Giuditta

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GIUDITTA

di Carlo Terron

TRAGEDIA IN TRE ATTI

A Diana Torrieri

PERSONAGGI:

GIUDITTA

ETTORE

ARDEN

IL GENERALE

DUE SOLDATI

NEMICI

In una vecchia villa della pianura, occupata dagli invasori, durante l’autunno del 1944.  

ATTO PRIMO

 Un salotto ricco ed ordinato, intimo e di gusto pur nel carico delle antiquate tappezzerie e del vecchio mobilio. Da molti anni nessuno ha toccato nulla. Lo hanno lasciato chiuso e disabitato dopo la scomparsa di chi ne aveva fatto il rifugio delle proprie ore segrete. È al primo piano della villa, e dal balcone si vede – ma più che vedere si sente – il giardino infracidito dalla pioggia. Un uomo è salito sul balcone e sta aiutando un altro uomo che lo segue aggrappandosi ai rampicanti. Sono Ettore e Arden. Appariscono affaticati e coi vestiti in disordine. Avanzano cauti. Ettore procede con la rivoltella in pugno e conduce per mano Arden. Appena si accorge che nella stanza non c’è nessuno depone l’arma. Arden si butta in una poltrona e si sostiene un braccio dolorante. Arden Paura. Sono là, e ho paura. Ho paura anche vicino a te. È la prima volta che mi accade di aver paura vicino a te. (Ettore non risponde. Accende una sigaretta e si mette a camminare su e giù. Arden prosegue in una sorta di angoscioso piacere di lasciar corso ai propri nervi) E’ dappertutto. Scivola lungo i muri, filtra attraverso le serrature, striscia sotto i tappeti, è appiattata dietro alle tende. E cresce. Come allora, la paura da bambino. Come da bambino, dietro a quella porta c’è il nemico. Una vecchia conoscenza. E il corpo si spalanca alla paura come al piacere. Un cominciare ad essere ubriachi: la stessa cosa. Proprio come quando venivo qui, nel salotto della mamma, a rifugiarmi da lei per la paura dell’altro. (Ridacchiando) Devo dire l’altro. Faccio sempre una terribile fatica a dire: mio padre. (Ettore continua a tacere. Guarda l’orologio) Non avere l’amore impaziente. Verrà. Soltanto, verrà al momento giusto. Giuditta è puntuale e definitiva come l’altro, come “suo” padre. Essi sapevano sempre ciò che si deve fare. Giuditta e il giudice Numa erano quelli del peso giusto. I problematici eravamo io e la mamma: i disponibili diceva Giuditta. E i provvisori, aggiungo io e i favolosi… e gli spalancati. Su questa poltrona allora sedeva la mamma. Ricamava, dalla mattina alla sera, ricamava. Cristallizzata nei suoi pizzi. Ed io davanti a lei, accucciato, col capo sulle sue ginocchia. Io e la mamma avevamo un segreto. Essa aveva ricamato – per me, non per Giuditta – un vestitino bianco: sottana e camicetta, un vestito da bimba. Talvolta me lo faceva indossare e stavamo qui, chiusi, io e lei, come due colpevoli. Felici. Giornate intere. La mamma e la sua bambina. Io so che la mamma avrebbe voluto che io fossi una bambina. Ero invaso dalla gioia di aver paura per poterle offrire, come un dono, il mio odio contro di lui. (Sogghignando) E perché non dovremmo essere una famiglia di pazzi, noi? Il diritto di essere pazzi, capisci? Questo, Ettore. Il diritto di disporre della propria eredità, voglio dire. No, tu non lo capisci. Tu appartieni a un’altra categoria ancora: quella dei risoluti che non vogliono dubitare e che debbono agire. Il padre di lui, mio nonno, giudice anch’esso – tutti giudici in famiglia – si suicidò. Ma tu non capirai mai perché. Si suicidò perché un assassino, dimostrato e confesso, un momento prima che sua eccellenza gli potesse leggere la sentenza di morte, s’era sparato in bocca. “Signori entra la corte” e quello: paf. Crepato, lì davanti. Era uno spalancato anche quell’assassino. Non era stato al gioco. Il vecchio si sentì responsabile del suo suicidio, o qualche cosa del genere. Venne a casa, cenò come tutte le altre sere, poi andò nel suo studio e si bruciò le cervella. Eppure la sentenza era di morte, e aveva faticato una settimana per fargliela appioppare. Ma si sentì responsabile. La giustizia non l’aveva potuta pronunciare, capisci? Se lo avessero fucilato i carabinieri, la mattina dopo, allora tutto regolare. Una questione di orari. La giustizia aveva perso la coincidenza. Anche lui il peso giusto. (E scioglie i suoi perversi pensieri dentro un riso silenzioso).

ETTORE                - (con autorità, ma dolce) Hai la febbre, Arden.

ARDEN                 - (cattivo) Non ho la febbre, ho paura e voglio che si rispetti la mia paura. Un diritto, la paura. (Guardandosi intorno, porta a porta, cosa a cosa) Allora, dietro a quella porta, al termine del corridoio, stava il giudice Numa, ora ci stanno loro. È la stessa cosa ti dico: sempre la stanza del nemico. Due mondi. Il suo e quello della mamma. Dietro alla sua enorme scrivania, il giudice Numa cercava il peso giusto e davanti al suo piccolo telaio la mamma ricamava. Tu hai sentito parlare della famosa coperta. È la leggenda della villa. La mamma passò la vita a tessere la prodigiosa coperta di trine. Tutta inventata, punto per punto. Il giorno che la coperta fu terminata, la vita della mamma non ebbe più scopo. E morì. Lei sapeva che sarebbe accaduto e forse calcolò con troppa impazienza il tempo. Dopo, il giudice Numa ebbe un pensiero degno di lui. Fu preso dalla frenesia di far stimare la coperta. Gli risposero che essa aveva un valore inestimabile. Dipendeva…; tanto, ad ogni modo, che nessuno avrebbe potuto comperarla, di questo erano sicuri. Un valore di affezione. Proprio così. Quella parola dette maledettamente fastidio al giudice. Non si trovava il peso giusto. Un duro colpo per il signor presidente della suprema corte. Sono sicuro che era diventata la sua ossessione. E la coperta finì in fondo a una cassa. Una magia. È stata la vendetta della mamma. Il suo modo di dargli torto. La vita trasferita in pizzi, capisci? Fors’anche un modo di suicidarsi. Chissà… (Pausa) S’era accaparrato per sé tutta la giustizia. Era un uomo così mostruosamente giusto che imponeva necessariamente, intorno a sé, l’ipocrisia. Scrisse venticinque volumi. Per tutto la sua misura. Tanto fatto, e tanto meritato. Ogni pagina una sentenza. Venticinque volumi e Giuditta. Qua io e la mamma e là il giudice e Giuditta e i libri della giustizia. In fondo non c’erano quattro persone in casa: ce n’erano due sole. O, forse, c’erano due coppie di complici. E di nemici. Una coperta di pizzi contro una biblioteca di leggi. (Ettore - si è alzato, si è seduto, si è avvicinato alla porta. E torna a guardare l’orologio) Non è ancora ora. Abbiamo anticipato noi. Le hai fatto sapere alle sei, nel vecchio salotto? E, alle sei, Giuditta sarà qui. (Ridacchia) Né prima, né dopo.

ETTORE                - Fa male la ferita?

ARDEN                 - Brucia. Appena uno striscio sulla pelle ma brucia peggio di una pallottola. È un male da donna. Tu non l’avvertiresti nemmeno e io me la sento gridare per tutto il corpo. E credo che non mi dispiaccia nemmeno.

ETTORE                - Chi ha sparato doveva essere dietro il muro.

ARDEN                 - La sua guardia del corpo. Sta qui come un viceré.

ETTORE                - Sarà stata una pattuglia.

ARDEN                 - No. Hanno sparato un unico colpo e non sono usciti. Era uno solo. E uno solo ha paura… Anche se è uno dei loro.

ETTORE                - Purché non scoprano delle tracce di sangue sul terreno.

ARDEN                 - Non ho perso sangue. È una semplice scalfittura, ti dico.

ETTORE                - (vedendolo comprimersi il braccio) Giuditta penserà a fasciarti.

ARDEN                 - Non ha che Giuditta per la testa. (Ora si è alzato e malignamente) Dimmi un po’, Ettore: faresti l’eroe se non ci fosse Giuditta? (Ora aggressivo) E’ bestiale essere venuti qui. Credi di fare il patriota e non fai che una dichiarazione d’amore. Siamo tutti eguali. Hai la tua insidia dentro anche tu, come tutti. Il pavone si è cacciato nella tana dei lupi perché non sa rinunciare a fare la ruota davanti alla femmina. (In un isterico convulso di riso) Conosco il nome del tuo coraggio. (Ettore non dice una parola e, forse soltanto per troncare quella crisi di nervi, gli dà uno schiaffo. Arden si rimette a sedere. Mutato e a voce bassa) Grazie, Ettore. Anche questo è qualcosa. Io mi so accontentare. (Tacciono un po’. Ettore è sempre in piedi, preoccupato ed attento) Eccola. Viene lungo il corridoio. Tu non la senti, ma io percepisco anche i respiri di questa casa. Dopo un attimo si apre silenziosamente la porta e compare Giuditta.

ETTORE                - Arden è ferito.

ARDEN                 - Non è vero, una sciocchezza.

GIUDITTA           - (correndo verso il fratello) Arden. (Lo abbraccia e lo bacia) Caro Arden.

ARDEN                 - (vagamente piagnucoloso) Ancora, accarezzami ancora.

GIUDITTA           - Un bambino.

ARDEN                 - A te piace rifare la mamma. E a me piace farmi accarezzare. Ma non sai accarezzare come lei. (Mentre la sorella gli denuda il braccio e glielo fascia con un fazzoletto) Sulla mia fronte c’è un bacio di Giuditta. Vieni a prendertelo, Ettore. La mia pelle è ancora calda delle sue labbra. Non perdere l’occasione.

                                 (Si alza e, senza togliergli di dosso uno sguardo ostentatamente ironico, esce lentamente per la porta dalla quale è venuta la sorella. Dritta e sicura, Giuditta va incontro ad Ettore stendendogli le mani. Leggermente intimorito Ettore gliele afferra e poi, di slancio, la trae a sé e l’abbraccia. La donna ha un momento, appena percettibile, di resistenza, poi si abbandona e lo bacia, per la prima, sulla bocca, per un deliberato atto di volontà. Dopo un poco, nuovamente ritraendosi).

GIUDITTA           - No, no, non per questo, non per questo.

ETTORE                - Anche per questo, Giuditta. Si combatte anche per questo. Tanti uomini non si sarebbero messi fuori legge se non difendessero la scelta e il diritto di una donna, di una casa, di un letto. Molti gettano la vita per questo soltanto. E forse proprio essi sono i migliori. In fondo, tutta la libertà è contenuta lì, in quelle tre parole. Per non cedere, forse esse sole sono più che sufficienti. Con esse l’uomo sa sempre ciò che deve fare.

GIUDITTA           - Non so, non so più. Ma penso che nulla conti ormai, né le cose, né le persone e nemmeno me stessa. Da tre settimane vivo in un mondo di assoluti rovesciati. È come se qualche cosa, fuori di noi e fuori di tutti, al disopra di tutti, anche di loro, anche di quelli là, sia stata spezzata. Recise le radici della legge umana. Essere stati colpiti singolarmente conterebbe molto meno. Non darebbe questa funesta angoscia di torcersi al fondo di un’umiliazione e di un’onta moltiplicate per l’umiliazione e per l’onta di tutti. Non è nemmeno un’offesa, è un vuoto. Un vuoto, ecco.

ETTORE                - (improvvisamente cauto) Diffida delle parole, Giuditta. Le parole portano alle complicazioni, mentre tutto è così semplice. Il compito di ognuno è di agire come se avesse un fatto personale con tutti loro.

GIUDITTA           - No. Ettore, non così. Solo a patto di non agire per se stessi si ha il diritto di agire. Solo a questo patto, tutto è lecito. Guai se non fosse così.

ETTORE                - Ma allora perché rimanere, perché ingabbiarti qui?

GIUDITTA           - Fuggire no. Anche fuggire sarebbe stata una maniera di farsi loro alleati.

ETTORE                - Ed io, e Arden, e gli altri? Alleati, forse?

GIUDITTA           - Dico per me, Ettore. Quando sono venuti ad occupare la villa per metterci il comando, e il loro capo si è insediato là dove un altro stette per trent’anni, la vita intera, a cercare ciò che è giusto; e di questa casa del dovere essi hanno fatto lo stato maggiore del loro arbitrio, ho sentito che non avrei mai potuto andarmene.

ETTORE                - Tu sola in tutto il villaggio.

GIUDITTA           - Anche questo era, forse, necessario. Almeno uno. I contadini, le serve, i custodi, tutti fuggiti. Arrivarono press’a poco a quest’ora, ma quella sera non pioveva. C’era sereno ed era una sera secca e rossa, col villaggio che bruciava. Tramonto e fiamme d’incendio. Io ero rimasta per tutto il giorno nello studio del babbo, rifugiata nel vano della finestra (persa nel ricordo). Tutta un’infanzia di ore silenziose trascorsa lì, a vederlo lavorare, nell’attesa di incontrare i suoi occhi. Ogni tanto, egli alzava la testa, guardava verso di me e diceva: “Ditta, sorridi”. (Dura e fredda) Hanno preso il suo posto, capisci?

ETTORE                - Codesto non conta più, Giuditta. È venuto il tempo che tutto codesto non conta più.

GIUDITTA           - (con fermezza) Solo questo conta!

ETTORE                - (risentito, quasi con collera)

ARDEN                 - sua madre, tu tuo padre. E la casa del dovere e la finestra dei ricordi e la coperta e Ditta sorridi… Ogni gancio è buono per rimanere impiccati al vostro passato. È necessario saper edificare il proprio tempo da se stessi, Giuditta.

GIUDITTA           - E’ un’altra cosa, Ettore. Padroni, capisci? ma con quale diritto padroni? Tu non li hai visti. Tu li combatti soltanto. Niente può esistere fuori dalla loro volontà. Collocarono i loro cannoni, entrarono, contarono e misurarono tutte le stanze. Quella sera non si accorsero nemmeno di me. La mattina uno mi vede e dice: entro un’ora, via! Risposi: no. Mi sarei lasciata fucilare piuttosto di andarmene. Devono averlo riferito a lui ed egli deve avermi giudicata così trascurabile che nessuno si curò più di me. Capisci fino a che punto essi sanno offendere? Inesistenti. Mi ridussi in quelle tre camere, l’appartamento delle serve, e restai. Anche così, restai. Essere e giudicare, dentro, con loro, ma non abbandonare la casa di mio padre. Era l’unica protesta possibile.

ETTORE                - E a me non hai pensato?

GIUDITTA           - Ho pensato anche a te.

ETTORE                - (amaro) “Anche…”. Saperti qui, sola, in mezzo a loro… e bella, così bella. Sei tu che non li conosci, Giuditta.

GIUDITTA           - Ecco l’ultimo pensiero che mi sarebbe potuto venire. L’offesa è ben più oltre, Ettore. (Sarcastica. Il tono di Arden) Nemmeno questo. Forse, per loro non valiamo nemmeno questo. Il loro disprezzo è la nostra garanzia.

