Al Dio ignoto

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DIEGO FABBRI

AL     D I O    IGNO T O

R a p p r e s e n t a z i o n e    s c e n i ca

D U E   T E M P I

Personaggi:

TRE UOMINI (attore, dentista, scienziato)

TRE DONNE

RAGAZZA PAOLO MAX

SPETTATORE IRONICO

SPETTATORE ISTRUITO

SCRITTORE

NUOVO ARRIVATO

DUBBIOSO

P R IM O T E M P O

(In qualunque luogo di ampiezza conveniente dove si possa effettuare una rappresentazione scenica in cui agiscono dieci o quindici attori. Una predella molto bassa. Un praticabile abbastanza articolato come meglio piacerà al coordinatore dello spettacolo. Un panorama grigio perla che avvolge tutto l’ambiente. Inscritto nel panorama uno schermo da proiezione. Molto accurata e ricca di varietà di soluzioni la illuminazione. In palcoscenico e in sala — o comunque dalla parte del pubblico — alcuni microfoni e altoparlanti. Ad avviare la rappresentazione è la musica e/o il canto corale o a strumento o voce singola. E a brevissima distanza di tempo, calcolato da una speciale scansione, le immagini sullo schermo che si svolgeranno, si ripete, secondo un «ritmo» scelto in vista di particolari sollecitazioni. Entrano dai due lati due «terzetti» di attori, uomini e donne).

A.: Venite. C’è solo ombra sotto questa roccia rossa.

B.: All’ombra di questa roccia rossa vi mostrerò qualcosa di diverso dall’ombra vostra che al       mattino vi segue a lunghi passi o dall’ombra vostra che a sera incontro a voi si leva.

C. : Venite. In un pugno di polvere vi mostrerò la paura.

A.B.C.: La paura. La paura. La paura.

D.: Cos’è quel suono alto nell’aria, quel mormorio di lamento materno?

E.: Qual è la mostruosa città oltre i monti-là-làche si spacca e si riforma e scoppia nell’aria    violetta?

F.: E là... torri che crollano... il ponte sta cadendo...

D.E.F.: Tutto crolla... La polvere... Polvere città... Polvere ponti... Polvere torri... Oooh! (tutti i   sei attori levano UN GRIDO di spavento, di orrore, la MUSICA ha esasperato in terrore lo    spavento e l’orrore).

A.: La prima cosa da fare è formare le Commissioni...

B.: e i Consigli di Consulta...

C.: ...e le Sottocommissioni...

D.: Le Commissioni Permanenti...

E.: Le Commissioni d’inchiesta...

F.: ...e le Sottocommissioni!

A.: Un Segretario unico andrà bene per molte Commissioni.

B.: E’ già stata eletta una Commissione per nominare una Commissione di Ingegneri per studiare l’approvvigionamento dell’acqua! C. : E’ stata eletta una Commissione per i Lavori Pubblici!

D.: ...e soprattutto per il problema della Ricostruzione delle Fortificazioni!

E.: Mozione! Chiediamo un’altra Commissione!

F.: Una Commissione d’inchiesta Generale!

A.B.C.D.E.F.: Sili! - Una Grande - Commissione d’inchiesta - Generale - Siii!

CAPOGRUPPO: (volgendosi alle immagini della città; col tono dell’invettiva). O Città    miserabile di uomini intriganti, o sciagurata generazione di uomini colti traditi nei labirinti del     vostro ingegno venduti ai profitti delle vostre invenzioni, vi ho dato la parola e voi la usate in    infinite chiacchiere...

PRIMO: (verso il pubblico) Credono di parlare e fanno solo rumore.

CORO: (piano, quasi per ricordare e incidere) «Credono di parlare - e fanno solo rumore...». CAPOGRUPPO: (riprende col tono dell’invettiva) Vi ho dato la Legge e fate solo contratti; vi   ho dato le labbra per esprimere sentimenti amichevoli e voi le usate per sospettarvi l’un l’altro   per tradirvi l’un l’altro. Vi ho dato l’intelligenza di scegliere e voi non fate altro che     ondeggiare tra basse speculazioni e azioni vergognose...

A.: Il regno del denaro volge alla fine.

B.: Il tempo è venuto!

C.: Le cose vanno preparandosi.

D.: Il passato sta per consumarsi.

E.: Forse si prepara l’avvenire.

F.: Già si vedono i segni precursori.

A.: Veramente qualcosa sta cambiando.

B.: E’ in momenti come questo che si produce il cambiamento.

C.: Il cambiamento!

A.B.C.: IL CAMBIAMENTO!

D.E.F.: Quale? Quale? Quale?

TUTTI: IL CAMBIAMENTO. A.B.C.: Basta! E’ tempo di dire...

D.E.F.: Basta! Basta! (anche questa volta la musica esaspera la ribellione. Un culmine diintensità: cade il silenzio).

UNA DONNA: (e nel silenzio avanza una donna che dice con disperata intensità, ma non   gridato; viene avanti fino a toccare il pubblico e a parlargli vicinissima): E’ finito il tempo di meditare e parlare e ascoltare compiaciuti gli esercizi della ragione, il tempo della ragione, il     tempo di pensare di leggere i poeti, il tempo di sentire che l’estate sta arrivando e l’erba è     verde e il sole riscalda; finito il tempo dell’egoismo dei nostri programmi, il tempo del mio     problema e della mia nevrosi causata da... (indugia in un gesto lungo, allusivo) Ogni mese    muore un amico di cancro, di incidente, di infarto, è finito anche il tempo dei pianti lunghi e    consolatori, l’amico che muore diventa assuefazione, è problema personale e privilegiato,    finito il tempo delle privilegiate stagioni e dei conti che alla fine si fanno tornare, il tempo     della sinistra e della destra, delle comode classificazioni, finito il tempo della classe operaia e     dello sporco capitalismo. E’ arrivato il tempo dell’assenza di pace, è arrivato il mutamento: la gente non sa perché si guarda impaurita e cerca il colpevole sempre rassicurante, ma il tempo     terrore è arrivato e sotto sotto cova il dubbio che tanto disastro sia necessario che il nostro   tempo consolatore dei patteggiamenti doveva finire per cause naturali, è arrivato il non-senso     l’organismo rifiuta la tossicità dei medicinali i medici hanno chiuso. E’ il tempo del suicidio    premeditato della non politica, il tempo dell’urlo delle morti apparentemente gratuite, il tempo     voluto da noi che leggevamo i poeti e dissertavamo di ideologia, tempo di assenza di «idee»   ma ci sono i morti ogni giorno. Nelle strade nelle piazze si spara quelli, i giovani assassini,    uccidono, «quelli sparano»; ma chi sono «quelli»? Li abbiamo mai visti, ascoltati? come    hanno vissuto? come vivono? cosa vogliono? Che importanza può avere ora il torto o la     ragione? Ripugna anche parlare... (un singulto: si ferma con la gola stretta dalla emozione) GLI ALTRI SEI: (facendolesepiù vicini) C’è qualcosa da... fare? C’è una risposta da... dare? Una trama di luce? Forse c’è qualcosa... Che però non capisco... Ma che sento soltanto! Io ero già in attesa. Dell’Ospite Inatteso...

SPETT. IRONICO: (ironico, staccato) Ma sì! «En attendant Godot».

UNO: (con il tono di redarguire, dandogli sulla voce) Davvero! L’Ospite Inatteso era   annunciato! Ho già sentito la chiave girare nella toppa! Ma l’Ospite Inatteso non s’è visto. SPETT. IRONICO: «Godot», credete a me, non verrà più (Un Canto quasi d’invocazione)(E dal fondo, da dietro il «praticabile» o dal fondo della sala dove sta raccolto il pubblico degli    spettatori giunge una persona: si chiamerà PAOLO. E, vestito modernamente, con un   impermeabile abbastanza lungo e stretto alla vita; ha una valigetta, ma non troppo piccola, in mano...).

SPETT. IRONICO: (vedendolo lo incoraggia a venire) Avanti... avanti Viaggiatore... Di dove    vieni?

PAOLO: (procedendo lentamente e giungendo fino a un piano o uno sgabello alto del praticabile,e rispondendo) ... Gerusalemme... Alessandria... Vienna... Londra... Roma... e   arrivo ad Atene. Ecco, (rivolgendosi agli spettatori, dritto) E vorrei parlarvi con la massima schiettezza.

SPETT. IRONICO: Chi sei?

PAOLO: Sono Paolo, (un silenzio) Signore, Signori, Ascoltatori...(depone la valigia, si passa  una mano sui capelli) Io trovo che avete in questa città una grande e accurata religiosità.   Percorrendo le vostre strade ho osservato i vostri templi e ho trovato anche un altare con questa iscrizione: «Al Dio Ignoto». Ora io sono qui per annunciarvi quello che voi venerate    senza conoscerlo ancora; il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose. Egli che è Signore del cielo e della terra, non sta in templi costruiti dall’uomo, e non è nemmeno servito dalle mani    dell’uomo - Lui non ha bisogno del lavoro e dei servizi dell’uomo -, perché è Lui che ha dato a   tutti vita, respiro, energia e tutto ciò che è creato.

    Il Dio che vi annuncio ha generato tutta l’umanità da un solo uomo, e poi l’ha sparsa sulla    faccia della terra stabilendo per ogni popolo i tempi e i confini del suo territorio, vale a dire   della sua naturale dimora. Egli ha voluto che gli uomini cercassero Dio, e procedendo a tastoni, si sforzassero con fedeltà e pena di scoprirlo e trovarlo come se fosse lontano e nascosto benché sia invece vicino a ciascuno di noi. In Lui infatti noi viviamo, ci muoviamo e     siamo come hanno detto anche i vostri poeti: «Di Lui veramente noi siamo stirpe». Se dunque     siamo stirpe di Dio non dobbiamo immaginare che la divinità somigli all’oro o all’argento o al   marmo scolpito dall’arte e dalla fantasia dell’uomo. I tempi dell’ignoranza sono ormai alle nostre spalle; oggi Dio annuncia agli uomini che tutti, ovunque siano nati, debbono   convertirsi. E’ stato stabilito un tempo in cui il mondo sarà giudicato secondo una giustizia nuova fondata sul messaggio di un uomo che Dio ha designato e accreditato agli occhi di tutti    con un segno mai visto: facendolo resuscitare da morte. (Questo annuncio di resurrezione è  accolto da un mormorio di meraviglia che cresce e si articola in una protesta di incredulità    sempre più evidente).

VOCI DEI PRESENTI (a diverse intonazioni) Eeeh! Resurrezione, eh! Non raccontarle grosse! Su, su! Su questa storia della resurrezione ne parleremo un’altra volta! Rifatti vivo...Stavolta non la crediamo... (E si allontanano ai lati, Paolo a sua volta scende dallo sgabello rialzato o    dal piano più alto del praticabile e fa per avviarsi con la sua valigia, ma due o tre dei   presenti, tra cui una donna, gli si avvicinano, lo circondano e cominciano a parlottare con lui    che arretra     fin quasi a scomparire, ma rimanendo nel fondo del palcoscenico o dello     «spazio». Allora uno     dei presenti rimasto indeciso tra Paolo e il gruppetto che lo circonda e     il proscenio dove stanno   i due, o l'unico, SPETT. IRONICO, dice):

UN DUBBIOSO: Alt! Fermati... - dove vai? Dove     vuoi andare? (rivolto a Paolo)

SPETT. ISTRUITO: (Venendo dalla platea con un libro che tiene sottobraccio o in mano, e che  apre senza però leggere: mentre avanza) «...Paolo si ritirò, e li lasciò. Ma alcuni uomini si    unirono a lui e abbracciarono la fede...»

UN DUBBIOSO: Ma doveva almeno lasciare il tempo... perché io volevo...Sì, io avevo da dire...   Non si può parlare, stupire...e poi sparire cosi! Ha detto «resurrezione», eh!

SPETT. IRONICO: Aspetti, allora. Rifletta. I suoi compagni torneranno: e lei intanto pensa.   (Dubbioso si siede sul praticabile e pensa).

SPETT. ISTRUITO: Poco dopo Paolo lasciò la città... (Paolo scompare nel fondo) e andò a    Corinto dove trovò un giudeo di nome Aquila nativo del Ponto appena arrivato dall’Italia con   la moglie di nome Priscilla, perché l’imperatore Claudio aveva emanato un Editto ordinando che tutti i giudei lasciassero Roma, (alla spicciolata rientrano da varie parti coloro che si sono allontanati protestando ed anche quelli che hanno seguito Paolo...e vanno a disporsi in varie zone dello spazio e in diverse positure).

SPETT. IRONICO: E chi lo dice?!

SPETT. ISTRUITO: Lo dice lo storico romano Svetonio... deve essere del 49 o 50 dopo Cristo,     vale a dire appena 12 o al massimo 15 anni dopo che Gesù era morto...Contemporanei,     diciamo.

DUE PRESENTI: (tra loro) Quello è istruito... pare: sa il fatto suo.

SPETT. ISTRUITO: (riprendendo) Paolo si unì a loro...

IL DUBBIOSO: (verso i compagni) ...si unì ai giudei fuggiaschi...esuli per l’Editto   dell’Imperatore...?

SPETT. ISTRUITO: ...(riprendendo) sì, si unì a loro, e siccome facevano lo stesso mestiere —    fabbricavano tende — sì, tende — alloggiò da loro...

UNO DEI PRESENTI: Tende? Ha detto tende?

SPETT. ISTRUITO: Ho detto proprio tende. Paolo voleva guadagnarsi da vivere lavorando.   Aveva imparato a costruire delle tende usando tessuto di pelle di capra secondo una specialità   delle sue parti: Tarso è una città della Cilicia.

I DUE DI PRIMA: S’era capito, quello sa tutto Per sapere sa, si tratta di vedere se poi è vero,    eeeh!

SPETT. ISTRUITO: Paolo lavorava e intanto annunciava ai giudei che Gesù è il Cristo. Ma i giudei reagivano imprecando e bestemmiando contro Gesù e Paolo un giorno fu preso da un     impulso di furore, era un uomo anche lui, e si mise a scuotere le vesti, e a dire in tono piuttosto    risentito: «E adesso basta! La vostra cecità è colpevole! Non volete riconoscere quel che è   evidente! E allora vi dico che il vostro sangue cada sulla vostra testa. Io non ho colpa. Non ho    detto quel che dovevo dire! Ma d’ora in poi non perderò più tempo con voi, giudei, ma mi   rivolgerò ai pagani.

IL DUBBIOSO: E allora...?

SPETT. ISTRUITO: Allora fece proprio così.

UNO: (Strisciando le mani in segno di soddisfazione) E così comincia l’avventura! Benissimo!

UN ALTRO: Veramente l’avventura, se ricordo bene, era già cominciata prima...

IL DUBBIOSO: Con Gesù Cristo!

UN TERZO: Direi! Proprio con Gesù Cristo!

IL DUBBIOSO: E allora, scusate un momento - vorrei dire una cosa... - Prima, non ho     avuto...l’ardire, e forse nemmeno il tempo...Paolo se n’è andato lasciandomi lì a far...scena vuota...

UN QUARTO: E che volevi dire? Dillo adesso.

IL DUBBIOSO: Si, lo dico; ma lasciami prima spiegare...

UN QUARTO: E spiega! (ridacchiando) Sei di scena tu. Silenzio!

IL DUBBIOSO E’ successo agli inizi, si può dire, della mia carriera, poco dopo che ero uscito    dall’Accademia...; (commenti, risatine) no, non c’ entra l’Accademia, ma solo per dire che ero     ancora molto giovane, e tutto quel che mi capitava di fare, anche una piccola parte, una particina la facevo con molto impegno...provavo da solo anche davanti allo specchio, eh sì...negli alberghetti di second’ordine ero il disturbatore numero uno...- Dunque mi capitò di    prender parte...ma proprio una particina... che poi non era nemmeno una vera e propria parte...in fondo solo una «battuta». Ma succede nel nostro mestiere che alle volte una «battuta» piaccia più di certe parti, e te ne innamori, e alla fine di rimane confitta qui, nella memoria...ed anche nel cuore...insomma, confitta! Confitta e ribattuta: per sempre. Per lo    meno sino adesso. E ve la debbo dire, mi debbo liberare...

UNO: Ma che «battuta»?

DUE: Si può sapere senza farla tanto lunga?!

TRE: Perché ognuno, poi, avrà voglia di dire la sua!

QUARTO: Che spettacolo era?

IL DUBBIOSO: Era una...televisione.

QUINTO : E dici che era proprio bella anche detta così staccata?

SESTO: Avanti allora! Ssst!

IL DUBBIOSO: (dopo una breve pausa) «Non c’è niente di più bello, di più profondo, di più    simpatico, di più ragionevole, di più perfetto di Cristo. E non solo c’è, ma... (sforzandosi di   ricordare) ma...ma, ah... «ma con geloso amore...amore...mi dico che non può esserci, (prende   un respiro e viene avanti di uno o due passi) e non basta: se anche mi dimostrassero che Cristo è fuori della verità, ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei    restare con Cristo piuttosto che con la verità! (I compagni applaudono e forse anche gli    spettatori. Il dubbioso fa un lieve inchino) non è mia, beninteso.

IL QUARTO: Di chi è?

L DUBBIOSO: Dostoevskij. Era uno spettacolo di Dostoevskij.

IL QUINTO: Bella senz’altro. Bella... «se mi dimostrassero...!» Com’è...?

IL DUBBIOSO: Volevo dirla a Paolo, e spiegare che noi, qui, dovremmo... vorremmo procedere   sulla... scia di quella straordinaria «battuta»... (irritato) ma Paolo non c’è stato nemmeno a   sentire! (ha un gesto quasi di stizza).

SPETT. IRONICO: (scandendo) Pre-sun-tuo-si!

DUE O TRE VOCI : E perché? Perché siamo attori?

SPETT. IRONICO: Tutti, siete attori? Non solo lui... (il dubbioso).

VOCI: Sì, tutti. E non saremmo degni, allora?

SPETT. IRONICO: fprovocatorio) Beh, non degni Fino a qualche secolo fa. Ma nemmeno di     essere sepolti in terra consacrata! Gli attori!

UNO: Forse non degni, accetto. Però...

SPETT. IRONICO: Però?

UN ALTRO: Però un po’... folli siamo, e allora... eeeh!

UN TERZO: Non faremmo il mestiere che facciamo.

UN QUARTO: Noi siamo portatori di parole... altrui.

UN QUINTO : Però di alte, grandi parole - annunci, poesia, insomma. No?

UNA DONNA: Ci insegnano come dire le grandi parole, come offrirle, come gridarle, al     pubblico.

UN SESTO: Attori, insomma!

UNO: Siamo dopo tutto dei banditori, vi va?

UN ALTRO: Un po’ scaduti, a dir la verità.

UN TERZO: Beh, forse sì, forse no... mah!

IL DUBBIOSO: Siamo qui, adesso, diciamo la verità, signore e signori, anche perché vorremmo    riprenderci, riscattarci un po’ - (volgendosi ai compagni) diciamo la verità. Non vergogniamoci più, o vergogniamoci meno di noi stessi, non arrossire personalmente quando    ci fissiamo allo specchio, a lungo, per truccarci... (fa il gesto come se si passasse il cerone)    lunghi momenti, sapete, di... di esame di coscienza... non arrossire di quel che spesso ci tocca     dire come attori... - sentirci più degni, ecco. Sperare di essere degnamente seppelliti in terra     consacrata...

UN QUARTO: Noi attori, signori miei, siamo stati troppo spesso un vestito o un costume, ma    potevamo anche essere stati o potremmo ancora essere un’anima, un cuore...

UN QUINTO: Ma dov’è Max?

UN SESTO: Perché non c’è? Non è qui?

SPETT. IRONICO: Max? Chi è questo Max?

UNO : Max, queste cose, avrebbe saputo spiegarle meglio di tutti noi. Doveva esserci, e non c’è.    Succede...

UN ALTRO: Max è un uomo quanto mai ambiguo e ambivalente, inquieto e inquietante, d’u- na    inquietudine che gli deriva dalla coscienza di sé e del mondo, o dal conflitto tra sé e il   mondo...

SPETT. IRONICO: Scusi un momento: questo Max è un uomo, o anche lui un attore come voi?     O soltanto...?

UN ALTRO: No, no, Max è un attore come noi, ma... Non si può dire però che sia del nostro gruppo, questo... - però è astratto, e spesso ci viene dietro, ci raggiunge... potremmo dire che ci    spia... e anche interviene... E’ il migliore, il più prestigioso tra noi, e se adesso ci fosse...

SPETT. IRONICO: Diceva che sarebbe un uomo particolarmente tormentato...

