Diapason

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DIAPASON

Ovvero l’ultimo paziente

Commedia in un atto

di ERMANNO CARSANA

PERSONAGGI

L’INFERMIERA

IL DOTTORE

L’UOMO

Commedia formattata da

Un gabinetto medico arredato come d'uso. Una porta, sul fondo, comunica con un corridoio. Sulla scrivania vi sono dei diapason per la misura dell’udito. Il dottore è seduto alla scrivania. Entra l’infermiera.

L’Infermiera                 - Mi ha chiamato, dottore?

Il Dottore                      - C'è ancora qualcuno in sala d'aspetto?

 

L’Infermiera                 - No, dottore, nessuno.

Il Dottore                      - Meno male. Sono molto stanco. Che ora abbiamo fatto?

L’Infermiera                 - Quasi le nove.

Il Dottore                      - Chiuda allora. Tra cinque minuti andremo via.

L’Infermiera                 - Va bene, dottore. (L'Infermiera esce. Il Dottore si alza, si toglie il camice, lo appende, spegne una lampada. Una parte dell'am­biente resta in penombra. Il Dottore torna verso la scrivania, ma un improvviso malessere lo fa vacillare. Si passa una mano sugli occhi lenta­mente. Nel vano della porta si intravede un uomo. Il Dottore, avvertendone la presenza, si volta).

Il Dottore                      - Chi c'è? avanti.

L’Uomo                        - (ancora in penombra) Buona sera, dottore. (Avanza. E' un uomo di mezza età, viso scavato, aspetto quasi dimesso).

Il Dottore                      - Abbia pazienza: è tardi. Non può ripassare domani?

L’Uomo                        - E' tutto il pomeriggio che aspetto.

Il Dottore                      - Poteva decidersi allora.

L’Uomo                        - Ho ceduto il mio turno agli altri per restare ultimo. Volevo parlare con lei... tranquil­lamente.

Il Dottore                      - E va bene. Si accomodi.

L’Uomo                        - Grazie. Ne ero sicuro.

Il Dottore                      - Che cosa ha?

L’Uomo                        - Io?!

Il Dottore                      - Sì, che disturbi ha?

L’Uomo                        - (ride brevemente, divertito) Io sto per­fettamente, dottore. Anzi non mi sono mai sentito meglio. La gioia di vivere, sa: che qualche volta conta più della stessa salute.

Il Dottore                      - Ma allora scusi?...

L’Uomo                        - (fa vibrare un diapason. Con interesse) Che cos'è?

Il Dottore                      - Lasci stare. E' un diapason, per mi­surare l'udito.

L’Uomo                        - (fa squillare il diapason) [1]. Che suono gradevole! La mia visita non ha niente a che vedere con la sua attività professionale, dottore.

Il Dottore                      - E allora che cosa vuole?

L’Uomo                        - Solo ringraziarla.

Il Dottore                      - Di che?

L’Uomo                        - Lei mi ha reso un grande favore, e quindi mi sono sentito in dovere... A dire la verità, ho esitato un po' prima di decidermi, ma poi ho pensato che la mia visita doveva riuscirle gradita.

Il Dottore                      - Ho avuto in cura qualche suo parente?

L’Uomo                        - Ma no, dottore. Le ho già detto che la medicina non c'entra affatto.

Il Dottore                      - E che cosa allora?

L’Uomo                        - Be', possiamo dire., l'automobilismo. (Ride divertito) Ecco, l'automobilismo!

Il Dottore                      - Senta, ho avuto una giornata molto faticosa e francamente...

L’Uomo                        - (interrompendolo) E' un ottimo guida­tore lei. I suoi guadagni le consentono di tenere non la solita utilitaria, ma una macchina veloce, potente. Le ha anche dato un nome, se non sba­glio. Ariele. Un nome fragrante, di persona amata.

Il Dottore                      - Ma lei che ne sa?

L’Uomo                        - Lei è il mio benefattore e quindi ho creduto opportuno informarmi.