ETTORE                - Come Arden, anche tu come Arden. Ciechi alla realtà. Li inventate, ognuno a proprio modo. Ne fate un problema vostro personale.

GIUDITTA           - Sei tu a ridurre tutto a un problema personale.

ETTORE                - Ebbene, sì. Ho, anch’io, la mia paura. La paura di te, qui, al centro del loro desiderio.

GIUDITTA           - (con ironica crudeltà) Hai rischiato la vita, hai compromesso gli altri, per venirti ad assicurare di ciò? Puoi tornartene tranquillo. Se per te tutto si riduce a una questione di egoismo maschile, puoi tornartene tranquillo. Sono qui, viva davanti a te. Significa che nulla è accaduto. Conservo un’eredità di mio padre che nessuno può togliermi: “sapere che, in ogni luogo, in ogni momento, uno può dire basta alla propria vita”. (Con lento sarcasmo) Questa è l’estrema libertà che mi resta, e su essa puoi sempre contare.

ETTORE                - (intenso e doloroso) Lo so. Non c’è alternativa. Ti conosco. Ed ecco la mia paura. Perderti. E perderti del tutto.

GIUDITTA           - non risponde. Un lungo silenzio. Poi riavvicinandosi e stendendogli le mani come prima.

GIUDITTA           - Perdonami, Ettore. Quando i nervi non reggono più si diventa ingiusti. Il giovane, commosso, le prende una mano e tenta di attrarla a sé.

GIUDITTA           - (facendo l’atto di ritirarsi) Non così…

ETTORE                - Così.

GIUDITTA           - Qui no, Ettore.

ETTORE                - (cupo) Come un muro tra noi. Fin dal principio. Quasi una vergogna. E una colpa.

GIUDITTA           - (subito) No, no. Taci. Perché? Non deve essere una vergogna. Colpa. Perché? Ora lei stessa gli si stringe al petto,

ETTORE                - la serra tra le braccia. Un bacio lungo e teso sulla bocca contro il quale mirano esatte le parole beffarde di

ARDEN                 - apparso sull’uscio.

ARDEN                 - “Ditta, sorridi!” (Coll’impetuosità di una colpevole colta in fallo, Giuditta si strappa dalla bocca e dalle braccia di Ettore) Che penserebbe papà vedendoti far questo, Giuditta? (Mutando tono nel passare davanti ad Ettore, come una provocazione scherzosa) Complesso paterno, Ettore: uno dei mostri sotterranei della nostra famiglia. Un’altra cosa che tu non puoi comprendere. In qualche cosa, almeno, il giudice Numa è dalla mia parte.

ETTORE                - (in un impeto di collera lo afferra per le spalle) Bada, Arden!

ARDEN                 - Ma

GIUDITTA           - tace.

ETTORE                - Che c’entri, tu, perdio?!

ARDEN                 - Ma

GIUDITTA           - tace.

GIUDITTA           - (calma) Lascialo, Ettore.

ARDEN                 - E grazie anche a Giuditta. Ecco la tua parte. Protettivamente materna coll’orfanello discolo. (Ambiguo) Oh,

GIUDITTA           - ha ben saputo prendere il posto della povera mamma. (Tutt’altro) Che c’entro io, hai detto. Ecco una domanda di buon senso. Ma è di buon senso fare una domanda di buon senso alla famiglia Numa? Che ci dovrei entrare io? Giusto. E tuttavia c’entro. Dramma. Sporco, ma dramma anche codesto. Il mio. Non tutti possono avere un dramma ardente come il tuo e… limpido come quello di Giuditta. La casa dei Numa è piena di insidiose tarlature, Ettore.

GIUDITTA           - Sei ubriaco, Arden.

ARDEN                 - Forse sì, sono ubriaco. Ma tu non dovevi lasciare l’armadio dei veleni aperto e le fiale di morfina della povera mamma a portata di mano. (Occhiate immediate di Ettore all’uscio e a Giuditta) Capisco: “La libertà di dire basta alla propria vita”. Bè, ritengo che, per garantire la libertà, ne sia rimasta a sufficienza. A me ne è bastata una fiala. Cura. Per farmi passare la paura. (Si mette a sedere. Un lungo silenzio)

GIUDITTA           - Siete stati visti arrivare?

ETTORE                - Solo l’uomo che sparò su Arden. All’angolo del muro di cinta. Abbiamo finto di scappare attraverso il granoturco. Devono averci giudicati ladri di pannocchie.

ARDEN                 - Tata non ha abbaiato e non ci è corsa incontro. Sembra che abbia capito. O sarà stata la paura anche per lei.

GIUDITTA           - L’oro e il denaro sono pronti. Nel fienile stanno nascosti anche quattro fucili dei custodi. Fucili da caccia.

ETTORE                - Non ci saremmo arrischiati fin qui per questo soltanto.

GIUDITTA           - Per questo soltanto era da arrischiarsi.

ETTORE                - Va bene. Ma vogliamo qualcos’altro da te.

GIUDITTA           - Da me?

ARDEN                 - Ebbene, Ettore, ha pensato di offrire anche a te una piccola parte da eroina.

ETTORE                - Ci servono informazioni.

GIUDITTA           - Su loro? E come?

ARDEN                 - E su lui.

ETTORE                - Qui hanno una trasmittente e un cifrario. Tutti i loro movimenti nel nord vengono decisi qui. Stiamo preparando qualche cosa e dobbiamo prenderne più che è possibile.

GIUDITTA           - Non ho scambiato, mai, una parola con nessuno di loro. E lui non l’ho nemmeno mai visto.

ARDEN                 - Non conosci neanche la sua faccia?

GIUDITTA           - No, per fortuna. Né lo desidero. In questi giorni c’è stato gran movimento. Un continuo andare e venire di automobili e di generali. È stato assente quattro volte. Per breve tempo le prime tre e per quattro giorno l’ultima.

ARDEN                 - (subito) E tu come lo sai?

GIUDITTA           - Quando è assente ammainano la bandiera sulla torretta.

ETTORE                - Tutto questo si conosce. Fu al suo paese per un rapporto.

GIUDITTA           - Non so quali altre informazioni potrei darvi.

ETTORE                - E’ necessario che tu nasconda qui uno dei nostri. Basterà qualche giorno.

GIUDITTA           - (Dopo breve riflessione. Semplicemente) Sta bene.

ETTORE                - Può rimanere Arden. Se dovesse succedere un guaio, trovar qui tuo fratello sarà meno pericoloso per tutti. Io me ne andrò appena buio e raggiungerò gli altri.

GIUDITTA           - Dove siete?

ETTORE                - Preferisco che tu non lo sappia. Scusa,

GIUDITTA, ciò che si ignora non si confessa. Del resto non lo saprà nemmeno

ARDEN                 - perché stanotte ci sarà uno spostamento.

ARDEN                 - sarà avvertito quando e dove incontrarsi con uno di noi.

GIUDITTA           - Non mi giudicate abbastanza degna della vostra fiducia?

ETTORE                - Non è questo.

GIUDITTA           - Credi che, all’occasione, non saprei tacere?

ETTORE                - No, Giuditta. Non lo sapresti.

ARDEN                 - Nessuno lo saprebbe. Non puoi immaginare le somme dei tormenti che essi sono capaci di scovare dentro alla tua carne. Gli basta un pezzo della tua pelle grande meno di un francobollo… E nessuno riesce più a tacere. Nemmeno loro riescono.

ETTORE                - lo sa.

GIUDITTA           - Perché dici,

ETTORE                - lo sa? Perché?

ARDEN                 - Beh…, anche noi, ogni tanto, abbiamo bisogno di avere notizie da qualcuno di loro. E quando se ne occupa Ettore, riesce sempre ad ottenerle.

GIUDITTA           - (pallida, contratta) Ettore?... fino a questo punto è necessario, Ettore?!

ETTORE                - (amaro ma esplicito) Il nostro non è un lavoro piacevole, Giuditta.

ARDEN                 - (che dal suo posto può vedere la porta) Ettore! (Rivoltella in pugno, sono comparsi due soldati nemici. Uno va verso

ETTORE                - e l’altro verso

ARDEN                  - i quali alzano le braccia) Era da immaginarselo.

ETTORE                - (intensissimo) Non mi conosci, Giuditta. Ricordati, non ci conosci! Subitanea e nell’apparenza della calma e della sicurezza,

GIUDITTA           - si dirige all’uscio che separa le sue stanze da quella degli occupanti. Ne impugna la maniglia e tenta di aprirla. L’uscio resiste e allora vi batte sopra col pugno, ripetutamente. Frattanto,

ETTORE                - ed

ARDEN                 - sono stati riuniti e spinti contro una parete. Uno dei soldati basta a sorvegliarli e l’altro si mette a fianco di

GIUDITTA           - e la minaccia coll’arma.

ARDEN                 - Pazza, Giuditta!

ETTORE                - Che fai, perdio? Prima che i soldati abbiano avuto il tempo di trascinar fuori i tre prigionieri, l’uscio si apre e sulla soglia appare il generale. Nella camera si è fatto buio. La sagoma dell’apparso risalta contro la viva luce del corridoio illuminato alle sue spalle.

GIUDITTA           - lo fissa e, come avvertita da un inconsapevole istinto, arretra di qualche passo. Una lunghissima pausa, spezzata dallo strillo isterico di Arden.

ARDEN                 - Che trappola! È lui! (E di seguito, smarrito, quasi balbettando) Come allora. È lui.

ETTORE                - Taci. Sei allucinato.

ARDEN                 - E’ lui.

GIUDITTA           - lo sente. Il babbo. Che trappola, Giuditta.

GIUDITTA           - (quasi impercettibile) Luce… luce… Il nuovo arrivato allunga il braccio verso la cornice dell’uscio e fa scattare l’interruttore. La camera si illumina.

IL GENERALE    - A quel che pare, questi signori hanno paura del buio. (Avanza nella camera. Non parendo, mentre parla, va osservando cose e persone con curiosità accanita) Capisco che avrei dovuto scegliere un’occasione meno allarmante per presentarmi. Ma sono un soldato e non ho avuto troppo tempo per imparare le buone regole. E, del resto, ho avuto l’impressione di essere stato chiamato. Chiedo scusa alla mia ospite.

GIUDITTA           - (ora sicura e provocante) Penso che vorrete dire: a chi mi ospita.

IL GENERALE    - (sorpreso dalle parole e dal tono) Capisco… ed è giusto. Voglio essere ancora più preciso; a chi è stato costretto ad ospitarmi. Va bene così?

ARDEN                 - (tagliente) Forse nel codice di guerra di questi signori esiste un articolo che prescrive di accoglierli offrendo dei rinfreschi.

IL GENERALE    - Solitamente accade.

GIUDITTA           - Credo che esageriate, signore. È più facile creare degli schiavi che allevare di servi.

IL GENERALE    - (riflettendo) Ben detto. E voi preferite, s’intende…

GIUDITTA           - Schiavi.

IL GENERALE    - Schön. (Sorride) Ciò mi ricorda il vostro Plutarco. Ma è l’eccezione. Generalmente, in circostanze simili, si incontrano lagrime e preghiere. E menzogne.

GIUDITTA           - E disprezzo, mai?

IL GENERALE    - (stupito) Mai. No. Mai.

GIUDITTA           - Compiango il vostro mestiere.

IL GENERALE    - Mestiere? Mai sentito prima. Mestiere. Bah, forse mestiere. Dipende dalle parole.

ETTORE                - (tanto lui che Arden ancora tenuti a bada dai soldati) Il signore non si è certo disturbato per venire qui a conversare con noi. Costoro avranno ancora qualcosa da fare.

IL GENERALE    - lo guarda a lungo. Pausa tenuta.

IL GENERALE    - Siete l’esempio più cospicuo di fierezza che abbia incontrato nel vostro paese, signorina. Non è frequente.

GIUDITTA           - Sono spiacente per il mio paese.

ETTORE                - (secco) Finiamola. La signorina non c’entra. Essa ci conosce appena. Siamo venuti qui a sua insaputa.

GIUDITTA           - E’ falso. Li aspettavo. Fui io a chiamarli. Questa è casa mia come è casa loro. Si tratta di mio fratello. (Con sforzo visibile) E… del mio amante…

ETTORE                - No, non è vero. Mente.

IL GENERALE    - (fermandolo con un gesto) Perché contraddire la signorina?

GIUDITTA           - Il mio amante, ho detto.

IL GENERALE    - Appunto… (Lento, riguardandoli e seguendoli a dito) Questo vostro fratello. E questo… evidente. (Uno dei soldati gli si avvicina e gli porge la rivoltella abbandonata da Ettore) E questa?

GIUDITTA           - Mia.

IL GENERALE    - Vostra, già.

ETTORE                - Basta con questa commedia. Il soldato starebbe per parlare e dare spiegazioni.

IL GENERALE    - lo ferma con un gesto.

IL GENERALE    - Noi crediamo alla signorina. I signori possono andare e venire quando vogliono. E senza doversi servire del balcone. Sono in casa propria. Altro gesto verso i soldati. Essi salutano militarmente e si ritirano.

GIUDITTA           - (sconcertata) Che significa ciò?

ETTORE                - Probabilmente che è più comodo indirizzarci una pallottola nel cranio sotto un albero del giardino.

ARDEN                 - In un certo senso, è una questione di eleganza. Ciò consente al signore di far la figura del gentiluomo.

IL GENERALE    - stava per uscire. Ora si ferma e si volta. Sempre calmo. Ha ancora tra le mani la rivoltella di Ettore.

IL GENERALE    - Patrioti di professione. Immaginavo. (Scuotendo il capo) E’ ovunque la stessa cosa.

ETTORE                - Solo un po’ meno comoda.

IL GENERALE    - (quasi suo malgrado soffermandosi ancora) Eppure, noi non vorremmo essere qui come dei nemici.

ARDEN                 - Ecco il trabocchetto, costringervi ad esserlo.

IL GENERALE    - ((sereno) E’ una tattica dannosa. Per voi e per noi. E che stanca. Voi.

ETTORE                - Però, ovunque è la stessa cosa.

IL GENERALE    - (pensieroso) Già, è la stessa cosa.

ARDEN                 - Voi barate al gioco, signore.

IL GENERALE    - Mestiere, se volete. Forse ha detto giusto la signorina. (Allargando le braccia) A ognuno il proprio mestiere.

GIUDITTA           - E allora, voi fate il vostro.

IL GENERALE    - (avanza di qualche passo. Ed ora, perfino, con una punta di malinconia) Ma è proprio del mio mestiere, come voi dite, tentare di non allargare il solco che ci divide e cercare di persuadervi che il vostro interesse può coincidere col nostro. (Una risata di Giuditta).

ARDEN                 - (sogghignando) Interessante.

ETTORE                - La persuasione non fa presa e la generosità ci è di ingombro.

IL GENERALE    - Preferivate, per caso, essere messi al muro?

ETTORE                - (duro) Questo resta sempre molto probabile e, non potendolo evitare, caricarvi di un nuovo delitto, qui, ci avrebbe fatto comodo, ecco tutto. Lunga pausa.

IL GENERALE    - fa un passo verso l’uscio, poi si volta e stende a Giuditta, la quale ha ascoltato tesa e immobile, la rivoltella.

