DOLORE SOTTO CHIAVE

 

DOLORE SOTTO CHIAVE

di Eduardo De Filippo

Personaggi:

ROCCO CAPASSO

LUCIA CAPASSO, sua sorella

LA SIGNORA PAOLA, vicina di casa

IL PROFESSOR RICCIUTI, vicino di casa

IL FOTOGRAFO MUSELLA, vicino di casa

LO SCULTORE TREMOLI, vicino di casa

Scena:

Il soggiorno che vediamo è arredato con gusto borghese di fine ottocento. I mobili sono di gradevole fattura e ben conservati. Tutto il resto, tappeti, quadri, soprammobili, eccetera, è stato disposto nell’ambiente con senso pratico della comodità e amore nostalgico per le cose care. Tutto splende, luccica e sa di pulito. In un punto adatto della stanza c’è un tavolo apparecchiato per due persone: tovaglia fresca di bucato, piatti di buona porcellana antica, posate d’argento e bicchieri di cristallo pregiato. Nel centro dei due coperti, da un piccolo portafiori sbuca un ciuffetto di margherite recise di fresco, forse da una pianta del terrazzo di casa. Infatti, a destra, da un vano vetrato, s’intravede il pergolato di uva ancora acerba e l’inizio di un parapetto sovraccarico di piccoli e grandi vasi fioriti. Dall’uscio socchiuso di sinistra si scorge il buio fitto in cui versa l’interno della stanza. Sullo scrittoio presso la scrivania c’è un lume portatile acceso, che illumina debolmente l’ambiente. Dal terrazzo la luce lunare rende spettrale la tovaglia che ricopre il tavolo e luccicanti le forchette, i piatti e i bicchieri. Dalla porta di fondo s’intravede il corridoio che a sinistra conduce in cucina e nelle altre camere dell’appartamento e a destra nell’ingresso.

ATTO UNICO

Il sipario si leva. Dopo una piccola pausa giunge dall’ingresso il tremolio del campanello elettrico, regolato apposta per ottenere quel tremolio lento e discreto. Il suono si ripete due o tre volte; poi più insistente e prolungato. Finalmente Lucia ha sentito e la vediamo attraversare il corridoio per aprire la porta. Dopo poco la donna rientra seguita da Rocco. Lucia e Rocco sono i padroni di casa: i signori Capasso. Lucia ha cinquant’anni, ma ne dimostra quattro o cinque di meno. Rocco ne ha quarantacinque, ma sembra un uomo sulla sessantina. Povero Rocco! Cammina a testa bassa come un condannato, e muove il passo come se la meta del suo andare fosse talmente certa e raggiungibile in ogni momento da togliergli perfino il gusto di sognarne un’altra, sia pure al solo scopo di non rendere sterile la sua fantasia. Indossa gli abiti solamente per coprirsi. Parla con tono di voce incolore e rassegnato. I cinquant’anni di Lucia sono veramente invidiabili. La sua espressione è distesa, la freschezza della pelle e la serenità dello sguardo le conferiscono un insieme di eterna giovinezza, fatta di autentica ingenuità e candore. Non c’è ombra di doppiezza nel suo carattere, e nel suo modo di agire si nota infine, in ogni sfumatura del suo carattere, un senso altruistico di carità cristiana spinto fino al sacrificio della propria persona, fino al fanatismo. Tutto il suo carattere si riassume in un sorriso luminoso e rassicurante, che le due piccole pieghe agli angoli della bocca sanno così bene sottolineare e tener vivo anche nelle ore cupe e avverse della vita. Rocco appare dall’uscio centrale seguito a breve distanza da Lucia. L’uomo si avvicina a un mobile per appoggiarvi la vecchia borsa di pelle che reca sotto il braccio adagiandovi sopra una busta lacerata contenente una lettera consegnatagli in portineria, e che egli avrà letto frettolosamente per le scale. Nel girarsi a muovere verso il tavolo, ferma il suo sguardo triste sull’uscio socchiuso di sinistra; per un attimo ha un lampeggiare sinistro di rancore represso negli occhi, poi abbassa il capo mentre raccoglie e stringe nella mano destra le guance afflosciate insieme alla bocca, la quale, nel cedere, si apre come un mezzo limone strizzato. A Lucia non sfugge questo gesto di disperazione; vorrebbe aiutare il fratello, ma non trova altra via che quella di sollevare gli occhi al cielo, convinta che solamente dall’alto scenderà un giorno la soluzione che potrà mettere fine al dramma che affligge così profondamente la loro casa. Dopo una breve pausa, Rocco si avvicina al tavolo e si accascia su di una sedia, come sopraffatto da una fatalità ineluttabile.

LUCIA – (tenera e comprensiva si avvicina al fratello) Sei stanco?

ROCCO – Un poco.

LUCIA – Ti ho preparato il brodo di pollo. Ci metto dentro un uovo?

ROCCO – Non ce lo mettere l’uovo. Voglio solo il brodo. (Con un breve cenno del capo indica l’uscio socchiuso) Come sta?

LUCIA – Iddio ci aiuti, Rocco mio… Iddio ci aiuti.

ROCCO – (forse per la prima volta assume un tono aspro, quasi imprecante) Ma se voleva aiutarci…

LUCIA – (per non farlo proseguire gli impone silenzio col gesto e sibilando a denti stretti) Ssst… per carità Rocco. (Alludendo alla persona che si trova al di là dell’uscio socchiuso) Sente tutto! Specialmente in questi ultimi tempi percepisce ogni piccolo rumore, pure un fruscio. Quando entro in camera per sorvegliarla… ho sempre il terrore della fine! Se la trovo dormendo torno indietro per farla riposare il più possibile. Quando dorme il cuore si affatica meno. Ricorro a tutti i mezzi per non farla svegliare: metto l’olio nei cardini della porta due volte alla settimana, uso le scarpe con le suole di feltro, trattengo il respiro… ma niente! Due volte su dieci, mentre esco dalla stanza, si sveglia e per l’emozione di avermi visto, spalanca gli occhi, li fissa nel vuoto e cade in deliquio. E quando succede questo, ce ne vuole per farla rinvenire.

