Il complesso dell’obelisco

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IL COMPLESSO DELL’OBELISCO

Ovvero

LE RISORSE DELLA PSICANALISI

Di Carlo Terron

RITRATTO A DUE VOCI CON UN FONDO DI VERITÁ PRESENTE

Alla gloriosa memoria di Sigmund Freud

che non ne ha alcuna colpa.

PERSONAGGI

Il dottor PIO DE LOLLIS, medico analista

La signorina CANDIDA BIANCAVIRTÚ, contessa e nevrotica

L’ILLUSTRATORE, uno qualunque, ma sembra bene informato e,

comunque, potrebbe anche non esserci, si parla a gente istruita

 

L’ILLUSTRATORE  - Dell’ormai tristemente noto complesso dell’obelisco si cominciò a parlare per la prima volta al trentaquattresimo congresso di psicanalisi, tenuto a Montpellier dal ventisei al trentun marzo millenovecentosessantacinque. Fu a causa di esso che il congresso si prolungò un giorno e mezzo più del previsto. Inconveniente, in sé e per sé, in fondo, di poco, anzi di nessun conto, se non fosse stato conseguenza di qualcosa di ben più grave coll’accendere la scintilla che fece divampare un incendio di discussioni interminate e polemiche feroci, non ancora estinto. Benché stracarica di pollini, responsabili di uno dei più spettacolari e rabbiosi eccessi di febbre del fieno che la storia delle allergie ricordi, a danno del signor De La Grouvière, scienziato di fama internazionale, titolare della cattedra di psicopatologia, nonché magnifico rettore all’Ateneo di Lilla, e presidente del congresso, quell’anno la precoce primavera provenzale, alimentata dalle salubri aure del Rodano, era di una voluttuosa dolcezza, incline, come non mai, a una tolleranza serena e festosa della quale, oltre alle mogli dei congressisti, avevano finito col beneficiare i lavori stessi del congresso, scivolati, per quattro giorni, sul velluto. Ciononostante, bastò che l’argomento fosse sollevato per rivelarsi subito il pomo della discordia, in un consesso distintosi, fino a quel momento, per una totale concordia, fin troppo urbanamente ufficiale, paragonabile soltanto ai congressi sotto le elezioni della Democrazia Cristiana nella contigua repubblica italiana. Il congresso ne uscì, letteralmente, spaccato in due, per quanto si dessero da fare a cercar compromessi onde riportare una parvenza di unanimità fra conservatori e progressisti, i volonterosi consci del disastroso effetto di una frattura, sull’ambiente scientifico, in una circostanza sotto molti aspetti delicata e circa un argomento che, sia pure involontariamente, reinvestiva un antico punto nevralgico, rimettendo in discussione la sopita ma non mai cancellata questione se il pansessualismo fosse vincolante o meno nella genesi delle manifestazioni umane, lungo l’intero arco dalla nevrosi al genio, e scusate se è poco. L’orologio sulla parete, dietro al banco della presidenza, un Gérard-Perregaux di precisione, graziosamente offerto, a scopo discretamente pubblicitario, dalla ditta Lepetit, segnava le diciassette e venticinque e si sarebbe passati subito all’ordine del giorno, appena in tempo per fare una doccia, cambiarsi d’abito e, poi, partecipare al banchetto offerto dalla municipalità, quando si alzò e chiese la parola il dottor Pio De Lollis, un dinoccolato giovanotto lombardo sconosciuto ai più, anzi, per la precisione, a tutti quanti. “Vorrei, col consenso dell’onorevole assemblea – disse come se si trattasse di una cosa da niente e, per giunta, usando inopportunamente e retoricamente il condizionale – vorrei far iscrivere nei fondamenti della dottrina un nuovo complesso da me osservato, studiato e del quale mi riservo di presentare, al più presto, una dettagliata memoria scritta”. “Per esempio?” ruggì il presidente, gettando, tra due sternuti, un’occhiata feroce all’orologio. “Il Complesso dell’obelisco”, sparò, deciso e precipitoso come tutti i timidi, il giovane psicoterapeuta. Scarlatto come un pomodoro maturo, a causa di un terzo sternuto venuto di rincalzo ai primi due, il presidente batté un pugno sul banco. “Sono contrario e con me deve esserlo ogni studioso serio, alla indiscriminata proliferazione dei complessi – sbottò - . Di complessi ce ne sono in circolazione già troppi. A forza di complessi abusivi, si è già snaturata, fino a renderla incomprensibile e inapplicabile, la unitaria concezione del Maestro ed è giunto il momento di un salutare giro di vite”. “Quelli che ci sono ci sono. Il complesso dell’obelisco è aggiornato e propongo che si passi all’ordine del giorno” tentò di tagliar corto il segretario, poco democraticamente, se vogliamo, ma ben intenzionato, che sedeva alla sua destra. “ Lei si astenga dal proporre e dall’aggiornare – urlò a questo punto, con gli occhi fuor della testa, il De La Grouviére, rivelando, di colpo, le malrepresse tendenze autoritarie di una libido da freudiano di stretta osservanza. – Anzi, giacché questo imprudente giovane me ne offre il destro, esigo – disse proprio esigo – che sia riaffermata in questa sede, solennemente una volta per tutte, l’unica esistenza di un solo complesso: quello originario di Freud, vale a dire il glorioso complesso di Edipo che comprende e nullifica tutti gli altri”. Allora si scatenò il finimondo. Chi batteva le mani e chi fischiava, chi propugnava il numero aperto – dei complessi – e chi era per il numero rigorosamente chiuso, uno e basta. Calò la notte su quei saggi dissennati e la schiera dei dissidenti abbandonò l’aula in massa, pretendendo, per la ripresa dei lavori, la sostituzione del presidente. Solo all’alba, digiuni, si giunse al compromesso che il presidente sarebbe rimasto al suo posto e al proponente sarebbe stato consentito di illustrare succintamente la propria memoria. Ciò avvenne al mattino successivo in un’altalena di cachinni e di applausi, di interruzioni sarcastiche e di paterni incoraggiamenti, degni, da una parte e dall’altra, che un’indagine psicanalitica traesse in luce gli inconfessabili sottofondi inconsci di un’aggressività tanto poco raccomandabile. Confuso, frastornato, sballottato, reso incerto di sé – anche perché certissimo non lo era mai stato – l’infelice dottor

DE LOLLIS     - annaspava a pezzi e bocconi, facendo d’ogni erba un fascio di obelischi, campanili, colonne, piloni di cemento armato, pali del telegrafo e quanti altri mai oggetti lunghi solidi e cilindrici gli danzavano nel cervello, senza riuscire a spiegarsi men che confusamente. Parte a causa dell’ambiente arroventato al quale parlava, parte per le personali e poco comunicabili esperienze che gli avevano suggerito la scoperta. Il resto della giornata – ormai è storia – trascorse nel dibattito, se così si può chiamare; ma fu, piuttosto, una rissa, che ne seguì. Anziché calmare, non fece che approfondire il solco della discordia. E il trentun marzo millenovecentosessantacinque, nel nome del complesso dell’obelisco, segnò la data di una nuova, e più grave eresia nel travagliato cammino della psicanalisi. Tutto quanto si poté cavar di bocca al terribile presidente fu un giudizio da qualcuno ottimisticamente ritenuto conciliativo. “Alla mia età – sentenziò – anche con tutta la miglior buona volontà, il complesso dell’obelisco non sarei, ormai, più in grado di capirlo, figurarsi di adoperarlo!”. Riusciremo noi a farlo capire, nel dialogo che segue, cercando di ricostruirne, da riservate confidenze, la sua privata, modesta e banale genesi, tipica delle femmine e utile ai maschi? Era di maggio, fuori i ciliegi erano in fiore; e, dentro, seduto alla scrivania, col suo bel camice attillato, un trequarti mauve, abbottonato dietro, il dottor Pio De Lollis, recitando in tutt’impegno e buonafede e con risultati appena discreti la parte del medico mondano, navigato e sicuro di sé – il contrario della sua vera natura – si dava da fare per avviare il trattamento analitico della signorina Candida Biancavirtù, seduta di fronte a lui e che, a sua volta, cercava di vincere l’imbarazzo con le mani in mano e coi punti esclamativi in bocca, nel vano tentativo di non rosicchiarsi le unghie; cosa che, ciononostante, accadeva di cinque in cinque minuti.

