Processo agli innocenti

Microsoft Word - PROCESSO

PROCESSO AGLI INNOCENTI

Di Carlo Terron

COMMEDIA IN TRE ATTI

Ad Evi Maltagliati

PERSONAGGI:

MARTA

IRENE

LIVIO

ENRICO

EUGENIO

Nel dopoguerra odierno.

ATTO PRIMO

La tersa e ordinata stanza di soggiorno di una villa appartata ma non lontana da qualche sito di villeggiatura alpina della Svizzera, dove il naturale sentimento dellospitalit, rinforzato dallinteresse turistico, ha per effetto quella compiacente e comoda discrezione che evita meticolosamente di indagare nei fatti privati del prossimo, specialmente quando essi avvengono dietro alle ricche pareti della dimora personale della gente rispettabile. Oltre la finestra, monti e cielo. E dentro, come fuori, la stessa aggressiva luminosit, avara di ombre e di mistero, che d alle cose una secca e lucida evidenza, e finisce collobbligare i sentimenti ad una eguale, crudele chiarezza. Squilla il campanello del telefono, una e due volte. Entra EUGENIO. Pur senza essere di preciso nessuno dei tre, c in lui qualche cosa del servitore, del confidente e del complice. Va a rispondere alla telefonata.

EUGENIO - Io, EUGENIO Fra mezzora. Bene S, solo Uscito Impossibile, lautomobile lha presa il signor ENRICO Non vi aspettavamo di ritorno prima di posdomani, signora Se avesse saputo, immagino che vi sarebbe venuto incontro alla stazione Cos credo Anche lui, solo Da casa, almeno, partito solo Appunto, uscito, volevo dire No, no. Giudicando dal vestito e dalla racchetta, soltanto uscito per una partita a tennis Sissignora, gli ho raccomandato di badare ai raffreddori Che vi debbo dire? Non avr voluto andare a piedi Una comprensibile vanit, allora Mah Con grande appetito Ha messo molta cura nel vestirsi. Ma ce la mette sempre Da due ore Ha promesso di essere di ritorno per colazione Mica giurato: detto, semplicemente S, cos Scusate Se lo desiderate, posso telefonare, gi ai campi Non per richiamarlo. Intendevo per verificare se veramente al tennis. E con chi Mera parso Come volete Ma torner certamente. Tanto pi, avendo dimenticato lanello in bagno. Un regalo cos non Scusate Giusto Non irritante; cerco di essere soltanto obiettivo. Come si sar capito, allaltro capo del filo c un sentimento allerta e una volont precisa che esigono molta diligenza dal proprio informatore. Sereno, con un po di noia Ha dedicato al suo corpo pi cure del solito. Ma, per quanto meticolose, le cure del corpo, non sono sufficienti a riempire la giornata di un giovanotto sano, di venticinque anni, affetto da lussi morali No, niente malinconia. Semmai, ironico Ha letto due romanzi polizieschi, ha fatto girare tutti i dischi e s mostrato contento nellapprendere dai giornali che scoppiata la guerra in Asia Mah Ha anche soggiunto: Se fossi meno ignobile, ecco unoccasione per risolvere i miei problemi arruolandomi volontario Probabilmente era in un momento di malumore. Voglio dire, uno di quei momenti che, di solito, alla presenza di terzi, si dedicano al restauro della propria dignit Nessun commento, signora. Assolvo il mio compito riferendo esattamente laccaduto di questi quattro giorni Non aspetta a me giudicare La rinuncia a giudicare compresa nel salario. Essa fa parte del mio impiego, voglio dire Pronto. Il mio solito umore, signora. Anche lumore invariabile un dovere professionale Due sere delle quattro della vostra assenza. Ma, alla mattina, era sempre a casa, nel suo letto; qui, insomma A giocare, ritengo. Cos, almeno, se debbo giudicare dalla richiesta di cinquemila franchi, fattami ieri Subito. Secondo le vostre istruzioni Offeso? No Imbarazzato? Nemmeno. Appena un impercettibile rossore alla radice dei capelli: il minimo inevitabile Di giorno? Tre volte. Due pomeriggi e una mattina Qui, no, mai nessuna Chiedo scusa di nuovo: volevo dire nessuno In complesso, irreprensibile Ha avuto soltanto qualche curiosit Rassicuratevi. Mi conoscete da dieci anni Curiosit innocue ed innocenti. E, del resto, non ha insistito Situazioni del genere, in passato, sono state pi difficili da parare No S No. Piuttosto Ma non so se debbo Ieri sera, dopo aver osservato che in tutta la villa non esiste traccia di un ritratto mi ha chiesto se, per caso, avevo una vostra fotografia No. Non precisamente Di alcuni anni fa Voleva una vostra fotografia a ventanni, signora Pronto?... Pronto?... Pronto?... Depone il telefono e sta per andarsene quando costretto a fare un salto indietro per non essere colpito in testa da una palla da tennis lanciata dal giardino. Come tirati dal filo della sua traiettoria, dietro ad essa entrano ENRICO e LIVIO. Entrambi della stessa et e simili di educazione, ma laspetto, i modi, la sensibilit e le reazioni sono molti diversi.

ENRICO - (gaiamente) Basta lasciarsi condurre. Ecco. Visto? Dritta la porta. S infilata qui dentro. Ti invita ad entrare. Continua a decidere lei. (Seguendo la sua traccia sul pavimento) Attento. Si ferma. Non c rimedio, LIVIO. Ha deciso qui. (Vede il domestico) E voi che fate ancora?

EUGENIO - esce senza dir niente.

LIVIO - Vecchio commediante.

ENRICO - Uninnocente palla da tennis ha riallacciato la nostra sorte. Non resta altro da fare che abbandonarsi e star a vedere quel che decider di noi. Offriamoci dunque al caso.

LIVIO - Sono contento, ENRICO.

ENRICO - (ora un altro tono. Meno scherzoso) Sinceramente, pensavo che tu potessi essere morto. Portato via dallirreparabilit dei tuoi principi morali.

LIVIO - Io no. Sono sempre stato persuaso della tua buona salute. Conservato dalla prudenza del tuo cinismo.

ENRICO - Cinismo prudente. Dovevi arrivare tu per trovare la definizione giusta.

LIVIO - Pi di cinque anni senza saper nulla luno dellaltro. Fa un certo effetto ritrovarsi di fronte dopo tanto tempo.

ENRICO - E si prova dellimbarazzo, no? Ad essere precisi: qualche cosa come un preludio di rimorso.

LIVIO - Rimorso? Avevi pure il mio indirizzo. Mentre io non avevo il tuo.

ENRICO - Avevo lindirizzo della tua famiglia. Ma non la stessa cosa. In un certo senso , o, almeno, era, il contrario. E poi, a che scopo? Cercarti. Col doppio rischio di sentirmi comunicare che non eri pi di questo mondo e dover fare la conoscenza dei tuoi parenti per essere invitato a commemorare insieme la tua perdita. Ma, forse, mi premeva difendere soltanto un segreto. Il segreto della nostra amicizia. Stavo per dire della nostra complicit.

LIVIO - Per resuscitare dopo tanto tempo, si vede che era necessaria una strada svizzera e una palla da tennis finita sotto le ruote della mia automobile.

ENRICO - Tho riconosciuto subito. E confesso che sono stato sul punto di lasciarti ripartire senza farmi vedere. Sarebbe bastato non balzar fuori quando ti sei fermato. Solo questo. E unaltra occasione simile non si sarebbe, forse, pi presentata nella nostra vita. A questora, tu correresti verso Zurigo, Berna o chiss dove, in mezzo a queste cime e a questo cielo che stanno sulle coscienze con la chiarezza perentoria e crudele di una formula geometrica.

LIVIO - (cordialmente scherzoso) Chiss che non sia proprio la natura, ENRICO; questa natura esemplare che obbliga gli svizzeri ad essere quei cittadini onesti che sono.

ENRICO - Gi. O, almeno, a far in modo di apparir tali. Io avrei scoperto che sei vivo e sano e ci mi sarebbe dovuto bastare. Ma sono state le gambe a decidere. In un certo senso, sono sempre le gambe a decidere dei fatti miei.

LIVIO - Tuttavia, meglio cos, no?

ENRICO - Cos, come?

LIVIO - Voglio dire, meglio accorgersi che quattro anni di collegio e uno di campo di concentramento, subiti insieme, contano qualche cosa.

ENRICO - E dimentichi i vizi comuni di due adolescenze. Un breve silenzio. Il vago impaccio del suo discorrere va aumentando e chiede soccorso allironia. Chiss se il meglio questo,

LIVIO?La memoria il codice segreto delluomo. Essa lavora al buio e accumula dentro ognuno di noi montagne di colpe.

LIVIO - Non bisogna confondere le colpe coi ricordi.

ENRICO - Dipende. E se uno si accorge che i suoi ricordi sono soltanto colpe?

LIVIO - Una vecchia storia. Di solito, tu inventi questi paradossali problemi quando non sei soddisfatto di te.

ENRICO - Un inganno teso a se stessi per far passare di contrabbando le proprie piccole miserie, sotto gli alti archi dei principi assoluti. Pu darsi. Una truccatura, come unaltra, della propria vigliaccheria. La trappola della coscienza di molti uomini doggi di essere ancora abbastanza cristiani per giudicarsi, senza pi esserlo a sufficienza per pentirsi. Di essere dei perfetti cattolici, insomma. Ci risulta pi scomodo di quel che pare. Sorridi?

LIVIO - Sorrido. Perch non le scrivi queste cose?

ENRICO - Sarebbe a dire?

LIVIO - Si tratta di brillanti verit letterarie ancora adatte ad adornare i personaggi di qualche romanzo. Ma diventate insufficienti alla coscienza delluomo odierno, dopo quel che gli accaduto.

ENRICO - Considerale il mio estremo residuo borghese. Qualche cosa alla propria origine bisogna pur pagare. Tu lo dovresti sapere. Verso di me, fosti sempre in un atteggiamento di difesa. E, forse, non avevi nemmeno tutti i torti. Di noi due, a me toccata la sorte di colui che entra di forza nella vita dellaltro. E con conseguenze non sempre fortunate. A me dovesti lespulsione dal collegio. A me, fino a un certo punto, il campo di concentramento. Sai, questi ricordi, come li chiami tu, forse sono stati la ragione principale per la quale ho evitato di cercarti.

LIVIO - Spiacente di toglierti il compiacimento di questa sudditanza, ENRICO; ma io non ti debbo nulla di tutto ci. Ti sono debitore di cose assai migliori.

ENRICO - Constato che hai percorso a grandi marce il cammino della tua irrimediabile vocazione verso la rispettabilit.

LIVIO - Ebbene, s, in un certo senso. Ma non poi detto che sia meno facile stare nellordine che rimanersene fuori di proposito.

ENRICO - Senza dubbio. Io ne so qualche cosa. E dunque, tutto benissimo. Reputo che dovrei anche mostrami riconoscente delle tue parole. Tuttavia, letteratura a parte, questo inopinato incontro si presterebbe a delle considerazioni ammonitrici sugli agguati occulti del destino. Di che cosa dovrai essermi grato la prossima volta?

LIVIO - Di averti ritrovato, penso. E di essermi potuto persuadere che non sei mutato. Almeno a parole. Ci pi che sufficiente.

ENRICO - (di colpo serio) Forse un po comico fare discorsi simili alla nostra et, ma, in un certo senso, tu sei stato la mia coscienza, LIVIO. Assai pi di quanto tu possa credere. Ed anche di quanto potessi credere io. E, in certe occasioni, la propria coscienza si evita di andarla a cercare. Tuttal pi, ci si rassegna allincontro quando non la si pu scansare. Tu amavi la tua famiglia ed io non potevo soffrire la mia. Tu avevi il culto di tua madre

LIVIO - Meritato, ENRICO.

ENRICO - Non ne dubito Ma io disprezzavo mio padre a causa della mia. Tu avevi promosso tua sorella a segreta confidente ed io consideravo mio fratello come un patente nemico. E, ad onta di ci, noi fummo gli amici che fummo.

LIVIO - Ad onta, dici? Anzi, proprio per ci, penso. Perch tu non potevi rispettare tua madre ed io avevo perduto mio padre prima di conoscerlo perch tu non avevi una sorella ed io non avevo un fratello; perch ognuno di noi possedeva ci che allaltro mancava.

ENRICO - No. Probabilmente, perch tu rappresentavi ci che io avrei dovuto e, forse, desiderato, essere. E perch io ti offrivo la parvenza di quella libert per la quale sentivi oscuramente che ti sarebbero sempre mancate le occasioni.

LIVIO - O il coraggio.

ENRICO - Non ho detto questo.

LIVIO - Sei sicuro di non averlo pensato?

ENRICO - Sicuro. O quasi.

LIVIO - Pu darsi che tu abbia ragione. Vuol dire che, questa volta, ero io a far della letteratura.

ENRICO - E della pi scadente: letteratura sentimentale. Nemmeno tu sei molto mutato.

LIVIO - E va bene. Staremo in guardia dal sentimento, visto che ne fai una questione di buon gusto. Ma il tono del loro discorso si era fatto pi semplice e cordiale e concludono sullaccordo di una risata.

ENRICO - ha suonato un campanello ed comparso

EUGENIO.

EUGENIO - Si ferma anche a colazione il suo amico?

ENRICO - No. E nemmeno io. (EUGENIO esce) Se non ti dispiace, preferisco condurti a colazione gi al villaggio. Mi pare di essere pi libero.

LIVIO - Ma io debbo ripartire subito.

ENRICO - Non mettertelo nemmeno in mente, prima di sera.

LIVIO - Prima di sera debbo essere a Zurigo.

ENRICO - Ci sarai prima di domani sera, ecco tutto.

LIVIO - E un impegno importante.

ENRICO - Ne dubito. Immagino che alle basse esigenze provveder ancora lo straordinario genio commerciale e la proverbiale abnegazione di tua madre.

LIVIO - Certo, ENRICO. Ed un peccato che tu non abbia mai voluto conoscerla. Avresti avuto loccasione di riconciliarti un po col tuo prossimo.

ENRICO - Per quel che ne so, tua madre appartiene alle autorit scettrate e alle eccezioni rispettabili. Una specie di santa innestata su un generale. Due categorie di persone per le quali non ho mai avuto inclinazione. Non riesco ad immaginare gli effetti, sullanimo di una donna, di tutta una vita dedicata ai minerali preziosi.

LIVIO - Trasparente e incorruttibile come i suoi diamanti. In questo periodo sta percorrendo lOlanda per il solito giro annuale daffari. A casa, intanto, la sostituisce mia sorella. tornato EUGENIO, prepara caraffa e bicchieri ed ascolta.

ENRICO - Capisco che, malgrado la guerra e tutto il resto, siete rimasti afflitti dallo stesso indecente numero di milioni. Ecco, esempio, una faccenda sulla quale quanto accaduto non ha influito come sulle coscienze. Non ti pare?

LIVIO - I tuoi sarcasmi non impediscono che ci che ha saputo fare mia madre, resti ammirevole.

ENRICO - Se ti dico uneccezione

LIVIO - Vedova a ventanni, erede di unazienda della quale conosceva soltanto lesistenza per le perle che le regalava mio padre il giorno del suo onomastico.

ENRICO - Alla sua morte, le intitoleranno una strada.

LIVIO - Sono cose che tu non capisci. Chiss che sarebbe stato di me e di mia sorella senza di lei.

ENRICO - Meno milioni e maggior indipendenza, penso.

LIVIO - Abbiamo idee differenti sullindipendenza, noi due.

EUGENIO - uscito.

ENRICO - Ad ogni modo, la conclusione di tutto ci che io posso trattenerti, per una giornata, senza rimorsi. A meno che, a Zurigo, non ti aspetti una fidanzata. Ma anche per questo, penso, che, a suo tempo, sar tua madre a provvedere.

LIVIO - Mi aspetta, semplicemente, un bibliotecario. Debbo trascrivere unantica cronaca per la libera docenza.

