Fragola e panna

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Commedia in due atti

di Natalia Ginzburg

PERSONAGGI

Barbara

Tosca, donna di servizio

Flaminia

Letizia, sorella di Flaminia

Cesare, marito di Flaminia

La scena si svolge ai giorni nostri, in una villa in campagna nelle vicinanze di Roma.


ATTO PRIMO

Suona un campanello. Tosca apre. Sulla porta c'è Barba­ra, con una valigia. Ha una giacca di cuoio nero, calzoni blu-jeans.

barbara  Buongiorno.

tosca       Non comperiamo niente.

barbara         Ma io non ho niente da vendere. Vorrei parlare con l'avvocato.

tosca      L'avvocato non c'è. È via. E la signora è andata in paese a fare la spesa. Chi sarebbe lei?

barbara Una cugina.

tosca      Ah una cugina? S'accomodi. La signora non tar­derà. Come s'è bagnata!

barbara Sì. Nevica.

tosca      Nevica. Un tempo orribile. Ma lei è venuta dalla stazione a piedi?

barbara Sì.

tosca      A piedi? con la valigia? Non poteva pigliare u-n'autopubblica?

barbara Non sapevo che c'era tanta strada,

tosca      Non lo sapeva? Allora non è mai venuta qua? È cugina, però non è mai venuta qua?

barbara Mai.

tosca      Strano. Aspetti pure, la signora non tarderà.

barbara         (tirando fuori una sigaretta) Mi darebbe un fiammifero, signora?

tosca      Non sono una signora. Sono una serva. È tutta la vita che faccio la serva. Ecco i fiammiferi. Sono qui solo da otto giorni, ma non ci resto. Gliel'ho già detto alla signora che non ci resto, che me ne vado via. Non mi trovo.

barbara Non si trova?

tosca      No. Non mi trovo. Gliel'ho già detto anche alla si­gnora, che io non mi trovo, che si cerchi un'altra. Mi fer­mo, finché non ne hanno un'altra. La Ersilia, quella che c'era prima, la conosceva?

barbara No.

tosca      No? eppure quella c'è rimasta otto mesi. È andata via perché aveva le vene varicose. Non ce la faceva. È una casa troppo grande, due piani, un mucchio di stan­ze. Ma io non è per il lavoro che me ne vado. Me ne va­do perché siamo troppo isolati. Oggi che nevica, qui sembra d'essere in una tomba. C'è un silenzio, come es­sere in una tomba. A me non mi piace la campagna, mi piace la città. Il rumore. Mi rincresce di andarmene, per­ché non sarebbero cattivi. Però non danno grande soddi­sfazione. Mangiano, e non dicono è buono, è cattivo, niente. Non ti dicono mai niente. Così una non può mai sapere, se sono contenti o no. E poi questo silenzio! L'avvocato, io l'ho visto un momento il giorno che sono arrivata, gli ho stirato due camicie, e è partito subito. La signora, la signora non parla. Non parla con me. Tutto il giorno legge, o suona il piano. Ma non è una musica che diverte. Io sono là in cucina, col gatto, e a sentire quei suoni mi viene sonno. Per fortuna c'è il gatto. È tanto di compagnia. Parlo col gatto, se voglio parlare a qualcu­no. Viene qualche volta la signora Letizia, la sorella del­la signora. Abita poco distante. La conoscerà, no?

barbara No.

tosca       Lei è cugina dell'avvocato o della signora?

barbara Dell'avvocato.

tosca      Per fortuna, dicevo, viene qualche volta la signora Letizia. Con la signora Letizia, oppure con la Ortensia, la donna che viene a stirare, scambio qualche parola. Con la signora invece, non si può. Un po' non si sente bene, un po' dorme, un po' suona il piano. Abbiamo la televisione, ma la signora non l'accende mai. Mi ha ben detto se voglio accenderla io, ma la sera lei se ne va a letto, e non vorrà che mi sieda qui nel salotto, da sola, con la te­levisione? Non è il mio posto, il salotto. Ognuno deve stare al suo posto. Nell'altra casa dov'ero, avevamo la televisione in cucina. Si stava tutti insieme, la sera, in cu­cina a guardare la televisione, e venivano anche i vicini, facevamo arrostire due castagne, si passava il tempo alle­gramente. Ho sbagliato, quando sono andata via da quel­l'altra casa. Sono andata via perché mi davano poco. Ma ho sbagliato. Qui la signora mi ha regalato anche un golf dì cachemire. Però non mi trovo. Non è il lavoro. Le di­co, non è il lavoro. Io è tutta la vita che lavoro, faccio la serva da quando avevo undici anni. No, è il posto. Quan­do sono uscita domenica, sono andata al cinema in pae­se, davano un giallo, e sono venuta via che erano le no­ve, quasi volevo prendere un'auto pubblica, perché dal paese a qui è un bel pezzo di strada. Ma chiedevano mil­le lire. Sono venuta a piedi, e c'era un buio, non passava un'anima, e non le dico che paura che avevo, un po' che il film era tutto di morti, un po' che si deve anche pas­sare lungo il muro del cimitero, e sono arrivata qui che ero tutta coperta di un sudore gelato, e ho trovato la si­gnora in salotto che suonava il piano, e le ho detto: «Non dovessi finire morta assassinata, quando torno a casa». Lei mi ha detto: «Se ha paura del buio, può prendere la pila elettrica, un'altra volta». Io ho detto: «Non so se ci sarà un'altra volta. Non so se mi fermo fi­no a un'altra domenica, perché non mi trovo». Lei ha detto: «Si fermi almeno finché non ho un'altra donna. Non mì lasci, che mio marito parte cosi spesso, e io co­me faccio qui sola?» Mi ha fatto pena. Però dica la ve­rità, d starebbe lei qui? In campagna, fra tutti questi al­beri? Ci starebbe lei?

barbara Io starei dappertutto. Salvo che a casa mia.

tosca      Lo dice. Lo dice, ma non è vero, non ci starebbe. Scapperebbe via. La signora si ci sta, è un tipo speciale. Un tipo solitario. Perché, a lei a casa sua non le piace stare? Dove è, casa sua?

barbara A Roma. In via delle Procellarie.

tosca      Ah in via delle Procellarie? Abbastanza vicino a dove stavo io prima. Andavo al mercato in piazza Gari­baldi, sa piazza Garibaldi? Non le piace, via delle Pro­cellarie? È una bella strada. Molto centrale. Almeno è Roma. Qui non è Roma, È campagna. L'avvocato, quan­do mi hanno fissata, mi ha detto che potevo andarci quan­do volevo a Roma, si prende il trenino e ci vogliono ven­ti minuti. Ma io posso mettermi in treno per andare a Roma, la domenica, dopo lavati i piatti? I piatti finisco di lavarli alle quattro. Finché son tutta vestita, vengono le cinque. A che ora arrivo a Roma? A Roma io ho una figlia, sa? Lavora da un parrucchiere, Pino. Il parruc­chiere Pino. In piazza Quadrata. Sa dov'è piazza Qua­drata? Lì. Mia figlia è su per giù della sua età. Le asso­miglia anche un poco, Se vuole farsi fare i capelli, le do un buono, le fanno uno sconto. Guardi, le do un buono. Ne ho un blocchetto in tasca.

barbara Grazie.