BIANCAVIRTÚ     - Occhi negli occhi, dottore; senza ipocrite pietà e senza falsi pudori: mi crede matta? Non si faccia scrupolo; sia pure brutale, parla con una che ha il culto della verità.

DE LOLLIS            - Ho abbastanza esperienza, signorina, per essermi reso conto che il matto è un tale che ha perduto tutto, tranne la ragione.

BIANCAVIRTÚ     - Scusi sa, non mi va chiaro se, con questa risposta, lei voglia dire che sono una matta che ragiona oppure una sana che sragiona.

DE LOLLIS            Lei, personalmente, cosa preferirebbe?

BIANCAVIRTÚ     - Ha toccato il punto nevralgico, dottore. La mia nevrosi consiste appunto in questo dilemma. Io sono un dubbio circolante.

DE LOLLIS            - Suvvia, un piccolo sforzo di fantasia. Faccia appello al coraggio della scelta. La sua è una forma di patologia esistenziale. La si combatte con la responsabilità della scelta.

BIANCAVIRTÚ     - Una parola! Se fossi in grado di scegliere, non avrei bisogno dell’analista. Scelga lei, per me, dottore. La prego, scelga lei e io accetterò il suo giudizio senza discutere, glielo giuro.

DE LOLLIS            - Una parola!

BIANCAVIRTÚ     - L’ho appena detto io.

DE LOLLIS            - Scusi tanto.

BIANCAVIRTÚ     - Di niente. E allora? Sana sragionevole, oppure pazza raziocinante?

DE LOLLIS            - Questo è ancora presto per poterlo stabilire.

BIANCAVIRTÚ     - Lei comincia a deludermi, dottore. Come si fa, domando e dico, a curare un paziente senza, prima, sapere se è sano o malato?

DE LOLLIS            - Ma non è necessario esser malati per venir curati. Questo è uno dei fondamenti della medicina fin dai tempi di Esculapio.

BIANCAVIRTÚ     - Mi scusi, non c’ero andata su. Che sarà di me, dottore? Pensa  che  sia   grave?

DE LOLLIS            - Coraggio. È appena arrivata. Il fascino – e anche l’efficacia, anche l’efficacia – di ogni trattamento analitico è che si sa come si comincia e non si sa come si finisce.

BIANCAVIRTÚ     - I miei son finiti tutti male, dottore mio.

DE LOLLIS            - Ah, perché questo non è il primo a cui si sottopone?

BIANCAVIRTÚ     - Mai più. E come avrei potuto tirare avanti? No no. Mi sono già fatta tutti gli analisti di questa città. Lei è l’ultimo.

DE LOLLIS            - E’ una città di più di due milioni di abitanti, signorina!

BIANCAVIRTÚ     - Le paiono molti con un analista, sì e no, ogni centomila? Per il mio bisogno, sono un numero trascurabile.

DE LOLLIS            - “Mi sono già fatta”: strano modo di esprimersi. (Annota velocemente qualcosa su un notes e segue un silenzio vischioso come una sabbia mobile).

BIANCAVIRTÚ     -Be’?

DE LOLLIS            Be’, cosa?

BIANCAVIRTÚ     Va avanti lei o vado avanti io?

DE LOLLIS     Cioè?

BIANCAVIRTÚ     - Vedo che tace.

DE LOLLIS            - Cerco di orientarmi.

BIANCAVIRTÚ     - Lei non cerca di orientarsi.

DE LOLLIS            - Glielo assicuro.

BIANCAVIRTÚ     - Ma no!

DE LOLLIS            - Ma sì.

BIANCAVIRTÚ     - Non insista. Creda a me: lei non cerca di orientarsi.

DE LOLLIS            - Parola d’onore.

BIANCAVIRTÚ     - Non ne ha nessuna ragione.

DE LOLLIS            - Tutte, invece.

BIANCAVIRTÚ     - Le dico di no.

DE LOLLIS            - E io le dico di sì.

BIANCAVIRTÚ     - Non cominciamo con le bugie, dottore. Sono allergica alla menzogna. Lo vede, mi fa già starnutire. (E, infatti, esegue) Non fa che aumentare la mia timidezza e, di conseguenza, la mia diffidenza e il mio spirito di contestazione. Possibile che non ci si renda conto che la menzogna è nevrotizzante? Un po’ di comprensione! Non chiedo altro, infine.

DE LOLLIS            - Tutta la comprensione che vuole, per carità.

BIANCAVIRTÚ     - Mi risparmi, la prego, il veleno in coda di quel “per carità”. Mi ferisce come una coltellata.

DE LOLLIS            - E sia. Senza coltellata, pardon, intendevo dire senza carità.

BIANCAVIRTÚ     - Lapsus! Lapsus inequivocabile. Non vorrà negarlo. Lei ha del malanimo verso di me. Me ne sono accorta appena ha aperto bocca.

DE LOLLIS            - Ma abbia pazienza, è lei che me lo suscita. Con la sua sfiducia preventiva e sistematica.

BIANCAVIRTÚ     - Vuol dire?

DE LOLLIS            - Ma certo.

BIANCAVIRTÚ     - Sì. Può essere. È già successo. Mi scusi.

DE LOLLIS            - Va bene, ma io non dico bugie, se lo tenga per detto.

BIANCAVITRTÚ - E questa è un’altra. Ne ha già dette due in meno di tre minuti.

DE LOLLIS            - Le proibisco questo linguaggio.

BIANCAVIRTÚ     - Lei lo fa apposta. Così non ne facciamo niente. E dire che lei era la mia ultima speranza. Pazienza.

DE LOLLIS            - Ora, se non le dispiace, mi usi una cortesia lei: tolga quell’ “ultima”.

BIANCAVIRTÚ     - Non è necessario. Tolgo il disturbo. (Si alza, prende su graziosamente le sue cose e si dirige verso l’uscio).

DE LOLLIS            E adesso, cosa fa?

BIANCAVIRTÚ     - Me ne vado. È orbo? Se manca la fiducia del medico verso il paziente, è tutto tempo perso. Non gliel’ha insegnato Padre Gemelli alla “Cattolica”? Un po’ me ne intendo anch’io.

DE LOLLIS            - Sì, ma anche viceversa.

BIANCAVIRTÚ     Sarebbe  a          dire?

DE LOLLIS            - Sarebbe a dire: sta bene la fiducia del medico verso il paziente, ma è indispensabile anche la fiducia del paziente verso il medico, porco cane!

BIANCAVIRTÚ     - Ha ragione.

DE LOLLIS            - Direi.

BIANCAVIRTÚ     - Sì , sì, ha ragione. Sono senza attenuanti.

DE LOLLIS            - Adesso non drammatizzi.

BIANCAVIRTÚ     - Detesto l’umiltà: le dico che ha ragione e deve tenersela. Mi scusi.

DE LOLLIS            - Come vuole. Grazie.

BIANCAVIRTÚ     - Nessun grazie. Ciò che è giusto è giusto. (Torna indietro e riprende il suo posto) Tutta colpa della mia timidezza. L’eccesso di timidezza mi rende insicura e l’insicurezza mi rende aggressiva. Me l’ha spiegato un suo collega. E io aggiungo anche: ingiusta, precipitosa, maligna      e          villana.     Dico            bene?

DE LOLLIS            Posso      contraddirla?

BIANCAVIRTÚ     - La prego: no. La verità innanzitutto! Mi lasci fare l’autocritica. Di solito, mi rilassa.

DE LOLLIS            - Faccia, faccia pure. (Nuovo silenzio e nuovo appunto da parte del dottore).

BIANCAVIRTÚ     - E allora?

DE LOLLIS            - Allora che?

BIANCAVIRTÚ     Riconosce d’aver detto bugie?

DE LOLLIS            - Non posso. La verità innanzitutto, l’ha affermato lei.

BIANCAVIRTÚ     - Appunto! E faccia un piccolo sforzo anche lei, santo Dio! Non si irrigidisca così.

DE LOLLIS            - Non posso. Si renda conto che, in coscienza, come analista, non posso riconoscerlo. Finirei per cacciarmi in un vicolo cieco.

BIANCAVIRTÚ     - Capisco. Teme di essere messo con le spalle al muro.

DE LOLLIS            - Nell’interesse del trattamento, non voglio trovarmi, come curante, in condizioni di inferiorità, va bene?

BIANCAVIRTÚ     - Ma neanch’io come paziente, oh bella!

DE LOLLIS            Perché          no?