IL GENERALE    - Questa è vostra.

GIUDITTA           - (confusa) Me la restituite?

IL GENERALE    - Vi appartiene. (Giuditta prende l’arma. Egli le volta le spalle e lentamente si avvia) Del resto, noi facciamo ciò che facciamo per il nostro paese. E questo basta.

ETTORE                - (secco) Soltanto?

IL GENERALE    - (voltandosi) Come?

ETTORE                - Dico, soltanto? Soltanto per il vostro paese? E basta?

IL GENERALE    - Perché? Voi non fate ciò che fate per il vostro paese?

ETTORE                - Anche. Ma viene di molto più lontano. È più profondo. Viene dall’uomo. Basta che un uomo, anche uno solo, dica di no. Il vostro ordine, la vostra civiltà, la vostra forza, la vostra giustizia, tutte le cose vostre… e uno che dice di no. Basta soltanto questo. e sono milioni che dicono di no.

IL GENERALE    - Bisognerà cercare di avere dalla nostra la vittoria, ecco tutto.

ETTORE                - Ecco ciò che conta meno. Vincere nella partita non conta assolutamente nulla. Conta solo dire di no. E ci sarà sempre qualcuno che dirà di no. Voi fate la guerra per la guerra. Noi facciamo la guerra contro la guerra. Voi parlate di popoli, di razze, di patrie e di ordini nuovi. E noi parliamo di uomini e soltanto di uomini. Uomini che non vogliono la guerra.

IL GENERALE    - (come a se stesso) E’ ovunque la stessa cosa.

ETTORE                - L’uomo porta l’umanità intera dentro a se stesso. Egli non possiede altro che il suo titolo di uomo. In lui e con lui è questo titolo d’uomo che prevarrà. (Il Generale non risponde e si avvia in silenzio).

ARDEN                 - (il quale non ha fatto che fissare la rivoltella in mano a Giuditta. Come allucinato) Sei l’unica armata, Giuditta.

IL GENERALE    - Il ragazzo se ne è accorto prima degli altri.

GIUDITTA           - (smarrita) Che vuol dire ciò, che vuol dire?

IL GENERALE    - Che di noi quattro siete l’unica armata, nient’altro.

ARDEN                 - Sei l’unica armata, Giuditta.

GIUDITTA           - No, no. Non è mia. Prendila tu. Tu, Ettore. E gliela mette in mano.

IL GENERALE    - procede calmo verso la sua stanza. Sull’uscio, guardandoli e crollando la testa, lento ed amaro.

IL GENERALE    - A ognuno il proprio mestiere. Ma, evidentemente qualcuno bara. (E scompare. Dopo, una lunga pausa).

ETTORE                - (pensieroso) Ciò complicherà le cose.

ARDEN                 - Perché? Tu credi alla sua generosità?

ETTORE                - Lo sapremo anche troppo presto. (Va alla finestra, spia nel giardino. Rimane per qualche tempo immobile e assorto) Che giorno è oggi?

GIUDITTA           - Perché domandi questo, Ettore?

ETTORE                - Avrei preferito che non accadesse sotto la pioggia. È meno pulito…

GIUDITTA           - Che vuoi dire? No, no…

ETTORE                - Sciocchezze. (Viene avanti deciso) Abbiamo, tutti, i nervi fuori posto. Ho già fatto tardi.

ARDEN                 - Debbo venire con te?

ETTORE                - Può darsi che tu abbia qualche cosa da fare qui. Era già deciso, no? (Estrae il portafoglio, ne cava lacune carte e le porge a Giuditta) In ogni caso non devono trovarmi addosso queste carte. Se in giardino accadrà qualcosa, bruciale subito. Se mi vedrai uscire dal cancello, conservale. Verrò presto a prenderle col resto. In ogni caso, non leggerle. (Si è riavvicinato alla finestra) O avviene in giardino o non avviene niente.

GIUDITTA           - Non andare. Aspetta. Almeno fino a domani.

ETTORE                - Sarebbe lo stesso. E farlo stasera, può ancora giovare a molti altri.

GIUDITTA           - Ebbene, ti accompagno io dal portone al cancello. Percorrerai il viale al mio fianco.

ETTORE                - (reciso) Nemmeno questo muterebbe nulla. Se è stato deciso, non muterebbe nulla. E anche tu potrai essere utile qui. Sorveglia Arden. (Le stringe la mano e si avvia) Senza dover usare il balcone, ha detto. (E via, attraverso le camere di Giuditta. Arden        - e Giuditta - vanno subito a mettersi dietro ai vetri del balcone).

ARDEN                 - Spegni la luce. (Essa spegne e poi torna presso il fratello. Ora la stanza è quasi al buio) Dal portone al cancello sono, giusti, centocinque metri. Lì, da ragazzi, ti ricordi?... Quante volte. Coprivo i cento metri in sedici secondi. Dietro ai vetri, proprio qui, si metteva la mamma, a vedere… e, alla finestra di fianco, qualche volta, il babbo.

GIUDITTA           - Eccolo, è uscito.

ARDEN                 - …è già alla terza panchina… Ma perché si ferma? Perché si ferma?

GIUDITTA           - alza un braccio e lo fa oscillare dietro i vetri.

GIUDITTA           - S’è voltato a guardare in su.

ARDEN                 - C’è buio. Non ti ha visto. (A pause sempre più tese)… ancora dieci passi.

GIUDITTA           - E’ al cancello.

ARDEN                 - Lì ci sono le sentinelle… Lo fermano… No.

GIUDITTA           - E’ passato. (Si allontana dalla finestra. Viene avanti e si lascia cadere su una poltrona. Arden - rimane in piedi, nel fondo).

ARDEN                 - Non era lui che barava.

GIUDITTA           - (quasi a se stesso) E’ difficile uccidere.

ARDEN                 - Eri la sola armata e non hai potuto. Io sono un vigliacco, e lo so. Ma nemmeno

ETTORE                - ha potuto quando ebbe la rivoltella in mano.

GIUDITTA           - (assorta, seguendo un suo pensiero) Ecco, forse, è stato per questo.

ARDEN                 - Per questo, che?

GIUDITTA           - Per questo mi ha restituito con tanta noncuranza la rivoltella. Uccidere è difficile e lui lo sapeva… Ma allora… anche per loro è difficile… No, no… Perché lo ha fatto?

ARDEN                 - Immaginavi tutto diversamente, non è vero? (Leggero ma insinuante) Tu forse ti immaginavi di veder comparire un tetro Oloferne. (Dopo una pausa artificiosa, bene scandito)  … Giuditta.

GIUDITTA           - (a voce bassa. Un’interrogazione tesa) Arden?...

ARDEN                 - Così. Mi piace pronunciare il tuo nome. C’era tanto odio nella tua voce. Un’esagerazione di odio. Sembrava quasi che tu recitassi un poco davanti a lui. E, di conseguenza, allora, anche lui si è messo a recitare un poco davanti a te… Molte cose impreviste che conducono lontano cominciano così. Basta soltanto la tentazione, di investirsi di una parte. Forse, non altro che questo ha salvato la pelle ad Ettore. A proposito, che ragione c’era che tu ti proclamassi l’amante di Ettore? Eppure tu mentisci raramente. Si sarebbe detto che volessi… provocarlo. (Pausa. Fa qualche passo dietro di lei) A essere sincero, non è provocarlo che volevo dire. La parola che m’era venuta era un’altra. Stavo per dire: ingelosirlo.

GIUDITTA           - Che vuoi dire? Smettila, Arden.

ARDEN                 - “E questo è il mio amante”. A lui. Ti è costato uno sforzo enorme. Strano come assomiglia al babbo. Solo un po’ più giovane.

GIUDITTA           - Non assomiglia al babbo. Come potrebbe assomigliare al babbo, lui? Tu bestemmi, Arden.

ARDEN                 - Deve essere dipeso tutto dalla semioscurità e dalla paura. La mia.

GIUDITTA           - E dalla morfina. Non sai ciò che ti dici.

ARDEN                 - Credo proprio di avere un po’ di febbre.

GIUDITTA           - Ora ti medicherò e poi cercherai di riposare. (Una pausa più lunga delle altre).

ARDEN                 - Fu la mamma a volerti chiamare Giuditta. Mi ricordo bene. (Dal fondo, volgendole le spalle e, verso la fine, in mezzo alla camera, con gli occhi fissi sulla porta che li separa dal nemico) Acqua e fango in palude. Ha cessato di piovere. Domani il Po sarà in piena. Ora verranno i giorni della nebbia e, per tutto l’inverno, la pianura spopolata non sarà che un immobile lago di vapori dalle rive irraggiungibili. Tu qui, sola… è là, lui… La villa salpa per un viaggio imprevisto, su acque misteriose. Ci sarebbe del buon lavoro da fare.

GIUDITTA           - Taci, Arden, taci, taci…

ARDEN                 - Io so perché la mamma ti volle chiamare Giuditta. Forse la mamma non si rese conto perché ti volle dare questo nome, ma io credo di averlo capito. (Ora soltanto a se stesso) Non le riuscì. Allora, non le riuscì… E ora… In un certo senso, potrebbe essere la stessa cosa.

GIUDITTA           - Taci, no, taci…

ARDEN                 - Credo proprio che ci sarebbe del buon lavoro da fare.

ATTO SECONDO

Giorni dopo. La stessa stanza. Oltre i vetri, una spessa nebbia. Il caminetto è acceso. Ora Giuditta viene spesso e rimane a lungo in questa camera. Essa sta camminando pensierosa e preoccupata, con l’orecchio e l’occhio tesi, divisi tra i due usci di fronte: quello oltre il quale si immagina stia  Il Generale - e quello delle proprie stanze. La grande pendola che, durante il primo atto, era ferma e muta, misura il tempo con colpi armoniosi ma ben percettibili nel silenzio. Segna le nove. Di tanto in tanto, qualche fucilata attutita risuona in distanza e fa trasalire la donna. Allora essa va alla finestra, tenta di scrutare la nebbia e poi ricomincia a misurare la camera a passi eguali. Si ode bussare leggermente all’uscio.

GIUDITTA           - (dopo aver aperto) Entra. (E viene dentro Arden).

ARDEN                 - (guardandosi intorno) Ah, qui, ora.

GIUDITTA           - Ebbene?

ARDEN                 - E’ fatto. Stamattina presto.

GIUDITTA           - E’ stato alle quattro?

ARDEN                 - Press’a poco.

GIUDITTA           - Non mi ero sbagliata. S’è sentito fin qui.

ARDEN                 - Tre e cinquantatré per la storia. (Dopo essere rimasto un poco ad osservare, divagando) La vecchia pendola ha sempre anticipato. I soliti sette minuti. Ci son sempre stati sette minuti di differenza tra questa camera e il resto della casa.

GIUDITTA           - Sono rimasta tutta la notte in attesa.

ARDEN                 - Qui?

GIUDITTA           - Qui.

ARDEN                 - Alle quattro avresti potuto coricarti. Non sono cose che accadono a ripetizione. Hai sprecato cinque ore. Per chi hai sprecato queste cinque ore?

GIUDITTA           - Non divagare Arden, raccontami.

ARDEN                 - E’ fatto, ti ho detto. È stato alquanto duro.

GIUDITTA           - E poi?

ARDEN                 - E poi niente. Personalmente mi sono sentito male. Mi ha preso lo stomaco. Ho vomitato e mi hanno dato alcuni schiaffi per farmi riprendere i sensi, ecco tutto. Nervi.

GIUDITTA           - Ma Ettore?

ARDEN                 - Ecco la domanda. Avrebbe dovuto essere la prima. Volevo vedere quanto avresti impiegato prima di farla. Tre minuti. Troppi. Una inibizione di tre minuti e, infine, ti è costata ancora uno sforzo. Conosco. Il solito senso di colpa da superare.

GIUDITTA           - Sii buono, Arden.

ARDEN                 - Come lo preferisci? Eroe o sposo? Una memoria da venerare o una realtà da sopportare? L’altare o il letto matrimoniale? Rifletti bene prima di rispondere.

GIUDITTA           - Arden, ti pare il momento?...

ARDEN                 - Tutto considerato, la prima soluzione farebbe meglio al caso nostro. Dico nostro. Per i vivi e per i morti. Noi abbiamo anche i morti da tacitare.

GIUDITTA           - Basta, Arden. Ti prego: Ettore?

ARDEN                 - Sano e salvo. Nel suo genere è stato un ottimo lavoro. Sembra che

ETTORE                - abbia una specialità per queste faccende. Abbiamo avuto alleata la nebbia. Da parte nostra non si è perduto un uomo. Finora, non si è perduto un uomo.

GIUDITTA           - Che vuoi dire, finora?

ARDEN                 - Ora staremo a vedere come rispondono loro. Ma ho voglia di bere. (E fa per andare di là. Ma Giuditta - si è avvicinata ad un mobile, e, mentre sta aprendo con una chiave che s’è tolta di tasca).

GIUDITTA           - C’è tutto qui.

ARDEN                 - Ah! Anche questo, ora, qui. Pure, tu non bevi. (Si avvicina alla sorella e prende in mano una bottiglia).

GIUDITTA           - (subito e come spaventata) No, non quella.

ARDEN                 - (resta col braccio sospeso. È stupito. Si vota e fissa alternativamente la bottiglia e l’uscio dello studio di suo padre. Rimane pensieroso e infine senza dir niente la rimette al suo posto. Nel frattempo,

GIUDITTA            - gli ha versato da bere da un’altra bottiglia e gli offre il bicchiere).

GIUDITTA           - Sono della medesima qualità.

ARDEN                 - (a mezza voce) Appunto.

GIUDITTA           - (ancora a disagio) E’ stata aperta qualche tempo fa e…

ARDEN                 - Quella?

GIUDITTA           - Sì. E potrebbe essere…

ARDEN                 - Guasta? Già… I liquori si guastano facilmente… Hai lasciato aperto. (Giuditta - chiude il mobile e si rimette le chiavi in tasca) Dunque, ti sei trasferita qui. Non avevi più voluto servirti di questa camera, dopo la morte della mamma.

GIUDITTA           - E’ più decente. E meno fredda. (Come a cercare un diversivo) E tu, hai partecipato anche tu, Arden?

ARDEN                 - In un certo senso. Ma… come si dice? Io sono di coloro che sembrano più adatti a fare il palo.

GIUDITTA           - Dove si trova ora, Ettore?

ARDEN                 - Beh, si trova in un certo posto. Doveva frazionare il gruppo e far disperdere gli uomini per qualche giorno. Ha voluto che venissi subito a rassicurarti. Sai, dice, se è possibile, meglio che tu ti allontani subito dalla villa.

GIUDITTA           - Abbandonare la villa. Sempre la sua idea.

ARDEN                 - Ettore  pensa che potrebbe diventare pericoloso.

GIUDITTA           - Pericoloso? Perché pericoloso? Tutta la prudenza per me.

ARDEN                 - Il colpo è stato duro e non si sa quali provvedimenti pensino di prendere.

GIUDITTA           - (quasi a se stessa) Come se questo contasse.

ARDEN                 - Siamo d’accordo. Per qualcuno… potrebbe ancora esserci qualche cosa da condurre a termine. Per qualcuno. E poi, nemmeno pericoloso. Sembra incredibile, ma il luogo più sicuro di tutta la vallata è ancora sotto il loro stesso tetto. Caso mai, in questo momento sarebbe pericoloso scomparire.

