IO, L’EREDE

Io, l’erede

Tre atti di

Eduardo De Filippo

Personaggi:

Ludovico Ribera

Amedeo Siciliano, avvocato

Margherita, sua moglie

Adele, solrella di Amedeo

Dorotea Siciliano, zia di Amedeo

Bice

Lorenzo De Ricco, amministratore

Caterina, cameriera

Ernesto, cameriere

Cassese, sarto

Prima signora

Seconda signora

PRIMO ATTO

In casa dell’avvocato Amedeo Siciliano. Ricca camera da pranzo; per mezzo di una gran porta finestra a vetri si accede ad un giardino.

Tardo pomeriggio.

All’apertura del sipario sono in scena sei signore, quattro anziane e due più giovani. Bevono il te e mangiano pasticcini in piedi attorno al tavolo. Chiacchierano con i componenti della famiglia Selciano presenti in casa: Amedeo, Margherita, Adele, con Bice beneficata dei Selciano e con l’amministratore di casa Dce Ricco. Intanto la cameriera e la cameriera si danno da fare a servire.

Bice (leggendo da un quadernetto) Pullover, 250. Giacchettini, 300. Sciarpe. 500. Scarpette per neonati, 7000. Coperte per culle, 600.

Margherita L’anno scorso ne facemmo 650.

Adele Si perde meno tempo a lavorarla la lana che andare a raccoglierla. Ti fanno andare e venire, telefoni mille volte, ma prima di scartare la roba vecchia si farebbero uccidere.

Signora 1 Di lenzuola vecchie ne abbiamo raccolte di più, quest’anno, infatti di lenzuolini ne abbiamo ricavati 1000. Vero, Bice? Mille?

Bice Si, si. (riprende a leggere) Berretti, 2000. Cappellini, 1700. Calzine, 4000. Calzoncini, 1200. Cappottini, 6000. Vestitini per femminucce, 3500. Vestitini per maschietti, 4000.

Lorenzo Avete lavorato sodo.

Margherita E velocemente. Se si avesse più tempo… Lavoriamo due, tre ore al giorno e qualche volta anche la sera.

Signora 1 Stiamo diventando esperte.

Adele Tu sei bravissima! Bice, fai vedere un vestitino per maschietto e uno per femminuccia.

Bice (va in giardino e prende da un tavolo due vestitini e li porta in scena) Ecco.

Lorenzo Quanto tempo impiegate per un vestitino?

Signora 1 Due, tre giorni, a seconda del materiale. Sono vestitini ricavati da abiti smessi, vecchi, a volte rattoppati…

Lorenzo Sembrano appena usciti dal negozio.

Signora 2 E questo l’ho fatto io: celeste con i fiocchetti. La distribuzione la fanno le suore: non saprò mai quale bambina lo indosserà.

Margherita Su, care, su: Un’altra oretta di lavoro e poi vi mando a casa.

Tutte (allegre) Si, si andiamo (vano in giardino, in un punto lontano dalla porta finestra e riprendono posto attorno al tavolino. Una di loro intona una canzoncina che a volte si divertono a cantare mentre lavorano. Subito le altre la imitano)

Cuci, cuci, cuci rammenda. L’ago, l’ago, l’ago sprofonda nella lana soffice, nella mussola, nella tela e nel lino. Cuci, cuci, cuci. Vedraiche col filo, le forbici e l’ago diventa uno svago la carità.

Lorenzo Sempre in ritardo la signorina Dorotea.

Margherita Bisogna compatirla, povera donna: vive per il bene del prossimo!

Amedeo Non si può negare che è degna sorella del povero papà.

Margherita Tutti i suoi soldi se ne vanno in elemosine. Zia Dorotea ha una rendita considerevole, che le permetterebbe di vivere molto bene. Beh, lei si priva magari di un vestito, di un oggetto che le farebbe piacere, per fare del bene al prossimo. Oggi, per esempio, è stato il giorno destinato ai bambini poveri: non so quanti corredini e giocatto ha comprato.

Lorenzo E’ una mania.

Amedeo (in tono di rimprovero) Non è una mania: è un dovere. Mia zia non è una maniaca!

Lorenzo (confuso) No, la parola ha tradito il pensiero. Volevo dire che se non fa del bene non si dente tranquilla.

Amedeo E’ una questione ereditaria. Tutti noi, dai bisnonni fino a mio padre, ci siamo sempre spogliati per dare agli altri. Ed è bello, Lorenzo, credimi, è bello! La notte si mette la testa sul cuscino e si dorme tranquilli.

Lorenzo Certo. Anch’io quando posso fare un’opera buona mi sento meglio.

Amedeo Ma non potrete mai arrivare a noi. Voi siete un galantuomo, servite la nostra famiglia da molti anni e in diverse occasioni ho constatato che avete un cuore d’oro, ma non vi potete paragonare a noi. Alla porta di casa nostra, nessuno ha mai bussato invano: chi ha chiesto ha avuto. Non ci siamo nemmeno mai preoccupati di sapere se chiedono per abitudine o per bisogno vero e proprio. Capita di far bene a un individuo che poi va in giro a dire “L’ho fatto fesso”. Peggio per lui. Sapete cosa diceva mio padre buonanima? “Io faccio del bene a tutti voi: vorrà dire che la cernita la farà la mano di Dio.” E aveva ragione. Io faccio lo stesso. Ho sempre seguito il suo esempio e mi sono sempre trovato bene. E chi lo può sapere meglio di voi? Nel mio studio arrivano continuamente lettere suppliche, domande di beneficenza e mai nessuno è restato a mani vuote. In compenso, il Padreterno mi aiuta sempre: stò bene in salute e non mi manca niente.

Lorenzo Altri cent’anni sempre così.

Amedeo Raccontava mio padre che, un giorno, mio nonno tornò a casa in maniche di camicia: a rischio di prendersi una polmonite, aveva dato giacca e cappotto ad un tale che aveva freddo. (a Margherita, alludendo a Bice) Ma cos’ha?

Margherita E lo chiedi a me? Quando mai è stata allegra… Bice, vieni un po’ qui.

Bice Scusate, non ho capito bene?

Adele Mia cognata ti diceva di venire qui tra noi.

Bice Grazie, signora Adele, ma ho un po’ di mal di testa. Preferirei andare in camera mia, se me lo permettete.

Margherita Ma certo, cara, se la nostra compagnia ti mette malinconia è meglio. Meglio anche per noi.

Bice Ma no, signora Margherita! (confusa) Ho solo un po’ di mal di testa, ve l’ho detto… Ecco perché… (si mette a piangere) Posso andare?

Adele Vai, cara, vai.

Bice (accenna una saluto a tutti ed esce quasi correndo)

Margherita Dio, com’è complicata quella ragazza!

Lorenzo Quanti anni ha adesso?

Margherita Diciassette. Una della sua etĂ  dovrebbe essere sempre allegra.

Amedeo Sua madre faceva la custode dello studio del povero papà. Era vedova, e quando morì, Bice, che era allora aveva sei anni, restò da sola. Papà, al solito, per far del bene, se la prese in casa, la fece studiare e ne abbiamo fatto una signorina colta e distinta. Ma quella invece di essere contenta, sembra sempre una che ha passato un guaio.

Adele Ma perché tutti i discorsi che esaltano la vostra bontà, dovete sempre farli in presenza sua? Ammetterete che una disgraziata, per quanto riconoscente, si sente mortificata.

Margherita Mortificata? E chi la mortifica?

Adele Non fate altro che ricordarle quanto vi deve. Voi non lo potete capire perché avete avuto la fortuna di essere quelli che danno e non quelli che ricevono perché hanno bisogno.

Amedeo E tu cosa ne sai, visto che anche tu non hai mai ricevuto niente da nessuno?

Adele E’ vero. Ma quando zia Dorotea mi chiede di accompagnarla nei suoi giri di beneficenza, sapessi che disagio che provo a trovarmi circondata da povera gente. Mentre ti ringraziano e benedicono, non possono nascondere l’invidia e il disprezzo.

Amedeo Queste sono idee tue. Noi abbiamo il dovere di non prendere in considerazione quello che queste persone pensano di noi. L’importante è fare del bene.

Dorotea (dalla comune. E’ una donna sui 55 anni, robusta, ha un abito scuro, serio e signorile. Entra sbuffando, ce l’ha con qualcuno) E bravo! Gesu! Ma che gente… Buonasera… Che gente!

Amedeo Cos’è successo, zia Dorotea?

Caterina Prendete il te, signorina Dorotea?

Dorotea Si, il te… Sapessi che nervi che ho! M’hanno rubato la spilla d’oro con i brillanti, quella bella spilla a forma di cuore.

Lorenzo Ah, e chi è stato?

Dorotea Se lo sapessi sarei giĂ  in questura.

Lorenzo Non avete qualche sospetto?

Dorotea Come no? Mentre distribuivo giocattoli e corredini ai bambini, mi hanno circondata; chi mi baciava le mani, chi mi tirava da una parte e dall’altra… In mezzo a quella confusione si sono fregati la spilla!

Margherita E va beh zia, non vi arrabiate…

Dorotea Piangerei, credetemi, piangerei.

Lorenzo Ma non andate piĂą in mezzo a quella gentaglia. Avete tutto da perdere e niente da guadagnare.