UN ALTRO: Sì, in continuo dissidio: soprattutto tra sé e sé. Diciamo dominato da una insoddi

    sfazione radicale e permanente, da una scontentezza di come è fatto dentro, alla radice...

IL DUBBIOSO: Capisce, signore, che un personaggio così complesso è costretto dalla    professione ad uscire incessantemente da se stesso...

UN ALTRO: (interrompendo) Ma eccolo, eccolo! C’è Max... è arrivato... Max! Max! (avanza Max: è un uomo affascinante e nello stesso tempo schivo e taciturno)

MAX: Che c’è? Aspettavate me? Mica avevo detto...

UN ALTRO: Sì, no... ti aspettavamo e non ti aspettavamo... come al solito, insomma. Ma sei stato tirato in ballo, e allora... si parlava di te. E se ti pregassimo, Max, di parlare per questi   signori (lo spett. istruito e lo spett. ironico) e per tutti gli ascoltatori... del tuo e del nostro     mestiere...

MAX: Di quello di attore, vuoi dire?

UN TERZO: Perché, ne hai un altro? (sorrisi)

MAX: (molto semplicemente comincia questa specie di confessione) Vi interessa proprio? E’ una    strana professione quella di attore. Diventa sempre più difficile difendere la propria personalità. Mi chiedo continuamente perché continuo a fare l’attore. Sì; perché la professione dell’attore non risolve nessuno dei miei problemi, tranne forse quello di darmi da vivere... abbastanza tranquillamente. Ma è tutto. E non è molto. Perché il problema fondamentale, per   me, è il problema di... capire «quel che sono». Essere o non essere: è sempre questo il    problema. Ora il lavoro di attore appartiene alla sfera del «non-essere». L’attore pretende     sempre di essere qualcun altro; non è mai se stesso, anche perché è difficile vivere per se stessi, essere se stessi. Io, per esempio, e non dovrei dirlo, io, tecnicamente, sento di diventare     ogni giorno più bravo, ma non è che provi per questo una particolare soddisfazione: perché   come uomo, come essere umano, mi sento invece ogni giorno più povero, più... più...     immaturo, più infelice. Ecco qua, detto molto semplicemente. Questo gruppo di amici, a cui io    non appartengo, mi interessano però... perché vogliono tentare di ricostruirsi come uomini...     continuando a fare gli attori. Qualcuno mi ha detto: «Ma il suo - il mio - sarà un martirio!» Forse, sarà anche un martirio. Ma è un martirio degno solo di derisione e di pietà. Insomma... è    un martirio... (si striscia le dita in segno di inutilità) so di essere il più inutile e di conseguenza il più cinico dei martiri, ma non riesco mai, in nessun modo, ad essere come gli altri.

UN QUARTO: Vuole la storia del nostro «gruppo»?

SPETT. IRONICO: Storia? Non esagera un po’! Mi accontento di un po’ di cronaca. Avanti   dica.

IL DUBBIOSO: Tutti, vede, ci siamo inariditi continuando a vivere in un vuoto crescente... ci   siamo stancati, signore, di questa vita... la nausea, signore, fin qui... ci veda come siamo... e   allora ci siamo lasciati invadere, come dire?... da un gusto nuovo, diverso... che ha cominciato aserpeggiare e poi a crescere in noi... ce lo siamo detti senza volerlo... tra le chiacchiere che    facciamo, sapesse quanto chiacchierano gli attori, ah, ah,... il gusto di un’altra speranza, di una    specie di fede diversa...

SPETT. IRONICO: (con quel suo tono di irrisione e compatimento). Per consolarvi un po’, eh?   Per darvi anche un po’ più di importanza...?

IL DUBBIOSO: Anche. Lei dice che è un ... male?

SPETT. IRONICO: Non dico. Domando.

UNO VIVACE: (rivolto ai compagni, quasi per scuoterli). E perché dev’essere un male voler     sperare e credere a qualcosa di diverso? No, dico. Se vivessimo in un mondo che consola, un   mondo in cui tutti si danno una mano, si aiutano, si sorridono e... e... — lo dico? ma sì, lo voglio proprio dire! — e si amano, capirei... (alla platea, diretto, aggressivo, quasi   provocatorio) ma a voi - voi voi signori! - a voi, dico, piace questo mondaccio che ci     circonda? No, diciamolo schiettamente! Vi piace proprio? Ci state bene? E’ l’ora della verità!   Tra tanta gente che si fa giustizia da sé... per ribellarsi ai colpi dell’ ingiusta fortuna... - e    avranno anche qualche buona ragione...

UN ALTRO: ... e impugna un’arma perché non sopporta più il mare di dolori...

UN QUARTO: (urlando) Un mare di ingiustizie, accidenti!

UN QUINTO: Abbiamo capito! Amleto, Atto terzo. Sempre di estrema attualità, ma abbiamo    capito! Materia nostra, dopotutto.

IL DUBBIOSO: D’accordo! (chiama) Max. Ci sei Max? Non dici niente?

MAX: Certo che ci sono, e dico anch’io «d’accordo». E poi, attori siamo, tutti, anch’io in fin dei   conti, con tutto il mio... scontento... E allora... diciamolo, sì «essere o non essere. Il problema è questo. E’ preferibile tollerare i colpi dell’ingiusta fortuna o reagire con la violenza, armi in     pugno, contro la crescente marea dei dolori, e farla finita. Morire, dormire, e basta — certi che in quel sonno saranno finite le angosce del cuore e i mille affanni che tormentano il corpo — è proprio questo che vorremmo? Morire, dormire... Dormire... forse sognare... Ed ecco il dubbio.   Quali sogni potranno popolare e agitare quel sonno di morte appena abbiamo reciso 1’ ormeggio che ci tiene legati alla vita? Ecco il dubbio che ci trattiene, e ci spinge ad accettare la   lunga sofferenza del vivere. Altrimenti chi mai vorrebbe sopportare il disfacimento dell’età, la     tracotanza degli oppressori, i calci in faccia che ci danno i superbi, lo strazio dell’amore     disprezzato, le trappole della legge, l’insolenza dei governanti e l’insulto che il merito paziente    riceve continuamente dalla cieca ignoranza, chi mai vorrebbe... quando con una arma si     potrebbe trovare la pace? Chi vorrebbe a lungo sopportare queste sofferenze, e tormentarsi, e affannarsi portandosi dietro le piaghe della vita se... se non fosse il presagio di qualcosa al di     là della tomba... di quel paese ignoto da cui nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno che fa   vacillare la volontà e ci fa accettare i mali che già abbiamo piuttosto che affrontare quelli che   ci riserval’ignoto e che saranno misteriosi? Così incliniamo alla viltà, e l’impeto attivo della volontà si smorza nella pallida ombra della pensosa meditazione. Così le imprese già decise si     sviano dal loro scopo e perdono la forza di un gesto decisivo. (mormora) E’ il pensiero di quel    paese dopo la morte... di quell’isola misteriosa che nessuno conosce...

IL DUBBIOSO: (allaplatea) Non vai la pena allora essere commedianti, e ricordare qualcuna di     queste... grandi verità...?

IL PRIMO: Anche quel brano, indimenticabile, dell’ Edipo a Colono... - Ero a Siracusa, mi     ricordo, 1972... no, 3...

MAX: Però non facciamo, amici, l’antologia, per carità. No.

IL SECONDO: No, no, d’accordo... Però! Però vogliamo rimanere fedeli alla nostra vocazione originaria, Attori, sì. Vogliamo rimanere attori.

IL TERZO: Ma per qualcosa che valga la pena di essere detto, ricordato al pubblico che ci viene    a sentire. Ecco la novità di quel che vogliamo, signore e signori.

NUOVO VENUTO: Il fatto nuovo.

CORO: Si — il fatto — nuovo.

NUOVO VENUTO: Verso un teatro impegnato, dunque?

IL DUBBIOSO: Impegnatissimo. Ma impegnato per una speranza, non verso il niente, la    disperazione, il vuoto, la solitudine, il suicidio. No.

CORO: Nooo!

LA DONNA: E’ finito quel tempo...

IL DUBBIOSO: (alpubblico, avanzando con gli altri) Vogliamo dirvi: c’è qualcosa in cui    sperare... in cui sperare e credere... C’è un’isola... (la luce si abbassa notevolmente e sullo    schermo centrale appare in negativo, in seppia o violetto o blu, l'immagine di Paolo com’è apparso ad annunciare il Dio ignoto)

PAOLO OFF.: (Voce dallo schermo) «... Io sono qui per annunciarvi quello che voi veneravate   senza conoscerlo ancora... il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose... Egli ha voluto che gli    uomini lo cercassero, e procedendo a tastoni si sforzassero con fedeltà e pena di scoprirlo    come se fosse lontano e nascosto... benché sia invece vicino a ciascuno di noi...» (la voce   lentamente dissolve e anche l’immagine impallidisce a poco a poco).

MAX : (mormorato, certo di non essere udito da nessuno) Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato...

IL DUBBIOSO: ... Egli ha voluto che gli uomini lo cercassero... e procedendo a tastoni... si    sforzassero di scoprirlo...

LA DONNA: ...procedendo a tastoni... a tastoni... (si mette a piangere perdutamente). IL DUBBIOSO: (accennando allo schermo su cui è rimasto soltanto un riflesso violetto o seppiachiaro). E’ vero quel che abbiamo visto e udito, o ce lo siamo sognato...?

IL QUARTO: O c’è rimasto dentro... nella memoria?

IL QUINTO: ...nella memoria... o nella coscienza...?

MAX: Che differenza c’è?

IL DUBBIOSO: Io direi nella coscienza.

MAX: E’ ancora presto per dirlo...

LA DONNA: (come mormorasse tra sé, con una specie di cantilena o una modulazione di canto) ...E’ finito il tempo dell’egoismo dei nostri programmi... il tempo del mio problema     della mia nevrosi causata da... (riprende a piangere sommessamente, poi con una vibrazione    più viva come se si apprestasse a prendere una decisione) ... e procedendo a tastoni... noi lo cercassimo... e ci sforzassimo di scoprirlo... procedendo a tastoni...

IL DUBBIOSO: ... e rimettendoci in marcia?

CORO: Certo, rimettendoci in marcia.

MAX: Attenti però, (tutti lo guardano) Forse leggiamo il mondo nel modo sbagliato - e poi diciamo che il mondo ci delude.

UNO: Chi l’ha detto? Max?

MAX: No. Non l’indovini.

UNO: Chi?

MAX: Tagore.

IL DUBBIOSO: E’ diventato dei tuoi?

MAX: Non particolarmente, ma l’ha detto. E’ una verità. Cerchiamo di non leggere il mondo in modo sbagliato. E’ già molto, no?

LA DONNA: Certo, è un buon... proposito, ma che ti porta spesso a spaccare il capello in    quattro.

SECONDO: Altra fonte di errore!

LA DONNA: Appunto!

MAX: Per non leggere il mondo in un modo sbagliato sei spinto anche a spaccare il capello in     quattro, non dico di no. Ma che vorresti dire con questa storia del capello in quattro?

LA DONNA: Scusa, ma non ci si doveva rimettere in marcia?

MAX: E’ d’obbligo? Se hai da dire, di. Aspettiamo.

LA DONNA: Allora! Al tempo di telepatie e di psicometria con cui riempivamo le nostre serate     mi fu consegnato una sera un biglietto da psico- metrizzare. Lo presi, lo toccai, e mi diede subito delle sensazioni stranissime, e mi ricordo dissi: «vedo delle colonne altissime, sono    quadrate, nere, sembrano quasi delle enormi statue di ferro, fittissime, che mi impediscono la    vista di un cielo meraviglioso... - Mi fu detto: apri il biglietto. Lo apro; e leggo: «Bibbia». Il    libro della verità, d’accordo: eppure proprio la Bibbia ha il potere di generare reazioni   contrastanti. Leggo: «Il principio era il caos». Allora, comincio a chiedermi, Dio non ha creato dal nulla, è solo il grande Architetto, come dicono i massoni, e ha solo coordinato i vari   elementi già esistenti. Mi trovo subito in una gran confusione. La «Bibbia» mi dice che io non domando: non mi importa per esempio se la Madre di Gesù era davvero vergine o no, non vedo a chi, tranne che a San Giuseppe, dovrebbe interessare; e non mi importa nemmeno se     Gesù fu istruito, come pare, dagli Esseni... Mi bastano invece alcune verità fondamentali per   darmi la certezza. Qualcuno di voi sa che mio padre era tenore, e io lo accompagnavo spesso nelle varie città, nei diversi teatri quando cantava... Un’opera che mi attirava molto era il    «Mefìstofele» di Boito che hacomposto musica e libretto. All’Atto secondo, nella scena     famosa tra Margherita e Faust, c’è un momento in cui i due innamorati cantano: lei... (canta,     più accennando che cantando) «Non basta. - Creder bisogna e a nulla tu credi, Enrico». E   Faust, allora...

QUARTO: (con voce abbastanza modulata) «...A- scolta, vezzoso angelo mio. «Chi oserebbe     affermare tal detto: Credo in Dio?» Le parole dei santi — son beffe al ver ch’io chiedo, e qual uomo oserebbe — tanto da dir «non credo»?

LA DONNA: Ecco... ecco... basta così... — ma sei bravo davvero... Beh, questo duetto mi dava    un’emozione indicibile! Chi mai oserebbe dire con sicurezza «non credo»? Insomma a me   bastano poche, fondamentali promesse per darmi la tranquillità, e la certezza, senza bisogno di   dimostrazioni! «Io sono la via, la verità, la vita; chi crede in me vivrà in eterno»: mi basta. UN ALTRO: Beata te, la tua fede...

LA DONNA : Ma lo so quel che pensate: che è un modo semplicistico di risolvere i problemi e   raggiungere la pace, ma in questo campo io sono drastica! (si guarda attorno) Non s’è fatto un   passo avanti, lo so, ma...

MAX: No. Non si saranno fatti magari passi avanti, ma non è coi ragionamenti sottili e colti che     se ne fanno necessariamente. Io, per esempio... quel po’ di cammino che ho fatto... è stato con     un’esperienza che si avvicina abbastanza alla tua, sai!?

LA DONNA: Non posso crederlo!

MAX: Se vi dicessi... non lo credereste. Ve lo ricorderete che io per molti anni sono stato...     dall’altra parte.

IL DUBBIOSO: Come non me ne ricordo: tu eri alla sinistra, anzi estrema, si diceva, molto    civile, sempre, ma da quella sponda.

MAX: Precisamente: quella sponda. E convinto. E marxista. E non ci inzuppava nemmeno il dito   mignolo nel piatto della fede. Finito ai quattordici, sedici anni, con la fede, io.

IL DUBBIOSO: Finito finito, o...?

MAX : Dovrei dire finito, anche se, poi, mi accorsi, mi dovetti accorgere mio malgrado, che    c’era rimasto un tarlo... un virus, ma che non m’accorgevo nemmeno...

IL DUBBIOSO: E come fu il mutamento? Si può saperlo?

MAX: Fu colpa del teatro... e del Partito. SI, di tutte due: perché un giorno mi chiamano in     Direzione — ci andavo poco a causa delle compagnie, delle tournée, e loro che lo sapevano non mi seccavano, molto rispettosi per questo.

QUARTO: Beh, ti chiamano?...

MAX: Mi chiamano e mi dicono se per la prossima festa dell’Unità preparo una     rappresentazione tratta dal poema, molto molto bello, di Blok, I Dodici. Gli rispondo: «da quello che ricordo è bello, però ci voglio pensare un po’: lo rileggo, e ci penso». In politica    hanno sempre fretta, e il fatto che io ci voglia pensare non gli piace molto. «Perché ci vuoi    pensare»? «Perché ci voglio pensare, e la risposta te la porto domani o domanlaltro».

UN TERZO: Gliela portasti?

MAX: Naturalmente. Come avevo promesso. E salto un tempo vi faccio prima sentire il poema, I   Dodici... e poi vi racconto il resto... (alza un braccio come facesse un segnale. L’ambiente diventa penombra, gli attori si sparpagliano, si sente il fischio del vento, un fischio musicale, e se ci sono i mezzi tecnici si potrebbe far vedere, servendosi di un'elementare macchina da     proiezione, il mulinare della neve. Si potrebbe usare un breve a- nello di nevischio che passa ininterrottamente su un fondo grigio-violetto. I personaggi entrano a uno a uno o a piccoli    gruppetti).

Personaggi del poema

1°: Sera nera. Neve bianca. E il vento, il vento! (fischiare di vento)

2°: E sotto il vento, il ghiaccio... scivola un poveretto...

3°: Da casa a casa tirano una corda...

4°: (forte, leggendo faticosamente) «Tutto il potere alla Costituente» dice la scritta...

5°: DONNA: La povera vecchietta non riesce a capire...s’affligge, piange... (una vecchietta cerca   di traversare la strada traballando).

VECCHIETTA: Oh, Vergine protettrice! Oh! I bolscevichi mi mandano alla tomba! (aiutata   dalla Donna-5a la Vecchietta è riuscita a traversare la strada; le Vecchia sparisce, la Donna-  5ariappare in scena).

6°: (indicando qualcuno nascosto nel buio) Ma chi è quello là? Là! Là! Capelli lunghi, voce tremante...

7°: (minaccioso verso quello che si nasconde) Traditori! Traditori!

8°: Dev’essere uno scrittore! Un chiacchierone...!

9°: Ma quello si nasconde dietro i cumuli...

10°: (personaggio femminile) Compagno prete, oggi non sei allegro! Perché?

11°: Non ti ricordi quando camminavi la pancia in fuori che ti splendeva con la croce d’oro,    eh!?!

12°: (personaggio femminile) Ma quella è una signora! La vedi? E’ in astrakan... ah, ah...

1°: (urlando) «Tutto il potere alla Costituente»!

2°: Anche da noi c’è stata l’Assemblea!

3°: In questo edificio si è discusso e deciso...

4°: Per un certo tempo, dieci.

5°: (donna) Ehi! Disgraziato! Vien quà! Diamoci un bacio! (la donna e lo sconosciuto si baciano nella penombra; intanto i dodici interlocutori si sono riuniti in una fila disordinata)

1°: Dodici... qui...

2°: Dodici... davanti... davanti...

3°: Nere le cinghie dei fucili!

VOCI: Libertà! Libertà! Ma senza più la croce... (in lontananza il crepitare di fucili: TRA-TA-    TA).

11°: Ma lo sapete che Vanka è alla bettola con Ka- t’ka!?

12°: E lei i soldi li tiene nella calza! (I dodici sono in marcia).

1°: Su! Tenete il passo della rivoluzione.

2°: C’è il nemico che vigila, non dorme!

3°: Reggi il fucile, compagno; non tremare!

4°: Spariamo palle sulla Santa Russia!

5°: La grassa...

6°: La stracciona...

7°: La culona!

8°: Ma senza più la croce! (scarica di fucileria).

9°: Per la sventura di tutti i borghesi accenderemo un incendio mondiale, un incendio mondiale nel sangue!

CORO: Signore - ci benedici! (altra scarica di fucileria).

10°: E così vanno i Dodici fucile sulla spalla... (un suono di organetto).

11°: Carogna non senti l’organetto!?

12°: (le due donne ridono sguaiatamente) Ah, ah, ah! Divertirsi un po’ non è peccato!

1°: Oggi ci saranno saccheggi! Avanti!

2°: Aprite le cantine! Godano i poveracci!

3°: Un pochino me la voglio spassare anch’io, accidenti!

4°b: Voglio bucar qualcuno col coltello!

5° DONNA: Vola, borghese, come un passerotto.

6°: Voglio fare un bel brindisi bevendo alla mia bella con il tuo sangue...

7°: La tua pace dona, Signore, al servo tuo!

8°: Avanti, avanti, avanti popolo lavoratore!

9°: Vanno così i Dodici lontano...

10°: E senza il santo nome pronti a tutto senza rimpianti.

11°: Avanti avanti popolo lavoratore!

1°: Chi è là? Esci fuori!

2°: Chi è lì dietro? Vieni fuori!

3°: (sghignazzando) E’ solo un misero cane rognoso! Ah, ah...

4°: Via di qui, brutto tignoso!

5°: Via! Se no ti solletico con la baionetta...

6°: Vecchio mondo, come un cane tignoso crolla sotto i miei colpi!

7”: Digrigna i denti, lupo affamato con la coda tra le gambe, non molla, misero cane sperduto... 8°: Ehi! Rispondi, là chi si muove?

9°: Chi sventola il rosso vessillo?

10°: Aguzza lo sguardo in questo buio!

12°: Chi scappa laggiù nascosto dietro la casa...?