GIUDITTA           - (seguendo un suo pensiero) Subito dopo le quattro, è cominciato un andirivieni di uomini e di telefonate. Lo hanno svegliato.

ARDEN                 - E tu, come lo sai?

GIUDITTA           - E’ sceso subito nello studio. L’ho sentito gridare. Poi si è messo a dare degli ordini.

ARDEN     - Che specie di ordini?

GIUDITTA           - Parlava nella loro lingua. Ha chiamato qualcuno al telefono. O forse, è stato chiamato da qualcuno. È rimasto ad ascoltare lungamente. Sembrava in contrasto con chi stava all’altro capo del filo. Come se non approvasse una decisione alla quale l’altro non voleva rinunciare. S’è messo a gridare di nuovo. Poi ha taciuto. Ascoltava soltanto e prima di mettere giù il telefono, ha mormorato qualche cosa a bassa voce. Come uno che si rassegnasse. (Pensierosa) Sì, proprio come uno che si rassegnasse. Hanno aumentato le sentinelle al cancello e, fino alle sei, è continuata la confusione. Sono arrivate delle automobili e ne sono partite delle altre. Poi tutto è ritornato tranquillo come prima.

ARDEN                 - (riferendosi a qualche fucilata in distanza) Non è più qui che hanno da fare. Ora hanno da compiere del lavoro più distante.

GIUDITTA           - Che vuoi dire, Arden?

ARDEN                 - Non penserai, per caso, che intendano rispondere con una distribuzione graziosa di sigarette o di cioccolata. È stato atroce. Un’arcata del ponte crollata di colpo, come un bambù spezzato contro un ginocchio. E due camion, zeppi, incendiati. Uno più del previsto. Settanta uomini. I rimasti sul ponte non si sono trovati meglio di coloro che precipitarono nel fiume. Chi ha avuto acqua, e chi ha avuto fuoco. E chi tutt’è due. Gli uni si gonfiano e gli altri si rattrappiscono. Per tutto il tempo m’è rimasto in mente quel contadino ripescato dopo una settimana che stette in fondo al Po. Lo ricordi? Stava spiaccicato sull’erba come un enorme topo color piombo. E i morti bruciati, dicono che restino tutti bianchi, come di gesso. Ecco perché mi sono sentito male e m’è venuto nausea.

GIUDITTA           - Povero Arden!

ARDEN                 - Già. Povero Arden. L’unico. Vado. (Si alza).

GIUDITTA           - Mettiti di là, invece. Riposerai qualche ora.

ARDEN                 - Ciò farebbe molto “povero Arden”. Un bell’esempio, se anche tutti gli altri concludessero questa giornata nel letto della loro sorella! E poi… ho paura. La solita storia, infine. Ho bisogno di veder gente, di sentirmi in mezzo agli uomini. Scendo fino in paese, mi siedo al caffè e sto a vedere.

GIUDITTA           - (accompagnandolo fuori) Tornerai almeno stasera a dormire?

ARDEN                 - Non lo so. Forse è venuto il momento che ognuno deve pensare soltanto a se stesso. Ma probabilmente tornerò. Avrei una tal voglia di un lungo bagno caldo. (Sono usciti. Per un certo tempo la camera rimane deserta, poi si apre l’uscio del corridoio e comparisce il generale. Vede il caminetto acceso, avanza e si va a mettere davanti alla fiamma. Rientra Giuditta. Resta stupita della presenza del generale. Senza dir niente, fa per andarsene).

IL GENERALE    - Restate. (Dura, chiusa, si ferma e non risponde) … Ve ne prego.

GIUDITTA           - (e par quasi spinta a parlare, suo malgrado) Pregare è superfluo. Basta che lo ordiniate.

IL GENERALE    - Non così.

GIUDITTA           - Soltanto così, invece. Voi siete il padrone qui. Potete disporre di tutto e di tutti. È un vantaggio che presenta i suoi inconvenienti. Potete esigere che si obbedisca ai vostri ordini, non che si accontentino i vostri desideri.

IL GENERALE    - Non ho saputo resistere all’invito del vostro caminetto acceso. C’è tale un senso di vita raccolta ed antica in questa camera.

GIUDITTA           - Ciò disturba forse la vostra… caserma, signore?

IL GENERALE    - In un certo senso.

GIUDITTA           - Basta un ordine e potete ridurre a caserma anche questa camera.

IL GENERALE    - A che scopo? Come se bastasse spegnere i caminetti. Volevo soltanto dire che, anche questo, ci fa toccare fino in fondo quanto si sia stranieri tra voi.

GIUDITTA           - Nemici. Siate esatto.

IL GENERALE    - Nemici. Ma prima stranieri che nemici. E ciò è anche peggio. Ho preso l’abitudine di osservare i miei uomini. Gli sguardi che essi gettano su quell’uscio chiuso. E credo di averli compresi. Non è difficile sorprendere negli altri i medesimi sentimenti che sono dentro di noi.

GIUDITTA           - Sentimenti?!

IL GENERALE    - Sentimenti, purtroppo. Quella soglia rappresenta molto di più d’un ideale confine. È la barriera di un mondo proibito. Proibito e invalicabile. La casa e la famiglia. Il regno precluso della pace. Maledettamente insidioso.

GIUDITTA           - (armata di sarcasmo) Indubbiamente, ai nemici non giova essere conosciuti. Ecco, per esempio, delle idee molto vecchie e borghesi per dei conquistatori di vocazione. Le stesse idee contro le quali dite di portarci la vostra guerra.

IL GENERALE    - (pensieroso) Dalla vostra parte non avete torto. Quando si mette a certi cimenti, l’uomo dovrebbe sapersi difendere anche contro la propria umanità.

GIUDITTA           - Non credo che questo, in particolare, vi debba riuscire troppo difficile.

IL GENERALE    - E tuttavia, per degli uomini in guerra, le vostre case sono assai più pericolose degli avversari armati.

GIUDITTA           - Sarà per ciò che vi preoccupate di distruggerle.

IL GENERALE    - Ebbene, unicamente per ciò, sarebbe giustificato. (Ora con intenzione) E tuttavia, un caminetto acceso in una vecchia camera, un giorno di novembre affogato nella nebbia, può risultare più insidioso di… un ponte minato, per esempio. (E la fissa, diritto in faccia. Giuditta, all’erta, tace) Dietro a ogni soldato c’’è una casa, e, dietro a ogni casa c’è una donna. Un’altra vecchia storia. Nessun altro come chi fa la guerra è ossessionato da codesti miraggi. (Una tagliente risata di Giuditta).

GIUDITTA           - Posso chiedere se c’è anche un ordine di riconoscenza per l’onore di tante confidenze? Abbiate pazienza, signore. Come voi non potete penetrare nel nostro mondo, così noi non possiamo penetrare nel vostro. E anche potendolo, non lo vorremmo. Meglio non varcare il confine. Nel regno della nostra pace, come voi dite, codesti vostri sentimenti riescono incomprensibili. Lussi proibiti a chi è ridotto come siamo ridotti noi. Noi possiamo scegliere soltanto fra due sentimenti: la vergogna e la paura. E parole come le vostre non possono lenire la nostra miseria. La insultano.

                                 (Il Generale - si allontana dal focolare, fa qualche passo e si ferma davanti al balcone. Dopo una pausa).

IL GENERALE    - Non si tratta di lenire, ma piuttosto di stare in guardia. Sì, stare in guardia. (Scrollando il capo, ma senza sospendere l’impulso indagatore che lo ha sollecitato finora) Bah! Pensieri dovuti alla stanchezza di una notte passata in piedi per delle tristi mansioni, in mezzo a questa vostra nebbia corrodente, in questo fango invischiante. (Guardando oltre i vetri) Anche la nebbia tende dei trabocchetti pericolosi. Essa è una sotterranea corroditrice delle idee e una insidiosa complice dei sentimenti. (Volgendosi e guardandola in viso) La nebbia invita a tradire. Da una parte e dall’altra. (Pausa. Giuditta - chiusa e silenziosa) E’ stata una spiacevole notte, non è vero?

GIUDITTA           - Per me, una notte non più spiacevole del solito. Una notte come ogni altra.

IL GENERALE    - Pure, questa notte, nemmeno voi vi siete coricata.

GIUDITTA           - Ah! Bisognava dirlo subito. Era dunque questo lo scopo delle vostre confidenze. Un interrogatorio. Troppo onore. Non era necessario che vi disturbaste voi in persona. Uno dei vostri sergenti era più che sufficiente.

IL GENERALE    - Credete?

GIUDITTA           - E sbrigativo. Stanotte non mi sono coricata. Ho tenuto compagnia a mio fratello e al mio amante. Il secondo è partito appena giorno e il primo se n’è andato dieci minuti fa. Siamo in mezzo alla guerra. Alle quattro s’è udito uno scoppio e qualche cosa è avvenuto, ecco tutto. Dalla nostra parte nulla di nuovo.

IL GENERALE    - Peccato…

GIUDITTA           - …Ciò riguarda voi. La vostra guerra.

IL GENERALE    - (calmo e lentamente) Peccato che voi mentiate. Dovreste dei maggiori riguardi a voi stessa. Non siete colpevole tanto perché non sia vero che stanotte qualcuno fosse qui. Ciò non può né nuocere né giovare a nessuno. Siete colpevole per aver mentito. Contro di voi colpevole.

GIUDITTA           - Anche la lezione?

IL GENERALE    - (sincero) Non dovreste sciupare la bella corsa all’irreparabile nella quale avete scagliato la vostra vita. Voi avevate, forse, trovato una soluzione. Non dovreste. Una soluzione. È tutto.

GIUDITTA           - (scossa) Non vi permetto. Non voglio che mi diciate questo. Non ne avete il diritto. Non per questo voi siete qui.

IL GENERALE    - Io sono qui per capire. Ormai, soltanto per capire. (Da un attimo è comparso all’uscio Ettore).

ETTORE                - E anch’io,per capire.

GIUDITTA           - Ettore?!

IL GENERALE    - Vi aspettavo. Non m’era ingannato pensando che sareste venuto.

ETTORE                - Meglio così. Se nei vostri piani c’era anche quello di tendermi questa imboscata, eccovi soddisfatto.

ILGENERALE     - Imboscata? Una parola inopportuna in bocca vostra, dopo quanto è avvenuto stanotte.

ETTORE                - Non sono qui a discutere. Sono nelle vostre mani e ciò mette fine a tutto.

IL GENERALE    - A tutto?

ETTORE                - Questa notte è accaduto qualche cosa ai vostri. Stamattina sono state arrestate centinaia di persone in paese. Mezz’ora fa sono stati affissi dei bandi. Entro ventiquattr’ore, per ognuno dei vostri morti di stanotte, cinque persone dovranno essere fucilate. I bandi portano la vostra firma.

IL GENERALE    - (calmo e gelido) I nostri furono settantadue. Sarà un lavoro lungo.

ETTORE                - Ma non necessario. Sono qui per risparmiarvelo.

IL GENERALE    - Non vedo come.

ETTORE                - L’autore dell’attentato di questa notte sono io. Voi lo sapete.

IL GENERALE    - Voi? Non parrebbe. La signorina assicura d’aver passato la notte con voi.

ETTORE                - La signorina non dice la verità, ecco tutto.

IL GENERALE    - Nessuna incrinatura. Calati fino in fondo nella propria parte. Assurdo. Uno dei modi più spicci per assicurarsi un monumento o farsi intitolare una strada, immagino.

ETTORE                - Ci sono già più nomi pronti che strade a disposizione.

IL GENERALE    - (con uno scarto risoluto) Tutto ciò è pittorescamente romantico ed esageratamente umano voglio dire. Cose di effetto, e di ottima propaganda, non c’è dubbio. Ma militarmente sciocco. Nel vostro genere anche voi siete un capo. E i capi non si gettano via così. Dal punto di vista della strategia è una vera bestialità.

ETTORE                - Più che giusto se fosse per ragioni militari o strategiche che noi vi combattiamo.

IL GENERALE    - (mutando tono) E allora, vorrei farvi una domanda. Sareste venuto ad accusarvi se qui non ci fosse la signorina?

GIUDITTA           - Non rispondere, Ettore. Ciò non li riguarda assolutamente.

IL GENERALE    - Scusate. Insisto. In tutta la faccenda ciò è quanto mi interessa maggiormente. (Dopo una breve sospensione) Ma potete anche non rispondere. È sufficiente che vi poniate la domanda. Voi comprendete ciò che voglio dire.

GIUDITTA           - (con impeto) Dilettanti di eroismo e vigliacchi. Capisci, Ettore? Capisci? Vuole poter insinuare quest’accusa, infondere questo sospetto.

IL GENERALE    - Vigliacchi? Caso mai coraggiosi. Una forma particolare di coraggio. Del sentimento, eppure coraggio. Il vostro coraggio.

GIUDITTA           - Ma però la viltà di sottomettere al sentimento la dignità umana e l’impegno morale, nevvero? Questo, capisci? Al momento estremo, ferire la coscienza nuda dell’uomo col dubbio di una viltà comechessia. Sia pure una viltà eletta. Toglierci tutto, privarci anche dell’ultima dignità. Caro Ettore, a questo progettava di spingerci. Voleva che accadesse. Ora è chiaro. Il loro contegno in questo tempo, la libertà di andare e venire. Tutto un calcolo. Una perfidia. Sapeva che sarebbe accaduto. Non potendo averci vili da schiavi, vogliono che, almeno, qualche cosa di vile risulti nella nostra ribellione.

ETTORE                - (semplicemente) Ciò non ha nessuna importanza.

IL GENERALE    - Ma per lei tutta l’importanza. Per lei, tutta.

GIUDITTA           - Non voglio, non voglio che si penetri così nella mia vita! Voi non siete mio padre!

ETTORE                - Ciò non ha importanza, ti dico. Ascolta. Un giorno cinque dei loro hanno preso due dei nostri. Erano moribondi di ferite. Li hanno messi contro una siepe e li hanno fucilati. Poi, disciplinati, senza pronunciare una parola, hanno avanzato di dieci passi, insieme, tutti e cinque. E ci hanno orinato addosso. È sempre la medesima cosa. Devono fare così. Se non facessero così, non potrebbero resistere alle loro responsabilità.

IL GENERALE    - E voi alle vostre? Siete sicuro, voi, personalmente, di poter resistere alle vostre responsabilità?

ETTORE                - Sono venuto per questo. Quanto spettava a me di fare è stato fatto. Non sono un capo, io. Basta che ognuno faccia quel tanto che devo fare. Ciò è sufficiente. Conta solamente questo.

IL GENERALE    - Comodo.

ETTORE                - Non molto. Ma è la propria parte di uomo. E non ci è lecito scansarla. Sarebbe una colpa fare di meno come fare di più. Uno dei tanti. Eguale fra eguali. Non esistono altri problemi.

IL GENERALE    - E poi… (calcando sulle parole) poi ci si fa suicidare e si sale al fianco di Dio a godersi il premio meritato.

ETTORE                - Da molto tempo, ormai, Dio si è disinteressato degli uomini. Seppure c’è stata una stagione durante la quale s’è occupato di loro, ormai non ci si intende più. Gli uomini debbono sbrigarsela da sé.

