Addio amore

Stampa questo copione

ADDIO AMORE

(Beatrice Cenci)

Due tempi

di FRANCO CUOMO

PERSONAGGI

BEATRICE CENCI

GIACOMO CENCI (fratello di Beatrice)

BERNARDO CENCI (fratello di Beatrice)

LUCREZIA PETRONI CENCI (matrigna dei Cenci)

OLIMPIO CALVETTI, avventuriero (amante di Beatrice)

MARIO GUERRA, prelato (amante di Beatrice)

AMERIGO CAPPONI, ufficiale (amante di Beatrice)

L'azione si svolge nell'ultimo anno di vita di Beatrice Cenci. Suo padre Francesco è stato ucciso l'8 settembre 1598. Lei verrà messa a morte con il fratello Giacomo e la matrigna Lucrezia l'11 settembre 1599.

All'epoca Beatrice ha 22 anni, Giacomo 32 e il fratello più piccolo Bernardo 18.

Siede sul trono pontificio Clemente Vili, della famiglia Aldobrandini, lo stesso che qualche mese più tardi (il 17 febbraio 1600) mande­rà al rogo il filosofo Giordano Bruno.

PRIMOTEMPO

Beatrice nell'ovale di uno specchio o di un ritratto d'epoca, che è forse la finestra della sua prigione romana, della rocca sperduta in cui il padre l'ha segregata, della sua casa gentilizia di Monte de' Cenci o chissà. Scioglie i lunghi capelli rilucenti e li pettina, poi li raccoglie sulla nuca, li scioglie, li raccoglie ancora. Infine li avvolge in un turbante — come nel supposto ritratto di Guido Reni — e li scioglie un'altra volta. Va avanti cosi, come rimirandosi allo specchio o perdendosi nella notte all'esterno di un'immaginaria finestra, giocherellando col suo turbante da sibilla, che poi è soltanto un asciugamani, e forse lo usa come tale, avendo appena fatto la doccia.

Beatrice                         - Falce di luna crescente - argento pallido su banda nerazzurra. Lo stemma dei Cenci ha i colori della notte e del mestruo. Se la ride quell'atroce mezzaluna che spande la sua bava d'avorio sui campi sconfinati dei morti. È l'emblema dell'antico nemico. A Roma non poteva portare che male. Come se non bastasse, poi, un palazzo gentilizio nel ghetto dei giudei. È troppo. Nemmeno la più irreprensibile delle famiglie sarebbe potuta sfuggire a tali presagi. Figuriamoci la mia - con un maiale per padre e degli assassini per figli. Figuriamoci... La mezzaluna a Roma - nel ghetto dei giudei non poteva portare che male.

Continua ad acconciarsi I capelli, avvolgendoli nell'asciugamani che fa da turbante e quindi risciogliendoli. È entrato Bernardo, il fratello minore, ch'è ancora un ragazzo.

Bernardo                       - (ribattendo all'ultima sua frase) Come questo turbante che ti ostini ad avvolgerti sul capo. Non potrà portarci che male. È un'acconciatura da miscredenti - da turchi. Sua Santità non apprezza certe stranezze.

Beatrice                         - Più nulla potrà portarci male o bene ormai. Tutto è deciso e compiuto. Sua Santità non guarda certe inezie. È ben altro che vuole.

È entrato Giacomo, precipitoso ed arrogante.

Giacomo                       - Si, ma di soldi non ce ne sono rimasti molti stavolta. Il forziere lasciato in deposito alla confraternita l'hanno già ripulito i frati. Sui castelli e sulle terre non ci sono rimaste che le ipoteche. Dio non voglia che ancora una volta per scampare alle pene corporali o alla galera si debba pagare il papa. Non ci sarebbe via d'uscita. Tutto quello che c'era se l'è già preso. Hic et nunc con tante benedizioni.

Beatrice                         - (accarezzando Bernardo sui capelli) Tu solo - se le cose stanno cosi tu solo ci sopravviverai. Ma a quale prezzo? (Lo abbraccia dolcemente, lo stringe a sé) Che l’angelo del parricidio ti protegga. Che lo spirito santo dell'idiozia ti benedica, fratello.

Bernardo                       - (scioccamente distratto dal turbante di lei) Non potrà portarci che male questa tua acconciatura da sibilla non potrà portarci che male...

Giacomo                       - Sarebbe stato meglio il veleno. Avete lasciato tracce dappertutto. Entra Lucrezia. Vaneggia quasi, fissando il vuoto davanti a sé. Co­me una sonnambula o cantante d'opera all'ultima scena.

Lucrezia                        - L'avevo detto io - l'avevo detto che si doveva portare rispetto alla festa della Madonna. Si doveva aspettare - rimandare tutto a miglior tempo. Se proprio avevate la smania di ammazzarlo si doveva aspettare - si doveva riflettere...

Beatrice                         - Zitta! È da quando v'ho vista salire all'altare al braccio di mio padre che ho capito quant'eravate sfrolla e smorta. Voi non potevate migliorarlo, certo - ma almeno impedire che sfogasse su altri la sua bestialità questo si, potevate provarci. È anche colpa vostra se è accaduto quel ch'è accaduto.

Lucrezia                        - (si fa la croce, senz'ascoltarla) Dio mio - sentite come piove. Eppure è estate. C'è qualcosa di miracoloso in questo maltempo. Come si avvicinasse un secondo diluvio universale per la nostra espiazione... Ave Maria refugium peccatorum... Ave Maria salusinfirmorum...

 (Tira di tasca un rosario e si mette a invocare la Madonna. Bernardo si associa alle sue giaculatorie. Beatrice li zittisce entrambi)

Beatrice                         - Basta - smettetela! La morte di nostro padre è convenuta a tutti. Non c'è cristiano a Roma che non abbia subito le sue angherie.

Lucrezia                        - Si, ma ricadrà tutto sul capo nostro - lo sento...

Bernardo                       - La mala sorte si è accanita contro di noi.

Lucrezia                        - È perché non gli abbiamo dato neanche il tempo di dire una preghiera. Dritto all'inferno l'abbiamo mandato... Ci sono i testimoni.

Bernardo                       - C'è chi ha visto quella notte...

Giacomo                       - (allarmato) Visto che cosa?... Quali testimoni?

Beatrice                         - Non ascoltarli. Non è la prima volta che li sento delirare. Visioni - soltanto visioni.

Lucrezia                        - C'è chi ha visto quella notte quando c'è stato il temporale c'è chi ha visto nella tramontana e nei lampi . diavoli con teste di capra e code d'asino brindare con delle orribili vecchie tutte nude sul sagrato della chiesa - e danzare intorno alla rocca...

Bernardo                       - Si capisce. Festeggiavano l'anima che s'erano appena presa...

Beatrice                         - (a Giacomo) Che ti dicevo?... Visioni.

Bernardo                       - L'anima di nostro padre - mica l'anima di un peccatore qualsiasi ma di uno che del peccato aveva fatto virtù e della virtù peccato.

Lucrezia                        - Cosi - senza una preghiera dritto all'inferno l'abbiamo mandato. È crudele quello che abbiamo fatto.

Beatrice                         - Fu più crudele quel che dovemmo subire.

Giacomo                       - (prendendo le distanze da questa scena di panico) L'hai fatta grossa Beatrice - stavolta l'hai fatta proprio grossa.

Beatrice                         - Avresti saputo fare di meglio?

Giacomo                       - Certo e ve l'avevo pure detto. Il veleno sarebbe stato rapido e sicuro. Invece avete fatto un macello tale da far schizzare il sangue fino al trono di San Pietro. Bastava usare quell'oppio che t'avevo mandato...

Beatrice                         - Non si poteva - non si fidava. Prima di mangiare voleva che io e donna Lucrezia gli dessimo il boccone della credenza - che assaggiassimo qualsiasi cibo che toccava.

Lucrezia                        - Volevi che restassimo avvelenate anche noi?

Giacomo                       - Ma no. Mescolando l'oppio alla radica rossa si ottiene una mistura che a piccole dosi non fa male - semplicemente addormenta. Bastava che voi ne prendeste un boccone per dargli fiducia e che poi lui mangiasse il resto.

Bernardo                       - Anch'io conosco una ricetta di sicuro effetto che pare se ne servisse mastro Cellini. Basta mescolare ai cibi del diamante triturato che non altera né odore né sapore. Chi ne mangia un solo boccone non ne riceve danno - perché quelle scagliette aguzze si limitano a sgraffiargli l'intestino. Ma chi ne mangia un'intera porzione muore tra spasimi atroci senza destare sospetti - come per un'indigestione.

Beatrice                         - E per scagionarvi dai sospetti avrei dovuto rischiare di farmi dilaniare le viscere dai vostri intrugli schifosi?

Giacomo                       - Non lo so ma una cosa è certa - io non c'entro con questa sporca faccenda.

Beatrice                         - No tu c'entri, c'entri... Tu eri d'accordo.

Giacomo                       - lo ero d'accordo a che nostro padre venisse avvelenato. Voi l'avete ucciso a martellate. Che volete che c'entri con questo vostro effettaccio?

Beatrice                         - Tu c'entri, Giacomo, come tutti noi. Come me - che non mi reggeva più l'animo di restarmene segregata nella rocca e sopportare la sua bestialità. Come Lucrezia - che da moglie era stata ridotta a serva. Come Bernardo - che alla sola minaccia dell'ira paterna tremava come una foglia.

Giacomo                       - Hai detto le ragioni di tutti - non le mie. Per quale motivo avrei dovuto desiderare la morte di mio padre?

