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DON

CANDIDO

Commedia in tre atti

di CESARE GIULIO VIOLA

PERSONAGGI

GINO DOLFKE', 55 anni

PAOLETTA, sua moglie, 30 anni

LA SIGNORA CASTIGLIA, suocera di Gino Dolfré, 50 anni

IL COMMENDATOR CARRANZA, 60 anni

ADELAIDE CARRANZA, sua moglie, 55 anni

CANDIDO, loro figlio, 24 anni

LA SIGNORA STAFFINO, 50 anni

UN USCIERE

UN DOMESTICO

UN COMMESSO

Commedia formattata da


ATTO PRIMO

(La scena: lo studio dell'architetto Gino Dolfré. Una vetrata al fondo, una porta a destra, una a sinistra. Grande tavolo da disegno. Alle pareti tavole che rappresentano piante di appartamenti. Il plastico di una casa in costruzione. Insomma le testimo­nianze dell'attività professionale di Gino Dolfré. In un angolo un divano e poltrone e tavolino: qui, ogni pomeriggio, Gino Dolfré e sua moglie, dopo le ore del lavoro, prendono in intimità il tè. Ambiente modernissimo. Qualche quadro, la sagoma dei mobili, indicano il gusto aggiornato dell'architetto Dol­fré. Quando s'alza la tela Gino Dolfré e la signora Staffino sono curvi sulla tavola e osservano la pianta d'un appartamento).

Dolfré                           - Io, a occhio e croce, penso che l'appar­tamento debba convenirle... A parte il mio inte­resse, glielo consiglio... E' come se stesse in un albergo... A piano terra funziona il ristorante... Ha a sua disposizione salotti, sale da gioco... Servizi per­fetti...

La Signora Staffino      - Sì... Ma io ho tutti quei grossi mobili...

Dolfré                           - Li vende. Non si è mai accorta che lo spazio che occupiamo noi e i nostri mobili molto spesso supera le nostre necessità? Non so se lei faccia più, dopo la morte di suo marito... E' morto, vero?

La Signora Staffino      - Sì... Otto anni fa...

Dolfré                           - M'era parso. Ripeto: non so se lei faccia la vita mondana d'un tempo... quando io l'ho cono­sciuta non le avrei proposto questo acquisto.

La Signora Staffino      - Ormai sono sola... le due figlie si sono sposate...

Dolfré                           - Complimenti. E allora lei ha bisogno d'un appartamento da scapolo. Qui, nel nostro «Residence palace» lei è a posto.

La Signora Staffino      - E... il prezzo?

Dolfré                           - Quattro milioni e ottocento...

La Signora Staffino      - (insinuante) Nessuna ri­duzione in memoria del passato?

Dolfré                           - Nessuna. Dovrei rispondere a troppe memorie del passato, e rovinerei la mia azienda.

La Signora Staffino      - Bene! Questo vuol dire che lei si è normalizzato.

Dolfré                           - Normalizzatissimo! E' vero che ho spo­sato una donna giovane, piacente, intelligente... ma in sette anni di matrimonio nessuna infrazione...

La Signora Staffino      - Non l'avrei mai imma­ginato...

Dolfré                           - Neppure io.

La Signora Staffino      - Niente figli?

Dolfré                           - Niente. In compenso una suocera, una sola, che mi rimprovera sempre di non aver propaginato la dinastia dei Dolfré. Allora, cara amica, se lei si decide, quando le farà comodo, io stesso la condurrò in cantiere.

La Signora Staffino      - (confidenziale) Grazie, Gino.

Dolfré                           - L'accompagno, Laura... (Escono dalla porta di sinistra. Pausa. Subito Dolfré rientrerà in scena, suonerà il campanello. Un usciere apparirà sulla porta di sinistra).

L’Usciere                      - Comandi?

Dolfré                           - Sono le sei. Può chiudere lo studio.

L’Usciere                      - C'è ancora un signore che attende.

Dolfré                           - Dopo le sei io non ricevo. Chi è?

L’Usciere                      - Un giovane.

Dolfré                           - Gli dica di tornare domani.

L’Usciere                      - Sissignore. Ma è più d'un'ora che aspetta e ha ceduto il turno ad altre persone, anche alla signora che è uscita in questo momento.

Dolfré                           - Allora lo faccia entrare. Lo sbrigherò in pochi minuti. (L'usciere esce dalla porta a sini­stra. Sulla porta a destra appare un domestico).

Il Domestico                 - La signora chiede se posso ser­vire il tè...

Dolfré                           - Dica alla signora che mi scusi. Abbia un po' di pazienza... chiamerò io stesso. (Il came­riere esce dalla destra. Sulla porta di sinistra appare, introdotto dall'usciere che sì ritira, Candido. E' un ragazzo modesto, grazioso, con una voce cordiale e con uno sguardo simpatico. Ha l'aria del pulcino nella stoppa).

Candido                        - (timidamente) Permesso...

Dolfré                           - Avanti, prego...

Candido                        - Io posso anche tornare, professore.

Dolfré                           - No, no... ormai...

Candido                        - L'usciere mi ha detto che dopo le sei lei non riceve...

Dolfré                           - Questo è vero. Ma, visto che lei atten­deva da qualche tempo, e che cortesemente ha ce­duto il passo ad altre persone, abbiamo rotto la consegna. Sta bene?

Candido                        - Grazie, professore.

Dolfré                           - In che posso servirla? S'accomodi.

Candido                        - (siede) Servirmi lei, professore? Il pro­fessore Dolfré! Sapesse la mia ammirazione per lei. Io non so come abbia osato varcare questa soglia. E come osi parlarle.

Dolfré                           - Beh! Osi, osi, parli...

Candido                        - Per due giorni di seguito sono salito fino alla porta del suo studio. Poi son tornato in­dietro...

Dolfré                           - Evidentemente lei è una persona timida.

Candido                        - No... timido, no. Io la conosco.

Dolfré                           - Ah, sì? E dove mi ha conosciuto?

Candido                        - La conosco di fama. Ho anche frequen­tato ultimamente qualche sua lezione all'università.

Dolfré                           - Studia architettura?

Candido                        - No; sono diplomato in ragioneria.

Dolfré                           - E che ha a che fare l'architettura con la ragioneria?

Candido                        - Niente: d'accordo. Ma prima di venirla a conoscere di persona, io ho voluto frequen­tarla, diciamo così, in ispirito. Pensi che ho girato tutta Roma per rintracciare i cantieri dove era scrit­to il nome della sua ditta: « Architetto Gino Dol­fré»... Oh! Il palazzo a via Archimede, che sta per essere ultimato in questi giorni... Che meraviglia! E il pensiero che quell'armonia di linea, è nata dalla sua fantasia è stato un fatto commovente per me...

Dolfré                           - La ringrazio. Infatti, il palazzo a via Archimede è una delle mie cose migliori. Ma mi sorprende che lei si sia disturbato per venirmi a dir questo... Evidentemente lei è venuto anche per qualche altro motivo... Per chiedermi... I giovani... Anche io sono stato giovane...

Candido                        - No, no, professore.. Ecco, lei ha detto: io sono stato giovane...

Dolfré                           - E purtroppo non lo sono più. Mi pia­cerebbe tanto ricominciare...

Candido                        - Ecco... Se lei ricominciasse potrebbe forse evitarsi questa mia visita.

Dolfré                           - Non capisco...

Candido                        - Sì... Perché io le direi: Professore, se ricomincia, non vada ad abitare in quella data casa, in quella strada... Io non oso parlarle, profes­sore... Sapesse il mio ritegno... Ho tanto esitato pri­ma di decidermi... E' una vecchia storia, professore, che lei avrà dimenticato... La strada è via della Croce... La casa è al numero 43, primo piano... Ricorda?

Dolfré                           - Via della Croce? Sì, conosco...

Candido                        - Lei ha abitato a via della Croce, vero?

Dolfré                           - Sì. Mi pare... molti anni fa...

Candido                        - Era tornato dall'Africa...

Dolfré                           - Già.

Candido                        - Quattro mesi in una camera mobiliata presso il dottor Carranza... Ricorda?

Dolfré                           - Vagamente. Ma come sa lei queste cose?

Candido                        - Non ricorda il dottor Carranza? Allora primo segretario al Ministero delle Finanze... E la signora Adelaide Carranza?

Dolfré                           - Sì, ora che lei me li nomina, li ricordo: gentilissime persone...

Candido                        - Lei dopo quattro mesi di permanenza andò a Milano. E' lì che si è iniziata la sua for­tuna: ventiquattro anni fa...

Dolfré                           - Precisamente.

Candido                        - Signor professore... Oh, Dio! Come faccio?! Beh... E' da quella sua sosta in casa mia che son nato io...

Dolfré                           - Come?

Candido                        - Io sono suo figlio...

Dolfré                           - Lei? Oh! questa, poi... E lei è venuto qui per dirmi...

Candido                        - Sì, professore...

Dolfré                           - Senta, giovanotto, io credo che sia op­portuno interrompere questo colloquio.

Candido                        - Perché?

Dolfré                           - Perché?! Perché?! Spero che lei lo ca­pirà senza che io debba mettere i punti sugli « i ». Io sono un uomo che nella vita ha lottato, e si è conquistato il posto che oggi occupa, vincendo tanti ostacoli, con un coraggio... A me, insomma, non la si fa così facilmente... Non mi si mette nel sacco dal primo venuto... Dunque... Consideriamo il suo come uno scherzo di cattivo gusto, e chiudiamo la partita... Io non ho avuto figli con mia moglie, ma avrei considerato figli solo quelli che fossero nati nella mia casa... Mi capisce? Questo per mettere le cose a posto... D'altra parte, lei ha un nome, un cognome... Ha un papà, una mamma: una fami­glia, insomma, un'onoratissima famiglia... Anche se fosse vero quanto afferma, lei dovrebbe serbare questo segreto in sé, per salvaguardare, oltre tutto, la figura morale di sua madre...

Candido                        - E' mia madre che me l'ha confessato.

Dolfré                           - Ha fatto malissimo.

Candido                        - Lei non conosce le circostanze...

Dolfré                           - Quali che siano le circostanze.

Candido                        - Lei non conosce la mia vita...

Dolfré                           - Quale che sia la sua vita... (Con altro tono) Addio, caro... Io, a quest'ora, chiudo la mia giornata di lavoro, prendo una tazza di tè, qui, nello studio, con mia moglie. (Dolfré si è levato dal suo posto e si dirige verso l'uscio a sinistra come per invitare Candido ad andarsene. Candido si è levato anche lui da sedere, ma non si muove).

Candido                        - La mia vita, professore...

Dolfré                           - La sua vita, la sua vita... Che c'entro io con la sua vita?

Candido                        - Mio padre...

Dolfré                           - (distratto) Quale...

Candido                        - L'altro.

Dolfré                           - E' morto?

Candido                        - No...

Dolfré                           - Ah. Be'... Insomma, perché sarebbe venuto lei da me? Ha bisogno di aiuti? Io non vorrei creare precedenti... Tuttavia, una volta tanto...

Candido                        - No... Per conforto...

Dolfré                           - Come?

Candido                        - Conforto... Mi son detto: vado da lui. Ed eccomi qui...

Dolfré                           - Conforto?

Candido                        - Dal giorno in cui sono venuto al mon­do, io sono un perseguitato... Per anni e anni io mi son visto rinfacciare il pane che mangiavo, la camera che occupavo... Che gli ho fatto?

Dolfré                           - A chi?

Candido                        - A lui... All'altro... Mi dicevo: ma per­ché? Io non gli ho mai mancato di rispetto, studio, mai rinviato a un esame, sono un ottimo figliolo... Niente... Quel suo sguardo, quel suo sarcasmo, a ogni mia parola, ad ogni gesto... Anni e anni, sa: ventiquattro anni... Ci si consuma goccia a goccia, ci si dissangua... Il mondo si fa nero, tutto ombre-Si esce di casa come ubriachi e il sole ti fa vacillare. Rifugiato, esiliato in quella piccola camera, che dà sul cortile... col terrore che la mia voce, i miei passi potessero... Capisce? Per una natura sensi­bile... Perché io sono una natura sensibile...

Dolfré                           - Ma lei come ha saputo...

Candido                        - Un mese fa... La sera del mio com­pleanno! Doveva essere una festa in famiglia... L'in­ferno... Finalmente dopo che si era levato da ta­vola, e s'era battuto alle spalle la porta di casa... mia madre non ha retto più e piangendo mi ha rivelato ogni cosa... Un intruso: per ventiquattro anni, un intruso... E quella povera donna!

Dolfré                           - Poveretta...

Candido                        - Pensi che umiliazione... Ma ormai sa­pevo... Da quella sera io non ho pensato che a lei, professore.

Dolfré                           - Grazie. Capisco...

Candido                        - Lei non sapeva?

Dolfré                           - In verità, no... Non credevo che... E sua madre?

Candido                        - Oh! mia madre...

Dolfré                           - Sa che lei è venuto da me?

Candido                        - No. E' un segreto. E' un segreto dell'anima mia. Lo so io solo: lo sappiamo noi due soli... Oh! mia madre non me l'avrebbe permesso. Ma io non ho resistito: son venuto da mio padre.

Dolfré                           - Piano...

Candido                        - No: dico per dire... Per chiarire il mio sentimento... Io non pretendo nulla, professore... Per carità... Ecco: in questo studio, fra questi segni del suo lavoro, io respiro, mi sento sereno, profes­sore; mi pare di aver riacquistato i miei anni. Le sono tanto grato... Me ne vado, professore. Tolgo il disturbo... Conforto! Una visita: m'è bastata una visita: ora non mi vedrà più...

Dolfré                           - (mentre Candido si avvia verso l'uscio) Un momento... Un momento. Ammettiamo che io creda alle sue parole... Lei ha messo ventiquattro anni per venire qui, vorrà concedermi ventiquattro ore per orientarmi... per riavermi... Intanto la auto­rizzo a telefonarmi. È se posso esserle utile in qual­che cosa... Insomma, voglio che si rassereni e si riprenda. Questo sì... Tutti siamo stati giovani. Ab­biamo avuto le nostre traversie. Ma si superano. Si superano coraggiosamente. Intesi, eh!... Il suo nome?

Candido                        - Candido...

Dolfré                           - Piacere...

Candido                        - (congedandosi) Onoratissimo. (Esce, dopo un inchino).

Dolfré                           - (solo) Candido!... Ma guarda un po'... (Dopo una breve pausa Dolfré suona il campanello. Appare dalla destra il domestico).

Il Domestico                 - Comandi...

Dolfré                           - Dica alla signora se vuol venire...

Il Domestico                 - Sissignore... (Esce. Dalla porta di sinistra appare l'usciere dello studio).

L’Usciere                      - Posso andare? Faccio le pulizie, eppoi...

Dolfré                           - Sì, sì... E domattina alle otto, pronta la macchina... Vado in cantiere...

L’Usciere                      - Sissignore.

Dolfré                           - E quando sono scoccate le sei, è inu­tile insistere per far passare gente.

L’Usciere                      - E' stato lei...

Dolfré                           - Stiamo alla regola. Dopo le sei non ricevo. Va pure... (L'usciere s'inchina, esce. Entrano dalla destra Paoletta seguita dal domestico col ta­volino del tè).

Paoletta                         - (va verso il marito, lo abbraccia) Ci hai fatto aspettare...

Dolfré                           - Scusami, cara. Qui non si finisce mai. (Entra dalla destra la signora Castiglia) Ah! Ci siete anche voi?

La Signora Castiglia     - Ti dispiace?

Dolfré                           - No. Buon giorno, cara suocera.

La Signora Castiglia     - Tu mi chiami sempre suocera...

Dolfré                           - Vi ho già spiegato... Come volete che chiami « mammà » una quasi coetanea? Bisognereb­be decidersi: o aumentate voi gli anni, o li dimi­nuisco io...

La Signora Castiglia     - Tu? Tu sei un ladro di primavere...

