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Zozòs

di

Giuseppe Manfridi


PERSONAGGI:

BICE: intorno ai quarant’anni

TITO: intorno ai ventiquattro

TOBIA: intorno ai quarantadue

SCENA:

Il soggiorno di un piccolo appartamento. C’è molto disordine. Mobili spostati, forse rovesciati. Varie cose in terra. Sul fondo, un angolo cottura. Alla sinistra di chi guarda, la porta d’ingresso; a destra, la porta che conduce a una stanza interna.


ATTO PRIMO

(La scena è immersa nella penombra. Dalla porta semiaperta che dà nella stanza interna proviene un fascio di luce insieme alle voci concitate di un uomo e una donna. Tutta la prima parte del dialogo, dunque, avverrà fuori scena.)

BICE: Il paracadute! Dov’è il paracadute?

TITO: Ma usiamo il lenzuolo.

BICE: E’ lercio. Già non lo volevo sul letto e adesso me lo dovrei avvolgere addosso? Mai

TITO: Il mio accappatoio, allora...

BICE: L’ho visto il tuo accappatoio: una crosta.

TITO: Ma lei è davvero un’igienista!...

BICE: E me ne vanto!

TITO: Se restassimo con questo addosso?...

BICE: Io così non mi faccio vedere: mi vergogno.

TITO: Ma è il mio papà.

BICE: A maggior ragione.

TITO: L’abbiamo chiamato apposta!

BICE: Papà o non papà, così mi vergogno. Ahi!

TITO: E’ lei che si muove. (E comincia ad ansare pesantemente)

BICE: Oddio, di nuovo?...

TITO: (c.s.)  Temo di sì.

BICE: Lo vedi? Senti che tiri?!

TITO: (sul punto di cedere)  Signora, mi creda: non avrei motivo di mentirle, ma è lei... è lei che fa trazione in avanti... (se ne viene)  Ahhh!...

BICE: Che sia l’ultima.

TITO: Non lo dica a me.

BICE: Andiamo!

TITO: Che ne pensa della tovaglia?

BICE: Ma perché non il paracadute?

TITO: E’ bizzarro.

BICE: Mi hai mentito! Mi hai mentito! - Non hai nessun paracadute e non è vero che hai mai fatto il paracadutista.

TITO: E’ vero. Sta di là nell’armadio. Ora che arriva mio padre ce lo facciamo prendere da lui.

BICE: Mai! Lo voglio prima  che arrivi tuo padre.

TITO: Mio padre è una brava persona, capirà.

BICE: (allarmata)  Cosa vuoi dirmi: che ancora non ha capito?

TITO: Certo che sì. L’ha sentito anche lei come gliel’ho spiegato ben bene per telefono.

BICE: Dio, che vergogna! Che vergogna!

TITO: Si tranquillizzi, è un papà moderno. Poi fa parte del suo lavoro. Sa quanti ne vede di casi come questi!...

BICE: Possibile?

TITO: E’ ginecologo. Una fortuna per noi.

BICE: Andiamo al paracadute.

TITO: Signora, la prego: sincronizziamo i movimenti.

(Dopo qualche istante, i due si introducono arrancando nella penombra della scena. Lei  è davanti carponi, lui di dietro ginocchioni: l’uno premuto contro l’altra. Situazione inequivocabile: sono rimasti incastrati. La loro nudità e, soprattutto, la scabrosa posizione nella quale procedono sono mascherate dalla poca luce e da uno straccetto che tengono indosso.)

BICE: Tutta colpa della palestra! Tu ti metti a fare il fanatico con quelle tue esibizioni da circo equestre... logico che una povera donna ci caschi come una pera cotta.

BICE: Veramente, guardi, è stata lei.

BICE: Dicono tutti così in tribunale.

TITO: Ha intenzione di denunciarmi?

BICE: Purché non sia tuo padre a denunciare me.

TITO: (venendo)  Ah!...

BICE: Beh, adesso si fa così, all’improvviso?...

TITO: Lei ha avuto uno scarto.

BICE: Sempre a fare scaricabarile.

TITO: Non abbia scarti, per cortesia.

BICE: Ora dove?

TITO: Lì, se apre...

(Bice apre l’anta di un armadio che ha di fronte.)

BICE: Questo?

TITO: Quello.

(La donna tira fuori uno zaino, tenta di aprirlo.)

TITO: Sganci le fibbiette.

(Bice sgancia le fibbie.)

TITO: Ecco, ora lo cacci fuori e srotoli.

(Azione. Silenzio. Appare, a poco a poco, il grande biancore del paracadute che viene dispiegato. Con una certa goffaggine, passandosi l’un l’altra i capi di quello sconfinato oceano di tela e ingrovigliandosi nei fili, i due riescono, infine, ad avvolgersi in un gigantesco e informe convolvolo di stoffa. Sorvoliamo su battute esclamative del tipo: “Tieni! Prendi! Mi dia qua! ecc.”

Ancora una pausa.)

TITO: Accendo?

BICE: E’ lontano?

TITO: E’ qui.

BICE: Accendi.

(Tito accende la luce.)

BICE: Quanto pensi che ci metterà per arrivare?

TITO: Poco. Veniva subito.

BICE: Continuo a dire che se lo sapevi di questo rischio dovevi avvertirmi.

TITO: Uno: non lo sapevo; due: è stata lei a dare il ‘la’.

BICE: Un vaghissimo ‘la’, e tu subito ti ci sei buttato a pesce.

TITO: Non ho trovato opposizione e mi sono permesso di insistere.

BICE: T’ho detto forse ‘sì’?

TITO: Ma neanche ‘no’.

BICE: ‘Ni’.

TITO: Più che sufficiente.

BICE: Ti fa comodo crederlo.

TITO: E allora quel suo “Girami”?... Perentorio. Quasi un ordine.

BICE: Poteva significare mille cose.

TITO: Una sola. (Ha un cedimento. Si asciuga il sudore dalla fronte)

BICE: Cos’hai da tremare adesso?

TITO: (a disagio)  N’ata vota...

BICE: Eh, la miseria!

TITO: (venendo)  Aaah!...

BICE: Hai risorse infinite.

TITO: (stremato)   ‘Lui’, ma io no.

BICE: In un certo senso è pure lusinghiero.

TITO: Sono spaesato.

BICE: E’ il minimo.

TITO: Per me, così, è stata la prima volta.

BICE: Per me la seconda.

TITO: Dunque dovrebbe essere più informata di me.

BICE: E’ un ricordo lontano.

TITO: Lontano quanto?

BICE: Ero giovane allora.

TITO: Ma lei è  giovane.

BICE: Lascia stare, ci vuol altro per sedurmi.

TITO: L’ho detto col cuore. Senza secondi fini.

BICE: (ricordando)  Fu bello e potente.

TITO: E come finì?

BICE: Finì.

TITO: Normale?

BICE: Uscendo a riveder le stelle.

(Una pausa.)

TITO: Lei mi odia.

BICE: Non pensavo che sviluppasse tanto.

TITO: Dipende dalle circostanze, è risaputo.

BICE: Insomma, fisiologicamente è strano.

TITO: Non sminuisca i miei meriti. Ebbe parole di apprezzamento.

BICE: E le confermo.

TITO: (timidamente)  Io forse ce l’avrei una spiegazione.

BICE: Sputa!

TITO: Mi manca il coraggio, non vorrei offenderla.

BICE: Anche fosse non darò a vederlo.

TITO: Ecco, tutto ciò... (Tentenna)  Non potrebbe significare... che l’amo?

BICE: (non dando per inteso)  Bah!... Parlami di tuo padre.

TITO: Non faccia orecchie da mercante!

BICE: Parlami di tuo padre, sta per arrivare.

TITO: E allora glielo dico a chiarissime note: io l’amo.

BICE: (c.s.)  E’ giovane? Che tipo è?

TITO: (subendo)  Più giovanile che giovane.

BICE: Bell’uomo?

TITO: E’ il mio papà.

BICE: E la moglie del tuo papà?

TITO: La mia mamma, vuol dire?

BICE: Mettiamola così.

TITO: E’ una storia triste.

BICE: Triste per chi? Per te, per lui o per lei?

TITO: Diffusamente per tutti e tre.

BICE: Ho capito, non scopriamo gli altarini.

TITO: (armeggiando sotto il paracadute)  Oh, triste sì, ma non in quel senso.

BICE: Che stai facendo?

TITO: (c.s.)  Ritento.

BICE: Ma dicevi che non potevi.

TITO: (c.s.)  Sento che va meglio. Chiacchierare giova, aiuta a rilassarsi.

BICE: Dài, riprendiamo! Di cosa stavamo parlando?

TITO: Della mamma. (Sbirciando)  Alleluja! Lo vedo: è ricomparso!

BICE: Quanto?

TITO: Appena da rivederlo!

BICE: Aaah!!!... Si rigonfia, mi strazia!

TITO: No, signora, non lo dica! E’ una sensazione sua. Sento che fa gioco.

BICE: Fermati, scellerato! Aaah!!! Soffro le pene dell’inferno.

TITO: E’ come se una manona dalla presa solidissima lo tenesse agguantato tirandolo a sé.

BICE: Demordi! Demordi!

TITO: Se superiamo questo scoglio verrà via liscio.

BICE: Non lo si supera, demordi! Teniamo per buono il terreno conquistato.

TITO: Resistiamo. Anch’io ne patisco. Provo con uno strappo.

BICE: Rapido e secco?

TITO: Rapido e secco. L’unica è che non ho spazio per darmi slancio.

BICE: (tenendosi a un mobile)  Ti darò manforte scattando in avanti al ‘tre’.

TITO: Solo che dovrebbe - mi perdoni: è greve - tendere con le mani da ambo i lati. Coadiuverebbe.

BICE: Sì, ciao amore... e come faccio a tirarmi avanti? Fallo tu.

TITO: Mi equilibro male.

BICE: E’ comunque più facile per te che non per me.

TITO: (armeggiando sotto il paracadute)  Provo a giostrare coi pollici. (Lei ride)  Che ride?

BICE: Prurigina.

TITO: Slittano. Con tutto questo fagotto...

BICE: Bando alle ciance!... Un, due...

TITO: Che il Signore ci aiuti!

BICE: Speriamo piuttosto che non ne sappia nulla.

TITO: Lei è credente?

BICE: E’ un discorso lungo. Tu no?

TITO: La mia era un’espressione così per dire.

BICE: E’ lungo ma lo faremo.

TITO: Quando vuole.

BICE: (perentoria)  Uno, due...

TITO: (in un grido)  E tre!!!

(Un colpo di reni di lui, uno di lei. Seguono due urla all’unisono...)

BICE e TITO: Aaaaahhh!!!...

(Ricascano dolenti. Respirano pesanti. Una pausa. Infine, come risorgendo e con voce flebilissima...)

BICE: Io avevo, sì, la fede ma fu un tesoro che non seppi preservare e che finii col perdere.

TITO: (anch’egli spossato, con un fil di voce)  Mi domando come si possa perdere la fede contro la propria volontà.

BICE: Sarò più esatta: non la fede ho perduto, ma i suoi tesori.

TITO: La seguo a stento.

BICE: E’ rientrato, vero?...

TITO: Tutto.

BICE: Ne avevo la percezione.

TITO: E’ stato il contraccolpo.

BICE: Come nei fucili?...

TITO: La meccanica deve essere stata quella.

BICE: Tu ritremi.

TITO: Ho l’ansia.

BICE: Sudi.

TITO: Mi perdoni, ma c’è una cosa che dovrei confessarle.

BICE: Di’: stai svenendo o cosa?

TITO: Francamente non mi sento molto bene.

BICE: Gesù, non sarai per caso malato...