Beatrice                         - Per pagare i tuoi debiti e sistemarti con l'eredità. Non è un mistero - tutta Roma sa bene in quali condizioni disperate nostro padre ti abbia costretto a vivere per pura crudeltà. Non certo per avarizia dato ch'è sempre stato molto prodigo nel pagarsi i suoi vizi.

Giacomo                       - Se è per questo avevo anche rivolto una supplica al papa perché inducesse mio padre a darmi di che vivere secondo il decoro del mio rango. Ma questo che dimostra se non che intendevo rientrare legalmente in possesso di quanto mi spettava?

Beatrice                         - Anche dopo che il papa respinse la tua supplica? Ricordi, Giacomo? Volevi giustizia e fosti umiliato. Nemmeno volle riceverti il papa anzi ti fece ammonire... Ricordi, Giacomo? I figli non devono mettersi contro i padri ti mandò a dire... Ricordi?

Giacomo                       - Si, si... Ma questo che c'entra?

Beatrice                         - C'entra... Fu allora che minacciasti pubblicamente di pugnalare tuo padre alle spalle se ne avessi avuto l'occasione.

Lucrezia                        - Questo non potete negarlo. Le pugnalate alle spalle si danno e si prendono... Non è cosi che diceste?

Giacomo                       - Parole - cose che si dicono in un impeto di rabbia.

Beatrice                         - Parole che ricordo una per una.

Lucrezia                        - Non potete negarlo, v impegnaste a pagare le spese di questo nostro negozio.

Giacomo                       - (esitante, imbarazzato) Si - ma solo a decesso avvenuto e se le cose fossero state fatte a modo mio.

Beatrice                         - (ironica) Col veleno?

Giacomo                       - (adirandosi, ostinato) Sicol veleno!

Beatrice                         - Sta' calmo, Giacomo - che tutto è stato fatto col tuo consenso e con la tua complicità.

Giacomo                       - Eravamo forse d'accordo di ucciderlo a martellate?

Beatrice                         - No. Hai ragione. S'era detto col veleno. Ma vallo a spiegare al tribunale.

Giacomo                       - Potevate almeno scegliervi un sicario decente. Quell'imbecille del vostro castellano non è manco stato capace di usare il martello. Invece che di piatto, l'ha colpito di punta. Chi crederà adesso all'incidente? Chi crederà alla caduta dal balcone?

Beatrice                         - Olimpio era un idiota - è vero. Ma era l'unico uomo di cui disponessi nella mia prigionia-visto che voi fratelli mi avevate abbandonata. Entra Olimpio, fregandosi le mani.

Olimpo                          - Olà, bella gente - a che ora si cena?

Giacomo                       - (a bassa voce, a Beatrice) Si mette molto male per la nostra famiglia se un villano qualsiasi pretende di sedere a cena con noi.

Lucrezia                        - (a Giacomo) Non c'è da stupirsene. Altre volte questo gaglioffo ha desinato con noi e con vostro padre su alla rocca. Tutto a causa della smania di Beatrice d'intrallazzare senza sosta con chiunque le desse speranza di ritornare libera.

Beatrice                         - Non avevo altri cui rivolgermi.

Olimpo                          - Allora? Ho fame.

Bernardo                       - Non potete cenare con noi.

Olimpo                          - Perché? Non siamo tutti nella stessa barca?

Giacomo                       - Si purtroppo - ma questo non diminuisce il nostro rango e non accresce il vostro. Cenerete dabbasso - con la servitù. (Poi, rivolto a Beatrice) Per l'onore tuo, Beatrice, e per il nostro bisogna allontanare di casa questo drudo.

Olimpo                          - (minaccioso, fuori di sé) Tenetemi! Toglietemi di fronte quest'uomo se no l'ammazzo!...

(Giacomo, immobile, lo fissa con disprezzo)

Bernardo                       - Vattene - se no pagherai cara questa tua insolenza.

Olimpo                          - Non ho paura di nessuno io sono stato alla battaglia di Lepanto io ho combattuto contro i turchi io... (D'impeto, senza riprendere fiato) Eravamo dugento galere cristiane contro dugentocinquanta infedeli... Ci trovammo di fronte a Patrasso senz'altro soccorso che quello di Dio e del nostro valore... Il cielo era oscurato di frecce e di fumo. I cristiani che cadevano nelle mani dei turchi venivano scorticati vivi - a vista. Le navi bruciavano come fossero cosparse di pece... Non ricordo nemmeno quanti ne ho (affanna, gli manca il fiato) ammazzati. Non ho mai contato i morti io posso tagliare la gola a chiunque quando m'aggrada... Il papa ci riservò un trionfo (senza più un filo di voce) che non si vedeva a Roma dai tempi dell'impero...

Sono usciti tutti, tranne Beatrice, che lo guarda con pietà. Lui si rende conto di essere solo, abbassa gli occhi e tace.

Beatrice                         - Calmati adesso. Va' a cenare.

Olimpo                          - Dabbasso - con i servi? (Beatrice annuisce) Ho combattuto anche in Portogallo io - in Spagna...

Beatrice                         - Si, va bene. Ma adesso va'.

Olimpo                          - (fa per slacciarsi la camicia) Beatrice...

Beatrice                         - (respingendolo) Per carità - va' dabbasso che non è proprio il caso.

Olimpo                          - Ti raggiungo dopo - in camera.

Beatrice                         - Neanche per sogno.

Olimpo                          - Ma che è successo? Non t'importa più niente di me?

Beatrice                         - Ho mal di testa - e poi voglio starmene da sola con le mie ambasce e con le mie tribolazioni. (Fa per uscire. Olimpio la trattiene) Che altro c'è?

Olimpo                          - Ho paura. Mi batte il cuore ad ogni zoccolare di cavallo.

Beatrice                         - E ne hai motivo. Dio mio, perché sei fuggito dalla rocca? Non hai pensato che avresti scatenato i sospetti dell'intero paese?

Olimpo                          - lo non pensavo che a te.

Beatrice                         - Pensa a te - pensa che sei ricercato a Roma per omicidio...

Olimpo                          - Per l'omicidio di tuo padre!...

Beatrice                         - No, di quel taverniere che ammazzasti otto anni fa. Non ti condannarono all'impiccagione? Non ti salvasti con l'aiuto dei Colonna? Non è per questo che ti riducesti a fare per loro il castellano in una sperduta rocca sui monti?

Olimpo                          - (stralunato) Sai anche questo?

Beatrice                         - (sprezzante) Certo - ma non temere. I Colonna e i Cenci ti aiuteranno a fuggire anche stavolta.

Olimpo                          - Naturale. Se fossi arrestato potrei rivelare ciò ch'è successo alla rocca. Che differenza fa essere impiccato per due omicidi anziché uno?

Beatrice                         - Nessuna. Ma non è per questo che sarai aiutato. Il fatto è che non esiteresti a raccontare di noi e a vantartene...

Olimpo                          - (imbarazzato) Se messo alle strette - se torturato...

Beatrice                         - Appunto. Ed è noto come ai nobili ripugni che il popolo possa immischiarsi incerti pettegolezzi.

Olimpo                          - (smarrito) Che devo fare?

Beatrice                         - Andartene. Subito - domattina.

Olimpo                          - Ma non ho un soldo.

Beatrice                         - Avrai il denaro che ti serve.

Olimpo                          - Quanto?

Beatrice                         - Quanto basta.

Olimpo                          - E va bene - ma ho bisogno anche di un cavallo.

Beatrice                         - D'accordo.

Olimpo                          - Non un cavallo qualsiasi... Voglio la cavalla pezzata che cavalcavo alla rocca e poi la veste di velluto che m'hai cucito con le tue stesse mani.

Beatrice                         - Chiedi l'impossibile. La cavalla è andata perduta e la veste è nel baule che ci è stato confiscato.

Olimpo                          - Ma io non ho niente da mettermi.

Beatrice                         - (porgendogli con fastidio un involto) Eccoti una giubba che andrà benissimo per il viaggio.

Olimpo                          - (osservando con sprezzo l'indumento) Ma è un giubbotto a righe - da fornaio! Come puoi, tu che conosci i gusti miei, come puoi propormi d'indossare roba simile?

Beatrice                         - È quel che abbiamo sotto mano. Non l'ho scelta io

Olimpo                          - (indossa nervosamente il giubbotto) E va bene! Ma il cavallo?... Che tipo di cavallo intendete fornirmi?

Beatrice                         - paziente) Il morello di Bernardo. È un bell'animale

Olimpo                          - D'accordo. E il denaro?

Beatrice                         - (gli porge un sacchetto) Venticinque scudi d'oro.

Olimpo                          - (prende i soldi e ha un moto di rabbia) Maledetti i Cenci che m'hanno ridotto in questo stato! (Di nuovo piagnucoloso) Dove mene andrò adesso?

Beatrice                         - Dove ti pare. Lontano da Roma.

Olimpo                          - Ma non c'è nessuno che m'accolga.

Beatrice                         - In campagna, Olimpio - vattene in campagna. Hai tanti parenti in campagna.

Olimpo                          - lo sono un signore - un signore di città!

Beatrice                         - Si, ma conosci tanti contadini.

Olimpio esce, furente o disperato.

Beatrice, sola, riprende a rimirarsi nell'ovale dello specchio o nel vuoto al di là della finestra - avvolgendosi sul capo il suo turbante, quindi sciogliendolo e riavvolgendolo ancora. Appare accanto a lei nello specchio l'immagine di un prelato. È monsignor Mario Guerra, uomo di straordinario fascino ed ele­ganza, sulla quarantina.