Paoletta                         - (che intanto pre-para il tè) Dolfré è il più giovane di tutti noi...

Dolfré                           - Grazie... Se lo dici tu...

Paoletta                         - (offrendo la tazza col tè a Dolfré) Questa per te... Scusami, mamma, se servo prima lui...

La Signora Castiglia     - Fa' pure, cara... E' lui che lavora. Eppoi è il gallo del pollaio.

Dolfré                           - (un po' risentito) Ah! Ah! Ci siamo! Perché quando voi vi avviate a parlare di galli... Se non vi ho reso nonna... E con questo?

Paoletta                         - Ma noi siamo felici anche senza figli.

Dolfré                           - Già. Scusami, Paoletta. Scusatemi, si­gnora Castiglia. (Beve in silenzio il tè. Le due don­ne si guardano rapidamente).

Paoletta                         - Sei nervoso?

Dolfré                           - No, cara.

Paoletta                         - Sei un po' stanco. Tu lavori troppo, Gino...

La Signora Castiglia     - A che scopo, poi? (A uno sguardo di Dolfré) No, dico, alla tua età... Niente... Lì, al chiodo, dalla mattina alla sera...

Dolfré                           - (marcando le sue parole, quasi sillabandole) Signora Castiglia, per sua regola e norma, io alle sei, quando mi è possibile, chiudo bottega, e mi raccolgo qui, in pace, con mia moglie e prendo il tè. Ogni settimana, al pomeriggio del sabato, mia moglie sale in automobile, una «Aurelia fuori se­rie», spesso invito anche voi, e si passa il week­end in campagna o al mare. La sera si pranza quasi sempre fuori casa... teatri, concerti... A vostra figlia non manca niente: gioielli, vestiti, servitù, villeg­giatura...

La Signora Castiglia     - E tu che vai e vieni, e scappa e fuggi... Giustificherei questo tuo accani­mento se non foste soli e tu dovessi accumulare...

Dolfré                           - Ah! Ah! Sentite, signora Castiglia...

Paoletta                         - (che dal tono della voce e dalle parole avverte l'inalberarsi di Dolfré) Ma Gino... Oh, Dio! Chi lo ferma più, ora...

Dolfré                           - No, lasciami dire... Ho la sensazione che voi ogni volta vogliate dirmi: Caro Dolfré, quando si hanno i capelli grigi non si sposa una ragazza dell'età di Paoletta; per creare un giusto equilibrio, avrei forse dovuto sposare voi? No, mi rifiuto...

La Signora Castiglia     - Ma io non volevo offen­derti... Vedi, Paoletta? Io stavo per rincasare. Tu mi hai costretta a trattenermi. E allora io vi rin­grazio della tazza di tè, e me ne vado.

Paoletta                         - Gino, ma questo non è possibile.

La Signora Castiglia     - No, no, no... Ti ripeto: non gli serbo rancore, ma sento che ogni tanto bi­sogna creare delle paratie-stagno, come dice lui... sono utili, necessarie. E' giunto il momento... Vi siete sposati, siete felici. Tu offri a mia figlia tutti gli agi...

Dolfré                           - L'amore offro: ricambiato...

La Signora Castiglia     - E chi lo nega... Ma ogni sei, sette mesi si determina la crisi...

Paoletta                         - Mi pare che tu stia esagerando, mam­ma...

La Signora Castiglia     - No, no... Rispetto i nervi, i sussulti, le suscettibilità... E aspetto, lassù, che ti sia passata... Addio, Paoletta, addio Dolfré. Terzo piano. (Esce rapida).

Paoletta                         - Ecco, Gino, ma perché fai così... Ed io debbo mettere pace sempre. (Paoletta fa per av­viarsi verso l'uscita donde è uscita la signora Casti­glia: all'uscio di sinistra si affaccia l'usciere. Pao­letta si ferma).

L’Usciere                      - Scusi, professore...

Dolfré                           - Che vuoi?

L’Usciere                      - Io avevo finito le pulizie... Ma hanno suonato alla porta.

Dolfré                           - Non ci sono per nessuno.

L’Usciere                      - Sissignore: l'ho detto. Ma un signore è entrato, si è seduto nell'anticamera e non vuole andarsene.

Dolfré                           - Mandalo al diavolo.

L’Usciere                      - Sissignore. Ma dice che ha urgenza di parlarle. E' un commendatore. Il commendator Carranza.

Dolfré                           - Come?

L’Usciere                      - Se ho capito bene: Carranza...

Paoletta                         - Non preoccuparti di me, Gino... Mi richiamerai... Lo conosci?

Dolfré                           - Mai visto.

L’Usciere                      - Allora?

Paoletta                         - (all'usciere) Fatelo entrare... Arrive­derci, amore... Io provvedo a rabbonire la mamma. (Esce dalla destra).

L’Usciere                      - Lo faccio entrare? (Ma sull'uscio è già apparso Carranza) Ah! Eccolo... (Carranza è un uomo tetro, pallido, con la barba brizzolata. Si fer­ma ed esita prima di parlare. L'usciere esce).

Carranza                       - Mi riconosce?

Dolfré                           - Sì, cavaliere.

Carranza                       - Commendatore... In trent'anni di car­riera mi spettava.

Dolfré                           - S'accomodi, commendatore.

Carranza                       - Grazie! Preferisco stare in piedi... So­no in ferie... Da cinque giorni occupo il mio tempo a seguirlo... Perché non mi piace...

Dolfré                           - Chi?

Carranza                       - Mio figlio... Ieri e avant'ieri... al po­meriggio ha varcato la soglia del suo portone, ma è subito tornato indietro... oggi, però... Che cosa è venuto a fare qui?

Dolfré                           - (che si è ripreso) Ah, suo figlio!? Ecco: la nostra ditta aveva pubblicato un annuncio eco­nomico sul « Messaggero » perché abbiamo bisogno di un ragioniere... E allora... Il giovane ha letto l'annuncio...

Carranza                       - E per discutere di ragioneria c'è bi­sogno di un'ora...

Dolfré                           - Sa... quando mi ha detto il suo nome, abbiamo parlato della sua famiglia, dei suoi studi... Una parola tira l'altra...

Carranza                       - Ah! Lei ricorda la mia famiglia?

Dolfré                           - Eh! Diamine...

Carranza                       - Anch'io mi ricordo di lei... Dunque, mio figlio le avrebbe chiesto- di essere assunto... Non ce n'è bisogno, signor ingegnere... Mio figlio riuscirò a impiegarlo io, a mezzo delle mie cono­scenze. Non se ne occupi. E' questa la mia pre­ghiera...

Dolfré                           - Come crede...

Carranza                       - Intesi? Non ho altro da dirle.

Dolfré                           - Ma scusi...

Carranza                       - Basta... (S'inchina ed esce, funebre, cavie è entrato. Dolfré lo guarda sbalordito: rompe in un gesto di fastidio. Suona il campanello, appare l'usciere).

Dolfré                           - Ma, insomma: voi dovete eseguire gli ordini, altrimenti vi licenzio...

L’Usciere                      - Io credevo che quel signore volesse acquistare un appartamento...

Dolfré                           - Non è signore che acquista apparta­menti, quello... Va', va'. (L'usciere esce. Dolfré siede in una poltrona presso il tavolino da tè. Pausa. Si ode bussare alla porta di destra). Avanti... (Entra Paoletta).

Paoletta                         - L'hai già liquidato?

Dolfré                           - Sì, cara... Dammi un'altra tazza di tè.

Paoletta                         - Ma l'acqua sarà fredda.

Dolfré                           - Non importa.

Paoletta                         - Se vuoi posso farne scaldare dell'altra.

Dolfré                           - No, no... Va bene così... Grazie, Pao­letta. (Paoletta offre il tè a Dolfré che lo beve d'un fiato) Ah! Ottimo... Avevo un'arsura... (Paoletta toglie la tazza a Dolfré e la posa nel vassoio. Poi sì avvicina a suo marito con molta grazia).

Paoletta                         - Ed ora ti si può rivolgere la parola?

Dolfré                           - Non esageriamo, Paoletta... Io sono pronto a salire al terzo piano, a chiedere perdono a tua madre, a sollevarla di peso, a riportarla qui...

Paoletta                         - Non è necessario. La mamma si cal­merà. Le ho già telefonato... Tuttavia...

Dolfré                           - Di'...

Paoletta                         - Tu sei ingiusto con mia madre... E' una brava donna... Ti apprezza... Ti stima.

Dolfré                           - Tua madre non perde occasione per darmi del cappone! Ed io non sono un cappone...

Paoletta                         - Lo so...

Dolfré                           - Ecco. Eppoi: il fatto che mi abbia messo in condizione di essere il solito genero che detesta la solita suocera, mi irrita... Questo nostro matrimonio è una musica: perfetto... Ebbene, ogni tanto c'è lei con il suo violino, ma che violino, col suo contrabbasso, col suo oboe, con la sua tromba, a inserire una nota stonata... Mi lacera gli orecchi. Avrebbe voluto che la mia casa fosse un brefo­trofio...

Paoletta                         - Ma no, caro... Come tutte le donne d'una certa età...

Dolfré                           - Va in cerca di minorenni...

Paoletta                         - Gino...

Dolfré                           - Scusami... Mi correggo: di poppanti. Ed io invece benedico il Signore che non mi abbia mandato figli... Tranne che questo rimpianto non sia in te... Perché, allora, dovrei pensare che, men­tre con me... con tua madre state a parlare sempre di cuffie, di bavaglini e di culle... Che te ne fai dei figli? Li tiri su, fino a vent'anni... Eppoi? Ap­pena possono avviarsi per una vita autonoma, addio genitori... Ed è logico: Iddio ci ha messo gli occhi sotto la fronte. Se avessimo dovuto preoccuparci di quelli che ci precedono ci avrebbe messo un occhio qui - (indica la fronte) ed uno qui  (indica la nuca). Invece tutti e due qui: a guardare avanti. Quest'og­gi, per dirtene una, è venuta in studio la signora Staffino... Sì, l'ho conosciuta tanti anni fa, quando aveva una casa magnifica a via della Croce... No... a piazza Montecitorio... Donna avvenente con un marito che era un bravo avvocato...

Paoletta                         - Le hai fatto la corte?

Dolfré                           - Si capisce... Ma oggi è coetanea di tua madre. Dunque: due figlie... Sposate le figlie, sai dove si riduce la signora Staffino? In un appartamentino del nostro « Residence palace »: due ca­mere e servizi. Ed io le ho consigliato di acqui­starlo, perché... perché al pomeriggio, giù nei sa­lotti, giocano a canasta... e a sera si balla. E questo può colmarle la vita.

Paoletta                         - Sicché ad averli o a non averli... E' la medesima cosa.

Dolfré                           - A non averli si evitano delusioni... Del resto, a pensarci bene, i figli, come i genitori, i fratelli, i parenti tutti, insomma, bisognerebbe po­terli scegliere. Io, per esempio, non sono parente di tua madre. Tu dovresti cambiar madre... E non ero parente di mio padre... La mamma, eh! sì, la mamma sì. Ma mio padre, bravissima persona, non ci siamo mai capiti. L'unica autentica parente è la moglie, poiché te la scegli a tuo rischio e pericolo. Io ho scelto te...

Paoletta                         - Ed io ho scelto te.

Dolfré                           - Ecco, perfetto: una musica... (Dolfré si è avvicinato alla moglie che è seduta in una poltrona: siede sul bracciolo; teneramente l'abbraccia. Paoletta è contenta).

Paoletta                         - Ginucchio mio...

Dolfré                           - Giusto: la parte per il tutto...

Paoletta                         - Posso chiederti un favore?

Dolfré                           - Ciò che vuoi.

Paoletta                         - Non insistiamo su certi argomenti... Se ne parla mai, noi due? Io non sono d'accordo con te sulla teoria dei figli e dei padri d'elezione... Pur riconoscendo taluni difetti di mia madre, pur dissentendo in tante cose da lei, le voglio bene... Sarà il sangue... Credo che esista anche questa legge che è più forte di noi...

Dolfré                           - L'abbiamo inventata noi uomini: guar­da le bestie che sono genuine, natura... Superato il momento della prima nutrizione, non si conoscono più.

Paoletta                         - Gino, basta... Tu per sostenere un tuo paradosso, saresti capace... (con altro tono) Via: che facciamo stasera?

Dolfré                           - Ciò che più aggrada alla nostra si­gnora...

Paoletta                         - Si va in macchina a Monte Cave? Si pranza e si sta a godersi il fresco sino a tarda notte. Tu vivi troppo tra Piazza di Spagna e i tuoi cantieri... Sole e polvere... Non capisco perché, dopo tante case che abbiamo costruite nei quar­tieri più ariosi di Roma, non abbiamo pensato a trasferirci in un attico, non so, a Via Archimede...

Dolfré                           - . Te l'ho detto tante volte. Anzitutto perché professionalmente è utile avere il proprio studio al centro di Roma... Eppoi perché Piazza di Spagna è la mia pista di lancio... Sì, tanti anni fa... (Va verso il finestrone di fondo: tira la tenda, apre i battenti: affare la Trinità dei Monti) Sì, solo... su quelle scale., dopo la mezzanotte... Avevo pranzato in una trattoriola dove erano ammesse le mezze porzioni... Una fame a quell'ora!... E dissi: no, non si può seguitare a far la fame! Abitavo a Via della Croce. Una camera che dava sul cortile. Sentii Roma come una nemica, una città di pe­landroni, di politicanti, d'impiegati... Città di turi­sti e di poeti fannulloni... Decisi di partire. Vado a Milano...

Paoletta                         - E perché Milano?

Dolfré                           - Perché c'è la nebbia, la neve, il freddo... E il sole non t'incanta... Si è costretti a star chiusi... E quando stai chiuso, che fai? Lavori... Basta un po' d'iniziativa e un po' d'ingegno e li freghi tutti... Mi son fatte le ossa e son tornato a Roma, e qui li frego tutti... Ma se a te fa piacere trasferirti in I un'altra casa,' non hai che a dirlo, cara... Vuoi? Metto a tua disposizione l'attico di Via Archimede... ; C'è chi dice che sia il progetto mio migliore... Sì... E' molto ammirato... Oggi stesso me ne hanno parlato con un entusiasmo... Da gente che capisce l’architettura, e viene qui per dirmi: L'idea che quella armonia di linee sia uscita dalla sua fantasia, è uni fatto commovente... Parole testuali...

Paoletta                         - Un'ammiratrice?

Dolfré                           - No: un ammiratore... un giovane di molto ingegno... (Squilla il telefono. Paoletta stacca il ricevitore).

Paoletta                         - Pronto? Ora veggo se è a casa... Il suo nome? (A Dolfré, chiudendo con la mano il ricevitore) Candido... Chi è?...

Dolfré                           - (con un balzo è al ricevitore) Da' qui...! Pronto... Sì, sì... Dal salumaio? Ah! Ho capito... Ma non c'è da scusarsi... Sono cose che capitano... No, niente... E' stato un po' rigido, ma correttis­simo... Si rassereni, prego, si rassereni... Grazie pei avermi telefonato... Come?... Non sento bene... Non faccia quella voce lamentosa... Sensibilità, sta bene...; Perbacco, a ventiquattro anni... E va bene: in quin­dici giorni si rivolta il mondo... Conforto, sì, con­forto... Ho capito: stia calmo... (Interrompe la telefonata) Questo, per esempio, il padre se lo sarebbe scelto bene... Ma c'è stato uno scambio di persona...

Paoletta                         - Scusa... chi è?

Dolfré                           - Eh, so io...

Paoletta                         - Chi è, Gino. Perché non rispondi?

Dolfré                           - Chi vuoi che sia... Il mio ammiratore...! Del resto vuoi che te lo dica? Fra me e te noni ci sono né ci debbono essere segreti: è mio figlio...

Paoletta                         - (d'un balzo) Come?