1°: Meglio se t’arrendi vivo...

2°: Bada compagno che sarà peggio! Esci fuori o spariamo! (una doppia, violenta scarica di fucili)

3°: Così vanno con passo sovrano, seguiti dal cane affamato, avanti, col vessillo di sangue...

4°: ...intangibile nella tormenta tra il fischiare delle pallottole...

11°: con tenera andatura trionfale in un nimbo di perle di neve...

12°: in una bianca ghirlanda di rose...

MAX: avanti - avanti - cammina Gesù.

CORO: Avanti... avanti... cammina... cammina Gesù! (una pausa di immobilità, poi la luce siravviva, gli attori si scompigliano e si raccolgono attorno a Max)

MAX : (va verso il Dubbioso) «Non vorresti discutere un po’?»

IL DUBBIOSO: (sconcertato) Io?

MAX: No, dico al funzionario culturale del partito: «Qui eravamo rimasti, no?» - Non ne aveva voglia. Ma discutemmo. «Io mi rendo conto, gli dissi, che ci sia questo progetto di... accordo     coi... cristiani, i cattolici, capisco, ma t’avverto, compagno, che si corre un brutto rischio, anzi

    proprio un gran richio. No? Dici di no? Il gran rischio, dici, non lo vedi proprio? Ah no? - Ma perché da un capo all’altro del poema si inneggia a Gesù! - Alla rivoluzione guidata da Gesù?     Ah, tu la pensi cosi? Invece si inneggia proprio a Gesù che è colui che i vecchi socialisti   temono di più. - Ma che vuoi temere! Fammi il santo piacere — dice borioso l’addetto culturale che già comincia a parlare come un prete di «santo piacere». E io mi sento già     bollire, perché non sopporto l’ottusità, non la sopporto. E gli risponde: «Senti un po’,    ignorantone: Lenin, che non era un cretino, quando s’accorse del gran rumore che faceva   anche tra i bolscevichi il poema di Blok, si preoccupa subito — pensate che uomo: quando era     ancora in esilio in Svizzera s’era affrettato a chiedere ai familiari che cosa significava il gran   successo ottenuto dalle Tre Sorelle di Cecov, dico la sensibilità per la creazione degli artisti!   dicevo: si preoccupa subito anche dei Dodici di Blok e chiede a un amico: «Ma tu lo capisci    perché Cristo deve essere a- vanti ai dodici, proprio lui e con la bandiera rossa in pugno? Dimmelo, che io non lo capisco».

IL DUBBIOSO : Certo che bisognerebbe che fosse un altro, almeno per coerenza! Invece... MAX: Invece è proprio Gesù Cristo. E se lo domanda anche il poeta, Blok; perché nemmeno a lui piace quel finale.

IL QUARTO: Come non gli piace? Se l’aveva scritto lui!

MAX: Sembra strano, ma è così. Un poeta, un artista, anche noi, diciamo la verità, anche noi   recitiamo, talvolta, come pervasi da un’ispirazione, voglio dire che non siamo del tutto consapevoli... come se fossimo invasi, dentro... non è forse così?

VOCI: (di assenso)

MAX: «Quanto più guardavo e mi domandavo — scrive Blok nel suo Diario mi ero documentato in quei pochi giorni di riflessione... — tanto più vedevo proprio in testa alla fila dei Dodici la     figura di Gesù Cristo». E allora concluse, come se si trattasse di un altro, e questo è proprio da artista, da poeta concluse: «Eh, sì: in testa, a condurre i Dodici, purtroppo, c’è proprio Cristo». IL DUBBIOSO: E questo era un rischio?

MAX: Eh, sì: per un comunista di quel tempo, di quegli anni avrebbe dovuto essere un rischio,   un pericolo.

IL DUBBIOSO: Ma spiegati, Max, scusa!

MAX: Il rischio che quando si marcia con Cristo è sempre lui che prima o poi imprime il passo    alla rivoluzione, non gli altri. E Lenin aveva ragione; non dovrebbe esserci lui, davanti!    Disturba un po’. Perché è lui che finisce per trasformare la rivoluzione di Lenin nella    rivoluzione di Gesù!

UN ALTRO: Tu però la facesti ugualmente la rappresentazione per il Festival dell’Unità?

MAX: SI, alla fine lo feci. Spiegai, quello naturalmente non capì nemmeno la natura della mia    preoccupazione, mi diede una botta sulle spalle, e io allora ubbidii. E venne fuori, potete c redermi, uno... come chiamarlo, un episodio... unosketch molto molto bello, che fece un effetto straordinario... nel pubblico e anche in me.

IL DUBBIOSO: Come in te?

MAX:     In me, sicuro. Mi successe un pochino quel che successe a San Genesio, il patrono     degli attori: che dovendo fare la parodia del battesimo in uno spettacolo finì per crederci     davvero e si convertì e si battezzò e subì anche il martirio. E- poca dei romani, se qualcuno di   voi si ricorda.

IL TERZO: Che martirio hai subito, tu, Max? Non esageriamo, adesso.

MAX: Nessuno, per carità. Vi chiedo anzi scusa. C’è appena un’analogia molto ma molto    lontana. Che preparando e facendo quello spettacolo, quello sketch... dieci, quindici minuti,   entrai a poco a poco, e sempre di più, in un certo stato d’animo, in uno strano turbamento...    insomma, se, ma capite...

IL DUBBIOSO: Insomma? Perché non ti vuoi mai spiegare chiaramente...? A un certo momento tu dici e non dici... hai sempre una reticenza... — sei fatto così!

MAX: E’ vero: ho sempre un pudore (pausa breve, un silenzio profondo). Insomma, adesso sono    qui con voi. Mi sono fatto capire? (mormorio affettuoso di consenso di tutti che circondano Max).

IL DUBBIOSO: Scusa, Max... — Come dice il finale... «davanti c’era lui... c’era Gesù?».

MAX: Questo è il pensiero, il contenuto ma... — è così: «Così vanno con passo sovrano... e     avanti impugnando il vessillo colore del sangue... intangibile nella tormenta di neve... tra il    fischiare delle pallottole... in una bianca ghirlanda di rosa... avanti... avanti a tutti... cammina   Gesù!».

MOLTI : (mormorano facendo come coro a più voci) Bello... molto bello... — Avanti... avanti...    — ...cammina sempre avanti... — ...cammina Gesù... — ...Gesù... Gesù! (invece di un    applauso i intervento molto sofferto di Max suscita il movimento spontaneo e vivace di uno     spettatore che si alza dal suo posto, si avvicina alla scaletta che lega la platea al palcoscenico o alla predella e sale sul palco accolto dalla sorpresa di quanti vi si trovano, il nuovo arrivato non ha però alcuna perplessità e trascinato dal proprio slancio spontaneo comincia a   stringere le manidegli attori con grande effusione dicendo).

NUOVO ARRIVATO: Grazie — grazie — grazie — grazie...

SPETT. IRONICO: Ma lei, scusi sa... dove...? Cosa vuole...?

NUOVO ARRIVATO: Oh, io...? niente... solamente... stringere, così... compiacermi... proprio di   cuore... perché c’era proprio bisogno di questo vostro... questo gesto... questa decisione...

UNO: Ma chi è?

UN ALTRO: Che ti importa chi è! E’ uno!

NUOVO ARRIVATO: No, no... Io sono,... io sarei...

UN TERZO: E’, scusi? O sarebbe?

NUOVO ARRIVATO: Sono sono.

UN ALTRO: Anche se «sarebbe», badi bene, niente male. Talvolta le intenzioni sono altrettanto    importanti di certe realtà. Noi per esempio siamo finora animati soltanto da... intenzioni... —   ma lei è? Chi ha detto?

NUOVO ARRIVATO: Io sarei... uno scrittore... uno che scrive...

UN QUARTO: (con una punta di sfottitura) Naturalmente...

UN QUINTO: Perché continua a dire «sarei»? Per modestia? Ci ha detto che è «scrittore». Ed   essendo scrittore penso che capisca gli attori.

NUOVO ARRIVATO: Ecco, appunto. Vi capisco, credetemi. Vi ho ringraziato, e sono stato     sincero.

UN SESTO: Ecco, ecco. Sincero. Forse ci siamo. Dica: perché ci ha ringraziato? Ci spieghi?    Perché abitualmente — forse lei non lo sa, ma noi sì — noi attori siamo o vezzeggiati e    incensati o insultati, presi a pesci in faccia. Perciò siamo stupiti dei suoi... delle sue strette di     mano, dei suoi ringraziamenti... Non ci capita che molto di rado, e quasi mai sinceramente.     Noi conosciamo molto bene dei piccoli luoghi, delle stanzette incorporate ai teatri, i cosiddetti   «camerini», omonimi dei «gabinetti», in cui si consumano vere orge di bugie, di menzogne le più spudorate ai nostri danni, sa... Ci dica allora perché ci ha ringraziati con tanto... tanto...    slancio. Ci consoli un po’, ci incoraggi... Noi sa, non si faccia ingannare dalle apparenze,   siamo molto fragili e insicuri, e abbiamo bisogno di essere continuamente incoraggiati. Gli   applausi sono nati per questo: per tenerci su. Immaginiamoci poi quando ci siamo buttati in questa impresa... più grande di noi... che non è una commedia, come lei ha ben capito... o se è     una commedia è una commedia vera, ma commedia della nostra vita... «nostra»... «nostra»... griderebbero i personaggi di Pirandello! Ecco...

NUOVO ARRIVATO: Vi capisco, vi ammiro... e vi considero dei personaggi molto importanti,    vi considero dei mediatori che svolgono nella vita una delle funzioni più importanti, più degna    di riconoscenza, di gratitudine...

UN TERZO: Mediatori... come?

UN ALTRO: Mediatori tra palcoscenico e platea?

NUOVO ARRIVATO: Questo senz’altro, è troppo evidente. Ma vi considero mediatori in un    modo molto più profondo. Ecco, mi spiego.

UNO: Sì, si spieghi.

IL DUBBIOSO: Siamo sinceramente interessati...

IL QUARTO: Dì pure sinceramente curiosi (e si stringono senza però serrarlo troppo intorno al Nuovo Arrivato).

NUOVO ARRIVATO: (dopo una reticenza) Se uno psicanalista mi spingesse a parlare di me a ruota libera, dei miei romanzi... e anche... insomma dei miei lavori, dei miei personaggi, delle   figure che ho immaginato... diciamo più in generale dei miei fantasmi... la parola non è più    alla moda, lo so... degli ambienti che invadono e poi si instaurano quasi stabilmente... cari    intrusi... nella mia fantasia... — quello psicanalista potrebbe annotare che le figure che     ricorrono più frequentemente in quel che scrivo sono i personaggi religiosi, in senso stretto, con loro particolari problemi, e anche costumi... — cardinali, monsignori, o preti... —egli   attori insieme a tutto il variopinto mondo del teatro. E gli uni egli altri, ecclesiastici e attori o    teatranti, entrambi mediatori. (Quelli che sono in palcoscenico già cominciano ad animarsi). — Forse già cominciate a capirmi... o...?

UNA DONNA: Noi allora saremmo intermediari tra i modelli poetici delle passioni, dei   sentimenti — i personaggi, i personaggi, signori — e il pubblico, e voi, signori...

UN ALTRO: ...quasi allo stesso modo, mutatis mutandis, che i sacerdoti, di tutti i tempi, di tutte   le religioni sono intermediari o mediatori, come dice lei, tra l’umanità peccatrice, tra la gente   che chiede aiuto e prega, tra noi, voi, signore e signori, e la giustizia e l’amore di Dio? E’ così?    Sarebbe questa l’analogia?

UN TERZO: (al nuovo arrivato) Scusi, allora lei è credente?

NUOVO ARRIVATO: Beh, sì: diciamo che sono ravvivato... inquietato dal desiderio di credere, attratto da un altro... punto cardinale...

UNA DONNA: Mi piace questa immagine dell’ « altro punto cardinale». Il quinto?

NUOVO ARRIVATO: Diciamo pure «un quinto punto cardinale» (a Max). Lei così approdò al     quinto punto cardinale?

MAX: No, quella volta, v’ho detto, ebbi la prima grande, profonda emozione... — ma, vi dirò,   che ero ancora dominato dai fatti sociali, dall’ impegno politico... volevo, insomma, operare sul piano anche pratico... non volevo restare fuori... Quello che però mi diede il colpo di grazia   fu un altro pezzo che mi trovai a dover recitare a teatro... Fu la riduzione dei Fratelli   Karamazov, l’episodio... il capitolo intitolato «La leggenda del Grande Inquisitore».

UNA DONNA: L’hanno fatto anche in televisione...

MAX: Certo, dopo... dopo l’hanno fatto. E’ una cosa da non aver più pace. Ci pensi e ci ripensi,    giorno e notte. A me successe così. Una cosa a sé, staccata dal resto della trama... Anche il    tipo di immaginazione dello scrittore... Si dice cento volte: se Cristo tornasse adesso... eh? Beh, lì immagina che Cristo torni all’epoca dell’Inquisizione quando bruciavano gli eretici sul     rogo, nelle pubbliche piazze... E sul crepuscolo mentre appunto i fuochi sono accesi e gli eretici ardono... Cristo scende, appunto... torna... e si rimette a far miracoli, di quelli che non si   vedono più... risuscita la figlia di una povera donna... dice quella «battuta» che ti fa impazzire dall’emozione: «Fanciulla non sei morta, ma dormi, alzati e cammina»... insomma, sembra che     il mondo si rinnovi alle radici. Ma ecco, e a questo punto vi prego di darmi tutta la vostra   attenzione, (e si rivolge agli spettatori) ecco che sulla gran porta della Cattedrale di Siviglia    che sovrasta la piazza dei roghi, appare il Capo della Santa Inquisizione. E’ un vegliardo     vestito di porpora e sorretto da due cardinali anche essi in porpora...

(Sul ripiano alto del praticabile, press’a poco nella stessa zona dovè apparso PAOLO, emerge il    Grande Inquisitore sorretto da due Cardinali, si scioglie dal toro appoggio, guarda nella    piazzadove lutti si sono ritratti lasciando un solo personaggio vestito di chiaro, è giovane, e dice indicandolo, accusatore):

INQUISITORE: Chi è costui? Che è venuto a fare? Perché disturba la nostra opera? Prendetelo.    Portatelo al Palazzo dell’ Inquisizione. Verrò a interrogarlo.

MAX: (che si ritae lentamente per lasciar libero lo spazio centrale all'Inquisitore e ai suoi    assistenti per l'interrogatorio) Cosi che dopo poco che aveva rimesso piede sulla terra Cristo   viene nuovamente arrestato, imprigionato, processato. L’Inquisitore lascia la Cattedrale e va a interrogare il Prigioniero che è stato rinchiuso nella prigione. (azione, l’Inquisitore avanza    verso il Prigioniero, e gli si fissa davanti, lo fissa, lo scruta).

INQUISITORE: Dunque sei tu, sei proprio TU — Perché sei tornato? Forse per svelare agli    uomini qualche parte del mistero che avvolge il Mondo da cui sei venuto?

VOCE PRIGIONIERO OFF.: Oh, no!

INQUISITORE: Lo so bene. Perché se tu ci rivelassi qualcosa di nuovo attenteresti alla libertà   della fede umana. Oggi l’uomo difronte al mistero dice: credo o non credo; ma se tu alzassi un   lembo del velario che ci nasconde la verità ineffabile, l’uomo sarebbe costretto a dire: vedo,   dunque credo, e non avrebbe alcun merito. E tu non puoi volerlo. Sarebbe un ingiusto pre-     vilegio che accorderesti agli uomini di oggi nei confronti degli uomini di ieri. Dunque che   cosa sei venuto a fare?

VOCE PRIGIONIERO OFF.: Cristo è venuto a renderci liberi, oggi come ieri.

INQUISITORE: Questa faccenda della libertà ci è costata fin troppo cara ! Per secoli e secoli ci     siamo tormentati con questa libertà; ma ormai l’opera è compiuta, e credo in modo definitivo. PRIGIONIERO: (fa un gesto come per chiedere «perché» ).

INQUISITORE: Non vedi come gli uomini, oggi, sono assolutamente convinti di essere liberi?   Libertà e amore sono le due parole che si sentono con maggior frequenza. Eppure mai come in    questo momento gli uomini sono stati privati dell’amore e della libertà. Anzi, se ne sono   privati da soli. Sono venuti loro stessi, a gruppi, a eserciti, a moltitudini a offrirci la loro     libertà, se ne sono spontaneamente spogliati e ci hanno supplicato di prenderla nelle nostre mani. dra la libertà degli uomini è in mano nostra, e abbiamo dovuto sottostare al grave    incarico di amministrarla noi per tutti. Ora, dimmi, in questo momento che sei tornato, dimmi:    è questo che tu desideravi? è questo che tu speravi quando venisti ad annunciare: «voglio rendervi liberi»?

VOCE PRIGIONIERO OFF.: (angosciato) Perché l’avete fatto? Perché l’avete accettato? Perché     li avete resi schiavi'?

INQUISITORE: Per renderli finalmente felici. Per dare a tutti la pace. Abbiamo tentato tutte le     strade prima di deciderci a riprendere agli uomini la libertà, ma è stato tutto inutile. Perché     l’uomo è stato creato ribelle. Tu gli promettesti la libertà, e sorse sul mondo la grande alba    della libertà cristiana, ma potevano mai dei ribelli-liberi essere felici? Continui ancora a   crederlo dopo secoli e secoli di sconfittà? — Tu però sei stato avvertito, ma non ascoltasti    l’avvertimento.

VOCE PRIGIONIERO OFF. : Chi, chi mi avverti?

INQUISITORE: Lo spirito intelligente e terribile — lo Spirito dell’autodistruzione e del non essere, il Grande Spirito del Male. Ti parlò nel deserto. E nei libri è scritto in che modo egli ti   abbia tentato.

PRIGIONIERO: (fa un gesto come per sbarazzarsi di quella domanda).

INQUISITORE: No, tu non puoi sbarazzarti così di quelle domande: esse sono immense, direi   miracolose nella loro intuizione. Se si riunissero tutti i sapienti della terra — dotti, prelati,    filosofi, poeti, governanti... — e si desse loro il compito di formulare tre semplici domande   che racchiudessero tutta la futura storia del mondo e dell’umanità, non riuscirebbero ad     escogitare tre domande prodigiosamente profetiche come furono quelle che ti rivolse lo Spirito    Assoluto del Male. Decidi tu stesso, oggi, dopo tanti secoli, chi avesse ragione: Tu o colui che    allora ti interrogava.

MAX: Gesù era andato nel deserto per digiunare, e dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e    quaranta notti, alla fine ebbe fame ed invocò un po’ di cibo.

INQUISITORE: Allora il Tentatore che gli stava vicino gli tenne questo discorso: «Tu vai per il     mondo con le mani vuote, e offri soltanto la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro innata intemperanza, non possono neppure concepire, che anzi temono e fuggono poiché    niente è mai stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà. Vedi le    pietre di questo deserto infuocato? Tramutale in pane e ti assicuro che l’umanità ti verrà dietro    come un gregge riconoscente e docile, con l’eterna paura di vederti ritirare la mano e rimanere     senza il pane. Perché non accettasti? Non volesti privare l’uomo della libertà e respingesti   l’invito

PRIGIONIERO: Che libertà può mai esserci se 1’ubbidienza e la volontà sono comprate col   pane.

INQUISITORE: «L’uomo non vive di solo pane»; questo rispondesti. Eppure proprio in nome di   questo pane terreno lo Spirito della terra insorgerà contro di Te e comincerà una lotta che non   si è ancora conclusa. Sulla terra ci sono tre forze, tre sole forze, che possono conquistare per sempre la coscienza di questi poveri, deboli uomini ribelli. Queste tre forze sono: il miracolo, il mistero, l’autorità. (il prigioniero che aveva chinato la testa la risolleva e fissa     l'Inquisitore).

