Dentro di noi

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D entro di noi

Dentro di noi

Dramma in tre atti di Siro Angeli

PERSONAGGI

DANIELE (padre)      45-50 anni

REGINA (madre)      40-45 anni

GILDA (figlia)           20 anni

   UGO (figlio)           15-19 anni

ANGELA (madre)     50 anni

STEFANO, (figlio)    25  anni

ERMINIA (figlia)      23 anni

MARIA, (figlia)         14-19   anni

ZEF                            55-60 anni

IAN                          45 anni

MOGLIE                   40 anni

PIETRO                     25-30 anni

In Carnia, ai giorni nostri

ATTO PRIMO

In Carnia. La sera di Santo Stefano, il giorno dopo Natale, fi l'imbrunire. Una cucina di con­tadini. Tavola da sparecchiare. Regina, seduta sulla panca, a braccia conserte. Gilda accanto a lei nello stesso atteggiamento. Ugo sta termi­nando di mangiare un pezzo di pane.

Regina                - Si può sapere dove sei stato tutto il pomerìggio?

Ugo                    - (silenzio. Non la guarda neppure. Non si muove).

Regina                - (afferrandolo per un braccio) Rispondi!

Ugo                    - (si volge a guardarla, ostile, ma due la­crime gli spuntano daeli occhi) Ad aspettare il treno, sono stato. (Gilda e Regina si guar­dano, non riescono a dir nulla. Poi)

Regina                - Gilda.

Gilda                  - (aspra) Cosa vuoi?

Regina                - Come diceva l'ultima lettera?

Gilda                  - (più aspra di prima) Diceva quello che diceva ieri. E quello che diceva una settima­na fa. E quello che diceva quando l'hai ri­cevuta. L'hai letta cento volte. Basta. Sono stufa.

Regina                - Un mese, pensate. E non devo dir niente. (Pausa. Poi) Natale vuole essere pagato. Dice che tuo padre guadagna più di tanti altri. Tutti mi dicono così. Hai i soldi tu, mi dicono. (Pausa) Vengono anche a chie­dermi soldi a prestito. E se rispondo che non ne ho, non mi credono.

Gilda                  - (la guarda, poi) Anche se tu li avessi, sarebbe lo stesso.

Regina                - Perchè anche se li ho non sono miei.

Gilda                  - (come sopra) Anche se fossero tuoi sa­rebbe lo stesso.

Regina                - Già, lo so io. La colpa di tutto è mia. (A Ugo che intanto ha finito di mangiare e s'è messo a zufolare) Mangi ancora pane? (Siccome Ugo continua a zufolare) Rispondi.

Ugo                    - Mangialo tu.

Regina                - E tu?

Gilda                  - (silenzio).

Regina                - (prende il pane, mangia).

Gilda                  - (all'improvviso, più aspra di prima) Mi viene la voglia di piantare tutto e andare a servire.

Regina                - (aspra) Cos'hai adesso?

Gilda                  - Cosa ho? Perchè non l'hai mangiato, prima?

Regina                - Avevo mangiato abbastanza. Mi è tornata fame.

Gilda                  - Sì, è sempre cosi. Prima aspetti che mangiamo noi, e poi se ne resta ti toma fame, se non ne resta non ti torna fame.

Regina                - Tu non pensare a me. Per te arriva sempre.

Gilda                  - Vorrei ben dire che ci facessi mancare anche il pane.

Regina                - A me è mancato più d'una volta. (Pausa) Lo sai come mi tiene tuo padre.

Gilda                  - Tu sei peggio di lui. Tu risparmi an­che l'acqua.

Regina                - E' lui che mi ha ridotta così.

Gilda                  - Se non mi lasci spendere neanche i i miei soldi. (Riaccendendosi di nuovo) Non vedo l'ora di andar via da questa casa. Ecco. (Batte i piedi per terra, si alza).

Ugo                    - (smettendo di zufolare) Che cosa aspetti? Vattene. Chi ti tiene.

Gilda                  - Vado, vado. E' un pezzo che dico di farlo. Ma adesso lo faccio. (Pausa) Per fortuna mi sposerò presto.

Regina                - Ti auguro di stare meglio di qui. nel­la casa dove andrai. (Pausa). Se durano que­ste annate, vedrai quando ti sposi.

Gilda                  - Teri sera Stefano mi ha detto che se gli salta mi sposa subito, prima di partire, magari senza pubblicazioni.

Regina                - Si dimentica che deve fare i conti con tuo padre.

Gilda                  - Oh. mio padre non vede l'ora di man­darmi fuori dai piedi. Un grembiule non l'ha mai comprato, a me. Una buona parola non me l'ha mai detta. (Pausa) Non gli parrà ve­ro. Una bocca di meno, in casa.

Regina                - Ma anche due braccia, di meno.

Gilda                  - Ha sempre detto che non faccio nien­te... Provera quando non ci sarò più, quello che facevo.

Regina                - Non provera niente. Non c'è mai stato, a vedere quello che facciamo. (Pausa). Almeno poteva mandare Drea, se non voleva venire lui.

Ugo                    - (smettendo di zufolare) Ci sono ancora due treni, stasera.

La porta si apre ed entrano Erminia, fidanzata di Drea, e Maria, sorella di lei. Si ode in lon­tananza, dalla festa da ballo, il suono della fi­sarmonica. La porta rimane socchiusa.

Maria                  - (sedendo vicino a Ugo) Non vai a ballare?

Ugo                    - (brusco, smettendo dopo un momento di zufolare) Io aspetto mio padre.

Erminia               - Si sente suonare fin qui.

Gilda                  - Avete lasciato la porta aperta. Chiu­detela almeno, che non si senta.

Erminia               - Passando, abbiamo dato una guar­data.

Gilda                  - C'era molta gente?

Erminia               - Pieno.

Gilda                  - Quelle della nostra età ci sono tutte di sicuro.

Erminia               - (la guarda sorridendo) Ha detto che viene a prenderti.

Regina                - Se viene se ne andrà come è venuto.

Gilda                  - La senti.

Regina                - Io non comando. E' suo padre.

Erminia               - Ma tanto lui non lo viene a sapere.

Regina                - Lui viene a sapere tutto.

Gilda                  - Dopo tutto siamo fidanzati. (Sorda­mente rassegnata) Per me è destinato così.

Ugo                    - (a Maria) Siediti qua. Vicino a me.

Maria                  - Non avessi altro da fare

Ugo                    - Dicevi che non saresti più venuta a tro­varmi.

Maria                  - Non sono mica venuta a trovare te. (Pausa) Non sei ancora partito?

Ugo                    - Smettila di prendermi in giro.

Maria                  - Quando parti?

Ugo                    - All'indomani della vigilia.

Maria                  - Questo Io sapevo.

Ugo                    - Se torna mio padre, vedrai. Non lo la­scio partire senza di me, questa volta.

Regina                - Anche quello non ha altro per il capo che andarsene.

Ugo                    - Quando mi insegni a cucire?

Maria                  - Cosa ti salta?

Ugo                    - Quando si è via da casa, bisogna inge­gnarsi a far tutto da soli.

Maria                  - E tu che cosa mi dai?

Ugo                    - (si guarda intorno, esita, poi) Io ti dò un bacio.

Regina                - Sentilo. Non è neanche nato.

Ugo                    - Non sono neanche nato? Senti qua. (Strofina la guancia con la mano).

Maria                  - (dopo aver provato) Io non sento pro­prio niente. (Ridoìio insieme).

Regina                - Non ridete, ragazzi.

Erminia               - Lasciate che ridano, almeno loro.

Regina                - (riabbandonandosi al suo pensiero fis­so) Di sicuro è successo qualche cosa.

Gilda                  - (arrabbiandosi) Finiscila!

Ugo                    - (smette di zufolare, fa segno con la mano di star zitti) Si sentono dei passi.

Regina                - (alzandosi di scatto in piedi) Zitti. Vengono qui.

Ugo                    - (sicuro di quello che dice, e perciò triste) Non sono i loro passi. Io li conosco, i loro passi.

Erminia               - Sarà Stefano.

La porta si apre ed entra Stefano con un ami­co, Pietro. Si avanza senza salutare, batte un pugno sul tavolo e tra la meraviglia di tutti comincia a gridare.

Stefano               - Basta! Sono stufo, avete capito? (Guarda in giro tutti quanti, batte un nuovo pugno sul tavolo) Sono stufo!

Gilda                  - Ma cosa ti salta adesso? 3IO

 Stefano              - (gridando sempre più forte) Cosa ho? So io cosa ho. Sono stufo. Vado in municipio, questa volta. (Giù un altro pugno più forte) Vado dal prete! (Altro pugno. Più forte an­cora) Vado dai carabinieri! Vado in tribunale!

Regina                - Ma sei diventato matto? Che cosa ti abbiamo fatto, noi?

Stefano               - Che cosa mi avete fatto? (Guardando Gilda) So io che cosa mi ha fatto, quella lì. (Pronunzia queste parole sempre gridando. Poi, dopo una lunga pausa in cui guarda tutti quanti a uno a uno, con voce calma e solita) Beh, perchè mi state a guardare? Se non vado dai carabinieri e in tribunale, non mi fanno il certificato penale. (Altra pausa per lasciarli ancora sospesi. Poi) E senza certifi­cato penale non mi posso sposare. (Schivan­do lo zoccolo che Gilda, rapida come un ful­mine, gli ha scagliato contro, egli afferra la fidanzata per il braccio e la trascina via) An­diamo!

Gilda                  - (resistendo) No, lasciami. Mia madre non vuole.

Regina                - Dico io se questo è il modo di spa­ventare la gente. (È un po' compiaciuta nella sua ira).

Erminia               - Mio fratello è proprio matto, sai, Gilda. Io non mi fiderei.

Stefano               - (voltandosi, già sulla porta) Cosa? Non sei contenta? Così vi sposerete presto an­che tu e Drea.

Gilda                  - Vieni anche tu, Erminia.

Erminia               - Io resto a far compagnia a tua madre.

Regina                - Vai con loro, vai.

Erminia               - No, non ne ho voglia.

Pietro                  - (scuotendo la testa, guardandola) Che peccato.

Erminia               - Peccato che cosa?

Pietro                  - Che tu sia fidanzata.

Erminia               - Sentilo! Lo racconterò a Drea. Via! (Gli chiude la porta in faccia).

Stefano               - Verranno giù insieme lei e Drea, tra poco. Andiamo. (Dando uno strappo più forte al braccio di Gilda, sparisce sbat­tendo la porta).

Regina                - (Dopo una pausa) Potevi andare. Non si paga. (Pausa) Drea ti ha detto che puoi ballare.

Erminia               - Ma io so che non è contento.

Regina                - Ma si che è contento. Maria, su, an­date. (Scherzosa). Viene anche Ugo.

Ugo                    - (a Maria) Se vai, ti pianto.

Regina                - Cosa vuoi prendere e lasciare tu. Cre­sci, prima.

Ugo                    - (Più brusco di prima) Io aspetto mio padre.

Maria                  - Andiamo solo un momento a vedere.

Ugo                    - (Cedendo) Guarda che io mi fermo pro­prio un solo momento, eh!

Regina                - È tremendo, quello lì. Come suo pa­dre. (Li accompagna fin sulla porta. Resta un poco ad ascoltare la musica che giunge dalla festa da ballo, poi richiude, si avvicina lentamente alla finestra, prende in ma­no lo specchio, vi si guarda a lungo. Angela, madre di Stefano, Erminia e Maria, en­trando, la sorprende in quell'atto).

Angela                - Cosa facevi là?

Regina                - (Un po' confusa) Mi guardavo. (Pausa) Non c'è mai nessuno che mi guardi. Allora mi guardo da me.

 Angela               - Sentitela,

Regina                - (Abbandonando lo scherzo, che del resto si sentiva forzato). Mi guardavo come son vecchia.

Angela                - Questo lascialo dire a me. Potresti avere ancora dei bambini. (Guardandole il vestito). Neanche oggi ti seci cambiata.

Regina                - Per me non è stata festa. Quando si è soli non è mai festa.

Angela                - Non ti vergogni ad aspettarlo così?

Regina                - Dici aspettarlo come se fossi sicura che viene.

Angela                - Ma certo che viene. Va subito a cambiarti. Guardate se questo è il modo di tenersi. Ha ragione a non tornare mai a ca­sa. Marsch! (la spinge verso la porta).

Regina                - (Ridendo triste) Lasciami!

Angela                - Fammi vedere la camicia. (Ne guar­da l'orlo, sul collo). Cambiati anche la camicia. (Continua a spingerla verso la porta).

Regina                - (Sempre ridendo triste) Mi prendi in giro. Lasciami.

Angela                - Avrai messo un po' a posto la ca­mera, almeno. (Pausa). Hai pensato dove mettere a dormire Ugo?