TITO: Oh, non nel senso che crede lei. Non s’allarmi. Non per questo.

BICE: Non nel senso, non nel senso... - Sei malato o no?

TITO: Che veramente io, ecco... credo di avere una crisi. Il cuore, sa.

BICE: Ti dà problemi? Alla tua età?...

TITO: Me ne dà consequenzialmente.

BICE: A cosa?

TITO: Beh, sarebbe che io - che io...

BICE: E forza! Non mi tenere sulle spine.

TITO: (sgravando)  Soffro di claustrofobia.

BICE: E trovi una pertinenza?

TITO: Evidentemente ‘lui’ ne soffre ancora più di me.

(Suonano alla porta.)

TITO: (in uno slancio, rianimandosi)  Papà!... E’ il mio papà, questo! E’ il mio papà.

BICE: Ce lo auguriamo tutti.

TITO: (forte)  Aspettaci, papà. Arriviamo.

(I due con qualche impaccio, si avviano.)

TITO: Vado troppo veloce? Spingo troppo?

BICE: Non più, oramai.

(Suonano.)

TITO: (forte)  Eccoci, papà! (A lei)  Ho sempre sognato, sa, di potermi presentare un giorno da mio padre con una donna come lei e dirgli: “Pà, questa donna è la mia donna!”

BICE: A farlo adesso suonerebbe pleonastico.

TITO: Che fa, signora? Non va?...

BICE: Ho un rigurgito di pudicizia.

TITO: Cioè?

BICE: Mi vergogno.

TITO: Per carità, metta da parte gli scrupoli. Ho appena superato una crisi, ma potrebbe ritornare.

BICE: Vado, ma a volto coperto. (E così dicendo si copre il volto con un angolo del paracadute)

(Ancora uno squillo. I due arrivano presso la porta.)

BICE: Sarà meglio sincerarsi. Domanda chi è.

TITO: E’ lui, lo riconosco dall’ansimo.

(Fa scattare la serratura. Un ultimo squillo.)

TITO: E’ aperto, papà. Puoi entrare.

(La porta, repentinamente aperta, picchia contro la donna che arretra di scatto. La reazione è immediata.)

TITO: (venendo)  Aah!...

(I due ricascano all’indietro finendo incantucciati presso il muro.)

TOBIA: (facendo capolino, con tono forte e giulivo)  Oilà, crapuloni!!!

TITO: (imbarazzatissimo)  Papino, ti prego... c’è un po’ di tensione nell’aria.

(Una nota: Tobia parlerà a rotta di collo andando sù e giù per la stanza e buttando in un angolo il cappotto, in un altro la borsa, in un altro ancora il cappello ma senza mai mollare un orrendo ferro che tiene tra le mani: il divaricatore.)

TOBIA: (legandosi alla battuta precedente)  Ma si dice per dire, stupidotto! E che sarà mai? La fine del mondo? - Sdrammatizzare! Sdrammatizzare! Questi pasticci son figli della salute, dico bene o no? Poi ora basta: c’è qui papà, calma e gesso e tutto si risolve! - Dio, le risate! - Ma poi tu non sai: nemmeno chiudo la porta e indovina chi ti incontro per le scale? Il generale del superattico, che tutto gli puoi dire tranne che sia sprovvisto di senso dell’umorismo. Beh, mi fa: “E il nostro Titino che combina? Quello mi sa che è un paravento!” - ma detto in senso buono sennò manco gli rispondevo. Bon! Mica ce l’ho fatta a trattenermi: senza neanche spiccicare parola dai crampi che ciavevo, paf!, gli sbatto il divaricatore sotto il naso... (E ride)   “Oh, dottore, niente niente ha intenzione di arricciarmi i baffi!?...”. (E ride)  “Che baffi, generale! Ma lo sa cosa mi tocca fare? Correre a dar di stura al mio figliolo!”. E quello, capirai, una lenza di tre cotte: “Cribbio! Non mi dica che è rimasto con la zampetta nella tagliola!...”. (E ride)  Insomma, ridi tu che rido io, non mi riusciva di venir via, poi con Peppe giù in guardiola che ci guardava come un mamozio senza capire, m’è toccato di raccontare tutto pure a lui! Esilarante! Esilarante! (E ride)

BICE: Un monumento alla discrezione.

TITO: Con Peppe almeno potevi evitarlo.

TOBIA: (asciugandosi gli occhi e riprendendosi)  Queste stampe che sono? Quelle che ti ha regalato la zia Gianna?... Carucce. (Guardandosi intorno)  E il mobiletto-bar che ti sei portato via da casa dove l’hai sistemato?... Ah! A proposito della zia Gianna: ricordati che domani siamo a cena da lei.

BICE: Non vorrei che doveste portare pure me.

TOBIA: (lanciando un’occhiata panoramica sulla stanza)  Ma caspita che bailamme! Si è fatto bisboccia a quanto pare!... (Con altro tono. Professionale)  Bon. Fine della ricreazione, al lavoro!... (Andando con la mano tesa verso la donna per presentarsi)  Innanzitutto, però, io vorrei...

TITO: (al padre)  Credo che sia meglio cercare di risolvere. La signora è un po’ in ansia.

TOBIA: E quella pezza?... (Sulla faccia di Bice)

TITO: Pudore.

TOBIA: Non condivido, comunque...

(Tace. Si leva la giacca. Si rimbocca le maniche della camicia. Fa poi scattare in aria più volte le chele del divaricatore per sincerarsi che siano ben lubrificate. Versa con un contagocce alcune stille di liquido sulle giunture metalliche. Durante questa operazione dà le spalle ai due.)

BICE: (a Tito)  E ora che fa?

TITO: Prova gli strumenti.

BICE: Quali strumenti?

TITO: Quelli che servono.

(Bice, preoccupata, tira fuori il viso di sotto il paracadute. Controlla senza essere vista.)

BICE: (con spavento)  E quello?...

TITO: Gli è costato un mucchio di soldi. Alta tecnologia tedesca. A casa siamo rimasti a stecchetto quasi due mesi per ammortizzare la spesa.

BICE: Al mio ginecologo quella roba lì non gliel’ho mai vista.

TOBIA: (senza voltarsi, secco)  Per piacere! - Finché si scherza si scherza, ma adesso calmini!

TITO: (a lei, piano)  Mio padre non è solo un medico, ma anche un grande scienziato. L’ha progettato lui e se l’è fatto realizzare a Bonn.

BICE: Roba da Torquemada.

(Tobia si volta. Bice, fulmineamente, ricaccia la testa al coperto. L’uomo si avvicina ai due.)

TITO: E’ pericoloso, pà?

(Tobia non risponde. Solleva, discretamente, un lembo del paracadute.)

BICE: Cos’è questo frescolino?

TOBIA: (intervenendo)  Vorrà mica farmi lavorare in apnea!...

TITO: Ah!

TOBIA: Dolore?

TITO: Dolorino.

TOBIA: Sii uomo.

BICE: Che Dio ci salvi dai doppisensi.

TOBIA: L’ho detto fuor d’ironia.

BICE: Ah!

TOBIA: (a lei)  Dolore?

(Silenzio.)

TITO: (picchiettandole sulla schiena)  Domanda a lei.

BICE: Una cosa giusta. Per piacere, si sbrighi.

TOBIA: (perplesso, constatando)  L’è dura, l’è ura - come dicono al Nord. L’è diura.

TITO: Sarebbe?

TOBIA: (rinunciando)  Qui, così, non si risolve niente.

BICE: Come ‘niente’?...

TOBIA: (riponendo il suo ferro)  Una reazione a catena: lui pulsa, lei contrae. La contrazione induce al gonfiore, il gonfiore alla contrazione. Un volàno, ha presente?... Sino alla paralisi.

TITO: E allora?

TOBIA: Agiremo d’astuzia.

BICE: Cioè?

TOBIA: Debbo rifletterci.

(E senza aggiungere altro, s’allontana in una stanza interna.
Una pausa.)

BICE: (infine)  Beh?... Ci ha riflettuto abbastanza?

TITO: Se n’è andato.

BICE: (scoprendo il viso)  Andato dove?...

TITO: Di là.

BICE: Ma non via?...

TITO: No, di là.

BICE: Sapevo che non poteva filare tutto liscio. Potevi dirmelo che tuo padre è matto.

TITO: Non matto, solo un po’ strano.

BICE: Un pazzo furioso, altro che storie!

TITO: Ma perché giudica senza conoscere?

BICE: S’è eccitato, l’ho visto: è andato a masturbarsi.

TITO: Ma le pare!

BICE: Ti dico di sì. L’ho visto, l’ho visto.

TITO: Ma visto cosa, da lì sotto?...

BICE: Ho un angolo visuale ridotto, ma sufficiente.

TITO: Un’impressione paranoica.

BICE: Dio volesse!

TITO: Rieccolo.

(Bice torna a nascondersi. Tobia rientra, va alla sua borsa, la apre. Ne tira fuori una siringa imbustata e delle fiale. Durante il dialogo che segue provvederà a riempire la siringa con una mistura di dosi tratte dalle diverse fiale. Operazione lunga e complessa che compie con infinita perizia.)

TOBIA: Forse la tua amica ignora che un buon medico lo si riconosce anche dal rigore con cui sa attenersi alle norme del segreto professionale...

BICE: Abbiamo già toccato con mano la misura della sua riservatezza.

TOBIA: Sarà che parliamo lingue diverse, ma questo eccesso di ritegno rischia di suonare assai offensivo nei miei confronti.

BICE: Mi dispiace, non posso farci nulla.

TITO: Io ho cercato di convincerla, ma lei niente: un sercio.

TOBIA: Volendo, potrei pretenderlo a norma di legge che mi riveli la sua identità. Lo sapeva questo?

BICE: Farà prima a levarmi suo figlio da dietro che questo paracadute dalla faccia.

TOBIA: (controllando)  Paracadute?... Già, paracadute. Che idea! Non avevate altro per coprirvi?...

TITO: La signora non voleva le mie lenzuola nemmeno sul letto. Dice che sono luride.

TOBIA: E lo sono?

BICE: Controlli. Lo sono.

TOBIA: (dando uno schiaffo al ragazzo)  Sudicione! Bella figura che ci hai fatto e che, di conseguenza, hai fatto fare a tuo padre. Ma cosa deve pensare la gente? Che sei un figlio di nessuno, ecco cosa! Come se non ci fosse chi bada a te, chi si danna l’anima notte e giorno per mandarti in giro lindo e pinto, e tutto per sentirsi poi dire: le lenzuola luride! - E fa pure salire gente... Ospita, lui! Ospita! - Ma giustamente una persona normale che vede questo schifo nemmeno se la prende con te, no... “Poveraccio! La colpa mica è sua: dei genitori!” - (Alla donna)  Non è vero che ha pensato così? Lo ammetta.

BICE: La prima cosa.

TOBIA: (un altro schiaffo)  Visto? Lazzarone che non sei altro! Quante volte te l’avrò detto? Se proprio non vuoi farle lavare a me, almeno mandale in tintoria e poi mi dici quello che costa.

TITO: (lamentoso)  Ma domani l’avrei fatto.

TOBIA: Domani! Sempre domani! L’eterno domani!... Basta che rimandi, tu!...

(E si allontana per osservare in controluce il contenuto della siringa. Una breve pausa.)

BICE: (facendo capolino)  Ha le mani appiccicaticce?

TITO: Da una sberla non si può capire.

BICE: Scommetto che ce l’ha. (Si ricopre)

TOBIA: (riavviciandosi. A Tito, ma ora quasi per coccolarlo)  Fatto male?

TITO: Al solito.