Il Dottore                      - Da chi?

L’Uomo                        - Che importa? (Suona ripetutamente il diapason) Lei non può immaginare che piacere sottile, penetrante, mi dà questo suono.

Il Dottore                      - La smetta. Io non so che genere di favore abbia potuto mai farle.

L’Uomo                        - Un favore immenso, mi creda. Incalco­labile.

Il Dottore                      - Ma se neppure la conosco, se non l'ho mai vista!

L’Uomo                        - Non occorrono presentazioni per aiutare il prossimo o danneggiarlo. Direi anzi che il più delle volte... Ha mai visto una palla da biliardo colpita da un giocatore inesperto? Rimbalza da una sponda all'altra, urta le altre palle facendole scontrare a casaccio, crea uno scompiglio, un trambusto, rotola qua e là all'impazzata e quasi sempre si ferma nel posto più impensato. Le azio­ni umane, dottore.

Il Dottore                      - Posso almeno sapere in che consiste il favore che le avrei reso?

L’Uomo                        - Mi ha salvato dall'ergastolo, le pare poco?

Il Dottore                      - In che modo?

L’Uomo                        - Se posso ancora guardare l'alba respi­rando a pieni polmoni, se posso sorridere alle cose, è soltanto merito suo, dottore. Mi creda, ogni sera, prima di addormentarmi, io dico sottovoce: « grazie, dottor Mario ». Non le dispiacerà, spero, se nei miei pensieri la chiamo confidenzialmente per nome. E' un'abitudine affettuosa.

Il Dottore                      - E cosa ha fatto per meritare l'er­gastolo?

L’Uomo                        - (scoppia a ridere) Ma nulla! Questo è il bello! Assolutamente nulla. La mia fedina penale è ancora immacolata.

Il Dottore                      - Non mi faccia perdere la pazienza. E' tardi e sono stanchissimo. L'infermiera sta aspettando per chiudere l'ambulatorio.

L’Uomo                        - Dottore, ma non capisce? Non ho com­messo nulla per il semplice fatto che ha agito lei per me. (Un attimo di pausa. Diapason) Che delizioso, perché mi guarda torvo? Non l'ho offesa, spero.

Il Dottore                      - (secco) Esca.

L’Uomo                        - Eh no, dottore, scusi. Adesso mi fa il risentito! Se c'è qualcuno qui che avrebbe diritto di essere risentito, questo qualcuno so solo io.

Il Dottore                      - Ma risentito di che?!

L’Uomo                        - E me lo chiede?! Per mesi e mesi soffiato sul mio odio sino a renderlo incandescente non è mica facile decidersi, sa; occorre uno sforzo tremendo - per mesi e mesi ho preparato il mio piano, minuziosamente, assaporando li gioia della esecuzione, e poi, proprio sul più bello, quando tutto era pronto, arriva uno sconosciuto, un intruso e là, mi strappa la preda proprio sotto il naso. C'è da mordersi le mani. Si ha tutto il diritto di sentirsi truffati.

Il Dottore                      - Io credo che lei sia matto.

L’Uomo                        - Magari, caro dottore. E non le nascondo che in un primo momento i miei sentimenti verso di lei erano tutt'altro che benevoli. Ero addirittura infuriato. Ma poi ho riflettuto per fortuna ho un carattere riflessivo - e mi detto che sì, lei mi aveva privato di un intenso piacere, ma che in fondo i vantaggi compensavano abbondantemente la perdita. Come vede, la mia è una gratitudine distillata.

Il Dottore                      - Se spera con queste chiacchiere spillarmi del denaro, si sbaglia.

L’Uomo                        - Del denaro? perché del denaro? Le chiesto forse del denaro?

Il Dottore                      - Ma allora che cosa vuole da me? perché è venuto?

L’Uomo                        - Dottore, finge ancora di non capire? A questo punto anche gli angioletti avrebbero arricciato il naso. Oh comprendo che certi ricordi possano essere sopiti. O magari sepolti. (Allegro) Mettiamoci una pietra sopra: si dice così, vero? (Ridacchia) Siamo i frettolosi becchini della nostri memoria.