Regina                - Dormirà in mezzo a noi. Il letto è grande.

Angela                - Ma... (La guarda significativa­mente).

Regina                - (Fingendo di non comprendere, per­chè si vergogna) Non c'è posto. In questa casa non c'è neppure da voltarsi. Con la speranza di farla nuova, e nostra, abbiamo sempre tirato avanti alla meglio.

Angela                - Ma... (continua a guardarla signifi­cativamente).

Regina                - (Triste, dopo averla guardata) Chi pensa più a quelle cose, oimai.

Angela                - Non è vero. (La guarda). Ci pensi invece. Tutte le donne ci pensano.

Regina                - (Silenzio).

Angela                - Allora tu non vuoi bene a tuo ma­rito.

Regina                - (con voce profonda, che rivela una pas­sione non ancora assopita malgrado gli an­ni e gli slenti) Troppo bene, gli voglio. So­no stupida. (Pausa) Se non gli volessi trop­po bene... avrei fatto come tante altre. (Pausa). Ma adesso... (Pausa). Adesso biso­gna lavorare, e basta, e non pensarci. E se capita di pensarci, lavorare di più. Altri­menti... guai (Pausa) Succede a tante. (Pau­sa) Poi ci sono i figli, ormai. (Pausa) Adesso... ci penso, sì. Ma mi vergogno, ecco.

Angela                - (Dopo un silenzio, con voce commos­sa) Ugo dormirà da noi.

Regina                - (Quasi piangendo) Credi che arriverà stasera? (Poi, ritornando ad essere, di donna, madre) Credi che arriveranno?

Angela                - Arriverà.

Regina                - (Avendo ora rimorso del suo egoismo e vergognandosi di essersi mostrata donna) Se arriveranno, anche Erminia sarà con­tenta.

Angela                - Tutti saremo contenti. (Pausa). Così ci intenderemo anche per questo matrimonio. Gli è saltato in testa di sbrigarsi subito, a quel benedetto ragazzo, e non c'è verso di fargli cambiare idea. Proprio ades­so, con queste annate magre   Pazienza, ci arrangeremo. (Pausa). Vai a cambiarti. Io scappo un momento a vedere cosa mi com­binano al ballo.

Regina                - (Trattenendola) Angela, sono molto vecchia? (Si guardano).

Angela                - (sorride) Vai a cambiarti. (Esce. Regina esita sulla soglia, yientra, torna a guardarsi allo specchio. Poi scuotendo la te­sta). Non verrà. (Ricordandosi, come sopra, di essere madre oltre che donna). Non ver­ranno. (Sconsolata si mette a sedere, ma un momento dopo si alza). Vado a cam­biarmi. (Esce. Quasi contemporaneamente si sentono dei passi fuori e sopraggiungono ansando Maria e Ugo. Fermi sulla soglia guardano delusi).

Maria                  - Hai visto. Non sono arrivati. Si po­teva restare ancora a veder ballare.

Ugo                    - (aspro per l'ultima delusione) Lo so che a te piace vedere ballare.

Maria                  - Perchè non mi deve piacere?

Ugo                    - (cattivo) Potevi restarci, al ballo. Io non ti ho chiamata.

Maria                  - Sì, e dopo...

Ugo                    - Dopo?

Maria                  - Dopo tu fai il muso. (Ride, e ride anche lui. Poi Ugo, a un tratto, notando l'ombra di lei sul muro, si avvicina, la bacia. Maria pri­ma non capisce) Che fai? (Poi, comprendendo, mentre Ugo fa di nuovo l'atto di baciare l'om­bra, ella si ritrae come se egli la baciasse ve­ramente in viso, e fa il gesto di pulirsi la guan­cia col braccio).

Ugo                    - (confuso e audace nello stesso tempo) Stai ferma. Chi ti tocca.

Maria                  - Non voglio. Me ne vado. (Passa dall'al­tra parte del tavolo, e allora la sua ombra si proietta sulla parete opposta a quella di pri­ma. Ugo si finge sconfitto, si accosta piano piano, poi, all'improvviso, bacia di nuovo l'ombra di lei. Allora Maria afferra il lume e lo solleva sopra la testa, in maniera che l'om­bra si raccoglie ai suoi piedi) Ecco, provati adesso.

Ugo                    - Adesso? Ecco. (La bacia sulla guancia. Maria fa uno scarto brusco, il lume rischia di cadere a terra) Ferma! Non far cascare il lume. Poi lo paghi tu. (In quel momento so­praggiunge Erminia, sorprendendo Maria an­cora col lume in aria).

Erminia               - Cosa succede? (Maria ridepone im­mediatamente il lume sul tavolo. Entrambi sono confusi, ma Erminia non ci bada). Per­chè siete scappati? (Rumore di passi sulle scale. Rientra Regina).

Regina                - Già tornati?

Erminia               - Quei due lì mi sono scappati e allora sono dovuta venire via anch'io.

Maria                  - È stato lui che ha voluto venir via.

Regina                - (a Erminia) E tu potevi restare con tuo fratello e Gilda.

Erminia               - Vi siete messa un bel vestito.

Ugo                    - Oggi, l'ho trovata che si guardava allo specchio. (Regina ride per coprire il suo im­barazzo). E prima mi ha chiesto se sembra più vecchia lei o tua madre.

Regina                - Bugiardo. (Ride sempre più imbaraz­zata).

Ugo                    - È vero. Guardate come ride.

Regina                - Non fatemi ridere, per amor di Dio.

Erminia               - Voi dite tanto male di quell'uomo, e poi gli volete un bene...

Regina                - (ripete) Troppo bene gli voglio. Sono stupida. (Lunga pausa) Vedrai che arrivano. Così farete a tempo a fare un ballo anche tu e Drea. (Dice queste parole come per scusarsi di essersi cambiata di vestito, e come per ave­re complice Erminia).

Erminia               - Se arriva sarà stanco.

Regina                - Con te verrà lo stesso, vedrai.

Erminia               - Allora verrete anche voi e Daniele.

Regina                - Sì, quello è un orso.

Erminia               - Non ballava quando era giovane?

Regina                - Con gli anni si cambia. Poi vengono i pensieri e le disgrazie.

Erminia               - Come avete fatto a prendere quel­l'uomo?

Regina                - Non so neanch'io come ho fatto.

Erminia               - L'avrete preso per i soldi.

Regina                - Per i soldi! Non aveva neanche la casa. Neanche adesso l'abbiamo... Perchè mi pia­ceva, l'ho preso.

Ugo                    - Così brutto?

Regina                - Brutto? Era bello lui. invece. Prove­rete anche voialtri come si diventa con gli anni. (Pausa) E dovevate sentirlo parlare. Aveva una lingua...

Ugo                    - Se tace sempre.

Regina                - (ripete) Con gli anni si cambia. (Pau­sa). Sapeva darla ad intendere, lui. E io ci sono cascata.

Ugo                    - (dopo una pausa abbastanza lunga) Mam­ma.

Regina                - Cosa.

Ugo                    - Quanti anni aveva Drea, quando ha co­minciato ad andare a lavorare con mio padre?

Regina                - Ne aveva' quindici.

Ugo                    - Io ne ho già sedici.

Regina                - (dopo un silenzio, trasalendo ad un tratto) Mi è parso di sentire... (Ascoltano col fiato sospeso) Qualcuno ha chiuso il por­tone... Ora è nel cortile... (Balzando in piedi) È il passo di tuo padre, questa volta sono sicura.

Ugo                    - (quasi gridando) È vero. È lui! (Si pre­cipita ad aprire la porta. Sua madre e le altre, dietro. Suo padre è fermo sulla soglia, col baule. Dice).

Daniele               - E allora? (Guarda tutti, ma solo un attimo, anzi con gli occhi cerca di sfuggire. Dal suo contegno deve subito apparire che egli vuole nascondere qualche cosa. Depone il baule, abbraccia Ugo) Chi è quest'uomo che non conosco? (Cerca di ridere).

Ugo                    - Che cosa mi hai portato?

Daniele               - (abbraccia Regina, che è rimasta lì come in sospeso) E tu? Arrivo e non mi dici niente.

Regina                - Io... vi aspettavo in due.

Daniele               - (guardando da un'altra parte) Drea... l'ho dovuto lasciare là. (Pausa) Non si poteva abbandonare il lavoro tutti e due.

Regina                - Neanche per Natale.

Daniele               - (è preoccupato di non smettere di par­lare. Ha patirà del silenzio) E poi il viaggio costa. Anch'io sono stato sul forse. Se per ve­nire a casa ci tocca spendere tutto quello che si è messo da parte... Ma Drea mi aveva det­to: vedi di andare a casa, per le feste... (Pausa, Inghiottendo) E allora ho piantato tutto e sono venuto.

Regina                - Io ero più contenta che foste venuti tutti e due. Non si può fare mai un Natale tutti insieme. (Pausa). Almeno potevi scri­vere, per lasciare la tua gente contenta.

Daniele               - Ti ho detto che non sapevo se venire o no.

(In questo momento si fa alla finestra, dalla strada, Ian. Dalla voce si comprende che è brillo).

Ian                      - Ve lo dicevo io, Regina, che -sarebbe ve­nuto? Come va Daniele?

Daniele               - Va come può andare.

Ian                      - Già, già-    - (Inaspettatamente) Adesso vado da mia moglie. Siamo poveri, ma sempre in­sieme. (Via. Quasi contemporaneamente dal­la porta entra Zef).

Zef                     - Allora, Daniele, anche quest'anno siamo tornati, eh! (Siede) E Drea?

Daniele               - (silenzio).

Zef                     - Non ha voluto venire, eh! Come il mio. (Pausa). Daniele.

Daniele               - (alza la testa).

Zef                     - È vero che ha una ragazza di là?

Daniele               - Non ve l'ha scritto?

Zef                     - No, non me l'ha scritto. (Pausa) Eh, i figli... (Si alza, dice) Buona notte. (Via).

Regina                - Avrai fame.

Daniele               - (non risponde. Si dà da fare, cammina su e giù).

Regina                - Ma siedi.

Daniele               - Perchè devo sedere? Non sono stanco. (Pausa) Perchè siete ancora alzati?

Regina                - Ti aspettavo.

Ugo                    - (d'impeto) lo ti ho aspettato tutte le sere.

Daniele               - Potevate aspettarmi a letto. Così con­sumate petrolio per niente.

Regina                - (indicando Erminia) A lei non dici niente?

Daniele               - (brusco) Cosa le debbo dire?

Regina                - Drea... non ti ha dato da portarle qualche cosa?

Daniele               - Ecco... (Imbarazzato) Io... non ci ho pensato.

Regina                - Doveva pensarci lui. (Pausa) Ti avrà detto almeno di salutarla.

Daniele               - (ancora più brusco) Mi ha detto di salutare tutti.

Erminia               - (è rimasta a disagio. Dopo una pausa) Io vado. Andiamo Maria. Buona notte.

Regina                - Non andare ancora. Aspetta che ci racconti qualche cosa di lui.

Daniele               - (più brusco che mai, per non commuo­versi) Non c'è niente da raccontare. (Si mette a mangiare la minestra che Regina gli mette davanti, senza levare gli occhi).

Regina                - (lo guarda mangiare contenta) Era una settimana che te la serbavo ogni sera.

Daniele               - (guardando intorno) Dov'è Gilda?

Regina                - Adesso te ne accorgi. Non sai neanche di averla, tua figlia.

Daniele               - Dov'è, ho detto.

Regina                - È andata un momento fuori con Ste­fano.

Daniele               - Di notte si sta a casa. Dov'è an­data?

Regina                - L'ho lasciata andare a fare un ballo. Mi ha tanto tormentata. È la prima volta che la lascio andare.

Daniele               - (balzando in piedi come morso, grida)

                           Mandala a chiamare subito. (Si mette a camminare su e giù agitato).

Regina                - Erminia, corri. Dì che la chiama suo padre.

Daniele               - Già. Perchè se dice che la chiami tu, non viene. Ecco come è, tua figlia.

Erminia               - Vieni, Maria. (Escono).

Daniele               - Ecco quando manco io, cosa succede.

Regina                - Puoi proprio dirlo. (Pausa) Dopo tut­to, che c'è di male?

Daniele               - (gridando) Lo so io!

Regina                - (umile) Finisci la minestra.

Daniele               - (continua a camminare su e giù, guar­dando la moglie di quando in quando, di na­scosto).

Ugo                    - (osando e non osando) Mi hai portato le scarpe?

Daniele               - (cercando di addolcire la voce) Sì, te le ho portate.

Ugo                    - (illuminandosi nella voce) Fammele ve­dere!

Daniele               - (di nuovo brusco) Domani.

Ugo                    - No, lasciamele vedere subito.