Dorotea (prende un pasticcino e mangia svogliata) Ti fanno passare la voglia di fare del bene.

Amedeo (per rabbonirla) Ma non sono tutti così, ricordatevi della buonanima di don Prospero Ribera.

Dorotea Che c’entra, quello si che ti faceva venire voglia di fargli del bene! Era così riconoscente che si sarebbe fatto uccidere per noi! Uno della famiglia. E’ stato in casa nostra per 37 anni… Con mio fratello Matteo si divideva perfino il sonno.

Amedeo Io non mi posso spiegare questa morte improvvisa: stava così bene…

Dorotea Un colpo, Amedè. La sera cenammo insieme, stava tanto di buon umore! La mattina dopo, quand Ernesto, il cameriere gli portò il caffè, lo trovò morto. Quello non se n’è nemmeno accorto, se n’è andato come un santo… Pensare che sei giorni fa stava qui, seduto in mezzo a noi, e mo sta sotto terra.

Amedeo Mio padre gli voleva molto bene, si conoscevano dai tempi del ginnasio. Poi si sono persi di vista e quando papà ha cominciato ad avere i primi successi in tribunale, ha ritrovato questo don Prospero, non vi dico in quali condizioni… Senza una lira, con le scarpe rotte. Allora, sapete come succede: vieni a mangiare da me… vieni anche domani, prediti questo vestito, predi anche questo paio di scarpe. Dormi qui stanotte e dormi pure domani. Piano piano, poco per volta, è rimasto in casa nostra per 37 anni.

Lorenzo E’ incredibile.

Amedeo Eppure è andata così.

Lorenzo Ma come mai s’era ridotto in quelle condizioni?

Dorotea Io l’ho sempre detto: era l’uomo del mistero!

Amedeo Ma che mistero? Lui veramente non parlava mai delle sue cose intime, ma papĂ  sepeva che era diviso dalla moglie. Un matrimonio infelice.

Margherita Però che uomo simpatico.

Amedeo Caspita! PapĂ  non poteva stare un momento senza vederlo.

Lorenzo E non parlava mai di sua moglie?

Amedeo Mai! Solo qualche accenno a mio padre… Si diceva avesse un figlio. Infatti, quattro giorni fa, al funerale, eravamo pochissimi, ho notato una strana figura d’uomo: sembrava un esploratore. Capelli neri e pelle scurissima. Una faccia vi dico, interessante.

A un certo punto si è fatto avanti e ha voluto tenere un cordone del carro dicendo: “Sono suo figlio”. Mi sono informato e ho saputo che era arrivato da poco e che alloggiava all’albergo Sirena. E sapete cos’ho fatto? Ho preso tutto quello che apparteneva a suo padre e glie l’ho mandato.

Lorenzo Avete fatto bene. (perso nei suoi ricordi) Don Prospero Ribera…

Ernesto (dalla comune) Permesso? Fuori c’è il signor Ludovico Ribera. Vuole sapere se potete riceverlo.

Amedeo Lupus in fabula: il figlio di don Prospero.

Dorotea Dio mio! Mo questo comincia a piangere… Coi nervi che tengo… digli di venire un altro giorno.

Adele No, perché? Pare brutto.

Amedeo Ma certo. (a Ernesto) Fallo entrare.

Ernesto (esce, poi torna introducendo Ludovico) Prego.

Ludovico (sull’uscio, senza parlare. E’ sui 45 anni, il volto segnato da solchi profondi, colorito bronzeo, dimesso nel vestire. I suoi occhi hanno un’espressione triste, di una fissità quasi testarda; non chiedono ma sanno quello che vogliono. Il suo apparire crea un disagio interrogativo. Ha con se una valigia, un sacco e una cassetta)

Tutti (dopo una pausa) Buonasera.

Ludovico Buonasera, signori. (Ernesto lo libera dai bagagli, mette tuttoin terra e esce) La famiglia Selciano?

Amedeo Gia.

Ludovico Ludovico Ribera.

Amedeo Tanto piacere. (presentando) Mia zia. La signora Margherita, mia moglie. Mia sorella Adele e il signor Lorenzo de Ricco, amministratore di famiglia.

Ludovico (ad Adele) Voi siete divorziata.

Adele Si.

Ludovico (notando lo sguardo interrogativo che si scambiano gli altri) Mi sono informato. (ad Amedeo) Vostro padre, l’avvocato Amedeo Selciano è morto. Vostra zia Dorotea, se non sbaglio è rimasta zitella.

Dorotea Perchè “rimasta”, scusate?

Ludovico Scusatemi, signorina, ma a me sembra, guardandovi, che le probabilità di non rimanere tale, siano tramontate per sempre…. E’ vero che, da che mondo è mondo, le occasioni sono mille, ma è pur vero che non potranno mai essere mille e una. (a margherita) Voi siete la dolce compagna dell’avvocato Amedeo Selciano. (ad Adele) Voi siete la divorziata. (le si avvicina) Permette? (la guarda fisso negli occhi) Vostro marito via ha perduta perché non vi ha capita… Io conosco il mare, nonmi posso sbagliare. Il mare cambia colore a seconda del cielo. I vostri occhi possono diventare belli a seconda di chi li guarda. Vostro marito non sapeva guardare nei vostri occhi. (a Lorenzo) Voi siete Lorenzo De Ricco, amministratore attento e solerte della famiglia. Poi c’è la signorina che si chiama Bice, vero?

Amedeo E’ in camera sua.

Margherita Aveva un po’ di mal di testa.

Ludovico Ne soffre, lo so. Perdonatemi, ma sono un poco disorientato…. Vorrei entrare in argomento, ma non ci riesco. (pausa) Quando mio padre si separò da mia madre, avevo quattro anni. Due anni dopo morì mia madre e fui affidato alla portinaia, che aveva il marito marinaio. A otto anni mi imbarcarono sulla Caracciolo. Studia per conto mio e riuscii a diventare giornalista. Mi pubblicarono diversi articoli e novelle. Ma poi, in redazione, cominciarono a piovere lettere anonime e si seppe che non ero iscritto all’albo dei giornalisti per mancanza di titoli di studio. Tornai al mare. Qualche economia e diventai padrone di un piccolo veliero: Papà. Già, cosi si chiamava, Papà. Con quello ho girato il mondo. Giorni amari, qualche ora felice… Ho tirato avanti con la pesca, spesso col contrabbando. Dopo trent’anni il mio piccolo veliero mi ha riportato a Napoli. Dopo trent’anni, Napoli… Giro per il Rettifilo e vedo un funerale. Guardo una delle corone: “Al caro Prospero Ribera” Papà. Il funerale di mio padre! (pausa) Voi siete stati i suoi benefattori, vero?

Amedeo Mio padre lo trattava come un fratello. Tanto che dissi, ricordi zia Dorota? “Se muore prima don Prospero, papà non sopporterà il dolore”.

Ludovico Stavano sempre insieme?

Amedeo Sempre! Ma accomodatevi, prego. (siedono) Mio padre, per 37 anni non gli ha fatto mancare niente.

Dorotea Gli volevamo bene tutti quanti.

Margherita (indicando una porta a destra) Quella era la sua camera.

Ludovico (si alza e si avvicina a quella porta) Qui ha vissuto mio padre… (torna a sedere)

Amedeo Anche quando eravamo in campagna, nella nostra villa, c’era una camera per lui.

Ludovico GiĂ , mio padre faceva molta compagnia a vostro padre.

Dorotea Era una compagnia per tutti.

Amedeo Simpatico, spiritoso, ci teneva tutti allegri. Poi era molto istruito. Quando papà aveva bisogno di un libro… che so… di un’edizione rara, vostro padre tanto faceva che riusciva a trovarla in qualche libreria.

Ludovico Faceva anche acquisti per conto di vostro padre.

Amedeo Sapete anche questo!?

Ludovico Mi sono informato.

Amedeo Mio padre aveva una gran fiducia in lui, e non a torto perché vostro padre era una persona onestissima e corretta. La villa in campagna fu lui a comprarla; si occupò lui di tutto.

Ludovico Con l’assistenza del vostro amministratore qui presente.

Amedeo GiĂ .

Ludovico GiĂ .

Dorotea Quant’era spassoso! La sera ci teneva delle ore a raccontare storielle, aneddoti di grandi artisti. S’interessava a tutto, qualunque cosa si volesse sapere, bastava domandare a lui.

Amedeo Aveva una gran memoria, una vasta cultura e la perfetta conoscenza dei classici. Conosceva la letteratura di mezzo mondo. Ultimamente si era appassionato di trattati di fisica. Non vi dico poi i processi cose che si è sciroppato. Già, perchè quando a papà veniva affidata una causa importante, ne parlava con lui. Si chiudevano nello studio e parlavano, arringavano… sembrava la Corte d’Assise in piena seduta.

Ludovico In fondo, la discussione con mio padre gli serviva come esercizio mentale.

Amedeo Esattamente. E mi padre lo diceva: “Alle volte, il contraddittorio con Prospero mi porta sulla giusta strada.” Una volta, quando litigarono… no ricordo quando fu… due o tre anni prima che morisse mio padre…

Ludovico 20 settembre 1975. (meraviglia di tutti) M sono informato.

Amedeo Mio padre lo voleva mandare via, strillava…il motivo non me lo ricordo.

