Il rumore

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IL RUMORE

Tre atti diBoris VIAN

Titolo originale dell'opera: LE BATTISSEURS D'EMPIRE

Traduzione di Maripiera De Vecchis

da IL DRAMMA n. 292 - Gennaio 1961

LE PERSONE

ZENOBIA, 16 anni

LA MADRE, 40 anni

IL PADRE, 50 anni

CRUCHE, cameriera

LO SMURZ

IL VICINO

ALCUNI SMURZ

Lo "Smurz", personaggio-base dell'opera di Vian, anche se sulla scena non parla: nei simboli di questo dramma, tale personaggio è l'esistenza, perciò continuamente insultato, battuto, colpito, malmenato.


ATTO  PRIMO

(La scena si svolge in una stanza priva di particolarità, ammobiliata borghesemente con un buffet stile Enrico II sul fondo. Un tavolo con sedie intorno in un angolo, finestre chiuse, porte per andare ovunque si voglia. All'angolo opposto una scala doppia: una rampa scende e l'altra sale. La scena è vuota all'alzarsi del sipario. Dalla scala si sentono delle voci).

Voce del Padre(pressante)   Andiamo Anna, svelta... soltanto cinque rampe.

(Si sente qualcuno cadere, poi un grido).

Te l'avevo detto di non mettere la mano dove io mettevo il piede... Siete indisciplinate, è colpa vostra...

Voce di Zenobia(singhiozzante)   Perché sei sempre tu a passare per primo.

Voce del Padre Taci...

(Si sente dal di fuori un rumore pauroso, imprecisato, ma grave, rul­lante, frammisto a stridii acuti).

Voce di Zenobia(calma)   Ho paura...

Voce del Padre Svelte, un ultimo sforzo...  

(Appare sulla scena Il Padrecon una scatola di attrezzi e delle assi di legno sotto il braccio. Si lascia cadere su una sedia, si rialza e guarda intorno a sé. Intanto appaiono anche gli altri membri della famiglia: Zenobia, la figlia sui quindici­ sedici anni;  Anna,  la  madre,   trentanove-quarant'anni; il padre è un cinquantenne barbuto; la cameriera Cruche. Tutti sono carichi di pac­chi e valigie. Segue lo Smurz, avvolto di bende e vestito di stracci: ha un braccio al collo e sull'altro un bastone. Zoppica, sanguina, ha un brutto  aspetto.  Si  accovaccia  in  un  angolo) 

Il Padre        Figliole mie ci siamo, quasi. Un ultimo balzo...

(Si sente di nuovo il Rumore al di là della fine­stra. Zenobia ha un sospiro soffocato).

La Madre      Ma cara, andiamo... su... (Si avvi­cina alla ragazza, ma il Padre la trattiene).

Il Padre         Anna, svelta, dammi una mano, è più urgente.

(Il Padre si precipita alla scala dove comincia a chiudere la parte discendente con gli assi, la moglie corre ad aiutarlo. Passando vede lo Smurz, si ferma, gli lancia uno sguardo furioso ed alza le spalle) 

Tieni l'asse mentre cerco un chiodo.

(Cerca nella scatola per attrezzi)   Veramente  dovrei  metterci  delle  viti, ma ciò comporterebbe  una quantità di  problemi.

La Madre      Perché?

Il Padre         Primo perché non ho viti, secondo perché non ho tenaglia, terzo perché non ho mai saputo da che parte si gira per avvitare.

La Madre      Così... (Indica nel senso sbagliato).

Il Padre         No, così... (Indica nel giusto senso; il Rumore riprende).

Zenobia          (urla furiosa)   Su, su, svelti...

Il Padre         Ma dove ho la testa... E tu mi fai chiacchierare... (Inchioda).

La Madre      Come, io ti faccio chiacchierare?

Il Padre         Non discutiamo, cara. (Abbraccia violentemente la moglie)  Ah, ah, cosa mi ispiri... (Ritorna all'asse).

Zenobia         Ho fame.

La  Madre      Cruche, dài da mangiare alla piccola. 

