Gli esami non finiscono mai

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A sala buia si alza il sipario mentre un fascio di luce bianca investe il centro di un sipario-comodino di velluto nero

A sala buia si alza il sipario mentre un fascio di luce bianca investe il centro di un sipario-comodino di vellu­to nero.

Con gesto rapido e padronanza del mestiere, Guglielmo Speranza si presenta al pubblico, spaccando in due il vel­luto nero e avanzando verso il centro della ribalta. Egli indossa un qualsiasi vestito da mattina e reca nella ma­no sinistra tre barbe finte: nera, grigia e bianca. Queste tre barbette posticce saranno di quelle che i comici guit­tidi un tempo, per rendere velocissime le loro trasfor­mazioni, usavano fermare sui loro volti mediante cor­doncini elastici e resistenti fili color rosa confetto. Do­po l’inchino d’obbligo, l’attore si toglie rispettosamente il berretto goliardico ricavato da un foglio di giornale e inizia il suo discorsetto introduttivo.

GUGLIELMO Pubblico rispettabile, signore e signori: il protagonista della commedia che ascolterete stasera si chiama Guglielmo Speranza. Non vi stupirete, spero, se questo personaggio, che io stesso farò vivere al centro della vicenda e che accompagnerò dalla giovinezza fino alla vecchiaia non cambierà mai di abito:, non può, non deve. L’ho chiesto all’autore e lui mi ha risposto: «L’e­roe di questa commedia non è un «tipo», bensì il proto­tipo di noi tutti, un eroe la cui esistenza è caratterizzata dagli aspetti positivi e negativi della nostra stessa esi­stenza, e perciò sarebbe impossibile trovare un vestito che rispecchiasse la sua complessa personalità». E ha precisato: « Un simbolo si riconosce per ciò che pensa e dice, non per il vestito che indossa». E poiché l’autore

ha voluto risparmiarvi il personaggio « comodino», cioè la spalla, ogni tanto, nel corso dell’azione, io verrò qui a fare una chiacchieratina con voi, perché possiate appren­dere dalla bocca stessa di Guglielmo Speranza il suo pensiero intimo sui fatti accaduti e le previsioni su quel­li che dovranno accadere. In altri termini, la sua spalla sarete voi.

Guglielmo Speranza lascia l’università perché si è laurea­to. Non sappiamo quale facoltà scelse a suo tempo: in­fatti, come vedete, il suo berretto goliardico è stato ricavato da un foglio di giornale. L’azione ha inizio in­torno al 1922-23. La cantante di strada... (la un passo indietro, solleva il sipario al centro e lascia passare la cantante con chitarra)... eccola, via via che scorreranno gli anni vi canterà le canzoni di successo dell’epoca. Queste tre barbe rappresentano i passaggi di tempo:

nera per la giovinezza, grigia per la maturità, bianca per la vecchiaia. Ecco! (Si applica sul viso la barba nera) Ho venticinque anni, mi sono appena laureato. Vivo in quei tempi che oggi qualcuno ricorda con una punta di no­stalgia, i tempi romantici di Addio Giovinezza.

CANTANTE (canta accompagnando.vi con la chitarra) Ma fugge la bellezza,

 la giovinezza non torna più.

 Il tempo che passò senza l’amore,

 non tornerà... (esce)

GUGLIELMO ... quando gli studenti ancora cantavano...

Dall’interno giunge, in lontananza, il coro degli stu­denti.

STUDENTI (voci interne) Evviva Napoli, città di belle don­ne

noi siamo le colonne, noi siamo le colonne dell’uni­versità!

A questo punto il sipario di velluto si apre scoprendo la « Strada dove ci si incontra per caso». Intanto il gruppo è riuscito ad avvistare Guglielmo Speranza. Smettono di cantare per corrergli intorno e festeggiarlo. A scorgere  per primo il collega, e a indicano agli altri, è stato Furio La Spina.

FURIO (dall’interno) Eccolo là, sta là! Guglielmo!

STUDENTI (c. s.) Guglielmo!

FURIO (c. s.) Siamo arrivati in forza!

ATTILIO (c. s.) Nessuno è mancato all’appello.

GUGLIELMO Venite, amici, venite!

AGOSTINO Festa grande, Gugliè!

CORRADO Vino gelato a volontà!

I giovani, con in testa Furio e un garzone d’osteria che reca tre fiaschidi vino, irrompono in scena e circondano Guglielmo.

CORRADO Per Guglielmo laureato a piani voti... eia, eia... TUTTI Alalà!

ATTILIO In alto i calici!

FURIO Piano. (Improvvisamente assume l’aria di un lumi­nare della scienza medica, e comincia a esaminare so­spettosamente l’aspetto fisico di Guglielmo) Lo sguardo attonito, vitreo, atterrito quasi, del nostro collega Spe­ranza ci lascia immaginare, illustri colleghi, che il trau­ma subito alla presenza della sempre sia lodata commis­sione esaminatrice...

TUTTI Amen!

PURIO Requiescat in pace, aggiungo io. Che il trauma su­bito, dicevo, lo abbia scosso al punto da rimanere vitti­ma non solo di una riduzione delle facoltà psichiche ma altresì da una improvvisa paresi facciale con conseguen­te limitazione sia della parola che del deglutire. Il medi­co curante?

AGOSTINO Sono io, illustre professore: primario dell’ospe­dale STATEFRESCHIFRATELLI, specialista in medicina in­terna, esterna e con veduta panoramica, malattie di cuo­ri e di vasi, sia di giorno che di notte. Valentino Valen­tinissimo, ai suoi ordini.

FURIO (con sussiego) I familiari?

ATTILIO (coprendosi il capo con un fazzoletto e legandose­lo sotto il mento) Ci sono soltanto io, che sono la ma­dre, professore carissimo. Il padre mori dalla paura quando la livatrice ci fece vedere a lui che era appena ve­nuto al mondo. Siamo gente di bassa estrazione, ma i danari ci stanno e ce ne stanno assai! Io mi levo le per­le dalle recchie se voi mi salvate la creatura che senza pa­gare l’affitto, e senza che nessuno l’avesse chiamato, se ne venne di casa dentro alle viscere mie.

FURIO Altra prole?

ATTILIO (mostrando Corrado) Ci sta lui che è il primoge­nito. Ma talmente intelligente, e talmente intelligente che ha già capito che quando il fratello muore, lui ci va bene perché a tavola può mangiare il doppio di quello che si mangia adesso.

FURIO Fece delle analisi?

AGOSTINO Certamente.

FURIO Vorrei prenderne visione.

AGOSTINO Ecco. (Porgendo a Furio fogli di carta straccia) Wasserman, urine, glicemia, azotemia.

FURIO E lo sputo?

AGOSTINO In faccia a voi, professore, c’è l’esame dello sputo... (Dopo breve pausa, indicando il foglio che ora Furio sta osservando) Le feci.

FURIO Le fece lei?

AGOSTINO No, io non le feci, le feci.

FURIO E chi le fece?

AGOSTINO Lui fece le feci.

FURIO ne terremo conto, ne terremo grandissimo conto.   -

AGOSTINO E per la prognosi? Cosa ne pensa? Cosa dob­biamo dire alla mamma?

FURIO (rivolto a Guglielmo) Fuori la lingua. (Gli studen­ti costringono Guglielmo a piegarsi in due e a mostrare a Furio il sedere; uno di essi, poi, introduce una mano fra le gambe del « paziente» e la spinge fuori quel tanto da farla sembrare una grossa lingua che si agita) Il termometro! (Una scopa viene collocata sotto il braccio di Guglielmo) Il paziente ha una febbre da uomo. (Fin­gendo di osservare la salita del mercurio lungo la scopa) Sale...

TUTTI Sale...

FURIO Sale...

TUTTI Sale...

FURIO Il termometro scoppia! Toglietelo! (Triste e com­punto si rivolge alla finta mamma) Signora...

ATTILIO Dito, dito, professore!

FURIO Obitus imminente.

ATTILIO Il Signore sia lodato!

FURIO è questione di ipersensibilismo apoplatico, onde il biscombulatismo pleninalitico pendulante devia dalla frenicologia uomologica e s’immette nell’opposto guaz­zabuglio farmacolitico rettilineare psichico cachettico lassativo tonico digestivo. Il collega curante ha pratica­to tutte quelle cure che la scienza moderna ci concede. Ora dipende da lui: è il malato che deve reagire e la na­tura può fare qualunque miracolo.

Ripetute strette di mano tra i « medici » e serrato scam­bio di congratulazioni.

CORRADO (sollevando in aria uno dei flaschi di vino) Per la laurea strappata coi denti da Guglielmo Speranza, ela, eìa, ela...

TUTTI Alalà! Alalà! Alalà! (Bevono a garganella, passan­dosi i fiaschi) -

FURIO Sono veramente commosso. Tu sai la mia sinceri­tà, Guglielmo. Un abbraccio fraterno. (I due si abbrac­ciano). Siamo stati insieme alle elementari, al ginnasio, e all’università. Abbiamo trascorso insieme le ore pi1~ belle della nostra prima giovinezza. Tu, più fortunato di me con le ragazze e con lo studio, io sempre bocciato e affogato nei rinvii estivi e nelle riparazioni autunnali. Non c’è invidia in me, te lo giuro. E dichiaro esplicita­mente qui, in presenza dei colleghi, che sarò per te ce­me l’angelo custode, pronto a dare la vita per il suo ami­co fraterno Guglielmo Speranza! (Segue un prolungato applauso di adesione: «Viva Furio La Spina!») La pa­rola a Guglielmo.

Grida incitanti, applausi prolungati.

GUGLIELMO Amici carissimi, compagni di studi, i tempi della beata spensieratezza, della beata incoscienza dei vent’anni, almeno per me, sono finiti... Ottenuta la lau­rea, strappata coi denti, come ha detto Corrado, in me­no di una frazione di secondo una metamorfosi avviene in noi; indipendentemente dalla nostra volontà avver­tiamo prepotente il senso della responsabilità. Ti torna­no alfa mente le parole del genitore: «Figlio mio, farò qualunque sacrificio per mantenerti all’Università. Ri­cordati però che senza «il pezzo di carta”, per la società sarai soltanto una mazza di scopa». Con la laurea in pu­gno — non capisco poi perché papà la laurea la ritiene un pezzo di carta... Bah! — Con la laurea in pugno, dicevo, sento in me il senso della responsabilità dell’impegno, della combattività. Mi sposerò presto. Promisi all ‘inna­morata mia...

TUTTI Viva Gigliola!

GUGLIELMO Grazie. Le promisi che l’avrei chiesta in spo­sa appena laureato: oggi stesso parlerò coi suoi genitori.

TUTTI Viva gli sposi!

GUGLIELMO Ragazzi, sono finiti gli esami! Non dovrò più dare esami! Gli esami sono finiti!

TUTTI Viva Guglielmo Speranza!

GUGLIELMO Vi saluto, amici.

FURIO Ce ne andiamo insieme.

GUGLIELMO No. Io vado dai genitori dell’innamorata mia.

TUTTI Auguri!

GUGLIELMO Grazie. E grazie per la bevuta.

FURIO No, la bevuta la paghi tu.

GUGLIELMO (al garzone) Metti in conto. (Agli amici) Di nuovo ragazzi. Scappo. (Esce di corsa).

GARZONE ‘O vino se paga.

FURIO Più tardi. Verremo a pagarti di persona. Ti cerche­remo. Aspettaci presso la fontana.

GARZONE Quale fontana?

FURIO La fontana malata.

GARZONE ‘A funtana malata...?

CORRADO Mollusco dei mari caldi! Strombo! Non hai let­to Palazzeschi?

FURIO Fila dritto e udrai il richiamo della fontana mala­ta: plif... plaf...

GARZONE Come?

FURIO (insieme agli altri studenti) PIaf... plif... plof...

plaf, plaf, plif, plif, plif...

Escono, mentre il sipario-comodino si chiude alle loro spalle.


ATTO PRIMO

Lentamente, il monotono coro degli studenti si allonta­na, mentre dall’interno giungono i primi accordi di chi­tarra e la voce di una cantante. La canzone, un successo del 1922-23, incomincia prima ancora che il concertato degli studenti si sia spento completamente. La ragazza entra dalla quinta opposta a quella d’uscita degli studen­ti, attraversa la scena, ed esce. Sparita la cantante, da una delle quinte appare Guglielmo Speranza che, a pas­si lentissimi, attraversa la scena. Nella mano destra reca un mazzo di rose color pelle d’angelo; a penzoloni al mi­gnolo della sinistra pende un promettente pacchetto confezionato dal dolciere; al collo porta un cordoncino legato ai due capi di un tubo di cartone che fa da custo­dia alla laurea fresca fresca guadagnata. Quando Gu­glielmo esce dalla quinta opposta a quella d’entrata, il sipario-comodino si apre, scoprendo il salotto di casa Fortezza. E’ un ambiente comodo, un po’ tetro, con mo­bili solidi e austeri, tipici della buona borghesia di quel­l’epoca. Tra i componenti la famiglia Fortezza c’è una certa agitazione: Don Girolamo consulta l’orologio e sbuffa; Stanislao, meditabondo, misura il soggiorno in lungo e in largo; la signora Amneris agita il ventaglio per farsi vento mentre, di tanto in tanto, sistema a dove­re qualche ricciolo ribelle della pettinatura di Gigliola, il cui atteggiamento non ci dice ancora se è un’allocca sul serio o se regge il gioco nei confronti dei genitori. Dall’interno, un trillo del campanello elettrico richia­ma l’attenzione e l’interesse dei componenti la famiglia e della cameriera Laudomia, la quale, dopo un attimo di disorientamento, si precipita all’ingresso.

L’intera famiglia siede in gruppo, assumendo un atteg­giamento secondo l’etica e lo stile e la moda dell’epoca. Dopo una lunga pausa, la cameriera ritorna e annuncia:

LAUDOMIA C’è di là il signor Guglielmo Speranza.

GIROLAMO Passi.

Laudomia esce.

LAUDOMIA (torna  introducendo Guglielmo) S’accomodi, signore.

Il giovane Speranza entra e abbozza un mezzo inchino abbastanza goffo. Il cerimoniale delle presentazioni si svolgerà bisbigliando parole d’occasione, ma secondo la serietà del motivo che ha causato l’incontro e in armo­nia con il costume dell’epoca Il mazzo di rose alla si­gnora Amneris... il pacchetto di cioccolatini a Giglio­la... Finalmente Girolamo si rivolge alla cameriera con autorità bonaria.

GIROLAMO Laudomia        -

LAUDOMIA Comandi.

GIROLAMO Una sedia al signore e lasciaci.

LAUDOMIA Subito (e porge la sedia a Guglielmo).

GIROLAMO Aspetta.

LAUDOMIA Si

GIROLAMO Amneris?

AMNERIS Girò? (Girolamo si curva verso sua moglie e mormora qualcosa di incomprensibile ad Amnneris, dopo aver ascoltato) Si (Rivolta alla cameriera) Laudomia, la malvasia e i biscottini.

LAUDOMIA Subito, signora. (Esce).

GIROLAMO (a Guglielmo) Adesso che avete fatto cono­scenza dei genitori di Gigliola, nonché quella di mio co­gnato, Stanislao Porelli...

STANISLAO Medico internista. State comodo.

GIROLAMO Dunque, dicevo: adesso ci farebbe piacere di conoscere meglio voi... Anzi, come prima cosa vorrem­o  sapere come e quando e dove vi siete conosciuti voi e la nostra cara Gigliola.

Laudomia torna recando un vassoio con i bicchieri, la bottiglia di malvasia e i biscottini; Gigliola s’affretta a servire il vino e i biscotti. Il primo bicchiere lo porge a suo padre, il secondo allo zio; nel frattempo, la signora Amneris si è occupata di Guglielmo, e ora si trova pron­ta per ricevere dalle mani di Gigliola biscottini e malva­sia.

GIGLIOLA Io mangio. solo un biscottino..

AMNERIS (a Guglielmo) Mia figlia è astemia.

La conversazione si svolge ora, mentre si sorseggia il prelibato vino e si intingono croccanti biscottini.

GIROLAMO Dunque, come avvenne la conoscenza?

GUGLIELMO Veramente non saprei...

GIROLAMO Non sapete come avete conosciuto mia figlia?

GUGLIELMO Ma non saprei se la signorina Gigliola mi autorizza a dirlo o no.

AMNERIS E che male ci sta? Io ne sono al corrente perché mia figlia mi raccontò immediatamente come fu e come non fu.

STANISLAO Io pure conosco il fatto, perché me lo raccon­tòmia sorella.

GIROLAMO L’unico che non sa niente sono io.

STANISLAO Si... il fatto dei bottoni.

GIGLIOLA No: del bottone.

GIROLAMO Quale bottone?

AMNERIS Non tiho detto niente, Girolamo mio, perché Gigliola non te lo voleva far sapere per paura che tu la sgridassi, ma adesso te lo racconterà lei stessa, e vedrai che non c’è stato niente di male, anzi sarai orgoglioso della presenza di spirito di tua figlia, e ammirato dell’in­traprendenza ‘del signor Guglielmo Speranza. Gigliola, racconta il fatto a papà.

GIGLIOLA Se lui (indica Guglielmo) racconta il principio, io racconto la fine.

GUGLIELMO Scendevo ogni mattina per via Mezzocanno­ne, per andare all’università. A metà strada la mia atten­zione fu attirata da un balconcino a pian terreno di que­sto palazzo, carico di vasi di fiori d’ogni genere. Pensai:

« Chi sa chi è che coltiva quei fiori. Deve essere certa­mente una persona sensibile, perché i fiori sono bene assortiti, e i vasi disposti con gusto». E passa oggi, pas­sa domani, guarda e riguarda il balconcino, una matti­na, finalmente, scoprii chi era il virtuoso giardiniere.

GIGLIOLA Mi ero seduta fuori al balcone per prendere un poco d’aria e per perdere un poco di tempo, trasfor­mando un vecchio vestitino che mi dispiaceva di dare via.

GUGLIELMO Siamo rimasti che io avrei detto il principio e voi il finale...

GIGLIOLA Scusate. Continuate voi.

GUGLIELMO Lei infilava l’ago e trasformava il vestitino, e io incantato, con gli occhi fissi sul balconcino, riempi­vo lo stomaco di bibite e granite di caffè nel bar di fron­te. « E come faccio per conoscerla? Con quale mezzo po­trò avvicinarla?» Finalmente, un’idea.

STANISLAO Mò viene ‘o fatto d’ ‘o bottone.

GIROLAMO Silenzio! (A Guglielmo) E poi? -

GIGLIOLA Dopo giorni e giorni che io trasformavo il vesti­to e lui si riempiva di granite di caffè...

GUGLIELMO Mi feci coraggio e che ti combino? Con la forza della disperazione mi strappai un bottone dalla giacca...

GIGLIOLA E si avvicinò al balcone...

GUGLIELMO (si alza in piedi e porta la mano destra all’altez­za della vita, per mostrare la prova della fortuna che gli arrise) La ringhiera mi arrivava qua.

GIGLIOLA « Signorina, vi trovate con l’ago in mano: mi volete 4are il favore di attaccarmi questo bottone? »« Tengo soltanto il filo bianco, — risposi io, — il filo a co­lore della giacca non ce l’ho»; E lui: «Non importa, cucitelo lo stesso. I vostri occhi avranno la potenza di

cambiare il colore del filo con quello della giacca». E glielo attaccai col cotone bianco.

GUGLIELMO (si alza di nuovo, questa volta sollevando il quarto destro della propria giacca> per mostrare il botto­ne attaccato col filo bianco. Il bottone deve essere gran­dissimo e la croce di filo bianco spessa e molto eviden­te) Non sono bugie, signori... Ecco il bottone.

AMNERIS Che c’entra? Nessuno mette in dubbio quello che dite.

GIROLAMO E poi?

AMNERIS E poi, e poi... Girò, tu poi quanti fatti vuoi sapere? E poi, adesso i fatti stanno cosi.

GIROLAMO Già.

STANISLAO Già.

GIROLAMO (chiamando) Laudomia!

LAUDOMIA (entrando) Comandi.

GIROLAMO Accompagna di là la signorina Gigliola. Vai, figlia mia, il signor Speranza ha bisogno di parlarmi di fatti che ti interessano, perciò è meglio che te ne vai.

GIGLIOLA Papà, ma se m’interessano, non è meglio che sto presente?

GIROLAMO Tu sei una bambina: tieni sedici anni... Nessu­no mai potrà fare i tuoi interessi meglio di tuo padre, tua madre e tuo zio. Amneris, vai di là tu pure.

AMNERIS Certo. (Rivolta a Guglielmo) Permesso.

GUGLIELMO (alzandosi) Prego, signora.

