincenzo Rosario Perrella Esposito

                                                                                                                       (detto Ezio)

02/09/2010

Personaggi:   11

Franco Del Giudice

Emilia 

Bruno Del Giudice figlio di Franco e Emilia

Zio Tommaso Del Giudice, zio di Franco 

La badante Nancy

Zia Monica, zia di Lino

Il badante Boris

La professoressa Olivia Ascolana

Miro Vinate

Isacco Vuoto il pescivendolo

Lino Cotone

Napoli, casa Del Giudice. Franco ed Emilia sono alle prese col loro figlio Bruno, il quale ha una malattia mentale che lo rende un po’ bambino. In realtà Bruno ha qualità affettive di primo livello. La vita della famiglia potrebbe cambiare grazie all’arrivo di uno zio che vive fuori Italia. Zio Tommaso, questo è il suo nome, è molto ricco. I Del Giudice hanno ottenuto qualche riguardo economico dall’uomo. Zio Tom, così lo chiamano tutti, infatti sa che suo nipote Bruno è studente universitario di primo livello e perciò invia soldi dall’estero per consentirne l’approdo alla laurea. Torna in Italia, avendo pagato tutti i debiti che ancora aveva con lo stato. Cosicché la famigia Del Giudice si mette in allarme ed ingaggia un servero insegnante allo scopo di sgrezzare un po’ Bruno nel modo di parlare. Qualche risutato lo si ottiene. Zio Tom giunge a Napoli accompagato dalla badante Nancy e si imbatte in zia Monica, parente di Lino Cotone, amico di famiglia dei Del Giudice. Quest’ultima è accompagnata dal badante Boris. Nasceranno una serie di innamoramenti a raffica, con annessi equivoci che coinvolgeranno anche Bruno. Invece Franco ed Emilia faranno l’impossibile per non far scoprire a zio Tom l’inganno col quale essi riescono a ricevere i soldi dal loro facoltoso parente.

Numero posizione SIAE 233047

Per contatti Ezio Perrella 3485514070 ezioperrella@libero.it

            Napoli, sala da pranzo di casa Del Giudice. Alla stanza si accede da una porta di ingresso laterale (a destra) al cui fianco ci sono un portaombrelli e un appendiabiti. Una porta centrale conduce in camera da letto, due stanzette e bagno. Una porta a sinistra conduce in bagno e cucina. A centro stanza vi è un tavolo con quattro sedie, mentre decentrato c’è un sofà. Alla parete sinistra c’è una credenza, sulle altre pareti quadri vari.

ATTO PRIMO

1. [Franco Del Giudice, Lino Cotone ed Emilia Mattone]

               Dalla destra entrano Franco, Lino ed Emilia con buste di compere in mano.

Emilia:  Ah, come mi piace di fare lo shopping!

               Posa le buste sul tavolo, mentre gli altri due le posano sulle sedie.

Franco: Embé, tutt’e dduje me state influenzànno pure a me! 

Lino:     Amico mio Franco, lasciati andare. Si campa solo una volta nella vita.

Emilia:  E ppo’, mica ‘e sorde songh’’e nuoste?

Franco: Pe’ carità! ‘O stipendio mio ‘e spazzino durasse ‘na semmana!

Lino:     E almeno tu hai lo stipendio fisso. Io invece faccio ‘o rappresentante ‘e  patatine!

Emilia:  E io, allora? Faccio ‘a segretaria part-time. E mò me vonno pure licenzià.

Franco: E che te ne ‘mporta, Emì’? I soldi non mancano. E questo grazie all’idea di Lino.

Lino:     No, Franco, e ti ho pregato.

Emilia:  E invece Franco ave raggione. Ma comme hé fatto a avé st’idea?

Lino:     A me me piace ‘e fa’ fesse ‘e ggente!

Emilia:  Allora io vado a posare le mie cose nell’armadio. (Prende le buste) Ti raccomando,

              Franco: miette ‘a rrobba toja ‘into all’armadio tuojo, no ‘int’a chillo mio. Capito?

Franco: E qual è l’armadio mio? Chillo è tutto d’’o tuojo.

Emilia:  Appunto. E nun t’’o scurdà!

              Esce via al centro. I due si accomodano al tavolo.

Lino:     Caro Franco, adesso ti svelo il segreto della mia idea: come sai, zia Monica è ricca

              sfondata. Quella abita a Francoforte, in Germania. E adora gli animali. Così ecco 

              l’idea: le ho detto che mi sono aperto il più grande negozio di animali d’Europa!

Franco: E addò sta?

Lino:     Ma non c’è. Questa è la scusa per farmi inviare i soldi da lei. Quella sa che io pago

1000 Euro al mese di affitto. Però ogni mese me ne manda 2.000!

Franco: E se poi viene in Italia?

Lino:     E come ci viene? Quella vive sola. Chi la accompagna?

Franco: Aggio capito.

Lino:     E tu, invece, che palla hai inventato con tuo zio Tom che sta a New York?

Franco: Una palla sola? Ben tre! Nel primo caso, io e Emilia gli abbiamo scritto che questo  

              palazzo doveva essere ristrutturato. Una volta, pure lui viveva qua dentro. Allora

              noi lo abbiamo commosso! E lui ci ha mandato un assegno con 100.000 Euro!

Lino:     Uh, bravissimo!

Franco: E questo è niente. Tre anni fa, io e Emilia gli abbiamo scritto che abbiamo avuto

              un bambino, anche se a tarda età. E si chiama Bruno.

Lino:     E mò nun me trovo: ma Bruno nun tene vinticinch’anne?

Franco: Sì, ma zio Tom non lo sa, perché non l’ha mai visto. Noi gli abbiamo spedito la

              foto del figlio della signora al piano di sopra, dicendo che è il nostro Bruno. E così

              a zio Tom lo abbiamo commosso. E lui ci ha mandati un assegno di 50.000 Euro!

Lino:     Azz, ma quanno chisto se commuove, nun caccia ‘e llacrime: caccia ‘e sorde!

Franco: E non è finita qua. Secondo te, noi come stiamo facendo lo shopping insieme a te?

Lino:     Un altro figlio?

Franco: No, caro mio. Devi sapere che io e mia moglie ci siamo laureati con 110 e lode: io

              in ingegneria nucleare e Emilia in ingegneria genetica! 

Lino:     E scommetto che lo avete commosso!

Franco: Esatto! E accussì ce ha mannato dujcientomila Euro!

Lino:     Bravi, bravissimi! (Dubbioso) ‘Nu mumento, e si po’ isso ve vene a truvà?

Franco: Impossibile. Manca dall’Italia e da Napoli da trent’anni. Quello è ricercato dai

              finanzieri per evasione fiscale. Ecco perché fuggì in America! Meglio accussì! No?

              I due se la ridono. Dal centro torna Emilia che nota i due ridere e vi si avvicina.

Emilia:  Néh, ma ch’è stato?

Franco: No, niente, Emilia. Stavo raccontando a Lino come abbiamo fregato a Zio Tom!

Emilia:  Sì, però mò va’ a pusà ‘a rrobba toja, e nun te scurdà che ll’armadio è ‘o mio.

Franco: (Si alza e prende le sue buste) E io addò ‘a metto ‘a rrobba mia?

Emilia:  Fora ‘a veranda.

Franco: Embé, ‘e chistu passo, me sa che me ne vaco pure a cuccà, fora ‘a veranda!

              Esce via centralmente. Emilia si siede al posto di Franco.

Emilia:  Lino, grazie ancora per l’idea che ci hai dato.

Lino:     Cara Emilia, noi ci dobbiamo arrangiare come possiamo. Del resto, ‘a vita è cara. E

              chi è ricco, ha da aiutà a chi nun è ricco. Spontaneamente… oppure no.

Emilia:  Però lo sai? Un po’ mi dispiace di fare fesso allo zio di Franco. E se poi ci scopre?

Lino:     Cu’ zia Monica sò cinch’anne che và annanzo ‘sta storia e nun m’ha maje scoperto.

Emilia:  A nuje invece so’ tre anne. Speramme sulo che zì’ Tummaso nun ce vene a truvà!

Lino:     Non può. E’ evasore fiscale. (Si alza in piedi) Quindi, è tutto tranquillo. Bene, ora

              vado pure io a posare i miei acquisti a casa mia. Come sta facendo Franco. E…

              Si sente da dietro un tonfo e Franco gridare.

Emilia:  Ma che sta cumbinanno Franco, fora a chella veranda?

Lino:     Aspié, mò vaco a vedé io. Che guajo ‘e notte è tuo marito!

Emilia:  A chi ‘o ddice!

              Lino esce via per il centro. Emilia si alza in piedi e sistema le sedie al tavolo.

2. [Emilia, la professoressa Olivia Ascolana e poi Bruno Del Giudice]

              Emilia, dopo aver sistemato le sedie, prende una scopa e spazza in stanza.

Emilia:  E vabbuò!

              Dall’ingresso, a destra, giunge la professoressa Olivia Ascolana: è una ficcanaso.

Olivia:   E’ permesso?

Emilia:  Professoressa Olivia Ascolana! Prego, prego, entrate.

Olivia:  (Le si avvicina) Come state, signora Emilia? 

Emilia:  Un poco affaticata. Sapete com’è, è faticoso portare le buste degli acquisti.

Olivia:   Ah, non lo dite a me. Sapeste come odio fare la spesa. Specialmente dal macellaio!

Emilia:  No, ma io non ho fatto la spesa. Aggio fatto ‘o shopping!

Olivia:   Beata voi! Io invece non arrivo mai a fine mese coi soldi, anche se c’è pure lo

              stipendio di mio marito che è anch’egli professore.

Emilia: E vostra figlia Anna?

Olivia: Compra solo scarpe. Ma del resto, lei fa l’attrice. Però i soldi li tiene tutti per sé.

Emilia: E non possiamo fare niente per farla innamorare di mio figlio Bruno?

Olivia: Pe’ carità! Ehm… no, nel senso che mia figlia non è una ragazza da consigliare!

Emilia: Invece mio figlio Bruno, è un giovane intelligentissimo e educatissimo!

            Dall’ingresso entra Bruno, tipo bonaccione, tutto sparato. Ha una lettera in mano.

Bruno: Néh, uhé, ma se magna ccà?!

Olivia: (Lo osserva e lo addita) Appunto!

Emilia: Uhé, Bruno!

Bruno: (Va da lei) Cià, mommò*!                               *(ha dei difetti di pronuncia: mommò sarebbe mammà)

Olivia: (Incuriosita) Mommò? Che succede mommò? In italiano vuol dire “or ora”!

Emilia: No, vi sbagliate. Quando lui dice “mommò”, sta dicendo mammà!

Olivia: Ma cos’è, un difetto di pronuncia?

Emilia: Esatto.

Bruno: Néh, mommò! Addò sta popò*?                                                                    *(come sopra)

Olivia: “Popò” sarebbe papà?

Emilia: Esattamente. Néh, Bruno, ma nun hé salutato ‘a professoressa Olivia Ascolana?

Bruno: ‘A figlia vosta comme sta?

Olivia: Ah, cioè, proprio direttamente. Neanche “buongiorno”! Comunque Anna sta bene.

Bruno: E me la salutate?

Olivia: Ma certo, servirò.

Bruno: Buono! Mò però, mommò, t’aggia fa’ vedé ‘na cosa. (Esibisce la lettera) Chesta!

Emilia: E che d’è ‘sta cosa?

Bruno: No, niente, è ‘a solita lettera ‘e chillu fesso ‘e zio Tom!

Olivia: (Indiscreta) Fesso? E perché fesso?

Emilia: Ehm… no, mio figlio vuole dire che questo zio Tom è ingenuo.

Olivia: Ah, ecco. E perché è ingenuo?

Emilia: Perché si crede un sacco di cose.

Olivia: Ah, ecco. E perché si crede un sacco di cose?

Bruno: Ma che state facénno, ‘o “gioco del perché”?

Emilia: Ma che dici? Che sta facendo di male, la professoressa? Scusatelo tanto.

Olivia: Non vi preoccupate. Un momento, ma voi due non dovete parlare più?

Emilia: No, no, basta.

Olivia: E allora me ne posso pure andare! Torno a trovarvi un altro giorno. Arrivederci.

Emilia: Arrivederci, professoressa.

Olivia: Arrivederci, Bruno!

Bruno: Orrivederci!

Olivia: No, con la “a”: arrivederci.

Bruno: Orrivederci!

Olivia: Dici “Anna”!

Bruno: Onno!

Olivia: (Ci rinuncia) No, niente da fare. Di nuovo arrivederci!

             Va per uscire, ma in realtà origlia dall’uscita. I due non la notano e parlano.

Emilia: E allora, Bruno, cchiù tarde facìmme leggere ‘a lettera ‘e zio Tom a papà.

Bruno: E già. Mò amma truvà quala palla amma inventà pe’ ‘mbruglià ‘o zio americano!

Emilia: Infatte! Cu’ e prossime sorde che ce manna ‘o zio, m’aggia accattà ‘na villa!

Bruno: E io invece ‘na Ferrari ch’aggia parchiggià lloco ffor…! (Nota Olivia origliare e fa

               segno ad Emilia) Ehm… mommò!

Emilia:  (La nota) Professoressa!

Olivia:   Uh, ehm… no, niente, io stavo qui per… per… salutarvi di nuovo! Arrivederci!

Emilia:  Arrivederci!

              Olivia va via e così Emilia concerta qualcosa con Bruno.

              Bruno, jamme a parlà ‘int’a ‘n’ata stanza. Ce sta chella ‘nciucessa lloco ffora.

Bruno:  Nun te prioccupà, mommò. Aroppo parlamme cu’ popò!

              I due escono a sinistra. 

3. [Franco e Lino. Poi Bruno ed Emilia]

              Dal centro torna Lino che aiuta a camminare Franco, dolorante alla testa.

Franco: Ah, ànema d’’o bisnonno mio ch’è muorto cient’anne fa! ‘E che capata!

Lino:     (Lo aiuta a sedersi al tavolo) E statte cchiù attiento. Tu putìve rompere ‘a veranda!

Franco: Ah, ecco, nun è che me putévo rompere ‘a capa!

Lino:     Ma comme he’ fatto a tuzzà?

Franco: Ma nun aggio tuzzato io contro ‘a veranda, ‘a veranda ha tuzzato ‘ncapa a me!

Lino:     Vabbuò, allora mò me ne pozz’ì?

Franco: Sì, sì, nun te prioccupà. Stongo già meglio.

Lino:     Menu male. Mò me piglio ‘a rrobba mia. (Va per prenderla dal tavolo, ma nota

              qualcosa di strano) Ma ccà me manca ‘na mutanda. Nun è che l’hé pigliata tu?

Franco: Io?

Lino:     Per sbaglio! Non per niente, ma si trattava di certe mutande di colore viola!

Franco: Nun l’aggio viste.

Lino:     E allora forse me l’aggio scurdate ‘int’’o negozio. Io vaco, allora. Cià.

              Prende le buste ed esce via. Franco si duole ancora, mano sulla fronte.