(La cameriera intanto  si è  data da fare a mettere ordine, evitando ogni volta, con cura, di avvicinarsi allo Smurz).

Cruche          Sì, signora. (A Zenobia)  Vuoi latte uova porridge cioccolato caffè tartine marmel­lata d'albicocche uva frutta legumi?

Zenobia         No, voglio mangiare.

Cruche          Bene, ed io che sto dicendo? (Le tende un pacchetto di biscotti)  Siccome non vuoi niente, prendi e mangia.

(Ripassando da­vanti allo Smurz lo evita. Il Padre si toglie il mantello e si alza).

Il Padre         Finalmente, eccoci. Potrò disten­dermi un poco. (Si stiracchia).

La Madre      Quest'anno il cuoio non costerà caro.

Il Padre         Come dici?

La Madre      Dico che il cuoio non sarà caro quest'anno. I vitelli si stirano. È un vecchio proverbio della Normandia. Dovresti saperlo.

Il Padre         Perché dovrei saperlo?

La Madre      Non ti ricordi più che eri scuoiatore in Normandia? Una volta? o ancora prima?... Chissà.

Il Padre         No... tutto ciò mi è sfuggito.

La Madre      A Arromanches.

Il Padre         Ah, guarda... (Si gratta la barba) 

È molto strano. (Va verso lo Smurz e di colpo lo schiaffeggia; poi ritorna, sempre soprapen­siero)  Mi stupisce.

La Madre      Perché?

Il  Padre         Mi stupisce, ecco tutto. L'avevo completamente  dimenticato.  (Batte  le  mani) Allora, Cruche, hai finito di mettere in ordine? (Fa un giro d'ispezione attorno alla stanza)  È grazioso qui.

(La Madre si avvicina allo Smurz e gli dà un calcio).

Zenobia         È orribile.

Il Padre           Come non sei contenta?

Zenobia         Quanto tempo durerà? Quante volte ancora saremo obbligati a fuggire così nella notte costretti a lasciarci dietro metà delle cose che ci appartengono, i luoghi conosciuti e il sole, gli alberi...

Il Padre         Ma guarda, siamo stati fortunati... Guarda, guarda questa scala...

La  Madre     Non è  certo  straordinaria.  La piccola ha ragione.

Il Padre         Ed io insisto: ripeto che non è male. La si può salire  anche al buio pesto. (Prova a salirla, correndo; poi ridiscende).

La Madre      Certo è meno bella della prece­dente.

Il Padre         Deve essere tutto uguale. (Si stro­piccia le mani per togliersi la polvere).

Zenobia         Ma come puoi essere tanto in mala fede? Giù avevo una stanza tutta per me...

Il Padre         Come? Giù c'erano tre stanze, come qui, e tu dormivi nello studio.

Zenobia         Ma no, non parlo di ieri... Voglio dire in basso, molto tempo prima.

Il Padre          (rivolto alla moglie)   Come, aveva una stanza?

La Madre      Non ricordo più bene. (A Zenobia)  Avevi una stanza per te?

Zenobia         Siii... la mia stanza era di fianco alla vostra, davanti al salotto.

Il Padre         Il salotto?

Zenobia         Il salotto con le poltrone rosso scuro e lo specchio veneziano. C'erano delle belle tende in seta rossa, un tappeto rosso e il lam­padario dorato.

La Madre      Zenobia, sei sicura di quello che dici?

Il Padre         Io non me ne ricordo più... di conseguenza, tu che sei una ragazzina, come puoi...

Zenobia         È proprio per questo: sono i gio­vani che possono ricordare, i vecchi dimenti­cano tutto...

Il Padre         Zenobia, abbi rispetto per i tuoi parenti.

Zenobia         C'erano sei stanze.

La Madre      Sei stanze? Perbacco, che siste­mazione.

Zenobia         Anche Cruche aveva la sua stanza. E lui non c'era.

Il Padre         Chi non c'era?

Zenobia         Lui. (Indica lo Smurz; segue un lungo silenzio).

La Madre      Zenobia, piccola mia, ma di chi parli?