INQUISITORE: (riprende)Tu respingesti la prima domanda, quella ti chiedeva di cambiare i sassi in pane e soddisfare la fame degli uomini, ma sai bene che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza, della sua scienza, del suo progresso che    non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati?   «Nutrili e poi chiedi loro la virtù». Ecco quello che scriveranno sulla loro bandiera che si     alzerà contro di te e che abbatterà il tuo tempio. E noi per un po’ scompariremo, perseguitati.   Ma dopo poco gli uomini torneranno a cercarci sotto terra, nelle catacombe e tendendo le    braccia verso di noi ci grideranno: « Dateci pane perché quelli che ce lo avevano promesso     non ce l’hanno dato, riduceteci pure in schiavitù, ma sfamateci, tenetevi la nostra libertà, ma    dateci pane, pane!» E noi li sfameremo. E ci obbediranno, e ci ammireranno per aver     acconsentito, mettendoci alla loro testa, di assumerci anche il carico di quella libertà che li   aveva attratti, tentati, ma poi impauriti. Se Tu avessi acconsentito al miracolo del pane Tu avresti dato finalmente una risposta anche all’eterna domanda: « davanti a chi inchinarsi».   Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto quella di trovare un essere    di fronte al quale ci si possa inchinare, ma trovare uno da potere insieme adorare. Perché     questo bisogno di «comunione nell’adorazione» è il massimo e continuo tormento di ogni    uomo. Tu lo conoscevi questo segreto della natura umana, e invece rifiutasti la bandiera del    pane terreno, la rifiutasti in nome della « libertà» e del «pane celeste».

MAX : Lo Spirito del   Male però non si dette per vinto, e portò Gesù sul pinnacolo del tempio, e   gli disse: «Se sei     davvero il Figlio di Dio gettati giù, e vedrai che gli angeli ti sosterranno e   non cadrai e non ti farai alcun male».

INQUISITORE: Ma Tu anche stavolta respingesti l’offerta dicendo: «Non tenterai il Signore Dio tuo ». O certo T u agisti con magnifica fierezza, come un vero Dio, ma gli uomini sono forse   dei? Credi davvero che la natura umana sia fatta per respingere il miracolo? Tu sperasti che seguendo il Tuo esempio l’uomo si sarebbe accontentato di Dio senza bisogno di miracoli. Ma     tu non sapevi che appena ripudiato il miracolo l’uomo avrebbe ripudiato anche te, e siccome l’uomo cerca invece non tanto Dio quanto il miracolo, si inchinerà di fronte al prodigio, anche     apparente, di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera anche se quell’uomo fosse cento volte ribelle, eretico, ateo!

MAX: E lo Spirito del Male, infaticabile, lo tentò di nuovo. Lo portò sulla cima di un mondo altissimo e gli disse mostrandogli i vasti regni della terra: «Ecco, guarda tutte queste cose; saranno tue, se tu prosternandoti mi adorerai», (irato) Che rispondesti?

PRIGIONIERO: Adorerai soltanto il Signore Iddio tuo!

INQUISITORE: (furente) Ma essi si inchinarono a noi! Perché quello di cui hanno bisogno non è   la libera decisione delle loro menti, non l’amore spontaneo dei loro cuori, ma un mistero a cui debbono ciecamente inchinarsi anche contro la loro coscienza! Questo abbiamo capito dopo    secoli di dolorosa esperienza. E così abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua, e l’abbiamo    fondata sul miracolo, sul mistero e sull’ autorità. Forse che non amavano l’umanità    riconoscendone l’impotenza, alleggerendone con compassione il suo fardello, permettendo perfino di peccare? SI, noi diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà   riscattato. Permetteremo o vieteremo di viverecon le loro mogli e amanti, di avere o non avere   figli, ed essi s’inchineranno con amore e con gioia. Tutti, tutti i più tormentosi segreti della   loro coscienza li porteranno a noi, così saranno felici, noi daremo loro la tranquilla, umile    felicità degli esseri deboli, proveremo loro che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che     l’ingenua felicità infantile è la più dolce di tutte! (grave, amaro) Solo noi — solo noi saremo i     veri infelici perché sappiamo la verità. (Torna a fissarlo) Avevamo o no ragione d’insegnare e di agire cosi?

PRIGIONIERO: (Tace)

INQUISITORE: Parla. (Silenzio) Perché mi guardi in silenzio? Va in collera, ma parla! Io non     voglio il tuo amore, perché io stesso non ti amo! (Il prigioniero continua a fissarlo in silenzio)    Guarda, giudica tu stesso: sono passati tanti secoli, e che cosa ha innalzato fino a Te? Niente,     quasi niente, pochi eletti. Ti giuro: l’uomo è stato creato più debole e vile che tu non credessi... Riconosci almeno di esserti ingannato su di lui? Tu sei fiero dei tuoi pochi eletti, ecco!   (Rabbioso, profetico) Ma ricordati...ricordati che non passerà tanto tempo... che molti di essi   diserteranno la tua bandiera e porteranno su altri campi le forze dei loro spiriti e la fiamma dei   loro cuori... e si scatenerà una nuova torre di Babele... E la libertà senza limite dell’azione... e     il libero pensiero... e le magie della scienza... li spingeranno in tali labirinti, li metteranno al centro di tali portenti e di tali misteri... che comince- ranno a odiarsi e a combattere gli uni     contro gli altri... e diventeranno ribelli furiosi... e si distruggeranno tra loro... (poi facendo un     passo avanti, accorato, straziato, con struggente nostalgia, quasi piangendo) Sappi che     anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei forti con la brama di far parte del numero     dei tuoi eletti... ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia: tornai indietro e mi    unii a quelli che hanno «corretto l’opera tua». Lasciai gli orgogliosi e tornai dai deboli, per la loro felicità; mi distaccai dai pochi e mi misi a servire la causa delle moltitudini. E ti dico che domani Tu vedrai questo docile gregge gettarsi ad un mio cenno ad attizzare i carboni ardenti     del rogo sul quale ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno più di tutti   merita il nostro rogo, questo sei TU. E domani io ti arderò. Dixi.

PRIGIONIERO: (Lo contempla accorato poi gli si accosta, lo abbraccia e lo bacia sulla     guanciapallida e rugosa).

INQUISITORE: (Al contatto delle labbra del Prigioniero ha un sussulto, si tocca la guancia   allontana col gesto dell'altra mano il Prigioniero e gli indica l’orizzonte, dice strozzato): Vattene... vattene... e non venire mai più... (da qualche instante si sente sempre più   distintamente il corale finale della «Leggenda del Ritorno» di Renzo Rossellini: il Prigioniero si allontana lentamente fino a perdersi nel fondo... Il cielo è diventato rosa e poi viola).

MAX: L’Inquisitore apre le porte della prigione e lo lascia andare per le vie oscure della città, e il prigioniero si perde nella lontananza...

S E C O N D O T E M P O

L'ambiente. Lo stesso dispositivo scenico. A un lato, ma in primo piano, un tavolino e alcune sedie di metallo colorato, da caffè. La prima scena si svolgerà tra due personaggi, un uomo e una donna, che chiameremo per comodità LUI e LEI e che il direttore dello spettacolo affiderà ai due attori che crederà più idonei. C’è una luce calda, non mattutina né meridiana: le ombre cominciano a dilungarsi. LUI è già seduto al tavolino e sta bevendo lentamente una bibita colorata (se non ci fosse sipario e si cominciasse allo scoperto, allora LUI arriva, si siede, viene un cameriere e gli porta una bibita. Dopo un tempo conveniente arriva di lato LEI che richiama con una certa vivacità l’attenzione di LUI, poi va a sedersi).

LEI: Dio mio, scusami tanto. Mi avrai creduta morta.

LUI: Morta no, ma cominciavo a chiedermi che diavolo fosse successo. (La guarda) Hai gli    occhi un po’ rossi. Sei a posto adesso, o c’è qualcosa che non va ancora?

LEI: Sto benissimo, adesso. Non sono mai stata così in forma.

LUI: Cos’è allora che non andava? Lo stomaco? - Che prendi? Bere o mangiare qualcosa?

LEI: Mmm. Vorrei solo un sandwich di pollo. E magari un bicchiere di latte. Così ti terrò    compagnia. (lui ha un gesto di delusione). Ma non posso mica fabbricarmi l’appetito solo per     farti piacere!

LUI: No, no, va benissimo così. (Un sorso lentamente guardandola un po’ di sottecchi) Poi dovremmo incontrarci con Michele. - Ti scoccia? Michele è simpatico.

LEI: Non so nemmeno chi sia.

LUI: Ma come! L’avrai incontrato cento volte! Michele, accidenti!

LEI: Ah, sì. Adesso mi ricordo. Per cortesia, non odiarmi solo perché lì per lì non mi ricordo di   una persona... è solo che da quattro anni a questa parte incontro «un Michele» da qualunque   parte vada... Mah! Tutto quello che la gente fa è così... non so... no, non sbagliato... ma così in

    significante... così minuscolo, così deprimente, diciamolo, che... Forse è che mi sento così    strana... mah! Forse divento matta.

LUI: Sei maledettamente pallida, questo sì. Lo sai che sei proprio pallida? (gesto di Lei) No, è     che fumi troppo. E mi preoccupi. Sul serio. Che diavolo t’è capitato in questi ultimi tempi? LEI: Nulla, proprio nulla.

LUI: E come va lo spettacolo?

LEI: Non lo so. Io non lo faccio più. Ho piantato tutto.

LUI: Cooome? Piantato...? Ma se andavi matta per quella parte! Cos’è successo? L’hanno data a un’altra?

LEI: No. Era tutta per me. Ed è questo il brutto.

LUI: Non capisco, sai...

LEI: Quello spettacolo aveva cominciato a infastidirmi, ecco. Cominciavo a sentirmi di un   egocentrismo schifoso. Insomma, tutto quell’ego! Quando lo spettacolo era finito e tornavo in    camerino mi detestavo. Tutti quegli ego che correvano su e giù sentendosi così caritatevoli e   affettuosi! Dover baciare tutti con quel trucco addosso che ti impiastrava la faccia, e cercare di    essere spontanea e simpatica quando gli amici venivano a trovarti dietro il palcoscenico,     mmnn, che sofferenza! Mi detestavo, e quasi sempre mi vergognavo di recitare in quei lavori,     specialmente quelli estivi. Avevo sempre le parti migliori, che ti credi: e allora non guardarmi   così, ma era un’altra cosa: sentivo che mi sarei vergognata da matta se qualcuno che stimo, che rispetto, per esempio i miei fratelli, fosse venuto a sentirmi recitare quelle quattro terribili   idiozie... non è colpa mia, ma... sento così, e allora che ci vuoi fare?

LUI: E così allora avresti piantato tutto?!

LEI: Già. Piantato. Non capisco proprio cosa mi stia succedendo... mi sento, per dirti, strana...    come ubriaca... e tremendamente stufa - ma proprio stufa di tutti questi ego, ego, ego, - del   mio e di quello di tutti gli altri. Sono stufa della gente che vuole arrivare, fare qualcosa di   notevole, essere un tipo interessante. Mi sono detta: ma è disgustoso, disgustoso e basta. E non    è che io tema la competizione, anzi è proprio il contrario: ho paura di volerla, la competizione,    è questo che mi terrorizza. E proprio perché mi piace sentirmi applaudire e acclamare, vuol   dire che c’è qualcosa che non va. Non capisci, eh? No, non capisci! Lo vedo dalla faccia. Sono   stufa di non avere il coraggio di non essere nessuno, e basta. Sono stufa di me e di tutti quelli    che vogliono far colpo in un modo o nell’altro... forse sono matta da legare e non me ne accorgo nemmeno... (chinando lo sguardo vede spuntare dalla borsa la costola di un libro, lo prende, lo tira fuori, lo mostra a lui) Bello questo libro, sai?

LUI: (soprapensiero) Di che parla?...

LEI: Parla... beh, parla... non so... è una cosa intitolata...

LUI: (che legge sulla copertina) « Viaggio di un pellegrino»...

LEI: E come lo sai?

LUI: C’è scritto. Si legge.

LEI: Già. Che testa! (alza le spalle) Insomma l’ho preso in biblioteca. Ce l’ho, pensa, da quattro     settimane e non mi decido ancora a restituirlo. Credo che l’autore sia un contadino russo, però    non dice mai il suo nome... da nessuna parte. Fino alla fine della storia non sai come si chiama,    lui. Ti dice soltanto che è un contadino, che ha trentatré anni, e che ha un braccio anchilosato.     E che sua moglie è morta. E’ una cosa un po’ tutta a sé, sai. Cioè, mi pare che sia soprattutto   un libro religioso. In un certo senso si potrebbe dire perfino che è un libro terribilmente     fanatico, ma in un altro senso invece non lo è proprio per niente. Curioso, sai. Cioè, comincia   con questo contadino, il pellegrino, che vuol scoprire che cosa intenda la Bibbia quando dice che bisogna pregare ininterrottamente, sai, senza fermarsi. Ma com’è possibile? Cosi lui si   mette a girare per tutta la Russia in cerca di qualcuno che gli sappia dire come si fa a pregare ininterrottamente, e che cosa si deve dire pregando. Si porta dietro soltanto una bisaccia con dentro pane e sale, e via. Poi un giorno incontra uno starez, una specie di monaco molto     approfondito nella religione, e questo monaco gli rivela finalmente come si fa a pregare. E cosi    il pellegrino impara a pregare.

LUI: E il libro finisce?

LEI: Nooo. Lui continua a girare la Russia e incontra un mucchio di persone straordinarie, e    insegna a tutte a pregare con questo metodo incredibile. Insomma, si, questo è il succo del    libro.

LUI: E dici che è interessante?

LEI: Moltissimo. Perché lui incontra a un certo momento una coppia di sposi, i personaggi più    fantastici che io abbia letto in un libro... (gesto di lui) ma si... aspetta... si; perché poi lo     portano a casa... e gli offrono una tazza di té... e cosi a un certo momento si trovano tutti a   tavola insieme... e ci sono anche tante signore, ma proprio tante che non si sa chi siano... E allora il pellegrino si fa coraggio e con la sua voce gentile chiede chi sono quelle signore     sedute attorno al tavolo, e gli viene risposto che sono tutte domestiche, ma che mangiano    sempre alla tavola con loro perché sono sorelle in Cristo. Ti devo diremio caro, che mi è piaciuto quando il pellegrino domanda con semplicità chi erano quelle signore, e nessuno si   offende della sua curiosità. No. Poi resta lì a dormire quella notte, e al mattino se ne va in    cerca di nuove avventure... Forse ti piacerebbe leggerlo... è così candido... ma non te lo posso     imprestare perché è già un bel po’ che lo debbo restituire... Ma scommetto che vuoi sapere   qual’è questo metodo speciale di pregare che ancora non ti ho detto.

LUI: Beh, effettivamente mi hai tenuto un bel po’ sulla corda... come se recitassi una scena.

LEI: No. Prima di tutto gli insegna la preghiera a Gesù. E’ semplicissima: «Gesù Cristo, mio   Signore, abbi pietà di me», (si ferma)

LUI: E basta?

LEI: E basta. Cioè questa è la preghiera. E il pellegrino le spiega che queste sono le parole   migliori che si possano dire quando si prega. Soprattutto la parola «pietà», perché è una parola    immensa e può voler dire tante cose. Insomma, dice che se si continua a ripetere senza     interruzione la preghiera - in principio basta anche solo che tu lo faccia con le labbra - succede che essa diventa attiva automaticamente, e accade certamente qualcosa dopo un po’ di tempo.    Non so cosa, ma qualcosa succede, e le parole si sincronizzano con i battiti del cuore, e allora preghi davvero senza fermarti mai. Interviene anche un elemento fisiologico, ma il fisiologico     finisce per a- vere un formidabile effetto mistico. Questo è più o meno il senso di tutto quanto.   Cioè, tu preghi per purificarti completamente e avere una visione tutta nuova del significato   delle cose. Ma la cosa più straordinaria è che, quando cominci a pregare, non hai nemmeno bisogno di avere fede in quello che stai facendo; cioè, anche se sei confuso e imbarazzato, non   importa. Nessuno ti chiede di credere a qualche cosa, quando cominci. Non sei nemmeno     obbligato a pensare a quello che stai dicendo, diceva il pellegrino. All’inizio conta solo la     quantità; poi, più avanti, questa diventa automaticamente qualità. E per virtù propria, o pressappoco.

LUI: A pensarci bene è tutto molto logico...

LEI: Anche i seguaci del Buddismo Nembutsu ripetono continuamente «Namu Amida Butsu», che vuol dire « Budda sia lodato » o pressappoco, e succede proprio la stessa cosa.

LUI: Insomma, basterebbe la parola Dio?

LEI: Appunto! E non è meraviglioso? Io non ho mai sentito niente di più affascinante in vita mia. Insomma, non dico che ci credo o non ci credo, dico solo che è affascinante: che se ripeti senza sosta il nome di Dio qualcosa «deve succedere».

LUI: Ma sì, ma sì... Basta con questo prevalere della razionalità, basta. Anche in India ti esortano   a meditare su «Om», che significa la stessa cosa, e il risultato è lo stesso!

LEI: Il risultato è che riesci a «vedere» Dio. Perché qualcosa succede in una parte assolutamente    non fisica del cuore. LUI: Dove gli Indù dicono che risieda Atman, Dio.

LEI: E’ tutto qui. E non chiedermi adesso chi e che cosa è Dio, che non lo so. E non so    nemmeno, scusami, se esista, ma... mi gira un po’ la testa..., scusami di nuovo... (loguarda con  un vago, indecifrabile sorriso) Scommetto che non ci credi...? E fai bene, ma provaci. Ti   chiedo solo questo: comincia a farlo per ¡scherzo, e poi ne riparleremo...(si alza e si appresta   ad andarsene)

LUI: Vuoi scappare subito?

LEI: Scappo per lasciarti cominciare, tesoro... (si avvia)

LUI: (a lei che si è già un po’ allontanata) Senti! Com’è... precisamente...?

LEI: Gesù Cristo...

LUI: (ripete) Sì, Gesù Cristo...

LEI: ...mio Signore...

LUI: Gesù Cristo, mio Signore..?

LEI: ...abbi pietà di me.

LUI: Ecco, ecco, abbi pietà di me. (ripete più in fretta) Gesù Cristo, mio Signore, abbi pietà di    me. E basta?

LEI: (alzando un po' le mani) Abbi pietà di me... (e scappa via)

LUI: (la guarda sparire, china il capo, mormora) Gesù Cristo, mio Signore, abbi pietà di me... (Si leva una voce molto insinuante e lenta, e muta il colore della luce: cambia l’ora del giorno... Intanto, mentre lui indugia al caffè, lo Spettatore ironico e lo Spettatore istruito compaiono in due punti diversi e volgendosi verso il fondo, o dove piacerà al Direttore della rappresentazione, chiamano con la mano, senza però sbracciarsi sgradevolmente, qualcuno che è più lontano, a destra o a sinistra, in platea o, come s’è detto, sullo sfondo del palcoscenico. E cominciano a giungere alla spicciolata i nostri personaggi con i loro vestiti pittoreschi e bagagli. La luminosità è mutata del tutto, d’intensità e di colore. Prima senza quasi avvedercene, poi più distintamente e a poco a poco in maniera clamorosa, avvertiamo che i nostri personaggi mormorano la giaculatoria del Pellegrino...).

UNA FANCIULLA: Gesù Cristo, mio Signore... abbi pietà di me...

IL PRIMO: Gesù Cristo... mio Signore... I

L TERZO: ... abbi pietà di me.. (il ritmo e la musicalità delle voci devono creare come una musica, e quando la giaculatoria del Pellegrino sarà delta da tutti, o quasi, in un autentico corale sottovoce sembrerà di ascoltare un canto. Lui a un certo momento si alza dalla sua sedia di ferro e si unisce agli altri; ci sarà un finale, una nota conclusiva. E su questa Io Spettatore ironicolevando la mano dice:)

SPETT. IRONICO: Io, per esempio, sono curioso... interessato... ma proprio intrigato di conoscere come avvenne il vostro reclutamento! Perché siete davvero strani!

IL DUBBIOSO: Che reclutamento?

SPETT. IRONICO: Non siate suscettibili, per carità. Dico reclutamento per dire: come siete    entrati qui, nella schiera... ( e accenna al gruppo degli attori) come vi siete decisi a lasciare la   vita normale... per abbracciare (sempre ironico) questo strano ordine monastico... eh; eh? Ogni   persona a caso, immagino... Vocazioni diversissime... o no? Si parla, ci si confessa un poco, o    no? Avanti! Coraggio... Sarà una scena che io chiamerei proprio, se non vi dispiace, del   reclutamento! Ah, ah! (viene avanti con molta titubanza una fanciulla molto giovane).

SPETT. IRONICO: Lei? Avanti... dica, dica pure. — Prima di far l’attrice che cosa faceva...? FANCIULLA: Studentessa. Poi studi interrotti. Però... non sono ancora un’attrice. Io, per ora, seguo soltanto... sono attratta... appassionata... imparo, ecco, credo di imparare, spero,    almeno...

SPETT. IRONICO: Benissimo. E perché attratta?

