Il primo amore

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IL PRIMO AMORE

Commedia in un atto

di ORIO VERGANI

                                   

PERSONAGGI

LA CONTESSINA GIORGINA TORRI PEGORI

NERINA

GELTRUDE

IL PROFESSOR MARTINI

IL SIGNOR TUROLLA

Commedia formattata da

 (Siamo al tempo in cui viveva ancora, a Recanati, qualcuno che, nella lontana giovinezza, aveva co­nosciuto e avvicinuto Leopardi. La unità d'Italia è fatta da poco. Possiamo suppor­re che al Governo sieda Agostino De-pretis. Recanati è fuori del mondo, illuminata appena dalla luce di quel nome, che diventerà sempre più grande, E così fuori del mondo vive, in una sua casetta che s'affaccia internamente a un giardino sul vecchio bastione papale, una che co­nobbe Leopardi: la contessa Torri Pégori, detta anche la contessuta, benché sia ormai vicina agli ottanta. Con lei vive, avviandosi all’acidula età dello zitellaggio, la ni­pote Nerina Torri Laguri, contessina anche lei. E' un po­meriggio di prima estate, e il sole che tra poco comincerà a calare illumina, attraverso al giardino e alla porta di fondo, la sala dove, fuori che nelle ore del riposo, si svolge tutta la vita della vecchia contessa. Da sinistra una porta conduce a un'altra stanza, e di qui alle scale. Un'altra porta, a destra, conduce alle stanze dell'apparta­mento. Alle pareti il vecchio mobilio di casa Torri Pégori « fa museo » : è disposto cioè con una certa solennità e un certo sussiego. Miniature, cornicerie, ritratti, piccole vetrine di ninnoli e ricordi, una larga libreria, e, al posto all’onore sopra questa, una vecchia stampa incorniciata, col ritratto di Leopardi. Sulla parete opposta, sopra un divano impero, ritratti, è presumibile, di parenti e antenati', e, al centro, un ritratto di giovane donna in costume del primo Ottocento. Sul tavolo di centro alcuni cestini con delle frutta, come se di là, in giardino, si stesse facendo un piccolo raccolto. La giornata è quieta e silenziosissima. La sala è vuota, nel dolce riflesso riposante del verde giardino. Il campanello della porta di casa suona due o tre volte, a intervalli, chiamando qualcuno che non rispon­de. Finalmente, dalla strada sotto il giardino, qualcuno si decide a chiamare).

Il Professore                  - (dalla strada) Nerina!... Nerina!...

Nerina                           - (non si vede ancora, perché  è in giardino. Ma si è affacciata).

Il Professore                  - Buon giorno, Nerina!

Nerina                           - Professore! Buon giorno! Aveva suonato?

Il Professore                  - Sì. Ma ho immaginato che lei era in giardino.

Nerina                           - Voleva la zia?

Il Professore                  - Ero venuto a cercarla per una cosa urgente. Ma se non è in casa...

Nerina                           - Dovrebbe tornare a momenti. E' andata a San Biagio per la conferenza del missionario.

Il Professore                  - Le andrò incontro.

Nerina                           - Ma no, professore. Tutta quella strada, con questo caldo! Salga, piuttosto. Si tratta di pochi minuti.

Il Professore                  - Ma lei ha da fare...

Nerina                           - Non si preoccupi. Mando ad aprirle. (Entra dalla porta che dà sul giardino. E' una « signorina » più vicina ai quaranta che ai trenta. Sul vestito nero ha un grembiule, e un paio di forbici le pendono con un nastro dal collo. Corre verso la porta di sinistra e chiama) Geltrude!

Geltrude                        - (venendo dalle altre stanze) Comandi, si­gnorina.

Nerina                           - Sei diventata sorda? Non hai sentito suo­nare? C'è il professore con un altro signore. Apri e fallo salire. Di' che mi scusi se lo lascio solo un momento.

(Geltrude esce. Nerina leva dalla tavola i cestini delle frutta e li depone fuori della porta del giardino. Getta sulla tavola un tappeto che stava ripiegato sul divano. Esce rapida da una porta di destra cominciando a slac­ciarsi il grembiule. La cameriera risale con gli ospiti. Il professor Martini è sui sessanta. Barbetta bigia, occhiali, una dignitosa calvizie. Il signor Turolla è sulla quaran­tina. Porta sul braccio una spolverina, perché , appunto, ha voluto ripararsi dalla polvere del lungo viaggio che lo ha condotto da Bologna a Recanati).

Geltrude                        - (entrando) Permettono... Faccio strada.

Il Professore                  - Grazie, Geltrude.

Geltrude                        - La signorina verrà subito. Se intanto vo­gliono accomodarsi, qui o in giardino...

Il Professore                  - Qui, qui... C'è troppo sole, fuori.

Geltrude                        - La contessina è andata...

Il Professore                  - Lo so, alla conferenza del missionario. (A Turolla) E' il grande avvenimento della setti­mana... (Geltrude è uscita). Qui non capita mai nessuno...

Turolla                           - Bisogna riconoscere che vivete troppo fuori di mano perché  sia facile venire a trovarvi. Da Bologna è un viaggio infernale.

Il Professore                  - Vuol che non lo sappia? E' la sfor­tuna di Recanati. Si ricorda dell'ultimo pellegrinaggio leopardiano?

Turolla                           - Quello per il cinquantenario della « Can­zone a Silvia »?

Il Professore                  - Quello. Ad annunciare il programma ne parlarono persino i giornali di Milano - pareva che dovessero venir gli studiosi di tutta Italia. Prenota­zioni, richieste, un carteggio da non dire! Poi doman­dano gli orari e cominciano i guai. Potevo nascondere che, dai tempi di Leopardi, le cose son così poco cam­biate? Il ministro Depretis ha altro da pensare che alla « Canzone a Silvia »!  Non son riuscito a tirar su più di venti persone. Doveva venire il Carducci....