ENRICO - Neanche alla laurea hai rinunciato, tu. E nemmeno alla libera docenza. Vuol dire che trascriverai la tua cronaca con un giorno di ritardo.

LIVIO - E va bene. Come vuoi. Bevono.

LIVIO - si alzato. Ha fatto qualche passo, ha guardato fuori, ha osservato la stanza. E curioso. Provo limpressione di trovarmi in un luogo conosciuto. Si direbbe che qualche cosa, qua dentro, mi sia familiare Non so. Come una presenza inafferrabile. difficile da spiegare. La vaga impressione di un luogo veduto in sogno o frequentato nellinfanzia. Ho capito: tu. Le cose e il luogo fra i quali vivi, mi restituiscono la tua presenza.

ENRICO - Hanno fatto presto ad impregnarsene. Abito qui da due settimane. (Era gi ricomparso EUGENIO)

EUGENIO - Mero scordato di avvertirla che la signora di ritorno.

ENRICO - Diggi?

EUGENIO - Ha telefonato dalla stazione un quarto dora fa. Chiedeva di lei. per la strada.

ENRICO - Va bene. (EUGENIO sulla porta. Prima di uscire).

EUGENIO - Sar opportuno far presto. (Se ne va)

LIVIO - Ammogliato, dunque.

ENRICO - risponde con una risata ironica. Poi serio, secco.

ENRICO - In un certo senso, ammogliato.

LIVIO - In un certo senso? Si pu dunque essere ammogliati in un certo senso?

ENRICO - Si pu, in un certo senso.

LIVIO - Ma non credo che tu sia ammogliato. Mi par di comprendere.

ENRICO - Saresti bravo.

LIVIO - Non viveva allestero, tua madre?

ENRICO - S, allestero.

LIVIO - Pur di recare offesa a tuo padre, capacissimo, tu, di essere stato lunico della famiglia a riconciliarti con lei.

ENRICO - Abbastanza ingegnoso. E allora, diciamo, in un certo senso ammogliato e, in un certo senso, con mia madre.

LIVIO - Non mi sembri molto spiritoso.

ENRICO - Me ne rendo conto fin troppo. Ma tu non puoi ancora capirmi?

LIVIO - E tanto difficile?

ENRICO - No, soltanto non molto pulito. Almeno, visto dal mondo donde arrivi tu. (Ora come abbandonandosi a una confessione e avviandola al riparo da un ricercato sarcasmo, dopo aver dato uno sguardo intorno ed essersi seduto lontano dellamico) Mia madre, hai detto. Cominciamo dunque da lei. La circostanza di aver preferito, un certo giorno, allonorata carriera della moglie onesta, la professione, pi divertente, della mantenuta, non evit a mia madre linconveniente di rimanere ebrea. Questo ebbe per effetto di farla finire, lei e il suo pi recente compagno, in un alloggio molto di moda anni fa. Una camera a gas.

LIVIO - (alzandosi e andandogli vicino) Scusami.

ENRICO - (freddo) Di che? Che fosse mia madre lo sapevo soltanto per sentito dire. Deve essere stata una faccenda di pochi minuti. Accadde mentre noi due eravamo in campo di concentramento. Fu la prima notizia che ebbi tornando a casa, alla fine della guerra. Mio padre e mio fratello erano in regola collarianesimo. Tuttavia, non furono essi a darmi la notizia. Una bomba, dallaltra parte, aveva provveduto anche per loro.

LIVIO - Non ne ho saputo niente.

ENRICO - E chi doveva avvertirtene?

LIVIO - Non lavrei mai immaginato.

ENRICO - Non bisogna esagerare. Forse, linconveniente pi fastidioso fu che anche labitazione e lazienda paterna avevano subto la stessa sorte. Tutto. Tranne i debiti e lequivoca reputazione di mio padre. Il quale, avendo servito indifferentemente gli amici e i nemici, senza prevedere quale ci sarebbe rimasto alleato per ultimo, aveva commesso limperdonabile errore di non arricchirsi.

LIVIO - Povero ENRICO.

ENRICO - Perch? accaduto a tanti. E cos, mentre tu ritornavi sotto il protettivo ombrellone materno, senza che, nella tua esistenza, fosse cambiato nemmeno il posto dei fazzoletti da naso, io mi avviavo a festeggiare lepoca della pace e della ricostruzione, come si diceva in giro. Avevo ventidue anni.

LIVIO - Perch non sei venuto da noi?

ENRICO - No. Gi. Voi. Sarebbe bastato un telegramma. Lo so. Mi avresti, anzi, mi avreste certamente offerto un impiego di commesso viaggiatore in pietre preziose. E, col tempo, chiss, anche la mano di tua sorella. Ci ho pensato.

LIVIO - Che vuol dire?

ENRICO - Vuol dire che non mi conosci. Ma puoi anche limitarti a supporre che, essendomi appena liberato, un po spicciativamente, se vogliamo, di una famiglia, non intendessi correre il pericolo di trovarne subito unaltra. Sarebbe stato un effetto esagerato per una bomba sola.

LIVIO - Deve essere stata una prova assai dura per te.

ENRICO - Meno di quanto si pu credere.

LIVIO - Di quanto tu sia disposto a confessare, vorrai dire.

ENRICO - No. In argomento confessioni, oggi, sono disposto ad andare molto in fondo. No, no. (Ora un altro tono. Pi abbandonato e semplice) La mia condizione mi offr subito un vantaggio e una sorpresa. Il vantaggio di avermi costretto, sia pure brutalmente, a dover provvedere da solo a me stesso; e la sorpresa di scoprirmi il desiderio di cimentare, finalmente e veramente, il mio bisogno dindipendenza. Con semplicit. Costruirsi lesistenza con le proprie braccia e con la propria testa. Dopotutto, questa poteva essere, per noi, lunica lezione della guerra.

LIVIO - La responsabilit di se stessi e quella della scelta della propria vita. Una lezione importante, al termine di una lunga angoscia.

ENRICO - Esatto. Bench un po pedante. Ti sembrer strano: credo di aver fatto, pressa poco, gli stessi pensieri, quasi con le stesse parole.

LIVIO - Perch strano?

ENRICO - A me lo sembr. Se ci fu un periodo nel quale tutti i miei atteggiamenti anarchici mi apparvero una posa da studente viziato e la mia costituzionale ostilit verso i miei simili si risolse in un gran bisogno di simpatia umana, fu quello. Sar dipeso dal fatto che mi sembrava che, pi o meno, fossimo tutti convalescenti della medesima bastonatura.

LIVIO - Avesti la dimostrazione di quei valori che erano in te e che continuavi a negarti. Da certe prove si esce diversi. Spesso migliori.

ENRICO - Che ne sai tu? Non essere troppo precipitoso nel congratularti. Dur poco. Valori. Di certe parole non si diffider mai abbastanza. (Volubile, ora, da commediante) Rispondi a una mia domanda, piuttosto. Ti sembro un bel giovanotto? L I V I O (s o r p r e s o ) Eh!?

ENRICO - Voglio dire, ti sembra che io emani quellirreparabile attrazione, vagamente impudica, che spinge gli animali di sesso opposto a saltarsi addosso?

LIVIO - Non ci ho mai pensato. E, del resto, io non sono il pi adatto per giudicare.

ENRICO - Ho passato delle ore davanti allo specchio a farmi questa domanda.

LIVIO - Ti sembrava tanto urgente?

ENRICO - Urgente? Addirittura necessaria. A un certo punto, necessaria.

LIVIO - Mera parso che i tuoi problemi dovessero essere di natura alquanto diversa.

ENRICO - Ne ero persuaso anchio. E invece, mi dovetti accorgere che tutti i miei problemi si riducevano a quello.

LIVIO - Non capisco.

ENRICO - Per molto tempo non capii nemmeno io. Cercavo una occupazione e non la trovavo. Normale, mi dicevo. I tempi. Continuavo a cercarla e continuavo a non trovarla. E ci era gi meno normale. Qualsiasi cosa. Niente. Quanto pi umile era il lavoro che sollecitavo, tanto meno ero preso sul serio. E questo cessava di essere normale del tutto. In compenso, diventavano sempre pi insistenti gli inviti a una partita a tennis, a una gita in automobile, a un ballo Ovunque ci fosse da divertirsi. Vecchi amici di famiglia, conoscenze dimenticate e anche gente appena incontrata. Uomini e donne. Indifferentemente. E specialmente una certa frenetica societ venuta su con la guerra. Ma fin qui, forse, gioc un errore mio. Quello di cercare una sistemazione nello stesso ambiente dove ero cresciuto.

LIVIO - Ci era anche naturale.

ENRICO - Si vede di no. In una direzione, una parete invalicabile; e, in unaltra, cancelli spalancati. Un giorno, feci una esperienza che mi dette da riflettere. Una sarta, molto nota e molto alla moda, mi aveva, educatamente ma fermamente, rifiutato un posto di galoppino per offrirmene, altrettanto gentilmente e insistentemente, un altro, non so bene se di segretario o di anfitrione, incaricato di intrattenere le sue clienti durante le esposizioni.

LIVIO - Ci mi pare abbastanza normale, considerata la tua condizione.

ENRICO - Normalissimo. Come no? Un colpo docchio infallibile. Ed anche assai generoso. Ma una settimana dopo cominciavo a rendermi conto di una certa specie di organizzazione

LIVIO - Che vuoi dire?

ENRICO - Non aver timore. Non divenni n fabbricante di assegni falsi n spacciatore di stupefacenti. Allora come oggi, di fronte al codice, irreprensibile.

LIVIO - Va avanti.

ENRICO - B, prima di tutto, mi misi a interrogare lo specchio.

LIVIO - Va avanti, ti dico.

ENRICO - E quello che sto facendo. Dovetti rassegnarmi ad ammettere di essere giovane, bene educato, mediocremente colto, divertente vigoroso. E bello. Non cera scampo. Ma ci che pi contava, avevo il vantaggio di possedere queste qualit in chiave, come chiamarla? un po equivoca. Ecco. E allora, mi parve di capire. La gente voleva da me un genere di lavoro diverso da quello che andavo sollecitando. E per il quale, pareva che non mi mancassero le qualit.

LIVIO - Ma che stai raccontandomi? Il tuo solito bisogno di stupire, di scandalizzare.

ENRICO - No, LIVIO. Questa volta no.

LIVIO - E allora?

ENRICO - Pu accadere che uno possegga delle qualit alle quali non ha mai fatto caso. O soltanto per infastidirsene. E che la gente prenda tali qualit per una vocazione. Pu accadere. E le vocazioni si incoraggiano. Ecco tutto.

LIVIO - Tutto che ENRICO?

ENRICO - LIVIO, ogni societ crea naturalmente gli strumenti adatti a soddisfare i propri bisogni. Hai mai pensato a tutti i bisogni che devono accompagnare la emancipazione della donna moderna? Agli strumenti necessari a soddisfare, per esempio, la parit dei diritti sessuali della donna moderna? Ci hai mai pensato?

LIVIO - Hai avuto delle amanti. Era questo che ti premeva di farmi sapere? E ci voleva tanto?

ENRICO - Sei il solito ingenuo, LIVIO.

LIVIO - E allora, per rispondere alla tua domanda, immagino che la soluzione del problema non debba incontrare eccessive difficolt.

ENRICO - Al conrtrario. Tu hai unidea anacronistica del problema.

LIVIO - Sentiamo quella attuale.

ENRICO - La crisi della donna odierna, settore signore per bene, consiste in questo: che i bisogni del sentimento si sono andati rapidamente staccando dai bisogni del senso. Nella medesima proporzione che i primi calavano, i secondi crescevano. Oggi, la relazione passionale ha ceduto il passo alla avventura igienica. In un certo senso, ladulterio morto.

LIVIO - Tanto di guadagnato per le famiglie. Per i mariti, intendo.

ENRICO - Che dici mai? Cinquantanni fa, le donne rivendicavano i diritti dello spirito, in nome di Ibsen. E li hanno ottenuti. Oggi rivendicano i diritti del sesso in nome di Freud. E li otterranno. Ma, in fondo, si tratta sempre della stessa cosa.

LIVIO - Tutto pi semplice, di conseguenza. Pi facile. E pi volgare.

ENRICO - Pi volgare, forse. S. Ma pi facile, no. Di certo. Non ancora, almeno. (Sardonico) Mica tutte le donne sono delle coraggiose anticipatrici dei tempi come mia madre. Ci troviamo, come dire? nella fase transitoria di un diritto tacitamente ammesso, ma non ancora ufficialmente riconosciuto. Va bene?

LIVIO - Che ne so io se va bene o no? Mi limito a trovare esagerata la pretesa di voler cambiare la societ al solo scopo di mettere le signore del bel mondo a proprio agio, ecco tutto.

ENRICO - Cambiare la societ. E chi pensa di cambiare la societ? Io no di sicuro. Resterei disoccupato.

LIVIO - Ma insomma (E rientrato EUGENIO)

ENRICO - Un po di pazienza

EUGENIO - Chiedo scusa. Pensavo che non ci fosse pi nessuno. (Si mette a raccogliere i bicchieri vuoti per portarli via. Senza fretta).

ENRICO - E stato un pensiero un po affrettato, EUGENIO.

EUGENIO - (sulluscio) Il mio compito di evitare il disordine. Qualsiasi genere di disordine. (Esce. Breve silenzio).

LIVIO - Hai detto: resterei disoccupato.

ENRICO - Gi. Non si fa che parlare delle tentazioni e dei pericoli che la societ semina davanti ai passi delle belle ragazze povere. Storia antica. C stato uno spostamento di genere sul mercato. Io, per esempio, potrei essere un documento inconfutabile delle tentazioni e dei pericoli, forse pi insidiosi, che oggi corrono i simpatici giovanotti disoccupati. Basta possedere un aspetto attraente, un paio di mutandine da bagno, un abito da sera, una racchetta da tennis, o, meglio ancora, un paio di mazze da golf; scendere su una spiaggia, salire su una montagna o mettere piede in una casa da gioco, e la virt perduta. Volevo dire: e la carriera fatta. Sono cose che nessuno racconta, ma che tutti sanno. Anche i mariti.

LIVIO - Per caso, non vorrai dire che

ENRICO - Voglio dire proprio quello. Roma millenovecentoquarantaquattro. Fui inaugurato dalla moglie di un colonnello americano, addetto al servizio della propaganda democratica. Il marito insegnava la libert e la moglie applicava luguaglianza.

LIVIO - Tu?!

ENRICO - Io. Cominciai ad apparire a bordo di una delle pi belle automobili circolanti nel nostro paese alla fine della guerra. Quindici giorni dopo, abbandonavo limpiego in sartoria. Seppi, pi tardi, di essere stato un fortunato. Ci valse a collocarmi molto su nella professione. Mi giov molto, in seguito.

LIVIO - Questo. Tu? Come hai potuto?

ENRICO - Potuto? Fu anzi, piacevolissimo. Era una bellissima donna. Oh, una cosa assai diversa dei convegni con le sartine sullerba, o con le dattilografe sui tavolini degli uffici dopo luscita del principale. Piena di comodit e di raffinatezza. Cera soltanto un inconveniente. Io ventitr anni e lei quarantanove.

LIVIO - Avrebbe potuto essere tua madre.

ENRICO - Fa un effetto strano questo pensiero. Questo pensiero, in certi momenti. Ma deve essere anche peggio il pensiero di tenere fra le braccia il proprio figlio.

LIVIO - E incredibile.

ENRICO - Avrei giurato che avresti detto mostruoso.

LIVIO - E perch non sono ancora persuaso che tu mi racconti la verit.

ENRICO - Allora, puoi dirlo. Anche in seguito linconveniente rimase. Genere di lusso. Precluso alle ragazze giovani.

LIVIO - Ma con che faccia potevi mostrarti fra la gente?

ENRICO - Ecco lobbiezione di rigore. Ma se era proprio la gente. La gente della mia classe che mi aveva promosso a quellincarico.