FANCIULLA: Perché nei brevi e fugaci tentativi di esprimermi... l’esperienza teatrale è stata forse l’unica che mi abbia dato un senso di completezza e di armonia. E sono qui invece che in una scuola di teatro perché vorrei fare teatro in un modo diverso, e cioè non competitivo, non egoistico. Vorrei che per me fare teatro fosse un mezzo per la mia educazione, completa, profonda... che mi aiutasse a conoscere chi sono veramente e a costruirmi una vita più coerente con il mio essere di quanto non lo sia quella di gran parte delle pefsone che lottano per raggiungere falsi ideali. Forse questo sarà un’utopia, ma preferisco lottare per fare qualche passo verso un’utopia che possa aiutare molti se non tutti, piuttosto che operare per il raggiungimento di un fine personale, o per una tranquillità egoistica basata sull’affermazione dell’Io. Vorrei insomma che il mio modo di lavorare, di vivere quindi, potesse essere un piccolo contributo verso il grande «Cambiamento», e sento che il teatro è, in questo senso, un lavoro che mi piace, a cui mi sento portata.

VARI PRESENTI: (applaudono compiaciuti) Brava... grazie...

UN ALTRO: (avanza di un passo appena, verso lo SPETT. IRONICO) In questo gruppo siamo in più di uno a non essere attori professionisti... Lavoriamo accanto ai più che sono invece     professionisti di gran talento... con uno scopo diverso... è stato già detto, no?

SPETT. IRONICO: E’ stato detto, si — ma ho l’impressione che le motivazioni di ciascuno di   voi siano diverse... tanti casi personali...

UN ALTRO: Forse...

SPETT. IRONICO: Per questo chiedo...

UN ALTRO: Io, come vede, non sono più giovane: se fossi solo un attore o dovrei essere molto     noto o appena un velleitario. Né l’uno né l’altro, perché non sono invece un attore bensì un    fisico: sì, fisico nucleare. Quando feci, molto giovane, la mia scelta, fisico, fu, direi — adesso    posso confessarlo — per una questione di potere.

SPETT. IRONICO: Potere come? Potere potere, o...?

UN ALTRO: Potere, semplicemente. Mi disturbava vivacemente che il potere fosse in mano ai   politici, lo trovavo profondamente ingiusto, e sentivo una ribellione...

SPETT. IRONICO: (sempre un po’ irridente) E sceglieste gli studi fisici in odium ai politici.

UN ALTRO: Vedo che non mi prende molto sul serio. Ma aspetti...

SPETT. IRONICO: Chiedo scusa...

UN ALTRO: Scelsi la fisica perché mi resi conto che tra venti, quarantanni non sarebbero più     stati loro — i politici — a governare il mondo, ma noi, i fisici, gli scienziati. Li avremmo   messi da parte, sicuramente.

SPETT. IRONICO: Avrà cambiato avviso, se dalla scienza è finito nel teatro?!

UN ALTRO: Perché tanta fretta, signore? Se mi lascia parlare...

MAX: (vivacissimo) Ma non interrompa! Provoca, chiede e poi non lascia parlare! Non siamo mica in televisione dove gli intervistatori vogliono sempre l’ultima parola!

UN ALTRO: Ho creduto: «gli scienziati avranno il governo del mondo»... e sono entrato nel loro   gruppo, e ho anche progredito... cosi come si entra, sorretti da una vocazione, in un seminario,   in un monastero, non so se capisce... Perché nella mia vocazione c’era davvero qualcosa di     religioso. Lo studioso moderno ha innato o acquista ben presto il senso vivo, e talvolta   addirittura mistico della religiosità, dunque in qualche modo di Dio, per intenderci. Perché noi   operiamo ogni giorno di più costeggiando continuamente il mistero o inoltrandoci nel suo     regno... un po’ alla cieca. Ad ogni nuova indagine è come se ci inoltrassimo su un battello    sempre molto fragile per un gran mare sconosciuto, o troppo buio o fosforescente tanto da   accecarci, o assolutamente immobile o paurosamente sconvolto. Direi che è la scienza, oggi, che porta all’idea di Dio... — ho molto approfondito Einstein, l’ho molto amato, lo amo... SPETT. IRONICO: E ora (?) Lei sarebbe persuaso che la scienza porterà il mondo verso Dio?    questa sì che è nuova!

UN ALTRO: (come stordito) SI... sì... certo... Con un pericolo però... — E’ vero, la via di questa    indagine fisica e biologica ci porta senz’altro, a certi livelli, all’idea... quasi alla presenza di   Dio... — però... (tensione, attesa) senza che si sia necessariamente indotti a passare per Cristo.    Si attinge cioè direttamente a Dio saltando Cristo; si stabilisce un ponte diretto tra l’uomo e Dio senza che il mediatore sia chiamato in causa. E questo gran balzo che lascia senza fiato   finisce per... inaridire l’uomo di ogni essenza umana, di tutti i succhi vitali... Ecco: aridi... io     almeno... arido, mi ritrovavo, da questo contatto... confronto con l’assoluto... — e sentivo il    bisogno di ritornare uomo, uomo anche passionale... anche... — Ecco perché quando li    conobbi... (e accenna ai compagni) e li sentii, e li seguii... chiesi di far parte della loro   schiera... e di compiere con loro la loro esperienza... Ecco che cosa rappresenta per me    l’esperienza del teatro.

UN QUARTO: Io no invece!

TUTTI: (si volgono verso il QUARTO che non si muove e continua a fumare gravemente).

UN QUARTO: Io, voglio dire, sono ormai un professionista, un vero professionista... e da anni.     Appartengo a una... buona famiglia, come si dice, anche se cominciai scappando di casa   perché mio padre, uomo del sud, fare l’attore, eeeeh! Ma poi, preso un certo avvio, un passo    dopo l’altro, sono giunto a un certo livello, diciamo, senza falsa modestia, a un buon livello. SPETT. IRONICO: E allora... questo sarebbe un hobby? O una volontaria retrocessione... o la   febbre di sempre nuovi esami...?

QUARTO: No, no, signore mio. Anzitutto lei dovrebbe parlare meno e ascoltare di più. SI, sì!    Ma perché dà l’impressione di non poter capire. Ma non vorrei offendere... Vede, ma mi rivolgo a tutti, tutti lor signori — tut-ti! — immaginate un uomo ( e si tocca il petto) che viva   due, tre ore solamente per giorno! Perché io trovo la carica, la forza, la vitalità, l’estro    solamente quando si apre il sipario ed entro in scena: non un minuto prima e nemmeno un     minuto dopo, credete perché quando cala il sipario, quando lo spettacolo finisce — lo   spettacolo, la vita mia, ma vita finta, finta, signori miei, finta come una droga, lo so bene, dopo    tanti anni! — quando lo spettacolo finisce, con i battimani, gli inchini, i sorrisi... ecco io torno   di nuovo come spento, amorfo, chiuso, senza più veri pensieri... (una voce dice qualcosa di cui non s’intende il senso). Come? Meglio, dice? Diceva questo? Che se l'operaio potesse... o il contadino... e la povera massaia...? Mi invidierebbero? No, sa, proprio no! Perché un uomo,     anche un attore — comunque lo giudicate, bene, male, non lo so e non voglio saperlo — un     uomo ricco o povero deve per essere un poco soddisfatto di sé, deve vivere interamente la   giornata intera. Volete sapere se è stato sempre cosi? No, non sempre. V’ho detto che sono    scappato di casa provocando grande amarezza in mio padre che adoravo: c’era, allora, dunque,    quel che si chiama « amore per il teatro», doveva esserci... Però presto, molto presto è venuta     prima la stanchezza, poi la noia... e poi la cosa più tremenda: la consapevolezza che tutto questo amore per il teatro, tutto questo mio darmi al teatro non ha provocato niente. Io che   cosa sono diventato? E’ forse servito a dare qualcosa agli altri... a... a, come si dice, al mio Paese? (scuote la testa) Nooo... no-no... sono proprio convinto di no! — L’ho detto, sapete, a   chiare lettere, l’ho detto nelle interviste, e un giornalista mi consiglia: «provi col teatro     impegnato». Beh, allora proviamo. Provo, mi «impegno». E qual è stato il risultato di anni e    anni di «impegno»? Una società consumistica. Allora no! Non sono per l’impegno! Sono per la civiltà, per la sofferenza... Non vedete invece: tutti concilianti, la rabbia è sparita,    accettiamo tutto... aaaaah! Ecco allora la stanchezza, la noia... Questi miei amici mi danno —    loro, loro! —l’illusione che ci potrà essere uno scopo... — mah! mah! Vado con loro con     molto, molto scetticismo, ma con una piccola... un filo di speranza che qualcosa cambi. E     sono... diciamo, vecchio. La «piccola», l’avete sentita prima? ha scelto il teatro sperando di     contribuire al «gran cambiamento», lei! Io mi accontenterei di un filo, appena un filo...     Scusatemi per questa nota di... pessimismo, ma perché non dovrei essere sincero?

    Quel che contraddistingue questo gruppo è la sincerità. ( altri due, un uomo e una donna,     alzano una mano).

SPETT. IRONICO: Loro due? Professionisti o no?

QUINTO: (lasciando il passo alla Donna) Vuoi?

DONNA: Dì, dì pure tu...

QUINTO: Anche perché io mi sbrigo presto. Io faccio il teatro per cura... La società, il lavoro ci     toglie con le sue occupazioni quasi tutte angosciose... ci toglie vitamine... ormoni... sangue   sangue... ci riduce prima o poi a robot... Io allora devo ricostituirmi... devo rifarmi un    equilibrio con quello che perdo... un equilibrio, dico, di «amore», ecco; ci vuole un equilibrio tra la quantità di sentimenti... e la quantità... di ... di fredda, arida razionalità, scienza... Se si    rompe l’equilibrio... se la bilancia pende tutta pericolosamente da una parte, è la fine, gente!    Gente, siamo rovinati! Io lo sentivo che diventavo... a- nemico, anemico, santiddio! Senza più    sangue, pochi, pochissimi globuli rossi! Uno di loro — non dico chi — segreto professionale!   — mi ha salvato! Io faccio il dentista: dentista dalla mattina alla sera, sapete quel che vuol    dire? Una tortura! Per voi? Lo credo! E per me no! Sssssrrr... Sssssrrrr... trapano, trapano!   Ahhhh! Distrutto. Ecco: viene uno di loro, attore. Si parla. Ci si confida... Mi dice: ma se vuol     venire a provare, venga. Certo che può fare delle parti... Davvero? Garantito! Ci penso io. — E   comincio col «doppiaggio». Riesco. Riesco anche bene. E mi distendo. Ci provo gusto.   Adesso faccio anche le scene d’amore, davvero... Mi sembra di essere un altro. Dicevo il    ricostituente. Mi capite a- desso? E poi questo bisogno del «gruppo» di a- vere uno scopo, un fine... più... più vasto... e profondo {forte). Noi insomma vorremmo contare.

SPETT. IRONICO: Lei così ha finito per lasciare la professione? Ha chiuso il «gabinetto     dentistico»?

QUINTO: No. Visito soltanto al mattino / dalle otto alle tredici. E il pomeriggio... mi curo. (Lo   accoglie in chiusura una franca risata liberatrice)

SPETT. IRONICO: (alla Donna) E lei? (Pausa silenziosa della Donna) Lei non vuol più dire...?    O...?

DONNA: No, no... io dirò... perché mi sono ormai esposta...

SPETT. IRONICO: No, per questo... non si è esposta affatto... Lei è libera di dire e di non dire...   liberissima.

DONNA: Sa, sono, come dire, un po’ riluttante... diciamo che ho un certo pudore a parlare... Perché la mia è una storia piuttosto intima... e allora... — diciamo una storia d’amore... anzi   sono tante storie d’amore... collegate e... sfortunate... qualcuna perfino disperata, si... e mi     sono anche detta nella stretta della sofferenza, quando senti che non puoi reggere più, e ti par   di morire... beh, dici: se passa, se supero questa... ecco, stavolta basta, basta, non voglio più   soffrire! Stavolta soffro, e perdono — ma basta. E invece... credo dipenda da come si è fatti, signori miei: e allora a chi si chiede ragione? Dici: stavolta è diverso... è un amore diverso... durerà sempre... — speriamo... — e se nemmeno stavolta durasse sempre? E m’è venuto come     una illuminazione, un lampo: perché si desidera cosi violentemente che duri sempre quando si   ama? Perché non ci si rassegna... non ci si accontenta di amori... brevi... più tiepidi... no, no...    nooo! L’ultima volta, prima, poco prima che incontrassi loro... l’ultima volta successe al     mare... Mi aveva detto, e non richiesto, vi giuro, non richiesto, e allora perché dirmelo?, mi aveva detto: ti giuro, per sempre, per sempre... e mi aveva baciata, e io quella notte non ero quasi riuscita a prender sonno... solo all’alba m’ero assopita, e avevo sognato... E cos’era successo all’indomani... perché passeggiando sulla spiaggia... sulla sabbia... lo scopro... e   quasi non lo riconosco... disteso con lei all’ombra... e m’avvicino... e sento passare per l’aria le     stesse parole d’amore... quelle che avevi udito ieri, dette per te... le stesse. Dico che la ferita    più forte fu che le parole fossero «le stesse» — ma perché le stesse? Accetto... quasi... accetto    che mi tradisca... non accetto che mi tradisca con le stesse parole... questo no, no! Ecco la mia    strana natura... — Vedi mi son detta, com’era fragile il tuo nido d’amore tra le chiome   dell’albero... l’albero che mi piaceva chiamare «il sicomoro» — bello, il «sicomoro», no? adatto, no?, al linguaggio d’ amore? Fragile, però, quel nido che amavo tanto: non era nemmeno saldo e radicato come una dei milioni di foglie che spuntano sui rami...E m’era    entrato nel sangue... sì, davvero... sangue, carne... pelle, appunto... e anche capelli... e tremore     delle mani... e carezza delle dita... E devi dire, piangendo, basta... è finito. E che mi rimane     dentro? Io, lo so, lo so bene, sono di famiglia sanguinaria, che uccide, e si uccide per a- more... Ma non l’ho ucciso, e sono qui, ancor viva, anch’io. E l’ho invece cancellato, me lo son tolta    dal cuore. Un uomo ti togli dal cuore... ma l’amore, no, non te lo puoi, non te lo potrai mai     togliere dal cuore! (puntando l'indice accusatorio e implorante sul gruppo dei compagni   attori)  E loro mi dissero: anche noi cerchiamo senza ancora trovarlo un Sanguinario come te...    Vieni   con noi che ci serve una «pasionaria» come te... vieni nella nostra fila, e cammina... (un     canto   di invocazione appassionata) E gli sono andata dietro a cercare questo altro Amore, ma     sempre amore... (alla Fanciulla) Tu lo sai. Fanciulla, quel che successe? Te lo voglio dire io,     con le mie parole calde, intrise solo d’amore... Le cose andarono col: lo uccisero, quella sera.   Ferito a morte perché aveva gridato: vi amo, vi amo tutti, tutti! Il sangue gli usciva dal costato... il sangue colava giù per il petto... giù per le gambe... giù a inzuppare la terra... la   polvere della terra... e la terra beveva, beveva quel sangue... Lui si svuotava del suo sangue, e     a ogni goccia che cadeva moriva un po’... finché dissero: «è morto». Agonizzava... «No, non è     morto»! Lo seppellirono: non era morto! Resuscitò!

MOLTE VOCI: Resuscitò! Resuscitò!

MAX: (doloroso, supplicante) Ma resuscitò davvero?

MOLTE VOCI: (più dubitose) Resuscitò...

DONNA (disperata) Resuscitò! Non era mai morto! Non è più morto da allora! E da quel giorno    è cominciata la grande inchiesta: chi l’ha ucciso? Chi...? E tutti, tutti, signori miei, gente... tutti... siamo coinvolti in quel delitto di sangue e d’amore, tut-ti... (reclina la testa e si accascia estenuata, rialzando la testa, con voce rauca, lenta) Ci siamo entrati dentro in questa    storia che non si chiude mai, che si rinnova sempre.'., non ne usciamo più... tutti quelli che     amano, noi, voi tutti... ci siamo dentro... (verso il pubblico) anche se non lo sai... se non ci    pensi... ma ci sei... tu, tu... tutti... basta che tu ami... Ma! Ma chi entra nella storia di quel   delitto non sarà più solo! (rialzandosi e dominando) Credevano di piantare una croce, e non    sapevano di piantare un albero! E’ diventato immenso... tutto fiorito... piantato nel cuore del    mondo... (invocando e quasi piangendo) Signori, diventiamo anche noi parte dell’albero...   foglie, foglie... I milioni di foglie sono tutte dell’albero, così come l’immenso albero è di ogni singola, minuscola, quasi invisibile foglia... e ci si scambia tutto questo immenso patrimonio   di linfe d’amore... comunanza senza limite... gioie che vanno a compensare i dolori... meriti che vanno a colmare le colpe... bilancia misteriosa di sangue d’amore... eh! Tu...tu...tu... che ami, lo so... tu che dici d’amare tanto... non tardare a innestarti nell’albero... non tardare... TUTTI: (a uno a uno e a gruppetti cominciano a mormorare la giaculatoria del pellegrino fino a farla diventare una vera musica, imponente, toccante. Questa composizione sarà lasciata  all'invenzione del Coordinatore e del Musicista)

MAX: (rimane invece ritto, immobile, silenzioso, non partecipa evidentemente al «corale»; è a    testa china)

SPETT. IRONICO: (lo coglie in quella posizione di distacco, quasi di separazione differenziata   dagli altri) Lei? Lei, scusi... perché non dice anche lei!

MAX: (quasi irritato) Io? Dice a me? Ma io dico se voglio dire! Io ho già detto. Prima. Forse lei     non c’era.

SPETT. IRONICO: Peccato.

MAX: Io ormai non ho più niente da dire.

SPETT. IRONICO: Ma è d’accordo con i suoi... amici.

MAX: Purtroppo... no.

SPETT. IRONICO: Come... mai?

VOCI VARIE: Lo lasci in pace... Rispetti... Ma lei che c’entra!? Non sia invadente... Intrigante!    Ooooh!

MAX: No, no... lasciate: fa il suo mestiere: provocatore, no? (umile, ma molto fermo) Io, purtroppo, dicevo... non posso ancora giungere a Dio... nemmeno a Cristo... con la giaculatoria del Pellegrino... meglio la strada dei «Dodici» e «La Leggenda del grande inquisitore»...     però..., insomma le strade della mia persuasione sono altre... e non le ho ancora trovate:   perdonatemi, signori... sono però in cammino... sono alla ricerca... e ho la speranza... chiedo     scusa. (Gli Altri fanno segno allo Spett. ironico di star zitto, e di scendere dal praticabile -    alto;loro si allontanano lentamente, alla spicciolata lasciando Max e il Dubbioso che si avvicina molto, molto lentamente all’amico. Variare di colore di luci, insinuarsi di musica). DUBBIOSO: Max, tu dovresti incontrare Paolo...

MAX: Dov’è?

DUBBIOSO: Echi lo sa! Quello è uno che scappa, te l’ho detto, parla e scappa.

MAX: E perché? Ha fretta?...

DUBBIOSO: E chi lo sa! Ognuno ha i suoi modi. I suoi mi sembrano bruschi. Forse ha poca   pazienza. Dice una cosa — ma gli devi rispondere subito o si o no, altrimenti... (fa il gesto della mano per dire che «se ne va»)

MAX: Non lo si può cercare... ritrovare...?

DUBBIOSO: Forse è proprio quello che vuole. Cercalo. E’ uno che viaggia molto, viaggia sempre, ma non è detto che...

MAX: Grazie, amico...

DUBBIOSO (avviandosi) Grazie a te. Io però li raggiungo... (e accenna al gruppo che se n’è  andato e che sfila in alto al praticabile con armi e bagagli...).

DUBBIOSO: (saluta con la mano e si allontana per raggiungere il «gruppo» che sta    scomparendo)

MAX: (si guarda attorno, poi sottovoce come se si aspettasse l’avverarsi di un accadimento a cui   non crede dice lentamente) Gesù Cristo... mio Signore... abbi pietà di me... (sì alza  immediatamente, quasi a risposta, un vento impetuoso, poi si sente brontolare il tuono, e saettare i lampi, e, se si potrà, scrosciare la pioggia)(tra sé, ironico) Come risposta... non c’è   male... (e per sottrarsi alla tempesta si muove verso la parte altra del praticabile aprendo un    ombrello che ha trovato appoggiato alla sedia metallica)

PAOLO: (dal fondo e di lato, col suo solito impermeabile chiaro e con l’ombrello aperto avanza     lentamente fino ai piedi del praticabile, si ferma)

MAX: (protetto dall'ombrello, mormora) Signore... Gesù Cristo, mio Signore... abbi pietà di    me...