IL GENERALE    - Così. Niente. Nemmeno il vecchio affare.

ETTORE                - Pazienza. Sarebbe stato lo stesso fra una trentina d’anni. E trent’anni valgono bene un ponte in frantumi e settanta dei vostri a tenermi compagnia.

IL GENERALE    - (indicandogli Giuditta) E… lei?

GIUDITTA           - (avvicinandoglisi) Ettore…

ETTORE                - Cara. Ciò era previsto, no? L’incerto della nostra vita. La partita ci è stata sfavorevole. E, del resto, diversamente, tu non mi avresti più potuto amare. Lo so. Né io avrei saputo chiedertelo. (Con malinconia) E poi… forse questo è l’unico modo nel quale tu mi potevi amare veramente. Ma sarà meglio, possibilmente, evitare dei discorsi.

GIUDITTA           - (calma nella propria risoluzione) Ce n’è ancora uno. Breve. (Direttamente, a sfida, verso il generale) Quanto è accaduto stanotte è stato possibile soltanto perché io ho fornito le necessarie informazioni. Informazioni raccolte qui. E anche questo voi lo sapevate.

ETTORE                - No, Giuditta,che fai?

IL GENERALE    - E così, ora tutto è al suo posto. La gara delle abnegazioni è al culmine. Si naviga in rigoroso finale d’opera: per la vita e per la morte insieme. Ognuno ha raggiunto la pienezza della propria bella parte. Diffidate, signori. È una retorica come un’altra. Della quale le prime vittime siete voi stessi. Preferisco i vigliacchi di tutti gli altri giorni. Più semplicità e meno retorica. Ma siete convinti veramente che, quando si è entrati in una guerra, basti poi il fatto di non aver paura della morte per tutto risolvere e per cavarsi dagli impicci? Persuadetevi che è assai più difficile vivere e rimanere al proprio posto che morire e passare la bandiera alla staffetta successiva. Questa notte è accaduto qualche cosa. Io non giudico. Da un punto di vista obbiettivo, arrivo perfino a consentire. Un colpo bene assestato. Mi limito solamente a trarne le conseguenze e a prendere i provvedimenti che le circostanze e il contraccolpo che esse potranno avere dalla mia parte, mi obbligano a prendere. Poi si presenta uno e dice: “Pago tutto io, per tutti”. La sua donna batte le mani e per togliergli il dispiacere di finire sottoterra solo, aggiunge: “Sono la sua complice. Fucilateci insieme che la nostra scena è finita”. I signori si sono scelti una bellissima parte da protagonisti. Ma l’antagonista chi lo deve fare? In altre parole, qual è la parte che lor signori hanno riservato per me? Oh, anche questa una parte vantaggiosissima. Ma per loro: quella, altrettanto retorica e convenzionale, del fabbricante di martiri. Grazie tante, ma essa non mi conviene. Io so unicamente una cosa: che faccio la guerra, la mia guerra. E fornire dei martiri all’altra parte non è, in modo assoluto, nel nostro interesse.

ETTORE                - (livido) Intendete dire che è nel vostro interesse l’assassinio di centinaia di innocenti quando il responsabile si è venuto a mettere nelle vostre mani?

IL GENERALE    - Io dico soltanto: è la guerra. E voi, personalmente, scusate tanto, ma non valete a sufficienza per pagarmi il danno di quanto ho perduto stanotte.

GIUDITTA           - (a denti stretti) Cinque per uno, nevvero? È questo il prezzo.

IL GENERALE    - Cinque o nessuno, ciò che ha importanza è di riacquistare il sopravvento.

GIUDITTA           - E allora…

IL GENERALE    - (fermandole le parole, con gesto secco) Voi siete colei che dice: azione disonorante. Ma sì. Forse. Se l’onore del tempo di guerra fosse lo stesso del tempo di pace.

GIUDITTA           - L’onore è uno solo.

IL GENERALE    - Già. Io so unicamente che mi macchierei di disonore verso tutti coloro che stanno al mio riparo, se evitassi di proposito un provvedimento necessario alla loro salvaguardia. (Volto ad Ettore) Voi ne sapete qualche cosa. All’inferno come all’inferno.

ETTORE                - Un colpevole non vi basta. Vi occorre la strage di alcune centinaia di innocenti. La sicurezza del terrore e del delitto.

IL GENERALE    - Purché sia la sicurezza. (Una pausa) Anche se non è piacevole (Ora altro tono, poi teso e appassionato fino a perdere le ultime tracce di quella specie di teorico compiacimento che regge ancora il suo discorso) Imboscata, diceste. Ma non siete stati voi i soli a caderci. La guerra non è un giro di valzer, giovanotto. Essa ha la implacabilità di una religione e il rigore di una scienza. E guai ad essere o distratti o avari: i conti rischiano di non tornare più (Tra due pause) Guai ricordarsi di essere uomini! Chi la intraprende ha il diritto, non solo, ma anche il dovere di calcolare in precedenza quanto di uomini, di cose, di sentimenti, di diritti, e di tutto può e deve costare. Tanto di qua e tanto di là. Anche quanti se ne debbono sopprimere, se è necessario. E, dal momento che sterminare si deve, ebbene ecco un altro problema da doversi affrontare in lucida coscienza. Magari scientificamente. Ciò è meno crudele, visto che è necessario. E non è certo ignorandolo che lo si elimina. È sciocco ed ipocrita meravigliarsi di tutto questo quando non si può evitare.

ETTORE                - Si può evitare la guerra.

IL GENERALE    - Questo è tutt’altro discorso.

ETTORE                - Questo è l’unico discorso.

IL GENERALE    - Prima di esserci dentro, d’accordo. Ma quando ci si è immersi, allora, si fa come me e come voi. E fino in fondo. Legittimo. E colui che non lo fa, tradisce. Vedete che io vado molto in là nell’accettazione delle responsabilità. (Ora quasi faticosamente, nella raggiunta sincerità) E tuttavia, senza la lontananza di un assoluto e ragionato coraggio di sterminio, viene per tutti il momento dell’imboscata. Allora c’è chi diventa vile perché è ancora troppo umano di fronte alla propria guerra. Un giorno ti capita davanti uno come voi e ti dice guardandoti in faccia: “Ho fatto questo e questo, ammazzami”. E quel giorno ti accorgi che non lo puoi fare. Ciò che è consentito fare contro migliaia e milioni di individui senza volto, nel disegno di un piano preordinato, in nome di una inflessibile legge, non lo puoi fare contro uno solo che ti combatte e perché ti combatte, quando te lo trovi petto a petto.

ETTORE                - (sghignazzando) Ah, ah… Si può fare all’ingrosso ciò che non si può fare al minuto.

GIUDITTA           - (turbata) Non ridere, Ettore.

IL GENERALE    - Non ridete. L’uomo all’uomo non lo può fare. Voi, e voi, lo avete sperimentato prima di me. Quando aveste una rivoltella in mano ed io vi stavo di fronte. L’uomo all’uomo non lo può fare. Per fare questo occorrerebbe appartenere a una misura diversa. O più in basso o più in alto. Delinquenti od eroi. Forse né io, né voi, né gli uomini, siamo ancora veramente maturi per la guerra. Troppo umani.

ETTORE                - (sbiancando) Sicché?...

IL GENERALE    - Sicché io posso, con relativa serenità, mandare al muro quella gente, ma non posso fare nulla contro di voi, ecco tutto. (Dentro a un amaro sorriso) Resterebbe la scappatoia della generosità. Come, se nelle nostre condizioni, ci si potesse permettere il lusso della generosità. E domani, fra una settimana, un mese, altri attentati, altri morti, la vita in pericolo, la sicurezza insidiata…

ETTORE                - Ci saranno egualmente.

IL GENERALE    - Non sarà dipeso da me. Io posso, forse, tradire me stesso, non posso tradire coloro che rappresento.

ETTORE                - Vale a dire?

IL GENERALE    - Cercherete di portare voi la responsabilità dei vostri morti come io porterò quello della vostra salvezza. Esse sono egualmente pesanti. Ve l’ho detto: in certi casi è molto più difficile vivere che morire.

                                 (Ettore - si avvia silenziosamente verso l’uscio).

GIUDITTA           - Ettore, che fai?

ETTORE                - (sulla soglia) E’ più difficile salvare che perdere qualcuno. E se sarà proibito evitare il massacro di tanta gente incolpevole rimarrà sempre la possibilità di essere uno di più insieme con loro.

IL GENERALE    - Lo farete voi, con le vostre mani?

ETTORE                - Non mi riconosco alcuna colpa per dovermi punire, io. E, del resto, non sarà necessario. I vostri subordinati non hanno certo tante complicazioni. E se pure essi le avessero, ne sono certamente privi i nostri che si sono messi con voi. C’è tale uno zelo di giustizieri!... Voi non potete far nulla contro di me, avete detto. È vero. Ma non nel senso che voi credete.

GIUDITTA           - Ettore…

ETTORE                - Addio, Giuditta.

IL GENERALE    - Questa conclusione non era difficile da prevedere. Ma basta impedirvi di poter rivarcare il cancello per evitarla. (Breve pausa. Ettore lo fissa interrogativamente) Già disposto.

ETTORE                - Ebbene, fosse anche soltanto questo, avreste perduto. Voi non potrete mai capire. Non esistono delle patrie, esistono soltanto degli uomini, come non esistono delle libertà, esiste soltanto la libertà, la libertà dell’uomo. (Serra la mano a Giuditta ed esce).

GIUDITTA           - (più che altro a se stessa) Perché? Perché?

IL GENERALE    - (dopo una pausa) Siete una donna di una razza dura voi, difficile da capire.

GIUDITTA           - Gli oppressi sono sempre difficili da capire.

IL GENERALE    - Sì, può essere. Quest’idea m’è venuta anche stanotte. Eppure non ci può essere vittoria senza aver capito. (Assorto) Ed essere stati capiti. È tutto qui. E, in fondo, oltre i contrasti che dividono i popoli, gli uomini dovrebbero potersi comprendere. Non fosse che per odiarsi è necessario comprendersi.

GIUDITTA           - Volete dunque vincere su tutti i fronti. Non bisogna pretendere troppo.

IL GENERALE    - Credete? In certi momenti, e senza saperlo, forse, anche l’accanimento di capire è un’insidia che l’uomo tende a se stesso. È una strada difficile e non si sa dove possa condurre. (Sta per uscire. Ha già aperto l’uscio dello studio e tiene ancora la mano sulla maniglia, quando appare Arden. È pallido ed eccitato).

ARDEN                 - (col braccio verso il balcone) Uno spettacolo indimenticabile, Giuditta. Guarda. La nebbia s’è tutta tinta di viola. Bisognerà ricordare bene il fenomeno perché i meteorologi non ne parleranno.

GIUDITTA           - Arden?

ARDEN                 - Ubriaco. Sì, ancora ubriaco. E come potrei essere tornato qui se non fossi ubriaco? (Avanzando) Sono arrivati con tre camion. Lanciafiamme e bombe a mano. Ed ora le case in paese bruciano e le stalle saltano. Se tendi l’orecchio puoi udire fin qui gli urli delle bestie. La gente no. La gente ha troppa paura per urlare.

IL GENERALE    - (contratto) No. Questo no. Non era negli ordini.

ARDEN                 - Zelo alleato. C’è qualcuno il quale sta facendo il lavoro che spetta a voi. Sono giunti i nostri. Coloro, dei nostri, che si sono messi dalla vostra parte. Essi sono più diligenti di voi, ecco tutto.

GIUDITTA           - (facendo un passo avanti e investendo il generale) Anche questo previsto, non è vero? Ecco, per noi, tutto quanto c’era da capire.

IL GENERALE    - Sbagliate. (Via in fretta, lasciando l’uscio socchiuso. Pausa).

ARDEN                 - Dammi da bere.

GIUDITTA           - Ancora, Arden?

ARDEN                 - Sono necessari molti bicchieri, per asciugare la paura. E la nausea. (Come prima,

GIUDITTA           - estrae le chiavi, apre l’armadio, prende una bottiglia e riempie un bicchiere) E’ dall’altra bottiglia che dovresti versare se tu fossi una brava sorella. (Essa gli porge il bicchiere in silenzio) Bevi anche tu, Giuditta. Non si può cavare tutto da se stessi. (Si avvicina all’uscio socchiuso e getta un’occhiata lungo il corridoio) Il “babbo” s’è messo a telefonare.

GIUDITTA           - (all’improvviso. Convulsa e a bassa voce) Va via, Arden. Va via. Ora torna. Devo essere sola. Io sola.

                                 Lentamente, senza dire una parola e fissandola suggestionato, Arden se ne va. Pallida ma sicura, Giuditta estrae due bicchieri. Li dispone su un vassoio. Ha ancora a portata di mano la bottiglia con la quale servì Arden. La stappa e riempie uno dei bicchieri: per lei. La ripone ed estrae l’altra bottiglia. La mette sul vassoio insieme al secondo bicchiere ancora vuoto: per lui. Poi dispone il vassoio sul tavolo vicino al quale, sempre tenendo d’occhio l’uscio, si mette a sedere. Perché la tagliola sia a punto, ora le restano ancora due atti da compiere: prendere il bicchiere pieno e avvicinarlo all’orlo del tavolo, nel punto presso il quale sta seduta, e spingere il vassoio, con la bottiglia e il bicchiere vuoto, di fronte a lui quando sarà apparso colui che aspetta, come un invito a sedersi e a versarsi da bere. Trascorre qualche istante e ricompare il generale.

IL GENERALE    - (privo della tensione precedente, quasi stanco) E’ ovunque la stessa cosa. (Fa alcuni passi nella stanza, dopo una pausa) E tuttavia voi dovreste essermi grata.

GIUDITTA           - Grata, sì. Finora avevo pensato che se, un giorno, noi dovessimo risvegliarci e risalire il precipizio della nostra miseria, il primo moto non dovrebbe essere né la superbia, né la stima di noi, ma la vergogna. Ora comprendo che dovrà essere unicamente la pietà, poiché è su voi, su nessun altro che voi, che ricade non soltanto il carico della nostra sventura, ma anche quello del nostro disonore.

IL GENERALE    - Soprattutto grata, penso, di avervi salvato la vita. A voi e al vostro compagno. Ciò conta pure qualche cosa.

GIUDITTA           - Così? Ma gli altri muoiono nella tenebra cupa della notte dell’odio. Odiando l’oggetto per cui muoiono. E allora la morte è un privilegio. Ben diversa. Più luminosa che il morire. Un po’ più chiara, quasi un’alba. Grata di avermi tolto questo privilegio?

IL GENERALE    - Forse a ciascun uomo spetta in sorte una data morte individuale: la sua morte. E il dovere più alto e anche l’unica felicità possibile è proprio il morire quella morte e non un’altra. Saper attendere la nostra morte. (Ora con una vaga ambiguità nella voce e negli sguardi coi quali avvolge la donna e le cose che la circondano) E, quando è possibile, andarle incontro. È il momento. Senza tradire la propria emozione,

GIUDITTA           - spinge il vassoio verso di lui e gli riempie il bicchiere.

GIUDITTA           - Voi pensate che non dovesse essere quella la mia morte?

