Differenze

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DIFFERENZE

Commedia in due atti

di EUGENIO O’NEILL

Versione di Vinicio Marinucci

PERSONAGGI

il capitano caleb wilLIAMS

EMMA CROSBY

IL CAPITANO JOHN CROSBY, suo padre

LA SIGNORA CROSBY, sna madre

JACK CROSBY, suo fratello

HARRIET WILLIAMS, sorella di Caleb

ALFREDO ROGERS

BENNY ROGERS

In una cittadina marittima del New England. II primo atto nel 1890, il secondo nel 1920.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

// salotto di casa Crosby, in una strada laterale di una cittadina marittima del New England. La stanza è piccola, con il soffitto basso; ogni cosa in tessa ha un aspetto di scrupolosa pulizia. A sinistra, in avanti, una sedia rico­perta di panno felpato, dall'aria rigida; più indietro, nell'ordine, una finestra che guarda su di un giardino senza alberi, un divano nero di crine e un'altra finestra. Nell'an­golo sinistro del fondo, un vecchio cassettone di mogano. Alla destra di esso, nel fondo, una finestra che dà sull'in­gresso. A destra di questa finestra è la porta d'ingresso, alla quale si giunge per uno sporco sentiero attraverso il piccolo spiazzo di ferra che separa la casa dalla strada. A destra della porta, un'altra finestra. Nell'angolo destro del fondo, un piccolo piano vecchio stile, con uno sgabello dinanzi. Presso il piano, sulla destra, una porta che con­duce alla stanza vicina. In questo lato della stanza vi sono anche un piccolo scaffale per libri mezzo riempito di vec­chi volumi, un grande camino e un'altra sedia ricoperta di panno felpato. Sul camino, una mensola con un oro­logio di marmo e un gruppo di Rogers. Alle pareti, una tappezzeria marrone. Il pavimento è coperto con un tap­peto scuro. Nel mezzo della stanza v'è un tavolo grosso­lano, ricoperto da una lastra di marmo; su di esso, una larga lampada dì porcellana, una massiccia Bibbia con una borchia di ottone e parecchi libri che hanno tutta l'aria di essere romanzi da poco prezzo. Presso il tavolo, tre sedie ricoperte come le altre, due delle quali a don­dolo. Alle pareti sono appesi diversi ingrandimenti di fotografie di persone dall'aspetto teso e severo, in rigide e scomode pose.

F la metà del pomeriggio di una bella giornata di tarda primavera dell'anno 1890. La luce del sole entra con vivo chiarore dalla finestra di sinistra; attraverso quella di destra si scorgono il verde fresco del prato e i due filari di olmi che fiancheggiano la strada. Alle finestre, bianche, rigide tendine.

(Al levarsi del sipario, Emma Crosby e Caleb Williams sono in scena. Emma è una smilza ragazza dì venti anni, di statura piuttosto al di sotto della media. Il suo viso, nonostante i lineamenti comuni, dà un'impressione di grazia, dovuta ai larghi, morbidi occhi azzurri, che hanno una strana, romantica aria trasognata. La bocca e il mento sono pesanti, pieni di un'ostinata forza di volontà. Benché il suo corpo sia magro e sottile, c'è una vitalità rapida, nervosa in tutti i suoi movimenti, che rivela nella sua costituzione una fondamentale riserva di forza e di sa­lute. Ha capelli castani chiari, folti e spessi. E' vestita, con sobria proprietà, del suo abito nero della domenica, nella moda dell’epoca.

Caleb Williams è alto, di taglia robusta, sui trent'anni. Capelli neri, occhi scuri e acuti, viso ruvido e abbronzato, bocca ostinata ma bonaria. Anch'egli indossa un abito nero da festa, e vi sì trova assai imbarazzato e irrigidito.

Seggono a fianco, sul divano, il braccio di lui attorno al busto di lei. Ella tiene nelle sue una delle grandi mani di lui e appoggia il capo contro la sua spalla, gli occhi socchiusi in una contentezza sognante. Egli guarda fiso rigidamente dinanzi a se, con un atteggiamento immobile e legnoso come se posasse per una fotografia; i suoi occhi, però, sono espressivamente teneri e protettivi quando egli guarda di fianco verso di lei, con una cert'aria diffidente, senza muovere la testa).

Emma                         - (sospirando felice) Oh, potessimo rimanere così per sempre! (Poi, dopo una pausa, non avendo egli risposto che con una stretta) Non vorresti, Caleb? (pron. « Chèleb »).

Caleb                          - (con un'altra stretta, enfaticamente) Per Dio, Emma, sì che mi piacerebbe!

Emma                         - (con dolcezza) Vorrei che tu non imprecassi tanto, Caleb...

Caleb                          - Scusami, Emma, m'è saltato di bocca prima che ci pensassi. (Con un sorriso) Però, dovresti essere abituata a questa debolezza degli uomini, con tuo padre e tuo fratello che non fanno che bestemmiare...

Emma                         - (sorridendo anche lei) Riguardo a loro, sono induriti nel peccato. Non me ne accorgo nemmeno, lo e mia madre non potremmo vivere con quei due se non ci avessimo fatta l'abitudine. E, trattandosi di marinai, lontani dalle loro donne per la maggior parte del tempo non mi fa nemmeno più impressione sentire le imprecazioni degli altri; è diventata parte della loro natura, e non sono più responsabili. (Con decisione) Ma tu sei diverso. Tu devi essere diverso dagli altri in tutto.

Caleb                          - (divertito dalla serietà di lei) Diverso? Ma non sono un marinaio anch'io?

Emma                         - Non importa, sei diverso ugualmente. E' per questo che mi sono innamorata di te invece che di un altro qualsiasi di loro. E devi restare diverso. Oh, Caleb, promettimi che rimarrai sempre diverso da tutti loro, anche dopo che saremo sposati da anni ed anni...

Caleb                          - (imbarazzato) Beh... Prometto che farò del mio meglio, Emma. Ne abbiamo già parlato altre volte... Non devi farti l'opinione che io sia migliore degli altri... E' tutta brava gente: la maggior parte, per lo meno. Non dirmi, per esempio, che tu credi che io sia migliore di tuo padre o di tuo fratello, perché non è vero. E non so nemmeno se vorrei esserlo, in verità...

Emma                         - (con eccitazione) Ma devi volerlo, se sono io che te lo chiedo...

Caleb                          - (sorpreso) Migliore di tuo padre?

Emma                         - (sforzandosi di precisare la sua idea) Non è questo... Papà è una bravissima persona, e anche Jack è a posto... Non permetterei che si dicesse nulla su di loro... E anche gli altri sono a posto, immagino, a modo loro... Soltanto... Intendi quello che voglio dire? Io ti considero in un modo diverso da tutti gli altri. Voglio dire che ci sono cose che vanno bene per loro e che non andrebbero invece per te: a mio modo di vedere, almeno.

Caleb                          - (perplesso e un po' a disagio) I marinai non sono stinchi di santo, Emma... Non si può proprio dire...

Emma                         - (offesa e delusa) Allora, non vorresti pro­mettermi di restare diverso per amor mio?

Caleb                          - (con rozza tenerezza) Oh, al diavolo, Emma, farei qualunque cosa maledetta che mi chiedessi, lo sai bene!

Emma                         - (con amore) Grazie, Caleb. Tu non sai quanto significhi questo per me. Molto di più di quanto pensi. E non credi che anch'io sia diversa, non proprio uguale a tutte le altre ragazze che vanno in giro?

Caleb                          - Certo che lo sei! Non te l'ho sempre detto? Tu le batti tutte messe insieme!

Emma                         - Oh, non volevo dire in meglio. Intendo solo che io considero le cose in un modo diverso da loro: il matrimonio, per esempio, e anche le altre cose... E' per questo che mi sono convinta che tu ed io dovremo essere una coppia diversa da ogni altra... E con questo non voglio dire che le altre non siano regolari, a modo loro.

Caleb                          - (imbarazzata, incerto) Beh, per quanto ti riguarda, tu puoi essere sicura... ma io non lo sono altrettanto di me...

Emma                         - Oh, ma lo sono io!

Caleb                          - (con un sorriso) Mi hai fatto spaventare, Emma. Ho avuto paura che tu volessi farmi vivere come uno di quegli eroi di stoppa che si leggono in quei romanzi... (Indica i romanzi sul tavolo).

Emma                         - No, io voglio che tu rimanga soltanto come sei, e niente altro.

Caleb                          - Questo è facile; ci vuole poco ad essere un tipo semplice, come tutti.

Emma                         - Tu non lo sei!

Caleb                          - (con una risata) Beh, io t'ho avvertita, ricor­datelo, Emma. Quando saremo sposati e te ne accorgerai, non potrai dire che ti ho ingannata.

Emma                         - (ridendo) Non lo dirò. Non avrò mai bisogno di dirlo. (Dopo una pausa) Pensa, non ci mancano che due giorni per essere marito e moglie.

Caleb                          - (abbracciandola) Beh, sarebbe tempo, no? Dopo aver aspettato tre anni per mettere da parte abba­stanza, e non esserci visti nemmeno da lontano negli ultimi due. (Ridendo) Vedi che fiducia ho in te, Emma, da andarmene a pescare le balene per due anni e lasciarti tutta sola in città in mezzo a tanti giovanotti che ti face­ vano gli occhi dolci...

Emma                         - Ma lo fanno anche tanti altri, senza pen­sarci troppo...

Caleb                          - (con Una risata) Già, ma io sono diverso, come dici tu.

Emma                         - (ridendo) Mi prendi in giro, adesso!

Caleb                          - (con una strizzatina d'occhio) E sai bene quanto me che molti di quegli altri vengono a scoprire strane cose che erano successe mentre stavano fuori...

Emma                         - (dapprima ridendo) Già, ma tu sai bene che anch'io sono diversa... (Poi accigliandosi) Ma non par­liamo di queste cose. Non mi piace di pensarci nem­meno per scherzo. Non sono di quella specie, io.

Caleb                          - Diavolo che non lo sei, Emma! Dicevo per scherzare...

Emma                         - E non ho mai dubitato di te per questi due anni, né lo farò quando ti imbarcherai di nuovo.

Caleb                          - (scherzoso) Beh, anche per una donna sa­rebbe un po' difficile essere gelosa di una balena!

Emma                         - (ridendo) Non pensavo alle balene, sciocco! Ci sono abbastanza occasioni nei porti che toccate, a volerle cercare.

Caleb                          - Beh, io non le ho cercate, questo è sicuro. Non crederai che nel mio primo imbarco come capitano avessi tempo da perdere a fare il cascamorto. Ero così preoccupato di riportare la nave di tuo padre con un bel carico che gli avesse reso un mucchio di soldi, che non pensavo ad altro.

Emma                         - Tranne che a me, spero...

Caleb                          - Sicuro! Qual era tutto il mio scopo nel farlo se non quello di poterci sposare appena tornato? E poi, per quanto riguarda i porti, non ne abbiamo toccato nemmeno uno l'ultimo anno, eccetto quando quella ma­ledetta tempesta ci spinse al sud e ci fermammo in una di quelle isole per l'acqua.

Emma                         - Quale isola? Non me ne hai mai parlato.

Caleb                          - (diventando improvvisamente molto imbarazzato, come al ricordo di qualche avvenimento) Non c'era niente da raccontare, ecco perché. Un'isola vicino all'E­quatore, ecco tutto. Non ci vivevano che dei pagani mezzo nudi, selvaggi dalla pelle scura che non sono nemmeno cristiani. (Si alza all’improvviso ed estrae l’orologio) S'è fatto tardi. Devo andare a prendere certe cose per mia sorella, prima che me ne dimentichi...

Emma                         - (alzandosi anche lei e mettendogli le mani sulle spalle) ' Ma hai pensato a me e hai sentito la mia mancanza per tutto il tempo del viaggio, come è stato per me?

Caleb                          - Certo. Ogni minuto.

Emma                         - (rannicchiandosi vicino a lui, dolcemente) Ne sono felice, Caleb. Arrivederci a fra poco.

Caleb                          - Farò una capatina prima di cena, se vuoi.

Emma                         - Certo, Caleb. Arrivederci. (Leva il viso verso di lui).

Caleb                          - Arrivederci, Emma. (La bacia e la tiene fra le braccia per un momento. Jack si avvicina alla porta d'ingresso, senza che essi lo notino).

Jack                             - (facendo capolino, con un fischio scherzoso) Attenzione, laggiù! (Emma « Caleb si separano con esclamazioni di sorpresa. Jack entra sorridendo: è un giovanotto piuttosto grossolano e tarchiato, sui 25 anni, dal viso abbronzato, di una elementare simpatia animale. I suoi piccoli occhi azzurri scintillano con l'inconscio spirito malizioso del burlone nato. Porta alti calzari da marinaio rimboccati al ginocchio, una sporca camicia e pantaloni di cotone, un berretto giallo gettato baldanzo­samente all'indietro, rivelando i suoi capelli biondi ricci e scarmigliati. Porta una filza di teste di merluzzo. Ri­dendo all'espressione imbarazzata dei due) Vi ho preso, stavolta! Avanti, baciala ancora, Caleb! Non preoccupa­tevi di me.

Emma                         - (disturbata e irritata) Hai una testa più stu­pida di quelle di quei merluzzi che porti! Dovresti vergognarti, alla tua età, di fare certi scherzi come un ragazzino!

Jack                             - (abbracciandola) Avanti, gattina, non t'arrab­biare! (Accarezzandole i capelli) Micio, micio, micio! Gattina bella! (Ride).

Emma                         - (costretta a sorridere, spingendolo via) Va via! Non metterai mai giudizio! Santo cielo, che fratello ho dovuto avere!

Jack                             - Mah, chissà... Non credo di essere tanto cat­tivo, come fratello... Che ne dici, Caleb?

Caleb                          - (sorridendo) Che hai ragione, Jack.

Jack                             - (a Emma) Hai sentito? Devi ascoltare Caleb. Da ora in poi, « amore, onore e obbedienza », lo sai bene, Emma...

Emma                         - (ridendo) Gli uomini si sostengono sempre, a torto o a ragione...

Jack                             - (spavaldo) Beh, sono pronto a far giudicare alle ragazze, se preferisci. Vedrai se non ti risponde­ranno tutte che sono una delizia di fratello... (Strizza l'occhio a Caleb, che gli sorride).

Emma                         - (con una smorfia) Immagino che non le trat­terai molto da sorelle, quel genere di donne che conosci... Ma scommetto che anche loro cambierebbero parere se dovessero vivere con te nella stessa casa e sopportare sempre i tuoi stupidi scherzi.

Jack                             - (provocante) E io scommetto che paghereb­bero chissà che cosa per vivere con me nella stessa casa, se fossi così pazzo da sposarle.

Emma                         - «E' l'orgoglio che porta alla rovina». Ma non è il caso di perdere tempo con te... (Gli sorride affettuosamente).

Jack                             - (con affettazione) Vedi, Caleb, come maltratta il fratellino che l'adora... Puoi immaginare quello che ti aspetterà per il resto dei tuoi giorni...

Caleb                          - Credo che ormai non ci sia altro che da sopportare...

Emma                         - Caleb non deve aver paura. Lui è diverso.

Jack                             - (sghignazzando) Ah, già, dimenticavo! Caleb è un santo da catechismo, non è vero, eh? Già, già...

Emma                         - (con autentico risentimento) E' molto mi­gliore di te, se è questo che vuoi dire.

Jack                             - (con una risata ancora più alta) Aho! Caleb è uno di quegli eroi meravigliosi che vai leggendo in quei romanzi, no?