Il Dottore                      - (si alza bruscamente facendo cadere una sedia) Se non se ne va immediatamente, la scaravento fuori.

L’Uomo                        - (suona ripetutamente il diapason) Che pena - i sordi - non udire più questo suono limpi­do, cristallino. Immagino i loro occhi, pieni di smarrimento, quando lei fa vibrare il diapason t per essi, nulla, silenzio assoluto. Un silenzio coi totale che a lungo andare può sembrare un rombo.

Il Dottore                      - (piano) Io non ho nulla da rimproverarmi.

L’Uomo                        - Vede che cominciamo ad intenderci (Con calore) Si sieda, dottore, perché sta in piedi? Del resto di che dovrebbe rimproverarsi se sono qui per ringraziarla?

 Dottore                        - Non so che farmene dei suoi ringraziamenti.

                                      - Ma io la ringrazio lo stesso. Senza di lei a quest'ora starei marcendo in un peniten­ziario.

Il Dottore                      - Io sono stato assolto.

L’Uomo                        - Ma lo so, dottore, lo so. Vuole che non fossi presente al processo? M'interessava troppo. Lei certamente non m'avrà notato, ma oltre la transenna, in mezzo agli sfaccendati e ai testimoni falsi, c'ero io, tutt'orecchi. E se mai ho pregato in vita mia, ho pregato per lei, dottore, perché l'assolvessero. Peccato che quando è uscito il presidente e ha letto la sentenza non ho capito una parola - invece che leggere una sentenza sembrava che succhiasse il brodo - ma se avessi capito, le giuro che avrei battuto le mani.

Il Dottore                      - Questa sua simpatia non mi lusinga affatto.

L’Uomo                        - Non mi offendo.

Il Dottore                      - E le sarei veramente grato se lei mi lasciasse in pace.

L’Uomo                        - Non prova neppure un pizzico di curiosità?

Il Dottore                                - (secco) No.

L’Uomo                        - Strano.

Il Dottore                      - Se anche fosse vero che lei, come dice, ha tratto un vantaggio da quel disgraziato incidente, è cosa assolutamente estranea alla mia volontà, e quindi non mi riguarda.

L’Uomo                        - Su questo non sono del tutto d'accordo.

Il Dottore                      - Per me la questione è chiusa, capi­sce? Chiusa. C'è stato un processo, fortunatamente si è risolto, e perciò basta. E' stato persino risar­cito il danno.

L’Uomo                        - (vivamente) Male, dottore. Ha fatto malissimo, mi scusi. Non meritava neppure un soldo.

Il Dottore                      - Veramente non ho pagato io. Ero assicurato.

L’Uomo                        - Oh be', in questo caso... (Ride).

Il Dottore                      - Ho avuto già abbastanza seccature quel fatto. Non voglio sentirne più parlare.

L’Uomo                        - Eppure se lei sapesse...

Il Dottore                      - Non voglio sapere niente. ,

L’Uomo                        - Se non l'avesse ammazzato lei, cinque minuti dopo l'avrei ammazzato io quell'uomo.

Il Dottore                      - (dopo un attimo) Ma che dice?!

L’Uomo                        - (leggermente ironico) Vedo che la cosa comincia ad interessarla.

Il Dottore                      - Non ci credo.

L’Uomo                        - Che interesse avrei a mentire?

Il Dottore                      - Non è possibile.

L’Uomo                        - Perché no? Un caso singolare forse, uno di quei casi che sulle prime possono anche lasciare sgomenti, ma tutt'altro che impossibile. Del resto, scusi, perché non vuole credermi se ne ha tutta la convenienza?

Il Dottore                      - Non vedo quale.

L’Uomo                        - Dottore mio, è stato lei a uccidere quell'uomo.

Il Dottore                      - Fu una disgrazia. M'hanno ricono­sciuto innocente.