IL GENERALE    - (avanzando di un passo, istintivamente) Non so. Ma immagino che a voi spetti una morte più difficile da morire.

GIUDITTA           - E a voi?

IL GENERALE    - Io ho solo un timore: quello di passare vicino alla mia morte senza accorgermene e senza approfittarne.

GIUDITTA           - (ambigua) Voi appartenete ai superuomini. E vi siete riserbata la morte degli eroi. Non dovrebbe essere difficile riconoscerla.

IL GENERALE    - La si riconosce quando la si merita. La mia morte io non posso più sceglierla, ma soltanto accettarla.

GIUDITTA           - I padroni del destino, i signori della vita e delle sue leggi dovrebbero essere sempre in grado di scegliere il tempo e il modo della loro morte.

IL GENERALE    - (serio e semplicemente) L’ho creduto. Per molto tempo.

GIUDITTA           - La vostra retorica.

IL GENERALE    - No. La nostra illusione. Ed era la nostra verità.

GIUDITTA           - Era?

IL GENERALE    - (triste e lento) Era. La sconfitta è questa. Qualsiasi altra è nulla al paragone. E comincia il giorno nel quale si dubita di se stessi. La scoperta di se stessi: ecco l’insidia.

GIUDITTA           - La scoperta degli altri, piuttosto.

IL GENERALE    - Degli altri, quando negli altri si riconosce se stessi. (Breve pausa. L’uomo allunga la mano verso il bicchiere. Lo prende, lo guarda e lo riposa) Quale diritto si ha di portare la distruzione in seno agli altri popoli, voi chiedete.

GIUDITTA           - Questo e niente altro. E’ il perno di tutto.

IL GENERALE    - E’ un quesito che non ci si pone. Che non ci si può porre. Non esiste per chi sia giunto alla conquista di identificare se stesso col proprio popolo.

GIUDITTA           - Conquista, dite?

IL GENERALE    - La maggiore. Ma anche la più difficile da tenere. (Senza esaltarsi nelle parole, piuttosto con la malinconia di rievocare un bene perduto) Il senso di inattaccabile sicurezza e di moltiplicata potenza di una massa! Parte di un’anima collettiva. La fedeltà alla propria razza. Persi e come diluiti in lei, penetrati fino alle ossa nelle più segrete aspirazioni della propria gente. In testa ad essa, investiti e premuti dalla sua volontà. Una bandiera scagliata verso l’avvenire. La mente e l’orgoglio che si esaltano di pensieri armati, e l’istinto di procedere portando il proprio popolo sulle braccia. Nulla, mai, dovrebbe far vacillare chi si è collocato a tale altezza.

GIUDITTA           - E credete che ciò giustifichi qualsiasi azione?

IL GENERALE    - Tutte, fin che si resta lassù.

GIUDITTA           - Ancora il diritto della forza. Ma è un diritto che non può sussistere. Una criminosa illusione.

IL GENERALE    - A quel gradino non esiste nemmeno il problema.

GIUDITTA           - Il problema esiste prima di ogni altra cosa.

IL GENERALE    - E che importanza potrebbe avere di fronte alla disperata volontà di tutto un popolo? Non entra assolutamente in una misura umana. Si tratta di qualche cosa di enorme. Un fenomeno della natura, mostruoso e sublime che, a una data ora della storia, in un certo luogo, comincia a lievitare, a dilatarsi e a rovesciarsi sulla terra.

GIUDITTA           - (ferma) Non ci può essere nulla, né degli uomini né dei popoli che non rientri in una misura umana e si possa sottrarre a una legge morale.

IL GENERALE    - E va bene: il diritto della forza, se volete. Però lo si capisce soltanto più tardi. Un diritto problematico, non codificato, illegittimo. Ma che diventa subito legittimo quando il successo gli arride.

GIUDITTA           - Fin che gli arride.

IL GENERALE    - No. Finché non si scende da quella altezza. Noi siamo condannati alla vittoria, è vero. Questa è la prima incrinatura. E del resto, chi dubita della vittoria quando esporta la sua guerra? Ma questa è l’incrinatura minore. Siamo soprattutto condannati a non dubitare. E questo avviene appena ci si accorge che il diritto dei vincitori si incontra col diritto dei vinti. Può cominciare in cento modi. Un giorno, basta un attimo, sentirsi per un attimo negli altri, dall’altra parte. – Ti chiamano. È toccato a te: un mucchio di macerie. Sotto: la tua donna e tua figlia, un essere solo, tutto; la vita… Ciò che si subisce e che si fa subire: regolare; e nemmeno il peggio… ma sentirsi, un attimo, dall’altra parte. L’uomo che dice di no: voi, i vostri… tutti… Questo vecchio diritto depositato nella carne dell’uomo, ereditato nascendo. Che gli circola nel sangue; e quanto più è umiliato e contrastato tanto più si erige inattaccabile. Si parte persuasi che, all’estremità della battaglia, stia la grandezza e la felicità del proprio popolo e si scopre che, in fondo alla guerra, si incontra la prova dell’uomo e niente altro. Vedete stanotte. Ciò che avete fatto voi: un atto eroico. Noi abbiamo dovuto rispondere, dopo di voi: un’atrocità. E se stasera i vostri risponderanno assassinando qualcuno di noi, un altro atto eroico e giusto. E se noi risponderemo difendendoci, un altro delitto. Sempre. Vedete prima, e poco fa… E’ ovunque la stessa cosa. Oh, resiste a tutto il diritto dei vinti, resiste a tutto. E la sconfitta, l’unica vera sconfitta senza scampo, non è nei risultati quali che possano riuscire; è nell’essere giunti a pensare un pensiero come questo. Un pensiero che è un tradimento. (Prende il bicchiere, lo alza e lo avvicina alle labbra).

GIUDITTA           - (commossa e sconvolta) No. Non bevete.

IL GENERALE    - (la fissa stupito. Un sospetto, quasi la certezza, passa nei suoi occhi) .Che importanza potrebbe più avere ormai… (Resta ancora col bicchiere alzato. Lunga pausa sospesa, carica di silenzi e di sguardi reciproci).

GIUDITTA           - (quasi supplicando) Non bevete. (Egli depone lentamente il bicchiere. Dopo, un’altra pausa).

IL GENERALE    - E vedete anche ora… A tutto, resiste a tutto (Dopo essersi alzato) E’ come essersi messo per una strada e, ad ogni passo che si fa, sentire dietro alle spalle elevarsi muraglie che ti isolano dal cuore della tua origine, dove traevi la fiducia e la forza. Un allontanarsi e distaccarsi, di ora in ora, dalla propria gente. Tagliato fuori. Si fa ancora il proprio dovere e si sente di venir meno ad esso mentre lo si fa, seppure è ancora il proprio dovere. Perché ogni pensiero è già un tradimento.

GIUDITTA           - (quasi suo malgrado) Non un tradimento: una rinascita. La propria individualità che risorge nella ritrovata dignità umana della responsabilità personale.

IL GENERALE    - Dopo aver sempre creduto che la soluzione fosse una sola, ci si rende conto che, invece, le soluzioni sono più di una. E quando l’uomo è giunto a rendersi conto di ciò, allora si trova di fronte alla necessità di dover scegliere. Per uno che arrivi donde arrivo io, questo significa tradire.

GIUDITTA           - Sarebbe tradire non ascoltare la voce della propria legge. Solo colui che sa essere fedele ad essa non tradisce mai.

IL GENERALE    - Ma a che prezzo? Della colpa e della solitudine. Si è circondati dalla propria gente e si vive in un deserto di solitudine. Ancora la solitudine del proprio popolo in mezzo agli altri popoli si sopporta. Ma l’angoscia dell’uomo solo in mezzo agli altri uomini, con la sua debolezza, i suoi dubbi e la sua colpa… questa mortale stanchezza dell’anima non ha né rimedio né conforto.

GIUDITTA           - L’uomo non è mai solo quando abbia scelto la propria verità.

IL GENERALE    - Voi parlate con la stessa voce che emana da quei grandi scaffali di libri che stanno là, dietro alle mie spalle. (Fa qualche passo verso l’uscio dello studio).

GIUDITTA           - La voce di mio padre. Egli era padrone della verità e non dubitò mai.

IL GENERALE    - Sono rimasto molte notti seduto a quella scrivania a riflettere. Dentro, nella mente e nel cuore, una successione di crolli… una frana dell’essere. Stanco. E dietro alle spalle l’invito di un antico, fermo e definitivo ordine morale.

GIUDITTA           - (automaticamente, come affascinata, si è alzata e gli si avvicina) Anche voi. Avete dunque sentito anche voi quell’invito. Esso è l’anima della casa.

IL GENERALE    - L’altra soluzione. Ma che aiuto potrebbe portare a chi ormai ha accettato di vivere senza più salvezza? Ho conosciuto anche voi su quelle pagine. Voi eravate qui sconosciuta, chiusa, ostile e vigilante: un’arca di odio; e nelle vostre note, nei segni e nelle sottolineature di quelle pagine io penetravo il vostro segreto. Lo sgomento di toccare il fondo della incolmabile distanza che separa i vincitori dai vinti.

GIUDITTA           - Li conosco tutti, riga per riga.

IL GENERALE    - (assorto dopo una pausa) “E Ditta sorride”.

GIUDITTA           - (sconvolta) Anche questo? Perché anche questo?

IL GENERALE    - Queste parole sono incise con un temperino sotto il piano della scrivania.

GIUDITTA           - Tanti anni fa… Bambina. Per mio padre. Egli non se ne è mai accorto… Ed ora le avete scoperte voi. (Pausa. Essa gli è presso. Gli respira vicina):

IL GENERALE    - (concludendo un’interna e remota riflessione) E tuttavia c’è pure una disperata dolcezza nell’accettare l’idea di sentirsi esclusi, al bando del proprio gruppo… Perduta la propria personalità collettiva e ricominciare da capo, come semplice individuo. Solo con le proprie risorse. Il diritto dei vincitori, il diritto dei vinti? Soltanto il diritto dell’uomo.

GIUDITTA           - E il dovere dell’uomo. E la sua dignità. Il progresso della giustizia fra gli uomini non è il risultato di forze cieche, ma di uno sforzo cosciente, di un’idea sempre più alta verso un ideale sempre più elevato.

IL GENERALE    - Ritornare un uomo e andare verso gli altri uomini. Come… Come… un mendicante che tende la mano pur sapendo, ormai, che non troverà nessuno disposto a offrirgli la sua. Ciò dicendo ha naturalmente compiuto il gesto di sollevare la mano.

GIUDITTA           - gliela afferra, si stringe contro di lui e gli posa il capo sul petto. Restano per un momento così. Poi lentamente per misterioso istinto, egli si mette ad accarezzarla sui capelli, quasi paterno, la bacia sulla fronte e, prima che sia sceso il sipario, la serra fra le braccia e le dà, e ne riceve, un bacio convulso, bocca sulla bocca.

ATTO TERZO

Il giorno dopo. L’uscio dello studio è chiuso. Entra Arden in punta di piedi. Si avvicina all’uscio. Origlia. Se ne allontana. Fa qualche passo. Torna all’uscio. Si china e incolla l’occhio alla serratura. La porta si apre. Appare Giuditta. Breve silenzio.

ARDEN                 - Così. Volevo essere scoperto così. Ti spio. Da ieri. E origlio agli usci. (Giuditta non risponde. Viene avanti. Fa l’atto di sedersi. Pronto,  Arden la precede e le spinge vicina la poltrona sulla quale egli si è seduto al primo atto) Qui. Nella poltrona della mamma. Ti spetta. Fin da ieri, credo: ti spetta. Lui là, tu qui. E

ARDEN                 - come sempre. Fra babbo e mamma. (Giuditta non risponde. Nasconde il volto fra le mani) La trappola eh?! Presa. Anche tu.

GIUDITTA           - (sordamente, quasi impercettibile) Lo sapevi, tu lo sapevi.

ARDEN                 - (fischiante) Non so. Sapevo, prevedevo. Lo desideravo, lo volevo, lo temevo: non so. Fin dalla prima sera, forse. O da mai. Io non devo rispondere. Non devo rispondere di nulla. Non sono né logico, né morale, io. Da un pezzo ho fatto saltare i ponti con tutto ciò. (Scagliato in un’aggressiva disperazione) Ora ci sei anche tu. È venuto anche per te il giorno delle tenebre. Giù. Come me. Più di me.

GIUDITTA           - Morta. Come morta dentro, Arden.

ARDEN                 - E felice. (Giuditta non risponde) Vero? A capo in giù. Esaltata fino a spezzarsi. Così, vero?

GIUDITTA           - Oh… (Con un gesto di vergogna).

ARDEN                 - Morta e felice. Conosco. È quello che si prova quando si tocca il fondo.

GIUDITTA           - Non volevo.

ARDEN                 - Non si vuole mai ciò che non si può fare a meno di volere.

GIUDITTA           - La colpa. Invasa fin nelle ossa dalla colpa. Aiutami, Arden.

ARDEN                 - A portare la tua colpa? Non ho spalle capaci di reggere nemmeno le mie. Perciò le mie le ho accettate. Mi tengono compagnia. Più coraggio, Giuditta. Ci vuole più coraggio per capirla, la tua colpa, che per portarla. In questo ti posso aiutare: a capirla.

GIUDITTA           - Mi sta davanti. Spalancata.

ARDEN                 - Lo credi. Ma occorre andare oltre. Strapparsi le palpebre e figgerci gli occhi fino a bruciarseli.

GIUDITTA           - Non come pensi. Sei sempre fisso nella tua ossessione, tu. Non nel tuo inferno, Arden. Ma egualmente atroce. Se tu sapessi.

ARDEN                 - Più di te, so. Io so tutto su questo argomento. Uno specialista. Perché ho dentro tutto.

GIUDITTA           - Siano rimasti noi due soli, Arden. Io e te. Lo stesso sangue.

ARDEN                 - Sì, lo stesso. Non c’è rimedio. Cose di famiglia.

GIUDITTA           - Non farmi del male anche tu. Tanto me ne sono già fatto io.

ARDEN                 - Hai paura. Anche tu, paura.

GIUDITTA           - Non basta forse la mia colpa così com’è?

ARDEN                 - Oltre, oltre. La colpa degli innocenti non ha limite.

GIUDITTA           - Quest’orrore… un orrore come…

ARDEN                 - Come? Sforzati, Giuditta.

GIUDITTA           - Tutto fallito. Un tradimento.

ARDEN                 - (ride stridulo) Vile, Giuditta, vile. Avanti. Un orrore come… Come un incesto.

GIUDITTA           - (terrorizzata) No, no, Arden.

ARDEN                 - Questo. Lo sai. Tradimento? Anche. I principi? Non è colpa tradire i principi. È il meno. Capovolto il giudizio su una persona, opposta da come si giudicava; e sia pure il nemico? Possibile. Un diritto. Assumersi la parte dell’eroina e accorgersi di non poterla reggere? Capita. Umano. La vigliaccheria è un diritto dell’uomo. E tu sei abbastanza forte per sostenere tutto questo. Fin qui funziona ancora la valvola di sicurezza del suo insegnamento. (Accennando verso l’uscio) Dell’altro, non di questo: la libertà di dire basta alla propria vita: i tuoi veleni. Se fosse soltanto tutto questo. Libera ancora. Te ne saresti servita. Perché non l’hai fatto? Non puoi più. Ora non c’è né liberazione né riscatto. Colpa sopra colpa sarebbe. Riconoscerla. Via sbarrata.