Beatrice, alla sua vista, si toglie il turbante e lascia cadere i lunghi capelli sulle spalle.

Beatrice                         - Monsignore - non ho amato che voi fino dai tempi allegri del collegio. A nessun altro mai mi sono data cosi libera da colpa e da rimorso. Non avevo che quindici anni...

Mario                            - Taci Beatrice. Se cominci a parlare farà giorno in un attimo. E non è questo che vogliamo.

Beatrice                         - Come quella volta nelle cucine di Monte de'Cenci... MARIO - Ti mettesti a pormi tante domande ma tante che venne giorno senza che ci staccassimo dalle parole.

Beatrice                         - (d'impeto) Fammi scappare! Portami via di qua. Non posso starci più nemmeno un'ora.

Mario                            - Se troverò la forza di togliermi quest'abito sarà per chiederti in moglie se troverò la forza...

Beatrice                         - (gli si aggrappa) Adesso - subito. Senti qui sul mio petto - senti come batte. Qualcosa si è sciolto in me fino a farmi toccare il firmamento. Ora le stelle mi ruotano dentro e sono cieca - cieca di luce...

Mario                            - (allontanandola) Non fare cosi. Non è questo il modo migliore di salvarti.

Beatrice                         - Ma io voglio uscire – io voglio indossare vesti di raso alessandrino giocare a moscacieca nei labirinti verdi dei giardini bere vernaccia fredda mescolarmi alle maschere del carnevale romano eccitarmi alla caccia dei tori e alla berlina degli ebrei...

Mario                            - Beatrice, lo sai - non puoi lasciare questo luogo.

Beatrice                         - (di nuovo seria, ragionevole) Certo che lo so. Non temere. Sarò ubbidiente. Niente scandali. Ma non raccomandarmi di pregare. Non sono in animo di invocare Dio. E neanche tu devi esserlo. Non pregare per me. Desiderami, smania per me la notte, brucia d'amore se puoi - ma non pregare. Non voglio.

Mario                            - Credo di poter fare di meglio.

Beatrice                         - Che cosa?

Mario                            - Cose pratiche. Per esempio mandare quel vostro stupido sicario cosi lontano che non possa più tornare.

Beatrice                         - Olimpo?

Mario                            - Si, quel bravaccio chiacchierone che prima o poi finirà per mettervi tutti nei guai se qualcuno non lo mette a tacere.

Beatrice                         - (indifferente, stringendosi nelle spalle) Me ne sono servita soltanto per fargli fare ciò che ha fatto. (Ride) La cosa buffa è che per liberarsi di un uomo si debba ricorrere a un altr'uomo. (Di nuovo seria, gelida) Ma ora è pericoloso - avete ragione. Dategli pure il fatto suo per il bene di tutti.

Mario                            - Ne avrai presto notizia.

(Fa per uscire. Lei lo chiama ancora)

Beatrice                         - Monsignore ... (Lui si arresta, ascoltandola) È vero... è vero che avete per amante una signora francese?

Mario                            - (prendendole teneramente le mani) Beatrice... Sei stata via per più di un anno.

Beatrice                         - E... l'amate?

Mario                            - No - non ho mai amato altri che te.

Esce, quasi correndo. Nonostante l'amore, ha una gran fretta. Beatrice riprende a giocherellare col turbante, riavvolgendoselo in testa.

Riappare Olimpio, come un ricordo del passato, una testimonianza fastidiosa sul delitto commesso.

Olimpo                          - (ansimante, raggiante di felicità) Ho trovato il modo... Madonna ho trovato il modo per entrare nella rocca!

Beatrice                         - Ma se mio padre ci scopre ci ammazza tutt'e due.

Olimpo                          - No - son io che l'ammazzo dopo quello che v'ha fatto patire! Sono stato a Lepanto io ho fatto la guerra in Portogallo!... Con tutte le gole ch'ho tagliato figuratevi che m'importa d'ammazzare anche quel cane di vostro padre-Io lo trafiggo di spada quell'infame o l'appendo per la gola... Scegliete voi.

Beatrice                         - Molto bene, Olimpio. Ma in che modo entrerete nella rocca?

Olimpo                          - Ho nascosto due scale tra gli sterpi dell'orto. Stanotte (meticoloso) le appoggio entrambe al muro - salgo con la prima e tiro su la seconda. Poi me la trascino per un buco ch'ho fatto l'altra notte con la piccozza e raggiungo il terrazzo. Da qui alla tua stanza...

Beatrice                         - (annoiata) Va bene, va bene... Ho capito.

Olimpo                          - In questo modo potrò essere da te tutte le volte che vorremo - a nostro piacimento.

Beatrice                         - Si, ho capito. Avete parlato coi miei fratelli?

Olimpo                          - Ho qui le boccette dei veleni che m'ha dato messer Giacomo.

Beatrice                         - Veleni, veleni... Non si può con i veleni!

Olimpo                          - E allora si farà in altro modo. Ma stanotte verrò su da te.. Al primo cantare del gallo sarai mia.

Beatrice                         - (con un sospiro, simulando un'ansia che non prova) Vorrei che fosse già notte e il gallo avesse già cantato.

Olimpio tenta di abbracciarla. Lei lo respinge. Olimpio se ne va saltando di gioia ed imitando il canto del gallo, sotto lo sguardo disgustato di Beatrice.

Olimpo                          - (uscendo) Chicchirichì... Chicchirichiiii... Chicchirichiiiiii...

Beatrice                         - (sola) La cosa buffa è che per liberarsi d'una bestia si debba ricorrere a un'altra bestia.

Entrano Giacomo e Bernardo.

Giacomo                       - Ho fatto ordinare cento messe per l'anima di nostro padre nella chiesa di Monte de' Cenci.

Bernardo                       - Cosi la smetteranno di spettegolare sulla nostra indifferenza. Che gliene importa poi al popolo del nostro cordoglio? A chi dobbiamo rendere conto del nostro strazio?

Giacomo                       - O della nostra gioia.

Beatrice                         - Beati voi che pensate di avere messo tutto a posto con cento messe di suffragio. Fossero anche mille non basterebbero. Vi ricordate quante ne facemmo dire per nostro fratello Rocco dopo che fu ammazzato da un Orsini che aveva provocato per pura ribalderia? E quante ne facemmo dire per Cristoforo dopo che fu trafitto da un pezzente di Trastevere al quale voleva portare via la moglie?

Giacomo                       - Siamo sempre morti con l'armi in pugno noi Cenci!

Beatrice                         - Con l'armi, si - ma senza una causa. Per capriccio - per libidine. Sempre dalla parte del torto.

Bernardo                       - Siamo fatti cosi. Ci piace ciò ch'è male - detestiamo ciò ch'è bene. Follia? Può darsi. Il mio maestro dice che sono strano perché quando gioco a pallamaglio rischio di darmi la boccia sul capo. Ma è perché sono audace - più bravo degli altri. Infatti loro non rischiano di rompersi la testa ma non fanno nemmeno punti - non quanto me.

Giacomo                       - Zitto. Non è il momento di pensare alla pallamaglio. E poi non sono questi gli unici rimproveri del maestro. Parli - parli, e non concludi mai niente. Leggi, e non sai ritenere due parole a memoria. Il latino, poi - non riesci nemmeno a biascicare un Pater. Figuriamoci un'epistola di Orazio!.

Bernardo                       - Omnia munda mundis!... O tempora, o mores!

Giacomo                       - Ma che dici?... Non sai nemmeno che significa!

Beatrice                         - Basta, Giacomo. Lascialo in pace. (Attira Bernardo a sé e l'accarezza) Bernardo è buono - è obbediente. È fatto di pasta cosi dolce che lo si può facilmente persuadere al bene o al male - non so. In entrambi i casi none per merito suo né per sua colpa... Lascialo in pace.

Giacomo                       - lo parlo per il suo bene. Non studia - non legge - non si preoccupa delle faccende di famiglia. L'ozio è la sua occupazione preferita.

Bernardo                       - (provocatorio, spocchioso) Otium cum dignitate... Cicerone!

Giacomo                       - E smettila di parlare latino che non lo sai nemmeno pronunciare!

Beatrice                         - Smettetela tutt'e due. Non c'è niente di più serio su cui litigare?

Giacomo                       - (ride) Si - le carte di nostro padre.

Beatrice                         - Dove sono?

Giacomo                       - Eccole. (Le porge una borsa piena di carta) Non c'è rimasto più niente. Carta straccia - contratti senza valore. Ricevute di debiti senza alcun conto. Niente... I preti si sono già presi tutto.

Beatrice                         - (scorre le carte con distacco, si sofferma su un foglio) Guarda - c'è anche l'oroscopo.

Bernardo                       - (incuriosito) Che dice?

Beatrice                         - Che avrà tanti figlioli...

Bernardo                       - Vero - verissimo.

Beatrice                         - Che finirà più volte in galera per questioni d'uomini e di donne...

Bernardo                       - Ma è vero - è proprio vero!

Beatrice                         - Che per le sue angherie sarà tanto odiato da doversi rifugiare fuori Roma...

Bernardo                       - Incredibile - è proprio cosi!

Beatrice                         - (ripiegando il foglio) Che morirà cadendo dall'alto.

Bernardo                       - Esatto!... È davvero impressionante.

Beatrice                         - No, non è vero. Non è morto cadendo. Quand'è caduto era già morto.

Buio su Bernardo e Giacomo.