L’Uomo                        - D'accordo, ma anche senza volere è stato sempre lei a dargli la morte. E allora posso immaginare che qualche volta, magari di notte, svegliandosi di soprassalto, lei si riveda davanti quel viso sfigurato, quelle membra scomposte, abbandonate, come di marionetta cui abbiano ta­gliato i fili.

Il Dottore                      - Dove vuole arrivare?

L’Uomo                        - A questo: che forse sarà un sollievo per lei sapere che quell'uomo non aveva che cinque minuti di vita. Cinque minuti soltanto. Lei non ha fatto altro che mettere un po' in anticipo l'oro­logio del suo destino. Un seccatore che ci ferma per strada e ci trattiene con le sue chiacchiere, di solito ci ruba più tempo.

Il Dottore                      - Ma lei perché voleva ucciderlo?

L’Uomo                        - Sa chi era quell'uomo?

Il Dottore                      - Naturalmente no. Ho saputo il suo nome solo dopo la disgrazia.

L’Uomo                        - Guardi: la sua fotografia. Perché abbas­sa gli occhi?... Capisco. Io invece lo guardo sem­pre, me lo rimiro. Vorrei essere un vermicaio per potermi saziare di lui.

Il Dottore                      - Non sia ripugnante.

L’Uomo                        - Lei ha uno stomaco delicato, dottore. Ma se avesse dovuto ingoiare i rospi che ho in­goiato io...

Il Dottore                      - Per causa sua? Di quell'uomo, in­tendo.

L’Uomo                        - E di chi altro, se no? Un mostro, metà iena e metà tigre. E lei forse si sarà anche doluto di averlo ucciso!

Il Dottore                      - Non si può restare indifferenti, anche se si è trattato di una fatalità.

L’Uomo                        - L'immaginavo. Perché crede che sia venuto? L'immaginavo. Ebbene, dottore: non è proprio il caso.

Il Dottore                      - Chi era? Che cosa le ha fatto?

L’Uomo                        - (diapason) Ha devastato la mia vita, con fredda determinazione. Mi ha coperto di ferite e poi, non contento, ci ha sputato sopra. Sin da ragazzi, sa, sin da ragazzi lui, che mi era inferiore in tutto, saliva sulle mie spalle e mi frustava, perché trottassi. Strisciando m'implorò per farsi assumere nella azienda che avevo eredi­tato da mio padre. Prima impiegato, poco dopo socio, e infine padrone. E io, non solo buttato fuori a calci, ma accusato, capisce, accusato di tutti gli imbrogli che aveva fatto lui, perché, fidandomi, avevo sempre firmato ad occhi chiusi. Vedo che mi segue con interesse, dottore.

Il Dottore                      - Non badi a me. Continui.

L’Uomo                        - Ero nelle sue mani purtroppo, e sapevo che se fossi andato io a pregarlo perché salvasse almeno il mio nome, m'avrebbe riso in faccia. Ci andò mia moglie; e lui, oh lui fu molto galante, e promise. Poi, dopo essersi servito a piacere, disse che eravamo stati degli sciocchi a credere in una promessa che gli era stata carpita in un attimo di debolezza. Disse proprio così: in un attimo di de­bolezza. Da quel momento cominciai a pensare di ucciderlo.

Il Dottore                      - Capisco. E le sono grato, sa, le sono veramente grato di avermelo detto.

L’Uomo                        - Aspetti, non è ancora finito. Comperai allora un paio di pistole - una può sempre incep­parsi - e cominciai a esercitarmi nel tiro. Per prudenza comperai anche una terza pistola, non si sa mai. Dopo molte insistenze convinsi mia moglie a tornare da lui. Comprende? La messinscena per un bel delitto d'onore. Bastava arrivare al mo­mento giusto. Orologio alla mano, salii in mac­china e via, ma dopo cento metri una foratura. Dovetti fermarmi! che fare? Cerco un tassì, niente tassì, finalmente uno ne arriva, salgo e grido l'indi­rizzo. Quando m'accorsi che stava sbagliando, era­vamo già in campagna. Scendo e ne prendo un altro: lento questo, solenne, un carro funebre travestito da tassì. Quando finalmente arrivai, con le mie tre pistole che mi pesavano in tasca, trovai solo mia moglie. Piangeva. Da quel giorno non l'ho più rivista.