Ludovico Perché entrò nell’ascensore senza cedere il passo a vostro padre.

Amedeo (disorientato) Già, sicuro… Mio padre diceva: “Tu non hai rispetto per me, io che ti voglio così bene”.

Ludovico “Che ti faccio tanto del bene…”

Dorotea E gliene faceva veramente. Figuratevi che quando veniva i sarto per mio fratello, prendeva le misure anche a vostro padre.

Ludovico Un vestito per l’inverno e uno per l’estate.

Amedeo GiĂ , voi vi siete informato.

Ludovico E… di me non ha mai parlato?

Amedeo Mai. Era un tipo molto riservato.

Ludovico Forse avrebbe volto che io lo cercassi. Per trent’anni ho sempre avuto la certezza che fosse vivo, una certezza che mi veniva dal mare stesso. Perché il mare parla a chi lo vuole ascoltare. Infatti è morto solo dopo un paio di giorni dal mio arrivo. Il mare non mi ha ingannato.

Margherita E ora che pensate di fare? Ripartite?

Ludovico No. Ho viaggiato abbastanza, finalmente voglio fermarmi un poco. Voglio godermi in pace quel tanto che mio padre mi ha lasciato.

Amedeo Vostro padre vi ha lasciato un’eredità?

Ludovico Vi meraviglia?

Amedeo No… E quanto vi ha lasciato?

Ludovico Veramente i conti non li ho ancora fatti, però penso che sia qualcosa che mi permetterà di vivere tranquillo. (tutti si scambiano occhiate dubbiose: don Prospero rubva?) Voi, gentilmente, mi avete mandato in albergo le poche cose di mio padre, biancheria, qualche vestito e una casetta. Vi ringrazio. In quella cassetta ho trovato, carte, appunti e considerazioni. Il suo diario mi ha dato informazioni su tutti voi… Ma non ho trovato testamento. Il suo unico figlio sono io; dunque spetta tutto a me.

Dorotea Ma, scusate, cosa possedeva?

Amedeo Già. Voi parlate di un’ipotetica eredità, ma per quanto ne sappiamo, non possedeva niente.

Ludovico Niente? Voi state scherzando. Non aveva niente? Vi giudicate niente, voi?

Amedeo Noi? E cosa c’entriamo noi con la sua eredità?

Ludovico Come, che c’entrate? Voi siete tutto il patrimonio affettivo e sentimentale accumulato e custodito gelosamente da mio padre il quale, per anni e anni, si è prestato a far sostenere, prima a vostro padre e poi a voi, la parte eroica dei benefattori, riservando a sĂ© quella meschina del beneficato. Cosa a costruito in 37 anni vissuti coi suoi benefattori? La sua posizione in cosa consisteva? Tutti i sentimenti che vi spingevano a fargli del bene li coltivaste assieme, voi col buon cuore, lui con la riconoscenza. E un figlio non eredita tutto ciò che costruisce il padre? Io, quale suo legittimo ed unico figlio, sono suo edere: vi ho ereditati. (si alza. Tutti seguono il suo esempio ingtenti ad ascoltarlo affascinati) SarĂ  un patrimonio di sentimenti, quindi astratto, d’accordo. Ma definibile. E per gli uomini di cuore, un patrimonio di sentimenti deve diventare un patrimonio di cose… e un patrimonio di cose è trasferibilissimo! (prende la valigia e la cassetta e si dirige verso la porta indicatagli poco prima) Sono molto stanco, vado a letto. Circa quello che davate a mio padre, e a cui non intendo rinunciare, ci metteremo d’accordo domani. Mi sono informato. Buonanotte. (entra nella camera che era stata di suo padre)

Sgomento di tutti, mentra le signore che lavorano in giardino riattaccano la loro canzoncina

SECONDO ATTO

Stessa scena. La mattina dopo. Ernasto e Caterina mettono in ordine la sala da pranzo.

Ludovico (entra) Buongiorno, ragazzi. Vi salutava così don Prospero, quando vi vedeva la mattina?

Caterina A me dava un buffetto e mi di e mi diceva: “Hai dormito bene, bella?”

Ludovico Questo non l’ho trovato scritto nel diario, ma se ti fa piacere, perché no? Vieni qua (lei si avvicina,lui le da un buffetto) Hai dormito bene, bella?

Caterina Benissimo e voi?… Scusate, come vi chiamate?

Ludovico E a te che importa? Tu come rispondevi?

Caterina Benissimo, e voi, don Prospero?

Ludovico Embè!? Seguita a chiamarmi don Prospero. Tu sei la splendida cameriera della famiglia Selciano. Per te, Prospero, Nicola, Franceschiello o Napoleone terzo è la stessa cosa. (a Ernesto) Tu come ti chiami?

Ernesto Ernesto.

Ludovico Ah, tu sei Ernesto il cameriere. Bravo! Tu sei quello che, con l’autorizzazione dei Selciano, ti permettevi di scherzare con mio padre come fosse un tuo pari. A tavola gli mettevi il sale nel vino, gli teingevi di nero la fodera del cappello,gli nascondevi le scarpe…

Ernesto Scherzavo innocentemente, siccome i padroni si divertivano…

Ludovico Alle spalle di don Prospero. Ti davano corda e tu ti pigliavi il dito con tutta la mano. (a Caterina) E tu, come ti chiami?

Caterina Caterina.

Ludovico Benissimo: Ernesto e Caterina. Dunque, chiamatemi don Prospero come se niente fosse cambiato. Questo soprattutto nel mio interesse, perché se voi ritenete che la morte di don Prospero diciamo… Primo, abbia cambiato qualcosa, mi danneggiate seriamente. Perché voi siete convinti che dopo la sua morte, in casa Selciano, ci sia una persona in meno. Tu, per esempio, Ernestuccio bello, stamattina non mi hai svegliato e portato il caffè a letto. Nel diario di mio padre ci sta scritto e mi spetta.

Caterina Qualche volta ce lo portavo io…

Ludovico E perché non lo dovresti portare più? Anzi, facciamo così: portamelo sempre tu. Questo non è un mutamento, è solo un miglioramento nelle abitudini.

Bice (entra da sinistra) Buongiorno.

Caterina Buongiorno. (osserva l’abito di Beatrice) Vi siete messo il vestito della domenica! Che dirà la signora Dorotea?

Bice Ho dovuto mettermelo per forza: l’altro è troppo sciupato.

Ludovico (guardandola ironico) E questo sarebbe quello delle grandi occasioni?

Bice (seccata) E voi chi siete?

Ludovico Ludovico Ribera. Ma chiamatemi Prospero Secondo. Sono figlio di don Prospero Primo. Ho ereditato il posto di beneficato, qui in casa Selciano. Spero di fermarmi anch’io una trentina d’anni. Voi siete la signorina Bice, vero?

Bice Si.

Ludovico Tanto piacere… mio padre, nel suo diario ha parlato molto di te. (la osserva) E aveva ragione. (ride ironaicamente)

Bice (offesa) Perché ridete? Mi trovate tanto ridicola?

Ludovico Ridicola proprio, no. Ma non ti arrabbiare, te lo dico? Mi sembri una gallinella che è restata sotto la pioggia, fuori dal pollaio. (i due camerieri escono) Del resto, come beneficata, ha scelto l’atteggiamento giusto. Si capisce, stai qua, mangi e bevi, un vestito, bene o male, te lo fanno. Un posto per dormire ce l’hai. Qualche volta ti fanno pure la carità di portarti al cinema… Non c’è male, come vita tranquilla, non c’è male.

Bice Perché m’insultate così?

Ludovico Insultarti? Io dico la veritĂ : vivi di elemosina.

Bice Niente affatto! La famiglia Selciano mi ha cresciuta e la mia riconoscenza dev’essere eterna.

Ludovico Potevano fare a meno di crescerti come ti hanno cresciuta. Abbi pazienza: i tuoi 17 anni fanno pietĂ .

Bice E voi? Voi che dichiarate di avere avuto il posto di beneficato da vostro padre e di voler restare qui una trentina d’anni, come Prospero Secondo, voi non fate pietà forse?

Ludovico Per niente. Io voglio beneficiare di una situazione creata da mio padre e dalla famiglia Selciano. Mio padre è morto, e i morti non si giudicano. Ma i vivi si, e tu sei viva. Tu non erediti, tu crei una situazione. E ti pare che una ragazza possa vivere una vita di continue rinunce e privazioni? Perché? Per la famiglia Selciano?

Bice Ma se non fosse stato per loro…

Ludovico Saresti capitata in un’altra famiglia. Il mondo è peno di gente disposta a fare del bene. Potevi anche trovare una famiglia piĂą ricca di questa. Probabilmente ti stai privando di cose che altri sarebbero felici di darti. La riconoscenza che provi per i Selciano ti rende infelice, meschina, perfino brutto, mentre invece non lo sei. Si capisce, con questo vestitino da quattro soldi, ricucito e accomodato per te. Lo sguardo umile, sottomesso come puoi sembrare bella? Esci, vai dal parrucchiere, comprati della biancheria fine, bei vestiti… E manda il conto all’avvocato.