AMNERIS Andiamo, Gigliola, vieni. (Esce preceduta da

GIROLAMO Sedetevi, Guglielmo. (Guglielmo non si siede). Caro giovanotto; la chiarezza è virtù. Guardiamoci bene in faccia e prima di parlare togliamoci tutti i peli dalla lingua. Se le vostre intenzioni sono serie, andremo d’accordo, se no vi dico papale papale che avete sbagliato il palazzo.

GUGLIELMO Posso assicurarvi che le mie intenzioni...

GIROLAMO Se sono serie le vostre intenzioni, lo assodere­mo noi.

STANTSLAO Proprio così.

GIROLAMO Sappiate che la vostra posizione sarà da noi

guardata al microscopio e voi stesso sottoposto ad esa­mi scrupolosissimi.

GUGLIELMO Si, ma...

GIROLAMO Si, ma mi volete dire che oramai vi siete lau­reato.

GUGLIELMO Già.

GIROLAMO E che vuol dire?

STANISLAO E con questo?

GIROLAMO Lasciatevi guidare da chi ha pi6 esperienza di voi. La laurea non è che un pezzo di carta.

GUGLIELMO (tornandogli alla mente le parole di suo pa­dre) E già...

STANISLAO Gli esami veri, giovanotto mio, incominciano soltanto dopo di aver conquistato la laurea.

GIROLAMO E questa conquista, si, è già qualche cosa ma non è tutto.

STANISLAO Una laurea, giovanotto caro, è l’impegno che il giovane assume nei confronti della società.

GIROLAMO Il caso può favorire sia i degni che gli indegni. Il mondo ti guarda, la società ti sorveglia, si difende e fa bene. Con questo non vogliamo insinuare che pro­prio voi non sarete all’altezza di rendervi degno della vostra laurea, ma... come si dice? Chi vivrà vedrà.

GUGLIELMO Ma l’assiduità agli studi, il profitto, il rispet­to degli altrui diritti, l’onorabilità della famiglia a cui si appartiene, a cui mi lusingo di appartenere, qualche af­fidamento lo dovrebbero dare.

STANISLAO Certamente. Senza dubbio la premessa è otti­ma: ma sempre una premessa è.

GIROLAMO Gigliola è figlia unica, non vi dico altro.

GUGLIELMO Naturalmente.

GIROLAMO Troverete giusto che tanto io quanto mio co­gnato ci permetteremo di rivolgervi qualche domanda.

GUGLIELMO Risponderò a cuore aperto.

GIROLAMO Benissimo.

STANISLAO Molto bene.

GIROLAMO Da giovane, vi dico la verità, mi piaceva di an­dare a casa di conoscenti, dove incontravo una comitiva di amici coi quali si giocava a carte, con pochissimo interesse: Posso assicurarvi però che mai il sottoscritto mise piede su di una bisca.

STANISLAO Case da giuoco mai!

GUGLIELMO Ho sentito parlare di bische e case da gioco, ma vi dico la verità non ci sono mai stato.

GIROLAMO Sapete giocare, però.

GUGLIELMO Una scopa a mano a mano, uno scopone; ma siccome perdo perché non mi ricordo le carte, preferi­sco di non giocare.

STANISLAO E’ il medico che adesso vi parla: quante sigarette fumate e quanti caffè prendete?

GUGLIELMO Caffè ne prendo poco: una tazza la mattina e una dopo colazione. Qualche volta ne prendo una terza di pomeriggio se mi trovo in compagnia con qualche amico. Fumo si e no sette, otto sigarette al giorno.

STANISLAO Vi consiglio di limitare a tre le sigarette, divi­se come le divido io: una la mattina dopo il caffè, per esigenze.., personali, l’altra dopo pranzo e la terza la se­ra, dopo cena

GUGLIELMO Sono certo che ci riuscirò facilmente.

STANISLAO Voi da piccolo avete avuto il morbillo?

GUGLIELMO Non me lo ricordo, veramente. Ma me lo fa­rò dire dai miei genitori e ve lo farò sapere.

GIROLAMO Quando sarà il momento ce li farete conosce­re, i vostri genitori.

GUGLIELMO Sarà una gioia per me.

STANISLAO Scusa, Gerò. (Rivolto a Guglielmo) Non vi dovete dimenticare di farvi dire il fatto del morbillo, perché il morbillo per gli adulti può essere mortale.

GUGLIELMO I miei se lo ricorderanno certamente.

STANISLAO Papà e mammà godono di ottima salute è vero?

GUGLIELMO Due colossi che schizzano salute dagli occhi.

STANISLAO E i nonni?

GUGLIELMO Mio nonno mori a quarantasette anni.

Girolamo e Stanislao si scambiano uno sguardo cupo e pieno di sospetto.

GIROLAMO Cosi giovane...

GUGLIELMO  Una caduta... Perdette l’equilibrio e cadde al­l’indietro battendo la testa. Ci rimase sul colpo.

STANISLAO A quarantasette anni si perde l’equilibrio? Bisognerebbe indagare.

GIROLAMO Quarantasette anni so niente.

GUGLIELMO La nonna invece ci ha lasciati a novant’anni.

STANISLAO (a Girolamo, rassicurante) La compensazione c’è.

GIROLAMO Sarei curioso di sapere se siete stato fidanzato con altre ragazze.

GUGLIELMO Fidanzato vero e proprio no, ho amoreggiato con tre o quattro ragazze per brevissimo tempo, perché m’accorsi subito che i loro caratteri non legavano con il mio.

GIROLAMO Mi dispiace dirvi che questa presa di posizio­ne nei confronti di queste tre o quattro ragazze altro non è che il segno evidente della vostra volubilità.

STANISLAO Sciocchezze. Tutti i giovani si lasciano, si pi­gliano... una volta accasati, poi, mettono la testa a parti­to. Io penserei di controllare il vostro stato di salute  (porgendo il suo biglietto a Guglielmo) Do­mani pomeriggio, verso le cinque, venite ‘o studio mio. Vi esaminerò scrupolosamente: un ascolto al cuore, una palpatina al fegato, una bella Wasserman e ci togliamo ogni dubbio.

GIROLAMO Dovete perdonare. Vi ripeto, Gigliola è figlia unica. Di solito si usa dare l’incarico al medico di f ami­glia; per fortuna noi il medico lo teniamo m casa. (Chia­mando) Amneris, Gigliola. (Dopo breve pausa soprag­giungono le due donne) Il signor Guglielmo Speranza ci lascia.

AMNERIS Già ve ne andate? Ci dispiace.

GUGLIELMO 1-Io già abusato troppo dell’amabilità di vo­stro marito e di vostro fratello.

GIROLAMO Un ultimo accordo voglio prendere con voi, in presenza di mia moglie e di mia figlia, e poi sarete libero.

GUGLIELMO Sentiamo.

GIROLAMO Io e mio cognato abbiamo avuto l’impressione che il primo contatto con il signor Guglielmo Speranza darà in avvenire ottimi risultati. Resta intanto stabilito che fra quindici giorni, un mese massimo, quando avre­mo preso tutte le debite informazioni sui vostro con­to...

STANISLAO Domani pomeriggio, alle diciassette e trenta ci vedremo allo studio...

GUGLIELMO Non mancherò.

GIROLAMO Dopo le informazioni e il fatto dell’appunta­mento allo studio che dice mio cognato, si potra parlare di un prossimo incontro per approfondire meglio l’argo­mento, e, se sarà il caso, fissare la data per il fidanzamen­to. Beviamoci un altro poco di malvasia, per buon augu­rio. (Amneris riempie di nuovo i bicchieri e Gigliola li distribuisce) Sia ben chiaro fin da adesso, però, che se tutto andrà liscio, dalla data del fidanzamento a quella del matrimonio dovranno trascorrere minimo due anni.

GUGLIELMO (addolorato) Due annì...

GIROLAMO Ho detto due anni minimo! Il tempo necessa­rio per vedere quali saranno i frutti che riuscirete a raccogliere con quel pezzo di carta che vi hanno dato.

GUGLIELMO La laurea.

GIROLAMO Già. Due anni sono lunghi lo so. Ma durante questo periodo vi permetterò di frequentare la mia ca­sa cosi avrete reciprocamente l’opportunità di conoscer­vi meglio e di scandagliare i vostri caratteri. (Sollevan­do il bicchiere) In questo momento, sono lieto di augu­rare a tutti noi la completa e felice realizzazione d’ogni nostra aspirazione.

Dopo aver sollevato in segno di augurio il proprio bic­chiere, ognuno beve e poi continua a sorseggiare in si­lenzio il dolcissimo vino, mentre dall’interno si ode in lontananza il coro degli studenti e si chiude il sipario di velluto nero.

Provenienti l’uno dalla destra e l’altro dalla sinistra so­praggiungono e s’incontrano Guglielmo Speranza e Furio La Spina. Il sipario di velluto si apre, rivelando la « Strada dove ci si incontra per caso». L’effusione con cui i due si salutano ci lascia capire che si erano perduti. di vista da un pezzo.

FURIO (scoprendo per primo la presenza dell’amico) Spe­ranza!

GUGLIELMO (con lo stesso tono di sorpresa) La Spina!

FURIO Guglielmo mio, dammi un abbraccio!

GUGLIELMO Ma sono io che te lo chiedo, e con tutto il cuore. (Si scambiano un forte abbraccio; anzi è Furio che stringe a sé Guglielmo, mentre questi per via della quantità di pacchi e pacchetti che reca con sé è costretto a subire la stretta) Piano, piano... mi soffochi!

FURIO Si, hai ragione. Mi devi scusare, ma la gioia di rivederti dopo tanto tempo... Gugliè, noi non ci vedia­mo da più di due anni.

GUGLIELMO Per due anni mancano tre mesi: il trimestre mi è stato condonato.

FURIO Come s’intende «condonato»?

GUGLIELMO Caro La Spina...

FURIO Gugliè, ti voglio bene, chiamami Furio. Questo La Spina è toppo legato alle costumanze studentesche. Mi dicevi?

GUGLIELMO  Adesso non mi ricordo.

FURIO Il fatto del condono del trimestre.

GUGLIELMO Ah, sì. Mio suocero, o meglio il mio futuro suocero, prese due anni di tempo per fissare la data defi­nitiva del matrimonio. Visto poi la mia «buona condot­ta», bontà sua, mi ha voluto promuovere fidanzato uf­ficiale sei mesi prima della scadenza del corso regolare, in attesa della nomina a marito effettivo.

FURTO Ho capito. Sicché non ci vediamo da un anno e nove mesi.

GUGLIELMO I conti tornano.

FURIO Ma io so tutto di te, perché non ti ho mai perduto di vista. Mi vedo spesso con gli amici... Attilio, Agosti­no, Corrado... Ci vediamo quasi sempre e naturalmente parliamo di te. (Battendogli affettuosi quanto paternali­stici colpettini di mano sulla spalla) Bravo, bravo vera­mente... Ti stai facendo strada.

GUGLIELMO Beh, non mi posso lamentare.

FURIO Lo credo. In tutte le pubblicazioni che si occupa­no del settore in cui svolgi la tua attività è difficile che non sia citato il tuo nome. Ti seguo e leggo tutto quello che ti riguarda.

GUGLIELMO Ho sgobbato, caro Furio, e adesso posso dire in tutta coscienza che nel mio campo non sono secondo a nessuno.

FURTO E sapessi l’amarezza che provo quando sono co­stretto a difenderti.

GUGLIELMO Mi devi difendere?

FURTO Lasciamo andare, Gugliè. La gente è malvagia. Il fatto della pagliuzza e la trave.

GUGLIELMO Sì, ma vorrei avere notizie di questa probabi­le pagliuzza che inconsapevolmente mi ritrovo nell’oc­chio.

FURIO Ti vuoi formalizzare su quello che dice la gente?

GUGLIELMO Si tratta di amici comuni?

FURIO Gugliè, amici, non amici... Proprio perché ti sono amico, da una parte ti metto in guardia contro la maldi­cenza, dall’altra ti dico fregatene altamente e fila dritto per la tua strada. Sai com’è: per l’ennesima bocciatura sono stato costretto a lasciare l’università poco dopo di te,e per guadagnare ho brevettato alcune piccole invenzioni, cosette pratiche e sfiziose, tipo… le scarpe con il calzascarpe incorporato… o altre cose del genere. Vado e vengo dai ministeri e…che ti posso dire... c’è sem­pre chi ti vuoi bene e chi ti vuole male. Dicono: « Si, va bene, lui non è uno stupido, — lui saresti tu, — ma giova­ne com’è avrebbe mai potuto occupare il posto di re­sponsabilità che occupa, se non ci fosse stata la spinta autorevole del futuro suocero che, diciamo quello che è, ha tutto l’interesse ad avere come genero un personag­gio da manovrare,lI quale, in seguito, si troverà con le mani in pasta come in passato si trovarono le sue e co­me tuttora si trovano?

GUGLIELMO Diffamazione, questa è diffamazione bella e buona. Fuori i nomi, fuori i nomi di queste carogne.

FURIO Gugliè, fratello mio, ti pare che ti vengo a dire i nomi di questi miserabili per farti trovare aI centro di uno scandaletto squallido, che avrebbe il solo effetto di allargare la macchia dei pettegolezzi?

GUGLIELMO Mio suocero non si è mai permesso di occu­parsi dei fatti miei e del mio avvenire, sia pure con un semplice consiglio. Il posto che occupo l’ho conquistato di diritto. Risultai terzo tra duemila e cinquecento con­correnti. Quel poco che ho fatto finora lo debbo soltan­to alla mia capacità, alla mia tenacia, alla mia intelli­genza.

FURIO Capisco il tuo risentimento, ma ti consiglio di non lasciarti andare, perché in giro già si dice che sei invasa­to, fanatico, vanaglorioso.

GUGLIELMO Lo dicono?

FURIO Lo dicono si, ma non te la devi prendere: lascia correre. Vai dritto per la tua strada, anzi, se facciamo la stessa strada, ti accompagno.

GUGLIELMO Ti ringrazio, ma io sono arrivato.

FURIO Abiti qua, adesso?

GUGLIELMO No, qui abita la mia fidanzata, quello è il portone di casa sua. (Indica un punto a pochi passi  in quinta a sinistra).

FURIO Mi farebbe proprio piacere di conoscere la tua fi­danzata, Gigliola... è vero, si chiama Gigliola?

GUGLIELMO Si, Gigliola. Te la presenterò un’altra volta. Stamattina non è in casa. Ti porterei volentieri con me, ma non si tratta di una famiglia facile. Mio suocero è uno di quei tipi di stampo antico, molto riservato e al­quanto diffidente.

FURIO E pensi che presentandomi insieme a te, improvvi­samente, mi farebbero una cattiva accoglienza?

GUGLIELMO Questo no...

FURIO Sono o non sono il tuo amico fraterno?

GUGLIELMO Certo.

FURTO \allora?

GUGLIELMO C’è consiglio di famiglia, dobbiamo fissare la data del matrimonio.

FURIO Beh, se avete già fissato il compare d’anello, me

la prendo veramente a male. Il compare d’anello, metti-telo bene in testa, debbo essere io. Gugliè, m’offendo se non mi fai fare il compare d’anello.

GUGLIELMO Se ti fa piacere...

FURTO Perché, a te non ti fa piacere?

GUGLIELMO Molto, figurati... Mi fa molto piacere.

FURIO E il compare d’anello prende parte a questo consi­glio di famiglia. Pure con i miei impegni bisogna conci­liare la data precisa del matrimonio. Quello è il por­tone?

GUGLIELMO Si.

FURIO E vieni, andiamo. Vedrai l’accoglienza che ti faran­no, quando nell’entrare in casa, dirai: « Miei cari suoce­ri, vi presento il compare d’anello». Animo, su, andia­mo. Conoscerò finalmente questa maliarda che ti ha strappato agli amici. Rinunzio a tutto il da fare che ave­vo per procurarmi questa gioia. E per la prima notte di matrimonio> sarò io, il compare d’anello, ad organizzare sotto le vostre finestre la serenata di auguri agli sposi, con la rituale « Santanotte». (Invadente) Cammina!

E Guglielmo, mogio mogio, si lascia accompagnare.

Scomparsi Guglielmo e Furio, appare un folto gruppo formato da amici e amiche degli sposi, chi con chitarra, chi con mandolino, chi con altri strumenti, e formano un decorativo gruppo al centro della strada, sotto le fine­stre degli sposi. A questo punto, mentre il «concerti-no» inizia il refrain della serenata, entra Furio La Spi­na, sì piazza al centro del gruppo e a rigore di tempo, en­tra in battuta con il couplet della « Santanotte».

FURIO

Di Gigliola il dolce nome

 noi vogliamo festeggiar!

CORO

Di Gigliola il dolce nome

 noi vogliamo festeggiar!

FURTO

Benedetta quella mamma

che ti fece  così bella.

I tuoi occhi son due stelle

son la luce del mio cuor!

CORO

Tutti uniti canteremo

pien di gioia e pien d’ardore!

FURIO

Di Guglielmo il dolce nome

noi vogliamo festeggiar!

CORO

Di Guglielmo il dolce nome

noi vogliamo festeggiar!

CORO e FURIO

Degli sposi il dolce nome

noi vogliamo festeggiar!

Di Gigliola e di Guglielmo i dolci nomi

noi vogliamo festeggiar!

Il gruppo scompare nel buio della notte, mentre, al centro della ribalta, in pieno giorno, appare la figura di Guglielmo. Dopo breve pausa egli si rivolge al pubblico.

GUGLIELMO: Mia moglie è incinta. Io vorrei sapere che cosa gliene frega alla gente se mia moglie è rimasta incinta prima del matrimonio o dopo. certe cose succedono indipendentemente dalla nostra volontà. Il momento è arrivato, Gigliola è uscita di conti da cinque giorni, sta a momenti ma nonostante la cosa sia stata tenuta segreta anche con i parenti, già mi arrivano lettere piene di allusioni ironiche, di auguri per il prematuro lieto evento… - prematuro sottolineato -, ce n’è perfino una che si conclude dicendo “ ca nisciuno è fesso”. Ora io non capisco perchè la gente ha paura di rimanere fessa se finge di ignorare una situazione innocente come la mia e pensa invece di togliersi di dosso la fessaggine mandando una  lettera anonima del genere. L’altra cosa clic mi fa impazzire è di non potere assodare chi sia stato l’indiscreto che ha messo m giro la voce. (Per un attimo rimane assorto) “La laurea non è che un pezzo di carta»  Povero papà quanti consigli mi dava: Una volta m disse: Gugliè figlio mio ricordati sempre che nella vita incontrerai la rosa e la spina’(Sopraggiunge  Furio La Spina; Guglielmo lo scorge e resta par un attimo colpito da quella presenza ma si rìcompone subito, salutando con calore il suo ‘fraterno” amico) Furio, caro!

FURIO  E hai sbagliato pure questa volta: mi dovevi chiamare compare. Ma ti perdono perché non mi hai chiamato La Spina.

GUGLIELMO ( rimane in silenzio ancora per un attimo, poi bisbiglia un disorientato)  Già… (Infine, in silenzio, i due si avviano in quinta)

      Usciti i due, da un lato,internamente,udiamo la voce della cantante che presto entra da    una quinta suonando un successo del 1935 e cantando, mentre dall’altra en­tra Guglielmo, che guadagna il centro del palcoscenico e si ferma, fissando il pubblico intensamente. La ragaz­za incrocia dietro Guglielmo, si allontana ed esce dal la­to opposto a quello da cui è entrata. Guglielmo si toglie la barbetta nera e la sostituisce con quella grigia, poi, con un sorriso pieno di pudore la mostra al pubblico.