Compaiono accanto a Beatrice Olimpio, armato di martello, e Lu­crezia in camicia da notte, tutta tremante, con i capelli sciolti e in mano un cantero.

Olimpo                          - Poi lo butteremo di sotto. Cosi che parrà che sia uscito sul balcone e abbia perduto l'equilibrio.

Beatrice                         - Dovrà sembrare che il balcone abbia ceduto. Altrimenti non è credibile.

Olimpo                          - Ho sfondato il pavimento col piccone.

Lucrezia                        - Madonna mia...

Olimpo                          - C'è una crepa larga quanto una botte. Basterà infilarcelo e nel tempo di un amen sarà di sotto tra gli sterpi.

Beatrice                         - Si, ma prima dovremo rivestirlo. Avete inteso, donna Lucrezia? Dovrete rivestirlo - mettergli addosso una zimarra. Che non sembri che se ne sia andato nudo sul balcone.

Lucrezia                        - (tremando, balbettando) Madonna santa... Torniamo indietro - vi scongiuro. Che ci costa rimandare tutto a una data più acconcia? Non è il giorno adatto - non è il giorno adatto... Abbiate rispetto - che oggi è nata la Madonna... Abbiate rispetto o finiremo tutti per dar la testa al boia!...

(Trema tanto da rovesciare il contenuto del cantero su Olimpio)

Olimpo                          - Attenta, perdio! Ma che ci fate con codesto arnese?

Beatrice                         - È per non insospettire mio padre se si fosse svegliato all'improvviso e l'avesse vista uscire dalla stanza. (A Lucrezia, che continua a piangere e a tremare) E voi, smettetela - basta! Quello che s'è deciso s'è deciso e dev'essere fatto. Dimenticate tutto quello che avete dovuto patire?

Lucrezia                        - Ho paura. Mi sento male...

Beatrice                         - (a Olimpio) Va' - sbrigati.

Olimpo                          - (esitando, improvvisamente) Ma siamo sicuri che sia bene addormentato?

Beatrice                         - Ma si-dai!... Non avrai paura d'un vecchio?

Olimpo                          - Paura, io?!... Ho combattuto contro i turchi io...

Beatrice                         - Vai allora - non perdere tempo. (Olimpio è colto da un attacco di tosse) Che ti succede adesso?!... Vuoi svegliare tutti?

Olimpo                          - (con voce soffocata dalla tosse) Non posso farci nulla... Non è colpa mia...

Beatrice                         - Ma che commedia stai recitando? Chi credi di ingannare?

Olimpo                          - (continuando a tossire, piegato in due) In queste condizioni... non posso andare avanti.

Lucrezia                        - Sia lodata la Madonna misericordiosa! È un segno del cielo - un segno del cielo! La Santa Vergine ha fatto il miracolo... Torniamo indietro.

Olimpo                          - Non ce la faccio... Mie andato qualcosa per traverso.

Beatrice                         - (strappandogli il martello di mano) L'anima ti deve andare per traverso spergiuro vigliacco che non hai manco il coraggio d'ammazzare un vecchio! (Agitando il martello) Ci vado io - ci vado io ad ammazzarlo se tu non hai coraggio... Ci vado io!

Lucrezia                        - No, per carità - per carità...

(Le si aggrappa, tentando di trattenerla)

Beatrice                         - (liberandosi con uno strattone) E smettetela tutt'e due – smettetela che m'avete stancata!...

Olimpo                          - Aspettate... Non lo vedete che sto male?

Beatrice                         - Ma che male!... Questa tosse te la sei fatta venire a bella posta. Sei un codardo senza onore. Hai più paura tu di lei.

Olimpo                          - Sei impazzita a parlarmi a questo modo?

Beatrice                         - Si, sono stata pazza a fidarmi di te!

Olimpo                          - Tu mi vuoi far fare per forza ciò che in questo momento sono impedito a fare.

Beatrice                         - lo voglio farti fare quello che mi giurasti.

Olimpo                          - Dio m'è testimonio che non posso!

Beatrice                         - E smettila di spergiurare - di bestemmiare Dio! Vattene all'inferno piuttosto!

Olimpo                          - E va bene - ci vado! L'ho giurato e ci vado!

(Si riprende il martello ed esce di corsa) Ci vado… ci vado...

Lucrezia                        - No, Madonna mia - Madonna... Fermatelo! (Lo segue. Poi, rassegnata, si arresta e si fa il segno della croce) Sia fatta la volontà di Dio.

Beatrice                         - Sia fatta la nostra rovina.

(Tira un sospiro di sollievo) Non c'era altro modo di uscirne. È sola, come all'inizio, nell'ovale della finestra o dello specchio. Ha ripreso a sciogliere i capelli e a riannodarseli sul capo, giocherel­lando col turbante.

SECONDO TEMPO

Beatrice è sempre più simile a un ritratto d'epoca, sempre più iso­lata nella cornice ovale del suo specchio.

I suoi gesti fatui, come pettinarsi o riannodarsi sul capo il turbante, sono spaventosamente lontani dalla realtà che la circonda. Altrove in scena la luce illumina monsignor Mario Guerra, proster­nato sul pavimento, presumibilmente ai piedi del Papa, che però non si vede. Se ne avverte soltanto l'inquietante onnipossente pre­senza, come di un idolo sovrumano e lontanissimo dalle cose del mondo.

Mario                            - Santità, siate clemente come il vostro nome. Si deve avere comprensione per i giovani Cenci. Hanno già tanto sofferto.

Papa                              - (solo la voce dall'ombra, roca e lontana) È penoso... È penoso che a Roma I figli uccidano i padri e trovino anche chi li difende trai miei prelati.

Mario                            - Ma bisognerà pur garantire loro la possibilità di difendersi secondo le norme in vigore - secondo il diritto...

Papa                              - (interrompendolo) E loro la garantirono al padre?

(lo si sente singhiozzare)

Mario                            - Santità, voi piangete...

Papa                              - (senza rispondere, mormorando frasi spezzate tra i sin­ghiozzi) A Roma si ammazzano i padri - le madri... I fratelli ammazzano i fratelli... Bisogna dare esempi - esempi... Dio è misericordioso ma severo - severo... Autorizzerò - permetterò - consentirò che i Cenci vengano sottoposti a rigoroso esame affinché dicano il vero sui loro delitti...

(I singhiozzi e le parole gradualmente si allontanano, come se il Papa uscisse di scena il che è vero - senza ascoltare oltre)

Mario                            - Santità... (I singhiozzi dissolvono del tutto. Il Papa è andato via. Mario si rialza con un gesto di desolazione e di rabbia, parlando tra sé) Piange sempre - piange sempre... Quando convoca gli ambasciatori quando ascolta i generali quando dà istruzioni ai giudici quando dice messa quando è in udienza quando va in processione quando predica quando minaccia non fa che piangere sempre... Se condanna si commuove se assolve si commuove se firma un trattato si commuove se ne straccia un altro si commuove... Piange se fa la pace piange se dichiara guerra... Nemmeno il Tevere nelle sue inondazioni più disastrose ha riversato tant'acqua su Roma.

Va verso Beatrice.

Diffondendosi sull'intera scena, la luce crea una nuova unità d'azione per il loro incontro.

Beatrice                         - (guardando lontano, come da una finestra, verso una ormai improbabile libertà, con distacco) Mai visto un settembre cosi bello. Le foglie stentano a ingiallire come temessero la loro fine imminente come avessero orrore della polvere in cui tra poco finiranno a imputridire... Mai visto un settembre cosi bello. Perfino le rondini hanno l'aria di non volersene più andare. Come se questo cielo dovesse restare cosi vermiglio e tiepido in eterno come se non dovessero esserci più autunni... Eppure in tanta bellezza (si volta verso di lui, come implorandolo) tutti gli alberi mi ricordano un patibolo tutti i rami una forca tutti ì fiori una corona funeraria. Mario, io voglio vivere.

Mario                            - Potevamo fuggire a Firenze a Napoli a Venezia... Potevamo imbarcarci a Civitavecchia per la Francia...

Beatrice                         - Significa che tutto è finito?

Mario                            - Non lo so - non capisco più niente. Ho delle difficoltà con il Papa. Vuole un processo rapido - esemplare.

Beatrice                         - Vuol dire che saremo messi alla tortura? Noi - dei nobili romani...

Mario                            - No - non credo. Non lo so... Non lo so... Te lo giuro. Tutto quello che ho potuto fare è stato eliminare un testimone.

Beatrice                         - (incurante) Olimpio? (Mario annuisce) Ha sofferto?

Mario                            - Non credo. Ha avuto modo di difendersi. Ha lottato. Glie stata spiccata la testa d'un colpo. No - non credo che abbia sofferto. Per quel che importa, poi...

Beatrice                         - (teneramente, prendendogli la mano) Povero Mario... Ora sei compromesso anche tu. Siamo davvero legati per sempre.

Mario                            - (stringendola) Ti amo, Beatrice - ti amo...

Beatrice                         - (allontanandolo) No - non parlarmi più d'amore. A che serve ormai? Siamo soltanto due bei gioielli per le orecchie della signora Morte. Mario esce. Entrano Giacomo e Bernardo.

Bernardo si butta nelle braccia di Beatrice. Lei lo accarezza con in­finita tenerezza.

Beatrice                         - apprensiva) Hai sempre al collo il tuo pentacolo? È un talismano prodigioso.

Bernardo                       - Si, ma non ne traggo alcun giovamento. Sto male...

Giacomo                       - Non dorme la notte. Ha le convulsioni.