GIUDITTA           - Non hai compassione.

ARDEN                 - Compassione? Ma se mi pare perfino di esserti grato incontrandoti a questo punto?! Caso mai riconoscenza. Ti odio. E non per questo ti odio. Da sempre. Ti odio per quello che mi hai preso. Da bambino, da adolescente, da uomo. Uomo? Non da uomo. Uomo mi hai impedito di diventarlo. Tu. Mi hai preso l’affetto del babbo, il mio posto presso di lui. E nella casa. E il posto della mamma. Rubato, al suo fianco, il posto della mamma. Tu e lui, tu e lui. Prima. Ed ora. Eguale, ora, tu e lui, capisci? La mamma tradita, sostituita. Io escluso. Così. Io così.

GIUDITTA           - Perché, perché…? Non basta forse l’angoscia presente?

ARDEN                 - E’ di là che discende. Perso tutto, capisci? Mi sei mancata anche tu. Nulla.

GIUDITTA           - Si può dunque fare tanto male senza volerlo?

ARDEN                 - Si può farne anche di più: Ettore. Rubato, anche lui. Tante volte ti ho uccisa nell’immaginazione. E se ti sogno – non faccio che sognare di te – ti sogno morta. Ti odio perché non posso fare a meno di te.

GIUDITTA           - (rattrappita e col volto nascosto per la vergogna) Povero Arden.

ARDEN                 - (mutato, sarcastico) E povera Giuditta. Finalmente pari.

GIUDITTA           - E d ora?

ARDEN                 - Puoi riparare sul versante del martirio. Graziati tutti, gli ostaggi, sai. Fosti pagata bene.

GIUDITTA           - Che si fa? Che si fa?

ARDEN                 - Non dipende più da noi. La parte di protagonista non è più disponibile. Si aspetta, Giuditta. Ci si abitua. (Prima di uscire) E si vive. (Via).

GIUDITTA           - (alzandosi e correndo verso di lui) Arden, Arden. Non lasciarmi sola, Arden. Va al balcone e apre le imposte. I vapori della nebbia che premono contro i vetri invadono la camera. Ferma, con la faccia rivolta all’esterno, essa respira a lungo l’aria che la investe. Più tardi, appare

IL GENERALE    - e rimane fermo sulla soglia. Poi fa per avanzare.

GIUDITTA           - lo avverte. Senza voltarsi, con una angoscia sorda nella voce. Non avvicinatevi. Ve ne scongiuro.

IL GENERALE    - Senza uscita, dunque. Ci sono prove, superate le quali, la vita rifiuta di avere un seguito.

GIUDITTA           - Almeno la nebbia che ci assedia invadesse la casa fino a confondere tutto. Non vedere, non pensare altro che attraverso un opaco spessore. (Quasi soltanto per sé) Mia madre. Sarebbe dunque vero? Doveva essere lo stesso sentimento per mia madre. Forse quella era la saggezza. Forse è inumano voler calcolare sempre la propria responsabilità. Essa amava la nebbia. L’aspettava, la spiava ogni sera, strisciare e salire dal Po, sommergere il giardino, scalare i muri della casa. Anche lei la invitava ad entrare nella sua camera. La chiarezza schiaccia. Qualche volta, veniva mio padre mentre essa stava di fronte alla finestra aperta. Così. E la rimproverava. In nome della chiarezza, certo. Egli stava nella lucidità e nella responsabilità della propria coscienza come una spada eretta nella luce del sole. Nemmeno mia madre, allora, aveva il coraggio di voltarsi. Non sarà dunque mai possibile liberarsi da tutto questo?

IL GENERALE    - Ognuno si trascina dietro il proprio passato come il galeotto la propria catena.

GIUDITTA           - Il passato è più forte di tutto: sta nell’uomo come un cancro. (Ora convulsamente e sempre volgendogli le spalle) Non cedere. Non arretrare. Solo in ciò può consistere la salvezza.

IL GENERALE    - Accettandosi, forse, come si è? E che salvezza?

GIUDITTA           - Non accettandosi. Anzi. Difendendosi da se stessi. Perseguendo la propria scelta.

IL GENERALE    - Ma quale? Una per tutte. Ad ogni costo, serrando gli occhi e sbarrando i pensieri ad ogni scoperta capace di suggerire una diserzione?

GIUDITTA           - Così, forse. Solo così.

IL GENERALE    - Oppure volta per volta, seguendo il flusso della vita che approda dentro ognuno di noi? È tutto in questa alternativa. (Lungo silenzio. Con grande sforzo la donna si volta. Repentina).

GIUDITTA           - Perché avete liberato gli ostaggi?

IL GENERALE    - (stupito) Voi mi chiedete questo?

GIUDITTA           - L’unica, io, ad averne il diritto. Questo solo è necessario sapere. Perché? (Chiude la finestra d’impeto e, retta da un’improvvisa e lucida energia, viene avanti e gli si mette di fronte) Chiarezza. Per me? Lo avete fatto per me? Per ciò che è accaduto? O non per questo: per la nuova verità che avete conquistato?

IL GENERALE    - (cauto) Dopo, ad ogni modo.

GIUDITTA           - Dopo. Pagata bene, ha detto mio fratello.

IL GENERALE    - Mi rimproverate di averli liberati, oppure di averli liberati per voi?

GIUDITTA           - Non so, non so e tuttavia devo sapere. Forse, di avermeli regalati.

IL GENERALE    - Ma non è questa la domanda che avete il diritto di farmi.

GIUDITTA           - E di farvi, voi a voi, perché ormai le mie risposte sono anche le vostre.

IL GENERALE    - Chiediamoci più semplicemente allora se fu giusto o ingiusto. (Amaramente lucido) Fossimo coinvolti soltanto noi e si potesse escludere tutto il resto, sarebbe facile rispondere. Fra noi, io e voi, non esiste più alcuna domanda che necessiti di risposta, come ci sono delle parole che non possono essere pronunciate.

GIUDITTA           - (difendendosi) No, no, ve ne scongiuro.

IL GENERALE    - Vedete. Lo so. Quando un uomo come me e una donna come voi si sono cercati e andati incontro superando tanto odio e tanto orrore…

GIUDITTA           - Orrore, ecco. E tuttavia un così totale abbandono, tale impetuosa felicità. E poi tanta vergogna. E nella vergogna l’incapacità del rimorso. Come può essere possibile?

IL GENERALE    - Forse soltanto per quell’orrore, per riscattarci da quell’orrore in noi, è stato possibile. Quando due si sono incontrati così, la loro esperienza non si può più né ripetere, né tollerare.

GIUDITTA           - Tutta la vita bruciata in un’ora. È vero. È vero.

IL GENERALE    - E dopo quell’ora, anche ogni altra prospettiva, la più ferma e la più sicura, muta; e ci si domanda se fu giusto o ingiusto fare questo o quello.

GIUDITTA           - Ecco la nuova e stritolante responsabilità. Ci si scopre dall’altra parte; a difendere la verità del proprio avversario. Perché ci si è perduti, annullati in lui.

IL GENERALE    - Guai guardare fino in fondo, allora. Chiarezza avete detto. Ebbene, tanto varrebbe rispondere: giusto o ingiusto allo stesso modo che lo poté essere ciò che fecero i vostri; tanto, più nulla conta.

GIUDITTA           - Non fui io a volerlo.

IL GENERALE    - Ingiusto, dunque. Dovevo farli uccidere?

GIUDITTA           - Giunta a pensare questo, capite?

IL GENERALE    - Vedete che l’idea di vostro fratello è ancora il meno. Sfiora appena la superficie. Potrei dirvi: ebbene sì, pagata bene, e voi stessa ne avreste fissato il prezzo. Ogni altra donna che non foste voi potrebbe esserne orgogliosa.

GIUDITTA           - Ed io stroncata. Dopo. Una ferita marcia e fonda.

IL GENERALE    - E fosse almeno così. La nostra è un’età spietata. Voi potreste odiarmi. Io potrei disprezzarvi. E sarebbe una soluzione.

GIUDITTA           - E’ vero, è vero.

IL GENERALE    - Ci siamo incontrati per un momento dove nessuno, forse, prima di noi, si era incontrato. Due abissi superati, contemplati dal vertice di una verità folgoratrice. Vera forse, unicamente per noi, e in quel momento soltanto.

GIUDITTA           - No, no, era quella la verità.

IL GENERALE    - Sia pure. Ma era meno difficile raggiungerla che mantenervisi. Un miraggio. Ancora una volta. Quella che in battaglia si dice una posizione impossibile da conservare. Voi dovevate lasciarmi bere il vostro vino ed io non dovevo revocare il mio ordine. Non si può sfuggire al proprio destino, né al proprio passato, né alla propria gente. Sono depositati in noi. Sono noi. La nostra anima. E tuttavia, quell’ora di comunione meritava la vostra debolezza e il mio tradimento. E qualunque sia il prezzo necessario, non varrà a pagarla.

GIUDITTA           - Mia la debolezza e vostro il tradimento? Ne siete certo?

IL GENERALE    - Certo fino alla rassegnazione, ormai.

GIUDITTA           - (impetuosamente) E questa colpa in me, allora? Addosso, compatta, premente come la terra d’una sepoltura. Mi sono svegliata seppellita nella mia colpa. Mio il tradimento. Unico e mio. Io ero ferma nella mia verità e nella mia giustizia. Sicura come mio padre, ero: un’idea.

IL GENERALE    - Ed ora una donna. Come prima e come ora. Ancora, Giuditta. Ecco da dove può rinascere per voi una salvezza. Ma il mio tradimento veniva di lontano. Nato e cresciuto dentro. Una malattia mortale; spiato, temuto e coltivato. E amato, finalmente. Amato in voi.

GIUDITTA           - (disperatamente) Ma mai compiuto prima. E dunque io colpevole. Per me e per voi. Tutto ricade su di me.

IL GENERALE    - La verità è diversa. L’ho compreso in quest’ora, mentre tenevo gli occhi chiusi e voi eravate scivolata lontano dal mio fianco. Non ci può essere una giustizia fuori di noi. Essa è soltanto di Dio. Ma credere in Dio! La colpa che voi avete verso di me è un’altra. È soltanto quella di non aver tenuto fede a voi stessa. Io incarnavo un dovere. Tutto un popolo dietro alle mie spalle. Sangue, terra mia. O crederci e servirlo, o, rinnegatolo, scomparire.

GIUDITTA           - (sgomenta) Scomparire…

IL GENERALE    - E non poterlo fare. Non credere più, non poter più servire il proprio dovere. E peggio: non poter scomparire. Da sé; non poterlo, capite? Perché significherebbe il male maggiore, irreparabile per coloro che ti hanno messo alla testa delle proprie speranze. Una garanzia, un esempio: inchiodato ad un mito. Non espiazione e non solitudine. Condannato alla gloria. Io così, di là. E qui, oltre l’uscio, invisibile, voi; e, diffuso, un allucinato richiamo di morte… Forse la mia soluzione. Ma soltanto fin che, per voi, io fossi rimasto un delitto. Voi sola mi potevate aiutare, Giuditta. Se un tradimento avete compiuto non è stato contro i vostri, ma contro di me.

GIUDITTA           - (balbettando) Ma allora, da me… voi…

IL GENERALE    - Aiuto. Questo. Soltanto. Per chi ormai non era più in grado di scegliere la propria morte. E colei che è giunta a giudicare ingiusta la mia clemenza, ha compreso. La parola è soltanto: aiutare.

GIUDITTA           - Punirsi, così…

IL GENERALE    - No, anche quello negato. Farsi punire. Pagare il tradimento e insieme pacificare la propria coscienza. (Lunga pausa. Giuditta         - è sconvolta. IL GENERALE - riprende a parlare con tono più leggero. Quasi divagando di proposito) Paragoni di pessimo gusto, d’accordo, ma avete mai riflettuto come Cesare debba amare Bruto e Cristo Giuda? Privi l’uno dell’altro, essi non possono esistere. Quanta riconoscenza dovrebbe avere per esso colui che lo incontra nel suo cammino quando non crede più nel proprio compito. Bruto allora non dovrebbe tradire. Il suo amore non consiste nel tirarsi indietro bensì nel non vacillare. Cesare non può offrire nulla a Bruto, ma Bruto può regalare tutto a Cesare. E qualche volta, meno raramente di quanto si crede, non occorre essere né Cesare, né Bruto perché l’uno cerchi, mendichi l’altro.

GIUDITTA           - tace. Arretra di alcuni passi. Si appoggia alla parete e lo fissa a lungo, muta, con spavento.

IL GENERALE    - riprende lento, senza vacillare. Ho sete, Giuditta.

GIUDITTA           - (atterrita, a ritmo confuso) Lasciatemi partire. Voglio abbandonare la villa. Chiederò ospitalità a qualcuno del paese. Fuori, l’incubo cesserà. La guerra finirà presto.

IL GENERALE    - Non finirà presto e non cesserà l’incubo. Perché non è solo nostro. È di tutti.

GIUDITTA           - Allora, più lontano, oltre la pianura, fuori da queste paludi, da questa nebbia, verso il mare. Ci sono dei vecchi parenti, laggiù. Ritroverò forse la tranquillità. Oggi stesso. Sì.

IL GENERALE    - Siete libera di partire quando volete e per dove volete. E con chi volete anche. Dovete essere voi a decidere. Deve venire tutto da voi. Deliberatamente. Non c’è altro modo. Ci vuole molto coraggio.

GIUDITTA           - Subito, subito, via. Oh, aiutatemi. Come foste mio padre, aiutatemi.

IL GENERALE    - (cavando di tasca un foglio e offrendoglielo) In ogni caso e qualsiasi cosa accada, nessuno vi darà noia.

GIUDITTA           - Che significa? Perché avete preparato questo foglio?

IL GENERALE    - Ho sete.

GIUDITTA           - (dibattendosi perduta) Ma come fare subito? Forse una automobile delle vostre. Potete farlo. Ecco, così, una automobile delle vostre.

IL GENERALE    - (fermo) Volete darmi da bere,

GIUDITTA           - ? (Automaticamente essa si volta, apre lo sportello ed estrae due bicchieri. Quando li ha posati sul tavolo egli ne agguanta uno e lo getta sul pavimento dove si frantuma).

GIUDITTA           - No. Perché?

IL GENERALE    - Basta uno. Due guasterebbero ogni cosa. (Giuditta      - ha preso anche la bottiglia e la posa sulla tavola).

GIUDITTA           - (balbettando) Ecco.

IL GENERALE    - Non mi offrite da bere? Come allucinata, essa obbedisce e riempie il bicchiere. Per me?

GIUDITTA           - (quasi impercettibile) Sì.

IL GENERALE    - Finalmente potrò assaggiare il vostro vino. (Fa un gesto con le braccia, un muto invito a offrirglielo. Essa prende il bicchiere e glielo tende) Così. (Lo porta alle labbra e beve tutto d’un sorso. Poi afferra la bottiglia e la getta nel caminetto) Ha un sapore un po’ aspro il vostro vino. (Si alza e col passo sicuro si avvia verso l’uscio dello studio.