GUGLIELMO    Il tempo passa… L’ultima volta che ci siamo visti è stato precisamente dieci anni fa. Sembra ieri. Quanti cambiamenti ci sono stati. In questo decennio ho avuto delle vere gioie, ma anche delle grosse amarezze. Due figli maschi durante i primi tre anni di matrimonio ti rendono felice. Ma tutti e due, per ragioni diverse, mi procurarono dubbi e contrarietà. Al ricevimento per la nascita del primo, ad esempio, rimasi contrariato perché tutti gli invitati, a turno, si mettevano intorno al neonato e lo esaminavano dalla testa ai piedi. Si scambiavano le loro impressioni. “Giesù, Giesù, ma è tale e quale al padre!” Poi, uno alla volta mi venivano a stringere la mano dicendomi: “complimenti Gugliè, ti ha tagliato la testa!” O, assestandomi un colpo sulla spalla, “Questo bambino è il vostro ritratto, cose da pazzi”!  Per il secondo figlio tutto questo non si verificò, nessuno fece allusione alla somiglianza con me. Si, strette di mano, complimenti, “che stupendo bambino”! “Sembra di zucchero”, “Una pesca”, “però, diciamo la verità. Gugliè, questa volta ha fatto tutto vostra moglie, voi non c’entrate proprio”. Insomma, gli invitati sembravano i membri du una commissione per l’esame della paternità e, se la prima volta fui promosso a pieni voti, la seconda… “Questa volta ha fatto tutto vostra moglie”, “Voi non c’entrate proprio”… fui messo in crisi. La notte non riuscivo a dormire. Una sera entrai nella stanza dove dormiva il bambino e lo spogliai nudo per osservarlo nei minimi particolari. Più lo guardavo e più non sembrava figlio a me. Ma, mentre continuavo a guardarlo ed osservarlo mi sentii così mortificato e meschino che avrei preferito sprofondare sottoterra. E già, perché pensai: “Ma allora per questo piccolo essere gli esami sono già cominciati?” E mi vergognai come un ladro nel riconoscere in me stesso il più zelante e pignolo membro della commissione esaminatrice. (Fa una breve pausa mostrandosi dispiaciuto)

Comunque i miei figli stanno crescendo, si chiamano uno Fortunato e l’altro Felice; ve li presenterò quando sarà il momento. Come professionista non mi posso lamentare anche se tutti quelli che si occupano della mia attività, quando parlano di me, concludono sempre con un “mah…”, “forse…”, “staremo a  vedere…”. E questo è tutto. Nooo? Non è tutto? Avete ragione. (Con un sorriso compiaciu­to) Non è tutto. (Con una smorfia aggraziata, come quel­la che fanno i bambini una volta colti in fallo) Ma mi vergogno di dirvelo. D’altra parte ho promesso di non nascondervi niente e debbo mantenere la parola. Mi so­no innamorato di una ragazza. Ma innamorato cotto. E’ giovanissima. Non so nemmeno se sia bella, ma io la ve­do incantevole. La guardo e resto incantato a guardar­la... (Piccola pausa). E non c’è altro. (Con lo stesso sguardo indagatore di prima fissa il pubblico in sala, poi s’arrende di nuovo) Cheee? C’è dell’altro? (S’intristi­sce) Si, avete ragione.., c’è dell’altro. La parte più dolo­rosa di tutto questo racconto ho cercato di nasconderve­la; ma se un giorno mi troverò con l’acqua alla gola, se mi metteranno con le spalle al muro, vi giuro che vi racconterò tutto per filo e per segno. (Il sipario-comodi­no si apre scoprendo la «Strada dove ci si incontra per caso». Da una delle quinte sopraggiungono Giglio/a e Furio. Giglio/a ha fatto il giro dei negozi, infatti è cari­ca di pacchetti. Della loro Presenza è Guglielmo che se ne accorge per primo) Gigliò, finalmente. (Mostrando l’orologio) Ti sto aspettando da quasi tre quarti d’ora.

GIGLIOLA E chi t’ha detto « aspetta».

GUGLIELMO L’abbiamo detto quando siamo usciti, tu per fare il giro dei negozi, io quello degli uffici e delle ban­che. Anzi, l’hai detto proprio tu: «Ci vediamo qua».

GIGLIOLA Peggio per te se dopo avere aspettato dieci mi­nuti un quarto d’ora, hai preferito aspettare ancora inve­ce di andartene.

GUGLIELMO Che bel ragionamento,tupoi arrivavi e non mi trovavi. Sai benissimo che non sono cafone al punto da non farmi trovare all’appuntamento con una donna.

GIGLIOLA (acida) D’accordo. Gli appuntamenti con le donne si rispettano, ma io sono tua moglie.

GUGLIELMO Beh, la moglie è moglie.

GIGLIOLA Che bella soddisfazione: siamo arrivati al pun­to che me lo dici in faccia.

GUGLIELMO Che cosa?

GIGLIOLA Che debbo ringraziare a Dio che sono tua mo­glie, se no mi tratteresti come una scarpa vecchia.

Segue un penoso silenzio.

GUGLIELMO (allarmato, cerca d’interrogare con lo sguardo l’amico, nella speranza di avere da lui qualche spiegazio­ne sull’insolito atteggiamento ostile di sua moglie, ma Furio con molta disinvoltura evita qualsiasi contatto con Guglielmo il quale prudentemente preferisce sviare il discorso) Siccome vedo che stai storta, preferisco non insistere.

GIGLIOLA  E’ meglio e ti conviene.

GUGLIELMO Beh, hai fatto il giro dei tuoi negozietti, ti sei divertita, hai comprato quello che ti serviva?

GIGLIOLA Come no!

GUGLIELMO Mi hai comprato la colonia?

GIGLIOLA Non mi sono bastati i soldi.

GUGLIELMO Non fa niente, me la compri domani.

GIGLIOLA E domani non esco. Vuol dire che la colonia tua o te la compri tu, o te la fai comprare da qualche persona pratica di profumi.

GUGLIELMO Gigliò, ma che ti succede? (Giglio/a non ri­sponde). Furio, ne sai tu qualche cosa?

FURIO Si, ho notato un certo turbamento nella commarella, e mi sono accorto pure di come si è incupita non ap­pena ti ha visto, ma, come si dice: fra moglie e marito...

GIGLIOLA Deve durare a lungo questa inchiesta?

GUGLIELMO Non si tratta d’inchiesta. Siccome quando ci siamo lasciati sul portone di casa stavi di buonissimo umore, allegra, contenta.., devi per lo meno capire la mia preoccupazione nel ritrovarti adesso completamen­te cambiata.

GIGLIOLA Che ci vuoi fare. Pure il tempo cambia da un momento all’altro. In fondo pure noi siamo influenzabi­li come il termometro.

GUGLIELMO Certo, ma il tempo non è cambiato affatto; è rimasto come quando ci siamo lasciati sul portone di casa.

GIGLIOLA Se il tempo è rimasto quello che era, qualche cosa che su di me ha più influenza del tempo si è capo­volta addirittura. (A Furio) Caro compare, vi saluto.

FURIO Commarella cara, buone cose e arrivederci.

Gigliola esce svelta, senza degnare nemmeno di uno sguardo Guglielmo, mentre alle spalle dei due uomini si chiude il sipario-comodino.

GUGLIELMO  Sono cose da pazzi. Tu l’hai incontrata per la strada?

FURIO Si.

GUGLIELMO  E già stava nervosa, quando l’hai incontrata?

FURIO                Non ci ho fatto caso.

GUGLIELMO   Ma non ti ha parlato di me?

FURIO              Si, così, come al solito. Ma sei preoccupato?

GUGLIELMO  Certo. Non vorrei che si fosse accorta... Si, insomma...

FURIO              Della tua relazione?

GUGLIELMO  Si, di questo mio momento...

FURIO               Di sbandamento...

GUGLIELMO    Il modo di come mi rispondi non mi piace.

FURIO                In che senso?

GUGLIELMO      Tu sai qualche cosa che non mi vuoi dire.

      Si. Tu sai che io non attraverso un momento di sbanda­mento. La ragazza che ho incontrato...

FURIO  Bonaria?

GUGLIELMO E chi, se no? L’adoro, e tu lo sai. Se non ho ancora lasciato mia moglie, se non ho abbandonato la casa è stato solo perché tengo due figli.

FURIO Addirittura.

GUGLIELMO (autoritario) Fammi parlare. Ho fatto e sto facendo le cose a modo e con infinita prudenza. Vedo ra­ramente Bonaria, e questo è per me un grande sacrifi­cio; la trattoria dove c’incontriamo è una taverna fre­quentata da carrettieri e camionisti perché si trova a venti chilometri sulla strada provinciale.

FURIO Ma che vuoi dire con questo?

GUGLIELMO Che tu solo conosci questo posto perché ti ci portai per presentarti Bonaria.

FURIO Voglio sperare che non ti stia passando per la testa che sono stato io a informare Gigliola del fatto di questa Bonaria.

GUGLIELMO Scusami. Ti chiedo scusa, ma ti debbo confes­sare pure che il dubbio l’ho avuto.

FURIO Mi dispiace, mi dispiace assai.

GUGLIELMO Non può essere vero. No, tu no. Sarebbe la fine del mondo.

FURIO Meno male.

GUGLIELMO E allora non può essere questo il motivo del malumore di Gigliola.

FURIO È questo.

GUGLIELMO È questo?

FURIO Si.

GUGLIELMO E tu che ne sai?

FURIO Me l’ha detto Gigliola.

GUGLIELMO E a Gigliola chi gliel’ha detto?

FURIO Gugliè, ma tu dove vivi? Gugliè, la città è piena di questa tua relazione. Se ne parla in tutti gli ambienti, e la voce che circola è una sola: « Si tratta di aspettare:

bisogna vedere la moglie come si regola».

GUGLIELMO Questo dicono?

FURIO SI, solo questo... Non ti dico poi il guaio che ho passato io personalmente.

GUGLIELMO Tu?

FURIO È naturale, Sanno che siamo amici, e allora voglio­no sapere da me com’è nata la tresca, dove e come hai conosciuto questa ragazza, se è bella, se è brutta, quanti anni tiene... Non ti dico poi il mio imbarazzo quando vo­gliono sapere che ne penso di questa tua scesa di testa:

se tua moglie ne farà una tragedia, se alla fine accetterà il fatto compiuto, e si starà zitta. Insomma, ho perduto la pace.

GUGLIELMO E tu che rispondi?

FURIO Che posso rispondere? Da una parte ti sono amico e ti voglio bene, dall’altra penso che Gigliola non se lo meritava... Cerco di cavarmela dicendo: « Qua, là... so­pra, sotto... Si, va bene, ma sapete com’è,., e tiritippete e tiritappete... »

Le ultime battute di Furio si perdono in quinta, mentre i due escono. Il sipario di velluto si apre, scoprendo il soggiorno di casa Speranza. Amneris e due giovani ami­che di famiglia, la signora Cucurullo e la signora Picioc­ca, si troveranno sedute intorno al tavolo. Laudomia fa il giro per ritirare le tazze del tè, e dopo averle sistema­te nel vassoio si avvia per uscire. Uscita la cameriera, Amneris riprende la conversazione con le amiche.

AMNERIS Siamo due donne sole. Mia figlia, orgogliosa com’è  quella è il ritratto della buonanima di suo pa­dre! —‘ qualunque amarezza se la tiene in corpo, e lui ne approfitta per fare il comodo suo. Schifoso. Ha dimenti­cato completamente i suoi doveri di marito e i due figli che tiene.

GIGLIOLA (entrando) Ecco qua. (Mostra un sacchetto di carta forata, rigonfio e legato in cima con un nastrino) L’ho chiuso qua dentro, se no svapora il profumo.

PICIOCCA Hai fatto la stessa pensata mia. Il mio ne ho fatto un pacchetto e l’ho conservato. (Trae dalla borsa un pacchetto e lo mostra) Eccolo qua.

LAUDOMIA (dall’interno) Permesso.

AMNERIS     Avanti.

LAUDOMIA (entrando) È venuto il compare.

AMNERIS Fallo entrare.

LAUDOMIA (verso l’interno) Accomodatevi.

FURIO (entrando) Grazie. (Laudomia esce). Signora Am­nerìs, servo vostro. (Baciamano) Commarella cara... (Un piccolo inchino per le due signore).

AMNERIS (indicando Furio) Se non fosse stato per lui, io e mia figlia saremmo rimaste all’oscuro di tutto.

FURIO Quando mi sono accorto che non si trattava più di un capriccio, ma di una cosa seria, pure nell’interesse di Guglielmo, ho creduto mio dovere di dire tutto a Gi­gliola.

PICIOCCA Ma certo.

GIGLIOLA Dunque, il fazzoletto che trovai nella tasca del suo pantalone sta in questa busta.

FURIO Che significa questo fazzoletto?

AMNERIS Dalle vostre informazioni, noi arrivammo a sa­pere soltanto che la concubina di mio genero si chiama Bonaria e che lavora come commessa in una profume­ria.

PICIOCCA Io subito pensai alla commessa che lavora nel negozio di profumeria dove mi servo io, perché si chia­ma Bonaria pure lei. Allora immediatamente...

CUCURULLO (interrompendo l’amica) Scusa, Margherì, si trattava di sapere se la commessa del negozio dove si ser­ve Margherita fosse la stessa...

FURIO Di dove si serve Guglielmo.

CUCURULLO Si, insomma... Gigliò, adesso devi dire pri­ma tu il fatto del fazzoletto.

GIGLIOLA Giorni fa, in una tasca di un pantalone di Gu­glielmo trovai un fazzoletto con un profumo che lui non aveva mai usato.

PICIOCCA Non appena Gigliola mi disse che aveva trovato questo fazzoletto...

AMNERIS  Il fatto di rovistare nelle tasche di tuo marito fu idea mia.

GIGLIOLA Si, mammà. Nessuno vi toglie il merito. La si­gnora Piciocca stava parlando. (Rivolta alla Piciocca) Allora?

PICIOCCA Quando Gigliola mi disse di questo fazzoletto, senza nemmeno chiedere il suo parere, l’indomani matti­na stessa misi in pratica quello che avevo pensato. Mi vesto, esco di casa e m’avvio alla profumeria. Premetto che il fazzoletto che mi aveva fatto odorare Gigliola mi faceva pensare molto al profumo che avevo sempre sen­tito addosso a questa Bonaria, ma volevo la certezza che fosse lo stesso. Arrivata all’ingresso del negozio, toma torna, entro. Lei stava al banco. (Contraffacendo i ge­sti e la voce di Bonaria al fine di metterla in ridicolo) « Buongiorno, signora Piciocca ». « Buongiorno, cara». « Desidera?» « Debbo fare un regaluccio a un’amica, consigliami un profumo da fare bella figura». « Abbia­mo questo, è una novità». E questo si e quello no... Finalmente ho fatto finta di accorgermi soltanto in quel momento del profumo che portava lei addosso, e ho det­to: « Il profumo che usi tu mi piacerebbe, fammelo sen­tire... Si, questo forse andrebbe bene, perché la persona che lo deve ricevere è snella come te e quasi quasi ti assomiglia pure. Anzi, facciamo cosi: me ne metti qual­che goccia in questo fazzoletto, io ce lo faccio sentire e se le piace, lo compro e vado sicura». Lei, molto genti­le, veramente, non me l’ha fatto nemmeno finire di dire che subito ha preso dalla vetrina il flaconcino e l’ha aper­to apposta per me. « E se non dovesse piacere? », ho det­to io. « Vuol dire che me lo tengo io, tanto questo è il profumo che uso». (Trae dalla borsetta il pacchetto e lo mostra) Qua dentro ci sta il fazzoletto (e comincia ad aprirlo).

GIGLIOLA No, aspetta. Se ci sta differenza tra l’uno e l’al­tro, si confondono i due profumi e l’esame non riesce. Mettiamoci a distanza, tu là e io là. (Indica i due punti opposti del soggiorno) Il compare viene prima a. odora­re il fazzoletto mio e poi il tuo.

Le due donne si dispongono ognuna nel punto indicato da Gigliola.

FURIO (alquanto preoccupato per il compito che deve assumersi) Non vorrei assumermi una responsabilità di questo genere.

GIGLIOLA Non la fate pesante, compà.

FURIO Me ne guarderei bene. Sapete che d’è... ~ questio­ne che qualche anno fa ebbi una violenta sinusite. Ades­so sono guarito, ma sempre di un olfatto minorato si tratta. Questo servizio non lo potrebbe fare la signora Amneris?

AMNERIS Per carità. Mi sono svegliata con un raffreddore numero uno. Tengo un naso appilato che Dio lo sa.

FURIO Facciamo così: signora Piciocca, mi metto io al posto vostro con il fazzoletto e voi odorate prima a me e poi a Gigliola.

PICIOCCA Ma il profumo io lo conosco e come niente mi posso suggestionare e mi sbaglio.

FURIO Mi proverò. Mi voglio soffiare bene il naso e poi incominciamo l’esame. (Si soffia il naso un paio di vol­te) Ecco fatto. Siamo pronti?

PICIOCCA Si, si.

FURIO (annusa prima un fazzoletto poi l’altro; si ferma a metà strada tra l’una e l’altra donna e arriccia il naso ripetutamente; il gioco si ripete ancora una volta, fnal­mente arriva il sospirato responso) Non c’è dubbio, il profumo è lo stesso.

PICIOCCA La Bonaria di tuo marito è la stessa Bonaria che conosco io.

AMNERIS Falli arrestare tutti e due senza pietà.

GIGLIOLA Statevi zitta, mammà.

CUCURULLO Per accusare di adulterio ci vogliono le prove.

AMNERIS Tu mi dicesti che lo stesso profumo si sente pure sulle maglie e le camicie di tuo marito.

GIGLIOLA E con questo?

AMNERIS Si portano in tribunale le maglie, le camicie e i fazzoletti...

FURIO Ma, gentile signora, il tribunale non è una lavande­ria. I panni sporchi, è proprio il caso di dirlo, si lavano in famiglia.

GIGLIOLA Finisce che mi butto abbasso e mi tolgo io da’ mezzo, perché non ne posso più Oh! (Scoppia in un pianto abbastanza controllato perché riesca credibile e commovente).

CUCURULLO (come una cattiva attrice, che però. conosca la parte a memoria, raggiunge in tutta fretta Gigliola per confortarla) Gigliò, ma questo che cos’è, fatti corag­gio.

PICIOCCA  Tutto si aggiusta..

CUCURULLO E PICIOCCA (all’unisono, come un concerta­to) Tu sei sempre la moglie.

CUCURULLO Uh, scusa.

PICIOCCA Figurati, parla parla.

CUCURULLO No, no: parla tu.

PICIOCCA  Ma ti pare.

CUCURULLO   Stavamo dicendo: tu sei sempre la moglie.

GIGLIOLA  E che vuol dire? (Sempre tra i singhiozzi) Mi tratta come una serva...

AMNERIS  Si deve trovare una strada. Qua ci stiamo rimet­tendo la salute tutti quanti, e mia figlia  specialmente, è diventata una scigna

CUCURULLO Ma vedete che si passa, ma vedete che si passa!

FURIO Calma, commarella mia, calma. Cerchiamo di ra­gionare con calma perché credo che stiamo per arrivare al punto cruciale di questa maledetta sbandata del mio carissimo amico.

AMNERIS Uh, mamma mia!

GIGLIOLA Che deve succedere ancora?

CUCURULLO Se volete rimanere in famiglia, noi ce ne andiamo.

AMNERIS No, e voi siete al corrente di tutto: restate, restate pure.

CUCURULLO Allora, signor Furio, andate dicendo.

FURIO Io stamattina qua non ci dovevo venire. Quando sono uscito di casa, dovevo partire per Roma, per anda­re al Ministero, perché volevo brevettare una mia inven­zione: la bottiglia con due tappi.

CUCURULLO Ma perché, un tappo solo non basta?

FURIO No che non basta. Voi scherzate. La mia bottiglia a due tappi porterà la rivoluzione nel campo dell’imbot­tigliamento. E già, perché il primo tappo lo lascio dov’è sempre stato, il secondo l’ho piazzato sotto il collo della bottiglia, a distanza di tre dita dall’altro. Così  entra l’aria r quando bevete non correte il rischio di sentirvi succhiare le labbra.

PICIOCCA  E’ dove  si compra questa bottiglia?

FURIO A nessuna parte, si deve ancora brevettare.

GIGLIOLA   Compà, ma noi stavamo parlando di mio ma­rito.

FURIO         Si, e per parlare di lui è uscita in mezzo la botti­glia.

AMNERIS A me, se non mi dànno un bicchiere di cristallo pulito, trasparente, mi debbono uccidere se bevo.

GIGLIOLA (spazientita) Compà, e allora?

FURIO E vi dicevo: mentre m’avviavo alla stazione, ho incontrato Guglielmo. Era intontito, stravolto. Mi ha fatto impressione. La ragazza parte, se ne va, lo pianta!

AMNERIS Ah! Sia lodato Iddio...

FURIO Andiamoci piano con queste lodi, signora Amne­rìs. Non credo che questa faccenda si risolverà tanto facilmente.

CUCURULLO Secondo me la cosa è già conclusa. La ragaz­za è stata abile. Ha sfruttato la situazione fin quando ha potuto, s’è fatto comprare vestiti, gioielli, almeno cosi si dice in giro, chi sa se non si è fatta intestare pure qualche proprietà.., questo non mi ricordo da chi l’ho sentito dire.., ha fatto il comodo suo, insomma, e ades­so gli ha dato il benservito e se ne va.

FURIO E se questa Bonaria è più furba di quanto possia­mo pensare noi e ha giocato la carta della partenza, con-

vinta che Guglielmo, infognato com’è, lascia la casa, la moglie, i figli e se ne parte con lei?

GIGLIOLA Mi butto abbasso, mi butto abbasso!

CUCURULLO Ma vedete che si passa, ma vedete che si passa!

PICIOCCA Ma io non credo che avrà il coraggio di abban­donare la famiglia.

AMNERIS Si è sempre mostrato attaccatissimo ai figli.

GIGLIOLA Lo fa, lo fa... ne sono certa.