Caleb                          - (un po' seccato) Le ho detto proprio ora di non considerarmi tanto in alto.

Jack                             - Inutile, Caleb. Non ti darà ascolto. S'è messa in testa il contrario, e non c'è verso. Dovresti sentirla, quando non ci sei, litigare per te come se fossi il cocco del parroco! Una boccuccia di latte, secondo lei! Bah, l'amore è cieco, e sordo, anche, come dice la gente, ed è inutile discutere, è meglio che porti queste teste in cucina. (Si dirige alla porta a destra, poi- si volge a guardare la sorella maliziosamente, e dice con intenzione) Dovresti farti un discorsetto con Jim Benson, Emma. Non credi, Caleb? (Strizza l'occhio marcata­ mente ed esce con una gran risata).

Caleb                          - (il viso preoccupato e adirato) Jack è proprio uno stupido, certe volte, Emma, anche se è tuo fratello. Meriterebbe una buona lezione.

Emma                         - (fissandolo, a disagio) Che voleva dire ri­guardo a Jim Benson, Caleb?

Caleb                          - (corrugando la fronte) Non so, esattamente. Qualche altro scherzo dei suoi, immagino.

Emma                         - Non lo sai... esattamente? Allora... c'è qual­cosa...?

Caleb                          - (rapidamente) Niente che io sappia. Sol­tanto Jim Benson è un tipo come Jack, e non sa tenere la bocca chiusa e farsi gli affari suoi.

Emma                         - Jim Benson era imbarcato con te nel tuo ultimo viaggio, non è vero?

Caleb                          - Sì.

Emma                         - E andavate d'accordo?

Caleb                          - (con una certa impazienza) Sicuro, andavamo d'accordo. Solo che non sa tenere la lingua a posto, ecco tutto.

Emma                         - (a disagio) Ma che cosa c'era da tacere? Tu non hai fatto niente di male, no?

Caleb                          - Di male? No, niente che alcuno abbia il diritto di chiamare male.

Emma                         - Nulla di cui ti vergogneresti a dirmelo?

Caleb                          - (imbarazzato) Perché... No, Emma...

Emma                         - (insistendo) Lo giureresti, Caleb?

Caleb                          - (dopo un secondo di esitazione, con fermezza) Sì, lo giurerei. Mi richiamerei a tutto quello di giusto e di onesto che ho fatto, se dovessimo arrivare a questo. Io non ho vergogna di nulla di ciò che ho fatto, Emma. Soltanto, non è necessario che le donne sappiano tutto...

Emma                         - (volgendosi da lui, spaventata) Oh, Caleb!

Caleb                          - (preoccupato, avviandosi alla porta d'ingresso) Ci vedremo più tardi, Emma. Ho proprio fretta, ora, più di prima... Devo dire due parole a Jim Benson, che non se le dimenticherà tanto presto, se è stato lui a chiac­chierare. Arrivederci, Emma.

Emma                         - (debolmente) Arrivederci, Caleb. (Egli esce. Emma siede su di una delle sedie a dondolo accanto al tavolo, il viso gravemente turbato, i modi nervosi e incerti. Infine prende una decisione, si avvicina rapida­mente alla porta a destra e chiama) Jack! Jack!

Jack                             - (dalla cucina) Che vuoi?

Emma                         - Vieni un minuto qui, per favore.

Jack                             - Ecco, un momento. (Ella ritorna accanto al tavolo, sforzandosi di nascondere la sua agitazione. Dopo un momento, Jack entra da destra. Evidentemente stava lavandosi, poiché il suo viso è rosso, i capelli bagnati e pettinati lisci da un lato. Si guarda intorno cercando Caleb) Dov'è Caleb?

Emma                         - Ha dovuto uscire. (Quindi, abbordando im­provvisamente l'argomento, con simulata indifferenza) Che cos'era quello scherzo su Jim Benson, Jack? M'è parso che Caleb se l'abbia avuta a male...

Jack                             - (con un sorriso malizioso) Beh, chiedilo a lui...

Emma                         - L'ho fatto, ma ha detto che non era nulla di importante... (Jack ride) Come sei venuto a saperlo?

Jack                             - Ho incontrato Benson dopo pranzo e abbiamo fatto una lunga chiacchierata. Mi ha raccontato tutto del loro viaggio.!

Emma                         - Allora, lo scherzo riguarda qualcosa che è successo durante il viaggio...?

Jack                             - Già. E' stato quando si sono fermati per prendere l'acqua in quell'isola dei mari del sud, dove li aveva spinti la tempesta.

Emma                         - Oh... (Con sospetto) M'è parso che Caleb non volesse dire molto su quell'episodio...

Jack                             - (furbo) Certo che non voleva, lo scherzo è a spese sue... (Avvicinandosele, in tono basso) confiden­ziale, con malizia) Vogliamo farne un altro a lui, noi due?

Emma                         - (torturata dai presentimenti, decisa a conoscere la verità, si sforza di sorridere) Si, Jack, facciamolo.

Jack                             - Allora ti dirò quello che m'ha raccontato Jim. Tu poi lo dici a Caleb e fingi di essere pazza dalla gelosia. (Incapace di contenere il suo divertimento all’idea dello scherzo) Oh, oh! Andrà su tutte le furie se lo farai! Solo, ricordati che io non t'ho detto niente. L'hai sentito da qualcun altro... e, in fondo, sarebbe successo proprio cosi, dato che Benson e gli altri ra­gazzi lo stanno raccontando a tutta la città...

Emma                         - (colpita, corrugando la fronte) > Ah si? Lo sanno tutti in città?

Jack                             - Già, tutti ridono alle spalle di Caleb. Oh, in fondo, non è niente di straordinario. E' successo più o meno a tutti i marinai dei dintorni, durante la loro vita. Ho sentito raccontare da papà e dagli altri storie più o meno simili capitate a loro... Soltanto che con Caleb è finita in un modo cosi buffo! (Ride).

Emma                         - (con voce tesa) Beh, non me lo racconti?

Jack                             - Ci vengo subito. Dunque sembra che tutti scendessero a terra su quelle isole per prendere l'acqua, e le donne del po3to, tutte quasi nude, venissero intorno per incontrarli, come fanno sempre, per prendere tabacco e altra roba, scambiandoli con stuoie le oggetti fatti a mano. Quelle ragazze selvagge erano terribilmente ca­rine, dice Jim (certo, a modo loro), e i ragazzi comin­ciarono subito a filare; poi, naturalmente, tutto andò a finire come succede sempre, e dopo che ebbero caricata tutta l'acqua che serviva, ci volle un'altra settimana per mettere insieme i marinai, pescandoli in tutti i buchi dove s'erano cacciati con quelle donne.

Emma                         - (torturata) Sì, ma Caleb... Lui non è come gli altri, lui è diverso...

Jack                             - (con una strizzatina d'occhio) Davvero? Adesso veniamo a lui. Dunque, sembra che Caleb rimanesse a bordo, pensando agli affari suoi e non immischiandosi in quello che facevano i ragazzi. Però una di quelle donne, la più in gamba, dice Jim, non faceva che chie­dere del capitano. Non voleva avere niente a che fare con gli altri, pensava che solo il capitano era buono per lei. E cosi una notte, proprio prima che partissero, i ragazzi, dopo essersi ubriacati con un certo rum del posto che avevano rubato, decisero di fare uno scherzo a Caleb e a quella ragazza. Le dissero che il capitano l'aveva mandata a chiamare e lei avrebbe dovuto venire a nuoto proprio sotto la cabina di lui e salire a bordo, dove lui l'aspettava tutto solo. Quest'ultima parte era abbastanza vera, dato che Caleb era davvero solo, essen­dosi la ciurma sparpagliata qua e là, come t'ho detto.

Emma                         - (lasciandosi sfuggire un'involontaria esclama­zione) Oh!

Jack                             - Naturalmente, la ragazza ci credette e venne su a nuoto, felice. Quello che successe, tra di loro a bordo, nessuno lo sa. Chi pensa una cosa, chi un'altra, e io non posso dire nulla; (ammiccando) però so anche troppo bene quello che avrei fatto se fossi stato nei panni di Caleb, e non credo che lui sia quel vecchio bigotto che pensi tu. Ma questo non ha niente a che vedere con lo scherzo. Il fatto è questo: la ragazza prese una cotta terribile per Caleb e quando vide che la nave stava per salpare, cominciò a fare l'inferno, gridando e piangendo dalla spiaggia e battendosi il petto con i pugni. Quando levarono l'ancora, si gettò in acqua e nuotò dietro a loro. Non c'era vento e lei nuo­tava come un pesce, quindi arrivò a salire a bordo, Dapprima, Caleb cercò di trattarla gentilmente e di con­vincerla a tornarsene, poi, visto che non voleva ascol­tare e diventava sempre più agitata, si stancò e la fece gettare in acqua dai ragazzi, andandosi a chiudere io cabina. Ma nemmeno questo riuscì. Lei continuò a nuo­tare intorno alla nave, gridando il nome di Caleb e infine dovettero puntare un fucile contro di lei e spa­rare in acqua tutt'intorno, prima che quella pazza si decidesse a tornare indietro, sempre lamentandosi e gri­dando. (Con un sorriso) E intanto Caleb se ne stava chiuso in cabina per paura di farsi vedere, e tutti i marinai si torcevano dalle risate! Accidenti, avrei vo­luto starci! Avranno dovuto morire dal ridere! (Ride fortemente, poi, notando l'espressione impietrita della sorella, si ferma d'improvviso) Ehi, perché fai quella faccia, Emma? (Offeso) Al diavolo, sei proprio un bel tipo per raccontarti uno scherzo!

Emma                         - (dopo una pausa, sforzandosi lentamente per parlare) Caleb dovrà tornare. Voglio che lo riceva tu. Voglio che tu gli dica...

Jack                             - Ah, io no! E' uno scherzo che devi fare tu, altrimenti non riesce!

Emma                         - (tesa) Non è uno scherzo, Jack, quello che io intendo. Tu devi dirgli che ho cambiato opinione e che non voglio sposarlo.

Jack                             - Che?!

Emma                         - Ho ripensato a tutto, digli, e ritiro la mia parola: può riprendersi il suo anello, io non voglio più sposarlo.

Jack                             - (impressionato, osservandola ansiosamente) Dì... ma che diavolo?... Vuoi fare uno scherzo a me, ora? O sei diventata pazza tutto in una volta?

Emma                         - Non sono pazza e non scherzo. Digli quello che t'ho detto.

Jack                             - (con veemenza) Ma nemmeno se viene giù,., Dì, ma che t'ha preso?

Emma                         - I miei occhi si sono aperti, ecco tutto, e non voglio più sposarlo. ,

Jack                             - E' forse... per quella storia che t'ho raccon­tato?!

Emma                         - (con voce tremante) E' per qualcosa che io credevo... La tua storia mi ha semplicemente provato che mi sbagliavo.

Jack                             - (ora profondamente turbato) Dì, ma che succede? Non sai stare allo scherzo? Sei davvero ge­losa per quella selvaggia?

Emma                         - Io non voglio sposarlo, è tutto quello che c'è da dire.

Jack                             - (per indurla a discutere) Gelosa di una donna incivile, che non è certo migliore di una negra...? Santo Dio, Emma, non credevo che fossi pazza fino a questo punto. Ma come, quel genere di donne non sono donne come te. Non contano come gente normale. Non sono nè cristiani, né... niente!

Emma                         - Non si tratta di questo. Non m'importa quello che sono.

Jack                             - E poi, non è stato Caleb. Lei gli si è attac­cata... E come fai a sapere che ci sia stato qualcosa tra di loro? Io non ho detto di sì, e neppure Jim lo può giurare. Del resto, anche se ci fosse stato, che differenza fa? Non le ha mica chiesto di sposarlo.

Emma                         - Non me ne importa. Avrebbe dovuto agire diversamente.

Jack                             - Oh, diavolo, ecco che ricominci, a dipingerlo come un Cristo! Ma chi ti vuoi sposare, un uomo o un eremita? Caleb è un uomo, no? E un uomo altrettanto in gamba, per quanto è vero che è il migliore capitano che ci sia da queste parti! Ma che vuoi di più, si può sapere?

Emma                         - (violenta) Voglio che tu stia zitto! Sei troppo stupido e vìzioso per arrivare a capire quello che penso!

Jack                             - (con risentimento) E va al diavolo, allora! Vedrai se anche mamma non la pensa come me. Forse le darai retta, a lei, e metterai un po' di giudizio! (Esce infuriato da destra, mentre dice le ultime parole. Emma rompe in singhiozzi e si getta su di una sedia, copren­dosi il volto con le mani. Harriet Williams e Alfred Rogers vengono per il sentiero alla porta d'ingresso).

Harriet                        - (chiamando) Emma! (Emma balza in piedi e si terge gli occhi con un fazzoletto, in un vano sforzo di nascondere le tracce delle sue lagrime. Harriet è en­trata, seguita da Rogers. La sorella di Caleb è una ra­gazza di vent'anni, alta, bruna; il suo viso è comune e casalingo, pure attira l’occhio per una certa baldanzosa vitalità giovanile. Porta un grembiule ed è evidente­mente appena uscita di cucina. Rogers è un rozzo gio­vane pescatore di ventiquattro anni, tutto ripulito e lisciato nel suo mal tagliato abito da festa).

Rogers                        - Ciao, Emma.

Emma                         - (con voce rauca, cercando di sforzarsi a sorri­dere) Oh, Harriet. Buon giorno, Alfredo. Volete sedere?

Harriet                        - No, sono venuta un momento da casa per vedere se... Dov'è Caleb?

Emma                         - E' andato su per la strada.

Harriet                        - E io che lo aspettavo in cucina per preparare la cena... Doveva portarmi certe cose... (Ride. Con uno sguardo sbarazzino ad Alfredo) Non ci si può fidare degli uomini quando sono innamorati...

Rogers                        - (cingendola col braccio e attirandola a sé, sor­ridendo) Nemmeno di me? Sono tanto innamorato, eppure puoi contare su di me come su di un cane fedele...

Harriet                        - Sì, proprio tu! Sei il peggiore di tutti!

Rogers                        - Lo dici ma non ci credi. (Cerca di baciarla).

Harriet                        - Sta fermo. Che penserà Emma?

Rogers                        - Oh, Emma non può gettare la prima pietra: lei e Caleb filano peggio di noi... (Harriet si scioglie da lui ridendo e si avvicina d Emma).

Harriet                        - (notando improvvisamente l'espressione af­franta di Emma, con stupore) Ma, Emma, cos'è suc­cesso? Hai un viso come se avessi perduto il tuo più caro amico...

Emma                         - (cercando di sorridere) Niente, non è niente...

Harriet                        - No, invece! Credo che tu abbia pianto, anche...

Emma                         - No, ti sbagli...

Harriet                        - Ma sì... (Abbracciandola) Santo cielo, ma che è successo? Non avrai mica litigato con Caleb, a due giorni di distanza dal matrimonio...?

Emma                         - (con rapida e risentita risolutezza) Non ci sarà nessun matrimonio.

Harriet                        - Che?!

Rogers                        - (aguzzando le orecchie, con modo inquisi­tivo) Eh?

Emma                         - Né tra due giorni ne mai.

Harriet                        - (stupefatta) Ma, Emma, che ti ha preso? Dovete aver fatto una bella lite!

Rogers                        - (con atteggiamento cinico da uomo di mondo) Non prenderla così sul serio,

Harriet                        - (pron. « Har­riet »). Passerà, come succede a tutte.