Daniele               - (non risponde. Ugo si accosta al baule, con intenzione di aprirlo) Ti ho detto do­mani. Lascia stare il baule! (Ugo torna mogio al suo posto).

Regina                - Non trattarlo cosi, quel povero ra­gazzo. Ti ha tanto aspettato.

Daniele               - (dopo una pausa, come per scusarsi di averlo trattato male) Cosa hai mangiato, per crescere cosi? (Gli dà una manata sulla nuca) Eh?

Regina                - Ha mangiato anche la mia parte.

Ugo                    - (felice) Sono grande come Drea?

Daniele               - Drea... era più grande. (Accorgendosi di aver detto « era » resta come sospeso) Dicevo, quando aveva la tua età.

Regina                - (dopo una pausa) E a me che cosa hai portato?

Daniele (silenzio).

Regina                - Lo sapevo io. (In questo mentre en­trano Gilda e Stefano).

Gilda                  - Sei tornato, babbo. Stai bene?

Daniele               - (aspro) T'importa molto se sto bene. Arrivo, e lei a ballare.

Stefano               - Come va, Daniele.

Daniele               - Va come può andare.

Gilda                  - Non sapevo che tornavi.

Daniele               - E con questo? Si sta a casa. Non hai niente da fare?

Gilda                  - Sono le feste, babbo.

Regina                - Non rispondere, a tuo padre.

Gilda                  - E Drea?

Daniele               - (dopo una pausa, ripete) Drea... l'ho dovuto lasciare là.

Stefano               - Ha imparato bene il mestiere? Scom­metto che il muro lo sa fare a piombo meglio di voi.

Daniele               - (invece di rispondere) Che novità qui in paese?

Regina                - Le solite. Sempre miseria. (Pausa) Qualcuno che nasce e qualcuno che muore... (Pausa) Sai, Geremia, pareva che morisse e invece è guarito, dicono.

Daniele               - Faceva meglio a morire subito, con tutti i soldi che ha fatto spendere. Tanto, non è più uomo da lavoro.

Regina                - Candido è tornato a casa, ha venduto tutto, e poi è partito con moglie e figli, tutti con sé.

Daniele               - (silenzio).

Regina                - Qualche volta ci penso su e dico che anche noi...

Daniele               - (silenzio).

Regina                - Vedi che non dici niente. Non ti co­moda.

Daniele               - Non sapete, voi, cosa vuol dire an­dare per il mondo, tra estranei. Qui anche i muri ci conoscono.

Regina                - Adesso non sei più tra estranei. Adesso resti in Italia. (Dopo una pausa) Avrai di si­curo qualcun'altra, là dove sei.

Daniele               - In Germania, prima della guerra, ne avevo un'altra. In Francia, dopo, ne avevo un'altra. Adesso, qua, ne ho un'altra. (Pau­sa. La guarda) Quando mi vengono questi pensieri, io bevo.

Regina                - Glielo voglio domandare a Drea, quan­do torna.

Daniele               - (silenzio. Gli viene di scuotere la te­sta).

Regina                - Perche scuoti la testa?

Daniele               - (silenzio. Dofto una pausa) Natale... veniva ancora qui?

Regina                - Cosa vai a pensale. (Soyyjde compia­ciuta che il marito abbia potuto Pensare che lei possa piacere ancora a qualcuno).

Daniele               - To non so niente come sei. tu.

Stefano               - (dopo una pausa) Sentite Daniele... Gia che ci siamo vorrei parlarvi. (Daniele lo guarda) Di noi due. (ìndica Gilda con un cenno del capo).

Daniele               - (brusco) C'è tempo.

Stefano               - Ma io vorrei sbrigarmi subito. Cosi si può sposare presto anche Drea.

Daniele               - (ripete, senza guardarlo) C'è tempo.

Stefano               - (a disagio) Sarà ora che vada. Buona notte. (Gilda e Regina si voltano a vederlo uscire, poi si guardano tra loro. Daniele con­tinua a camminare su e giù con gli occhi a terra).

Regina                - Non sei venuto a casa neanche quando mi è morta la bambina.

Daniele               - Ti ho mandato tutto quello che ti occorreva.

Regina                - Ecco, i soldi. (Pausa) Non sei venuto né quando è nata né quando è morta. Non l'hai neanche veduta. Per te è come non fosse esistita.

Daniele               - (tace a lungo, poi) Questo vestito non l'avevi quando sono partito.

Regina                - Anche di questo ti accorgi. (Guardando quello di Gilda) Anche il tuo è troppo chiaro.

Gilda                  - Ma io sono giovane.

Daniele               - (sempre più aspro) È troppo chiaro lo stesso.

Gilda                  - Non sono mica in lutto.

Daniele               - (gridando) Stai zitta!

Regina                - Non gridare così. Se no dicono che gridi appena tornato. (Pausa) Non hai por­tato neppure un grembiule, né a me né a tua figlia.

Daniele               - (sempre aspro) Non sono annate.

Regina                - Allora è andata male?

Daniele               - È andata come è andata.

Regina                - Ecco come, sei, tu. Di te non si può mai sapere niente.

Daniele               - Non sapete cosa vuol dire lavorare sotto padrone voi. Guardate i mici gomiti come sono consumati. (Li alza a mostrare).

Ugo                    - (che intanto, non osservato è riuscito ad aprire il baule, tenendo in mano le scarpe) Eccole, le ho trovate. (Le osserva) Così grandi!

Daniele               - (quasi balzandogli addosso) Chi ti ha detto di aprire!

Ugo                    - (piagnucolando) Non sono nuove... Sono quelle di Drea... (Le lascia cadere a terra).

Daniele               - Perchè le butti per terra? (Gli dà uno schiaffo. Poi lentamente si china a raccoglierle, le strofina con la manica per pulirle, quasi le accarezza).

Regina                - Perchè le hai portate a casa? Non gli vanno più bene?

Daniele               - (dopo una pausa, inghiottendo, a testa bassa) No, non gli vanno più bene.

Regina                - (prendendo qualche cosa dal baule aperto) Cos'è?

Daniele               - (dopo una pausa, senza guardarla) E' per un vestito.

Regina                - (illuminandosi tutta) Ah, me l'hai portato.

Gilda                  - E a me niente.

Daniele               - C'è stoffa per due.

Gilda                  - (delusa) Nero anche per me...

Daniele               - (silenzio).

Ugo                    - (Ha smesso di piangere e s'è messo di nuovo a rovistare nel baule) C'è anche il vestito di Drea.

Daniele               - (fa di nuovo l'atto di dargli uno schiaf­fo) Ti ho detto di lasciar stare!

Regina                - Anche il vestito non gli va più bene?

Daniele               - No, non gli va più bene.

Regina                - Ma come cresce! Non sì ferma più. (Sorride, guarda Daniele per trovare sul volto di lui lo stesso suo compiacimento di madre. Ma lo sguardo di Daniele la fìssa un attimo, pieno di compassione e di disperazione, poi subito la sfugge. Regina ha un trasalimento, lo fa volgere verso di sé, lo costringe a fissarla) Daniele! Tu mi nascondi qualche cosa!

Daniele               - (parlando precipitosamente) Vedrai che bella casa faremo, vedrai. Tu e Gilda e Ugo porterete l'acqua, la sabbia, i sassi... E il muro lo faremo io e... io e... (Vorrebbe dire Drea, ma non gli riesce).

Regina                - (afferrandolo con violenza) Che cosa è successo?

Daniele               - (con la testa ostinatamente bassa, iroso per non commuoversi o rabbioso per essersi già commosso) Non è successo niente.

Regina                - (scuotendolo per la giacca come una for­sennata) Perchè guardi sempre per terra? Guardami!

Daniele               - (sempre con la testa bassa e ancora più iroso) Perchè ti devo guardare? Perchè sei bella?

Regina                - (gridando) Guardami!

Daniele               - (è costretto a levare la testa a guar­darla: due lacrime gli scendono giù per la fac­cia. Ripete, come un ebete) Il muro lo fa* remo io e... io e... (Non resiste più. Prenden­dosi la testa tra le mani si lascia andare su una sedia, a singhiozzare) Glielo dicevo sem­pre che stesse attento su per quelle armature... Glielo dicevo sempre...

FINE PRIMO ATTO

ATTO SECONDO

 Cena di nozze. Si festeggia l'ingresso nella nuo­va casa e il matrimonio di Ugo con Maria. At­torno alla tavola siedono, oltre gli sposi, Da­niele e Regina; Gilda e Stefano sposati da meno di un anno; Erminia e Pietro; Zef con la fisarmonica. La cena è finita.

Daniele               - (scherza e ride. E' diventato gioviale ed espansivo, forse un po' per colpa del vino) Avanti, Zef, Musica! Ballate tutti! (A Re­gina) E tu devi ballare con me.

Regina                - No, lasciami. (Tra il riso e le lacrime) Lasciami.

Daniele               - Devi fare quello che voglio io. (Zef attacca un valzer all'antica. Tutti si mettono a ballare, meno Erminia. Ma dopo qualche giro Stefano e Gilda si fermano, per vedere ballare Daniele e Regina, e subito dopo an­che Ugo e Maria).

Regina                - Non ne posso più. Mi gira la testa. (Torna a sedere).

Daniele               - Avete visto se anche quelli di una volta non sono capaci di qualche cosa?

Gilda                  - Facciamoci raccontare da lei di quella sera che hanno ballato insieme la prima volta.

Regina                - Fatevela raccontare da vostro padre.

Daniele               - Cosa vuoi che sappia io dopo tanti anni.

Regina                - Ecco, vedete? Per lui, cose da niente. Io invece ricordo come fosse adesso. Mia madre non voleva lasciarmi andare, perchè lui...

Daniele               - Io, che cosa?

Regina                - Sì, perchè lui. ..non c'era da fidarsi. (l'ausa) Quella sera si ballava proprio in casa di Zef, senza licenza. Eh, Zef, ricordate?

Zef                     - Se mi ricordo! Mi avete fatto prendere uno spavento che...

Regina                - Suonava il padre di Zef. Piaceva suo­nare, a suo padre. Suonava proprio come gli zingari.

Zef                     - Adesso è dove non c'è musica.

Regina                - Zef stava dietro il portone e prima di aprire alla gente che arrivava domandava sempre « Chi è? ». Per paura che ci fossero i carabinieri, capite. E Daniele: « La forza ». (Ride al ricordo, e ridono tutti) E Zef, allo­ra: « Ah povero me, aspettate che chiami mia moglie, che sa più italiano di me ». (Al­tre risate) Dopo, ci voleva picchiare.

Zef                     - E non avevo ragione?

Regina                - (continuando) Non abbiamo lasciato passare neppure un ballo. E lui parlava sem­pre, parlava di tutto, fuori che di « quello ». E non mi voleva mai riportare a casa. Siamo tornati così tardi che mia madre mi aveva chiusa fuori e non voleva aprirmi. (Pausa) E intanto che si aspettava che aprisse, final­mente lui si è messo a parlare anche di a quello ».

Stefano               - E cosa è successo?

Regina                - Cosa credi che sia successo?

Stefano               - Mah! Domando, io.

Regina                - Domandalo a lui.

Daniele               - Domandalo a lei.

Stefano               - Scommetto che prima di sposarvi non vi siete neppure baciati.

Daniele               - (misterioso) Chi lo sa. Domandalo a lei.

Regina                - Domandalo a lui. (Ridono solo loro due, d'intesa).

Ugo                    - Io, per esempio, mia moglie non l'ho mai baciata.

Stefano               - Sicuro! Ti crediamo.

Maria                  - Ci avete mai visti?

Stefano               - Se questa fosse una prova...

Ugo                    - Vi ripeto che è così. Mia moglie non l'ho mai baciata. Ho baciato la mia fidanzata. Non ci avete lasciati un momento soli, da quando siamo tornati di chiesa... Come posso aver baciato mia moglie?

Zef                     - Abbiamo capito. Tra poco ce ne andremo tutti.

Regina                - (continua, desiderosa dì raccontare) Dopo, su in camera, mia madre me ne ha date tante... Picchiava al buio, dove capi­tava. (Pausa) Ma a me non importava niente. Non le sentivo.

Daniele               - (sornione) Perchè non le sentivi?

Regina                - Perchè ero contenta. (Lo guarda) Allora non sapevo ancora quante ne avrei provate, con te.

Daniele               - Già.

(In questo momento la porta si spalanca ed entra Ian. Evidentemente viene dall'osteria, perchè barcolla leggermente. Tiene una mano all'indietro, come se si trascinasse dietro la moglie. Lasciando aperta la porta si avanza in mezzo alla stanza e dice, ingarbugliandosi).

Ian                      - Salute. (Pausa. Poi, come continuando un discorso) Ma sempre insieme.

Stefano               - (ridendo) Ha sentito l'odore, lui.

Jan                      - Che odore?