Turolla                           - Prima che si muova quello...

Il Professore                  - A proposito... Delle nostre lettere non ha mica accennato al Carducci?

Turolla                           - Le ho già detto di no.

Il Professore                  - Non parlo per gelosia di mestiere. Lei sa quanto io lo apprezzi, per quanto questi poeti nuovi non sian fatti per le nostre orecchie di studiosi provinciali... Ma lo immagina lei, il Carducci, con quella sua malagrazia, a gettar lo scompiglio nel più nascosto dei segreti del nostro poeta?

Turolla                           - Le ho detto che le lettere non le ha viste nessuno. Da quando son venuto a conoscerne l'esistenza le ho mentalmente destinate a lei. Anche noi, mercanti di libri vecchi e di autografi, possiamo, qualche volta nella vita, cavarci il gusto di fare un piacere a un amico. E non mi dica, lei che ha dei tesori in questo genere, e che se ne intende come pochi in Italia, non mi dica che il prezzo è alto.

Il Professore                  - Mi permetto di essere ancora di questa opinione.

Turolla                           - E io le dico invece che non è nemmeno lontanamente proporzionato al valore dei documenti.

Il Professore                  - Mancano le firme...

Turolla                           - Non si firmavano mai, e non si firmano nemmeno oggi, lettere di quel genere. E anche senza firme, la scoperta è di tale importanza...

Il Professore                  - E di tale delicatezza.

Turolla                           - Certo. Anche di tale delicatezza...

Il Professore                  - Da impedire, con ogni probabilità, che le lettere si possan pubblicare subito.

Turolla                           - Questi, professore, sono gli scrupoli suoi, scrupoli giustissimi per chi, come lei, vive a Recanati, e frequenta questa casa. Ma chiunque altro, per esempio, il Carducci, non si farebbe tanti scrupoli, dato anche che, nelle lettere, non c'è nulla di compromettente per nes­suno...

Il Professore                  - Già. E' comodo, col pretesto moder­nissimo che la vita dei grandi è di dominio pubblico! Non è il caso di ripeterlo qui, in questa che, dopo la casa natale del poeta, io considero sia il più genuino tempio leopardiano d'Italia...

Turolla                           - Un piccolo museo...

Il Professore                  - Museo, tempio, sacrario... Lo chiami come vuole lei. Ma, a differenza di ogni altro luogo, ri­scaldato da una fiamma segreta, da un alito ancora vivo... Io non posso far nulla, se dubito di turbare questa fiam­ma, quest'atmosfera, questo palpito di vita che ancora ci rimane dei cari tempi del poeta. Lei, fra queste quattro mura, non può, per quanto sia sensibile, capire vera­mente dov'è, perché  non conosce la canuta sacerdotessa di questo piccolo tempio e di questa fede nascosta... Bi­sogna sapere con quanta discrezione custodisce, anche se sa che lo si conosce, il suo segreto. Lascia dire, la6cia accennare, lascia indovinare: ma, in quanto a parlarne apertamente... Lei ha visto con quanta discrezione io abbia dovuto accennare alle fonti delle mie « Testimo­nianze del primo amore leopardiano ».

Turolla                           - Il primo amore...

Il Professore                  - Il primo ed il più casto degli amori, fra i tanti castissimi del poeta.

Turolla                           - In quanto a castità non c'è da discuterne. Lei ha visto le lettere. Ma forse, il solo non del tutto infelice. (Si alza da sedere perché attraverso la porta di destra, ha visto giungere Nerina. Anche il professore si alza).

Nerina                           - Mi scusino se mi sono fatta attendere. Ho dovuto rimettermi un po' in ordine.

Il Professore                  - Non c'è niente da scusare, cara Ne­rina. Lei piuttosto deve scusarmi se ho portato con me un ospite senza preavvertire. (Presenta) II cavalier Tu­rolla... la contessina Torri Làgari.

Nerina                           - Turolla? Di Bologna?

Turolla                           - Sì. Ho già forse avuto l'onore?

Nerina                           - No. Lei non mi conosce. Non sono mai uscita da Recanati. Ma io conosco la sua libreria anti­quaria. Se lei vedesse tutti i libri della zia ne ricono­scerebbe parecchi.

Turolla                           - Non sapevo di aver la contessina fra le mie clienti.

Nerina                           - La zia fa sempre i suoi acquisti di libri per interposta persona (indica il professore). Si fan la concor­renza, ma, se possono, finiscono per darsi una mano. Faccio male a dirlo?

Il Professore                  - E' un segreto della zia.

Nerina                           - Ma, una volta o l'altra, i segreti si vengono sempre a sapere.

Il Professore                  - Soprattutto quando fioriscono attorno ad un grande poeta...

Nerina                           - Già... già. (Un momento di silenzio). Perché  vogliono stare in piedi?... Si accomodino.

Turolla                           - Non prima di lei.

Nerina                           - Non facciamo complimenti! Lei soprattutto, professore, che mi conosce da quand'ero bambina...

Il Professore                  - Una cara bambina alla quale io mi sono divertito a insegnare a leggere e a scrivere.

Nerina                           - Si ricorda, professore? E il mio sillabario leopardiano?

Turolla                           - Il sillabario leopardiano?

Nerina                           - Sì. Prepararlo fu una fatica particolare del professore. E non si è fermato lì. Appena mi ha inse­gnato a leggere e a scrivere mi ha cambiato nome.

Il Professore                  - Mi sono permesso di consigliare la mia piccola alunna di farsi chiamare Nerina. Occhi neri e splendenti, capelli d'ebano. Era il nome fatto per lei.

Nerina                           - Il nome della nonna era un nome caro, ma un po' pedante. Ho guadagnato nel cambio... finché avrò i capelli neri      - (ride).