Franco: Ah, mamma ‘e ll’Arco! ‘A capa!

              Da sinistra tornano Emilia (con un foglio in mano) e Bruno (con la lettera).

Emilia:  Allora, Bruno, a mammà, chesta è ‘a lista ‘e tutt’’e ccose ch’amma accattà cu ‘e

              prossime sorde ‘e zio Tom! Mò ce ‘a facìmme leggere a papà.

Bruno:   Uh, sta assettato lloco. Jamme addù isso.

              Vanno da lui. 

              Uhé, popò!

Franco: Ma te vuo’ ‘mparà a ddicere “papà”? (Poi si alza in piedi) So’ fatto popò, io?

Emilia:  Vabbuò, basta. (Gli esibisce il foglio) Chiuttosto, aggio fatto ‘a lista d’’e ccose che

              ce amma accattà cu’ ‘e sorde ‘e zio Tom, tra cui: ‘na villa, ‘na Ferrari e ‘na cucina! Franco: Miéttece pure ‘na veranda nova!

Emilia:  Sicuramente. E mò, Bruno fance vedé ‘a lettera ch’è arrivata.

Franco: Quala lettera?

Bruno:  Chesta ccà, popò! (Gliela cede)

Franco: Uh, che bellezza! Ci ha scritto! Allora per festeggiare, Bruno, dopo vai a alla

              pasticceria Sasà e compri 10 babà! Hai capito? Pasticceria Sasà, compri 10 babà.

Bruno:  Nun te prioccupà.

Franco: E mò leggo ‘a lettera. (La apre sorridente. Man mano il sorriso diventa smorfia,

              fino a che poi sviene)

Emilia:  Oddio! Ch’è stato?

Bruno:  E’ svenuto!

Emilia:  Aggio visto. Cretino, damme ‘na mana, facìmmele assettà ‘ncoppa ‘a seggia. 

              Così fanno.

              Franco, Franco, ma ch’è stato? Uh, Marò, nun risponne. Bruno, chiàmmele tu!

Bruno:   Popò, popò!

Franco: (Si sveglia e lo guarda male) Ma che staje sunànno, ‘o clacson? (Si rialza)

Emilia:  Néh, ma se po’ ssape’ che ssì svenuto a ffa’?

Franco: (Ironico) Accussì, pe’ bellezza! (Poi sconvolto) Mò te faccio sentì che ha scritto ‘o  

              zio Tom: (Legge con accento torrese) “Cari nipoti, m’è succiessa ‘na bella caòsa”!

Emilia:  Néh, ma pecché staje liggénno accussì?

Franco: E’ t’he’ scurdata? ‘O zio Tom è turrese!

Emilia:  Ah, già. Và annanzo, liegge ancora. Quala bella cosa è succiesa?

Franco: (Legge con accento torrese) “Aggio pavàto tutt’’e diébete cu ‘o stato italiano. Mò

               pozzo turnà in Italia. Anze, siccòmme tengo ‘a nostalgia, aggio deciso ‘e venì ‘a

               casa vosta. Firmato ‘o zio!”… Ma vuje ate capito?

Bruno:   Allora pozz’ascì?

Emilia:  Addò vaje?

Bruno:  Mommò, popò, vaco addù Sosò a accattà ‘e bobò!* *(Mammà, papà, vado da Sasà a comprare i babà!)

Franco: Addò vaje? Quali babà? Nun può gghì addù Sasà. Chesta nun è ‘na bella nutizia.

Emilia:  E già. Si ‘o zio Tom vene ccà, nun trova né ‘o palazzo ristrutturato, né ‘o figlio

               nuovo e neppure ‘a laurea mia e chella ‘e papà. E comme facìmme, mò?

Franco: M’è venuta ‘na granda idea: pe’ quanto riguarda ‘o palazzo nuosto, dicìmme che

               s’è scarrubbato ‘n’ata vota, pecché ccà a Porta Nolana c’è stato ‘o terremoto!

Emilia:  Bravo! Ma che ce dicìmme quanno isso vò vedé ‘o criaturo?

Bruno:  E che ce vo’? Ce facìte vedé a me!

Franco: Ma che ssi’ scemo? Indubbiamente, ce staje pure tu. Però ‘o criaturo ce vo’. Allora

               ce ‘o facìmme prestà d’’a signora ‘o piano ‘e coppa!

Emilia:  Perfetto! Ma ‘a laurea addò ‘a pigliàmme?

Franco: ‘A facìmme al computer e l’azzeccàmme ‘nfaccia ‘o muro.

Emilia:  Ma io nun sto’ parlanno d’’o piezzo ‘e carta. Nuje amme fatto fino ‘e scole medie.

Franco: E già. Embé, allora saje che se fa? Si ‘o vvuo’ sape’, pure Bruno tene ‘a laurea.

Bruno:  E che rrobba è?

Franco: ‘Nu titolo ‘e studio. E sapete chi ci aiuterà? La professoressa Olivia Ascolana col

              marito. Basterà che ci insegnano qualcosa al volo, al volo. La professoressa penserà

              a me e a te, mentre il professore se la vedrà con Bruno.

Emilia:  Franco, ma ‘o ssaje che ‘na vota ire tutto scemo? Invece mò si’ cchiù intelligente!

Bruno:  E’ ‘o vero, popò!

Franco: Stai zitto, che ne sai tu? E mò, jamme bello, Emì, va’ a chiammà ‘a professoressa e

               dince ‘a verità. Si va tutto cose buono, ce sta ‘nu premio pure pì essa e ‘o marito.

Emilia:  Vabbuò. Io vaco.

              Emilia esce via frettolosamente.

Bruno:  E io? Vaco addù Sosò a accattà ‘e bobò?

Franco: Ma qualu Sosò e bobò, Sasà e babà?! Inzomma, statte ccà.

Bruno:  E tu addò vaje?

Franco: Add’’a signora ‘o piano ‘e coppa. Ce aggia dicere che ce ha da presta ‘o piccerìllo.

Bruno:  Chillo d’’a fotografia?

Franco: Esatto.

Bruno:  Io dico che nun t’’o presta!

Franco: Stattu zitto, nun fa’ ‘a ciucciuvettola! E chiunque vene, nun ‘o fa’ trasì. He’ capito?

Bruno:  Vabbuò. Va’, va’.

              Franco esce e Bruno si siede sul divanetto.  

4. [Bruno ed Isacco Vuoto. Poi Lino]

              Bruno, seduto sul divanetto, comincia ad annoiarsi.  

Bruno:  E mò che faccio? Io m’ammòscio! (Si alza, va all’ingresso, guarda fuori, poi torna

             a centro stanza e si interroga da solo) Addò sta ‘o telefono? ‘Int’’a cucina! Ma sì

             sicuro? Và a vedé, scé?! Oh, ma quanta cunferenza me piglio cu’ me stesso!

             Esce a sinistra. Poco dopo torna col cordless e digita un numero di telefono. Poi…

             Pronto! Onno! So’ Bruno! (Parlando, fa strane pose) Sai com’è, mi hanno rimasto

             da solo a casa. E quando il gatto non c’è, i porcelli ballano! Dove ti posso portare,

             stasera? A ballare, a mangiare la pizza, a fare shopping, o a casa mia? Come dici?

             No, a ballare non si può, perché non tengo la macchina. No, a mangiare la pizza non

             si può, perché sono allergico alla farina. No a fare lo shopping non si può, perché ho

             speso tutti i soldi di zio Tom. Quindi, rimane solo casa mia. Come? Non si può

             pecché so’ rattuso?! (Guarda il telefono) Ha attaccato! E pecché, po’? Boh!

             Esce via a sinistra. Da fuori (a destra) intanto si sente un pescivendolo gridare.

Isacco: ‘E pisce, ‘e pisce! Accattatavìlle! (Entra: ha due ceste con pesci) Oh, ‘int’a ‘sta casa

             è ‘a primma vota che ce traso. Eppure io stongo ‘e casa ‘o piano ‘e coppa! E allora,

             s’hanna accattà ‘e pisce addù me: Isacco Vuoto! (Poi grida) Néh, ca io sto’ ccà!

             Da sinistra torna Bruno, allarmato.

Bruno:  Chi ce sta? (Lo nota) No, no, nun vale. Popò ha ditto che nun ha da trasì nisciuno!

             Corre da lui e lo spinge via verso l’uscita. Ma Isacco gli fa resistenza.

Isacco: Néh, uhé, ma che staje facénno?

Bruno:  Te ne sto’ caccianno!

Isacco: Ma me faje cadé ‘e pisce! Me faje cadé ‘e pisce!

Bruno:  Nun me ne ‘mporta! (E lo caccia fuori) Ecco qua!

Isacco: (Rientra in casa) ‘Nu mumento, ma io…

Bruno:  ‘N’ata vota? Te n’hé ‘a ì. Nun può sta’ ccà.

Isacco: Ma pecché?

Bruno:  Me l’ha ditto popò!

Isacco: E chi è “popò”?

Bruno:  Ma comme, nun saje a popò? Tu nun ‘e ttiene a popò e a mommò?! 

Isacco: No.

Bruno:  Allora si’ orfano!

Isacco: Ah, papà e mammà?! E tu dice “popò” e “mommò”! Ma io aggia trasì pe’ forza

            ‘int’a ‘sta casa.

Bruno:  Ma pecché, si’ l’ufficiale giudiziario?

Isacco: No, faccio ‘o pisciavìnnele! Isacco Vuoto!

Bruno:  Comme?
Isacco: Isacco Vuoto!

Bruno:  Ah, ‘nu mumento. (Capisce “sacco vuoto” e così si abbassa sulle ginocchia)

Isacco: No, nun he’ capito: Isacco Vuoto!

Bruno:  E invece aggio capito: hé ditto “sacco vuoto”! E io me sò mmiso in ginocchio!

Isacco: Ma qualu sacco vuoto? Io nun voglio fa’ sacco vuoto.

Bruno:  Allora vuo’ fa’ “un, due, tre stella”?!

Isacco: Amico, ma tu staje fora cu’ ‘a capa! Io me ne torno ‘a putéca mia, ccà ffora!

Bruno:  Aspié, e me lasse accussì? (Gli mostra di essere ancora inginocchiato)

Isacco: Ah, già: “sacco pieno”!

Bruno:  (Si rialza) Ecco qua!

Isacco: L’aggio ditto: tu staje fora cu’ ‘a capa! (Poi si volta verso l’uscita e grida)

             Accattàteve ‘o purpo! A diece Euro ‘o chilo!

             Ed esce via.

Bruno:  Ma chisto fosse ‘o pisciavìnnele che tene ‘a putéca llà ffora? Mah! Che tipo strano:

             invece ‘e vénnere ‘e pisce, s’è mmiso a ffa’ “sacco pieno e sacco vuoto”!

             Si volta per tornare a sinistra, ma dall’ingresso a destra entra Lino con una lettera.

Lino:    (Disperato) Bruno, Bruno!

Bruno:  (Si volta e lo blocca) No, no, nun può trasì. Nun po’ trasì nisciuno. L’ha ditto popò!

Lino:    Ma che popò e popò? Io aggia parlà cu’ papà!

Bruno:  E io sto’ parlanno justo ‘e isso.

Lino:    (Preoccupato) E addò sta? Ce aggia fa’ leggere ‘na cosa. E’ importantissima.

Bruno:  E mò nun ce sta.

Lino:    (Si arrabbia) Comme, nun ce sta?

Bruno:  E pecché t’arraggie? E’ gghiuto add’’a signora ‘ncoppa: ci deve prestare il figlio!

Lino:    Eh?

Bruno:  Vabbuò, tu nun puo’ capì!

Lino:    Bruno, ma io aggia parlà cu’ coccheduno.

Bruno:  E mò mò è asciuta pure mommò*!                        *(Traduzione: “Or ora è uscita anche mammà!”)

Lino:    Chi è uscito, mò mò?

Bruno:  Mommò!

Lino:    Aggio capito. Ma chi è asciuto, mò mò?

Bruno:  E te sto’ dicenno ch’è asciuta mommò! Comme ‘a chiamme? Emilia!

Lino:    (Finalmente capisce) Ah, mammà! Ma che strana lengua parle tu! Inzomma, pàteto  

              e màmmeta nun ce stanne. Allora voglio scrivere ‘nu messaggio pe’ lloro.

Bruno:  Vulìmme chiammà a “C’è posta per te”?

Lino:    Ma che “C’è posta per te”? Me serve sulo ‘na carta e ‘a penna.

Bruno:  ‘E ttengo, ‘e ttengo. Stanne ‘int’’a cucina.

Lino:    E allora jamme, nun me fa’ perdere tiempo!

              I due escono a sinistra.

5. [Emilia e Franco. Poi Lino. Infine Olivia, Miro Vinate e Bruno]

              Dall’ingresso (a destra) tornano Emilia e Franco. 

Franco: Che t’ha ditto ‘a professoressa? E ‘o prufessore?

Emilia:  Cinche minute e stanne ccà! E a te, che t’ha ditto ‘a signora ‘o piano ‘e coppa?

Franco: Emì, ‘na brutta nutizia: nun ce ‘o vo’ da’, ‘o piccerillo! Eppure io l’aggio promessa

             ‘na bella sommetta.

Emilia:  Vabbuò, nun te prioccupà, po’ ce parlo io.

Franco: Brava! A proposito, ma Bruno addò sta? Mica sarrà asciuto?

Emilia:  (Sente puzzo nell’aria) Ma che d’è ‘sta puzza ‘e pesce, ccà ddinto?

Franco: Ma nun è che Bruno s’è mmiso a frijere ‘e pisce?

Emilia:  Ma nun te fissà. E ppò, l’importante è che nun ha fatto trasì a nisciuno ccà ddinto.

              Da sinistra esce Lino con un foglio in mano.

Lino:     Ecco qua, aggio scritto ‘o biglietto pe’ Franco e…

Franco: Uhé, Lino, tu staje ccà? Io e Emilia t’amma parlà ‘nu mumento.

Lino:     (Va dai due) No, songh’io che v’aggia parlà a vuje.

Emilia:  Aspié, mò te parlamme primma io e Franco.

Lino:     Ma chello che v’aggia dicere io è cchiù importante.

Franco: (Stufo) Ma pecché, tu saje che t’amma dicere nuje?

Lino:     (Stufo) E vuje sapìte chello che v’aggia dicere io?

Emilia:  Ma a nuje c’è arrivata ‘na lettera ‘e zio Tom. Vo’ venì in Italia!

Lino:     E a me m’ha scritto zia Monica. Vo’ venì pur’essa in Italia!

I tre:      Oh, no!

Lino:     E mò comme facìte?

Franco: E tu comme faje?

Lino:     E io picciò so’ venuto addù vuje. Voglio sape’ comme cacchio ve state priparanno.

Emilia:  Niente: ‘o palazzo ristrutturato s’è scarrubbato ‘n’ata vota pe’ colpa d’’o

              terremoto, ‘o piccerillo se riesce a truvà e ‘a laurea è finta. 

Lino:     E io? Addò ‘o trovo , ‘o negozio ‘e animale?