Dolfré                           - Mio figlio, sì... Ma niente paura... Am­ministrazione pre-coniugale...

Paoletta                         - Tu hai un figlio? E non me l'hai mai detto? Gino!... In sette anni di matrimonio, tu mi hai ingannata, tu che dici di non avere segreti per me...

Dolfré                           - Nessun inganno! Non lo sapevo neppure io...

Paoletta                         - Ma che dici? Che storia è questa...! Oh! Gino... Questo non me l'aspettavo: non me l'aspettavo... Io me ne vado da mia madre... Tutto è finito tra noi... (Piangendo fa per uscire) Un'al­tra famiglia... Avevi un'altra famiglia...

Dolfré                           - Ma no, cara... Non lo sapevo neppure io, un'ora fa... Mi è nato un'ora fa...

Paoletta                         - Ma se ha ventiquattro anni.

Dolfré                           - Sì, ma mi è nato un'ora fa... Tu non vorrai crederlo, ma è così. E quando ti avrò detto tutto capirai... Vieni qui... Tanto, prima o dopo, te ne avrei parlato, è bene sbrigarsela subito... (Quasi paterno) Anzitutto credi che se io fossi in colpa verso di te ti avrei dato così, a bruciapelo, questa notizia? Rispondi...

Paoletta                         - (con le lagrime in gola) Non lo so...

Dolfré                           - Ho sbagliato a non prepararti... Ma posso parlartene con lealtà poiché non ho nulla da nasconderti e nulla da rimproverarmi nei tuoi riguardi... Sia ben chiaro... nulla da rimprove­rarmi... Io sono stato eletto padre un'ora fa... Te lo giuro: lo giuro su quanto io abbia di più sacro: su di te...

Paoletta                         - Se lo giuri su di me... E tuttavia non capisco...

Dolfré                           - Ed io sono qui per spiegarti, per illu­minarti... E te ne parlo anche per chiederti consiglio: tu sei anche la mia collaboratrice e sai che d'ogni fatto della mia vita io t'informo, perché la tua parola, specialmente nei momenti, diciamo così, cruciali, mi vale di guida e d'orientamento...

Paoletta                         - Vorrei tanto crederti, Gino... Ma sono così scombussolata... Non mi raccapezzo... E porta il tuo nome questo bambino?

Dolfré                           - Ma non è un bambino...

Paoletta                         - Ah! già... scusa...

Dolfré                           - E' un giovanotto alto, non so, un metro e settanta all'incirca... quanto me... Il padre invece è molto più basso...

Paoletta                         - Chi padre?

Dolfré                           - L'altro: quello di cui porta il nome...

Paoletta                         - L'ha adottato?

Dolfré                           - No, cara... Insomma: è il figlio d'un corno, fatto ventiquattro anni fa, a un segretario del Ministero delle Finanze, allora cavaliere, oggi commendatore, domiciliato in una casa a Via della Croce quarantatre, primo piano... Per delicatezza non faccio nomi... Questo figlio, poiché un corno può produrre anche un figlio, anche lui, poverino, ha saputo in questi giorni di essere nato da una breve mia sosta in casa sua...

Paoletta                         - Chi gliel'ha detto?

Dolfré                           - Sua madre...

Paoletta                         - Ma questa è una madre infame...

Dolfré                           - No: è una disgraziata... disgraziata lei, disgraziato lui... Perché il padre, l'altro, è un'au­tentica carogna... Da ventiquattro anni perseguita questo ragazzo... E allora, il ragazzo, dopo la rive­lazione, dapprima ha esitato, si è tormentato, eppoi è venuto dal suo autentico padre...

Paoletta                         - Che saresti tu...

Dolfré                           - Già...

Paoletta                         - E’ tu ci hai subito creduto...

Dolfré                           - Io? Ho parato subito il colpo... Ma poi... Senti: quando l'ho visto entrare, mi son detto: Ma chi è questo? Mi pareva di conoscerlo... E' tale e quale a me quando avevo vent'anni... Sull'autenticità non c'è dubbio... E sulla veridicità delle sue parole ho avuto due conferme: prima l'arrivo del padre.

Paoletta                         - E' venuto anche il padre?

Dolfré                           - Sì: il falso padre... Da tre giorni lo spiava... Era in ferie, e invece di andarsene a godere il fresco a Villa Borghese, seguiva non visto suo figlio... Forse si sarà insospettito. Certi uomini hanno il fiuto dei segugi... Braccano i pen­sieri degli altri... Severo e tetro, come allora; con la barba un po' brizzolata...

Paoletta                         - Ha la barba?

Dolfbé                          - E' logico... Voleva che gli rendessi conto della visita di suo figlio... Io gli ho inven­tato, così, su due piedi, un annuncio sul « Mes­saggero » per un posto di ragioniere nel nostro ufficio; il ragazzo è ragioniere. Quello è andato difilato a controllare la collezione del giornale... E ha messo alla porta suo figlio... quindici giorni di tempo; come una serva... Il quale, poi, era venuto da me per conforto... Soltanto per conforto...

Paoletta                         - E che c'entra il salumaio?

Dolfré                           - Ha dovuto telefonarmi dalla bottega di un salumaio... Perché, da casa, come faceva...

Paoletta                         - Questo mi pare un romanzo d'ap­pendice...

Dolfré                           - Infatti...

Paoletta                         - Ma non potevi farne a meno, Gino...

Dolfré                           - Di che?

Paoletta                         - Allora...

Dolfré                           - Ero tornato dall'Africa... Abituato alle razzie... Non avevo un soldo in tasca.

Paoletta                         - Era una bella donna?

Dolfré                           - Bah! Era una donna...

Paoletta                         - L'hai amata?

Dolfré                           - Ma va'... Partii per Milano, non scrissi mai, non ci pensai più.

Paoletta                         - Voi uomini...

Dolfré                           - Hai ragione: porci... Porci e irrespon­sabili... Una donna - più o meno     - ti piace, la prendi; a volte la prendi anche se non ti piace, e di quello che capita poi... D'altra parte « tu », quando bene o male ti è venuto in casa un figlio, che poi non è colpevole d'essere nato, e chiudi un occhio, e metti la firma d'avallo! No: il giudice, l'aguzzino... Ogni ora, da quando ti svegli a quando ti addormenti, a ripeterti: Me la pagherete l'uno e l'altra... Finché lei non ne può più e dice al figlio: Senti, ragazzo mio, tutto ciò accade perché io in un momento della mia vita mi sono abban­donata nelle braccia di un uomo che non era tuo padre... E chi è quest'uomo? Questo porco e que­sto irresponsabile... Io...

Paoletta                         - Non drammatizzare, Gino...

Dolfré                           - No... denuncio la norma che regola questi rapporti umani...

Paoletta                         - E ora che farai?

Dolfré                           - Ah! Non so...

Paoletta                         - Però... Che nome... Candido.. Chissà chi gliel'ha dato, il padre o la madre?

Dolfré                           - La madre... Il padre lo avrebbe chia­mato Attila, o Lorenzo, sperando che finisse sulla graticola... E sapessi come gli sta bene. E' il suo vero nome... non si può chiamare che così. C'è chi si chiama Generoso ed è avaro, Bruno ed è biondo, Otello e non è geloso... Lui è proprio Candido...

Paoletta                         - E candidamente si è presentato a te...

Dolfré                           - L'avessi visto... Conforto!

Paoletta                         - Se non fosse capitato a te sarebbe un caso divertente...

Dolfré                           - Il guaio è che è capitato a me... (Pao­letta tace. Poi farla con molta calma e dolcezza).

Paoletta                         - Perché non me lo fai conoscere, Gino...

Dolere                           - Come?

Paoletta                         - Fammelo conoscere...

Dolfré                           - Ma no...

Paoletta                         - Dico sul serio...

Dolfré                           - No: lascia andare, non complichiamo le cose...

Paoletta                         - Se non ti fa piacere e non lo trovi opportuno...

Dolfré                           - Perché, poi, dovrei fartelo conoscere?

Paoletta                         - Sono tua moglie, ormai sono a cono­scenza di questa storia, e sento il dovere di starti accanto... Dopo sette anni di matrimonio vuoi che non conosca le previsioni del tempo che riguardano la tua vita?.., «Mari agitati con agglomeramento di nubi all'orizzonte». Sì: sei agitato...

Dolfré                           - Io no...

Paoletta                         - Sì... Ti è. cascata una tegola sul capo... Si sono presentati oggi il figlio e il padre, domani è probabile che si presenti la madre... E' quanto basta, ad onta dei tuoi paradossi, a farti uscire dai gangheri...

Dolfré                           - Vuoi che mi spaventi, io?

Paoletta                         - Tu hai sempre detto, e te ne sono grata, che io sono una donna intelligente... Bene: le donne intelligenti si rivelano in queste occasioni. D'altra parte fra noi due io posso guardare con una maggiore obiettività le cose... Ecco perché chiedo di conoscere questo ragazzo che dice di essere tuo figlio...

Dolfré                           - E' mio figlio...

Paoletta                         - D'accordo... Ammettiamo che sia tuo figlio... Ma potrebbe anche essere un imbroglioncello che s'è messo d'accordo col padre e con la madre, e tirano a giocare Gino Dolfré...

Dolfré                           - Impossibile...

Paoletta                         - E' la prima volta che accade? Hai chiesto il mio consiglio: come potrei dartelo senza prima aver controllato... Allora il mio intervento non è inutile... Oltre tutto m'incuriosisce conoscere un tuo figlio...

Dolfré                           - Ti assicuro che non ci faccio una brutta figura...

Paoletta                         - Meglio così... E allora telefoniamogli...

Dolfré                           - A chi?

Paoletta                         - A Candido...

Dolfré                           - Per che fare?

Paoletta                         - L'invitiamo a pranzo... Non qui: in un ristorante...

Dolfré                           - Sei matta... Ci vedremmo apparire a tavola il segugio... Eppoi: dove gli telefoniamo, se era dal salumaio?

Paoletta                         - Lasciami fare... (Paoletta va verso un tavolino e prende l'elenco dei telefoni) Si chiama?

Dolfré                           - Ma lascia andare, Paoletta...

Paoletta                         - Si chiama?

Dolfré                           - Carranza... Via della Croce...

Paoletta                         - (sfogliando l'elenco) Carranza... Car­ranza... Ecco... Lo chiamo io... Una voce di donna non dà sospetti... Avrà un'amica, una compagna di scuola, una parente...

Dolfré                           - E che ne so io...

Paoletta                         - (che intanto ha formato il numero) Pronto... Pronto... Scusi, c'è il signor Candido... (Paoletta rimane esterrefatta alla risposta. Guarda Dolfré. Dolfré le toglie di mano il ricevitore. Ascol­ta anche lui, con meraviglia. Poi bruscamente in­terrompe la telefonata).

Dolfré                           - (sdegnato) E' una carogna, te l'ho detto... Ora isola la casa: monta la guardia al telefono... Eppoi dici che non è mio figlio... Basta la con­dotta di suo padre per dimostrare che è mio figlio... (Poi, subito, con decisione) Ma ora lo metto al posto, io...

Paoletta                         - Gino, che fai...

Dolfré                           - (leggendo il nome dì Carranza nell'elenco eh'è rimasto aperto sul tavolino alla lettera C) Carranza... Carranza...

Paoletta                         - Ti proibisco, Gino... Ti prego...

Dolfré                           - (al telefono) Lasciami fare... Pronto... Pronto... Parla l'architetto Dolfré... Desidero che appena torna a casa, se in questo momento sia as­sente, il signor Candido Carranza telefoni al mio numero... Prenda nota del numero: settantotto, ventisette, quarantacinque... Lei, oggi, è venuto da me, sissignore... lo l'ho accolta gentilmente... Ho mentito per pietà: per non toccare certe sue ri­spettabili suscettibilità... Ma lei non ha capito: eh! no, non ha capito... Ha letto il «Messaggero»? Doveva tacere come ha fatto per ventiquattro anni... Desidero parlare con nostro figlio... con mio figlio... Sissignore... mio figlio. Confesso l'adulterio? Ne prenda atto e agisca di conseguenza... Lo scaccia questa sera stessa di casa? Fa benissimo... E' quello che desidero... Del resto suo figlio è fuori tutela... Dispone di sé... Si opporrà? A che cosa? Ah! ah! ah! Non mi faccia ridere... Lo ospito io... In un appartamentino, qui, a Piazza di Spagna, porta a porta con la mia casa... Lei afferma che le mie costruzioni sono fatte con mura di ricotta... E mi son fatto ricco con le mura di ricotta?... La que­relo per diffamazione... Oh! Finalmente... L'uno di fronte all'altro... Dopo tanti anni... (Interrompe la telefonata).

Paoletta                         - (disperata) Oh! Gino... Non ti pare che sarebbe stato meglio d'invitarlo a pranzo...

Dolfré                           - No: battaglia a viso aperto...

Paoletta                         - E se mi fosse antipatico?...

Dolfré                           - (vano) Non è possibile... E' tale e quale a me...

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La scena: un salotto in casa Dolfré. E' una grande camera di soggiorno di stile modernissimo, tutta angoli con divani e poltrone e tavolini. Quadri astratti, tinte vivaci. Quando s'alza la tela, Pao­letta dispone in alcuni vasi dei fiorì. Entra rapido Dolfré, da una porta a sinistra, seguito da un commesso. Mattino inoltrato.

Dolfré                           - (a Paoletta) Fammi il piacere, sbrigala tu questa faccenda... hanno mandato i campioni... Scegli e ordina...

Paoletta                         - Non potremmo farlo insieme?

Dolfré                           - Debbo recarmi in cantiere con la si­gnora Staffino... S'è decisa... Vado e torno... Del resto mi affido al tuo gusto... S'è svegliato?

Paoletta                         - Credo di sì. Ora lo farò chiamare per la colazione.

Dolfré                           - Io torno subito... (Con intenzione) E grazie...

Paoletta                         - Di che?

Dolfré                           - (con lieve commozione) Di tutto... (Al commesso) Allora... La signora deciderà... Arrive­derci... (Esce dalla sinistra).

Il Commesso                 - (indicando alcune staffe) Posso?

Paoletta                         - Sì, sì... faccia pure... (Il commesso svolge alcuni rotoli di cinz e li dispone su alcune seggiole. Paoletta osserva le stoffe. S'indugia. Giudica) Cinz?

Il Commesso                 - Sì... lavabile... inglese...

Paoletta                         - Questo è un po' troppo da camera per signorina... (Contempla una stoffa che ha i colorì meno vivaci) Questo... sì. Scelgo questo. Con le caravelle...

Il Commesso                 - Sta bene signora... Si vede che lei è persona di buon gusto...

Paoletta                         - Io, se mio marito me lo consentisse, farei di professione l'arredatrice... Lo fanno tante signore che farebbero meglio a occuparsi di cucina...

Il Commesso                 - Sapesse...

Paoletta                         - Lo so, lo so...

Il Commesso                 - Del resto la moglie dell'archi­tetto Dolfré è logico che...

Paoletta                         - Mi ha permesso di metter su, a mio modo, soltanto questa casa...

Il Commesso                 - (volgendo uno sguardo intorno) Bellissima...

Paoletta                         - (rispondendo distratta mentre seguita a contemplare il cinz) Graziosa...

Il Commesso                 - E allora... Io oggi stesso prov­vedere per la consegna del cinz al tappezziere... Quanti metri?

Paoletta                         - Venti... Non perda tempo, perché desidero che domani poltrone e divani siano a posto...

Il Commesso                 - Non dubiti, signora... Ossequi... (Mentre il commesso raccoglie e arrotola le stoffe, Paoletta suona il campanello. Appare a destra il domestico).

Il Domestico                 - Comandi?

Paoletta                         - Accompagni il signore, poi torni qui. (Il domestico dà il passo al commesso ed esce. In­tanto Paoletta dispone nei vasi gli ultimi fiorì. Il domestico rientra) Il signor Candido s'è svegliato?