tosca      Niente. Chieda di Camilla. Mia figlia è Camilla. E perché non le piace di stare in via delle Procellarie, a lei?

barbara Per mio marito.

tosca      Ha un marito, lei? così giovane?

barbara         Ho diciotto anni. Ho un bambino di un anno e mezzo.

tosca      Così giovane! è come mia figlia. Ha diciotto anni anche mia figlia. Finiti in aprile. Mia figlia però non è sposata. Nemmeno fidanzata. Com'è che lei s'è sposata cosi giovane?

barbara Ho sbagliato.

tosca      Sì. Uno sbaglia. I giovani sbagliano. E con un bambino! E adesso non va d'accordo?

barbara Ho rotto.

tosca      Ha rotto! Ha rotto con suo marito! E il bambino?

barbara C'è mia suocera che lo guarda, il bambino.

tosca      Meno male che c'è sua suocera. Perché è piccolo, il bambino. E allora lei se n'è venuta via di casa? stamat­tina? con questa valigia?

barbara         Sono saltata giù dalla finestra del bagno. Dor­mivano tutti. Prima ho buttato giù la valigia. Poi sono saltata. Non s'è svegliato nessuno.

tosca       Ma a che piano stanno?

barbara Al primo piano.

tosca       Un bel salto. Non poteva uscire dalla porta?

barbara         Mia suocera dorme nell'anticamera. Ho male ancora alla pianta dei piedi.

tosca      Lo credo. Un bel salto. Poteva rompersi una gam­ba. E così è venuta dall'avvocato, per consigliarsi? un po' perché è suo cugino, un po' perché è avvocato, si mette nelle sue mani?

barbara Sì.

tosca      Vedrà che l'avvocato le dirà di tornare a casa. Ma­gari è stato solo un momento di rabbia. Peccato che l'av­vocato non c'è. Mi pare che hanno detto che è a Londra. Penso però che stia per ritornare, perché la signora mi ha detto di dar la cera nella sua stanza. Non dormono mica insieme.

barbara È a Londra?

tosca       Sì. Mi pare che hanno detto che è a Londra.

barbara Allora me ne vado via.

tosca      E dove vuole andare? con questo tempo ? con quel­la valigia? Aspetti la signora. Se è cugina del marito, è cugina anche della moglie. Un consiglio forse glielo può dare anche la signora. (Suona il campanello. Tosca apre. Entra Flaminia). Ecco, signora. C'è una cugina dell'av­vocato. Una sua cugina, È tanto che aspetta.

flaminia Una cugina?

barbara Sono Barbara.

flaminia Barbara!

tosca      È tanto che aspetta. Abbiamo scambiato due pa­role. Così, per passare il tempo. Sennò il tempo non pas­sa mai. Cosa preparo?

flaminia Vada in cucina, Tosca. Le dirò dopo.

tosca       Vado in cucina, cosa vado a fare in cucina, se non so cosa preparare? Pulisco il ripostiglio?

flaminia Sì.

tosca      Butto via tutte quelle casse? Ma dove le butto?

flaminia Sì.

tosca      Mi aveva detto di ripulire il ripostiglio, però io ho preferito aspettare, perché le casse non sapevo dove buttarle. Poi sono stata qui a parlare con la signorina, sua cugina. Signora. È sposata. Sposata, con un bambino. Tanto giovane! I giovani sbagliano. Allora dove le butto, le casse? le do al giardiniere?

flaminia Sì.

tosca      Lì dove ci sono quelle casse, è pieno di formiche. Bisogna lavare con la varichina. Me l'ha portata la varichina?

flaminia Sì. In quella borsa,

tosca      Lavo bene in terra con la varichina, poi metto un po' di polvere insetticida, e cosi le formiche se ne vanno. Puzzano, quelle casse. Sono anni che nessuno pulisce, là dentro. (Via).

flaminia Com'è che è venuta qua?

barbara Credevo di trovare Cesare. Gli devo parlare.

flaminia Non poteva telefonare, senza venire fin qua?

barbara Non ci ho pensato.

flaminia È a Londra, Cesare.

barbara Quando torna?

flaminia Non lo so.

barbara         Ho lasciato mio marito. Sono scappata. Sono saltata giù dalla finestra del bagno. Dormivano tutti. Ie­ri sera lui mi ha quasi ammazzata. Guardi. (Si scopre il collo) Stava per strangolarmi. Mia suocera ha chiamato il portinaio. In due gli hanno tenuto le braccia, il portinaio è un vicino di casa, un farmacista. Pensavano di chiama­re i carabinieri. Mia suocera non ha voluto. Allora il far­macista gli ha fatto un'iniezione, e lui quasi subito s'è addormentato. E' cascato sul letto come un tronco. Non le dico la camera cos'era. Aveva buttato tutto per aria. Rovesciato fuori la biancheria dall'armadio. Un servizietto da caffè che avevamo, bello, tipo giapponese, l'a­veva fatto in pezzetti. All'alba, io ho fatto la mia valigia e sono scappata. Non s'è mosso. Per fortuna dormiva an­che il bambino, che non dorme mai,

flaminia E perché è venuta qua? cosa le è venuto in te­sta?

barbara Dove andavo? io non ho nessuno. E non ho nemmeno una lira. Non sapevo che Cesare fosse a Lon­dra. L'ultima volta che ci siamo parlati, era mercoledì. Gli ho telefonato allo studio. Piangevo. Gli ho detto: «Aiutami. Non posso stare più con mio marito». Mi ha detto: «Calma, piccolina». Mi dice sempre così. Aveva­mo un appuntamento, giovedì alle cinque, al caffè Stel­la. Lui non è venuto. Ho aspettato tanto, ma poi me ne dovevo andare, avevo lasciato il bambino ai giardini con una mia amica, e veniva freddo, dovevo riportarlo a ca­sa il bambino. Magari lui è venuto, più tardi. Non so. Il giorno dopo ho telefonato allo studio, ma non risponde­va nessuno.

flaminia Cosa vuole, da Cesare?

barbara         Cosa voglio? voglio che mi dica cosa devo fare. Io non ho nessuno. Ho soltanto lui. Se non posso più stare con mio marito, è per lui. Se non incontravo lui, ci stavo, con mio marito, magari, fino alla fine dei secoli. E una volta, un po' di tempo fa, lui mi aveva detto: «Se non puoi più stare con tuo marito, se non hai dove anda­re, vieni da me. Riguardo a mia moglie, non darti pen­siero. Non c'è gelosia, fra me e mia moglie. Il nostro è un rapporto d'una natura un po' speciale. Come se non fossimo più marito e moglie, come se fossimo fratello e sorella. Non è più un matrimonio, è un'altra cosa. Lo sa mia moglie di te, e non gliene importa. E poi è una per­sona d'eccezione, mia moglie. Una donna superiore. Co­si buona». Mi ha detto che potevo venire qui in qualun­que momento.

flaminia Infatti a me non me ne importa niente, di lui, delle ragazze che ha. Però qui non ti voglio. Vattene, perché non puoi mica stare qui.

barbara         Va bene. Allora me ne vado. Solo che non so dove andare.

flaminia Non hai parenti?