Emilia:  Mannaggia, ma pe’ forza ‘o negozio ‘e animale t’’eva venì a mente?

Lino:     E che vvuo’ ‘a me? ‘A zia Monica và pazza p’’e bestie!

              Da sinistra torna Bruno.

Bruno:   E mò ce penz’io!

Franco: A proposito ‘e bestie, ce sta Bruno! Uhé, vatténne, stamme parlanno ‘e cose serie.

Lino:     Aspié, falle parlà.Che stive dicenno, Bruno?

Bruno:  Poco fa, aggio cunusciuto a ‘nu tizio che tene ‘nu bellu negozio ‘e animale.

Lino:    ‘O vero?

Bruno:  Sì. E’ trasuto ccà ddinto. Volendo, te po’ dda’ ‘na mana isso! 

Lino:    Giusto: io sto con lui nel negozio di animali, però dico a zia Monica che è mio!

Bruno:  E io chesto vuleve dicere!

Lino:    Ma tu si’ ‘nu genio, Bruno! Va’, va’, va’ addù st’amico tuojo.

Bruno:  Mò ce vaco subito.

Lino:    Grazie, Bruno. Io invece vaco a priparà tutto cose. Grazie, grazie, grazie!

             Esce frettolosamente.

Bruno:  Ma comme, se n’è gghiuto? E ‘o regalo nun m’’o fa’?

Franco: Nun te prioccupà, a papà, chillo te fa ‘nu bellu regalo.

Bruno:  E allora mò vaco a parlà cu’ chillo d’’o negozio ‘e animale!

              Esce subito via. Emilia cerca di fermarlo, ma inutilmente.

Emilia:  Aspié, mò ha da venì ‘o prufessore e ‘a professoress…! Aéh, guarde comme corre!

Franco: Nun ‘o da’ retta. Penzàmme a mettere a posto ccà ddinto.

Emilia:  Sì, sì, he’ raggione.

Franco: (Va al tavolo, sistema le sedie, poi si rivolge ad Emilia) Ecco qua, ‘a casa è pronta!

Emilia:  E chesto è tutto?

Franco: Nenné, ma mò te vulìsse mettere a scupà ‘nterra, a lavà ‘o pavimento, a scerià ‘e

              llastre e a lubrificà ‘a cucina?!

Emilia:  E che fa? Teniamo ancora qualche minuto!

             Ma invece i due si presentano: Olivia e Miro Sereno. Salutano gioiosi.

I due:    Buonasera!

Franco: He’, visto, Emì? Già stanne ccà! Buonasera, buonasera, entrate.

I due:    (Venendo avanti) Grazie!

Emilia:  Oh, professore, professoressa! 

Olivia:  Conoscete mio marito?

Emilia:  Io solo di faccia.

Franco: Io, sì e no. Ci salutiamo solo di sfuggita. Comunque piacere, Franco Del Giudice.

Miro:    Miro Vinate!                                                                  

Franco: Comme?

Miro:    Miro Vinate!

Franco: Ma no, non vi preoccupate. Non vi roviniamo.

Emilia:  E già, è tutto tranquillo. Nessuno ci scoprirà.

Olivia:   Ma no, che avete capito? Lui si chiama Miro Vinate, come san Miro eremita!

Franco: (Imbarazzato) Ah… ehm… ma noi avevamo capito proprio questo! E’ vero, Emì?

Emilia:  Uff!

Olivia:   Bene, signora, voi, vostro marito e vostro figlio avete bisogno dell’insegnamento

              mio e di mio marito. Solo che non ho ben capito di quale genere vi occorre.

Franco: Ma comme, nun ce l’hé spiegato?

Emilia:  ‘Int’’a mmuina, me so’ scurdata proprio.

Franco: Professore, professoressa, voi dovete farci prendere la laurea stesso oggi!

I due:    (Sorpresi) Eh?!

Franco: Zio Tommaso Del Giudice sta tornando in Italia dall’America. E così a me, a mia

             moglie e a mio figlio che nemmeno conosce, ci vuole laureati!

I due:    Laureati?

Franco: Sì, laureati. E voi ci dovete laureare subito!

Emilia:  E per voi che ci vuole? Voi siete tanto bravi.

Olivia:   Ma scusate, io credo invece sia impossibile. Come vi laureate subito?   

Emilia:  No, ma per finta. Ci dovete imparare qualcosa per far credere a mio zio che siamo

              persone intelligenti. Avete capito?

I due:    Ah, ecco!

Franco: E vi dovete occupare soprattutto di mio figlio Bruno che è una autentica testa di…!

Emilia:  Franco, nun essere volgare, però!

Franco: No, no, mi sono trattenuto!

Miro:    Conosco vostro figlio. Fa la corte a mia figlia Anna. (Severo) Penserò io a lui!

Franco: Però non lo uccidete! Quello tra poco torna pure.

Olivia:  Ho un’idea: io e i signori Del Giudice ci spostiamo in altra stanza. Che ne dici?

Miro:    Sono d’accordo, così non disturberete me e Bruno.

Emilia:  Intanto io preparo pure il caffè.

Miro:    (Severo) No, ma che caffè? Dobbiamo cominciare subito le lezioni. Avete capito?

Olivia:  (Severa) Allora noi andiamo di là. Subito!

Emilia:  Con permesso!

Olivia:  (Si arrabbia) Ma che con permesso?

Franco: Azz, ma chesta nun è che ce vatte pure?!

             Emilia, dubbiosa, non risponde. I tre vanno a sinistra. Miro si siede sul divanetto.

6. [Bruno e Miro. Poi Emilia, Franco ed Olivia. Infine Lino ed Isacco]

             Miro, seduto sul divanetto, si annoia. Dall’ingresso entra Bruno.

Bruno:  Uhé, io aggio parlato cu’…! (Non lo nota) E addò stanne, chiste?

Miro:   (Si alza e gli si avvicina, con sguardo severo) Devo aspettarti ancora? Eh?

Bruno: (Intimorito) Uh, ‘o prufessore! E comme sta ‘a figlia vosta?

Miro:   Mia figlia Anna? Non pensarla nemmeno. Adesso devi dedicarti ad altro. Seduto!

Bruno: (Intimorito) ‘Nu mumento, mò m’assetto. (Si siede al tavolo)

Miro:   (Si siede anche lui) Sai scrivere?

Bruno: Cocche parola sì e cocche parola no! Io però tengo ‘a quinta elementare.

Miro:   Cosa? I tuoi genitori non ti hanno mandato più a scuola? Chi di loro due?

Bruno: Popò!

Miro:   Eh?

Bruno: Popò!

Miro:   Che c’entra il popò?! Io voglio sapere chi è che non ti ha mandato più a scuola.

Bruno: E ll’aggio ditto: popò! Il mio genitore maschio.

Miro:   Ah, allora papà. E perché non ti ci ha mandato più?

Bruno: Perché ha detto che erano soldi sprecati!

Miro:   E tua madre?

Bruno: Pure mommò!

Miro:   Mommò?

Bruno: Mommò! Il mio genitore femmina!

Miro:   Hai uno strano modo di parlare. Io direi che prima di imparare nozioni di storia,

            geografia astronomica, scienze e quant’altro, occorre che tu impari la dizione.

Bruno: ‘A matematica?

Miro:   Non ho detto l’addizione, bensì “la” e poi staccato “dizione”, ossia il modo in cui si

            dicono le parole. E allora, tua madre non è “mommò”, bensì “mammà”! Dici “A”.

Bruno: “O”!

Miro:   Ho detto “A”!

Bruno: “O”!

Miro:   Ca-sa!

Bruno: Co-so!

Miro:   Cac-ca!

Bruno: Coc-co!

Miro:   An-na!

Bruno: Bo-na!

Miro:   Ah, però chesto ‘o ssaje dicere!

Bruno: E ‘a figlia vosta me piace troppo assaje!

Miro:   (Si alza indignato) Insomma, come faccio ad insegnarti qualcosa? Tu stai proprio a

             zero. (Torna a sedersi) Speriamo che mia moglie abbia più fortuna coi tuoi genitori.

            Ma da sinistra entrano Franco ed Emilia, rincorsi da Olivia che li richiama.  

Olivia: Disgraziati, voi siete troppo ignoranti! Ma io vi ammazzo! Vi ammazzo!

            Fanno due giri attorno al tavolo, poi escono nella porta centrale. 

Miro:   (A Bruno) Ma allora siete delle bestie! Siete proprio delle bestie.

Bruno: Uh, a proposito ‘e bestie: aggia parlà cu’ Lino! (Si alza in piedi e va verso destra)

Miro:   (Si alza pure lui e lo blocca) Che cosa ti alzi a fare? Noi non abbiamo ancora finito.

Bruno: Ma io aggia ì addù Lino!

Miro:   E chi è questo Lino?

            Dall’ingresso a destra entra proprio Lino.

Lino:   Songh’io, songh’io! (Va da Bruno, spostando Miro) Levàteve ‘a nanzo, pe’ favore!

            Néh, Bruno, allora hé parlato cu’ chillo d’’o negozio ‘e animale?

Bruno:  Sì, sì. Ce aggio ditto che si te presta ‘o negozio suojo, tu ce regale cientomila Euro!

Lino:    Che? Cientomila Euro? Accussì assaje?

Bruno:  Amico “Fritz”, tu m’he’ regalà coccosa pure a me!

Miro:   (Li interrompe) Scusate, scusate, ma qui si starebbe facendo lezione.

Lino:    Dopo, dopo! Mò stateve zitte e aspettate!

Miro:   Vabbé. (Va a sedersi sul divanetto, imbronciato) Quando avete finito, mi chiamate!

Bruno:  Prufessò, ve chiammamme quanno se n’è gghiuto chillo d’’o negozio ‘e animale!

             Dall’ingresso a destra entra Isacco.  

Isacco: (Grida) Néh, uhé, ca io sto’ ccà!

Bruno:  Uh, Lino, è isso.

Lino:    Sì? Piacere, Lino Cotone.

Isacco: Isacco Vuoto!

Lino:    Eh?

Isacco: Isacco Vuoto!

             Così Lino e Bruno si abbassano sulle ginocchia. Isacco li richiama e li fa rialzare.

             Ma che state facenno? Io nun v’aggio ditto che voglio fa’ “sacco pieno e sacco

             vuoto”. Io me chiamme Isacco Vuoto.

Lino:    Aggio capito, aggio capito. E allora, Bruno t’ha ditto tutto cose?

Isacco: Sì, te serve ‘o negozio mio. Nun te prioccupà… po’ me daje ‘e centomila Euro!

Lino:    (Guardando male Bruno) Appunto! E che animali tieni? 

Isacco: Tengo ‘o purpetiello, ‘e ccozzeche, ‘e pisce spada, ‘e spigole, eccetera eccetera!

Lino:    Ma aggie pacienza: tu tiene sulamente pisce?

Isacco: E io tengo ‘na pescheria!

Lino:    Bruno, ma comme, chisto tene ‘a pescheria, nun tene ‘nu negozio ‘e animale.

Bruno:  Ma pecché, ‘e pisce nun so’ animale?

Lino:    Ma io vuleve pure cocche cane, cocche gatto, cocche serpente…!

Isacco: E addò ‘e ppiglio?

Bruno:  Lino, tu tiene troppi vizie!

Lino:    No, no, m’accuntento. Voglio da’ ‘a bella nutizia e Franco e a Emilia. Addò stanne?

Bruno:  Niente, stanne currenno pe’ tutta ‘a casa!

Lino:    Eh?

              Dalla porta centrale entrano di corsa Franco ed Emilia (da soli). Si fermano.

Franco: Fuje, fuje, Emilia. L’amme distanziata!

Lino:    (Va da loro) Aspettate, Franco, Emilia, v’aggia dicere ‘na bella nutizia!

             Ma dal centro esce Olivia, arrabbiata.

Olivia:  Dove state?

Emilia: No, Lino, mò nun è cosa!

Lino:    Ma io v’aggia parlà!           

             Così Franco ed Emilia corrono fuori casa, inseguiti da Olivia e Lino.

Bruno:  Oh, addò jate?

Miro:   (Si spazientisce e va da lui) Insomma, che facciamo? Torniamo a studiare? 

Bruno:  Mommò, popò, voglio venì cu’ vuje!

             Esce pure lui di casa. Isacco, perplesso, rimasto solo, esce via pure lui di casa.

Isacco: (Gridando) Stock, baccalà, sogliola e merluzzo… Isacco Vuoto!

FINE ATTO PRIMO

            Salone di casa Del Giudice: il giorno dopo. Sulle pareti ci sono dei festoni e un paio di striscioni con su scritto: “Bentornato zio Tom”!

ATTO SECONDO

1. [Franco ed Emilia. Poi Miro. Infine Bruno]

              Franco (con tuta da spazzino) ed Emilia sono seduti sul divanetto.

Emilia:  Franco, ma ‘e chello che ce ha ‘mparato ‘a professoressa aiére, che hé capito? 

Franco: Poca rrobba! A proposito, ‘na cosa clamorosa: ma tu ‘o ssapive ca 1 + 1 faceva 2?!

Emilia:  Sì!

Franco: Ma nun dicere palle!

Emilia:  Vabbuò, aggia dicere ‘a verità? No! Però nun ce ‘o ddicere a nisciuno.

Franco: Nun te prioccupà. E tu, invece che t’hé ‘mparata?

Emilia:  Io m’aggio ‘mparata ‘e vvocale: a, e, i, o, u!

Franco: (Sconvolto) No! Nun po’ essere. Io m’aggio ‘mparato fin’e ‘a lettera “i”!

Emilia:  (Fiera) ‘O vì? Allora aggio vinciuto io!

Franco: (Dubbioso) Siente, ma mò, secondo te, io paro ‘n’ingegnere nucleare?

Emilia:  E io paro ‘na laureata in ingegneria genetica? (Poi, realizza) A proposito, e Bruno?

Franco: E già. Che laurea s’ha pigliato Bruno? Ecco qua: Bruno è ingegnere aerospaziale!

Emilia:  E chi è?

Franco: Chillo che costruisce ll’aria, ‘e nnuvole e ‘o spazio! Chiedi conferma al professore. 

Emilia:  No, pe’ carità! E si po’ faccio ‘na brutta figura?

              All’ingresso (a destra), si presenta proprio Miro.

Miro:     Signori, buongiorno!

Franco: (Si alza in piedi) Carissimo professore, entrate!

Miro:    (Va da loro) Come vanno le cose?

Emilia:  (S’alza in piedi) Beh, ieri vostra moglie ci ha fatti correre un po’, però vanno bene!

Miro:     E dovete scusarla se ha agito così, ma è stato per il vostro bene. Anch’io, del resto,

              ho inseguito Bruno. E a differenza vostra… isso ha pure abbuscato!

Emilia:  A proposito di Bruno: stamattina è uscito prestissimo. Ma dove lo avete mandato?

Miro:     In giro a conoscere la cultura: al Maschio Angioino, poi al Castel dell’Ovo, infine

              l’ho spedito al museo della scienza, così impara che il sole contiene i raggi U.V.A.

Emilia:  Uh, bello, bello!