Il Padre         Zenobia, tu dovresti riposarti.

(Cru­che è uscita, il Padre e la Madre si avvicinano a Zenobia).

La Madre      Non vedi dunque che non c'è nessuno? (Si avvicina allo Smurz e lo picchia sulla testa)  Non c'è nessuno. (Trattenendo il respiro).

Zenobia         C'erano sei stanze... eravamo soli... c'erano degli alberi davanti alla finestra.

Il Padre          (alza le spalle)   Alberi. (Si avvicina allo Smurz e lo picchia)  Uhm, alberi...

Zenobia         E bagni tutti bianchi...

(Entra Cru­che).

Cruche          Signore...

Il Padre         Che c'è ancora?

Cruche          Qui ci sono solo due stanze, dove dormirò io?

Il Padre         Ecco... Mia moglie, mia figlia ed io  ci metteremo da una parte e voi... voi dor­mirete qui.

Cruche           (fredda e decisa)   No!

Il  Padre         (ride imbarazzato)   No... bene, dice di no, ecco...

La Madre      Farai un tramezzo. (Rivolta a Cru­che severa)  Volete almeno decidervi?

Cruche           (alzando le spalle)   Va bene, signore, fatemi un tramezzo. (Va allo Smurz e lo batte distrattamente)  Con un tramezzo posso dormire qui. (Esce dalla stanza).

(Silenzio).

Zenobia         Vedi, non abbiamo che due stanze, ne ero sicura.

Il Padre          (un po' sconcertato, per la prima volta, si siede)   Due stanze... Non sono affatto male... e poi c'è tanta gente che vive in uno spazio ancor più limitato.

Zenobia          (desolata)   Ma perché... perché?...

La Madre      Perché, cosa?

Zenobia         Perché, perché fuggiamo tutte le vol­te che si sente quel Rumore? Che cos'è quel Rumore, che cos'è, dimmelo, dimmelo mamma...

La Madre      Zenobia piccola cara, te l'abbiamo detto cento volte di non fare questa domanda...

Il Padre          (evasivo)   Non si sa... Se lo sapes­simo te lo avremmo già detto.

Zenobia         Ma tu sai sempre tutto.

Il Padre         Sempre, ma ecco una circostanza eccezionale. E poi le cose che io so hanno so­prattutto un'importanza concreta,  reale,  non miraggi.

Zenobia         Allora questo rumore non ha un'im­portanza concreta?

Il Padre         In fondo no.

La Madre      ... È un'immagine.

Il Padre         ... un simbolo.

La Madre      ... un segno.

Il Padre          Un avvertimento. E non bisogna confondere l'immagine, il segnale, il simbolo, l'avvertimento con la cosa stessa. Sarebbe er­rore gravissimo.

La Madre      Sarebbe una confusione.

Il Padre         Tu non immischiarti nella discus­sione, dopo tutto la piccola è tua figlia.

Zenobia         Ma allora se tutto ciò non ha un'im­portanza concreta, perché ce ne andiamo?

Il Padre         ...è più prudente.

Zenobia         È più prudente anche se lasciamo un appartamento di sei stanze dove eravamo soli per averne solo più due. (Guarda lo Smurz).

Il Padre         Prudenza prima d'ogni altra cosa. (Si avvicina allo Smurz gli sputa sulla testa e torna al suo posto).

Zenobia         Avevo la mia stanza, un grammo­fono, dei dischi; ora non ho più niente, e biso­gna ricominciare da zero.

Il Padre         Da zero, ma senti. Abbiamo qui un buffet Enrico II più che decoroso.

La Madre      Non sei certo da compiangere, pen­sa agli altri.

Zenobia         Quali altri?

La Madre      C'è gente molto più sfortunata di te.

Il Padre         Di noi. (Con aria soddisfatta)  Due stanze con i tempi che corrono...

La Madre       (declamando)   Dove vai, dove corri, cosa importa - piano, piano ten vai di porta in porta... No, non è così.

Il Padre         Hai cominciato bene, perché non continui?

La Madre      Stanchezza...