barbara         No. Non ho nessuno. Avevo mia nonna, ma è morta. Mi ha cresciuta mia nonna. Non so far niente, perché non mi ha insegnato a far niente. Mi ha mandato poco anche a scuola. Beveva. S'è rovinata col bere. S'è bevuta anche l'anima. Prima era ricca, avevamo una casa bella, ma a poco a poco ha venduto tutto, mobili, tappe­ti, tutto. Quando è morta, non c'era più niente. Io ave­vo sedici anni. Avevo conosciuto Paolo, mio marito. Era già il mio ragazzo. Aspettavo il bambino. M'ha sposata. Sua madre non voleva, ma lui m'ha sposata lo stesso. Io avevo sedici anni, lui venti. Quando m'ha sposata, non aveva un vero lavoro, ma poi ha trovato un posto al gior­nale del partito socialista, che è il suo partito. In princi­pio, a parte che non avevamo soldi, tutto è andato come doveva andare. Ero contenta. È nato il bambino. Abbia­mo ereditato un pezzetto di vigna vicino a Teramo. An­che un po' di soldi, e abbiamo comperato un frigorifero, la carrozzella per il bambino. Poi a cinque mesi al bam­bino gli è venuta la tosse convulsa, e m'hanno fatto an­dare a Soriano del Cimino, per cambiare aria. Lì ho in­contrato Cesare. Lo conoscevo, perché eravamo stati una volta da lui allo studio, mio marito e io, per quella vigna, che c'era sopra una ipoteca. Cesare era venuto a Soriano in gita, con certi amici. Mi ha riconosciuto, mi ha sorriso, io ero là col bambino in braccio, nel giardino pubblico, per fargli respirare l'aria degli alberi. Al bambino gli è cascato il ciuccetto, lui l'ha raccolto, è andato a lavarlo alla fontanella. Così ci siamo messi a parlare, mi ha offer­to un gelato al bar, un gelato enorme, panna e fragola. Quei suoi amici li ha lasciati perdere, sono andati via per loro conto. Abbiamo cenato insieme al ristorante dei Tre Camosci. È cominciato tutto così. Poi sono tornata in città, e ci siamo rivisti. Lasciavo il bambino a mia suoce­ra, e uscivo, con una scusa o con l'altra. E mio marito adesso mi sembrava piccolo, stupido, e tutto in lui mi da­va noia, quando al cinematografo rideva di niente, quando usciva con l'impermeabile abbottonato tutto di traverso, quando spiegava la politica al portinaio, quando si spa­ventava perché aveva male alla gola e si riempiva di for­malina... Gli scoprivo tutti i difetti, trovavo che si dava importanza, che era permaloso, coi denti in fuori, con le orecchie a sventola... E la casa mi sembrava piccola, brut­ta, sporca. Uscivo. Mi trovavo con Cesare. E mia suoce­ra ha cominciato a sospettare qualcosa. Mi diceva: «Ma dove vai? Non avrai mica un amante?» E io mi mettevo a ridere e dicevo: «No, no, non ho nessun amante, vado qui, vado là, vado a comprare uno scampolo per farmi una gonna, vado a trovare la mia amica Marcella», è una mia amica che fa la commessa da Standa.

flaminia E ora non puoi andare da questa tua amica?

barbara         Dalla Marcella? No, no, la Marcella ha sette fratelli piccoli, hanno una casa con tutti materassi per terra. Allora le dicevo, mia suocera a poco a poco si è messa a sospettare qualcosa, anche perché io, quando tornavo a casa che ero stata con Cesare, ero così felice, avevo una felicità che non sapevo nascondere, e lei, mia suocera, mi guardava,, e diceva: «Quando torni a casa da fuori, hai una faccia che sembra che hai vinto la lotte­ria di Merano».

flaminia Poi?

barbara         Poi una volta mia suocera se n'è andata a Teramo col bambino, per dieci giorni, a trovare certi parenti. Mio marito era a Vicenza per un servizio. Ho detto a Ce­sare di venire a casa mia. Non voleva. Diceva che era un'imprudenza. Che poteva vederlo il portinaio. Ma io ci tenevo tanto, e ho insistito. E lui è venuto. È stato là con me tutta la notte. E al mattino, sento girare la chia­ve nella serratura, e mi vedo davanti mia suocera, col bambino involtato in una coperta. Era successo che al bambino gli era venuta la febbre, e lei aveva pensato di ritornare, perché a Teramo la casa era umida. Cesare sta­va per andar via, era già pronto, con l'impermeabile, con la cartella sotto il braccio. Io invece ero ancora in cami­cia da notte. Eravamo in cucina, e stavo facendo il caffè. Dico a mia suocera: «Mamma Caterina, ecco qui l'avvo­cato Rolandi, che è venuto a farmi firmare una ricevuta, per la nostra vigna. Gli faccio una tazzina di caffè». Ma capirà, erano le sette di mattina. Non è mica scema, mia suocera. È rimasta là, zitta, con le labbra strette, col bambino addormentato in collo. Cesare è andato via. Mia suocera ha messo il bambino a letto e s'è messa a lavare la roba del bambino nella vasca da bagno, sempre pallida, sempre zitta, le labbra strette. E io dicevo: «La­sci stare, che lavo io». Lei niente. Non mi ha più rivol­to la parola, da quella mattina. E quando è ritornato Paolo da Vicenza, sapeva già tutto, perché lei gliel'aveva scritto, io sono andata a prenderlo alla stazione e lo ve­do scendere dal treno, piccolo, con l'impermeabile tutto sgualcito, la barba lunga. E allora a un tratto ho sentito un rimorso orribile, per tutto il male che gli avevo fatto, ho sentito per lui una pena, una pena... Mi ha dato uno schiaffo. S'è raccolta subito un po' di gente. Lui ha detto a questa gente: «È mia moglie. Posso batterla quanto voglio, perché è mia moglie». A casa non m'ha battuto più quella volta, s'è messo a piangere. E mi sono messa a piangere anch'io, e abbiamo pianto insieme, abbracciati stretti, fino alla sera. Gli ho raccontato tutto. E a poco a poco, mentre raccontavo, mi sentivo liberata di un peso, tutte le bugie che avevo detto in quei mesi si scioglieva­no come una nebbia, e mi sentivo leggera, vuota, sneb­biata, e lui mi accarezzava i capelli, m'asciugava le lagri­me, quasi anche lui aveva pena di me. Poi, verso sera, siamo usciti e mi ha comperato un anello, questo anelli-no qui, vede? perché aveva guadagnato un poco di soldi, e si era ricordato che da quando eravamo sposati non mi aveva regalato mai niente. Allora il giorno dopo, sono andata da Cesare, allo studio, e gli ho detto: «Basta, È finito tutto. Non vediamoci più». E lui ha detto: «Va bene, come vuoi, è giusto, hai ragione, non vediamoci più». Io gli ho detto: «Vediamoci ancora soltanto do­mani, per dirci addio, per l'ultima volta, ci incontriamo domani al caffè Stella, alle cinque, per l'ultimissima vol­ta». E l'indomani ci siamo incontrati al caffè, poi abbia­mo camminato un poco sul lungotevere. Io piangevo, e lui mi diceva: «Non piangere, piccolina. Cosa ci vuoi fa­re. Non posso mica sposarti. Hai marito. Io ho moglie. Io ho quarant’anni. Tu diciotto. Ci lasciamo. Ti consolerai. Avrai ancora tanti bambini. Ti succederanno tante cose bellissime». Bene, ho provato, per un poco ho provato a non pensarci, a non cercarlo più. Non gli ho telefonato più per due settimane. Uscivo, camminavo sola per la cit­tà. Andavo dalla Marcella. Andavo a sedermi sulle pan­chine di Villa Borghese. Senza il bambino, lo lasciavo a mia suocera il bambino, ero troppo disperata per starme­ne col bambino. Mi compravo un gelato, guardavo pas­sare la gente. E pensavo: «Sì, ma come farò, tutta la vi­ta? Sarà tutta la vita cosi?» Poi gli ho telefonato di nuo­vo, a Cesare. Volevo solo sapere se stava bene. E abbia­mo ricominciato a incontrarci. Non voleva, lui. Cercava delle scuse. Diceva che era occupato. Ma io lo pregavo tanto, che poi veniva, me ne stavo in un angolo del caffè Stella, in fondo, vicino alla finestra, e lo vedevo arrivare da lontano, alto, serio serio, col suo passo rapido, l'aria severa. Entrava e si sedeva con un sospiro, scuotendo la testa. Ordinava un rabarbaro. Io, un gelato. Stavamo zitti. Non avevamo più molte cose da dirci. Lui fumava. Io lo guardavo. Lui guardava l'orologio. Io dicevo: «Un momento ancora». Lui diceva: «Che senso c'è?» Io di­cevo: «Non c'è nessun senso». Mi mettevo a piangere. Non gli piaceva niente che piangessi al caffè. Diceva; «Ma soffiati il naso! ma cerca d'avere un po' di conte­gno! ti comporti come una bambina!» Tornavo a casa. Adesso a casa c'era sempre mio marito, perché non anda­va più al giornale, s'era messo in mutua, diceva che ave­va l'esaurimento. Mi diceva: «L'hai visto?»e io dicevo: «Sì». Non avevo più voglia di bugie. Allora mio marito mi batteva. Prima solo schiaffi. Poi sempre peggio. Una volta è andato anche da Cesare, allo studio. Ma non l'ha mica battuto. Si è seduto, e si è messo a piangere. E tutt'a un tratto è svenuto. È cascato in terra. Cesare ha chia­mato l'usciere, l'hanno caricato in macchina e l'hanno portato al pronto soccorso, perché cascando s'era ferito a un labbro. Ecco, e questa è tutta la storia, fino a oggi.