Bice Mi metterebbe alla porta…

Ludovico Ma neanche per sogno! E’ un uomo di cuore e fa del bene soprattutto per dare pace e serenità al suo spirito. L’avvocato vuole mettere la testa sul cuscinoe dormire tranquillo. In paradiso ci va il benefattore, non il beneficato. Dunque, per soddisfare questa sua aspirazione non ti devi privare per niente. Non puoi essere beneficata e collaboratrice del benefattore. Lui deve raccogliere ingratitudine, senza contare che poi, questi signori, un giorno, ti potrebbero rimproverare di averli costretti con le tue rinunce a darti meno di quanto non fosse nelle loro intenzioni. Tu devi chiedere, comandare. Se l’avvocato ti mette alla porta lo farà per una di queste due ragioni: o non è un vero benefattore ma un egoista, oppure le sue condizioni non gli permettono di dare in proporzione alle tue esigenze. Per dormire tranquillo, lui si troverà una bisognosa più modesta e tu, via! Te ne andrai senza sicurezza nel domani, ma con la certezza che ti si aprirà una nuova strada, la tua vera strada, quella che ti porterà sul tuo vero cammino.

Bice E allora?…

Ludovico Strilla, picchia i piedi, ribellati! Hai 17 anni che fanno pietĂ !

Bice (lo guarda fisso per un attimo, poi si mette le mani sul viso per mostrare il disprezzo che prova per ciò che è diventata. Certo nel suo animo è avvenuto un cambiamento)

Amedeo (da sinistra, seguito da Margherita, entrando si accorge dells presenza di Ludovico, lo guarda con sopportazione, poi guarda la moglie che è ancora più indispettita di lui) Buongiorno.

Ludovico Buongiorno, avvocato. Buongiorno signora Margherita.

Margherita Buongiorno.

Bice (tenta un saluto indifferente ai due che rimangono sorpresi) Buongiorno.

Dorotea (entra con Adele) Buongiorno.

Amedeo Buongiorno, zia. (alla moglie) Tu cosa fai? Esci?

Margherita Si, dovrei, ma non ne ho tanta voglia…

Dorotea Usciamo assieme, devo fare il solito giro di beneficenza; oggi visito gli ospedali. Vieni con me, facciamo due chiacchiere e Bice porta i pacchi.

Bice (risoluta) Non li porto i pacchi! (riprendendosi) Oggi non posso: devo uscire per conto mio.

Dorotea (come gli altri, la guarda stupita) E a me chi mi accompagna?

Bice Non lo so, signorina Dorotea… Non sono tenuta a saperlo. Devo uscire per cose mie. Una volta tanto avrò pur bisogno anch’io di qualcosa, no? Devo andare, permette signora Adele… Signora Margherita… scusatemi, voglio uscire! E i pacchi non ve li voglio più portare: mi vergogno. I miei 17 anni fanno pietà… (esce di volata)

Amedeo E’ impazzita…

Ludovico Perché impazzita? Una che vuole uscire sola, è pazza?

Margherita Io l’ho sempre detto, ma voi non mi state a sentire. Quella è una vipera. Quell’aria da monachella è falsa. (ad Amedeo) La colpa è tua e di tua zia Dorotea, quante volte ti ho detto di metterla alla porta? Ma tu vuoi fare di testa tua… Fai come ti pare, ma io me ne disinteresso completamente! (via a sinistra)

Ludovico Vipera, mi sembra un po’ esagerato…

Dorotea Voi state zitto! L’abbiamo capito che sotto sotto c’è il vostro zampino!

Ludovico Si, ho parlato con la ragazza, per aprirle gli occhi, anche nel vostro interesse.

Dorotea Hai capito, Amedeo? Io ti dico: mostrati risoluto, fai piazza pulita. Hai capito? Piazza pulita!

Amedeo Proprio cosi! Scusa, Adele, lasciaci soli un momento: devo parlare con questo signore.

Adele (guardando Ludovico) Vado… (lui la segue e le apre la porta. Lei si gira a guardarlo, poi esce)

Amedeo Accomodatevi. (siedono)

Ludovico A proposito, visto che a quest’epoca dovevate fare un vestito a mio padre, è scritto nel diario, anzi, precisa che il sarto gliel’aveva già misurato ma non ancora consegnato… Il sarto si chiama Cassese, stamattina sono andato nel vostro studio e gli ho telefonato per sollecitarlo. Ha detto che lo porta subito. Ho fatto bene?

Amedeo Si, e come no!

Ludovico Scusate, mi volevate parlare, dunque dite.

Amedeo Voi chi siete? Cosa volete? Chi vi ha mandato? Quando ve ne andate?

Ludovico Piano, piano. Una cosa alla volta. Chi sono? Ve l’ho detto ieri sera. Cosa voglio? Lo sapete benissimo. Qui ci sono venuto spontaneamente. Quando me ne vado? Ve lo potete togliere dalla testa, perché non me ne vado neanche con le cannonate.

Amedeo Sentite, parliamo seriamente. Con calma e serenitĂ .

Ludovico Ma io sono sereno, e calmissimo.

Amedeo Cercherò di esserlo anch’io. Vedete, voi sostenete una tesi completamente errata, un assurdo addirittura. Un altro vi avrebbe già messo alla porta, ma io sono un uomo perbene, un professionista. So che siete figlio di un uomo stimato da mio padre, un uomo che si può dire, mi ha cresciuto. Voi dite di essere legittimo erede di vostro padre. Ma erede di che cosa? Un patrimonio di sentimenti, dite voi. Ma questi sentimenti a noi faceva piacere manifestarli a vostro padre, che ci faceva pena e gòli volevamo bene. Ma a voi, chi vi conosce? Non ci fate pena, non vi vogliamo bene e non ci siete simpatico. Perché dovremmo tenervi in questa casa? Vostro padre è stato qui, con noi per 37 anni. Ha mangiato, bevuto e campato. (riscaldandosi) Ha fatto la vita del beato porco e se permettete, sono io, erede di mio padre che chiedo a voi, figlio di don Prospero: chi m’indennizza di quanto mio padre ha speso per lui? Voi siete suo figlio? Pagate! Vi siete fatto vivo solo dopo la sua morte. Scusate ma questo non è bello da parte vostra. Avevate il dovere di mantenere vostro padre, non dovevate permettere che vivesse d’elemosina. Dovevate pensare voi a lui.

Ludovico (amaro) A quattro anni? Sapete perché, dopo la morte di mia madre, non si è fatto vivo? Perché trovò benessere e vita comoda qui, in casa vostra. Sfido io, qui non gli mancava niente, vita comoda e tranquilla. Perché crearsi dei grattacapi cercando suo figlio? L’uomo è più felice quando non ha responsabilità, quando sta senza fare niente. Il fatto adesso è questo: mio padre, con la complicità del vostro, non ha lavorato, non ha prodotto, ha disertato la vita. E di questo il danno chi l’ha subito? Io. E a chi mi devo rivolgere? A voi.

Amedeo A me?

Ludovico Già. Perché se vostro padre si fosse fatto gli affari suoi, mio padre avrebbe lavorato, costruito, e io ora avrei ereditato quel patrimonio sostanziale e tangibile.

Amedeo Ma fatemi il piacere! Che cosa avrebbe potuto costruire vostro padre? Era in miseria e mio padre l’ha raccolto che moriva di fame…

Ludovico E chi glielo fece fare di raccoglierlo e sfamarlo?

Amedeo Per voi la caritĂ  cristiana non conta niente?

Ludovico Conta, e come no… Ma non bisogna esagerare. Un aiuto avrebbe potuto ridargli forza, fiducia in se stesso per continuare a lottare. La samaritana dette un sorso d’acqua al sofferente, non gli gonfiò la pancia d’acqua. Non possiamo essere noi a distribuire il bene e il male, non ne conosciamo le proporzioni. Vostro padre ebbe la superbia di mettersi al disopra di una legge distributrice che probabilmente esiste. Dice: ma quello teneva le scarpe rotte e moriva di fame. Ma io in queste condizioni, gli do un aiuto momentaneo e poi lo metto alla porta! Voi invece ve lo siete tenuto in casa 37 anni.

Amedeo State dicendo che mio padre, beneficando don Prospero, vi ha arrecato danno? Dunque secondo voi l’errore che l’ha commesso?

Ludovico Vostro padre.

Amedeo Benissimo!

Ludovico Lo ammettete?

Amedeo Lo ammetto.

Ludovico Continuate.

Amedeo E’ chiaro che chi sbaglia paga. Il risarcimento se mai lo dovreste chiedere a mio padre. Vi trovate di fronte a una sola difficoltà: mio padre è morto. Non credo che ve la vogliate prendere coi morti.

Ludovico Ma voi, l’eredità di vostro padre l’avete accettata. Se avesse avuto dei debiti, avreste dovuto pagarli. L’eredità si accetta con l’attivo e il passivo. Io sono un passivo che avete accettato. Sono un debito morale di vostro padre che dovete pagare.

Amedeo Ma voi siete morale nuovo, stravagante. Non potete pretendere di entrare nell’elenco di quelli normali.

Ludovico I sentimenti sono innumerevoli, infiniti, e sono sensibili al punto che un errore può concretizzarli: io esisto. (pausa) Esisto per voi in quanto l’errore di vostro padre mi ha portato sul vostro cammino. E poi, siete sicuro che mio padre non facesse comodo al vostro? Erano solo bontà di cuore e carità cristiana che lo spingevano?

Amedeo Come sarebbe?