Franco: Ma che bello e bello? ‘Sti ccose ‘e ppo’ ccapì ‘n’essere normale, ma no Bruno!

Emilia:  E invece te faccio vedé che Bruno s’ha ‘mparato tanti belli ccose!

              Dall’ingresso (a destra) torna Bruno, tutto dubbioso.

Bruno:   Mah! Boh! Eh! Uff!

Miro:     (Lo nota) Oh, eccolo là! (Va da lui) Allora, caro Bruno, ti sei divertito?

Bruno:   Diciamo! E’ stato bello… mò però me serve ‘nu spicanalista!

Miro:     Che d’è ‘stu spicanalista?

Bruno:   E’ chillo che scòngeca ‘e ccerevelle e ppo’ l’acconcia ‘n’ata vota!

Miro:     Ah, ‘o psicanalista! Ih! (Finge di dargli uno schiaffo) Che simpatico che sei!

Emilia:  (Va da lui) Bravo, a mammà!

Franco: (Va da lui) Ma che bravo e bravo?! Inzomma, che t’ha ‘mparato ‘o prufessore?

Bruno:   (Fiero) Vuo’ vedé! (Indica Emilia) Tu si’ mammà! (Poi Franco) E tu si’ papà!

Emilia:  Oddio, m’ha chiammata mammà: se l’ha ‘mparato a dicere buono! (Si commuove)

Franco: (Commosso) E già. E penzà che quann’ire piccerillo, fin’e mò, ce hé fatto ittà ‘o

              sango: a me me chiammave “popò” e a essa “mommò”!

Miro:     Avete visto? E’ l’alba di una nuova era! Bruno, e adesso fai sentire le altre cose

              che hai imparato oggi. Per esempio, cos’hai visto al Maschio Angioino?

Bruno:   Nun l’aggio truvato.

Miro:     Che cosa?
Bruno:   ‘O maschio ‘e Angelina!

Miro:     E chi è ‘stu maschio ‘e Angelina?!

Bruno:   Che ne saccio? Io ce ll’aggio domandato pure a essa, ma chella nun ‘o tene ‘o

              maschio. Tene sulo ‘a femmena!

Miro:     Ma di chi stai parlando?

Bruno:   Angelina, ‘a figlia ‘e ‘on Pascale ‘o funtaniere, ‘o frato d’’o battilocchio!

Miro:     Ma chi so’ ‘sti ggente? Io volevo solo farti vedere un castello a Piazza Municipio.

Bruno:   Ah, ma era ‘nu castiello?

Miro:     E certo. Aspetta, ma non dirmi che non sei stato nemmeno al Castel dell’Ovo.

Bruno:   Sì, lloco ce so’ stato.

Miro:     E che cosa hai visto?

Bruno:   ‘Nu sacco d’’acqua attuorno ‘a castiello. Ch’impressione! Ma che sarrà succieso?!

Miro:     (Ironico) No, niente, se sarrà scassata ‘a cannola ‘int’’o castiello!

Bruno:   Uh, che peccato! E mò nun è che se ‘nfonne?

Miro:     Chi?

Bruno:   L’uovo che sta ‘int’’o castiello!

Miro:     Ma tu hai visto il mare. Vabbé, e per finire, sei stato al museo della scienza?

Bruno:   Sì, sì. Prufessò, mò ve faccio vedé.

              Corre a sinistra. I tre lo osservano sorpresi, poi si guardano tra di loro.

Emilia:  E mò che ffa?

Franco: Boh!

              Bruno torna con un bicchiere in mano e va da loro.

Bruno:   Ecco qua.

Miro:     E che devi fare con questo bicchiere?

Bruno:   Vado sul tetto. Voglio riempire il bicchiere coi raggi del sole, così faccio il vino!

Miro:     E perché?

Bruno:   I raggi “uva”!

              Ed esce di casa. Miro si prende a schiaffi da solo. Franco ed Emilia lo fermano.

Franco: No, no, no, non fate così. Non vi pigliate a schiaffi.

Emilia:  Del resto, che cosa vi aspettavate da Bruno?

Franco: Chillo già è assaje che s’ha ‘mparato a ddicere “mammà” e “papà”!

Emilia:  E noi già siamo felici così. E questo grazie a voi. E grazie a vostra moglie. A

              proposito, ma non ci sta lei?

Miro:     In questo momento sta facendo lezione al signor Lino: le differenze tra gli animali. 

Franco: Ah, già, per il finto negozio di animali. Vabbé, professò, e quanto vi debbo pagare?

Miro:     Pensate alla salute. Piuttosto, sapete cosa vi dico? In bocca al lupo con vostro zio!

Franco: (Dubbioso) Scusate, ma mò che ce azzecca ‘o lupo?

Miro:     E’ meglio che me ne vaco, và! Signori, arrivederci!

              Esce via.

Franco: Emì, io vaco a faticà. Vaco a piglià ‘a scopa ‘int’’o deposito. E non mi saluti?

Emilia:  In bocca al lupo!

Franco: ‘Nmocca a soreta!

              Franco esce di casa. Emilia lo osserva perplessa.

Emilia:  Vabbuò, va’. Io vaco a ffa’ ‘e liette.

              Emilia esce dalla porta centrale.

2. [Lino ed Olivia. Poi Isacco]

             Poco dopo entrano Lino ed Olivia.

Olivia:  Allora, signor Lino, questa domanda è facile: a quale famiglia appartiene l’asino?

Lino:    Alla famiglia Del Giudice!

Olivia:  In che senso?

Lino:    Bruno: quello è asino ciuccio!

Olivia:  Ma io non intendevo dire questo. L’asino appartiene alla famiglia degli equini.

Lino:    Giusto, brava!

Olivia:  E il cercopiteco?

Lino:    Come?

Olivia:  Cercopiteco!

Lino:    E dove sta?

Olivia:  Chi?

Lino:    Piteco.

Olivia:  Non so.  

Lino:    E allora che lo cercate a fare?

Olivia:  Ma io non cerco nessuno. Parlavo del cercopiteco che fa parte della famiglia delle

             scimmie. Ora parliamo di uccelli. Che uccello è il cacatua? (Mima un becco curvo)

Lino:    Il cacatua è un animale… un animale… (Nota la mimica) Spuorco assaje! 

             Olivia mima un battito di ali. Lino la osserva e continua a rispondere equivocando.

             Mentre vola con le ali, come state facendo voi, colpisce la gente che ci sta sotto! Da

             questo deriva il nome “cacatua”!

Olivia:  (Spazientita) Ma no, è un pappagallo. Questo è. E che tipo di pesce è il pagliaccio?

Lino:    E’ ‘nu pesce poco serio! E’ pagliaccio!

Olivia:  Oh, mamma mia! Sentite, parliamo di insetti: qual è la differenza tra la vespa

             europea e la vespa orientale?

Lino:    Chesta è facile: ‘a vespa orientale tene ll’uocchie a mandorla!

Olivia:  Ma che state dicendo? Embé, vi faccio un’altra domanda per aiutarvi: che

             differenza c’è tra il cane e lo scarafaggio?

Lino:    Dunque: lo scarafaggio si uccide con lo scarpone, invece il cane no!

Olivia:  E che c’entra? Io parlavo del fatto che gli scarafaggi non hanno spina dorsale!

Lino:    Ah, ecco: gli scarafaggi non tengono proprio spina dorsale, quindi sono vigliacchi!

Olivia:  Ma come? Ve l’ho spiegato venti volte: i vertebrati hanno la spina dorsale, invece

             gli invertebrati non ce l’hanno.

Lino:    Veramente?

Olivia:  E certo. Insomma, come fate a lavorare nel negozio del signor Isacco? Voi non

             sapete che gli scarafaggi non hanno la spina dorsale!

             Dall’ingresso a destra entra Isacco.  

Isacco:  Scusate, aggio ‘ntiso ‘e parlà ‘e scarrafune! Ma mica ‘int’’o negozio mio ce stanne?

Olivia:  Che c’entra? Dicevamo così per dire.   

Isacco:  Allora professoressa, lui è pronto per il mio negozio?

Olivia:  Beh, diciamo la verità: no!

Isacco:  Arrivederci!

             Si volta per andarsene, ma Olivia lo richiama.  

Olivia:  Dove andate?

Isacco:  E me ne vaco!

Lino:    Ma addò vaje? Nun te prioccupà, io nun te facc’ì in fallimento!

Olivia:  Del resto, pure voi, signor Isacco, non siete un pozzo di scienza.

Isacco:  E che me ne ‘mporta? Io ne capisco sulo ‘e pisce!

Olivia:  E che sapete dei pesci? Niente. E invece dovete sapere che nella zoologia, i gruppi

             di animali vengono chiamati con un nome tecnico: “phyla*”!                      *(Leggi: fila)

Isacco:  Comme?

Olivia:  Phyla!

Isacco:  Aggia filà? (Fa il gesto di andarsene)

Olivia:  (Osserva Lino) No, phyla, phyla!

Lino:     Aggia filà pur’io?

Olivia:  Ho detto “phyla”, “phyla”!

             Senza aggiungere altro, i due filano via, fuori casa.

             Ma che hanno fatto? Io gli ho detto “phyla” e loro sono filati via? Mah! Cerchiamo

             la signora Emilia, và: è arrivata l’ora di farmi i fatti suoi. (La chiama) Signora!

             Esce via a sinistra.

3. [Zio Tommaso Del Giudice e Nancy la badante. Poi Emilia ed Olivia, Franco e Bruno]

             Dall’ingresso a destra, entrano Zio Tom (cammina col bastone) e la badante Nancy

             (ha un pacco e tira un trolley). Lui parla con accento torrese, lei solo napoletano.

Tom:    (Prima di entrare, ringrazia qualcuno) Grazie, signora, grazie! (Poi entra) Trase,

             Nancy*, trase. ‘A signora a fianco ha ditto che simme arrivate!         *(Letto come si scrive)

Nancy: Ma site sicuro ch’è ccà? (Lascia il trolley accanto alla porta d’ingresso)

Tom:    E che ne saccio? Io ce manco ‘a trent’anne. A proposito, ‘o tiene tu ‘o regalo?

Nancy: (Mostra il pacco) ‘O tengh’io. Me l’ha dato papà. Cheste songhe olive ascolane.

Tom:    Brava, brava. Mò ce stamme addù mio nipote, accussì te porto a vedé Napule.

Nancy: Uh, sì! Io nun ll’aggio mai vista, pecché so’ nata a Little Italy. Grazie, signor Tom.

Tom:    Di niente. Del resto, tu sì ‘a badante mia e te voglio bene. M’’o vuò da’ ‘nu vaso?

Nancy: E no, uffa, ve l’aggio ditto già mille vote: io vengo appriesso a vuje sulo pe’ lavoro.

Tom:    Vabbuò, vabbuò, basta. Nun te vaso. E mò famme chiammà a Franco e a Emilia.

             (Chiama) Néh, Franco, io sto’ ccà!

             Da sinistra torna Emilia, seguita da Olivia.

Emilia: Chi ce sta? (Li nota) Ah, menu male, nun è zio Tom!

Tom:    Cià, Emì!

Emilia: (Sconvolta) Oddio, invece è overamente zio Tom!

Tom:    Comme staje, néh?!

Emilia: (Si ricompone) Ah… ehm… bene, grazie. E voi come state? Ora siete arrivato?

Tom:     A quala domanda aggia risponnere? ‘A primma o ‘a siconda?!

Emilia:  Lasciate stare, non mi rispondete. E la signorina vicino a voi chi è?

Tom:     ‘A badante mia.

Nancy:  Piacere, io me chiamme Nunziatina Perrella, ma pe’ tutte quante so’ Nancy.

Emilia:  Piacere.  

Tom:     Emì, t’aggio purtato ‘nu regalo. L’aggio pigliato a New York.

Emilia:  (Lo prende dalle mani di Nancy) Grazie. Mantenete, professoressa! (Glielo cede)

Olivia:   (Perplessa) Va bene!

Tom:     E voi chi siete?

Olivia:   Olivia Ascolana.

Tom:     E vuje comm’’o ssapìte?

Olivia:   Di che?

Tom:     Che chillu regalo so’ olive ascolane!

Olivia:   No, ma sono io Olivia Ascolana. E adesso vi lascio da soli. (Cede il pacco regalo a

              Emilia) Signora Emilia, vi raccomando: ricordatevi che siete laureata! 

Emilia:  Va bene. Grazie.

Olivia:   E poi dopo voglio sapere tutto. Allora arrivederci, signor Tom. Arrivederci, Nancy.

Tom:     (In torrese stretto) E comme, già ve ne jate? Signò, nun ve mettite in soggezione,

              io songo ‘na brava perzona. Vulite rimané a magnà ccà?

Olivia:   Prego?

Emilia:  No, niente. Andate, andate!

              Spinta via da Emilia, Olivia esce sorpresa. Tom la osserva perplesso.             

Tom:     Ma che d’è? Nun m’ha capito?

Emilia:  Nun ‘a data retta. Ma prego, assettateve. (Gli restituisce il pacco regalo)

Tom:     Grazie. Viene cu’ me, Nancy.

              I due si siedono sul divanetto, Emilia al tavolo.

              Siente, Emì, ma Franco nun ce sta?

Emilia:  Ehm… no, chillo è laureato!

Tom:     E con ciò?

Emilia:  E’ gghiuto a faticà. Torna tarde assaje. Picciò, è inutile che l’aspettamme!

              Dall’ingresso a destra entra proprio Franco con la scopa in mano.

Franco: M’aggio scurdato ‘o farzulett… (Inciampa sulla valigia di zio Tom e cade) Aaah!

Emilia:  Oddio! (Corre subito da lui) Franco, te sì fatto male?

Franco: (Rialzandosi, sempre con la scopa in mano) Ma ‘e chi cacchio è ‘sta valiggia?

Emilia:  ‘E zio Tom!

Franco: (Inconsciamente) Ah, vabbuò, menu male ch’è ‘e zio Tom! (Poi realizza) Che? Zio

              Tom? Allora me n’aggia fuì primma che me vede!

Emilia:  Addò vaje? Chillo sta ccà! (Lo conduce dai due) Ehm… zio Tom, ecco Franco.

Franco: Ehm… cià, zi’ Tummà!

Tom:     (Si alza in piedi) Che se dice, Franco?

Franco: Primma steve meglio. E vuje?

Tom:     Me fanne male ‘e ccosce, pecché aggio cammenato assaje.

Franco: Tenete l’acido lattico nelle gambe?

Tom:     Esatto, tengo ‘o latte acido ‘int’’e cosce!

Franco: E allora assettammece.

              I quattro si siedono.

Tom:     E allora, chesta che sta vicino a me è Nancy.

Franco: E’ ‘a fidanzata toja?

Nancy:  Ma quala fidanzata? Chillo è viecchio, io invece no! Io songo ‘a badante soja.

Franco: ‘A badante? Mah! E a che serve?

Emilia:  (Cambia discorso) Ehm… zio Tom, avete visto come hanno aggiustato il palazzo?