GIUDITTA            - gli corre incontro e gli si getta addosso).

GIUDITTA           - No, no. Un orrore simile. Non voglio, non voglio.

IL GENERALE    - Grazie, Giuditta. C’è voluta molta forza e molto amore, lo so.

GIUDITTA           - Che abbiamo fatto? Non è possibile.

IL GENERALE    - Tu. Solo così. Grazie. Per me. E per avermi permesso di farti essere Giuditta.

GIUDITTA           - Ah, era questo, era questo. E non l’ho compreso.

IL GENERALE    - Anche questo ma non soltanto questo. La mia morte, Giuditta. (Essa singhiozza) Ssst… serena, forte. Come il primo giorno. Ricordi? Tu là, io qui. La prima volta.

GIUDITTA           - Perché? Perché?

IL GENERALE    - Ssst… Vorrei, vorrei solo tenere le tue mani. Così… Nelle mie. E gli occhi… che tu mi guardassi… quando… Portarmi via la loro luce. Puoi? Puoi anche questo?

GIUDITTA           - (ferma) Sì.

IL GENERALE    - Laggiù sotto la nebbia… la terra deve essere calda… Il mio posto. Qui, tra voi. Il nostro segreto.

GIUDITTA           - Sì… Sì… (Sono sulla soglia. Egli gira un ultimo sguardo per la stanza).

IL GENERALE    - Devi riaccendere il caminetto. Farà molto freddo qui, più tardi. Le prende una mano, la invita a passare davanti a sé e la segue. L’uscio si richiude subito. Entra Ettore. È preoccupato e nervoso. Si mostra stupito di trovare la camera vuota, getta un’occhiata verso l’uscio dello studio. Si mette a camminare per la stanza. Inciampa nei cocci del bicchiere e li scosta con un calcio. Viene assalito da un pensiero. Si ferma, torna a fissare l’uscio e si rimette in moto. Sono passati pochi minuti e compare Arden. Egli tiene fra le braccia un grosso cane ferito.

ARDEN                 - La vecchia Tata. Doveva toccare a lei per prima. Rea di non aver fraternizzato. Quegli assassini… Pochi minuti fa. In giardino. Uno di loro. Una pedata nella pancia… Spaccata… Spaccata. (Depone la bestia su un divano, presso la parete, e le si inginocchia vicino).

ETTORE                - Giuditta?

ARDEN                 - Non era qui?

ETTORE                - No. (Arden si alza perplesso. Si avvicina all’uscio, ne tenta la maniglia e la sente resistere. Voltandosi, scopre il bicchiere sul tavolo. Va immediatamente dove era custodita la bottiglia. Apre e vede che manca).

ARDEN                 - (inquieto) Hai bevuto tu, per caso?

ETTORE                - No. (Arden ha fatto qualche passo e s’è accorto della bottiglia nella cenere del caminetto).

ARDEN                 - (spaventato) Dimmi: hai bevuto tu? Hai gettato tu quella bottiglia?

ETTORE                - No. Ma si può sapere che significa?

ARDEN                 - (dominandosi) I miei nervi. Lo sai.

GIUDITTA           - non è in questa camera, ecco tutto. Pazienza. Pazienza. (Deve compiere uno sforzo enorme per vincere la propria agitazione e tornare presso l’animale agonizzante) E pazienza anche te, vecchia Tata. È faticoso morire. Ci vuole il suo tempo, anche per morire sono stati disposti il tempo e la fatica necessari. Questi occhi, Ettore. Tu che li hai visti, sono così gli occhi di chi muore? Non così, forse. Questi pregano e rimproverano. Che sa lei? Per lei io posso far cessare tutto ciò, e non lo faccio io. (Ettore       - tace e continua a camminare nervosamente) Forse in giardino. O sulla terrazza. (Senza dir niente, Ettore esce a cercare Giuditta) Povera Tata. Aveva capito che non ci doveva riconoscere quando passavamo dal giardino. Ed ora chiede almeno di non farla soffrire. Ma forse si può. (Esce e rientra subito con una siringa. Si china e ne inietta il contenuto alla bestia) La morfina è più generosa del buon Dio. Ma tu hai il vantaggio di non capire queste cose. (Si risolleva, torna presso l’uscio chiuso. Origlia. Si riaccosta alla cagna) Ecco. Non si soffre più. Vedi. E i tuoi occhi ringraziano. Bagnati e teneri. Fra poco tutto sarà finito, Tata. (Accarezzandola) Così. Ecco, senza soffrire… E più paura… Così. Guardandomi. (E’ rientrato Ettore).

ETTORE                - Non c’è. Né in giardino, né in terrazza.

ARDEN                 - Troppa nebbia. Non l’avrai veduta. Verrà. Giuditta è piena di risorse. (Ora  impennandosi) E poi, perché non dovrebbe aver ragione lei?

ETTORE                - Che accade insomma? Mi vuoi spiegare?

ARDEN                 - Non perdere la calma, Ettore. Tu. Almeno tu. Ti è necessaria. Ce ne vorrà molta, in seguito. Sono i nervi. Quella povera bestia. Ho bisogno di parlare. Volevo dire semplicemente, in nome di che cosa questo inferno in cui siamo messi? (E di seguito per stordirsi, convulso e presto) Quando a una generazione come la nostra è toccato il poco invidiabile compito di liquidare gli ultimi residui della bancarotta di un’epoca… Mi fa l’effetto che noi siamo della gente occupata a celebrare un funerale e che poi si ostina a voler resuscitare il morto. (Un attimo di sospensione) Sempre parlare di morti, io devo. I nostri padri, fortunati loro, gente senza sospetti. Potevano passare la vita facendo inchini davanti a un sufficiente numero di divinità, senza accorgersi che erano soltanto parole con la iniziale maiuscola. Onore, religione, morale, patriottismo, gloria, libertà, sacrificio, famiglia: tutto il vecchio Olimpo di cartapesta. L’uomo. Dicono quelli come te. Anzi, l’uomo negli uomini. Ma che idea avete, poi, dell’uomo? Non potrebbe essere una nuova illusione, attraverso la quale ritornano, travestite, tutte le antiche superstizioni e le vecchie retoriche? Sempre la medesima storia.

ETTORE                - E allora?

ARDEN                 - Ancora un passo. Niente. Carne ed istinto. L’uomo così. Non occorre di più.

ETTORE                - La bestia.

ARDEN                 - Ebbene, la bestia, se vuoi.

ETTORE                - Pure, tu lo fai. Rischi la tua vita. Mille altri lo fanno.

ARDEN                 - E perché poi, il bene di noi, di questo popolo, di tutti, non potrebbe essere proprio un secolo di schiavitù? La schiavitù e l’avvilimento sono ottimi consiglieri di modestia e un’eccellente scuola di interiorità. In fondo, l’unica cosa necessaria alla nostra generazione è confessarsi. Vuotare il sacco. Costringerla a confessarsi.

ETTORE                - E tuttavia lo si fa.

ARDEN                 - Sì, sì. Tutti eroi. Noi siamo tutti eroi. (Sarcasticamente) Per amore degli uomini tu fai saltare i ponti. Per amore del diritto

GIUDITTA           - sta qui a fare la giustiziera. Per… amore di patria io ti scodinzolo dietro.

ETTORE                - Sei un malato, Arden.

ARDEN                 - E sani gli altri. Te,

GIUDITTA           - … Te e Giuditta. Che buffonata. Persuaso sempre che i vostri rapporti siano fondati sull’amore, nevvero?

ETTORE                - E su che cosa, allora?

ARDEN                 - Sulla tua volontà di essere amato da

GIUDITTA           - e sul suo “dovere” di amarti. Lo sai bene, anche se hai paura di ammetterlo. La tua paura. Un po’ di vigliaccheria non guasta, nemmeno negli eroi.

ETTORE                - Sei marcio. Peggio di tutti.

ARDEN                 - Peggio, meglio, che vuol dire? Giunti a un certo punto hanno forse ancora un significato parole simili? Modi di dire. Lo vedremo fin troppo presto, del resto.

ETTORE                - (semplice e vero) Forse bisogna fare quello che si fa unicamente per liberare l’umanità da errori come voi: gente ammalata di se stessa.

ARDEN                 - Borghesi, già. E allora avanti. Almeno ci fosse qualcuno ad avere il coraggio di cominciare. (Fuor di sé, ormai) E

GIUDITTA           - non viene, Ettore. Non viene ancora! Lo vedremo fra poco. Uno dei due: lei o lui.

ETTORE                - (intuendo qualche cosa, lo agguanta per un braccio) Che c’è, Arden? Cristo, che c’è? Si sente netto il rumore della serratura che si apre.

ARDEN                 - si divincola e si mette a fissare l’uscio, allucinato.

ARDEN                 - Lei o lui!

                                 Entra Giuditta. Svuotata. Fissa, procede come un automa. Attraversa la camera e fa per uscire dall’uscio opposto.

ETTORE                - (la raggiunge, la prende per le braccia e la scuote).

ARDEN                 - Dunque lui. (Attratto da un irresistibile richiamo va verso lo studio. Oltrepassa la soglia e scompare).

ETTORE                - Giuditta, che accade? Rispondi. Qui. (Trascinandola verso una poltrona) Siedi, guardami. Io, Ettore. T’han fatto del male, Giuditta, rispondi. (Riappare Arden).

ARDEN                 - Là. Sulla poltrona, dietro alla scrivania. Gelido e severo come il giudice. Morto. (Ettore        - balza sulla soglia. Guarda. Chiude l’uscio).

ETTORE                - Tu. Questo. Capace di questo.

ARDEN                 - E di più ancora. Hai ucciso il babbo, Giuditta.

ETTORE    - Rispondi, Giuditta, tu?

ARDEN                 - Lei. Sì, Ettore. Ma non contro il nemico. Non contro l’ingiusto. Contro il proprio peccato.

ETTORE                - Parla, Giuditta. A me. Fa tacere la perversità di Arden. Tu più di tutti. Più coraggio di tutti noi.

GIUDITTA           - No, Ettore. Buono. Così chiaro. Puro. Almeno, questo: che tu non avessi dovuto vedere il fondo della mia indegnità.

ETTORE   - Che dici?

ARDEN                 - (isterico) Il suo peccato. Ucciso il suo peccato. Questo solamente. Lo sport dell’eroismo è finito. Fattelo dire, Ettore.

GIUDITTA           - (con desolata calma sul principio e poi concitandosi) Il mio peccato, sì, Ettore. E tuttavia, nemmeno per questo. L’offesa a te. Il male che ti faccio. Il tradimento di tutti. E calpestata la memoria di mio padre. Respinto il suo insegnamento. Rinnegato tutto ciò per cui ero colei che ero. Una riva devastata. Più nulla. Sradicata l’anima mia. Oggi davanti a te, così. È bastato un giorno, e la vita rovesciata. La felicità conosciuta nella vergogna. (Ettore ascolta smarrito e contratto, gli occhi fissi nella disperazione di lei).

ETTORE                - Tu?!

GIUDITTA           - Fosse stata almeno l’incapacità di compiere un proposito superbo e giusto: la paralisi di un giuramento davanti alla scoperta di una vigliaccheria non prevista. Mi sentirei assolta. Ora benedirei la mia viltà. Ma la mia colpa non ha confini. Più lunga e mostruosa. La vita era tutta tesa a quel cimento. Un fascio di pensieri di odio e di morte. Tu sai quanto, Ettore. Sicura. (Breve pausa. Si copre la faccia) E poi… Perché? Mai, mai più lo avrei fatto, capisci? Disposta perfino ad essere con lui. Con loro. E sentirsi salire dentro questa angoscia. Con loro per lui. Fino a questo punto colpevole. E anche ora, qui davanti a te, le stesse ragioni sue, quasi le stesse parole. Disciolta in lui. Mia sola la disperazione.

ARDEN                 - (stridulo) Un parricidio, Giuditta.

ETTORE                - E me? Il pensiero di me?

GIUDITTA           - Quanto male, Ettore. Più colpevole per averlo ucciso, ora, di quando non ebbi il coraggio di farlo. Irreparabile. Ucciso per amore. Un dono e una salvezza. Lui solo sa fino a che punto. La forza di regalare la morte e la felicità di riceverla. Il limite supremo dell’amore raggiunto all’estremo fondo della colpa. Ecco, Ettore.

ETTORE                - (freddo)

ARDEN                 - ti capisce. La vostra razza e i vostri problemi.

ARDEN                 - Fatti personali. Sempre fatti personali. Un borghese anche lui.

GIUDITTA           - Era vero, Ettore. Avevi ragione tu: gente incapace di edificare il proprio tempo.

ETTORE                - In alto o in basso, sempre un delirio di se stessi. (Duro e calmo) Rientra in te.

GIUDITTA           - Ettore generoso. Anche l’incoscienza sarebbe un riscatto capace di medicare e di assolvere. Ma la mia lucidità brucia come una fiamma; essa è la mia punizione. Nessuno può giustificarmi e nulla può assolvermi. E non ho un Dio per punirmi. Tu devi condannarmi. Guai, guai a me se tu non lo facessi. Io non ho più scelta. Se un’estrema liberazione esiste ancora per me, mi può venire soltanto dalla tua condanna. Più che punire – lo sarei già tanto così; accettandomi così, ora – recidere il nodo di questo mostruoso amore che esalta la mia vita mentre soffoca la mia anima.

ETTORE                - (secco) C’è qualcos’altro a cui pensare al disopra dei casi nostri.

GIUDITTA           - (supplichevole) Per questo. Per questo appunto, Ettore. Non dimenticarlo come io l’ho dimenticato. Non dimenticarlo in quest’ora. T’ho voluto amare. Tanto, Ettore, tanto. Più che amore, questa disperata volontà di amarti. Abbi compassione di me almeno per questo sentimento che t’ho legato; il mio orgoglio, la mia speranza. La fede in te. Che almeno essa non mi sia tolta. Io non posso, non devo avere pietà di me. Troppo vile sarei. Devo essere senza carità. Per me non c’è redenzione. Tu capisci. Un ordine è stato rotto e va ristabilito. C’è qualche cosa che soltanto tu puoi fare. E che devi fare. Ettore, giusto. Ecco, soltanto giusto. Non puoi sottrarti. Non per me, non per te… non soltanto per noi. “Al di sopra dei casi mostri”. Per tutto ciò in cui credi, in cui ho creduto (implorante) e in cui tornerò a credere se lo farai. Abbi per me questa pietà. L’ultima. Tu sai ciò che devi fare, Ettore. Non si può vivere quando non c’è più salvezza. (S’incammina lentamente verso l’uscio, che conduce in giardino. Prima di uscire, a fior di labbra) Ciò che ha chiesto lui. Come lui a me, io a te. Ettore… (E’ scomparsa. Un attimo.  Ettore fa un gesto automatico quasi impercettibile come ad assicurarsi di qualche cosa in tasca e poi la segue per la stessa via. Arden è rimasto paralizzato, inchiodato al suo posto. Balbetta e delira).

ARDEN                 - Mamma… mamma. Anche lei, mamma… noi soli ora, io e te. (Risuona, unico e netto, un colpo di pistola dal giardino. Arden  si serra la testa fra le mani)

GIUDITTA           - … Solo. Ora vengono… Sono là. Eccoli. Vengono. Ho paura. Ho paura.

FINE

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