LIVIO - No, ENRICO. Non accusare gli altri. ridicolo, ed anche un po vile, disturbare la societ per giustificare le proprie miserie. Non si diventa ci che non si vuol diventare.

ENRICO - Pu darsi. Ma leroismo non ha mai fatto parte del mio bagaglio morale. Comunque, io non devo rispondere di essere nato e di essere stato educato in un certo modo. E non trascuriamo nemmeno il sangue di mia madre. Io rispondo soltanto di ci che sono. gi abbastanza scomodo.

LIVIO - Di veramente suo, luomo non possiede che la propria dignit, ENRICO.

ENRICO - Ci sono dignit di vario prezzo. Una dignit con dieci milioni di rendita gi assai pi agevole di una dignit nullatenente.

LIVIO - Ecco lerrore.

ENRICO - Ad ogni modo, da questo lato, nessuna preoccupazione. Socialmente quotatissimo. Segretario particolare, maestro di nuoto, di tennis, di golf, di ballo; compagno di bridge, guida artistica, nipote in viaggio di istruzione Non sono le etichette rispettabili quelle che mancano. Spesso si tratta di straniere. E poi, generalmente, si viaggia. Di solito dura dai due ai sei mesi. Bisogna avere buona salute. Ed io ce lho.

LIVIO - (fermandosi subito) Ma

ENRICO - Prosegui.

LIVIO - Niente.

ENRICO - Stavi per fare una domanda.

LIVIO - Ebbene s. Volevo dire e alla fine del mese Ma enorme.

ENRICO - Vivi proprio in un mondo diverso tu. Pagato? Ohib. Siamo fra gente perbene. Regali. Ricordi. Cominci l americana facendosi ricordare, al momento della partenza, col dono del suo piccolo appartamento. Ci ebbe una grande importanza nella mia successiva sistemazione. Durante gli ultimi tre anni, ho vissuto di due automobili, di una piccola parte in un film sulla vita di non so pi quale santo e di numerose parti importanti in una serie di brevi films molto realistici, riservati alla visione privata. E, specialmente di un numero imprecisato di orologi, anelli ed altre cose del genere. In media la rendita di un presidente di corte dassise o di un cardinale. Dovrei, quindi, dedurne che si tratti di una professione altrettanto onorevole e necessaria.

LIVIO - (di scatto e subito dominandosi) Ah basta. Basta. E in avvenire? Che farai in avvenire?

ENRICO - (falso cinico) Cercher che lultima sia una vedova. E la sposer. O ne sposer la figlia. Avrei gi potuto farlo. Pi di una volta. Ma c una specie di moralit anche nella professione. appunto su di essa che si basa la mia alta considerazione. Recentemente, ad esempio, mi accaduto di dover scegliere fra una francese divorziata da un diplomatico, unitaliana maritata a un industriale, e un noto regista inglese. Ho scelto litaliana. Ci non ha scoraggiato linternazionale del terzo sesso, ha lusingato il sesso gentile ed stato giudicato da tutti simpaticamente patriottico. (Ma la sua cinica esaltazione minaccia di scivolare in una crisi di nervi, assolutamente inopportuna e agguantando lamico per la giacchetta) LIVIO, approfitta di questo momento. Schiaffeggiami. Te lo devo. Tu ne hai il diritto. (Lunga pausa).

LIVIO - Povero ENRICO. Era meglio che non ci si fosse pi incontrati.

ENRICO - Vergogna di me, dunque.

LIVIO - No. Vergogna no. Non so. Dolore. Piet, forse.

ENRICO - Piet. una moneta che rifiuto. Anche da te.

LIVIO - Vorrei che tu non mavessi raccontato tutto ci.

ENRICO - (mutevole. Amaro, ma gi nuovamente scherzando) S, va bene. Ma te lho detto: tu sei la mia coscienza. E se tu sapessi quanto vorrei anchio non aver avuto da raccontartelo. Forse, la colpa tutta mia. Forse, no Alla nostra generazione toccato cominciare collandare in Africa a farsi ammazzare in nome del nazionalismo, per finire a letto a divertire le mogli dei vincitori, e qualche volta anche i loro mariti, in nome della democrazia. (Dopo un breve silenzio).

LIVIO - Ma allora, anche qui ora

ENRICO - Eh, gi.

LIVIO - (si alza di scatto come chi non sia riuscito a reprimere un gesto di repulsione).

ENRICO - (Che lha notato) Sei ancora disposto a dedicarmi mezza giornata della tua irreprensibile esistenza?

LIVIO - (non senza qualche disagio) Perch non lo dovrei essere? Purch non si parli pi di tutto ci.

ENRICO - E non si resti qui. In questa casa, voglio dire. Daccordo.

LIVIO - S. Preferisco anchio. Fuori.

ENRICO - (indicandogli luscio per farsi precedere) E allora, dimentichiamocene, e via. (Stanno per andarsene.

LIVIO - si ferma allimprovviso).

LIVIO - Di un po, ENRICO. Io conosco che mistificatore sei. E se tu avessi inventato tutto questo? squillato il telefono.

ENRICO - fa un gesto verso lapparecchio. Quasi una risposta. Torna sui suoi passi, lo lascia suonare ancora, pi volte, con la mano sospesa e, finalmente, si decide a rispondere. Durante la conversazione appare fugacemente sulluscio, e scompare, EUGENIO.

ENRICO - S (Volto a LIVIO) Eccone la prova No. Nulla. Parlavo qui Un vecchio compagno di scuola, incontrato per caso Gno, gno. Compagno Nemmeno lui Credo che non ci tenga affatto Come vuoi, cara Malumore?... Ma chi lo sapeva?... Avevi detto sei, sette giorni S. Ero gi ai campi da gioco Venirti a prendere l?... Va bene No, no Soltanto chi ti ha dato un passaggio dalla stazione, poteva anche condurti fino a casa A, se fosti tu a volere cos Che idea Ma no no benissimo Ecco. Un po di malumore La solitudine. Pu darsi S, subito. Prendo la macchina Due minuti Non pranzo con te, per Avremo tutta la serata Pazienza Impossibile Vado allalbergo col mio amico. (Depone il ricevitore) Come vedi, non una vita facile. Non mi sarebbe dispiaciuto fartela conoscere. Questultima appartiene al tipo riservato e misterioso. Con tendenze materne e protettive. La specie pi imbarazzante. Austera dallalba al crepuscolo e piuttosto esigente dopo il calar del sole. Un bel tramonto che manda gli ultimi bagliori, come si dice. Di essa non conosco che il nome. E non deve essere nemmeno il suo nome da sposata. Mi sto annoiando. Vado e torno. Cinque minuti.

LIVIO - Come vuoi. Ma ripartirei pi volentieri subito.

ENRICO - (sulluscio) So che, dopo, non ci vedremo pi. Non privarmi del nostro ultimo pomeriggio. Ne ho bisogno.

LIVIO - Ti aspetto.

ENRICO - uscito. Lo si sente partire con lautomobile. LIVIO, perplesso, rimane solo. Si guarda intorno e pare ripreso dal vago disagio di trovarsi in un luogo conosciuto. Dopo un po, entra

EUGENIO.

EUGENIO - Se ne vada, signore.

LIVIO - C una ragione per volermi mandar via con tanta fretta?

EUGENIO - (ambiguo) Non so, signore. Non credo. Ma questo il mio compito. Sento che questo il mio compito. Nella vita, il mio compito di difendere lordine dallimprevisto.

LIVIO - Lordine, avete detto?

EUGENIO - Non spetta a me giudicare. Devo far la guardia a un ordine. E la faccio.

LIVIO - Siete un uomo abbastanza misterioso.

EUGENIO - Soltanto un domestico. Uomo? Troppe responsabilit. Prospettive tutte diverse. Soltanto domestico.

LIVIO - (sempre pi a disagio) Dite un po. Siete qui da molto tempo, voi?

EUGENIO - Met della mia vita.

LIVIO - Ed abita qui stabilmente anche la vostra padrona?

EUGENIO - (evasivo) Soltanto saltuariamente. Solo. Per undici mesi allanno, solo. Si acquista una sensibilit sismica, signore. (Dopo unincertezza) Permette una domanda? Per caso, lei abita a Firenze?

LIVIO - S, perch?

EUGENIO - Cos. Unimpressione. Se ne vada, signore.

LIVIO - (soprapensiero) Dopotutto, forse, avete ragione voi. Dove si pu scrivere un biglietto?

EUGENIO - (affrettato) Di l.

LIVIO - Lo consegnerete al vostro al signor ENRICO. Dicendogli che ho deciso diversamente.

EUGENIO - Sissignore. Ma bisogna far presto. E lo introduce in una camera vicina.

EUGENIO - resta solo. Guarda lorologio e non perde docchio lentrata. Viene dallinterno della casa un suono, un richiamo, il rintocco di una campana, qualche cosa che lo distrae un momento dalla stanza. Esce. Una breve pausa. Si sente giungere unautomobile, ed entra

MARTA - al braccio di ENRICO. ancora una donna molto attraente, dalla bellezza un po rigida, dalleleganza un po severa e dai modi un po duri.

MARTA - Sono contenta di essere a casa. E di rivederti. Stai bene. Pi abbronzato.

ENRICO - Quattro giorni di tennis.

MARTA - Soltanto tennis?

ENRICO - Quasi soltanto tennis.

MARTA - Quasi? (Ricompare

EUGENIO)

EUGENIO - La signora dovr cambiarsi dabito.

MARTA - Un momento, EUGENIO.

EUGENIO - Forse gi troppo tardi. meglio che la signora salga subito nella sua camera.

MARTA - EUGENIO! Che vi accade?

EUGENIO - Venite, signora. Bisogna non perder tempo. E la guida precedendola nelluscita. Essa volta le spalle alla stanza, quasi fuori. Ma ricompare LIVIO. Tiene in mano il biglietto di congedo preparato per lamico.

ENRICO - Ah, meno male. Sospettavo che te ne fossi andato.

LIVIO - Infatti (La donna si fermata, senza voltasi)

ENRICO - Giacch vi siete incontrati, permettete, almeno, che vi presenti. (Va verso di lei e la prende per la mano) Cara. Questo il mio amico.. (MARTA si voltata. Resta impietrita. LIVIO lha vista).

MARTA - (s c o n v o l t a ) LIVIO. Che fai qui, LIVIO?

LIVIO - (attonito) Mamma?! Mamma!

ENRICO - (stupefatto) Che? (E non riesce a trattenere una sghignazzata).

MARTA - (sordamente) Via. Tu. Va via.

LIVIO - Oh, mamma No, no Tu.

MARTA - (spenta) LIVIO LIVIO

ENRICO - (nellandarsene) Volevo ben dire, che di qualche cosa mi avresti dovuto essere grato anche questa volta. (Sulluscio, sta, impassibile, il servo). ATTO SECONDO Il giorno dopo. La stanza deserta. Si ode unautomobile fermarsi. Subito dopo, entra

LIVIO - accompagnato da Irene, sua sorella. vestita da viaggio ed ha una valigetta in mano. Appena pi anziana del fratello. Ma senza la sua vulnerabilit da adolescente rimasto imprigionato nelluomo. Anzi, con alcunch di vagamente mascolino nella asciutta e un po acerba bellezza. Netta, franca, sicura. Duna lucidit che, nei momenti di sfiorare il calcolo personale, rivela chiare trasparenze di crudelt.

IRENE - (dopo aver indugiato sulla soglia ad osservare la stanza) Dunque, anche questa casa nostra.

LIVIO - Te lho detto.

IRENE - Unaggiunta notevole, mi pare, al capitale di famiglia. C, addirittura, un parco qui intorno.

LIVIO - Non tho chiamata per venir a fare una stima.

IRENE - Ha la sua utilit anche una stima. Teri riconosciuto, dici.

LIVIO - Appena entrato. Non riconosciuto. Ma la sensazione precisa di un luogo noto.

IRENE - (con un sorriso bianco) Non poteva dipendere dal tuo istinto della propriet. un istinto che ti manca. Come molti altri, del resto.

LIVIO - Faceva parte dellagguato che il caso stava tendendoci.

IRENE - (secca) Evitiamo la retorica, possibilmente. (S guardata intorno, i mobili, le pareti. Si soffermata, specialmente, davanti al gran quadro di una marina) S. Credo di ricordarmi. Quella marina. una scena che ritorna spesso nei miei sogni. Curioso. Si tratta di un veliero su un mare calmo. Ma, in sogno, mi appare come un naufragio. S. Noi fummo qui, una volta. Io avr avuto quattro anni e tu, meno di due. Probabilmente, poco prima che morisse il babbo. Egli doveva aver acquistato la casa per la nostra villeggiatura. (Ride. Dun riso silenzioso e freddo) Ma, evidentemente, nostra madre decise in modo diverso.

LIVIO - Da anni, capisci. Forse fin dal tempo che noi si villeggiava con le governanti. Qui. Da anni. Di volta in volta, let di lei cresceva. Ma quella dei suoi ospito, rimaneva invariata. Quella.

IRENE - Sembra che sia stato specialmente questo particolare a colpirti.

LIVIO - Io ho visto.

IRENE - S, va bene. Me lhai detto.

LIVIO - Ogni tanto, un telegramma al suo complice. E arrivava con qualcuno. Due, tre settimane. Unappendice o un preludio ai suoi viaggi daffari. Un regalo e via. Cancellati. E il custode qui. Ad aspettare la visita successiva.

IRENE - (mettendosi a sedere a tutto suo agio) Ammirevole. La stessa lucida organizzazione che mette nei suoi affari. Tutto ci porta la firma di mamm.

LIVIO - Come puoi ostentare una tranquillit simile, tu?

IRENE - (segretamente ironica) Io ho ricevuto il colpo di rimbalzo. Mica una botta in petto come te. Dopo la tua telefonata ho avuto tutto il viaggio per riflettere. N io sono lamica dinfanzia di lui, come sei tu. Sa che mi hai fatto venite?

LIVIO - Lei. E stata lei a volerlo.

IRENE - Ah s?... Anche in questo la riconosco.

LIVIO - Forse spera di trovare unalleata.

IRENE - Gi. Pu darsi. Tuttavia, non comprendo la sua idea di ripetere, qui, con me, la scena delle spiegazioni, che, col tuo temperamento e nel suo stato danimo, non deve esserle andata troppo liscia. Una scenata, suppongo.

LIVIO - Con me, con me solo, si rifiutata di parlare.

IRENE - Strano. Fosti sempre il suo prediletto. Ma, forse, proprio per questo.

LIVIO - Ha autorizzato, anzi comandato, il domestico di rispondere a tutte le mie curiosit. Cos. Ha detto proprio curiosit. E si chiusa nellappartamento del piano di sopra.

IRENE - Tratta la faccenda con la solita abilit ed economia di un acquisto di perle o di rubini. E tu ti sei prestato al gioco.

LIVIO - Come puoi parlare di gioco? Tutta la notte. Qui dentro. C stato bisogno di tutta la notte per le mie curiosit. stato atroce.

IRENE - Collobbligarti a interrogare il domestico, si assicurata un vantaggio. Anzi, due. Quello di evitarsi limbarazzo di dover confessare laspetto pi scabroso di questa storia poco pulita. E quello di dirigere lei... laffare. Coerente. Io la capisco. Perch le somiglio.

LIVIO - Poteva anche rivendicare il diritto di rifiutarci delle spiegazioni.

IRENE - (sorridendogli in faccia) Il diritto, s. Ma non linteresse.

LIVIO - Sembra quasi che tu la odii.

IRENE - Non la odio. La giudico. Finalmente se ne presenta loccasione e la giudico.

LIVIO - Tu parli di vantaggi, di calcoli, di interesse, di affari, di giudicare. La mamma, Irene. Lei. Tutto rovesciato in un giorno. Ritrovarcela cos.

IRENE - Se vuoi un consiglio, smetti questo tono commemorativo. E il meno adatto per capire. E per regolarsi di conseguenza.