Stefano               - Di questo. (Agita tra le mani un mezzolitro).

Ian                      - (offeso) No, no, no, no, no. Io sono ve­nuto...

Stefano               - Cos'hai nella mano?

Ian                      - Questa è mia moglie. Siamo poveri, ma sempre insieme.

Stefano               - (tra le risate di lutti) Tua moglie? Ma io non la vedo. Forse l'avrai in pugno.

Ian                      - (si volta bruscamente indietro, a guar­darsi il braccio teso, resta perplesso, poi si guarda intorno) Non facciamo scherzi. (Sembra che voglia accusare tutti di avergli rubato la mogli». Poi si mette a ridere) Eh, eh, adesso viene. (Mettendosi a sedere) Beh, non mi dite di sedere.

Daniele               - Sedetevi qua.

Ian                      - Beh, quello è un posto. E quello per mia moglie.

Daniele               - (ammiccando a Stefano e agli altri) Ah, già. Ecco qua. Voi sedete vicino alla sposa. E vostra moglie qua.

Ian                      - No, no, no, no, no. (Si mette a contare sulle dita) Quante volte ho detto di no?

Stefano               - Cinque.

Ian                      - Allora va bene. No, no, no, no, no. Sia­mo poveri, ma sempre insieme. Sediamoci qua. (Finalmente muove il braccio col quale era convinto di tenere la moglie, e fa dei gesti come per farla sedere vicino a sé. Poi) Beh, non mi date da bere?

Stefano               - (riempiendo un bicchiere) Ecco qua.

Ian                      - Beh, e per mia moglie?

Stefano               - (riempiendone un altro) Ecco qua.

Ian                      - Ero venuto a vedere se vuoi comprarmi un prato.

Daniele               - Ma tu non ne hai più da vendere.

Ian                      - E allora comprami la casa.

Daniele               - E dopo?

Ian                      - E dopo stiamo insieme. (In questo mo­mento la porta si apre di nuovo ed entra la moglie. Ian si illumina tutto) Avete vi­sto? Non sapeva dov'ero, e mi ha trovato.

Stefano               - Avrà sentito l'odore, anche lei.

Daniele               - No, no, no, no, no. (La fa sedere al posto già preparato per lei, e la fa bere. Poi) Ma sempre insieme. Siamo nati insie­me, e insieme...

Stefano               - (interrompendolo) Allora siete ge­melli.

Ian                      - (si gratta la testa, perplesso) Sì, ma... lei di un padre e di una madre, e io di altri. (Risale di tutti. Allora, egli arrabbiandosi) Non scherziamo, eh!

Moglie                - Dall'Ungheria, mi scriveva lettere con tanti puntini. (Ride) Diceva che non poteva dormire senza di me. (Ride più for­te).

Ian                      - Il capo mi diceva : « Scendi giù a pren­dere i mattoni ». Ma io non li trovavo mai, i mattoni. (Ride. Poi, rivolto alla moglie) Balliamo. Musica, Zef. (Zef attacca. Tutti accompagnano la musica con le parole): Tin tin- Tin tone    - cui baie lassù? Son prédis, son sioris - si tratin dal tu. (Ian e la moglie ballano come impazziti, lanciando di quando in quando delle grida) Tu balis tu, Pieri -Si, si che jo bali   - Le un pièz che ti ciàli           - Ninin tu sés mio. (Ian a un tratto vuole baciare la moglie. Lei dice, smorfiosa).

Moglie                - No, ci vedono.

Ian                      - Lascia che ci vedano. (Le schiocca un bacio, forte perchè tutti sentano. Risate di tutti).

Moglie                - (improvvisamente) Adesso andiamo.

Stefano               - Dove volete andare?

Ian                      - No, no, no, no, no. Mai domandare dove. Lei dice: «Andiamo». E io vado. Io dico: « Andiamo ». E lei viene. (La mo­glie è già uscita. Egli la segue, ma quando è sulla porta, toma indietro, vuota il bic­chiere suo e quello della moglie, e se ne va dicendo) Siamo poveri, ma sempre insieme.

Stefano               - (dopo un silenzio, indicando Zef) Se non lo fate suonare, vi vuota un bic­chiere dietro l'altro. Non lo vedete?

Daniele               - Per questo, io, prima, gli dicevo di suonare.

Zef                     - (fingendosi offeso) Se è per questo, le­vo il disturbo. (Fa per alzarsi).

Daniele               - (trattenendolo) Ma io scherzavo. Lo dicevo per il vostro bene. Se bevete an­cora, come farete a tornare a casa?

Zef                     - La strada è molto stretta.

Daniele               - Ma cadrete e vi farete male.

Zef                     - Io sono piccolo. Se cado, arrivo presto a terra, senza farmi male.

Stefano               - E quello che avete mandato giù ieri? Non lo contate?

Zef                     - Chi si ricorda più di quello di ieri.

Stefano               - Era il giorno della pensione, ieri, eh? E così avete fatto il giro di tutte le osterie.

Zef                     - Bisogna dare da lavorare a tutti, a questo mondo. Se vado a bere solo in una, le altre osterie se l'hanno a male.

Stefano               - E non vi fanno più credito.

Zef                     - Appunto.

Daniele               - Beato voi che non avete pensieri, Zef.

Zef                     - Io non ho soldi. Se li ho, li bevo. Io non ho nessuno da mantenere.

Regina                - Vedete come ci si riduce, a voler restare soli.

Zef                     - (brusco) Io, solo, sto benissimo.

Regina                - Non vi fate neanche da mangiare.

Ugo                    - Quando ha fame, lui si mette a suonare.

Zef                     - Una scodella di minestra fredda la tro­vo sempre. A me basta. Mi faccio sempre vestiti stretti. (Ride forzato).

Regina                - Dovevate restare con vostro figlio.

Zef                     - (aspro, quasi gridando) Io non ho figli. Mi sono spiegato? (A Stefano) Dammi da bere.

Stefano               - (versando) Bevete. (A Ugo) E così, domani mattina, partenza, eh Ugo.

Ugo                    - (brusco) Lascia stare.

Zef                     - Uh, che lusso. Anche il viaggio di nozze.

Ugo                    - Già. (Amaro) Il viaggio di nozze da solo, faccio.

Zef                     - Ah, torni al lavoro? Bene. Così non ti resta il tempo di litigare. E... quando si torna?

Ugo                    - L'intenzione sarebbe per Natale. Ma noi si sa quando si parte, non quando si torna.

Zef                     - Così a Natale c'è caso che trovi una bocca di più. Forse ci avete già pensato, eh? (Ride) Via, lo so che siete due bravi figlioli. Beh, se non ci avete pensato, pen­sateci. E perchè ci possiate pensare, ce ne andiamo tutti. Un'ultima suonata e ce ne andiamo.

Regina                - Adesso basta Zef, ve ne prego.

Daniele               - (brusco) Lascialo suonare. Oggi dob­biamo essere contenti.

Regina                - Ascoltatemi Zef, non suonate.

Zef                     - Ma sicuro che suono! Si sposa vostro figlio e inaugurate la casa, e non devo suonare?

Regina                - (sommessa, come chiedendo scusa del suo ricordo) Ma io mi ricordo di quell'altro là, sotterra, tra estranei. (Un silenzio).

Zef                     - (a Daniele, tanto per dire qualche cosa) Hai fatto proprio una bella casa. (Pausa) For­se anche troppo grande. Come la mia. (Tutti capiscono che cosa vuol dire Zef con queste parole).

Daniele               - Ma quando ci saranno i bambini...

Zef                     - I bambini, sicuro. (Ride. Poi col tono di prima) Sei stato proprio bravo.

Regina                - E poi, quando avremo portato tutta la roba di Maria, non sembrerà così grande.

Zef                     - Non l'avete ancora portata?

Maria                  - (imbarazzata) No, non l'abbiamo por­tata. (Pausa) Non si è fatto a tempo.

Zef                     - (sempre col tono di prima) Sei stato pro­prio bravo. (Ride confidenziale) Ancora un bicchiere. (Stefano gli versa).

Daniele               - Non credevo di arrivare fino in fon­do. Ma ho tenuto duro. Mio padre non mi ha lasciato nemmeno tanto di terra dove po­sare la testa. E io mi sono detto: voglio mo­rire sul mio. E ci sono arrivato. Mi costa,

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 ma ci sono arrivato. E posso dire di averla fatta proprio da solo.

Regina                - Da solo, già. Perchè noi due siamo state a guardare.

Daniele               - Sì, voi due mi avete aiutato in tutto. Chi ha detto di no. Volevo dire che non ho voluto gente che non era di casa, ad aiutar­mi. Nessuno. (Pausa) Voi due mi avete aiu­tato. Ugo. lui, l'ha trovata pronta quando è venuto.

Ugo                    - A me non conveniva restare qui per fare la casa. Là dov'ero guadagnavo di più.

Daniele               - Non ti ho fatto mica nessun rim­provero. Ma dico che l'hai trovata pronta quando sei venuto. E vi siete presi, tu e lei, la camera migliore.

Ugo                    - Hai voluto tu che la prendessimo.

Daniele               - Eh, siete nati con la camicia voi. Io si che ne ho provate. Ma ho tenuto duro. Peggio di un mulo. (Improvvisamente) La sa­pete la storia di quello che voleva andare a Venezia col carro, e per la strada incontrò San Pietro? State ad ascoltare.

Ugo                    - Cosa ti prende adesso? Salti da un di­scorso all'altro.

Stefano               - Ma a quei tempi a Venezia col carro non ci si poteva andare.

Daniele               - Lui ci voleva andare lo stesso. State ad ascoltare. Dunque, il carradore parte e dopo aver fatto un pezzo di strada incontra San Pietro. Lui non sapeva che quello era San Pietro. « Dove andate buon uomo? » gli fa San Pietro. « A Venezia, vado » risponde il carradore. « Andate con l'aiuto di Dio » dice San Pietro. E il carradore : « Dio aiuti o non aiuti, ci vado ». E via. Dopo pochi passi, che è che non è, si trova col carro in un fosso. Dopo un'ora che è lì a bestemmiare, ecco di nuovo San Pietro, ve­stito in un altro modo per non farsi ricono­scere. « Volete che vi aiuti, buon uomo? » -« Faccio da solo »           - « Dove andate, buon uomo? » - « A Venezia, vado »- « Andate con l'aiuto di Dio » - « Con l'aiuto di Dio o senza, ci vado ». Due ore dopo il carro era ancora nel fosso, e il carradore continuava a sudare, a picchiare e a bestemmiare. San Pietro passa un'altra volta di lì, vestito an­cora in un altro modo. « Volete che vi aiuti, buon uomo? »     - « Faccio da solo »- » Dove siete diretto, buon uomo? »- « A Venezia sono diretto » - « Andate con l'aiuto di Dio »- Il carradore si volta di scatto « Oeh, vi siete tutti messi d'accordo, da queste par­ti? ». E poi: « Se Dio mi aiuta, bene. Se Dio non mi aiuta, ci andrò lo stesso ». Allora San Pietro fu colto da un pensiero improv­viso « Dite, buon uomo, come vi chiama­te? ». Il carradore lo guardò sospettoso, ma poi glielo disse. « Lo dicevo io che non pote­vate essere che voi » fece San Pietro. Poi scosse la testa: « Con voi non c'è nul­la da fare. Bisogna proprio che vi lasci andare ». (Silenzio. Tutti aspettano che Daniele continui).

Stefano               - Ma è finita? Che cosa vuol dire?

Erminia               - Perchè ce l'avete raccontata?

Zef                     - Come si chiamava il carradore?

Daniele               - Bravo Zef, voi l'avete capita, eh? (Guarda tutti all'ingiro) Quel carradore era il nonno di mio nonno. (Ride) E io gli ras­somiglio. (Ride ancora) Con Dio no, non c'è da scherzare. Ma con gli uomini io ho fatto sempre così. Ne ho provate di ogni sorta, ma non mi sono mai perso di coraggio. Sem­pre avanti, senza requie. E se mi faceva male da una parte, mi voltavo da quell'altra, e tacevo, e tiravo avanti. Se avessi voluto morire, sarei morto in piedi. (Pausa. Si esal­ta) Quando ero sul lavoro, sudato, mi sedevo all'ombra di una casa a mangiare il mio pezzo di pane, e dicevo: « Un giorno starò all'ombra di casa mia ». Ora ci sono, e non mi pare vero. (Pausa). Qui non c'era niente. Prato, sassi: niente. Adesso c'è la casa. Al­ta dieci metri e lunga venti. Di pietra. E du­rerà in saecula saeculorum. (Ha parlato come in sogno. Ora si guarda intorno. Tutti tacciono, presi da quelle parole che nascono da un profondo sentimento. Ugo e Maria si guardano).

Regina                - (dopo una pausa) Non dire così. Se no Dio ci manda il terremoto.