Il Padre         In quanto a me sono molto sod­disfatto per questa scala. (Va a toccare la scala)  È quercia.

La Madre      Faggio, tipo quercia.

Il Padre         Faggio? Ma no, abete se vuoi, ma non ha niente a che vedere col faggio. È un legno un po' troppo... il faggio, voglio dire...

La Madre      Dov'è la cucina?

Il Padre          (indicando una parte qualsiasi)   De­ve essere di là.

Zenobia          (con voce di contrappunto)   In basso avevo la mia stanza, era blu come per un ra­gazzo. In mezzo c'era una scrivania, nel cassetto di destra il mio album di fotografie di divi, scaffali con tanti libri. Dalla finestra si vedevano gli alberi e c'era sempre il sole, erano anni con dodici mesi di maggio, ed ogni mese aveva tren­ta domeniche. Ed erano domeniche dall'odore di cera fresca e di confetto, la coperta del mio letto era di pizzo, falso pizzo ma molto bella. Cruche la lavava nel tè perché prendesse il colore  dorato  del  pane.  La  domenica  sera  io ballavo.

La Madre      Cara, alla tua età non si vive di ricordi.

(La Madre mette ordine, il Padre ha aperto tutte le porte, finestre, il buffet dando di tanto in tanto qualche botta allo Smurz).

Il Padre         Ecco la porta principale, così detta perché dà sul pianerottolo.

Zenobia         Che cosa dà?

Il Padre         Zenobia non prendere le mie frasi sempre in senso letterale. Mi dai le vertigini.

Zenobia         Senso letterale...

Il Padre         Zenobia dovresti prima di tutto fare i tuoi compiti.

                        (Intanto è sulla porta e scruta l'appartamento davanti. Ritorna in mezzo alla stanza mentre Zenobia scrive distrattamente) 

Mi pare che il vicino abbia l'aria di un uomo per bene.

La Madre      Perché, l'hai visto?

Il Padre         No, ho letto il suo biglietto di visita sulla porta.

La Madre      Il biglietto di visita non fa l'uomo. Te l'ho già detto molte volte.

Il Padre         È un consigliere.

La Madre      Può essere utile.

Cruche           (entra)   Cosa devo fare per pranzo?

Zenobia         Per pranzo o per noi?

Cruche          Cosa faccio cuocere?

La Madre      Uno spuntino freddo.

Zenobia         Spuntino di che cosa?

Il Padre         Già di che cosa?

Cruche          Vitello minestra insalata ravanelli pesce o polpette? Oppure anguilla salame frit­tura carne di maiale?

La Madre      Prima di tutto cosa ci rimane?

Cruche          Tagliatelle.

Il Padre         Non voglio delle tagliatelle, ma co­munque dopo una notte come questa...

La Madre        Allora fate delle tagliatelle, se non c'è altro...

Cruche          Non è il caso di farle, ce ne sono già pronte...

La Madre      Allora fatele cuocere.

Cruche          Bene. (Esce).

Il Padre         Mi domando che genere di consigli può dare.

La Madre       (picchiando lo Smurz)   Chi?

Il Padre          (in poltrona accende la pipa)   Il vicino.

La Madre      Già, il consigliere.

Zenobia         Mamma, posso accendere la radio?

La Madre       (al padre)   Può accendere la radio la piccola?

Il Padre         La radio. L'avevo ravvolta dentro la borsa gialla. Sei tu che l'hai presa?

La Madre      No, io avevo la vecchia valigia nera, il sacco della biancheria e le provviste.

Il Padre         Io avevo un cestino di vimini, la scatola degli attrezzi, le assi... (Chiama)  Cruche! (Cruche entra).

La Madre      Non troviamo più la radio, che cosa portavate quando siamo saliti?

Cruche          La grossa lampada, le stoviglie, il quadro di vostro cugino, il baule di zinco, la cassetta di bottiglie, il portavivande, la casset-tina per le scarpe, l'aspirapolvere e la mia roba.

Il Padre         E naturalmente avete dimenticato l'imballo di stoffa gialla.