Emma                         - (con ira) Voi state zitto, Alfredo Rogers! (La signora Crosby entra con irruenza da destra. E' una larga, grassa, florida donna di cinquanta anni. Nono­stante il suo peso è sorprendentemente agile e l'espres­sione placida e pigra del suo viso rotondo da luna piena è tradita dai rapidi, efficienti movimenti. Emana un senso di materna bonomia. Porta un grembiule, col quale si asciuga le mani. Jack la segue nella stanza; si è cam­biato, indossando un abito scuro: è pronto per il « pas­seggio »).

Signora Crosbv           - (sorridendo ad Harriet e a Rogers) Buongiorno, Harriet e Alfredo.

Harriet                        - Buongiorno, signora Crosby (pron. « Crósbi ».

Rogers                        - Buongiorno.

Jack                             - (sorridendo) Eccola lì, mamma. (Indica Emma) Guardala un po', sembra che voglia strappare gli occhi a qualcuno! Pfuh! Ha drizzato la schiena! Miao! Sptt, sptt! (Fa una vivida imitazione di un gatto che com­batte fino all'ultimo. Poi egli e Rogers danno in una gran risata, mentre Harriet e la signora Crosby non pos­sono fare a meno di sorridere. Emma guarda impietrita dinanzi a sé, come se non ci fossero).

Signora Crosby           - (bonaria) Smettila di scherzare, Jack.

Jack                             - (fingendosi offeso) Nessuno sa stare allo scherzo, in questa casa. (Sorride e fa cenno a Rogers) Vieni, Alf, tu sai apprezzare un bello scherzo. Vieni di qua che ti racconto. (Rogers lo segue sorridendo entro la stanza a fianco, dalla quale giungono le loro parole e le loro risate durante la scena seguente).

Signora Crosby           - (abbracciando Emma) Ebbene, Emma, cos'è questa sciocchezza che stava dicendo Jack...

Emma                         - (con risentimento) Non è una sciocchezza, mamma. Ho deciso, te lo dico una volta per tutte.

Signora Crosby           - (dopo un rapido sguardo al volto di lei, per addolcirla) Via, via! Mettiamoci a sedere e stiamo comodi, per prima cosa. Non ho nessuna inten­zione di logorarmi a stare in piedi. (Spinge gentilmente Emma in una sedia a dondolo, poi indica una sedia dall'altro lato del tavolo) Siedi, Harriet.

Harriet                        - (combattuta tra la curiosità e la sensazione di esser di troppo) Forse farei meglio ad andare a casa e lasciarvi sole...

Signora Crosby           - Macche, tu oramai sei di casa, non abbiamo segreti per te. Sei la sorella di Caleb e hai vissuto a fianco a noi fin da quando eravate tutti bam­bini... Siediti. (Harriet siede, con uno sguardo incerto alla gelida Emma. La signora Crosby ha efficientemente trasportato un'altra sedia accanto a quella di sua figlia, e siede con un sospiro di soddisfazione) Ecco qui. (Prende una mano della figlia tra le proprie) E ora, Emma, che cosa sono tutte queste storie? (Emma non risponde) Jack mi diceva che hai deciso di rompere con Caleb. E' vero?

Emma                         - Sì.

Signora Crosby           - Hum... Caleb non lo sa ancora, vero?

Emma                         - No. Ho detto a Jack di dirglielo quando tornerà.

Signora Crosby           - Jack ha detto che non lo farà.

Emma                         - Allora glielo dirò io stessa. Forse è meglio. Caleb conosce le mie idee e capirà le mie ragioni, (ama­ramente) dato che sembra che nessun altro capisca.

Signora Crosby           - Hum... A me non le hai ancora spiegate. (Dopo una pausa) Jack è stato un vero pazzo a raccontarti quello che è successo in quell'isola. Non si devono riferire certe cose.

Emma                         - (sorpresa) Allora, tu lo sapevi prima di Jack...?

Signora Crosby           - Ma sì, santo Dio. E' stata la prima cosa che tuo padre ha sentito da Jim Benson appena sbarcarono, e me l'ha raccontata la sera stessa.

Emma                         - (con risentimento) E tu non me l'hai mai detto!

Signora Crosby           - Certo che no. Ci sono già abba­stanza guai nella vita per non doverne creare di più. Se tu fossi stata come la maggior parte delle altre, te l'avrei raccontato. In quanto a me, penso che sia stato un bello scherzo fatto a Caleb.

Emma                         - (coti un brivido) Per me non è uno scherzo.

Signora Crosby           - E' per questo che ho tenuto la bocca chiusa. Lo so quanto sei sensibile e diversa dalle altre.

Emma                         - (con orgoglio) Sì, sono diversa, ed era questo che pensavo di Caleb, mentre non è vero.

Harriet                        - (intervenendo con eccitazione) Parlate di quella storia di Caleb con la selvaggia? E' per questo che te la prendi tanto, Emma?

Signora Crosby           - (mentre Emma rimane in silenzio) Sì, Harriet, è per questo.

Harriet                        - (stupefatta) Ma, Emma, come puoi essere tanto sciocca? Non crederai che Caleb l'abbia presa sul serio: ha fatto perfino sparare intorno a lei per liberar­sene! Santo Dio! (Con un po' di risentimento) Spero che non penserai che mio fratello Caleb sia sceso così in basso da innamorarsi seriamente di una di quelle donne!

Emma                         - (rudemente) Potrebbe farlo benissimo.

Harriet                        - (sdegnata) Come puoi dire una cosa simile! (Sarcasticamente) Hai sentito dire forse che Caleb le ha chiesto di sposarlo? Non ci ha pensato neppure tanto! Lo conosco bene, io! S'era già dimenticato di tutto prima che l'isola sparisse dalla vista, ci scommetto, e se quegli sciocchi non avessero cominciato a mettere in giro la storia, non se la sarebbe mai più ricordata.

Signora Crosby           - (annuendo) E' proprio così. Har­riet ha ragione, Emma.

Emma                         - Mamma!

 Signora Crosby          - E poi, non si sa nemmeno se sia avvenuto qualche cosa. Nessuno può affermarlo con ter tezza, vero, Harriet?

Harriet                        - (con esitazione, poi francamente) Io noi lo so. Certo, Caleb non è un sant'Antonio, e immagino che possa peccare in quel senso come ogni altro uomo, Non era ancora sposato, e suppongo che pensasse di poter fare a suo modo finché non fosse legato. Per amor di Dio, Emma, tutti gli uomini pensano che... e uni grande quantità anche dopo il matrimonio...

Signora Crosby           - Harriet ha ragione, Emma. Se ti avessi avuto gli occhi abbastanza aperti per accorgerti di tutto quello che è successo in questa città da quando eri grande abbastanza da capire, avresti imparato come sono fatti gli uomini.

Harriet                        - (ironica) Emma avrebbe dovuto innamo­rarsi di un pastore e non di un marinaio. A me non importerebbe niente di un uomo che avesse avuto un'av-ventura una volta tanto, prima di sposarmi, natural­mente. Guardate Alfredo, per esempio. Finirò per spo­sarlo, un giorno o l'altro; bene, io so in tutto e per tutto le pazzie che ha fatto, e che continua a fare, immagino. Non dico di approvarle, ma lui mi piace e devo prenderlo così com'è, ecco tutto. Se cerchiamo dei santi, bisogna prima morire, e andare in cielo. Le ragazze non si sposerebbero mai se pretendessero tanto.

Signora Crosby           - Harriet ha ragione, Emma.

Emma                         - (risentita) Dal «no punto di vista, forse; io non dico che abbia torto. Soltanto che io e lei consi­deriamo le cose in un modo diverso. E per questo lei non può capire quello che io sento nei riguardi di Caleb,

Harriet                        - Beh, una cosa è certa, Emma: per quanto potrai girare non troverai mai un uomo migliore di Caleb, o anche uguale a lui.

Emma                         - (con stanchezza) Lo so, Harriet.

Harriet                        - E allora? Beh, farete pace, e sarò stata una sciocca a prenderla sul serio. (Emma scuote il capo) Ma sì, sì, non vorrai certo rompere tutto, no? (Emma rimane in silenzio. Con irritazione) Idee da romanzo, ecco il tuo guaio, Emma. Ti sei messa in testa di essere migliore di noi.

Emma                         - (con veemenza) No, non è vero! Ma non puoi capire...

Signora Crosby           - Su su, non litigate, ora, è inutile,,,

Harriet                        - (pentita, abbracciando e baciando Emma) -Scusami, Emma. Tu sai che non parlerei così per una cosa da niente... Caleb si sentirebbe spezzato, se... Ma tu farai pace con lui quando verrà, non è vero? (Emma guarda dinanzi a sé con ostinazione. Prima che possa rispondere, una gran risata giunge dalla stanza a fianco, dove Jack Ita evidentemente finito il suo racconto).

Rocers                         - (dalla stanza vicina) Per Dio, avrei voluto essere laggiù! (Segue Jack nella stanza; entrambi sor­ridono largamente. Rogers dice scherzosamente) Credo che mi darò alla pesca delle balene, da oggi in poi. T'importa, Harriet? Da quello che sento, credo di per­dere un bel po' standomene a casa.

Harriet                        - (in tono allegro, con uno sguardo significa­tivo a Emma) E vai allora! Ci sono tanti pesci nel mare... Ad ogni modo, io non sarò gelosa di quelle sel­vagge pagane. Non sono degne di essere notate dai cristiani.

Jack                             - Davvero? Sono più belle di un dipinto, dice

 Benson                       - (Con una strizzatina d'occhio) E di maniere molto compiacenti... (Egli e Rogers ridono di gusto. Emma ha un brivido di repulsione).

Signora Crosby           - (accorgendosi della reazione di Emma, sorridendo, ma con fermezza) Basta con questo, Jack. E anche voi, Alfredo. Andate per la strada, se volete scherzare.

Jack                             - Giusto, mamma. Andiamo, AH.

Harriet                        - Un momento, farò qualche passo con voi. Devo vedere se Caleb è tornato con le cose per la cena. (Si dirigono tutti alla porta nel fondo. Jack e Rogers escono, parlando e ridendo. Harriet si volge sulla porta, ad Emma con simpatia) Farò un discorsetto a Caleb, così sarà più facile per te di concludere. Trattalo con fer­mezza, ma gentilmente, e vedrai che non lo farà mai più. Dopo tutto, non era sposato, Emma, ed è un uomo; che puoi pretendere? Arrivederci. (Esce).

Emma                         - (impercettibilmente) Arrivederci.

Signora Crosby           - (dopo una pausa, in cui si dondola su e giù, studiando il viso della figlia, placidamente) Harriet ha ragione, Emma. Parlagli come si deve e non lo farà più.

Emma                         - (freddamente) Non m'importa che lo faccia ancora o no. Io non lo sposerò più.

Signora Crosby           - (a disagio, in tono persuasivo) Ma, santo cielo, tu non puoi agire così, Emma. Non ci sono che due giorni per il matrimonio, e tutto è già stabilito col pastore, e tuo padre e Jack si sono fatti degli abiti nuovi appositamente, e anch'io...

Emma                         - (volgendosi alla madre, supplichevole) Non vorresti che io mantenessi la mia parola e fossi infelice, vero, mamma?

Signora Crosby           - (con esitazione) No, no, Emma. (Poi decisa) Certo che non vorrei. Ma sono certa che lui ti farà felice. (Emma scuote il capo) Ma, Emma, non vorrai dirmi che tu improvvisamente non lo ami più a causa di quella sciocca storiella.

Emma                         - Io non lo amo, com’è ora. Io amavo quello che credevo che fosse.

Signora Crosby           - (sempre più a disagio) Queste sono le tue strane idee, e non so da dove le hai prese. Caleb non è cambiato, e nemmeno tu. Oh, Emma, sarebbe come andare contro natura, se tu non lo «posassi. Da quando eravate bambini siete vissuti fianco a fianco, avete giocato insieme, e né tu né lui avevate mai inte­resse per nessun altro. Mi farai perdere la pazienza, se sarai così ostinata. Dovresti ricordarti tutto quello che è stato per te, e dimenticare questo piccolo torto.

Emma                         - Non posso, mamma. Questo lo rende un'altra persona: non più Caleb, ma uno come tutti gli altri.

Signora Crosby           - E gli altri ti sembrano tanto cat­tivi? Gli uomini sono uomini dovunque, credo io.

Emma                         - No, non è che siano cattivi. Io non dico questo. Non li tratto, forse? Se fosse stato uno di loro, Jim Benson o Jack, anche, che lo avesse fatto, anch'io lo avrei considerato come uno scherzo. Io non sono così rigida nel giudicarli, tu lo sai. Ma, non puoi capire, mamma: Caleb mi era parso sempre diverso, e credevo che lo fosse.

Signora Crosby           - (con una certa impazienza) Beh, anche se non lo è, è un brav'uomo ugualmente, e ogni ragazza di buon senso sarebbe felice di sposarlo.

Emma                         - (lentamente) Io non voglio sposare più nes­suno. Resterò nubile.

Signora Crosby. Una zitella! Dì un po', credi che se io avessi avuto alla tua età tutte queste grandi idee su quello che gli uomini dovrebbero essere, a quest'ora tu vivresti qui, comodamente?

Emma                         - (lentamente) No. Da quello che ho sentito da lui stesso, so che papà non è stato mai un santo.

Signora Crosby           - (in un tono finale, come se chiudesse l'argomento) E dunque! E non è stato forse ugual­mente per me un buonissimo marito, e per te e per Jack un ottimo padre? Vedrai che Caleb riuscirà ugualmente. Pensaci su. (Si alza di scatto) Adesso devo tornare in cucina.

Emma                         - (aggrappandosi alle sue mani, disperatamente) Oh, mamma, perché non puoi capire quello che sento? Certo che papà è buono, buono come non si potrebbe.

Capitano Crosby         - (da fuori la porta, alla quale si è avvicinato senza che le due donne se ne avvedessero, con un gioviale saluto) Beh, che cos'è questa storia su papà che è buono? (Entra ridendo. E' un uomo forte, tarchiato, quasi altrettanto largo che alto, di sessant’anni ma in pieno vigore di forza e di salute, con un gran viso rosso battuto dalle intemperie e rugato dal sole. 1 suoi capelli castano-chiari sono spessi e spettinati. Indossa un vecchio abito cascante e una camicia di cotone a strisce aperta al collo. Batte sulla spalla di Emma con un colpo scherzoso che quasi la manda in terra) Per Giove to­nante, è la prima volta che sento dire bene di me alle mie spalle! Quasi sempre invece è: «Chi, Crosby? Quel rognoso ubriacone buono a nulla? ». Grazie, Emma. (Volgendosi alla moglie) Che hai da dire adesso, mamma? Ecco che Emma dice là verità dopo che mi hai perse­guitato per tutti questi anni dicendo il contrario. T'ho sempre detto che io ero buono, buono come il diavolo! (Ride fragorosamente e dà alla moglie un bel bacione).

Signora Crosby           - (scherzando affettuosamente) Emma non ti conosce come me.

Crosby                        - (volgendosi ad Emma) Senti, Emma, ho appena visto Jack. M'ha raccontato una certa sciocchezza di te che avevi rotto con Caleb. Come al solito scher­zava, no?

Signora Crosby           - (rapidamente) Oh, tutto è a posto, John. Non riaprire il discorso. (Emma fa per parlare, ma tace sconfortata, dopo uno sguardo a suo padre).