Beatrice                         - Ma ci vuole anche la buona volontà. Devi aver fede. Non c'è incantesimo che funzioni se non ci credi - se non gli dai fiducia. Il tuo pentacolo è stato fuso da un chiodo della croce di Nostro Signore e benedetto col sangue di una capra che aveva partorito la notte di Natale. È potentissimo. Ma sei tu che devi crederci.

Bernardo                       - Il mio confessore dice che se tutte le reliquie fossero autentiche coi chiodi della croce si sarebbe potuta costruire una cattedrale grande come San Pietro tutta in ferro e con le schegge del suo legno un'intera flotta di navi. Per non parlare della Madonna e dei santi che avrebbero dovuto avere qualche centinaio di denti ciascuno e chilometri d'ossa...

Beatrice                         - Ma sei tu, Bernardo - sei tu che devi crederci. Non il tuo confessore.

Giacomo                       - Non c'è incantesimo che tenga. Nelle carceri di Tordinona la notte non si dorme. Non ci riesco io - figurati lui che si nutre d'incubi e visioni...

Beatrice                         - La vostra cella non è confortevole? Non siete serviti con il dovuto rispetto?

Giacomo                       - Ma no - non è questo... E l'ambiente. C'è un pazzo che strilla tutte le notti. Un frate napoletano... Dice cose orribili.

Bernardo                       - Si, un apostata che inveisce contro il Papa. Un eretico che bestemmia la Madonna e tutto il Paradiso Un certo Bruno, mi pare...

Giacomo                       - Si, Bruno - Domenico Bruno, mi pare...

Beatrice                         - Ma no... Domenico Bruno è quel pescivendolo di Trastevere tradito dalla moglie che fece ammazzare per gelosia nostro fratello Rocco.

Giacomo                       - Cristoforo, non Rocco. Rocco fu ucciso da un Orsini.

Beatrice                         - Già... Dio mio che confusione tra i nostri poveri morti. Non ce n'è uno che sia finito nel suo letto e con la benedizione d'un prete.

Bernardo                       - (ricordandosi all'improvviso) Giordano, non Domenico! Si chiama cosi l'eretico - Giordano...

Giacomo                       - Bravo. Giordano Bruno... Non si decidono a mandarlo al rogo. È condannato. È ai tormenti da sei anni eppure non si decidono... Lui intanto strilla tutte le notti, bestemmia, disturba gli altri carcerati che sono in grazia di Dio.

Bernardo                       - È lenta la giustizia romana - è lenta.

Beatrice                         - Non sempre. Con noi ad esempio sarà fulminea.

Bernardo                       - Nel senso che saremo presto liberi? È questo che vuoi dire - si?

Beatrice                         - (stringendolo forte) Si caro - si... Saremo presto liberi. Entra Lucrezia.

Lucrezia                        - Tormenti? Sei anni di tormenti? Chi parla di tormenti?

Bernardo                       - Ma no, si parlava d'un frate.

Lucrezia                        - (esagitata, isterica) E se ci mettono ai tormenti? Se ci mettono tutti alla tortura, eh?

Giacomo                       - È improbabile. Siamo nobili. Ci vuole una dispensa del Papa.

Beatrice                         - (a bassissima voce, per non essere udita da Bernardo) Allora è molto probabile.

Giacomo                       - Mica siamo eretici, no!... Siamo pur sempre di buona famiglia romana.

Lucrezia                        - (senz'ascoltare nessuno, continuando a parlare da so­lai Se mi mettono ai tormenti confesso tutto. Che. dico?... Se solo mi fanno vedere i ferri confesso – tutto confesso tutto...

Giacomo                       - E che cosa avete da confessare se non la vostra scempiaggine? Come avete potuto dare alla lavandaia il lenzuolo in cui avevate avvolto il corpo insanguinato di nostro padre?

Lucrezia                        - Sangue sul lenzuolo? E che dimostra? Normale malessere femminile. Sangue mio. L'ho già spiegato al bargello. Mio era il lenzuolo - mio il sangue che c'è sopra.

Beatrice                         - Ma chi volete che creda al «normale malessere femminile»? Avreste dovuto avere un mattatoio nel ventre per inzuppare un lenzuolo a quel modo. E che bisogno poi c'era di darlo a lavare? Non capisco. Lo si poteva distruggere. Non capisco - non capisco...

Lucrezia                        - Pensate piuttosto alle domande che porranno a voi. Il martello...

Beatrice                         - Quale martello?

Lucrezia                        - Non c'era un martello nella rocca?

Beatrice                         - E che sono un fabbro, io? Che vuoi che ne sappia?

Lucrezia                        - C'era - c'era... Sai bene che c'era e come è stato usato!

Beatrice                         - Un martello?... Ma certo che ci sarà stato. Vuoi che non ci fosse un martello nella rocca? Ma si che c'era... E non uno soltanto.

Lucrezia                        - Allora lo ammetti!

Beatrice                         - Che alla rocca c'era un martello? Si, certo. Ma che dimostra?

Lucrezia                        - E il matterello - lo stenderello per la pasta?

Beatrice                         - Si, in cucina. Me lo ricordo. E con questo? . In ogni cucina c'è un matterello per stendere la pasta. Non capisco dove vuoi arrivare con queste tue domande.

Lucrezia                        - A vedere quanto potrai resistere alle questioni che ti saranno poste.

Beatrice                         - Negherò - negherò tutto. Nessuno mai potrà provare ciò ch'è stato.

Giacomo                       - Nemmeno se ti mettono ai tormenti?

Beatrice                         - Ma che ho da confessare?... Che ho da dire?

Giacomo                       - Dei tuoi rapporti con Olimpio. Che dirai se ti chiederanno delle tue cene con quell'infame?

Beatrice                         - Un infame che ci è stato molto comodo.

Giacomo                       - Si, d'accordo. Ma sei tu che ci hai avuto a che fare. Che dirai se ti chiederanno di lui?

Beatrice                         - lo non ho mai frequentato certa gente. (Si mette sulla difensiva, nega tutto, come se i parenti fossero in pratica i suoi giudici) Non conosco quest'Olimpio. Non so di che parlate.

Lucrezia                        - Però gli hai dato del denaro - e delle cose. Questo al tribunale risulta.

Beatrice                         - Se risulta al tribunale non risulta a me.

Giacomo                       - Beatrice, i giudici hanno l'anello che tu donasti a Olimpio.

Beatrice                         - Vuol dire che l'hanno comprato da qualche ricettatore. Non ne so niente.

Bernardo                       - (spaventato, buttandosi tra le sue braccia) E se ti chiederanno di me? Se ti chiederanno della mia fuga dalla rocca?

Beatrice                         - (accarezzandolo, protettiva) Non temere, Bernardo. Dirò ch'è tutto vero. Che io stessa ti avevo consigliato di tornare a Roma. Che io mi sono data da fare per organizzare la tua fuga. Ma questo che dimostra se non che ti volevo bene e che ritenevo più conveniente per te la società romana alla vita selvatica in una fetida rocca di montagna?

Giacomo                       - Potrebbero interrogarti sui maltrattamenti e sui torti che nostro padre ti ha inflitto.

Beatrice                         - Quali maltrattamenti? Quali torti? Mio padre era la più amorevole delle creature. Mi ha sempre protetta ed onorata. Non mi ha mai mancato di rispetto. Non so a quali volgari dicerie si riferisce una domanda cosi ambigua. Va bene cosi? Sono abbastanza convincente?

Giacomo                       - No - non credo.

Bernardo                       - Ma perché non raccontare tutto? Perché non dire a quali tormenti siamo stati sottoposti? . Forse potrebbe giustificarci - forse potrebbe...

Beatrice                         - Mandarci più rapidamente a morte. Loro cercano una spiegazione - un movente. Se siamo proprio noi a darglielo è finita. Lo capisci?

Giacomo                       - Ma loro sanno già tutto. Sanno delle nerbate che t'ha dato. Sanno perfino che t'ha spezzato un'unghia con la frusta. Ti chiederanno di mostrargliela. Non potrai nascondere la cicatrice.

Beatrice                         - (mostrando la mano) Eccola. Che c'è da nascondere? Una cicatrice? Un'unghia spezzata? Dove? Qui su questo dito?... Ma è sempre stata cosi. Da quando sono nata - sempre. (Rassicurante, a tutti) Negherò - negherò. Non temete. Non possono intrappolarmi su niente. Negherò tutto. A qualsiasi domanda mi sia posta non farò che rispondere no. No, no, no - mille volte no!...

Giacomo                       - Si, va bene. Negherai… negherai... E con questo? Davvero credi che basterà scuotere il capo - dire no?

Beatrice                         - Se anche voi farete altrettanto.

Lucrezia                        - lo non so - non ne sono sicura. Se mi mettono ai tormenti...

Beatrice                         - E tu, Giacomo?

Giacomo                       - Negherò - negherò... Come te. Negherò di essere stato alla rocca quando è successo il fatto.

Beatrice                         - Ho capito. Cercherai di scaricare la colpa esclusivamente su di me. Non sarebbe una cattiva idea se potesse salvarti. Invece ci porterà tutti al patibolo più in fretta. Mi fai pena, Giacomo. Ti aspetta una morte orribile.

Giacomo                       - Ho solo detto che negherò di essere stato alla rocca. Cioè dirò la verità. D'altro canto è proprio cosi - io non c'ero quand'è morto nostro padre. Ero a Roma.

Bernardo                       - Anch'io. Non c'ero. Ero a Roma con Giacomo.