TOBIA: (teneramente, a lei)  Ho lo schiaffo tarato per mio figlio, sa. Un’abitudine. Ne soffrirebbe se smettessi di dargliene. (A lui)  Sù, non farmi sembrare un bruto agli occhi della tua amica, dillo anche tu: ne soffriresti?

TITO: (facendo spallucce)  E dài!

TOBIA: Beh, che storie sono queste? Vuoi obbedire a papà? Rispondi! Ne soffriresti o no?

TITO: Uffa, mi scoccia. (Gli arriva un’altra sberla)

TOBIA: Debbo continuare?

BICE: Per l’amor del cielo, rispondi! Le risonanze mi danno le fitte.

TITO: (sconfitto)  Ne soffrirei.

BICE: Deo gratias.

TOBIA: Oh, ci voleva tanto?... - Andiamo, tira giù.

TITO:  Perché?

TOBIA: Debbo farti l’iniezione, tira giù.

BICE: Che iniezione?

TOBIA: Per aiutare la detumescenza.

TITO: Cristo, l’iniezione no!

BICE: (con una reazione improvvisa)  Se riprendi a bestemmiare ti cavo gli occhi, già te l’ho detto! Non lo sopporto! Non lo sopporto! Non lo sopporto!

TOBIA: Perché, ha bestemmiato?

BICE: Dire ‘bestemmiare’ è un eufemismo se si tratta di definire quanto è uscito da quella bocca durante i primi giri di valzer.

TOBIA: (feroce)  Tu hai bestemmiato?

TITO: (vago)  Ma così, per il trasporto dei sensi. Una cosa che si fa.

TOBIA: (più feroce)  Tu hai bestemmiato?

TITO: Viene da sé, credimi.

TOBIA: Fino a tanto sei capace di arrivare?

BICE: Lasci perdere, già ci ho pensato io a fargli un bel cicchetto.

TOBIA: Bestemmiato! Bestemmiato!... Credevo che l’avessimo superata, invece no! Ancora a questo siamo.

BICE: Inutile infierire, quel che è stato è stato.

TITO: (mortificato)  Scusami, papà...

TOBIA: (mettendogli a nudo il sedere)  ‘Papà, papà’... Intanto a papà ci si pensa sempre e solo quando si è nelle peste. Allora ci si ricorda di avere anche un padre, per il resto popà torna ad essere il vecchio rompiscatole che non capisce nulla.

TITO: Fai la frizione?...

TOBIA: La sto facendo. (Friziona)

BICE: Ci va pesante. Si calmi.

TOBIA: Io non parlo a chi non ha il coraggio di guardarmi negli occhi. (Al ragazzo)  Chinati un po’. (Il ragazzo esegue)

TITO: Ma almeno è una cosa che serve?

TOBIA: Aiuta. (Fa l’iniezione)

TITO: Ah!

BICE: Aah!!

TOBIA: E ora aspettiamo che entri in circolo. Ne ho scaricato una bella dose. (Butta l’occhio impudicamente sotto il paracadute. Quindi, con un tono che rivela una certa euforia)  Pare arpionato, là dentro. Capperi, mai visto nulla del genre! (Dando uno scappellotto affettuoso sulla nuca di Tito)  Ah, questo ragazzaccio!...

BICE: (piagnucolando)  Per piacere, ricopra.

TOBIA: (ricoprendo)  Lei deve perdonarmi, cara signora... - Magari le sembrerò villano con questi miei slanci di giocondità. Forse s’aspettava, che so?, una reazione sdegnata e codina...

BICE: Diciamo solo: più educazione e serietà.

TOBIA: Ma se è proprio lei a dare lezioni di malacreanza con questa sua fissa di non volersi far vedere in faccia!...

BICE: Discorso logoro. Passi oltre.

TITO: (massaggiandosi il didietro)  Brucia.

TOBIA: Deve  bruciare.

TITO: Ma brucia molto.

BICE: La nemesi.

TOBIA: Ci voleva una dose robusta.

TITO: Forse lo era un po’ troppo.

TOBIA: Fammi parlare con la tua amica e non interrompere! (A lei)  Si stava dicendo di certo mio brio... - Comprenda: se qui c’è un medico, col medico c’è pure un padre. Il medico constata e interviene : freddamente, scevro da pregiudizi e da passioni - ma, in tutta onestà, si può chiedere lo stesso a un padre? Per la miseria, il sangue non è acqua: s’infiamma, esulta. Un padre comprende ed apprezza.

BICE: Straparla.

TOBIA: Non straparlo affatto. Perché lei è donna, madre forse e le mamme, si sa...

BICE: Zitto, non lo dica!

TOBIA: Che?

BICE: Madre no!

TOBIA: Era solo un’illazione.

BICE: E’ un tasto, questo, che con me non si può toccare.

TOBIA: Pardon. Forse una ‘gaffe’?...

BICE: Non può sapere, sorvoli.

TOBIA: Bon, per andare all’osso: un papà è un papà. E un papà vede nel proprio figliolo cose che una madre, (specificando)  in generale, stenta a comprendere, a meno di casi illuminati. Anzi, peggio! Che dico ‘comprendere’? Che una madre - ma per accezione lata diciamo una donna ‘tout court’ - avversa, detesta e fugge con repulsa. Mentre da maschio a maschio corrono intese, accordi, che solo chi è della partita può capire. Di qui appunto la mia per lei sorprendente... o cielo, come definirla?... La mia euforica indulgenza!

BICE: Vuole umiliarmi, la smetta!

TOBIA: Umiliarla?...

BICE: E non faccia lo gnorri!

TOBIA: Lo gnorri?...

BICE: A gesti e a parole: mi umilia. E ancor più con le parole. Si crede di farlo a colpi di fioretto e ci dà giù con la brutalità di un boscaiolo. Lei è un misogino, un reazionario. (In un grido)  Anima aspra e crudele! Aguzzino!

TOBIA: Padre! Padre! Questo è il mio titolo. Non il solo ma il maggiore. Un padre che non può e che non deve smorzare il proprio entusiasmo scoprendo che l’unico frutto delle sue polpe - ciò che è prosecuzione di sé nel mondo - si dimostra in grado di tenere alto un nome che è suo quanto mio!

BICE: Ma addirittura esaltarsi!...

TOBIA: (deciso)  Ebbene sì, mi esalto! (Cambia tono, più intimo)  Dica un po’... ma li ha visti in giro, signora bella, cosa sono di patetico questi ragazzetti d’oggi? Mozzarelline esangui e flaccide. Si guardi intorno, faccia caso... Tutti bim bum bam! Bim bum bam! Poi, stringi stringi, ti lasciano con un pugno di mosche in mano. Le pare davvero tanto facile rimediare un farabutto come questo che non recede dinnanzi a nulla, che non si perde in chiacchiere? Non un venditore di fumo, ma uno che mette al bando le ciarle e agisce ! Consideri, poi, la sua età. Certo, potrà dirmi: la gagliardia della giovinezza... - Argomento gramo. Chi conosce a fondo l’animo umano sa che la giovinezza comporta, sì, un gran desiderio di imprese, una brillante attitudine nel progettarle, ma poi, al dunque... il fugone. Questo per i più. E scoprire che mio figlio, il mio Tito, non fa parte dei più ma che fa storia a sé... scoprire in lui l’ardimento di un giovane David che si lancia contro il suo Golia senza tema, e lo sopraffà, lo sconquassa, lo maciulla...

BICE: Il mio sedere non è Golia!

TOBIA: Sotto metafora, sì!!!

BICE: E allora gli faccia riprendere la sua fionda e se lo riporti a casa.

TOBIA: (concludendo)  Scoprirlo quando si è temuto anche il peggio...

TITO: Non ricominciamo, pà...

TOBIA: E perché no, ormai che tutto è arrivato all’agognato epilogo e sono il primo a fare ammenda dei miei cupi sospetti?!...

(All’orecchio della donna, confidenziale)  Avrei giurato che se la facesse con un tale Ricky Spaccamenta, suo compagno di banco alle medie.

BICE: A quell’età non si può dire. Sono indefinibili le propensioni di un fanciullo che va a farsi uomo.

TOBIA: Brava, l’ha detto. Un’età mostruosa è quella; una terribile terra di nessuno percorsa da mille venti. Tutto può accadervi. Va a farsi uomo?... Questo l’auspicio. Così dovrebbe. Ma un genitore, nel frattempo, cos’altro può fare se non spiare ansioso? E a volte male interpretando, per eccesso di premura, quei nonnulla che prestano più facilmente fianco all’equivoco. Che so?... Uno scatto fuori luogo del polso, un falsetto nella voce... Dia retta: una Via Crucis per chi non l’ha passata. A sentirne parlare se ne può solo ridere.

TITO: Con Ricky facevamo solo i compiti insieme.

TOBIA: Non solo. Ve lo misuravate. Vi ho tanati!

BICE: Ma questo è normale.

TITO: Eh! Glielo dica un po’.

TOBIA: L’avessero fatto col centimetro! Dio sa quanti gliene ho regalati di centimetri... A bizzeffe! Macché! Con le mani se lo misuravano. O meglio: con la  mano. (Prendendo per un polso il figlio)  Con questa, che andava buona per entrambi.

TITO: Ma t’ho spiegato. Per avere un solo metro di misura. Lui ce l’aveva più grossa della mia.

BICE: La spiegazione è ineccepibile.

TOBIA: Va bon, chiuso. Acqua passata. Qui c’è la prova, tangibile, che si dispiegano per il futuro nuovi e luminosi orizzonti.

BICE: Tangibile, sì.

TOBIA: Un rubacuori!

(Tito sbadiglia.)

TOBIA: Mano davanti alla bocca, cafone!

TITO: E’ il farmaco.

TOBIA: Ti rilassa. Effetto giusto.

BICE: Se ne è venuto di nuovo.

TOBIA: Oilà!

BICE: Giusto adesso.

TITO: Succede che quasi nemmeno me ne accorgo più.

TOBIA: Siamo alla trascendenza. Sorprendente.

BICE: Sono stremata. E’ insopportabile.

TOBIA: (radioso)  Insopportabile... oh-oh!... (Dando un buffetto sulla guancia a Tito)  Per questo, canaglia, non ti volevi mai far vedere nudo. Neppure dal tuo papà.

BICE: (definitiva)  Stremata da voi!!!

TOBIA: Da noi tutti e due!?... Adesso lavora di fantasia.

TITO: Le iniziative, sta’ sicuro, non le mancano davvero.

BICE: Ecco che sbotto! Ecco che sbotto!

TOBIA: Un cedimento di nervi?...

BICE: (davvero in crisi)  Via! Via tutti! Via! Via! Via!!!

TOBIA: (facendo un balzo all’indietro)  Signora, così ci spaventa!

TITO: (gemendo)  La supplico, me lo incrina!

BICE: (fuori di sé)  Parliamoci chiaro. Con te e con lei! Con tutti e due. Avrei preferito e preferirei morire piuttosto che andare a espormi in una corsia di ospedale per sentirmi lapidata dalle risate turpi dei portantini, dalla satira ‘grossier’ di qualche infartuato in piagiamone di flanellaccia a bande; dalla foia pecoreccia di un buio dottorino che non chiederebbe di meglio per ravvivare il tedio del suo turno di guardia - ma quel che mi viene inflitto qui e adesso ha un sapore ben peggiore della morte. Allora, via! Dove volete... M’arrendo... isso bandiera bianca. M’arrendo al fato, al mondo: se è scritto che questa mia caduta dovrà fruttare bottino per tutti, così sia e ne venga ciò che deve. Sghignazzi, offese... un ludibrio senza remissione. E se tutto dovrà consumarsi sino in fondo, cedo: si consumi. Sono una donna infranta e voi siete qui per ribadirlo. Che venga l’autentico peggio! La voce che si propaga, come un turbine che fa razzia di tutto ciò in cui s’imbatte: così il pettegolezzo andrà saccheggiando il vero e il falso e, rimpolpato allo spasimo dei particolari più immondi, raggiungerà chi non deve, colpirà a morte chi non lo merita.