Il Dottore                      - Lei sta inventando di sana pianta.

L’Uomo                        - A quale scopo?

Il Dottore                      - Non so a quale scopo. Non riesco a capirlo. Ma lei mente.

L’Uomo                        - E se le dessi la prova?

Il Dottore                      - Quale prova?

L’Uomo                        - Non una prova materiale, certo; è quasi impossibile in questi casi. Ma una prova logica, come dicono i legulei. Questa per esempio: mentre lei si chinava su di lui morente, egli aprì gli occhi e le disse: - bravo! ...riderà Wilfredo.

Il Dottore                      - Come fa a saperlo?

L’Uomo                        - E' vero o no?

Il Dottore                      - E' vero. Ma non capisco come lei...

L’Uomo                        - Sono io Wilfredo. Posso mostrarle i miei documenti, se vuole.

Il Dottore                      - Grazie, non occorre. Lei è stato molto gentile a venire qui, apprezzo le sue intenzioni, ma ora la prego vivamente di andarsene.

L’Uomo                        - Quanta fretta, dottore! Proprio adesso che siamo sul più bello.

Il Dottore                      - Non voglio sapere altro.

L’Uomo                        - Ci rinuncia?

 

Il Dottore                      - E' assurda la sua pretesa di coinvolgermi in questa sporca faccenda.

L’Uomo                        - Ma se lei ne è il protagonista!

Il Dottore                      - lo?!

L’Uomo                        - (facendo vibrare il diapason) Lei, e in una certa misura, la signorina Vera. Signorina mi sembra, o signora?

Il Dottore                      - Ma di che sta parlando?

L’Uomo                        - (con intenzione) Dottore...

Il Dottore                      - Con quale diritto si intromette nei miei affari?

L’Uomo                        - E lei non si è intromesso nei miei?

Il Dottore                      - Chi le ha dato queste informazioni?

L’Uomo                        - Glielo dirò tra poco. Ma procediamo con ordine. Ciò che soprattutto mi irritava, sino a rendermi verde di bile, era la sua fortuna, quella fortuna sfacciata che l'aveva accompagnata durante tutta la vita. La fortuna, lei sa, aiuta sempre i malvagi. Il solo pensiero che egli vivesse mi dava la nausea. E così decisi di farla finita: senza astuzie, apertamente. Ma lui ormai stava in guardia, sapeva del mio odio e mi sfuggiva.Dovevo coglierlo di sorpresa. Preparai il mio piano. Scelsi anzitutto il giorno. Una scelta delicata perché io credo nella magia dei numeri; lei non sarà una debolezza, ma non salgo mai una scala senza contarne gli scalini e fare dei pronostici. Il mio numero preferito è il nove, e così decisi: l'avrei ucciso il giorno nove del nono mese dell'anno. Eravamo ai primi di giugno e manca­no novantanove giorni; una attesa un po' lunga, ma i numeri erano propizi. Il nove settembre nove di sera mi misi in agguato con le mie tre pistole, anche il tre è un numero benigno. L'avevo spiato; tutte le sere a quell'ora lui passava di là per recarsi dalla sua ganza. L'avrei colto nel pieno rigoglio dei suoi peccati, come dice Amleto.

Il Dottore                      - (agitato) Basta! Basta, le ho detto. Fuori.

L’Uomo                        - Dottore, di che ha paura? ero io che volevo ucciderlo non lei, anche se poi all'atto pratico...

Il Dottore                      - Le proibisco di continuare. Io non sapevo nulla e non voglio sapere nulla. Avevo solofretta quella sera. Andavo a velocità un po' sostenuta, è vero, ma non fu quella la causa dell'incidente. Fu lui a tagliarmi la strada.