ROCCO – E non posso entrare?

LUCIA – Per carità… Rocco: sarebbe la fine.

ROCCO – Non la vedo da un anno. (Poi chiede ansioso) E il medico?

LUCIA – Stai tranquillo. Ha detto che può campare lungamente, ma non deve avere emozioni. Povera Elena, deve rimanere immobile il più possibile e in posizione orizzontale.

ROCCO – Che vita!

LUCIA – Non deve nemmeno leggere. Il dottore ha detto che pure un giornaletto per bambini può darle emozione. Se tu la vedessi quando la rinfresco e le aggiusto i cuscini… ormai sono diventata pratica… mi guarda con tenerezza infinita e mi sorride, come se volesse dirmi: “grazie”, perché sa che non deve parlare. Neanche questo le permette il dottore.

ROCCO – Neanche parlare?

LUCIA – Ha un filo di fiato, povera figlia! Quando qualche volta commette l’imprudenza di farlo, devo correre subito ai ripari. L’altro giorno mi disse solamente: “Rocco”, e fu presa immediatamente dall’affanno. Cominciò a respirare a fatica, come se volesse mozzicare l’aria… dovetti correre immediatamente con la canfora e la coramina. Lo so che soffri e ti tormenti per lei. Conosco il grande amore che avevate l’uno per l’altra. Ma Elena deve vivere. La terrò in vita io per farti avere la certezza di saperti più a lungo legato alla donna che, con l’aiuto della provvidenza, scegliesti come compagna della tua esistenza!

ROCCO – Povera esistenza mia! (Fissa per un attimo lo sguardo nel vuoto mentre gli occhi gli si riempiono di lacrime)

LUCIA – Non fare così, non piangere. Tu hai bisogno di pace, di tranquillità… devi lavorare. Non ti preoccupare: per lei ci sono io. Tu le vuoi bene come prima?

ROCCO – (con due brevissimi cenni del capo accompagna il monosillabo) Sì.

LUCIA Р(ne prova sgomento, ma stringe i denti e prosegue) Dodici mesi in queste condizioni, dodici mesi di tormenti, di distacco, non sono riusciti a cambiare i tuoi sentimenti per lei! Insomma, il fatto di non poterla avere vicino, allegra, e piena di vita come nei tempi belli non ̬ riuscito ad allentare il vincolo che ti legava a lei?

ROCCO – (c. s.) No.

LUCIA – (congiunge i pugni e solleva gli occhi al cielo come per rendere umile omaggio alla Provvidenza) Come è forte l’amore quando è quello voluto da Voi, Divino Signore! (Carezza delicatamente il fratello e lo bacia sulla fronte)

ROCCO – (sfugge al bacio e biascica frettolosamente) Grazie.

LUCIA – (dopo una breve pausa) Adesso ti porto il brodo. Stai tranquillo: sotto la tovaglia ho messo una coperta di lana pesante, così puoi appoggiare i piatti e le forchette sul tavolo con più libertà. Il dottore ha detto che un lieve rumore, anche a distanza, la scuote, e che un colpo secco, insolito, potrebbe essere la fine. Torno subito.

ROCCO – (con un lampo d’odio negli occhi si alza di scatto e, con voce soffocata, intima) No, resta!

LUCIA – Rocco, che c’è?

ROCCO – (di punto in bianco il suo volto assume un’espressione disumana, quasi diabolica. Muove lentamente ma deciso, verso Lucia, la quale, atterrita da quell’atteggiamento imprevisto, indietreggia di pari passo con lui, più per obbedire all’istinto che a un calcolo) Che cosa ti ha detto il medico?

LUCIA – Quello che ti ho detto.

ROCCO – (incalza trasfigurandosi sempre più, e prova gioia sadica via via che lo sgomento di Lucia si fa palese) E se butto un piatto in terra? (e nel dirlo afferra davvero un piatto dal tavolo e lo scaraventa in terra)

LUCIA – Rocco!

ROCCO – E una bottiglia? (e getta in terra pure la bottiglia) E il tavolo con tutto quello che c’è sopra? (e rovescia quello mandando in frantumi tutto) E se apro la porta della camera… (indica quella socchiusa a sinistra) facendola sbattere così… (muove deciso verso quella porta)

LUCIA – Rocco, per carità!

ROCCO – (è già arrivato sul posto e ora spalanca i battenti facendoli sbattere contro il muro mentre lancia un urlo prolungato e bestiale per pronunciare il nome di sua moglie) Eeeleenaaa!

LUCIA – (cade in ginocchio gridando) Non entrare! (Ma non fa in tempo a dirlo che Rocco è già entrato fulmineamente nella stanza buia. La donna, come di fronte all’irreparabile, china il capo premendosi il viso con le mani e rimane vinta, immobile, in attesa dell’atteggiamento che assumerà Rocco di lì a poco, quando si sarà trovato di fronte alla verità. Una luce violenta, accesa di scatto nella stanza indicata, investe la misera figura di Lucia. Rocco lì dentro sta mettendo a soqquadro ogni cosa che gli capita per le mani e fra i piedi. Rumori e tonfi sinistri giungono dall’interno della stanza. Dopo un breve silenzio, appare finalmente Rocco e si ferma sull’uscio, ansimante e sopraffatto dalla violenza a cui si è abbandonato. È del tutto sgomento per la rivelazione inaspettata. Lucia allontana di poco le mani dagli occhi e li fissa sbarrati e pieni di terrore su suo fratello. Ambedue si scrutano)

ROCCO – (dopo l’attimo di reciproco disagio chiede con voce soffocata) Elena dove sta?