(Un singulto la blocca, poi riprende)  Già! L’ho detto.
Questo è il nodo che tenevo sottaciuto, ma niente: m’è vietata anche la pietà dei miei più intimi segreti. Tutto va messo alla berlina. Bisogna sbracare? Sbrachiamo. E dunque: c’è qualcuno, in qualche angolo di questa città, che ho offeso irreparabilmente cedendo a un istante di debolezza; dico una persona che ha ragione di pretendere, se non il mio amore, quantomeno il mio massimo rispetto. Non merita che si sappia, ma lo saprà e si saprà. Avessi avuto il vostro aiuto... non l’ho avuto. Solo una sporta di ingiurie che s’aggiungono al supplizio. Perciò dico: “Basta!” - Tutto corra al suo epilogo: al suo non agognato  epilogo. A ‘sto punto che sia forte il prezzo della pena, senza sconti, e mi redima. Provvederò da me a suggellare con un ‘amen’ questa vita che ha indennizzato troppi effimeri piaceri con l’aggravio di poche ma assolute sofferenze. Vere! Tragedie di quelle che mutano l’animo.

Ma che sto a dirlo a voi? - Insomma, tiriamoci un frego: via di qui! Ovunque, ma via di qui! Nelle mani di chiunque, ma via da voi! C’è più infamia nelle vostre chiacchiere di quanto ve ne sia nel fatto che le origina. Abbiamo sbagliato, ho sbagliato - è vero. E diaciamola tutta: ho scientemente accondisceso alla sodomia, ovvero a ciò per cui, secondo alcune aggiornate letture dei sacri testi, venne precluso per sempre agli umani il paradiso terrestre. Ho ribadito un peccato che già commisi in giovinezza; ma allora, quantomeno, mi limitai ad accettarlo. Oggi l’ho reclamato, preteso. Sì: preteso. Io per prima. Mia sola giustificazione: l’essere trascinata dal soffio di una reminiscenza, dal desiderio, umanissimo, di tornare, illusoriamente, a quel giorno lontano in cui un amore possente venne a scuotermi le viscere calde e prensili con invasione brusca. Virile. Dopo di che il diluvio. Quindi, il nulla. Una sessualità di ‘routine’, ch’è stretta parente della castità. Non più lascivia, non più tracolli della carne. Ma solo affettazione. Accidia. Senso del dovere.

(Tito sbadiglia spettacolarmente: se n’è venuto di nuovo.)

BICE: (rianimandosi)  Fu, allora, la più salubre delle colpe. Sentii vergogna, certo, ma pure la gioia di provarla, e il passato non torna. Eccone la prova: cosa ha prodotto il mio incauto tentativo di recuperarlo? Una miserevole messinscena. Grottesca. Demoniaca. E voi non siete complici nella mia sventura... non ‘compagnons de routes’  ... non pietosi alleati, bensì ambasciatori dell’inferno... - Tu (a Tito) , capro a forma di languido putto, e lei (a Tobia) , paradossale vecchio, dinnanzi al quale copro il volto ormai non più per celare il mio, ma per evitare di scorgere il suo. Perciò vi dico: diamoci un taglio!

TITO: Aòòòòò!!!...

BICE: (continuando)  Portatemi dove volete: in una pubblica piazza, in mezzo a uno stadio, alla televisione, al cinematografo... ma diamo fine a questo strazio, che tanto s’è capito: primo, lei è un pessimo medico; secondo, malevolo d’animo... (Piange)  Non potrà fare nulla per me. (Piange)  Nulla nulla nulla. (Si riprende)  Perdonami,Tito... capisco che si tratta del tuo papà e forse per questo ti sei abituato a vederlo sotto una luce un po’ falsa, ma i fatti parlano chiaro. Vi scongiuro: chiamate un’autoambulanza, chiamate un’autoambulanza!!!... (Piange)

TITO: Signora Riccobono, non si lasci andare così... La prego...

TOBIA: (al figlio)  Sicché è sposata...

(Il figlio fa segno di tacere. Il padre non riesce a mascherare un’ulteriore espressione di compiacimento.)

TOBIA: (c.s.)  Facciamola sfogare, è meglio. Anche questo potrebbe favorire un rilassamento di entrambi. Troppa tensione, troppa tensione!

(La donna continua a piangere.)

TITO: Ho le palpitazioni, papà.

TOBIA: Anche a tuo nonno succedeva così durante i bombardamenti.

TITO: Cosa c’entra il nonno?

TOBIA: Reazioni analoghe. Di famiglia. (Poi, rassicurante, alla donna)  Certo che ha una linguetta! (Breve pausa)  Un rasoio: zac zac... (La donna continua a singhiozzare, ma più piano)  Ma tranquilla: mica mi sono offeso per quello che ha detto. Ci mancherebbe! Nemmeno un po’.

E sì che ci è andata giù pesante. Ma che si pensa? Che non siamo corazzati contro questa sorta di attacchi all’arma bianca?...
Dico, noi specialisti. Noi, clinici di un certo rango. Son cose all’ordine del giorno. Anzi: temprano. Per quanto lei, nella fattispecie, si sia espressa con termini e su cose che andavano un po’ al di là del seminato. (Va con la mano a una tasca interna della giacca, ne tira fuori un portafoglio e dal portafoglio prende alcune foto)

TITO: (che ha capito di cosa si tratta)  Oh, no...

TOBIA: Zitto tu! (Di nuovo alla donna)  Ma se qualche effrazione c’è stata - nel mio modo di fare, nel mio rapportarmi alle circostanze... - creda: è di segno totalmente opposto a quello che pensa. Solo un eccesso di affetto. E che, vogliamo condannare anche i sentimenti adesso?... Un po’ di buon cuore. Io, il mio figliolo, ho dovuto crescermelo da solo. Non sia dura con me e consideri che, oggi come oggi, il mio sangue scorre nelle sue vene assai più che nelle mie. (Porgendo una fotografia sotto il lembo di stoffa che ricasca sulla testa di lei)

Guardi: questo è il mio Titino al suo primo giorno di scuola.

TITO: (a disagio)  Ma per piacere...

(Bice, pur continuando a piangere, è costretta a guardare. Infine i singulti cessano.)

TOBIA: Beh, cosa mi dice?

BICE: (che ha recuperato un tono di voce passabile)  Caruccio davvero. (Breve pausa)  Che zazzera!...

TOBIA: (passandole un’altra foto)  Qui è con alcuni compagni di squadra alle medie. E’ quello con la maglia  numero cinque.

TITO: Si tranquillizzi, prima del ginnasio ho smesso.

BICE: (guardando)  Questo?

TITO: (controlla)  No, questo è Ricky. L’altro a fianco.

BICE: Quello che gli tiene la mano?

TITO: Eh, quello.

BICE: (con tenerezza sincera)  Un giovanottino.

TOBIA: (compiaciuto)  Eh no!... (Dandole una terza foto)  Guardi, guardi... qui siamo tutti e due durante una vacanza in Valsugana. Questo sono io.

BICE: (prendendo la foto, adesso quasi con interesse)  Ah, la Valsugana...

TOBIA: Mai stata?

BICE: Da ragazza, ragazza.

(La donna guarda. Alcuni secondi di silenzio, poi caccia un urlo, tira fuori la testa di sotto il paracadute e grida...)

BICE: Tu!

TOBIA: (facendo un balzo indietro)  Ah!...

BICE: Tobia!

TOBIA: Bice!

BICE: Tobia Galeazzi!

TOBIA: Io trasecolo. Bice Pastrengo!

BICE: Finalmente t’ho ritrovato, brutto porco!!!

TITO: (venendo)  Aaahh... - Mi spiegherete, spero.

(Sipario.)

ATTO SECONDO

(Dall’atto precedente non sono trascorsi che pochi secondi di tempo drammaturgico. Il lasso di una breve pausa. Dunque, la situazione si presenta praticamente inalterata.)

TITO: Perché ti fai dire porco, papà?

TOBIA: (a lei, che non ha più motivo di tenere il viso coperto)  Perché mi dici porco, Bice? Dopo quasi... (calcola)  quasi più di vent’anni che non ci si vede.

BICE: L’hai detto. Porco! Mille volte porco!

TOBIA: Dall’ultimo anno di liceo, sì.

BICE: Non essere scioccamente didascalico. Non c’è bisogno che sia tu a ricordarmi da quant’è che il signorino si è eclissato.

TOBIA: Eclissato io?! Ma senti tu che roba! Il bue che dice cornuto all’asino.

TITO: Insomma, pà... si può sapere che cos’è per te la signora Riccobono?...

TOBIA: Già, Riccobono! Anche questa è tutta da spiegare. Se non sbaglio, madamigella, avevate ben altre fisime per la testa. (Facendole il verso)  “Sposa io? Per carità, giammai!” ...Non c’era forse il fuoco mistico a divorarvi? (c.s.)  “Darò all’anima ciò che sottrarrò alla carne!”

BICE: Tu parli di cose perse nel tempo.

TOBIA: Ah, ci vuole davvero una faccia come il... come il... (Si interrompe mordendosi le labbra)  Dio, è terribile come anche le esclamazioni assumano beffarde attinenze con le circostanze!

BICE: Volgare oggi quanto allora!

TOBIA: Sei tu che te ne vieni con certe uscite...

BICE: Non so di che parli!

TOBIA: Di noi, parlo! Di noi in quei bei tempi andati...

BICE: Smettila! Smettila!

TOBIA: Dunque davvero: tutto dimenticato?... Io che ti stringo implorante la mano su quella panchinetta di nove assi nove, nel sole di luglio...

BICE: Mi turo le orecchie per non sentirti! Smettila! (E si tura le orecchie)

TOBIA: (inesorabile)  Da poco la campanella aveva segnato la fine dell’ultima ora trascorsa insieme sui banchi di quell’aula, la nostra: la terza P...

TITO: Eravate in classe insieme? Stupefacente.

BICE: Stai rievocando la tua infamia, non la mia.
E fallo! Fallo sino in fondo!

TOBIA: Non la tua?!...

TITO: (sbadigliando)  Quella cosa che mi hai dato, pà, mi sta facendo venire sonno.

TOBIA: (senza dargli ascolto)  Eravamo lì, io e te, ancora scossi nei cuori e nelle carni dagli straschichi di quella nostra folle, folle notte rubata alla sorveglianza rapace di Padre Gosetti durante la settimana bianca in Valsugana...

TITO: (notando)  Curioso! Se sbadiglio mi eccito. (E se ne viene)  Ah!...

TOBIA: (inarrestabile)  La Valsugana che al ricordo, l’ho notato!, ci strappa un gemito all’unisono. E negalo se puoi!

BICE: Lo scenario del tuo delitto fu quello!

TOBIA: Bum! Provincialotta eri, provincialotta sei. Ma se ci eravamo fatti la posta sin dal quarto ginnasio...

BICE: Io non c’ero al quarto, venivo dalla tecniche.

TOBIA: Vabbè, dal quinto.

TITO: (lottando contro uno sbadiglio)  Mi sa che hai addormentato la parte sbagliata.

TOBIA: (sempre a lei)  E quell’ultima notte di vacanza, in quella valle fatata, tutti un po’ ebbri...

BICE: Per questo cedetti.

TOBIA: (continuando)  ... All’orecchio il tuo sussurro: “Raggiungimi!”.

(Tito cede al suo sbadiglio con ovvie conseguenze. Dopo di che sistema un cuscino sulla schiena di Bice per poggiarci sopra la testa.)