Il Domestico                 - E' più d'un'ora... ha già preso il caffè ed ha fatto il bagno...

Paoletta                         - Bene, bene... Allora la colazione per due... Ditegli che lo aspetto.

La voce di Candido di dentro           - E' permesso?

Paoletta                         - Oh! Eccolo qui... Avanti...

Candido                        - (entra dalla sinistra, va verso Paoletta e le bacia le mani) Come sta, signora?...

Paoletta                         - Benissimo...

Candido                        - Ha dormito bene?

Paoletta                         - Magnificamente... E lei?

Candido                        - Anch'io... Ho aperto la finestra alle otto sulla Trinità dei Monti... Che meraviglia... Che spettacolo... (Il domestico lo guarda con in­tenzione).

Paoletta                         - Ma vedrà: quando avremo messo in ordine il suo appartamentino... La finestra s'apre su Villa Medici... Io avevo dato ordine che la chiamassero... Vogliamo fare insieme la prima cola­zione?...

Candido                        - Con piacere, signora...

Paoletta                         - (al domestico) Allora... qui...

Il Domestico                 - Sì, signora...

Paoletta                         - E molta marmellata... (Il domestico esce) Mi sono accorta che le piace la marmellata...

Candido                        - Sì, è vero... Ma non vorrei disturbare...

Paoletta                         - Che disturbare? Mi dispiace, piut­tosto, che Gino non possa partecipare a questi sim­posi mattutini... Ma, caro Candido, il lavoro! E' un uomo che non ha un momento di riposo...

Candido                        - L'ammiro tanto...

Paoletta                         - Ha ragione... E' un esempio per lei..,

Candido                        - Non si può fare paragone: io sono niente...

Paoletta                         - No, no... Anche lei ha le sue qua­lità... La modestia, per esempio...

Candido                        - Non posso essere che modesto...

Paoletta                         - Questa è una esagerazione... Ad ogni modo, dove li mette quelli che dovrebbero essere modesti e non lo sono? E mi dica: la servitù... E' contento?

Candido                        - Perfetta...

Paoletta                         - Io ho dato ordini che sia trattato da persona di famiglia...

Candido                        - Grazie... Ma è troppo per me... Io in verità, non ci sono abituato... Noi avevamo una donna a mezzo servizio...

Paoletta                         - Strano, col posto che occupa suo padre...

Candido                        - E' collezionista...

Paoletta                         - Di che?

Candido                        - Di francobolli... Naturalmente ne cerca sempre di più rari e costano molto... Eppoi...

Paoletta                         - Dica...

Candido                        - Ormai lei sa tutto... Credo che di proposito imponesse a mia madre di far da cucina... Io ho sempre dovuto riassettare la mia camera... Ogni mattina... Nessuno mai mi ha pulito le scarpe... Non può immaginare - permetta che glielo dica - che effetto mi fa trovarmi, al mattino, die­tro l'uscio della camera, le scarpe belle e lucidate...

Paoletta                         - Forse voleva educarla a una vita, non so, rigida, autonoma...

Candido                        - Questo l'ho creduto per molto tempo... Un uomo deve abituarsi a non dipendere da nes­suno... Ma poi... Eh! No... non era per questo, signora... Tutto per i francobolli, e niente per noi... La sua famiglia è stata la « collezione » di franco­bolli... Certo che quando' si chiudeva nel suo sga­buzzino con i suoi album, una lampada con la campana verde sul tavolino e una lente d'ingran­dimento, io e mia madre trovavamo la pace... Che silenzio!... (Resta in contemplazione del suo ri­cordo).

Paoletta                         - (quasi destandolo) Prego... dimentica la marmellata...

Candido                        - Già, scusi... (Prende una fetta di pane e la spalma a più riprese di marmellata. Addenta vigorosamente la tartina, sotto lo sguardo compia­ciuto di Paoletta).

Paoletta                         - Ora però è tutto cambiato...

Candido                        - (col boccone in bocca) Già! speriamo!...

Paoletta                         - Come speriamo? (Guarda Candido che ha già ingoiato la tartina, e che ora scuote mélanconicamente il capo) Ah! capisco... sua ma­dre...

Candido                        - Ci penso sempre... lui, no; lui, certa­mente, è contento. Sì è levato dai piedi - scusi il termine - un intruso... ma mia madre... (Si commuove).

Paoletta                         - Sua madre capirà! Ciò che accade è per il suo bene...

Candido                        - Oh, se lo capisce... E' stata lei che, quella sera, mi ha fatta la valigia... ma piangeva... Poi, quando sono stato sulla soglia della porta, ha preso coraggio, ha sorriso, ha detto: Va', figlio mio! L'ho vista, ieri, al Pincio, un momento. E mi è parsa serena. Ciò non toglie che...

Paoletta                         - E' giusto... D'altra parte qui...

Candido                        - Lo so, lo so... Lei è tanto buona...

Paoletta                         - No, non sono buona... sono una donna che non ha avuto figli, e forse non ne avrà... Amo mio marito ed ho capito che questo incontro... In principio, pareva uno scherzo... ma poi mi sono accorta che, per lui, non lo era affatto uno scherzo... E abbiamo d'accordo provveduto, come si doveva...

Candido                        - E' come se aveste liberato uno schiavo...

Paoletta                         - Nient'affatto... lei è il figlio dell'ar­chitetto Dolfré...

Candido                        - Grazie, signora... Ma io voglio dichia­rarle che se questa mia presenza dovesse procurar loro qualche noia... Io son pronto ad andarmene, ringraziandoli sempre della loro bontà...

Paoletta                         - Andarsene... Ma perché dice questo? La parola andarsene non la pronunci mai, per ca­rità, in presenza di mio marito...

Candido                        - Ho capito.

Paoletta                         - (con altro tono) Ed ora le voglio parlare della stoffa che ho scelto per il suo divano e per le sue poltrone: è un cinz... Sa che cosa è un cinz?

Candido                        - Veramente...

Paoletta                         - E' una stoffa che ora va di moda... Guardi... (Mostra una poltrona foderata di cinz) Così...

Candido                        - (alzandosi e toccando la poltroncina) Pare tela cerata...

Paoletta                         - Infatti... Su per giù... E' una tela quasi-cerata che va di moda... Eppoi è festosa, al­legra... Ha un che di lustro che la rende brillante... Dunque: caravelle...

Candido                        - Come?

Paoletta                         - Un disegno a caravelle su fondo ma­rino... Molto bello... L'ho scelto io... Mi son detta: un giovane deve imparare a navigare... Lei ama il mare?

Candido                        - Andavo al mare quando era vivo il nonno... Nonno materno... Io e mia madre anda­vamo a Follonica, nella sua vecchia casa... Ave­vamo i biglietti a riduzione... E allora lui ci spe­diva li... Poi, ormai son tredici anni, niente più mare...

Paoletta                         - Ma quest'estate riprenderemo le vie del mare... Lei sa nuotare?

Candido                        - Poco...

Paoletta                         - Imparerà...

Candido                        - Sì, signora...

Paoletta                         - Perché mi chiama « signora:

Candido                        - E come potrei chiamarla?

Paoletta                         - Bisognerà trovare un modo..

Candido                        - Come crede, ma io serberò con lei quella rispettosa distanza...

Paoletta                         - Ma che distanza... Certo che biso­gnerà abituarsi... A me pare d'essermi già abituata...

Candido                        - Se permette, anche a me... Sembra di essere qui come a casa mia.

Paoletta                         - E' a casa sua. Ma dobbiamo trovare come mi deve chiamare. Ecco, forse ho trovato... Quando ero bambina io chiamavo la mia gover­nante inglese Mamy... E mia madre non se ne adontava... Mamy: questo è il mio nome per lei: mi chiami Mamy.

Candido                        - Signora Mamy?

Paoletta                         - No... Mamy... «tout court»... Provi: si abituerà (Entra dalla destra Gino Dolfré. E' sem­pre pieno d'impeto).

Dolfré                           - Fatto.... (Si avvicina a Paoletta, l'acca­rezza, stringe la mano a Candido, poi si butta a sedere in una poltrona) Anche alla domenica a tirare il carretto... Ma ho sbolognato l'ultimo quartierino del Residence Palace... Ricordi? Tu dicevi: vedrai che è un'impresa sballata... gli italiani an­cora non sono maturi per certe forme di coabita­zione... Tutti venduti... Gli italiani si evolvono...

Paoletta                         - Hai sempre avuto ragione tu... Vuoi prendere qualche cosa?

Dolfré                           - Dopo il caffè al mattino, lo sai, non tocco cibo fino all'ora di colazione... E dall'ora di colazione all'ora di pranzo, idem come sopra... Che vuoi farci, Candido, son fatto così... Ma a cola­zione e a pranzo, che appetito! (A Candido) E tu?

Candido                        - Anch'io ho un certo appetito...

Dolfré                           - Bene, bene! Andremo d'accordo anche in questo... Dobbiamo andare d'accordo in tutto... Date tempo al tempo... (Si interrompe, guarda Pao­letta e Candido con intenzione) Ed ora... (Pausa) Dunque: parliamo un pochino di noi... Anzitutto chiediamo al maggiore interessato come si trova in casa Dolfré...

Candido                        - L'ho già detto alla signora...

Paoletta                         - Mi pare che sia contento...

Candido                        - Contento? Contentissimo...

Dolfré                           - Bene... Anche noi, è vero, Paoletta, siamo contenti...

Paoletta                         - Assolutamente...

Dolfré                           - E allora passiamo al secondo argo­mento... (Con un certo tono) Qual è il mio me­stiere, Candido?

Candido                        - Mestiere? Professione...

Dolfré                           - Mestiere, mestiere...

Candido                        - Lei è un architetto...

Dolfré                           - Precisamente... Io sono un architetto e quindi un progettista... Ho costruito trentadue pa­lazzi... undici villini... E la serie continua... Un buon progettista dev'essere un uomo di fantasia... Si bracca un terreno: quando s'è trovato e l'ubi­cazione ci persuade, s'inizia il lavoro della fanta­sia... Uno spiazzo di terra quasi sempre incolto: su questo spiazzo bisognerà edificare... Ecco: edi­ficare: la grande parola... E allora d'improvviso nasce in noi il travaglio dell'immaginazione, in senso verticale... Che cosa costruiremo su questo terreno? una casa popolare? un palazzo signorile? una villa? fatti così e così?... Ci prende una feb­bre d'inventiva... Vediamo: vediamo, immaginata, la costruzione... (Tutto ciò è stato detto con un'en­fasi professionale) Ora, caro Candido, per me tu sei un terreno edificatorio... (Candido lo guarda tra compiaciuto e meravigliato) Si fa per dire... Una immagine: un'immagine del mio mestiere... (Con altro tono) In questi giorni io ho pensato molto a te... Non mi era mai capitato un terreno edifica­torio umano... Ho capito - eh! Paoletta, io, quello dei paradossi - che cosa è un figlio... un palazzo da costruire, su un terreno che naturalmente ha le sue esigenze... Ho la sensazione che tu sia un terreno fertile.

Candido                        - Lo spero anch'io...

Dolfré                           - Sei una capanna da abbattere e da ri­fare... Una pianta soffocata, insomma, che non ha potuto avere - per tante circostanze - l'aria che le serviva allo sviluppo... (Con altro tono) Ed ec­comi qui... Non ho potuto seguire la tua infanzia non ho potuto darti quello che ogni padre dà alla sua creatura... Riparerò: come mi sarà possibile... Ti dico questo, perché voglio che tu intenda, che la tua vita m'interessa, mi appassiona... (Con altro tono) E qui entra il lato sentimentale... (Si com­muove).

Paoletta                         - Gino...

Dolfré                           - (riprendendosi subito) Ti dirò che mia moglie ha collaborato e collaborerà a questa im­presa... Avrebbe potuto opporsi: invece fin dal momento in cui ha saputo...

Candido                        - Io le sono riconoscente, signora.

Dolfré                           - Devi essere riconoscente specialmente a lei... Ma non con quell'aria di umiltà... Su, al­legro!... (Con altro tono) E ora passiamo al pra­tico... Tu, intanto, avrai il tuo appartamentino... Gliel'hai mostrato?

Paoletta                         - No... Volevo che fosse già tutto a posto... Domani...

Dolfré                           - Ma che domani! Per un divano e due poltrone che ancora non sono pronte? Non è mica una sposa... Andiamo... te lo mostro io. Una ca­mera da letto, un salotto-studio, un ingresso: e un magnifico bagno... Si apre la porta e si esce sul pianerottolo dove sta la porta di casa nostra... Un passo... Ma io voglio anzitutto che tu e noi si ab­bia la propria libertà... E poi, per il resto si vedrà... Io ho lavorato, tu lavorerai... Insomma un palazzo non sì costruisce in un giorno... Per ora mi pare che il terreno sia ottimamente ubicato... (Sì leva) Andiamo... (Fermandosi) Che impressione ti fa questo padre improvvisato?

Candido                        - Dice delle cose molto sagge... Ma non so se io saprò corrispondere...

Dolfré                           - Corrisponderai... Perché quando io vo­glio, voglio... Sai guidare l'automobile?

Candido                        - No...

Dolfré                           - Non hai attitudini sportive?

Candido                        - So andare in bicicletta...

Dolfré                           - Be'! Si comincia dalla bicicletta... Ti farò prendere la patente di guida... Io oltre la mac­china grossa, ho anche una topolino che uso po­chissimo... (Contemplando, con una pausa, Paolet­ta e Candido) Debbo confessarvi che costruire un uomo è una cosa divertente... (Dà a Candido una palmata confidenziale) Via... (Si avviano verso la porta).

Candido                        - (cedendo il passo) Prego...

Dolfre                           - (con una seconda palmata lo costringe a precederlo) Via... (A Paoletta che non si è levata dalla sua poltrona) E tu non vieni?

Paoletta                         - (imbronciata) Io volevo che tutto fos­se a posto... Così che impressione potrà fargli...

Dolfré                           - (costringendola a levarsi dalla poltrona) Ma via... Domani non so se ne avrò il tempo! An­diamo tutti e tre... Sbrighiamoci... Dolfré, Paoletta e Candido escono dalla sinistra. Pausa. Entra dalla sinistra il cameriere, che far per togliere il vassoio della colazione. Guarda il vaso della marmellata.

Il Domestico                 - Doppia razione... (Squilla il te­lefono. Il domestico che è già sulla via d'uscire, poggia sopra un tavolino il vassoio, e va al tele­fono) Pronti... Sì... Sono in casa... (Riattacca il] ricevitore. Prende il vassoio e fa per uscire. S'in­contra con la signora Castiglia che entra dalla sinistra).

La Signora Castiglia     - Sono usciti?

Il Domestico                 - Sono andati nell'appartamentino che preparano per il signor Candido...

La Signora Castiglia     - Ah! Io, caro Domenico, non volevo più mettere piede in questa casa... Ma, ora sento che urge la mia presenza...

Il Domestico                 - Urge, urge...

La Signora Castiglia     - Non vorrei che questi due commettessero un errore irreparabile... Irrepa­rabile...

Il Domestico                 - Signora: il discorso è lungo... Se i signori rientrassero e ci trovassero insieme, finirebbero col capire che sono stato io a parlare... Se permette, appena avrò un momento libero, verrò su da lei...

La Signora Castiglia     - Allora, io l'attendo al piano di sopra. Mi raccomando: voglio essere in­formata di tutto...

Il Domestico                 - Sì, signora.

La Signora Castiglia     - Arrivederci. E non dica che io sono venuta qui.

Il Domestico                 - Non dubiti, signora. (La signora Castiglia esce rapida, dalla sinistra. Il domestico si avvia verso la sinistra col vassoio. Si ode la voce di Carronza).

La voce di Carranza     - Permesso...

Il Domestico                 - Avanti. (Entrano Carranza e la signora Carranza. Sono vestiti, specialmente la si­gnora, molto modestamente. Il domestico depone, una terza volta il vassoio) Desiderano?