Giacomo                       - Ecco. Lo senti?

Beatrice                         - Negherai anche di avermi mandato dell'oppio?

Giacomo                       - Oppio? Che cos'è l'oppio? Non so nemmeno cosa sia.

Beatrice                         - Una cosa che doveva servire ad addormentare nostro padre.

Giacomo                       - Addormentarlo?... Ma non è stato ucciso a martellate?

Bernardo                       - Non è cascato da un balcone?

Giacomo                       - Si, insomma... Delitto o disgrazia. Ma l'oppio che c'entra?

Entra monsignor Mario Guerra con l'aria più desolata che mai. Gli si stringono tutti intorno, ansiosi.

Mario                            - Ho provato a chiedere la libertà su cauzione. Sua Santità sarebbe d'accordo ma... (Tutti sono scossi da un moto di speranza, come fosse soltanto una questione di prezzo)

Giacomo                       - Quanto chiede?

Bernardo                       - Non c'è somma che non si possa trovare se ne va della nostra salvezza.

Mario                            - Ma lui chiede cinquantamila scudi.

Giacomo                       - Cinquantamila?!...

Mario                            - A testa.

Giacomo                       - Ma se ha messo una taglia di mille scudi sul capo del brigante Gasparone accusato di ben quattordici omicidi e saccheggi d'ogni genere - mille scudi per un brigante - come può pretendere cinquantamila scudi per la libertà dei Cenci?

Lucrezia                        - Cinquantamila per ciascuno!

Bernardo                       - Ma è una cifra spropositata. Non ha senso comune.

Beatrice                         - Invece si - ne ha. Significa che ci considera già pronti perii boia. Non ha rifiutato di concedere la libertà su cauzione per mostrarsi clemente come il suo nome agli occhi del popolo ma ha chiesto una cifra impossibile perché sia chiaro che siamo già condannati.

Giacomo                       - Ma i nostri amici che fanno? Come reagiscono principi, conti e marchesi? Che dicono le grandi famiglie romane?

Mario                            - (senza convinzione) Intercedono - raccomandano clemenza. I Colonna, i Barberini, gli stessi Orsini... Perfino gli Aldobrandini, nonostante l'evidenza del loro interesse alla vostra rovina in quanto nipoti del Papa, intercedono. Non è solo una questione romana. Anche dall'estero gli ambasciatori premono per la vostra salvezza. II Granduca di Toscana è intervenuto personalmente presso il Papa...

Giacomo                       - E lui che fa? Come risponde?

Mario                            - Non si capisce. Piange - piange sempre. Piange all'idea di dovervi condannare. Piange all'idea di dovervi perdonare. Sapete com'è fatto. Non fa che lamentarsi. Ripete che troppi figli ammazzano i padri troppi fratelli si scannano fra loro. È ancora turbato per la sorte dei principe Massimo - sgozzato dal figlio. Adesso poi, per somma disgrazia, il marchese Santacroce ha ucciso la madre a coltellate per una questione d'eredità... È seccante.

Beatrice                         - Ma noi che c'entriamo?

Mario                            - Sono fatti che non giovano alla nostra causa. Il Papa era molto amico di Costanza Santacroce. È irritato per l'accaduto - molto irritato. Tanto più che il matricida è fuggito oltre confine e non c'è speranza di raggiungerlo. Da giorni il Papa non fa che piangere - non si capisce se per dolore - o desiderio di vendetta.

Beatrice                         - Si, ho capito. Ma noi che c'entriamo?

Mario                            - Siete gli unici che gli siano rimasti sotto mano.

Sono usciti tutti, tranne Mario e Beatrice. Ora sono soli e al tempo stesso lontanissimi. Si guardano rimirandosi nell'ovale del medesimo specchio, ma da lati opposti. Come da sponde diverse della vita. Beatrice ha ripreso a gingillarsi con il turbante, sciogliendolo e riavvolgendoselo sul capo. Mario si tinge la faccia di nerofumo, come un attore al trucco.

Mario                            - Cosi truccato da carbonaio potrò lasciare Roma senza essere notato. Amici della corte mi avvertono ch'è imminente un mandato di cattura anche per me.

Beatrice                         - Il tuo talento a mascherarti e primeggiare ai balli del Carnevale ti salverà la vita... Ma tagliati i capelli. Solo tu hai ricci biondi cosi belli e intricati in tutta Roma. Chiunque li riconoscerebbe.

Mario                            - (continuando febbrilmente a truccarsi) Nel giro di qualche giorno sarò a Napoli. Mi imbarcherò per la Francia. Il Borbone è un buon amico - e non ama Clemente. Da li potrò esservi d'aiuto molto più che da qui.

Beatrice                         - (scoppia a ridere) Quando tu sarai li noi non saremo più qui.

Mario                            - Addio, Beatrice - amore mio. (Fa per baciarla, ma non ci riesce, dato che si trovano su lati op­posti del medesimo specchio. Lui non insiste, poiché ha fretta di fuggire) Ti amo, Beatrice - addio. Ti amo... Se ti serve qualcosa rivolgiti a mio nome al cavaliere Amerigo Capponi, capitano di Castel Sant'Angelo.

Beatrice                         - (ironica e disperata) Al mio carceriere?

Mario                            - (uscendo) Mi è devoto. Ti servirà in tutto quello che t'occorre. Addio.

Beatrice                         - (sola) Fra tre mesi saremmo nel Seicento. Gente nuova- idee nuove. L'uomo non è più il centro dell'universo. Sa di non esserlo mai stato. Qualcosa si è fermato nella macchina del tempo. Una nostalgia inconsolabile ci travolge tutti. È un'illusione la bellezza perfetta delle nostre statue, l'armonia dei templi, la morale intangibile delle Scritture. Ogni certezza è caduta. Perfino il cielo è in discussione - perfino il moto delle stelle... Ma allora perché si ostinano a volere ad ogni costo la testa d'una ragazza romana e dei suoi sfortunatissimi fratelli?

Compare accanto a lei un gentiluomo dall'aria mondana e disinvol­ta.

È Amerigo Capponi, suo custode a Castel Sant'Angelo. È una via di mezzo tra un dandy e un moschettiere, ma si capisce che è straordinariamente affascinato da Beatrice. Anche se questo non scalfisce la sicurezza dei suoi modi.

Amerigo                        - (inchinandosi) Ceniamo insieme stasera?

Beatrice                         - (con velenosa ironia) Ma certo, cavaliere! E dove intendete condurmi? All'Hostaria dell'Orso alla Taverna Giulia? Oppure no - fuori le mura. Ci sono delle locande con pergolati ombrosi e freschi - mi dicono che non ci sia modo migliore per trascorrere una serata davvero eccitante in questa stagione. Amate i vini freddi dell'estate? È un settembre bellissimo. Vi pare?

Amerigo                        - Voi sapete bene, signora, che l'unica locanda che ci è concesso frequentare è qui tra queste mura. Perdonate la mia leggerezza. Non volevo offendervi.

Beatrice                         - No, perdonate voi la mia ironia. Neanch'io volevo offendervi. Accetto il vostro invito.

Amerigo                        - (ironico a sua volta, ma contro se stesso) E quale invito non accettereste pur di alleviare il tedio di questa vostra condizione...

Beatrice                         - Non fate torto a voi stesso dopo averne fatto a me. Il vostro invito mi è gradito.

Amerigo                        - Verrò alle otto. Avete dei desideri? La locanda è obbligata ma la scelta dei cibi illimitata.

Beatrice                         - (in un accesso di golosità che rivela tutto il suo dispe­rato amore per la vita) Vediamo... Arrosto di vitello e castrato pesce alla brace piccioni farciti beccafichi salsicce latticini provola...

Amerigo                        - Dolce?

Beatrice                         - Meglio piccante.

Amerigo                        - No, dicevo: che dolce?

Beatrice                         - Ah, si - torta sfogliata, frutta fresca, neve...

Amerigo                        - Neve?

Beatrice                         - Ghiaccio tritato - imbevuto d'essenze a vostra scelta.

Amerigo                        - E da bere?

Beatrice                         - Vino greco e chiaretto.

Amerigo                        - (inchinandosi) A stasera. Che strano gioco del destino (fissandola intensamente prima d'uscire) farvi da carceriere ed essere prigioniero della vostra bellezza. (Esce)

Beatrice                         - (sola e infinitamente stanca, più apatica che triste) Non pensavo che dovesse finire cosi presto. Volevo vivere - non volevo altro che vivere. Adesso invece ho fretta di morire - mi ammazzerei pur di far presto. Ci penso spesso ma non so che fare. Anche se mi ammazzo fuggo un tormento per trovarne un altro...

Altrove sulla scena, in punti diversi, vengono illuminati Giacomo, Bernardo e Lucrezia, sottoposti alla tortura. Sono denudati dalla cintola in su e stretti da funi che, nel corso dell'interrogatorio, si tendono provocando lancinanti dolori. Ciascuno parla per suo conto. Non v'è unità di dialogo o d'azione, anche se quanto dicono si sovrappone secondo una conseguenza logica evidente.

Beatrice al centro, nell'ovale del suo specchio, li ascolta senza par­tecipazione, gingillandosi con il turbante, che scioglie e riavvolge meccanicamente sul capo in fogge diverse.