Crosby                        - E tutto a causa di quello scherzo su Calèb con quella selvaggia, dice Jack. Per l'inferno, Emma, non saresti una vera Crosby se prendessi uno scherzo così sul tragico. Tuoni e fulmini, che vorresti che fosse Caleb, una verginella o un sagrestano? Caleb è un uomo che ne vale dieci, e nonostante sia ancora un ragazzo è il capitano più in gamba di questi porti, e dovresti essere orgogliosa di averlo. In quanto a quelle isole, tutti i marinai le conoscono. Io ci ho fatto scalo pa­recchie volte, conosco quelle donne come un libro e ti dico che un uomo, dopo un anno o più a bordo di una nave, dovrebbe essere un vero castrato se...

Signora Crosby           - (guardando Emma imbarazzata) Ssst! Vieni in cucina, John, lascia stare Emma.

Crosby                        - Dio onnipotente, mamma, non ho detto niente contro di lei, no? Io so che Emma non è tanto pazza. Se fosse bigotta fino a quel punto, la spedirei come missionaria da quei dannati cinesi. (Ride).

 Signora Crosby          - (prendendolo per il braccio) Vieni con me. Devo dirti qualcosa.

Crosby                        - (andando) Andiamo, andiamo, capitana! Sei tu che comandi, qui. (Esce da destra con lei, ri­dendo. Emma rimane in piedi per un po', guardando impietrita dinanzi a se. Sospira affranta, aprendo e strin­gendo le mani, guardando intorno alla stanza come se desiderasse di evaderne. Infine siede sconsolata e rimane fisa in un atteggiamento teso, con il viso che tradisce il conflitto che la tormenta. Un rumore di passi lenti giunge dal sentiero dinanzi alla casa. Emma li riconosce e il suo volto si gela in un'espressione di ostinata intolle­ranza. Caleb appare fuori la porta. Guarda dentro, tos­sisce, poi chiede con incertezza)

Caleb                          - Sono io, Emma. Posso entrare?

Emma                         - (freddamente) Sì.

Caleb                          - (entra e si avvicina a lei. Il suo viso non, di­mostra emozione, ma i suoi occhi non possono nascon­dere uri preoccupato stupore, uno sguardo ferito di in­comprensione. Rimane in piedi a disagio, giocando col cappello, aspettando che ella parli o lo guardi. Emma non fa nessuna delle due cose, e alla fine) Posso sedermi un momento?

Emma                         - (nello stesso tono freddo) Sì. (Egli si piega con cura su di un braccio della sedia a dondolo vicina a quella di lei).

Caléb                          - (dopo una pausa) Ho visto Jim Benson. Gli ho detto il fatto suo. Non racconterà più storie, imma­gino. (Un'altra pausa) Mi sono fermato a casa tornando dal negozio. Ho visto Harriet. Dice che Jack ti ha rac­contato quella storia che vanno dicendo tutti come uno scherzo su di me. (Stringendo i pugni con ira) Jack è un maledetto pazzo. Gli ci vuole una buona lezione.

Emma                         - (con risentimento) Non cercare di dar la colpa a Jack. Ha detto soltanto la verità, no? (Il suo tono mostra che ella spera in un diniego, pur non avendo nessuna speranza reale).

Caleb                          - (dopo una lunga pausa, con rincrescimento) Beh, immagino che quello che t'ha detto sia vero abba­stanza.

Emma                         - (ferita) Oh!

Caleb                          - Ma questa non è una buona ragione per dirlo. Questo genere di cose dovrebbero restare tra gli uomini. (Dopo una pausa) Io non volevo che succedesse niente di simile, Emma. Non ne ho mai avuta l'inten­zione, pensavo sempre a come ti saresti sentita... E' per questo che sono rimasto a bordo per tutto il tempo che i ragazzi erano a terra. Non avrei mai creduto che avrebbe potuto succedere, a me. (Pausa) Vorrei che tu potessi vedere quelle isole, Emma, e viverci qualche tempo. Allora capiresti... E' difficile spiegare a chi non le ha mai viste. Tutto è diverso, laggiù: il tempo, gli alberi, l'acqua. Tu guardi tutto quello e ti senti diverso da come sei a casa. Anche qui è bello, qualche volta, come ora, in primavera, ma laggiù è bello sempre, e tu lo noti, e non puoi fare a meno di sentirti diverso. E anche quelle donne del luogo, sono diverse. Un uomo non le considera delle donne come te. Ma sono belle, nella loro maniera, e di notte cantano, e tutto è diverso, come qualcosa che si veda in un quadro. (Pausa) Quella notte quando lei venne a bordo nuotando mentre io ero solo, mi colse di sorpresa. Non mi aspettavo nulla del genere. Cercai di farla tornare indietro, dapprima, ma non voleva andare. Non capiva abbastanza la nostra lingua per poterle spiegare quello che io sentivo, e del resto credo che non mi avrebbe capito in nessun caso, essendo una selvaggia. (Pausa) E allora, temetti che prendesse freddo, andando in giro così nuda e bagnali nella luce della luna, benché fosse caldo, e volli darli qualcosa per coprirsi. (Tace come se avesse finito).

Emma                         - (dopo una lunga, tesa pausa, senza tono) Allora, ammetti che successe qualcosa?

Caleb                          - (dopo una pausa) Me ne pentii, dopo. Mi chiusi a chiave in cabina e la lasciai dormire sul ponte.

Emma                         - (dopo una pausa, con decisione) Io non ti sposerò, Caleb.

Caleb                          - Harriet mi ha detto questo; ma io non po­tevo credere che tu dessi tanta importanza a un piccolo episodio.

Emma                         - Allora puoi crederlo ora, Caleb.

Caleb                          - (dopo una pausa) Tu hai delle strane, rigide idee, Emma. Un uomo non potrà mai vivere secondo esse, senza nemmeno uno strappo. Ma immagino che tu debba agire secondo i tuoi princìpi. Certo, questo è come se mandasse tutto a pezzi per me... (La sua voce tradisce per un secondo il suo tormento, ma immediatamente egli riprende il controllo di se stesso) Natural­mente, se tu non desideri prendermi così come sono, non c'è nulla da fare. Dovrò adattarmi a quello che crederai meglio.

Emma                         - (dopo una pausa, a tentoni) Vorrei potei spiegare il mio modo di vedere, e farti capire. Io noi ho nessun sentimento ostile contro di te, Caleb, e non è nemmeno una comune gelosia, quella che sento. Noi penso neppure che tu abbia fatto qualcosa di terribile: credo di poter capire come è successo, e concedere delle attenuanti. So bene che qualsiasi uomo avrebbe fatto lo stesso, e immagino che tutti quelli che ho incontrato l'abbiano fatto.

Caleb                          - (con uno scintillio di ansiosa speranza) Al­lora, puoi perdonarmi, Emma?

Emma                         - Sì, ti perdono. Ma non credere che il mio perdono possa fare alcuna differenza, perché io non ti sposerò, Caleb. Questo è deciso. (Dopo una pausa, intensamente) Oh, vorrei poterti far vedere la mia ragione, ma tu non puoi. Non potrai mai, immagino. Quello che hai fatto è quello che avrebbe fatto ogni altro uomo, ed è proprio l'essere come loro che ti impedisce di intendere quello che penso. (Dopo una pausa, in un ultimo sforzo di spiegargli) Forse è più colpa mia che tua. E' così, Caleb: fin da quando eravamo piccoli, io ho avuto sempre l'idea che tu fossi diverso. E quando siamo cresciuti e ci siamo fidanzati l'ho avuta sempre maggiormente. E tu eri diverso, anche! Per questo ti amavo. Ora hai dimostrato che non lo sei. Quindi come posso amarti ancora? Io non posso, Caleb, ed è tutto qui. Tu hai spezzato qualcosa dentro di me, e io non posso più amarti.

Caleb                          - (cupo) Ti ho avvertita tante volte di non mettermi troppo in alto. Io sono umano, come tutti gli altri, e lo sono sempre stato. Io non sono diverso. (Dopo una pausa, con incertezza) Credo che sia inutile dire altro. Me ne vado. (Fa per alzarsi).

Emma                         - Aspetta. Non voglio che tu vada via di qui con del risentimento verso di me. Io e te, Caleb, siamo stati troppo vicini tutta la nostra vita per diventare nemici. Io ti voglio bene, Caleb, come te ne ho sempre voluto. Voglio che noi restiamo amici. Voglio che tu rimanga di famiglia come sei sempre stato. Non c'è nessuna ragione perché ciò non debba essere. Io non ti biasimo, come uomo, perché non potrei biasimare nes­sun altro uomo. Se io sento di non poterti amare ed essere tua moglie, è perché io ho deciso, le cose essendo come sono ed essendo anch'io come sono, che non spo­serò mai nessun uomo. (Sforzandosi a sorridere) Credo che ci siano cose peggiori che rimanere zitella.

Caleb                          - Non potrò mai pensarti così, Emma. E' na­turale in certune, ma non in te. (Con rinnovata spe­ranza] E naturalmente io voglio restare amico con te, Emma. Io non ho nessun risentimento. Tu hai il diritto di pensare a modo tuo, anche se... (Con speranza) E forse, se potrò dimostrarti che quello che ho fatto non era naturale in me, non ripetendolo mai più, forse verrà un giorno che tu dimenticherai...

Emma                         - (scuotendo il capo, lentamente) Non è que­stione di tempo, Caleb. Si tratta di qualcosa che è morto. E quando una cosa è morta, il tempo non può far nulla.

Caleb                          - (testardo) Non lo puoi sapere con sicurezza, Emma. Anche tu sei umana, e puoi sbagliare come ogni altro. Forse tu pensi soltanto che sia morto e quando io tornerò dal prossimo viaggio e tu avrai avuto due anni per ripensarci, vedrai le cose in modo diverso e non ti sembrerò così cattivo come ti sembro ora.

Emma                         - (sfiduciata) Ma tu non mi sembri cattivo, Caleb. E due anni non potranno fare nessun cambia­mento in me, in quel senso.

Caleb                          - (sentendosi sempre più rinfrancato dalla spe­ranza) Io non abbandono la speranza, Emma, e tu non potrai farmela abbandonare. Mai, per l'inferno! (Con enfasi) Io non sposerò nessun'altra all'infuori di te, Emma. Puoi credere alla mia parola per questo. Aspetterò che tu cambi opinione, e non m'importa un accidente di quanto a lungo dovrò aspettare, anche trent'anni, se sarà necessario, finché ne avrò sessanta! (Si alza nel dire l'ultima frase).

Emma                         - (con un triste sorriso) Potresti anche dire per tutta la vita, Caleb. Fra trent'anni saremo tutti e due morti, probabilmente. E io non voglio che tu ri­manga scapolo perché io...

Caleb                          - Io non rimarrò scapolo. Io ti aspetterò. E un giorno, quando tu capirai che gli uomini non sono fatti della stessa pasta degli angeli, allora...

Emma                         - (sfiduciata) Io e te non ci capiremo mai, Caleb, per tutta la vita. (Alzandosi e tendendogli la mano) Arrivederci, Caleb. Vado a riposarmi un po'.

Caleb                          - (perdendo di nuovo la speranza dinanzi al tono di lei, le prende la mano meccanicamente) Arrive­derci, Emma. (Va alla porta nel fondo, la apre, poi esita e si volge a guardarla, mentre ella esce dalla porta a destra senza voltarsi. Improvvisamente prorompe con di­sperazione) Ti ricorderai che ti ho detto di aspettarti, Emma? (Ella è uscita, nessuna risposta. Il suo viso riprende la maschera di impassibilità ed egli si volge lentamente ed esce, mentre scende il sipario)

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Trent'anni dopo. La scena è la stessa, eppure non è più quella di prima. La stanza ha un aspetto grottesco di vecchiaia divenuta frivola e mascherata come la più sventata giovinezza. C'è una chiassosa aria di nuovo intorno ad ogni cosa. Alle finestre vi sono delle tendine arancione. Il tappeto ha ceduto il posto a un pavimento di legno verniciato, la cui superficie lustra è interrotta soltanto da tre tappetini sgargianti posti con precisione dinanzi alle due porte e sotto il tavolo. La tappezzeria è ora di un color crema cosparso di fiorellini rosa. Alle pareti sono appese, con intervalli matematici, vedute marine, del genere dipinto-su-ordinazione, che sono al­trettanti pugni nell’occhio, quattro in tutto, in cornici dorate. Le sedie ricoperte di panno felpato sono scom­parse, rimpiazzate da altre di quercia verniciata. Il di­vano di crine è stata relegato in soffitta e un arnese dal fondo di canna, con cuscini fantasia, ne tiene il posto. Un fonografo a tromba si trova dov'era il vecchio cas­settone di mogano. Un nuovissimo pianoforte risplende nell'angolo destro vicino alla porta e uno scaffale per libri con sportelli di vetro scorrevoli fiancheggia il ca­minetto; questo scaffale è pieno di collezioni di volumi intonsi acquistate a rate. La tavola al centro è di quercia verniciata. Sopra di essa, pile di riviste di mode e una lampada elettrica. Soltanto la vecchia Bibbia, che ancora mantiene il posto d'onore sulla tavola, e l'orologio di marmo sulla mensola sono sopravvissuti al rinnovamento e servono a marcarne ancora di più il contrasto.

E' il tardo pomeriggio di un giorno di primavera dell'anno 1920.

(Al levarsi del sipario, Emma e Benny Rogers sono in scena. Ella è seduta in una sedia a dondolo vicino al tavolo, lui è in piedi vicino al fonografo, sul quale sta suonando un disco di jazz. Benny fischia e accenna delle mosse di danza secondo la musica: è un giovanotto di ventitré anni, la replica di suo padre nel primo atto, ma più volgare, incallito e ringalluzzito. E' vestito dell’uniforme kaki di soldato dell'esercito degli Stati Uniti. I trenta anni trascorsi hanno trasformato Emma in una donna appassita e sformata. Inoltre, c'è qualcosa di disgu­stosamente incongruo intorno a lei, una pietosa impo­stura, uno sforzo troppo appariscente di ingannare l'età con l’aspetto. Il vestito bianco che indossa è troppo ag­ghindato, troppo giovanile per lei, ed ugualmente le scar­pine col tacco alto e le calze di seta. C'è un'assurda sfu­matura di rossetto sulle sue guance tese e sulle labbra sottili, di ritocco a matita intorno agli occhi. Il nero dei suoi capelli è sfacciatamente finto. Soprattutto nelle sue maniere di affettata, consapevole civetteria si rivela quella risibile e al tempo stesso irritante e disgustevole beffa dell’età avanzata che indecorosamente e avidamente si aggrappa ai vuoti simulacri della giovinezza).

Benny                         - (mentre il disco si ferma, mettendo a posto il « pick-up ») Oh, baby, questo sì che è un jazz, di quelli che dico io!

Emma                         - (sorridendo con amore, alle sue spalle) Sono felice che ti piaccia. È uno di quelli che hai scelto tu sul catalogo.

Benny                         - Sì, lo so che ho la mano infallibile. (Vol­gendosi a lei) Sei stata proprio un tesoro a far venire questi dischi per me.

Emma                         - (civetta) Vedi un po' questi uomini! Chi ti ha detto che li ho fatti venire per te?

Benny                         - Che forse non è vero?

Emma                         - Niente affatto. Soltanto, ho seguito il tuo consiglio nello sceglierli. Sapevo che te ne intendevi, sei diventato un uomo di mondo da quando sei stato in Europa. Ma li ho comprati perché questi dischi di jazz piacciono anche a me. Mettono vita e allegria in una vecchia signora come me, a differenza di quelle antiche, lente canzoni...