Turolla                           - (ride impacciato).

Nerina                           - E non basta! Il sillabario, il nome nuovo, e le poesie imparate a sette anni...

Il Professore                  - E, quel che più importa, imparate andando a passeggio nei luoghi che le hanno ispirate... «Sempre caro mi fu quest'ermo colle»...

Nerina                           - ...« e questa siepe che da tanta parte - dell'ultimo orizzonte il guardo esclude... ».

Il Professore                  - Le rammenta ancora?

Nerina                           - Come allora... più di allora.

Turolla                           - Il professore ha per Leopardi una vera re­ligione...

(// campanello suona).

Nerina                           - E' certamente la zia. Se permettono... (esce da sinistra).

Il Professore                  - Bisogna che l'aiutino a salir le scale. Sa: son quasi ottant'anni... Il cervello è perfetto, ma le gambe cominciano a cedere.

Turolla                           - Per le lettere... crede che avrà difficoltà, in mia presenza?

Il Professore                  - In caso lei potrà... anzi, sarà meglio addirittura che, dopo averla salutata, lei trovi un pre­testo... Dica che non ha mai visto Recanati. Potrà tor­nare più tardi.

Turolla                           -Le lettere le lascio a lei (gli passa un pacchetto).

Il Professore                  - Va bene. Eccola. (Si muovono per andare incontro alla contessina che sta per entrare. La contessina Giorgina Torri Pégori è una cara vecchietta vestita di nero, con qualche bianco merletto. Si è levata il cappellino che ha consegnato alla nipote. Al collo porta una catena con l'occhialino. Si appoggia, ogni tanto, a un bastoncino).

La Contessina               - Professore! Mi sono affrettata più che ho potuto.

Il Professore                  - Nella sua bella casa il tempo è pas­sato in un momento.

La Contessina               - Sapevo che eravate qui... (A Tu­rolla) Il signor Turolla, immagino...

Turolla                           - In persona, contessa. E devo " chiederle scusa se, approfittando di questa mia breve corsa a Recanati...

La Contessina               - Sono lieta, anzi, di conoscerla. Sa­pevo fin da ieri che lei sarebbe arrivato.

Il Professore                  - Da chi lo ha saputo?

La Contessina               - II nostro professore crede di vivere in una metropoli! Come vuole che non si sappia quando arriva un forestiero? Siamo in estate, si tengon le per­siane chiuse per difendersi dal sole, e le persiane sono fatte apposta per veder chi passa, senza esser viste. In quanto al telegramma, la signorina Carloni, la nostra ricevitrice del telegrafo, è troppo mia amica per non annunciarmi le maggiori novità...

Il Professore                  - Evviva il segreto epistolare!

La Contessina               - (sedendo) Ed ero stata avvertita anche che il professore era uscito di casa in ora inso­lita, e che Pavevan visto alla fermata della diligenza...

Turolla                           - Sa anche, contessina, che la diligenza è giunta in ritardo?

La Contessina               - So anche questo, perché  la diligenza del pomeriggio arriva sempre in ritardo. Da quando son nata arriva in ritardo. Solamente il professore non lo sa.

Nerina                           - E va all'arrivo un'ora prima del necessario.

Il Professore                  - Non volevo che il signor Turolla non trovasse nessuno.

La Contessina               - E che si perdesse nel labirinto e fra le tentazioni di Recanati. (Ride), Nerina? Hai offerto il caffè?

Il Professore                  - Non si disturbi, signorina. Lo ab­biamo già preso a casa mia.

La Contessina               - Non volete onorare dunque in nes­sun modo l'ospite? (A Turolla) Lei torna a Bologna questa sera?

Turolla                           - Con la diligenza delle sette.

La Contessina               - Le farò preparare qualche fiore. Il mio giardino confina con quello che fu di Paolina Leo­pardi e che il poeta amò. Lei che è uomo di lettere...

Turolla                           - Semplicemente libraio...

La Contessina               - E' quasi la stessa cosa... Sarà con­tento, forse, di avere i fiori di un'antica vicina di casa Leopardi.

Turolla                           - E' un pensiero degno di chi... conobbe il poeta. (Un momento di silenzio).

La Contessina               - E a cosa si deve, professore, l'onore della visita del signor Turolla? Il desiderio di conoscere Recanati o qualche affare librario?

Turolla                           - L'una e l'altra cosa. Noi librai siamo sem­pre dei pellegrini interessati.

La Contessina               - Qualche acquisto? Che io sappia i me ne intendo un po' anch'io quel poco di buono che ci poteva essere è ormai in mani gelose.

Turolla                           - Non si tratta di acquisti. Son venuto per avere, se è possibile, un consiglio, un parere del pro­fessore.

Il Professore                  - E forse anche un consiglio suo, con­tessina...

La Contessina               - Su che argomento? I consigli di una signora di ottant'anni non sono sempre i migliori. L'eccesso di esperienza dei vecchi confina spesso con l'im­prudenza dei giovani.

Turolla                           - Non si tratta addirittura di un consiglio. Mi basta, ci basterebbe, contessina, una sua parola. Ma questa, se lei permette, non deve dirla a me che sono o posso sembrare la parte interessata. C'è qui un amico, il professore, che può, più di me, parlare e chiedere, in nome di un'amicizia ormai antica. Il professore mi riferirà poi la sua parola...

La Contessina               - I motivi sono talmente delicati?

Il Professore                  - Delicatissimi.

La Contessina               - E lei, professore, prima d'oggi non ne sapeva nulla?

Il Professore                  - Nulla, contessina. Anche per me è stato un fulmine a ciel sereno.

La Contessina               - Lei ha un'aria molto misteriosa.

Il Professore                  - Ci sono, talvolta, dei piccolissimi misteri che turbano come i misteri più grandi : e che si possono risolvere, invece, con un sorriso.