BIANCAVIRTÚ     - Ah, lei, dunque, concepisce il paziente come un succubo. Dio del cielo, in che mani son caduta! Lei non è un analista, è un sultano. (Sia che non possa, sia che non voglia ribattere, lui tace) Sia buono. Ho tanto bisogno che si sia buoni con me! Lo ammetta, almeno, come uomo. Cosa le costa?

DE LOLLIS            - Senta…

BIANCAVIRTÚ     - Sì.

DE LOLLIS            - Le propongo un accomodamento.

BIANCAVIRTÚ     - Dica.

DE LOLLIS            - Veniamoci reciprocamente incontro. Accantoniamo lo scoglio delle bugie.

BIANCAVIRTÚ     - Per il momento.

DE LOLLIS            - E va bene, voglio rovinarmi: per il momento.

BIANCAVIRTÚ     - Perché ha messo il broncio?

DE LOLLIS            - Ho messo il broncio? Ma se ci siamo appena accordati?!

BIANCAVIRTÚ     - Proprio vero: non c’è maggior sordo di chi non vuol intendere. Prima, prima!

DE LOLLIS            Prima      quando?

BIANCAVIRTÚ     - Prima, quando le ho imprudentemente confidato che tutti i miei precedenti trattamenti sono finiti male, lei ha messo il broncio. È stato allora.

DE LOLLIS            - Ma cosa dice?

BIANCAVIRTÚ     - Mai vista un’ostinazione simile. Perché vuol negarlo? Che male c’è? È forse un disonore mettere il broncio? Maledetti i formalismi!

DE LOLLIS            - Il broncio io? Nemmeno passato per la testa.

BIANCAVIRTÚ     - Non insista, dottore, la scongiuro a mani giunte, io che non ho mai pregato nessuno. Ho una pratica di analisti, ormai, che non mi sfugge più niente. È geloso. Confessi, almeno, che è geloso e passo sopra a tutto il resto. DE LOLLIS        Geloso di chi? Ma che si sta mettendo in testa?

BIANCAVIRTÚ     - Ma dei suoi colleghi, naturalmente. Che, prima di lei, io abbia consultato tutti i suoi colleghi. È addirittura elementare, automatico. E legittimo. Apprezzi la mia buona volontà, le dico che è legittimo.

DE LOLLIS            - E allora, sa cosa le dico io?

BIANCAVIRTÚ     - Come farebbe ad andare avanti se, io, ora, le rispondessi:         sì,    lo         so?

DE LOLLIS            - La sfido a farlo.

BIANCAVIRTÚ     - Va bene: cedo. Un altro punto a suo vantaggio. Mi vuole sottomessa. Con la scusa di farmi del bene, mi vuole schiava. Ascolto.

DE LOLLIS            - Cosa ascolta, in nome di Dio, se non fa che parlar lei?

BIANCAVIRTÚ     - Non perda la calma, non le si addice. Le ripeto che ascolto, cosa pretende di più?

DE LOLLIS            - E che? Che ascolta?

BIANCAVIRTÚ     - Quel che mi doveva dire, naturalmente.

DE LOLLIS            - Con tutti codesti diversivi, non me lo ricordo più.

BIANCAVIRTÚ     - Era prevedibile: un’altra bugia.

DE LOLLIS            - E invece no.

BIANCAVIRTÚ     - Provi a mordersi un pollice. (Soprappensiero, lui lo fa).

DE LOLLIS            - Ahi! Accidenti!

BIANCAVIRTÚ     - Ha stretto troppo. Lei è privo di delicatezza perfino verso se stesso. È la tendenza sadica che ho notato in tutti voialtri.

DE LOLLIS            - Ah, ecco che mi torna in mente.

BIANCAVIRTÚ     - Riesce sempre. Quasi sempre, per esser precisi.

DE LOLLIS            - Mi lascia parlare?

BIANCAVIRTÚ     - Non fiato più.

DE LOLLIS            - Dunque…

BIANCAVIRTÚ     - Non se ne sarà mica dimenticato di nuovo, per caso. Sarebbe un vizio: la compensazione masochistica della vostra tendenza sadica.

DE LOLLIS            - Volevo dire. Se è vero che, finora, ogni altro trattamento è finito male, umanamente parlando ne dovrei essere soddisfatto. Non fa mai dispiacere conoscere i fallimenti dei propri colleghi.

BIANCAVIRTÚ     - Ha detto “non fa mai dispiacere”?

DE LOLLIS            - Precisamente.

BIANCAVIRTÚ     Un po’ ipocrita, se vogliamo, no?

DE LOLLIS            Perché ipocrita, per la miseria?

BIANCAVIRTÚ     - Non voleva forse dire un “fa piacere” grosso tanto così?

DE LOLLIS            - Ciascuno parla come sa e crede. L’educazione non è ipocrisia, né sadica né masochistica. Cominciamo col dire che lei ha una gran confusione in testa.

BIANCAVIRTÚ     - Ah ah!...

DE LOLLIS            - Non è ipocrisia. C’è poco da fare ah ah.

BIANCAVIRTÚ     - Lo dice lei.

DE LOLLIS            - E chi lo dovrebbe dire? L’inquilina del piano di sopra?

BIANCAVIRTÚ     - Dovremmo almeno essere d’accordo in due, lei che pretende di essere tanto educato e poi si permette di fare del sarcasmo. E su questo punto, resto del parere che quella che si dice educazione è, per metà, ipocrisia. E sfido chiunque a dimostrarmi il contrario.

DE LOLLIS            - (si alza, con tutta l’aria di tagliar corto) Mi rendo conto che, tra noi, non è possibile il minimo di intesa per avviare non dico un trattamento, ma nemmeno una decente conversazione civile.

BIANCAVIRTÚ     Ah, è questo che pensa di me?

DE LOLLIS            - Questo, né più e né meno.

BIANCAVIRTÚ     - E ha il coraggio di spifferarmelo brutalmente in faccia, senza preavviso, a rischio di farmi venire una delle mie crisi?

DE LOLLIS            - Ho il coraggio. Lei ha gli occhi dietro alla testa e gli orecchi sulle ginocchia, signorina. Sarebbe tempo di riportarli al loro posto.

BIANCAVIRTÚ     - E lei è perverso, un torturatore che dovrebbe essere espulso dall’ordine dei medici.

DE LOLLIS            - Faccia la denuncia.

BIANCAVIRTÚ     - Lei approfitta; scortica viva una povera donna inferma, debole, incerta e angosciata.

DE LOLLIS            - Ha ragione.

BIANCAVIRTÚ     - Ha anche la crudeltà di darmi ragione adesso?

DE LOLLIS            - Sì, le do ragione. Come me l’ha data, prima, lei, gliela restituisco, ora, io.

BIANCAVIRTÚ     - Per offendermi, per umiliarmi, per far a brani il mio amor proprio.

DE LOLLIS            - Scelga lei, a suo piacimento.

BIANCAVIRTÚ     - La ragione la si dà ai pazzi. Lei mi ritiene pazza. Finalmente le è scappato. Vede? Mi ritiene pazza e mi sento già più tranquilla.

DE LOLLIS            - Non ha importanza ciò che la ritengo, visto che il nostro colloquio non avrà seguito.

BIANCAVIRTÚ     - Lo dice lei. Troppo facile. Lei è un medico, mi va a genio, mi considera pazza e mi deve curare. Torni al suo posto. È meglio per lei.

DE LOLLIS            - (gelido) E sennò?

BIANCAVIRTÚ     - Sennò?... Be’, così su due piedi… Mi lasci il tempo di pensarci.

DE LOLLIS            - Faccia pure con comodo. (Per dimostrare la propria calma, accende una sigaretta).

BIANCAVIRTÚ     - Non mi fa mica impressione, sa.

DE LOLLIS            - Perché dovrei farle impressione?

BIANCAVIRTÚ     - E’ per ostentare il dominio dei suoi nervi che si è accesa      una   sigaretta?

DE LOLLIS            - E’ unicamente perché m’è venuta voglia di fumare, guardi un po’.

BIANCAVIRTÚ     - Cosa crede, che non sia capace di fumare anch’io?

DE LOLLIS            - Per me, può accendere anche la pipa.

BIANCAVIRTÚ     - Lei che è sempre pronto a mettere avanti la sua educazione, potrebbe anche offrirmi una sigaretta.

DE LOLLIS            - Con piacere. (Si appresta ad accontentarla).