Benny                         - (piegandosi sulla sedia, scherzoso) Tu non sei vecchia, sono tutte sciocchezze.

Emma                         - (lusingata) Via, via, Benny!

Benny                         - E' vero. Tu sei una brava, modernissima compagna, l'unica che sia viva in quest'angolo morto. (Con un sorriso) E se ti piace tanto il jazz, l'unica cosa da fare è di imparare a ballarlo.

Emma                         - (con delle risatine) Vorrei... se tu mi insegni...

Benny                         - (trattenendo uno sbuffo di risa) Oh, oui, mademoiselle. Sicuro. Ci divertiremo un mondo, io e te. Sei la ragazza più in gamba del paese, zia Emma.

Emma                         - Oh, non devi credere che siamo tutti così arretrati qui, giusto perché sei stato in Francia...

Benny                         - Tu non sei arretrata, devi dire, zia Emma.

Emma                         - Quante volte t'ho detto di non chiamarmi zia Emma?

Benny                         - (con un sorriso) Ah, oui! Una piccola di­menticanza. Scusami, Emma.

Emma                         - (deliziata dalla volgare familiarità di lui) Del resto, sai bene che non sono affatto tua zia.

Benny                         - Devo abituarmi. M'hanno insegnato a chia­marti zia da quando ero bambino... (Emma reagisce sgradevolmente ed egli si affretta ad aggiungere) E avresti potuto esserla davvero,, da quello che ho sen­tito... (Strizza l'occhio con furberia).

Emma                         - (un po' agitata) E' una storia vecchia, ormai. (Riprendendosi rapidamente) Non troppo, del resto, ma è così finita che sembra sia passato tanto di quel tempo...

Benny                         - (senza riflettere) E' stato prima che io na­scessi, no?... (Vedendo l'espressione di lei, continua su­bito) Beh, non è poi troppo davvero. Quello che non ho potuto mai capire è come hai fatto a innamorarti dello zio Caleb.

Emma                         - (rapidamente) Non mi sono mai innamorata, sono tutte chiacchiere, Benny. Eravamo buoni amici e lo siamo ancora. Ero giovane e un po' sciocca e mi fidanzai a lui, poi mi accorsi che non gli volevo bene in quel senso. E' tutto qui.

Benny                         - Non riesco a immaginarmi come uno possa volergli bene, in qualsiasi senso. E' un brutto vecchiaccio avaro, se vuoi sapere la mia opinione. L'ho odiato fin da quando papà è morto e io e la mamma abbiamo dovuto andare a vivere vicino a lui.

Emma                         - Non dovresti parlare così. E' buono, in fondo, nonostante i suoi modi rozzi, ed è lui che t'ha allevato.

Benny                         - Che m'ha fatto stiracchiare la vita, vuoi dire. (Con uno sguardo calcolatore verso di lei dall'angolo degli occhi) E' uno spilorcio, e io odio la gente avara. Spendi e vivi allegramente, è il mio motto. (Aduktort) Dovrebb'essere come te, riguardo a questo, Emma.

Emma                         - (compiaciuta, con condiscendenza) TuoCaleb è un vecchio, ricordalo, ed è attaccato ai suoi princìpi e ritiene di doversi mantenere stretto verso di te, troppo stretto, gliel'ho detto anch'io.

Benny                         - Tiene mucchi di denari alla banca e non li adopera nemmeno per sé; continua a fare viaggi su viaggi per accumulare sempre di più e non spende un centesimo oltre il necessario. Fargli tirar fuori un soldo è un'imprai come scassinare una cassaforte. E' proprio disgustoso! Lo odio e l'ho sempre odiato!

Emma                         - (guardando verso la porta) Ssst!

Benny                         - Di che hai paura? Non arriverà che col treno della notte e anche se fosse già a casa, starebbe occupato a lisciarsi per venirti a fare visita.

Emma                         - (con indifferenza) Spero che abbia fatto un buon carico e sia in buona salute.

Benny                         - Non c'è bisogno di preoccuparsi. Ha troppa cura di se stesso per ammalarsi sul serio. Santo Dio, vorrei che papà fosse vivo, o lo zio Jack. Loro noi erano come lui. Ero un ragazzo quando annegarono, ma me ne ricordo abbastanza per poter dire che erano uomini in gamba, pronti a tutto. Non è vero?

Emma                         - Oh, anche troppo...

Benny                         - Non devi parlare così. Anche tu sei diversa da lui. (Dopo una pausa) Non è buffo pensare che lo zio Caleb è vissuto per tutti questi anni vicino a te e ti viene a trovare ogni volta che. non è in viaggio...

Emma                         - Che c'è di strano? Siamo sempre stati buoni amici.

Benny                         - (con un sorriso) E' come se il vecchio gufo ti facesse ancora la corte... E io ci scommetto che è attaccato a te come sempre, il vecchio pazzo!

Emma                         - (civettando) Per amor di Dio, Benny, si potrebbe pensare che tu fossi geloso di tuo zio, dal modo come parli.

Benny                         - (con una risata canzonatoria) Geloso! Oh, oui! Sicuro che lo sono! E chi può darmi torto? (Poi seriamente, con uno sguardo calcolatore su di lei) No, scherzi a parte, sono sicuro che mi liquiderà appena ti avrà visto. Mamma gli racconterà tutte le sue storie e lui sarà furioso contro di me. Non m'ha potuto mai vedere, è stato felice quando mi sono arruolato, perché si liberava di me. Sperava che al fronte m'avrebbero spacciato. E quando sono tornato, non ha voluto fare nulla per me e m'ha costretto ad arruolarmi di nuovo.

Emma                         - (scherzosamente) Ma non m'avevi detto che t'eri arruolato di nuovo perché eri stanco di questo pae-setto e volevi andartene dove ci si divertiva di più?

Benny                         - Certo, era anche per questo, ma avrei potuto svagarmi anche in questo buco se si fosse deciso a essere un po' meno tirchio. (Di nuovo con uno sguardo calcolatore) Guarda, proprio ora c'è un amico mio che mi vorrebbe a Boston per passare un po' di tempo alle­gramente, e se io avessi un centinaio di dollari...

Emma                         - Un centinaio di dollari! E' una bella somma da spendere, Benny.

Benny                         - (con disgusto) Adesso parli proprio come lui.

Emma                         - (ira fretta) Oh, no, Benny, tu lo sai bene. Stavi dicendo, se avessi un centinaio di dollari...

Benny                         - Non è troppo, al giorno d'oggi, con i prezzi che sono andati tanto su... Se io dovessi stare a Boston, dovrei farmi qualche vestito, e tutto il resto. Quest'amico mio è un bravo ragazzo e spende con facilità. Come vengono se ne vanno, è il suo motto. A casa sua non sono così avari come i miei, e io non potrei farmi vedere come un pezzente e lasciar pagare sempre a lui. (Osser­vando l'effetto delle sue parole e fingendo di abbando­nare l'argomento) Ma a che scopo parlarne? Lo zio non farà che dare un'altra mandata alla sua cassaforte. Però, è un'ingiustizia ugualmente. Io sto qui a sgobbare nell'esercito, dopo aver rischiato la vita in Francia, e quando vengo a casa tutti mi trattano come un cane.

Emma                         - (dolcemente) Lo dici anche per me, Benny?

Benny                         - No, per te no. Tu sei diversa da tutti gli altri. Tu sei come si deve, e non sei nemmeno mia parente, quindi non avresti neppure motivo...

Emma                         - (civetta) Oh, sì che ho un motivo. Io ho molta simpatia per te, Benny, più che per qualsiasi altro in città, specialmente da quando sei tornato a casa in questi ultimi giorni e mi vieni a trovare così spesso che siamo diventati intimi amici. Quando venisti dall'Europa non ti avrei nemmeno riconosciuto come il figlio di Harriet: eri così grande e forte e bello...

Benny                         - (a disagio) Oh, mi prendi in giro. Ma tu puoi capire quello che sento per te dal vedermi sempre qui... Perciò, sai bene che non ti dico bugie. (Sempre più a disagio per gli sguardi ardenti che Emma gli lancia) Beh, credo che ora dovrei andarmene...

Emma                         - (supplicando) Oh, non ancora! Proprio mentre stiamo così bene!

Benny                         - Lo zio Caleb verrà tra poco e non voglio che mi trovi qui, né in nessun altro posto finché non si sarà calmato dopo tutto quello che gli avrà raccon­tato mamma. Perciò farei meglio a battermela.

Emma                         - Non verrà così presto, io so quando aspet­tarlo. (Pregandolo ardentemente, con mille moine) Siedi ancora un momento, Benny! Riesco appena a vederti un istante, che già vuoi scappar via. Comincio a cre­dere che è tutto falso quando dici di volermi bene...

Benny                         - (vedendo che i suoi calcoli lo richiedono) Bene, solo un momento. (Si guarda intorno, cercando un argomento neutro per la conversazione) Ehi, vedo che hai rimesso su questa vecchia stanza proprio come si deve, dall'ultima volta che sono venuto

Emma                         - (civetta) Indovina per chi l'ho fatto fare?

Benny                         - Per te, immagino.

Emma                         - (scuotendo il capo con furberia) No, non per me, non per me! Non che non mi piaccia, ma non mi sarei mai data la pena ne la spesa per me sola. (Con un sospiro) Immagino che la mamma e il babbo avranno rabbrividito da sotto terra, quando l'ho ordinato.

Benny                         - (con un furbo sorriso) Per chi l'hai fatto fare, allora?

Emma                         - Per te! Sì, per te, Benny, perché tu avessi un posto simpatico, moderno in cui venire quando ti trovassi in licenza...

Benny                         - (imbarazzato) Beh, è magnifico... E certo è bellissimo... Tutto di ottimo gusto...

Emma                         - (deliziata) Giacche ti piace, sono soddisfatta. (Improvvisamente, agitando ) un dito ammonitore verso di lui e nascondendo sotto una parvenza scherzosa un senso di disagio) Dimenticavo di avere un cornicino con voi, giovanotto! Ho sentito dire che l'altra sera sei an­dato in casa dì quella Tilly Small...

Benny                         - (con l'indifferenza del conquistatore) Ah, sì, passavo da quelle parti e lei m'ha invitato, ecco tutto.

Emma                         - (accigliandosi) Dicevano che avete suonato il piano, che avete cantato e fatto chiasso a non finire.

Benny                         - Bah, questi stupidi di paese credono che si faccia l'inferno quando sono già suonate le undici...

Emma                         - (con eccitazione) Io non ti rimprovero, ma lei, lei dovrebbe avere più giudizio, alla sua età; è vecchia abbastanza per essere tua madre.

Benny                         - Ehi, ehi, non ha nemmeno la metà... (Fer­mandosi in tempo) Sì, certo, è una vecchia pazza, in questo hai ragione, Emma.

Emma                         - (severamente) E io spero che tu sappia che genere di donna è ed è sempre stata fin da ragazza.

Benny                         - (con una strizzatina d'occhio) Non sono nato ieri. L'ho capito da un pezzo. Non sono più nella culla, ma nell'esercito! Oui! (Ridacchia).

Emma                         - E che cosa... che facevate tu e lei?

Benny                         - Oh, niente. Le ho detto di comportarsi a modo, e abbiamo passato un po' di tempo in allegria. (Sorride provocantemente).

Emma                         - (si alza con nervosismo) Non so che pensare, quando agisci così stranamente.

Benny                         - Beh, non mi sembra che ci sia niente di male. Bill Tinker era con me e volevamo andare a bere un bicchierino. Allora Bill ha detto: «Andiamo a tro­vare Tilly Small, lei ci ha sempre qualche vecchia bot­tiglia e forse con un po' di chiacchiere riusciremo a fargliela tirar fuori ». E così abbiamo fatto, ed è andata bene. L'abbiamo presa un po' in giro...

Emma                         - (fermandosi dinanzi a lui) Voglio che tu mi prometta che non andrai più a trovarla. Se tu, se tu vuoi da bere qualche volta, forse io, forse io posso fare in modo di tenere qualcosa qui per te.

Benny                         - (prontamente) Ehi, sarebbe grande! Dici davvero? (Ella annuisce) Sicuro che prometto di non vedere Tilly mai più. Che credi che m'importi di lei? Né di lei né di altre donne del paese, eccetto te. Queste gonnelle di provincia non mi dicono niente. (Con un sorriso) Dimentichi che sono stato in Francia, e dopo le donne di laggiù, queste pollastrelle di qui devono mettere ancora le penne.

Emma                         - (siede. Bagnandosi le labbra) E... e che tipi erano quelle ragazze francesi?

Benny                         - (strizzando l'occhio) Certi tipetti, ti dico! Non che fossero più carine, ma avevano delle maniere... Una quantità di maniere... (Ride con una smorfia lasciva).

Emma                         - (inconsciamente avvicina la sua sedia a quella di lui. La piega che ha preso la conversazione sembra aver destato in lei un febbrile, morboso interesse. Si bagna continuamente le labbra e getta indietro i capelli dal suo viso accaldato come se la soffocassero). Che vuoi dire, Benny? Che genere di maniere avevano, quelle ragazze?

Benny                         - (con una smorfia di mistero) Oh, modi di vestirsi, di pettinarsi, e molti altri modi...

Emma                         - (avida) Raccontami! Dimmi tutto di loro. Non devi aver timore di parlare apertamente con me. Io non sono così rigida come sembro, in quanto ad ascoltare. Dimmi! Ho sentito dire che le ragazze fran­cesi sono terribilmente viziose.

Benny                         - Beh, questo non saprei, ma so che ci si sta insieme maledettamente bene! Fanno tutte le cose che chiedi. Oui, oui, un tesoro! (Ride scioccamente).

Emma                         - E... e che cosa chiedevi, per esempio?

Benny                         - (strizzando l'occhio) La curiosità è perico­losa! Non fare domande e non ti dirò bugie.

Emma                         - (con una strana, stupida insistenza) Ma perché non vuoi dirmi? Avanti...

Benny                         - Non si può, zia Emma, non si può, (Con una sciocca risata) Sei troppo giovane. No, tutto quello che posso dirti è che per i ragazzi che sono stati laggiù, le ragazze di qui non sono che delle dilettanti. Non sanno come si ama, questo è il fatto. (Si alza) E in quanto a una vecchia carcassa come Tilly, non fa per me! Beh, credo che dovrò proprio svignarmela, adesso.

Emma                         - (alzandosi e mettendogli una mano sul braccio) No, non andare. Ancora no, no, non andare.

Benny                         - (allontanandosi con un'espressione di repul­sione) Perché no? Che ti prende, zia Emma? Sembra come se stessi male... (Prima che ella possa rispondere, si ode la voce di Harriet che chiama).

Hahriet                        - Benny! Benny! (Questo agisce come un secchio d'acqua fredda su di Emma, che si allontana rapidamente da Benny).

Emma                         - E' Harriet. Tua madre ti chiama, Benny.

Benny                         - (con impazienza) Lo so. Questo significa che lo zio Caleb è arrivato, che gli ha raccontato tutto e che mi va cercando per regolarmi il conto. (Fer­mando Emma che si dirigeva verso la porta come per rispondere ad Harriet) Non rispondere, zia Emma. La­scia che venga a guardare. Voglio parlarle e sapere come stanno le cose prima che lo zio mi veda.

Emma                         - (dubbiosamente) Non so se verrà. Harriet agisce stranamente verso di me, da qualche tempo, e sarà un mese che non ha messo piede in casa mia.