BICE: Stupida folle e scellerata! Quelle poche sillabe ti armarono la mano.

TOBIA: E ti raggiunsi, pregno dell’amore che per cinque anni...

BICE: Quattro.

TOBIA: (c.s.)  Quattro - ...Aveva alimentato versi struggenti, ingenui forse, ma veri. Ne avevo riempito quaderni e diari: fitti, fitti.

BICE: Tutto ciò non t’assolve. Bufalo! Bufalo!

TOBIA: Ma da cosa non m’assolve? - Non fosti tu, quella mattina di luglio - il Campanini Carboni al nostro fianco, con me che t’imploravo: “Sposami! Sposami! Sposami!” - a dire: “No! No! No!” Tre volte ‘no’, come Cesare nel Foro!

TITO: Nel foro?

TOBIA: Nel Foro!  Con la effe maiuscola.

BICE: Le tue erano parole di marinaio. L’avrebbe capito un cieco.

TOBIA: Questa è una balla dell’ultim’ora. Avevi ben altro per la testa, tu!

BICE: Smettila!

TOBIA: Di entrare fra le Marcelline, ricordi?...

BICE: E lo feci.

TOBIA: Ah, questa è suprema! E l’ermellino che ho visto di là cosa sarebbe? La tua tunica conventuale?

BICE: (col tono di una perdente)  L’abito l’ho smesso e da allora volteggio sull’abisso.

TOBIA: (di nuovo facendole il verso)  “Non posso! Il Signore mi chiama... Tra le sue mani vo a rimettere la mia giovinezza con... (a lei, diretto)  Guarda come mi ricordo bene parola per parola! - (Tornando a farle il verso)  ... la mia giovinezza con l’onta che in essa è racchiusa simile a perla nera in uno scrigno!”

BICE: Il tuo crimine fu ben più orrendo.

TOBIA: Quale crimine? Averti dato l’amore che eri venuta a chiedermi?...

BICE: E avermi dato un figlio, soprattutto!

(Qualche secondo di silenzio, poi sbottando in una risata...)

TOBIA: Ah-ah!... Siamo in pieno dadaismo. Un figlio?... Io a te?...

TITO: (trasalendo)  Ho un fratellino?... (Sbadiglia e se ne viene)  Ah!...

TOBIA: T’ho detto: mano davanti alla bocca!

BICE: Bastasse quello! (Gettando via il cuscino che Tito le aveva messo addosso)  E tira via questa robaccia piena di zella!

TOBIA: Eccolo il linguaggio delle Marcelline!

BICE: Da tempo io sono ben altra da quella che fui, che cercai di essere, ma che non riuscii a divenire.

TOBIA: Ah, lo vedo bene!

BICE: Ma quale la causa? Quale?

TOBIA: Tu che parli di cause sappi che da allora il mio cuore è rimasto spezzato, e solo per causa tua.

BICE: Se a te è rimasto spezzato il cuore, contèntati: a me la vita. (Breve pausa)  Ci separammo, sì. Tu ti incamminasti per la tua strada io per la mia. Non t’avrei cercato, ma nel modo in cui non cercano le donne, ovvero: nella segreta attesa di essere  cercata. Questo lo dico adesso. Forse neanche m’era chiaro ma so guardarmi in prospettiva e capire il senso delle mie emozioni.

TITO: (di palinfrasca)  Un fratello-nipote, e lei potrebbe essermi zia...

TOBIA: (dandogli un ceffone)  Non interrompere! Pure questo te l’avrò ripetuto cento volte.

BICE: (continuando)  Nell’intento di prendere i voti mi avviai per la lunga strada della catechesi. Grazie a certe conoscenze curiali di famiglia ebbi un abboccamento e venni ammessa tra le mura del pio Istituto San Gioele della Verecondia.

TITO: Ah!

TOBIA: Che c’è?

TITO: Io conosco una che sta lì.

BICE: Stavo concludendo un concetto, per piacere!... (Riprendendo le fila)  Mi chiusi nella speranza di dimenticare ma pure - (a Tobia)  rìdine, se vuoi! - nel timore di essere dimenticata . Ero sola con me stessa. Con i miei giorni e le mie notti. E la brama, passin passetto, andava mutando in castità, in quella gioia sana che vibra a dispetto delle viscere intrise e peccatrici: è questa, sai, l’inclinazione che noi del nostro giro definiamo... ‘purezza’. Era ciò verso cui tendevo. La perla del convento ero divenuta. La coccola della Badessa. L’aureolata Bice. (Una breve pausa)  Si prevedeva per me una luminosa carriera. L’avrei percorsa a capo chino, senza vanità, quando... (cupa)  nel mio grembo, come un oscuro avvento, montò il lievito del tuo seme...

TOBIA: Ah, ricominciamo!

BICE: Io ti maledico! Io ti maledico!!! - Come dirti del terrore che mi precipitava dagli incubi della notte a quelli della veglia?

TOBIA: Tu mi vuoi incastrare.

BICE: Maschiaccio balordo! Quello che mi dici adesso è come se me l’avessi detto allora.

TOBIA: Andiamo avanti, andiamo avanti.

BICE: In quel supplizio, una sola luce: il tuo nome. Tobia! Tobia!... - S’accorsero presto del ventre che s’ingombrava. (Scimmiottando)  “Togliamole i dolci alla ghiottona!” E che vuoi togliere? Un pancione rotondo e turgido. “Oh, ma questa mica è ciccia!”. I primi umilianti sospetti. La turpe certezza. I dolori del corpo, quelli dell’anima. (Una breve pausa)  Un caro amico risorse dal passato. Mi fu vicino quando venni messa all’addiaccio. “Tobia?... Ma so benissimo dov’è.”

TOBIA: E chi sarebbe costui?

BICE: “E’ all’estero, in Svizzera.” Mi disse.

TOBIA: E’ vero. In un convento pur io. Per ben altri motivi. Nel Canton Ticino.

BICE: “Chètati, Bice! Lo raggiungerò, gli farò sapere...”

TOBIA: Mai sentito nessuno.

BICE: Spergiuro e baro! Spergiuro e baro!

TITO: Babbo, ma ti fai dire queste cose?!...

TOBIA: (dandogli uno schiaffo)  E non chiamarmi ‘babbo’! E’ un toscanismo che non sopporto.

TITO: (massaggiandosi la guancia)  Lei ha detto ‘chétati’...

TOBIA: Sempre a guardare quello che fanno gli altri!...

BICE: (continuando)  “Non ne vuole piuù sapere di te! Non ne vuole più sapere di te quel bastardo rettile schifoso!” - E bada... ti riferisco paro paro le parole di un tuo carissimo amico.

TOBIA: Vorrei proprio conoscerlo questo bel tomo di un amico!

BICE: (c.s.)  E lì il mondo mi crollò addosso. Premuta dai miei, che minacciavano di chiudermi la porta di casa dopo che già mi era stata preclusa quella del chiostro, mi trovai sul punto di abortire. Ma abortire non volevo.

TOBIA: E non dovevi!

BICE: Facile dirlo adesso, a babbo morto...

TITO: Ha detto babbo!

TOBIA: Non riferito a me.

BICE: No, non lo uccisi il tuo figliolo, ma al prezzo maggiore che si possa chiedere a una madre.

TOBIA: Ti prego, basta! Se quello che narri fosse davvero avvenuto - di te incinta, dell’amico che mi cerca... - ma per me avrebbe significato una felicità senza pari.

BICE: Eccoli gli uomini! Vi escono menzogne come il fiato del respiro.

TOBIA: Credimi, è così. Il tuo racconto mi basisce.

TITO: Che vuol dire ‘basisce’, papà?

BICE: Che non sa quali pesci prendere, questo vuol dire.

TOBIA: Biciuccia, ti imploro, ascoltami. Hai detto la tua, fammi dire la mia.

TITO: Papà, ho un abbiocco.

TOBIA: (andando al divaricatore)  E va bene prima controlliamo, poi ti dico.

(Va ad armeggiare con il suo utensile fra i due.)

BICE: Non ci sono parole che tengano. Ah!!!

TITO: Per carità, no! Me lo stritoli.

TOBIA: (a lui)  Aspettiamo?

TITO: Aspettiamo, aspettiamo.

TOBIA: (a lei)  Poi mi dirai se la mia verità non vale la tua.

TITO: Me l’hai acciaccato.

BICE: (a Tito)  Non abbastanza. Piantala!

TOBIA: (a lei)  Innanzitutto: possibile che tu non ti ricordi quale fu la prima cosa che ti dissi, ma la prima subito?...

BICE: Quando?

TOBIA: Quella notte.

BICE: Sì che me la ricordo.

TOBIA: E quale fu? Avanti!

BICE: Non farmi arrossire.

TOBIA: Non c’è niente da arrossire.

BICE: Davanti a tuo figlio?

TOBIA: Davanti a mio figlio.

BICE: (dopo una breve esitazione)  Girati!

TITO: Perché?

TOBIA: Chi?

BICE: Questa fu.

TOBIA: Che?

BICE: La prima cosa che mi dicesti.

TOBIA: Io?...

BICE: Porcello!

TOBIA: Girati?...

BICE: (arrossendo)  Eh dài!...

TITO: E già.

TOBIA: Cosa: “e già”?...

TITO: Come la prima che ha detto a me.

TOBIA: Lei?

TITO: (annuendo)  Mh, mh!

TOBIA: Girati?

TITO: Non proprio.

TOBIA: E allora?

TITO: ‘Girami! - Questa: girami!’

TOBIA: La prima?

TITO: Subito.

BICE: Un moto del cuore.

TOBIA: Ma non fu la prima che io  dissi a te.

BICE: La prima e l’unica.

TOBIA: Tu scherzi!

BICE: Parlasti pochissimo.

TOBIA: Ma non è vero, non è vero. Non fu quella.

BICE: E allora quale?

TITO: Girati !’ e non ‘girami !’?...

TOBIA: Ma nemmeno.

BICE: Insomma, quale?

TOBIA: Non preoccuparti, - ti dissi - ho problemi di fecondità.

BICE: Te l’inventi.

TOBIA: Affatto.

BICE: E Tito, allora?

TOBIA: Da giovane ho avuto di quei problemi.

BICE: Da giovane?...

TOBIA: (esplicativo)  Un problema salutato da taluni come una manna, dacché serra le porte a ben altre grane consentendo di spassarsela senza patemi; ma così non fu per me che sin da quando il difetto venne rivelato durante la visita di leva - ricorderai: ero ripetente e dovetti superarla sul finire del liceo - feci di quella menomazione un cruccio insopportabile.

BICE: Ho svariate frecce al mio arco per sostenere che menti.

TOBIA: E quali? Sentiamo.

BICE: Tito, innanzitutto. Vivo, vegeto e presente.

TOBIA: Già te l’ho detto: poi guarii. La scienza ha fatto passi da gigante in questo campo negli ultimi anni.

BICE: (insistendo)  Tito, innanzitutto... Ma Costantino soprattutto!

TOBIA: Costantino chi?

BICE: Il mio bambino. Tuo figlio.

TITO: Mio fratello!

TOBIA: Nego questa paternità.

BICE: E negherai pure la mia maternità?

TOBIA: Stendiamoci un velo. Ho la decenza di non chiederti conto.

BICE: Osi dubitare di me?

TOBIA: Vieni a raccontare di avere avuto un figlio da un altro e che dubbi potrei avere?

BICE: Ma se passai dalle tue lenzuola alle pareti della clausura?...

TOBIA: Tu me lo dici, io non lo so.

BICE: M’insulti!

TOBIA: Prendo le distanze dalle tue ingiuste accuse.

BICE: E poi questa fanfaluca che m’avresti detto appena in camera...