flaminia Mi dispiace. È una storia triste. Però non so perché sei venuta a raccontarla a me. Io non c'entro nien­te. Come ti ha detto Cesare, noi due da molti anni vivia­mo insieme come fratello e sorella. Il nostro non è più un matrimonio. Perciò queste cose che mi racconti, que­sti drammi, queste gelosie, queste lagrime, sono cose per me cosi remote, come se succedessero in un altro univer­so. Tutto questo che m'hai detto non mi fa né caldo né freddo. E poi non vedo cosa posso fare per te.

barbara È vero. Non può fare niente.

flaminia Perciò adesso prendi la tua valigia, e va' ad aspettare Cesare al caffè della stazione.

barbara Tornerà stasera?

flaminia Non lo so.

barbara         E cosa faccio, se non arriva stasera? Dove vado, quando è notte?

flaminia Non lo so. Torna a casa tua.

barbara         No. Ho paura. Ho paura di Paolo, che mi am­mazzi.

flaminia Va' in un albergo.

barbara Se non ho una lira.

flaminia Vuoi soldi da me? Te li posso anche dare. Mi sembra un po' buffo dar soldi alla ragazza di mio marito. Ci poteva pensare mio marito. È partito senza nemmeno sognarselo. Non pensa mai che gli altri possono aver bi­sogno di denaro. Non pensa mai agli altri. Pensa a sé.

barbara Se mi dà un po' di soldi, mi fa un piacere. Guar­di cos'ho in tasca. Cinquecento lire. Non ho altro. Potrei vendere il mio anello, o impegnarlo, ma vale poco. È fal­so. L'avevamo pagato solo cinquemila lire.

flaminia Ma dove avevi la testa, quando sei scappata di casa?

barbara Voleva che mi facessi ammazzare?

flaminia Va bene. Ti do dei soldi. Ti do quarantamila lire. È tutto quello che ho in casa. Va' al caffè della sta­zione, va' in un albergo, va' dove credi. Basta che te ne vai di qua.

barbara La ringrazio. È molto gentile. Però vede, non è solo una questione di soldi. Se vado ora a sedermi al caf­fè, come dice lei, o me ne vado in un albergo, ho paura che a poco a poco mi venga la disperazione. Ho paura che mi venga voglia di morire. Perché mi metto a pensa­re alla mia vita, e dove andrà a finire la mia vita, dove andrò domani, come farò. Mi metto anche a pensare al male che ho fatto, e ho rimorso, però non so neanch'io come potevo fare diverso, e mi viene una gran pena per tutti, per mio marito, per il bambino, per Cesare, mi sembra che siano tutti cosi infelici, ma infelici da morire.

flaminia Sì. Però io non so cosa farci, se ti viene la disperazione. E vuoi che ti dica proprio la verità? Ho l'idea che non possa farci niente nemmeno Cesare. Ho l'i­dea che lui non possa, o non voglia, fare niente per te. Ho l'idea che sia stanco di te. E allora, quando lui è stan­co di una donna, taglia la corda, va a Parigi, va a Londra, si tiene lontano più tempo che può.

barbara Lei pensa così? pensa che è andato a Londra, per andarsene lontano da me?

flaminia Penso che è andato a Londra per i suoi affari, ma anche perché era stanco di averti nei piedi. Perché gli facevi pena. Perché gli faceva pena tuo marito. E an­che perché gli facevi paura, e tuo marito gli faceva paura. E quando tornerà da Londra, e può darsi che torni, oggi o domani, farà in modo di non vederti, e di non aiutarti, e lo cercherai e non lo troverai, lo aspetterai e non verrà. Perché non è più innamorato di te. E forse, molto inna­morato non è stato mai. Hai capito?

barbara Gliel'ha detto?

flaminia Sì. Me l'ha detto. Non ha segreti con me. Se volesse vivere con te, potrebbe farlo benissimo, perché a me non me ne importa, io tiro avanti benissimo anche sola. Per la compagnia che lui mi fa. Non c'è mai. Figli non ne abbiamo avuti. È libero. Libero come l'aria. De­naro, ne abbiamo tutti e due quanto basta. Se non viene a stare con te, è perché non ti ama. Hai capito?

barbara Allora io posso anche andare a buttarmi nel Te­vere.

flaminia Sì. Però sarebbe stupido. Sei giovane. Faresti meglio a tornare dal tuo bambino. Io non ho avuto bam­bini, ma se ne avessi avuti, non li avrei lasciati. Piutto­sto mi sarei fatta ammazzare.

barbara Stavo bene col bambino, quando ero felice. Quando non avevo ancora conosciuto Cesare. E dopo, nei primi tempi, quando tornavo a casa che ero stata con Cesare, avevo voglia di cantare, di scherzare, e anche di giocare col bambino. Adesso invece sono troppo infelice. Siccome lei di bambini non ne ha mai avuti, non lo sa che quando siamo troppo infelici, sono pesanti come il piombo i bambini.

flaminia Mi sembra che tu sia totalmente priva di senso del dovere.