Benny                         - (mentre si ode ancora più vicina la voce di sua madre che chiama « Benny! ») Eccola. E' certo che viene.

Emma                         - (agitata) Per amor del cielo, non posso farmi vedere così da lei. Vado di sopra a riordinarmi un po' (Si dirige alla porta a destra).

Benny                         - (adulandola) Macché, stai benissimo. Con questo abito nuovo sei splendida!

Emma                         - (volgendosi sulla soglia, civetta) Oh, le ra­gazze francesi non sono le uniche a sapersi aggiustare! (Fila via. Benny rimane a guardare dietro a lei con un sorriso di derisione e di disprezzo. Si ode battere sec­camente alla porta d'ingresso. Benny va ad aprire, assu­mendo un'espressione arcigna e imbronciata. Harriet entra. Porta un grembiule sul suo vecchio, vestito nero e un medaglione al collo. I suoi capelli sono grigi, il viso sottile, rugoso e sciupato dalle preoccupazioni, con un'espressione stizzosa, continuamente irritata. Le spalle sono cascanti, la figura flaccida e bruita. Guarda il figlio con annoiato risentimento).

Harriet                        - Non hai abbastanza giudizio, bietolone, da rispondermi quando ti chiamo e non farmi sputare i polmoni a gridare?

Benny                         - Non ti ho sentito.

Harriet                        - Menti e lo sai. (Severamente) Tuo zio è a casa. Ti aspetta per parlarti.

Benny                         - Lascialo aspettare. (Borbottando) Immagino che gli avrai raccontato un sacco di bugie sul conto mio...

Harriet                        - Gli ho detto la verità, se lo vuoi sapete. Che hai rubato il danaro dal mio cassetto.

Benny                         - (allarmato, ma fingendo ironia) Bah, tu non sai se sono stato io. Tu non ne sai proprio niente.

Harriet                        - (ignorando le parole di lui) E il disonore che porti a me e a lui, andando ad ubriacarti ogni sera da quella sgualdrina di Tilly Small?

Benny                         - Beh, e che ne sai anche di questo?

Harriet                        - E infine, ma non è l'ultima cosa, il modo vile con cui prendi in giro la povera Emma Crosbj,

 Benny                        - (sorridendo) Già, e perché non dici che piace anche a lei? (Bruscamente) Dovresti farti gli affari tuoi, mamma.

Harriet                        - E' una vergogna, ecco quello che è! Chi m'avrebbe detto di dover vedere il giorno in cui mio figlio sarebbe sceso tanto in basso da raggirare una vecchia sola al mondo per carpirle denaro! Oh, sei un vigliacco, un vigliacco come tuo padre, e da quando stai nell'esercito sei diventato così sfrontato da non avere neppure vergogna delle tue cattive azioni!

Benny                         - (in un sussurro ironico) Bene, bene! Tutta la colpa su di me. Naturalmente, lei non ha niente a che farci. (Strizzando l'occhio) Avresti dovuto vederla in azione, qualche volta. Metteresti giudizio, allora.

Harriet                        - Sta zitto! Hai la stessa natura sudicia di tuo padre. In quanto ad Emma, non è responsabile. E' diventata    - (un po' stramba, in questi ultimi due anni. Non ne ha colpa, vivendo sola come fa, chiusa in casa per tutta la vita. E tu dovresti vergognarti di approfittare del suo stato, ma non hai l'ombra della vergogna!

Benny                         - Avanti, dammi il resto, anche!

Harriet                        - (con ira) Te lo darà lo zio Caleb quando ti vedrà! Ci siamo messi d'accordo di non darti più un altro soldo nemmeno se ce lo chiedessi in ginocchio. Quindi d'ora innanzi non contare che sulla tua paga di soldato.

Benny                         - (preoccupato dal tono deciso di lei, cercando di placarla) Ma dì, mamma, che ti prende? Che cosa ho fatto di tanto male? Accidenti, dovresti conoscere certi tipi che stanno nell'esercito. Mi giudicheresti come un santo, allora. (Provando un tono confidenziale) Sul serio, mamma, quest'affare con la zia Emma non è colpa mia. Come potevo evitarlo, se lei a quell'età è diven­tata pazza per me? (Con un sorriso allusivo, sottovoce) Avresti dovuto vederla oggi! Fantastica, ti dico! Adesso è andata di sopra per calmarsi. Stava diventando pazza sul serio, quando tu l'hai fermata chiamandomi. Aspetta finché scende e vedrai qualcosa! Resterai a bocca aperta, tutta inghingherata come una ragazzina con tanta pittura sul muso quanta un indiano di Buffalo Bill...

Harriet                        - (fissandolo con severa riprovazione) Sei un dissoluto buono a nulla, proprio come tuo padre.

Benny                         - (deluso e irritato) Avanti, continua con queste scemenze! (Si volge da lei).

Harriet                        - Parlerò ad Emma di te e cercherò di metterle in testa un po' di buon senso.

Benny                         - Fai pure, vedrai che bel risultato!

Harriet                        - Se le mie parole non serviranno, dirò tutto a zio Caleb, e le farò parlare da lui. A lui darà ascolto, spero.

Benny                         - Prova, prova, io non aspetto altro!

Harriet                        - Finora non ho avuto il coraggio di fare altro che un accenno a lui. Spero che Emma da un giorno all'altro esca da questa sua follia ed egli non lo venga a sapere mai.

Benny                         - Ah, ah!

Harriet                        - Se avessi un po' di vergogna, ti ricorderesti che lo zio Caleb è stato innamorato di Emma per tutta la Bua vita e l'ha aspettata anno per anno, sperando sempre che cambiasse idea e si decidesse a sposarlo. E lo sposerà, io credo, se uscirà sana da questa crisi, il che non succederà se tu continuerai a provocarla...

Benny                         - (con vendicativo trionfo) Non sposerà mai quel vecchiaccio, te l'assicuro io!

Harriet                        - Ecco, adesso ti dimostri per quello che sei! Vedo che siamo arrivati al punto in cui ho il do­vere di dire tutto allo zio Caleb, non importa il colpo che ne avrà. Devo farlo per il bene di Emma quanto per il suo. Dobbiamo guarirla della tua cattiva influenza. E' l'unica speranza per loro due.

Benny                         - Provaci e vedrai!

Harriet                        - In quanto a tè, tornerai nell'esercito, dove è il tuo posto! E non aspettarti più un centesimo ne da me ne dallo zio Caleb, perché non lo avrai! E non venire più nemmeno a trovarci finché non ti sarai libe­rato di tutte le bassezze che ti vengono da parte dei Rogers e non avrai ritrovato l'onestà e la decenza che sono la parte dei Williams, se ne hai preso qualcosa, del che comincio a dubitare. (Si dirige alla porta d'ingresso) Vado da Caleb; e farai meglio a non farti trovare qui quando verrà, se non vuoi che ti sistemi lui come si deve (Esce).

Benny                         - (le grida dietro, balbettando tra la paura e la rabbia) E vai! Diglielo! Che diavolo me ne im­porta! L'aggiusterò io! Cercate di farmela, ma vi farò trovare tutto già bello che fatto! (Rimane in piedi nel mezzo della stanza, incerto se fuggire o restare, concen­trando i suoi pensieri sul modo di realizzare le sue mi­nacce. Improvvisamente il suo volto si illumina di un sorriso crudele, ed egli mormora a se stesso con sel­vaggia soddisfazione) Per Dio, eccolo! Questo li acco­moda per sempre! Farò vedere se ci so fare anch'io! (Fa una risatina e va rapidamente alla porta a destra, chiamando di sopra) Emma! Emma!

Emma                         - (si ode debolmente la sua voce che risponde) Sì, Benny, vengo.

Benny                         - (rapidamente) Scendi! Scendi subito! (Ri­torna nel mezzo della stanza, dove rimane in attesa, pro­gettando lo svolgimento della sua azione).

Emma                         - (appare sulla soglia. Il suo viso è largamente incipriato. Con eccitazione nervosa) Benny! Che è successo? Sembravi così... Dov'è tua madre?

Benny                         - Via. E' tornata a casa.

Emma                         - (offesa) Senza neppure salutarmi? Io ho aspettato qualche minuto per darti modo di parlare, stavo per scendere. Non ha voluto vedermi? Cos'ha contro di me da qualche tempo?

Benny                         - E' furiosa perché vengo a vederti così spesso invece di starmene a casa con lei.

Emma                         - (compiaciuta) Oh, è questo il motivo? Beh, mi sembra proprio strano... (Siede in una sedia a don­dolo vicino al tavolo).

Benny                         - (prendendole una mano, fingendo un grande dolore) Senti, Emma, io ti ho chiamato giù per... per dirti addio e ringraziarti di tutto quello che hai fatto- Addio? Perché dici questo?

Emma                         - (spaventata) Che cosa?

Benny                         - Addio per sempre, stavolta.

Emma                         - Per sempre?

Benny                         - Sì. Non ho più casa qui. Mamma e lo zio m'hanno messo fuori.

Emma                         - Ma come può essere?

Benny                         - Mamma è venuta a dirmelo poco fa. Lo zio Caleb ha detto che non avrei avuto mai più un altro soldo da lui, né in vita né dopo la morte, e lei ha con­cluso dicendo di ritornarmene all'esercito e non farmi vedere mai più a casa.

Emma                         - (affannosamente) Ma forse scherzava... Non può averlo detto sul serio.

Benny                         - Se l'avessi sentita, non penseresti che abbia potuto scherzare.

Emma                         - (mentre egli fa un gesto come per andar via) Benny! Tu non puoi andar via! Via, senza che io possa vederti mai più! Oh, non puoi! Io non voglio!

Benny                         - Devo, Emma. Che altro posso fare, dal mo­mento che mi scacciano? Non me ne importa un acci­dente di lasciarli, ma è diperdere te e non vederti mai più.

Emma                         - (con eccitazione, aggrappandosi al braccio di lui) Tu non puoi! Io non ti lascio andare!

Benny                         - Non sono io a volerlo, ma che posso fare?

Emma                         - Puoi stare qui con me.

Bennv                         - (gli occhi scintillanti di soddisfazione) No, non è possibile. Tu sai com'è questo maledetto paese. La gente comincerebbe a dire ogni sorta di cose... Non lo dico per me, naturalmente... Ce l'hanno tutti con me perché sono diverso da questi scimuniti di provincia e mi odiano per essere così...

Emma                         - Sì, tu sei diverso. E io mostrerò a loro che anch'io sono diversa. Tu puoi stare con me, e lasciarli dire tutto quello che vogliono!

Benny                         - No, mi sembrerebbe di non agire bene verso di te. Devo partire. Cercherò di risparmiare sulla mia paga e restituirti quello che mi hai prestato...

Emma                         - (sempre agitata) Non voglio sentire queste cose. Oh, non riesco a capire come tua madre e lo zio Caleb possano essere così crudeli!

Benny                         - Le hanno raccontato una quantità di bugie su di me, come ti dicevo, e lei le ha riferite allo zio. Lui, naturalmente, è stato più che felice di crederle.

Emma                         - Posso parlare io a tuo zio. Ha sempre dato ascolto più a me che a lei.

Benny                         - (in fretta) Non farlo, per amor di Dio! Non faresti che peggiorare le cose e metterti in lite anche tu con lui!

Emma                         - (stupita) Ma... non vedo perché...

Benny                         - (rozzamente) Beh, lui è- ancora attaccato a te, no?

Emma                         - (con un accenno di civetteria) Via, Benny!

Benny                         - No, non scherzo, è una cosa maledettamente seria. Lui è attaccato a te e tu lo sai.

Emma                         - (vezzeggiandosi) Non gli ho dato il minimo motivo di speranza per trent'anni.

Benny                         - Non importa, lui spera ugualmente. Proprio così! Anche mamma, poco fa, ha detto che avrebbe scommesso che tu e lui vi sareste sposati un giorno o l'altro.

Emma                         - Mai una simile cosa! Dev'essere impazzita...

 Benny                        - Oh, non tanto... Non è forse vero che in questi trent'anni lo zio ha passato qui da te ogni sera di tutti i giorni che è stato in paese tra un viaggio e l'altro?

Emma                         - Quando ruppi il mio fidanzamento con lui dissi che volevo che restassimo amici come prima, e così è stato. Ma ogni volta che lui ha fatto appena un accenno ad un nuovo fidanzamento tra di noi, gli ho detto sem­pre che non eravamo altro che amici e che tali sa­remmo rimasti per tutta la vita. E poi, Benny, tu sai quanto poco tempo è rimasto a casa tra i suoi viaggi.

Benny                         - Io mi ricordo solo che quel vecchiaccio se ne veniva qui ogni sera che stava a casa, fin da quando ero bambino.

Emma                         - (con un risolino di delizia) Ma lo sai, Benny, comincio a credere veramente che tu sia geloso!

Benny                         - (ad alta voce, per rendersi convincente) Certo che sono geloso! Ma non si tratta di quest’ ora. Il fatto è che « lui » è geloso di me, e quindi vedi bene che probabilità di successo avresti a parlargli in mio favore! Non faresti che renderlo ancora più furioso.

Emma                         - (imbarazzata) Ma è strano... Che motivo ha, poi...

Benny                         - Mamma gli racconta le bugie su di noi...

Emma                         - (eccitata) Che bugie?

Benny                         - Non te le voglio ripetere, ma puoi indovi­narle... Io sto così a lungo da te, e...

Emma                         - (in piedi, colpita ma compiaciuta) Oh!

Benny                         - (volgendosi da lei) E adesso me ne andrò. Passerò la notte da Billy Grainger e prenderò il treno di domattina.

Emma                         - (afferrandogli il braccio) No, niente di tutto questo! Tu resta qui!

Benny                         - Non posso, Emma. Se tu fossi veramente mia zia, le cose sarebbero diverse, e potrei mandarli tutti all'inferno...

Emma                         - (sorridendogli con civetteria) Ma io prefe­risco non essere tua zia...

Benny                         - Beh, volevo dire se fossimo parenti in qualche modo... (A un certo rumore che ode dall'esterno sussulta spaventato) Acc... sembra il rumore di qual­cuno che entri... Sarà lui... Dovrò svignarmela di dietro... (Si dirige alla porta a destra).

Emma                         - (afferrandosi a lui) Benny, non andare! Non devi andare!

Benny                         - (deciso dal pericolo e dal suo desiderio di vendetta) Senti, Emma, vogliamo sposarci, io e te, do­mani? Allora potrei restare! Questo li fermerebbe, ma­ledetti, e li costringerebbe a lasciarmi in pace.

Emma                         - (abbacinata dalla gioia) Sposarti? Tu ed io? Oh, Benny, sono troppo vecchia... (Nasconde il capo sulla spalla di lui).

Benny                         - (in fretta, con un occhio ansioso sulla porta) No, non, lo sei! Sul sèrio, non lo sei! Sei la migliore ragazza della città! (Scuotendola, nella sua agitazione) Dì di sì, Emma! Dì che lo faremo subito, per prima cosa domattina!

Emma                         - (con la gola serrata dall'emozione) Sì... Lo faremo... se non sono troppo vecchia per te...

Benny                         - (esultante) Diglielo! Così vedrà quello che potrà fare! Ascolta, io mi nascondo in cucina e aspetto. Tu mi vieni ad avvisare quando se n'è andato. (Si bussa alla porta. Egli sussurra) E' lui. Vado.