PAOLO: (come ripetesse una parola d’ordine ripete quasi senza tono) Gesù Cristo, Signore mio,    abbi pietà di me.

MAX: (si guarda attorno e comincia a scendere il praticabile andando verso Paolo: lo vedo, si   ferma accanto a lui, lo guarda)

PAOLO: Mi cercavi?

MAX: Che hai detto? Ho capito bene?

PAOLO: Credo che tu abbia proprio capito bene.

MAX: (richiedendo una conferma) Gesù Cristo...

PAOLO: ...Signore mio...

MAX: ...abbi pietà di me.

PAOLO: Sì.

MAX: Allora saresti Paolo.

PAOLO: Sono io.

MAX: Senti nella mia vita ho avuto il segno di un miracolo, ma non riesco ancora a credere. PAOLO: I miracoli non avvengono per indurre a credere.

MAX: Che debbo fare? Che altro segno debbo aspettare...? Poiché io vorrei tanto... — ma... PAOLO: Lo so che tu vorresti...

MAX: Che debbo fare?

PAOLO: Aspettare, nell’attesa.

MAX: Aspetto. Ma che debbo fare nell’attesa?

PAOLO: Quello che fai.

MAX: Lo sai quello che faccio? (Paolo tace e lo guarda) L’attore. Questa inutilità di vita? Questa continua, opaca disoccupazione...?

PAOLO: Questa. Però raccontami del segno che tu chiami «miracolo». Te ne ricorderai, spero. O   l’hai dimenticato?

MAX: Non l’ho dimenticato, ma non mi è stato sufficiente.

PAOLO: Racconta.

MAX: Devo spiegare. Farti capire, Paolo, anche la speciale situazione in cui mi trovavo. Mi sono    sposato, da giovane, con una giovane attrice... poi ci dividemmo... ci allontanammo. E più   tardi mi sono legato... no, non attrice,... era la segretaria di un complesso industriale...   insomma, niente teatro. Basta così come premessa. Ancora: un sentimento molto sincero ci    legava, e ci lega dopo anni un vivo attaccamento. Poi lei si ammala, una di quelle strane malattie che sembrano niente, poi le considerano lunghe, e dopo esami, consulti... senza   rimedio, di quei casi in cui dicono «non c’è più niente da fare». E io invece dovevo assolutamente fare qualcos’altro dopo che si era tentato quello che la scienza poteva offrire. E   non mi era rimasto che quello, voglio dire il miracolo: a cui non credevo. Io non credevo ai miracoli e non credo nemmeno che ci sia qualcuno che possa farne. Un miracolo può accadere     dovunque: invece anche un tiepido credente come me pensa che ci siano dei luoghi speciali in     cui i miracoli accadono — una contraddizione, anzi una superstizione. E mi ricordavo di un     luogo, di un paese in cui ero passato anni prima... dove c’era una Madonna che faceva    miracoli: una immagine che piangeva, e faceva miracoli. M’ero detto allora: ma guarda a che   cosa crede la gente, guarda un po’ come può alimentarsi l’industria dei miracoli. E invece mi viene proprio in mente quel paese, quella Madonna, quelle lacrime. (Una pausa, Paolo lo    guarda come per incoraggiarlo). E all’ alba prendo un treno: salto su, dico: sto fuori tre giorni,   spettacolo estivo, e salgo su un treno dimesso, tra i più lenti ... Altra contraddizione: io che    prendo aerei o vado con macchine veloci ... Volevo ottenere un miracolo il più presto possibile, e prendo un accelerato ... mai preso uno così ... ma c’era qualcosa in me che mi   faceva sentire che se quel viaggio assurdo poteva rivestire un senso, dovevo compierlo almeno    come un fatto nuovo, sacrificato ... E cosi mi sono lasciato sballottare per ore ed ore verso il    sud ... Tante volte, sai, mi è venuta la tentazione di piantarla. Basta, mi dicevo, niente! Sei un    buffone! Lo fai senza fede, senza vera speranza, senza nemmeno superstizione. Poi passata la    tentazione di scappare, tornavo docile, rassegnato ... Ricordo che ho arrotolato la giacca sul   sedile di legno, mi son disteso ... come assopito ... (si ferma) Scusa ma vado troppo lento, eh ...     troppi particolari, troppe minuzie che non servono... ti annoio, Paolo ...?

PAOLO: I particolari sono il linguaggio dell’anima. Continua.

MAX: Arrivo. M’incammino ... riconosco perfino le case dove ero passato una volta solo in     macchina ... per quello spettacolo estivo ... come farò a ricordarmi? Beh ... la casa era nella parte bassa del paese ... Ecco sì, lì, era avvenuto il miracolo di quella Madonna, una Madonna   di maioliche aveva pianto, lì dentro lo sgabuzzino di una portineria ... di una custode, non so... C’era una specie di finestra con l'inferriata... Già ero stordito... forse il miracolo era già     incominciato... ma quando ho visto la gente! Anche qualche carrozzella e due o tre barelle, fuori, all’aperto... Ma è proprio la gente che stringe il cuore... eccitati i più, sudati e anche     annoiati... che premono fuori della porta... quelli più vicini allungano il collo, altri pregano, forse... qualcuno viene a venderti i ricordi... Vorrei mandarli via ma poi penso che non si    debbano fare sgarberie, un miracolo avrà le sue regole del gioco, sempre il mio spirito di     derisione... e compro... Poi d’improvviso un urlo grida da farti impazzire... dopo due o tre ore     di attesa, sotto il sole di mezzogiorno... grida: «Piange, piange!...». Tutti si accalcano... Anch’io... ti travolgono... ti soffocano... e in mezzo a quel delirio, uno che sta mangiando si fa    largo e ti rassicura, lui bene informato: «No, non piange! — Stavolta non piange... non è la    volta buona, ma piangerà prima di sera... abbiate pazienza e vedrete che piangerà»... e se ne va   sempre masticando. E così si finisce per avere pazienza. Prima lo strazio, poi la nausea e alla    fine la pazienza. Che pena!

PAOLO: Perché, credi che in Palestina, negli anni di Gesù, e poi negli anni miei, e di Pietro e degli Apostoli fosse diverso? Aspettavano... — lunghe, lunghissime attese. Gli eroismi si    compiono, e si consumano, in ambienti quasi sempre squallidi.

MAX: Anche allora, insomma...

PAOLO : (Annuisce: lo guarda severo e con la smorfia del sorriso).

MAX: Non mi sono più mosso. Passavano le ore... girellavo lì attorno — però... a un certo   momento, scusami Paolo se ti racconto anche queste cose, ma che siamo entrati in    confidenza... scusami...

PAOLO: Dì, dì; dì tutto, devi dire tutto... — a un certo momento...?

MAX : Sì, a un certo mamento mi sono accorto che un chiodo della scarpa mi tormentava il    tallone; una fitta, una trafittura insopportabile... non potevo quasi camminarci sopra... «Dovrò togliermi la scarpa, trovare qualcosa, un sasso, ribattere il chiodo... perché non ci resisto...». Questa però era almeno una sofferenza concreta... non un gioco, o una scommessa... «Soffri,     allora, sopporta, camminaci sopra, ma soffri... — Dì, allora, accetto... accetto...». Verso sera la gente s’è diradata... l’aria s’è rinfrescata... io m’ero seduto su uno scalino, rassegnato... Poi il   vicolo s’è fatto deserto... Ero rimasto solo. — E una Donna grassa s’è affacciata alla porta del... santuario con una scopa in mano e s’è messa a spazzare la cartaccia, la sporcizia... E’   stato il momento in cui lo squallore, la desolazione di tutto il mio essere ha toccato il fondo:

    sentivo il vuoto, il nulla... proprio la vanità. Non m’era rimasto davvero più niente. E mi sono accorto che la donna, pur continuando a spazzare, mi spiava forse intimorita da quel mio totale    abbandono. M’ha detto: «Perché non entra adesso che non c’è nessuno, è il momento buono,   questo... la madonnina l’ascolterà più tranquilla... finora ha avuto tanto da fare... forse le darà     retta...». Che strazio! Mi sembrava di andare da un’indovina... puah! Ma sono entrato...    dovevo andare fino in fondo... fare tutto quel che c’era da fare... E d’improvviso mi prese un vero singulto... «Ma perché — a chi parlavo? non so — ma perché deve soffrire lei, deve essere punita lei... lei che non ha colpa... lei che è così giovane, perché? Se c’è qualcuno che    deve pagare sono io, io solo... datemi ascolto... fatemi pagare, ma lei guarisca...». Non so quanto tempo sono rimasto lì... mi sono visto accanto la Donna grassa appoggiata alla scopa   che aspettava paziente che me ne andassi... — e allora son scappato.

PAOLO: (Piano, senza tono). E quando sei tornato a casa, accanto a lei t’hanno detto che c’era stato un gran miglioramento, inspiegabile... che era come guarita ma tu non hai potuto credere. MAX:No, non ho potuto. Non posso ancora. Non «vedo» questo Dio che pure mi ha ascoltato,    mi ha dato retta... Sono imperdonabile! Io ho detto soltanto credendo di pregare, rivolgendomi a Lui senza vederlo: «Ti chiedo senza ancora conoscerti — ti chiedo soltanto di darmi una    mano... perché comincio da oggi una strada che mi fa tremare di paura... Perché non so ancora     dove Tu sia, ma so che forse ci sei... e allora mi lamenterò e chiederò aiuto perché certi giorni mi sentirò più solo di prima. — E ho ripreso il mio girovagare di attore, senza averne più   voglia; lei ha ripreso il suo lavoro, ma più soprapensiero... come se colui che l’aveva toccata    senza farsi accorgere l’avesse anche spaventata. Ti chiedo ancora, Paolo, che occorre che faccia? Io vorrei credere in ... Gesù Cristo. Ma...

PAOLO: Senti: «Se Gesù Cristo non fosse risorto, la nostra fede sarebbe vana».

MAX: Ma è davvero risorto? E’ questo che vorrei sapere! Dimmi... è davvero risorto? (Una gran   luce, come una vampa chiarissima avvolge Paolo, e quando la luce si spegne Paolo non c'è    più, è come scomparso).

MAX: (Stupito) Paolo... Paolo... ma dove sei? Allora è vero che scappi, sempre, Paolo? Perché    mi abbandoni, Paolo? Aspetta, aspetta... (Fa per rincorrerlo, si guarda attorno smarrito, si   allontana, sale sul praticabile alto guardando da ogni parte, e d'un tratto si sente la voce di Paolo).

VOCE DI PAOLO: Aspetta che ti si faccia più luce... allora sarà quella della tua resurrezione.    Aspetta. (La voce si estingue).

MAX : (Scende il praticabile scuotendo le testa e si allontana).(Un momento appena di scenavuota, e forse di musica, con la luce che cambia, poi da un lato entra in fretta, e nervosaevidentemente, lei che si allontana, ma dietro ecco apparire lui che la chiama).

LUI: Angela... ma Angela, dove vai così sparata?

LEI (Angela): (Si ferma senza volgersi). Ma non la smetti ancora di seccarmi!

LUI: (Anche lui si ferma, ma sbalordito tace).

LEI : (allora lei si volge e con tono di massima stupefazione). Ma... ma sei tu? Credevo...

LUI: Credevi? Chi credevi che fosse?

LEI: Ma pensavo a Vittorio Trossi che ho lasciato da poco, che mi ha fatto arrabbiare sapessi quanto! Da ammazzarlo!

LUI: (Che comincia ad avvicinarlesi sorridendo) Uuuh! Ammazzarlo? Perché? Che cosa ti ha     fatto?

LEI: Demolisce tutto, non ho mai trovato in vita mia uno che demolisce tutto come lui. E allora qualsiasi discorso diventa inutile! E questo non mi va. Prima sferra un attacco in grande stile contro Gesù — e si dà il caso che mi interessi —, e appena lo difendi cerca di farti credere che   sei una stupida nevrotica...; ma poi due minuti dopo si mette a dare i numeri proprio su Gesù e     a dire che è il solo al mondo degno di rispetto, una mente stupenda... e via di seguito. Un    lunatico, insomma! Ma troppo, e io non lo sopporto! Pensa, ma no, senti, nel suo farneticare    m’ha perfino giurato e spergiurato che una volta ha bevuto un bicchierino di ginger ale con    Gesù, in cucina, quando aveva una decina d’anni. Mi stai a sentire o no?

LUI: Ma certo che ti sto a sentire! LEI: Senti; allora: mi ha detto che era seduto al tavolo di    cucina tutto solo a bere«un bicchiere di ginger ale e a mangiare dei salatini... sì, dei salatini... e    tutto ad un tratto entra Gesù, si siede sull’altra sedia e gli chiede se poteva avere un bicchierino di ginger ale, un bicchierino, nota, ha detto proprio così. E’ uno che dice cose del genere, e poi vorrebbe dare a me dei consigli... e farmi le prediche... aaah! Per questo mi è     venuto il nervoso, la bava alla bocca... ho un mal di testa da cani! Eh, sì! Ma tu, scusa, mi    correvi dietro per qualche ragione speciale...? Sì? Allora sbrigati a dirmelo!

LUI: Nessuna ragione speciale.

LEI: Ah, no?!

LUI: Cioè, avevo...

LEI: Ah, avevi allora? Che cosa avevi?

LUI: Senti, ho riflettuto su quel discorso che mi hai fatto l’ultima volta, su quella «preghiera del     Pellegrino»...

LEI: (inalberandosi) E allora?

LUI: Quello che penso: continua a dire la tua preghiera a Gesù, se vuoi...

LEI: Grazie tante del permesso! Ma siete tutti... incredibili! Certo che continuo, sarebbe bella! E    senza il tuo permesso! Vorresti forse impedirmelo?

LUI: Ma no... senti, non prendertela così! Dio se sei nervosa! E’ una bellissima preghiera, mi   piace... e, oltretutto, mi fa capire molte cose di te... Però quando mi sento annunciare che hai   piantato definitivamente il teatro, beh allora, Angela, fai venire i nervi anche a me. Posso dirtelo, o non mi è permesso? Perché vuoi piantare il teatro, sentiamo? Perché hai fatto la     strabiliante scoperta che il teatro è pieno di mercenari, di cialtroni e di macellai! Ma dico, ti pare una scoperta? L’abbiamo sempre saputo? Eppure siamo andati avanti: oppure non riesci   più a digerire la stupidità del pubblico, perché hai finalmente scoperto Dio. Benissimo, mi   cavo tanto di cappello e ti ammiro sapessi quanto! Ma sai che ti dico: che l’unica cosa     religiosa che puoi fare è recitare. Ma certo recita per Dio, se vuoi. Sii l’attrice di Dio, se    preferisci, ma non smettere! Dio, te lo dico io, e sono certo di non sbagliare, sai che cosa vuole    da te? Che tu reciti per raggiungere la perfezione, ecco che cosa vuole da te, Angela!

LEI : (lo guarda in altro modo e continua a girargli attorno)

LUI: Tu hai cominciato a detestare il pubblico, e chi può biasimarti. Però... però... lo sai chi c’è   in mezzo al pubblico. Eh? Non rispondi? Te lo dico io... Ti ricordi quando facevamo insieme   per il terzo o quart’anno quella trasmissione radiofonica di gran successo proprio con quella buona lana di Vittorio Tressi? Te lo ricorderai di certo. Beh, una sera che ero non so perché   abbastanza irritato, Vittorio mi viene accanto e mi dice: «senti, guarda che scarpe hai? Pulisciti   le scarpe prima di entrare in trasmissione». E io: «Le scarpe? Ma sei matto? Badi alle scarpe     per una trasmissione radiofonica che si sente e non si vede? Per quelli dello studio? Ma sono   tutti deficienti! Deficiente l’annunciatore, deficienti i finanziatori, e deficienti tutti gli     spettatori; non me lo sogno nemmeno di pulirmi le scarpe, oooh! Tanto nessuno le vede!» E lui allora si mette quasi a piangere, a lamentarsi, sili quel gran figlio di buona donna, e mi prega di pulirle lo stesso, di pulirle per la signora grassa, come se dicesse per la... che so...     insomma per la regina d’Inghilterra, o... capisci? «E chi è questa signora grassa?» E lui sottovoce: «Poi... poi te lo dico». E io intimidito dal suo tono, io ubbidii, e mi pulii le scarpe, e     andai di corsa in trasmissione. Non me lo disse mai chi era la signora grassa, ma ogni volta   che andavo alla radio io mi sono sempre pulito le scarpe proprio per la signora grassa che non immaginavo nemmeno chi fosse. Per tutti gli anni che tu ed io partecipammo al programma mi    son pulito le scarpe per rispetto a lei, alla venerabile signora grassa. E a poco a poco mi si ficcò in testa l’immagine terribilmente chiara della signora grassa. Me la vedevo sempre   seduta da qualche parte della casa con la radio accesa... e capii allora perché quel matto di Vittorio vqleva che mi pulissi le scarpe.

LEI: Sai che lo disse anche a me... — no, non le scarpe: ma mi pregò di essere molto divertente,    comica,... ma in modo gentile... per far piacere     alla signora grassa... — e, pensa, io non me la   sono mai immaginata girare per la casa con la radio accesa, ma la vedevo stesa in un letto...   ammalata, ma sorridente... con la radio accanto, tenuta bassa...

LUI: SI, sì... bene, perfetto... E adesso, lasciami dire una cosa, Angela... lasciamela dire... — mi     stai a sentire o no? — Non mi interessa dove recita un attore: può recitare alla radio, alla   televisione, in un teatro elegante stracolmo di pubblico o in un buco con dieci persone    infreddolite... Ti dirò un segreto, e sfammi bene a sentire: non c’è nessuno là dentro che non sia la signora grassa, non c’è nessuno, in nessun luogo, non lo sapevi? E ti confiderò un altro     segreto: lo sai veramente chi è la signora grassa? Io l’ho scoperto dopo anni di ricerca: la signora grassa è Cristo in persona, sì, in persona. E per questo devi pulirti le scarpe, e recitare bene, alla perfezione. Perché c’è Lui. E non ti dico altro, Angela. Non una parola di più. (gli altri sono rientrati alla spicciolata e si sono sparsi intorno e in alto, appena lui finisce,     scoppiano in un sentitissimo applauso. Lui e lei, come sorpresi e scoperti, si ritraggono poi     levano un braccio in segno di saluto)

MAX : (scendendo con gli altri dall’alto del praticabile) Bene... bene... parole straordinarie che   mi incoraggiano a parlare... (gli si raccolgono tutti attorno) Noi attori possiamo sempre, ogni   giorno, contribuire personalmente alla scoperta e alla... alla trasmissione, comunicazione della   verità attraverso la poesia. E anche di più possiamo fare: possiamo ricostruire la verità   dimenticata o appannata dal tempo... o dalla nostra dimenticanza... possiamo ricostruirla per   riconoscerla, per ritrovarla. Possiamo riviverla. Solo noi, gli attori, abbiamo questo potere,    questo privilegio. Insieme agli scrittori... (cerca) allo scrittore... Dov’è?

NUOVO ARRIVATO: (avanzando timidamente) Servo anch’io? Mi volete?

MAX: Ah. Forse. Dipende, comunque. — A lei, senta, la resurrezione di Cristo... — che cosa le     dice?

NUOVO ARRIVATO: Anche per me è il «punto».

MAX: Benissimo. Ma lei ha risolto... ha visto... — o...?

NUOVO ARRIVATO: Nessuno, credo, su questo punto può dire di aver risolto o di aver visto... MAX: Ci può aiutare, allora?

NUOVO ARRIVATO: Certo. Posso unirmi volentieri.

MAX: Perché avrei una proposta esplicita da fare, una proposta di rappresentazione, (silenzio)    Rivivere tutti assieme — noi — noi — tutti noi — rivivere un enigma che ci sta a cuore...    Ricostruire la Resurrezione di Cristo. — Ecco. Perché mi sono accorto che il punto   fondamentale; 11 punto di riconoscimento è, gira e rigira, uno solo, questo: «Se Cristo non     fosse risorto la nostra fede sarebbe vana» — e basta, e basta! (attorno a sé, verso i compagni,  al pubblico) Noi ci crediamo davvero che Cristo sia risorto? Per me dico che ho ancora dei dubbi... — Perché se lo credessimo davvero cambieremmo il mondo — o no? E allora propongo: facciamo la Resurrezione, riviviamola, vediamo come andarono i fatti... proprio come se noi, così come siamo, fossimo i personaggi di allora... — Accettate amici...     colleghi?