LUCIA – (con un fil di voce) Rocco, aiutami, aiutami tu.

ROCCO – Dove sta Elena? Rispondi! Che hai fatto di lei?

LUCIA – Niente… te lo giuro… niente.

ROCCO – Come “niente” ? Elena nella stanza non c’è. Dov’è andata? Da quando non c’è più? (Lucia si copre di nuovo il volto con le mani per reprimere i singhiozzi. Allora Rocco intuisce quella che secondo lui è l’ipotesi più probabile; si incupisce e afferma con amarezza) Se n’è andata. Quando? Dimmi: quando e con chi?

LUCIA – (fra i singhiozzi) No…

ROCCO – E perché mi hai detto tante bugie in tutto questo tempo? Sì, capisco, mi hai voluto nascondere la vergogna ma non sarebbe stato meglio se me lo avessi detto chiaro e tondo: “Elena se n’è andata”? Non mi hai creduto abbastanza orgoglioso e forte da sopportare un dolore così profondo!…Perché lo hai fatto? Perché? (Lucia vorrebbe chiarire i fatti, ma il pianto a cui si è abbandonata non glielo consente. Rocco si avvicina lentamente a sua sorella, le siede accanto e dolcemente le carezza i capelli) Povera Lucia! (Ora Lucia si abbandona ad una crisi di pianto disperato e trova conforto appoggiando il capo sulle ginocchia del fratello) Non piangere, stai calma. (Dopo una lunga pausa, durante la quale si avvertono soltanto i singhiozzi di Lucia, Rocco riesce a dominare il suo sdegno e comincia a parlare con tono di voce freddo e distaccato) L’ultima volta che la vidi, un anno fa, partivo per Cagliari. Quando due persone vivono insieme per lungo tempo… lui esce di casa la mattina per andare a lavorare, e lei per le faccende sue… si salutano, magari si scambiano un bacio… poi si ritrovano la sera… Finiscono per guardarsi senza vedersi. Il giorno della mia partenza, sapevo che dovevo rimanere in Sardegna sei mesi… per sei mesi non avrei più visto mia moglie… Ci salutammo sulla porta d’ingresso, e la guardai vedendola. Mi sembrò un’altra donna: era pallida, sofferente, distaccata, aveva gli occhi cerchiati e lucidi come se avesse febbre. Non le dissi niente. Nella prima lettera da Cagliari le scrissi di consultare un medico, perché mi ero accorto che si era dimagrita. Mi rispose che avrebbe fatto tutto quello che le avevo detto. “Che ti ha detto il medico?”, le scrivevo. “È niente, non è un male grave, non ti preoccupare”. Infatti, non era un male grave. Era un male fisico, sì, ma non grave. Era un male che si poteva risolvere facilmente. Infatti, lei ha trovato la soluzione più semplice per guarire. Le sue lettere diventarono sempre più fredde e vaghe. Finalmente mi scrivesti tu per dirmi: “Elena sta molto male… un attacco cardiaco. Non venire perché il medico non te la farebbe vedere. Una lieve emozione potrebbe esserle fatale”. E cominciò la farsa. (Rifacendo il tono allarmato di Lucia, quando egli durante la lunga finzione, chiedeva di vedere sua moglie) “Deve vivere in penombra… non puoi entrare… se ti vede muore di colpo…” L’hai recitata bene la farsa. Tu e tutti gli altri: il portiere, sua moglie, i vicini… Tutti si sono prestati a recitare la farsa più spietata, più cinica e più pazza che si possa immaginare, riservando a me il ruolo grottesco del cornuto triste e inconsapevole.

LUCIA – (ha seguito le parole del fratello guardandolo con tenerezza e infinita pietà. Dopo una breve pausa incomincia a con voce pacata) È questo l’amore che sentivi per lei? Così giudichi una donna che ti ha voluto veramente bene? Ma come: ti ho visto innamorato di lei al punto che mi preoccupavo della tua salute. E sì, che lo posso dire. Ho seguito il vostro amore da quando eravate fidanzati fino al matrimonio, fino a quando partisti per Cagliari. Non vedevi più gli amici. Mangiavi in fretta e scappavi da lei. Fu il momento che prendesti sul serio la professione perché non vedevi l’ora di sposarti. Ti ricordi quando comprasti l’anello di fidanzamento? Glielo portasti quel giorno che venne a colazione da noi. Io me ne andai in cucina con il pretesto di… non so che dissi, e quando tornai Elena lo aveva al dito… Poi me lo fece vedere… e ci mettemmo a piangere tutti e tre. Dopo colazione tu te ne andasti allo studio. Lei parlò di te, di sé, di tutto quello che voleva fare dopo il matrimonio. Ogni volta che ti nominava chiudeva gli occhi come per sentirsi sola con te, perduta fra le tue braccia. Poi mi misi a stirare la tua biancheria. (Imitando teneramente il tono di voce dolce con cui Elena le chiese di aiutarla in quel lavoro) “Posso aiutarti?” Voleva toccare i tuoi fazzoletti, le tue camicie, le magliette… E sono stata io che ti ho messo in condizione di pensar male di tua moglie! (Dopo una breve esitazione) Rocco, Elena è morta!

ROCCO – (guarda lungamente la sorella come per avere una conferma dell’affermazione, poi) È morta?

LUCIA – Venti giorni dopo la tua partenza.

ROCCO РMa non ̬ credibile.

LUCIA – Povera Elena… non parlava, non diceva niente per non darti pensieri. Si ammalò di cuore molto tempo prima della tua partenza. Quando ti scrissi a Cagliari dicendoti di non venire, se ne era già andata.

ROCCO – (punta su Lucia uno sguardo d’odio che sgomenta la donna) E per undici mesi…

LUCIA – Sono riuscita a nasconderti la verità per evitare che tu commettessi un’aberrazione.