barbara Le sembra? sembra anche a me. Forse perché nessuno mi ha insegnato niente. Mio padre, non so nem­meno chi fosse. Sono figlia di N.N. Mia madre è morta quando ero piccola. Avevo mia nonna, ma mia nonna un gran senso del dovere non poteva insegnarmelo, perché non ne aveva. Usciva sempre di casa per andare a vende­re oggetti. Poi tornava e si nascondeva per bere. Si chiu­deva a chiave in stanza da letto. Io bussavo, chiamavo, e non rispondeva. Tante volte mi addormentavo rannic­chiata sul tappeto. Poi però ha venduto anche il tappeto.  Mia nonna non mi ha neanche insegnato a lavarmi la fac­cia. E' un miracolo se ho imparato a lavarmi la faccia, al mattino. Potrei avere qualcosa da mangiare? Ho fame. Mi sento svenire. Non mangio da ieri a mezzogiorno.

flaminia Sì. Mangi, e te ne vai.

barbara Sì.

flaminia Non posso prendermi sulle spalle il tuo destino. Non ho neanch'io la vita tanto allegra. Di Cesare ora non me ne importa più niente, ma prima di arrivare a questo distacco, ho sofferto, mi sono lacerata e straziata. Mi ha sempre tradito. A un certo punto mi son detta: pazienza. Staremo insieme come due amici. L'ho tradito anch'io, per vedere se gliene importava un poco. Be', vuoi saperlo? non gli faceva né caldo né freddo. Anzi, forse era perfino contento. Perché siamo rimasti insie­me? Non lo so. Per indifferenza. Per forza d'inerzia. Ora io non ho più storie. Non sono più carina. Sto in campa­gna. Curo i fiori. Leggo. M'annoio. Suono il pianoforte. Aspetto Cesare, quando viene lo ascolto raccontarmi le sue storie con le ragazze. La chiami una vita allegra? No. E' una vita schifosa. Per cercare un'ora buona nella mia vita, devo andare cosi lontano con la memoria, anni e an­ni indietro. Cosa vuoi che faccia per te? In coscienza, non posso fare niente. Giusto posso darti un po' da man­giare, se hai fame. (Suona il campanello).

tosca       Sì?

flaminia Porti qualcosa da mangiare per la signora.

tosca       Cosa?

flaminia Quello che vuole.

tosca      Formaggio? prosciutto?

flaminia Sì.

tosca       Si ferma anche a colazione, lasignora? la signora sua cugina?

flaminia Non si ferma a colazione. Non è mia cugina.

tosca       Aveva detto che era sua cugina. (Via).

Suona il campanello. Flaminia apre. Entra Letizia.

flaminia Letizia. Questa è Barbara. La ragazza di Ce­sare.

letizia    Ah sì. La conosco. L'ho vista una volta, quest'in­verno, al cinematografo con Cesare. Era seduta nella fila dietro a me.

barbara Davano Vacanze in bikini.

letizia    Brutto film.

barbara         Brutto.

Entra Tosca.

tosca      Ecco. Ho fatto anche abbrustolire il pane. C'è pro­sciutto, formaggio. Povera signora! E' arrivata cosi ba­gnata! È come mia figlia. Anche mia figlia va sempre sen­za ombrello. I giovani! I giovani sbagliano. Buongiorno, signora Letizia, Si ferma a colazione con noi? Ho certe bracioline tutte stracciate, ho pensato che le faccio alla pizzaiola, è l'unica. Io non lo so se a loro li accontento. Non lo so ancora se sono contenti di me.

letizia    Mi fermo a colazione, sì. Per mangiare questa pizzaiola.

tosca      La signora non mi ha detto cosa dovevo prepara­re, e io allora ho fatto la pizzaiola. Le piace con molto aglio, la pizzaiola?

letizia    Se non c'è l'aglio, non è pizzaiola.

tosca      Giusto. Ha ragione. Dice bene. Se non c'è l'aglio, non è pizzaiola. Però c'è chi ne mette poco, c'è chi ne mette tanto, secondo le case. La signora non mi da mai nessun ordine, non mi dice niente, e io cosi non posso sapere, se qui piace l'aglio o no.

Barbara ha finito di mangiare. Si alza. Si infila la giacca.

letizia    Va già via?

tosca      Va via? Nevica sempre, sa? Aspetti almeno che smetta di nevicare. (Barbara solleva la valigia, che si a-pre. Tosca e Barbara si sforzano di richiudere la valigia).

S'è rotta la serratura. Ora non si chiude più. Bisogna le­garla. Vado a prendere un pezzo di corda. (Via).

letizia    Dove va, con quella valigia?

flaminia Ha rotto con suo marito. Non sa dove andare.

letizia    E non la metterai mica sulla strada, no?

flaminia Le ho dato un po' di soldi. Ma non può restare qui.

letizia    Perché no?

flaminia Perché è la ragazza di Cesare.

letizia    Già. Se la gente lo sapesse, lo troverebbe strano. Meglio che se ne vada all'albergo.

flaminia Non è per la gente. È per me. Io non ho voglia di averla in casa, nemmeno una notte.

barbara Ho paura. Ho paura che mio marito mi voglia ammazzare. Ho paura che mi cerchi e mi ammazzi. Dove vado? Non so dove andare.

letizia    Ma no. I mariti non ammazzano mai.

flaminia        Veramente, di mariti che ammazzano le mogli, sono pieni i giornali.

letizia    È un violento, suo marito?

flaminia Se ho ben capito, è un timido. I timidi, quan­do perdono il controllo, fanno paura.

barbara         Non ci vuole mica tanto, a ammazzare una come me. Non ci vuole niente.

letizia    Io la porterei anche a casa mia. Ma non posso. Mio marito, mia suocera, sono persone all'antica. Molto conformisti. Però mi viene in mente una cosa. Qui vici­no, a Roccapriora, c'è un pensionato di suore, e io la su-periora la conosco bene, madre Anastasia, è una brava donna. Lei potrebbe starsene lìdentro. Lì suo marito non la trova di certo.

Tosca torna con un pezzo di corda.

tosca      Non c'era nemmeno un pezzo di corda in casa. So­no dovuta andare fin dal giardiniere. Nevica sempre. Ero uscita con le pantofole, e mi sono bagnata tutti i piedi. Ho detto al giardiniere: «Bisogna spalare la neve sulla stradina». Mi ha detto: «Non tocca a me spalare la neve. Chiamano sempre un ragazzo apposta, il figlio del carbo­naio». Ho detto: «Allora andate subito a chiamare que­sto ragazzo». Mi ha detto: «Ci vada lei a chiamarlo». «Io? io ho le pantofole». Mi ha detto: «Si metta le scarpe». Ha capito come mi ha detto? «Si metta le scar­pe». (Lega la valigia).

letizia    Allora va bene? Andiamo a Roccapriora?

barbara Andiamo.

letizia    (a Tosca)    Porti la valigia nella mia macchina.

tosca      La accompagna lei, la signora, con la sua macchi­na? Meno male che l'accompagna, perché nevica sempre, e c'è un vento che porta via. (Via con la valigia).

letizia    (a Barbara) Vedrà che si troverà bene con la ma­dre Anastasia. E poi è un posto bellissimo, su in alto sul­la collina, in mezzo ai boschi. C'è un bellissimo pano­rama.

flaminia Sai quanto le sta a cuore d'avere un bel pano­rama.

letizia    Allora andiamo, Barbara.

barbara Sì. Però io con le suore non ho mica pazienza. Ho paura che stasera mi verrà la disperazione.

letizia    Ma almeno suo marito li non la trova.

barbara Sì.

flaminia Addio.

barbara         Addio. Grazie per i soldi. Grazie anche per a-vermi dato da mangiare.

flaminia Niente.

barbara         Appena arriva Cesare, ditegli che mi cerchi, in questo convento di Roccapriora. Ci sarà un telefono?

letizia    Senta, ma a suo marito non gli verrà mica in te­sta d'ammazzare Cesare?

barbara Io ho ben paura anche di quello.

tosca      (tornando) Non tiene, quella corda. E' mezza mar­cia.

barbara         (a Tosca)     Grazie, arrivederci, signora.

tosca      Non mi chiami signora. Non sono una signora. Sono una serva. Faccio la serva da quando avevo undici anni. E non ho marito. Mia figlia l'ho avuta così, da un disgraziato che non s'è mai più fatto vedere.