La Contessina               - Siamo amici da troppi anni, pro­fessore, perché  io nei limiti del possibile non cerchi di aiutare lei e il suo amico. Dobbiamo parlarne subito? Da soli a soli?

Turolla                           - Forse... credo che sia meglio.

La Contessina               - Voi sapete meglio di me di cosa si tratta. Sia fatta la vostra volontà.

Nerina                           - Io andrò in giardino, zia. Ne approfitterò per finire il mio raccolto.

La Contessina               - Raccolto magro, quest'anno. La brina ha fatto tanto male ai ciliegi. Come faremo col profes­sore cui piacciono tanto le ciliege sotto spirito di casa Torri Pégori?

Il Professore                  - Sono sicuro che non mancheranno nemmeno quest'anno.

Nerina                           - Con permesso... a più tardi.

La Contessina               - (a Nerina che esce)  anche dei fiori!

Nerina                           - Certamente, zia! (Esce dalla porta del giar­dino).

La Contessina               - (a Turolla) Vuole andare a sceglierli lei?

Turolla                           - Vorrei approfittare della mia venuta a Recanati per visitare la città.

La Contessina               - Senza una guida?

Turolla                           - Non credo sia difficile orientarsi.

La Contessina               - Le impresterò un volumetto prezioso. (Va alla libreria e ne trae un piccolo libro). E' la prima edizione della guida dei luoghi leopardiani fatta dal nostro professore.

Il Professore                  - La prima, e purtroppo, l'ultima edi­zione. Di utile, per lei, non c'è che la pianta. Uscendo di qui, e voltando a sinistra, lei -si troverà già nella piaz­zetta del « Sabato del villaggio ».

Turolla                           - Grazie. A più tardi, allora, contessina. (Prende il cappello e la spolverina. Accenna un inchino. Esce. Il professore e la contessina sono soli. Il professore è un po' imbarazzato e siede, pulendosi gli occhiali. La contessina si ferma in mezzo alla stanza, dà un'occhiata in giro, osserva le manovre del professore, siede di fronte a lui).

La Contessina               - Mi dica tutto subito, professore... Cos'è questo mistero?

Il Professore                  - Subito? Non è facile. (E' incerto. Poi si fa forza, e leva dalla tasca della giacca il pacchetto delle lettere) Si tratta... (Ma non sa come incominciare, e rimette il pacchetto in tasca).

La Contessina               - Cosa c'è in quella busta?

Il Professore                  - Le dirò dopo... Una cosa alla volta... Il primo ad essere quasi intimidito dal passo che devo fare sono io.

La Contessina               - Professore! Alla nostra età? Siamo vecchi amici. Pare che lei dubiti di me...

Il Professore                  - Di lei? No...

La Contessina               -  E allora?

Il Professore                  - Di lei no! Come potrei? Non è lei l'amica mia più cara, la sola persona che, in un paese come questo, così diffidente, così, ironico, così... non so come dire.

La Contessina               - Così... «borgo selvaggio ».

Il Professore                  - Già... Lei è l'unica che mi ha capito.

La Contessina               - E allora?

Il Professore                  - Allora? Le dirò che bisogna che io faccia appello, forse come non mai, alla sua indulgenza... alla sua comprensione.

 La Contessina              - Ma quella busta?

Il Professore                  - Ne parleremo dopo. Non devo na­sconderle nulla. Ma lei deve promettermi prima che si sforzerà di comprendere che è solamente per il mio do­vere di studioso... che è solamente in nome dei diritti della storia...

La Contessina               - Se non si spiega più chiaramente non potrò mai capirla, professore. Alla mia età i misteri stancano. Misterioso il signor Turolla, misterioso lei, mi­steriosa quella busta... E questo appello alla mia com­prensione, un appello quasi patetico? Se non parla chiaro!

Il Professore                  -  Per parlar chiaro non dovrei, se per­mette, rivolgermi solamente a lei come all'amica, ma anche come...

La Contessina               - Come?...

Il Professore                  - Come alla... ispiratrice del sublime cantore.

La Contessina               - Ma son cose vecchie, caro profes­sore! Son cose di sessant'anni fa! Vede, se mai, il van­taggio di avere ispirato un poeta? Non è nemmeno pos­sibile nascondersi gli anni, per via dei « diritti della storia »!  E cosa c'entrano quei tempi andati coi piccoli misteri d'oggi?

Il Professore                  - Sono appunto le storie dei tempi an­dati, contessina, che possono formare argomento dei pic­coli misteri d'oggi. Il tempo non passa mai, per i poeti immortali. (La vita nostra dilegua e non lascia traccia: ma la loro? Le loro anime restano fra noi, parlano, so­gnano, soffrono, e il nostro devoto amore le cerca e le ascolta...

La Contessina               - L'anima di Leopardi... Nessuno sa forse più di me quanto sia ancora presente. Ma io, lei lo sa, sono stata così poco, quasi niente nella sua vita.

Il Professore                  - Il primo palpito che non si dimen­tica mai.

La Contessina               - Oh! Il poeta mi ha certamente dimen­ticato. I suoi versi eran più belli di me. E gli è bastato certamente di ricordare i suoi versi. Del resto - vuole una confessione? anch'io mi sarei dimenticata del tutto di lui, senza quei versi del « Primo amore » che, lei lo sa, mi piacquero solamente tanti anni dopo...

Il Professore                  - Sì. Questo che lei dice lo so: ed era, anzi, la mia certezza fino ad oggi.

La Contessina               - Solamente fino ad oggi? E dopo?

Il Professore                  - Dopo? Dopo c'è un fatto nuovo. Nuovo, se posso dire, non solamente nella sua vita, ma anche nella vita di Leopardi... un fatto che sconvolge tutto il concetto che, a cominciar da me, tutti i biografi si son fatti della vita di lui...