ROCCO – (trasecolato) Ma tu sei pazza! Undici mesi fa è morta Elena e tu me lo dici solo adesso? E l’ansia mia? La pena? Il sonno perduto durante le notti in cui pensavo torturandomi: “Ma se il Signore ha deciso di prendersela questa donna, che aspetta? Perché non se la prende? Se deve morire, perché non muore?”

LUCIA – (disorientata) Rocco!

ROCCO РChe Rocco e Rocco! Ma chi ti ha messo al mondo? Per quello che hai fatto se ti ammazzo ̬ poco.

LUCIA – (c. s) Rocco!

ROCCO – Ma va’ all’inferno! (Corre al telefono e forma velocemente un numero, nell’attesa si rivolge ancora a Lucia, sempre più rabbioso) Pazza sei… pazza! (La comunicazione arriva) Pronto… casa Felci? Sono io, il signor Capasso… la signora Anna… non c’è? Ma deve tornare?… Stammi a sentire Carolina, è una cosa grave e urgente. Quando torna la signora Anna per prendersi le valige dille di telefonare al numero 324679. Hai capito, Carolina? Segna… 324679. Ripetilo… Grazie. (Riattacca il ricevitore e prende la lettera che aveva poggiato sulla borsa di pelle) E quale aberrazione, secondo te, potevo commettere, me lo dici?

LUCIA – Come, quale aberrazione? Quando ti scrissi che Elena stava male, mi rispondesti testualmente: “Se mia moglie muore mi tiro un colpo di rivoltella”.

ROCCO – Perché, tutti quelli che dicono: “Mi tiro un colpo di rivoltella” se lo devono tirare veramente? Ma lo sai che se l’umanità si uccidesse sul serio tutte le volte che lo dice, rimarrei solo sulla faccia della terra? Perché io un colpo di rivoltella non me lo tirerei nemmeno di fronte al plotone d’esecuzione.

LUCIA – Madonna Santa… ma se lo dicevi sempre, me lo scrivesti pure.

ROCCO – Tutti i mariti, tutti i fidanzati, tutti gli amanti lo dicono. Ma poi ci sono gli amici solleciti, quelli che s’interessano a te, che ti sorvegliano, ti assistono per quattro cinque giorni, trascorsi i quali l’idea del suicidio ti abbandona, si allontana da te. E durante quei giorni te ne dicono tante: “Non commettere sciocchezze… In fondo è una strada che dobbiamo fare tutti… Sì, d’accordo, hai perduto la cosa più cara che avevi sulla terra, ma adesso se n’è andata in Paradiso e pregherà per te”. E queste parole ti fanno bene, ti scendono nel cuore a una a una e ti commuovono, e ti fanno piangere. E il piangere ti fa bene. Più lacrime versi e più hai l’impressione di sentirti in diritto di soffrire di meno. Perché soltanto io se dico “mi ammazzo” mi devo ammazzare veramente? Che hai fatto Lucia! Hai commesso l’ingiustizia più grossa che si possa commettere al mondo.

LUCIA – Ma come, ho evitato per tanto tempo di darti il dolore più forte della tua vita e ci sono riuscita con mille accorgimenti e sotterfugi e sacrificio personale, e tu mi dici che ho commesso un’ingiustizia!

ROCCO – Una cosa mostruosa, di una cattiveria inspiegabile, e non riesco a trovare niente che possa giustificare questo tuo comportamento. Anche ammesso che tu l’abbia fatto per puro altruismo, per carità cristiana, come hai potuto pensare di nascondermi una cosa simile? Chi sei tu che ti permetti di sostituirti ad una legge di natura comune a tutti gli uomini, e che tutti accettiamo, per istinto, prima ancora di venire al mondo? Il dolore era mio lo capisci, e lo avrei sofferto tutto, tutto intero: fino in fondo. Mi sarei disperato, mi sarei strappato i capelli, avrei passato notti intere a piangere… e avrei assaporato anche la piccola gioia, se gioia si può chiamare, del conforto che ti danno gli amici in casi simili. Li avrei voluti gli amici intorno, l’avrei accompagnata mia moglie fino all’ultima dimora, povera Elena! Avrei versato tutte le mie lacrime per lei. Adesso come faccio a piangere? Dimmi tu come faccio? Non me ne sento né la disposizione né la voglia. E l’adoravo, povera Elena! Aveva diritto al mio pianto! Invece l’ho odiata come si odia il debito.

LUCIA – Ma tu sei falso, sei ipocrita. Durante questi mesi ti ho sempre domandato se l’amavi ancora e tu hai sempre risposto di sì. Dieci minuti fa, non più tardi di dieci minuti fa, te l’ho chiesto!

ROCCO – Secondo te non esistono compromessi, riserve mentali, spirito di adattamento. Ma lo capisci che hai fatto? Non ti posso nemmeno schiaffeggiare come vorrei perché l’hai fatto in buona fede. Dimmi che c’era della cattiveria in te, del risentimento… ed io ti giuro che ti strangolo.