BIANCAVIRTÚ     - No. Meglio di no.

DE LOLLIS            - Allora, sì o no?

BIANCAVIRTÚ     - Ho detto no. Le darei un vantaggio.

DE LOLLIS            A proposito, allora, ci ha pensato?

BIANCAVIRTÚ     A che piano siamo qui?

DE LOLLIS            - Dodicesimo.

BIANCAVIRTÚ     - E se, per esempio, mi buttassi dalla finestra? Qui la voglio.

DE LOLLIS            - Arriverebbe in strada in un attimo. S’accomodi. (Va a spalancargliela) Su. Coraggio. O soffre di vertigini?

BIANCAVIRTÚ     - Guardi che chiamo aiuto.

DE LOLLIS            - Sarebbe una battuta inedita per un suicidio.

BIANCAVIRTÚ     - Mi odia, dunque, fino a questo punto?

DE LOLLIS            - Se la odiassi appena tanto così, ce l’avrei già buttata io, con le mie mani, talmente m’ha rotto le scatole.

BIANCAVIRTÚ     - Eh già, pazza… Una crisi improvvisa, un raptus e s’è gettata dalla finestra. Ha anche l’alibi precostituito. Ma lei è un mostro!

DE LOLLIS            - Non ci avevo pensato. È un’idea.

BIANCAVIRTÚ     - Chissà quante altre infelici ha già gettato dalla finestra!

DE LOLLIS            - Finora nessuna, pensi un po’ che ingenuo. Ma ora ne terrò conto per l’avvenite.

BIANCAVIRTÚ     - Se non gettate materialmente, le avrà spinte al suicidio, come sta facendo con me.

DE LOLLIS            - Di bene in meglio. Le sono grato del suggerimento.

BIANCAVIRTÚ     - Perché mi tratta così? io che ero venuta da lei con tanta fiducia? (E giù un subisso di singhiozzi. È il crollo, la resa? Si vedrà. È ancora presto per dirlo).

DE LOLLIS            - Per malata è proprio malata. Pazienza, la prenderò in cura. (Ora essa si getta indecentemente in ginocchio e gli bacia e ribacia le mani).

BIANCAVIRTÚ     - Oh grazie, grazie. Non sa il bene che mi fa.

DE LOLLIS            - Adesso non esageri in senso contrario. Non passi da un eccesso all’altro. Si tiri su, si ricomponga.

BIANCAVIRTÚ     - Mi lasci fare, almeno, questo atto di contrizione. Caro-caro! Anche se ha la mano un po’ pesante, lei è il mio arcangelo salvatore, il mio San Giorgio, il mio San Marco, il mio Gabriele…!

DE LOLLIS            - (peggiorativo) Cattolica, anche!

BIANCAVIRTÚ     - E apostolica romana. Perché, lei no, per caso? Me lo dica subito.

DE LOLLIS            - Non vuole? Salvo il matrimonio e gli ordini sacri, i sacramenti li ho indosso tutti.

BIANCAVIRTÚ     - (tra un luccicone e l’altro) Malata o matta?

DE LOLLIS            - Non stiamo a sottilizzare.

BIANCAVIRTÚ     - Ho anche un’annessite. Non vorrei che dipendesse da quella.

DE LOLLIS            - Una malattia alla volta, per piacere.

BIANCAVIRTÚ     - Ah, son contenta, che sia lei a occuparsi di me, dottore.

DE LOLLIS            - A un patto: che venga rispettata la necessaria gerarchia tra curante e paziente. Niente ricatti e si proceda con metodo…

BIANCAVIRTÚ     - Comandi e obbedirò.

DE LOLLIS            - …che ogni parola non debba essere una contraddizione e ogni osservazione una rissa di due volontà.

BIANCAVIRTÚ     - Ha ragione, oh come ha ragione: il mio ritratto. La
colpa è che ho il transfert anticipato, esplosivo e micidiale.

DE LOLLIS            E lei come lo sa?

BIANCAVIRTÚ     - Me lo ha diagnosticato un suo collega che voleva telefonare in questura. Oh, scusi…

DE LOLLIS            - Nessuna scusa. Egli ha detto una cosa giusta. E ne voleva fare una più giusta ancora. Ne tenga conto.

BIANCAVIRTÚ     - Glielo prometto. Tutto come vorrà lei, ma non mi abbandoni.

DE LOLLIS            Siamo     intesi?

BIANCAVIRTÚ     - Intesi. Cercherò di reprimere la mia aggressività intellettuale. Ora avanti, tutto molto professionale.

DE LOLLIS            - Ha detto, mi pare, d’avere un’annessite.

BIANCAVIRTÚ     - Non l’ho detto io: l’ha detto il dottore delle mutue. Per telefono.

DE LOLLIS            - Fosse mai una spina organica? Sarà il caso di procurarsi il parere         di         un   ginecologo?

BIANCAVIRTÚ     - Impossibile!

DE LOLLIS            - (severo) Ci risiamo?!

BIANCAVIRTÚ     - Per carità, non mi chieda questo sacrificio, dottore.

DE LOLLIS            - E invece sì, se sarà necessario.

BIANCAVIRTÚ     - Un ginecologo mi dovrebbe toccare, mettere le mani addosso, mi figuro.

DE LOLLIS            - Una visita medica è una visita medica.

BIANCAVIRTÚ     - Per gli altri, non per me. Ne morirei. Non sopporto i contatti. Tanto ho sete di rapporti morali, altrettanto ho ribrezzo di quelli fisici.

DE LOLLIS            - All’occasione, si troverà una ginecologa.

BIANCAVIRTÚ     - Sarebbe lo stesso, se non peggio. Con le altre donne, le donne hanno il complesso del confronto.

DE LOLLIS            - Una bella ragazza come lei non ha nulla da perderci e tutto da guadagnarci, può andar tranquilla.

BIANCAVIRTÚ     - La scongiuro, non incominci anche lei. Non lo sopporto, è più forte di me: non lo sopporto sulla pelle. Anche un semplice complimento è una tortura. Mi fa l’effetto di una violenza, di una sopraffazione. Mi imbratta, mi sconsacra, mi dissacra.

DE LOLLIS            - Si trattava di una pura e semplice constatazione clinica e niente più. Parola.

BIANCAVIRTÚ     - Non so quanto gliene sono grata.

DE LOLLIS            - Mancherebbe altro! Dovere.

BIANCAVIRTÚ     - Si figuri che, fino all’età dello sviluppo, sognavo, tutte le notti, di essere un cigno.

DE LOLLIS            E una colomba, mai?

BIANCAVIRTÚ     - Mai. Sempre un cigno.

DE LOLLIS            Interessante. Aveva assistito al Lohengrin?

BIANCAVIRTÚ     - No. Il subcosciente.

DE LOLLIS            - Ah, già!...

BIANCAVIRTÚ     - Non potrà dipendere, per combinazione, dal nome che porto?

DE LOLLIS            - Tutto è possibile. Un nome, spesso, è psicologicamente condizionante. Pensi, per esempio, alla situazione difficile e, sotto certi aspetti, pericolosa, di una donna che sposa un Otello. A proposito, che nome       porta?

BIANCAVIRTÚ     - Candida Biancavirtù.

DE LOLLIS            - Eh, ma è un’esagerazione!

BIANCAVIRTÚ     Se ne fa un’idea?

DE LOLLIS            - Certo, che un nome simile può influire.

BIANCAVIRTÚ     - Dice?

DE LOLLIS            - Sicuro. È un nome indubbiamente di responsabilità. Può creare repressioni, inibizioni, censure, frustrazioni, blocchi psichici. O, anche, in senso opposto, suscitar ribellioni, rivolte e così via.

BIANCAVIRTÚ     - Vede, vede? Ci metta, poi, sopramercato, che sono contessa, democratica, laureata, nevrotica, orfana e scapola.

DE LOLLIS            Come ha detto, scusi?

BIANCAVIRTÚ     - Volevo dire nubile.

DE LOLLIS            - E’ un lapsus in cui incappa frequentemente?

BIANCAVIRTÚ     - Abbastanza, quando ho i nervi su, e li ho sempre. Ha un        significato?

DE LOLLIS            - Può averlo e non averlo. Benché i lapsus semantici voglian sempre significar qualcosa.

BIANCAVIRTÚ     - E dire che, finora, l’avevo sempre considerato un banale errore di grammatica.