La Contessina               - Un Leopardi nuovo?

Il Professore                  - Un Leopardi... inatteso. Per tanti anni abbiamo creduto nell'infelicità totale del poeta, abbiamo creduto che fosse giustificato, in ogni momento della sua vita, il suo atroce pessimismo. Non c'era, in tutta la sua esistenza, un'ora di felicità, un'ora di luce....

La Contessina               - E invece?

Il Professore                  - E invece... Oh Dio! non che si possa dire che sia stato un allegrone; ma un motivo, sia pur piccolo, di gioia lo ha avuto anche lui. C'è un fatto storico che sta a dimostrarlo, una pagina di vita finora segreta...

La Contessina               - Un Leopardi inatteso.

Il Professore                  - Sì. Un Leopardi... amato.

La Contesseva              - Amato? In vita?

Il Professore                  - Sì. In vita!

La Contessina               - Un Leopardi... corrisposto?

Il Professore                  - Oh!... Non certo una passione «pinta fino al peccato... ma, in quanto a corrisposto, mi pare di sì. (Un momento di silenzio).

La Contessina               - (come se parlasse fra se) Leopardi amato? E... da chi?

Il Professore                  - Lei lo sa.

La Contessina               - No.

Il Professore                  - Lei Io sa... Lei è Tunica a saperlo. E' un segreto che Leopardi ha portato nella sua tomba precoce, e che lei sola conosce, che lei sola, contessina, ci nasconde da tanti anni.

La Contessina               - Io? Io non nascondo nulla...

Il Professore                  - Sì. C'è un segreto-. Questo non vuol dire, contessina, che noi dobbiamo rivelarlo subito, e forse mai, per quanto la storia ce lo imponga.

La Contessina               - Ma perché  lei insiste a voler mettere di fronte una povera vecchia come me e questa cosa austera ed immensa che è la storia?

Il Professore                  - Perché ? Perché  i fatti parlano, o... parlerebbero anche se lei non parlasse. I fatti, se non per mio mezzo, parlerebbero domani per mezzo, che so, del De Sanctis, di Carducci...

La Contessina               - Quello dell'« Inno a Satana » ? Gesù!

Il Professore                  - Cosa vuole che siano, al confronto, nella storia letteraria del nostro secolo, Werther e Ortis? Siamo di fronte a un fatto letterario di tale eccezione che non possiamo, per un semplice gesto di pudore, rin­negarlo...

La Contessina               - Ma io...

Il Professore                  - No. La prego. Mi lasci dire. Io stesso, vede, io che ho dedicato la vita intera allo studio del Leopardi, credo, in certi momenti, di sognare. Al con­fronto di questa donna che ha amato, che ha compreso Leopardi, Tunica che ha intuito la 6ua grandezza e so­spirato per lui, scompaiono Nerina, Silvia, Aspasia... Una sola donna, ormai, è viva nella vita del poeta, e degna di lui: la donna che lo ha amato!

La Contessina               - Ma chi è?

Il Professore                  - Chi è? Lei, contessina!

La Contessina               - Io?

Il Professore                  - Lei.

La Contessina               - (dopo un momento di silenzio) No.

Il Professore                  - Ma perché  negare con me? Le lettere... (trae di tasca la busta e ne leva vari foglietti) ...le let­tere parlano chiaro. La donna che ha ispirato « Il primo amore » è Tunica che ha corrisposto il più felice e il più grande dei poeti. Quale maggior titolo di gloria per una donna? Un giorno il mondo saprà: e si inchinerà innanzi alla creatura che in segreto amò, e per questo amore rifiutò ogni altro amore, e volle deserta e solitaria la sua vita, e fece della sua esistenza un piccolo nascosto tempio della memoria. Ci può esser niente di più bello?

 La Contessina              - Ma queste lettere?

Il Professore                  - Oh! Le più care, le più pure e caste lettere che sia dato scrivere a mano di donna... Vuole... vuole vederle? Vuole... rivederle?

La Contessina               - Sì...

(Le lettere passano da una mano all'altra. Il professore è proteso verso l'amica per sorprendere un suo grido, una sua lagrima, un suo qualunque segno di assenso. La con­tessa la guarda a lungo un foglio, silenziosa. Scorre una pagina, la volta, la richiude).

Il Professore                  - Comprendo il suo turbamento... Vec­chi foglietti ingialliti; ma il profumo è intatto... E' il profumo della sua mano di giovinetta.

La Contessina               - (dopo un altro silenzio, a bassa voce, restituendo la lettera) No, professore... No, professore...

Il Professore                  - Ma come no? Basta, guardi, basta questa frase (legge) «Quante volte ho rilette le care ter­zine che vi ispirò il nostro incontro? Il mio cuore le ripete nelle ore solitarie : « Tornami a mente il dì che la battaglia - d'Amor sentii la prima volta, e dissi: -Ohimè, se questo è amor, com'ei travaglia! ».

La Contessina               - (continuando la citazione) «.-Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi - io mirava colei ch'a questo core - primiera il varco ed innocente apris­si... »      - (face. Ha un lieve sospiro).

Il Professore                  - Ebbene, contessina?

La Contessina               - No. Glie l'ho già detto. Perché  dovrei mentire? Le lettere non sono mie.

Il Professore                  - E' impossibile! Di chi sono, allora, se non sue? Di chi sono?

La Contessina               - (è abbattuta nella sua poltrona e non risponde. Poi si alza, e, reggendosi al suo bastoncello, va alla porta del giardino) Nerina? Nerina?

Nerina                           - (dopo un momento, entrando) Voleva me, zia?