TOBIA: Te lo dissi, e tu mi rispodesti: “Bene, se non ci sono problemi... sotto a chi tocca!”

BICE: Deliri.

TOBIA: Mi ronza ancora nelle orecchie.

BICE: Una cosa sola mi dicesti e tornò buona per tutta la nottata: ‘girati!’

TITO: Pà... buon sangue non mente. (Sbadiglia e se ne viene)

TOBIA: (trasalendo)  Altolà! Per questo t’avrei detto ‘girati!’?

BICE: Tuo figlio t’ha risposto per me.

TOBIA: (riflettendo)  Sì, forse ricordo una timida copula da tergo, ma venne da sé, senza alcun dibattito...

BICE: No! No! Tu mi prendesti... analmente.

TOBIA: Analmente? Scherzi? - Vaginalmente vorrai dire!

BICE: Appena una volta  vaginalmente. Me l’imponesti. Io lo temevo. E fu fatale.

TOBIA: Ma solo  vaginalmente.

BICE: Anche  vaginalmente.

TOBIA: Mai analmente.

BICE: Soprattutto analmente.

TOBIA: Ti giuro, Bicetta, no!

BICE: Rinnegheresti tua madre!

TOBIA: Non t’ho mai preso analmente quella notte.

BICE: E quando allora?

TOBIA: Mai! Mai!

BICE: Ma se la mia esistenza tutta ne è stata improntata...

TOBIA: Non so che dirti.

BICE: E’ come negare, che so?, l’esistenza di Bergamo, o della Transiberiana: di un fatto che oggettualmente è .

TITO: Pà, se la signora Riccobono insiste...

TOBIA: Ma lei dice ‘analmente’...

BICE: T’ho detto: una volta, purtroppo, anche vaginalmente.

TOBIA: Ma solo  vaginalmente: due volte, vaginalmente.

BICE: Una vaginalmente e più di dieci analmente!

TITO: Noi una analmente: cumulativa.

BICE: (a Tobia)  T’arrampichi sugli specchi.

TOBIA: Dico le cose come stanno.

BICE: Quello che ti rifiuti di ricordare ha costituito, sino ad oggi, l’essenza della mia vita e supponevo, illusa!, che fosse stato così anche per te.

TOBIA: Ma Bicina, sì! Credimi, sì! Solo con memorie sfalsate se mi dici ‘analmente’.

BICE: E lo ribadisco.Tu  lo ribadisti a più riprese.

TOBIA: E non ricordi, invece, di quelle due volte...

BICE: Una me ne ricordo. Mai dimenticata.

TOBIA: Non furono malaccio.

BICE: Eventualmente: non fu  malaccio. Ma per me, t’ho detto: fatale.

TOBIA: (ripetendo perplesso)  Una vaginalmente e dieci analmente?...

BICE: Una così e più  di dieci cosà.

TOBIA: Più di dieci?

BICE: Esattamente.

TOBIA: Ma non sta in piedi!...

BICE: Ci stette benissimo.

TOBIA: Ma chi mai potrebbe?...

BICE: Tu  potesti.

TOBIA: Mi lusinghi, ma per qualcosa che non ho fatto.

TITO: E stacci, papà!

TOBIA: ... né con te, né con altre.

BICE: Bugiardo!

TOBIA: Analmente, mai.

BICE: Io pure: dopo di te mai con nessun altro.

TOBIA: Menti!

BICE: Non mento.

TITO: E io? Mi rinnega come Pietro?...

BICE: Mai sino ad oggi, ovviamente.

TOBIA: Ti salvi sempre in ‘corner’. Non mi convinci.

BICE: E’ così! A vederlo, in palestra, qualcosa m’ha detto: ‘Devi!’ - o meglio: ‘Puoi!’. E non che non avessi mai incontrato altri ganzi più ganzi di lui, ma a quelli, sì, mi sono sempre data solo... tu mi capisci...

TOBIA: Vaginalmente?...

BICE: Appunto. Oggi, invece... un misterioso incantamento...

TOBIA: Ma più di dieci... più di dieci...

TITO: Pà, non è impossibile. Pur io, senza tante complicazioni, mi sentivo già su una buona strada.

TOBIA: No, niente da fare. Misconosco la paternità di quest’impresa.

BICE: Quando si tratta di una paternità tu la misconosci subito.

TOBIA: Sono irremovibile.

BICE: In questo, debbo ammetterlo, non ostenti la vanità tipica dei maschi che sanno di potersela permettere.

TOBIA: Che?

BICE: La vanità.

TOBIA: Cioè?...

BICE: E sù! Con quel ramo di quercia che tieni tra le gambe!

TOBIA: Io?....

BICE: E adesso capisco il perché del subitaneo stordimento giù in palestra. (Indicando il cuore)  Un colpo qui!

TOBIA: Lì?

BICE: Qui e dappertutto.

TITO: (al padre)  Oh, avresti dovuto esserci! Io le avrò fatto, sì, un po’ di occhietti dolci, ma lei decisa, sfrontata: “Da me non posso, da te è lontano?...”.

(Sbadiglia e se ne viene)  Aaah...

TOBIA: (ripete stordito)  Analmente... dieci volte... un ramo di quercia...

BICE: Più! Più di dieci!

TOBIA: (c.s.)  Tra le gambe...

BICE: Un’arma impropria.

TITO: Per questo mi spiavi sempre nel bagnetto: speravi che diventassi come te: temevi che non riuscissi ad emularti. Ah, papà!...

(Tobia, senza più proferire parola e con l’aria di uno sconfitto, si slaccia i pantaloni.)

TOBIA: (a Tito)  Tu girati!... E senza fare dello spirito.

(Tito a malincuore volta lo sguardo.
Tobia, spalle alla platea, si cala i pantaloni davanti a Bice.)

TOBIA: (con voce smorta, mostrandosi)  Questo, secondo te, sarebbe un ramo di quercia?

(Un silenzio.)

BICE: (scrutando)  Dov’è?

(Sipario.)


TERZO ATTO

(Si suppone trascorsa, nell’azione, una pausa di pochi minuti dalla fine dell’atto precedente. Tobia armeggia presso l’angolo cottura.)

TOBIA: (portando una tazza di caffè fumante a Tito)  Eccoti il caffè. Speriamo che ti svegli un po’. (Alla donna)  Lei ne gradisce?...

(Bice fa cenno di no col capo.)

TOBIA: Ce n’è. Non è un disturbo.

BICE: Me ne porti appena un dito.

(Tobia va a prendere dell’altro caffè. Lo porta alla donna, poi ne versa anche per sé. I tre bevono. Una pausa.)

BICE: Ripristino il ‘tu’?...

TOBIA: Ancora non mi sento pronto. Lei faccia come le viene meglio.

(Beve. Una pausa. Beve ancora. Tito soffia per raffreddare il liquido. Bice poggia la tazzina vuota in terra.)

TOBIA: Dia a me. (Va a prendere la tazzina e la porta via)

TITO: Lascia stare, poi ci penso io a sciacquarle.

(Tobia va a sedere in punta di seggiola. Sorseggia. Guarda fisso dinanzi a sé. Una pausa. Infine...)

TOBIA: Io direi di aspettare ancora un po’, ma se continua a non succedere nulla dovremo per forza rivolgerci a uno specialista.

BICE: Veramente pensavo che lei fosse proprio uno specialista...

TITO: Anch’io lo pensavo.

(Tobia dà un sorsetto, poi...)

TOBIA: Anch’io.

BICE: E’ un mea culpa?

TOBIA: Ci vogliono gli strumenti adatti.

BICE: E quello? (Il divaricatore)

TOBIA: (accennando a Tito)  Dice che gli fa male.

BICE: Ma facendo piano...

TITO: Non se ne parla nemmeno: mi fa male già facendo piano. Aspettiamo, aspettiamo.

TOBIA: Pare cementato.

BICE: Ma aspettiamo quanto?

TOBIA: Chi vivrà vedrà. (Sorseggia)

(Tito, flebile, se ne viene. Sugge del caffè. Una pausa.)

TOBIA: (quasi al vuoto)  Sicché non lo facemmo insieme quella notte. Non fui io.

BICE: Evidentemente.

TOBIA: Un altro. Ma chi?

BICE: Senza meno uno sbaglio di stanza.

TITO: Durante le gite scolastiche sono all’ordine del giorno. Soprattutto dopo che si è bevuto un po’.

BICE: E noi si era bevuto un po’ .

TOBIA: Ma come ho potuto sbagliarmi? Come ho potuto?

BICE: O magari io che sono andata ad aspettare nella camera di un altro...

TOBIA: Tant’è!... (Vuota la sua tazzina, poi sentenzioso)  Due estranei.

(Una pausa. Tobia riflette.)

TOBIA: Ecco allora perché voleva... - no, non lei, Bice, ma quella con cui stavo - ecco perché insisteva tanto affinché mi levassi lo zampino di leone che, a suo dire, avrei dovuto portare al collo, sostenendo che avrei rischiato di graffiarla sulle sise. E io che non capivo. Anzi pensavo che lei fosse ancora un po’ brilla.

BICE: E lo ero, ma altrove. (Incuriosita)  Vorrei tornare, però, su quella zampa...

TITO: (incuriosito)  Sì, anch’io, effettivamente.

TOBIA: Con tutta probabilità doveva trattarsi di una zampetta di leone finta, ma ungulata.

BICE: (allargando angosciata la falda del paracadute che le passa sul petto e accennando al seno)  Tocchi qui!

TOBIA: A che prò?

BICE: La prego. (Tobia tocca, con infinito ritegno)  Massaggi con la punta dei polpastrelli. Qui. Sente?

TOBIA: Oilà, graffi. Posso guardare?

BICE: Deve.

TOBIA: (chinandosi a guardare. Stenta nel mettere a fuoco)  Un po’ di luce, se mi consente... (Accende un fiammifero per scrutare meglio)  Graffi a striature sottili e parallele. Quattro.

BICE: Mai rimarginati del tutto. E io che pensavo fossero il segno della sua foga.

TOBIA: Sua di chi?

BICE: Sua di lei! Tua!... Per piacere, ripristiniamo il ‘tu’. Quantomeno per non replicare, nelle spiegazioni, la confusione dei fatti.

TOBIA: E ripristiniamolo un po’. Ma sia chiaro: lo faccio ‘obtorto collo’.

BICE: Suvvia!

TOBIA: Non me ne sento degno.

TITO: Vorrei vedere pur io, se permettete.

TOBIA: Perché pure tu?

TITO: Ho un trasalimento. Ricordo, prima, di averci buttato un’occhiata avvertendo un vago sentore.

TOBIA: Sentore di che?

TITO: Fatemi vedere. Forse anch’io ho da dire qualcosa. Lo specchio in bagno, pà... fa’ la cortesia: vallo a prendere.

(Tobia guarda perplesso il figlio, esita. Poi, a fior di labbra...)

TOBIA: Bon...

TITO: E sù, vallo a prendere.

(Continuando a biascicare il suo “Bon! Bon! Bon!...” Tobia va.)

TITO: (a lei, ovviamente)  ‘Bon’ è un’espressione che gli è rimasta da quando ha dovuto pagare ai tedeschi il saldo per il divaricatore. Una specie di trauma.

(Dopo alcuni istanti Tobia rientra portando un enorme specchio tirato via da una parete del bagno.)

TITO: Rifai luce e orienta bene.

(Tobia esegue.)

BICE: Debbo spostarmi?... Son queste qui.

TITO: Ferma così. Benissimo. Più sotto la luce, pà... più sotto.

(Tito osserva perplesso ciò che vede riflesso nello specchio, infine...)  Ma queste cicatrici, identiche, ce le ha pure la zia Gianna ed esattamente nello stesso punto. Inconfondibili. Solo che lei ce ne ha di più e di più profonde. Ne ha quasi tutti i capezzoli abrasi.