Ludovico Non mi avete detto, e poi è scritto anche nel diario, che vostro padre discuteva col mio tutte le sue cause?

Amedeo Cosa volete insinuare?

Ludovico Il contraddittorio non gli serviva proprio a niente? La causa più importante, quella che gli procurò la fama, non la vinse con la tesi che aveva tirato fuori mio padre? Qui c’è scritto…. (prende il diario e legge) “Sotto il tuo arco di trionfo, caro Matteo, potrei passarvi anch’io, a fronte alta, senza arrossire”. Mio padre era un uomo intelligente, lo vedo dai suoi scritti e dal suo sistema di vita. Intelligentissimo! Infatti era svogliato e pigro. Ora, due sono i punti: in qualità di erede, o mi nominate Prospero Secondo, o mi pagate in moneta sonante il patrimonio che mio padre forse avrebbe costruito.

Amedeo Insomma, concludiamo! Io in casa non vi posso tenere, primo perché siete antipatico a tutti e poi perché non subisco imposizioni. Voi avete torto! In nessun codice del mondo potete trovare un articolo che avvallare una simile stravaganza. Voi legalmente…

Ludovico Ho torto, lo so. Ma potreste avere torto anche voi. L’articolo manca per me come manca per voi. Ad ogni modo vi prego di non parlarmi di diritto legale, bensì di diritto umano, sentimentale. O scendete sul mio terreno, o vi faccio scendere io.

Amedeo E io vi sbatto fuori a calci, avete capito? Non vi accorgete che non sono disposto a sopportarvi? Io telefono in questura, anzi al manicomio e vi faccio ricoverare.

Ludovico Guardate che siete molto eccitato… Gli infermieri non saprebbero chi portare via, se me o voi. Calma… (pausa) Oltre alle carte, lettere e documenti di cui parleremo in seguito, nella cassetta che mi avete fatto recapitare in albergo, ho trovato una rivoltella. Sull’impugnatura è incisa una frase: “Non si sa mai”. Questa rivoltella, fu comprata subito dopo la lite con vostro padre, che dopo trent’anni lo voleva mettere alla porta. Mio padre pensò: “Troppo tardi, ormai sono vecchio… Che faccio? Dove vado? Mi compro un’arma per difendermi dal mio benefattore.” (toglie di tasca la rivoltella) Eccola qua. (legge l’incisione) “Non si sa mai”… La porterò sempre con me… non si sa mai…

Amedeo Voi non sapete quello ne quello che dite ne quello che fate… Violazione di domicilio, minacce a mano armata, mi basta questo a farvi andare in galera!

Ludovico Perché la legge prenda in considerazione certe tesi sballate e assurde come voi considerate la mia, bisogna ricorrere all’irreparabile. Dal momento che voi non volete scendere sul mio terreno, io non ho altra via che scendere sul vostro: vi sparo. Non appena ci sarà scappato il morto, si apriranno le vie legali. La mia tesi verrà discussa sa uomini che, forse, troveranno opportuno aggiungere un nuovo articolo nel codice che potrebbe essere pressappoco questo: “Colui il quale, per dormire tranquillo e per accaparrarsi un posto in paradiso, benefica più del normale un suo simile, lasciando in tal modo infruttifero un capitale umanoe incolpando di ciò la carità cristiana, viene putito con la reclusione da anni a anni…” Se poi mi daranno torto, voi non avrete modo di gongolarne perché sarete morto e in questa causa non potrete nemmeno comparire come testimone.

Amedeo Ma se io vi tengo in casa, commetto lo stesso errore di mio padre: creo anch’io un disertore della vita. Le pare giusto?

Ludovico Mio padre aveva delle responsabilitĂ : aveva me. Io non tengo nessuno. Se spreco la mia vita non faccio danno a nessuno. Dunque, senza alcun rimorso, resto qua come Prospero Secondo.

Amedeo No. Questo ve lo potete togliere dalla testa. Liquidiamo la questione: quanto volete? Vi prendete una manciata di biglietti da mille (milioni) e ve ne andate.

Ludovico Ecco, questa è una via: voi mi liquidate e buonanotte. Pero parlate di una manciata di biglietti da mille (milioni)…

Amedeo Perché quanto volete? Una manciata di milioni (centinaia di milioni)?

Ludovico E a chi li date? Vi siete reso conto della situazione? Io sarò soddisfatto soltanto quando mi darete tutto il patrimonio che mio padre avrebbe potuto costruire in 37 anni. Chi lo può stabilire? Voi stesso avete detto che negli ultimi tempo si appassionava alla fisica moderna; e se inventava qualche cosa, se faceva una scoperta importante? Vi ridurrei all’elemosina… E nemmeno mi sentirei soddisfatto. Sentite me: non vi conviene. Tenetemi come Prospero Secondo.

Amedeo E va bene, voglio scendere sul vostro terreno. Voi resterete in casa mia, ammetterete però che esiste una contropartita. Vostro padre faceva qualcosa per rendersi utile in cambio dell’elemosina che gli facevamo.

Ludovico Certamente. Scesi sul mio terreno, se vi deludo in un solo sentimento, avrete tutto il diritto di mettermi alla porta.

Amedeo Benissimo. Se devo dare, voglio anche avere. Vostro padre parlava col mio di tutte le sue cause…

Ludovico E io ne parlerò con voi.

Amedeo Faceva commissioni per tutta la famiglia.

Ludovico Lo farò anch’io.

Amedeo Ci faceva compagnia e ci divertiva.

Ludovico Vi divertirò.

Amedeo Accompagnava zia Dorotea nei suoi giri di beneficenza, faceva acquisti per conto nostro.

Ludovico Li farò anch’io.

Amedeo (al colmo dell’esasperazione) Lo prendevamo in giro, lo sfottevamo, gli ridevamo in faccia.

Ludovico Riderete in faccia a me. D’accordo?

Amedeo D’accordo! (stretta di mano e i due escono, Amedeo a destra e l’altro a sinistra)

Caterina (entra per preparare la tavola con cinque coperti. Dopo qualche attimo entra Ernesto, seguito dal sarto che ha un involto col vestito fatto per Prospero)

Ernesto (a Caterina) Ha portato il vestito nuovo per don Prospero.

Caterina Allora ha sbagliato. Da oggi i vestiti glieli deve portare al cimitero.

Cassese Lo so che don Prospero è morto, ma stamattina m’ha telefonato uno che mi ha detto: “Il vestito lo dovete portare lo stesso, perché spetta a me che sono suo figlio. L’avvocato Selciano è d’accordo”. E così eccomi qua.

Caterina Ho capito. Allora dovete consegnarlo a don Prospero Secondo.

Cassese Don Prospero Secondo?

Ernesto Il figlio.

Cassese Posso entrare?

Ernesto Bussate e accomodatevi.

(Cassese bussa alla porta di Ludovico, poi entra. Caterina e Ernesto continuano ad apparecchiare

la tavola. Quando tutto è pronto, escono)

Dorotea (entra con Margherita, Amedeo e Adele) Io non sopporterei un’imposizione del genere!

Margherita Ma naturale! Il core, la bontĂ , fino a un certo punto. Io lo metterei fuori a calci.

Amedeo Gia. E… “Non si sa mai”?

Dorotea Cosa vuol dire: “non si sa mai”?

Amedeo Lo so io. Con uno simile, vi garantisco che non si può scherzare. Va a fare del bene! E’ un guaio, un guaio serio. Dopo il padre adesso ci godiamo pure il figlio.

Margherita Ma prendilo per un braccio e mettilo alla porta!

Amedeo Mi spara. Hai capito? E lo fa perché non ha niente da perdere. Quello è un delinquente… Chissà che infanzia e giovinezza ha passati. Che esempio ha potuto avere uno che ha campato in mezzo al mare? Un pirata, un contrabbandiere!

Adele Beh, questa non è tutta colpa sua. Il padre se n’è disinteressato completamente.

Amedeo E perché non se la prende con lui? Però mi ha detto che farà tutto ciò che faceva il padre. Staremo a vedere. Dice che se mi delude anche in una sola cosa, avrò il diritto di metterlo alla porta. Veve fare tutto quello che faceva il padre! Voglio vedere quanto resiste.

Ludovico (esce dalla sua stanza seguito da Cassese. Indossa l’abito nuovo, la giacca è larga e gli pende da tutte le parti, il pantalone larghissimo e corto) Benissimo! Per me va benissimo!

Cassese Va benissimo per voi, ma non per me. (ad Amedeo) Dice che lo deve portare così com’è. Il padre era il doppio di lui!

Ludovico Voi non vi dovete interessare di certe cose.

Cassese No, io mi interesso perché voi portate un vestito cucito da me, e la gente non può sapere se siete pazzo voi o cretino io.

Ludovico Io così me lo devo mettere.

Cassese E allora io ci levo l’etichetta mia.

Ludovivo No, voi l’etichetta non la togliete perché a me spetta il vestito cucito da voi con l’etichetta.

Cassese Ma voi date i numeri; la gente per strada vi ride in faccia!

Ludovico Bravo, ci sei. Devo far ridere. Vero avvocato? Devo fare brutte figure, questa è la mia eredità. Perché dovrei modificare una situazione creata da mio padre?

Cassese Questo è pazzo!

Amedeo Perché non volete che il vestito si aggiusti per voi?