FURIO Brava la commarella. Il momento che attraversa Guglielmo è veramente critico. Quando l’ho incontrato stamattina, ve l’ho detto, mi ha fatto impressione. « Questa donna non la posso perdere», diceva, « Ci ri­metterò la vita, ma non la perdo *. E quante gliene ho dette. « Bada a quello che fai, tu ti rovini... di quest’epo­ca la vita privata di un uomo in vista come te incide sul­la sua carriera». E questa è la verità. Stanno tutti con le orecchie puntate e gli occhi aperti. La lotta per la so­pravvivenza ci sta, e se un collega ti può fare le scarpe te le fa. Insomma, gliene ho dette di cotte e di crude, ma sono sicuro che non se l’è fatta passare nemmeno per la testa. « Lasciami andare, perché tengo appunta­mento con Bonaria», mi ha salutato in fretta e furia e se n’è andato. Che peccato! Un uomo del suo valore che si perde appresso a una commessa di negozio!

AMNERIS Una schifosa che non può portare nemmeno le scarpe a mia figlia...

GIGLIOLA (chiamando in tono fermo e deciso) Laudomia!

CUCURULLO Ch’è stato?

AMNERIS Che vuò fà?

GIGLIOLA (stizzita) L-a-u-d-o-m-i-a!

LAUDOMIA (entrando svelta) Comandi.

GIGLIOLA Portami il cappellino, la borsetta e l’ombrello.

O quello della buonanima di papà, o quello della buona­nima di zio Stanislao. Insomma, voglio l’ombrello più resistente che abbiamo in casa.

Laudomia esce.

AMNERIS Ma dove vuoi andare? Parla con mamma...

CUCURULLO Gigliò, pensa a quello che fai.

GIGLIOLA Non c’è da perdere un attimo di tempo. Cum­pà, l’appuntamento dove lo tengono?

FURIO Ma è una cantina, frequentata da carrettieri, coc­chieri, muratori... Non è ambiente per voi, commarella mia!

GIGLIOLA Vado pure all’inferno, ma lui butta il veleno a stare qua, a casa, vicino ai figli, come ci sto io.

Laudomia torna con quanto le è stato ordinato di porta­re; in fretta Gigliola si butta in testa il cappellino, si impossessa dèlla borsetta, dei guanti e dell’ombrello e si avvia correndo verso l’uscita. Gli altri la seguono cercando di fare il possibile per calmarla, con parole adeguate.


 

ATTO SECONDO

Osteria periferica. A un tavolo sono sedute Gigliola e Bonaria, una di fronte all’altra. Uno scontro tra le due donne e e già stato, e ora, senza distogliere gli occhi dagli occhi, entrambe si ostinano a rimanere in silenzio, la­sciando all’altra la responsabilità d’interromperlo col proporre la soluzione giusta al problema che s’è creato tra loro. Delle due, però, solo Gigliola è in ansia e divo­rata da livore; Bonaria si sente forte della decisione pre­sa dopo avere largamente meditato, ed è perciò serena e priva di rancori. Dopo lunga pausa è infatti Gigliola a capitolare e a chiedere in tono secco e sbrigativo:

GIGLIOLA Allora?

BONARIA (flemmatica) Scusate, signora, ma « Allora? »con tanto di punto interrogativo, lo dovrei dire io, e non per la stessa ragione che l’ha fatto dire a voi. E se lo volete sentire, ve lo faccio sentire, ma con tutto il resto, perché sennò l’allora mio non avrebbe signifi­cato, come non,ha significato jl vostro,

GIGLIOLA  Sentiamo questo « Allora? » con tutto il resto.

BONARIA Io vi dico tutto il resto, così ve ne   andate e mi lasciate tranquilla. E’ questione che voi non avete ca­pito quello che vi ho detto pochi momenti fa. Questo che significa? Significa che o non avete voluto capire o che siete scema.

GIGLIOLA Tieni la lingua a posto.

BONARIA Se non avete voluto capire, io ve lo ripeto un’al­tra volta, se siete scema, non mi fate perdere tempo.

GIGLIOLA Ti ho detto: tieni la lingua a posto.

BONARIA Vi ho detto e vi ripeto che fra me e vostro marito non esiste più niente: è finito tutto. Ma non per­ché ci siamo scocciati l’uno dell’altra: ci siamo messi paura della moglie, dei figli... abbiamo avuto paura del­la gente. La gente fa paura. Ci hanno messo sotto inchie­sta, a me e a quel povero Guglielmo. «Vi hanno visti là », « Vi abbiamo visti qua», « Ieri sera stavate al cine­ma», « Siete andati al parco in automobile», «Vi abbia­mo visti entrare nel portoncino in via Tale a numero Ta­le». E questo continuamente. E ci hanno visto pure quando non andavamo né al parco né al cinema, né en­travamo nel portoncino numero Tale in via Tale dei Ta­li. Il negozio dove lavoro non è stato mai frequentato da tanta gente come da quando è incominciata l’Era Nuova, « Bonaria - Guglielmo Speranza ». Un andirivie­ni continuo, donne e uomini compresi. Specialmente gli uomini. Che schifo! E sono stata io che ho detto basta!

GIGLIOLA Basta di che?

BONARIA Parto, me ne vado. Mi sono fatta trasferire alla succursale di Milano.

GIGLIOLA Così diventa più accanita la febbre d’amore di mio marito e più facile farti intestare la proprietà di un quartierino: tre camere, cucina e bagno, ammobiliato.

BONARIA Non avete capito niente.

GIGLIOLA (testarda, convinta della falsità di Bonaria) Co­sì diventeranno più rare le visite clandestine del fesso che paga, e più frequenti quelle dei clienti occasionali.

BONARIA Questa è un’illusione che si fanno tutte le don­ne sposate quando perdono il marito. Certo, non pote­vo pretendere che mi dicevate: « Ho perduto mio mari­to perché con te ha trovato il Paradiso, e con me aveva trovato l’Inferno»... E io perciò me ne vado. Perché se quel poco di Paradiso che Guglielmo aveva trovato con me, e io con lui, gli dev’essere avvelenato dall’Inferno aperto che trova in casa sua e fuori di casa sua, è meglio che lui resta nell’inferno di casa sua e io in quello del negozio di Milano.

GIGLIOLA Ma che vuoi dire? Parla chiaro. Insomma, mi vuoi far credere che hai perduto la testa per mio marito al punto tale che preferisci andartene per non vederlo soffrire?

BONARIA No, per dargli pace. Perché se resto qua, se non tronchiamo definitivamente, il nostro> come vi posso di­re...

GIGLIOLA (cattiva) La vostra tresca.

BONARIA No, signora cara, se la pensate così allora vi debbo dire quello che per delicatezza non vi volevo dire: l’amore nostro, signò! Perché di solo amore si tratta. (Soltanto ora l’apparente freddezza viene smentita dal brillare delle lacrime negli occhi della ragazza, che si do­mina e continua) Me ne voglio andare per dare a Gugliel­mo la possibilità di mettere ordine nella sua vita, sia in famiglia che fuori di casa sua. Guglielmo ha già avuto successi e soddisfazioni durante la sua carriera e ne do­vrà avere ancora. Voi, come moglie, gli potete essere di grande aiuto; io, come amante, sarei la sua rovina.

GIGLIOLA (ironica) Guardate, guardate... Vuoi essere pro­prio la Signora delle Camelie? Alfredo e Violetta...

BONARIA No, vi sbagliate.

GIGLIOLA Giulietta e Romeo, allora?

BONARIA Signò, voi siete istruita, io no. Io sono figlia di portinaia: mammà fa la guardaporte. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Tutti questi nomi... Alfredo e Vio­letta, Giulietta e Romeo... non mi dicono proprio nien­te. Ho fatto la manicure e cosi’ ho conosciuto Gugliel­mo, poi trovai lavoro nella profumeria Janton a Ghiaia. Se non volete credere che Guglielmo resterà per sempre l’unico uomo della mia vita, questi sono affari vostri. Quello che mi riguarda è che l’unica prova d’amore che ci possiamo scambiare io e Guglielmo è quella di divi­derci definitivamente. E così faremo. (Chiamando) Si­gnora Teresenella!

TERESA (è la padrona dell’osteria, sopraggiunge svelta) Comandate.

BONARIA La signora è la sorella di Guglielmo Speranza. Sa tutto. Vuole vedere la corrispondenza mia e di Gu­glielmo. Me la volete portare?

TERESA Se capisce, come voi comandate. (Esce).

GIGLIOLA Ma dove vuoi arrivare? Che scherzo è questo? Che me ne importa della corrispondenza vostra? Io non tengo tempo da perdere.

BONARIA Non vi spaventate, lettere non ce ne sono.

TERESA (tornando, con due voluminosi pacchi di cartoline che consegna a Bonaria) Ecco qua. (Rivolta a Gigliola) Signò, voi siete sorella di don Guglielmo? Ma lo ave­te visto mai quando stanno insieme vostro fratello e questa giovine?

GIGLIOLA (reggendo il gioco a denti stretti) No...

TERESA E vi dico che fa piacere a guardarli. Loro, qua, vengono da quando si sono conosciuti. Lui è ammoglia­to... me l’ha detto... e certamente, come deve fare... Quando può scappare, scappa. Io le preparo ‘e pranzet­tine saporite... È vero, signorina Bonaria? (Gli occhi di Bonaria brillano di nuovo) e loro se mettono qua, a que­sto stesso tavolino, e chi-chi, chi-chi, chi-chi... ch’ ‘e mmane mmano e ll’uocchie dint’a ll’uocchie. Quando pò, pè sei, sette giorni — e pure pè diece, cierti vvote —nun se ponno ncuntrà, se salutano ch’ ‘e cartuline indi­rizzate ccà, e io c’ ‘e cunservo. Permettete? (Esce).

BONARIA Io non so scrivere tanto bene, e allora non mi potevo permettere di mandare a lui che è così istruito una lettera mia, tutta sbagliata... Cartoline si, con una sola parola « Coremio», tutt’attaccato e lui per non mortificarmi, mi rispondeva la stessa cosa.

GIGLIOLA E perciò te ne vai?

BONARIA E perciò me ne vado.

GIGLIOLA E io?

BONARIA Voi... che?

GIGLIOLA E chi se lo sopporta in casa un uomo amareggia­to e deluso, il quale limita i suoi rapporti coniugali ai soli doveri di: « Questi sono i soldi per la spesa», « Que­sto per la sarta»... « Come stanno i bambini? », e « Do­ve li vuoi portare quest’anno in villeggiatura? »

BONARIA Con un poco di pazienza e con il passare del tempo...

GIGLIOLA Si può aggiustare meglio la vita in comune!

BONARIA Beh...

GIGLIOLA Già... (Intanto un guizzo di malizia ambigua ap­pare nell’occhio meno socchiuso dell’altro) Mentre par­lavi, io ti guardavo e pensavo: questa ragazza mi piace, l’invidio... Non perché è stata fortunata con Guglielmo, no: ma perché tiene quello che manca a me. Sei decisa. Sai quello che vuoi e dove puoi arrivare.

BONARIA E allora?

GIGLIOLA Non potresti tu intanto, per esempio, modifica­re il tuo piano?

BONARIA In che senso?

GIGLIOLA Io chiuderei un occhio... e tupotresti rimanda­re la partenza fino a quando, col passare del tempo, tra me e mio marito si ristabilisce la vita in comune.

BONARIA (per niente scossa dalla proposta, risponde con il tono distaccato che ha usato finora con Gigliola) Si­gnò, mia madre era una bella donna: quando si metteva seduta fuori al portone, i meglio signori del quartiere se la mangiavano con gli occhi, passando per il vicolo no­stro. Io tenevo undici anni, ero una bambina magra, si, ma già formata come una signorinella. Quando vedevo che mammà aggiustava la camera da letto, chiudeva la finestra e copriva il lume che stava sul comò con un faz­zoletto di seta giapponese, me ne andavo dietro al para­vento dove dormivo io, mi spogliavo e aspettavo. A un certo punto sentivo aprire la porta e capivo che era arri­vato un signore che abitava al terzo piano. Questo succe­deva ogni quindici giorni, quando la moglie di questo si­gnore andava a trovare la famiglia a Benevento. Questo signore e mammà si mettevano a letto. Io da dietro al paravento sentivo i rumori di quando si spogliavano. ‘.Dopo una decina di minuti, la voce di mia madre. « Bo­nà, bell’ ‘e mammà, sali sopra al comò e ti metti in piedi vicino al lume. Nun te fà male, bell’e mammà! » Il co­mò stava di fronte al letto. E cominciava lo spettacolo. « Girati di spalle», e io mi giravo. «Miettete ‘e profi­lo », e io mi mettevo. « Siedete sopra ‘o comò », e io me sedevo...

GIGLIOLA (in preda all’orrore) Madonna mia!

BONARIA Signò, questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun vo­glio. La vita in comune tra voi e vostro marito, mettete­velo bene in testa, non si aggiusta più.

GIGLIOLA Hai distrutto la casa mia!

BONARIA Signora, la casa vostra era distrutta da un pezzo, se no Guglielmo non mi cercava.

GIGLIOLA (al massimo dell’irritazione vibra uno schiaffo a Bonaria) Schifosa!

BONARIA (come insensibile, scorrendo le cartoline una alla volta) Coremio...

GIGLIOLA Vipera! (Le dà un secondo schiaffo)

BONARIA (c. s.) Coremio...

Entra Guglielmo e rimane in disparte a guardare.

GIGLIOLA Maledetta! (Ancora un altro schiaffo)

BONARIA (sempre leggendo) Coremio!

GIGLIOLA Puttana! (Un altro schiaffo).

BONARIA (leggendo, ma dominando ora un impellente scop­pio di pianto) Coremio!

GUGLIELMO (interviene, afferrando con apparente calma gli avambracci di Gigliola e stringendoli in modo da non lasciarle la possibilità di sfuggire alla stretta; poi le fissa negli occhi uno sguardo ammonitore e scandisce, con rabbia repressa) Non ti permettere di toccare an­cora una volta Bonaria. (Costringe sua moglie a schiaf­feggiare se stessa, prima con la mano destra, dicendo) Hai... (poi con la sinistra) ... capito? (Gigliola rimane impietrita, con gli occhi sbarrati; Guglielmo insiste) Guardati bene dall’offendere questa ragazza. Hai... (schiaffo con la mano destra) ... capito? (Schiaffo con la sinistra; poi allenta la stretta e costringe la moglie a incrociare le braccia come una scolaretta e le fa cenno di tacere, mettendosi il dito sul naso) Sssst! Hai capito? (Gigliola rimane immobile nella posizione impostale dal marito, il quale si rivolge ora a Bonaria, con infinita dol­cezza) La macchina, con le tue valige, sta fuori. Se vuoi, puoi partire.

BONARIA (raccogliendo dal tavolo le cartoline) Queste?

GUGLIELMO Te le porti con te. Quando te ne sentirai la forza, le brucerai. (Bonaria prende le cartoline, e dopo aver fissato lungamente uno sguardo denso di malinco­nia negli occhi di Guglielmo, senza badare a Gigliola, si avvia verso l’uscita e se ne va; Guglielmo siede, lenta­mente, al posto di Bonaria. Dopo una lunga pausa, s’ode dall’interno un motore che s’avvia e il rumore di un’au­tomobile che parte; quando il rumore si allontana e si perde sulla provinciale, egli chiede) Vuoi fare colazione qua o bere soltanto un aperitivo? In questo localuccio si mangia molto bene, e servono un vinetto bianco, gela­to, che farebbe proprio al caso nostro.

Gigliola, piena di sdegno, si alza e se ne va, senza pro­nunziare una sola parola; nel sentirsi libero dall’imba­razzo di quella presenza, Guglielmo si lascia andare, poggiando i gomiti sul tavolo e la fronte sui pugni con­giunti. Dopo poco sopraggiunge Furio. Nell’entrare muove pochi passi, ma quando scorge Guglielmo sedu­to a quel tavolo, piegato sotto il peso di una disperata rassegnazione, si ferma fissando per un attimo sull’ami­co il suo sguardo impietoso, che non lascia dubbi sull’in­tima soddisfazione che l’uomo prova in quel momento. In un batter d’occhio, poi, trasforma l’espressione del volto in una smorfia ansiosa e apprensiva che ben s’adat­ti alla simulazione di uno slancio fraterno che parte da un cuore addolorato, smorfia che non solo l’aiuti ad as­sumere un tono di voce grave e partecipe alla crisi allar­mante che ha sconvolto la pace domestica dei coniugi Speranza, ma che lo renda pure sollecito nel soccorrere e stendere una mano al suo indimenticabile compagno di scuola.

FURIO Guglielmo mio, si può sapere che succede? Volete veramente arrivare a conseguenze estreme? Andiamo! Sei un uomo, hai delle responsabilità. Gigliola era lette­ralmente distrutta. Tua suocera, non ne parliamo. Sono venuto a casa per farti una visitina e lei mi ha detto di correre qua per vedere che stava succedendo. E già, per­ché la povera donna non è riuscita a dissuadere Gigliola dal proposito di venire qua e sorprenderti in compagnia di questa Bonaria.

GUGLIELMO Non fare il buffone e finiscila di dire fesserie, perché sei stato tu che hai portato Gigliola qua.

FURIO (ipocrita) Io?

GUGLIELMO E non negare: è peggio. Ti ho visto quando sono arrivato; stavo chiudendo lo sportello della mac­china, e tu stavi fermo davanti all’ingresso del casale affianco, dove c e scritto « Uova fresche », e te ne stavi bevendo uno.

FURIO Questo tipo che si beveva l’uovo l’hai visto nel Film Luce.

GUGLIELMO E a Gigliola chi ce l’ha dato l’indirizzo di questo locale?

FURIO È di dominio pubblico il fatto che tu e Bonaria vi date gli appuntamenti qua.

GUGLIELMO È diventato di dominio pubblico da quando l’hai saputo tu. ~.

FURIO Ti compatisco, perché in questo momento non sei padrone di te stesso.

GUGLIELMO Per fortuna! Questa è la sola gioia che mi conforta, perché non essendo padrone di questo « me stesso», che oramai mi fa schifo, ti posso dire aperta­mente che non voglio più subire la presenza tua nella mia vita, che sono stanco di sopportare i tuoi: « Si, va bene, ma però», che mi sono scocciato di sopportare la  legge del vivere civile che t’assoggetta a pronunziare i « si » senza convinzione, quando i « no » salgono alla go­la come tante bolle d’aria;

FURIO Ma stai parlando con me?

GUGLIELMO Preciso! Si cade dalle nuvole quando il dialogo non procede come pensavamo che dovesse procedere re, secondo la prassi.comune

FURIO Ma che c’entra il discorso che hai fatto? Quali « si» ti  ho fatto dire per forza.., e quali no mi avresti voluto dire?

GUGLIELMO Aspetta. (Scrive in fretta qualche cosa su una busta da lettera che trae di tasca) Vuoi sapere uno dei « si» che mi hai estorto? Ecco: mi hai voluto fare il com­pare di matrimonio per forza.

FURIO Per forza?

GUGLIELMO Ti mettesti appresso come una zecca. Con quali mezzi avrei potuto farti capire che non mi faceva piacere di averti come compare di matrimonio?

FURIO Che squallore! Non avrei mai supposto che tu fos­si tanto meschino.

GUGLIELMO (esultante) L’ho scritta su questa busta la tua risposta! Eccola. (Assaporando la gioia di avere finalmente preso in castagna l’ambiguità di un suo simi­le, legge quanto aveva scritto sulla busta) « Non pensa­vo che tu fossi tanto meschino ». La sola variante sta nel fatto che tu, invece di dire: «Non pensavo che tu fossi », hai detto: « Non avrei mai supposto che »... E con me tisei sempre comportato alla stessa maniera, fin dall’università.

FURIO Se tisei tenuto in corpo tutto questo marcio, per tutti questi anni è un fatto che assoderemo con più cal­ma. Ma qui si stava parlando di altro. Mi stavi accusan­do di avere portato Gigliola qui per farti sorprendere in compagnia di Bonaria.

GUGLIELMO Tutto un totale: questo con quello che t’ho detto. Si, è vero: tu hai accompagnato Gigliola qua, ne sono certo. E devi uscire dalla mia vita: vattene! E mi voglio togliere questo vestito da fesso che a vi­va forza mi hanno voluto mettere addosso e che, dopo avermelo messo, vanno dicendo che mi sta a pennello!

TERESA (avanza verso Furio, con in mano un conto da pagare, scritto su un pezzo di carta qualunque, spiegaz­zato e unto) Questo è il conto di quello che avete con­sumato con la sorella del signor Guglielmo... Se non lo volete pagare adesso, ve lo conservo.

FURIO (disorientato, solleva la testa per fissare lo sguardo su Guglielmo, ma nell’incontrare quello accusatore del­l’amico distoglie il suo, e lo posa, lampeggiante di colle­ra, sulla povera Teresinella) Pago adesso. Tieni. (Con­segnando qualche moneta alla donna) Il resto è per te.

TERESA Grazie. (Intasca il danaro e si allontana).