L’Uomo                        - (un po' ridente) Ma perché si agita? Per una storia quasi da ridere. Perché in fondo è buffo, no? io stavo là, appiattato nell'ombra, col cuore in gola e il dito pronto sul grilletto pensando: - ma perché ancora non arriva? vuoi scommettere che ho sbagliato numero? eh sì perché le nove di sera non sono veramente le nove ma sono le ventuno e ventuno non è neppure un multiplo del nove anche se a ben considerare è un multiplo del tre, tre per sette, però c'entra anche il sette, e il sette è un numero balordo e maligno uno di quei numeri che non m'è mai stato proprio, E mentre io, fremente, m'arrovellavo sulle influenze nefaste dei numeri, lei spensieratamente aveva già compiuto l'opera.

Dottore                         - Di che può accusarmi?

L’ Uomo                       - (fa squillare il diapason) Io?! (Ridendo) di nulla! Non ho mai avuto la vocazione del pubblico ministero.

Il Dottore                      - Vorrebbe farmi credere che io sia stato suo complice.

                                      - Io ho soltanto riferito dei fatti.

Dottore                         - Fandonie, niente altro che fandonie, sono certo.

Mio                               - Anche la morte di lui una fandonia?

Il Dottore                      - (quasi gridando) Ma io non sono responsabile di quella morte.

L’Uomo                        - Oh, lei è stato assolto, lo so. Una bella vittoria per il suo avvocato.

Dottore                         - Che cosa vuole insinuare?

L’uomo                         - Vede, dottore, io ho svolto per mio conto una piccola indagine. Lei mi chiederà perché; ebbene glielo dico subito. Superato il primo momento di stupore, fui preso da una specie di frenesia dell'intelletto. Volevo capire lo strano ingranaggio del destino, capire perché, attraverso uguali strade, per quale misteriosa alchimia di fatti, di impulsi, di situazioni, uno sconosciuto, quale lei era per me, si era improvvisamente inse­rito nei miei piani, sconvolgendoli e nell'istante stesso realizzandoli. Una curiosità bruciante, mi creda.

Il Dottore                      - E quale sarebbe l'esito di questa indagine?

L’Uomo                        - Sono venuto a dirle grazie. Oh no, non dica di no: lei merita tutta la mia riconoscenza.

Il Dottore                      - Lei è un subdolo ipocrita.

L’Uomo                        - (ridacchia) Gli insulti! Sono stato talmente insultato dalla vita, che ormai mi lascia­no del tutto indifferente.

Il Dottore                      - Io non potevo prevedere quello che sarebbe accaduto.

L’Uomo                        - Naturalmente, chi dice il contrario? La vita è spesso un'inebriante corsa ad occhi chiusi. Ma, vede, tuttavia io non posso fare a meno di pensare che in fondo è stata una gran fortuna per me che lei, l'anno scorso, abbia un po' anticipato il suo ritorno dalla villeggiatura. Altrimenti la vernice dell'ipocrisia avrebbe ridato alle cose l'ap­parenza tranquilla della normalità.

J II Dottore                   - Tutto questo non c'entra niente.

L’Uomo                        - C'entra invece. E' proprio questo il punto.          

Il Dottore                      - Se una relazione c'è, è del tutto casuale.

L’Uomo                        - E lei crede veramente al caso? Una parola comoda - il caso - che usiamo ogni qual­volta, fermandoci alla superficie, non riusciamo, o non vogliamo, comprendere la realtà; ma basta appena graffiare la vernice per accorgersi che niente è del tutto casuale. Era casuale forse la sua rabbia; e quel desiderio violento di distruzione?

Il Dottore                      - Ma la smetta, via! Come può pre­tendere di conoscere i miei stati d'animo?