ATTO SECONDO

Suona il campanello. Flaminia apre. Entra Letizia.

letizia    Fatto. L'ho consegnata alla madre Anastasia, Le ho accennato qualcosa, che si trova in una situazione de­licata, che il marito è un violento. L'hanno sistemata in una cameretta con altre due pensionate, due signore an­ziane, gente educata, una è la vedova d'un colonnello. Una bella cameretta, molto pulita. Faceva caldo. I ter­mosifoni scottavano. A pranzo avevano minestra di ceci. Si sentiva un odore così buono! Voglio fare anch'io mi­nestra di ceci domani. Con l'olio e il rosmarino, è buo­nissima. Sono tutta gelata. È un tempo da lupi. Nevica a larghi fiocchi.

flaminia Adesso cosa farà?

letizia    Chi? Barbara? niente. L'avranno portata in chie­sa per la funzione. In quei pensionati di suore, il tempo passa, in una maniera o nell'altra. Ti portano alla funzio­ne. Ti fanno camminare avanti e indietro per quei corri­doi che non finiscono mai. Suona la campanella, e si va al refettorio. Si mangia pasta e ceci. E' tutto regolato al suono della campanella. Ti fanno andare a dormire alle sette di sera. Senti, ma cosa ci avrà trovato in quella ra­gazza, Cesare? Non è bella per niente,

flaminia È arrivato, Cesare. Ha telefonato dall'aeropor­to. Sarà qui fra poco,

letizia    Ah! e gli hai detto di Barbara?

flaminia Sì.

letizia    E lui?

flaminia Lui niente.

letizia    Povera Barbara!

flaminia        Cosa sarà di lei? Per qualche tempo, starà dalle suore. E poi?

letizia    Può mettersi a lavorare.

flaminia E a fare che? se non sa fare niente.

letizia    Tornerà dal marito,

flaminia Credi? no, io non credo che tornerà mai col marito.

letizia    Cesare le prenderà un appartamento.

flaminia Cesare? se ne infischia. E' stanco di lei. Non le prenderà nessun appartamento, Cesare.

letizia    Si metterà a fare la puttana. Cosa vuoi? Non è mica che noi possiamo tenerla a balia per tutta la vita. Oggi, le abbiamo dato una mano. Domani, Dio prov­vede.

flaminia Dio non provvede un corno.

letizia    Non bestemmiare.

flaminia Non bestemmio. Ti dico che Dio non provve­de. A cosa provvede? Credo che Dio, se esiste, s'aspetta che provvediamo noialtri.

letizia    E allora com'è che dicono che è onnipotente?

flaminia Mah. Non so. E quello che non si spiega.

letizia    Be', non mettiamoci adesso a fare una discussio­ne teologica. Senti, noi abbiamo fatto il possibile.

flaminia Per quella ragazza? ti pare? a me mi pare che non abbiamo mica fatto un gran che.

letizia    Come non abbiamo fatto un gran che? Tu le hai dato dei soldi. Io l'ho accompagnata con la mia macchina fino a Roccapriora, l'ho messa in mano alle suore, le ho persino portato la valigia per un tratto di corridoio, per­ché a lei a un certo punto le è venuta una piccola crisi d'angoscia, e dici che non abbiamo fatto un gran che? Ma insomma, cosa vuoi? Non ti capisco, Flaminia! Quan­do sono arrivata qui stamattina, tu mi pare che stavi per metterla sulla strada.

flaminia E vero.

letizia    L'idea luminosa delle suore di Roccapriora, sono io che l'ho avuta. Tu non la volevi in casa. Ma è giusto. È l'amante di tuo marito. Basta, via. Parliamo d'altro. Mi sono quasi stroncata la mano, con quella maledetta valigia. Pesava come il diavolo. È una donna che non sa vivere. Uno quando scappa dì casa, si porta dietro solo uno spazzolino da denti. E non è nemmeno tanto bellina. Ma cosa ci avrà visto, Cesare?

(Entra Cesare). Oh salve. Cesare.

cesare    Dov'è?

letizia    Dalle suore. A Roccapriora. Non è stata un'idea luminosa? Un posto bellissimo. Su in alto sulla collina, fra i boschi. Tutte quelle belle suorine pulite, gentili. Una tranquillità, una pace. L'idea è venuta a me.

tosca      (entrando) Vogliono la signora Letizia al telefono. Ben tornato, signor avvocato. Apparecchio subito per lei.

cesare    Non mangio. Ho mangiato sull'aereo. Sono stan­chissimo.

flaminia Anch'io non ho fame.

tosca      Qualcosa mangeranno. Ho fatto la pizzaiola. Ho fatto anche due patate in umido. Non sapevo. La signora non m'ha dato nessun ordine, per il contorno.

letizia    (rientrando) Era la madre Anastasia, del conven­to di Roccapriora, Be', dice che è scappata. Saltata dalla finestra. Con la valigia. Appena finita la funzione.

cesare    E dov'è andata?

letizia    E chi sa?

tosca      Quella signora? Povera signora! così giovane! una bambina! Ma io avevo sentito che la portavano dalle suore, e ho pensato: «Non ci starà. Non è il tipo. E ha troppi dispiaceri». Quando uno ha tanti dispiaceri, non ci può mica stare dalle suore, è inutile. Scappa via. Dal­le suore, c'è troppo silenzio. Il silenzio va bene per chi è tranquillo, per chi non ha bisogno dì niente. Si sa come fanno le suore. Ti mettono lì. Ti dicono di pregare la madonnina. Ti cacciano in mano un rosario. Ti dicono di rassegnarti. Lo so, perché io sono stata per tutto un mese dalle suore orsoline. Non resistevo. Il tempo non passa­va mai. Un silenzio! E poi ogni tanto il suono della cam­panella. Quando si hanno troppi dispiaceri, troppi pen­sieri, allora il tempo, nel silenzio, non passa. Mi sento ancora nelle orecchie il suono della campanella. Non la potevo soffrire, quella campanella. Gli avrei dato fuoco. Porto in tavola?

flaminia Sì.