La Contessina               - Un momento solo... (tace. Nerina resta immobile, sentendo nell'aria il sentore della piccola tempesta. La contessina fa qualche passo attorno, guar­dando i suoi cari cimeli, le stampe, i libri. Sospira, Torna verso il tavolo e prende un foglietto. Lo piega, prima di porgerlo a Nerina, perché  questa possa leggere solamente qualche riga) Devo chiederti una cosa sola. Poi tornerai in giardino. Non ho finito di parlare col professore.

Nerina                           - Mi dica, zia.

La Contessina               - Di chi è questa calligrafia?

Nerina                           - (dopo aver data un'occhiata alla lettera) Oh! zia! E' della mamma, della povera mamma!

La Contesseva              - (ripiegando il foglio) Lo sapevo. Non mi occorre altro. Grazie, Nerina.

Nerina                           - E perché  mi ha domandato?

La Contessina               - Ti dirò un giorno. Vai pure, adesso...

Nerina                           - (esce).

Il Professore                  - Vostra sorella? Ersilia Torri Làgari? Ma no! E' impossibile!

La Contessina               - Perché  è impossibile? Credete che non fosse una bella fanciulla?

Il Professore                  - Cosa c'entra?

La Contessina               - Guardi (indica, sulla parete, il ri­tratto della sorella). Non era bella? Non meritava di essere amata?

Il Professore                  - Cosa vuole che ne sappia io?

La Contessina               - Non è gentile...

Il Professore                  - Mi scusi, contessina, ma la cosa è... la cosa è- Dio! che giornata! E' tutto il mondo leopar­diano che va in frantumi! E lei? E il primo amore? E.» i miei studi? I miei quattro volumi? Trent'anni che raccolgo commenti, trent'anni che pubblico note e com­menti biografici... Trent'anni che la gente mi crede- e non c'è niente di vero. Si rende conto? Se ne rende conto?

La Contessina               - Preferiva che io mentissi?

Il Professore                  - (con ira mal repressa) Ma se ha, sì, se ha mentito sempre! (Comprende di essere stato scor­tese. La contessina ha fatto cenno come di alzarsi per congedarlo. Un momento di silenzio). Mi scusi.

La Contessina               - Non. ho niente da perdonarle. E' vero. Può sembrare che io abbia sempre mentito.

Il Professore                  - Eh! Altro che sembrare! Per trenta anni... Un amore di sua sorella che diventa, come per un gioco di prestigio, un amore suo... e questo amore entra nella storia... e lei si mette in fila coi personaggi leopardiani, con la sorella Paolina, col conte Monaldo, con Ranieri, con Silvia, lei che...

La Contessina               - Io che?

Il Professore                  - Ma sì... lei che non c'entra per niente. Se potessi comprendere, almeno, ecco, se potessi com­prendere il motivo. E' inaudito. E mi pare che lei non lo capisca. Ma non sa, non sa, non sa che siamo innanzi alla più grande mistificazione letteraria del secolo?

La Contessina               - Prima diceva che era il più grande amore del secolo. Ma ha ragione, professore. Mi rimpro­veri. Ha ragione.

Il Professore                  - Ma perché  lo ha fatto? Perché , se sapeva che sua sorella...

La Contessina               - No. Non sapevo, le giuro, dell'esi­stenza di queste lettere... Non ho mai saputo che Ersilia fosse stata in corrispondenza col conte Giacomo.

Il Professore                  - Adesso non so più a cosa credere... Non si ricorda, signora, che da trent'anni lei mi nasconde la verità? Vuole che creda quando mi afferma che igno­rava?

La Contessina               - Lo ignoravo. Quando io... quando Ersilia conobbe il conte Giacomo... C'ero anch'io, sa, quella sera, e fui anch'io al tavolino di Leopardi quando voleva. insegnare gli scacchi a mia sorella. C'ero anch'io. Se lui, se lui non si avvide di me, non è colpa mia: non è colpa mia se non mi trovò interessante.

Il Professore                  - Già... La colpa è di nessuno.

La Contessina               - Proprio. Di nessuno. Ebbene….La mia povera testa...

Il Professore                  - Diceva che quando la contessina Ersilia...

La Contessina               - Già.... quando la conobbe era, lei lo sa, sposata da pochi mesi appena. Il conte Làgari! Un uomo, un uomo come si usava ai nostri tempi. L'opposto di Leopardi. Due spalle! Certi baffi! L'avesse visto come guidava il tiro a sei! S'immagini, con un uomo simile, l'Ersilia, che era un angelo, sottile, soave, timida; tutta come sua figlia Nerina. Si figura lei, professore, un uomo come il conte Làgari di Pesaro, se si fosse accorto che un poetucolo malato, un mezzo tisicuzzo, si era permesso di parlare d'amore in rima per quella ch'era sua moglie?

Il Professore                  - Ma la poesia non faceva nomi...

La Contessina               - A Recanati? Può pensar lei che, a Recanati, appena la poesia fu nota, non si dovesse cercar subito di indovinare chi l'aveva ispirata? Ma non hanno saputo tutti, benché il nome fosse cambiato, che Silvia era la figlia del cocchiere? Non si parlò d'altro. Uno scandalo!  Il figlio del conte Monaldo, il vecchio conte che non aveva nemmeno voluto riverir Napoleone, innamo­rarsi della ragazza del cocchiere? Anche per il «Primo amore » cominciarono a guardarli controluce, quei cari versi, come i biglietti di banca, per scovare il nome. Chi è, chi non è? Io e mia sorella lo sapevamo. Ma, può comprendere, zitte come i pesci. «Avete letta la poesia? Noi? Che poesia? Quella del contino ». E giù a ridere. « Non si vergogna a scrivere di quelle cose? Pensi alla salute, piuttosto! ». Ma una delle due, fatti i conti, doveva essere. Si andò per esclusione, fra le si­gnore e le signorine che capitavano in casa Leopardi. II nome che parve più giusto - non ero sposata - sembrò il mio.

Il Professore                  - E lei?

La Contessina               - Io? Non dissi né sì, né no. Lasciai credere.