 Emma                        - (abbracciandolo impetuosamente) Oh, Benny! (Lo bacia sulle labbra. Egli si ritrae sfuggendole e scom­pare a destro. La bussata si ripete. Emma si tocca tremante le guance con il fazzoletto. Il suo viso è raggiante di felicità ed ha un aspetto indescrivibilmente sciocco. Trotterella leggera verso la porta e l'apre, sforzandosi di assumere un tono indifferente) Oh, sei tu, Caleb. Entra, e siedi. Ti aspettavo, Caleb, ho sentito dire che saresti arrivato stasera. (Egli entra e stringe la mano che ella gli porge in un modo stanco, vago, distratto. Di aspetto, è poco cambiato in trent'anni, ad eccezione dei suoi capelli, che sono ora quasi bianchi, e del suo viso, più profondamente marcato e rugoso. Il suo corpo è sempre eretto e vigoroso. Indossa un abito scuro, molto simile a quello dell'atto precedente).

Caleb                          - (meccanicamente) Sera, Emma. (Una volta entrato, fissa lo sguardo intorno per la stanza, accigliatidosi. La sgargiante novità degli arredi evidentemente gli ripugna e lo imbarazza. Il suo volto assume la solito maschera di impassibilità, ma i suoi occhi non riescono a nascondere una lotta interna, un contrariato e penoso tentativo di capire, un'espressione ferita e stupefatta).

Emma                         - (assolutamente indifferente alla sua reazione, in tono piacevole) Guardi le modifiche che ho fatto? Già non le avevi viste, prima. Hanno finito i lavori soltanto due settimane fa. Ebbene, che ne pensi?

Caleb                          - (accigliandosi, con esitazione) Ma... è,.. Va ' bene, credo...

Emma                         - Era così cupo e vecchio, prima, non potevo ] proprio sopportarlo. Adesso è arioso e leggero e... tutto I più .giovane, non ti pare? (Con un sospiro) Immagino che papà e mamma avranno rabbrividito sotto terra.

Caleb                          - (torvo) Lo credo bene.

Emma                         - ' Oh, non vorrai dirmi che non piace nem­meno a te, Caleb, (Siccome egli non risponde, con ri­sentimento) Beh, tu sei stato sempre uno stupidone vecchio stile, com'erano loro. (Siede accanto al tavolo; poi, notando l'aria sperduta con cui egli si guarda in­torno) Santo cielo, ma perché non ti siedi, Caleb? Mi fai venire il nervoso, a startene in piedi in quel modo. Non sei mica un estraneo, che bisogna invitarti... (Poi, improvvisamente accorgendosi della causa del disagio di lui, sorride con pietà, non senza traccia di malizia) Cerchi forse la tua vecchia sedia? Oh, l'ho mandata in soffitta. Non andava d'accordo con le cose nuove.

Caleb                          - (senza tono) Già, immagino di no.

Emma                         - (indicando una sedia vicino alla sua) Siedi qui e sta comodo. (Caleb siede prontamente. Dopo una pausa, ella chiede in modo convenzionale) Hai avute buona fortuna, in questo viaggio?

Caleb                          - Oh, così così …Comincia a guardarla come se la vedesse la prima volta, notando ogni dettaglio con una meraviglia stupefatta).

Emma                         - Hai un buon aspetto, come sempre.

Caleb                          - Sì, non ho niente da lamentare...

Emma                         - Proprio come me. (Felice) Mi sembra di sentirmi più giovane e più allegra di giorno in giorno, te l'assicuro. (Comincia a sentirsi esaminata da lui e, nervosamente) Santo cielo, ma che guardi così?

Caleb                          - (bruscamente dichiarando la sua disapprova­zione) Tu sei cambiata, Emma, tanto cambiata che ti riconosco appena.

Emma                         - (risentita) Beh, spero che sia in meglio...

Caleb                          - (evasivamente) abituato da poterlo dire...

Emma                         - (offesa) Non ho più l'aria ammuffita da vecchia zitella, se è questo che vuoi dire. Ecco, mi inno stancata di trascinarmi sola in questa casa, aspet­tando la morte senza divertirmi più niente. Diventavo vecchia prima del tempo. Allora, tutto in una volta, mi Iorio accorta di quello che stava succedendo e ho de­ciso di svagarmi un poco con quello che papà m'aveva lasciato, finché sono ancora in età per farlo, come si dice..,

Caleb                          - (severamente) E per questo ti sei messa cipria e pittura sulla faccia, Emma?

Emma                         - (imbarazzata) Ma, sì... Un pochino... Fa molto bene alla pelle, dicono... In città tutte le donne lo fanno, ormai.

Caleb                          - (rigido) Una certa specie di donne... (Bru­scamente) E i tuoi capelli non erano grigi, l'ultima volta che sono tornato?

Emma                         - (agitata) Sì, sì... lo erano... Ma tutto a un tratto sono tornati a crescere neri come prima...

Caleb                          - (guardando le scarpe, le calze e il vestito di lei) Ti sei messa della roba come una ragazza che va a ballare...

Emma                         - (sforzandosi a ridere in tono di sfida) Può darsi che imparerò presto, c'è Benny che mi insegna...

Caleb                          - (controllando la sua ira) Benny...

Emma                         - (improvvisamente scoppiando in un pianto iste­rico) Ed è proprio vile da parte tua, Caleb, odioso e vile, venire qui la prima sera del tuo ritorno - e prenderti - gioco . dei - miei - vestiti - e - di tutto... (Nasconde il viso fra le mani e singhiozza).

Caleb                          - (sopraffatto dal rimorso, dimentica immediata­mente la sua ira, si alza e le batte sulla spalla, con ru­vida tenerezza) Via, via, Emma... Non piangere, ora! Non dicevo per male... Non badare alle mie parole... Sono un vecchio matto... Che ne capisco io di come si aggiustano le donne? E poi, è vero, sono arretrato e pieno di pregiudizi...

Emma                         - (rasserenata, premendo con gratitudine una mano di lui) Mi ha fatto male, sentirti dire... Siamo tanto vecchi amici...

Caleb                          - Dimenticalo, Emma. Non dirò una parola di più... (Ella si asciuga gli occhi e riprende la calma. Egli torna a sedere, il viso molto addolcito, guardandola con occhi amorosi. Pausa. Infine egli azzarda, in un tono gentile) Sai che tempo è questo, Emma?

Emma                         - (sorpresa) Non capisco...

Caleb                          - Voglio dire... Fanno trent'anni questa pri­mavera...

Emma                         - (in fretta) Per amor di Dio, non parliamo di questo. Mi fa pensare a quanto sono vecchia...

Caleb                          - (con un sorriso affettuoso) Beh, se lo siamo, lo siamo diventati insieme...

Emma                         - Sarà giusto per te, Caleb... Tu hai dieci anni più di me, non dimenticarlo....

Caleb                          - (sorridendo) Certo, ma anche tu non sei più una bambina, Emma.

Emma                         - (dura) Si ha l'età che si sente di avere, e io mi sento pienamente giovane.

Caleb                          - Anche io, in quanto a questo.. Sono forte e in gamba come sempre. (Dopo una pausa) Ma, quello che volevo dire era... Ti ricordi quello che successe trent'anni fa?

Emma                         - Suppongo di sì.

Caleb                          - E ti ricordi quello che dissi in quel giorno?

Emma                         - Dicesti tante cose che è meglio non ricordare, credo.

Caleb                          - Non alludo a quelle... Intendo, quando ti salutai, dissi... (Annaspa; infine) Dissi che avrei aspet­tato trent'anni, se fosse stato necessario. (Dopo una pausa) Lo so che mi hai detto parecchie volte di non ritornare su questo, ma... Non ho fatto che pensarci durante tutto il viaggio... Può darsi che ora, dopo che i trent'anni sono passati realmente... Io pensavo che forse... (La guarda umilmente, implorando un certo incoraggia­mento. Ella fissa lo sguardo dinanzi a sé, la bocca chiusa strettamente. Egli sospira sperduto e va continuando) Trent'anni... E' un tempo maledettamente lungo da aspettare, Emma... facendo viaggi dopo viaggi, sempre solo... e sentendosi ancora più solo tra un viaggio e l'altro, quando venivo a casa e abitavo accanto a te, e venivo a trovarti ogni sera... (Pausa) Ho guadagnato abbastanza denaro, lo so... ma che diavolo me ne im­porta se non ci sei tu a goderlo con me? (Pausa) Mi sembra, Emma, che trenta degli anni migliori della vita di un uomo dovrebbero essere una prova sufficiente per farti ricredere... «e 1u un errore...

Emma                         - (sforzandosi di assumere un tono indifferente) Per amor del cielo, l'ho dimenticato da tanto tempo! Perché riparlarne?

Caleb                          - (umile) Non hai risposto a quello che inten­devo, Emma... (Pausa; poi, come se avesse subitamente paura della risposta di lei, prosegue rapidamente) E non voglio che tu mi risponda immediatamente, neppure. Puoi prendere il tempo che credi per pensarci...

Emma                         - (debolmente evasiva) Va bene, Caleb, ci pen­serò.

Caleb                          - (dopo una pausa) In un certo modo... Mi sembra come se ora tu avessi realmente bisogno di me, Emma. Prima non era così...

Emma                         - (sospettosamente) Perché dovrei avere bi­sogno di te ora più di prima?

Caleb                          - (imbarazzato) Oh, non so... Sento così, ecco...

Emma                         - Non ha niente a che vedere, per caso, con qualche racconto che ti ha fatto Harriet? (Dura) Io e lei non siamo più così amiche come prima, se non lo sai.

Caleb                          - (accigliandosi) Ho quasi litigato con lei prima di venire qui. (Emma sussulta) Harriet si lascia trasportare dalle chiacchiere e dice delle sciocchezze che non intende dire. Non ho fatto molta attenzione a quello che diceva, ma mi ha dato fastidio ugualmente. Non ripeterà più cose simili, dopo il discorso che le ho fatto.

Emma                         - Che cosa ha detto?

Caleb                          - Oh, niente che valga la pena... (Pausa) Ma né io né te dobbiamo prenderla sul serio. Bisogna compatirla. Tu sai quanto me che vita dura ha avuto. Essere sposata ad Alfredo Rogers avrebbe mandato in pezzi qualsiasi donna.

Emma                         - Certo, era un poco di buono, è inutile ne­garlo...

Caleb                          - E ora c'è Benny, a farla dannare.

Emma                         - (immediatamente difendendolo) Benny è un ragazzo a posto!

Caleb                          - (fissandola acutamente, dopo una pausa) No, è proprio il contrario, invece.

Emma                         - Come puoi dirlo, è un ragazzo d'oro!

Caleb                          - (accigliandosi, con una sfumatura di risenti­mento) Lo dici tu, Emma, ma i fatti non ti danno ragione.

Emma                         - (con eccitazione)Quali fatti? Se alludi alle odiose bugie che i chiacchieroni pettegoli di questo paese vanno dicendo su di lui, io non ne credo una. Non sono così sciocca.

Caleb                          - (amaramente) E allora sei cambiata, Emma. I pettegolezzi sul mio conto li hai ascoltati subito, allora.

Emma                         - Tu stesso hai riconosciuto che era vero!

Caleb                          - E anche Benny dovrebbe riconoscerlo, se fosse un uomo come me! (Irato) Ma non è più nem­meno un uomo, ormai! E' un animale da capo a piedi!

Emma                         - (balzando in piedi) Oh!

Caleb                          - (con veemenza) Non lo giudico da quello che dice la gente. L'ho visto venir su da ragazzo e ogni volta che tornavo a casa mi accorgevo che diventava sempre più come suo padre... Adesso, è addirittura peg­giore di lui!

Emma                         - Oh!

Caleb                          - Non c'è niente del sangue dei Williams, in Benny; è tutto come quei maledetti Rogers! (Cercando di calmarsi un po' e di essere convincente) Ascolta, Em­ma. Non penserai che io parlerei in questo modo se non fosse proprio così... E’ il figlio di mia sorella, no? E non sono stato io ad allevarlo in casa mia fin da bambi­no? Credi che agirei così se non sapessi che è vero?

Emma                         - (aspra) Già, tu non desideri altro che crede­re tutte le cose cattive che dicono di lui! Lo hai sempre odiato, dice lui, e anch'io mi accorgo che è così, ora.

Caleb                          - (ruvidamente) Sai maledettamente bene che è proprio il contrario! Non ti ho parlato di lui e ti ho chiesto sempre consigli, ogni volta che tornavo a casa? Non ho cercato sempre di fare tutto quello che potevo perché filasse diritto? Lo sai meglio di me che non l'ho mai odiato! E' lui che ha sempre odiato me! (In tono di vendetta) Ma ora comincio anch'io ad odiarlo, e ne ho buoni motivi!

Emma                         - (spaventata) Che motivi?

Caleb                          - (senza risponderle) Credevo che la disciplina militare ne avrebbe fatto un uomo, e invece lo ha reso ancora peggiore! Quando si mette un vigliacco in una di quelle uniformi, crede di avere il diritto di fare qual­siasi infamia! E' per questo che a guerra finita è tornato ad arruolarsi, invece di venire sul mare con me!

Emma                         - (oltraggiata) Come puoi parlare in questo modo di lui, che è andato in Francia a versare il suo sangue per te e per me!

Caleb                          - Non ho bisogno di nessuno che vada a com­battere per me, e tu sai maledettamente bene che è ri­masto nei depositi a impacchettare rifornimenti, al sicuro dalle cannonate quanto me e te in questo momento!

Emma                         - Oh, tu lo odii, lo vedo bene! Ed è una vi­gliaccheria, Caleb Williams! Tutto quello che hai detto è un'infame bugia e non hai nessun motivo...

Caleb                          - No, eh? E invece ne ho uno maledettamente buono, te lo dico io! Non m'importa della sua ingratitudine verso di me, non m'importa nemmeno della m cattiveria verso sua madre, ma quando anche tu M essere la vittima delle sue vigliaccherie, Emma, allori io dico basta una volta per sempre!

Emma                         - Di che vigliaccherie parli? Come osi dire si­mili cose?

Caleb                          - Ho la prova che è vero. E' andato perfino vantandosi per tutto il paese di essere capace di cavat fuori da te tutto il denaro che voleva, raccontando come ti prendeva in giro e che tu avevi messo a nuovo la casi per farlo venire ogni sera.

Emma                         - (scarlatta) E' una menzogna! Non lo ha imi detto! Sei tu che inventi tutto, perché sei... Perché sei,.

Caleb                          - Perché sono che cosa, Emma?

Emma                         - (con impeto selvaggio) Perché sei geloso di lui, ecco! Qualunque «ciocco se ne accorgerebbe!

Caleb                          - (alzandosi e ponendosi di fronte a lei, le mente) Geloso? Di Benny? Ma come... Non ti capisci) esattamente...

Emma                         - (con trionfante malizia) Ma sì, non finge» di non capire, ora! Tu sei geloso perché sai che gli vo­glio bene.

Caleb                          - (lentamente) E perché dovrei essere geloso di questo? Che genere di uomo credi che io sia? Cerio che devi volergli bene, gli hai fatto da madre quasi quanto Harriet, per tanti anni...

Emma                         - (ferita, furiosamente) Non è questo! Sei tua bugiardo! Non gli ho mai fatto da madre! Non mi h mai considerato in quel modo, mai! E non è in quel mo­do che io gli voglio bene! Giusto perché ho qualche anno più di lui, pensi che le cose non possano succedere ugual­mente... Che ti credi, che io non posso volergli bene co­me qualsiasi donna può voler bene a un uomo? E' cosi! Voglio più bene a lui di quanto non ne ho mai voluto a te! Ed è per questo che tu menti su di lui! Sei geloso, geloso!