Ora Furio anziché mostrarsi piegato sotto il peso di una sconfitta morale subita, è eccitato e felice di poter dire in faccia a quel « cialtrone» che si trova di fronte tutto quanto egli ha sempre pensato di lui e, prima di sbotta­re, fissa lungamente un velenosissimo sguardo su Gu­glielmo; ma questi è pronto a ricevere l’attacco di Furio.

GUGLIELMO Avanti, sputa.

FURIO (dopo breve meditazione) Pure tu tenevi il marcio dentro...

GUGLIELMO E poi?

FURIO Ma se ti  togli il vestito da fesso, resti in camicia e mutande, che pure da fesso sono, mentre sotto c’è la maglia, che pure da fesso è; come pure i pedalini, le scarpe; se ti fai togliere la pelle, che pure da fesso è, rimane lo scheletro che è più fesso della pelle e del vesti­to; se tifai spaccare il cranio, il cervello di un fesso ci trovi dentro. Hai capito?

GUGLIELMO E poi?

FURIO E sai perché la tua laurea non è rimasta allo stato di «pezzo di carta » e ha preso il volo tra quelle che per opera e virtù dello spirito santo assumono il valore del­le chiavi che negli alberghi si chiamano “passepartout” , e nella vita « corruzione », « arrivismo » e « protezio­nismo », lo sai perché?

GUGLIELMO Per la « corruzione », l’« arrivismo » e il « pro­tezionismo » di mio suocero...

FURIO Come arrampicatore hai sempre visto lontano, tan­to è vero che mettesti gli occhi su Gigliola. E le hai da­to la ricompensa, me l’ha detto piangendo poco fa: l’hai schiaffeggiata in presenza della tua concubina.

GUGLIELMO Gigliola l’ho schiaffeggiata con le sue mani per non toccarla; a te, ti schiaffeggio con le mie!

FURIO Povero Guglielmo!

GUGLIELMO Non ti voglio incontrare più sulla mia strada.

FURIO Sarete servito, carissimo compare. (Alzandosi e avviandosi verso l’uscita) Ricordatevi però, signor Gu­glielmo Speranza, che tutte quelle porte che per merito di Girolamo Fortezza vostro suocero si spalancarono al vostro passaggio, le troverete, finalmente, inesorabil­mente chiuse. Il mondo, siatene certo, giudicherà la vo­stra vergognosa condotta. (Per un attimo rimane in atte­sa di una qualche reazione da parte di Guglielmo che in­vece non arriva; e così La Spina gira sui tacchi e se ne va).

GUGLIELMO (s’alza di scatto, raggiunge la porta d’ingresso e guarda verso l’esterno, per assicurarsi che Furio si sia allontanato sul serio. Quando ne è ben certo corre ver­so la ribalta e si rivolge al pubblico, mentre alle sue spal­le si chiude il sipario di velluto nero) t una carogna, un calunniatore schifoso. Che c’entra mio suocero con la buona riuscita della mia carriera? Il fatto che ho schiaffeggiato mia moglie in presenza di Bonaria riguar­da solo me e mia moglie. Come si può permettere, il mondo, di giudicare certi fatti che succedono nell’inti­mità di una famiglia? Se poi questi panni sporchi li deb­bo portare al lavatoio pubblico, portiamoli pure e non se ne parli più Voi eravate tutti qua quando ho detto: « Se mi mettono con le spalle al muro vi racconterò tut­to, per filo e per segno»... Mi ci hanno messo, mi ci han­no sbattuto contro! E allora ho il dovere di darvi una spiegazione. Chiarezza e verità. E alla fine pietà, almeno pietà da parte vostra (il sipario di velluto si apre, sco­prendo il soggiorno di casa Speranza; Gigliola è seduta sul divano con un’aria compunta ma vigile e sorveglia­tissima). Ecco Gigliola ed ecco quello che accadde sei anni fa. (Dopo breve silenzio passandosi la mano sulla fronte, come per richiamare alla memoria il dialogo che si svolse tra lui e Gigliola; avvicina una sedia al tavolo e siede di fronte alla moglie) Allora?

GIGLIOLA Come vuoi tu, Gugliè. Sono stanca, esaurita. Da sei mesi, senza nessuna pietà per la mia resistenza fisica, per il mio orgoglio, la mia dignità, mi hai messo sotto un fuoco cli fila di domande e, devi ammetterlo, non sempre domande generose, anzi addirittura spieta­te e spesso offensive. Come vuoi tu... Ma una strada, qualunque essa sia, la dobbiamo trovare.

GUGLIELMO Il fatto è che ci perdiamo in divagazioni, ma non abbiamo mai avuto il coraggio di dirci in faccia la verità.

GIGLIOLA La verità mi costringesti tu a dirla, schiattando­mi puntualmente tutte le bugie che ti dicevo per non ar­rivare a una soluzione drastica che avrebbe distrutto la nostra casa.

GUGLIELMO Ma non capisci che, nei primi tempi, per pau­ra di una realtà che mi avrebbe schiacciato come indivi­duo, per non dire come uomo, mi aggrappavo alle tue bugie, ritenendole persino sacrosante verità?

GIGLIOLA Ma fammi il piacere! La verità sacrosanta sai qual è? Che, se le bugie che ti dicevo, tu le avessi fatte passare per verità, non solo in cuor mio ti avrei ammira­to, ma avrei avuto il tempo di superare la « scesa dite-sta », e mi sarei innamorata veramente di te, tanto più che questa mia « scesa di testa » aveva tutte le atte­nuanti.

GUGLIELMO Già, le amiche...

GIGLIOLA Il solito tasto: «le amiche». Le mie amiche non c’entrano niente, specialmente quella che tu accusi con più accanimento.

GUGLIELMO (con il dente avvelenato e increspando gli oc­chi) La contessa Maria delle Grazie Filippetti Ullèra...

GIGLIOLA Sei ingiusto. Questa gentildonna ha sempre trovato il modo di parlare bene di te.

GUGLIELMO Certo... Non c’era sistema migliore per ren­dere credibili le sue soffiate velenose.

GIGLIOLA Non aveva nessun bisogno di « soffiare». Mi diceva continuamente: « Stai attenta, pensa a tuo mari­to: bene o male, tienitelo caro».

GUGLIELMO Bene o male?

GIGLIOLA Certo.Mi faceva riflettere che avevo due figli, che un passo falso mi poteva portare alla rovina, e che se c’era da sopportare, dovevo abbracciare la croce.

GUGLIELMO Ma quale croce dovevi abbracciare? Quali abusi dovevi rassegnarti a sopportare?

GIGLIOLA Gugliè, tu mi hai lasciata per mesi interi sola, con una casa sulle spalle e con la disperazione di due figli da crescere.

GUGLIELMO Sempre per ragioni di lavoro, e lo facevo col cuore in gola. Lasciavo la casa che marciava in un determinato modo, quando tornavo trovavo sempre qualche novità spiacevole. Durante una assenza di circa un mese e mezzo, non mi facesti trovare Felice e Fortunato battezzati e cresimati?

GIGLIOLA Secondo te queste due creature dovevano cre­scere come bestie?

GUGLIELMO Ah, si? Perché, da fidanzati non ti spiegai centinaia di volte qual era il tipo di educazione che vole­vo dare ai miei figli? Non ti dissi che mi sarei fatto ucci­dere prima di imporre ai miei ragazzi anche una sola di tutte quelle cose che i miei genitori avevano imposto a me senza lasciarmi scelta?

GIGLIOLA Da fidanzati si dicono tante cose che ti sembra­no di facile realizzazione, ma poi il matrimonio, a un certo punto, ti fa mettere i piedi a terra e allora suben­tra un ragionamento pratico che ti rischiara le idee. E’ mai possibile che le tue idee non si rischiarino mai? Un coro generale. Parenti e amici stretti, amici intimi, occa­sionali... una sola voce: «Ma non avete ancora battezza­to questi due bambini? Neanche comunicati? » Quella gentildonna della contessa Maria delle Grazie Filippetti Ullèra, quando seppe che Fortunato e Felice non erano nemmeno cresimati, diventò pallida. Tremava tutta, po­vera donna! « Ma lo sai che quei due ragazzi, fai le cor­na, se dovessero morire, non avrebbero diritto al Giudi­zio Universale e resterebbero eternamente sospesi nel Limbo? » Piangendo me lo diceva, povera Maria delle Grazie!

GUGLIELMO Ma che gliene fregava, a Maria delle Grazie, della sorte che sarebbe toccata a Fortunato e a Felice do­po la morte? E se Fortunato e Felice, raggiunta la mag­giore età, avessero voluto correre il rischio di rimane­re sospesi neI Limbo? Come si permette Maria delle Grazie di mettere un limite allo spirito avventuroso dell’uomo? Eravamo d’accordo da fidanzati? E allora, qualunque ripensamento, avremmo dovuto discuterlo insieme. Mettiamo che Fortunato e Felice, da grandi, mi dovessero dire: « Papà, ma noi non volevamo essere battezzati comunicati e cresimati », io come faccio a sbattezzarli, scomunicarli e scresimarli? Volevo che de­cidessero per conto loro, una volta raggiunta l’età della ragione. Giesù Cristo fu battezzato a trent’anni. Perché tanta fretta per i figli nostri? E perché questa Maria Grazia si permette di controllare i fatti di casa mia e quelli delle future case dei miei figli?

GIGLIOLA Ecco, vedi, questo è il tuo difetto: sei petulan­te. E per questo tuo continuo battere il martello sullo stesso chiodo, siamo arrivati al punto morto. E non sol­tanto per il battesimo e per la cresima ci siamo arrivati, ma per tanti altri fatti che dovevano andare come volevi tu, senza voler ammettere che nella tua vita c’ero anch’io, con una testa che tiene dentro, si, è vero, idee di­verse dalle tue, ma che proprio per questo aveva diritto a parlare, esprimersi, discutere e contraddire. Invece no: tutto, qualunque cosa, doveva avere l’inizio e la fine che volevi tu.

GUGLIELMO Tutto, invece, doveva avere l’inizio e la fine che volevano gli altri, compresa la reazione che ti allon­tanò da me definitivamente.

GIGLIOLA Si può impazzire, parlando da soli.

GUGLIELMO Ma si rinsavisce facilmente intavolando un dialogo nuovo con il vecchio innamorato sfortunato fatto di pietà, tenerezza e nostalgia per « l’incompiuta», per quello che poteva essere ma che non è stato.?

GIGLIOLA (con scatto esasperato) Si ricorre a tutto pur di uscire da un pantano.

GUGLIELMO Si esce da un pantano per entrare in un letto.

GIGLIOLA Una sola volta mi è capitato di entrare in un letto.

GUGLIELMO (con amarezza) Una...

GIGLIOLA (con cinica indifferenza) Una sola, ti ripeto.

GUGLIELMO (c. s.) Già...

GIGLIOLA (cattiva) Si, purtroppo si. Gugliè, quando si tratta della volta buona, quella « sola volta» basta per tutta la vita.

GUGLIELMO E perché non avete continuato...?

GIGLIOLA Io ho due figli, e lui tre.

GUGLIELMO (colpito a sangue, dopo lunga pausa) Come... come abbiamo potuto mettere al mondo due figli...

GIGLIOLA (velenosa) Quando a letto non si ha niente da dire, si fanno i figli.

AMNERIS (entrando) E’ pronto in tavola. La cuoca ha fat­to i maccheroni al forno, alla siciliana, con le melenzane sopra. Me li mangio pur’io, spezzo la cura. Tanto, la fac­cio o non la faccio, non mi resta molto tempo da vive­re...

GIGLIOLA (a Guglielmo) Io vado. Tu vieni?

GUGLIELMO Mangio fuori.

GIGLIOLA E stasera?

GUGLIELMO Torno tardi. Mi fate trovare un poco di roba fredda.

GIGLIOLA (indifferente) Si.

AMNERIS (dolcissima, increspando gli occhi da idolo cine­se) Uscite?

GUGLIELMO Esco.

AMNERIS (alla figlia) Esce?

GIGLIOLA Esce. (E se ne va).

AMNERIS (c. s.) Permesso... (E se ne va anche lei).

GUGLIELMO (dopo lungo silenzio si alza in piedi e avanza verso la ribalta; dopo aver dato un lento sguardo pano­ramico in sala, si rivolge al pubblico con tono di voce ve-lato e stanco) Tanto, gli anni sono passati lo stesso... (Dopo brevissima pausa, durante la quale egli rimane immobile, lo sguardo fisso sugli spettatori, la sua voce diventa implorante) Pietà! Pietà! Pietà! (E uscendo da una delle quinte ripete ancora) Pietà! Pietà! Pietà!

Si chiude il sipario nero.  Sono passati ventidue anni. La cantante con chitarra attraversa la scena cantando un successo del 1957; uscita la ragazza, appare una stanza da pranzo con al centro il tavolo e sei sedie, dove si è già seduto, al suo solito posto, Fortunato, il primogeni­to di Guglielmo e Gigliola. Il giovane è tutto preso dal­la terza pagina di un giornale che regge tra le mani, aper­to in due. Dopo breve pausa, da una delle quinte soprag­giunge Vittorina, sua moglie; si ode squillare il campa­nello interno.

VITTORINA Eccoli. (Avviandosi) Alzati, Fortunà, non ti fare trovare seduto a tavola.

FORTUNATO Ma ti pare che faccio cerimonie con mio fra­tello e mia cognata? (Però si alza e s’allontana dalla ta­vola).

FELICE (dall’ingresso, preceduto da Vittorina e seguito da sua moglie Rosa) Ci dovete perdonare, abbiamo fatto un poco tardi per causa di Tetillo. Buongiorno.

FORTUNATO Salute.

Le cognate si abbracciano e si baciano.

ROSA Ormai capisce. Quando mi vede col cappello in testa, sa che esco e fa rivoltare la casa.

VITTORINA Mi dicesti che la bambinaia che avete trovato, Carolina, si è affezionata a Tetillo e Tetillo a lei.

FELICE Per giocare, per andare a passeggio e a scuola, ma quando si mette a letto vuole la madre vicino al letto suo.

ROSA E Carolina si mette col muso sotto perché è gelosa. (A Vittorina) Vi ho portato due fiori.

VITTORINA Quanto sei cara...

FORTUNATO Vogliamo metterci a tavola?

FELICE Tieni appetito? Io pure.

VITTORINA Vi ho fatto preparare un timballo con le polpettine pettine, la mozzarella, i pisellini... La cuoca lo fa bene.

FORTUNATO Allora a tavola, và!

TUTTI A tavola!

VITTORINA Vado un attimo in cucina.

FELICE L’ultimo tocco lo deve dare la padroncina di casa.

VITTORINA (scherzosa) Il tocco magico. Un minutino. Voi intanto prendete posto. (Esce).

FORTUNATO Mia cognata vicino a me. (Appena i tre si sono seduti, il campanello d’ingresso squilla lungamen­te). Figuriamoci se il campanello dell’ingresso non si metteva pure lui a tavola con noi!

FELICE Due sono i campanelli che si mettono a tavola con noi senza essere invitati: quello dell’ingresso e quel­lo del telefono.

VITTORINA (dall’interno) Venite, mammà!

FELICE (meravigliato dell’insolita visita) Mammà?!

ROSA L’aspettavate?

FORTUNATO No.

GIGLIOLA (entra seguita da Vittorina) Buongiorno. Stava­te a tavola, mi dispiace. Ma si tratta di cosa importante e urgente, se no non venivo a darvi fastidio nell’ora di pranzo. Dove potevo andare, con chi mi posso confida­re? Lo sapete che non tengo nessuno. Si tratta di vostro padre. State a sentire che si è messo in testa... Tre mesi fa, con un discorso vago che voleva prospettarmi tutto un fatto complicato di affari, investimenti... mi disse che era venuto il momento di dare un colpo di timone alla situazione finanziaria della famiglia... Ma io, sicco­me lo conosco bene e so che quando incomincia a par­lare non la finisce più, dico sempre: « Si, si, va bene », appresso a lui, pensando a un’altra cosa e allora quando finisce di parlare non ho capito niente di quello che ha detto. Ma questa volta ci deve essere certamente qual­che cosa sotto, perché col passare del tempo lui conti­nua a parlarmi del colpo di timone e della virata di  bordo. L‘insistenza mi ha messo in sospetto, fino a farmi presta­re attenzione a quello che dice, e finalmente ho  capito dove vuole arrivare. E pazzo, ha perduto completamen­te la testa: vuole investire dei grossi capitali in un affa­re che, secondo lui, gli farà guadagnare miliardi in po­chissimi anni, e per fare questo vuole vendere la pro­prietà.

 

VITTORINA e ROSA (contemporaneamente) Vuole ven­dere?

VITTORINA E quale proprietà vuole vendere?

GIGLIOLA Non l’ho capito e non l’ho voluto capire. Lui non deve toccare nemmeno una pietra di quello che spetterà ai miei figli, dopo la sua morte. (Campanello interno). E’ lui! Una povera ragazza si sposa per liberar­si della sua famiglia e se ne vede crescere intorno un’al­tra più scocciante della prima. Santiddio, ma è mai pos­sibile che in questa vita si esce da un inferno e si entra in un altro?

Il campanello squilla nuovamente.

VITTORINA Vado ad aprire. (Esce).

ROSA Se è papà, ci sono pure i figli presenti e si può arri­vare a un chiarimento.

VITTORINA (internamente) Venite, papà.

GUGLIELMO (entrando) Sono venuto a ora di pranzo, mi dispiace...

VITTORINA (entrando) Abbiamo invitato a colazione Ro­sa e Felice, poi è venuta mamma...

GUGLIELMO Vi abbiamo guastato la giornata, ma avevo urgenza di concludere la conversazione che avevamo iniziato Gigliola e io.

GIGLIOLA La concludiamo un’altra volta, perché i ragazzi debbono mettersi a tavola. Arrivederci e buon pranzo.

VITTORINA Aspettate, mammà. Se si tratta di cosa importante non è meglio concluderla subito?

FORTUNATO Se volete, vi lasciamo soli.

GUGLIELMO E perché? Noi dobbiamo parlare di un fatto che riguarda principalmente voi, e allora è meglio che restate, cosi potete dire pure voi la vostra e possiamo trovare insieme un punto d’incontro.

FORTUNATO Se è per questo...

GUGLIELMO Vostra madre vi avrà accennato qualche cosa.

FORTUNATO No, veramente. Ho avuto, si, l’impressione che avrebbe voluto parlare, ma poi sei arrivato tu.

GUGLIELMO Gigliò, vorrei sapere perché tisei arrabbiata e te ne sei andata non appena ho messo in mezzo il di­scorso che stiamo facendo da più di tre mesi.

GIGLIOLA Che stai facendo tu, io no. Ti ho lasciato parla­re fin quando hai voluto, perché ero convinta che col tempo avresti aperto gli occhi. Ma tu, al solito, timetti a tirare talmente la corda che quella, tira tira, si spezza, e allora questa volta la voglio spezzare io: se ti sei mes­so in testa di rovinare la famiglia, prima che succede questo arrivo a conseguenze estreme. Mi metto in mano agli avvocati che tifaranno passare la voglia di fare il megalomane. E ricordati che la legge sarà dalla parte mia. Una buona madre — anzi nonna, perché teniamo pu­re due nipoti — una madre come si deve, ha il dovere di difendere gli interessi dei figli e dei nipoti.

GUGLIELMO E non ho lavorato una vita intera per la nostra casa? Tutto quello che ho guadagnato, non l’ho guadagnato per la famiglia?

GIGLIOLA E allora i soldi, la casa, i mobili, i gioielli.., non ne puoi fare quello che vuoi perché non sono piii tuoi: sono della famiglia

GUGLIELMO (ai figli, che per tenersi al di fuori della lite, hanno assunto fin dal principio un atteggiamento passi­vo, distaccato, qualche volta guardando il soffitto, tal’al­tra fissando lo sguardo in terra, tal’altra ancora aggiu­standosi la cravatta, senza mai parteggiare né per il pa­dre né per la madre) Voglio sperare che avrete capito che vostra madre sta dando i numeri al lotto... (Fortuna­to guarda il soffitto, Felice il pavimento). Il fatto è che

vostra madre si rifiuta di capire quello che le sto spie­gando da più di tre mesi.

GIGLIOLA Tu a me non me la conti giusta, qualche cosa sotto ci sta. Gugliè, finché saranno aperti gli occhi miei,

giuro su Dio!, tu non venderai nemmeno uno spillo di casa nostra, non toccherai una pietra della proprietà!

GUGLIELMO t tutta roba mia, e se voglio vendo tutto! 

GIGLIOLA   Mi oppongo. L’avvocato mi ha già detto come mi debbo regolare. Ti faccio interdire. E firmeranno   pu­re i figli tuoi. E se non vogliono firmare, Vittorina e Ro­sa, le tue nuore, penseranno a convincerli. Buongiorno a tutti. (Esce).