L’Uomo                        - In un modo molto semplice, empi­rico, forse, ma sufficientemente approssimativo: mettendomi nei suoi panni. Ecco, mi sono detto, io sono il dottor Mario, torno in città prima del previsto e appena arrivato, telefono. Dapprima non risponde nessuno: strano! la cosa mi lascia perplesso, e un sospetto, che la mia ragione si sforza di considerare ingiustificato, si insinua den­tro di me. Formo di nuovo il numero e lascio squillare il telefono, a lungo. Sinché mi risponde una voce irritata. Vera, sei tu? - chiedo - e dall'altro capo mi chiedono: Chi parla? Allora, in un impulso puerile di cui mi pento subito, dò un nome falso, il primo che mi viene in mente, quello di un paziente magari.

Il Dottore                      - Non è vero: io non ho dato un nome falso.

L’Uomo                        - Può anche darsi; del resto come astu­zia sarebbe stata abbastanza sciocca. Fatto sta che la comunicazione viene di colpo interrotta.

Il Dottore                      - Come lo sa? Glielo ha detto Vera? Era proprio lei dunque!

L’Uomo                        - Mi corregga, se sbaglio. Dove eravamo? Ah sì, comunicazione interrotta. Io sono un po' stanco del viaggio, ma non importa. Debbo anda­re da lei, precipitarmi, anche se so che è la cosa peggiore che possa fare. Salgo le scale di corsa e suono il campanello, una, due, tre volte. Non risponde nessuno. Eppure era la sua voce al tele­fono, ne sono certo. Batto i pugni contro la porta, gridando. Dalle porte vicine si affaccia della gente e mi guarda con curiosità divertita. Improvvisa­mente mi sento meschino, ridicolo, e scappo via.

Il Dottore                      - (con sarcasmo) Complimenti! Lei ha il fiuto del cane poliziotto, ma ne ha anche il cervello. Fu un episodio banale, privo di qual­siasi importanza per me.

L’Uomo                        - Una storia banale, d'accordo, una cosa senza importanza: lei non amava quella donna, da allora non l'ha neppure più cercata, il solo lega­me era quello dei sensi. Non un dolore perciò, non un vero stato passionale, che ha sempre in sé qual­cosa di nobilmente umano, ma solo l'irritazione della vanità ferita, la rabbia di avere stupida­mente interrotto le vacanze. Ed eccoci al momento culminante. Lei sale sulla sua bella macchina e parte ruggendo.

Il Dottore                      - Tutto quello che lei dirà, è solo frutto della sua fantasia malata.

L’Uomo                        - Mi lasci prima dire, scusi! Lei non ha una meta precisa, vuole solo correre per sfogare l'irritazione. Ma si trova invischiato nel traffico del centro e l'irritazione cresce, diviene furibonda. La sua macchina, quella macchina poderosa che la qualifica socialmente e che costituisce quasi un'appendice della sua personalità, si rivela un ingombrante impaccio. Se potesse, la lascerebbe là, in mezzo alla strada. In quel groviglio pieno di rumori e di esalazioni, lei si sente frustrato, avvilito, niente altro che un povero allocco corni­ficato da una sgualdrinella, un moscerino comica­mente agitato da una rabbia impotente. Ma ecco che nella fitta colonna si apre un varco, un colpo d'acceleratore e via; un vigile fischia, ma non fa neppure in tempo a prendere il suo numero di targa. Via! Via! Davanti a lei si apre un lungo viale: finalmente il momento della rivincita! Lei accelera, accelera ancora; i radi passanti schiz­zano sui marciapiedi come pollame spaventato, qualcuno agita il pugno inveendo, e lei via, nella sua mente c'è una sola parola: - maledetti! -Ma poco dopo una curva ecco un uomo che scen­de dalla macchina e comincia ad attraversare la strada. Lei lo vede e suona: deve scostarsi anche lui, maledetto. Quell'uomo invece, con la consueta sicurezza di sé, prosegue; si volta un attimo ver­so di lei, sembra più offeso che spaventato, e lei allora frena; uno stridore lacerante e un tonfo, un rumore sordo come se avesse urtato un sacco di stracci. Sono esattamente le nove e nove minuti (ride sommessamente).