Daniele               - (iroso) Stai zitta! Che terremoto. Che venga, il terremoto. Resterà in piedi lo stesso. Io l'ho fatta che resista anche al ter­remoto.

Regina                - (risentita) E parli come se avessi stentato solo tu. So io quello che abbiamo provato anche noi, qua.

Daniele               - Sì, lo so, avete patito anche voi. Ma adesso (si esalta di nuovo) abbiamo la casa.

Regina                - (con una tristezza che non riesce a di­ventare ironia) Sì, adesso abbiamo la casa.

Daniele               - Non sei contenta?

Regina                - (come sopra) Sì, sono contenta.

Daniele               - Adesso staremo tutti insieme.

Regina                - Sì, tutti insieme.

Daniele               - (aspro) Eh?

Regina                - (come sopra) Tutti insieme. Ugo parte domani mattina. (Ugo e Maria si guardano. Silenzio).

Daniele               - Non ho fatto lo stesso io con te?

Regina                - Proprio quello che volevo dire.

Ugo                    - Cambiamo discorso.

Zef                     - Se parte, tornerà. (Pausa) E' quando non tornano che... (Altra pausa) Eh, c'è chi è fortunato coi figli, e chi non lo è. (Un gru­gnito) Mi dice: «Vendi tutto ». A me! (Pun­ta l'indice contro il petto) « Vendi tutto ». (Altro grugnito) Come si dice « Piove ». (Pausa) Voleva che andassi a stare via, con lui, là dove s'è sposato. (Altra pausa) « Ven­di tutto »- (Altro grugnito) Tu, cosa avresti fatto? (A Daniele) Vogliamo morire sul no­stro, noi. (Pausa) Viene l'invasione, la riti­rata, tutti scappano: io sono rimasto. Viene il terremoto, dicono che c'è pericolo, sgom­brare le case... : io sono rimasto. Non è gente giusta, quella che scappa di casa sua. (Pausa) E dopo, mio figlio dice a me « Vendi tutto ». (Pausa) Diceva che non poteva vivere qui, dove sua madre era morta di stenti. (Pausa) Prima di andarsene, gridò che ero stato io a farla morire di stenti. (Lunga pausa) Sta­va male, e io non mi accorgevo. Lei non di­ceva niente. Se uno gli viene la polmonite, ci si accorge. Ma quando uno muore un poco alla volta, un poco al giorno, non ci si ac­corge. Diventava sempre più piccola. Io cre­devo il lavoro, gli anni. (Pausa) Da quando lui mi ha detto così, non ho pace. Anche se non è vero. (Improvvisamente, si mette a fis­sare un quadro sacro appeso al muro. Tutti, seguendo il suo sguardo si volgono a fissare lo stesso punto).

Daniele               - Cosa c'è?

Zef                     - (dopo una pausa, senza smettere di fissare il quadro) Mi guarda sempre. Ce l'ha con me. Io... Io non gli ho fatto niente. (Si alza bruscamente, e senza dimenticare il bicchiere pur nel suo turbamento, va a sedersi dalla parte opposta, in modo da voltare le spalle al quadro).'

Regina                - Non prendete quella sedia.

Zef                     - (iroso) Perchè?

Regina                - E' quella di Drea. (Un silenzio).

Zef                     - Va bene, prenderò questa. (Siede, poi dopo un momento si volge a guardare il quadro) Mi fissa sempre... Anche a casa mi fissano sempre... (Si alza bruscamente, affer­ra il quadro, lo stacca, lo riappende a rove­scio).

Regina                - Lui vede lo stesso.

Zef                     - (come morso, scatta) Eh? (Pausa. Poi quasi gridando) Io non l'ho fatta morire!

Ugo                    - (non potendone più, grida) Basta! (Tutti si voltano a guardarlo. Si è alzato dalla sedia a metà. Maria lo tiene per un braccio. Egli si passa una mano sulla fronte, risiede, dice soltanto) Scusatemi.

Daniele               - (continua a fissare Ugo, forse com­prende. Poi afferra Zef per un braccio, lo alza) Andiamo Zef. Avete bisogno di dormire.

Zef                     - (come un bambino) Non voglio andare a letto. Non voglio restare solo.

Stefano               - (a Daniele) lasciate. Lo porterò io a casa. (Prende Zek per il braccio) La fisar­monica la prendete domani. (Agli sposi) Buo­na notte, auguri, e... buona fortuna. Andia­mo, Gilda, Erminia.

Gilda                  - (piuttosto imbarazzata) Buona fortuna.

Erminia               - Buona fortuna.

Stefano               - Ugo, ci vediamo al treno. (Escono).

Daniele               - (sentendosi a disagio) Anche questa è fatta, se Dio vuole. Per fortuna sono cose che capitano di rado. (Lo guarda sempre per capire il gesto di prima).

Regina                - (anche lei a disagio) Vado a vedere se tutto è a posto di sopra. (Via).

Daniele               - (tanto per dire qualche cosa) Bene, la valigia è pronta per domani?

Ugo                    - Si, devono essere pronte.

Daniele               - Come, « pronte »? Quante ne hai?

Ugo                    - (colto in fallo) Ma... una o due, non so. Ha fatto la mamma.

Daniele               - Vado a vedere.

Ugo                    - (trattenendolo per il braccio) No. Lascia.

Daniele               - (guarda a lungo il figlio, capisce che ci dev'essere sotto qualche cosa che non va, ma tace) Dunque... Fate conto che vi abbia abbracciati, e... buonanotte. (Abbraccia a metà, scontroso, l'uno e l'altra) Che il Si­gnore vi benedica. (Prende in mano il lume. Ugo e Maria si guardano come per farsi coraggio a parlare). Bene, che avete?

Maria                  - (in fretta, quasi per paura che Ugo si decida a parlare) Niente.

Daniele               - Mi pareva. Allora andiamo. (Fermo, aspetta che i due sposi lo precedano su per le scale. Ugo e Maria si avviano lentamente, ma al terzo scalino Ugo si volta bruscamente).

Ugo                    - Senti, babbo...

Daniele               - Eh?            - (sorpresa e timore).

Ugo                    - (sentendo la mano di Maria che stringe forte la sua, non sa se ella voglia fargli co­raggio o trattenerlo, esita, si ritira di nuovo).

Daniele               - Avanti!

Ugo                    - No, niente. Ho cambiato idea. (La con­fessione di Zef gli ha dato più coraggio, per­chè gli ha rivelato più lucidamente quella che sarà anche la sorte di sua madre, ma gli ha dato anche ogni ritegno perchè gli ha fatto capire e scusare in certo modo il padre).

Daniele               - (afferrandolo bruscamente per il brac­cio) Voglio sapere subito. (Ugo e Maria si guardano di nuovo, poi ridiscendono i due scalini. Daniele posa il lume sul tavolo, si mette a braccia conserte, aspetta. Ugo e Ma­ria si guardano di nuovo. Allora egli dice, imperioso). Avanti!

Ugo                    - (vedendosi perduto) Volevamo dirti che... (sì corregge). Volevo dirti che... parte anche lei, con me.

Daniele               - (tra smarrito e arrabbiato) Cosa?  

Ugo                    - (inghiottendo) La porto con me... Solo per un po' di tempo...

Daniele               - (lunga pausa. Guarda Ugo, poi Maria, poi di nuovo Ugo). Ho capito.

Maria                  - Io... non volevo. È stato lui che ha voluto.

Damele               - (ripete, con calma forzata) Ho ca­pito. Avevi paura di lavorare troppo qui.

Maria                  - (d'impeto) - Non è vero. Non è per questo.

Ugo                    - (supplichevole) Solo per un po' di tem­po... Poi la faccio tornare a casa, se vuoi...

Daniele               - Se voglio... Dunque l'intenzione è di andarvene per sempre. (Pausa) Adesso che abbiamo la casa.

Ugo                    - Ma io ti avevo scritto che forse era me­glio...

Daniele               - Già. Adesso capisco. Tante cose, ca­pisco. (Pausa). Già. Fuori guadagnavi di più.

Ugo                    - Proprio tu mi dici questo. Ho imparato da te.

Regina                - (dal sommo delle scale) Ohe, venite? (Poiché nessuno risponde) Siete tutti morti laggiù? (Ridiscende le scale. Vede la scena, non capisce).

Daniele               - (volgendosi a guardarla dopo un mo­mento) Hai sentito?

Regina                - (ancora guardando senza capire) Che c'è? Io non so niente. Cosa dovevo sentire?

Daniele               - Domandalo a loro.

Regina                - (volgendosi a Maria e Ugo) Insom­ma si può sapere cos'è successo?

Daniele               - (siccome né Ugo né Maria rispondono) Uno scherzo, una cosa da niente. (Pausa) Parte anche lei, capisci. Vuole andare in città a fare la signora. Qui c'è da lavorare, ca­pisci.

Maria                  - (come sopra) Non è vero. Io ho sempre lavorato.

Ugo                    - Non è città. A me non importa che sia campagna o che sia città. A me importa che si possa vivere insieme.

Regina                - (lasciandosi andare su un gradino) Questa... questa, da una ragazza come te non me l'aspettavo.

Ugo                    - Lei non ha nessuna colpa. Lei voleva restare. Sono stato io che ho voluto così.

Daniele               - Però se vogliamo, capisci, poi ce la rimanda a casa. (Pausa) Se proprio voglia­mo. (Pausa) Perchè se non lo vogliamo pro­prio... a casa non tornano più. Se ne vanno per sempre, capisci?

Ugo                    - Io non ho detto questo.

Daniele               - Capisci? Lavora, Daniele. Stenta. Suda. Fa la casa. Per chi l'ho fatta? Per loro. E loro se ne vanno. Questi sono i figli. (Pau­sa) Sai quando mi sono visto Drea cadere dall'armatura? (Pausa) Adesso è stato peggio.

Ugo                    - Ma noi non vogliamo fare la vita che avete fatto tu e la mamma.

Daniele               - (gridando) La nostra vita può esser» di esempio.

Ugo                    - (continuando) Ti sei sposato, e il giorno dopo, via. Lei sempre qua, tu sempre per il mondo. Tornavi a casa una volta all'anno, o neanche quella. Restavi a casa tre giorni, una settimana. E poi via... (Pausa) Così do­vrei fare io. Ma io voglio bene a mia moglie.

Daniele               - (amaro) Già. Perchè io non volevo bene a tua madre. Io ho il cuore di sasso.

Ugo                    - Qualche volta mi pareva che tu l'avessi proprio di sasso. È stata famiglia la nostra? Siamo sempre stati degli estranei l'uno al­l'altro. Se la mamma ti domandava com'era andata, rispondevi che erano affari tuoi. (Pausa) Tu sei mio padre : eppure non sia­mo stati due mesi insieme, in più di venti anni che ho. Non so neanche come faccio a volerti bene.

Daniele               - (amaro) Infatti.

Ugo                    - E la mamma qua, ad aspettare, sem­pre sola. Per le feste tutti tornavano, in tutte le case erano contenti. Noi, qua a guardarci in faccia senza aprir bocca, a sentir scher­zare e ridere nell'altre case...

Daniele               - (dopo una pausa) Forse io, là dov'ero, facevo la stessa cosa.

Ugo                    - E allora, perchè non venivi?

Daniele               - (volgendosi bruscamente) Perchè non potevo.

Ugo                    - Bastava volerlo. (Pausa) Ma scrivere po­tevi, sempre.

Daniele               - (sarcastico) Salvo quando non ne avevo neanche tanti da comprare il franco­bollo. Perchè a me è capitato anche questo. (Accendendosi) E voi non lo sapete. Perchè non ve l'ho detto. (Pausa) E poi, quando mi andava male, perdevo la voglia di scri­vere.

Ugo                    - Ma non pensavi a lei, a noi, qua. So io la vita che ha fatto. (Pausa) Doveva badare a casa e fuori, a crescerci e a lavorare. E noi a farla dannare, perchè non si capiva. Avrem­mo potuto anche venir su male. Perchè lei non aveva tempo d'insegnarci. Doveva pri­ma di tutto badare alla roba, alle mucche, perchè la casa andasse avanti. Tu volevi i conti quando tornavi. (Pausa) Faceva a me­no di mangiare, per paura che tu le dicessi che spendeva troppo. Qualche volta dava poco da mangiare anche a noi. Ma tu le dicevi che spendeva troppo lo stesso.

Daniele               - È colpa mia se lei non sapeva spen­dere.

Ugo                    - (continuando) Ti aspettava come... Diceva: « Quando torna vostro padre, alme­no staremo un poco contenti ». Invece ar­rivavi, e subito cominciavi a gridare per i conti. Cosa vuoi che ne capisca lei, di con­ti? Spendeva il meno che poteva, e basta.

Daniele               - Ma io, perchè lo facevo, questo?