LIVIO - Ma che regolarsi. Non sono ancora riuscito a persuadermene. Un incubo. Ecco.

IRENE - Voglio dire, fa lo sforzo di respingere ladolescente che rimasto in te. Ti pu giocare dei brutti scherzi. Cresci, LIVIO, se ti riesce. (E entrato EUGENIO)

EUGENIO - La camera della signorina pronta. (Prende la valigetta di Irene) Se vuole seguirmi...

LIVIO - Avvisate la signora che siamo arrivati.

IRENE - E superfluo raccomandarglielo. Ma, del resto, non c fretta. (E prima di uscire) Ha riposato bene, stanotte, la signora?

EUGENIO - S coricata tardi. Aveva molti telegrammi da spedire e parecchia corrispondenza di affari da sbrigare.

IRENE - E naturale. Escono tutti e tre. Poco dopo, entra MARTA. Appare turbata. Ma non ha perduto la sua sicurezza. Ritorna EUGENIO. Attraversa la stanza e sta per andarsene dalla parte opposta, senza dir nulla.

MARTA - E arrivata?

EUGENIO - Sissignora. Suo fratello andato a prenderla alla stazione.

MARTA - In seguito, sar meglio che diciate il signor LIVIO.

EUGENIO - Va bene. (Incerto se aggiungere qualche cosa. Poi) Non stata colpa mia, signora. Io ho tentato in ogni modo. Ma, ormai, la macchina era montata. Un orologio. Non cera nulla da fare. Lho sentito subito.

MARTA - Nessuno esige da voi n giustificazioni, n spiegazioni. Dalcun genere. Spedite in fretta quei telegrammi e quelle lettere, piuttosto. Egli sta per uscire. Essa lo ferma ancora una volta. Si nota uno sforzo nelle sue parole. Qualcosa che la umilia. Stanotte non siete andato a letto, EUGENIO.

EUGENIO - Nossignora. Il signor

LIVIO - non andato a letto. E, di conseguenza, nemmeno io.

MARTA - Ho notato la luce accesa fino al mattino.

EUGENIO - Anche lui ha notato la vostra. Si rifletteva sul cipresso del giardino. Cera una tale spietata lucidit in cielo, da non lasciar scampo. N allindagine, n alla confessione.

MARTA - Vi ha interrogato a lungo?

EUGENIO - A lungo. Ha avuto molte curiosit. Ha voluto sapere ogni cosa.

MARTA - Ne aveva diritto.

EUGENIO - Unesagerazione di sapere. Tutto. Una crudelt. stato male ordinarmi di rispondere a tutto.

MARTA - Chiss se stato bene o male. Almeno, fosse stato giusto.

EUGENIO - Non mai giusto far soffrire la gente pi del necessario.

MARTA - Che ha detto?

EUGENIO - Ha soltanto domandato. Ore. E quando non ha avuto pi nulla da domandare, ha pianto. sconcertante veder piangere un uomo. Lungo silenzio. Essa lotta visibilmente per conservare il dominio di se stessa.

MARTA - Che fate qui, ancora?

EUGENIO - La signora mi scusi. Ma c qualche cosaltro che essa mi deve chiedere. Le domande indispensabili devono essere fatte tutte.

MARTA - Non c alcunaltra domanda che io debba farvi, ormai.

EUGENIO - No, signora. (Essa non ribatte. EUGENIO - non si mosso. Pausa) Laltro il signor ENRICO, non s pi fatto vedere, dopo iermattina. Deve aver pernottato allalbergo. Ma ha ancora qui tutta la sua roba. Forse avr anche lui qualche cosa da dire. O da domandare.

MARTA - Che significa? Che discorso questo? Forse esiste ancora qualcosa da dire?

EUGENIO - Non basta che un personaggio abbia finito la sua parte perch debba uscire subito di scena. Voglio dire, anche esso esige le sue conclusioni.

MARTA - (pensierosa) Spetta a voi, EUGENIO. Per me, soltanto linevitabile. gi abbastanza pesante. Spetta a voi dispensarmi da tutto il resto.

EUGENIO - Era ci che volevo sapere.

MARTA - (subitamente decisa) Chiamate i miei figli. Io sono pronta. (Nello stesso momento, essi sono comparsi sulluscio).

IRENE - Non necessario. Anche noi. Avanzano.

EUGENIO - si ritira. La madre parla con loro senza durezza, ma ferma, e sempre dominando la disputa, anche quando sembrer che ne risulti sopraffatta.

MARTA - Ora sapete. Pare che vi debba delle spiegazioni.

IRENE - (logica e fredda, fino in fondo) Non so LIVIO. Lui, forse. Io non te le ho chieste. N te le chiedo.

MARTA - Temi, forse, di perdere un vantaggio?

IRENE - No, mamma. Io non perdo nulla in questa faccenda.

MARTA - E difficile, Irene, che tu sia disposta a perdere qualche cosa. In qualsiasi occasione. Trovi sempre da guadagnare, tu.

IRENE - Rassicurati. Hai calcolato giusto. Se fosti tu a mandarmi a chiamare, segno che sei persuasa di aver da temere meno da me che da LIVIO. E si capisce.

LIVIO - somiglia al babbo. I morbidi della famiglia.

MARTA - Temere, hai detto? Io non ho nulla da temere.

IRENE - Trova tu unaltra parola.

MARTA - A che scopo? La mia vita intima un fatto mio personale.

IRENE - Intima? Non sarebbe pi esatto chiamarla segreta? una distinzione duna certa importanza.

MARTA - E sia. Come vuoi. Segreta. Potr essere quello che . Ma non concedo a nessuno di frugarci dentro. N per condannarmi, n per assolvermi.

LIVIO - No, mamma. Non un tuo fatto personale. Anche nostro.

IRENE - Senti? Nonostante le apparenze, prevedo che con

LIVIO - la cosa sar meno semplice che con me. Io sono priva di certe complicazioni.

MARTA - Vi riconosco un solo diritto. Quello di giudicarmi come madre. Nessun altro. Tutto il resto non vi appartiene.

IRENE - E sufficiente.

MARTA - Ve lo abbandono intero. La mia vita di madre non teme inchieste.

IRENE - Lo sappiamo. La tua bandiera.

MARTA - No. Il mio orgoglio. E la mia dignit.

IRENE - Tuttavia, non deve essere piacevole, per una madre, affrontare il momento di essere giudicata dai suoi figli.

MARTA - Voi? Me? un giudizio che non mi spaventa.

IRENE - Se sei decisa ad offrire le tue spiegazioni, suppongo che tu sia, poi, anche disposta ad accettare le opinioni degli altri.

MARTA - Gli altri? Quale diritto hanno gli altri di pesare la mia vita?

LIVIO - (sempre pi addolorato che acre) Nel caso particolare, gli altri sono i tuoi figli, mamma.

MARTA - E allora potrei, io, chiedere delle spiegazioni ai miei figli. E, prima di tutte, quella di trovarli armati di un cos spietato accanimento per umiliare la loro madre. Figli o nemici?

IRENE - Decidi tu. Questi o quelli, dipende unicamente da te. Meglio: dipeso da te.

MARTA - (colpita) Da me? Rendervi nemici? LIVIO. Da me, renderti mio nemico?

LIVIO - Non so. Mi paiono cos false tutte le vostre distinzioni. Non so pi. Ben peggio. come se la mia vita fosse uscita dai suoi cardini. Mi parere di non essere pi capace di guardare negli occhi i miei simili. Indegno di me stesso.

MARTA - Di che devi sentirti indegno, tu? (LIVIO - non risponde) Rispondi, LIVIO. Di che devi sentirti indegno, tu?

LIVIO - Un altro fatto personale. Mio, questo. Sembra che, al termine di tutta la storia, stesse aperta questa trappola per me. Che giova discuterne? Ieri, stanotte, mero illuso che, forse, avrei potuto trovare una soluzione qualsiasi. Ora mi accorgo che non c rimedio. Pi se ne parla e pi me ne sento imbrattato dentro. Restate pure voi a tormentarvi, se ne avete voglia. A me non serve. (E fa per uscire, verso il giardino).

MARTA - (angosciata) Dove vai, LIVIO?(Egli si ferma, la guarda. Tace) LIVIO!

LIVIO - No, mamma. Per certi gesti, occorre essere o molto vili o molto coraggiosi. Non il caso mio. N io, (calcando) n altri, corre alcun pericolo.

MARTA - Resta qui.

LIVIO - (ritorna e si mette a sedere) E sia, visto che non potete fare a meno di uno spettatore.

IRENE - (dopo una breve sospensione) Hai sentito. Tu lo conosci. Lo hai voluto e cresciuto cos. Me, puoi anche trascurarmi. Io sono della tua stoffa. Ma quando uno come

LIVIO - entra in questa trappola, pu anche essere incapace di uscirne pi. Non c come coloro che sono disposti a perdonare che non riescono a dimenticare. (Ancora un silenzio della madre. E poi, con uno sforzo doloroso al proprio orgoglio).

MARTA - Non cos. Per il bene di tutti. Per voi, prima che per me. Te ne prego. E tu sai se costi, a me, pregare qualcuno. Te ne prego, Irene. E anche te, LIVIO. Non facciamoci del male. Soprattutto questo. Il mondo si riduce a noi tre. (E poi, con una punta di umiliazione) Tra voi due, almeno, non fatevi del male.

LIVIO - Hai mai pensato, tu, al male che facevi a noi?

MARTA - Come potevo compiere qualche cosa che facesse del male a voi? Io? LIVIO. Hai potuto pensare una cosa simile. Per voi avrei dato, darei

IRENE - (rubandole la parola) La vita. Automatico. Lo sappiamo. Da un quarto di secolo. Come lo sanno tutti. Il blasone della casa. Il motto della ditta. Incredibile non averlo ancora letto stampato sulle guide della citt, fra le cose notevoli da conoscere.

MARTA - Attenta, Irene. Io convoglio da te la piet. Non ho bisogno di alcuna piet. E, forse, da te, nemmeno la comprensione. Esigo soltanto ci che mi appartiene: il tuo rispetto.

IRENE - (dopo una risata cattiva) E due. Siamo gi alla sfilata delle grandi frasi: Darei la vita, Esigo il tuo rispetto. Povera mamma. Sempre al balcone del piano di sopra.

MARTA - Hai ragione, s. Le grandi o le piccole frasi non servono a nulla. Esse non riescono a contenere tutta la verit. Quella verit che nessun figlio, per quanto buon figlio, potr mai comprendere; per il solo fatto che la verit dei suoi genitori. E guai a quei genitori, il giorno che dovessero aver bisogno di mendicare un po di carit dai loro figli. (Ora autorevolmente semplice e quasi umile) Vi ho dato pi che la vita. Che ne sai tu, ci che costi, qualche volta, la gioia di lasciarsi divorare da chi ci caro? In certe condizioni, assai meno pesante morire che vivere per chi si ama. Vi ho abbandonato la mia esistenza, ora per ora. Ogni pensiero, ogni ambizione. Laccanimento feroce di lottare in vostro favore. Anche a costo di essere ingiusta e crudele con gli altri. Avevo commesso il peccato davanti al quale soltanto le madri sono capaci di non arretrare. Quello di mettervi al disopra di tutto e di tutti. Dio mi perdoni, anche di lui. Ho assunto sulle mie spalle, a venticinque anni, il peso di esservi padre dopo aver perduto il conforto di essere moglie. Trasformata la mia debolezza in volont. La mia inesperienza in abilit. La mia umilt in superbia. Al letto di morte di vostro padre ho preso in consegna un nome e una ricchezza. Ve li ho conservati, ve li ho difesi e ve li ho resi moltiplicati. Ho spiato ogni piega dei vostri corpi bambini, perch non vi volevo soltanto i pi vigorosi ma anche i pi belli di tutti i figli di tutte le madri. Ho trepidato per le vostre anime. Per rendervi puliti i pensieri, oneste le azioni, forti i sentimenti. Dovere. E gioia di compierlo. Ma c misura e misura al dovere. Tutto. E per me nulla. Soltanto il riflesso aggressivo di una volont tesa ad esaltare la vostra vita.

IRENE - (secca) Troppo. Non fosti una madre comoda, mamma.

MARTA - Non so. So, soltanto, che siete quello che siete perch io vi ho fatti cos.

LIVIO - (commosso) E vero. Oltre quanto le tue parole esprimono.

MARTA - E tuttavia, pare che non basti. Ma che pretendete dunque ancora da me?

LIVIO - Non capisci, mamma, che ricordare tutto questo anche peggio? Rende irreparabile la mostruosa realt che oggi ci schiaccia.

MARTA - No. Voi, non capisco. Quanto sto scoprendo io non meno doloroso di quanto potete aver scoperto voi. Pu darsi che io abbia delle colpe. Ma non verso di voi. Semmai, verso di me. Verso di me, per voi. E se dovessi meritare una punizione, questa sarebbe la maggiore di tutte: non capirvi pi. Scoprirvi cos. Senza carit. Dovermi accorgere che tutto stato inutile. Che, buona o cattiva madre, sarebbe stato lo stesso.

IRENE - Tu divaghi, mamma. Te lho detto. Sempre al balcone dellultimo piano, tu. Unobbiezione sola: non ti sembra di barare un po, commemorando le tue benemerenze materne in una circostanza simile?

MARTA - (dura) No. Nella coscienza del mio sacrificio sta la mia giustificazione. E nella mia maternit, la mia difesa. Rivendico soltanto un diritto. Mio, in questo momento, ma che il diritto di ogni donna davanti ai suoi figli.

IRENE - (prosaicamente ironica) S, va bene. Ed io non te lo contesto. Anche se, poi, c un modo e una discrezione desercitarlo. Ma ti sei mai chiesta quanto della tua dedizione regalavi allamor materno e quanto sacrificavi alleroico simulacro che teri scelta a modello? In altre parole: stato frutto del tuo cuore o esigenza della tua ambizione?

MARTA - (amaramente) Conosci bene larte di ferire, tu.

IRENE - Sembra che stiamo recitando. Persuaditi che non basta illuminare dipocrito splendore, in buona fede, un monumento che, del resto, nessuno ti aveva chiesto di erigere. E ordinare: inginocchiatevi e adorate. Da qui fin qui, sta la madre. Al di l, la donna. Fermatevi. Non si passa. (Con lo stacco di un diverso tono e di un diverso ritmo) Non basta.

MARTA - E dunque, il processo alla mia carne di donna che volete fare?

IRENE - Scendi dal tuo belvedere. Chiamiamo le cose col loro nome. Dopo, chiss, potremo, forse, anche adattarci alla realt cos com, per quanto sorprendente e poco pulita possa risultare.

LIVIO - Tu forse. Ma la mia posizione diversa. (E via via intorbidandosi, mentre sua madre lo ascolta disfatta) Per te tutto pu anche ridursi alla scoperta che nostra madre ha un amante. Buon Dio, tanto rumore, oggi, perch una signora onesta ha un amante.

IRENE - Non soltanto uno, veramente. Varii e a varie scadenze, a quel che sento.

LIVIO - Tanti. E va bene. E a quel modo. E di quellet. Niente di straordinario. Pare che sia costume dei tempi. Accade tutti i giorni. A gente come noi e migliore di noi. Avventure igieniche le ho sentite definire. Noi non sapevamo che nostra madre era una donna moderna, ecco tutto.

MARTA - (incrinandosi sotto il sarcasmo del figlio) Neppure davanti allumiliazione della mia miseria vi potete arrestare.