LUCIA – Rocco, che dici…

ROCCO – Vuoi vivere nella tua torre d’avorio di bontà e altruismo? E fallo! Ma ci sono gli altri, lo vuoi capire? C’è gente che vive osservando le leggi di una società costituita: o bere o affogare. E allora? Se beve per non affogare ha il diritto di pigliarsi il buono e il cattivo di quelle leggi. Voglio dire che se da una parte ingoia bocconi amari, angherie, tranelli, prepotenze che gli congestionano il fegato, dall’altra deve potersi giovare di una contropartita. Dire una cosa e pensarne un’altra è un vantaggio, è una difesa. Dire di sì a uno che ti chiede una lettera di raccomandazione per un pezzo grosso e fargliela pensando che appena la persona si sarà allontanata tu telefonerai al pezzo grosso dicendo: “Ti ho dovuto dare una noia, ma non tenerne conto…” è un vantaggio. Dire di non avere una lira in tasca sapendo di aver messo sotto il materasso i milioni, ti dà gioia. Ti difendi quando fingi interesse per i guai di un altro, mentre non te ne importa niente. È come ridere mentre piangi, è come dire: “mi ammazzo” mentre pensi che non lo farai mai. Che significa? Dicevo che l’amavo ancora, povera Elena! Al contrario non ne potevo più di saperla viva, in continua lotta con la morte, inchiodata in un letto. Mi pesava sul cuore come un incubo soffocante. Ho pensato perfino di ucciderla. E l’ho uccisa. Lo capisci che hai fatto di me un assassino? Quando poco fa ho spaccato piatti e bottiglie e ho spalancato la porta, l’ho fatto per ammazzarla. Ho provato l’ansia della premeditazione, il gusto della decisione e la gioia del gesto. Elena, Elena cara… e tu eri morta in tempo per non farti odiare da me. (In preda ad una crisi di coscienza, piegato dal rimorso e dal timore di Dio, cade in ginocchio a due passi dalla stanza di Elena e parla con lei come se ancora giacesse in quel letto tra la vita e la morte) Perdonami Elena! Soltanto col tuo perdono potrò muovere ancora qualche passo sulla scorza infuocata di questa terra. Dall’altro mondo non è mai tornato nessuno per dirci una verità, e nemmeno tu puoi tornare. È vero Elena? E se tu tornassi, non ci sarebbe più posto per te nel mio cuore. Volevo ucciderti, Elena cara! Come potrò liberarmi da questo rimorso? Signore misericordioso, Voi che vedete tutto e che sapete, risparmiatemi la Vostra ira, siate magnanimo e riconoscete che la responsabilità del mio peccato è soltanto sua. (punta verso Lucia)

LUCIA – (cade in ginocchio e solleva le braccia al cielo, come per far giungere a tempo di primato la sua preghiera all’onnipotente) Non lo ascoltate, Signore! La vera responsabilità è sua. Se non avesse saputo fingere fino al punto di convincermi che la morte di Elena sarebbe stata pure la sua fine, non avrei avuto ragione di mentire, di tenergliela in vita per undici mesi ancora. Considerate, Signore, la mia credulità.

ROCCO – Ma pure la credulità, quando varca i limiti del lecito, diventa un peccato passibile di pena. Sarebbe bello allora, solo perché uno crede ciecamente in una cosa, questo tizio si può permettere di regolare la vita degli altri? E le conseguenze, chi le paga le conseguenze?

LUCIA – Le devi pagare tu!

ROCCO – Io? (Ora si accusano l’un l’altro, stando sempre in ginocchio)

LUCIA – Sì, proprio tu. Perché, se è vero che io ho spinto la mia credulità fino a varcare i limiti del consentito, tu, l’odio per Elena, lo hai spinto fino al delitto e non credo che questo tuo peccato sia lieve quanto il mio.

ROCCO – E non mi ci hai costretto tu? (Rivolto al cielo) Signore, mi ha costretto lei.

LUCIA – Sì, ma inconsciamente. (C. s) Credetemi Signore, inconsciamente.

ROCCO – Ma lo hai fatto. (c. s) Signore, Voi lo sapete meglio di me, lo ha fatto.

LUCIA – Ma tu hai ucciso.

ROCCO – (si alza in piedi di scatto e si rivolge furibondo a Lucia) E chiama la polizia! Denunciami, fammi arrestare! Ma se una galera si dovesse aprire si aprirebbe per te, pazza che sei!

LUCIA – (si alza a sua volta) Mi fai paura, Rocco… sei mio fratello, e mi fai paura. Segnati, fatti la croce.

ROCCO – Tu te la devi fare, non una, ma dieci, cento, mille volte, dopo che ti sei pentita di quello che hai fatto.

LUCIA – Perché avevo creduto fermamente alla purezza dell’amore che sentivi per lei?

ROCCO – Ma puro era il mio amore per Elena, e puro sarebbe rimasto se tu mi avessi lasciato piangere quando dovevo piangere: a tempo giusto! Saperla lì dentro, assente e presente, con ogni diritto e nessun dovere… un mese, due, tre…! Cominci a immaginare che ti guardi con gli occhi socchiusi e sorridenti come un idolo cinese. Quello sguardo, poco a poco finisce col perseguitarti, col seguirti ovunque come un’ossessione, ti ironizza, ti sfotte. Poi diventa una sfida. Ti parla, ti fai attento e riesci a capire quello che ti dice: “Ci sono! Fra la vita e la morte… ma ci sono! Non me ne vado, vivi la tua vita se puoi!” Poi comincia a dirti… e la vedi con l’indice puntato in alto: “Ci sono i tramonti, ma ci sono io… c’è il mare, ma ci sono anch’io”. (Esasperato) Cieli stellati e lei, gli alberi e lei! Lei, lei, lei… sempre lei tra la vita e la morte. E l’ho tradita! Cioè no, non l’ho tradita, perché ero già vedovo e non lo sapevo.

LUCIA – L’hai tradita?

ROCCO – Aspetta… (Corre al telefono e forma il numero di prima) Pronto… Sì, sempre io. Non è ancora tornata?… Appena torna dille che aspetto la sua telefonata al numero che ti ho detto. (mette giù il ricevitore)

LUCIA – L’hai tradita?