GUGLIELMO E voi due sareste capaci di firmare una di­chiarazione infamante ai danni di vostro padre?

FORTUNATO Ecco, ci siamo: tu e mammà, di qualunque cosa ne fate sempre una tragedia. Qua nessuno s e mes­so in testa di danneggiarti moralmente. Si tratta di par­lare, chiarire i fatti e mettersi d’accordo.

FELICE Per conto mio, se debbo dire la verità, non ho mai visto mammà cosi imbestialita.

GUGLIELMO Perché è stata cresciuta dai suoi genitori sot­to una campana di vetro, respirando soltanto aria di be­nessere e tranquillità, senza rendersi mai conto di come e perché e da quale punto spirava quest’aria. Natural­mente, adesso, si rifiuta di capire. E così? (Rimane in at­tesa di una risposta che non arriva né da parte dei figli né dalle nuore) Ho cercato di persuaderla in mille mo­di, con pazienza, dolcezza: ma niente, non c’è stato ver­so di deciderla a seguire i miei discorsi. Vi sembra giu­sto l’atteggiamento di vostra madre (Neanche questa volta i figli e le due nuore battono ciglio; finalmente Guglielmo sbotta) Ragazzi, io non posso continuare a parlare da so­lo come un pazzo. Un parere favorevole o negativo lo dovete esprimere.

FORTUNATO Papà, ma quale parere possiamo esprimere se non siamo a conoscenza dei fatti?

GUGLIELMO Non avete sentito che vostra madre vuole raccogliere le vostre firme, unirle alla sua e chiedere la mia interdizione?

FELICE Questo l’abbiamo capito. Adesso vorremmo capi­re qual è la cosa che mammà si rifiuta di capire.

VITTORINA Scusa, Felì, è inutile che parliamo come se si giocasse a palla: io la butto a te e tu la butti a me. Mam­mà ha parlato fin troppo chiaro, poco prima: la decisio­ne l’ha presa in conseguenza del fatto che papà ha biso­gno di capitali importanti per realizzare la sua iniziativa e allora avrebbe deciso di vendere la proprietà.

GUGLIELMO Naturalmente c’è stato consiglio di famiglia.

ROSA No, perché mentre stavamo parlando siete arrivato voi.

VITTORINA Del resto, noi già sapevamo tutto, perché la notizia ci era arrivata per altre vie. Non ci sarebbe stato bisogno di un consiglio di famiglia, perché si è sollevato un coro generale da parte di tutti gli amici: « Per carità, è un affare sballato! », «Dissuadetelo, di questi tempi correte il rischio di andare all’elemosina quanti più ne siete... » Quella gentildonna della contessa Maria delle Grazie...

GUGLIELMO Filippetti Ullèra...

VITTORINA Si, proprio lei. Quella la possiamo considera­re veramente l’an gelo cug2 della casa nostra.

GUGLIELMO Ma un povero Cristo come sì può difendere da questi angeli custodi che tiescono dalle orecchie, dal na­so, dagli occhi e che il bastone non ce l’hanno per affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente tra le ruote…? (Dopo breve riflessione) E se vendo?

FORTUNATO Devi decidere tu.

GUGLIELMO Avrei deciso.

FORTUNATO Avrei non significa ho.

GUGLIELMO (con uno scatto in crescendo) E allora, ho! Ho! ho! Sono soldi miei, è tutta roba mia. Ho deciso, vendo! (E s’avvia per uscire).

FELICE Pensaci bene.

GUGLIELMO (tornando sui suoi passi) Firmate! Formatela, questa associazione a delinquere, e firmate! Tagliatemi la lingua, le braccia, le gambe... Fatelo! Mi difende­rò lo stesso e vedremo chi la vince.

VITTORINA (scattando a sua volta) Fortunà, e parla! Diglielo finalmente in faccia che tua madre ha mille volte ragione a regolarsi come si regola, e che noi insieme a lei siamo abbastanza in dubbio sui motivi che lo hanno deciso a proporre questa vendita precipitosa!

GUGLIELMO In dubbio?

VITTORINA E si, papà!

GUGLIELMO Ma che papà! Chiamatemi signor Coso, maz­za, bastone, portafiori, candeliere, tutto fuori che papà!

FORTUNATO E invece noi vogliamo chiamarti papà con il sentimento d’amore che comporta la parola stessa.

FELICE Pure perché, papà, tu stai attraversando un perio­do, come posso dire... un periodo...

ROSA Di sbandamento.

GUGLIELMO Io?

FORTUNATO E si. Un periodo che ricorda molto da vicino quello di quando si agitarono le acque tra te e mammà per causa della profumiera.

GUGLIELMO (sinceramente sperduto) La profumiera?

VITTORINA Bonaria.

GUGLIELMO (questo nome pronunziato quasi con disprez­zo, che gli arriva in un momento di tanta amarezza in­vece di ingrossare ancor più  il suo rancore per quella gente, lo calma; il solo nome di Bonaria gli attraversa le vene come olio d’oliva su una ferita ancora sanguinan­te; il suo volto si distende, diventa luminoso, gli occhi gli risplendono di fierezza, diventano teneri; dopo lun­ga pausa) Grazie. E’ la prima volta che sento da te... Vittorina — mi pare che ti chiami Vittorina, è vero? ~ la prima volta che sento da te una parola dolcissima e confortante per me: B-o-n-a-r-i-a. (A Fortunato) Tu hai sbagliato dicendo che sto attraversando un periodo che ricorda molto da vicino quello della profumiera... non perché hai voluto disprezzare Bonaria calcolandola una « profumiera », ma perché ti sei permesso di con­fondere il periodo che sto attraversando adesso con quello vissuto vicino a Bonaria... (Da questo momento il nome di Bonaria lo pronunzia sillabandolo) Ci voglia­mo sedere? (E lui per primo prende posto al ,centro del tavolo, di fronte al pubblico; le due coppie, affascinate dal repentino cambiamento di umore, nonché dalla dol­cezza di quel tono di voce, senza nemmeno rendersi con­to del movimento che debbono compier, prendono po­sto ai due lati) Era figlia di una guardaporte, B-o-n-a-r-i-a, la guardaporte di un palazzone del Seicento, sopra ai Miracoli. Non aveva conosciuto il padre; nemmeno sua madre lo seppe mai, perché si trovò incinta di B-o-n-a-r-ia salendo e scendendo i sei piani del palazzo, quando suonava il campanello delle porte d’ingresso de­gli appartamenti, per consegnare agli inquilini telegram­mi .e raccomandate. Le raccomandate arrivavano di gior­no, i telegrammi urgenti anche di notte. Le lettere era­no raccomandate, ma lei, povera disgraziata, non era sta­ta raccomandata da nessuno. Sopra ai Miracoli, in un quartiere popolare come quello, da chi avrebbe potuto apprendere, B-o-n-a-r-i-a, la gentilezza d’animo, il gusto del vestire, la purezza dei sentimenti, l’orgoglio, la sag­gezza... da chi? Un miracolo sopra ai Miracoli... Troppo tardi, ho conosciuto la «profumiera». Se per miracolo, da studente, me ne fossi andato ad abitare sopra ai Mira­coli, e se miracolosamente la «profumiera» fosse venu­ta al mondo in tempo debito per incontrarsi con me, da coetanea, là sopra, voi oggi, invece di essere due figli na­ti da un gioco come quello delle parole incrociate, sare­ste stati due miracoli. (Fissando lo sguardo davanti a sé, nel vuoto) Grazie, figlia di guardaporta, « profumiera », B-o-n-a-r-i-a.. sei ancora tu che mi vieni in soccorso. (I quattro, disorientati, fissano Guglielmo, scrutando ogni suo movimento) Mi trovate insolito, stravagante, al li-mite della follia? Sognatore, forse, si. Ma siamo tutti sognatori. (Lungo silenzio). Non riunite il consiglio di famiglia per decidere della mia sorte. Rinunzio a dare l’impulso che volevo dare al­la nostra... oh, scusate... alla vostra posizione finanzia­ria. A morte mia, lascerò intatto il patrimonio che si divideranno in parti uguali i figli delle parole incrociate. E per farmi piacere... ho detto « farmi», badate, non ho detto « farvi”… Per farmi piacere, me ne andrò al più presto all’altro mondo. Non intendo suicidarmi, non v’allarmate: non voglio lasciare questa macchia infa­mante in famiglia. L’uomo sa che deve morire e che non c’è niente da fare. Sa pure che non può ritardare la mor­te, è vero, ma sa con certezza che quando comincia a vi­vere come un albero, quando passa le giornate sdraiato in poltrona a leggere libri e giornali, la fine non può es­sere lontana. Di libri e di giornali si può morire. Non vi proibisco di pregare per me, ma vi prego di non proibir­mi di pregare per voi. (Si alza e si mette a pregare con molta fede)

Salve, Maria, ma fammi la grazia:

portati questi signori con te. T

tu sarai benedetta fra tutte le donne,

se questo farai.

E benedetto sarà pure il frutto del tuo seno,

Giesù...

Santa Maria,

se sei veramente la madre di Dio,

prega per noi,

cosi possiamo fare i peccatori

adesso

e nell’ora della nostra morte.

E cosi sia!

Guglielmo avanza fino al centro della ribalta, si ferma e fissa il pubblico con uno sguardo insistente, accorato.

Le due coppie, intanto, se la filano per le due quinte late­rali. Dall’interno giungono i primi accordi della chitarra e la voce della chitarrista che inizia a cantare l’ultimo grande successo del 1972. A questo punto vi saranno di­verse azioni che toccherà al regista coordinare come gli sembrerà più opportuno: Guglielmo si libera della bar­ba grigia e si mette quella bianca; nell’applicarla, l’e­spressione accorata del suo volto si trasforma in una smorfia ambigua, mentre egli resta più che mai immobi­le e con lo sguardo fisso sul pubblico. I servi di scena tolgono la stanza da pranzo di Fortunato e Vittorina a vista, scende un fondale di velluto nero, davanti al qua­le i servi di scena mettono una gran poltrona, sulla qua­le ci sarà un libro. La posizione della poltrona verrà scel­ta dal regista. La cantante attraversa la scena cantando; quando la ragazza sarà vicina alla quinta d’uscita, Gu­glielmo raggiunge la poltrona, prende il libro, si siede, comincia a sfogliare le pagine del volume, mentre la can­tante esce di scena.

Lentissimo, scende il sipario sul « secondo atto ».


ATTO TERZO

Strada dove ci si incontra per caso.

Da una quinta apparirà Gigliola. Sono evidenti in lei i segni di una stanchezza fisica da lungo tempo sofferta, e quelli di uno smarrimento in cui è caduta per avveni­menti avversi che l’hanno colpita. Corre al centro della ribalta e si rivolge al pubblico come chi abbia un mes­saggio urgentissimo da comunicare.

GIGLIOLA Signori miei, perdonate il modo di come mi presento: sembro una serva! Ma non ho avuto il tempo nemmeno di pettinarmi e di buttarmi addosso uno strac­cio decente. D’altra parte, non ne avrei avuto né la for­za né il coraggio. (Nell’esclamare) Guglielmo! (si lascia sfuggire uno scoppio di pianto che di sincero ha soltan­to il volume di voce, la durata e il tono tradizionale di quei momenti di dolore che si ripetono a catena da mi­lioni di anni) Guglielmo sta male! Sta male da diver­so tempo; e adesso si è aggravato. So che si confidava spesso con voi e allora ho pensato anch’io di rivolgermi a voi per dirvi come si sono svolte le cose dal giorno che si ammalò e come stanno adesso che s’è aggravato. (Improvvisamente tragica) Guglielmo, Guglielmo mio! Non mi puoi lasciare, non puoi abbandonare una pove­ra donna sola e senza il conforto di una persona cara... Guglielmo mio, non mi lasciare! Non voglio intrattener­vi a lungo sui giorni neri che sto vivendo, e su quelli nerissimi cui sto andando incontro. Di lui si, di lui deb­bo parlarvi e mi voglio sbrigare perché, credetemi, in questi ultimi tempi, quando sono costretta a lasciarlo per fare qualche commissione, qualche spesa indispensa­bile, durante il tempo che resto fuori sono ossessionata da un solo pensiero fisso: « Adesso torno a casa e trovo il mezzo portone chiuso perché se n’è andato Gugliel­mo! » Arrivo perfino a dire che per liberarmi da que­st’incubo, certe volte... (Spingendo disperatamente il pugno al centro della fronte) Ah, come vorrei che non mi si fraintendesse, che mi si considerasse e mi si com­patisse! (Col braccio destro proteso verso il pubblico) èvero che non mi fraintenderete? Che mi compatirete? è vero? (A testa alta, eroica) Per liberarmi dell’incubo, certe volte mi auguro di trovarlo chiuso, il mezzo porto-. ne. Quel mezzo portone chiuso significherebbe la fine delle sue sofferenze e l’inizio della mia rassegnazione. (Improvvisamente cede ad un’inconsolabile disperazio-ne) ~ proprio vero che soltanto di fronte all’irreparabi­le si ritrova se stessi e si possono riconoscere i valori reali della vita! E io e Guglielmo ci siamo ritrova ti... Finalmente ci parliamo, ci ascoltiamo. Io parlo, parlo, parlo.., e lui pure. Mio Dio, naturalmente parla come può. Parla con quel poco di fiato che gli resta, ma ci ca­piamo. Ma perché, perché a questo mondo ci si capisce soltanto in punto di morte? Durante i quindici anni che non si è più fatto vivo con voi, non ci sono stati avve­nimenti di rilievo. Dopo avere rinunciato al progetto finanziario... vi ricordate la lite che ci fu tra me e lui e i figli? Forse non avrei dovuto mostrarmi decisamente ostile in quell’occasione... me ne pento, perché da quel momento si attutirono i suoi entusiasmi e cominciò a vi­vere una vita monotona, sedentaria: giornali e libri, li­bri e giornali. E così si è ammalato. Di che cosa? E chi lo sa! Medici non ne vuole. Si fa curare dal veterinario. Tutti in famiglia abbiamo insistito perché si affidasse a un professore, un dottore di riconosciuto valore: nien­te! « Voglio il veterinario». « Ma perché? », gli abbiamo chiesto. Ha risposto che non vuole dividere con i medi­ci né il merito della sua guarigione né la responsabilità della sua morte. Ha detto che il veterinario, se visita un ciuccio, non ci pensa nemmeno di domandargli: « Ti fa male qua, quando respiri? », « Se spingo qua sotto, sen­ti dolore?», « Quando ti svegli la mattina, ti senti gira­re la testa? », «Mangi con appetito? », «Digerisci be­ne? »... ~ impazzito, credete a me: Guglielmo è impazzi­to! Oggi ci sarà il consulto. Intorno a Guglielmo si riuniranno tre illustri professori, tre luminari della scienza medica. Ma io dispero... Si rifiuterà di tirare fuo­ri la lingua, di trattenere il respiro e di dire « trenta-tre»... Lo stato attuale di Guglielmo è disperato. Non parla più, balbetta; non vede, intravvede; non ascolta più, si ascolta perché parla da solo farfugliando. (Spa­zientita) Eeeeeeh! Non è facile, credete a me! Non è facile assistere un moribondo. (Sottolineando il particola­re) Un moribondo che ti appartiene, naturalmente. Scu­satemi, scappo, corro a casa. (Con lo sguardo rivolto al cielo e le braccia imploranti) Dio onnipotente, vi scon­giuro: fatemi trovare il portone mezzo chiuso! (S’accor­ge dell’errore, ma non si perde d’animo e si corregge) Scusate, volevo dire: « Fatemi trovare il portone spalan­cato»... (Esce).

Uscita Gigliola, a una quinta sopraggiunge Furio. Gli anni lo hanno alquanto invecchiato e curvato. Indossa abiti dimessi, è chiaro che se la passa male. Cammina a passi lenti e parla da solo: forse parla male di qualcu­no... Dall’altra quinta appare Giacinto Chiarastella. ~ il portiere del palazzo dove abitarono prima i Fortezza ed ora, già da tempo, Guglielmo e Gigliola Speranza. Gia­cinto cammina svelto e reca con sé dei medicinali. E Furio che riconosce per primo il vecchio portière, men­tre alle loro spalle si chiude il sipario di velluto nero.

FURIO (felice d’avere incontrato la persona adatta al pette­golezzo) Chiarastella! Giacinto Chiarastella!

GIACINTO (diffidente per natura) Chi è?

FURIO Come, «chi è? »... Non ti ricordi di me? Non sei il portiere del palazzo, dove per tanti anni hanno abita­to i signori Fortezza e in seguito i signori Speranza?

GIACINTO (riconoscendolo) La Spina! Voi siete ‘o signuri­no ‘e La Spina?

FURIO Sono cambiato al punto tale che non mi hai ricono­sciuto?

GIACINTO No... voi siete tale e quale. Io me sò fatto viecchio, voi no. Non mi aspettavo di vedervi un poco arronzato coi panni. Mi scusate, ma voi, quando eravate assiduo, diciamo, dei signori Speranza, gli inquilini del palazzo vi chiamavano « il milurdino». Dite la verità, state paccariato?

FURIO Vicende alterne, caro Giacinto. Chiarastè, ci vuole fortuna nella vita. Se avessi incontrato io pure una Gi­gliola Fortezza, non sarei ridotto arronzato nel vestire.

GIACINTO Parlate di don Guglielmo? Pover ‘ommo, ades­so sta male.

FURIO (velenosamente interessato) Sta male?

GIACINTO Non sapete niente?

FURIO No.

GIACINTO Sta male assai. Io vado e vengo dalla farmacia. (Mostrando i pacchetti) Queste medicine sono per lui, oggi ci sta il consulto. Venitelo a trovare prima che per­de conoscenza, sono sicuro che ci fate piacere.

FURIO Si, si, appena posso. (Segnando il suo indirizzo su un foglietto strappato da un taccuino) Se dovesse succedere qualche cosa, pure di notte, mi puoi raggiun­gere qua. (E consegna il biglietto).

GIACINTO Vi servirò. Scappo perché la signora Gigliola sta aspettando le medicine. Buona giornata.

FURIO Pure a te.

Escono.

Si apre il sipario di velluto nero, scoprendo il soggiorno di casa Speranza. Guglielmo è sempre sdraiato sulla pol­trona, con la testa appoggiata ai guanciali; nella stanza c e un disordine insolito: intorno al malato pile di libri e cumuli di giornali sparsi per terra.

Durante la scena che segue, tutti i congiunti di Gugliel­mo che vedremo entrare, appariranno stanchi e in preda a quel disordine morale e mentale in cui si cade quando per troppo tempo si è costretti a darsi il cambio attorno al letto di un congiunto gravemente infermo e, per giun­ta, senza speranza di guarigione. Il via vai per le stanze dell’appartamento e del soggiorno incomincia affannoso e trepidante; dalla cucina provengono rumori di scrosci d’acqua nel lavandino, e di acciottolio di piatti; si ode il fragore di stoviglie che cadono frantumandosi; nelle al­tre stanze echeggiano rumori di passi affrettati e di por­te che sbattono. Di tanto in tanto, membri della fami­glia, compresa Gigliola e una cameriera di casa, attraver­sano in fretta il soggiorno, chi recando una pila di bian­cheria stirata, chi una federa da sostituire al cuscino su cui Guglielmo ha adagiato la testa. Alla sostituzione provvederanno le due donne, in verità, però, abbastan­za frettolosamente, tant’è vero che nel rimuovere l’infer­mo per rendere agevole quel compito, la testa di Gu­glielmo ciondola qualche volta a destra tal’altra a sini­stra. È la volta di Gigliola, ora, la quale fruga tra un mucchio di medicinali che si trova sul tavolo accanto a Guglielmo, trova un flacone di pillole) la cui confezio­ne dovrà essere di un colore inconf6ndibile, l’apre e trae da esso tre confetti — tre di numero — e li introduce nel­la bocca del marito, aiutandolo a deglutire con un bic­chiere d’acqua. Il gesto che la donna compie, abitudina­rio, quasi distratto, e la difficoltà che il malato ha nell’in­ghiottire, fanno si che l’acqua trabocchi e si riversi giù per il mento, la gola e coli attraverso il colletto della camicia da notte, ormai divenuto ampio per quel collo provato dalle sofferenze. Gigliola però non si accorge dell’errore, continua a versare acqua senza badare ai contorcimenti cui si abbandona il malcapitato quando il liquido freddo gli attraversa il petto e la pancia. Com­piuto il suo dovere, con estrema indifferenza, Gigliola rimette il flacone di pillole tra i medicinali, ponendovi accanto il bicchiere ancora pieno per un quarto; poi a passi svelti se ne va in cucina. Dal lato opposto soprag­giunge Rosa. S’avvicina al tavolo, sceglie lo stesso flaco­ne di pillole usato poco prima da Gigliola, prende il bic­chiere col residuo d’acqua e per Guglielmo si ripete il martirio dei tre confetti, dell’acqua e dei contorcimenti. Espletato il suo inopportuno compito, Rosa esce, por­tando con sé il bicchiere vuoto.