LIVIO - Ed anche questo il meno. Superabile. Forse. Non bisogna, poi, esagerare. C il rischio di apparire degli ingenui conformisti, daltri tempi. Ma il mio un caso particolare. (Tutto sul filo di una lucida ossessione) Lui! Per me, lui non unastrazione. La mia et. Me. Fa conto un altro me stesso. Sai tu a che punto si pu conoscere un amico?... Aver giocato assieme, aver diviso lo stesso banco di scuola, essersi tuffati nudi in un fiume Il suono della sua voce, il calore della sua mano, lodore della sua pelle, ti sono familiari come i tuoi, pi dei tuoi. Tutto! Con lui ho spartito le torbide curiosit del collegio e le intime miserie della prigionia. E altro Sul ginocchio sinistro, un po pi su, ha una cicatrice. Te ne sei accorta, mamma? La deve a me. Giocando. A dodici anni. Ci siamo scambiati le prime ragazze. E la sua prima avventura ha la stessa data della mia. Nella stessa camera. Sullo stesso letto. Con la stessa prostituta. Allo stesso prezzo. E lo stesso disgusto. Non piangere, mamma.

MARTA - (che s coperta il volto. Fra ira e disperazione) Basta. Basta.

LIVIO - No. Non basta. Un giorno il caso te lo riconduce davanti. Sei rimasto il suo unico amico. La breve zona pulita di tutta la sua vita. La sua coscienza: cos. E ti si aggrappa per confessarti il guasto che gli si fatto dentro. E senti di essergli ancora abbastanza amico da capire, e da soffrire per lui. Poi ti dice: sai, la donna che, attualmente, mi paga per andare a letto con lei, una rispettabile signora, cos e cos. E per il resto un aggettivo solo: esigente. Questa signora, eri tu mamma. Ecco ci che la storia rappresenta per me.

IRENE - (a mezza voce) Si direbbe che tu le stia facendo una scena di gelosia, LIVIO.

MARTA - Pu dunque essere tanto spietato lamore dei propri figli?

LIVIO - Come quello della propria madre. N pi, n meno. E se non lo , non amore.

MARTA - La verit diversa. Anche se a voi pu far comodo ritenere che si tratti delle grandi frasi di una vecchia retorica. Una vera madre potr incontrare i suoi figli a qualsiasi termine dellerrore o della colpa. E non le verr mai meno il bisogno di comprendere, di giustificare, di assolvere, di respingere da s tutto quanto li possa diminuire od umiliare ai suoi occhi. Nellincapacit darrossire dei suoi figli, consiste la virt pi alta di una madre. Ma dalla vostra parte Voi confondete lamore filiale con legoismo dellamore filiale.

IRENE - E questa unaltra retorica che fa comodo a te.

MARTA - La mia vita sta a dimostrare il contrario. Quando sono andata a frugare nel segreto dei vostri sensi, io? Ho mai indagato, voluto misurare e porre delle proibizioni agli abbandoni delle vostre ore inconfessabili? Forse, il mio affetto, la mia protezione, la mia stima; pi che stima, orgoglio, superbia di voi, sono dipesi da questo? Esiste, nellumanit di ognuno, una regione debole, triste ma legittima, nella quale non consentito gettare lo sguardo. Io ho ignorato, rispettato la vostra.

IRENE - Nel mio caso non ce nera bisogno. E meno ancora in quello di LIVIO, immagino. Ci avevi allevati in modo da garantirti anche da questa sorpresa.

MARTA - E facile condannare, Irene. Voi prendete unora della mia vita e pretendete di imprigionarvi tutta me stessa. Di una macchia in un cielo limpido fate una tenebra sola dove respingermi. Ma voi, che mi state davanti, eretti come implacabili esattori di giustizia, vi siete mai chiesti quanta parte di responsabilit potevate aver avuto, voi, nel ridurmi a quel punto?

LIVIO - E ignobile, mamma.

MARTA - Aspetta a giudicare, LIVIO.

IRENE - Tenevi dunque in serbo questa sorpresa. I colpevoli eravamo noi.

MARTA - (sicura) Non ho detto colpa. Ho detto responsabilit. A ognuno le proprie. E, qualche volta, quelle involontarie non sono meno gravi di quelle coscienti. Lirreparabile della nostra situazione che, in questo inferno, non ci sono colpevoli, ma soltanto vittime.

IRENE - (ironica) Te compresa.

MARTA - Anche lerrore di credere di poter cancellare la donna nella madre, ha le sue vittime.

LIVIO - Credi, forse, che non ti avremmo potuto voler bene e rispettare se tu ci avessi dato un secondo padre? Ma perfino se tu ci avessi abituato alla conoscenza di un amico, di un amante. Di pi amanti. Ma cos

IRENE - Tavremmo forse temuta di meno e amata di pi. Trovata pi umana, ad ogni modo.

LIVIO - Invece, dietro alla facciata di una superba austerit nascondevi questo marcio. Tutto un inganno.

MARTA - (senza commuoversi troppo, se possibile) S. Ho creduto che il mio dovere fosse quello di mutilare me stessa di tutto ci che potesse, anche lontanamente, ricordare la donna a svantaggio della madre. Ed ho commesso lo sbaglio di credermi abbastanza forte per compierlo fino in fondo. Ma come accorgersene quando esso ti infonde una sicurezza dorgoglio sufficiente a non avvertire la malinconia che si insinua nella tua felicit? Il mio mondo consisteva in due culle e nelle quattro pareti di un ufficio. La mia difesa e la mia sicurezza. Avevo meno della tua et, Irene. Ero giovane, bella, sana. Tuo padre sera congedato dal mio corpo quando esso esultava ancora della gioia di donarsi. E tutto ci non esisteva pi. Non mera costato fatica rinunciarvi. Possedevo voi.

LIVIO - (geloso) Non ti siamo bastati!

MARTA - Mostruosamente, innaturalmente bastati. Ma non si offende impunemente la natura e la giovinezza. Una esaltazione. Farsi una colpa delle ore di stanchezza e di sconforto e non accorgersi che esse non sono altro che il segreto rimpianto di non poter appoggiare la testa sulla spalla di un uomo degno di meritarti, abbandonargli la mano nella sua per lasciarti condurre. Perduto il diritto dessere deboli. La mortale solitudine della donna respinta, che ti svuota. E il giorno che ti senti garantita, e ci che prima sarebbe stato un diritto, non potrebbe essere altro, ormai, che una miseria umiliatrice, e ti senti gi rassegnata allombra, allora, ecco lagguato. Viaggi. C, intorno a te unesaltante frenesia di vivere. E ti accorgi che gli uomini ti guardano ancora, sorprendi nei loro sguardi il desiderio Un salto nel tempo, indietro, verso stagioni lontane Chiss per quali vie si giunge dove si giunge Sei sola, in una citt straniera. Tutto facile, facile. Come preordinato. Basta lasciarsi andare. E ti trascina gi gi. Alla luce del sole, dite voi. Puoi tornare davanti ai tuoi figli, presentargli un uomo e dire: abbiate pazienza. Ne ho fatto a meno per tanti anni. Ora non pi. Mero sbagliata. Ero cos셔? Voi. Esistono anche le colpe degli innocenti. Sei partita una giovane eroina del sacrificio e arrivi una donna timorosa, alle soglie della vecchiaia, scesa a procurarsi la soddisfazione torbida dei sensi, ritagliando, dalla tua esistenza, delle brevi ore buie e disperate.

IRENE - Applausi, signori. Recitato bene, mamma.

LIVIO - No, Irene. Aveva ragione lei. Nel nostro inferno, n accusatori n colpevoli. Soltanto vittime.

IRENE - (irritata) Preso. Non ti manca nemmeno la suggestionabilit dei gelosi. (Sua madre non le bada. Finalmente, essa pu concedersi a un pianto sommesso e discreto, completamente sincero, senza calcolarne leffetto come, pi o meno, aveva dovuto fare delle sue parole fino a pochi minuti fa).

LIVIO - (tace pensieroso. Ed Irene, non che sia rimasta molto scossa dalla scena, tuttavia deve chiedere soccorso a una certa volgarit se vuol rimanere allaltezza della sua parte)

IRENE - La famosa donna forte! Perdi sentimento da tutte le parti, anche tu, come una vecchia cesta bucata. Ne ho sentito abbastanza. Nonostante tutto, sei rimasta una donna convenzionale, mamma. (E se ne va, senza altro)

MARTA - Va. Va, anche tu, LIVIO. stato gi abbastanza duro per tutti. Va. Lasciatemi sola. Anche

LIVIO - esce in silenzio.

MARTA - rimasta sola. Si aggira per la stanza. Giunge davanti alla racchetta che

ENRICO - ha abbandonato su una sedia il giorno prima. Sosta, la prende in mano. Automaticamente, fa latto di accarezzarne le corde. Prima ancora che latto sia compiuto se ne rende conto. La depone, china la testa e rimane un po soprapensiero. Poi la riprende in mano e la nasconde in una cassapanca, oppure dove fa pi comodo alla sua nostalgia.

ENRICO - ( entrato dal giardino, si fermato silenzioso sulla soglia ed ha visto. Egli riesce a mascherare abbastanza bene, di disinvoltura, il disagio, ed anche qualche cosa di pi, che in lui. MARTA - si voltata; lo vede e non riesce a fare altrettanto, altro che lasciandosi invadere da una malinconica rassegnazione).

MARTA - Non dovevate. Andatevene.

ENRICO - Grazie di aver parlato per la prima. (Fa qualche passo avanti).

MARTA - (ritraendosi) Non entrate.

ENRICO - E molto scomodo aver qualche cosa da dire e non saper pi se si deve usare il tu o il voi. Tutto considerato, il voi ancora il pi sopportabile. Abbiate pazienza. Costa anche a me questo incontro.

MARTA - (sempre evitando di guardarlo in faccia) Che ci pu essere, ormai, da dire, fra noi?

ENRICO - S. Per voi, lo capisco. E capisco anche che, pur essendo colui che, nella faccenda, apparentemente, centra di pi, sono in realt, quello che centra di meno.

MARTA - Pare che questa non sia lopinione di mio figlio.

ENRICO - Me lo immagino.

LIVIO - sempre stato troppo vulnerabile. A lui, intendo dire, certe cose fanno assai pi impressione che agli altri. sempre stato maledettamente carico di principi.

MARTA - Gi. Ma non sono soltanto i principi che fanno soffrire. (E come per s) E spaventosamente facile trovare a se stessi delle ragioni per far tacere i propri principi.

ENRICO - E altrettanto facile trovarne anche non avendone. Ma lo si capisce tardi. Giudicatemi pure indiscreto. Ma, ormai, sarebbe ridicolo che io mi preoccupassi di essere indiscreto o no. Voglio dire Bisogna stare attenti con LIVIO. Tenerlo docchio. Specialmente nei primi tempi. Ha detto molto male di me?

MARTA - No. Di voi, no.

ENRICO - Cera una sola persona la mondo che non avrei voluto far soffrire. Almeno, volontariamente. E, nemmeno a farlo apposta, m toccato di far soffrire soltanto quella. (E sorprendendo un sorriso di dolorosa ironia sul volto di lei) Scusate, nemmeno a voi avrei voluto far del male.

MARTA - Che importa? Me. A me, il male me lo sono fatta io. Io, soltanto. Nel peggiore dei modi. Come al solito, mi sono fatta del male nei miei figli.

ENRICO - Anche a voi, suppongo.

MARTA - Il mio non basta a compensare il loro. (Sta per avviarsi ed uscire).

ENRICO - (a fermarla) Volevo dire (Si arresta)

EUGENIO - venuto a cercarmi. E lui mi ha fatto dei discorsi, come chiamarli? di indole economica. Ebbene pu darsi che io non sia ancora maturo per la vita che conduco, e per il tempo e la gente fra i quali vivo. Non so. Ma questo no. Ecco.

MARTA - Scusate. Anche su di voi, ci si era sbagliati.

ENRICO - No no. Non dico questo. E probabile di no. E che domani, o anche prima, io rida del lusso di queste mie debolezze. O, pi precisamente, ipocrisie. Ma, insomma, oggi, mi gira cos.

MARTA - Lo capisco. Per voi, c di mezzo LIVIO.

ENRICO - Ebbene, s. Ma, che volete, ci si d laria di uomini e, in fondo, fra me e LIVIO, siamo rimasti due ragazzi. (MARTA - si copre il volto) Mi rendo conto di essere terribilmente maldestro. Ma non avrei mai supposto di potermi cacciare in una situazione simile. Non sono mai stato tanto in soggezione. Scusate.

MARTA - E giusto. giusto che io mi veda finalmente quella che sono. (Spenta, quasi impercettibile) Un ragazzo. Come mio figlio. Dopo una breve pausa durante la quale

ENRICO - si sfilato un anello dal dito.

ENRICO - E poi, c anche questo. (Lo mette sul tavolo davanti a lei).

MARTA - Ma quello io

ENRICO - Lo so. Ma, vedete, al mio dito ora acquisterebbe un significato un po equivoco. Bisogna capirmi.

MARTA - Va bene.

ENRICO - Anche prima, continuavo a dimenticarlo dappertutto. Forse un lapsus, come dicono. E poi, sempre per LIVIO.

MARTA - Non volete dunque che vi resti nulla a ricordarvi di tutto questo, insomma.

ENRICO - Ve lho detto. Oggi mi gira cos.

MARTA - E giusto. Anche questo giusto.

ENRICO - Mah. Bene, io vado. (Vince una certa fatica e le stende cautamente la mano. Essa sta per abbandonargli la sua ma non ne ha il coraggio e la lascia ricadere) Pensavo che, salutandoci, mi avreste potuto stendere la mano.

MARTA - (sordamente ma con grande intensit) Ho vergogna. Essa stava compressa da sempre nella mia vita. E mi si rovesciata addosso tutta in un momento.

ENRICO - Be, qualche cosa di simile successo, pressa poco, anche a me. Speriamo che passi. (Si muove per andare. Essa fa altrettanto in direzione diversa) Se non vi dispiace, conservate pure la mia racchetta. Vi saluto, signora.

MARTA - (prima di scomparire. Collopaca tristezza di una rinuncia definitiva) Addio, ENRICO. uscita.

ENRICO - sospira profondamente come liberato da unoppressione. E se ne andrebbe per sempre, se Irene, apparsa in questo momento, non lo trattenesse.

IRENE - (squadrandolo) Mi congratulo con me stessa. pressa poco cos che vi immaginavo.

ENRICO - (riparando sulla spavalderia) Fa sempre piacere accorgersi di non aver deluso la gente.

IRENE - (col vago tono di un sarcastico azzardo che non riuscir a nascondere la simpatia e del quale non sar, nemmeno alla fine, ben chiaro lo scopo) Pare che tutta la mia famiglia, me eccettuata, abbia perso la testa per una cicatrice di vostra propriet.

ENRICO - Quale? Ne posseggo pi duna. In posti diversi.

IRENE - Ginocchio sinistro.

ENRICO - Destro.

IRENE - Sono sicura di aver sentito sinistro.

ENRICO - Si sono sbagliati. Fra destra e sinistra facile sbagliarsi. Non soltanto di ginocchi. Anche di politica. Del resto, se non volete altro (Distende la gamba destra sulla spalliera di una poltrona. Solleva il calzone fin su, generosamente, sulla coscia e la mette in mostra) Eccola l. Ora lavete conosciuta anche voi. Soddisfatta? Un entusiasmo eccessivo, no?

IRENE - E quello che penso anchio.

ENRICO - Sarebbe abbastanza comico che noi due fossimo destinati ad andar daccordo. Non vi pare?

IRENE - No. Non mi pare.

ENRICO - Non si pu certo dire che il senso dellumorismo sia molto sviluppato in voi. Del resto, tutto possibile in questo gioco a scacchi, condotto dalle regine.

IRENE - Non divaghiamo. Permettete una domanda?

ENRICO - Io permetto tutto. Senza bisogno di scuse. Con me, esiste questo vantaggio.

IRENE - Vha mai preso nessuno a schiaffi?

ENRICO - (sfacciatamente) Vostro fratello. Da piccoli. Tante volte. Ma erano pi quelli che restituivo che quelli che pigliavo. Poi, pi nessuno. Eccettuato un caporale germanico, tutte le mattine, per un anno e mezzo. Era un giovanotto monotono. Assolutamente privo di fantasia. (Per andarsene, e poi voltandosi allimprovviso) Ah, ieri, m accaduto, dopo tanto tempo, di desiderare che qualcuno me ne desse un paio. E ho dovuto rinunciarvi. Una voglia di schiaffi non soddisfatta. Ma questo, a voi non interessa. Vi serve pi niente?