DE LOLLIS            - Abbastanza strano in una laureata, no? Non le pare? A proposito: laureata in che?

BIANCAVIRTÚ     - Filosofia, pedagogia, statistica e propedeutica sociale, per il momento. Sa, non ho che ventisette anni.

DE LOLLIS            - Adesso, comincio a rendermi conto perché, invece di nubile, si considera scapola.

BIANCAVIRTÚ     - Pretendo troppo, chiedendole di spiegarsi meglio?

DE LOLLIS            - Affatto. La finalità terapeutica dell’analisi consiste nel portare a cognizione del paziente l’inconscio ignorato.

BIANCAVIRTÚ     - Questo lo so, tiri via.

DE LOLLIS            - …Sentiamo: mi dica, secondo lei, così su due piedi, cosa le fa          venire  in mente          la parola scapolo?

BIANCAVIRTÚ     - Oh bella! Una che non è ammogliata.

DE LOLLIS            - (esultante) Stupendo! (E se ne fa appunto).

BIANCAVIRTÚ     - Le pare?

DE LOLLIS            - Da antologia. Degno di una memoria scientifica. Altri due lapsus in cinque parole, non so se mi spiego.

BIANCAVIRTÚ     - Lei mi spaventa, dottore.

DE LOLLIS            - Il lapsus precedente è tornato fuori nascosto in una desinenza in o, ribadito da quello nuovo, esploso sfacciatamente in quel clamoroso “ammogliata”. Magnifico!

BIANCAVIRTÚ     - Mica tanto, mi sembra.

DE LOLLIS            - Magnifico, magnifico! D’una evidenza perentoria.

BIANCAVIRTÚ     Come avrei dovuto esprimermi per essere tollerabilmente normale?

DE LOLLIS            - Ma si rende conto? Scapola! Ammogliata! È un continuo tirare il femminile verso il maschile.

BIANCAVIRTÚ     - E’ preoccupante?

DE LOLLIS            - Relativamente. Tipica tendenza della donna moderna delle classi superiori. Quanto più laureata, intendevo evoluta, essa è, tanto maggiori sono l’invidia della mascolinità e il rifiuto della femminilità. E il contrario per l’uomo, beninteso. Nevrosi d’epoca, insomma.

BIANCAVIRTÚ     - Sarebbe a dire?

DE LOLLIS            - Oh, cosa da poco, in fondo. Puramente e semplicemente, a sua insaputa, lei desidera di essere un maschio. Sciocchezze.

BIANCAVIRTÚ     - Ma, allora, è grave. Sono proprio andata!

DE LOLLIS            - Grave… Dipende dai punti di vista.

BIANCAVIRTÚ     - Grave grave. La vedo così contento!

DE LOLLIS            - Si astenga dalle conclusioni precipitose. Non si può chiamar né grave né lieve. Evidentemente, la specie umana evolve verso l’intersesso, ecco tutto.

BIANCAVIRTÚ     - No, questo no. Non mi dica che c’entra il sesso. Sarei perduta.

DE LOLLIS            - Ma cara lei!

BIANCAVIRTÚ     - Glielo giro, dottore. Mi sconvolge fin nei precordi, la sola parola.

DE LOLLIS            - E si fa psicanalizzare? È cascata bene, vada ben là.

BIANCAVIRTÚ     - Osservi questo braccio. Vede? La pelle s’è già tutta arrossata. Che nome le date voi?

DE LOLLIS            - Rubrofobia.

BIANCAVIRTÚ     - No no, sbagliato; questa qui è una dermatosi psicogena bella e buona, altroché!

DE LOLLIS            - Ma cos’è, laureata anche in medicina adesso?

BIANCAVIRTÚ     - Al momento no, ma ci conto in seguito. Vede come si diffonde? Minimo, uscirò da qui con un eczema e sarà tutto quel che ci ho guadagnato. Effetto di quell’immonda parola. Ah, perché, tra noi e i nostri ideali, ci deve essere sempre di mezzo quella puttana della materia?!

DE LOLLIS            - Come come?

BIANCAVIRTÚ     - Ho detto qualcosa che non va?

DE LOLLIS            - Ma, abbia pazienza, la sconvolge la parola sesso, fino a darle l’eczema, e pronuncia, con tanta disinvoltura, quell’altra, lì, che, io stesso, mi sento imbarazzato a ripetere.

BIANCAVIRTÚ     - Ah, anche lei, dunque. Censure, inibizioni, frustrazioni, blocchi e, Dio non voglia, eczemi, anche lei. Dove, dove?

DE LOLLIS            - Lasci stare me. Parrocchie separate. Sarà già un miracolo se riuscirà a tirarne fuori i piedi lei.

BIANCAVIRTÚ     - Sa cosa le dico? Deve essere tutto un errore.

DE LOLLIS            - Naturalmente!

BIANCAVIRTÚ     - E allora, perché cerca di mettermi su una falsa pista?

DE LOLLIS            - Naturalmente, intendo, questo suo rifiuto di accettare una spiegazione fin troppo chiara. Resistenza prevista e scontata. Reazione classica, prova che si è sul terreno giusto. Si ricordi, signorina: di nuovo non c’è che ciò che si è dimenticato.

BIANCAVIRTÚ     - Amo solo quelle cose che han nome poesia e lei mi distrugge, dottore. Mi demolisce, mi riduce un cumulo di macerie. (Lirica) Me, che la sola vista di un uccello che vola, mi smaterializza e mi rapisce in cielo. (E lui fa andare precipitosamente la penna) Cosa scrive su quel maledetto notes?

DE LOLLIS            - Non ci faccia caso. (Tra sé, ma che si senta) Sogno di Leonardo da Vinci, analizzato da Freud.

BIANCAVIRTÚ     - …Perché, vede, dottore, io ho, ho sempre avuto il culto della pulizia, della decenza, dell’ideale, della virtù, della purezza, dei diamanti, delle perle, dei gigli, delle lenzuola di bucato e di tutto ciò che è bianco, trasparente e limpido.

DE LOLLIS            - Lei ha troppi culti, signorina.

BIANCAVIRTÚ     - Per questo, mi son messa nelle sue mani. Lei me li deve togliere; almeno mezza dozzina me li deve togliere.

DE LOLLIS            - Cercheremo di fare ciò che è umanamente possibile. Male che vada, li sostituiremo con degli altri più sopportabili e meno angoscianti.

BIANCAVIRTÚ     - Forse è una domanda indelicata, ma centomila lire ogni culto che mi leva sono sufficienti?

DE LOLLIS            - Quella degli onorari è una questione che verrà dopo. Non cerchi di scantonare. BIANCAVIRTÚ           Scantonare.     Io?

DE LOLLIS            - Qui si tratta di conoscere se ha voglia di guarire, oppure no.

BIANCAVIRTÚ     - Ne dubita, forse? Ma se è la mia idea fissa!

DE LOLLIS            - Crede?! La malattia rende interessanti. Tipi come lei, devono stare in guardia da questa suggestione.

BIANCAVIRTÚ     - Lei mi pugnala alla schiena. Ho fatto di tutto per scendere dall’assoluto e rendermi tollerabile la realtà, glielo giuro su ciò che ho di più sacro al mondo.

DE LOLLIS            - (paziente, eppur minaccioso) Cos’è che ha di più sacro al mondo? Sentiamo!

BIANCAVIRTÚ     - Il mistero, lo spirito, l’ideale!

DE LOLLIS            - E son già tre. Lo sospettavo. Il mio dovere è di riportarla coi piedi sulla terra.

BIANCAVIRTÚ     - Non lo faccia, dottore! Il reale manca di serietà. È stupido, è volgare. Il reale mi ripugna, il mistero mi affascina. Ogni volta che sorprendo l’universo in flagrante delitto di materialità, rischio le convulsioni e dubito della Provvidenza.

DE LOLLIS            - Ora, se non altro, sappiamo come stanno le cose. È una situazione che va rovesciata come un paletò “double face”, glielo dico subito.

BIANCAVIRTÚ     - E crede che non l’abbia tentato? Notti intere ho pregato, mi son battuta il petto, mi son prosternata a Dio. Niente!

DE LOLLIS            - Sempre il mistero! Ha sbagliato indirizzo. Non bisogna contare troppo su Dio, signorina. Forse, è Dio che deve contare su noi.

BIANCAVIRTÚ     - Che figura, in nome del cielo, presso il Creatore! Cosa risponderemo quando ci sarà chiesto conto d’aver confuso – come tutti! – un            fiore con un letamaio?