TUTTI : (seri, pronti, con varietà di toni)S2 Ma sì. Proviamoci... Avanti pure... Avanti! Su. MAX: Grazie.

UNO: Di dove incominciamo?

DUE: Beh, vedremo. Intanto cominciamo, poi...

UNO: No, ma di dove, scusa?

TRE: Si sa, no?

UNO: Lui lo sa!

TRE: Certo. E’ crocifisso. Muore. Lo depongono in un sepolcro. Io dico che si dovrebbe     cominciare di qui. Poi...

NUOVO ARRIVATO: Si potrebbe sì — proprio da questo punto. A patto... a patto di essere d’    accordo che con la sepoltura del corpo di Cristo è morto anche il cristianesimo nascente, senza     più appello.

SPETTATORE IRONICO: Su questo non capisco chi non potrebbe essere d’accordo! Altrimenti si spieghi meglio.

NUOVO ARRIVATO: No, voglio dire: che tutti, in quel momento, hanno accettato, non solo la    fine dell’uomo Dio, del Figlio di Dio, che è lì, morto, umiliato, sconfitto, ma anche la fine di     tutte le sue speranze. Perché nessuno di quelli, dopo la sconfitta patita, nessuno gli crede più   neanche un’ombra, non solo: ma nessuno non vuole, non intende sperare più niente! SPETTATORE IRONICO: Sì, sì, ma che cosa conterebbe questa precisazione; scusi?

NUOVO ARRIVATO : No, solo precisare lo stato d’animo generale, di tutti, da cui si dovrebbe   cominciare.

MAX: Esatto! Ci vuole. E si deve essere assoluta- mente chiari. E’ una ricostruzione, una    commemorazione... una interpretazione da parte di un gruppo di attori... — e determinare lo     stato d’animo preciso è molto importante, anzi fonda- mentale... essenziale... — Stanilavskij,   per dire, o Actor Studio sarebbero ugualmente d’accordo, dico... (silenzio. Max riprende).   Intanto, per piacere... disponiamoci un po’... mettiamoci così... (con gesto semicircolare) un     po’ ad arco... semicerchio... ma naturalmente... molto spontaneamente... ecco... un po’ più    verso il fondo... ecco ecco va bene... va bene così... — E adesso rilassatevi... Siete esausti... sconfortati... vuoti... più niente... — vuoti. E’ morto il padre... il fratello... l’amico più caro... il maestra., il più forte, caro e amoroso... ma è morto... è proprio morto, finito, fi-ni-to. Siete disfatti... siamo tutti disfatti... (musica penetrante e insinuante) Ripetiamo insieme, amici...    insieme, a «coro parlato»... possiamo anche salmodiare... o se volete cantiamo a mezza voce...:    «Tutto... è... consumato»... avanti, su... «Tut-to è con-su- ma-to»... «Tutto... tut-to...» «finito...   fi-ni-to... morto... mor-to... mor-toooo». (la salmodia, la cantilena, il pianto si esaurisce: tutti  rimangono esausti, assorti) Pensate... sono ore che siamo in questo stato... ore.

NUOVO ARRIVATO: ...Da oggi alle tre del pomeriggio... Gesù è spirato all’ora nona... tre del     pomeriggio...

MAX: Adesso che ore...?

SPETTATORE ISTRUITO: oltre le sette... imbrunisce...

MAX : Quattro ore e più di disfacimento... di dolore.

SPETTATORE ISTRUITO: (aprendo il libro senza però leggere) E avvicinandosi la sera di quel    giorno detto della «Preparazione» perché «preparava la Festa» del Sabato, un uomo di nome Giuseppe che era membro ragguardevole del Consiglio, vale a dire del Sinedrio, uomo ricco, buono e giusto, si fece coraggio e si avviò verso il Palazzo di Pilato e chiese udienza al     Procuratore. (dal gruppo degli attori si muovono tre persone: uno è Pilato, un altro Giuseppe,   il terzo è un Centurione)

PILATO: Chi sei? E perché vieni da me?

GIUSEPPE: Sono Giuseppe, di Arimatea, e faccio parte del Consiglio. Vengo a supplicarti     perché mi dia il corpo di Gesù di Nazareth, crocefisso per dargli sepoltura in una tomba che io voglio donargli. Io, Procuratore, benché membro del Sinedrio ho creduto in lui, e adesso lo piango.

PILATO: (dopo aver squadrato Giuseppe si rivolge al Centurione e gli ordina) Che gli sia dato. GIUSEPPE: Ti ringrazio, Procuratore. Ed ecco il denaro per la tassa per compensare il tuo favore, perché io non sono parente, e conosco la Legge.

PILATO: Ti dispenso dalla tassa. Puoi dar sepoltura al corpo. (E con un gesto di saluto lo    congeda. Gli attori rientrano nella fila)

SPETTATORE ISTRUITO: (col libro aperto ma senza leggerlo) Allora Giuseppe d’Arimatea    comprò una Sindone, che è un ampio lenzuolo mortuario, e andò insieme a Nicodemo, anche    lui del Sinedrio ma anche lui seguace di Gesù, fino al Calvario, e vi avvolse in corpo del    Signore che nel frattempo era stato deposto dalla croce. E poi lo portarono nel sepolcro, e lo   chiusero con una pesante pietra rotonda... (si odono sei squilli solenni delle trombe d’argento che annunciano l’inizio del giorno festivo. La luce rossa del tramonto già si fa più scura)  Forse l’ora del tramonto è già trascorsa da un po’... e i discepoli sono costretti a valersi della speciale concessione... (sfoglia e legge nel Libro)... «di fare quanto è richiesto anche dopo che i sei squilli rituali delle trombe d’argento abbiano annunciato l’inizio del giorno del Signore». — Ora il corpo di Gesù riposa in pace nella tomba.

NUOVO ARRIVATO: Non ancora in pace. Perché quando i Sacerdoti più autorevoli e i Farisei    sanno che il corpo di Gesù è stato consegnato a Giuseppe d’Arimatea e a Nicodemo e sepolto    in una tomba di proprietà privata si precipitano da Pilato per protestare... (alcuni Sacerdoti   vanno da Pilato)

SACERDOTE I: Procuratore, ci siamo ricordati che quell’impostore quando era ancora in vita,   aveva detto: «dopo tre giorni risorgerò».

PILATO: In quanto a questo staremo a vedere. Che cosa volete?

SACERDOTE 2: Comanda allora che il suo sepolcro sia sorvegliato perché non vorremmo che i     suoi discepoli lo riaprissero e poi dicessero al popolo che è risorto dai morti!

SACERDOTE I: E quest’ultimo inganno sarebbe peggiore del primo!

PILATO: E lo chiedete a me?! Non avete anche voi le vostre guardie! Se non vi fidate     abbastanza dei miei soldati mandate anche la Guardia del Tempio in aggiunta e vi renderete   conto con i vostri occhi che non ci saranno imbrogli o ruberie di corpi! Malfidati! (I Sacerdoti  allora si ritraggono)

SPETTATORE ISTRUITO: Ecco. Adesso Gesù è non solo sigillato nel sepolcro, ma sorvegliato    da un doppio ordine di guardie: i romani e anche la Guardia del Tempio composta da soldati ebraici di fiducia del Sinedrio. E comincia il Sabato festivo. (vengono ripetuti più attutiti e    lontani i sei squilli delle inconfondibili trombe d’argento)

SPETTATORE IRONICO: E dove erano scappati gli apostoli... i discepoli?

SPETTATORE ISTRUITO: Stavano chiusi in una modesta casa della periferia di Gerusalemme,    probabilmente la stessa dove avevano consumato la sera prima la cena del Giovedì, la casa poi detta del «Cenacolo».

MAX: (interviene) Ecco. Siamo giunti al punto. (volgendosi) Se vogliamo cominciare...? — Chi     c’era?

SPETTATORE ISTRUITO: Nella casa c’erano tutti gli apostoli con le loro donne — o madri 0 mogli o sorelle — e c’era, naturalmente — dolorosa, straziata, — la madre Maria.

DUBBIOSO: Sarà però mancato Giuda Plscario- ta!?

SPETTATORE ISTRUITO: Certo: in preda ad un rimorso disperato era scappato, e andrà di lì a    poco verso il suicidio. — E manca anche Giacomo il minore — lo chiamano il minore per    distinguerlo da Giacomo fratello di Giovanni, i due figli di Zebedeo — manca anche lui   perché invaso da un vero terrore per la morte per lui vergognosa del suo Maestro è andato a nascondersi addirittura in una tomba vuota certo di non essere scoperto.

MAX: Perché tanta paura tra gli apostoli ormai che Gesù era stato giustiziato?

SPETTATORE ISTRUITO: Perché si era sparsa la voce che i discepoli per vendicare il loro    capo avrebbero appiccato il fuoco al Tempio, e per impedirglielo dovevano essere catturati e   puniti non appena il riposo del Sabato fosse finito. Temevano allora di essere presi dalle    Guardie e di fare la stessa fine di Gesù. La loro idea costante era come scappare.

DUBBIOSO: Scappare dove?

SPETTATORE ISTRUITO: In Galilea, il loro paese. Nel giorno festivo però non si viaggiava, e     non avevano osato metter piede fuori di casa nel timore di essere riconosciuti.

MAX: Sono rimasti chiusi dentro, porte e finestre sprangate, ma ormai che la notte sta per   volgere in alba sono già protesi verso la strada a spiare 1 passi mattutini dei primi passanti.    C’è un’acuta impazienza, una tensione generale perché anche le donne vogliono tornare al     sepolcro per completare la cerimonia della sepoltura che la sera del venerdì era rimasta a     mezzo a causa dell’ora... — Altri unguenti... altre bende... dovevano preservare e avvolgere il     corpo. E anche le donne aspettavano la prima luce. (Penso che mentre i Commentatori dicono     le parole che abbiamo udito e che creano l'atmosfera più idonea aif atti che ci apprestiamo a vedere, il gruppo degli apostoli è ammucchiato per terra o sul praticabile più basso, proteso     verso quella che potrebbe essere la porta, mentre le donne sono sedute tenendo in grembo vasi    di unguenti, anfore e fasci di bende... — più staccata, sola, seduta è Maria, la madre di Gesù)

1 APOSTOLO: Dobbimao uscire, andarcene di qui!

2 APOSTOLO: Io non mi muovo. Oltretutto... ho paura. Sì, paura. Non mi vergogno a dirlo!

3 APOSTOLO: Vuoi farci prendere in trappola... come topi! Dovevi fare come Giacomo: lui   almeno il nascondiglio se l’è scelto bene, una tomba nuova al cimitero...

4 APOSTOLO: Sapete che vi dico: che ho paura anch’io, sì, ma peggio della paura è il peso    della disfatta... il senso di distruzione che ho dentro a togliermi ogni voglia di far qualcosa. Sono annientato, e basta — e succeda pure quel che deve succedere. Rassegnato a tutto! Non   contate su di me per fughe o altre... imprese. Io non mi muovò.

I APOSTOLO: Libero di fare... — ma la mia proposta era: appena aprono le porte di    Gerusalemme... e non dovrebbero tardare molto... appena cominciano a uscire i mercanti, a    giungere dalla campagna gli ortolani e i contadini... per andare al mercato... usciamo alla spicciolata... ci mescoliamo alla gente... e prendiamo la strada di Galilea...

GIOVANNI: E... la madre? Te la vorresti portare? Ma quella non viene, hai sentito? Lei non   lascia il figlio, la tomba — il sepolcro non lo lascia.

GIACOMO: Lei crede addirittura che risorga, il terzo giorno, perché l’aveva detto. — Quel che     fa credere l’amore, la fede di una madre.

1° APOSTOLO: Se crede... per lei sarà un conforto — lasciamola credere — ma noi salutiamola,   e mettiamoci per strada.

GIOVANNI: (vivace) Avresti l’animo di lasciarla qui, sola?

1° APOSTOLO: Perché sola? Ci sarà sempre qualche donna a tenerle compagnia. Le donne,   tanto, pericoli non ne corrono: possono anche restare. Possono raggiungerci dopo... Ma noi sì, eccome! Se ci scoprono è fatta!

4° APOSTOLO: Non possono scoprirci.

1° APOSTOLO: Non possono? Dopo quel che è successo? Con questa aria che c’è? Vengono...     battono alle case... anche solo per un’ispezione... una perquisizione... — che dici? «E voi chi    siete?». Che rispondi?

4° APOSTOLO: Gente, siamo gente... venuti per la Pasqua... alloggiamo da parenti... questa è casa di parenti... — di che possono accusarci?

1° APOSTOLO: Di essere discepoli suoi, possono accusarci!

4° APOSTOLO: L’abbiamo forse scritto in fronte?

3° APOSTOLO: Perché no!

1° APOSTOLO: Perché, Pietro non l’hanno forse riconosciuto nel cortile del gran Sacerdote? Ce l’aveva scritto? No. Però...

4° APOSTOLO: E noi diremo come Pietro: «Suoi... di chi? di quello? e chi l’ha mai visto e

    conosciuto?» E la faremo franca come l’ha fatta lui... (e volge la testa verso Pietro).

PIETRO: (ma Pietro s'è rivoltato e con la testa tra le mani singhiozza disperatamente,   lamentandosi come gridasse; tutti fanno silenzio).

MADDALENA: Pietro non urlare così... Maria ti sente... è già così sfinita...

PIETRO : (calmandosi un poco) Non fate come me, vi scongiuro! Non fate come me... Sono stato un vigliacco! Dovreste sputarmi in faccia... (e si rimette a piangere, ma sommessamente). 1° APOSTOLO: E perché vigliacco? Hai avuto paura, e beh! Non eravamo abituati. Ci aveva    abituati male, in fondo. A metterli tutti in riga. Sempre! Era la prima volta che lo vedevamo   così...: preso, legato, bastonato... — e senza muovere un dito! Ma come? Senza quasi dire una parola; solo subire, subire — sconfitto. Non era la prima volta? Uno che mette tutto a posto:    uomini... malati... peccatori... donne di... (butta un' occhiata alla Maddalena) e placa:    temporali... liscia le onde del lago... insomma tutto — e te lo vedi ridotto in un momento in quello stato di... di impotenza, beh, ti crolla il mondo addosso! Allora — dici — non era vero    niente. Ma proprio niente.

4° APOSTOLO: Eppure fino a quel momento io speravo ancora...

1° APOSTOLO: Che momento?

4° APOSTOLO: Quello di... (e accenna a Pietro) Pietro... C’è ancora tempo perché si svegli. Vedrete... Io aspettavo ancora il gesto... che li mettesse tutti... il gesto clamoroso... uno dei suoi miracoli... l’ho aspettato fin sulla croce... Quando gli hanno detto... l’hanno provocato...     Tu, tu, eh? — Tu... «Se sei il Figlio di Dio, perché non scendi dalla croce?»... ho sperato che raccogliesse la provocazione... E’ la volta buona, ho detto dentro di me, ecco, ecco! Ed è     infatti scoppiato il temporale... c’è stato un momento che non si vedeva più niente... il finimondo... la pioggia... i lampi... il polverone... ed ero certo che quando si fosse rifatto un po’ di luce... lui, il Maestro, non ci sarebbe stato più sulla croce... sarebbe già disceso... e un   mondo nuovo sarebbe cominciato... invece... — Non credo più a niente! Non succederà mai   più niente! Non raccontatemi più niente. Ho già visto abbastanza! Per me, è finito tutto.     Lasciatemi perdere.

1° APOSTOLO: (che ha annuito) Tu parli meglio di me, e io non saprei dire così bene, ma provo    anch’io la stessa cosa; io però me ne voglio andare di qui, perché non ho più speranze. Anzi non perdiamoci, amici, in altre chiacchiere e lamenti. Vedo che c’è già un po’ di luce... Non     perdiamo altro tempo: le donne, vedo, sono impazienti di andare alla tomba... Ci vadano    pure... Anzi, mandiamo intanto fuori proprio loro con le bende e anfore e vasi di ungenti... —    Mandiamole a vedere che aria tira, fuori... sì, sì... (al gruppo delle donne) Andate, annusate     attorno, raccogliete voci... e poi ci direte, e vedremo quel che c’è da fare.

PIETRO: Certo che noi... «i maschi sacri al Signore» abbiamo saputo solo mentire... rinnegare o scappare! Le donne sono state brave... Ma noi, i forti, i maschi siamo fuggiti. Come mi   disprezzo! Tu, Giovanni, tu, tanto giovane, poco più di una donna hai saputo rimanere... — E     sono ancora loro (le donne) che vanno... escono fuori... (si prende la testa tra le mani)( Le donne, dopo essere andate ad abbracciare Maria, si preparano raccogliendosi a gruppetti: si     mettono gli scialli, sollevano anfore, vasi, bende... e si avviano all’uscita. Il cammino che percorreranno, senza voler in nessun modo condizionare la fantasia del regista, potrebbe   essere quello sinuoso, a scalette e a saliscendi, del praticabile che immagino variamente   articolato, come ho già ripetutamente detto nella descrizione della scena).

MADDALENA: Faremo presto...

SALOME’: Torneremo subito...

MARIA D’ALFEO: Ma mi chiedo come faremo a rimuovere la pietra... senza braccia d’uomini...

MADDALENA: Faremo, vedrete... Io ho denaro... pagheremo, e avremo aiuto... — su, andiamo! SPETT. ISTRUITO: Sono Maria Maddalena, la più impaziente, e la più giovane, che è avanti a     tutte... Maria d’Alfeo, madre di Giacomo il minore, quello della tomba, e di Giosia, una terza    Maria, moglie di Cleofa, e Salomè, la madre di Giovanni e Giacomo, gli apostoli, e Susanna.   Vogliono prendere lungo la strada anche un’amica fedele, Giovanna... Ma sono indeciso da    quale Porta passare per giungere più rapidamente al sepolcro. Solo Maria Maddalena non ha    dubbi...

MADDALENA : La Porta Giudiziaria, è quella diretta...

SALOME’: Ma ci sono i soldati e daremo sospetti. Di lì entrano in pochi ed escono ancora meno...

MADDALENA: Ma che sospetti? Vedranno cinque donne che vanno verso la campagna! MARIA D’ALFEO: Per non dare nell’occhio meglio la Porta dell’Acqua, e poi girare rasente le    mura...

MADDALENA: Ma allungheremo! Ci manca poco che qualcuna non proponga di imboccare la Porta Orientale! Voi, fate quel che volete, io ho già scelto, e vado! (e lasciandole indecise e divise va dritta, sola, per la sua strada).

MARIA D’ALFEO: (all’altra Maria) Noi passiamo da Giovanna... (e scelgono un’altra strada). SALOME’: ... e io e Susanna... per la Porta dell’ Acqua che ha una strada meno sassosa e    scoscesa... — (accennando alla Maddalena) Quella, beata lei, è giovane! (e scegliendo un'altra   direzione scompaiono egualmente)(Un istante a scena aperta, una lieve luce rosatadiffusa; ed   ecco un rombo come di tuono e sullo schermo centrale apparire una nuvola chiara come di   esplosione nucleare che indugia nel cielo e poi dissolve lasciando sullo schermo soltanto una   luminosità più accesa. Ed ecco riapparire, come sbucasse da un viottolo, la Maddalena, barcollante, stordita, guardarsi attorno, poi andare verso una parte della scena dove due Guardie del Tempio giacciono a terra, esanimi, la donna guarda).

MADDALENA: (si china) Mio Signore! La tomba è aperta... — Oh, lo hanno rapito... non c’è! Devo correre a casa, ed avvertire... (e ripercorrere il cammino, e bussa alla porta: una donna  appare) Dove sono Giovanni e Pietro? (chiama) Giovanni? Pietro? (compaiono agitati) Hanno portato via il Signore dal Sepolcro... venite! Chissà dove lo hanno nascosto...

GIOVANNI E PIETRO: Ma come? Che dici?

MADDALENA: Sono andata avanti... volevo comperare le Guardie... Perché ci lasciassero     fare... ma le Guardie sono come morte e... il Sepolcro è aperto... la pietra per terra...   Corriamo... (e si avviano di corsa in tre; adesso la luce rosata cade sul Sepolcro: le Guardie se ne sono andate; Giovanni giunge per primo; e poi la Maddalena e Pietro).

GIOVANNI: (si sporge sulla tomba, e al sopraggiungere degli altri due) Simone, non c’è    proprio... Maria di Magdala ha visto bene... Vieni dentro anche tu... E guarda...

PIETRO: (ritraendosi) No... non posso accostarmi a quel posto... (volgendo la testa, chiama    come se Gesù potesse essere nascosto) Gesù... Gesù... ma dove sei...? — (poi mettendosi una    mano davanti agli occhi si avvicina al Sepolcro, ed entra) Non c’è, Giovanni... non c’è...   Vieni anche tu... Io ho tanto pianto che gli occhi mi bruciano e non ci vedo in questa poca   luce...