Giacomo                       - Gesù, Gesù, Gesù... Se non m'assisti muoio! Calatemi - calatemi che voglio dir tutto! (Le corde si allentano. Lui riprende fiato) È vero - Beatrice non sopportava la segregazione. Fu lei a decidere l'ammazzamento di nostro padre per essere libera... Con chi? Cosa volete che ne sappia?... (Le corde si tendono. Urla) Con chi?... Con il castellano della rocca. Con quell'avventuriero... Olimpio. Si chiamava cosi... Olimpio Calvetti.

Bernardo                       - Ero a Roma con Giacomo... Non potevo sapere quello che succedeva nella rocca. (È scosso da uno strattone che lo fa gemere) Si - Olimpio l'ho conosciuto... venne a Roma. Ma non so che si dissero lui e Giacomo. Non lo so... (Urla sottoposto a nuovi tratti di corda)

Giacomo                       - Si si si - mi ricordo... ora mi ricordo. Olimpio venne a Roma - è vero. Ma non ci parlai... Si, venne a casa nostra. Aveva un messaggio di Beatrice ma lo prese Bernardo - parlò con Bernardo... (Geme sotto l'incalzare degli strappi)

Bernardo                       - Sono sempre stato con Giacomo - a Roma... Non ho parlato con nessuno - non ho visto nessuno. Calatemi... Per la passione di Cristo!...

Lucrezia                        - Questo ammazzamento l'hanno voluto Beatrice e i suoi fratelli. lo non ne so niente... Calatemi per la Vergine santa - calatemi che vi voglio dire tutto...

Giacomo                       - È stato fatto tutto su alla rocca. lo mi trovavo a Roma... Sono sempre stato a Roma.

Lucrezia                        - Beatrice e i suoi fratelli!... L'hanno voluto loro!

Bernardo                       - No, non si poteva organizzare l'ammazzamento da Roma - non si poteva... lo e Giacomo siamo stati sempre insieme. Se avesse tramato qualcosa l'avrei certamente capito.

Giacomo                       - Fu Beatrice a dirmi tutto - a cose fatte. lo la rimproveravo perché stava troppo in intimità con il castellano Olimpio che non era persona del nostro rango. La gente spettegolava. Cosi le dissi che bisognava allontanarlo ma lei rispose che non si poteva perché altrimenti avrebbe parlato... (E esausto. Si lamenta sotto un nuovo tratto di corda) È cosi... Chiedete alla signora Lucrezia se volete saperne di più. Lei sapeva tutto dei traffici di Beatrice con Olimpio.

Lucrezia                        - Oppio - radica e oppio... da Roma. Ce lo portò Olimpio da Roma... veleno. Gliel'aveva dato Giacomo... veleno - tanto veleno nel vino per stordire mio marito prima di ammazzarlo...

Bernardo                       - Con un martello ed uno stenderello per la pasta dicono ma non so... Ero a Roma.

Giacomo                       - Chiedetelo a Beatrice!

Bernardo                       - Seppi della morte di mio padre da Beatrice e da Lucrezia.

Giacomo                       - (urlando più di rabbia che di dolore) Due donne!... Due donne mi hanno succhiato in questo bell'affare... È per loro che sono qui. Ma non mi lascerò invischiare oltre! Oh, beata Vergine gloriosissima santi del Paradiso arcangeli di giustizia e Trinità misericordiosa - fate dire la verità a queste femmine che m'hanno messo in mezzo! Fate che Beatrice confessi e mi tolga da questi tormenti...

Lucrezia                        - (al limite della resistenza, sul punto di svenire tra le corde) Ho taciuto finora perché volevo salvare il nome della nostra famiglia... Ora nei tormenti non mi resta che dire tutto… Beatrice, il male è fatto. Adesso bisogna espiare.

Bernardo                       - (straziato dalle funi) Lasciatemi, per l'amor di Dio - lasciatemi... Beatrice... E Beatrice che deve dirvi tutto! Beatrice, diglielo tu!...

Giacomo                       - Beatrice, confessa... Non farci morire tutti nei tormenti.

Lucrezia                        - Beatrice, il male è fatto...

Bernardo                       - (in un rantolo) Beatrice...

Beatrice, per quanto straniata e lontana, nell'ultima fase dell'inter­rogatorio si denuda lentamente, avvolgendosi in un groviglio di cor­de ed annodandosele strettamente sulla pelle nuda. Ne lancia infi­ne i capi ai fratelli e a Lucrezia, che li afferrano correndole incon­tro.

Beatrice                         - Ecco fatto... Tirate, stringete! Il corpo è legato, l'anima è sciolta. Sono pronta per l'immortalità.

I fratelli e Lucrezia tirano la corda. Beatrice urla. È un grido sottile, ambiguo, misterioso. Quasi di piacere. Come se la tortura formalizzasse infine la sua libertà.

Beatrice                         - Angelo mio custode che altro vogliono da me?... Che li aiuti a svergognare il nostro nome - a morire tutti nell'infamia? Eva bene!... Calatemi - staccatemi di qui... Siete in errore - ma se proprio lo volete leggetemi i verbali... Ammetterò tutto - confesserò tutto quello che volete.

Vengono allentate le corde. Escono tutti, tranne Beatrice, che len­tamente si districa dal groviglio delle funi, restando nuda davanti all'ovale dello specchio.

È entrato Amerigo, che l'aiuta a liberarsi degli ultimi lacci, accarez­zandola appassionatamente.

Amerigo                        - Queste tue braccia sono candelabri ad ornamento di un vaso di miele. (La cinge in vita specchiandosi con lei nell'ovale) Il tuo corpo fiorisce nello specchio della misericordia di Dio. Tu m'illudi ancora una volta con tutto ciò che in passato m'ha deluso.

(La bacia sul collo, sulle spalle, dovunque)

Beatrice                         - Mi sono fatta un'immagine falsa di ciò che m'aspettava. È una festa bellissima e un gran lutto. Che strana combinazione... Non so come spiegarla... Mi manca la parola. Mi sento come un biscotto troppo inzuppato nella cioccolata. È molto dolce ma alla fine si sbriciola.

Amerigo                        - Neanche tutto l'oro del sole può sprigionare tanta luce da essiccare le lacrime di questo addio. Neanche l'argento della luna...

Beatrice                         - (interrompendolo seccamente) Smettila.

Amerigo                        - Ma guarda queste mie lacrime... Accetta la responsabilità di questo mio dolore. Non sei tu che me l'infliggi? Guarda queste mie lacrime... Non capisci che ogni goccia è una carrozza pronta a portarti dove vuoi - anche nei regni dei perduti re delle favole...

Beatrice                         - Anche al di là delle mura di Castel Sant'Angelo?

Amerigo                        - Che c'entra? lo parlo di sogni. Tu invece...

Beatrice                         - Sta' zitto, lo sono già nel sogno. (Si rimira i seni nell'ovale dello specchio, come una veggente che legga in essi il proprio destino) Tutto avviene quaggiù come lassù... Ciò che è scritto sulla nostra pelle (si strizza le mammelle, le esamina, le palpa con le dita) corrisponde ai disegni del firmamento. Se nei pianeti è scritto il destino dell'universo La mia storia è qui nelle pieghe della mia pelle - nei miei nei. Guarda - qui, sotto la mammella sinistra questo neo corrisponde a Saturno in Sagittario. C'è tutta la mia sorte malinconica la mia urgenza di farmi monaca dì sfuggire all'ovvietà del focolare. Ma guarda più su - questa costellazione di nei minuscoli, pori, imprevedibili comete che dal capezzolo si dipanano in cerchio... Sono l'emblema di una donna indifferente alla sorte ma non al punto da rinunciare alla protezione dei metalli...

Amerigo                        - Per questo hai preferito il martello al veleno?

Beatrice                         - Povero capitano... Tu non capisci niente. Ti aspetta una vita senza mistero.

Amerigo                        - Non è vero... Guarda qui sul tuo petto - in alto a destra (le afferra il seno e glielo bacia) è scritta la mia storia non la tua... Guarda (la morde) questa piccola ruga venusiana questo neo mercuriano questa lividura marziale...

Beatrice                         - allontanandolo) Attento!... Non farmi segni.

Amerigo                        - E perché?... Chi più vedrà il tuo corpo dopo di me se non la morte?... Beatrice io non resisto - io t'amo...

Beatrice                         - Vattene.

Amerigo                        - La vita mi sarà insopportabile senza di te.

Beatrice                         - A me sarebbe insopportabile con te - con chiunque.

Amerigo                        - Una grazia... Ti chiedo un'ultima grazia.

Beatrice                         - In genere la chiede chi deve morire.

Amerigo                        - Ti supplico... Quando salirai quei fatali gradini del patibolo guarda in alto-qui verso gli spalti...

Beatrice                         - Forse - se ne avrò la forza guarderò più in alto degli spalti.

Amerigo                        - I miei occhi saranno fissi su di te. Non perderò un sol attimo del tuo supplizio.

Beatrice                         - Credi che mi sarà di conforto?

Amerigo                        - lo t'amo.

Beatrice                         - Ma va' via - vattene... Lasciami sola.

Amerigo                        - Beatrice...

Beatrice                         - Se non te ne vai grido.

Amerigo esce. Beatrice è sola davanti allo specchio. Si riveste. Mentre un araldo fuori campo grida la sentenza, accompagnato da tamburi.

Araldo                           - Per lo scellerato assassinio del conte Francesco Cenci siano condotti a morte i suoi figli Giacomo Bernardo e Beatrice e la vedova Lucrezia. Siano gli uomini tenagliati lungo il tragitto dalle carceri all'esecuzione con ferri roventi - quindi mazzolati e squartati. Alle donne sia spiccato il capo...