Tom:     Ma pecché, l’hanne accunciato? Io ‘o veco tale e quale a trent’anne fa!

Franco: E pe’ forza. Ccà a Napule, c’è stato ‘o terremoto. Anze, sulo a Porta Nolana!  

Tom:     ‘O vero?

Franco: No, addirittura l’ha fatto sulo ‘int’a ‘stu palazzo! E allora amma fa’ ‘e lavore.

              Picciò, zio Tom, nun è che te puo’ commuovere ‘nu poco?!

Tom:     No, nun tengo genio ‘e chiagnere! A proposito, Emilia ha ditto che tu te sì laureato.

Emilia:  E io pure. Io me so’ laureata in ingegneria genetica.

Tom:     E allora comm’è che nun staje a faticà?

Emilia:  Ehm… pecché… pecché…

Franco: (Mette una toppa) Pecché essa fatica in casa. Io invece songo ingegnere nucleare.

Tom:     Sì? E pecché staje vestuto accussì? E ppò pecché tiene ‘sta scopa ‘nmana?

Franco: Ehm… pecché chesta è ‘a divisa tipica ‘e ll’ingegnere nucleare!

Tom:     Sarrà, ma tu me pare ‘nu scupatore!

Franco: Ma che staje dicenno? Guarde ‘nfaccia ‘o muro: ce stanne tre lauree.

Tom:     ‘Nu mumento, ma ‘a terza laurea chi se l’ha pigliata?

Emilia:  Nostro figlio Bruno.

Tom:     Ma comme, tu tre anne fa m’hé mannato ‘a fotografia soja. Bruno era appena nato. 

Franco: (Ad Emilia) Azz s’è arricurdato. E mò? 

Emilia:  Ehm… io vaco a chiudere ‘a porta. (Va alla porta) (Accussì Bruno nun trase!).

              Invece dall’ingresso (a destra) entra Bruno, tiene il bicchiere tappato con la mano.

Bruno:   Uhé, mammà, io so’ turnato!

Emilia:  E che ssì turnato a ffa’? Te stive ‘n’appoco ‘ncoppa ‘o terrazzo.

Bruno:   Ma io aggio pigliato ‘e raggi solari! Stanne ‘int’’o bicchiere. Anze, mò c’’e ffaccio

              vedé a papà! (Va da lui)

Emilia:  (Lo insegue vanamente) No, aspié, aspié!

Bruno:   Uhé, papà!

Franco: (Si alza in piedi) Bruno, ma tu staje ccà?

Tom:     (Si alza pure lui) Bruno? Ma è ‘o figlio tuojo? E chisto tenésse tre anne?

Bruno:  E che tengo ‘a faccia d’’o criaturo? Papà, ma chi è ‘stu diece ‘e scemo?

Franco: Ehm… è zio Tom!

Bruno:  Che? E già sta ccà?

Tom:     Sì, so’ proprio io. (Nota il bicchiere in mano a lui) Ma pecché tiene ‘na mana

             ‘ncoppa a chillu bicchiere?

Bruno:   Pecché dint’a ‘stu bicchiere ce stanne ‘e raggi UVA! Mò facìmme ‘o vino!

Franco: (Gli tira il bicchiere di mano) Ehm… ma nun fa’ scimmità!

Bruno:   No, papà, pecché? Chillo è l’esperimento mio. E… (Nota Nancy) E chi è essa?

Nancy:  (Si alza in piedi) Io songo ‘a badante d’’o signor Tom. Me chiamme Nancy.

              Nel suo cuore innamorato Bruno sente il brano “Reality” de “Il tempo delle mele”

              dall’introduzione direttamente al ritornello fino al verso “fantasy”, poi sfuma.

Emilia:  (Ridesta Bruno) Néh, ma te sì incantato?

Bruno:   No, no. (Poi, spavaldo) Mammà, menu male che ce simme laureate in tempo! Io

              tengo ‘a laurea in ingegneria aerospaziale!

Tom:     Ma tu avìssa tené tre anne. Comme se spiega ‘stu fatto?

Emilia:  Ehm… Franco, dincello: nuje tenìmme a isso e pure ‘nu figlio ‘e tre anne!

Franco: Ah, già. Se chiamma Bruno.

Tom:     Pur’isso? Cioè, vuje tenìte a duje figli che se chiammene tutt’e dduje Bruno?!

I due:    Sì.

Tom:     E pecché?

Franco: E pecché accussì nun ce scurdamme ‘e nomme lloro. Quando noi li chiamiamo,

              teniamo a tutti e due sotto tiro! A proposito, Bruno, dove sta il Bruno piccolino?

Bruno:   Add’’a signora ‘ncoppa! E nun ce ‘o vo’ da’ ‘e nisciuna manera!

Tom:     E che sta a ffa’ add’’a signora ‘ncoppa? E ppo’ pecché nun v’’o vo’ da’?

Bruno:   Ma nun ‘a da’ retta. Mò vaco ‘ncoppa e m’’o vaco a piglià io!

 I due:    Addò vaje?

              Fugge via fuori casa. Franco ed Emilia provano inutilmente a fermarlo.

Franco: Ah, ehm… He’ visto, ‘o zi’? Tieni due nipoti! Mò nun è che te puo’ commuovere?

Tom:     E dalle! Afforza me vuò fa’ commuovere! Nun tengo genio.

Emilia:  Vabbuò, zio Tom, pusamme ‘a valiggia vosta ‘int’’a stanzetta addò durmite vuje.

Nancy:  No, ma chella valiggia nun è ‘e zio Tom. E’ ‘a mia!

Tom:     E già. Io aggio ittato tutto ‘o guardaroba americano. ‘A rrobba mia me l’accatto ccà

              a Napule! Io songo turrese e napulitano voglio murì!

Franco: Bravo! (Mentre prende il trolley) Allora jamme a dint’’a stanza toja.

              I quattro vanno verso la porta centrale, ma zio Tom osserva le lauree sulla parete.

Tom:     Cheste so’ ‘e llauree?

Franco: Sì, so’ lloro. ‘O zio, ma mò nun è che te putisse commuovere ‘nu poco?

Tom:     (Si commuove) E sì, he’ raggione. (Dalla tasca estrae un dollaro e asciuga le

              lacrime) Aroppo arricuordeme che t’aggia firmà ‘n’assegno ‘e cientomila Euro!

Franco: (Fa cenni d’intesa con Emilia) E io t’’o rricordo, t’’o rricordo!

              Escono nella porta centrale.

4. [Zia Monica e Lino. Poi Bruno. Poi Franco ed Emilia. Poi Tom. Infine Nancy]

              Dall’ingresso a destra entrano zia Monica e Lino (sconvolto).

Lino:     ‘A zia, ma tu già sì turnata in Italia? E ‘a quannu tiempo staje ccà?

Monica: Néh, ma me pare che te dispiace. Io m’aspettave ‘n’atu tipo ‘e accoglienza!

Lino:      Ma io so’ cuntento. E’ sultanto che nun aggio priparato ancora ‘a casa mia.

Monica: E fosse chesta ‘a casa toja?

Lino:      No, chesta è ‘a casa ‘e ‘n’amico mio. Cchiù tarde po’ jamme addù me.

Monica: E ‘o negozio addò sta?

Lino:      Ccà ffora. Aroppo t’’o faccio vedé. Sapìsse comm’è bello!

Monica: Bravo, comme so’ cuntenta!

Lino:      Ecco, ma mò nun è che te putisse commuovere ‘nu poco?

Monica: E pecché m’aggia commuovere?

Lino:      Accussì faje comm’’o zio ‘e st’amico mio: se commuove e caccia ‘e sorde assaje!

Monica: Ah, ‘e sorde? Ma mò nun ne parlamme. Voglio vedé primma ‘o negozio tuojo.

Lino:      E mò ‘o jamme a vedé. E’ quasi pronto!

               Dall’ingresso ecco Bruno: tiene in braccio un bimbo dormiente avvolto in coperta.  

Bruno:    Ecco qua, missione compiuta!

Lino:      Uhé, Bruno!

Bruno:    Cià, Lino! No, nun m’interrompere. E’ cominciata l’operazione “zio Tom”!

Lino:      Ah, ‘o zio tuojo è arrivato?

Bruno:    Sì. Mò ha da arrivà sulo ‘a zia toja. E scummetto ch’è cchiù cretina ‘e mio zio!

Monica: Cretina a me?

Bruno:    E vuje che ce azzeccate? Site ‘a zia ‘e Lino?

Monica: Sì.

Bruno:   Ua’, ‘e che figura ‘e…!

Lino:      Vabbuò, lasse sta’, Bruno. Ehm… ‘a zia, chisto è ‘o figlio ‘e chill’amico mio.

Monica: Si ‘o pato è scustumato comm’e ‘o figlio, nun m’’o presentà proprio! (Va a sedersi

               sul divanetto, imbronciata) Ecco qua!

Lino:      (A Bruno) Faje sulo guaje! (Gli nota la coperta in braccio) E che tiene ‘mbraccio?

Bruno:   Questo è il nuovo figlio di mio padre!

Lino:      Eh?

              Dalla porta centrale tornano Franco (con la scopa da spazzino in mano) e Emilia.

Franco:  He’ visto, Emì? Sono in arrivo i soldi!

Bruno:   (Li nota e va da loro) Uhé, papà, mammà! 

Emilia:  E che tiene ‘nmana?

Bruno:   Mio fratello Bruno!

Franco:  Disgraziato! Ma l’he’ pigliato overamente? E si ‘a mamma nun ‘o trova cchiù?

Bruno:   Tranquillo, ‘a signora è rrobba mia! Adesso vado a sistemare questo bel pupo!

              Esce via a sinistra. I due vengono a centro stanza.

Emilia:  Ma addò sta jenno, mò?

Franco:  Boh! Chisto fa paura!

Lino:      (Va da loro) Franco e Emilia, ha ditto Bruno ch’è venuto zio Tom. E’ ‘o vero?

Emilia:   Sì, sì, è venuto diece minute fa.

Lino:      E s’è commosso, s’è commosso?

Franco:  Azz! Pienze, s’è asciuttato ‘e llacrime cu’ ‘na banconota ‘e ‘nu dollaro!

Emilia:   E già. Mò ha da arrivà sulo ‘a zia toja. E scummetto ch’è cchiù cretina ‘e zio Tom!

Monica: (Offesa, si alza, non vista, va da loro e gli urla dietro) Néh, uhé!

I due:     (Si spaventano) Maronna!

Franco:  E chi è chesta? Comm’è trasuta ccà ddinto?

Emilia:   Forse sarrà cocche zingara rom. Signò, jatevenne, nun tenimme spiccie!

Lino:      No, ma quala zingara rom? Chella è zia Monica!

I due:     Che?

Monica: Eh, sì, songo ‘a zia ‘e Lino. E’ inutile che ffacite chelli ffacce!

Emilia:   Signora, ci dovete scusare. Noi non volevamo dire che siete cretina.

Franco:  E già. Voi avete capito male, perché siete “’nzallanuta”!

Monica: Io so’ ‘nzallanuta?

Emilia:   No, ma mio marito non voleva dire che siete ‘nzallanuta.

Franco:  Esatto. Voi avete capito male, perché forse siete un poco sorda.

Monica: Néh, Lino, ma io me ne vaco proprio! (Fa per uscire di casa)

Lino:      (La tiene per un braccio) No, aspié, addò vaje? Quelli si sono sbagliati.

Emilia:   E già, ci siamo sbagliati. Diciamo così!

Monica: Ma io me ne vogl’ì!

               Dalla porta centrale entra zio Tom, va da loro. Richiama l’attenzione degli altri.

Tom:      (Con accento torrese) Néh, ma che cacchio sta succedenno, ccà ddinto?

Lino:      E chi è chisto?

Emilia:   Zio Tom.

Franco:  ‘O zi’, chisto è ll’amico mio Lino.

Tom:      Piacere.

Lino:      Signor Tom, voglio presentarvi mia zia Monica.

Tom:      Piacer…! (Si blocca)

               Nel suo cuore innamorato, Tom sente il brano “Reality” de “Il tempo delle mele”,

               dall’introduzione direttamente al ritornello fino al verso “fantasy”, poi sfuma.

Franco:  (Lo ridesta) ‘O zio!

Tom:      Ehm… steve dicenno “piacere”! E comme se chiamma?

Monica: Monica Cotone. Songo ‘a sora d’’o pato e mio nipote!

Tom:      Ah, cioè ‘stu Lino nun è vostro figlio. Allora nun site spusata?

Monica: No, io so’ zitella. Però me fosse piaciuta ‘e avé ‘nu figlio.

Tom:      E pure a me, me piacene assaje ‘a ccriature! Per esempio, mio nipote qua presente,

               tre anne fa ha parturito a ‘nu criaturo: se chiamma Bruno! A proposito, addò sta?

               Da sinistra torna Bruno.

Bruno:    (Tra sé e sé) Ecco qua, l’aggio miso a durmì!

Tom:      Uhé, Bruno, viene ccà!

Bruno:    (Va da loro, perplesso) Ch’è stato?

Monica: E chisto fosse ‘o criaturo ‘e tre anne?

Tom:      No, chisto è ‘o frato cchiù gruosso. Se chiamma pur’isso Bruno. E allora, Bruno,

               l’he’ juto a piglià ‘o fratellino tuojo Bruno? 

Bruno:    Sì, sì, ‘o vulite vedé? L’aggio miso a durmì ‘int’’a vasca ‘e bagno!

Franco:   Uh, mannaggia ‘a capa toja! E pecché proprio ‘int’’a vasca ‘e bagno?

Bruno:    E pecché ‘a culla nun ce sta!

Emilia:   Va bene, zia Monica, zio Tom, venite con noi. Vi mostriamo il pupo.

               Zio Tom, zia Monica, Franco ed Emilia escono a sinistra. Lino e Bruno invece no.

Lino:      Bruno, hai visto? Chella è mia zia. Ma tu lo sai? E’ venuta lei sola dalla Germania!

Bruno:    Invece mio zio nun è venuto isso sulo. L’ha accompagnato una badante, ma una

               badante, una badante… ch’è ‘a fine d’’o munno!

               Dalla porta centrale, entra Nancy che va da Bruno.

Nancy:   Bruno, ma addò è gghiuto zio Tom?

Bruno:    Ah, Lino, ‘a vi’ ccanno: essa è Nancy!

Nancy:   Piacere.

               Nel suo cuore innamorato, Lino sente il brano “Reality” de “Il tempo delle mele”,

               dall’introduzione direttamente al ritornello fino al verso “fantasy”, poi sfuma.

Bruno:   (Ingelosito, lo richiama) Néh, Lino, chesta è ‘a canzona mia!

Lino:      Bruno, fance fa’! (Lo scansa) Nancy, ma lo sai che sei proprio un bel bocconcino?

Bruno:   (Lo sopravanza) E già, Nancy, tu si’ ‘nu fiore ‘e latte!

Lino:      (Lo sopravanza) Ma che l’he’ pigliata pe’ ‘na muzzarella?!

Bruno:   (Lo sopravanza) Nancy, vieni a vedere il mio fratellino. Sta nella vasca da bagno!