Carranza                       - Io sono quel signore che ha telefo­nato...

Il Domestico                 - I signori sono occupati in questo momento. Ma posso avvisare. Il loro nome?

Carranza                       - Non ce n'è bisogno. Siamo vecchi amici. Facciano il loro comodo... Li attenderemo.

Il Domestico                 - Ma hanno appuntamento?

Carranza                       - Sì... E' un vecchio appuntamento...

Il Domestico                 - Come credono! Intanto vado ad avvertire. Prego, s'accomodino. (Il domestico esce col vassoio. Carranza siede in una poltrona).

Carranza                       - Siedi... Siedi...

La Signora Carranza     - (smarrita) Ma come si fa... Andiamo via... Perché vuoi costringermi?

Carranza                       - Non ti preoccupare: sei in casa di tuo figlio...

La Signora Carranza     - (siede; a se stessa) E il mio martirio seguita...

Carranza                       - No, no... Ora comincia la farsa. E ci dobbiamo tutti divertire. (Guardandosi attorno) Bell'ambiente... A paragone del nostro...

La Signora

Carranza                       - Il nostro è un apparta­mento come tutti gli altri.

Carranza                       - Ma questo non è come tutti gli altri. (Energico) Io lo prenderò per il collo e lo trasci­nerò a casa.

La Signora

Carranza                       - E c'era bisogno che ve­nissi io? che c'entro io?

Carranza                       - Tu non c'entri tu, eh? A te ti ho portata per un'altra ragione...

La Signora

Carranza                       - Dimmela... E' da ieri che te lo domando.

Carranza                       - Vedrai, vedrai...

La Signora

Carranza                       - Io sono venuta perché tu non gli faccia del male... Solo per questo...

Carranza                       - Non ho mai fatto male a nessuno, io... Sono gli altri, tutti, che hanno fatto del male a me. E questa è la controprova finale... Del resto giunge il momento in cui i nodi vengono al pet­tine... Si dice ben così, no?

La Signora Carranza     - Che vuoi fare? Oh, Si­gnore!...

Carranza                       - Niente: una visita... Si può fare una visita all'architetto Dolfré? E allora? Sarò compi­tissimo... Io sono stato quattro anni segretario per­sonale del Ministro delle Finanze... E lì, sai, altro che compitezza... (Appare il domestico dalla sinistra).

Il Domestico                 - Il signore viene subito. (Esce).

Carranza                       - (quando il domestico è uscito) Un domestico... e noi abbiamo una donna e mezzo ser­vizio... che ruba pure.

La Signora Carranza     - Ma no... E' una tua idea.

Carranza                       - Ruba e la manderò via, vedrai...

La Signora Carranza     - (con un gesto disperato) Farai benissimo... Manda via tutti... (Dalla sinistra entra disinvolto Dolfré, vede i due e si ferma in­terdetto. Carranza e sua moglie istintivamente si sono levati da sedere).

Dolfré                           - (invitandoli a sedere) Prego... (I due si risiedono).

Carranza                       - E' un po' sorpreso, è vero, architetto?

Dolfré                           - In verità... non mi aspettavo... Mi per­mettono? un momento...

Carranza                       - Faccia pure... (Dolfré esce) Ora avverte sua moglie e tuo figlio che noi stiamo qui... Si mette in moto la macchina. Oh! che piacere... che divertimento... (Con altro tono) Come ti è parso? Ti pare invecchiato?

La Signora Carranza     - Ma che vuoi da me... Che vuoi... Che volete... Io me ne vado. (La signora Carranza fa per levarsi, quando dalla porta di sini­stra riappare Dolfré. ha signora Carranza si risiede al suo posto).

Dolfré                           - (con un gesto cordiale) Allora?...

Carranza                       - (volgendo lo sguardo intorno) Con­templavamo la sua casa... Complimenti... Quadri mo­derni... modernissimi...

Dolfré                           - Sì, modernissimi.

Carranza                       - Anche noi, al Ministero, quando c'è la Quadriennale, ne acquistiamo, tanto perché si deve fare... Ma li teniamo in cantina.

Dolfré                           - Fate malissimo.

Carranza                       - Ognuno ha i suoi gusti. Dunque: lei si è sorpreso a vederci qui: io e la signora Car­ranza... Perché non le ha stretta la mano?

Dolfré                           - Mi scusi. (Fa per stringere la mano alla signora Carranza).

Carranza                       - Baci pure la mano. Vuol baciarle la fronte? le guance... la bocca?

La Signora Carranza     - Basta...

Dolfré                           - (sconcertato) Commendator Carranza, e allora?

Carranza                       - (ricomponendosi) Giusto... Forse esa­gero...

Dolfré                           - Non soltanto esagera, ma mi mette in una condizione... Non posso permettere...

Carranza                       - Che cosa? Io sono il marito e posso permettere e non permettere...

Dolfré                           - ...come uomo e come gentiluomo...

Carranza                       - Come uomo lei ha già funzionato. E come gentiluomo... lasciamo andare. Parole gros­se... Come gentiluomo lei ha abusato dell'ospitalità di un funzionario dello Stato, che a quel tempo era in missione... Perché io ero in missione, se lo ri­cordi... Ad ogni modo la nostra condizione è palese, in tutti i particolari. E' inutile trincerarsi sotto vani infingimenti. Colpa mia? sono stato io che ho rive­lato la verità? sono stati gli altri... La madre e il figlio... Io non ne avrei mai fatto cenno a chicches­sia. Perché non mi conveniva passare per un cor­nuto... Ma visto che lo sono, ne approfitto.

Dolfré                           - Faccia pure. Ma non mi sembra deli­cato...

Carranza                       - Se parliamo di delicatezza...

La Signora Carranza     - (implorante) Signor ar­chitetto...

Carranza                       - Gino devi chiamarlo.

La Signora Carranza     - Signor Gino... Questa è l'ultima stazione del mio calvario...

Dolfré                           - Io sono così umiliato, signora...

Carranza                       - Non si umili. Non si umili. Offesi e umiliati... Ma l'offeso sono io. Non imbrogliamo le carte. E le offese si pagano...

La Signora Carranza     - Da allora non mi ha più chiamata col mio nome...

Carranza                       - Ce l'hai il nome, tu! Pu...

Dolfré                           - (violento) Commendato! Carranza... Muti tono e linguaggio se non vuole che la scara­venti fuori della finestra. Ha capito1? Ha capito1? La signora è in casa mia...

La Signora Carranza     - Io non sarei venuta... Ma non voglio che lui faccia del male al mio ra­gazzo. Debbo essere presente: debbo essere presente...

Carranza                       - E' logico... perché il presente non esiste senza il passato: è tutta una catena... Io ho condotto l'adultera al cospetto dell'adultero... In questo, come vede, architetto, sono più moderno di un quadro moderno.

Dolfré                           - Beh! E con questo?

Carranza                       - Per vedere le vostre facce, dopo tanti anni, l'una vicina all'altra... Per farvi vedere come oggi siete. Due ruderi... Tre ruderi... metto anche me nel numero. (A Dolfré) Ma lei, un rudere re­staurato... Mentre noi: sotto la pioggia e il vento che lei ha scatenato... Voglio dimostrarle a che ci siamo ridotti... Per l'amore... E' vero, signora Car­ranza1? Per l'amore... Guardatevi, ora, dopo venti­quattro anni, e parlatevi d'amore, e ditevi se valeva la pena... Lei canuta nei capelli, e lei che si tiene su, ma le manca poco. Perché rudere, come me, come lei...

Dolfré                           - Che vuol farci... Ci affideremo alla Con­servazione dei Monumenti...

Carranza                       - Lei la risolve motteggiando... Questo rivela che non ha coscienza di ciò che ha fatto, e di ciò che sta per fare...

Dolfré                           - Ecco: è di ciò che sto per fare, che mi piacerebbe parlare con lei... Spero che lei si sia già sfogato...

Carranza                       - No.

Dolfré                           - Beh! Si sfogherà un'altra volta... Per ora io chiedo che lei si calmi... Penso che, ormai, noi tre ruderi, come dice lei, siamo fuori discus­sione... Ciò che importa è Candido...

Carranza                       - Mio figlio...

Dolfré                           - Be'!...

Carranza                       - Fino a prova contraria, mio figlio... Domiciliato a via della Croce, 43, denunciato ven­tiquattro anni fa come nato da me e da... questa signora, mia legittima moglie... Come può lei af­fermare il contrario?

Dolfré                           - Non sono io ad affermarlo... Ma stiamo pure a quanto lei dice. Suo figlio, intanto, non può più stare in casa sua perché suo padre lo maltratta, non solo, ma maltratta anche la legittima moglie... E allora suo figlio se ne va. Viene qui da me

Carranza                       - (perentorio) L'ho nutrito io... Le sue ossa, la sua carne, quella carne che porta addosso, sono mie: frutto del mio stipendio e della mia diu­turna fatica... Mia proprietà... E quindi sono io che debbo e posso disporne.

Dolfré                           - (volgendosi alla signora Carranza) Che ne dice la signora di questa pretesa?

Carranza                       - La signora qui presente, da venti­quattro anni, non ha più diritto d'interloquire nelle faccende che riguardano la nostra vita.

Dolfré                           - Parli, signora.

Carranza                       - (gridando) Glielo proibisco.

Dolfré                           - (gridando) Deve parlare. Parli la signo­ra... E lei non gridi. (D'improvviso affare dalla por­ta dì sinistra Paoletta).

Paoletta                         - Ma che c'è? Che accade, Gino?

Dolfré                           - (sconcertato) Niente. Ti prego di la­sciarci soli, Paoletta... Abbi pazienza, ma è meglio lasciarci soli; è difficile.

Paoletta                         - (affiancando il marito) Io non mi muovo di qui.

Carranza                       - Fa bene, signora. E' utile che riman­ga anche lei.

Dolfré                           - (presentando Paoletta) Mia moglie. La madre di Candido. Il marito della madre di Can­dido.

Paoletta                         - E che desiderano, i signori?

Carranza                       - Che desideriamo?

Dolfré                           - Il signore non so che voglia: accampa diritti di proprietà... La signora... Mi ero permesso di chiedere un parere alla signora, ma poiché il commendatore è un po' inquieto...

Carranza                       - Inquietissimo...

Dolfré                           - Al punto che non le consente di par­lare... Abbiamo alzato un po' la voce; scusami, Pao­letta. Mi scusi anche lei, signora. Ma spero che, ora, alla presenza di mia moglie si potrà parlare con un po' di calma... Io voglio illustrare al com-mendator Carranza come sono andate le cose, perché egli possa persuadersi che, da parte nostra, non c'è stata premeditazione alcuna... E anche da parte degli altri. Insomma, le cose son venute così, sem­plicemente. Poi hanno preso quella piega che può aver creato giustamente una reazione nel commen­datore, ma della quale non si può incolpare nes­suno...

Carranza                       - Rispondo io. Ho detto che è utile la presenza della signora? lo confermo. Perché, qui, finalmente, siamo di fronte due coppie col peso della loro vita... Da una parte il miele, dall'altra l'acido prussico...

Paoletta                         - Che dice?

Dolfré                           - E' una fissazione. Dice che noi siamo felici e loro sono infelici... Ora, per il fatto che loro sono infelici, se ben intendo, noi non dovremmo esser felici.

Carranza                       - E' anche questo. Giacché l'acido prus­sico l'ha propinato lei, e quindi è il responsabile della nostra infelicità. Ma non insistiamo su que­sto argomento che testimonia dell'enorme squilibrio del mondo. Ripeto: due coppie... due famiglie... Ora io le chiedo: ho il diritto io, Aristide Carranza, di disorganizzare la vita della famiglia Dolfré?

Dolfré                           - (tentando di interrompere Carranza) Scusi...

Carranza                       - Mi lasci dire. Non ne ho il diritto. E per la reciproca, l'architetto Dolfré non ha il di­ritto di disorganizzare la vita della famiglia Carranza. Questo, dal punto di vista morale e civico.

Dolfré                           - Ma non si tratta di questo.

Carranza                       - Invece è così: anche se si tratta di una mela fradicia, qual è la mia famiglia... Ma ammettiamo pure che lei ne abbia il diritto... Come vede le vengo incontro... Allora la cosa muta aspet­to. (Alia signora Carranza) Ora si chiarifica la ra­gione della tua presenza qui. (A Dolfré) Lei si prende il figlio? Benissimo. Ma si prende anche mia moglie. Tutta roba sua. Ed io l'ho condotta con me per consegnargliela.

Paoletta                         - (con uno scatto) No, senta, no... Que­sto... scusi...

Carranza                       - (a Paoletta) Non la vuole? Lei non la vuole? E' logico, da parte sua. Ma lui sì. Del resto, signora, poiché si tratta di un fatto morale, ho da aggiungere con quella conseguenzialità che non fa una grinza: suo marito è ricco: non ha che recarsi con lei all'estero, e divorzia! Per farla com­pleta, paga anche le spese del mio divorzio, e sposa mia moglie. Non è certo carina come lei, ma gli è piaciuta allora, gli piaccia oggi: e componga final­mente la sua «autentica» famiglia. A questo patto io sono pronto a subire l'espropriazione di quella che io chiamo la mia proprietà.

Dolfré                           - (con uno scatto) Senta, ma lei chi è?...

Paoletta                         - (allarmata) Gino, ti prego...

Dolfré                           - Abbi pazienza. Lei deve dirmi chi è...

Carranza                       - Io sono un uomo che...

Dolfré                           - Ma che uomo e uomo. Lei è un perso­naggio: uno di quei personaggi cui hanno pestato un callo e pretendono che il loro callo sia il callo dell'universo. Lei parla di sua moglie, di mia mo­glie, di me, di lei, e non pensa che al suo callo. E' una seppia che se la toccano schizza inchiostro... Tutto nero, tutto nero... Non so chi di noi abbia ragione, ma la vita non è obbligata a questo suo lutto permanente, a questo suo giudizio senza ap­pello, a questa condanna... Lei è peggio di Enrico IV... E Candido non è suo figlio... Candido capisce il sole, gli alberi, i fiori... Io chiamo Candido, per­ché non siamo noi che dobbiamo decidere: è lui. (Esce).

Carranza                       - Lo chiami, lo chiami... (La signora Carranza piange, assentendo).

Paoletta                         - (pietosa) Signora...

Carranza                       - Non si preoccupi: è abituata a pian­gere. Tutte le donne hanno le lacrime facili...

Paoletta                         - (rivoltandosi) Oh! Ma che uomo...

Carranza                       - Personaggio... Personaggio...

Paoletta                         - (alla signora Carranza) E lei l'ha spo­sato...

Carranza                       - Così non l'avesse fatto, signora... Tan­to di guadagnato per tutti... Anche per lei e per suo marito. (Rientra Dolfré trascinandosi dietro Candido, che va subito incontro alla madre e l'ab­braccia).

Candido                        - Mamma... (A Carranza che guarda il soffitto) Buon giorno, papà...

Carranza                       - (ironico) Il signor architetto Dolfré non si adonta che io sia chiamato ancora con que­sto appellativo?... E' un'abitudine, professore...

Dolfré                           - (indicando Candido) Io non l'ho con­dotto qui per discutere se debba o non debba usare questo appellativo. Voglio che egli determini, con la sua presenza, la nostra e la sua posizione.

Carranza                       - II giudizio di Salomone.

Dolfré                           - Lasci in pace Salomone. Lei vuol fare l'uomo di coraggio. Beh, e io le dimostro che ho più coraggio di lei. La nostra condizione è palese? Si faccia chiara fino agli estremi. Dunque, caro Candido, voglio che tu dica al commendatore Car­ranza perché e come sei venuto da noi.

Candido                        - Lui lo sa...

Dolfré                           - No, no... Di'... Parla... Senza reticenze.

Candido                        - (dopo un'esitazione) Per conforto...