ROCCO – Pure questo mi ha fatto fare la tua credulità e buona fede. (Il telefono squilla e Rocco si precipita a rispondere) Pronto… (Deluso) Lucia? Sì, eccola… gliela passo subito. (Sgarbato) Sì, sì, sono io, il fratello. (A Lucia) È per te. (e si allontana dal mobile)

LUCIA – (prende posto al telefono) Pronto… Buonasera Paola… L’hai pagata cara?… Sì, il campione era bello… No, Paola, me lo fai vedere domani… No, i due piani di scale non mi spaventano… salgo da te quasi tutte le sere, ma in questo momento non posso… Sì, ha risposto Rocco… No, ti sbagli, ha risposto affrettatamente, ma non voleva farti uno sgarbo… No, no, lo sa. Gliel’ho detto. Puoi immaginare. È stato un bene anche per il fatto che finalmente avrò finito di inventare storie e di chiedere soldi per i medici, medicine e infermiere. Certo che bisogna confortarlo… resto in casa per questo… Gli faccio compagnia. Grazie, Paola, buonasera. (chiude l’apparecchio)

ROCCO – Ne hai inventate di storie e di bugie. Sei stata brava. (D’un tratto gli viene un sospetto, fissa lo sguardo su Lucia, fissandola e scrutandola) Aspetta, ma proprio in buona lo hai fatto?

LUCIA – Che vuoi dire?

ROCCO РSe tu hai recitato questa triste e buffa commedia per il motivo che penso, quanto ̬ certo Iddio ti ammazzo.

LUCIA – (sgomenta) Rocco?…

ROCCO – Per undici mesi, dico per undici mesi, intorno al letto della povera Elena si sono alternati due medici e tre illustri cardiologhi… Durante le presunte crisi, due infermiere, una di notte e una di giorno… Specialità farmaceutiche venute dall’estero. Elettrocardiogrammi, iniezioni, ossigeno. Se faccio i conti…

LUCIA – (sinceramente offesa reagisce con violenza) Falli! Tira le somme! Anzi, le tireremo insieme! Ma veramente hai potuto pensare che potevo speculare su un caso così triste? Per fortuna ho segnato tutto. (Prende da un mobile il libro dei conti e un pacco di ricevute) Ecco dove sono andati i tuoi soldi. Da dove li pigliavo io? Ho le rendite io? Se le avessi avute, non ti avrei chiesto una lira. Il funerale chi lo pagava? Ecco, questo è il conto del funerale. Non la dovevo seppellire degnamente? E i fiori? Il cuscino che feci per conto mio… Tutte rose rosse… le ho pagate io. A nome tuo feci fare una corona: “Alla mia adorata moglie con cuore straziato…” Dove sta la fattura? (Finalmente la trova e la mostra) Tutte orchidee e violette.

ROCCO – Orchidee e violette? (Dopo aver letto la fattura esclama sorpreso) Cinquantamila lire… E che sono un milionario che può spendere cinquantamila lire per una corona?

LUCIA – Pensavo che tu ti saresti regolato così!

ROCCO – Ma in quel momento. Ti pare che a distanza di undici mesi uno manda una corona di orchidee che costa cinquantamila lire? E andiamo avanti…

LUCIA – Sì, andiamo avanti… è tutto documentato: messe, candele, l’anticipo che ho dato per il monumento. Anzi, mi devi un resto di settantamila lire. Non voglio più occuparmi di niente. Con lo scultore e il marmista te la sbrighi tu. Tanto bassa di animo mi credi? E lo hai creduto per la miseria morale del tuo spirito. (Il campanello dell’ingresso suona e Lucia esce per andare ad aprire. Dopo poco giungono dall’interno le voci accorate di Paola, il fotografo Musella, lo scultore Tremoli, il professor Ricciuti, tutti coinquilini solleciti che si sono presentati per la visita di condoglianze. La signora Paola è quella che ha telefonato poco fa, la sua età è press’a poco quella di Lucia. L’età del fotografo e dello scultore non ha importanza: si regoli il regista. Il professor Ricciuti è il più vecchio di tutti, ha superato i sessanta. Lucia, internamente) Buonasera.

I QUATTRO – (all’unisono) Buonasera. (Dopo un breve parlottare sommesso segue un silenzio. Finalmente appare Lucia seguita dai quattro coinquilini)

RICCIUTI – (si stacca dal gruppo a braccia aperte e muove deciso verso Rocco dicendogli) Rocco, è una strada che dobbiamo fare tutti! (L’abbraccia esclamando con enfasi) Coraggio! (Rocco si divincola indignato e siede in disparte, dando le spalle a tutti)

PAOLA – (ha portato un vassoio con una tazza di cioccolato e biscotti, ora tocca a lei avvicinarsi al vedovo. Il fotografo Musella e lo scultore Tremoli si tengono in disparte, ma già stanno sulle mosse) Prendetevi questo… (Ad un gesto negativo di Rocco la donna insiste) Non potete stare digiuno. Capisco che in questi momenti lo stomaco si chiude…

RICCIUTI – (convinto) Non si mangia, non si mangia.

PAOLA – Ma dovete reagire. (Invogliandolo) Su… su… due sorsi e qualche biscotto.

RICCIUTI – Quando morì mia moglie… (Con uno scrocco in gola che vuole essere un singhiozzo) Povera Bettina! La tazza di cioccolato me la portò una carissima amica di casa, che abitava a fianco di noi… (Socchiudendo gli occhi come per esprimere l’ineluttabilità della decisione) Quella che poi doveva diventare la mia seconda moglie.

PAOLA – (con la smorfietta che si fa ai bambini troppo viziati) Nemmeno un sorso?

ROCCO – Signora, mi faccia la cortesia, se ne vada.

PAOLA – (c. s) No, no, no… la signora Paola non se ne va!

ROCCO – Guardi che gliela tolgo di mano la tazza e la sbatto per terra.

PAOLA – E io vado su e ne preparo un’altra.

RICCIUTI – Le stesse reazioni le ebbi io quel giorno funesto… Non mi si poteva parlare… mi scagliavo contro di tutti… Non mi controllavo più… volevo rompere un servizio di piatti… fortuna che me lo tolsero di mano… oggi quel servizio vale quel che vale.