Ugo                    - (sarcastico) Si, lo so, lo facevi per la casa. Per pensare alla casa, tu ti dimen­ticavi della famiglia. Ecco la mamma co­me si è ridotta, a quarant'anni. Era bella, mi diceva qualche volta, quando era con­tenta. E anche gli altri me lo dicevano. Guardatela adesso. (Pausa) « Era svelta, furba, viva. Era allegra, cantava sempre » dicevano. (Pausa) Io non l'ho mai sentita can­tare.

Daniele               - Adesso ho colpa io degli anni che passano.

Ugo                    - Non sono gli anni. Tante sono più vecchie di lei e sembrano più giovani di lei. Guardala lì. Si è consumata. (Preso dai sin­ghiozzi) E non vivrà a lungo, ne sono si­curo... Finirà come la moglie di Zef.

Regina                - (quasi piangendo anche lei) Ma cosa dici, figlio...

Ugo                    - E hai anche il coraggio di lamentarti perchè non si tiene meglio, perchè non si tie­ne su. Le hai lasciato proprio tempo e vo­glia di tenersi su. (Pausa) Eccola, come si è ridotta: a desiderare che muoia suo padre, per non avere bisogno di te, per poterti dire che ha speso di meno...

Daniele               - (dopo una pausa, pallido, con calma forzata) Hai finito?

Ugo                    - (con impeto) Non ho finito. (Pausa) Ave­te sciupato gli anni migliori, proprio quan­do potevate vivere più in pace, più contenti, volervi bene, l'una lontano dall'altro. Ora che siete vecchi, che non potete più godere, che siete diventati due estranei che si com­patiscono, siete insieme. Perchè a stare sem­pre lontani si diventa per forza degli estra­nei. (Pausa) E lei non potrà più né riposare né godere, perchè ormai è fatta così, tu l'hai abituata così, e le sembrerà una colpa, adesso, restare senza far niente. E quando non potrà più far niente... morirà. (Pausa) E tu non potrai rassegnarti più a non an­dare per il mondo, anche se il cuore ti dice di restare qui, perchè anche tu ormai sei abituato così... (Quasi singhiozzando) Ecco come siamo, adesso. (Pausa) Ma già, abitia­mo la casa, adesso. (Con rabbia) Un mucchio di sassi.

Daniele               - (toccato nel più profondo, grida) Basta!

Regina                - Ugo! Taci, taci!

Ugo                    - (più risoluto che mai) No. Sono venti anni che taccio. (Pausa) Ora voglio sfogarmi. (l'ausa) La casa vera non è quella di pietra. La casa è dentro di noi, la portiamo con noi dappertutto dove andiamo, magari in Ameri­ca. La casa siamo noi. (Pausa) Sai cosa è la casa, per me? È quella passeggiata che abbia­mo fatto quella domenica, la mamma, tu ed io, ed eravamo tanto contenti, e si cantava. (Pausa) La casa è quella volta che sei tor­nato e mi hai tenuto in braccio tutta la sera. (Pausa) £ quella volta che siamo andati tutti insieme alla Messa di Natale. (Pausa) Ecco che cosa è la casa, per me. Il bene che ci vogliamo, è.

Daniele               - Ma se non c'è da mangiare stai a ve-deve dove va a finire il bene che ci voglia­mo. E il mangiare c'era proprio perchè io andavo per il mondo, a provvederlo.

Ugo                    - Ma almeno potevi tornare più spesso. Avresti guadagnato di meno, ma saremmo stati insieme di più. E adesso saremmo ma­gari senza casa, ma saremmo tutti vivi, tut­ti insieme: una famiglia. (Riaccendendosi di nuovo) Si è sposata Gilda: non sei venuto. È nata nostra sorella, l'ultima: non sei ve­nuto. È morta: non sei venuto. (Lunga pau­sa. Si trattiene a stento dal piangere) Se la mamma non avesse tanto palilo, torse la bam­bina non sarebbe morta...

Regina                - Ugo!

Ugo                    - (no» ascoltando nessuno) Forse Drea non sarebbe morto se...

Regina                - (ripete) Ugo! Basta.

Daniele               - (violento) No. Lascialo parlare. De­ve, parlare.

Ugo                    - (accorgendosi ora della gravità di quello che stava per dire) Scusami. (Si prende la testa tra le mani) Non ragiono più. Non volevo...

Daniele               - (come sopra) Che cosa non volevi? Devi spiegarti.

Ugo                    - (pallidissimo) Ti ho chiesto di scusarmi. Mi è scappato di dire quello che non pen­savo...

Daniele               - Quello che non pensavi. Già. (Pau­sa) Prima hai detto che è colpa mia se la bambina è morta. (Pausa) E adesso hai det­to che è colpa mia se è morto Drea. (Pausa) Hai sentito tu? (a Regina) E tu? (a Maria) Avete sentito? (più forte) Perchè state lì a guardarmi? Pensate che ha ragione, vero? (urlando) Rispondete! (Regina e Maria tac­ciono) Quand’è cosi...

Regina                - (d'impeto, trovando solo ora modo di esprimersi) Non è vero. Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno.

Daniele               - (accendendosi man mano) Io non vi ho voluto bene. Io ho il cuore di sasso. Io so­no un assassino. (Pausa) Io mi divertivo a andare per il mondo. (Pausa) Restavo sem­pre via: dunque non vi volevo bene. (Pausa). E io che credevo che se riuscivo a restare lon­tano era proprio perchè vi volevo bene. (Pau­sa) Trascinarsi sempre per le osterie. Man­giare sempre a pagamento. Dormire nel letto degli altri. Avere sempre a che fare con estranei. (Pausa). Restare senza lavoro. Qualche volta, senza mangiare. Un diverti­mento. (Pausa) La mia vita non la bramo neanche ai cani. (Pausa) E allora non scrive­vo. Per non dire che andava male. Avevo l'anima nera, ma non scrivevo. Mi tenevo tutto dentro. Perchè guai a fidarsi degli al­tri. E guai a lasciarsi andare. Buttare tutto dietro le spalle, e avanti. (Lunga pausa) E se mi davo sempre coraggio, era anche perchè dicevo: «Starò male io, ma staranno bene loro»,(Pausa) Voi non sapete cosa vuol di­re non avere dove andare a dormire. Quan­do sono partito la prima volta da questo pae­se, a undici anni, tutto quello che possedevo era un mucchio di stràcci legato dentro un grembiule. Al confine, dopo la visita della dogana, mentre tornavo a legare il fagotto con lo spago, il grembiule s'è aperto da tutte le parti, e allora tutta la mia miseria giù per terra, davanti alla gente che guardava... Questo era tutto quello che possedevo. E fu allora che mi sono detto: « Voglio morire sul mio ». (Pausa) Bisogna avere provato questo, per sapere cosa vuol dire avere una casa. (Pausa) Un mucchio di sassi... (Vi­brante) Ma c'è la calce che li tiene. E nella calce cadevano gocce di sudore. E anche san­gue, qualche volta.

Ugo                    - Nella casa, hai messo la calce. Ma la fa­miglia è rimasta un mucchio di sassi senza calce. (Pausa) Prima hai detto « Starò male io, ma staranno bene loro ». Questo non è giusto. Era meglio se aveste pensato a star bene anche tu e la mamma. Ma neanche que­sto è vero. Tu non l'hai fatta per noi. L'hai fatta per te. Ma non per starci dentro. Per il bisogno di vederla li, in piedi. (Pausa. Poi, gridando) Io la odio, questa casa. La odio!

Daniele               - (mentre Ugo parlava, è diventato sempre più pallido. Alle ultime parole dà un balzo, gli è addosso, lo colpisce con un tre­mendo schiaffo. Padre e figlio si fissano, cu­pi. Ugo porta la mano alla guancia. Le don­ne non osano fiatare).

Ugo                    - (illudendosi ancora di poterlo convincere) Ascoltami, babbo. Forse siamo ancora in tem­po a rimediare.

Daniele               - (si ferma, lo guarda, poi, gelido) Sentiamo.

Ugo                    - Venite anche tu e la mamma con noi. Staremo tutti insieme.

Daniele               - (riprendendo a camminare deciso) Tu farai quello che voglio io. Maria resterà qui.

Ugo                    - (con voce profonda e risoluta) Non re­sterà qui. Non me lo puof comandare.

Daniele               - Staremo a vedere.

Ugo                    - (insistendo ancora) Ascoltami, babbo. Anche la mamma sarebbe contenta.

Daniele               - Ah! (Dopo aver atteso che Regina neghi) Tu, cosa rispondi?

Regina                - (Silenzio).

Daniele               - Dunque eravate d'accordo! Tutti contro di me.

Regina                - Io non sapevo niente di niente. (Pausa. Poi risoluta) Ma dico che hanno ra­gione.

Daniele               - Quand'è cosi... (Pausa) Tu sei li­bera. Io di qui non mi muovo. Io resto vi­cino ai miei morti.

Ugo                    - Sarebbe meglio restare vicino ai vivi. I nostri morti ci sono vicini dappertutto. (Pau­sa) li uno ne abbiamo anche là. (Intende Drea).

Daniele               - (con ostinata calma) Quando io usci­rò di qui, andrò più lontano. Mi dovranno portare in quattro.

Ugo                    - (tentando per l'ultima volta) Ascoltami, babbo. Vendi tutto, e partiamo tutti in­sieme...

Daniele               - (come morso, non volendo neppure sentire la parola vendere, balza in piedi e con l'indice teso verso la porta grida) Fuori!

Regina                - Daniele! (gli afferra il braccio).

Ugo                    - Babbo!

Daniele               - (esasperato) Io non sono più tuo padre. Fuori!

Ugo                    - (fissa ancora un momento suo padre, comprende che è irremovibile. Allora rivol­gendosi a Maria) Andiamo. Maria. Addio, mamma.

Regina                - (fa per precipitarsi ad abbracciare il fi­glio, ma Daniele t'afferra brutalmente per il braccio).

Daniele               - Lascialo andare. Non se lo merita. (Ugo esita ancora un attimo, resistendo a Maria che lo trascina verso la porta, poi.si volge bruscamente ed esce).

Regina                - (grida, divincolandosi) Ugo! Lasciami! Ugo!

Daniele               - (improvvisamente allenta la stretta, aspettandosi che Regina si precipiti fuori dietro il figlto e la nuora. Regina invece non si muove, solo si accascia su sé slessa e pian­ge a piccoli singhiozzi. Allora egli si avvici­na alla porta, la spalanca; poi si riaccosta a Regina e le dice con il tremito nella voce) Puoi andare.

Regina                - (smette di singhiozzare, solleva la testa, lo guarda, guarda la porta spalancata, poi) Io faccio... quello che mi hanno comandato in Chiesa.

TELA

ATTO TERZO

La stessa scena del secondo atto. Erminia, se­duta, con un lavoro tra le mani. Un momento dopo l'alzarsi del sipario, sulla porta che dà sulla scala, in fondo, appare Pietro, e resta lì come aspettando che Erminia si accorga di lui.

Erminia               - (si volta, lo vede, dice) Ah. sei tu? (Riabbassa il capo sul lavoro).

Pietro                  - Beh. non mi dici di entrare?

Erminia               - (senza levare la testa) Questa non è casa mia.

Pietro                  - E... se fosse casa tua. saresti contenta che entrassi?

Ermtnia              - (si vnìee lentamente a guardarlo, fa di no col capo) Per me, ormai... (Riprende a lavorare).

Pietro                  - (resta lì, impacciato, senza dir niente, e senza decidersi ad andarsene).

Erminia               - (si volta a vedere se è ancora lì).

Pietro                  - Vado. vado. (Via Erminia rimatte un momento assorta, sospira, riprende a la­vorare).

REGINA           - (entrando dalla porta a destra che dà nell'interno della casa) Sarà ora che tu vada nella stalla.

Erminia               - Perchè non siete rimasta a riposare? (Si alza, la sorregge, la fa sedere) Per an­dare nella stalla è ancora presto.

Regina                - Cos'è tutto quel bianco, fuori?

Erminia               - tt venuta la neve.

Regina                - Che domeniche fai, per me. Tutte quelle della tua età in giro, e tu qui.

Erminia               - Fuori fa freddo, non c'è sole.

Regina                - Non viene mai sole, quest'anno. (Pau­sa) Tu sei buona. Ma è duro farsi servire dagli altri, quando si potrebbe avere la sua gente.

Erminia               - (offesa) Dite dagli altri.

Regina                - (sorridendo) Hai ragione. Sei stata più a casa nostra che a casa tua. Tn fondo è quasi come se tu avessi sposato Drea, non è vero?

Erminia               - Sì   - (calcando sulla parola) Quasi.

Regina                - Eh, il Signore, a noi poveri, il cuore non lo doveva dare. (Dopo una pausa) Gilda non ti ha mandato a dire niente?