Altri passaggi muti d’ogni singolo familiare, per altre azioni analoghe a quella descritta, che potranno essere inventate dal regista, tenendo conto che in genere, quel­lo che si fa per i malati gravi è dettato più dal desiderio di fare qualcosa che da vera, profonda sollecitudine ver­so il malato stesso. SI SUONA ALL’INGRESSO. Dopo poco entra la cameriera, seguita da Valentino, il parrucchiere di fiducia di casa. Egli porta una cassetta con tutto l’occorrente per radere e tagliare capelli.

CAMERIERA (vociando verso le stanze dell’appartamento) E’ arrivato Valentino! (Dopo un poco) è venuto Valen­tino il barbiere!

Alla fine la gente di casa ha sentito e ora i familiari arri­vano chi da una stanza chi dall’altra, interessati e curio­si come quando ci si prepara ad assistere a uno spettaco­lo insolito. La prima ad accorrere è stata Rosa.

ROSA (con familiarità) Guè, Valenti’...

VALENTINO Signora Rosa, tanti riguardi.

ROSA (indicando Guglielmo) Che fa, se la taglia la barba?

VALENTINO Non lo so. Sentiamo che dice la signora Gi­gliola.

VITTORINA (entrando, e rivolgendosi a Fortunato che la segue) Papà si taglia la barba. Vieni, Fortunà.

FORTUNATO Ma io non capisco: uno che ha portato la bar­ba per tutta la vita, da un momento all’altro se la ta­glia?

FELICE (entrando) Se l’è già tagliata?

ROSA Ce l’ha ancora.

VALENTINO Sono arrivato in questo momento, come ce la tagliavo?

FORTUNATO Valenti, vedi se lo puoi persuadere tu a non tagliarsela.

VITTORINA Io dico che per l’igiene è meglio che se la toglie.

ROSA Scusa, ma dopo mesi e mesi che se la sta passando tra il letto e questa poltrona, magro e indebolito com’è diventato, gli amici che lo verranno a vedere dopo, di­ciamo... non lo riconosceranno proprio...

VITTORINA Facciamo come ha detto Valentino, aspettia­mo che dice mammà.

FORTUNATO O ce la tagli o non ce la tagli, dopo mi fai il favore di darmi una spuntatina a questi capelli, per­ché negli ultimi tempi li ho trascurati un poco.

FELICE E io pure ho bisogno di spuntarli una piccola cosa.

VALENTINO Io non ci perdo niente, ma vi consiglierei di lasciarli come stanno, dato il momento. Se la gente vi vede con i capelli freschi tagliati, subito dice: « Con il padre in quelle condizioni, hanno trovato pure il tempo di tagliarsi i capelli! » (Allusivo) Se ne parla dopo.

GIGLIOLA (entrando) Non si trova pace, non si trova più un momento di tempo. Appena due sorsi di caffè e latte sono riuscita a prendermi e ho dovuto lasciare la tazza.

CAMERIERA Ve la porto qua, signò. (Esce).

GIGLIOLA Valenti, se ce la devi tagliare la barba devi fare presto, perché fra mezz’ora arriva il professore Ne­ro con due specialisti per il consulto.

VALENTINO Io cinque, sei minuti ci metto per una barba. (Si accinge ad aprire la sua cassetta).

GIGLIOLA Aspetta. (Rivolta al marito con un tono di voce un po’ più forte e scandendo ogni parola come si usa fa­re quando si ha interesse a farsi capire da un infermo in gravi condizioni, che ha già la mente confusa) Gugliel­mo, Guglielmo... è venuto Valentino.., te lo ricordi Va­lentino? (Ma Guglielmo è più presente a se stesso di quanto i suoi immaginino e può anche parlare coerente­mente, se gli fa comodo; questa volta però preferisce ri­spondere con la sola mimica e accenna di si con il capo). Non puoi parlare? (Ancora un «si» accennato da Gu­glielmo, c. s.). Ieri sera abbiamo parlato a lungo, mi hai risposto cosi’ bene... ti senti stanco? (Guglielmo, c. s.). Non fa niente, riposati, perché poi, più tardi, dovrai ri­spondere a tutte le domande che tirivolgerà il professore Nero e a quelle dei due specialisti. (Guglielmo le sorride mentre il suo capo tentenna come per dire: «Si, si»). Allora, sei deciso: te la vuoi proprio togliere la barba? (Guglielmo, c. s.; poi con un gesto significativo lascia capire il suo pensiero in proposito). Ti dà fastidio quando dormi? (Guglielmo accenna di si> c. s.). E va be­ne, come vuoi tu. (Rivolta agli altri e specialmente al barbiere) I~ meglio che se la taglia. Un poco l’insofferen­za, un poco pure perché si è fissato, dice che la barba gli disturba pure quei pochi momenti che riesce a prendere sonno.

VALENTINO E allora all’opera, va’! (Come per assistere a uno spettacolo insolito i familiari, con a capo Rosa, la più svelta ad assicurarsi il posto migliore, siedono intor­no alla poltrona dell’infermo. Valentino ha spiegato l’a­sciugamani in un batter d’occhi e con passi e passettini e gli atteggiamenti dei momenti più difficoltosi di quan­do Figaro deve radere la barba a don Bartolo, riesce fi­nalmente a raggiungere Guglielmo, stando alle sue spal­le, e a far volare intorno alla sua testa, da sinistra a destra, l’immacolato rettangolo di stoffa che ha portato con sé, e a sistemano intorno a quel collo rinsecchito. Assumendo poi un’aria festosa, scopertamente finta, affronta il cliente nella certezza di non incontrare alcuna opposizione) Don Gugliè, voi state una bellezza. L’ul­tima volta che vi vidi, quando venni a spuntarvi la bar­ba... dieci giorni fa... vi trovai molto ma molto peggio di adesso. Siete rifiorito.

La cameriera entra portando un vassoio con una tazza di caffè e latte e due pacchi di biscotti. Nessuno rifiuta qualche biscottino; Gigliola ne intinge qualcuno nel caffè e latte. Pure Valentino, sollecitato da Gigliola e da Rosa, sgranocchia un biscotto.

GIGLIOLA E questo si mangia, oramai.

ROSA Caffè e latte, due uova sode o fatte in tegamino...

GIGLIOLA Non si cucina più.

VALENTINO E che volete cucinare...

GIGLIOLA Non c’è tempo.

VITTORINA Tutta la famiglia mobilitata intorno a lui.

VALENTINO (disinvolto, alla cameriera) Signorina, mi fate la cortesia di portarmi una bacinella d’acqua?

CAMERIERA Subito. (Muove per uscire).

VALENTINO (rivolto a Guglielmo) Ci diamo prima una spuntatina e poi mettiamo mano al rasoio.

Nell’atto stesso che il barbiere comincia a dare colpi di forbici alla barba, si suona all’ingresso

CAMERIERA Apro la porta e poi vado a prendere l’acqua.

VALENTINO Non c’è fretta. (Rivolgendosi ai familiari di Guglielmo, alludendo alle sforbiciate) Vado avanti o aspetto?

GIGLIOLA Che vuoi aspettare?

VALENTINO Caso mai arriva qualche altro parente che vuole vedere per l’ultima volta la barba di don Gu­glielmo.

Preceduto dalla cameriera, che attraversa la scena per raggiungere la cucina, entra il dottor Augusto Sampie­ro. E’ il veterinario che ha assistito Guglielmo dall’ini­zio della sua crisi. Come di casa, ormai, il dottor Sampie­ro rivolge intorno un cordiale saluto.

SAMPIERO Buongiorno. (Tutti fanno eco al saluto) Don Guglielmo, vedo che avete fatto venire il parrucchiere per farvi radere la barba. Mi fa molto piacere perché si­gnifica che vi sentite meglio.

GIGLIOLA Dottò, non è che si sente meglio. (Sottovoce) Anzi, a me sembra che non ha migliorato né peggiorato. Valenti’, fa’ presto se no ci perdiamo in chiacchiere.

VALENTINO Sono pronto! (E durante la scena seguente spunta, sforbicia, insapona e rade la barba).

SAMPIERO (a Gigliola, in disparte) Vi dico la verità che mi sono un poco spaventato quando ho trovato la vo­stra telefonata allo studio mio. « E’ urgente la vostra presenza, venite immediatamente».

Tutti i familiari si raccolgono intorno al dottore e a Gigliola.

GIGLIOLA Dottò, voi siete un valente veterinario, e nessu­no lo mette in dubbio. Mio marito ha voluto essere assi­stito da voi fin dal principio e voi lo state curando...

SAMPIERO Un momento, signori miei: prima di essere veterinario sono stato un devoto amico di don Gugliel­mo. Tutti i cani, gatti e i pappagalli di casa Speranza li ho curati io; sono affezionato a questa famiglia e allora mi sono prestato a confortare don Guglielmo, ma non ho mai avuto la pretesa di curarlo. Ho fatto, come si dice, leghiamo l’asino dove vuole il padrone. Quello che posso dire, avendolo seguito dall’inizio di questa sua cri­si, è che Guglielmo Speranza è sano come un pesce.

GIGLIOLA E io perciò vi ho mandato a chiamare con tanta premura.

SAMPIERO Non capisco...

FORTUNATO E diglielo, mammà, a chi aspetti?

ROSA       Dottò, il fatto è che oggi ci sta il consulto

FELICE   Si tratta di tre professori.

GIGLIOLA Dovranno avere ragguagli sul decorso della ma­lattia... quali medicinali gli sono stati somministrati fi­nora...

SAMPIERO Ma certamente, è un mio dovere. E poi, tra veterinari c’intenderemo certamente.

I familiari si scambiano occhiate imbarazzatissime; èRosa che prende l’iniziativa.

ROSA Ma questi tre professori non credo che vorranno parlare con voi.

SAMPIERO Perché?

FELICE Dottò, questi tre professori non sono veterinari.

VITTORINA Sono tre illustri scienziati.

SAMPIERO Ma se questi tre illustri scienziati non vorran­no parlare con me, io nemmeno ho interesse a parlare con loro.

ROSA Come amico di famiglia...

GIGLIOLA Non dovete nemmeno dire che siete un veteri­nario.

TUTTI DI FAMIGLIA Non c’è bisogno.

SAMPIERO (risentito) Niente affatto! Se mi costringerete a parlare con questi tre « maghi» della medicina, lo farò presentandomi con tanto di nome e cognome, e copren­doli di biglietti da visita con i miei indirizzi, numeri di telefono e con tanto di qualifica di diplomato in veteri­naria!

VALENTINO (a questo punto, agile come un ballerino, com­pie un mezzo giro per trovarsi alle spalle di Guglielmo, gli strappa dal collo il panno bianco, lo fa svolazzare, planare fino a terra; compiuto il gesto, annunzia) Il signore è servito. La barba è scomparsa! (Sistema lo specchio tra le mani del cliente, s’allontana del rituale passo indietro e resta in attesa dell’ambito consenso).

CAMERIERA (entrando) ~ arrivato il professore Nero. Con lui ci stanno altri due professori.

GIGLIOLA (pronta e informatissima) Rosso e Bianco. So­no venuti per il consulto.

VALENTINO (dopo aver chiuso gli arnesi nella cassetta, ri­spettosamente s’inchina per accomiatarsi dalla fami­glia) Buona giornata. Più tardi, se non disturbo, torno per avere notizie di don Guglielmo. (Esce).

GIGLIOLA (alla cameriera) Fai entrare i professori Bianco, Rosso e Nero.

CAMERIERA Si. (Esce; tutta la famiglia, assumendo un contegno compunto e dolente, appropriato al momento, si dispone intorno all’infermo; cameriera, rientrando) Accomodatevi.

I tre luminari della scienza medica: Bianco, Rosso e Ne­ro, fanno il loro ingresso.

FORTUNATO (rivolto ai professori) Faccio loro strada.

NERO (abbozzando un mezzo sorriso) Faccia.

ROSSO Faccia, faccia...

BIANCO Faccia...

NERO (rivolto ai familiari) Ossequi a lor signori.

ROSSO, BIANCO Ossequi.

FORTUNATO (presentando Gigliola ai tre professori) La si­gnora Gigliola, consorte del paziente. (Indicando Feli­ce) Nostra madre.

GIGLIOLA (con voce tremula, allungando la mano verso i tre) Fortunata... (Indicando Rosa e Vittorina) Le mie nuore...

Deferente inchino da parte dei tre medici

 FORTUNATO (indicando Felice) Mio fratello.

Le teste di Fortunato e Felice, all’unisono con quelle dei tre scienziati, crollano repentinamente in avanti, in segno di virile saluto.

GIGLIOLA (indicando Guglielmo) Mio marito, l’infermo.

I tre professori osservano Guglielmo da lontano, per un solo attimo, poi ripiegano all’indietro la testa e repenti­namente l’abbassano come per dire: « Sta in buone ma­ni, ci pensiamo noi».

FORTUNATO (indicando Sampiero) Il dottor Augusto Sampiero.

BIANCO Il medico curante?

GIGLIOLA Per l’appunto.

I TRE PROFESSORI (con un lieve inchino, all’unisono) Illu­stre collega...

SAMPIERO (con un moto spontaneo) No, veramente io...

GIGLIOLA (alla cameriera) Sedie, per favore. (Ai medici)

Vogliono sedere?

BIANCO Il più possibile lontani dal paziente. (Tutti i fami­liari, aiutati dalla cameriera, sistemeranno le sedie lonta­no da Guglielmo; i tre scienziati si consultano tra di lo­ro, poi Bianco si rivolge a Sampiero che è rimasto in pie­di, un po’ in disparte) Illustre collega, prima d’interro­gare il paziente, vorremmo che lei, professore...

GIGLIOLA (interviene pronta) Dottore, dottor Augusto Sampiero.

BIANCO Vorremmo che lei, dottore, ricostruisse, per som­mi capi magari, l’inizio dell’infermità del paziente, il decorso del male e il suo stato attuale.

SAMPIERO Illustrissimi professori, è mio dovere chiarire subito che io non sono medico, sono un veterinario. Quando fui chiamato dai signori Speranza, mi precipi­tai perché non potevo mai supporre che si trattasse di curare il marito della signora Gigliola. E non l’ho cu­rato, non ne avrei avuto né l’obbligo né il diritto. Gli sono stato vicino per recargli conforto, non ho firmato una sola ricetta. Le medicine che ha preso finora gliele hanno somministrate i familiari dietro consigli di amici e conoscenti. Vi renderete conto, illustri professori, in quale imbarazzo mi trovi e quanto mi sia impossibile descrivervi scientificamente il decorso di questa malat­tia. I migliori giudici saranno lor signori. Quanto a me, ho adempiuto al mio dovere di amico. Buongiorno. (Esce).

GIGLIOLA (mortificata) Perdonino, professori.

FORTUNATO Scusino l’incidente.

Bianco, in attesa che uno dei colleghi intervenga per primo, sorride enigmatico.

NERO (l’iniziativa spetta al più anziano; Nero conosce i diritti della gerarchia e interviene pacatamente, rivol­gendosi a Gigliola) Stia tranquilla, signora, la scienza farà tutto il possibile per ridare a suo marito novello vigore. Per ora è necessario rivolgere al paziente qual­che domanda.

GIGLIOLA Sarebbe inutile, illustre professore: non rispon­de. Perciò ha voluto il veterinario, per non essere inter­rogato.

FORTUNATO Non risponde.

FELICE Non risponde.

NERO Scusino, lor signori, ma il loro congiunto è muto?

GIGLIOLA Niente affatto, parla benissimo.

ROSSO Allora?

FELICE Si rifiuta di collaborare con i medici...

FORTUNATO Sostiene che il veterinario visita gli ammala­ti e li cura senza interrogarli...

FELICE E che lui, in fondo, non è che un animale...

NERO Ragionevole, però: questo lo ammette?

GIGLIOLA Si, ma dice che proprio il ragionamento gli ha fatto capire che il medico si deve consultare con gli altri medici, non con l’infermo...

Lungo silenzio, durante il quale i tre medici si scambia­no sguardi significativi, pieni di sufficienza; finalmente il professor Nero decide.

NERO Beh, allora, colleghi, un’occhiata. (Si alza e si avvia verso Guglielmo).

I due colleghi lo seguono. I familiari si sono alzati in piedi anch’essi, per raggrupparsi in un punto del sog­giorno dal quale potranno osservare con più facilità ogni azione dei medici e tutte le reazioni del paziente. Guglielmo è divertito da tutto ciò che accade intorno a lui, e si assoggetta volentieri a questa visita medica, in quanto essa gli ricorda in modo inconfondibile quella che, nei giorni felici in cui consegui la laurea, gli fu improvvisata dai suoi colleghi di studio, e che egli do­vette subire per non sentirsi escluso dalla tradizione goliardica. La visita medica dovrà essere essenziale e ve­loce: ascolto del cuore, misurazione della pressione, col­pi di martelletto al di sotto del ginocchio per la prova dei riflessi. L’attenzione più impegnata da parte dei tre cinici sarà soltanto quella di quando uno per volta cominciando sempre dal più anziano osserveranno la di­latazione della pupilla. Né dall’espressione, quando al­larmata e quando ottimistica, né dai gesti sconfortati o speranzosi d~i tre medici si potrà mai calcolare la gravi­tà del male che affligge Guglielmo. Finalmente il profes­sor Nero, seguito da Rosso e da Bianco, si allontanano da Guglielmo e raggiungono il gruppo dei familiari.

NERO (rivolto a Gigliola) Fece gli esami?

GIGLIOLA Certamente.

NERO Ne vorrei prendere visione.

FORTUNATO (porgendo una grande quantità di analisi al professore) Ecco. Wasserman, urine, glicemia, azote­mia.

NERO (leggendo fugacemente e passando via via i fogli al professor Rosso) Si... si... si...

ROSSO (leggendo) Si... si... si...

NERO (porgendo un foglio a Rosso) Questo è lo sputo.

ROSSO Si... si... si... (E parlottano tra loro in maniera in­comprensibile).

Guglielmo si fa attento per cercare di intendere ciò che i medici stanno dicendo, ma le loro voci si confondono con quelle riconoscibiissime dei suoi colleghi studenti del finto consulto di tanti anni prima.

NERO (porgendo a Rosso un altro foglio) Le feci.

La voce di Furio, registrata, interviene immediata, ma appena percettibile da Guglielmo.

VOCE FURIO Le fece lei?

E il nastro continua ripetendo la scena del prologo con le voci degli attori che l’hanno interpretata mentre i tre medici si prestano a questa specie di doppiaggio, appro­priando i gesti alle parole: «No, io non le feci, le feci», « E chi le fece? », « Lui fece le feci », « E per la progno­si? Che cosa ne pensa? », « Cosa dobbiamo dire ai fami­liari? »

NERO (triste e compunto a Gigliola) Signora... GIGLIOLA Dite, dite professore.

NERO Obitus imminente. t questione di ipersensibili­smo...

La registrazione riprende, mentre Nero si farà nuova­mente doppiare da Furio.

VOCE FURIO Aplopatico onde il biscombulatismo plenina­litico pendulante devia dalla frenicologia uomologica e s immette nell’opposto guazzabuglio farmocolitico retti-lineare psichico cachettico lassativo tonico digestivo...

La registrazione parlata smette qui, e comincia il coro degli studenti: « Quando arriva il vaglia, il vaglia di papà! », che farà da sottofondo alla voce di Nero.

NERO Se l’infermo fosse stato affidato in tempo alla facol­tà medica, gli sarebbero state praticate tutte quelle cure che la scienza moderna ci concede. Ormai è tardi. Ora dipende dall’infermo, è lui che deve reagire al male. Non lo perderemo d’occhio, lo sorveglieremo, lo con­trolleremo, lo sottoporremo costantemente ad esami ri­gorosi e gli auguriamo che riesca a superare la prova. (Accomiatandosi) Ossequi, signori.

Ripetuti inchini e strette di mano, e serrato scambio di congratulazioni tra i medici. Il coro interno degli stu­denti cessa, non appena i medici saranno usciti. Soltan­to Fortunato accompagna i tre professori verso l’uscita, facendo loro strada. Gli altri membri della famiglia si raggruppano al centro della stanza, interrogandosi sul responso incomprensibile del professor Nero. Intanto, dall’ingresso, giungono le voci della Piciocca e della Cucurullo, nonché quella di una terza signora: si tratta della contessa Maria delle Grazie Fiippetti Ullèra. Le tre signore salutano rispettosamente i professori che in quel momento escono di casa.

SIGNORE (voci interne) Ossequi, professori

PROFESSORI (c. s.) Omaggi, signore.

Internamente, la porta di ingresso si chiude alle spalle dei tre medici.

FORTUNATO (introducendo le tre signore) Entrate, mammà sta qua. (Rivolto a Gigliola) Mammà, ci sta pure la contessa Filippetti Ullèra.