PAOLA – Si perde la testa. Se mi ricordo il povero papà… rimasi a letto per quindici giorni con febbre altissima… e per riavermi…

RICCIUTI – Io mi stavo buttando dalla finestra… non scherziamo: abitavo al sesto piano. Mi dovevano sorvegliare anche di notte. Di punto in bianco, nei momenti che più dimostravo di essere calmo, con un pretesto qualunque lasciavo tutti e mi avviavo in camera mia e se non mi fermavano in tempo… non ci dimenticherò mai le dimostrazioni di affetto e l’assistenza che ebbi in quei tristi giorni da parte degli amici.

PAOLA – Su, un sorso e un biscotto.

ROCCO – (esasperato grida) Basta! Avete capito, basta! (si alza di scatto e muove deciso per piantare tutti in asso)

RICCIUTI – (lo costringe con violenza a sedersi di nuovo, ed è il primo a lanciare l’allarme) No fermatevi, sarebbe una follia! (È la volta del fotografo Musella e dello scultore Tremoli: i due si lanciano come un solo uomo per aiutare il professore che non ce la fa ad immobilizzare Rocco)

MUSELLA – State calmo.

TREMOLI РNon vi facciamo alzare. (Ora hanno immobilizzato Rocco, il quale si ̬ insaccato sulla poltrona, coprendosi il volto con le mani. Paola ha poggiato sul tavolo il vassoio per correre verso Lucia, che si ̬ seduta in un altro punto della stanza ed ̬ scoppiata a piangere. Segue una breve pausa)

TREMOLI – (sostenuto) Amico caro, siete un uomo. D’accordo, avete perduto la cosa più cara che avevate sulla terra, ma adesso se n’è andata in Paradiso e pregherà per voi.

RICCIUTI – Anima santa! Tutti l’amavano, il cordoglio fu unanime.

MUSELLA – E quanti fiori!

TREMOLI – Tutti i negozi giù nella strada, abbassarono le saracinesche al passaggio del carro.

RICCIUTI – Fu uno dei pochi funerali che mi lasciò veramente sod\ disfatto.

MUSELLA – Scattai più di trenta fotografie, le più riuscite le stampai, ve le ho portate per farvele vedere.

RICCIUTI – (prende l’iniziativa) Signora Paola, sedetevi. (Poi ai due) Sedetevi, sedetevi. (E seggono tutti e tre intorno all’amico da confortare)

PAOLA – (riprende il vassoio e si avvicina di nuovo a Rocco) Non me ne vado se non mandate giù due sorsi e un biscotto.

MUSELLA – (che ha interesse di mostrare a Rocco le foto che ha portato con sé) Dopo, dopo… lasciatelo stare ora… Lui vuole parlare del suo dolore, vuole sapere ogni particolare che lo aiuti a ricostruire come si svolsero le cose in quel giorno. (Porgendo a Rocco una grande voluminosa busta gialla) Queste sono le fotografie. Conservatele, queste ve le regalo. Se poi ne volete altre copie, ci metteremo d’accordo. (Appoggia la busta sulle ginocchia di Rocco) Con comodo, con comodo. Capisco che in questo momento non vi sentite la forza di guardarle.

PAOLA – (mette il vassoio sul tavolo per prendere la busta) E perché, quando morì mio padre, non facevo altro che guardare le sue fotografie… mi davano sollievo, conforto. (Sfila le foto dalla busta) Quanta gente! Io ne farei un album ricordo. (Guarda una delle foto e scorge la sua immagine, la indica col mignolo della destra) Ecco: questa sono io che do il braccio a Lucia… mi si vede per metà, perché sono coperta da questa qua che non conosco.

RICCIUTI – Dietro ci sono io, mi si vede benissimo. (senza guardare la foto, ma sicuro del fatto suo)

MUSELLA – (con mano sicura ne prende una dal pacco) Questa è veramente riuscita. Sembra stereoscopica, fra tutte le macchine che ho su nello studio, questa qui ha un obbiettivo luminosissimo. Di questa ne vorrei fare un magnifico ingrandimento. Adesso c’è un procedimento nuovo, per cui la superficie della foto diventa come maiolicata.

RICCIUTI – (a Tremoli) Fagli vedere il progetto del piccolo monumento; di quel gioiello che hai fatto.

TREMOLI – D’accordo con la signora Lucia l’ho fatto. (Trae di tasca una busta con una foto) Eccolo qua. (Mostra la foto) Ne detti una copia a vostra sorella, ma questa è a colori.

PAOLA – È finito?

TREMOLI – Già pronto e collocato sul posto. Manca solo l’epigrafe, ma la signora Lucia mi disse che quella l’avrebbe dettata il signor Rocco.

ROCCO – (pallido, felino, solleva il capo lentamente freddando tutti con lo sguardo d’acciaio, poi dice a denti stretti) Ve lo dico io cosa dovete scrivere su quella tomba… “Qui giace una povera donna, che è morta senza dare fastidio a nessuno. Qui dentro c’è un corpo che se potesse attirare a sé l’anima e ingoiarla di nuovo griderebbe: “Viva la morte” e la risputerebbe fuori”. Andatevene! Avete capito che ve ne dovete andare? (I quattro si sono alzati lentamente come ipnotizzati dallo sguardo di Rocco, non battono ciglio e non sanno che pesci pigliare)

LUCIA – (interviene per mettere fine alla penosa situazione) Scusate amici… volete essere così gentili…

ROCCO – (scattando) No! Non così. Se ne devono andare sapendo che mi hanno rotto le scatole. Non li voglio più vedere in casa mia. Prendetevi il vassoio, le fotografie, il progetto e andatevene portandovi con voi tutto lo schifo che mi fate.

RICCIUTI Р(offeso) Ma ̬ pazzo!

PAOLA – (c. s.) Lucia!

ROCCO – Ve ne dovete andare, ho detto!