IRENE - Al momento, soltanto esprimervi la mia ammirazione per la spavalderia che dimostrate.

ENRICO - Voi non immaginate nemmeno quanto poco merito ho, io, ad essere spavaldo.

IRENE - Sincerit, in tal caso.

ENRICO - Chiamatela come meglio vi fa comodo.

IRENE - Meno male. Voi, almeno, non tentate di barare. Avete il coraggio di mostrarvi ci che siete. Senza gettare le solite reti piene di ami sentimentali e di esche morali, come tutti gli altri.

ENRICO - Anche loro sono in buona fede. Sono sempre in buona fede coloro che si tormentano. semplice questione di conoscersi. Ed io mi conosco. Ecco tutto.

IRENE - Meglio ancora.

ENRICO - Non me ne importa niente. C poco merito, vi ripeto. Non sempre, del resto, conoscersi, significa aver da compiacersi di se stessi.

IRENE - Perch no?

ENRICO - (a tagliar corto) Sentite. Vi parr strano, ma io ho pochissima esperienza di ragazze moderne. La mia esperienza di donne va, soltanto, da una certa et in su. Sono appena uscito da una situazione alquanto fastidiosa per varie ragioni. E non vorrei cacciarmi subito in unaltra, altrettanto fastidiosa, per le ragioni contrarie. Voglio dire, non ho nessuna voglia di dover passare, di colpo, dalla soggezione intimidita alla maleducazione aggressiva. Chiaro. Di conseguenza, se col vostro sarcasmo, o che so io, intendete di offendermi, meglio che la lasciate l.

IRENE - Io non so se abbiate poca o molta esperienza di ragazze moderne. E non so, nemmeno, se io sia una ragazza moderna. Constato, solamente, che non ne avete alcuna di me. Se conosceste fino a che punto sono sincera io, oggi, tutta la vostra franchezza vi sembrerebbe un giochetto trascurabile.

ENRICO - Me ne rendo conto. Basta intendersi. In tal caso, penso che non vi dispiaccia restituire gli stessi complimenti che facevate a me, poco fa.

IRENE - Tuttaltro.

ENRICO - Bene. Teneteveli. (Ora con un lieve malumore) Dicono che certe categorie di persone si riconoscono a naso Come gli animali. Dipender da quello. Ma debbo rassegnarmi allimpressione che esista pi di unaffinit fra voi e una certa parte di me.

IRENE - Perch, soltanto, una certa parte?

ENRICO - Perch, con laltra, io riesco a trovare, ancora, qualche raro momento da dedicare al disprezzo di me stesso, suppongo.

IRENE - Ci dipende dalla leggera diversit del mio caso. Io non ho ancora il diritto di riconoscermi quel fondo da vera e propria canaglia incolpevole che ostentate voi.

ENRICO - Speriamo in seguito.

IRENE - Me ne manca ci che si dice la documentazione viva.

ENRICO - Come?

IRENE - (seria) La documentazione viva.

ENRICO - Ah! Per siete sempre in tempo.

IRENE - Sul piano della pratica attivit, credo che siano poche le ragazze della mia et che la posseggano meno di me. Ma sono una donna di immaginazione e, finora, ho sempre riparato su quella. E qui, credo che siamo pari.

ENRICO - Forse anche pi che pari.

IRENE - In fondo, la stessa cosa, no?

ENRICO - (distratto, di proposito) Eh?!... B, s, pu darsi. In un certo senso. Quando non anche peggio. Le ore senza alibi create dalla fantasia sono, senzaltro, pi inconfessabili di quelle vissute per esperienza diretta. Ci sia detto senza alcuna ricerca di personale giustificazione. (Ora mutato. Perfino un po villano) Per caso, non vi sarete messa in testa di far impressione su di me con la solita trovata delle due vite? O, magari con quella della donna superiore, priva di pregiudizi? Ho tale un fastidio di queste vecchie storie.

IRENE - Nessun timore. Non dipeso da me limpedimento di poter accordare limmaginazione con la realt. Di vivere sinceramente, in altre parole. I vincoli che ci vengono tesi e che ci tendiamo dentro, sono assai pi paralizzanti di quelli che esistono allesterno.

ENRICO - Ah, ho capito. Freud!

IRENE - Se volete. E meno male quando interviene qualcosa a farli saltare prima che sia troppo tardi.

ENRICO - Non preoccupatevi. Non mai abbastanza tardi per diventar ignobili. E non il caso di precipitare troppo certe conclusioni. Ma astraendo da tutto ci, non c che dire: siete allaltezza della situazione, voi. Anche un po troppo, a mio gusto.

IRENE - Vada per coloro che hanno saputo esserlo tanto poco.

ENRICO - State attenta a non esagerare in senso contrario. , forse, pi pericoloso ancora.

IRENE - No no. Semplifica. Non avete idea quanto semplifica. accaduto, anche a me, di trovarmi sbalzata, di colpo, su esperienze opposte. E sono daccordo con voi che, al principio, ne possa derivare qualche forzatura. Per farvene unidea, pensate un cane ormai abituato, e affezionato, al guinzaglio perpetuo, e al quale, improvvisamente, si sia rotto il collare.

ENRICO - (allerta) Scusate, voi, una domanda. Ma che centro io in tutto questo? Quando una donna come voi onora di certe confidenze un uomo come me, e collaggravante di quanto avvenuto, ci consente qualsiasi supposizione.

IRENE - Riconoscenza, se vi pare. In un certo senso, a voi che debbo la rottura del collare. E simpatia, se permettete.

ENRICO - Ascoltate. Io non vi capisco bene. Non so dove mirate. Forse a far del male a me Forse a voi. Forse ad altri. O del male a qualcuno per far del bene a qualcun altro. Non so. E non mi preme di saperlo. Ma mi sembra di capirvi a sufficienza per ritenermi autorizzato a darvi un avvertimento. Non bisogna cimentarmi. Uno come me non bisogna porlo davanti alla tentazione di prendersi certe vendette con la vita. Oltretutto, siete anche una bella ragazza.

IRENE - E voi un bel giovanotto.

ENRICO - S. Lo so.

IRENE - Della stessa et. O pressa poco

ENRICO - Vi saluto. Ma non pare deciso del tutto ad andarsene.

IRENE - ha scorto lanello sul tavolo. Lo ha preso in mano e lo sta osservando da intenditrice.

IRENE - Toh, mia madre, povera donna, giunta perfino a dimenticare gli anelli in giro. E di questo valore per giunta. Bello, no?

ENRICO - (senza averlo guardato) S. Molto bello. (Dopo un po. Sospettoso e cauto) Ma vi sbagliate. Sono stato io.

IRENE - (restituendoglielo, con naturalezza) Lo avevate dimenticato voi. Siete piuttosto distratto.

ENRICO - Non precisamente dimenticato. (E col guizzo di una decisione repentina) Ma, insomma, visto che non c rimedio Grazie. (Lo prende e se lo infila, senzaltro)

IRENE - Vi sta anche bene.

ENRICO - Gi. Pu parere un anello di fidanzamento.

IRENE - No. Altro dito. E altra forma.

ENRICO - (mentre sta per infilare la porta a precipizio) Tanti saluti. Il troppo troppo. Anche per me. Se certe azioni non le impedisce pi la morale, per fortuna le vieta ancora il senso del ridicolo.

IRENE - (bloccandolo sulluscio) Vi credevo pi coraggioso.

ENRICO - Vho avvertito. Non bisogna cimentarmi.

IRENE - (con improvvisa decisione, senza mostrare imbarazzo) Dite un po, piuttosto. Non sareste in grado di offrirmi da pranzo?

ENRICO - (ostile e provocante) Siete proprio refrattaria a tutto, voi.

IRENE - E dunque?

ENRICO - Ebbene, credo di s.

IRENE - (ambigua) Ho bisogno di parlare a lungo con voi. Mi restano alcune curiosit che voi solo potete soddisfare.

ENRICO - Curiosit?

IRENE - Curiosit.

ENRICO - In tal caso, affidatevi pure a me. Essa si getta sulle spalle un soprabito che aveva sul braccio quando era entrata e si dirige, precedendolo, verso luscita del giardino. Nel raggiungerla,

ENRICO - andato ad inciampare contro la palla da tennis che condusse lui e

LIVIO - al principio. Si china e la raccoglie. Se non vi disturbo, vorrei portarmi via anche questa.

IRENE - (dalla soglia) Tutto quel che volete.

ENRICO - (facendola rimbalzare, mentre segue Irene) Merita proprio di essere conservata. Non si sono accorti della presenza di MARTA. Essa viene avanti. Si mette dietro ai vetri e li guarda mentre si allontanano. E nemmeno lei si accorge del ritorno di

EUGENIO - che vede e comprende.

EUGENIO - Signora

MARTA - (senza voltarsi) No. Cos Farmi del male Forse, solo cos. ATTO TERZO Alla mattina dopo. Senza doversi preoccupare di giustificare troppo la propria presenza con la sua opera di domestico,

EUGENIO - nella stanza e tiene docchio il telefono. Poco pi tardi, entra

MARTA.

MARTA - Ancora niente?

EUGENIO - Niente. presto. E c il confine. (Essa si aggira impensierita per la stanza) La signora non deve inquietarsi.

MARTA - Non sono affatto inquieta. Soltanto, non tollero lincertezza. E il disordine.

EUGENIO - Voglio dire, non dovete avere preoccupazioni. Non accadr niente. Come non accaduto niente. Non accade mai niente nella vita.

MARTA - Povero EUGENIO. Sempre fedele. Come un vecchio complice.

EUGENIO - Niente. Soltanto parole. sempre cos. Si dice vecchio complice dove basterebbe dire vecchio servitore.

MARTA - Che ora ?

EUGENIO - Presto. Ancora presto.

MARTA - Vi ho chiesto lora.

EUGENIO - Le otto e venti.

MARTA - Dovevate avvertirmi subito.

EUGENIO - La notte passata non avevate riposato. Non ho voluto compromettere anche il vostro riposo di stanotte.

MARTA - Gi. Credevate che io dormissi, voi.

EUGENIO - (convinto) S, signora. Dalla vostra parte non accaduto nulla. Nulla di diverso, e di nuovo, intendo. Hanno cercato soltanto di farvi del male. Gli altri.

MARTA - Basta, EUGENIO. Sollecitate questa comunicazione, piuttosto. (EUGENIO - solleva il ricevitore e combina un numero).

EUGENIO - E stata chiesta lItalia Urgente S, Firenze. Affrettate, per piacere. (Ora nuovamente alla padrona) Bastava permettermi di andar gi, a cercare negli alberghi. E, a questora, sareste tranquilla.

MARTA - Ho detto no. Qui no. Sono accadute abbastanza cose, qui, perch si debbano far delle chiacchiere anche negli alberghi.

EUGENIO - Ma con voi in quello stato.

MARTA - Ebbene, preferisco rimanere in questo stato. Tanto, ormai, pi nulla potrebbe mutare.

EUGENIO - Sono sicuro che si trovano l.

MARTA - Non mi importa dove si trovano. Mi importa dove si trova mio figlio. Cosha fatto mio figlio. Lui, solamente.

EUGENIO - Non sarebbe umano, lui solamente. Non bisogna mentire a se stessi. Accettarsi come si . Allora non vi sono sorprese. Mai.

MARTA - Vi sbagliate, EUGENIO. Per una volta, dopo tanti anni, vi sbagliate. Non mimporta di Irene. La conosco. Non corre pericolo, lei. Essa ha scelto la sua strada, qualunque essa sia. (Assorta)

IRENE - conosce sempre ci che deve fare. E sa sempre farlo coincidere col proprio vantaggio. O, almeno, cos crede. E quanto al resto No, no. Guai a me. Ma

LIVIO (Squilla il campanello del telefono) Ecco. (EUGENIO - va a rispondere).

EUGENIO - Bene. Aspetto. (E passa il ricevitore a MARTA)

MARTA - Io, s Bene, bene. Non fate domande Non importa vi dico. Rispondete e basta. Per caso, mio figlio l?... Non tornato stanotte, o stamattina?... No. Va bene No Se dovesse arrivare, telefonate immediatamente Dove? Gi. Dove. Non importa. Richiamer prima di mezzogiorno S, di passaggio Forse, domani o fra qualche giorno No. Niente Evitate di supporre Ah bene Questo s Due milioni e ottocentomila? Devono almeno raddoppiare. Pregateli di trattenersi qualche giorno. un affare che non mi persuade. Ho bisogno di riflettere Non preoccupatevi. Hanno tutto linteresse a fermarsi In tal caso, partano pure. Torneranno a cercarmi loro E Irene, s fatta vedere?... Nemmeno lei S, lo sapevo S, s. Basta. (Riattacca nervosamente) Niente. Da diciotto ore. (Dopo una breve incertezza) Ebbene, andate gi ad informarvi. Ma soltanto di LIVIO. Non una parola, di nessun altro.

EUGENIO - Come volete. (Esce, ma appena varcata la soglia, rimette dentro la testa) Eccone gi uno di ritorno, signora. M A R T A (s u b i t o ) Chi? scomparso

EUGENIO - ed comparsa Irene. Indossa ancora il soprabito del giorno precedente. di ottimo umore e non fa niente per nasconderlo. Anche se non riesce ad evitare di esordire leggermente stonata.

MARTA - si rannicchia in una poltrona, muta ed ostile.

IRENE - (naturale, senza la minima intenzione di alcun genere) Buon giorno, mamma. In piedi pi presto del solito, oggi.

MARTA - S. Come te.

IRENE - Sai bene che io sono mattiniera. (Si tolta il soprabito e si va accomodando i capelli davanti a uno specchio) Ah, un posto stupendo, questo. Non mi sono mai sentita i nervi distesi come stamattina. Fa bene, ogni tanto, cambiar luoghi. (E dopo aver dato unocchiata a sua madre, altrettanto naturalmente) Sei un po sciupata, mamma. Dovresti cominciare ad usare maggiori riguardi alla tua et. Scusa. Volevo dire alla tua salute. Lavori troppo. Hai diritto anche tu a un po di riposo, ormai. (MARTA - continua a tacere. E ci mette un po a disagio Irene) Quanto a ieri, ebbene, credo che si sia un po esagerato. Tutti. Colpa dei nervi. (E dirigendosi verso luscio di unaltra camera) Chiss se sar possibile avere un bagno qui.

MARTA - (fermandola) Tuo fratello se ne andato ieri nel pomeriggio senza dir dove. A nessuno.

IRENE - (tornando indietro) Doveva recarsi a Zurigo, no?

MARTA - No. Non doveva pi recarsi a Zurigo. E a Firenze non si ancora fatto vedere.

IRENE - Dagli tempo. Del resto, non credo che fossero molte le ragioni a trattenerlo qui.

MARTA - Pu essere. Ma n una parola, n una telefonata.

IRENE - (cominciando ad accordare il proprio tono a quello della madre) Sono forse responsabile io dove va, o non va, mio fratello?

MARTA - Questa volta, s. Credo di s. Sono convinta che egli venuto in cerca di te. Alle sei del pomeriggio, non ha potuto pi aspettare. Era persuaso che avresti dormito a casa, lui. Ed venuto in cerca di te.

IRENE - (provocante) Proprio sicuro?

MARTA - (a sfida) S.

IRENE - Ha davvero la vocazione, per certe indagini,

LIVIO.

MARTA - Aspetto che tu mi risponda se lo hai visto.

IRENE - No. Non lo potevo vedere. Ho dormito in unaltra localit.

MARTA - Purch non gli sia accaduto nulla. Ti avverto, Irene. Non so quel che sarei capace contro di te, se fosse accaduto qualche cosa a

LIVIO.