DE LOLLIS            - Santa pazienza! Non si può distinguere un cammello da un’arachide se non si considerano che le gobbe, signorina. In natura, il salto tra il piano nobile e lo scantinato è assai meno profondo di quanto lei crede.

BIANCAVIRTÚ     - E’ probabile che, nei disegni della Provvidenza, fra una rosa e un elefante, un rapporto ci sia, non lo nego. Ciononostante, ad un giovanotto non verrà mai in mente di offrire, alla sua innamorata, un mazzo di elefanti.

DE LOLLIS            - Perché no? E’ questione di prezzo.

BIANCAVIRTÚ     - E di spazio.

DE LOLLIS            - Appunto. Come vede, anche nei casi estremi, fra la poesia che l’affascina e la materialità che la disgusta, un punto d’intesa si può sempre trovare. Basta ridurre i punti esclamativi a punti fermi.

BIANCAVIRTÚ     - Lei demolisce i miei ideali e decapita i miei sogni.

DE LOLLIS            - Utopie! Qui si sta a perder tempo facendo della letteratura. È venuto il momento di scandagliare un po’ più a fondo il suo animo e ripulirlo da tutte queste scorie.

BIANCAVIRTÚ     - Ecco, sì sì, bravo, scandagliamo l’anima.

DE LOLLIS            - Animo: o, o. Tutta un’altra cosa. Non metta l’anima dappertutto. Non è prezzemolo.

BIANCAVIRTÚ     - Prima, però, lei mi deve togliere una curiosità.

DE LOLLIS            - Sentiamo.

BIANCAVIRTÚ     - Che differenza fa tra anima e animo. C’entrerà mica, per caso, anche lì, il sesso?

DE LOLLIS            - L’anima è l’animo col punto esclamativo, semplicissimo.

BIANCAVIRTÚ     - Chissà mai cosa diventa col punto interrogativo.

DE LOLLIS            - Le proibisco di fare della metafisica. (E si indugia nuovamente a prender nota di qualcosa).

BIANCAVIRTÚ     - Quando si comincia?

DE LOLLIS            - A far che?

BIANCAVIRTÚ     - A scandagliare.

DE LOLLIS            - Cosa pensa che si sia fatto finora?

BIANCAVIRTÚ     - Io non facevo che seguire il suo ragionamento aspettando.

DE LOLLIS            - Aspettando?

BIANCAVIRTÚ     - Certo. Che mi dicesse di stendermi sul lettino. Non è così che si fa?

DE LOLLIS            - Ah sì. S’accomodi.

BIANCAVIRTÚ     - Grazie.

DE LOLLIS            - Non c’è di che.

BIANCAVIRTÚ     - Ah, finalmente! (E va a coricarsi beata) E’ un po’ duro, non trova?

DE LOLLIS            - Personalmente non me ne sono mai servito.

BIANCAVIRTÚ     - E anche piuttosto stretto. Nessuno gliel’ha detto mai?

DE LOLLIS            - Non è un letto matrimoniale e non deve servire né a dormire, né a far ginnastica. Si rilassi e mi racconti quel che vuole… Vediamo... Il primo sogno che le si presenta alla mente, per esempio. Ma lasciandolo fluire come viene viene. Senza ricamarci su a razionalizzarlo e a idealizzarlo.

BIANCAVIRTÚ     - Mi dia, almeno, due soldi di atmosfera.

DE LOLLIS            - Sarebbe a dire?

BIANCAVIRTÚ     - Non abbassa la luce? Gli altri lo fanno.

DE LOLLIS            - Se ha bisogno che bruciamo anche dell’incenso, non si faccia riguardo a chiederlo. Fanno anche questo, gli altri?

BIANCAVIRTÚ     - I suoi sarcasmi sono altrettante stilettate. Dio del cielo, che materialista! E io che considero il gabinetto dell’analista come il confessionale in un tempio! (Frattanto, egli l’ha accontentata, spegnendo l’illuminazione centrale e accendendo una lampada presso il lettino, dietro al quale va a collocarsi, seduto, notes e matita alla mano) Chiudo gli   occhi?

DE LOLLIS            - Se questo l’aiuta, faccia pure.

BIANCAVIRTÚ     - Cosa vuol dire la posizione orizzontale! Mi sento già più distesa.

DE LOLLIS            - Meglio. Cerchi, se già non ce l’ha, di fare il vuoto nel cervello e rovesci la pattumiera.

BIANCAVIRTÚ     - (si tira su a sedere, risentita) Ah no! Così no. Ogni sua parola è uno schiaffo morale.

DE LOLLIS            - (perentorio) Giù!

BIANCAVIRTÚ     - (realmente intimidita, obbedendo) Mi perdoni. (La minima attesa per creare la suspence necessaria) Vado?

DE LOLLIS            - Vada.

BIANCAVIRTÚ     - Un sogno qualunque… Il “mio” sogno. Sempre lo stesso. Mi ossessiona da anni. Fin dal tempo che lavoravo alla mia prima tesi di laurea.

DE LOLLIS            - Abbrevi, possibilmente, e venga al sodo. Mica, per caso, avrà intenzione di illustrarmi tutte le sue tesi di laurea. Sappiamo che è una donna colta. Purtroppo!

BIANCAVIRTÚ     - Ma tutto è dipeso da quella: “L’influenza dell’obelisco egiziano sulla civiltà cattolica, se fosse, a quei tempi, esistita”.

DE LOLLIS            - Ho sentito bene? Le spiace ripetere, per piacere?

BIANCAVIRTÚ     - Si figuri!... “L’influenza dell’obelisco egiziano sulla civiltà cattolica, se fosse, a quei tempi, esistita”. Ci ho scritto su settecentoventisei cartelle di testo e ottantasette di bibliografia. Un soggetto affascinante!

DE LOLLIS            - L’aveva scelto lei?

BIANCAVIRTÚ     - No. Il mio insegnante.

DE LOLLIS            - Volevo ben dire. Un cattedratico capace di escogitare argomenti del genere, deve aver fatto carriera nei nostri Atenei. È nel loro spirito.

BIANCAVIRTÚ     - Si tratta di un’autorità di fama mondiale, accademico dei Lincei e prossimo premio Nobel.

DE LOLLIS            - Non ne ho dubitato nemmeno per un momento.

BIANCAVIRTÚ     Le dico il nome?

DE LOLLIS            - No, per carità!

BIANCAVIRTÚ     - Durante sei mesi non feci che viaggiare: Africa, Asia, Europa – mi costò un occhio della testa – a visitar biblioteche, a consultar monografie, a scrutar pitture e sculture… Fui, naturalmente, al Cairo, a Luxor, nella Valle dei Re. Con cinquanta gradi all’ombra, dove mi presi un colpo di sole che, per poco, non mi costò la vita. Un continuo avanti e indietro a misurar obelischi, a confrontarli, a decifrarne i geroglifici; a fotografarli… da distante, da vicino, da sotto in su, da sopra in basso… in piedi, coricati, dritti, storti, tozzi, slanciati… Mi ascolta?

DE LOLLIS            - Prosegua.

BIANCAVIRTÚ     - Sì! Mi detti agli obelischi anima e corpo… Vivevo con gli obelischi e per gli obelischi. Non vedevo che obelischi, dalla mattina alla sera… L’obelisco m’era diventato la misura, il termine di riferimento di tutto e, più strano ancora, di tutti. Il loro elegante moto ascensionale, il loro ardito svettare verso il cielo mi inondavano l’anima, pardon: l’animo, di una sorta di beatitudine mistica... Arrivai a identificare Sua Santità coll’obelisco di Piazza San Pietro – uno dei punti cruciali della mia tesi – mio padre con quello della Sapienza…

DE LOLLIS            - Interessante. E sua madre?

BIANCAVIRTÚ     - No, mia madre no.

DE LOLLIS            - Naturalmente.

BIANCAVIRTÚ     - De resto, sarebbe stato difficile. Mia madre era alta un metro e cinquanta e pesava novantasei chili. Più larga che lunga. Povera mamma, fisicamente era un fenomeno. E, in un certo senso anche moralmente. Era incapace di trascendere. Concreta, terrestre in tutto.

DE LOLLIS            - Già.

BIANCAVIRTÚ     - L’ha conosciuta?