ROSA (rivolta a Vittorina) Maria delle Grazie! (E s’avvia verso l’ingresso insieme a Gigliola e Vittorina, mentre sopraggiunge la contessa, seguita dalla Piciocca e la Cu­curullo e da Fortunato).

CONTESSA (sulla sessantina; capelli d’argento azzurrati, sot­tile e pallida> si direbbe in gramaglie, espressione funerea; nel vedere Gigliola, parte di volata per raggiunger­la e stringerla tra le braccia) Cara... povera e cara Gi­gliola!

GIGLIOLA (abbandonandosi con molto riguardo tra le brac­cia della nobildonna) Quanto conforto mi dài, Maria mia! Grazie di essere venuta.

CONTESSA (da padrona) Siedi, cara. (Rivolta alle due si­gnore che l’hanno seguita) Sediamo, piccole. (E seggo­no nello stesso punto in cui si è svolta la conversazione tra i medici e i familiari, nella scena precedente; allu­dendo a Guglielmo, la contessa chiede a Gigliola) Lui?

PICIOCCA (interessatissima) Lui, lui?

CUCURULLO (c. s.) Lui?

GIGLIOLA Un momento. Vedo se si è appisolato. (Rag­giunge Guglielmo, il quale chiude gli occhi non appena s’accorge d’essere stato raggiunto da sua moglie. Dopo avere osservato fugacemente il marito, Gigliola se ne torna in punta di piedi verso il gruppo delle amiche e le rassicura) Ha preso sonno. Iddio sia lodato.

FORTUNATO (dopo essersi consultato con sua moglie, sua cognata e suo fratello) Allora, mammà, noi arriviamo a casa, mangiamo un boccone e torniamo. Tanto ci sono le amiche che ti tengono un poco di compagnia.

CONTESSA Ma certo, ci siamo noi. Andate pure.

VITTORINA Torniamo presto.

ROSA Una mezz’oretta.

CUCURULLO Pure un’ora, due.

CONTESSA Senza fretta.

VITTORINA Grazie.

FELICE Caso mai... un colpo di telefono e arriviamo im­mediatamente.

ROSA (rivolta alla contessa) Si vive sempre sul chi va là.

FORTUNATO Andiamo, allora, facciamo presto.

Saluti, strette di mano, e le due coppie escono.

CONTESSA Allora, che dicono i medici?

GIGLIOLA (con voce tremula) Non ci sono speranze.

PICIOCCA Oh, Dio!

CUCURULLO Povero Guglielmo!

CONTESSA Povera Gigliola, direi! Non è un anno che ha perduto la madre...

CUCURULLO Beh, diciamo quello che è, la signora Amne­ris aveva una bella età.

PICIOCCA Quanti anni aveva?

GIGLIOLA Novantasette.

Azione significativa di Guglielmo.

CUCURULLO Io ci metterei la firma.

GIGLIOLA Infilava l’ago senza occhiali.

CONTESSA O l’infilava o non l’infilava, la madre è sempre la madre, e quando ci lascia, pure a cento, duecento an­ni, soltanto allora si rimane vedovi veramente.

GIGLIOLA Quanto e come hai sempre ragione, Maria mia!

CONTESSA Ora dimmi una cosa: se le notizie sono vera­mente così brutte come dici… scusa, ti voglio bene e debbo essere spietata.

GIGLIOLA Dimmi.

CONTESSA Hai cercato di sapere se lui ha pensato di la­sciare qualche cosa scritto?

GIGLIOLA Niente, non ha voluto scrivere niente. Quando ho tentato di saperlo, cercando di fare cadere il discorso sull’argomento, lui mi ha detto che quello che avrebbe dovuto scrivere lui, l’ha già scritto la legge e ha aggiun­to: « Un testamento scritto può essere impugnato dalla legge, ma quello pensato solamente rimane chiuso nella tomba insieme al morto».

PICIOCCA Ci ho capito poco.

CUCURULLO Io pure.

CONTESSA A me mi puzza. Tu sei proprio sicura che non ha scritto niente?

GIGLIOLA (traendo dal corpetto un foglietto piegato in quat­tro) Ecco. (Lo mostra) Questo è tutto quello che ha scritto. (Legge) « Quando sarò morto voglio essere tra­sportato nudo al cimitero, e nudo voglio essere sotterra­to. Non facciamo che, approfittando del fatto che mi tro­vo nell’impossibilità di reagire, fate fare al mio corpo la stessa figura ridicola che faceva quello di mio suocero sul letto di morte, truccato e vestito da sera, che tu dicevi —ma questo deve andare al camposanto o a una festa da ballo? —. Allora, siamo intesi: nudo sono venuto al mon­do, e nudo voglio essere sotterrato. Grazie e tanti salu­ti, firmato: signor Coso, mazza, bastone, portafiori, candeliere». Avete capito...? (Piega il foglietto e se lo conserva).

CONTESSA   E’ impazzito... Povera Gigliola!

PICIOCCA E tu rispetterai questa sua volontà?

GIGLIOLA (incerta) E... capirete...

CONTESSA    E’assurdo.

CUCURULLO « Nudo sono venuto al mondo... nudo voglio essere sotterrato”…

PICIOCCA Non è possibile. Lui era conosciuto, sapete quanta gente viene a vederlo.

CONTESSA Sarebbe uno scandalo. Volete mettere le pro­porzioni di quando uno nasce e quelle di quando muo­re, dopo una settantina d’anni!

GIGLIOLA Ma la volontà di un morto si rispetta...

CONTESSA Di questo ne parleremo quando sarà il momen­to. Dimmi la verità, adesso: tu stai digiuna?

GIGLIOLA Ho preso un caffè e latte con due biscotti.

CONTESSA Io ti ho portato un pollo arrosto. (Lo mostra incartato) È ancora caldo. E una bottiglia di Chianti.

PICIOCCA Io ti ho portato una buona frutta. (Mostra un cartoccio che ha portato con sé).

CUCURULLO E io un dolcetto. (Anche lei mostra il suo dono).

GIGLIOLA Care, care...

CONTESSA E il prete? Insiste ancora nel rifiutare i confor­ti religiosi?

GIGLIOLA   E’testardo. Dice che lui non ha fatto niente di male per cui non ha niente da dire a nessuno.

CONTESSA Se vuoi, lo posso dire a padre Ragusa, il quale, venuto a mancare padre Cannicchio che servì la nostra famiglia per lunghi anni, adesso è lui che si viene a pren­dere le anime di casa nostra.

GIGLIOLA Nooo... Si offenderebbe padre Ciccuzza, che è tanto amico di famiglia e ne farebbe una malattia, se l’a­nima di Guglielmo se la venisse a prendere un altro. Speriamo che Guglielmo stesso si decida a farlo chia­mare.

CONTESSA Staremo a vedere. Adesso approfittiamo che tuo marito riposa, andiamo di là, e ti mangi questo pol­lastro se no si fa freddo. Su, vieni. (Si alzano in piedi tutte e quattro) Ti devi sostenere.

PICIOCCA (seguendo Gigliola e la Contessa, che si sono già avviate per uscire) S’è sciupata.

CUCURULLO Certo: nottate su nottate.

Le quattro donne escono.

Quando il chiacchierio delle quattro donne si sarà allon­tanato e perso per le stanze attigue al soggiorno, soltan­to allora, Guglielmo, sicuro d’essere rimasto solo, sti­racchia le braccia e s’abbandona a uno sbadiglio tal­mente sguaiato che ha dell’animalesco. Poi gira lo sguar­do intorno, dando segni di una noia abissale per tutto ciò che lo circonda, dai mobili alle pareti; finalmente prende un libro, lo apre al punto in cui vi aveva messo un segno e, tra uno sbadiglio e l’altro, comincia a scorrere svogliatamente qualche pagina. A un certo punto smette di leggere di scatto, e si fa attento, in quanto gli è parso di sentire assai vicino a lui una voce chioccia che ha pronunciato velocemente, quasi soffiato, il suo nome.

VOCE Don Guglielmo! (Guglielmo sorpresissimo ma col dubbio di avere inteso male, si mette in ascolto con mag­giore attenzione. La voce, più soffiata di prima, pronun­cia di nuovo il nome di Guglielmo) Don Guglielmo!

GUGLIELMO (allarmatissimo) Chi è?

Questa volta la testa di un sacerdote, in atteggiamento festoso e invitante, spunta alle spalle di Guglielmo, fa­cendo capolino dall’ampio schienale della poltrona e si presenta vezzosamente.

CICCUZZA Don Gugliè, sono padre Ciccuzza. (Guglielmo s’incupisce, chiude il libro insieme agli occhi e appoggia nuovamente la testa sullo schienale della poltrona). Don Gugliè, mi avete sentito, o state più di là che di qua? (Guglielmo non risponde). Don Gugliè, non volete ri­spondere per puntiglio o state in coma? (Guglielmo c. s.) Don Gugliè, io questo lo debbo sapere. Perché se non volete rispondere per puntiglio, io tanto faccio e tanto dico che vi convinco a rispondere alle mie doman­de, e lo faccio per il vostro bene... Se poi lo fate perché state in coma, io le domande ve le rivolgo lo stesso e le risposte o arrivano, o non arrivano, per l’uffizio che deb­bo compiere è la stessa cosa. Dunque: state in coma, o no? (Guglielmo c. s.). Don Gugliè, fate uno sforzo, rispondete alle mie domande. Voi non siete uno qualun­que. Durante la vostra vita avete raccolto onori e glo­ria, e allora dovete essere riconoscente alla provvidenza che vi ha dato intuito, intelligenza e forza per lottare. (Guglielmo c. s.). Don Gugliè, il mondo non vuol esse­re deluso da un vostro atteggiamento ostile alla legge di­vina. Non volete rispondere? E va bene: vuol dire che io procedo per conto mio. (Accosta una sedia accanto al­la poltrona e si siede) Figliolo mio, siamo tutti peccato­ri. Tu, figliolo benedetto, non sei stato uno stinco di san­to. Questo è notorio, e allora, prima di lasciare su que­sta terra le tue spoglie mortali, devi amaramente pentir­ti di come ti sei comportato. Confessa i tuoi peccati, fratello. Il signore è grande e misericordioso e t’accoglierà fra la schiera dei suoi angeli quale pecorella smar­rita. (Guglielmo fissa il sacerdote, increspando gli occhi e con un sorriso ambiguo). Bravo, sorridi e non parlare. E’  tutto quello che puoi fare, fratello. Non parlare, fac­cio tutto io. (Si segna) In nome del padre, del figliolo e dello spirito santo. (E col pollice segna la fronte di Guglielmo; ora comincia certe incomprensibili preghie­re alla cui fine si segna di nuovo e di nuovo segna la fronte di Guglielmo) Amen. Ti benedico in terra e ti as­solvo dai peccati, figliolo mio, ma ricordati che nei cieli ci sarà un altro tribunale che ti dovrà giudicare. (Di fronte all’impossibilità di sfuggire a controlli arbitrari sia pure nell’aldilà, Guglielmo solleva in alto lo sguardo accorato, abbassando poi il capo e allargando le braccia in segno di accettazione dell’ineluttabile).

Si chiude il sipario di velluto nero, mentre si ode, dal­l’interno, il coro degli studenti.

Dalle prime quinte, sia a destra che a sinistra, entrano contemporaneamente due gruppi di persone: borghesi da una parte, popolo minuto dall’altra; essi rimangono in attesa, in atteggiamento compunto e a voce bassa par­lano del funerale che sta per aver luogo. Il coro degli studenti si allontana sempre più, fino a cessare quando il sipario di velluto nero si apre scoprendo un ampio portone, per metà chiuso e inquadrato nel suo aristocra­tico portale di fine Seicento. A ridosso della flancata de­stra, quella che lascia vedere il portone per metà aperto, si troverà un tavolo rettangolare, di media grandezza, su cui è appoggiato un libro per raccogliere le firme e qualche penna biro.

Chiarastella, il guardaportone, avanza dall’interno del porticato, insieme a un inquilino di riguardo, con il qua­le sta rievocando le doti positive e negative della buo­n’anima di Guglielmo Speranza. Una volta in strada, il signore di riguardo raggiunge il gruppo dei borghesi, scambia qualche saluto con alcuni di essi e, con molto rispetto per le scarpe altrui, s’inserisce nell’attesa. Chia­rastella piantona il tavolo con sopra il libro per le firme.

Un’agitazione composta e ordinata si determina fra i due gruppi allorché Chiarastella, dopo essere stato ri­chiamato dal caratteristico tramestio proveniente dalle scale, con la mimica e l’autorità di un direttore d’orche­stra, avverte i presenti che il morto sta arrivando. A ri­gore di tempo gli occhi dei due gruppi si fanno attenti e restano impegnati a controllare la buona o la cattiva riu­scita d’ogni sfumatura che caratterizza il cerimoniale di rito nelle onoranze funebri. Chiarastella, con infinita disinvoltura e perizia, libera dai due pesanti paletti il mezzo portone chiuso e lo spalanca. Dal fondo del porti­cato sopraggiunge il lento e mesto corteo: Fortunato e Felice davanti e due cocchieri dietro, hanno formato un quadrato con al centro il « morto », il quale segue di buon grado la formazione. L’ultima volontà scritta di Guglielmo non è stata rispettata: l’hanno vestito! Gli hanno messo addosso un vecchio smoking dai vistosi ri­svolti di raso lucido, sparato bianco, cravatta nera, scar­pe di coppale. Valentino il parrucchiere, poi, del suo mestiere ne ha saputo fare veramente un’arte: ha lucida­to e tirato a spazzola quei capelli, che ormai sembrano dipinti sul cranio di Guglielmo; gli ha bistrato gli occhi, marcato le sopracciglia, segnato le labbra, arrossato i pomelli.

Al seguito della formazione appare immediatamente Gi­gliola, in gramaglie, sorretta dalle nuore e dalla contes­sa Maria delle Grazie Filippetti Ullèra; ai lati di costei le due amiche: la Piciocca e la Cucurullo. La cameriera di casa farà coppia col guardaportone. Giunto in strada, il corteo si ferma per consentire agli amici li convenuti di esprimere le loro condoglianze alla vedova e ai fami­liari dell’estinto. Infatti i borghesi circondano Giglio­la, mormorando frasi d’occasione. Il popolo minuto os­serva, si compiace e si commuove. Soltanto adesso, tra il gruppo che circonda la famiglia Speranza, si distingue Furio La Spina; per l’occasione ha indossato un comple­to nero, guanti neri, neri la cravatta e il cappello a bombetta. Il tutto è però abbastanza dimesso e di misu­ra troppo abbondante per la sua persona. Con l’alterigia che gli viene dalla sua qualità di compare d’anello dei coniugi Speranza, La Spina, dopo aver baciato la mano a Gigliola, alla contessa e alle amiche, stringe fra le braccia la « comare », fissandole poi negli occhi uno sguardo intenso che vorrebbe rivangare in un solo atti­mo un passato di vita vissuta quasi tutta in comune. Sciolto l’abbraccio, La Spina raggiunge il lato posteriore della formazione funebre, si ferma li e assume l’atteg­giamento d’obbligo di chi è sul punto di pronunciare un elogio funebre.

FURIO (malauguratamente, non appena decide di dare ini­zio al discorso, il suo sguardo ispirato incontra quello beffardo del «morto»; per un attimo ne rimane diso­rientato, ma poi si riprende e attacca) Guglielmo Spe­ranza è morto. (Da questo momento, durante tutto il di­scorso, tra Guglielmo e Furio ha luogo uno scambio di occhiate allusive e piene di sottintesi) Noi tutti: la moglie, i figli, nipoti, parenti e amici fedeli — tra questi, consentitemi di ritenermi primo fra tutti —, costernati, sconvolti e col cuore a brandelli, ci siamo riuniti intor­no a lui per ripeterci ancora increduli, e con il linguaggio muto che meglio caratterizza il clima dell’evento funesto: Guglielmo Speranza è morto... Noi non dimenticheremo l’eminente uomo di cultura, le punte massime che seppe raggiungere nel suo campo professionale, il presti­gio goduto tra i suoi colleghi, l’ampio riconoscimento ottenuto sia nel suo paese che all’estero. Voglio ricorda­re inoltre quale marito e padre esemplare egli fu e con quanta saggezza tenne in pugno le redini della famiglia. Inoltre non dimenticheremo quell’aria « bonaria » che sprizzava da tutti i suoi pori, quando generosamente ascoltava le pene della povera gente, colpita dai colpi av­versi della cattiva sorte. (Singhiozzi del popolo minu­to). Amò la famiglia e fu da essa riamato. Un amore reciproco può dare frutti insospettabili. Fu appunto il bene, l’amore, la stima, la devozione che egli ebbe per Girolamo Fortezza che invogliò l’illuminato professore a prendersi cura del genero, a proteggerlo, a spingerlo, e a spianargli la via del successo. Questa innocente verità ben presto fu di dominio pubblico, angustiava spesso l’intima serenità di Guglielmo Speranza, fu l’uni­ca nuvola che oscurò in parte i rapporti di simpatia esi­stenti tra suocero e genero. Poi, con la scomparsa di Gi­rolamo Fortezza, insieme alle impennate di orgoglio of­feso, si spensero in Guglielmo gli entusiasmi e i deside­ri di conquista. Fu invaso da tristezza, forse da rimorsi, pentimenti? Povero Guglielmo, non ce lo potrà dire più, ormai! Stanotte, però, quando questa strada piom­berà nel buio fitto delle ore piccole, due ombre si aggire­ranno intorno a questo palazzo: quella dall’incedere gra­ve, solenne e deciso di Girolamo Fortezza, l’altra incer­ta e titubante di Guglielmo Speranza. Allorché, poi, le due ombre s’incontreranno davanti a questo portone, entrambe, con un solo slancio, si getteranno le braccia al collo, per rimanere finalmente uniti nel silenzio dell’e­ternità.

Singhiozzi, lacrime e abbracci tra quelli del gruppo bor­ghese e i componenti la famiglia Speranza. Il corteo si riforma e si avvia. Questa volta, a sorreggere Gigliola sarà soltanto Furio. Guglielmo non avverte il senso di ridicolo che, da vivo, egli temeva gli sarebbe caduto ad­dosso da morto, anzi si diverte, si sente al centro di un gioco talmente infantile da farglielo ritenere uno dei doni più assurdi e affascinanti che la fantasia bizzarra dell’umanità abbia concesso all’uomo. Infatti, a quanti vegli incontra sul suo cammino, dispensa sorrisi, ammic­camenti e frivoli salutini. Finalmente il corteo scompa­re in quinta.

GIACINTO (richiudendo il mezzo portone e rivolgendosi alla cameriera dei signori Speranza) E si è chiuso un altro libro! A proposito ‘e libre... Piccerè, damme na mano, livamme stu tavulino ‘a miezo. (Insieme alla ragazza solleva il tavolo per portarlo via, ma i due si fermano, nel sentire dall’interno una voce ansiosa che grida).

VOCE (dall’interno) Ferma, ferma! Per favore, un momen­to... (A passo svelto e affannando, arrivano, dalla quinta opposta a quella da dove è uscito il corteo, due ritardatari, forse amici di casa Speranza).

PRIMO RITARDATARIO ... Non togliete il registro, per fa­vore.

SECONDO RITARDATARIO Un momento solo, quando met­tiamo una firma.

GIACINTO Siete i padroni, firmate.

PRIMO RITARDATARIO Il funerale già si è mosso?

GIACINTO Come no! L’avete fatta tardi...

PRIMO RITARDATARIO Un poco l’orologio che va indietro, un poco il traffico...

GIACINTO Cinque minuti prima, facevate in tempo.

SECONDO RITARDATARIO (dopo avere firmato il libro) Mi dispiace di non avere salutato i figli.., siamo amici.

PRIMO RITARDATARIO (firmando a sua volta) Pure per la vedova... E’ stato un bel funerale?

GIACINTO (poco soddisfatto) Eh, cosi. Quello di don Giro­lamo Fortezza fu un funerale che fece epoca.

SECONDO RITARDATARIO E’ questione che Guglielmo Spe­ranza, negli ultimi tempi, si era fatto dimenticare un

poco.

GIACINTO Viveva molto appartato.

PRIMO RITARDATARIO Se fosse morto una quindicina di anni fa... (Rivolto all’amico) Ti ricordi? Quando stava sulla cresta dell’onda e tutti i giornali sì occupavano di lui...

SECONDO RITARDATARIO Giornali, riviste...

PRIMO RITARDATARIO Non ha saputo morire. (Rivolto a Chiarastella) E c’era molta gente al funerale?

GIACINTO (mentre si accinge di nuovo a portare via il tavoli­no> aiutato dalla cameriera) Poca.., poca...

Giacinto Chiarastella e la cameriera scompaiono nel por­tone, portando via definitivamente il tavolo, e i due ritardatari escono, mentre cala il sipario.

Ischia, agosto 1973.

F I N E

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