Caleb                          - ( fissandola stupefatto, in un rauco sussurro) Emma! Tu non sai quello che dici...

Emma                         - Sì, invece!

Caleb                          - Harriet me lo diceva che non ragionavi più...

Emma                         - Harriet è furiosa perché sa che Benny vuole più bene a me che a lei. Sì, lui mi ama! E non gli im­porta che io sia più vecchia! Me lo ha detto! E anche io lo amo!

Caleb                          - (ritraendosi da lei con orrore) Emma!

Emma                         - Mi ha chiesto di sposarlo domani, ed io lo sposerò! Così potrai raccontare tutte le bugie che vorrai!

Caleb                          - Tu... Tu... sposerai... Benny?!

Emma                         - E' la prima cosa che farò domattina. E sic­come tu l'hai cacciato di casa, nella tua pazza gelosia, gli ho detto che può passare la notte qui da me. E la passerà!

Caleb                          - (a pugni stretti) Dov'è... dov'è quella ca­naglia...?

Emma                         - (in fretta) Oh, non è qui. E' uscito.

Caleb                          - (dirigendosi alla porta d'ingresso) Vado a cercarlo.

Emma                         - (prendendolo per le braccia, spaventata) Che gli vuoi fare?!

Caleb                          - (fra i denti) Non so, Emma... Non so... Però, non ti sposerà, per Dio, questo no!

Emma                         - Caleb! (Cerca di gettargli le braccia al collo per fermarlo. Egli la spinge da un lato gentilmente ma con fermezza. Ella grida) Caleb! (E si getta in ginoc­chio, abbracciandogli le gambe in un gesto di suppliche­vole terrore) Caleb, tu non lo ucciderai! Tu non gli farai del male, vero? Dimmi di no, dimmi che non gli farai del male! (Ella scorge un addolcimento nell'espres­sione di lui mentre egli la guarda) Oh, Caleb, tu hai detto tempre di amarmi! Se è vero, non fargli del male, Ca­leb, per amor mio! Io lo amo, Caleb! Non fargli del male, solo perché pensi che io sono vecchia, non è un motivo, e io non ti sposerò, Caleb. Non ti sposerò, anche se tu hai aspettato trent'anni. Io non amo te, amo lui! E lo sposerò, domani. Quindi tu non gli farai del male, vero, Caleb, non glielo farai, se te lo chiedo in ginocchio!

Caleb                          - (allontanandosi da lei con un brivido di disgu­sto) No, non lo toccherò. Se volessi vendicarmi su di te, non avrei bisogno di sporcarmi le mani con lui. Ba­llerebbe che vi lasciassi sposare e che rimanessi ad aspettare quello che succederebbe, oppure che gli of­frissi del danaro per non farti sposare, qualcosa di più di quel poco che tu puoi dargli, e allora vedresti come ti volterebbe le spalle immediatamente!

Emma                         - (alzandosi, con frenesia) Non è vero! E' una menzogna! Non lo farebbe mai!

Caleb                          - (con un'improvvisa calma sinistra) Ma non farò niente di questo. Non ne vale la pena, né per te, né per lui, nè per nessun altro al mondo. La gente è pazza o è marcia, nel fondo, e sono stanco di tutta questa maledetta robaccia. E' finita, per me. Stavolta, la mia barca è proprio vuota! (Si allontana da lei, si ferma, si volta, selvaggiamente) Trenta dei più begli anni della mia vita gettati a un cane come lui! Cristo! Dicevi che eri diversa dalle altre. Per Dio, è vero, ma sei peggio di loro! Oh, è finita, è finita! (Esce, sbattendo la porta dietro a se).

Emma                         - (con un pietoso lamento) Caleb! (Si abban­dona su di una sedia vicino al tavolo, singhiozzando iste­ricamente. Benny scivola dentro dalla porta di destra, esita un po', temendo che lo zio possa tornare).

Benny                         - (infine, in un acuto sussurro) Zia Emma!

Emma                         - (levando il viso verso di lui) Oh, Benny! (Ricade a piangere).

Bennv                         - Credi che possa tornare?

Emma                         - No... Non tornerà... mai più, qui... Mai più... (Singhiozza amaramente).

Benny                         - (prendendo coraggio, viene avanti nella stanza) Ha avuto un bel colpo, no? (Con un sorriso) Te ne ha dette di cattive parole...

Emma                         - Tu... hai sentito quello che ha detto?

Benny                         - Sicuro. Quando avete cominciato a urlare, mi sono avvicinato alla porta per sentire che succedeva. (Con un sorriso compiaciuto) Mi hai difeso proprio bene. Sei stata una grande amica, lo sai?

Emma                         - (alzando il suo viso assurdo, imbrattato, verso di lui, come se aspettasse di essere baciata) Oh, Benny, ho rinunciato per te a tutto quello che ho avuto caro nella vita...

Benny                         - (volgendosi da lei con uno sguardo di avver­sione) Beh, che non ne sono degno, forse? Non valgo un milione di vecchi avanzi come lui? (Ella lo fissa stu­pita, Benny prende di tasca una manciata di mandorle e comincia a schiacciarle e a mangiarle, gettando i gusci per terra con sfacciata noncuranza) T'importa .se ne ho prese un po'? Le ho trovate in cucina...

Emma                         - (pietosamente) Sei il padrone di tutto, qui, Benny.

Benny                         - Sì, Io so che sei una brava donna. (Dopo una pausa, smargiasso) Dì un po', come t'è saltato in mente di pregarlo di non farmi male? Ci avesse provato...! Ho dato certe lezioni a qualche tipaccio nell'esercito, figurarsi a lui! Potrei accopparlo anche se fossi ammanettato!

Emma                         - (disgustata) Oh!

Benny                         - (risentito) Credi che esageri? Ti farò vedere, qualche volta. (Gironzola per la stanza, infine si ferma accanto a lei. Con una sbirciatimi astuta) Ci ho pensato parecchio e credo che mi deciderò a metterlo alla prova.

Emma                         - (confusa) Che vuoi dire?

Benny                         - Ti ricordi quello che ha detto prima di an­darsene, che potrebbe impedirmi di sposarti dandomi più denaro di quanto tu ne abbia? (Con molto interesse) Sup­poniamo che quell'avaraccio parlasse sul serio, stavolta...

Emma                         - (abbacinata, come se non potesse intendere il si­gnificato delle parole di lui) Io... Io non so, Benny...

Benny                         - Se fossi sicuro che diceva sul serio! (Con una risatina) Accidenti, sarebbe proprio il colpo che ci vuole, proprio quello buono! Oui, oui! Forse non scherzava per niente, quel vecchio rimbambito! Ad ogni modo, vale la pena di tentare, accidenti se la vale! Non ci ho niente da perdere.

Emma                         - (spaventata) Ma... di che parli, Benny?

Benny                         - Dì, tra un po' di tempo potrei andare a par­lare a mamma. Tu potresti andare prima ad assicurarti Che lui non ci sia. Io la convincerò a proporgli la cosa. Se lui è disposto a scavare nel mucchio sul serio, questa volta, io potrò acconsentire a filarmela e a non rompergli le uova nel paniere con te. (Minaccioso) Ma se farà il tir­chio come sempre, io sono capace di mettere in pratica quello che ho detto, fosse solo per farlo crepare! Sono fatto così, io!

Emma                         - Vuoi dire... che se lui è disposto a darti del danaro, tu non mi sposerai più domattina?

Benny                         - Sicuro, ma molto denaro! Non mi accontento della sua elemosina...

Emma                         - (vacillando) Oh, Benny, tu scherzi, no? Tu non parli mica sul serio...?

Benny                         - (con incurante sfacciataggine) E perché? Pro­prio sul serio, invece!

Emma                         - (nascondendo il volto fra le mani, con un la­mento torturato) Oh, Benny!

Benny                         - (disgustato) Bah, smettila con le storie! (Do­po una pausa, un po' imbarazzato) Ma dì, che pensi? Perché te la prendi tanto sul serio, se ti ho chiesto di spo­sarmi, dico? Naturalmente, dicevo così per dire, per far­telo ripetere a lui e dargli una lezione. (Ella lo guarda disperata. Con una traccia di qualcosa simile alla pietà nel suo tono) Ma davvero, zia Emma, tu non ci avrai cre­duto... Non hai pensato che io fossi proprio innamorato di te, no? Dì, ma come potrei esserlo? Ragiona un po'! Tu hai la stessa età di mia madre, no, zia Emma? (Aggiunge spietatamente) E la dimostri, anche!

Emma                         - (accasciandosi, come se fosse stata ferita) Oh! Oh!

Benny                         - (un po' irritato) Ma per amor di Dio, a che ser­vono i piagnistei? Non sei capace di prenderla con un po' di spirito? Io non ho intenzione di sposare nessuno, se è possibile. A che serve una moglie? Ci sono tante don­ne... (Dopo una pausa, mentre ella ancora singhiozza, calcolatamente) Andiamo, sii brava. E ascolta: se lui non vuol lasciarsi convincere, ti sposerò davvero, te lo pro­metto. (Sempre più calcolatamente) Sicuro! Se hanno proprio l'intenzione di cacciarmi via, resterò qui con te. Farò tutto quello che vorrai. Se vuoi che io ti sposi, non dovrai fare altro che dirlo. Solo, domani no, è meglio aspettare e vedere «e...

Emma                         - (istericamente) Oh, va via! Va via!

Benny                         - (guardandola disgustato) Andiamo, svegliati! (Le batte sulla spalla) Sta su, aiutami! Dimmi quanto hai, intanto. Questa faccenda m'ha così agitato che non so nemmeno la situazione... (Con furia improvvisa) Male­detto il suo nascondiglio! Scommetto che finirà col lascia­re tutto a qualche pidocchioso orfanotrofio!

Emma                         - Va via! Va via!

Benny                         - Ah, sì, vorresti mettermi alla porta? Provaci un po'! Mi hai detto tu di rimanere e io resto qui. E' tutta colpa tua se mi trovo nei pasticci.,E ora vorresti liberarti di me! Ho fatto un bel guadagno, a fare lo sce­mo con una vecchia come te, che dovrebbe stare al cimi­tero da parecchio tempo! Ti sei dipinto il muso e vestita come una ragazzina...! Afa, Cristo santo!

Emma                         - (in un grido di disperazione) No, no! Basta, via, via!

Benny                         - (improvvisamente trasalendo, seccamente) Sst! Sento qualcuno che viene. (Scuotendola) Smettila, ora, Emma! Maledizione, devi andare alla porta. Forse è lui. (Fila nella stanza a destra. Una debole bussata alla porta. Emma solleva il capo: ha un aspetto orribilmente invecchiato e disfatto; il suo viso è agghiacciato in una maschera senza espressione, i suoi occhi sono rossi, cer­chiati, opachi e senza vita. La bussata si ripete più netta­mente. Emma si alza come uno stanco automa e va ad aprire la porta. Harriet è fuori).

Harriet                        - (senza fare alcun movimento per entrare, fred­damente) Voglio parlare con Caleb.

Emma                         - (atona) Non c'è. E' andato via poco fa.

Harriet                        - (preoccupata) Oh, santo cielo! (Poi, con ostilità) Sai allora dove sia andato Benny?

Emma                         - Sì, è qui.

Harriet                        - (con disprezzo) L'avrei immaginato! (Fred­damente formale) Vuoi dirgli, per favore, che desidero vederlo ?

Emma                         - (si volge e chiama) Benny! C'è tua madre.

Benny                         - (venendo dalla stanza vicina) Eccomi. (Con un sussurro a denti stretti, passando vicino ad Emma) Perché le hai detto che c'ero, vecchia pazza?

Emma                         - (non dà alcun segno di averlo udito e torna a sedere).

Benny                         - (cupo) Che vuoi?

Harriet                        - (fredda) Cercavo tuo zio Caleb, non te, ma sei l'unico uomo che posso chiamare...

Benny                         - (sospettosamente) Che c'è?

Harriet                        - (un po' spaventata) Poco fa ho sentito una quantità di strani rumori nel granaio. C'è qualcuno, Ben­ny, ne sono sicura. Qualche ladro, dev'essere.

Benny                         - (incurante) Ma no, saranno i topi.

Harriet                        - (irata) Non fare l'idiota! Erano rumori molto più forti.

Benny                         - Che cosa potrebbero rubare, poi... (Menai Harriet si volge con ira, per rabbonirla) Va bene, veli go. Darò un'occhiata, per farti piacere. Non arrabbiati un'altra volta, adesso. (Esce parlando e scompare dietro sua madre. Emma rimane seduta rigidamente per un po', fisa col suo sguardo svuotato. Poi si alza, e va di finestra in finestra, strappando giù le tendine con rapidi mori menti meccanici. Le getta in un mucchio nel pieno della stanza. Stacca dalle pareti i quadri in cornice e li ammucchia sopra le tendine. Prende i cuscini e ve lì getta j»; spinge con i piedi i tappeti verso il mucchio; spazzarli tutto dalla tavola sul pavimento. Compie ogni gesto iena il minimo cambiamento di espressione, rapidamente, sax sforzo apparente. Si ode il rumore di passi che si «uri», nano di corsa e Benny irrompe nella stanza ansimanti 11 terribilmente eccitato e spaventatissimo. Si ferma dì colpi vedendo il mucchio sul pavimento) Ma che diavolo.,.

Emma                         - (atona) Il robivecchi verrà a prenderle domai timi...

Benny                         - (troppo agitato per essere sorpreso) All'interno! Ascolta, zia Emma, s'è impiccato  zio Caleb il granaio è morto!

Emma                         - (lasciando cadere lentamente le parole, come un principiante che tocchi la tastiera di una macchina di scrivere) Caleb... morto!

Benny                         - (parlando rapidamente ora) Morto stecchito! Il collo spezzato. L'ho tirato giù io stesso, poco fa, e 111 portato a casa. Dì, dovresti venire ad aiutare e a badare a mamma. Sta perdendo la testa. Io non so che farle.

Emma                         - (come sopra) Caleb si è impiccato... nel gra­naio ?

Benny                         - Sì, e ha fatto proprio un bel lavoro. (Con un morboso interesse nei dettagli) Sai come ha fatto ? Tu conosci il nostro granaio, è quasi come il tuo. Bene, ha preso una cavezza e ha fatto un nodo scorsoio con la corda, poi è salito nel granaio, ha attaccato a un trave la parte di cuoio e si è lasciato cadere. Deve essersela sbrigata era! (Schiocca le dita. Poi con fretta) pi, andiamo. Vieni ad aiutarmi con la mamma, vuoi? E' mezzo ammattita. Io non so fare niente...

Emma                         - (vagamente) Verrò... tra un minuto. (Poi col tono di una decisione irrevocabile) Devo andare giù al granaio.

Benny                         - Al granaio? Ma sei pazza? Non c'è più, ora. T'ho detto che l'ho portato io a casa.

Emma                         - Al mio granaio. Devo andare...

Benny                         - (esasperato) Oh, al diavolo! Sei peggio di mamma! Hanno perduto la testa tutti tranne che io! Beh, andrò a cercare qualcun altro. (Esce rapidamente dal /ori' do, sbattendo la porta).

Emma                         - (dopo una pausa di tensione, con un improvviso scoppio di dolore selvaggio) Caleb! (Poi, in uno strano sussurro) Aspetta, Caleb, scendo giù al granaio. (Si dirige come una sonnambula verso la porta di fondo, mentre cala il sipario).

FINE

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