IRENE - Ci rimettiamo dunque, di nuovo, a scambiarci le carte in mano. Se venuto in cerca di me,

LIVIO - ritorna, mamma. Tu lo sai bene. Soltanto se egli non venuto in cerca di me, hai ragione di stare in ansia. In un caso, come nellaltro, io non centro.

MARTA - (tesa) Tu. Solo tu, centri. (Ma non forse, gi pi soltanto il pensiero del figlio che la occupa. Laltra se ne accorge e ne approfitta).

IRENE - Ora andiamo gi un po meglio. Preferisco questo tono. Non era degno di te, gettare in mezzo a noi

LIVIO - per creare una mascheratura plausibile al tuo risentimento.

MARTA - (colta di sorpresa) Risentimento? Per te?

IRENE - Non ho voluto usare unaltra parola.

MARTA - Quale?

IRENE - Gelosia, per esempio.

MARTA - Ah, questo. E dunque questo che pensi. E ti deve dare una gioia enorme. Ti ringrazio. Ora s. Ti incontro pi gi di me. Guarda, mi pare di sentirmi riscattata. No, Irene. No no. N gelosia n risentimento, n altro. E nemmeno disprezzo, bench la tentazione sarebbe tanto facile. Piet, caso mai, soltanto piet. Di me e di te. Eguale.

IRENE - C qualche diversit, suppongo, al mio attivo. Di modo e di tempo, prima di tutto.

MARTA - Ce ne sono anche al tuo passivo, Irene. Non sai quante. Io posso soffrire vedendo dove sei giunta. E soffro. Nonostante tutto, sei pure mia figlia. una sofferenza alla quale non rinuncio. Mi spetta. E non posso nemmeno impedire che, nella mia sofferenza, si insinui della soddisfazione.

IRENE - (calma e, perfino, non priva di cordiale condiscendenza) Meglio cos, mamma. Ti aiuter a superare la crisi.

MARTA - Con te la partita pareggiata, Irene.

IRENE - Su questo particolare siamo daccordo.

MARTA - (cattiva) Non credo. Dalla tua parte, non credo. Ti pare. Se io ti dicessi perch, dalla mia, pareggiata, non ti mostreresti pi tanto sicura. Nel caso che il tuo scopo fosse di farmi del male, il risultato stato quello di contribuire a liberarmene, guarda un po. Non c che LIVIO, ora, che mi pesi sul cuore.

IRENE - Anche questo peso te lo puoi togliere. Eccolo. E infatti,

LIVIO - entrato in questo momento. Sua madre gli va incontro quasi per abbracciarlo.

MARTA - LIVIO. Finalmente.

LIVIO - (scostandosi. Senza malagrazia) Che ti accade, mamma?

MARTA - Mhai fatto stare in ansia da ieri.

LIVIO - Ancora? Non rendiamoci anche ridicoli, se possibile. (E nellatto di condurre la sorella verso la porta) Abbi pazienza. Ho qualche cosa da dire ad Irene.

IRENE - (prima che la madre sia uscita) Anche la mamma aveva qualche cosa da dirmi, credo.

MARTA - (ambigua) C tempo, Irene. (Via).

IRENE - Dunque, eri stato in cerca di me?

LIVIO - Come lo sai?

IRENE - Supposizioni. Materne.

LIVIO - (senza mai n acrimonia n aggressivit) Bene. In tal caso, non ti sar difficile rispondere francamente.

IRENE - Ah! Avresti, forse, intenzione di ricominciare lo stesso processo col cambio dellimputato? Sarebbe unesagerazione. Due, in ventiquattrore.

LIVIO - No, Irene. Ho bisogno, soltanto, di conoscere una certa cosa di te. Per potermi regolare di conseguenza. Hai detto bene. Debbo cercare, se posso, di riordinare, nella mia testa, un certo numero di certezze e di valori che sono stati sconvolti.

IRENE - Al solito. Gli uomini come te, quelli dai cosiddetti principi morali, parlano della loro testa, come si trattasse di una caserma. (E con diverso tono. Anche, a suo modo, affettuoso) Non immischiartene, LIVIO. Dico per te. O per il tuo bene. Resta estraneo. Lascia che ognuno risolva i propri problemi da s, e non trasformarli in problemi tuoi. Non rimane altra soluzione. A ognuno le sue responsabilit.

LIVIO - Cerco, appunto, di assumere le mie. E, per assumerle, devo conoscerle.

IRENE - Non crearti responsabilit che non hai. In parole pi semplici: cerca di uscire da tutto ci col minor danno possibile. lunica cosa che conta.

LIVIO - Sempre pratica, tu. Nessun processo. Non temere che io voglia conoscere i tuoi fatti privati. N conoscere, n controllare, n proibire. M passata la voglia di condannare o di assolvere qualcuno. E del resto, non sono essi che hanno importanza. Badare a me, hai detto. Ebbene, questo, e niente altro, tento di fare. Esiste un problema morale, mio, al quale debbo dare risposta.

IRENE - Sia pure. Ma non vedo quali risorse possa essere in grado di offrire, io, ai tuoi attaccapanni morali.

LIVIO - Attaccapanni morali. Giusto. Sono fatto cos, e ci vuol pazienza. Voi avete da fare i conti col vostro orgoglio, coi vostri sentimenti, coi vostri appetiti. Ed io coi miei attaccapanni morali. Tutto il resto viene dopo. Proprio per questo sono stato a cercarti.

IRENE - Tanto urgente era?

LIVIO - Era, soprattutto, urgente conoscere le ragioni e gli scopi per i quali, a un certo punto, avevi preso una certa direzione. E fin dove dipendesse da me poterne modificare le conseguenze.

IRENE - Ti contraddici. Conseguenze. Su chi?

LIVIO - Su te. Su me. Sulla mamma. Su tutti.

IRENE - Non capisco.

LIVIO - Irene. Siamo legati in modo che, oramai delle azioni di ognuno, quelle passate come quelle presenti, siamo responsabili tutti in blocco, e ciascuno singolarmente.

IRENE - Ti ripeto. Sta in guardia. Dipende da te. Soltanto da te stesso pu venirti del male.

LIVIO - Ma soltanto attraverso questo male posso raggiungere il mio bene. Se pure possibile. Stiamo ai fatti. A te non dovrebbe dispiacere stare ai fatti. Ieri, nemmeno mezzora dopo quanto era accaduto, s vista qualcosa che sarebbe stata lultima da poter immaginare. Tu te ne sei andata con lui. Sei rimasta via tutto il giorno, tutta la notte, e ricompari stamattina come niente fosse avvenuto. Meriter, almeno, una spiegazione tutto ci.

IRENE - Ti pare proprio che ce ne sia bisogno?

LIVIO - S. Mi pare.

IRENE - (con decisione improvvisa) Scusa. Un momento. (V a tranquillamente al telefono, compone un numero e attende).

LIVIO - Ti metti a telefonare. Adesso.

IRENE - Forse, ci contribuir ad evitarti altre spiegazioni. Ti offro la pi semplice. (Al microfono) Per favore, seduto nellatrio, ci deve essere un bel giovanotto bruno, con un fazzoletto di seta blu al collo, uno straordinario paio di scarpe bianche ai piedi e una rivista americana in mano Appunto. Quello. Ditegli, a nome della persona che sa Cos: della persona che sa: che un fastidio imprevisto ci obbliga a partire col treno successivo. E che aspetti In tal caso, mandatemelo allapparecchio. Sono qui. (Al fratello) Soddisfatto?

LIVIO - (andandole vicino e togliendole di mano il ricevitore) Ebbene, meglio cos. (Al telefono) No. Io.

LIVIO Abbi pazienza debbo sapere qualche cosa da te S necessario S. Io e te. Dieci minuti. Bene Necessario. S. (Depone il ricevitore).

IRENE - Che significa ci? Che hai in mente di fare?

LIVIO - (sorridendo con amarezza) Anche tu. Ma niente, niente. Che posso fare io? Soltanto chiedere spiegazioni.

IRENE - E non t bastato?

LIVIO - No. E assurdo. Lo so. Ma non m bastato. (Colpendosi la fronte con la palma della mano) Guai se ti lasci entrare un sospetto qui. Anche il solo margine di un sospetto. Contro ogni verosimiglianza. Guai. Troppo semplice la spiegazione pi semplice. Le azioni delluomo sono l, spalancate. Ma giraci dietro La tua, per esempio. Se ti agguanta il sospetto che tutto non possa essere cos brutalmente semplice.

IRENE - Cio?

LIVIO - Il colmo del ridicolo raggiunto al colmo della ingenuit, se vuoi. Pu darsi. quasi certo, anzi. Mettilo pure a carico di questo mio disperato bisogno di oppormi alla rovina generale. I miei attaccapanni. Una probabilit su mille. Ma immagina che ti folgori il cervello, un attimo, il dubbio che il calcolo fosse un altro. Che tu abbia inteso non so nemmeno come dire deviare, ecco, deviare un male, un pericolo da qualcuno. E tutto cambia.

IRENE - (intuendo) Nooo

LIVIO - Tu sei una donna forte, Irene. Tu s. Lucida. Decisa. Incomprensibile in chiave di solo egoismo. E se tu avessi deciso di compiere qualche cosa del genere, faresti poi di tutto perch avesse lapparenza del contrario.

IRENE - (stupefatta e, perfino, lontanamente commossa) Che tentazione, LIVIO. Che parte. La figlia che si sacrifica per guarire la madre. E che scena. Ma sul serio? Mi ci vedi?

IRENE - che restituisce la mamma allonest, seducendole gli amanti. Par di sognare. Peccato. No, LIVIO. No, no. Come stato possibile?

LIVIO - (tristemente) Certo. Non era possibile. Ma dovevo esserne sicuro. Persuadermi di aver perduto anche te. La fiducia in te, voglio dire. La confidenza e la stima.

IRENE - Capisco. Qualche cosa, per te, sarebbe risalito sugli altari. Ma sarebbe anche peggio se io volessi apparire ai tuoi occhi diversa da quella che sono. Non pi tempo da giochi delle parti. (Fa qualche passo, pensierosa, per la stanza) Inconcepibile. E tuttavia, penso che, davanti a te, avremmo tutti da vergognarci.

LIVIO - Non necessario. Non c altro che mi interessi di sapere. (Va, quasi automaticamente, ad aprire luscio donde uscita MARTA) Puoi venire, mamma. (E si dirige in fondo dove si ferma a guardare nel giardino mentre ricompare sua madre).

IRENE - (rivolgendosi direttamente a lei) In seguito, sar opportuno che spieghi, tu, a LIVIO, come stanno le cose. Ha strane idee in testa.

MARTA - E a te che dovrei spiegarle.

IRENE - Anche tu? Indubbiamente, la difficolt maggiore nella nostra famiglia di essere accettati e giudicati, sinceramente e semplicemente, per quello che si .

MARTA - Nel caso tuo, oggi, dovresti, almeno, usare la cautela di dire: che si crede di essere. (LIVIO - rimasto nel fondo. Appoggiato allo stipite; e ascolta senza mai intervenire).

IRENE - Non ho molto tempo a disposizione. E ci che sono, o ci che credo di essere, non ha importanza. Ne ha, in ogni modo, assai meno di alcune norme sulle quali intendo regolarmi in avvenire.

MARTA - Me le immagino. Come se le avessi prese io. Io, dentro di te. Tale e quale.

IRENE - Meglio cos. Eviteremo delle inutili complicazioni. (Ora franca e disinvolta) Non so quel che tu abbia deciso di fare. Per conto mio, giudico che il meno peggio, noi due, sia di rimanere alleate. Soltanto, penso che, presto, gli anni cominceranno a pesarti, e sar opportuno che mi abitui a sollevarti un po negli affari. Prima o dopo, sarebbe avvenuto ugualmente, del resto. Tale era anche la tua intenzione. Mi hai allevata a questo fine.

MARTA - E con ottimi risultati, a quel che vedo.

IRENE - Io non sono quella che, comunemente, si dice una donna di casa. Ed anche se lo fossi, o se mi fosse stato permesso di esserlo, ormai mi avvio verso unet che mi consiglia la prudenza. Credo di non essere dotata dellistinto della maternit, io. Ci tengo a lavorare e mi piace il lavoro al quale mi hai abituata. Soprattutto, aspiro ad essere indipendente. Ma di tutto ci, ci sar tempo per riparlarne. Come vedi, non ho tradito il tuo insegnamento. Per ora, ho deciso di riservarmi qualche settimana di vacanza e andare un po in giro. E, in seguito, daccordo con te, potr cominciare a prendere contatto coi nostri rappresentanti allestero. Non indispensabile che, ogni tre mesi, ti debba affaticare a metterti in treno. Viaggeremo un po per una. E andremo perfettamente daccordo.

MARTA - (sarcastica) Poco coraggio. Va fino in fondo, Irene. Sei sulla strada giusta. Va fino in fondo. Forse riuscirai a scoprire la verit da te.

IRENE - (completamente sincera e senza perdere la calma) Ebbene, sei tu che lo vuoi. finita la sudditanza, mamma. Ah, non hai idea ci che significhi sentirsi finalmente svincolati i pensieri, i sentimenti, i desideri, i sensi. Come un paralitico che riacquisti il movimento. Non ho nulla contro di te. Pi nulla. Anzi. Ho, quasi, della riconoscenza. Prima, dovevo temere il giorno nel quale ti avessi dovuta odiare. Ora, sento prossimo quello nel quale potr volerti bene. Era una schiavit. Tanto pi irrimediabile, in quanto accettata e perseguita come un ideale di vita. Ed cessata. (Senza astio, perfino con una punta di malinconia) Il simulacro della madre esemplare e della donna eroica che avevi contrabbandato stato talmente senza scampo che era giunto a inaridire e a spegnere qualsiasi altro slancio che non stesse nel cerchio di quella perfezione. Fosti cos perfetta da costringere tua figlia ad arrivare a ventotto anni, vergine. Grazie, Mamma.

MARTA - (calcolando ogni parola come calcolerebbe le pallottole per un tiro al bersaglio) Non ringraziarmi troppo presto. Forse dovrai ricordare a lungo questi cinque minuti con tua madre. Io posso anche ammettere che, fra te e me, voglio dire fra una madre come me e una figlia come te, abbia potuto crearsi un rapporto drammatico del genere che hai confessato. Non sono cieca. Purtroppo, certe realt si intuiscono, anche se non si vogliono riconoscere; ed ho imparato tante cose, su gli altri e su me stessa, nelle ultime ventiquattrore, che posso ammetterlo facilmente. Vado anche pi in l: ero perfino disposta ad assumerne le responsabilit e a misurare, da esse, sino a che punto potevo aver sbagliato e fallito il mio compito di madre. Figurati, se non capisco, e condivido, la tua esigenza di riscatto. un tuo diritto. Pi che diritto. Il traguardo della tua personalit e la posta del tuo avvenire. Te lo concedo, senzaltro.

IRENE - (sorprersa) Ah, cos. Meno male.

MARTA - Anzi, te lo sollecito.

IRENE - Te lho detto che saremmo andate daccordo.

MARTA - E curioso come il rancore ti abbia tolta ogni lucidit, e lesaltazione della rivincita ti abbia fatto perdere la prudenza. In guardia, Irene. Fino a ieri sera, lucidit e prudenza sono state le rotaie della tua vita. A quali guide ti affiderai ora? Liberazione, hai detto. Una magnifica parola. Ma sei sicura che sia la parola giusta?

IRENE - S, mamma. Finalmente. La custodisco nei polmoni. Nel sangue.

MARTA - (minuziosa) No, altra cosa. Per una liberazione avresti sbagliato tutto. Hai avuto troppa fretta e troppo poca fantasia. Compi lultimo passo, Irene. Tu chiedo: stata una liberazione o una candidatura? Rispondi.

IRENE - Candidatura a che?