Ludovico Perché io sto ai patti. Voi non dovete perdere niente. Sul terreno dei sentimenti, non posso deludervi. Se lo faccio aggiustare per me, voi potreste accusarmi di vanità e la vanità è un sentimento che io non debbo avere, perché non l’ho ereditato. Il vestito deve rimanere così.

Cassese Avvocato, io me ne vado.

Amedeo Arrivederci.

Cassese Buona giornata. (esce)

Ernesto (dalla comune) Il pranzo è servito.

(Dorotea, Margherita, Adele e Amedeo prendono posto a tavola, scambiandosi occhiate d’impazienza per la presenza di Ludovico)

Ludovico (osserva facendo il conto dei posti a tavola) Ernesto! Manca un posto a tavola. Perché? Io dove mi metto?

Ernesto Se il padrone non mi da disposizioni, io non posso permettermi di fare di testa mia.

Ludovico Questo è giusto. Io per ho il dovere di indagare. Io guardo, osservo. (prende di tasca il diario, ne estrae un foglio che poi depone ben spiegato sul tavolo come se fosse un piano di guerra) Mio padre ha disegnato la sala da pranzo con la disposizione dei posti intorno al tavolo. Questo è il posto dell’avvocato, questo è quello della signora Adele, questo è quello della signora Margherita, qui la signora Bice, che non è rientrata ma che a momenti verrà qui. (indica il posto dov’è seduta Dorotea) Perfetto. Mi dispiace ma è chiaro: manca il posto della signora Dorotea.

Caterina (che è entrata da qualche attimo e ha assistito alla scena) La signora Dorotea, ci ha dato l’ordine di cambiare il suo posto con quello di don Prospero Primo perché la luce negli occhi le dava fastidio.

Ludovico Mi dispiace, quel posto fa parte dell’eredità di mio padre e se la signorina Dorotea lo desidera in cambio del suo, deve chiedere il permesso a me. Signorina Dorotea, quello è il posto mio.

Dorotea E perché, scusate?

Ludovico Perché me l’ha lasciato papà.

Dorotea Si? E con quale diritto?

Ludovico Lo dovreste sapere più voi che io, perché riguarda la vostra coscienza. (indica il foglio) Qui ci sta la carta. Carta cnta! Non l’ho stabilito io… Inconsapevolmente, ma con tutte le responsabilità, lo avete stabilito voi, e per giunta a mia insaputa. Ora, per questo indiscutibile dato di fatto, se la signorina Dorotea non si alza, faccio succedere un quarantotto!

Margherita (alzandosi) Voi non fate succedere un bel niente, perché se mio marito non ha il coraggio di mettervi alla porta, vi ci metto io!

Dorotea Io da qua non mi alzo nemmeno se vengono i carabinieri!

Ludovico I carabinieri non c’entrano, perché per convenzione sociale, darebbero ragione a voi. Dovete avere il coraggio di sostenere il vostro diritto di fronte a me, e poi vediamo se la signorina Dorotea si alza dal mio posto o no!

Amedeo La signorina Dorotea non si alza. Zia, se vi alzate faccio cose da pazzi.

Ludovico E io dove mi metto?

Amedeo Perché vi dovete mettere?

Ludovico Perché ne ho il diritto.

Amedeo Basta! Adesso mi sono stufato. Quella è la porta, uscite immediatamente perché non possiamo sopportare oltre le vostre stravaganze. Uscite vi dico! (si alzano tutti in agitazione) Ernesto, aiutami! (Ernesto fa per lanciarsi verso Ludovivo per mandarlo via)

Ludovico (freddissimo, tira fuori la rivoltella e la spiana contro tutti) Ernesto, non ti muovere. (piccolo grido delle donne. Ernesto retrocede impaurito) A tavola. Ognuno al suo posto. Sedetevi e mangiate. (costretti dalla minaccia, prendono tutti posto. Dorote fa per sedere al suo posto) No zia, no. Quello è il posto mio. Voi là. (indica un posto) Ernesto, Caterina, serviteci. (minacciati, eseguono. Tutti rifiutano l’antipasto, solo Ludovico si serve abbondantemente) Come vedete, per voi non cambiato niente. L’erede di don Prospero, per voi don Prospero Secondo, è come se fosse don Prospero Primo. Non dovete perdere niente. Io sto ai patti. Don Prospero vi faceva compagnia? Io vi faccio compagnia. Don Prospero si faceva prendere in giro dalla servitù, per divertirvi, e io mi farò prendere in giro per farvi piacere. Sempre per divertirvi, don Prospero scriveva poesie e, quando ve le leggeva a tavola, chi rideva, chi gli tirava un tovagliolo in faccia… E la poesia finiva sempre fra un coro di risate e fischi. Dunque coraggio. Io ho accettato l’eredità con l’attivo e il passivo; quello che devo avere lo voglio, e quello che devo dare lo do. (prende di tasca un foglietto) Ho trovato questi pochi versi che mio padre aveva scritto per leggerli a tavola per farvi spassare un poco. Naturalmente, sapeva benissimo come andava a finire. Io, come erede, ve li leggo aspettando fischi, risate e tovaglioli in faccia… (con voce stentorea)

All’ardue cime a cui s’estolle il vate, ove ancor suona di Miron la cetra, io vo’ levarmie le ali a vol librate, spaziar per l’etra…

(ad Amedeo) A questo punto mi potete tirare un tovagliolo in faccia… (Amedeo freme ma non si muove) Decidetevi! Se non lo fate, io non posso continuare… è necessario. Su. (porge un tovagliolo ad Amedeo) A voi, coraggio.

Amedeo (tirandoglielo in faccia) Toh!

Ludovico (con voce ironicamente compassionevole) Lo sapevo…. Fatemi dire questa poesia che è bella! (legge) E sfidando l’aquilon nel corso… Qua ci starebbe bene una risata. Fatela voi, signora Margherita. (lei resta immobile. Lui le punta contro la rivoltella) Ridete, signora.

Margherita (prorompe in una risata di rabbia contenuta) Siete contento?

Ludovico Io? Voi dovete essere contenta, voi non dovete perdervi il divertimento. Fa parte della contropartita… Dunque (legge)

E sfidando l’Aquilon nel corso – dico Aquilon per dire ogni altro vento – stanco, non domo, io vo seder sul dorso del firmamento.

Qui ci vorrebbe un fischio… (si guarda attorno) Nessuno è disposto? Me lo faccio da me… (fischio)

Amedeo Questo è veramente un bel tipo.

Ludovico (legge) E sedendo all’ombra d’un bel faggio, trarrò dal plettro un sovrumano accordo, che Apollo accoglierà con un suo raggio per mio ricordo… (durante la lettura, di nascosto, Ernesto gli toglie il piatto dell’antipasto sostituendolo con un cestino da lavoro. Dorotea ride) Dov’è l’antipasto mio? (si finge indispettito esagerando per indurre gli altri a ridere) Ma perché non mi lasciate in pace?… (a Ernesto) Non ti permettere sai?! Ma io la poesia la finisco lo stesso. E là sedendo all’ombra d’un malvone…

Amedeo (divertito) Oh, adesso basta, la vuoi finire? (gli tira una pallina di pane in faccia)

Ludovico (legge) Trarrò dal plettro la canzon più bella…

Tutti Basta, basta finiscila!

Ernesto Mo ce la faccio finire io. (prende un bicchiere d’acqua e glielo vuota in faccia) Tiè.(tutti ridono)

Dorotea (quasi in lacrime) Mi sta facendo ridere senza voglia… Ma già, sempre figlio del padre è.

Ludovico (tornando serio e aggressivo) No! Dovete dire: erede di quel padre. Se dite figlio di quel padre, vi sparo. (cambia di nuovo tono, diventa ironico e lamentoso) Ridete! Ridete! (tutti obbediscono sotto la minaccia dell’arma. Quando le risate deventano grottesche e isteriche, posa la pistola accanto al piatto e dice seccamente) Basta! Si mangia!

TERZO ATTO

Stessa scena. E’ trascorso un mese. E’ sera.

Ludovico (entra seguito da Caterina) Chi c’è in casa?

Caterina La signora Dorotea e la signora Margherita. La signora Adele è uscita verso le cinque e non è ancora rientrata.

Ludovico E la signorina Bice?

Caterina E’ uscita subito dopo colazione. La signora Margherita era arrabbiatissima per come si comporta da un po’ di tempo a questa parte.

Ludovico Cioè da un mese dall’avvento di Prospero Secondo… E l’avvocato?

Caterina Non c’è.

Ludovico Va bene, puoi andare. (Caterina esce. Rimasto solo, si avvicina al giradischi e mette una canzone napoletana. Dopo qualche istante, entra Dorotea e rimane in ascolto della musica nostalgica)

Dorotea Quant’è bella! (come richiamando alla mente un caro ricordo) Uocchie de suonno nire, appassiunate…

Ludovico Quanti ricordi, vero?

Dorotea Non ne parliamo!