Erminia               - Mi ha mandato a dire che lei sa­rebbe contenta, ma suo marito vuole che partorisca a casa sua.

Regina                - Allora non viene. Lo sapevo, che non veniva. (Cupa) Dev'esserci proprio la maledizione, su questa cosa.

Erminia               - (per cambiare discorso, e per farle piacere) Sono venute in due tre a doman-mandarc di voi.

Regina                - (rasserenandosi un poco) Potevi farle entrare.

Erminia               - Ma dormivate.

Regina                - Dovevi svegliarmi.

Erminia               - Sapete che Daniele vuole che non venga a trovarvi nessuno.

Regina                - (spazientita) Già. Lui non vuole che venga a trovarmi nessuno. Non vuole che io parli con nessuno. Non vuole che io dica a nessuno che sono malata. Come se gli al­tri non vedessero che il medico viene qui sempre più spesso.

Erminia               - Ma lui lo fa perchè teme che vi disturbino.

Regina                - Mi distrae invece. Se posso parlare con qualcuno, non penso.

Erminia               - Ma lui questo non lo capisce. Biso­gna compatirlo.

Regina                - (calmandosi) Sì. è vero. Tn fondo è stato molto buono con me. Non credevo. (Pausa) Cosa ha detto, il medico?

Erminia               - AI solito. Dice che col male di cuo­re si può tirare avanti anche fino a cento anni.

Regina                - Ma si può anche morire subito.

Erminia               - Tutti possiamo morire subito.

Regina                - Dici che guarirò?

Erminia               - Sicuro che guarirete! Cosa andate a pensare?

Regina                - (sorridendo al ricordo) Mi pare di sen­tire tua madre. (Pausa) Dici che potrò tornare a lavorare?

Erminia               - (poco convinta) Ma sicuro.

Regina                - (triste) Mai più come prima.

Erminia               - Vedrete che fasci di fieno portere­mo insieme, quest'estate. Ce ne sarà di fieno quest'anno, con la neve che è venuta.

Regina                - (accendendosi nella sguardo e nella vo­ce) Se fosse vero! (Poi, scuotendo la testa) Mai più come prima.

Erminia               - Ma cosa dite.

Regina                - Forse... Forse, se Maria e Ugo tor­nano, guarisco. E allora sarei contenta di vivere, anche se non potrò lavorare. Starei a casa, guarderei i bambini. (Pausa) Loro non sanno che sono ammalata. Se no avreb­bero scritto. Non è vero?

Erminia               - Sì, certo. Avrebbero scritto.

Regina                - (dopo una pausa) Adesso va nella stalla.

Erminia               - Vado (indugia un momento, le ac­comoda le coperte, poi esce. Un minuto dopo la porta si apre ed appare Daniele che va e sedersi al posto di Erminia).

Daniele               - Dov'è Erminia? Ti lascia sempre sola.

Regina                - È andata nella stalla. Non l'hai ve­duta?

Daniele               - No, sono venuto subito qui.

Regina                - Potevi restare all'osteria ancora un poco.

Daniele               - Cosa vuoi che resti a fare là. Non ne ho voglia.

Regina                - Perchè non ne hai voglia?

Daniele               - (la guarda, poi, quasi timidamente) Sto meglio qui.

Regina                - LA ti distrai, parli di lavori.

Daniele               - (brusco) Io non voglio parlare di lavori. (Perchè lei non capisca cosa ha volu­to dire) Poi, se vengo a casa non spendo.

Regina                - Ah, lo fai per quello. (Pausa) Cre­devo tu fossi tornato per farmi un po' di compagnia.

Daniele               - (la guarda, ripete, mettendo il verbo al plurale) Qui stiamo meglio. (Sempre per farlo capire indirettamente che è tornato per stare vicino a lei) Sai. quell'ingegnere... mi ha scritto un'altra volta. Mi darebbe quanto lavoro voglio... (Pausa) Mi conoscono me, per questo mi scrivono. (Pausa) E io gli ho ri­sposto di no. Hai capito? (La guarda, sorri­dendo imbarazzato). Di no.

Regina                - (lo guarda a lungo, poi) Lo so, io, che cosa vorresti, tu.

Daniele               - Che cosa?

Regina                - Andartene di nuovo per il mondo, per i tuoi lavori. Ormai non puoi farne a meno. Ti senti in prigione qui. (Pausa) Ugo aveva ragione.

Daniele               - (arrabbiandosi) Sempre Ugo!

Regina                - Ti arrabbi perchè capisci che aveva ragione. (Pausa) Adesso ti sei accorto che non era la casa che volevi. Tn fondo a te im­portava soltanto fare, lavorare... Adesso la casa non è più niente, neanche per te.

Daniele               - (iroso, perchè Punto sul vivo) Non è vero! (La guarda. Regina sostiene il suo sguardo ferma e decisa. Allora egli cede) Beh, senti. To non ho deciso niente. Tu, cosa ne dici? (Pausa) Ci sarebbe da guadagnare mol­to. Là mi conoscono... Io qui non sono ca­pace di niente. Sono tutti lavori di donna. Con te c'è Erminia. Tu adesso stai meglio... Cosa ne dici?

Regina                - Non mi hai domandato consiglio di niente. Come posso crederti? Tu hai già ri­sposto di si.

Daniele               - Ti dico che non ho risposto niente.

Regina                - (Io fissa. Egli ne sostiene lo sguardo. Allora, finalmente convinta) Adesso la casa l'abbiamo. Soldi ne abbiamo. Dunque...

Daniele               - Si. Ma tanto per fare qualche cosa.

Regina                - Hai visto! (Pausa) Ugo aveva ragione. Due estranei che si compatiscono, siamo.

Daniele               - Non è vero. Io... Io ti voglio bene.

Regina                - Per questo vuoi andartene. (Pausa) Stai qui vicino a me, e non mi dici niente, non hai niente da dirmi. (Pausa) Adesso non ne puoi più e te ne vai. (Pausa) Per fortuna non durerò. Così dopo sarai libero di fare quello che vuoi. (Pausa) Ma allora perchè mi hai tenuta qui, se dovevo esserti di peso, se con me non potevi vivere? Potevi lasciarmi andare con mio figlio.

Daniele               - Chi ti ha tenuta?

Regina                - Tu, mi hai tenuta.

Daniele               - Io ti ho detto che eri libera. Ti ho spalancato la porta. Perchè sei rimasta?

Regina                - (silenzio).

Daniele               - Te lo dirò io, allora. Per pietà di me, sei rimasta. Per non lasciarmi solo, è vero? (Pausa) Sono sempre stato solo, io. Non ho mai avuto bisogno di nessuno. (Pausa) Perchè te l'hanno ordinato in Chiesa, sei rimasta.

Regina                - (vivacemente) Non è vero! Io sono ri­masta... perchè ero contenta, di rimanere...

Daniele               - (si volge a guardarla sorpreso, e la sua faccia si illumina) Io... io credevo che tu mi odiassi...

Regina                - (imbarazzatissima) Quando si è voluto bene a un uomo per tanti anni... non si può più fare a meno di volergli bene. (Pausa. Sol­leva la faccia, cerca di sorridere) Anche se non se lo inerita.

Daniele               - (parlando con foga) Sai, quel discorso che ti ho fatto prima, dell'ingegnere. Fa conto che non te l'abbia fatto. Mai capito? (Pausa. Sorride) Adesso staremo sempre insieme (Pausa) Adesso imparerò a mungere.

Regina                - (sorridendo tra le lacrime) Siamo peg­gio di quelli che hanno vent'anni. (Dopo un silenzio) Cos'ha detto, prima di morire?

Daniele               - (dopo una pausa) Ha detto: « Porta un grembiule a mia madre ».

Regina                - Drea sì che mi voleva bene. (Pausa) Ma anche tu.

Daniele               - (dopo un silenzio, rifugiandosi con la sua contentezza nel tono scherzoso) Sei stata poco furba ad ammalarti adesso.

Regina                - Perchè?

Daniele               - Dovevi ammalarti d'estate che c'è tanto lavoro. Adesso che non c'è niente da fare non c'è gusto ad ammalarsi.

Regina                - (sorride, poi. dopo un silenzio) Io cre­devo sempre che tu ne avessi un'altra, là dov'eri.

Daniele               - (ripete) Quando mi venivano quei pensieri, io bevevo.

Regina                - (esitando) Per non spendere soldi, non volevi saperne, di altre.

Daniele               - Con tutto il vino che bevevo, quando mi venivano quei momenti... spendevo di più. (La guarda, sorride imbarazzato).

Regina                - (esitando ancora) Allora... lo facevi per me.

Daniele               - (silenzio).

Regina                - (dopo una lunga pausa) Senti. Io non ti ho mai domandato niente in tutta la vita.

Daniele               - Sentiamo.

Regina                - (esitando a lungo) Quando io sarò morta... va a stare con loro.

Daniele               - (brusco) Cambiamo discorso.

Regina                - (insistendo paziente) Non occorre che tu venda niente.

Daniele               - Darla in affitto allora, la mia casa... A un altro. Piuttosto la brucio. (Pausa) E poi tu parli come... No. Voglio morire a casa mia-

Regina                - La casa è dove sono loro.

Daniele               - No. È qui dove l'ho fatta.

Regina                - Qui resti solo.

Daniele               - Restiamo iu due.

Regina                - Ma io non duro a lungo.

Daniele               - Non voglio più sentirti parlare in questo modo.

Regina                - Allora non vuoi lasciarmi morire con­tenta.

Daniele               - Andare con loro... (Pausa) Dimmi anche che devo io chiedere scusa a loro.

Regina                - Sei tu che li hai cacciati via.

Daniele               - Bisogna vedere perchè li ho cacciati. (Pausa) Essere trattato così da mio figlio... Da uno che ancora gli scappa fuori la camicia dai calzoni. Sentirmi dire da mio figlio che... A me che ho consumato tutta la vita a... (Pausa) Se ho sbagliato... Non ho detto che ho sbagliato. Ma se anche avessi sbagliato... lui non deve dirmelo. Io sono suo padre. L'ho fatto io, lui. Io ho fatto la casa. Da solo. Lui era già fuori, già a macchinare il tra­dimento. Qua dentro comando io. E se sba­glio tutti devono stare zitti, Tutti, dal primo all'ultimo. (Pausa) Tornerà. Io sono sicuro che tornerà. Avrà provato adesso, cosa vuol dire la miseria, cosa vuol dire non essere a casa sua. Ma se si presenterà sulla porta di casa mia... Non gli dirò niente. Gli mostrerò la strada. Oppure gli dirò: « Questo è un muc­chio di sassi ». (Pausa). Hanno mai scritto dopo che se ne sono andati? Hanno mai do­mandato perdono? (Si apre la porta ed entra Zef).

Zef                     - E allora, Regina? Ci provi gusto eh, a far la signora.

Regina                - (cercando di ricomporsi) Vorrei che provaste un poco voi, Zef.

Zef                     - Quando faremo un altro ballo insieme?

Regina                - Mai più. io, Zef.

Zef                     - Cosa dici? Eh, Daniele. Merita di essere picchiata. (Daniele lo guarda torvo. Egli ri­prende) Eh, come siamo ridotti! Non mi ha cacciato di casa l'invasione. Non mi ha cac­ciato il terremoto. Adesso mi cacciano le cam­biali.

Regina                - Voi bevevate troppo, Zef. E non ve ne entrava da nessuna parte.

Zef                     - Bevevo per annegare i pensieri. (Pattsa) Mio figlio aveva ragione a dirmi... Sul mo­mento non si capisce il male che si fa. Ma a distanza si vedono le cose. (Pausa) E adesso cosa faccio? Cosa faccio? (Pausa) Prima mi hanno preso i prati. Adesso la casa. Come siamo ridotti!

Daniele               - Perchè siete vestito a festa?

Zef                     - Eh? (Si guarda il vestito) Ah, già, già. (£ confuso, cerca di cambiare discorso) Di­cevo: come siamo ridotti. Eh, Daniele. Mo­rire sul nostro. (Pausa). E adesso cosa faccio?

Regina                - Andate da vostro figlio.

Zef                     - (illuminandosi tutto) Dici che farei bene? Eh. Daniele?

Daniele               - (cupo, a braccia conserte) Io non dico

niente.

Zef                     - Mi scrive sempre. Io non gli rispondo. No, non ci vado. Morire sul nostro. Eh, Eh, cosa dici, Daniele?

Daniele               - (cupo, come sopra) Io non dico niente.

(Poi, all'improvviso) Non ci andare. Vieni qui da noi. Qui c'è posto. La casa è grande. L'hai detto tu. (Si guardano).

Zef                     - (è disorientato. Guarda Regina, Daniele, poi di nuovo Regina) Ma...