Tosca via.

letizia     Dove sarà andata?

cesare    E chi sa? Potrebbe essere andata da una sua amica. Una certa Marcella.

flaminia Quella che ha tutti materassi in terra?

letizia    Sarà tornata a casa sua, dal marito? No, aveva troppa paura che lui l'ammazzasse. Non sarà mica anda­ta a buttarsi nel Tevere?

tosca      (entrando col mangiare) Se ci pensavo la potevo portare io a casa di mia zia, lì dove dorme mia figlia. Il posto c'era. Le mettevano un lettino vicino a mia figlia. Mia zia ha sempre posto per tutti. Nella guerra, ha tenu­to nascosti certi ebrei. Le hanno regalato un orologio d'oro. (Via).

cesare    Dio come sono stanco. Sono stanchissimo.

letizia    Assaggerò un poco di questa pizzaiola. Dev'esse­re buona. Mangiate anche voi qualcosa. Non è mica suc­cesso niente di tragico. Magari è ritornata a casa sua, dal bambino. O magari fra poco ce la vediamo ricomparire qua.

flaminia No no, io non la voglio qua.

letizia    La signora non sarà mica gelosa, vero? Sei stra­na, ti trovo proprio strana, Flaminia. Un po' ti struggi che non hai fatto abbastanza per lei, un po' tremi all'idea d'averla nei piedi. Che tu non la voglia in casa lo capi­sco, è più che legittimo. Però allora perché continui a pensare, cosa ha fatto, e dove sarà? Credi che non me ne accorga che continui a pensarci? In fondo in fondo, a te e a me cosa ce ne importa di lei?

flaminia Niente.

letizia    Guardati nello specchio. Hai una faccia, come se ti fosse morto qualcuno. Sei pallida, verde. Guarda tuo marito, è tranquillo. Non se la prende, lui. Sono affari che non lo riguardano.

cesare    Ma voi non avete capito niente. Non corre nes­sun pericolo, quella ragazza. Né di ammazzarsi, né di es­sere ammazzata. Son tutte fantasie. È un po' matta.

letizia    Vado a riposarmi sul divano di sopra. Sono stanca. È stata una mattina laboriosa. Chiamatemi, se c'è bi­sogno di me. (Via).

cesare    (a Flaminia) Tu non vuoi che ritorni qua. Ma neanch'io non voglio che venga qua.

flaminia E allora dove vado? Non so dove andare. Ri­peteva sempre così.

cesare    Dio, come sono stanco. Sono stanchissimo. Ho un mal di testa, ho la testa che mi si spezza. Non sono mai stato innamorato di quella ragazza, Flaminia, te l'ho detto, lo sai. Non aveva una grande importanza, per me. Era soltanto, in principio, nella mia vita, qualcosa di al­legro. Ma poi a poco a poco, s'è guastato tutto. Adesso per me è diventata un incubo, un'ossessione. Odio tutti i luoghi dove usavo andare con lei. Odio i suoi calzoni, i suoi capelli, e tutti i guai che si tira dietro. Odio suo marito, sua suocera, la sua casa, il portone, la strada. In certi momenti, ho paura che non riuscirò a liberarmene mai. L'avrò sempre nei piedi, sempre. Non so come le sia saltato in mente di venire qua. Ho paura che ora ver­rà sempre, tornerà sempre. Non avremo più un momento di pace.

flaminia Tu le hai detto che poteva venire da te, a casa tua, quando non sapeva dove andare. Gliel'hai detto, o no?

cesare    Si dicono tante cose.

flaminia Le hai detto che tua moglie è una donna così buona. Nobile, Superiore. Straordinaria. Che l'avrebbe accolta, consolata, assistita. Lei ti ha creduto. Ti crede. Crede a tutto quello che tu le dici. Invece io non sono né nobile, né buona. Non ho cuore. Mi sento il cuore secco, piccolo piccolo, una piccola prugna secca. E non è nean­che vero che non sono gelosa di lei. Sono ferocemente gelosa di lei. Ma non per amor tuo. Sono gelosa nel mo­do più vile. È una gelosia fatta di invidia, di vergogna, di mortificazione. Sono gelosa di lei, perché è giovane, e io non sono più tanto giovane. Perché lei ha un bambino, e io non ne ho. Perché lei ha un marito geloso, che vuole ammazzarla, e io invece ho un marito che se ne infischia dì me. Perché lei è innamorata di te, chissà cosa vede in te, e io invece so quello che sei. Sei niente. Un uomo da niente. E io non ti amo più. Non ti voglio più nemmeno un po' di bene. Non sei più per me un marito, e non sei nemmeno un amico o un fratello. Niente. E io non vo­glio bene a nessuno. Non sono disposta a proteggere e consolare nessuno. Voglio star qui, sola, in questa casa, con la porta chiusa, e morire così. Hai capito?

cesare    Potresti risparmiarmi i tuoi insulti, Flaminia? Te l'ho detto che sono molto stanco. Non potresti scegliere un momento migliore? Credi che non mi renda conto che mi stai facendo una volgarissima scenata di gelosia?

flaminia Un uomo da niente. Freddo. Cinico. Limitato. Forse anche molto stupido. Io era tanto tempo che lo pensavo. Ma lo pensavo in un modo confuso. Ora lo pen­so in un modo chiaro, folgorante. Non ti amo più, da un bel numero di anni, ma ora ti detesto e ti disprezzo, tan­to che mi è quasi impossibile sopportare la tua presenza.

cesare    Vuoi che ci separiamo?

flaminia Sì.

cesare    Flaminia. Sei molto stanca. Siamo tutt'e due mol­to stanchi. Abbiamo i nervi a pezzi. Quella maledetta ra­gazzina. Si riuscisse almeno a sapere dove s'è cacciata.

tosca      (entrando) Signora! mi ha telefonato adesso mia figlia! Lo sa che quella ragazza è andata da lei, da mia figlia, a farsi fare la messa in piega? Io le avevo dato un buono di sconto. In piazza Quadrata. Mia figlia lavora dal parrucchiere Pino, in piazza Quadrata. È Camilla. Mia figlia è Camilla. Così quella ragazza, quella signora, scappata dalle suore se n'è andata subito in piazza Qua­drata, a farsi fare i capelli. Dice mia figlia che ne aveva molto bisogno. Le ha fatto una testa carina. Era uscita un momento fa. I giovani! I giovani hanno tante idee! Quando non sanno più cosa fare, se ne vanno dal parruc­chiere. Un modo per passare il tempo.

letizia    (entrando)    Cos'è successo?

tosca      Da mia figlia! È andata da mia figlia! dal parruc­chiere Pino, dove è mia figlia! era uscita adesso! Dice mia figlia che aveva sempre la sua valigia, però le hanno regalato una corda nuova, perché quella era tutta marcia. È tanto brava, mia figlia. Pettina tanto bene. Se voglio­no, gli do anche a loro un buono di sconto. Ecco qui. Li tengo sempre in tasca.

letizia    Sì, e prima è stata anche dalla sua amica Marcella, che è commessa allo Standa. M'aveva dato nome e co­gnome dì questa Marcella, stamattina in macchina, per­ché voleva che andassi a dirle di venirla a trovare dalle monache. Cosi io adesso, poco fa, ho telefonato allo Standa, e ho chiesto che chiamassero la Marcella. Mi ha detto che Barbara era stata lì neanche un'ora fa, sempre con la valigia, e si era comperata un paio di calze. Poi se n'è riandata via. Da Roccapriora è venuta a Roma in die­ci minuti. Ha fatto l'autostop.