Il Dottore                      - Ma lei chi è?

L’Uomo                        - Come vede, ho ben motivo di esserle riconoscente.

Il Dottore                      - Le ho chiesto chi è. .

L’Uomo                        - Lei sa già il mio nome.

Il Dottore                      - Wilfredo, e poi?

L’Uomo                        - Che importanza può avere? Come Ulis­se, potrei dirle di chiamarmi Nessuno.

Il Dottore                      - Sa quante persone, solo in Italia, muoiono per incidenti stradali? Diecimila ogni anno, in media una ogni ora.

L’Uomo                        - Se questo può consolarla...

Il Dottore                      - E proprio lei viene a farmi la pre­dica. Lei! Perché se è vero quanto mi ha raccon­tato, lei resta sempre un volgare assassino, anche se non ha ucciso.

L’Uomo                        - (con allegria) Non si metta su questo piano, dottore: non le conviene.

Il Dottore                      - E perché no?

L’Uomo                        - Per una ragione molto semplice: io almeno avevo un serio motivo di uccidere, ma lei?

Il Dottore                      - Io non ne avevo l'intenzione.

L’Uomo                        - Lei non voleva uccidere proprio quell'uomo, posso anche ammetterlo; ma cosa cambia con questo? Anzi, appare ancor più evidente tutta, l'enorme stupidità del suo atto. Una stupidità pan rosa. Perché, vede, il suo delitto - non si offende se uso questo termine, vero? - il suo delitto potrebbe avere un senso, crudele magari ma un sen­so, solo in rapporto al delitto che avrei dovuto compiere io. Ma lei non vuole credere che io fossi là per uccidere, e chissà che, almeno in questo,] lei non abbia ragione. (Fa squillare il diapason) Che suono limpido! Si ricordi di me qualche volta quando farà vibrare questo strumento vicino a un povero orecchio sordo. (Diapason) Mi piace tanto. (Si avvia).

Il Dottore                      - ...Aspetti...

L’Uomo                        - (Quasi sulla soglia) Dorma bene, dottore.

Il Dottore                      - (In crescendo) Non se ne vada. De­ve prima... Senta.

(// dottore si dirige verso la porta e si incontra con l'infermiera. L'infermiera non ha più il camice ed è pronta per uscire).

L’Infermiera                 - Ha chiamato?

Il Dottore                      - (Dopo un attimo di indecisione) – E’ uscito un uomo poco fa. Lo richiami, gli dica di tornare indietro.

L’Infermiera                 - Subito. (L'infermiera esce. Il dot­tore accende la lampada che aveva spento all'ini­zio. Dopo qualche attimo torna l'infermiera).

L’Infermiera                 - Deve essere già andato via. Ho I guardato anche nella scala, non c'è nessuno.

Il Dottore                      - Ma non l'ha visto uscire?

L’Infermiera                 - No.

Il Dottore                      - E neppure mentre era in sala d'aspetto?

L’Infermiera                 - Quando ho guardato io, non c'era j nessuno in sala d'aspetto. Sarà entrato dopo. Cos'ha? si sente male? Dottore...

Il Dottore                      - Un po' d'esaurimento, forse.

L’Infermiera                 - Lei lavora troppo dottore.

Il Dottore                      - Sì. (Ride brevemente, con sollievo) ... Deve essere proprio così: troppo lavoro. Chiuda di là, ce ne andiamo.

L’Infermiera                 - Ho già chiuso. Stavo solo aspet­tando che lei congedasse l'ultimo paziente.

Il Dottore                      - (teso) Ma allora lei l'ha visto!

L’Infermiera                 - No, ma ho sentito che lei parlava con qualcuno. Un caso di ipoacusia immagino, perché ogni tanto sentivo squillare il diapason.

FINE


[1] I diapason usati dagli otoiatri sono sei con gamme diverse (sei ottave). Il regista quindi, se lo riterrà opportuno, potrà variare i suoni.

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