Il Professore                  - Per salvar sua sorella?

La Contessina               - Sì. E anche...

Il Professore                  - E anche?...

La Contessina               - Anche perché , per quanto io ne capissi poco, con l'istruzione che ci davano le monache, la poesia, le confesso, qua e là mi piaceva... Lasciai cre­dere. Le visite di mia sorella, che doveva avere il primo figlio, si facevano sempre più rare. Leopardi partiva. La curiosità si spegneva. Finirono per dimenticarsi di Leopardi, del primo amore, dell'ispiratrice, di tutto. Anch'io dimenticai la poesia. Leopardi? Era lontano: a Fi­renze, a Milano, a Roma, a Napoli... E io sempre a Recanati, sempre in questa casa, sempre in questa stanza. E un giorno ma quanti anni dopo? si seppe che Leopardi era morto. E io mi accorsi quel giorno che avevo finito la mia giovinezza. Avevo trentasei anni. Ero ormai sola anch'io al mondo. Ersilia, col conte Làgari, non aveva fatto una vita allegra. Quattro maschi, ora tutti in giro per il mondo. Due anni dopo nasceva Nerina, e mia sorella, lei sa, moriva mettendola alla luce. La vita si chiudeva in questo silenzio. Non avevo da attendere altro dalla vita. E mi giorno mi dissero che Leopardi era grande, che era stato un grandissimo poeta, il più grande del secolo, più del Monti, più del Foscolo, più del Pe­demonte... Rilessi allora le sue poesie. Rilessi allora « Il primo amore ». Avevo già i capelli grigi... Lei mi com­prende. Non seppi dire di no (turbata, tace a lungo).

Il Professore                  - Sì, posso capire: ma questo non giu­stifica troppo...

La Contessina               - Lasciai dire. Ho fatto male. Ma lei, professore, cosa avrebbe fatto?

Il Professore                  - Non so.

La Contessina               - Chi ero, io? Chi ero stata? Ero stata bella? Chi lo ricordava più? Perché  non avevo trovato marito? Chi mi aveva amata? Potevo, come tante altre, dir che avevo rifiutato « fior di partiti » ? Non era vero. Nessuno mi aveva chiesta in sposa. Ero appassita così. Cosa dovevo fare? Andar in giro a dire: «E' lei che ha detto che io ho ispirato Leopardi? Ritiri subito! ». Mi sarebbe sembrato anche lievemente ridicolo. Lo dicevano, del resto, talmente in pochi. Se non c'era lei...

Il Professore                  - Adesso staremo a vedere che la colpa è mia!

La Contessina               - No. Non dico questo. Ma fu lei che, a un certo punto, velatissimamente, ne parlò e ne scrisse.

Il Professore                  - Io non feci mai il suo nome.

La Contessina               - Non fece il mio nome. Ma tutti, fra le righe, lo lessero e lo ripeterono.

Il Professore                  - E lei, ancora una volta, lasciò dire.

La Contessina               - Perché  non ero più in tempo.

Il Professore                  - Perché ?

La Contessina               - Perché  qualcosa, all'improvviso, era nella mia vita. Lei è uomo, lei non può capire cosa questo significhi per una donna.

Il Professore                  - Ma se era una... illusione?

La Contessina               - Dica pure che era una bugia. Ma questa bugia, mentre io invecchiavo, mentre mi volgevo a veder la mia vita vuota, tutta vuota, diventava, di giorno in giorno, la mia sola verità. Cosa m'importava se potevo ricordare che l'ispiratrice era stata mia sorella? Non vo­levo ricordarlo più. Quei versi diventavano miei, miei, sempre più miei, e nessuno poteva portarmeli via. Non avevo avuto altro, dalla vita. E ho finito per credere che la mia verità fosse quella di tutti. Avevo rubato dei versi. Ero una ladra d'amore... Non ne avevo avuto mai. E così, da allora, son passati... Quanti? Quasi quarant'anni. Vuol punirmi? Vuol punirmi? Cosa sono, io le chiedo, que­ste che lei chiama          - e non nego che forse lo siano- le lettere d'amore, innanzi ai quarant'anni che io, io sì veramente, ho dedicato al mio poeta?

Il Professore                  - Ma la storia...

La Contessina               - La storia? Ma crede veramente eh;? al mondo ci sia una storia sola? C'è quella dei vinci­tori e quella dei vinti, quella dei personaggi principali e quella dei personaggi secondari: c'è quella di mia sorella e c'è la mia : quella di queste dieci lettere e quella della mia illusione.

Il Professore                  - Ma le lettere son documenti che par­lano chiaro, e parlano anche, purtroppo, contro tutta la mia fama di studioso.

La Contessina               - Si... A meno che...

Il Professore                  - (sospettoso) Cosa mi suggerisce di fare?

La Contessina               - A meno che lei non le pubblichi.

Il Professore                  - Dovrei mentire anch'io? Io non ho bisogno di illudermi. Io posso anche avere il più grande coraggio: quello di dire che ho sbagliato. Avevamo bi­sogno da lei di un consiglio...

La Contessina               - Le ho detto che l'esperienza dei vecchi può confinare con l'imprudenza dei giovani.

Il Professore                  - La verità, in un senso o nell'altro, è venuta fuori: volevo sapere se dovevo, o no, acquistare queste lettere. Faccia conto che da questo momento siano mie. Non voglio che vadano in mano di un qualunque Carducci che possa dire che ho preso dei granchi. Lo dirò io stesso. Farò io stesso la vera e piccantissima storia del primo amore di Leopardi!

(La Contessina              - Se le fa piacere.

Il Professore                  - (dopo un attimo di silenzio) Mi fa piacere... Crede proprio che possa farmene? Quasi quasi, le confesserò, avrei preferito...

La Contessina               - Che io avessi continuato a mentire?