Dolfré                           - Benissimo... Il che vuol dire, caro com­mendatore che, pur essendo nutrito da lei, a suo figlio mancava il pane necessario, che è quello dello spirito. A quel pane lei non ha mai provveduto. Mi smentisca... Ora, di fronte a questa condizione, anche se a lui non mi unissero legami, io, ad un giovane che si presenta una sera in casa mia e mi dice: « Liberatemi da questa spaventosa condi­zione», io, che capisco la vita, avrei detto: «Ecco­mi qui, per quello che posso! ». Ma suo figlio torna a casa e lei gli dà il benservito, con quindici giorni di tempo: poi rincara la dose e lo mette fuori della porta su due piedi... E posso io permetterlo? Badi che non gli avevo promesso nulla, poiché nulla mi aveva chiesto. Ed è lei che me l'ha buttato qui, tra le braccia; e se l'ho accolto, ospitato - felicis­simo, intendiamoci, di questa soluzione - e questa è una colpa, è colpa sua, commendatore. Inutili, quindi, tutte le sue proteste... Si metta una mano sulla coscienza... Ma lei agisce per dispetto, lei di suo figlio se ne infischia, vuole avvelenare lui, sua moglie, me, mia moglie, se stesso, l'universo intero. Seppia, caro signore... Ed io non debbo permetterlo, né lo permetterò...

Paoletta                         - E anch'io...

Dolfré                           - Grazie, Paoletta, ero certo di questo tuo assenso.

Carranza                       - (con calma ironica) Ma io gliel'ho già detto: glielo mollo. Però... a un patto...

Paoletta                         - (di scatto) Io non divorzio. Io amo mio marito...

Carranza                       - Beato lei, architetto Dolfré...

Paoletta                         - ... la sua è una pretesa infame... Le consiglio di non mettersi contro di noi: lei non conosce mio marito, né conosce me... Io e mio ma­rito siamo pronti ad adottare Candido...

Carranza                       - (freddo) Ci siamo: mi attendevo la parola «adozione». Mi dispiace per loro: ci vuole il mio consenso... E quello della madre... Che ne pensa l'eroica madre? Pensa che suo figlio verrebbe a star bene qui? Parli, l'eroica madre...

La Signora Carranza     - Io non ho nulla da dire.

Carranza                       - (a Candido) E allora parla tu, con quell'angelica voce...

Candido                        - (con un grido, convulso) Che dispera­zione... Che disperazione...

Dolfre e

La Signora Carranza     - (simultaneamente) Candido... (Gli sono accanto, ma Candido si svincola).

Candido                        - Come faccio io? io sono la rovina dei miei genitori... Io non posso avere una famiglia... non posso avere una casa... qui non posso restare... no... non posso. Lì non posso tornare... me ne andrò solo... e non darò più notizie di me...

Paoletta                         - Candido...

Candido                        - Grazie, signora, di tutto quello che ha fatto e avrebbe fatto per me... io non lodimenticherò mai... ma non c'è altra via d'uscita. (A Carranza) Tu qualche sera fa mi hai messo alla porta. Ho trovato qui asilo e bontà. E no... Neanche que­sto è possibile. Tu continui a perseguitarmi...

La Signora Carranza     - Candido...

Candido                        - Oh, mamma! Io ti vedevo soffrire... E ho detto a me stesso: la libero di me! Ed ho tro­vato due angeli... Ma è detto che io debba sempre vivere nell'inferno... Mi rassegno, mi rassegno al mio destino...

Carranza                       - Perché non mi hai ucciso? Ti avreb­bero assolto...

Candido                        - Vedete: vuole spingermi al parricidio.

Carranza                       - (ironico e pervicace) Tu? Tu sei in­capace di ammazzare una mosca... Il miele... Il miele... E' la tazza di miele...

Dolfre                           - (scattando) Commendatore... mi scusi, signora Carranza. (Indicando a Carranza la porta) Vede: quella è la porta... (Fa per prenderlo per il braccìo).

Carranza                       - Non le permetto di mettermi le mani addosso...

Dolfré                           - (desistendo dal gesto) E io non le per­metto di sostare ancora un solo minuto in casa mia: ci siamo capiti? La prego di ricomporsi e di uscire con calma. Io non l'ho chiamata qui. C'è venuto lei con i suoi piedi... Lei ha dette le sue ragioni... Si regoli come crede... Piena libertà... Ha capito? Piena libertà!

Carranza                       - Lei considera questa mia visita come una violazione di domicilio?

Dolfré                           - Nient'affatto: tale la considererei se la rivedessi qui domani.

Carranza                       - Sta bene. (Alla moglie) Andiamo. (A Candido) E tu?

Dolfre                           - Piena libertà!

Candido                        - (con uno sguardo alla madre) Mamma! (La signora Carranza fa un gesto col quale indica a Candido di restare. Candido siede).

Carranza                       - (mentre esce) Ah! ah! ah! Il miele... La tazza di miele... (Carranza esce, seguito dalla moglie, che gli va dietro, umiliata e docile).

Dolfré                           - E' inconcepibile... Ti verrebbe voglia di strozzarlo... D'un'altra razza... D'un altro pianeta. Ma dov'è nato?

Candido                        - A Roccamonfina...

Dolfré                           - Oh! Se tutti i cittadini di Roccamon­fina son fatti così...

Candido                        - Anche mia madre è nata a Roccamon­fina... Quando mio nonno fu trasferito per qual­che tempo alla tenenza dei carabinieri.

Dolfré                           - Ma c'è nata per caso... Quello, invece, dev'essere di autentica stirpe roccamonfinese... Io non riesco a raccapezzarmi. (Si stringe il cavo tra le mani) Si avrebbe bisogno di cancellarne l'imma­gine. (Si passa la mano sugli occhi) Appesta l'aria. Aprite tutte le finestre. (Respira forte; poi a Can­dido) Scusami, sai...

Candido                        - No, dica pure.

Paoletta                         - Io l'ho visto per la prima volta, oggi. E francamente...

Candido                        - Ora voi potete capire...

Dolfré                           - Sì, Candido. Ora più che mai ti com­prendiamo. Tu hai bisogno di una disinfezione... Questo è il nostro compito, Paoletta... Ripeto: a parte quelli che possono essere i nostri rapporti, è un'opera missionaria... Tante volte ho letto sui gior­nali: « Un ragazzo chiuso per vent'anni in un sot­toscala»... E' questo il caso; un sottoscala morale. Si arrestino i genitori... meriterebbe la prigione.

Candido                        - No, poveretto...

Dolfré                           - Poveretto te, poveretta tua madre...

Paoletta                         - Io credo che la signora Carranza sia quella che più di tutti abbia capito... Ho una gran simpatia per lei...

Candido                        - Grazie, signora.

Paoletta                         - Non è stata felice nel matrimonio.

Candido                        - Oh, signora...

Paoletta                         - E forse noi, Gino, ci siamo condotti come si conduce la gente felice quando tutto pare facile! In fondo sono stata io a deciderti a telefo­nare, quella sera... Io, quindi, sono un po' respon­sabile di quanto è accaduto.

Dolfré                           - Lo stesso potrei dire io.

Candido                        - Ma forse la vera colpa è mia: non dovevo venire qui.

Paoletta                         - Ognuno accetta le sue responsabilità, ma certo, io e te, Gino, abbiamo agito un po' leg­germente.

Dolfré                           - Scusa, Paoletta, non ti capisco... Tu oggi hai fatto blocco con me... Ti sei ribellata quando... Tu sei convinta che il posto di Candido è qui?

Paoletta                         - Convintissima...

Dolfré                           - E allora basta questo... E' inutile sot­tilizzare...

Paoletta                         - Sì... ma...

Candido                        - Non si preoccupi, signora... Sarò io ad andarmene: vi toglierò il disturbo...

Dolfré                           - Tu resterai qui... capito? E guai a chi si oppone. (Sii questa battuta di Dolfré entra da sinistra la signora Castiglia),

La Signora Castiglia     - Buon giorno.

Dolfré                           - Ah! Ci mancavate voi...

La Signora Castiglia     - Io sono informata di tutto...

Dolfré                           - Benissimo... E che volete?

La Signora Castiglia     - Io ho il diritto e il dovere d'intervenire e dire la mia, perché io sono la madre di vostra moglie.

Dolfré                           - (rapidissimo) Ed io sono il padre di mio figlio... Ve lo presento. (Con un gesto di pre­sentazione) Candido... tua nonna...

                                                                 

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

(La stessa scena del secondo atto. Quando si alza la tela Paoletta, la signora Carranza e la signora Castiglia sono sedute sul divano. Sono le dieci del mattino. Dopo una brevissima pausa, la signora Castiglia si leva dal suo posto).

La Signora Castiglia     - Sembriamo le tre Marie ai piedi della Croce... (La signora Carranza veste dimessamente e ha sul capo un cappello fuori moda).

La Signora Carranza     - Eh!... Proprio così... Ma io sono la madre...

La Signora Castiglia     - Non creda che io non la comprenda, signora.

La Signora Carranza     - Due giorni d'inferno... E un pensiero fisso, qui... E un mal di testa...

Paoletta                         - Si tolga il cappello, signora.

La Signora Carranza     - Già... (Si toglie il cap­pello, e vorrebbe poggiarlo con i guanti e la borsa sopra una sedia).

Paoletta                         - Prego. (Toglie dalle mani della si­gnora Carranza cappello, borsa e guanti e li poggia sopra una sedia) Vuole un calmante?

La Signora Carranza     - No, grazie. Passerà...

La Signora Castiglia     - Certo che tutti siamo vissuti in questi due giorni sotto un incubo... Io non ho mai avuto simpatia per questa... avventura. Sì: è un'avventura, cara Paoletta, in cui vi siete cacciati tu e tuo marito... Ma, anche io, quando ho saputo che Candido era scomparso, e che se n'erano perdute le tracce, sono stata presa da una angoscia... un'angoscia... Ora, però, l'hanno ritro­vato...

La Signora Carranza     - Certo che a saperlo vivo...

La Signora Castiglia     - Voleva forse che mo­risse?

La Signora Carranza     - Poteva anche morire... Dov'è stato queste due notti? dove ha dormito? Chissà che non abbia tentato...

La Signora Castiglia     - Ma che pensa, signora... Ora suo marito e tuo marito lo hanno preso in con­segna, in questura, e lo riconducono qui, sano e salvo. Questo è l'importante. E per l'avvenire si vedrà...

La Signora Carranza     - Io, fino a un'ora fa, fino al momento in cui Candido è stato ritrovato, ho pensato che Dio volesse punirmi con un prova estre­ma... Il Signore ha voluto proteggere me e lui... Lo ringrazio. Ma io - siamo fra donne, posso par­lare - io non meritavo questo castigo. Perché io... Io non sono una donna disonesta... E ve lo dico perché sappiate che la mamma di Candido non è... non è una donna disonesta... No, no... Capita... An­che alle donne per bene, può capitare... Una paz­zia... Ma le donne per bene la scontano... Ed io ho accettato la mia condanna umilmente proprio perché sono una donna per bene... E seguiterò così... Purché Candido viva: viva felice... (Si odono voci oltre la porta).

La Signora Castiglia     - Eccoli (La signora Car­ranza si ricompone. Le tre donne si protendono verso la porta. Entra per primo Dolfré).

Dolfré                           - Favorisca... Favorisca, commendatore... (Entra Carranza) Avanti, Candido... (Entra Can­dido. E' tutto scarruffato nei capelli, pallido, col vestito in disordine) Abbraccia tua madre...

La Signora Carranza     - Oh! Candido... Candido mio... (Lo abbraccia, se lo stringe al cuore. La scena è commovente. Reazione dei vari personaggi. Can­dido dopo essersi sciolto dall'abbraccio della madre, va verso Paoletta, le bacia la mano, s'inchina alla signora Castiglia).

Candido                        - Vi chiedo scusa...

Carranza                       - Che scusa e scusa... E' una delle tue solite pagliacciate... Che fra l'altro mi ha co­stretto a tornare qui... Non mi fa piacere: ve lo dichiaro subito...

Dolfré                           - Ma non vede com'è ridotto?... Non mi pare che sia il momento di discutere...

Carranza                       - Discuto sempre, io...

La Signora Castiglia     - (intervenendo) Com­mendatore... Io è la prima volta che ho l'onore...

Carranza                       - Permetta che mi presenti... Aristide Carranza...

La Signora Castiglia     - Piacere... Ma anche se non la conosco di persona, so ciò che è accaduto tre giorni fa in questa casa... Io sono estranea a questa faccenda... E ho stigmatizzato...

Carranza                       - Brava, signora... E' questo il termine...

La Signora Castiglia     - Debbo riconoscere che qui abbiamo perduto tutti la testa...

Carranza                       - Non io, signora...

La Signora Castiglia     - Anche lei... Ma rico­nosco anche che, più che a noi, è urgente pen­sare a questo qui... (Indicando Candido) E' ridotto un cencio...

La Signora Carranza     - (con voce lacrimosa) Un cencio...

Carranza                       - Per colpa mia?

La Signora Castiglia     - Per colpa di tutti... Ma non parliamo di colpe... E provvediamo subito a lui...

Dolfré                           - Mi pare che mia suocera abbia ragione...

La Signora Castiglia     - E' la prima volta che mi dai ragione, dacché ci conosciamo... Grazie...

Candido                        - Anche io ringrazio la signora Casti­glia...

La Signora Castiglia     - Lei? Lei da due giorni ha messo in subbuglio due case... Insomma se le I dicessi ciò che abbiamo penato... E tutto per lei... Se fosse figlio mio...

La Signora Carranza     - Non insista, signora... Ormai... (A Candido) Ma come ti è saltato in testa? Ma non hai pensato ai tuoi genitori?

Carranza                       - E alla figura che ci avrebbe fatti fare? Per fortuna i giornali non ne hanno parlato... Lacronaca... Pensate: la cronaca... Il mio nome nella cronaca di Roma... Se non a noi, potevi pensare a questi signori...

Dolfré                           - Commendatore, le recriminazioni sono inutili. Reputiamoci fortunati per il modo come si è risolta la cosa... (D'improvviso Candido vacilla e cade a sedere sopra una poltrona. Tutti, tranne Carranza, accorrono verso di luì).

Tutti                              - Candido... che hai?

Candido                        - (con un filo di voce) Languore... Non mi reggo in piedi...

Tutti                              - Ha fame... Ha ragione... poveretto... (Paoletta corre verso la porta e scompare) Su, su, Candido... Un cognac... Prendi un cognac... (Gli offrono un cognac. E' la signora Castiglia che glielo porge. Solo Carranza sta in disparte. Candido beve il cognac).

La Signora Carranza     - Va meglio? Oh! Figlio mio...

Candido                        - Sì, grazie... Grazie a tutti... (Paoletta rientra con un vassoio abbondantemente rifornito di sandwiches e un completo per il tè).

Paoletta                         - Ecco, Candido...

Candido                        - Grazie, signora Mamy... (Poggiano il vassoio sul tavolino. E Candido comincia a man­giare. Gli sono tutti intorno, in silenzio) Scusatemi...

La Signora Castiglia     - Non parli... Pensi a nutrirsi...

Candido                        - (dopo aver bevuto una tazza di tè e aver trangugiato un sandwich) No... Non mi è possibile... Più tardi: mi si è chiuso lo stomaco...

La Signora Castiglia     - Chissà da quanto tempo è digiuno...

Candido                        - ; Da due giorni... Dal momento... Sono uscito di casa senza un soldo... Sono andato verso ì il fiume...

Paoletta                         - Candido...

Carranza                       - Ma non s'è buttato a fiume...

Candido                        - E' vero... Non ne ho avuto il coraggio... Perché sono un vigliacco...

Dolfré                           - No, Candido... Sei un uomo che, per fortuna, ha ancora i nervi a posto... Tutti nella vita abbiamo avuto momenti di smarrimento, ma quando si ha la forza di riprendersi, è segno che i freni inibitori funzionano... Questo te lo dico, pur rimproverandoti per ciò che hai fatto... Perché, caro... Eh! sì... Non tanto per me... Io sono un uomo rotto alla vita.. Ma per mia moglie... Due notti bianche, col telefono sul comodino, sperando che la tua voce... A un certo momento non si sa più che pensare... La fantasia galoppa...