Nancy:    Va bene.

Bruno:    Allora noi andiamo, Lino. (Poi gli fa la linguaccia)

               I due escono a sinistra. Lino si ingelosisce.

Lino:      Che? Se l’ha purtata? E no, Nancy me piace a me. Io nun voglio rimané zitello a

               vita! Allora vaco vedé pur’io ‘o criaturo.

               Esce pure lui a sinistra.  

5. [Isacco e Miro. Poi Olivia]

              Dall’ingresso (a destra) entrano Miro ed Isacco (preoccupato).

Isacco:   Prufessò, hanne rapito ‘o figlio mio! Chillo tene sulamente ‘n’anno.

Miro:     Isacco, me l’he’ ditto justo trenta vote! Ma te vuo’ calmà ‘nu poco? Ti ho già detto

              che ho avvisato mio cugino. Quello è il questore di Napoli.

Isacco: E lo sta cercando lui?

Miro:   No, i poliziotti. 

Isacco: E isso che sta facenno?

Miro:   Sta in ufficio.

Isacco: Bellu dibusciato! ‘O poliziotto fatica e isso sta assettato!

Miro:   Ma quello è il suo ruolo. Invece i poliziotti hanno circondato tutta la zona. Ci sono

             pure i cani poliziotti. Sicuramente un cane poliziotto lo troverà!

Isacco: E nun è che s’’o magna? ‘O figlio mio è bellu chiatto chiatto!

Miro:   Ma nun dicere scimmità. E poi perché mi hai portato qua? Questo è l’ultimo posto

             dove potresti trovare tuo figlio!

Isacco: Ma io ce ll’aggia dicere pure a Franco e a Emilia che s’hanne pigliato ‘o figlio mio!

Miro:   Nisciuno cchiù?

            Dall’ingresso, entra Olivia. Stavolta in veste di ficcanaso.

Olivia: Voglio sentì, voglio sentì pur’io!

Miro:   Ecco, te pareva che nun veneva pure mia moglie?!

Isacco: Dunque, professoressa, hanno rapito a mio figlio.

Olivia: Uh, che peccato. E come lo hanno rapito?

Isacco: E niente, quello stava dormendo nella sua culletta. A un certo punto mia moglie è

             andato a prenderlo per cambiargli il pannolino e non l’ha trovato più!

Olivia: (Incalza nelle domande) E a che ora è successo?

Isacco: ‘Na mez’ora fa.

Olivia: E tu dove stavi?

Isacco: ‘Int’’a puteca mia!

Olivia: E cosa stavi facendo?

Isacco: Stevo faticanno!

Olivia: E tua moglie che stava facendo?

Isacco: Steva taglianno ‘e ccarote!

Olivia: E come le deve cucinare?

Miro:   (Stufo) E gghiamme bello, jamme! Ce staje facenno ‘n’interrogatorio ‘e terzo grado!

Olivia: Fatti i fatti tuoi, Miro. Tu già sai tutto. Embé, e perché non devo saperlo pure io?

Miro:   Perché è meglio dire queste cose alla polizia.

Isacco: Ma pecché, ‘a polizia è cchiù ficcanaso d’’a mugliera vosta?

Miro:   Che c’entra? Loro ti devono fare le domande per sapere com’è sparito tuo figlio.

Olivia: Allora facciamo così: Isacco parla con la polizia e poi la polizia riferisce tutto a me!

Miro:   Embé, tu nun ‘iva fa’ ‘a professoressa d’italiano. Tu ‘iva fa’ l’ispettore ‘e polizia!

             Forza, Isacco, jamme a parlà cu’ ‘o commissario che sta ccà ffora. E’ amico mio.

Isacco: (Patetico) Prufessò, hanne rapito ‘o figlio mio! Chillo s’ha da cagnà ‘o pannulino!

Miro:   Mò accummience ‘n’ata vota?

Olivia: Aspetta, devo fare una domanda ad Isacco: come si chiama il tuo bambino?

Isacco: Mosé!

Olivia: E perché l’hai chiamato così?

Isacco: Pecché è nato ‘nmiezo ‘o mare!

Olivia: E perché è nato in mezzo al mare?

             Dalla prima domanda di Olivia, i due cominciano pian piano ad uscire di casa.    

Miro:   (Sospira) Embé, io m’aggia fa’ ‘nu poco ‘e fatte mie! Quante più cose sai, peggio è!

            Ed esce via pure lui.

6. [Franco, Emilia, zio Tommaso e Bruno. Poi Lino, zia Monica e Nancy, Miro ed Isacco]

                Da sinistra tornano Franco, Emilia, zio Tommaso e Bruno.

Emilia:   Zio Tom, avete visto com’è bello Bruno?

Bruno:   Grazie, mammà!

Emilia:  (Acida) Nun sto’ parlanno ‘e te. Sto’ parlanno d’’o criaturo!

Tom:     (Solito Accento torrese) E già. E’ bellillo assaje.

Franco:  ‘O zi’, però tu nun te sì commosso ancora p’’o figlio mio!

Tom:      Sì, subito! (Si commuove, prende un dollaro, asciuga le lacrime) Comm’è bellillo!

              (Poi realizza) Però ce sta ‘na cosa strana: ma chillo fosse ‘nu criaturo ‘e tre anne?

Bruno:   Ehm… no, in realtà chillo tene diece mise.

Tom:      E si tene diece mise, comm’avìte fatto a me mannà ‘a fotografia tre anne fa?!

Franco:  Eh, e comm’amme fatto?

Emilia:   Già, comm’amme fatto?

Bruno:   (Fiero) E mò ce ‘o ddich’io: caro zio, è nato un terzo figlio che tiene tre anni e si

               chiama pure lui Bruno!

Franco:  Statu zitto, quanno maje? No, zio, lui si è imbrogliato. Il fatto è che tre anni fa, io

               ed Emilia ti abbiamo mandato una foto del piccolino come sarebbe stato oggi!

Emilia:   Quella foto l’abbiamo scattata con una macchina fotografica speciale!

Tom:      Ma che d’è? ‘A machina fotografica ‘e Nostradamus?!

Franco:  (Rassegnato) Siente, nun ce ‘a faccio cchiù. Mò basta, te dico ‘a verità.

Bruno:   No, papà!

Emilia:   Nun dicere niente.

Franco:  E invece sì. Zio Tom, devi sapere che questa è stata un’idea di Lino. Infatti, lui…

               Da sinistra entrano proprio Lino, zia Monica e Nancy.

Monica: Comm’è bellillo chillu criaturo!

Lino:      He’ visto, ‘a zi’?

Monica: Lino, ‘o vuo’ fa’ pure tu ‘nu figlio accussì?

Lino:      (Guardando Nancy) Nun te prioccupà, ‘o faccio pur’io!

Bruno:   (Ingelosito, sopravanza Lino) Ma pur’io pozzo fa’ ‘nu figlio!

Lino:      E tu che ce azzìcche?

Emilia:   Vabbuò, basta. Io dicésse: Lino, pecché nun ghiamme a vedé ‘o negozio tuojo?

Monica: E già, è ‘o vero. Ce ‘o vuò fa’ vedé?

Lino:      E dipende! (Va all’ingresso e guarda fuori casa)

Monica: Dipende ‘a chi?

Lino:      (Guardando fuori) Isacco Vuoto! (Poi si volta verso gli altri e li nota tutti sulle

               ginocchia) Ma sì, possiamo and…! Ma che d’è? Che state facenno?

Franco:  Stamme facenno “sacco vuoto”, comme hé ditto tu!

Lino:      Ma Isacco Vuoto è il titolare… cioè, è il mio socio nel negozio di animali.

Gli altri: (Si rialzano) Aaaah, ecco!

Emilia:   Va bene, noi andiamo tutti a vedere il negozio di Lino. Tranne Bruno!

Bruno:    E pecché io no?

Emilia:   E pecché tu he’ ‘a guardà ‘o criaturo.

Tom:      Nancy, tu rieste ccà. Che viene a ffa’?

Nancy:   E vabbuò, resto ccà.

Bruno:   (Felice) Sì? E allora nun ‘o voglio vedé, ‘o negozio. Io aggia guardà ‘o criaturo!

Lino:      No, ma Nancy deve venire!

Gli altri: E gghiamme, Lino!

                Zio Tom, zia Monica, Emilia e Franco portano via Lino. Bruno e Nancy sono soli.

Bruno:   (Osserva malizioso Nancy) Vuoi bere?

Nancy:   Sì, ‘nu poco ‘e Ballantines! Oppure ‘nu Glen Grant! Oppure ‘na Grappa Julia!

Bruno:   (Imbarazzato) Ehm… no, nun ‘e ttengo. Però tengo ‘na cosa migliore: ‘o Crodino!

Nancy:    E vabbuò, puòrteme ‘o Crodino!

Bruno:    Volo!

                Corre via a sinistra, mentre Nancy siede sul divanetto. Dall’ingresso entra Miro.

Miro:      Signor Franco!

Nancy:    No, nun ce sta. So’ asciute tutte quante!

Miro:      (Le si avvicina, sorpreso) E tu chi sei?

Nancy:    ‘A badante ‘e zio Tom. Me chiamme Nancy!

Miro:      Io invece sono il professor Miro Vinate. Ma stai tu sola?

Nancy:    No, ‘int’’a cucina ce sta Bruno. Invece, ‘int’’o bagno ce sta ‘o fratellino ‘e Bruno.

Miro:      ‘O fratellino ‘e Bruno? Ma mica Bruno tene ‘o fratellino? Chillo è figlio unico!

Nancy:    (Si alza in piedi, perplessa) Ma che state dicenno? Io l’aggio visto duje minute fa!

Miro:      E sta ‘int’’o bagno?

Nancy:    Sì. ‘O vulite vedé?

Miro:      Ma sì, mi hai incuriosito. Andiamo, andiamo.

                I due escono a sinistra. Poco dopo tornano. Miro è sconvolto.

                Che? E chillo fosse ‘o fratellino ‘e Bruno?

Nancy:    Ma pecché, è brutto?

Miro:      Sì, è brutto assaje! Aspiette ‘nu poco. (Prende il cellulare e fa un numero) Pronto!

                Esce fuori casa a telefonare. Nancy è sorpresa. Torna Bruno con due bicchieri.

Bruno:    Nancy, facìmmece ‘sta bella bevuta! E aroppo te faccio ‘a dichiarazione d’amore!

Nancy:    (Prende il bicchiere, interdetta) Siente, Bruno, poco fa è trasuto ‘nu signore.

Bruno:    E chi è? (Poi beve)

Nancy:    ‘Nu prufessore. L’aggio purtato ‘int’’o bagno a vedé ‘o fratellino tuojo!

Bruno:    (Sputa la bevanda, sconvolto) Che cosa?

                Dalla comune entrano Miro ed Isacco.

Isacco:    Prufessò, ma site sicuro ‘e chello che me state dicenno?

Miro:      Sì. Tuo figlio Mosé sta in bagno!

Isacco:    Voglio vedé!

                Miro ed Isacco, nell’andare a sinistra, scansano Bruno e Nancy.

Nancy:    (Sorpresa) ‘O figlio ‘e chillo sta ‘int’’o bagno?

Bruno:    Ehm… (Posa il bicchiere sul tavolo) Io vaco a piglià ‘nu poco d’aria!

                Si avvia quatto, quatto, fuori, ma tornano Isacco e Miro, arrabbiati.

Isacco:    Addò sta Bruno?

Miro:      Sta lloco!

Isacco:    Disgraziato, tu he’ rapito ‘o figlio mio! T’aggia accidere!

Bruno:    Mamma ‘e ll’Arco!

Nancy:    Noooo! (Posa il bicchiere sul tavolo, spaventata)

               Miro ed Isacco inseguono Bruno minacciosi, mentre Nancy cerca di fermarli.

FINE ATTO SECONDO

Salone di casa Del Giudice: una settimana dopo.

ATTO TERZO

1. [Zio Tommaso e Zia Monica. Poi Isacco e Bruno]

               Seduti sul divanetto, ci sono zio Tom e Monica. Lui racconta a lei aneddoti.

Tom:      (Solito accento torrese) E quanno so’ arrivato a New York, aggio visto ‘nu ponte

               gigantesco. Accussì aggio penzato: chesta è ll’America! Po’ songo arrivato a

               Manhattan e aggio visto ‘nu sacco ‘e palazze, alte alte. Accussì penzato: chesta è

               ll’America! E ppò songo arrivato a Little Italy. Aggio miso ‘o pede ‘ncoppa a

               ‘na… e chiacchete! Accussì aggio penzato: ccà ce stanne gli italiani! E accussì era!

Monica: E ssi’stato a New York tutto chistu tiempo?

Tom:      Yes!

Monica: E t’he’ ‘mparato a parlà pure americano?

Tom:      Yes!

Monica: E quanta parole saje dicere?

Tom:      Saccio dicere sulo “Yes”!… ‘Int’a trent’anne, m’aggio ‘mparato sulo chesto!

Monica: E comm’è che sì gghiuto proprio in America?

Tom:      ‘A verità? Io vulev’ì in Cina. Però aggio sbagliato nave! E infatte, quanno songo 

               arrivato, aggio penzato: “Ma che razza ‘e cinese so’ chiste? Nun tenene ll’uocchie

               a mandorla!”… E infatte m’hanne ditto che steve in America. E tu, invece?

Monica: Io so’ stata in Germania vint’anne. Aggio fatto ‘nu viaggio a Francoforte, però

               m’ero addurmuta ‘int’’o treno. Allora m’ha scetata ‘nu ferroviere tedesco. E

               quant’era bello! Se chiammava Hans. 

Tom:      Embé, e pecché si’ stata tantu tiempo in Germania?

Monica: Pecché aggio corteggiato ‘o ferroviere pe’ vint’anne, ma aggio perzo sulo tiempo.

Tom:      E mò, pe’ furtuna, ‘na semmana fa, simme turnate tutt’e dduje a Napule e ce

               simme cunusciute.

Monica: E ce simme pure ‘nammurate! Che ddice? ‘o vulìmme fa’ ‘nu figlio?

Tom:      Io e te? Ma nuje, a ‘n’appoco, tenìmme ‘nu pede ‘int’’a fossa, e tu vuo’ ‘nu figlio?

Monica: E mica l’he’ fa’ tu? L’aggia fa’ io!

Tom:      Nenné, ma tu nun tiene cchiù vint’anne!

Monica: Hé raggione.

Tom:      E ppo’, si nasce ‘nu figlio comm’a Bruno, comme ‘a mettìmme nomme?!

Monica: Giustamente! A proposito, ma comm’è ch’è gghiuto ‘ngalera?

Tom:      E chi ‘o ssape? Io nun ce sto’ capenno niente. Ccà ddinto, so’ tutte quante strane!

Monica: So’ d’accordo cu’ te. Tummà, vulìmm’ì a ffa’ ‘nu brindisi?

Tom:      Ma nuje a ‘n’appoco amma magnà. Oggie se festeggia ‘o fidanzamento nuosto!