TOBIA: Zia Gianna, la moglie di Flavio?... E tu che ne sai?

TITO: (vago)  Ne so, ne so.

BICE: (con foga)  Flavio chi?

TOBIA: Flavio Ragusa, dovresti ricordartelo.

BICE: Il ciuccio della III P?...

TOBIA: Lui.

TITO: Eh, lo zio Flavio.

TOBIA: Dunque, è chiaro. Colei con cui mi sono giaciuto e che temeva, a ragione, i graffi di quel bizzarro amuleto, pensava di stare con Flavio, che invece non stava con lei, ma stava con te, che pensavi di stare con me, che pensavo di stare con te, mentre invece stavo con l’altra!

BICE: E’ orribile!

TOBIA: (a Tito)  Poi tu mi spiegherai della zia Gianna!

BICE: (disperata)  Insomma, Flavio fu !

TOBIA: A occhio e croce, sembrerebbe.

BICE: (a Flavio, nel ricordo)  Carogna! Carogna! Carogna!

TOBIA: (a lei)  Te lo ricordi, sì, Flavio Ragusa?... Ultimo banco vicino alla finestra. Alto, grosso, tipo albino... Il mio più caro amico.

TITO: Il povero  zio Flavio...

BICE: Ed era appunto lui l’amico di cui ti dicevo prima.

TOBIA: Quello che avrebbe dovuto riferirmi del bambino?...

BICE: Quello lì.

TOBIA: Follia! Ce le ho ancora tutte le lettere che, esattamente allora, Flavio mi spedì in Svizzera per consolarmi del grave stato di prostrazione in cui ero piombato dopo il tuo abbandono. Una sofferenza ancora inestinta.

TITO: Questo per un figlio è duro da sapere. Dunque, pà, hai voluto più bene alla signora Riccobono che alla mamma...

TOBIA: (a lei, irridente)  Già, Riccobono!... Questo capitolo non lo abbiamo ancora sceverato abbastanza... (con intenzione)  ex signorina Pastrengo.

BICE: Dovevo pur correre ai ripari. Amaramente, ma dovevo. Cogliere la prima mano tesa. Avrebbe potuto essere l’unica. Il noviziato era ormai ‘kaputt’. In famiglia venivo sopportata a stento, nonostante avessi fatto buon viso all’imposizione di perdere il bambino. Se un residuo di Provvidenza volle mettere sulla mia strada il signor Riccobono, cosa avrei dovuto fare?
Sputarci sopra, non so?!...

TOBIA: Ma perché dici “perdere il bambino”? Mi sembrava di aver compreso...

BICE: Perduto! Perduto! Non soppresso, ma ugualmente perduto. E qui entra in scena quel manigoldo che, evidentemente in preda a qualche barbaglio di senso di colpa, venne a recitare la parte dell’amico fedele per tutti i mesi che durò quella travagliata gravidanza. Incapace di denunciarsi ma provvido, assiduo...

TOBIA: E scaricando su di me la colpa!...

BICE: Uh! Sapessi quante me ne ha dette sul tuo conto raccontandomi di lettere, tue, infamanti, che non s’azzardava nemmeno a mostrarmi per timore di ferirmi oltre misura.

TOBIA: Quando a me invece scriveva - carta canta! -: “Quella scellerata!... Pronuncia il tuo nome e sghignazza.”

BICE: Lo pronunciavo sì, ma per piangere.

TITO: E’ imbarazzante venire messo a parte, così, di tutto ciò. Dunque, papà, tu avevi una doppia vita...

TOBIA: Che dici? Perché ‘doppia’? Precedente, semmai, a quella spartita con tua madre.

TITO: Precedente mica tanto. Conti alla mano... E pure lo zio Flavio, che saltava alla cavallina all’oscuro della zia Gianna!...

TOBIA: Lasciamo perdere la zia Gianna! Che peraltro è mia sorella e con la quale c’è rischio che mi sia coricato per errore in Valsugana.

BICE: Ammissibile. Lei stava nella sezione L, aggregata alla nostra durante quella gita.

TOBIA: Allora già filava con Flavio.

BICE: Sicché voi siete rimasti in confidenza con quel figuro...

TOBIA: Ignorando tutto ciò.

TITO: M’ha fatto da padrino.

BICE: Un doppiogiochista provetto.

TOBIA: Deve essere stato il peso di queste sue troppe colpe a spingerlo verso quello sciagurato gesto.

BICE: Sarebbe?

TOBIA: Nessuno ti ha detto?...

BICE: Non so nulla.

TITO: Povero zio!

BICE: Morto!

BICE: Di sua mano.

(Tito se ne viene)

BICE: Orrore!

TITO: Mi perdoni, ma oramai va da sé.

BICE: Dicevo per lui. Da tempo ci eravamo persi di vista. Direi proprio dal giorno in cui... Ma no, perché rivangare?!...

TOBIA: Se è cosa inerente allo svolgimento dei fatti...

BICE: Ebbene, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno. (Una pausa. Poi attacca...)  Flavio non voleva che abortissi. Assolutamente. Capirai, dirlo a me era come portare vasi a Samo. A casa, t’ho detto, m’avevano dato l’au-aut.
Stavo quasi cedendo quando lui, facendo le finte del confidente benevolo, si oppose con una veemenza di cui solo oggi interpreto appieno il significato. Escogitò un inghippo. Godeva di buon credito presso la mia famiglia. Saprai di certo che anch’egli era reduce come te, da studi di ostetricia...

TOBIA: Altroché! Per qualche tempo abbiamo anche gestito insieme un gabinetto ginecologico.

BICE: Orbene... Forte di ciò, si candidò presso i miei per seguirmi nella cessazione della gravidanza, cosa che, a sentir lui, minacciava complicazioni data una certa mia complessione fisica che vattelappesca. Insomma, che è e che non è, a casa si convincono che debbo partire per andarmi a operare lontano e fiduciosi mi fanno andare. Una balla, naturalmente. Flavio mi porta a casa sua dove, simulando i tempi del viaggio e quelli della convalescenza, aspetto quello che serve per mettere al mondo un bel pupotto.

TOBIA: Costantino!

(Tito se ne viene.)

BICE: L’accordo preso con Flavio prevedeva che, in seguito, avrebbe pensato lui a sistemare Costantino in modo da garantirgli un’austera ma dignitosa sopravvivenza.

TOBIA: Se l’è preso con sé? Non mi risulta.

BICE: Ne garantì la tutela, a patto però che venisse reciso per sempre il cordone ombelicale. Parole sue. Affinché il trauma fosse uno e definitivo, e non tale da apportare squilibri affettivi nel ragazzo.

TITO: Può essere che per via della zia Gianna l’abbia allevato clandestinamente. Magari in campagna.

BICE: Fatto gli è che dopo di ciò scomparve e non ho saputo più nulla di entrambi. Sino ad oggi.

TOBIA: Atroce!

BICE: L’alternativa lo sarebbe stata assai di più.

TOBIA: Lo prese con sé e basta?...

BICE: Mi chiese solo una certa cifra per ammortizzare le prime spese indispensabili allo svezzamento.

TOBIA: Cifra che gli venne data?...

BICE: Quello non fu nemmeno ‘chiedere’. Era doveroso da parte mia dargliela. Anche se dovetti fare carte false per raggranellare quei nove milioni e ottocentosessantamila lire che mi aveva conteggiato. In soldi di allora non erano mica bruscolini.

TOBIA: (rimugina)  Ora capisco come mai in quel periodo fosse tanto bisognoso di denari: aveva un figlio a carico e non lo voleva far sapere. Anch’io mi sentii richiedere da Flavio una cifra non irrilevante per motivi analoghi ma speculari. A quanto hai detto che ammontava la tua?

BICE: A nove milioni ottocentosessanta.

TOBIA: La mia, invece, a dodici milioni e ottocentoquaranta.

BICE: Ma per cosa?

TOBIA: Storie nostre.

BICE: Spero almeno che questa opulenza abbia consentito al mio bambino un’infanzia non disagiata.

(Tito è perplesso.)

TITO: Scusate. Vorrei intromettermi.

TOBIA: Ancora!

TITO: (Rassicurante) Dialetticamente.

TOBIA: Ah, vabbè.

TITO: C’è una cosa che mi frulla per la testa. Oh: la mia è solo una associazione mentale ma tanto vale farla ad alta voce. D’altronde balza agli occhi: nove milioni e ottocentosessanta più dodici milioni e ottocentoquaranta quanto fa?...

(Silenzio)

(Tobia e Bice tentano convulsi calcoli a fior di labbra. Inutilmente.)

TOBIA: Se lo sai, diccelo. Mi arrendo.

TITO: Ventidue milioni e settecentomila lire. Tondi, tondo.  Esattamente la cifra che, come ricordava sovente egli stesso, gli venne a costare, allora, ‘Saetta bigia’...

TOBIA: (Che non capisce)  Il cane?...

TITO: Ma no, ‘Saetta bigia’... il suo primo biplano, acquistato per iniziarsi a quella che sarebbe poi divenuta la sua grande passione e, per affinità, la mia: il paracadutismo.

BICE: Scellerato! Era dunque così che spendeva i miei soldi?...

TITO: In effetti, puzza un po’ di speculazione. (Se ne viene)

TOBIA: (andando senza pace su e giù per la stanza)  Qui siamo nell’astruso, nell’inverosimile! (A lui)  Ma sei certo di quel che dici?

TITO: Accipicchia! E anche tu dovresti ricordarlo. Era un tormentone questa storia di ‘Saetta bigia’ pagata ventidue milioni e settecentomila lire.

TOBIA: Ricordo il biplano e, con uno sforzo, anche il prezzo. E la coincidenza dei tempi, sì: non fa una grinza. Concluse l’affare subito dopo essersi cuccato i miei soldi.

BICE: Che aggiunse ai miei.

TITO: E la somma non ammette discussioni.

BICE: La reputazione di quell’uomo comincia a fare acqua da tutte le parti: uno che arriva addirittura a lucrare sulla disperazione di una madre!...

TOBIA: (preso dal panico)  Ma c’è altro, Bicella mia, c’è altro!!!

BICE: Ancora? Siamo in un pozzo di San Patrizio.

TITO: A chi lo dice!

TOBIA: Quest’ultima rivelazione squarcia un velo oltre il quale vorrei frenarmi dal guardare, ma ormai già ho visto - già  so .

TITO: Cristo, mi domando se ne usciremo vivi!

TOBIA: (dandogli una sberla)  Niente bestemmie! Niente bestemmie!

BICE: Bravo, diglielo un po’!

TITO: (lamentoso)  Ma che, mò ‘Cristo’ è una bestemmia?...

TOBIA: (altra sberla)  E due! Con quella di prima: tre.

BICE: Non tenermi sui carboni ardenti, parla!

TOBIA: (a Tito)  Avresti ancora un po’ del Bourbon che t’ha regalato quel cantante negro amico tuo?...

TITO: (scontroso)  Nello stipo lì in basso.

TOBIA: (andando allo stipo)  Non posso parlare se non ottuso dall’alcool.

TITO: (allarmato)  Papà, mi cresce! Mi ricresce!

BICE: O Gesù, si sta gonfiando ulteriormente.

TITO: Ora me lo spiegate perché ‘Cristo’ sarebbe bestemmia mentre ‘Gesù’ può andare!...

BICE: E’ il modo in cui si dice.

TITO: (perplesso)  Il nome sì, ma il cognome no. Bah!...

TOBIA: (dopo aver bevuto, ansimante)  Son pronto.

TITO: Torna alla carica! Mi cresce ancora.

BICE: Tra breve non potrò nemmeno più girare la testa!