Paoletta                         - Oh!

Dolfré                           - Dillo... dillo tu, Paoletta...

Paoletta                         - Il rimorso... Perché ero stata io a spingere mio marito a chiamare in casa Candido...

Carranza                       - Ah! Perché se lei non l'avesse spinto...

Dolfré                           - Ah! No... Non ripigliamo la solita po­lemica... Questa fuga è riuscita se non altro a riu­nirci tutti... Noi due siamo andati insieme in que­stura e siamo tornati insieme...

Carranza                       - Senza rivolgerci quasi la parola...

Dolfré                           - D'accordo... Ma insieme... E stiamo tutti insieme intorno a Candido... Ora, dopo quanto è accaduto, io le sarei grato se lei volesse dirci qual è il suo atteggiamento verso... suo figlio...

Carranza                       - Dimissionario....

Dolfré                           - Lei non ha da dir niente?

Carranza                       - Mi chiudo nel silenzio... E vi guardo tutti... Solo, a mia volta, le chiedo: se un suo figlio si fosse comportato come ha fatto questo signorino, lei, in qualità di padre, come si sarebbe regolato?...

Dolfré                           - Io?

Carranza                       - Dica, dica... Lei che ha tanta atti­tudine alla paternità...

Dolfré                           - (sincero) Io mi sarei sentito impazzire... Quando l'avessero ritrovato mi si sarebbero scate­nate dentro valanghe di calci da appioppargli nel sedere... Ma quando l'avessi visto qui, gli sarei an­dato incontro... (Si avvicina a Candido) e l'avrei perdonato... Ecco... così... (Abbraccia Candido) An­che io, come vedi, sono un vigliacco... E non mi importa, se voi che state qui, tutti presenti, mi consideriate un debole... Io per sostenere lei  (Ac­cenna a Paoletta) ho fatto, in questi due giorni, l'impossibile... Ma dentro... E ora mi pare che tutta la vita sia tornata a posto... E brucio, brucio dal bisogno di sapere, che cos'ha fatto, dove è stato, questo qui, in questi due giorni... Parla... Non im­porta... Non hai mangiato? Non hai dormito? Man­gerai fra una mezz'ora... Farai un bagno e ti sten­derai sul tuo letto, fra un'ora... Non si muore d'ine­dia e di stanchezza alla tua età... Ma voglio sapere... Tutto... Come ti sei deciso... Le ragioni per­le quali...

Candido                        - (vago) Così...

Dolfré                           - Sei uscito all'alba, la mattina di gio­vedì, insalutato ospite... Noi ci siamo preoccupati soltanto all'ora di colazione, tu così puntuale... Ti abbiamo atteso, ci pareva strano... Ma insomma può accadere... E' a sera, è a notte che s'è scate­nata la bufera... Mi è persino balenato il pensiero che fossi tornato a casa tua... Non volevo telefo­nare... Ma poi, come facevo?... Tu stavi qui: vivevi da quindici giorni, qui, con noi... E s'è acceso il fuoco dall'altra parte... Tutti e quattro sui carboni ardenti...

Carranza                       - Tutti e tre...

Dolfré                           - Lei niente, vero?... Lei steso nel suo letto, a dormire...

Carranza                       - ... Il sonno del giusto... Ma, di giorno, alla luce del sole, ho avuto tutto il tempo per me­ditare... (Indicando Dolfré e Paoletta) E ho pensato molto a voi...

Dolfré                           - A noi?

Carranza                       - A lei e a sua moglie...

Paoletta                         - Anche noi due abbiamo pensato molto a voi. (Indicando Carranza e la moglie) Già, mio marito per due notti non si è messo a letto... Anch'io non avrei voluto... Ma lui mi ha costretta... Lui seduto nella poltrona, ed io il capo sui cu­scini, ma sveglia: gli occhi sbarrati...

Carranza                       - Noi viceversa...

La Signora Carranza     - (con fastidio) Ah! (A Candido) Ma tu... tu... dove sei stato tu...

Candido                        - All'arco felice...

Dolfré                           - Dove?

Candido                        - Dove stanno gli sfrattati... Avevo cam­minato tutta la giornata. Uscendo di casa, al mat­tino, ero passato per via della Croce...

Carranza                       - E non avevi alzato lo sguardo alla finestra, dietro la quale, non io, ma tua madre...

Candido                        - L'ho alzato... E ho detto: Addio! Ero passato anche per Via Archimede... Sì... E ho ri­cordato quel giorno quando ho varcato la soglia del vostro studio... Quante speranze, allora... Con­forto...

Dolfré                           - E ti conforteremo... Su: su con la vita, ragazzo...

Candido                        - (quasi solenne) Non lo potrete, finché non sarete tutti d'accordo...

Dolfré                           - (guardandosi intorno, dopo una pausa) Infatti...

Carranza                       - (di scatto) Signori, io me ne vado...

Paoletta                         - Un momento...

Carranza                       - Eh! Cara signora, che io per confortare lui debba, poi, dopo vent'anni di martirio, mettermi sottobraccio a... Ah! No...

La Signora Castiglia     - Io vorrei fare una mo­desta domanda al commendatore: come avete fatto voi due  (indica Dolfré) in questura a giustificare la vostra presenza... diciamo così... simultanea...

Carranza                       - In questura? Siamo passati per due amici, che si preoccupavano dello stesso soggetto... Lui naturalmente non aveva avuta la delicatezza di fare solo il nome della sua autentica famiglia...

Candido                        - Io avevo dovuto dichiarare anche la casa che avevo abbandonato... Mi avevano chiesto: Dove abitate...

La Signora Castiglia     - Insomma: due case... due...

Paoletta                         - (a un moto di insofferenza dì Carranza) Un momento... Fatemi parlare, vi prego... E non m'interrompete... Io debbo farvi una confessione... Io ho avuto una vita piana, facile, forse troppo facile... Mi meravigliavo che nel mondo po­tessero allignare le angustie, i dolori, i rancori...

La Signora Castiglia     - Purtroppo...

Paoletta                         - Sì... E soltanto da due giorni ho ca­pito che cosa voglia dire una angoscia... E ho ca­pito che la felicità ci rende prepotenti... Questo io ho pensato in queste due notti di insonnia... Ve­ devo lui che ogni tanto si levava dalla poltrona, ansava, sbuffava... Ecco - dicevo - lui è insoffe­rente perché lui, che è un uomo felice, è abituato a prendere le cose di prepotenza... E noi, con loro, signori Carranza, abbiamo agito di prepotenza...

Carranza                       - Lo riconosce?

Paoletta                         - Tanto che chiedo scusa a lei e a sua moglie, da parte mia e di mio marito per qual­che intemperanza...

Dolfré                           - Di linguaggio, di linguaggio...

Carranza                       - (senza raccogliere le parole di Dolfré) Prosegua, signora...

Paoletta                         - Io sono una donna religiosa... E lei?

Carranza                       - Non credo a niente...

Paoletta                         - Male. Io ho fatto un voto... Mi son detta: Se Candido si ritrova, se Candido tornerà sano e salvo, io chiederò alla presenza di tutti, perdono al commendator Carranza delle offese che mio marito gli ha fatto... Gli dirò che ha ragione, che il suo risentimento è giusto, è umano... (Men­tre Carranza tentenna il capo) Permetta, commen­datore...

Carranza                       - (riscuotendosi) Che fa, signora?

Paoletta                         - Un abbraccio.

Carranza                       - Faccia pure... (Si fa abbracciare da Paoletta).

Paoletta                         - Voglio che almeno fra noi due sia la pace... Non si sente meglio?

Carranza                       - Io, no...

Paoletta                         - I nervi più stesi? Una migliore di­sposizione a trovarsi qui tra noi?

Carranza                       - (di scatto, ripreso dalla sua insofferenza) Signora, lei balla sui carboni ardenti... La mia vita è stata una tragedia... E seguita a esserlo. Per­ ché non c'è nulla di più grottesco di questa riu­nione... Come se fossimo amici che si adunano per festeggiare una nascita, un compleanno, una prima comunione... E siamo tutti nemici... tutti.

Paoletta                         - (dolce e con calma) Si sbaglia... Io non sono sua nemica...

Carranza                       - Lei no, lo capisco... Che ragione avrebbe lei d'essere mia nemica... E io che ragione avrei d'essere nemico suo...

Paoletta                         - Ecco... Ecco... Ora lei si avvia, com­mendatore, verso quella umana temperanza, della quale abbiamo tanto bisogno tutti...

La Signora Castiglia     - Che figlia ho messo al mondo... Che diplomatica!

Carranza                       - (che si andrà man mano esaltando) Lei parla di diplomazia, cara signora? ma che scherziamo? E sua figlia sarebbe una ambasciatrice? di che? di chi? della bontà, della serenità, della pace? Dove stanno? Ma non si tratta di felicità o infelicità, come crede lei. Anche io ho creduto che il mondo fosse diviso in gente felice e in gente infelice. Non è vero: il mondo è diviso in simpa­tici e in antipatici... Io appartengo al secondo re­parto... E tutti voi state dall'altra parte... Su que­sto piano il mondo è inconciliabile... Guai agli an­tipatici...

Paoletta                         - Ma no, commendatore...

Carranza                       - (ora non guarda nessuno, parla come a se stesso, non vede quelli che gli sono intorno) Sì, sì: lei ci ha pensato due notti a scoprire la sua verità... Io sono anni che mi guardo allo specchio... Faccia di malaugurio... Personaggio antipa­tico... è vero, architetto Dolfré? Quello che con la sua sola presenza, con la sua sola voce, mette i bastoni tra le ruote... E allora tolgo il disturbo... Mi dimetto... dimissionario... L'ho già dichiarato... (Come se parlasse a Candido) Dobbiamo essere tutti d'accordo? Poiché io non reagisco più, tutti sono d'accordo... Non vuoi tornare a casa? non tor­nare; non vuoi più vedermi? non vedermi... Vuoi che io non ti abbia mai conosciuto? non ti ho mai conosciuto... Ecco, ormai la cosa è risolta... Vole­vamo giungere a una soluzione pacifica? Ci siamo giunti... (Fa per avviarsi verso la porta).

Paoletta                         - Commendatore...

Carranza                       - Padre in pensione, marito in pen­sione... Senza rimpianti, con una remissività esem­plare... Assente prima: nel momento in cui gli è stata data la vita, assente dopo... Per sempre... Si­gnori, vi saluto...

Paoletta                         - Ma commendatore...

Carranza                       - Mi lasci andare... Due giorni ci ho pensato, e ho sentito che la partita era perduta... Questo è riuscito a farmi capire lui, con quell'astu­zia, sì, astuzia, camuffata di ingenuità... Ha detto a se stesso: ora li metto con le spalle al muro... Debbono decidere. (Tutti sono volti verso Carranza che fare faccia l'arringa della sua disperazione. Bolfré sta in piedi. Le donne sono sedute. Anche Candido sta seduto sul divano e si appoggia col capo su un cuscino, accanto alla signora Carranza. Sulle ultime parole di Carranza s'ode d'improvviso Il russare di Candido. Candido si è addormentato per la stanchezza. Carranza non può seguitare a parlare, poiché tutti gli fanno cenno dì tacere).

La Signora Carranza     - (con voce flebile) Ssst... Dorme... povero figlio...

Paoletta                         - (a mezza voce) Andiamo di là... la­sciamolo dormire... Commendatore, prego... (Pao­letta indicando la porta fa uscire tutti. Candido dorme. Il salotto si fa deserto. Appena tutti sono usciti Candido apre gli occhi, si leva dalla pol­trona).

Candido                        - Oh!, finalmente... (Va verso il vas­soio, addenta una tartina, poi casca a sedere sul divano, e si stende, mentre seguita a mangiare. Si apre la porta. Torna la signora Carranza in punta dì piedi e reca un plaid da stendere su Candido. Candido non sa chi sia entrato: finge dì dormire. La madre, dopo averlo coperto col plaid, va verso la finestra per chiudere gli scuretti. Passandogli sua madre accanto, Candido scopre che è lei ad agire. Allora apre gli occhi e parla) Se n'è andato?

La Signora Carranza     - Candido! Ma...

Candido                        - No... non dormivo... Ho finto di rus­sare, sperando che la smettesse... Ancora non se n'è andato?

La Signora Carranza     - No... sta di là...

Candido                        - Dice sempre di andarsene, ma non se ne va... Che attaccabottoni... (Candido si leva e alza i pugni al cielo).

La Signora Carranza     - Calma, Candido...

Candido                        - Finché l'avrò fra i piedi, questo uomo sarà l'ostacolo...

La Signora Carranza     - Ma non hai sentito ciò che ha dichiarato... Si va ammansendo.,.

Candido                        - Macché... Come se non lo conoscessi... Poi va in ufficio e ci ripensa... E trova argomenti per organizzare nuove scene... E il guaio è che capisce... Nessuno mi capisce più di lui... E' vero, sono fuggito per creare il fatto compiuto... E lui viene qui... E lo dice... E mi scopre... Mi guasta la piazza... Io, qui, sono stato gentile, grazioso, umile... E tutti mi hanno accolto a braccia aperte... Persino la signora Castiglia... E lui viene qui e dice: la sua astuzia camuffata d'ingenuità... Per creare il sospetto! Io lo ammazzo...

La Signora Carranza     - Candido.,.

Candido                        - No: non l'ammazzo: non temere... Non mi conviene... Ma dopo che si è divertito per vent'anni alle mie spalle, vuol seguitare nel suo gioco? Eh! no... Non glielo permetto... Qui bisogna risolvere...

La Signora  Carranza    - E la risolveremo, vedrai, con un po' di pazienza...

Candido                        - Io di qui, non mi muovo... Mettetevelo bene in mente... Io non ci tengo a chiamarmi Carranza... E tu devi aiutarmi...

La Signora Carranza     - Ma si, Candido...

Candido                        - L'unica cui possa parlare, sei tu... L'unica che possa comprendermi e perdonarmi... Capire il mio egoismo... Perché, questo, lo so, è egoismo... Ma lo faccio per me e per te...

La Signora Carranza     - Candido...

Candido                        - Per liberarvi della mia presenza... Non mi vedrà più... E allora, le cose, forse, potranno mutare...

La Signora Carranza     - Sì, Candido...

Candido                        - Ma seguitare a stare sotto il suo ferro, eh! no... Non me la sento... Specialmente ora che so: ora che tutti sappiamo... E allora, ogni mezzo è buono... Vedi, mamma: rasserenati... Io ho dor­mito benissimo in queste due notti... Sì., alla sta­zione ferroviaria, nella sala d'aspetto di prima clas­se.,. Si dorme bene... Velluto rosso... ÀI guarda­sala avevo detto che attendevo l'arrivo dei miei genitori con un treno che veniva da Napoli... Giun­gevano i treni, e i genitori non giungevano mai... Gli ho fatto simpatia, e mi ha lasciato lì, sopra un divano... In tasca avevo due sfilatini... Presi dal nostro salumaio, in Via della Croce... Li troverai segnati sul tuo conto...

La Signora Carranza     - Hai fatto bene... Po­tevi prenderne quattro...

Candido                        - No, no... due bastavano... E aspettavo lo scandalo... Passavo da edicola a edicola, chiedevo che mi si prestasse, per un momento, il giornale... Cronaca: seconda pagina: niente... Omicidi, sui­cidi, furti... E niente «giovani scomparsi da casa».

La Signora Carranza     - E' stato l'architetto Dolfré che ha evitato; ha molte influenze...

Candido                        - E allora mi son deciso a farmi pe­scare... A Piazza S. Pietro: seduto sulla base di una colonna: a guardare una guardia di città, che non mi guardava... E finalmente mi ha fissato: gli sono andato quasi incontro, con gli occhi: come per dirgli: Io son qui. E finalmente mi hanno por­tato in questura...