RICCIUTI – Certo, certo… Venite, signora Paola.

PAOLA – (ha ripreso il vassoio per portarselo via) Iddio mi guardi se metto più piede in questa casa.

LUCIA – Scusate… (li accompagna verso l’uscita. I quattro borbottando escono)

ROCCO – Li ammazzo se tornano indietro.

LUCIA – (tornando) Così hai trattato quella povera gente che voleva soltanto farti sentire un poco di calore umano.

ROCCO – E se te ne vai insieme a quelli, mi fai un piacere.

LUCIA – Ora ti conosco… ora so chi sei e posso spiegarmi l’odio profondo che per dodici mesi hai sentito per quell’anima santa di tua moglie e perché l’hai tradita.

ROCCO – E non ne avevo il diritto secondo te? Esclusa Elena, che me la facevi ritenere moribonda, con chi potevo parlare? Con te? Con gli amici? Tutti parlano, il mondo è pieno di gente che sta a sentire tanto per stare a sentire e che parla tanto per parlare. Ma parlare nel senso vero, puro e completo della parola, quel parlare che ti mette in pace con te stesso, che ti sgonfia il cuore quando te lo senti pesare dentro come un tumore ma1igno, lo puoi fare soltanto con una donna tua… che diventa tua soltanto quando hai la certezza di aver mescolato il tuo cervello al suo, e mani, braccia, gambe e guance non hanno più segreti fra loro. L’ho tradita, sissignore. Ho un’amante! Va bene? Sei contenta? Abbiamo vissuto come dei clandestini e con l’incubo dell’adulterio che commettevamo ai danni di una povera moribonda. Hai capito che cosa hai fatto?

LUCIA – E che ne sapevo?

ROCCO – Adesso lo sai. E devi sapere di più. Adoro questa donna, non posso vivere senza di lei. Sai che mi dice in questa lettera? Mi dice che se ne va, parte per Londra con un altro uomo.

LUCIA – Se ne va?

ROCCO – E che poteva sperare restando? Mi sapeva sposato con una donna in fin di vita, nell’impossibilità assoluta di offrirle una vita pulita. Dieci mesi sono lunghi come l’eternità per chi vive rubando ciò che gli è dovuto. Non posso perdere questa donna. Se Anna se ne va sarò un uomo finito sul serio.

LUCIA – Ma se se ne va vuol dire che non ti vuol bene.

ROCCO – Ti dico che mi adora.

LUCIA – Ti adora e se ne va con un altro uomo?

ROCCO – È incinta, capisci? Deve nascere un figlio.

LUCIA – Un figlio?

ROCCO – Deve nascere fra tre mesi. Nella lettera, Anna mi dice quello che già mi aveva detto mesi fa. Avevamo la speranza di unirci legalmente e di dare al bambino uno stato civile in regola. Poi venne la sfiducia. “Come sta tua moglie?” “Lo stesso”, rispondevo. E passava il tempo. “Che dice il medico?” E io rispondevo quello che mi dicevi tu. Finalmente mi disse che un uomo si era innamorato di lei… che voleva sposarla e dare il nome al bambino. Piangendo, me lo disse, con il cuore a pezzi. “Rocco, che facciamo? Consigliami tu. Ti voglio bene. Ti adoro… ma il figlio che difendo è nostro, è di tutti e due”. Ecco la lettera. Parte stasera per Londra con lui, sì… con quell’uomo,

LUCIA – Ma tu la farai partire?

ROCCO – E come faccio? Non mi dice se parte con il treno, con l’aereo… non mi dice niente.

LUCIA – Telefona.

ROCCO – Ho telefonato due volte. Non c’è.

LUCIA – Corri alla stazione, fermala. Vengo anch’io. Il figlio è tuo e non lo devi perdere. Mi sentirei colpevole fino alla distruzione di queste quattro ossa vecchie! Madonna mia, datemi la forza di vivere fino al giorno che potrò stringere fra le braccia questa creatura che deve nascere… aiutami a vivere fino a quel momento e poi fammi cadere in terra fulminata! Sono stata una pazza, una disgraziata! Rocco corri! Corri, non perdere tempo.

ROCCO – Ma se non mi telefona, come faccio a sapere se parte in treno o in aereo? (Il telefono squilla. Rocco si precipita all’apparecchio) Pronto… Sì, sono io… chi è?… Carolina? E la signora? (Dopo una breve pausa) Quando? In questo momento?… Puoi dirmi se parte col treno o con l’aereo?… Grazie. (Riattacca) Parte fra mezz’ora con l’aereo.

LUCIA – Madonna Santa!

ROCCO – Non ha voluto telefonarmi per sfuggire alle mie insistenze. E se n’è andata capisci? Se n’è andata con quell’altro…

LUCIA – Corri, fai presto.

ROCCO – Ricordati che se non riesco a fermarla mi tiro un colpo ili rivoltella. (Si dirige verso l’uscita. Poi si volta di scatto verso Lucia per fermare con il braccio teso e la mano aperta, prima ancora che con le parole, le probabili inconsiderate reazioni di lei) No! Non me lo tiro il colpo di rivoltella! O meglio: non lo so. Come faccio a sapere… Forse penserò: “Ci sono i prati, i tramonti, i cieli stellati…” Gli alberi mi diranno: “Ci siamo noi!” Il mare mi farà sentire la sua voce… Dirò a me stesso: “Un’altra donna forse la trovo, un altro figlio lo faccio!” Non lo so. Ad ogni modo, se deciderò di tirarmi un colpo di rivoltella: non te l’ho detto! Hai capito? Lo leggerai sui giornali. (Esce veloce per la comune)

LUCIA – (cade in ginocchio piangendo, mentre esclama con infinita fede, e gli occhi rivolti al cielo) Madonna, Madonna Santa, aiutateci voi!

SIPARIO