Ludovico Venite qua… (lei si avvicina) Sedetevi… (lei siede non lontano dal giradischi. Ludovico si allontana da lei che ascolta estatica la canzone, lui spegne l’interruttore del lampadario centrale. La scena resta in penombra, con la sola luce dell’abat-jours. Lui si avvicina al divano dove lei è seduta camminando in punta di piedi. Le mette le mani sugli occhi e le bacia la fronte)

Dorotea (non riuscendo a staccare la realtà dal sogno) Prospero… Prospero! (Ludovico spegne il giradischi e va ad accendere la luce. Lei si scuote tornando alla realtà) Oh, scusate, scusate tanto. (capisce che Ludovico conosce il suo segreto, timorosa, con un filo di voce) Giurate di non dire niente alla mia famiglia.

Ludovico Eravate la sua amante.

Dorotea (debolmente) Non è vero!

Ludovico Zitta. Io conosco vita, morte e miracoli… Appuntamenti notturni, paseggiate al chiaro di luna e persino le vostre minacce di suicidio, quando mio padre voleva lasciare questa casa… Che ne avete fatto della spilla di brillanti a forma di cuore?

Dorotea La portavo sempre sul petto in suo ricordo. Me l’hanno rubata.

Ludovico Una spilla di quella forma, è un simbolo. Vuol dire che mio padre vi aveva dato il suo cuore.

Dorotea E’ stato l’unico uomo che mi ha voluto bene…

Ludovico Lo so. Nel suo diario parla molto di voi.

Dorotea Mi raccomando, non dite niente a nessuno: la mia vita non è stata facile… (avviandosi) Non parlate, ve lo chiedo come a un figlio…

Ludovico E poco c’è mancato. (lei esce. Lui va in camera sue e chiude la porta)

Amedeo (entra seguito da Lorenzo) Mo vi faccio vedere chi sono io. Lo voglio cacciare a calci!

Lorenzo Mi dovete fare un piacere: quando lo cacciate, voglio essere presente.

Amedeo E’ giusto, anche voi dovete avere la vostra soddisfazione… Mascalzone! E’ rimasto con la mano nel sacco!

Lorenzo Precisamente. Del resto, se lo portava scritto i fronte. Il bello è che è venuto da me. Proprio da me che servo la vostra famiglia da anni e con che devozione!

Amedeo Che faccia tosta!

Lorenzo Si meritava una faccia di schiaffi, ma siccome avevo deciso di andare in fondo, per farlo trovare in difetto, l’ho assecondato.

Amedeo Avete fatto bene, ma adesso non voglio perdere neanche un minuto. (verso la camera di Ludovico) Ehi voi! Venite qua un momento!

Ludovico (entrando) Desiderate?

Amedeo Beato chi vi vede.

Ludovico Stamattina sono venuto allo studio ma non vi ho trovato. Ho aspettato un’oretta, poi ho pensato: non verrà più. Così sono tornato a casa.

Amedeo Lo credo. Ho lasciato lo studio alle dieci e mezza e voi non eravate ancora arrivato. Siete un dormiglione. Io la mattina mi alzo alle sei e mezza, massimo alle sette.

Ludovico E’ naturale! Voi non avete nessun motivo per essere pigro. La mattina andate al vostro studio da padrone, il che significa che non dovete fare niente. C’è il procuratore che fa tutto, poi ci sta lui (indica Lorenzo) Io invece quando mi sveglio e so che devo venire allo studio a parlare con voi, penso alla vostra intelligenza, e mi viene lo sconforto.

Amedeo Questo, vostro padre non lo diceva e non l’avrebbe mai detto.

Ludovico Ma lo pensava… E lo annotava nel suo diario. (legge) “Per quanto è furbo il padre, tanto è fesso il figlio! Com’è vero che l’intelligenza salta sempre qualche generazione” Io intanto lo dico in quanto ne ho diritto.

Amedeo Sicchè io sono poco intelligente, vero? E voi siete un farabutto, un truffatore e un ladro! Io sarò poco intelligente, ma voi siete stato poco furbo!

Ludovico Ma che state dicendo?

Amedeo Prendete i vostri quattro stracci e filate immediatamente, altrimenti vi consegno alla polizia. E questa volta, non vado a denunciare una minaccia, ma un furto. Ladro! Così avete fatto i miei interessi? Intascandovi centomila lire di sovrapprezzo?

Ludovico Ma cinquantamila le ho date a lui! (indica Lorenzo)

Lorenzo Non vi permettete nemmeno di nominarmi. Di quei soldi e della lettera di accompagnamento ho giĂ  parlato al signor Selciano: ho voluto fargli capire chi siete e come la pensate. E gli ho pure detto che non vi ho preso a schiaffi quel giorno per arrivare a questo, e farvi cacciare a calci. Ma se ti permetti solo di nominarmi, ti piglio a schiaffoni!

Amedeo Beh? Avete perso la lingua?

Ludovico Avete ragione: sono un ladro.

Amedeo Quella è la porta, uscite. Non pretenderete di restare qua dopo quello che avete fatto?

Ludovico Vado a prendere la valigia e la cassetta. Vorrei solamente chiedervi un favore: chiamate la vostra famiglia e mettetemi alla porta in loro presenza. Tutti devono sapere che sono un ladro e cheho rubato: ci tengo.

Amedeo Se è per questo, sarete accontentato.

Ludovico Permettete? (va in camera sua)

Lorenzo Ma che sfacciato!

Amedeo (a Margherita e Dorotea che stanno entrando) Venite, venite! Assisterete a una bella scena.

Dorotea Ch’è stato?

Amedeo Ci siamo liberati di don Prospero Secondo.

Margherita E come si è deciso?

Amedeo Non si è deciso lui, l’abbiamo fatto decidere noi.

Ludovico (esce dalla sua stanza con valigia e cassetta. Si piazza al centro della scena e guarda intorno) Eccomi qua. Ci siamo tutti? Manca la signora Adele, ma non ha importanza. Signor Amedeo, a voi. Insolentitemi, svergognatemi: me lo merito.

Amedeo Lorenzo, parlate voi.

Lorenzo Si, parlo io. Secondo le vostre disposizioni, lui fu autorizzato a trattare per vostro conto l’acquisto della tenuta vicino a Formia. Ci recammo sul posto per prenderne visione. Le trattative si svolsero in questo modo: la tenuta è costata centomila lire meno del prezzo che avete sborsato voi. S’è messo d’accordo col proprietario e il contratto e il contratto che avete firmato gli ha fruttato centomila lire di utile… Siccome senza il mio intervento non avrebbe potuto consumare il furto, ha creduto di poter raggiungere un accordo con me. Con me! E ha avuto l’ingenuità di mandarmi metà della cifra accompagnata da questa lettera. (la prende di tasca e legge) “Egregio signor Lorenzo de Ricco, come d’accordo vi rimetto un vaglia bancario di lire cinquantamila. Come vedete, il primo affare trattato per conto dell’avvocato Amedeo Selciano, ha fruttato bene. Sperando che questo sia l’inizio di una lungaserie di guadagni, passo a salutarvi. Ludovico Ribera.” Io, con una mano ho preso il vaglia e con l’altra lo consegno nelle vostre mani. (esegue) Così avete tutto il diritto di metterlo alla porta.

Amedeo Per voi, adesso, c’è una sola via di salvezza. Consegnarmi immediatamente le cinquantamila lire e sloggiare; altrimenti, come vi ho già detto, faccio una telefonata in questura e vi consegno alle guardie.

Ludovico Piano, piano! Senza una giustifica da parte vostra, io non vi posso restituire la somma.

Amedeo Una giustifica? Vuoi vedere che lui ruba e io mi devo giustificare?

Ludovico Ma certo. Di fronte a me, ladro, siete voi che vi dovete vergognare. Le responsabilità, signori miei, vogliamo pensare alle responsabilità? Perché vi detesto? Perché vi tormento? Perché ho rubato? Questi tre perché, li vogliamo mettere a posto o no? Dunqu, io vi dissi, e fummo d’accordo, che se vi avessi tradito in un solo sentimento, vi avrei dato il diritto di mettermi alla porta. E’ vero? Voi poi diceste, e pure fummo d’accordo, che per rimanere in questa casa, come erede di mio padre, avrei dovuto fare tutto quello che faceva lui. E’ Vero? (pausa) Mio padre rubava.

Amedeo Vostro padre?

Ludovico Precisamente. In questa cassetta ci sono tutti i documenti.

Amedeo Bella riconoscenza!

Ludovico No, egregio signore, non bisogna giudicare così superficialmente. Bisogna andare a fondo. Come avrebbe potuto, mio padre, mettere da parte un po’ di soldi se vostro padre non gli dava modo e tempo di guadagnarseli? Cosa avrebbe dovuto fare in 37 anni di permanenza in questa casa?

Amedeo Avrebbe dovuto adorare la nostra famiglia.