La Signora Carranza     - Tutto a ragion veduta...

Candido                        - A ragion veduta, mamma...

La Signora Carranza     - (dopo un'esitazione) Ma tu all'architetto Dolfré vuoi bene?

Candido                        - Mi pare un uomo col quale potrò an­dare d'accordo...

La Signora Carranza     - E... a sua moglie?

Candido                        - E' buonissima: eppoi non mi consi­dera un intruso...

La Signora Carranza     - Giusto... E di me che pensi di fare?...

Candido                        - Mamma! Lui sta all'ufficio: noi ci vedremo ogni giorno, non dubitare...

La Signora Carranza     - Ogni giorno?

Candido                        - Sì... Spesso...

La Signora Carranza     - Giusto... Potrò anche telefonarti...

Candido                        - Quando vuoi... Ma di qui non mi muovo... Avrò tutto, mamma... Pensa che avrò tutto...

La Signora Carranza     - Giusto...

Candido                        - Ti dispiace, mamma, se parlo così?

La Signora Carranza     - No, figlio mio...

Candido                        - E a chi potevo dirle queste cose, se non a te? Le mamme vogliono la felicità dei figli, no? Perché ci avrebbero messo al mondo? Perché vivrebbero?

La Signora Carranza     - Già... (Entra Paoletta).

Paoletta                         - Oh! S'è svegliato...

La Signora Carranza     - Sì, signora... Mi scusi se non sono venuta subito di là... Abbiamo scam­biato quattro parole,.. Mi ha parlato tanto bene di lei, dell'architetto, della sua signora mamma... Candido si sente proprio come in famiglia, qui...

Paoletta                         - Ecco, signora. Questo bisognerebbe comprendere... Pensi che stamane il tappezziere ci ha portato il divano e le due poltrone che ave­vamo ordinato per l'appartamento destinato a Can­dido... Niente di lussuoso, intendiamoci... Ma che per un giovane della sua età!... Mio marito sì, in­somma, Gino è un uomo entusiasta: quando prende un dirizzone... Ma questa volta non si tratta di un dirizzone... E' come un destino... Io ci vedo pro­prio la mano del destino... Credo che qualcuno ci guidi, ci accompagni, ci costringa a certi atti... E bisogna obbedire... Dunque, le dicevo, perché lei deve sapere tutto, deve essere contenta, persuasa, convinta, le dicevo: Gino è partito in quarta... E' un altro uomo... Se lo avesse udito parlare di pa­ternità, un tempo... Forse perché io non gli avevo dato figli... Ma ora... Pensi... tu te ne sei andato, gli dò del tu, permette? Candido... Avessi visto quell'uomo!... Per dire la sua premura, i suoi pen­sieri... Ricordi, Candido, che Gino ti aveva con­dotto qualche giorno fa, dal sarto, dal camiciaio, dal calzolaio... Signora, venga a vedere il corredo che gli ha preparato... Lo hanno portato ieri... E lui ha voluto appendere con le sue mani i vestiti nel tuo armadio... E l'appartamentino? Non per dire: l'ho arredato io... Un sogno, signora...

La Signora Carranza     - Candido vi è grato...

Paoletta                         - Niente gratitudine... Mio marito dice sempre che io sono la sua collaboratrice... Le pro­metto, signora, che collaborerò, come meglio mi sarà possibile... Venga... Venga... E' bene che lei si renda conto... Andiamo, Candido, vieni anche tu. (I tre escono per la porta di sinistra. Pausa. La porta si riaprirà ed entreranno Dolfré e Carranza).

Dolfré                           - Lasciamo le donne di là... E approfit­tiamone per parlarci fra noi: da uomini... Pochi minuti... Si segga, commendator Carranza...

Carranza                       - Io in verità dovrei recarmi in uffi­cio... Sono in ritardo...

Dolfré                           - Anche io dovrei andare in cantiere... Ci andrò domani... Lei fuma?

Carranza                       - (sedendo) Non ho questo vizio...

Dolfre                           -  Io, invece, sono stato e sono carico di vizi... (Accende la sigaretta) Rispetto le virtù, ma non disprezzo i vizi... Posso dire, anzi, che sono stati i vizi, forse, ad aprirmi le finestre della vita...

Carranza                       - Io ho tentato sempre di evitarli...

Dolfré                           - Ad ogni modo non è di questo che dobbiamo parlare... Senta, commendatore: noi due, ormai, abbiamo i capelli grigi...

Carranza                       - E' l'unica cosa che ci accomuna...

Dolfré                           - Giusto... Ma i capelli grigi vogliono dire esperienza... E anche distacco da certe posizioni che un tempo ci parevano dominanti... Colline... Colline di sabbia che il vento della vita spazza...

Carranza                       - Di sabbia? E se fossero di marmo?

Dolfré                           - Vuol dire che, invece del vento, sareb­bero le mine a farle saltare... Qui, infatti, in que­sti giorni, è scoppiata una mina: potentissima... qualche cosa di molto importante è saltato in aria.

Carranza                       - Che cosa?

Dolfré                           - Non saprei come dire... Ecco: il pu­dore... Quella intima riservatezza, per la quale tante pene, tanti affanni, tanti sentimenti, tante gioie, che custodivamo in segreto, si ritrovano d'im­provviso, come panni sparsi al sole... Tutto a nudo, ! come nei processi! Io sono tornato a venti anni fa, con la mia sregolatezza; lei ha scoperto la piaga - sì, è così - che si era tenuta gelosamente cu­stodita per vent'anni... Sua moglie? Eh! Povera donna...

Carranza                       - Povera donna?

Dolfré                           - Sì, povera donna, povera donna... Can­dido? E questo è il punto essenziale, perché noi, bene o male, la nostra vita l'abbiamo vissuta... Ma pensi, per un giovane, la scoperta che ha fatto Candido... Si sregola l'esistenza...

Carranza                       - Lei crede?

Dolfré                           - Questo ragazzo probabilmente, due giorni fa, è uscito di casa col proposito di ucci­dersi... Capisce? E tutti noi saremmo stati respon­sabili di una vita stroncata a vent'anni... Due giorni vagando... L'Arco Felice... Ma sa lei che cos'è l'Arco Felice,.. La gente più disperata di Roma... è uscito diretto al fiume... Questo vuol dire che si sarebbe voluto buttare a fiume... Senza un soldo in tasca: senza la possibilità di comprarsi un pa­nino. Da due giorni e due notti, senza dimora, affamato... Queste son crisi che conducono a passi disperati... Candido, poi, è una natura sensibile... Provato da tanti anni di umiliazione... E colpito da una rivelazione che può incidere profondamente sullo spirito d'un giovane... Disinteressato... Oh! questo sì... Sa quale è stata la parola con la quale si è presentato qui? Conforto... E noi l'abbiamo buttato allo sconforto... Questo non deve ripetersi... Senta a me, commendatore: ci è andata bene...

Carranza                       - A lui...

Dolfré                           - A tutti... Comecchessia, dopo questa evi­tata catastrofe il nostro linguaggio deve essere di­verso... Io ho già smaltito le mie intemperanze e lei, le sue scene madri... Sì... lei è fatto così... Lei per vent'anni ha atteso il momento in cui sarebbe sbottato nella grande scena...

Carranza                       - Personaggio...

Dolfré                           - Mi perdoni se ho osato affibbiarle, in un momento di eccesso, questo attributo... Ci sono uomini che covano l'occasione per fare la loro spa­rata... Ma esaurita la carica non sanno più che dire... E lei non sa più che dire... Pochi minuti fa, simpatici, antipatici, felici, infelici... Parole... Ed è naturale, è naturale...

Carranza                       - Si sbaglia, architetto Dolfré... Qui ce ancora tutto, dentro, nel mio segreto... Altro che panni al sole... (Si arresta, è preso da una profonda commozione) che ne sa lei?... (Con decisione) Io... Io, vent'anni fa, non avrei voluto sapere... Perché io...

Dolfré                           - Dica...

Carranza                       - Perché io... io adoravo mia moglie... Io vivevo di lei e per lei... Quando l'ho sposata, oh! un angelo! Lei capisce, allora, che pugnalata!... Insanabile... E sa perché ho odiato lui? Perché lui mi ha ucciso l'angelo; è stato il delatore... Il docu­mento... Il documento vivente... Sempre sotto gli occhi, che mangia alla stessa tua tavola, che dorme nella camera accanto... Eccolo lì, ad ogni ora, din­nanzi a te... Ah! se non fosse nato... o se fosse nato e non avessi saputo... Chissà quanti stanno così... E non lo sanno... Io, oggi ancora, quando vo per le strade, quando la gente mi viene in uffi­cio, quando parlo con gli amici, dico dentro di me: chissà che c'è sotto... E' probabile che stiano nella mia stessa condizione, e non lo sanno... Beati loro... E li invidio... Lei, per esempio...

Dolfré                           - Dico!

Carranza                       - Chissà...

Dolfré                           - Io non le permetto...

Carranza                       - A sua moglie sarebbe andata bene; alla mia è andata male... Ma può darsi che io mi sbagli... Voglio ammetterlo...

Dolfré                           - Ah!

Carranza                       - Il problema, per me, ormai è un altro... Il documento... Mi avete rubato il docu­mento. Ora io, come faccio io? Con chi me la prendo? Capisce quello che mi è capitato? Io mi ero abituato all'iniezione quotidiana di morfina: perché io, ora me ne accorgo, mi alimentavo di lui, mi tenevo su con lui. Mi si toglie di botto la morfina... Capisce?

Dolfré                           - Ma questo è mostruoso...

Carranza                       - Non si spaventi... Le ho parlato così, perché ormai... Ha visto quando s'acciacca con un piede un ragno?... Le zampe seguitano ad agitarsi per conto loro... Così, io... Sono una zampa di ragno... Mi restano per fortuna i francobolli...

Dolfré                           - Come?

Carranza                       - Ogni sera, ora che s'è fatta libera la camera che occupava lui, lente d'ingrandimento, lume con la campana verde, e lì, a controllare, a ordinare gli albums... al suo tavolino!... E lui qui, in questa bella casa! Beh! E' meglio che m'inter­rompa, se no, lei dice: Aristide Carranza s'avvia a recitare una nuova scena madre!

Dolfré                           - No...

Carranza                       - Questa volta però calerebbe la tela sull'ultimo atto... Lei, prima d'iniziare questo col­loquio mi ha detto: Parliamo tra uomini! Spero che avrà capito che io sono un uomo, non un pazzo, uno squilibrato, come forse tutti mi giudi­cate... No... Tutto ragionato... Anche questo di­scorso... che è l'ultimo che ci scambiamo noi due... Non ci vedremo più, architetto Dolfré. Capito? Mai più... Se lo tenga il ragazzo e ne faccia un uomo felice... E se un giorno vorrà prendere mo­glie, badi a due cose: che non sposi un angelo, e che non ami troppo la sua donna... Non si sa mai...

Dolfré                           - Sa che lei è un uomo terribile?

Carranza                       - No... Sono un fesso... Un grossissimo fesso...

Dolfré                           - Qua la mano...

Carranza                       - Come?

Dolfré                           - (quasi forzandolo a dargli la mano) Siamo in due... Ma lei è il fesso pessimista: io il fesso ottimista... Lei non crede a niente, io a tutto... chi gliel'ha fatta fare a lei, di prendere una posi­zione quale è quella che l'ha tormentata tutta la vita? E a me d'ingaggiarmi in un impegno...

Carranza                       - A parole... Lei può ancora liberar­sene...

Dolfré                           - (marcando le parole) No, caro com­mendatore, le cose saranno fatte in modo che io non possa liberarmene... Sta di fatto che se noi fossimo due cinici: lei, quando ha saputo, avrebbe, come fanno tanti, chiuso un occhio, e via... ed io, quando avessi visto l'accenno a possibili complica­zioni, me ne sarei lavate le mani... Conclusione; ora che abbiamo i capelli grigi, vogliamo pren­derla un po' filosoficamente? Candido finirà con l'avere due padri e due madri...

Carranza                       - (ironico) Sempre fortunato, lui!... Ma lei ha sbagliato il calcolo... Tre, non quattro...

Dolfré                           - Come crede, commendatore... Non le pare ad ogni modo che un ragazzo sia meglio affi­dato a un fesso ottimista? Ma lei... come ha po­tuto? Perché ora si trovava di fronte un essere che poteva difendersi... Ma quando lui era un bam­bino: come ha fatto a perseguitare un bambino... Che poi tale è rimasto, ad onta dei suoi incipienti baffetti... Un bamboccione. Un ingenuo... Un in­nocente...

Carranza                       - Lei crede?

Dolfré                           - E' evidentissimo.

Carranza                       - Per me non è stato mai un bambino... E' stato sempre il corpo del reato... Ma ormai... zampe di ragno... e francobolli...

Dolfré                           - E un po' di carità per sua moglie...

Carranza                       - Bah!

Dolfré                           - Capelli grigi, capelli grigi, commendator Carranza. (Si ode picchiare alla porta) Avanti... (Entrano la signora Carranza seguita da Candido).

Carranza                       - (a Dolfré) Io credo che non abbiamo più nulla da dirci... posso andarmene in ufficio. Signori, vi saluto... (alla moglie) Ci rivedremo a casa...

La Signora Carranza     - Si... (Carranza dopo una esitazione, s'inchina, ed esce. La porta si chiude alle sue spalle) Anch'io tolgo il disturbo, profes­sore... Sono tornata per riprendere il cappello che avevo lasciato qui... Eccolo... (Candido si affretta a prendere dalla poltrona il cappello della madre e glielo porge) I guanti... Eccoli... La borsa... Grazie...

Dolfré                           - Ho parlato con suo marito... Ormai mi pare che sia persuaso...

La Signora Carranza     - Sì?!

Dolfré                           - Sì, signora...

La Signora Carranza     - Se questo è per il me­glio... Bello l'appartamentino... Grazie...

Dolfré                           - Che dice, signora!... (La signora Car­ranza calza il cappello. E' commossa; infila i guanti. Vuole dominarsi).

La Signora Carranza     - (a Candido, mentre l'ab­braccia) E' come se tu sia nato una seconda volta...

Candido                        - Io l'ho fatto anche per te, mamma...

La Signora Carranza     - No... L'hai fatto per te, Candido. Giusto... giustissimo. Ma l'hai fatto per te. Perché, se l'avessi fatto per me, mi avresti portata via dalla nostra casa, insieme saremmo an­dati, l'uno stretto all'altra, ad affrontare anche la miseria, a raccogliere cicche per le strade, ma in­sieme. E forse avremmo commesso una sciocchezza. Meglio così: meglio così. Architetto Dolfré, glielo affido... So che è bene affidato...

Dolfré                           - Grazie, signora... ma lei deve farsi una ragione: lei non deve lasciarci così... Candido starà con noi, è vero... ma resta sempre suo.

La Signora Carranza     - Si dice così...

Dolfré                           - E' così... E' vero, Candido... Candido      - Sì...

La Signora Carranza     - Del resto io gliel'ho già detto: a che servono le mamme?... E' vero, Candido?

Candido                        - Sì...

La Signora Carranza     - Non si preoccupi... Sono contenta, ingegnere, sono contenta... (La signora Carranza tende la mano a Dolfré, che gliela bacia. Si avvia alla porta).

Dolfré                           - (a Candido) Accompagnala tu... Fino a casa...

La Signora Carranza     - Grazie... (La signora Carranza esce accompagnata da Candido. Dolfré, solo, evidentemente scosso, fa qualche passo, accende una sigaretta senza l'intenzione di farlo, ha un istante di riflessione nel quale rivede il passato come un piccolo punto che ad un tratto si ingran­disce a dismisura).

Dolfré                           - Va a sapere... un istante, nella vita... poveretta. Mah...

                                                                   

FINE

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