DE LOLLIS            - No. Ma mi immagino come se la immagina. Dunque…

BIANCAVIRTÚ     - …Un vero e proprio antropomorfismo dell’obelisco, se così mi è consentito chiamarlo, si impossessò ossessivamente della mia coscienza… Per dire: a quell’epoca ero fidanzata con un giovane architetto, partito eccellente sotto ogni aspetto… Non mi si crederà: ruppi il fidanzamento a causa degli obelischi.

DE LOLLIS            - Come,  come?

BIANCAVIRTÚ     - …Le ragioni furono due. Una: non aveva alcuna simpatia per l’obelisco. Diceva che era un capriccio da donne, chissà, poi, perché… Che, architettonicamente parlando, era un assurdo, privo di qualsiasi funzionalità che lo giustificasse; che era il simbolo reazionario dell’assolutismo sociale e della verticalità costruttiva, mentre lui in politica era democratico e in architettura orizzontalista. Proprio così. Odiava gli obelischi, si rende conto?! Più io me ne appassionavo e più lui li detestava: era geloso degli obelischi. Una reazione stranissima… Io penso che fosse un fobico… Furono giorni terribili… Si chiamava Alfredo…

DE LOLLIS            - E l’altra?

BIANCAVIRTÚ     - L’altra, cosa? S’è fatto come uno strappo nella mia memoria.

DE LOLLIS            - Cerchi di rammendarlo subito.

BIANCAVIRTÚ     - Diceva?

DE LOLLIS            - L’altra ragione per cui ruppe il fidanzamento.

BIANCAVIRTÚ     - Ah sì, rieccomi… L’altra riguardava me. Per quanti sforzi facessi, tra tutti gli obelischi a mia conoscenza, e Dio sa se ce n’erano, non ero riuscita a reperirne uno che è uno da paragonare al mio fidanzato. Questo era troppo lungo, quello era troppo corto, uno troppo grosso, un altro troppo sottile. Forse, in qualche luogo, quello adatto c’era, ma non riuscivo a scoprirlo. Mi ci tormentai su settimane e settimane, senza risultato. Mi sarebbe bastata anche una rassomiglianza vaga, approssimativa… tanto, capisce? da poterlo, in qualche modo, far entrare nella dimensione spirituale nella quale ero venuta a trovarmi e, debbo riconoscerlo, mi trovavo così bene. Niente! Uno sforzo spossante e un risultato vano. Inutile.

DE LOLLIS            - Terribile!

BIANCAVIRTÚ     - Ah, può ben dirlo… Mi parve un segno del cielo. L’avvertimento che, con quel materialista, nemico giurato degli obelischi, il mio matrimonio sarebbe andato incontro a un fallimento inevitabile.

DE LOLLIS            - Ma certo certo.

BIANCAVIRTÚ     - Mi comprende?

DE LOLLIS            - Faccio di più: condivido.

BIANCAVIRTÚ     - Non ne dubitavo. Ah, mi sento già più sciolta.

DE LOLLIS            - E finalmente veniamo al sogno. Come si riallaccia al sogno tutto ciò.

BIANCAVIRTÚ     - Ora viene il meglio… Oddio, cosa dico? Il peggio. Sarà mica un   altro lapsus?

DE LOLLIS            - Possiamo, eccezionalmente, considerarlo un semplice modo di dire.

BIANCAVIRTÚ     - Grazie di cuore. Ora lei è più buono, più morbido con me. Non dica di no, lo sento.

DE LOLLIS            - Vada avanti.

BIANCAVIRTÚ     - …Sul principio, proprio, sa? Come dice il poeta: le immagini del dì, false e corrotte. Quali pallidi brandelli di un film sfocato, passavano disordinatamente scampoli degli avvenimenti delle mie giornate più banali.

DE LOLLIS            - Concernenti che?

BIANCAVIRTÚ     - Gli obelischi, naturalmente… però… così… fluidi, spenti, scorporati, svolatizzati… Sempre numerosi, ma come dire? … Minimizzati, ecco… Faccia conto, altrettanti fragili birilli, disposti per un gioco incomprensibile, ma, non per questo, meno poetico.

DE LOLLIS            - Erano accompagnati, o seguiti, da speciali emozioni, da turbamenti  particolari?

BIANCAVIRTÚ     - Il solo fastidio che può dare la ripetizione insistente di una visione monotona e assurda. L’emozione era, semmai spostata verso un certo timore per la riuscita della mia tesi di laurea… Sa, l’ansia dell’esame e così via; quella… ma, come le ripeto, tutto molto, molto, molto vago, confuso e privo di importanza.

DE LOLLIS            - Capisco.

BIANCAVIRTÚ     - Non mi è difficile, il guaio è che dove comincia a capir lei, finisco di capir io. Il meraviglioso venne dopo. E sarebbe rimasto meraviglioso se non fosse diventato terribile.

DE LOLLIS            - Dopo che?

BIANCAVIRTÚ     - Dopo aver sostenuto la mia tesi, laureandomi con trenta e lode.

DE LOLLIS            - Figuriamoci se, lei, si sarebbe accontentata di u semplice trenta!

BIANCAVIRTÚ     - Quasi di colpo, anzi, senza quasi, tutto cambiò.

DE LOLLIS            - Se Dio vuole, gli obelischi scomparvero, dunque!

BIANCAVIRTÚ     - Oh, no, cosa dice? Come sarebbe stato possibile? Gli obelischi rimasero. Immobili.

DE LOLLIS            - E allora cosa cambiò?

BIANCAVIRTÚ     - Cominciò la notte stessa successiva alla laurea. In famiglia m’avevano fatto festa e mi coricai piuttosto eccitata.

DE LOLLIS            - In che senso eccitata?

BIANCAVIRTÚ     - Spiritualmente, beninteso. Io non mi eccito che spiritualmente!

DE LOLLIS            - In altre parole, aveva un po’ alzato il gomito.

BIANCAVIRTÚ     - Miserie. Quella sera tardai ad addormentarmi, ma, appena preso sonno, fu fatta. Quanto, prima, i miei sogni erano stati opachi, grigi e inafferrabili, altrettanto, ora, s’erano fatti improvvisamente netti, concreti e coerenti. Immobili e monotoni, se vogliamo, ma tangibili, palpabili, direi: un’esultanza di colori sfolgoranti: la tavolozza di Van Gogh, coi contorni e col rilievo eccezionale di Pier della Francesca. Erano diventati veri, reali, dottore!

DE LOLLIS            - Non stiamo visitando una pinacoteca. Sia più esplicita. Me li descriva.

BIANCAVIRTÚ     - Glielo descrivo, perché, da quella volta, fu sempre uguale.

DE LOLLIS            - La sto a sentire. Avanti.

BIANCAVIRTÚ     - Sullo sfondo di un paesaggio desertico, appena mosso da dune e palme minuscole, contro un cielo fermo, del più glorioso blu cobalto, si ergeva intrepido, fino a forare le nuvole, un unico obelisco smisurato che irradiava una luce accecante. E me, prona, alla sua base, nella posizione di un muezzin in preghiera, mentre, dal cielo, una orchestra d’arpe inviava sulla terra una musica arcana. Forse si trattava di Bach, ma non potrei giurarlo, essendo deficiente di senso musicale. Era una visione meravigliosa che colmava l’anima di una gioia incontenibile.

DE LOLLIS            - Ah!

BIANCAVIRTÚ     - Proprio ah! Un rapimento ineffabile da lasciarmi in uno stato di beatitudine per tutta la giornata, che nemmeno cento tranquillanti.

DE LOLLIS            - Mi levi una curiosità. Perché racconta tutto all’imperfetto?

BIANCAVIRTÚ     - Io ho il culto della “consecutio temporum”.

DE LOLLIS            - Anche quello!

BIANCAVIRTÚ     - E, se non si fosse distratto, si ricorderebbe che le premisi come, dopo il meraviglioso, venisse il terribile.

DE LOLLIS            - Vale a dire?

BIANCAVIRTÚ     - Vale a dire che, dopo essere rimasta, per ventotto mesi, ai piedi del mio obelisco, in una posizione adorante, tutto considerato, poi, nemmeno scomoda, una bella, accidentti, una brutta, bruttissima notte, da un momento all’altro, vedo me stessa alzarsi in piedi, abbracciare l’obelisco e dar inizio alla disperata impresa di tentarne la scalata!

DE LOLLIS            - (trionfante) Il complesso della cuccagna!

BIANCAVIRTÚ     - S’è mai arrampicato su una cuccagna, lei?