cesare    Non ve l'avevo detto che per quella ragazza non c'è ragione di stare in pensiero? È una ragazza piena di risorse. Matta com'è, pure non perde mai di vista la so­stanza delle cose. Nelle sue mattane, conserva sempre un fondo di sano buon senso.

letizia    E dopo che è uscita dal parrucchiere, dove è an­data?

tosca       E chi sa?

letizia    Be', ma quando uno si compra le calze, fa l'autostop, va dal parrucchiere; vuol dire che tanto disperato non è.

cesare            Appunto. Quello che dicevo io.

flaminia Avete un'idea strana della disperazione voial­tri. Quando uno è disperato, magari non fa mica delle cose tanto diverse dal solito. Magari fa quello che ha fat­to tutta la vita.

tosca      Con quei calzoni! con quella valigia! E adesso do­ve sarà?

letizia    Ho mangiato molto bene, Tosca. Era buonissi­ma, la sua pizzaiola.

tosca      Le è piaciuta? sono proprio contenta. Io faccio del mio meglio. Però loro non mi dicono niente, io non lo so se sono contenti dì me.

flaminia Cosa importa se siamo contenti, visto che lei mi ha dato i quindici giorni, e va via?

cesare    Va via?

tosca      Eh, sì. Vado via. Non mi trovo. Non posso farci niente. Non mi trovo.

cesare    Non si trova?

tosca      Non mi trovo. Io qui non mi trovo. C'è troppo si­lenzio. C'è intorno troppa campagna. Mi affaccio alla fi­nestra, e non si vede mai una persona. Cè solo alberi. Alberi, neve, nuvole, ancora alberi. Allora il tempo, ha capito, non passa mai. Pulisco la cucina, lavo i vetri, lu­cido l'argenteria, faccio tutte le cose che si devono fare. Però il tempo, ha capito, il tempo non passa.

cesare    Sì, ma adesso vada in cucina, Tosca. Vada, vada, vada a pulite l'argenteria.

tosca      Vado in cucina, cosa vado a fare in cucina? se l'ho già pulita l'argenteria. (Via).

letizia    Con quei calzoni! con quei capelli! con quella valigia! chissà dove sarà?

flaminia E dove vado? io non so dove andare.

cesare    Tu sei stanca, Flaminia. Sei stanca di nervi. E anch'io sono molto stanco. Potremmo prenderci un po' di riposo. Fare una crociera. Sai, quando uno vuole veramente riposarsi, fa una crociera. È una cosa che giova alla salute. Si torna indietro freschi, disintossicati.

letizia    Non sarebbe forse una cattiva idea. E se venissi anch'io?

cesare    Potremmo partire anche subito, fra qualche giorno. Potremmo chiudere casa. Tanto questa nuova donna di servizio che abbiamo, dice che non vuole restare. Chiudiamo casa. Lascio tutti i miei affari in mano al mio sostituto. Ce ne stiamo via qualche mese. Cosa ne dici, Flaminia? dove ti piacerebbe andare?

flaminia E dove vado? io non so dove andare.

cesare    Flaminia! non farmi perdere la pazienza! rispon­dimi! Ti ho chiesto una cosa! Sembra che dai i numeri!

flaminia Ho risposto.

cesare    Accidenti a quella ragazza! Accidenti, accidenti a lei!

letizia    Se soltanto sapessimo dov'è andata a finire! Sarà tornata a casa sua, dal marito?

cesare    Ma certo che è tornata a casa sua. Ci scommette­rei la testa.

letizia    E se il marito l'ammazza? Se domani apriamo il giornale, e leggiamo che l'ha ammazzata?

cesare    Ma no, no. Vi prego. Non facciamo fantasie. Tor­niamo alla realtà. Voi non l'avete visto il marito, io l'ho visto. È un cucciolo. Uno di quei cuccioli col pelo umido. Non farebbe male a una mosca. Avete fatto anche trop­po per quella ragazza, vi ringrazio, vi sono grato. È stato un episodio spiacevole. Mi rincresce. Avrei voluto ri­sparmiarvi la visione dei miei errori, delle mie debolez­ze. Ma è andata così. Pazienza. Ora però cerchiamo di tornare in noi. Parliamoci da adulti. Parliamo d'altro. Parliamo della nostra crociera. Ho voglia di sole, di ma­re, di aria limpida.

letizia    Ma sì. Lo dico anch'io che abbiamo fatto tutto il possibile. Flaminia le ha parlato a lungo, con molta bon­tà. Le ha detto delle cose ragionevoli. Le ha dato dei sol­di. Cos'altro si poteva fare?

cesare    Ah, sì, le hai dato dei soldi, Flaminia? quanto le hai dato?

flaminia Non mi ricordo più.

cesare    Sapete cosa fa a quest'ora? Gira la città da un caffè all'altro, mangiando gelati. La sua passione sono i gelati di fragola, con la panna. È capace di mangiarne dieci in un solo pomeriggio. Non le fa male. Ha lo stoma­co d'un rinoceronte.

letizia    È una bambina.

flaminia Da niente. Un uomo da niente. Come ho fatto a vivere con lui tanti anni? Ma come ho fatto, come ho fatto, Dio!

cesare    Ma cosa stai dicendo, Flaminia? dai i numeri?

letizia    È un po' scossa. Sono anch'io un po' scossa. Vie­ni, Flaminia. Facciamo un passeggiatina. Vedi, non nevi­ca più. Mettiti la pelliccia e le soprascarpe.

flaminia E dove vado? se non so dove andare.

letizia    È scossa. È un po' scossa. Sai, le ha fatto impres­sione quella ragazzina. E anche a me, I giovani, oggi, non sanno che strada prendere. Si sposano, come mangiare un gelato. Fanno bambini. Cascano in mano al primo fa­rabutto che passa. No, scusa, Cesare, non dicevo di te.

cesare    Ma sì, insultatemi. Insultatemi pure. Non mi of­fendono, i vostri insulti. Non mi fanno né caldo né fred­do. Ho deciso di prenderla con buonumore. Andiamo. Esco anch'io con voi.

flaminia Io non esco. Non ho voglia di uscire.

letizia    Flaminia. Cara Flaminia. Poverina. Non ti avvi­lire così. Guarda che faccia che hai, E sei tutta fredda, un pezzo di ghiaccio. Ma se non è successo niente. E tut­to come è stato sempre. In questa nostra vita, è molto raro che succeda qualcosa di nuovo.

flaminia        Sì. È rarissimo. E anche quando succede qual­cosa di nuovo, la vita non cambia. Rimane com'è. Schi­fosa.

letizia    Dio mio, purché non si sia buttata nel Tevere, quella ragazza!

cesare    Ma no, no. Non avete capito niente. Girerà la città mangiando gelati. Fragola e panna. Ho speso un pa­trimonio in gelati di fragola e panna, con lei. Non si ha idea di quanti gelati può mangiare in un solo pomerig­gio, anche in pieno inverno. Non se ne ha l'idea. Ma no che non s'è buttata nel Tevere. Ma neanche a sognarselo. Voi non avete capito niente, non è mica una tragedia questa, è una barzelletta. La vita è molto avara di trage­die, e ci regala invece una fioritura di barzellette. E poi sapete cosa vi dico? Se per caso si è buttata nel Tevere, basta, sono stufo, non voglio più sentirla nominare. Si è buttata nel Tevere? Pazienza.

Ottobre 1966.

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