(Tobia beve.)

TITO: Riecco... (Un colossale sbadiglio che si trasforma in un grido liberatorio)  Aaaahhh!!!...

BICE: Che il cielo abbia pietà di noi!

TOBIA: Amen.

TITO: (spompato)  Magari.

BICE: (a Tobia)  Ti prego, parla! (Tobia beve)

TITO: (affranto)  Il cervello mi si disgrega, il corpo è prosciugato. Solo ‘lui’ continua dritto per la sua strada. (E respira pesante)

TOBIA: (già sbarellando)  Silenzio, ‘please’!... Sarò laconico. (Una breve pausa)  Il nodo è nel motivo per cui detti a Flavio Ragusa i soldi di cui sopra. Ma ho detto ‘laconico’ e lo sarò. (Beve)  Egli mi sapeva distrutto... abbandonato dalla donna che amavo, oppresso dall’incubo di un futuro senza prole...

BICE: (implorante)  Laconico! Laconico!

TITO: (soffrendo)  Aumenta allo spasimo! E’ più grande di me.

BICE: Non lo contengo più!!

TOBIA: Dunque, mi scrisse. (Beve)  In quel suo stile un po’ zuccheroso  - revendario, direi - che tu, Bice, dovresti ben conoscere.

BICE: (urlando disperata e dolente)  Lacoooonicooooo!!!

TOBIA: Lo vuoi un bambino?

BICE: Un altro?

TOBIA: No, fu quello che lui scrisse a me.

TITO: E di’, poi?...

TOBIA: (citando dalla lettera)  Se vuoi, puoi averlo.

TITO: E di’, poi?...

TOBIA: (c.s.)  Te lo procuro io.

TITO: E di’, poi?...

TOBIA: (c.s.)  Una perla di bebè del quale nessuno mai ti verrà a chieder conto. (Più diretto)  Un’adozione, per me scapolo, era ovviamente impensabile.

TITO: E di’, poi?...

TOBIA: (c.s.)  Vivrai la parte del ragazzo-padre ma che perlomeno è padre. Non è iscritto né battezzato. Poi devi vederlo, la delizia del genere umano.

TITO: E di’, poi?...

TOBIA: (carezzando Tobia su una guancia)  Quel fantolino eri tu.

TITO: (in un grido)  E di’ poi: “rei”! E di’ poi: “rei”! Rei!!! Ecco a cosa hanno portato le vostre copule squinternate!!! (E al solito, sbadigliando, se ne viene copiosamente)

TOBIA: (citando parole altrui)   “Certo mi serve qualche dindino per risolvere piccole pendenze a riguardo, dopo di che il bambino sarà tuo per sempre”...

TITO: Ma dunque, tutta la storia della mamma morta all’apertura della caccia un mese dopo la mia nascita?...

TOBIA: Un pietoso frutto della fantasia.

TITO: E io che sono cresciuto all’ombra di questa illusione!

TOBIA: Bicella, due più due fa quattro, e lo fà!,  questo è tuo figlio.

BICE: Lo sconcerto m’annienta più della vergogna.

TITO: (a Tobia)  In soldoni: tu non sei mio padre...

TOBIA: Se hai perso un papà, consolati: hai trovato una mamma.

TITO: E io sono mio fratello!

BICE: Costantino!

TITO: Chi è?

BICE: Tu!

TOBIA: Costantino era il suo imperatore preferito. Tito il mio.

TITO: Due nomi?! Mi creerà degli scompensi.

TOBIA: A me ormai non resta che ritirarmi in buon ordine. M’ero creato una realtà posticcia: ha ceduto sotto le bordate della realtà. (A lei, con un brivido di pianto nella voce)  Credetti di giocare con te, e tu di giocare con me. Il destino ci ha giocati entrambi.

BICE: Io non giocai.

TOBIA: Tu giocasti! Giocasti!!!

TITO: (se ne viene, poi...)  Nemmeno le forze armate riuscirebbero più a stanarlo di lì. Ho paura! Ho tanta paura!

BICE: Io, al contrario, non provo più emozioni di sorta. Solo il disonore mi conferma che sono ancora al mondo.

TOBIA: Pensate a me!... Non solo sono costretto a rimirare in voi il mio fallimento umano, ma anche quello professionale. Vado a chiamare un’autoambulanza. Non c’è altra via d’uscita. (Si allontana andando in una stanza interna per telefonare)

(Una pausa.)

TITO: Ehi, mà... come dici che la prenderà il signor Riccobono, il mio patrigno?... (Silenzio)  E’ un tipo comprensivo, sì?... Verrò a vivere con te, non ci separeremo mai più. (E se ne viene)

BICE: (non lo ascolta, né lo sente. Mormora come in preghiera, tra sé)  Ma quando piacque a Dio darili lo reposo de tanta fatica, la Beata Eustochia tanto era mansueta che haveria messo lo suo corpo ad ogni pena et maxime a lo martirio et perfino a la morte.

TITO: Che dici, mà?...

TOBIA: (rientrando)  Arrivano.

(Silenzio. Tito si mette a cincischiare con un lembo del paracadute ripiegandolo ad arte mentre Bice guarda, estatica, nel vuoto.)

TITO: Curioso... Un padre padrino.

TOBIA: Non rimarcare!

TITO: Adesso mi spiego l’istintivo e reciproco affetto che legava me e lo zio Flavio: lui era il mio papà. Il mio vero papà.

TOBIA: (dandogli una sberla)  Non rimarcare!!!

TITO: Le tue isterie non cambieranno gli eventi... - Zio!

TOBIA: (ancora schiaffeggiandolo)  Ma sono io, io!, che ti ho cucinato, lavato e cambiato. Io che t’ho mandato agli studi, io che t’ho svelato i primi segreti del mondo!!!...

TITO: Tutto ciò è opzionale rispetto al bene primo della vita, e questo è stato un altro a donarmelo.

TOBIA: (tempestandolo di botte che Tito accetta stoicamente)  Basta! Basta!Basta! Basta!... (Poi si chiude in se stesso singhiozzando)

(Una pausa.)

BICE: (come in precedenza)  Et se non per sue tante infirmitate la Beata non se haveria mai partito de servire le più vexate et scellerate...

(Tito continua a ripiegare, maniacalmente, un lembo del paracadute sulla schiena della madre.)

TITO: (ripiegando)  Lembo esterno destro sul sinistro interno...

TOBIA: Ma che sarebbe ‘sta roba?...

TITO: (c.s.)  Poi sovrapporre le strisce a fisarmonica...

BICE: (tra sé)  Et como era meza nocte sonava la campana et la squilla et chiamava le sore a mattutino...

TITO: (c.s.)  Un ricordo che mi fa montare le lacrime agli occhi. (A Tobia)  Fu quella volta che mio padre, lo zio Flavio, mi fece andare con lui. Terribile volta.

TOBIA: Quella?

TITO: Quella. Avrebbe dovuto essere il nostro primo lancio insieme. Il primo di tanti. “Zio - gli dissi - sai chi è stato a ripiegarti e a insaccarti il paracadute oggi?...  Io sono stato. Con queste mani l’ho fatto.” (Citando lo zio)  “Tu?! Tu che detesti quanto me di farlo e che non lo fai nemmeno per te?”... Ed era vero. Insaccare e ripiegare il paracadute è un’operazione laboriosa, pedestre. Il vero paracadutista la odia, ma quel giorno ero così fuori di me dalla gioia che per lui volli farlo.

BICE: (c.s.)  Voria da infine dire de lo dolore che Eustochia sentiva quando sonava la trombetta...

TOBIA: (a Tito, accendendosi)  Tu lo ripiegasti?! Tu lo insaccasti?!...

TITO: Come prova d’affetto e di obbedienza.

TOBIA: Ripetilo a chiare lettere: tu fosti?...

TITO: Io sì, che non mi rifaccio mai neppure il letto.

TOBIA: O apriti cielo! Questa è la perla che mancava alla collezione. Dunque non si tolse scientemente la vita in quel lancio ma fosti tu, sciagurato, a ucciderlo! Tu hai ucciso Flavio!

TITO: (se ne viene)  Ah... (La voce tremula)  E’ una panzana! Che dici?

TOBIA: Dico che lo zio si è smarmellato al suolo non per sua volontà ma per tua inettitudine. Si seppe, infatti, che il paracadute era messo in modo tale da non potersi mai aprire, e questo si pensava che fosse stato voluto da lui, per porre fine ai suoi giorni, invece no!...

TITO: Ma se ci misi lo zelo di un certosino in quell’operazione!...

TOBIA: Va’ agli archivi della polizia, controlla! (Indicando il lembo della madre)  E poi eccola qui, sotto i tuoi occhi, la prova. Quel fatale errore l’hai replicato anche adesso. Il lembo di trequarti destro non va su quello sinistro interno ma sul sinistro esterno. Chiunque lo sa. Anch’io che non sono paracadutista.

TITO: Ops!

BICE: (inaspettata, con un urlo disumano)  Un assassino! Mio figlio un assassino!!!

TITO: (piagnucolando)  Mamma, papi... cosa faccio? Come debbo comportarmi?

TOBIA: Tutto quello che posso fare per te è darti il numero del mio confessore. Una mancetta e vai.

(Si ode la sirena di un’autoambulanza che si avvicina.)

TOBIA: Stanno arrivando.

BICE: (ripiombando nel suo stato di estasi)  Essa era beata matre tutta celestiale, di luce fervidissima compresa, et più habitava in cielo che in terra.

(Detto ciò, senza che né Tito né Tobia se ne accorgano, si applica un mollettone del paracadute al naso e con le mani si tappa la bocca. Nel tempo dell’apologo che segue, sempre inosservata dai due, asfissierà.

Le sirene dell’autoambulanza sono ormai giunte sotto il palazzo.)

TOBIA: Vi lascio. Non sanno né il piano né l’interno. Qualcuno deve andare a dirglielo. Assolverò quest’ultimo compito poi rientrerò fra i ranghi.

(Va a recuperare la sua roba: borsa, cappotto, cappello e divaricatore. Una pausa. Ricorda qualcosa. Si ferma nel mezzo della stanza, guarda dinnanzi a sé, e dice...)

TOBIA: Un uomo teneva asino e cavallo. Erano in viaggio, sulla strada, e l’asino disse al cavallo: “Toglimi un po’ del carico se vuoi che resti al mondo.” Ma quello non volle saperne. Ed ecco che l’asino stramazzò e morì dalla fatica. Il padrone ricaricò tutto sul cavallo, compresa la pelle dell’asino. E quello faceva ad alta voce il compianto: “Povero me, quale sventura mi tocca. Non volli accettare un piccolo peso ed ecco che porto tutto io, perfino la tua pelle.” (Breve pausa)

La favola mostra che se nella vita i grossi si associano con i piccoli, ne godranno questi e quelli. Chi vuol intendere intenda. Io ho inteso.

(Tace. Bice è ormai morta, spirata sulle ultime parole dell’uomo. Tobia, a passi lenti, si avvia verso la porta gemendo e urlando sordamente. La apre. Esce. La richiude alle sue spalle.
Un silenzio.)

TITO: (imbarazzato)  Mammina... mammina mia... (Sbadiglia e se ne viene. Si stropiccia gli occhi)   Mi sta venendo una cecagna che non ci vedo più. Quando uno dice ‘il caso’, eh, mammina!...

(La chiama più forte, la scuote.)

TITO: Mammina?...

(La scuote di nuovo; ora la chiama disperato.)

TITO: Mammina! Mammina mia!... Mammina bella!

(Suonano alla porta.)

TITO: (gridando)  Mamminaaaaaaaa!!!...

(Suonano. Tito sbadiglia e se ne viene. Sipario.)

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