DE LOLLIS            - Una volta, da ragazzo. È stata una fatica del diavolo.

BIANCAVIRTÚ     - S’immagini una misera donna, né molto robusta, né più giovanissima, fuori esercizio perché soffre di vertigini, due notti sì e una no alle prese con un obelisco di porfido, lucidato a pomice, che non finisce più, e poi mi sappia dire.

DE LOLLIS            - Mi figuro, poveretta.

BIANCAVIRTÚ     - Mai una volta che ci sia riuscita!

DE LOLLIS            - Lo credo bene. Arriva almeno fino a metà?

BIANCAVIRTÚ     - Macché, è matto? Riesco, a malapena, a sollevarmi per un paio di metri, poi getto un urlo che sveglia tutto il palazzo, prima di svegliar me terrorizzata, con gli occhi fuori dalla testa, tutta un sudore; esausta, spossata, in preda ad un incubo orribile, e via una crisi d’angoscia spaventosa che, qualche volta, ma raramente, ha la misericordia di risparmiarmi un accesso di convulsioni.

DE LOLLIS            - Tutto quel che vuole, però è un bel sogno.

BIANCAVIRTÚ     - (superbamente) Lo so. Prima o dopo, viene sempre il momento che me lo dicono tutti.

DE LOLLIS            - Ah sì?

BIANCAVIRTÚ     - Puntualmente.

DE LOLLIS            - Guarda guarda.

BIANCAVIRTÚ     - Ma c’è, purtroppo, anche di meglio. In malora! Al solito: di peggio, naturalmente.

DE LOLLIS            - Dica, dica.

BIANCAVIRTÚ     - Il quadro si è ampliato. Mi accade di entrare in stato d’ansia anche durante il giorno, nelle circostanze più realistiche e banali. Son dovuta, letteralmente, fuggire da Roma e – temo – non potrò rimetterci più piede, vita natural durante, per sottrarmi all’effetto traumatizzante di tutti quegli obelischi.

DE LOLLIS            - Fortuna che qui, a Milano, nonn ce n’è nemmeno uno.

BIANCAVIRTÚ     - Però ci son campanili, colonne, ciminiere, pali della luce e del telegrafo. Dottore mio, ormai tutti gli oggetti allungati e tendenti verso l’alto sono per me un pericolo e possono scatenare una crisi. Le persone stesse: un uomo – a proposito, chissà perché, mai una donna – per poco che sia alto e slanciato e io mi trovi un po’ nervosa, e quando non lo sono?... bene: tac, mi può capitare da un momento all’altro.

DE LOLLIS            - Un bell’inconveniente, mi rendo conto.

BIANCAVIRTÚ     - Oddio, ecco… ecco… lei stesso… mi viene, lo sento… mi viene la crisi.

DE LOLLIS            - Un obelisco, io? Guardi che si sbaglia.

BIANCAVIRTÚ     - Non me lo nomini, proprio in questo momento! Ah, sto male!... (E scatta in piedi).

DE LOLLIS            - Si rimetta giù e chiuda gli occhi.

BIANCAVIRTÚ     - Lei, piuttosto, non stia lì dritto in piedi. Vuol vedermi in   convulsioni?

DE LOLLIS            - (frastornato) Che cosa devo fare?

BIANCAVIRTÚ     - Ma mettersi orizzontale, no? O, almeno si sieda, si pieghi, si accovacci. Faccia presto… Ah!... In sostanza, cosa ha ottenuto? Oh, una cosa da niente: l’ha indotto a prendere posto sul lettino dove è stata lei fino a pochi minuti fa.

DE LOLLIS            - Le passa?

BIANCAVIRTÚ     - Sì, grazie. Ma sono stata lì lì. Non si rialzi, la prego, mi potrebbe           ritornare.   È          vita   questa?

DE LOLLIS            - Lasci andare. Però, porca miseria, come sogno rimane un bel sogno. E perfino eccitante. Nemmeno paragonabile al mio. Benché, a rifletterci, siano, in un certo senso, complementari.

BIANCAVIRTÚ     - Ma no!... Anche lei?!... Dica, dica. Si metta giù comodo, senza riguardo e dica.

DE LOLLIS            - (perfino con una certa malinconia) A che servirebbe? Io non ne ho bisogno. Il mio subcosciente è come un palazzo di vetro.

BIANCAVIRTÚ     Modesto! Come fa adirlo? Due subcoscienti complementari e bene intenzionati, possono pur farsi un po’ di bene reciprocamente. Non pensa?

DE LOLLIS            - Tempo perso! Perché, io, vede – badi è la prima persona alla quale lo confido – io ho il complesso di non aver complessi.

BIANCAVIRTÚ     - E’ pur sempre qualcosa. Un terreno ancora vergine.

DE LOLLIS            - Che mammola! Cosa dice?...

BIANCAVIRTÚ     - Giù, giù, da bravo, si sa mai. (E passa a confidenziali vie di fatto, esortandolo con lo sfiorargli la fronte e una morbida pressione sul petto che trasforma una posizione angolare in una posizione retta)

DE LOLLIS            - Ma no, ma no…

BIANCAVIRTÚ     - Ma sì, invece.

DE LOLLIS            - (senza convinzione) E’ inutile, le dico.

BIANCAVIRTÚ     - Chi cerca trova. Giù! Oh, che pazienza! Con gli altri, non è stato mai così difficile… Si rilassi, si lasci andare, faccia il vuoto nel cervello…      Ci        siamo?

DE LOLLIS            - (flebile) Quasi.

BIANCAVIRTÚ     - Fuori. Sentiamo questo sogno.

DE LOLLIS            - Il solito, vecchio, stupido sogno del tunnel. Mi vergogno perfino a dirlo.

BIANCAVIRTÚ     - Si astenga da giudizi avventati. Niente è stupido di ciò che fiorisce nell’anima dell’uomo. L’anima dell’uomo è il paradiso del mistero. Dài!

DE LOLLIS            - Quando ho mangiato qualcosa di pesante e mi è rimasto sullo stomaco, mi vedo entrare in un tunnel stretto e buio, dove faccio una fatica d’inferno ad avanzare… e sempre più buio e sempre più stretto… C’è un buco circolare illuminato, in fondo: l’uscita, la salvezza. E più cerco d’avanzare e più essa s’allontana… Mi sveglio di soprassalto, prendo un po’ di bicarbonato e mi riaddormento. Ecco tutto… più banale e inconcludente di così…!

BIANCAVIRTÚ     - Sa qual è il suo male?

DE LOLLIS            - Gliel’ho detto: non ne ho, quello è.

BIANCAVIRTÚ     - Il suo male è il sottovalutarsi e il non aver fiducia in chi le può dare una mano. (E intanto, con questa scusa, gliela dà materialmente).

DE LOLLIS            - Ma non ne avrei bisogno.

BIANCAVIRTÚ     - Ed è medico! Se ne ha sempre bisogno. Su, su… Avanti… e poi?... Senza pensarci quel che vien viene. E poi? E poi, non resterebbero da tentare che le cosiddette associazioni libere. Tunnel… grotta… spelonca… Ma sì!

DE LOLLIS            - (alieno, automatico e in versi) Giace in Arabia una valletta amena – Lontana da cittadi e da villaggi – Che, all’ombra di due monti, è tutta piena – D’antichi abeti e di robusti faggi – Il sole, indarno, i caldi rai vi mena – Ché non vi può mai penetrar coi raggi – Sì gli è la via dai folti rami tronca – E quivi, entra sotterra una spelonca.

BIANCAVIRTÚ     - Lodovico Ariosto, ottava d’oro! Avanti, avanti…

DE LOLLIS            - Semplici residuati di adolescenza.

BIANCAVIRTÚ     - Nell’anima stava sepolto un poeta e il subcosciente lo sta facendo resuscitare, altroché!

DE LOLLIS            - Aveva ragione lei, questo lettino è duro.

BIANCAVIRTÚ     - E anche stretto, vedrai. (Si allontana un momento).

DE LOLLIS            - Cosa fa adesso?

BIANCAVIRTÚ     - Prendo la borsetta.

DE LOLLIS            - Per il mio onorario? Ma c’è tempo. Mi offenderei.

BIANCAVIRTÚ     - No caro: la pillola. Curarti va bene, ma non voglio correre rischi. (Gli si è già riaccostata ed ha spento la luce. Il trattamento si completa al buio).

FINE

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