Ludovico E invece la odiava. Il beneficato odia il benefattore appunto per la riconoscenza che gli deve. Perché non crediate che il benefattore si accontenta di una riconoscenza normale. Quando ti ha fatto una buona azione, poi pretende chissà che cosa… Infatti si affeziona al beneficato perchè, beneficandolo crede di comprarselo fino a farne una cosa sua. Dunque, la carità cristiana non c’entra proprio niente. C’entra il arbaro desiderio di dominio, di possesso che l’uomo ha verso gli altri uomini. Io, rubando non vi ho deluso, ma vi ho dato conferma del male che mi avete fatto. Ho rubato con lo stesso sistema usato da mio padre con la complicità del vostro amministratore: il signor Lorenzo de Ricco qui presente… Già, perché mio padre rubava d’accordo con lui. Il signor de Ricco è stato felicissimo della morte di mio padre, perché un socio non gli faceva più comodo; gli toglieva metà degli utili. (prende una lettera dalla cassetta) Passiamo alla documentazione. (legge) “Caro don Prospero, come d’accordo vi rimetto lire cinquantamila in vaglia bancario. Come vedete, il primo affare per conto dell’avvocato Selciano, ha fruttato bene. Spero che questo sia l’inizio di una lunga serie di guadagni. Vostro Lorenzo de Ricco” Evidentemente, il signor de Ricco, non ricordava questa lettera che porta la data del 1920, altrimenti gli sarebbe saltato agli occhi che la mia è la copia identica di questa. Nella cassetta ve ne sono altre nove, per un utile complessivo di 170.000 lire. Come vedete io, per mettermi alla pari devo rubare altre 120.000 lire. Vedremo appena ne avrò l’opportunità…

Amedeo Lorenzo… (lui non risponde, dopo un attimo di esitazione, esce a testa bassa)

Ludovico Nella cassetta ho trovato lettere, documenti, ma nemmeno l’ombra di un centesimo. Dunque, io come erede, dovrei chiedervi conto delle 170.000 lire rubate da mio padre. Ma io so dove sono andate a finire… E un po’ lo sapete pure voi, avvocato. Quando si è molto giovani e si vive nell’agiatezza, capita qualche sera di perdere al gioco venti o trentamila lire. E a chi ci si confessa, se non all’amico di famiglia?… “Tu godi della fiducia di papà… Devi fare il tale acquisto… Io ho perso sulla parola…” Il debito viene pagato. Poi diventa accordo e l’accordo entra finalmente nelle cose normali della vita.

Margherita Amedeo… (lui abbassa la testa, non osa parlare)

Ludovico Mio padre comprava gioielli… (prende dalla cassetta una fattura e legge) “Anello d’oro con rubini e brillanti: lire dodicimila. Pagato.” (altra fattura) “Spilla d’oro con brillanti, a forma di cuore: diecimila lire. Pagato.” E qui c’è una lettera tenerissima che vale la pena di leggere… (legge) Prospero mio, se tu mi lasci, se te ne vai da questa casa, io m’ammazzo…” (Dorotea siede e piange sommessamente) Dunque non si trascurò niente per inchiodare mio madre in questa casa.

Margherita Zia Dorotea…

Bice (entra. Completamente trasformata. Abito elegante, pettinatura alla moda e con la gioia di vivere negli occhi. La segue Ernesto che porta un pacco contenente l’abito smesso, e ha una busta con il conto della ditta. Tutti la guardano con meravigli) Buongiorno.

Amedeo Ma chi è?

Bice Bice, sono Bice, non mi riconoscete? Avevo tanto bisogno di comprarmi un vestito. Sto bene cosi? Signora Margherita, guardate la pettinatura… E le scarpe vi piacciono?

Margherita Ma chi ti ha dato i soldi per tutte quelle spese?

Bice Nessuno. Parrucchiere e calzolaio manderanno i conti più tardi. Quello del vestito ce l’ha il commesso del negozio che sta aspettando fuori.

Amedeo A si? E chi paga? (Bice non risponde)

Ludovico (a Bice, sottovoce ma in modo che sentano tutti) Siate franca, coraggio: paga l’avvocato Selciano!

Bice (ripete pappagallescamente) Paga l’avvocato Selciano.

Amedeo Io!?

Ludovico (c. s.) Certo, voi siete il mio benefattore.

Bice (c. s.) Certo, voi siete il mio benefattore.

Amedeo Ma la senti, Margherita? Questa è veramente enorme.

Ludovico (c.s.) E perché? Siete voi che volete fare del bene.

Bice (c.s.) E perché? Siete voi che volete fare del bene.

Ludovico (c.s.) Io non faccio che secondarvi, ma non voglio rimetterci.

Bice (c.s.) Io non faccio che secondarvi, ma non voglio rimetterci.

Margherita Vattene! In casa nostra non c’è più posto per te. Mo’ basta! E dove vogliamo arrivare?

Amedeo Adesso metto io le cose a posto. (a Ernesto) Vieni qua tu. Il commesso è fuori?

Ernesto Si.

Amedeo Dammi il conto. (lo prende dalle mani di Ernesto e legge il totale) Io pago per quieto vivere. Di al commesso che, per il futuro non siamo responsabili degli acquisti di questa signorina, che non la conosciamo. Lo stesso avvertimento lo faremo anche agli altri. (Ernesto esce)

Margherita (contrariata e aggressiva) Non dovevi pagare. Dovevi metterla alla porta.

Amedeo So quello che faccio. (a Bice, in tono sostenuto) Ehi, tu, spieghiamoci bene: Noi continuiamo a farti l’elemosina di tenerti in casa, perché la tua età non ci consente di metterti in mezzo alla strada. Togliti dalla testa tutte le illusioni. Continua a fare la vita che stavi facendo e ringrazia Dio che ti ha fatta capitare qui. Se non ti va, quella è la porta. Basta con la beneficenza. Non do più un soldo a un pezzente nemmeno se lo vedo crepare.

Ludovico Avvocato, finalmente! Mi pare che l’abbiate capita!

Amedeo Con voi le cose andranno diversamente.

Ludovico Già, ma ricordatevi che nella vita “non si sa mai”

Amedeo Me lo ricorderò.

Margherita Solo io ho sempre capito che panni veste quello là… (esce dietro ad Amedeo)

Bice (abbattuta, guarda Ludovico)

Ludovico Non lo so. Il mondo è piccolo. Fra un giorno, fra un mese, fra un anno ci incontreremo e lo dirai tu a me. Le strade inventano gli uomini, infatti spesso portano nomi degli uomini inventati. Io fui cresciuto da una portinaia. Povera donna, faceva quello che poteva, io però sapevo che non era mia madre… Al secondo piano di quel palazzo, abitavano moglie, marito e un figlio. Un bambino della mia età, gracile e malaticcio, aveva quasi sempre la febbre… Spesso mi chiamavano a fargli compagnia, perché gli ero simpatico. I bambini viziati hanno sempre ammirazione per quelli poveri. Mi ricordo come se fosse adesso… quanti giocattoli aveva quel bambino! Io mi mettevo vicino al suo letto e guardavo: treni, barchette, soldati, fucili, trombette, bersagli… il cerchio. Ancora oggi, quando passo per un giardino dove ci sono ambini che giocano col cerchio… tutti sudati, ridenti, felici… Io mi fermo e resto delle ore a guardarli. Da bambino non ho mai giocato col cerchio. Papà rimase qua, perché vuoi commettere lo stesso errore? Guarda me e troverai la forza di andartene.

Bice (risoluta) Si. (alludendo al vestito che indossa) Il vestito lo lascio.

Ludovico No. Il vestito è tuo. L’hai pagato. Ti pare poco quello che ti ha detto l’avvocato Selciano?

Bice (quasi piangendo) Si, l’ho pagato. Grazie… (prende l’involto che portava Ernesto e fa per uscire, raggiunto l’uscio, si volta verso di lui che la guarda) E voi? Restate?

Ludovico Io non posso andarmene. Te l’ho già detto: sono la conseguenza, e non devo fare niente per modificarla, sono l’rede.

Bice (lo guarda, quasi commiserandolo, poi esce rapida. Piccola pausa)

Adele (entra guardando verso l’interno segue con gli occhi Bice che si allontana) Cos’ha? Piange, ha detto “vado via per sempre”…

Ludovico Si, gliel’ho consigliato io. Doveva andarsene…

Adele Ma Prospero Secondo no. Prospero Secondo rimane?

Ludovico Certamente, io resto. (va al giradischi, rimette il disco di prima, si avvicina a lei, toglie di tasca un astuccio e glielo porge)

Adele (lo apre e vede una spilla di brillanti a forma di cuore) Bello! Zia Dorotea ne aveva una quasi simile. Grazie, Ludovico! Sei tento caro. E’ un cuore…

Ludovico Ha la forma del cuore.

Adele (lusingata e con intenzione) E un cuore. (si appunta la spilla al petto)

Ludovico Ma di brillanti.

Adele lo prende per mano e lo tira dolcemente verso la camera di lui. Ludovico la ferma, facendole capire a gesti che vuole riprendersi la roba che ha lasciato sopra e accanto al tavolo. Adele lo aiuta prendendo il sacco, mentre lui prende la valigia, poi per mano si avviano verso la camera di lui, entrano e chiudono la porta.

Dopo un attimo, da sinistra, entra Dorotea, come affascinata dalla musica, e rimane ad ascoltarla rapita. La porta della camera di Ludovico si apre e appare Adele; vuole ritirare la cassetta dimenticata sul tavolo. Vede la zia e si ferma. Le due donne si guardano a lungo. Adele incrocia le braccia sul petto con aria di sfida. Poi avendo comunicato alla zia il messaggio, e cioè: “Prospero Primo era tuo, questo è mio e non credo che tu abbia qualcosa da ridire”. Prende la cassetta dal tavolo e rientra in camera di Ludovico chiudendosi la porta alle spalle. Dorotea avanza di un passo, quasi volesse seguirla, ma avendo intuita la situazione che si è creata fra i due, gira sui tacchi e torna sui suoi passi, mentre lentamente cala la tela.