Il Professore                  - Forse sì...

La Contessina               - Non potevo. Ho pensato di farlo. La rivelazione ha preso anche me di sorpresa. Del resto la mia parola fugge, e le lettere restano, e sono sciiti;' da una calligrafia che cinque persone possono riconoscere. Nerina stessa, romantica anche lei come me, che mi è devota solamente perché  crede che il poeta mi abbia amato, sarebbe stata, un giorno, la prima a parlare.

Il Professore                  - E allora, perché  ha mostrato a lei la calligrafia?

La Contessina               - Perché ? Perché  queste lettere, un giorno, saranno sue. E si ricorderà, quel giorno, che io con lei non ho mentito fino in ultimo. Anche Nerina, un giorno, sarà sola in questa casa, come lo fui io, e si volgerà a guardar la sua vita vuota. E voglio che quel giorno Nerina abbia il conforto di un segreto tutto suo, finché verrà, come venne lei, un altro studioso, e la storia del primo amore sarà, chi sa fra quanti anni, da scrivere per la seconda volta...

Il Professore                  - Il pensiero è gentile: ma queste let­tere, contessina, lei non può lasciarle a nessuno, finché non son sue.

La Contessina               - E perché  non potrei acquistarle?

Il Professore                  - Vogliamo farci la concorrenza?

La Contessina               - No. Non voglio questo. Lei è tanto più ricco di me. Ma, io lo so, lei mi cederà il passo.

Il Professore                  - Perché  dovrei farlo? Perché  lei, gra­ziosamente nascondendo quelle lettere in un suo scrigno, salvi la mia reputazione di studioso? Se lei le lascia a sua nipote...

La Contessina               - Non le propongo mercati meschini, professore. Voglio solamente, finché lei ed io siamo vivi, salvare Leopardi, proponendole che almeno noi lo si lasci così com'è, così come ci è sembrato che fosse, e forse come abbiamo amato che fosse: il poeta dell'infe­licità. Lasciamo, io le propongo, che si pensi ancora che nessuno lo ha mai amato. Cosa aggiungeremmo alla sua grandezza con questa piccola storia d'amor platonico? Una piccola verità di dieci lettere, alle quali non si conosce risposta, perché  mia sorella non fu tanto inna­morata da trascurar la prudenza...

Il Professore                  - Sfido! Sposa di uno che guidava un tiro a sei...

La Contessina               - E non dimenticò di distruggere le lettere di lui. Cosa aggiungono, alla sua poesia, dieci let­terine in stile da educanda? Egli, il grande infelice, felice per un 'giorno solo? Amiamolo per il suo dolore, sal­viamo il suo dolore, lasciamolo sul suo piedistallo di spine. « Nessuno » lo ha amato. (Silenzio. Di lontano si ode la campana della torre). Sente?! La torre del borgo... Il signor Turolla tornerà fra poco.

Il Professore                  - Già. E' suonato l'Avemaria.

 

 La Contessina              - (con un tono ormai indifferente.) Gli domanderò quanto chiede per queste lettere.

Il Professore                  - No. Lei non deve domandarglielo.

La Contessina               - Credo che a lui interessi venderle, e non a ehi le vende. Se lei insiste, offrirò sempre più di lei. Come un gioco. Le donne sono pericolose al gioco. Posso permettermi anche una pazzia...

Il Professore                  - Per lei?

La Contessina               - Forse anche per lui - (indica il ri­tratto di Leopardi).

Il Professore                  - Non posso impedirgliela; ma questa gara non le conviene.

La Contessina               - E' lei che la vuole. E' lei che, per rare un piacere alla storia, che non glie ne sarà affatto riconoscente, vuol distruggere.

Il Professore                  - No. Io voglio costruire.

La Contessina               - Una piccola casa, al posto di un grande castello di sogno. Questa è la logica degli stu­diosi. Ma quella dei poeti, creda, è un'altra... Basta. Par­liamo d'altro. (E' andata alla porta che dà sul giardino) Nerina? Hai raccolto i fiori? Tra poco sarà qui quel signore...

Nerina                           - (venendo dal giardino con un fascio di rose e di altri fiori) Eccoli, zia. Non sono troppo belli. Le rose le abbiamo portate quasi tutte ieri in chiesa... Ho preso anche un po' di gaggia e di cinerarie...

La Contessina               - Sei brava a tutto. Ma non ad assor­tire bene un mazzo di fiori. Anche per questo occorre esser nate! (Apre i fiori sul tavolo per disporli in ordine. Si ode un suono di campanello).

Nerina                           - Geltrude! Geltrude!

La Contessina               - Sarà uscita. Vai tu, Nerina.

Nerina                           - (esce).

La Contessina               - E allora, professore?

Il Professore                  - Allora... (leva di tasca le lettere) Tenga. (Le tenga. Son sue. Ma non lo dica al Turolla. Deve credere che le ho prese io.

La Contessina               - (prendendo il pacchetto) Mie?

Il Professore                  - Sì. Non vuole questo piccolo dono?

La Contessina               - Grazie, grazie.

Il Professore                  - Non mi ringrazi. Non sono affatto gentile. Lo faccio per egoismo, perché  mi conviene .. Pre­ferisco mentire anch'io.

La Contessina               - Non deve far finta di essere quel che non è, professore. Anche lei ama Leopardi.

Il Professore                  - Lei, in questo momento, è una com­plice. E mi par di tradirlo (indica il ritratto).

La Contessina               - Infelice anche questa volta? Ma non è vero. Nessuno, nella storia che non si scrive, è stato amato più di lui...

La voce di Turolla         - (che sta salendo le scalei   - Si è incomodata lei, signorina...

La Contessina               - (riapre il fascio di fiori: lo divide in due parti. Dà un po' di fiori al professore) I fiori della vicina, anche a lei...

FINE

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