MARTA - (al calor freddo) Cominci a capire. Conosco bene il significato di quel pallore che ti nasce intorno alle narici. Fin da bambina. Gi allora, il tuo solo punto vulnerabile era lorgoglio. Ebbene, renditi conto che la tua dipendenza continua. Forse pi di prima, e peggio di prima. una schiavit che ha soltanto cambiato volto. Fino a ieri, almeno, potevi, ancora, ripararti dietro alla coscienza della vittima oppressa. Anche davanti a te stava aperta una trappola. Hai voluto soltanto far tua la volont e la realt di tua madre. Sostituirti a me. Identificarti con me. Essere me. Questo e niente altro. Non hai mirato che a prendere il mio posto alla prima occasione. E non hai trovato di meglio che sostituirmi in un letto, fra le braccia dovero stata io. Credi di avermi soppiantata e non hai fatto altro che raccogliere la mia vergogna.

IRENE - (livida) Li sai restituire bene i colpi, tu, non c che dire.

MARTA - Ho appreso la lezione da te, ieri, figlia mia. (Colpita, ma capace ancora di ribattere, IRENE - va in fretta verso luscio).

IRENE - (sulla soglia) Ebbene, mero sbagliata. Dovr rinunciare al giorno nel quale avrei potuto volerti bene. Ci rivedremo fra un paio di settimane. Se ci rivedremo. Addio, LIVIO. (Via.

MARTA - pare crollare di colpo. E correndole dietro).

MARTA - Irene. No, no. Ascolta. Irene, figlia mia! (Esce).

LIVIO - (solo, senza essersi mosso) E sera esordito proponendoci di non farci del male. (Puntuale allappuntamento, comparso ENRICO)

ENRICO - Avevi pronta la frase giusta anche per me.

LIVIO - Sei qui, tu. Ma ormai inutile. Ci che mi premeva di sapere lho saputo.

ENRICO - Non avrei dovuto venire. Ma mera parso di avvertire nelle tue parole una sfida. M balenato il sospetto che tu mi potessi giudicare un vigliacco. Figurati. Questo pensiero m stato intollerabile. Ed eccomi qui. Tollerabile tutto il resto. E questnoo. Probabilmente, perch si trattava di te.

LIVIO - (amaro) Come se per il resto non si fosse trattato di me.

ENRICO - Va a capirci qualche cosa. In questa sporca vita, uno in grado di affrontare, con relativa disinvoltura, il peso delle proprie azioni peggiori e, poi, non riesce a sopportare lidea di venir giudicato incapace di ripresentarsi davanti a un amico offeso. Scusa. Mi rendo conto della inopportunit di usare questa parola. Ma non so trovarne unaltra.

LIVIO - Ma s. Mi accorgo, ora, che la tua venuta non stata del tutto inutile. Forse mi restava qualche cosa da dire anche a te. Nemmeno tu ne hai colpa. O ne hai meno degli altri. Seppure gli altri ne hanno.

ENRICO - Comunque, tu, almeno, ne saresti privo.

LIVIO - Se lo giudichi un vantaggio

ENRICO - Tuttaltro. Mi pare, anzi, di capire che tu sei quello che ne esce con le ossa pi rotte degli altri.

LIVIO - Chiss, poi, se io ne sono privo. Talvolta, in certe situazioni, pu essere una colpa anche il non averne. Voglio dire, il mettersi nellagevole ed egoistica condizione di servire da pietra di paragone agli altri. Anche la bont e la virt hanno i loro imputati.

ENRICO - Figurati, un discorso simile, venendo da uno come te, se non farebbe comodo a chi si trova nelle mie condizioni. Ma, in un certo senso, proprio con un tale discorso, tenti di porti ancora pi in alto, fra gli incolpevoli in funzione di pietra di paragone.

LIVIO - (con uno stanco sorriso, non privo dironia) E allora, scusatemi tutti quanti. Che vi devo dire?

ENRICO - Chiss che, tutto considerato, questo non sia il partito migliore.

LIVIO - Chiss. Non dico che fosse proprio fatale arrivare dove siete arrivati. Ma, certo, ognuno aveva le sue buone ragioni di arrivarci. Su questo non c dubbio.

ENRICO - (scherzando coi denti allappati) Indubitabilmente, LIVIO, i virtuosi sono scomodi, al giorno doggi. Scomodi per gli altri e spaesati per se stessi. In fondo diventata, anche questa, una questione di percentuali, come tante altre. Fino a quando la virt, lonest e cose simili, superano la percentuale del cinquanta per cento, esse costituiscono la normalit. Ma quando scendono al disotto comincia a diventar normale il loro contrario. Se la maggior parte degli uomini fossero gobbi o carcerati, essere dritti o in libert, verrebbe probabilmente giudicata una mostruosit o una punizione. E se, come ci ha insegnato quello studioso americano e molti incoraggianti segni fanno supporre, non lontano il giorno che i finocchi raggiungeranno il sessanta per cento, diventer un vizio andare a letto con una donna.

LIVIO - Hai sempre una teoria bella, pronta e spiritosa per tutto, tu.

ENRICO - Anche questo significa qualche cosa. Come sintomo, intendo. Certe realt che sono nellaria, chiamale pure certe crisi, finiscono sempre, in un modo o nellaltro, collinfluenzare, a loro vantaggio, tutti. Anche coloro che ci si mettono contro, in nome di certi principi. Per quanto ci riguarda personalmente, probabile che se io, laltro giorno, ti avessi confessato di essere andato a letto con la madre e poi con la sorella di qualcuno, questo non ti avrebbe fatto maggiore impressione del resto. Buon Dio, tutte le madri hanno dei figli e tutte le sorelle hanno dei fratelli. E se questo dovesse impedir loro di andare a letto con qualcuno, staremmo freschi. La storia comincia a diventar scabrosa, per te, quando scopri che si tratta di tua madre e di tua sorella; e, per me, quando mi accorgo che si tratta della madre e della sorella del mio miglior amico. Ma, dallo stretto punto di vista morale, il secondo caso non dovrebbe essere diverso dal primo.

LIVIO - Saranno i tempi, come vuoi tu. Sar una crisi sempre uguale, che si ripete in modi diversi, ed ogni volta sembra nuova. Sar luomo; sar, pi probabilmente, la stanchezza delluomo, il quale, dopo aver elevato le sue forme ideali, gli schemi e i modelli della dignit umana, non pi capace di accordarvi la propria vita. Non so. Ma quando vuoi andare in fondo e mettere la gente di fronte alle sue responsabilit, ti accorgi di fare un processo, dove manca limputato.

ENRICO - Peggio ancora. In unassemblea di imputati latitanti, pochi uomini, sempre meno, non possono privarsi del gusto tormentoso di fare i giudici. E sappimi dire, poi, quando questa verit la trasferisci allinterno dellindividuo, nel tribunale della coscienza dognuno.

LIVIO - Fin che si tratta di un caso particolare, pazienza. Ma fa il caso generale. Se tanto stato possibile in un amico come te, in una famiglia come la nostra, in una madre come mia madre e in una sorella come mia sorella, gente difesa in ogni senso, ai limiti estremi di certe possibilit di franamento

ENRICO - Anche questa una storia che si ripete. Vuoi che diciamo un campione prelevato apposta, dal caso, per il saggio di un momento e di un ambiente sociale?

LIVIO - In un certo senso, potrebbe significare proprio questo. Ebbene domando che potrebbe accadere a tutto il resto?

ENRICO - Ci che sta accadendo, LIVIO. E una via senza uscita. Non sono mai riuscito a dimenticare la prima impressione che provai, mettendo piede in una citt sconosciuta, non me ricordo pi nemmeno il nome, appena finita la guerra, quando mi liberarono dal campo di concentramento. Mi avevano parlato di bombardamenti spaventosi, di distruzioni enormi. E, invece, nella prima strada che infilai, appena uscito dalla stazione, niente di tutto ci. I palazzi, le case, una chiesa, il teatro, erano ancora in piedi. Tutti. Intatti. Qualcuno era stato perfino rinfrescato, abbellito. Da un paio di finestre pendevano dei gerani. Al pianterreno stavano aperte le botteghe. Cera roba. Cera buon gusto nellesporla. E come era viva la gente, LIVIO, in quella strada. Viva, come non mera parsa mai, prima, su e gi, lungo la sua bella strada intatta, pulita e allegra. Cominciava lautunno. Cera un po di vento. Io avevo in testa un vecchio berretto militare. A un certo punto, il vento mi porta via il berretto e lo fa rotolare di lato, in un vicolo. Gli corsi dietro Quel berretto fu, allora, ci che stata, laltro giorno, la nostra palla da tennis. Appena voltato langolo, vidi tutto con unocchiata. Anzi, non vidi niente. Solo macerie, crolli, erbacce, brutture. Da un capo allaltro di quella bella strada non erano rimaste in piedi che le facciate delle case. Dietro, pi nulla. E la gente continuava a comportarsi, in tutto e per tutto, come prima. la stessa cosa,

LIVIO.

LIVIO - E tu ti adatti. Accetti cos questa realt.

ENRICO - Anzi, la sfrutto. Forse, un modo di reagire e sfuggire alla paura generale. Io lho capito: la gente ha paura. Io che ci sono dentro fin qui, lho capito. Una paura occulta e irrimediabile, della quale nessuno si accorge. Le guerre, le rivoluzioni, e il resto, tutte facce della medesima paura che la coscienza sotterranea dellumanit ha generato per autopunirsi di colpe delle quali non ha colpa. (Squilla, ripetuto e perentorio, il suono di un clacson. ENRICO - fa un gesto verso il giardino) Sono gi in ritardo. Senti? Una paura che mi chiama. La gente ha fretta di farsi del male. E io mi adopero del mio meglio. Staremo a vedere come finisce. Per mio conto, potrei anche dire che, entro alle mie limitate possibilit, contribuisco ad affrettare la conclusione. (Dalluscio salutandolo) Addio, LIVIO. E va.

LIVIO - rimane silenzioso, fermo e indifferente, e li sente partire senza nemmeno voltarsi. Pi tardi rientra sua madre.

MARTA - Se n andata. Le ho fatto del male.

LIVIO - Ve lo siete restituito. Anzi, ce lo siamo restituito.

MARTA - Ma non volevo. Non dovevo. Ai miei figli. Da tanto tempo.

LIVIO - E i tuoi figli a te. Da pi tempo ancora. Per il solo fatto di essere i tuoi figli, a quel modo che tu li avevi voluti. Non avevi torto, ieri. (Silenzio piuttosto lungo).

MARTA - Si potesse almeno dimenticare tutto ci, un giorno.

LIVIO - (semplice e doloroso) Me ne vado anchio, mamma.

MARTA - (collanima sulle labbra) Tu. Ma tornerai, nevvero, LIVIO?Per qualche tempo. Poi tornerai.

LIVIO - No, mamma. Non per qualche tempo. Cerca di capirmi.

MARTA - Capirvi. La gran parola. Siete presi dalla frenesia di essere capiti. E non aprite un momento il vostro cuore per cercare di capire gli altri.

LIVIO - Sei ingiusta, mamma.

MARTA - A forza di voler essere giusti, si diventa spietati. E ciechi. LIVIO, sono sola. Con Irene, domani, cos. Peggio che sola. Fra poco, sar anche vecchia. Lo sono gi, dentro. Una devastazione. Ti pare dunque che non abbia pagato abbastanza dovendo accettare, in unora, tutta la rovina di una vita?

LIVIO - Tu non hai nulla da pagare, mamma.

MARTA - Non si direbbe.

LIVIO - In ogni modo, non hai da pagare pi degli altri.

MARTA - E allora?

LIVIO - Non per questo. Tu eri la colonna che sosteneva ledificio. Non sei riuscita a reggerlo e tutto andato in frantumi. Io ero quello che ero soltanto perch, dietro a me, stavi tu. Non sarebbe pi possibile. Significherebbe essersi appropriati e voler continuare a conservare un patrimonio dideali, di pensieri, di sentimenti, e di tutto, che non mi appartiene pi. Che non mi mai appartenuto.

MARTA - Oh, non avete riguardi, voi. Lascia pure a me il peso di questo inganno, visto che i miei figli, di un diritto e di un errore della loro madre, hanno fatto una vergogna e una colpa, lascialo dunque a me.

LIVIO - Ci equivarrebbe a compierne un altro. E questa volta deliberatamente.

MARTA - Forse avrai ragione tu. Forse avr avuto ragione anche tua sorella. Non so. So questo, solamente: che non cos che ci si comporta con la propria madre. Le si lascia, almeno, il diritto di aver avuto torto unora nella sua vita.

LIVIO - (con un faticoso pudore) Mamma, non ti ho mai voluto cos bene come da quando mi fai tanta compassione.

MARTA - Non parrebbe, LIVIO. Collabbandonarmi, forse?

LIVIO - Se esiste, per me, una possibilit di salvezza solo al prezzo di questo sacrificio, oggi tanto pi doloroso. Devi comprendermi, mamma. E aiutarmi a compierlo. Insieme. Tanto a me e tanto a te. Cerchiamo di fare di esso la nostra salvezza. Linganno era allorigine della nostra famiglia. Tutti. Un tarlo segreto e profondo, nato da unillusione di bene. Non si pu fondare il proprio avvenire accettando di edificarlo su un inganno, qualunque sia. Dovrebbe pure esistere una strada da scegliere per non doversi vergognare di se stessi. In fondo, questo il solo dovere delluomo. Ecco. Costi ci che costi. Tu potrai, forse, trovare la salvezza di domani nella pena di oggi.

IRENE - crede, a suo modo, di aver trovato la sua. Ma io ?

MARTA - (f i o c a ) Dove andrai? Che farai?

LIVIO - Non lo so. Non questo che conta. Limportante ricominciare. Tutto da capo.

MARTA - Tu. Solo.

LIVIO - Solo. Tentare. Magari, sbagliando ancora. Cadendo, forse. Ma non c altra via. E se un giorno tu dovessi vedermi ritornare, non avresti da rallegrarti, mamma. Vorrebbe dire, anche per me, la rassegnazione al fallimento.

MARTA - E possibile essere tanto crudeli con se stessi; e chiedere altrettanta crudelt allamore della propria madre?

LIVIO - Io non sono pi nulla. M rimasto soltanto il desiderio di diventare qualche cosa di pulito. Sii forte tu, per me, mamma, una volta ancora. Non ho n fede, n entusiasmo. Solo quel desiderio. E un amore disperato di te. Per te, se lo vuoi, distrugger anche la mia sola possibilit di salvezza. Decidi tu, mamma, ci che debbo fare.

MARTA - (ci si pu immaginare da quali profondit di eroismo) Va. LIVIO. Va. Ma va subito, prima che mi metta ad urlare per richiamarti. Luomo esce e si allontana, piccolo, curvo e dimesso, mentre gli occhi di sua madre si disperano a richiamarlo attraverso i vetri, ma senza che, dalle sue labbra, esca una parola.

EUGENIO - (entra, molto pi tardi).

MARTA - (impersonale) La macchina fra unora.

EUGENIO - Bene, signora.

MARTA - Si chiude,

EUGENIO.

EUGENIO - Bene, signora.

MARTA - Per sempre. Ci separiamo. Con voi regoler tutto per iscritto, da Firenze.

EUGENIO - Bene, signora.

MARTA - Voi frattanto occupatevi della vendita di tutto, qui. Al pi presto. E alle condizioni migliori. Essa indugia ancora nella stanza, quasi suo malgrado, staccandosi dalle cose cariche di ricordi.

EUGENIO - si messo a sfogliare la guida del telefono. E chiama un numero.

EUGENIO - Questo annuncio. Da inserire per tre giorni di seguito: Villa signorile, vendesi. Posizione solitaria. Piccolo parco, autorimessa. Incantevole localit svizzera. Unora da Milano. Dieci minuti, nota stazione mondana. Clima energetico. Tutte comodit. Tranquillit assoluta. Sedici milioni.

MARTA - (mentre sta per uscire. Secca) Venti.

EUGENIO - (senza essersi staccato dal telefono) Rettifico: venti milioni. ( D unocchiata alla padrona) Trattabili?

MARTA - No. Li vale. (Ed esce).

FINE

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