(Alle parole dell'araldo che si allontana si sovrappongono rumori di popolo e le note di una pasquinata) Il padre le tolse l'onore. Il papa le toglie la testa. (in coro) Clemente - Clemente... Sei solo di nome Clemente! (Alla pasquinata si mescolano i soliti singhiozzi del Papa, accom­pagnati da frasi tronche e stentate)

Papa                              - Sia resa giustizia a Francesco Cenci - padre infelicissimo e sfortunatissimo sposo... Sia graziato suo figlio Bernardo per l'età giovanissima ma condotto sul luogo del supplizio perché vi assista e si riempia gli occhi dello strazio dei parenti... Per il resto della vita sia incatenato ai remi delle galere cristiane a meditare sulla gravità del peccato commesso... (Singhiozza più forte, istericamente) Sono in collera- sono in collera con quegli avvocati che hanno difeso persone si empie e depravate... A Roma si commette qualsiasi delitto perché si difende qualsiasi delitto.

Beatrice intanto è stata raggiunta dai fratelli. Nell'udire della grazia abbraccia forte Bernardo e lo bacia sui ca­pelli.

Beatrice                         - Che l'angelo del parricidio ti benedica.

Bernardo                       - Sarai graziata anche tu, Beatrice. Tutta Roma invoca la tua salvezza. Sei una santa romana. In te c'è tutta la virtù di Porzia, di Cecilia, di Camilla...

Beatrice                         - (sorride) Non sei mai stato bravo in storia. Chi sono?

Bernardo                       - Non lo so... Vergini romane. Cito a caso.

Giacomo                       - Una volta tanto non sbaglia. Per loro… per il popolo tu sei la quintessenza (lo dice con sarcasmo, come volesse ricordarle Olimpio ed altri amanti) della verginità romana.

Beatrice                         - Non me ne farò scudo. Preferisco morire - andarmene... Morire è in fondo evadere con la complicità del carnefice. Non potrei trascorrere il resto della mia vita tra le mura di una prigione.

Giacomo                       - E di un convento? Un tempo lo desideravi.

Beatrice                         - Si, l'ho desiderato. Non c'è luogo dove non avrei voluto vivere pure di andarmene dalla nostra casa. Si, l'ho desiderato molto il convento. Ora non più. Voglio andarmene.

Bernardo                       - Eppure dal carcere prima o poi con le amicizie giuste e con un po' di denaro si finisce per uscire. Dalla morte non si resuscita.

Beatrice                         - Per questo la preferisco. Entra Lucrezia, più euforica che terrorizzata, come ubriaca.

Lucrezia                        - Che mi metto domattina? Che ci mettiamo per la cerimonia? Non ho niente. Tu che ti metti?

Beatrice                         - Non è un problema da poco. Ci sarà tutta Roma ad osservarci.

Lucrezia                        - Pensavo al raso - qualcosa di leggero. Fa un caldo da morire. Odio sudare in pubblico. (Giacomo e Bernardo escono)

Beatrice                         - Penso che a te in qualità di vedova converrà il nero, lo invece indosserò qualcosa di turchino. Dovremo farci tagliare in fretta qualcosa di semplice - con maniche larghe e con il collo pieghettato alla maniera delle monache. Mi coprirò le spalle con un velo d'argento.

Lucrezia                        - Non sarà troppo vivace?

Beatrice                         - Per te - in qualità di vedova sarà più conveniente un velo nero.

Lucrezia                        - Ma le maniche larghe non metteranno troppo in mostra le braccia?

Beatrice                         - Indosseremo sotto una camicia stretta ai polsi. Dovremo poter muovere liberamente le mani per reggere un crocifisso lungo la strada. Tieni conto poi (con una punta di malizia) che quando ci stenderanno sul ceppo dovremo essere in grado di portare le mani dietro la schiena senza con questo mettere troppo in evidenza il seno. (Lucrezia ha come un brivido o un capogiro. Beatrice la rincuora con la stessa malizia di poc'anzi) Sta' su, donna Lucrezia - sta' contenta che tra poco sarai con la Madonna alla quale sei tanto devota...

Lucrezia                        - (riprendendosi) Qual è il colore più adatto per la camicia in circostanze del genere?

Beatrice                         - Direi di affidarci alla nostra fantasia. Credo che sceglierò qualcosa di violetto. Per te - dato che vestirai di nero mi sembra più adatto il bianco.

Lucrezia                        - Bianco su nero. Si, una cosa classica. Anche se il tutto mi sembra un po' vistoso data la situazione.

Beatrice                         - Daremo all'insieme una nota di austerità usando delle comuni corde da monaco per cingerci la vita.

Lucrezia                        - Comuni corde?... Di che colore?

Beatrice                         - Direi cremisi. Sta bene ovunque.

Lucrezia                        - Faccio chiamare la sarta. (Fa per uscire. Beatrice la trattiene)

Beatrice                         - Aspetta... Dovremo fare a piedi tutta via Monserrato e i Banchi Vecchi. Ci occorrono scarpette senza tacchi.

Lucrezia                        - Di cuoio o di tessuto?

Beatrice                         - Velluto. Per me bianco.

Lucrezia                        - Per me nero... Nella mia qualità di vedova. (Uscendo, si volta un'ultima volta) Beatrice...

Beatrice                         - Si, Lucrezia - dimmi.

Lucrezia                        - Ti toglierai almeno (indica il turbante) quell'acconciatura da miscredenti che ti fa somigliare a una sibilla saracena?

Beatrice                         - Mai come adesso (si accarezza il turbante) ha una funzione pratica. Dimenticavo di dirtelo... La scure deve trovare il collo nudo. Bisogna tagliarsi i capelli o raccoglierli sulla nuca così come me... (Si tocca il turbante. Lucrezia esce con un tremito)

Beatrice come all'inizio, sola nella cornice ovale, ha ripreso ad ar­meggiare con il turbante. Se lo scioglie, poi lo riannoda, lo scioglie di nuovo, acconciandosi i capelli.

Beatrice                         - Non pensavo che dovesse finire cosi presto... Sono sana di corpo e d'intelletto. Non voglio andare nella cappella dei Cenci dove mio padre diceva che voleva vederci sepolti tutti. Lascio (con notarile distacco, come dettando) cento scudi ai francescani perché mi facciano seppellire nella chiesa di San Pietro in Montorio davanti alla «Trasfigurazione» di Raffaello d'Urbino che tante volte ammirai quand'ero libera e felice - più tremila scudi per rifare il muro che trattiene il monte su cui si trova e celebrare messe in perpetuo per l'anima mia. Lascio ottomila scudi alla Compagnia delle Stimmate per dotare cinquanta ragazze povere perché possano sposarsi o farsi monache a loro scelta. Lascio quaranta scudi da dividere tra i prigionieri più indigenti delle quattro carceri di Roma. Lascio ottocento scudi d'oro per il mantenimento di un povero fanciullo senza madre (perla prima volta le trema la voce) di cui soltanto la mia amica Caterina de Santis conosce il nome - con la clausola che il segreto sia rigorosamente serbato e che al compimento di vent'anni questo pupillo divenga padrone dei frutti maturati e del capitale. Lascio... (S'interrompe, come le mancasse la voce. Poi, con tono sommes­so, che non ha più nulla della fredda sicurezza contabile di po­c'anzi, canticchia una nenia. Come un lamento) Dormi bambino che il cielo s'imbruna nasce la luna lontano è il mattino... Addio amore, bambino mio - stanotte la luna illuminai denti dei morti sul selciato dei tuoi giochi. Dormi bambino. Gatti di stoffa e militi di stagno ti faranno da scorta nel tuo sonno di nuvola. Non verrò domani al tuo nido bianco - figlio non vedrò le tue dita sciogliere nodi di tenerezza sbucciando frutta l'estate. Non saprò come sei quando ridi e quando piangi né mai conoscerò di te altro suono che non sia quello del tuo primo vagito. Addio amore... Lascio (ritrova con uno sforzo il controllo della voce e riprende la fredda elencazione delle sue ultime inutili volontà, mentre la luce lentamente degrada) cento scudi ai padri dell'Aracoeli con legato di celebrare trecento messe per l'anima mia. Lascio cinquanta scudi alle monache di Montecitorio perché facciano celebrare cento messe per l'anima mia. Lascio cinquanta scudi alla Chiesa di San Bartolomeo con l'obbligo di celebrare cento messe per l'anima mia. Lascio cinquanta scudi all'Ospedale Fatebenefratelli con il mandato di pregare per l'anima mia. Lascio cinquanta scudi alla Chiesa di San Gregorio perché siano dette novanta messe per l'anima mia. Lascio settanta scudi alla Chiesa di Santa Prassede con vincolo di celebrare centoventi messe per l'anima mia. Lascio cinquanta scudi alla Chiesa dei Santi Apostoli perché vi siano celebrate cento messe per l'anima mia. Lascio... Qualcuno intanto ha eretto nella penombra uno strumento che sul principio non si riconosce. Potrebbe essere un patibolo. Invece è un cavalletto da pittore. Il pittore, di spalle, comincia a dipingere.

Man mano che la luce cala sul viso di Beatrice nell'ovale, si illumi­na in dettaglio il ritratto che l'artista sta dipingendo. È la Sibilla (Beatrice Cenci) di Guido Reni. Buio su Beatrice, luce sul quadro che ne riproduce il volto. La storia è finita. Comincia la leggenda.

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 1 volte nell' ultima settimana
  • 16 volte nell' ultimo mese
  • 51 volte nell' arco di un'anno