Monica: (Si alza in piedi, lo tira per un braccio per farlo alzare) Jamme, nun te fa’ pregà!

Tom:      (Si alza forzatamente in piedi) E vabbuò. Te faccio cuntenta. (Poi la guarda,  

               innamorato) Ma addò stive astipata, tutto chistu tiempo?!

               Le si mette sottobraccio, i due escono a sinistra. Dall’ingresso, entra Isacco,

               seguito da Bruno con barba folta e imbracciando un borsone.

Isacco:   Bruno, ma io ‘o ssaccio che tu nun vulìve rapì a mio figlio. E ‘o ssaccio che ppo’

               m’’o purtave ‘n’ata vota, sano e salvo. E ‘o ssaccio che tu ‘o vuo’ bene!

Bruno:   Saje tutte ‘sti ccose, però io m’aggio fatto ‘na semmana ‘e carcere!

Isacco:   Vabbuò, ma alla fine, io aggio ritirato ‘a denuncia!

Bruno:   Embé, e nun ‘a putìve ritirà ‘na semmana fa? Sapìsse comm’è brutto Poggioreale.

               Me pare ‘nu carcere!

Isacco:   E chillo è ‘nu carcere!

Bruno:   Appunto!

Isacco:   E che vvuo’ ‘a me? Quanno nun aggio visto cchiù a Mosé, io me songo appaurato.

Bruno:   Vabbuò, vabbuò, lassamme sta’. Mò vaco a salutà a mommò e a popò.

Isacco:   A mommò e a popò?

Bruno:   Voglio dicere a mammà e a papà. ‘O carcere m’ha fatto rimbambì.

Isacco:   E allora io te lascio. Aggia turnà ‘a puteca. A proposito, scusame ancora.

Bruno:   Sì, sì, te scuso, te scuso.

Isacco:   Siente, Bruno, nun è che vulìsse essere prestato ‘n’ata vota a mio figlio Mosé?

Bruno:   Pe’ carità!

Isacco:   E si zio Tommaso vo’ vedé a Mosé…?! Anze, no, a Bruno!

Bruno:   Nun da’ retta, ce dico ch’è partuto a ffa’ ‘o militare!

Isacco:   Fa’ comme vuò tu.

               Ed esce via di casa. Bruno, stanco, si avvicina al divanetto e si siede.

Bruno:   Casa dolce casa! (Poi si odora addosso) Azz, e comme cacchio feto! E se capisce:

               ‘int’’a cella mia, ce steva ‘nu tizio che puzzava ‘n’accidente! E intanto, m’aggio

               ‘mparato ‘na cosa importante: mai più in carcere. (Si alza in piedi) Mammà, papà!

               Esce via nella porta centrale, portando via con sé il proprio borsone.

2. [Franco ed Emilia. Poi Bruno. Infine Lino e Nancy]

               Da sinistra, tornano Franco ed Emilia.

Emilia:  (Triste) Franco, me pare ch’aggio ‘ntiso a Bruno che ce chiammava.

Franco: Ma nun dicere scimmità. Ormai, Bruno, sta carcerato. E intanto, menu male che

               zio Tom nun s’è accorto ch’’o piccerillo nun ce sta cchiù.

Emilia:  Ma… Franco… tu a Bruno nun l’hé maje chiamamto “piccerillo”!

Franco: (Si arrabbia) Sto’ parlanno d’’o figlio d’’a signora ‘ncoppa! Che ppo’ è pure ‘o

              figlio ‘e Isacco. E chi ‘o ssapeva?

Emilia:  E si zio Tom se n’accorge?

Franco: E io aggio avuto ‘n’idea: ce dicìmme ch’è gghiuto a ffa’ ‘nu viaggio ‘e Maldive!

Emilia:  Franco, ma te pare che ‘nu criaturo che nun cammina nemmanco, và ‘e Maldive?

Franco: Giusto. Forse è cchiù facile a Montecarlo!

Emilia:  Ma ‘a vuo’ fernì ‘e dicere cose assurde? Ecco qua, ho trovato io: sta da mia sorella.  

Franco: Ma te pare che ‘nu criaturo che nun cammina nemmanco, va’ addù soreta?

Emilia:  Cretino, l’amme purtato nuje! Siccome in casa nosta ce stanne zio Tom e Nancy,

              nuje nun tenìmme spazio, e allora amma avuta mannà ‘o piccerillo addù essa.

Franco: E già! Brava! Ogni tanto, he’ raggione tu!

Emilia:  Grazie.

Franco: E si zio Tom vo’ sape’ pecché Bruno ‘o ‘ruosso è gghiuto carcerato, che ce dico?

Emilia:  E Bruno è laureato. E’ allora è gghiuto carcerato pe’ ffa’ ricerche in carcere!

Franco: Bello, me piace!

              Dal centro torna Bruno, li nota e va da loro. Franco non lo nota e seguita.

              E intanto, menu male che sta carcerato. Almeno nun cumbina cchiù guaje!

Bruno:  Mammà, papà!

Franco: (Sgrana gli occhi e lo nota) Tu?

Emilia:  (Felice) Bruno!

Bruno:  Avìte visto? So’ turnato! Facìteve abbraccià. (Li abbraccia)

Franco: Mamma bella, e comme fiete!

Bruno:  Ma nun site cuntente ‘e me vedé?

Emilia:  Sì, però comm’è che t’hanne fatto ascì?

Franco: (Per nulla contento) Infatte, chesta è ‘a giustizia italiana!

Bruno:  (Ride) Papà, si’ sempe spiritoso, tu! (Poi torna serio) Comunque niente, Isacco ha

              ritirato ‘a denuncia. Ma io songo innocente.

Franco: Dìcene tutte quante accussì!

Emilia:  Vabbuò, Bruno, nun ce penzà cchiù. Mò vatte a lavà, pecché oggie facìmme ‘nu

               grandu pranzo. Si tratta di una festa: ‘nu fidanzamento.  

Bruno:  E chi se fidanza?

Emilia:  E’ ‘na surpresa. A proposito, nun se mangia ‘int’’a cucina, ma fora ‘a terrazza.

Bruno:  Brava, brava! Allora và a cucenà.

Emilia:  Franco, viene ‘nzieme a me, accussì me daje ‘na mana.

Franco: Vabbuò. Bruno, ma tu tiene famme?

Bruno:   E io, in carcere, nun aggio magnato proprio, allora tengo ‘na semmana ‘e arretrato!

Franco: (Contrariato) Ma dich’io: proprio oggie s’’evena accorgere che tu sì innocente?!

               Esce via a sinistra con Emilia. Bruno pare un po’ interdetto.

Bruno:   E chi è che se fidanza? Chi sarrà?

               Da sinistra entra Nancy. Lo nota e va da lui.

Nancy:   Bruno, ma tu sì turnato?

Bruno:   Uh, sì, sì!

               Nel suo cuore innamorato, Bruno sente la canzone “Unchained melody”, colonna

               sonora del film “Ghost”, fino al verso “lonely time”, poi sfuma.

Nancy:   (Lo ridesta) Bruno! 

Bruno:   Ch’è stato?

Nancy:   Ma te si’ incantato?

Bruno:   Sì, me so’ incantato, guardannete a te! Doppo ‘na semmana ‘e carcere, stongo

               comm’a ‘na belva!

Nancy:   E pecché?

Bruno:   E pecché io… io…

               Dall’ingresso entra Lino con dei fiori, va direttamente da lei.

Lino:     Nancy, t’aggio purtato ‘e ciure. Liévete ‘a nanzo, Bruno!

Bruno:   Lino?

Lino:     Sì, io!

               Nel suo cuore innamorato, Lino sente la canzone “Unchained melody”, colonna

               sonora del film “Ghost”, fino al verso “lonely time”, poi sfuma.

Bruno:   ‘Nu mumento, ma ‘sta canzona è ‘a mia. Nun m’arrubbà sempe ‘e ccanzone, però!

Lino:      Ma che vvaje truvanno? Tu nun stive carcerato?

Bruno:   Sì, però songo asciuto. Mò tocca a te!

Lino:      Sì, sì, vabbuò. Mò però fance fa’. Nancy, viene ‘nzieme a me.

Nancy:   All right*!                                                                                                  *(leggi: oll rait)

               Lino la prende per mano. I due escono nella porta centrale. Bruno ci rimane male.

Bruno:   He’ ‘ntiso? Ha ditto che mò “’o ratta”! Mò aggio capito qualu fidanzamento se

                festeggia oggie: Nancy e Lino. He’ visto? M’aggio fatto ‘na semmana ‘e carcere e

                m’hanne arrubbato ‘a purpetta ‘a ‘int’’o piatto! (Poi felice) Ma io tengo ‘n’ata

                purpetta astipata: Anna! Mò ‘a vaco a telefonà!

                Esce via a sinistra.

3. [Miro ed Olivia. Poi Franco ed Emilia. Infine Bruno]

                Dall’ingresso, entrano e si fermano Miro ed Olivia.

Miro:      Hai capito niente? Bruno è andato in carcere da una settimana.

Olivia:    Chissà cos’avrà combinato? Devo chiederlo alla signora Emilia.

Miro:      Comunque è meglio così, almeno la smetterà di corteggiare nostra figlia Anna.

                Per fortuna, lei si è pure fidanzata in casa!

Olivia:    Allora il problema non sussiste. A proposito, chissà come sta andando con quello

                zio Tom? Spero che i signori Del Giudice siano riusciti a fare la parte dei laureati!

                Da sinistra entrano e si fermano Emilia e Franco. 

Franco:  Emilia, aggio pigliato vinte gramme ‘e pane. Che ddice, abbasta pe’ sette perzone?

Emilia:   Secondo me, no!

Olivia:    (Va dai due) Signori Del Giudice, come va?

Miro:      (Anche lui vi si avvicina) Come stanno i nostri due laureati? (E gli fa l’occhiolino)

Emilia:   Tutto a posto.

Olivia:    E cos’avete fatto di bello, ultimamente?

Franco:  Beh, mi è successo un fatto strano: a me mi piace cucinare. Specialmente le salse!

Olivia:    E con ciò?

Franco:  Mi sono iscritto a una scuola di Salsa per imparare come si fa il sugo, ma invece

                ‘e me ‘mparà a cucinà, m’hanne ‘mparato a abballà!

Miro:      (Guarda perplesso Olivia, poi cambia discorso) Ehm… e con zio Tom tutto bene?

Emilia:   Sì, sì. Zio Tom non sospetta di niente. Speriamo che continua così!

Olivia:    E mi dite un’altra cosa? Come mai Bruno sta in carcere?

Franco:  No, niente, scemenze!

Miro:      Sì, vabbé, non ce lo volete dire. Comunque si risparmia una delusione: ormai non

                potrà più corteggiare nostra figlia Anna, visto che lei si è fidanzata.

Emilia:   (Orgogliosa) Nostro figlio non è uno che ci rimane male per queste cose!

                Dalla porta centrale entra Bruno con un cappio al collo, demoralizzato.   

Bruno:    Pure Anna m’ha fatto ‘o bidone! Me voglio accidere!

Gli altri: Noooo! (Corrono da lui a fermarlo)

Bruno:    Lassàteme sta’, nun voglio campà cchiù!

Gli altri: Noooo! (Lo fermano)

Franco:  (Gettando via il cappio) Ma pecché vuo’ fa’ chesto?

Bruno:    (Afflitto) Nancy e Anna!

Emilia:   Ma che te ne ‘mporta? Nun ‘e dda’ retta! Chelle so’ malafemmene!

Miro:      (Ironico) E grazie!

Olivia:    Comunque non devi prendertela, Bruno. Tu hai tante cose nella tua vita.

Bruno:    Voi dite?

Olivia:    Eh!

Bruno:    (Si convince) Sì, è ‘o vero. Infatte io aggia fa’ ancora l’esperimento.

Franco:  Qual’esperimento?

Bruno:    Aspiette ccà.

                Esce a sinistra. Gli altri si guardano perplessi, ma non Miro.

Miro:      Lasciatelo fare, lasciatelo fare! Vorrà fare sicuramente qualcosa di intelligente.

                Bruno torna da sinistra con un bicchiere vuoto in mano.

Bruno:    Ecco qua, mò saglio ‘n’ata vota ‘ncoppa ‘o terrazzo. Aggia piglià ‘e raggi “uva”!

Franco:   ‘N’ata vota mò?

Bruno:    Papà, ma io so’ laureato. Nun t’arricuorde cchiù? Ciao, vengo dopo a mangiare.

                Esce via di casa celermente.

Olivia:    Ma state cucinando qualcosa?

Emilia:   Sì, oggi facciamo un pranzo per festeggiare un fidanzamento.

Olivia:    Uh, signora Emilia, e chi si è fidanzato? Andiamo in cucina, così me lo dite!

Emilia:   Eh?

Olivia:    Venite, venite! Con permesso, signor Franco.

                Olivia prende sottobraccio Emilia. Le due escono a sinistra.

Miro:      E dunque, signor Franco, grazie da parte mia e della mia signora Olivia.

Franco:  Scusate, ma grazie per che cosa?

Miro:      Per averci ospitato qui oggi a mangiare da voi!

Franco:  No, ma io, veramente…!

Miro:      E non vi vergognate! (Lo prende sottobraccio) Io e mia moglie siamo gente umile.

Franco:  Sì, ma…

Miro:      E non fate complimenti! Andiamo, andiamo!

                Miro si tira via Franco verso la porta centrale, anche se quest’ultimo si oppone.

Franco:  Ma non voglio!

Miro:      Vi ho detto andiamo!

                Ed escono via.

4. [Isacco, zio Tommaso e zia Monica. Poi Bruno, Olivia e Miro]

               Dall’ingresso entra Isacco con una guantiera chiusa a pacco in mano.

Isacco:   Ecco qua, aggio purtato ‘e pisce pe’ festeggià ‘o fidanzamento ‘e zio Tom e zia

               Monica. Io po’ vulésse sape’ chi m’’o ffa’ fa’?! (Chiama) Signora Emilia, ‘e pisce!

               Si avvia in cucina a sinistra, ma si ferma perché escono zio Tom e zia Monica, con

               una coppa di champagne a testa, in mano.

Tom:      Comm’è buono ‘stu champagne! (Poi nota Isacco) E chi è chisto?

Monica: E ‘o socio ‘e mio nipote, chillo d’’o negozio ‘e animale.

Tom:      E che tenìte ‘nmana?

Isacco:   Ah, no, niente. Pesci!

Monica: A proposito di pesci, devo confessarvi una cosa. Però non vi pigliate collera.

Isacco:   No, dite, dite.

Monica: Ma comm’è brutto ‘o negozio ‘e animale che ve site araputo cu’ mio nipote!

Tom:      Ave raggione Monica. ‘Int’a chillu negozio ‘e animale ce stanne sulamente pisce!

               Me pare ‘na pescheria. E comme va?

Isacco:   Ehm… perché i pesci si portano assai!

Monica: Ma comme? Io aggio visto ‘nu pesce spada. E mica è ‘n’animale domestico?!

Tom:      E io invece aggio visto ‘e ccozzeche! E mica so’ animale domestiche?