Regina                - (ripete, con più calore di prima) An­date da vostro figlio.

Zef                     - Ma... (Guarda di nuovo Daniele, vede la sua faccia farsi sempre più cupa) Sì. sì, sì. Verrò qui. Morire sul nostro. (Poi accorgen­dosi di quello che la frase significa) Forse... forse è meglio che me ne vada. Qui non è casa mia. Daniele, ti ringrazio lo stesso. (Pausa) Forse... Forse mi risponderà.

Daniele               - Ah! Gli hai scritto, allora.

Zef                     - (più confuso che mai) Sì, gli ho scritto. (Pausa) Allora... arrivederci. (Guarda ancora l'uno e l'altra) Io... parto.

Daniele               - Ah! Allora ti ha già risposto.

 Zef                    - Sì, mi ha risposto. (Pausa) Allora arrive­derci. (Tende la mano a Daniele, ma questi lo guarda con disprezzo, restando a braccia conserte. Egli ritira lentamente la mano e si aggrappa a un sorrìso ebete per non avere pietà di se stesso) Eh. eh. (Pausa) Ti ricordi quando al confine ti si è aperto il fagotto? Tutta la gente a guardare e a ridere invece di aiutarti. Se non c'ero io... Eh. eh. (Altro rìso ebete) Allora arrivederci. (Tende di nuovo la mano a Daniele, ma questi resta sempre in?passibile. Allora Zef si avvia per uscire).

Regina                - (stendendogli la mano con effusione) Buon viaggio. Zef. Dite a mio figlio... (Di nuovo Daniele le si volta di scatto a fissarla. Zef quasi corre a stringerle la mano, poi si riavvia Terso la porta guardando di sottec­chi Daniele e girandogli alla larga quasi ne avesse paura.

Regina                - (dopo un silenzio) 7.eX ha ragione. Daniele (volgendosi bruscamente) Ha fame.

Frmtnia               - (apre la porta, resta sorpresa di vedere Daniele) C'è...

Daniele               - Ebbene! Cosa vuoi?

Erminia               - C'è il prete.

Daniele               - Chi ti ha detto di chiamare il prete! Tu non sei tanto ammalata da aver bisogno di preti. (A Erminia) Digli che Regina non sta bene, che torni un'altra volta.

Erminia               - Ma... È proprio perchè non sta bene che viene.

Daniele               - (infuriandosi) E allora digli che sta bene, che per ora non ha bisogno di lui. (Sic-come Erminia resta lì inderisa) Via! (Erminia esce. Rivolto a Repina) Ti ho detto cento volte che non venga nessuno a trovarti. è vero? (Regina si limita a guardarlo, ferma) Tnvece viene il prete, viene un via vai di gente, viene... (Pausa) S'ingrassa, lei, a rac­contare agli altri le sue disgrazie, a raccon­tare che è malata.

Regina                - (mostrando il suo misero corpo con un gesto delle spalle) Non vedi, come m'in­grasso.

Daniele               - (dopo una pausa) Tu sei contenta di essere ammalata. Hai fatto di tutto per am­malarti, Eri sola. Ti ho preso Erminia in casa. Ho preso altre donne quando occorreva. Ti dicevo di riposare, potevi farlo. Invece lavoravi più di prima. Perchè?

Regina                - Io lavoravo come sempre. E quando non mi sentivo non lavoravo. Mi hai levato tutto di mano, mi hai tolto la direzione della casa: cosa mi restava da fare? Pensare e pen­sare alle nostre disgrazie. Tu non sei pratico della casa, e neanche Erminia. Io vedevo che tutto andava male e non potevo farci niente. E allora mi angustiavo di più, perchè quello che è nostro è nostro, brucia.

Daniele               - Ti ho comprato medicine e medici­ne: non le prendi.

Regina                - Il mio non è male da medicine. So io che cosa è il mio male. E lo sai anche tu.

Daniele               - (Accendendosi sempre più) Apposta, lo fai. Perchè tutti vengano contro di me. Perchè tuo figlio dica che sono colpevole.

Regina                - (D'impeto) Non è vero. Ugo non può accusarti di niente. Tu non hai colpa. È colpa della vita, della miseria... (Pausa) Se mi hai trattata male qual­che volta, mi hai ripagata dopo, adesso, con

tanto che hai fatto, per me. Sono stata tanto contenta... quando non pensavo a loro.

Daniele               - Si sono mai fatti vivi da quando sono partiti? Hanno mai scritto? Mai.

Regina                - Perchè è anche lui come te. Ti somi­glia troppo. Non cede.

Daniele               - In ginocchio dovrà chiedermi per­dono.

Regina                - Sì, in ginocchio. (Con angoscia) E in­tanto io muoio.

(In quel momento si ode fuori la voce del porta­lettere: «Posta». Daniele e Regina balzano in piedi, si guardano, sbiancati. Poi Daniele si avvia verso la porta, lentamente, per mo­strare una indifferenza che non possiede. In­fatti, varcata la soglia, lo si sente, ora che la moglie non lo vede, scendere le scale a preci­pizio; quindi risalire lentamente. Quando riap­pare. Regina e riuscita a portarsi sulla soglia. Con la voce che le viene meno chiede).

Regina                - Che cosa... dicono?

Daniele               - (duro, senza guardarla) Leggi. (Le porge la lettera, le volta le spalle, e va a sedere, con la testa tra le mani, sui gradini della scala che porta di sopra).

Regina                - (legge) « Caro babbo, presto è Na­tale, e ti scrivo per dirti che sono stato a vedere dove hanno messo Drea e gli\ ho fatto fare una lapide e sono stato a vedere dove è caduto dall'armatura che è qua vi­cino... ».

Daniele               - (interrompendola, brusco) Leggi per conto tuo. Io l'ho letta.

Regina                - (continua a leggere in silenzio, muo­vendo le labbra. Ma a un tratto ricomincia a leggere forte) « Voglio dirti anche che -Gilda è incinta, e lei dice che il bambino già si muove dentro perchè vuole suo nonno, e allora lei gli dice: « Drea, sta fermo, che presto andremo dal nonno » e allora lui sta fermo... ».

Daniele               - (interrompendola, più brusco di pri­ma) Ti ho detto di leggere piano. (Pausa) E digli che non venga a lisciare.

Regina                - (riprende a leggere piano, sempre muo­vendo le labbra e lasciandosi sfuggire qual­che parola più forte. A un tratto dà un sob­balzo, grida) Arrivano... Che ora è?... Sono già arrivati... Erminia... Corriamo... (Fa l'atto di precipitarsi verso la porta).

Daniele               - (afferrandola) Tu non ti muovi di qui.

Regina                - (divincolandosi) Lasciami! Voglio an­dare incontro a mio figlio... Erminia...

Daniele               - (minaccioso) Non ti muovere. È per il tuo bene. Li aspetteremo qui, insieme. Sulla porta starò io. (La rimette per forza a sedere. Intanto si sente sulle scale un passo lento e pesante, come se voglia farsi notare. Daniele è sulla soglia, a braccia conserte. Re­gina al rumore balza di nuovo in piedi, ma un'occhiata di Daniele la inchioda di nuovo alla sedia. Ora padre e figlio sono di fronte, ognuno in attesa che l'altro faccia un gesto. Poi Ugo dice, senza osare guardare il padre) Posso... entrare?

Daniele               - (non gli risponde, gli volta le spalle. lasciando tuttavia libera l'entrata).

Ugo                    - (esita ancora, poi varca la soglia e fa per precipitarsi verso sua madre).

Regina                - (le viene di - (are altrettanto, ma riesce a trattenersi e dice) No. Prima... tuo padre.

Ugo                    - (lascia ricadere le braccia, rimane un mo­mento così, poi, dopo un'ultima esitazione) Babbo...

Daniele               - (aggressivo) Ebbene? Avanti. Io so già tutto quello che mi devi dire. Sei venuto per accusarmi, per giudicarmi. Avanti. (Pau­sa) Hai visto. Tua madre è malata. È andata proprio come dicevi tu. Come volevi tu. Sa­rai contento.

Ugo                    - (dolorosamente sorpreso) Contento... Contento che mia madre... E sono tornato per giudicarti... (Pausa) Io non sapevo niente.

Daniele               - Come, niente. Tua madre non ti ha scritto?

Ugo                    - (scuotendo la testa, con profondo ramma­rico nella voce) A me nessuno ha scritto.

Daniele               - (aspro) E allora, perchè sei venuto?

Ugo                    - Perchè sono venuto... E me lo domandi... Ma io credevo che anche tu, dopo tanto tem­po... (Pausa) Non ne potevo più... Dicevo: Presto è Natale... (Pausa) Dicevo: Lui sarà contento che il bambino nasca a casa... (Altra pausa) Ma se non sei contento che sia tor­nato... Se non vuoi più vedermi...

(Sulta soglia apparte Maria accompagnata da Erminia).

Regina                - Maria! (Si abbracciano. Poi Maria, rivolta a Daniele, a testa bassa).

Maria                  - Come state?

Daniele               - (silenzio).

Regina                - Siete venuti senza niente.

Maria                  - Abbiamo lasciato tutto alla stazione. Pesava troppo.

Regina                - Avete portato tutto con voi?

Maria                  - Sì.

Regina                - Mai' allora... (Vuol dire: «Allora resti? »).

Maria                  - (comprendendo, la guarda, cerca di sor­rìdere, dice) SI.

Daniele               - (si volta di scatto, guarda il figlio, guarda la nuora, come per convincersi che quello che ha udito sia vero. Poi) È andata male. Miseria. Fame. E allora si torna.

Ugo                    - Andata male... Ma cosa dici?... Si sta bene, là. Lavoro fin che si vuole. Niente a giornata. Niente sotto padrone. A casa nostra. Frumento allo così. (Leva il braccio fin sopra la testa) È terra buona. Terra nuova. Riposa e ingrassa da quando Dio l'ha creata. Prima c'erano le paludi. (Ha parlato come in sogno. Si guarda intorno. Dopo un lungo silenzio) Qui si poteva tornare ogni anno a passare le feste. (Pausa) E si poteva tornare a morire. Questo io dicevo... (Pausa) Ma si poteva mo­rire anche là. Perchè anche quella è terra nostra, terra di casa, si può dire. (Pausa) Era nostra da quando Drea... è rimasto là. (Lungo silenzio) Questo io dicevo, se tu eri contento... Dopo tutto non si andava in America. Si restava in Ttalia... Ma tu non cri contento... E allora ho pianta­to tutto, e sono venuto... (Pausa) Perchè tu sei mio padre... E io ho bisogno che mio padre... Se non sono in pace con mio padre, io non sono capace di lavorare, di vivere... (Pausa) Andrò per il mondo come hai fatto tu, come hanno fatto tanti... E mia moglie aspetterà qui, sola, come ha fatto la mamma, come hanno fatto tante... Tutte le donne, in Carnia. hanno fatto così... (Pausa) L'ingegnere mi tiene ancora la casa. È sicuro che mi pentirò. Ti, sicuro che tornerò con mio padre, dice. Ma io non mi pentirò. Guarda. (Cava il portafoglio, lo mostra gonfio di biglietti di banca) E ne ho an­cora. Ma non mi importa niente. Guarda. (Cava dal portafoglio una carta) Questo è il contratto. Ecco che cosa ne faccio, del con­tratto. (Lo strappa) Non mi importa niente. Pur che tu sia contento... Ci rido sopra, guarda. Ci rido sopra... (Scoppia in disperati singhiozzi).

Daniele               - (continua a tacere, apparentemente impassibile. Ma dentro di lui si combatte una lotta mortale. La disperazione di quel pianto gli prova quanto sia costato al figlio quel sa­crificio, ma anche quanto grande e profondo sia il sentimento che è rittscito a farglielo compiere. Allora, adesso sì, egli sente che quel sacrificio non può essere ripagato che con un altro più grande. In quel momento, fuori, si odono delle voci di saluto : « Buon viaggio, Zef! ». Allora Daniele, vincendo una ultima resistenza che lo tiene come inchio­dato, balza in piedi, si precipita alla finestra, grida) Buon viaggio. Zef! Arrivederci!

Regina                - Daniele!

Ugo                    - Babbo!

(Non sanno dir altro. Tutti gli sono intorno, lo soffocano coi loro abbracci. Ma egli grida, respingendoli, con una voce che ha qualcosa di terribile).

Daniele               - Lasciatemi... Adesso lasciatemi solo... (Restano a disagio, ma comprendono ed escono. Daniele rimane un momento im­mobile, come impietrito dallo spasimo. Poi solleva la testa, la volge lentamente al­l'intorno per guardare tutte quelle cose, quasi fin da questo momento non le sentisse più sue. Infine si lascia andare tutto contro la parete, spalancando le braccia ad abbracciare quanto più può di quei muri, come se fossero delle creature vive).

FINE

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