GIOVANNI: Lo hanno proprio rapito... Le Guardie erano lì non per impedire che noi lo rubassimo... ma per farlo loro... E noi, ingenui, l’abbiamo lasciato fare...

MADDALENA: Dove lo avranno messo...?

GIOVANNI: Pietro... adesso è proprio finita!

PIETRO: Andiamo, donna... è inutile restare... Tu lo dirai alla madre.

MADDALENA: Io non vengo via. Sto qui. Qualcuno dovrà pur venire... No, io non vengo... Qui c’è ancora qualcosa di Lui... (e si accascia al suolo piangendo... Giovanni e Pietro si   allontanano... Poi la Maddalena si risolleva e con l’ansiosa curiosità dell’amore entra a   tentoni... tocca le bende che sono per terra... tocca il lenzuolo, prova cautamente a distenderlo... ed ecco che sul lenzuo- lo-Sindone appare dapprima incerto per la penombra...     poi più distintamente, quando la Maddalena lo porta più alla luce... il corpo di Gesù: è la     Sindone... La Maddalena lo contempla e lo tiene disteso sulle braccia come reggesse proprio   il corpo di Gesù... e in quello stesso momento la Sindone appare ingrandita per tutta la vastitàdello schermo... e una luce appare all'ingresso del Sepolcro, e una voce viene dalla Luce a dire).

VOCE-LUCE: Perché piangi, donna?

MADDALENA: Perché hanno portato via il mio Signore, e non so dove me lo hanno messo. Hanno preso il Signore Gesù. Ero venuta per imbalsamarlo... ma non c’è più... Gli uomini     hanno rubato il mio amore, e mi hanno levato tutto... Se sei tu che lo hai portato via, dimmi   dove lo hai messo... e io lo prenderò... Non lo dirò a nessuno... sarà un segreto tra me e te... ti supplico in ginocchio come una schiava... Vuoi che ti compri il suo corpo? Quanto vuoi?     Quanto vuoi? Sono ricca posso darti quanto chiedi; ma rendimelo... Non ti denuncerò... Se hai    qualche odio verso di Lui fallo scontare a me... percuotimi a sangue, se vuoi ma rendimelo...!     (e singhiozza disperatamente).

VOCE-LUCE: Maria.

MADDALENA: (capisce chi le parla, cade in ginocchio tenendo a braccia distese il lenzuolo,    poi se lo stringe al petto) Rabbonii (la luce nel sepolcro si spegne, e dissolve sullo schermo   anche l’immagine rossastra del Corpo - Sindone. Poi si alza e come una forsennata corre     verso casa. Lì c’è già il gruppetto delle altre donne che circondano la madre Maria, e ci sono    Giovanni e Pietro e altri Discepoli... La Maddalena arriva gridando strozzata per la corsa e     l'emozione). L’ho visto! Gli ho parlato... E’ risorto.

DONNE: L’abbiamo visto anche noi il sepolcro vuoto...

PIETRO: (che ha già scrollato il capo incredulo) Troppe cose in questi giorni avete visto! Ne siete rimaste turbate.

GIOVANNI: Immaginazione di donne...

MARIA DI ALFEO: Perché ci deridete?

SALOME: E’ vero! E’ vero! E’ davvero risorto...

TOMMASO: Folli, siete, donne!

PIETRO: Il dolore vi ha turbate...

GIOVANNI (alla Maddalena) La luce ti è parsa angelo...

TOMMASO: Il vento voce!

PIETRO: Il sole Gesù! Io non vi critico, ne vi derido: ma non posso che credere a quello che ho visto: il sepolcro è aperto e vuoto, e le Guardie fuggite...

GIOVANNI: ...e il cadavere scomparso. E basta.

SALOME: Ma se lo dicono le guardie stesse che è risorto? L’ho sentito tornando qua... SUSANNA: La città è in subbuglio... I sacerdoti sono in agitazione perché le guardie fuggendo hanno parlato... Ora vogliono che dicano diverso e cercano di pagarle ma non è facile convincerle nemmeno con il denaro! Le guardie hanno visto.

PIETRO: Ma io no. Io ho visto soltanto la tomba vuota. E basta. Come Giovanni. MADDALENA: (scoppia in singhiozzi, e la Sindone le scivola di tra le braccia, e qualcuno la   raccoglie... la distende, la posa per tutta la lunghezza... allora tutti, curiosi, stupiti... fanno cerchio attorno alla Sindone, in silenzio come se davvero Gesù fosse lì tra loro, disteso,    morto. Un cantocorale si leva sottovoce).

SPETT. ISTRUITO: Anche stavolta solo le donne hanno creduto. Nessuno degli apostoli ha   creduto alla resurrezione; e non l’hanno nemmeno aspettata. Se credettero non fu certo per   fede, ma perché dovettero arrendersi alla testimonianza dei sensi: ma perché videro, toccarono, udirono. Non parliamo dunque di fede — che non ci fu, in questo caso, per gli apostoli.    Nemmeno di ragionamenti, parliamo, ma di prove sensibili, inoppugnabili, che li portò alla    negazione più ferma della morte: perché questi uomini che avete sentito dire: no, io non lo   credo... questi stessi uomini andranno poi a morire per testimoniare la Resurrezione. Perché   l’avrebbero fatto se non verrà una certezza senza più dubbi? ( Le donne se ne sono andate   portandosi via come in processione la Sindone. Se ne sono andati tutti, anche la luce è c  ambiata.     Lo Spettatore Istruito riprende col tono del narratore, tono, come diremmo oggi;   brechtiano).

SPETTI.ISTRUITO: E in quello stesso giorno due viaggiatori che camminavano da Gerusalemme verso una borgata distante una decina di chilometri chiamata Emmaus,   discorrevano tra loro degli avvenimenti eccezionali di quegli ultimi giorni, essendo i due amici    di Gesù. E mentre discorrevano e questionavano un passante si avvicinò e si mise a camminare   con loro intervenendo nel discorso come fosse curioso di conoscere cose che ignorava... (si sono dunque visti i due a- vanzare lentamente parlando con animazione, e s’è visto anche un    Terzo Uomo quasi pedinarli e poi fiancheggiarli e insinuarsi nel loro discorso).

TERZO: Che     discorsi sono quelli che fate mentre camminate? Sono curioso... (i due si fermano   volgendosi al Terzo che li ha in qualche modo interrotti).

CLEOFA: Io mi chiamo Cleofa, amico, e non so chi tu sia, ma devi certamente essere un     forestiero che arriva di lontano perché dovrei pensare che sei il solo — unico — in    Gerusalemme che non sai quel che è successo in città in questi giorni.

IL TERZO: Che fatti?

CLEOFA: I fatti di Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e parole, dinnanzi a Dio e a     tutto il nostro popolo. Ebbene è stato condannato a morte, e l’hanno crocefisso. L’hanno voluto i sacerdoti sommi, e Pilato l’ha permesso. Noi invece speravamo che fosse venuto per    redimere Israele, e non finisse in croce — invece... Però...

JOSIA : Però son già tre giorni che queste cose son successe e il fermento è ancora vivace in   città.

CLEOFA: SI, perché alcune nostre donne ci hanno sbalordito. Erano andate di buon mattino al sepolcro, ma non hanno trovato il corpo — però son venute a dirci di aver visto e sentito    apparizioni che testimoniano che egli vive...

Josia: Altri discepoli come noi invece che sono     andati anche loro al sepolcro, hanno trovato, sì;    come appunto dicono le donne la tomba vuota,     ma di lui non hanno avuto traccia... e così     siamo molto perplessi...

TERZO: Perché perplessi se sono tutte cose predette dai profeti? O non li conoscete, e non li avete letti? Cristo doveva patire queste cose prima di entrare nella gloria del Padre. Lo dice    Mosé... e lo dicono anche gli altri... e io stesso posso dirvelo mentre camminiamo... prima di    entrare in paese... che ormai è a due passi... lo vedete laggiù...

JOSIA: E’ vero, ed è quasi sera...

IL TERZO : (Fa un gesto con il braccio per proseguire) Ci lasciamo allora...

CLEOFA: Perché non resti con noi anche tu? Il giorno sta declinando... e presto sarà notte...   Entriamo in una locanda e mangiamo un boccone... insieme. (E vanno tutt'tre verso il tavolino diferro dove sono le sedie metalliche, si siedono, e tirano fuori dalle bisacce del cibo e del    pane, e prima di cominciare la cena, il Viaggiatore prende il pane e lo benedice con la croce, poi lo spezza e lo porge)

IL TERZO: Questo è il mio corpo... mangiatene in memoria di me... (e mentre i due, Cleofa e Josia stanno per mangiare hanno un sussulto e riconoscono chi sia il Terzo, ma mentre hanno ancora il capo chino nel rito della benedizione, non si sono accorti che il Viaggiatore è    scomparso, se ne è andato, allora si commuovono).

CLEOFA: Era LUI! Ma non ci bruciava dentro il cuore... mentre per via ci ricordava le    Scritture... e le spiegava... Josia: E lì tutto era previsto della Resurrezione...

CLEOFA: Torniamo subito indietro...

JOSIA: E diciamolo ai fratelli... (si alzano e buttandosi addosso mantello e bisaccia se ne vanno     dal fondo).

SPETT. ISTRUITO: ... a Gerusalemme intanto erano adunati gli undici e gli altri che erano con loro; entrarono e narrarono le cose accadute... e seppero che il Signore era intanto apparso     anche a Simone... ma le discussioni erano sempre vivaci perché qualcuno non voleva credere   né a Simone né ai due che venivano da Emmaus... (i due di Emmaus sono infatti giunti mentre gli apostoli e alcune donne sono riuniti e stanno discutendo vivacemente).

SPETT. ISTRUITO: C’era soprattutto uno di nome Tommaso, soprannominato Didimo che si    accaniva a negare...

TOMMASO: (levandosi con vigore) Liberi voi di credere alla sua resurrezione, io però se non vedo nelle sue mani il segno del chiodo, e non metto il mio dito nel luogo dei chiodi, e non   metto la mia mano nel suo costato, non crederò... (e si fa una luce e si ode una voce).

VOCE-LUCE: Tommaso, metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila   nel mio costato, e non essere incredulo. — Perché mi hai veduto hai creduto? Beati quelli che    non hanno visto eppure credono.

TOMMASO: (inginocchiato davanti alla luce) Signore mio, Dio mio! (la luce voce si estingue).   ( Ma avanza verso il gruppo, Paolo, attraversa il gruppo, se lo lascia alle spalle e viene verso ilpubblico, quasi in mezzo a loro, se sarà possibile, dove sarà possibile).

PAOLO: (fa il gesto di tacere) Io, Paolo di Tarso, testimonio in primo luogo quello che anch’io   ho imparato con certezza: che Cristo morì per i nostri peccati, e che fu sepolto, e che resuscitò (breve pausa). Sì, resuscitò. E fu visto da Pietro e poi dagli undici, e poi da oltre cinquecento    fratelli in una volta, dei quali il maggior numero sono ancora vivi, e solamente alcuni sono   morti. E poi fu veduto da Giacomo, e poi ancora da tutti gli apostoli (altra pausa). E per   ultimo è stato visto anche da me che sono come un verme, un miserabile aborto. Sì, è proprio   così, perché se non lo sapete io non sarei affatto degno di essere chiamato apostolo, no, no,   perché ho perseguitato la chiesa per molto tempo con grande accanimento. Io, nato fariseo,   figlio di farisei, ero un nemico convinto e attivo dei cristiani. Quando Dio mi scoprì io ero   incamminato aperseguitarli. Ma Egli mi vide e mi scelse ugualmente — e per la sua grazia oggi, rinnovato, sono quello che sono. E da quel giorno, credetemi, noi andiamo avanti per forza di fede, e non di visioni! Fede motivata, concreta, basata soltanto su fatti reali,   indiscutibili; ripeto, non visioni ma certezze. Certezza anzitutto nella Resurrezione. Io   continuo a dire da un capo all’altro della terra, dovunque mi trovi, anche qui; dunque, continuo   a dire: Se Gesù Cristo non fosse risorto la nostra fede sarebbe vana! E avreste ragione di non     credere. Ma Cristo è risorto. Poiché non si soffre, fratelli miei, come abbiamo sofferto noi non    si è imprigionati e flagellati come è accaduto a noi, non si versa il proprio sangue, non si offre   la vita per delle visioni: noi abbiamo avuto e abbiamo la certezza nella Resurrezione. La nostra è una moltitudine pacifica ma travolgente che ha per condottiero un Risorto. (Avanza     un passo, più sottovoce) Da allora, da quando credetti, parlai. Non potendo più negare perché    avevo visto e toccato, parlai. E continuo a parlare. Tutti quelli che credono o sperano, debbono     parlare (una breve pausa). Fratelli vi ho visitato con molte speranze, e con ancor maggiori    speranze vi lascio per riprendere il viaggio — e vi saluto! (Leva il braccio, non benedicente,  ma per saluto, ed esce lentamente: ma sullo sfondo centrale, su uno sfondo colorato    suggestivamente di viola pallido, si rivede la figura di Paolo, di spalle che allontanandosi   rimpicciolisce fino ad un punto. Poi la luce si uniforma anche sullo schermo a quella     dell'ambiente scenico: è diventata una luce più calda, terrestre, umana).

DUBBIOSO: E noi,     adesso? (molti sguardi si volgono a MAX).

MAX: Avete visto e sentito anche voi, amici, quel che ho sentito anch’io. Esattamente le stesse parole. Ha detto: «Da quando ho visto e toccato, da quando credetti, non potendo più negare, parlai». Se anche noi abbiamo visto e udito, e se crediamo sinceramente... di credere, o se ci    confermiamo almeno nella stessa speranza, dobbiamo parlare. Ecco.

VARIE VOCI: Allora parliamo. — Parliamo... tutti.

UN ALTRO: Intanto parlerò io, se consentite... (avanza appena). Credo, amici, che tocchi a me     fare anzitutto una testimonianza particolare — e la faccio. (Si raschia un po’ la gola). Per    decenni la scienza che sembra dominare la speranza degli uomini d’oggi è stata Postacolo più   tenace per l’autenticità della Sindone: «Non il vero lenzuolo che avvolgeva il corpo di Gesù,     ma un abile, indecifrabile trucco». Questa la sentenza della scienza. (Sospira-pausa). Dopo Hiroshima, però, venne osservato con meraviglia che molti indumenti tenuti a diretto contatto     del corpo avevano impresso dopo la esplosione 1’ impronta netta del corpo di molte o alcune   di quelle vittime; ma l’immagine non aveva niente che somigliasse ad altro tipo di impronte     fino ad allora conosciute: non fatte con il sangue, né con altri umori del corpo umano, né con    altre sostanze né opera della luce o del calore solidificati. Qualcosa di simile alla figura-   impronta osservata nella Sindone, figura a cui non si era mai riusciti a dare una risposta e a     trovare niente di confrontabile. Ed ecco da quel momento, la scienza chinarsi più umilmente    sul misterioso lenzuolo e proporre recentemente, una sua ipotesi sempre meravigliosa, ma accettabile. Quel che sconvolse il sepolcro e liberò Gesù fu forse una esplosione di tipo     nucleare — non si sa quale, ma comunque di tipo nucleare — che lasciò, della vittima, sul    lenzuolo che ne avvolgeva strettamente il corpo, una immagine doppia, del dorso e del petto, di eccezionale esattezza. Comunque testimonianza sensibile del suo passaggio tra noi, della     sua morte cruenta inflittagli con torture, percosse e flagellazioni, e poi con la croce — e anche   testimonianza della sua resurrezione. A una fede tutta mistica, si può aggiungere, oggi, per   tutti, una fede che si appoggia anche su realtà inoppugnabili che si vedono e si toccano, e per     giunta scientificamente aggiornate. Io sono tra coloro che hanno questa fede scientifica. Perciò     ho parlato. (Si inchina al pubblico). Grazie. (Ed ecco avanzare la Donna, quella che ha fatto   lalunga appassionata testimonianza dell’albero dell’amore).

LA DONNA: Porto anch’io una testimonianza moderna... ma non scientifica bensì mistica...   Quella di una «veggente» che ha «visto» integralmente la passione, la morte e la resurrezione di Gesù... (Toglie di tasca un appunto). Ecco Pistante dello sconvolgimento del sepolcro... così     come è stato visto con parole: (legge)"...sono pochissimi attimi... non minuti, ma frazioni di   minuto... e mentre il fulgore di quella luce permane come sospeso nell’aria, come una essenza di luce, essa — la luce — il fulgore..., penetra nel corpo steso entro le bende funebri. La forma immobile si dilata come in un respiro... Vedo — è la veggente che vede — vedo alzarsi i lini   sul petto e poi riabbassarsi... e poi con moto repentino Cristo risorge. Disserra... deve     disserrare sotto i suoi lini le mani incrociate sul basso ventre, aprire le braccia... poi levarsi in piedi... — sudario e pannolini e Sindone si scompongono violentemente... i primi cadono al   suolo e la Sindone scivola sulla pietra dell’unzione e resta là semi pendente...». E su quella     Sindone l’impronta del corpo di Gesù, intensissima. E’ una mistica di pochi decenni fa, morta     nel 1943. Anch’io sentivo di dover parlare. (Anche lei fa un leggero cenno con il capo).  Grazie.

MAX: (Avanza e dopo pochi istanti prende la parola). Con queste testimonianze così diverse per    la loro natura, direi il diritto e il rovescio, ma della stessa medaglia, noi non avremmo niente     altro da offrirvi, egregi ascoltatori, almeno stasera. Però se qualcuno tra voi, cari ascoltatori,    che ringraziamo di cuore, avesse altre testimonianze da aggiungere, o volesse comunque     parlare, venga... salga pure... e parli. (A questo punto della rappresentazione si possono prevedere varie conclusioni: se c’è qualcuno che sale si ascolterà naturalmente la sua   testimonianza, se invece nessuno alza la mano e si muove, lo spettatore istruito avanzerà    verso   la ribalta con il microfono in mano e dirà:)

SPETT. ISTRUITO: Allora la rappresentazione deve considerarsi per stasera conclusa. E il nostro appuntamento sarà per domani sera, qui, alla stessa ora. Grazie. (Ma fa con la mano il gesto di fermarsi a quanti potranno essersi già mossi per uscire). Un momento, per favore: vogliate ascoltare ancora per un minuto la preghiera che gli attori hanno composto per loro     stessi, e anche per voi, e per noi — e desideriamo dirla insieme, in comunità di spiriti.

MAX: (Max attacca per primo la preghiera seguito ed intonato con gli altri e col pubblico. Sarà     anzi opportuno studiare come articolare e scandire i vari versetti della Preghiera. Poi dopo il     così sia finale, gli attori si schierano in un’unica fila e salutano).

LA PREGHIERA In principio era il Verbo — e il Verbo si è fatto carne. Vi dico che in ogni parola vana detta gli uomini daranno conto nel giorno del giudizio: poiché dalle tue parole sarai giustificato e dalle tue parole sarai condannato. Signore, fa che per me recitare le preghiere del mattino significhi imparare anche il silenzio. Per lavorare, per compiere il mio mestiere di attore, ho usato solo parole di altri, per decifrarne il senso ho usato altre parole e proprio per cercarne il suono giusto. Questo è il lavoro dell’attore: vivere di parole. E forse per questo le parole che mi sono necessarie per vivere le sento talvolta false. Signore, temo di averla solo parlata, la vita, e non so quanto ancora me ne resta da vivere veramente. In quest’ultimo tratto dammi la forza di riparare a tanta dispersione. Il calcolo è inesorabile: mi dice che ho un numero esatto e limitato di parole da dire ancora prima di pronunciare l’ultima. Che parole posso dire per rendere degna la mia vita? Perché ormai è tardi per imparare a usare le mani per altre opere, ormai so usare soltanto il linguaggio, le parole, le parole. Signore, quelle che mi rimangono siano testimonianza    di Te. Fa’ che io le usi non soltanto per interpretare il mondo, ma per cambiarlo e plasmarne     un altro degno di Te. Poiché senza di Te, Signore Gesù Cristo, la vita è solo un brutto scherzo,     e solo con te Autore-Attore-Spettatore tutto prende un senso ed una luce. Perfino il sipario,    grazie a Te non calerà mai, e l’ultimo atto si concluderà con una serenità infinita. Signore, la   mia riconoscenza umana ti si manifesti in ognuna delle parole che ancora mi rimangono, e così    sia.

FINE

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