Isacco:   E chella è ‘na nuvità!

Tom:      Sì? E allora, Monica, t’aggia regalà ‘n’animale domestico: ‘na bella cozzeca!

Monica: Grazie!

Isacco:   Scusate, ma mò me ne pozz’ì?

Monica: Prego, prego, andate.

Isacco:    Con permesso!

               Esce via celermente a sinistra.

Tom:      Monica, ce jamme a assettà a tavola?

Monica: Sì. Me gira ‘nu poco ‘a capa.

Tom:      E pure a me!

               I due si avviano sottobraccio verso la porta centrale, zigzagando. Alla fine escono.  

               Dall’ingresso entra Bruno, con un fazzoletto sporco di sangue intorno alla fronte.

Bruno:   Ah, Marò! ‘E che botta aggio acchiappato! Tengo ‘e ffarfalle annanzo all’uocchie!

               Si siede al divanetto tenendosi la testa. Dal centro torna Miro con pessimo viso.  

Miro:     Ma che roba è questa? Un pranzo a base di pesce. Per carità, il pesce puzza troppo!

               Da sinistra torna pure Olivia.

Olivia:    No, non è proprio il caso. (Va da lui) Miro, hai capito cosa si mangia qui, oggi?

Miro:      Sì, l’ho saputo, l’ho saputo.

Olivia:    Ma dico io, è una festa di fidanzamento: e allora fate la pasta al forno e la carne.

Miro:      E invece no. Ma allora dove si mangia? Tu non sai cucinare.

Olivia:    Beh, io direi nella solita pizzeria.

Miro:      Va bene.

                I due si avviano ad uscire verso sinistra, ma si bloccano perché Bruno si lamenta.

Bruno:    Ah, mamma mia, ‘e che dulore!

Miro:      E che gli è preso a Bruno?

Olivia:    Non lo so. Andiamo da lui e chiediamoglielo.

                Gli si avvicinano.

Miro:      Bruno, ma che ti è successo?

Bruno:   Ah, prufessò, prufessoressa, so’ gghiuto ‘ncoppa ‘o tetto.

Miro:      Sì, questo lo sappiamo, ma che hai combinato?

Bruno:    Niente, io vulevo piglià ‘e raggi solari ‘int’’o bicchiere mio.

Olivia:    Sappiamo pure questo, ma poi?

Bruno:   Bell’e buono ha accumminciato a chiovere. Evidentemente, coccheduno è sagliuto

               ‘ncielo e s’è mmiso a gghittà ll’acqua abbascio! Accussì io aggio alluccato: “Néh,

               chi ce sta lloco ‘ncoppa?”… Ma nisciuno ha risposto.

Miro:     E tu che hai fatto?

Bruno:   Niente, aggio pigliato ‘o bicchiere e l’aggio menato in aria. Però stranamente è

               turnato areto, m’è gghiuto ‘ncapa e m’ha fatto ‘o bombolone! Forse è stato ‘o tizio

               che mena ‘a pioggia abbascio! Vuje che ne penzate, prufessò?!

Miro:     (Imbarazzato) Eh… beh…

Olivia:   (Imbarazzata) Io direi, forse è meglio che noi andiamo via.

Bruno:   Arrivederci.

I due:     Arrivederci, arrivederci!

               I due escono celermente. Bruno li osserva con perplessità.

Bruno:   E’ meglio che me ne vaco a tavola, và. ‘O magnà fa passà ‘e male ‘e capa!

               Si alza ed esce via dalla porta centrale.

5. [Emilia, Isacco e gli altri, tranne Olivia e Miro]

               Da sinistra entrano Emilia ed Isacco. I due hanno una insalatiera di pesce a testa.  

Emilia:    Signor Isacco, avete fatto bene a portarci i pesci già fritti nella friggitrice.

Isacco:    E già. M’aggio miso ‘int’’a pescheria mia a frijere. Mò ce sta ‘na puzza…!

Emilia:    Comunque vi ringraziamo di questo regalo.

Isacco:    Qualu regalo, signò? Io nun ‘o ssaccio si ha da pavà zio Tom o zia Monica, ma

                coccheduno ha da pavà! So’ cinquant’Euro ‘e pisce!

Emilia:    E non vi preoccupate, vi pagherà zia Monica.

Isacco:    Ammén!

Emilia:    A proposito, scusate ancora a mio figlio Bruno per il fatto di vostro figlio.

Isacco:    Signò, nun ce penzate cchiù. Però ‘o figlio vuosto tene ‘a capa ‘nu poco strana!

Emilia:    E chillo è fatto accussì. Vabbuò, purtàmme ‘sti pisce a tavola.

                I due entrano dalla porta centrale. Ad un tratto si sente un applauso per loro. Poi

                si sentono solo le loro voci dalla terrazza.

Tom:      ‘E che bella frittura ‘e pisce! So’ trent’anne che nun m’’a magno.

Monica:  E pecché?

Tom:       E pecché in America nun so’ buone ‘e pisce!

Emilia:    Sì, ma adesso ascoltate un momento il signor Isacco che ci ha portato i pesci.

Isacco:    Signore e signori, li vedete questi pesci? Abbiamo ucciso degli esseri viventi.

                Preghiamo per loro: l’eterno riposo, dona a loro Signore…

Gli altri: (Si uniscono a Isacco) Risplenda ad essi la luce perpetua, riposino in pace, amen!

Franco:   E mò putìmme magnà!

Gli altri: Aléééé!

Bruno:   Mommò, puorte ‘o mognò*!                                                    *(trad.: “Mammà, puorte ‘o magnà!)

Emilia:   Ehm… Bruno, ma tu sì laureato!

Bruno:    Ah, già! Allora, mammà, puorte ‘o magnà!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con una  

               pentola in mano e torna nella porta centrale.

Franco:   Emì, puorte ‘o ppane!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con una  

               busta contenente del pane in mano e torna nella porta centrale.

Tom:      Emì, puorte ‘o fiasco ‘e vino!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con un  

               fiasco di vino in mano e torna nella porta centrale.

Lino:      Emì, puorte ‘e ppatatine!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con un  

               vassoio di patatine coperte con coperchio, in mano, e torna nella porta centrale.

Bruno:  Mammà, m’è caduta ‘a furchetta. Pigliamménne ‘n’ata!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con una  

               forchetta in mano e torna nella porta centrale.

Franco: Emì, puorte ‘a frutta!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con una  

               cesta di frutta in mano e torna nella porta centrale.

Tom:      Emì, puorte ‘o dolce!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con una  

               confezione in cartone contenente una torta e torna nella porta centrale.

Lino:      Emì, puorte ‘o gelato!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con una  

               confezione di gelato, in mano, e torna nella porta centrale.

Franco:  Emì, è fernuto ‘o vino!

               Dalla porta centrale torna Emilia che va a sinistra in cucina, poi torna con un   

               altro fiasco di vino, in mano, e torna nella porta centrale. Poi torna nel salone e si

               siede sul divanetto, stanca. Franco la chiama di nuovo.

               Emì, ma addò staje? Nuje ce amma magnà ancora ‘e ccastagne! E te vuo’ movere?

Emilia:  ‘Nu mumento, ‘nu mumento! Mò vaco! (Si alza in piedi) Me credìte? Nun ‘e

               supporto cchiù!

               E va a sinistra. 

Scena Ultima. [Bruno, Zio Tom, zia Monica, Franco, Emilia, Nancy e Lino]

               Poco dopo, dalla porta centrale, escono zio Tom, zia Monica e Bruno. Sono

               ubriachi, pertanto ridono e dicono cose dissennate.

Bruno:   (Ridendo) ‘O zio, ‘a zia, ma secondo voi, overamente Lino teneva ‘o negozio ‘e

               animale? Ma addò? Chella è ‘a pescheria ‘e Isacco. E vuje ve l’ate credute

               comm’’e scieme!

               Dalla porta centrale si affacciano Franco e Lino preoccupati, e Nancy perplessa.

               Dalla porta di sinistra si affaccia Emilia.

Monica: (Ridendo) Bruno, ma tu overamente staje dicenno? Lino m’ha fatta fessa?

Bruno:   (Ridendo) Sì! Accussì vuje ce avìte mannato ‘o pata pata d’’e sorde, inutilmente!

                E chillo se l’ha spise pe’ ffa’ ‘o shoppìng!

                I tre ridono di più, mentre Franco, Lino ed Emilia si disperano a gesti, dai

                rispettivi posti, non notati dai tre presenti in stanza.

Tom:      (Ridendo) E io, e io?

Bruno:    (Ridendo) Zio Tom, tu sì cchiù baccalà ‘e zia Monica!

Tom:      (Ridendo) ‘O vero? E pecché?

Bruno:   (Ridendo) He’ pavato ‘na barca ‘e sorde pe’ ffa’ ristrutturà ‘o palazzo. Ma che?

                Chillo è tutto scarrubbato! Ma qualu terremoto? Tu, ‘o terremoto, ‘o tiene ‘ncapa!

                I tre ridono di più, mentre Franco, Lino ed Emilia si disperano a gesti, dai

                rispettivi posti, non notati dai tre presenti in stanza.

Tom:      (Ridendo) E ‘o piccerillo? Nun è ‘o fratellino tuojo?

Bruno:   (Ridendo) Ma qualu fratellino? Papà e mammà nun m’hanne fatto manco a me: io

               so’ figlio adottivo!

Monica: (Ridendo) E allora ‘e chi è, chillu criaturo?

Bruno:   (Ridendo) D’’a signora ‘ncoppa! E zio Tom ha mannato ‘na barca ‘e sorde pe’ ffa’

               crescere a ‘nu criaturo che nun esiste! E ppo’ tu ‘o ssaje comm’’e cchiammave io a

               mammà e a papà? “Popò” e “mommò”!

               I tre ridono di più, mentre Franco, Lino ed Emilia si disperano a gesti, dai

               rispettivi posti, non notati dai tre presenti in stanza.

Tom:     (Ridendo) E ‘e tre lauree? Chella ‘e papà, chella ‘e mammà e chella toja.

Bruno:  (Ridendo) Uh, chisto è ‘o fatto cchiù comico! ‘O zio, ma quala laurea vaje

               truvanno? Io tengo ‘a quinta elementare e ancora l’aggia fernì pure! Saccio

               scrivere sulo ‘o nomme mio. ‘O cugnomme è troppo luongo, nun ce ‘a faccio!

Tom:      E papà? E mammà?

Bruno:   Tale e quale a me!

                I tre ridono di più, mentre Franco, Lino ed Emilia si disperano a gesti, dai

                rispettivi posti, non notati dai tre presenti in stanza.

Tom:     (Ridendo) Inzomma, aggio ittato ‘na vranga ‘e sorde inutilmente!

Bruno:  (Ridendo) Esatto! ‘O zio, nun t’offendere, ma n’aggio viste ‘e scieme?! Però tu si’

              ‘o nummero uno!

Monica: E io?

Bruno:   Vuje site ‘a siconda in classifica! ‘E che matrimonio ate apparato!

               I tre ridono come matti, mentre Franco, Lino ed Emilia li osservano, rassegnati,

               dai rispettivi posti, non notati dai tre presenti in stanza. Poi le risate man mano

               scemano, fino a che non ridono più, così zio Tom e zia Monica si siedono sul

               divanetto, stremati. Bruno si siede su una sedia al tavolo e commenta.

Tom:      Oddio, oddio, nun ce ‘a faccio cchiù! A furia ‘e rirere, se ne steva fujenno ‘a

               dentiera d’’a vocca”!

Bruno:   Invece a me se steva schiattanno ‘a milza!

Monica: A me invece se ne steva carenno ‘a parrucca!

               Poi qualche secondo di silenzio, dopodiché… 

Tom:      (Amaro) Monica, hé ‘ntiso a Bruno?

Monica: Sì, Tummà. Tu che ne pienze?

Tom:      Ch’amma continuà a ffa’ ‘e scieme. Amma fa’ comme si nun fosse succieso

               niente. Amma continuà a pavà pe’ tutte ‘e ppalle che ce dìcene ‘e nepute nuoste.

Monica: E pecché?

Tom:      E pecché l’affetto gratis nun esiste. Sulo si cacciamme ‘e sorde, putìmme essere

               accettate d’’a famiglia nosta.

Monica: Già. Io nun tengo figli e manco tu. A me me rimane sulo ‘nu nipote. E pure a te.

Tom:      E allora, finché campàmme, ha da restà tutto cose eguale. Ma ‘o testamento no.

               Chillo ‘o voglio ‘ntestà sulamente a Bruno.

Bruno:   (Sorpreso) A me?

Tom:      Sì.

Monica: So’ d’accordo cu’ te, Tummà.

Bruno:   E pur’io so’ d’accordo cu’ isso!

Monica: ‘O ssaje, Tummà, aggio deciso ‘na cosa: nun voglio da’ niente a mio nipote Lino.

               Tutt’’e sorde mie ‘e ddongo a Bruno.

Bruno:   Azz, e so’ ddoje!

Tom:      Però nun hé dicere niente a nisciuno. Hé capito?

Bruno:   E se capisce che nun dico niente a nisicuno, o si no ognuno accummencia a 

               pretendere coccosa! Ma se un giorno mi sposerò…!

               Ad un tratto gli si avvicina Nancy e lui si alza in piedi, sorpreso. Nel suo cuore

               innamorato, lei sente la canzone “My heart will go on”, colonna sonora del film

              “Titanic”, fino al verso “Forever this way”, poi sfuma. Durante il pezzo, Bruno

               prende Nancy come la famosa scena di Di Caprio e Kate Winslet, con le braccia

               aperte sulla poppa della nave, dopodiché…

Lino:      (Interviene tra i due e si mette faccia a faccia con Bruno) E no, io nun so’

               d’accordo! Allora saje che te dico?

               Nel suo cuore arrabbiato, Lino dedica a Bruno la canzone “Te c’hanno mai 

               mannato a quel paese”, cantata da Alberto Sordi, per 29 secondi, poi sfuma.

Bruno:   Ah, sì? Ah, sì? E allora l’he’ vuluto tu!

               Nel suo cuore arrabbiato, Bruno sente e dedica a Lino la canzone “Nun me rompe

               er ca’” cantata da Gigi Proietti, per 29 secondi, poi sfuma. Dopodiché… 

Nancy:  (Spinge via Lino) Liévete ‘a nanzo! (Si ritrova faccia a faccia con Bruno) E a me

             non mi dedichi una bella canzone d’amore?

Bruno: (Ironico) Ma certamente! Accòmme hé ‘ntiso che zio Tom e zia Monica me vonno

             ‘ntestà ‘o testamento, te sì ‘nnammurata ‘e me. E allora saje che te dico?

Nancy: (Speranzosa) Che mi dici?

             Nel suo cuore deluso, Bruno sente e dedica a Nancy la canzone “Vaffanculo” 

             cantata da Marco Masini, per 29 secondi, a partire dall’ultimo ritornello! Poi

             Bruno saluta i due a gesti ed esce via di casa, lasciando gli altri senza parole.

FINE DELLA COMMEDIA

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