Cruche          Nessuno mi aveva detto di prenderlo. (Va a picchiare lo Smurz. La Madre scuote la testa).

Il Padre         Ebbene, faremo a meno della radio.

La Madre      Del resto non l'ascoltiamo mai.

(Zenobia esce) 

La piccola è offesa.

Il Padre         Perché?

La Madre      Non so.

Il Padre         Vado a far visita al vicino.

La Madre      Vai, vai, ti occuperà il tempo. (Pren­de un lavoro a maglia).

(Il Padre esce lasciando la porta aperta. Lo si sente bussare alla porta del vicino, poi la porta che si apre e si richiude. Zenobia rientra).

Zenobia          (con voce di minaccia)   Che accadrà adesso?

La Madre      Tuo padre si occuperà di tutto.

Zenobia         Sarà tutto come prima, forse un po' meno bene, si vivrà meno comodamente rifa­cendo gli stessi gesti un po' meno vivi, gli stessi lavori con meno cura, e le notti passeranno lente, ed i giorni tutti uguali come le notti, quando improvvisamente udremo il Rumore, e si salirà ancora, lasciandoci dietro qualcosa, non avremo più che una sola stanza e forse da divi­dere con qualcuno.

La Madre       (con voce suadente)   Taci piccola, tu sragioni.

Zenobia         Ma io qui in mezzo cosa diventerò?

La Madre      Ti ho detto che tuo padre si sta occupando di ciò. Abbiamo a disposizione una quantità dì soluzioni.

Zenobia         Allora ammetti che è un problema.

La Madre      Zenobia, mi irriti. I ragazzi della tua età pongono problemi ai loro parenti sol­tanto quando sono i parenti a riconoscerli come tali.

Zenobia         Riconoscono cosa, i problemi o i ragazzi?

La Madre      Poi noi, grazie a Dio, non abbiamo alcun problema. (Si alza, batte con disprezzo lo Smurz e poiché ha una forbice in mano lo col­pisce con questa)  Non capisco cosa possa tor­mentarti.

Il Padre          (entra accompagnato dal Vicino)   Ec­co, le presento la mia famiglia. Anna, mia mo­glie e Zenobia mia figlia.

Il Vicino        (inchinandosi)   Signora...

Il Padre         Il signor Garet.

Zenobia         Lo conosciamo da molto tempo... stava davanti a noi già quando avevo la mia stanza e i dischi.

Il Padre         Non è necessario farle visitare l'ap­partamento, visto che il suo è uguale.

Zenobia         ... Poi quando siamo saliti, era sem­pre lui l'inquilino dell'appartamento davanti.

Il Padre         Questo buffet, vede? non ha nulla da invidiare al suo.

Il Vicino        (guarda lo Smurz)   È proprio ugua­le al mio.

Il Padre         Vero? In fondo, trovo che si asso­migliano tutti.

(Il vicino dà un calcio allo Smurz).

Zenobia         E quando noi siamo saliti più in alto, lui ha fatto lo stesso.

Il Vicino       Ma che memoria ha questa ra­gazzina.

Il Padre         Che ne dite?

Il Vicino       Ma sì, i giovani sono sorprendenti, oggi.

Il Padre         Cosa intende esattamente con ciò?

Il Vicino       Ebbene una volta erano... abba­stanza diversi.

La Madre       (convinta)   Avete ragione.

Zenobia         In che cosa erano diversi una volta? Allora eravate voi dei ragazzi, come potete soste­nere il paragone?

Il Vicino        (al Padre)   Sua figlia riflette molto... è chiaro.

Il Padre         Devi capire, Zenobia, che un para­gone può aver luogo solo se considerato nel tempo.

Zenobia         Ma chi paragona in quel momento? Tu non puoi proprio, oggi, con la tua mentalità paragonare il  ragazzo che eri una volta con quella che sono io ora.

Il Padre         Zenobia, mi pare che esageri.

Il Vicino       Nondimeno sua figlia ha toccato un punto vitale. È il problema dell'osservatore imparziale.

Zenobia         Non esiste.

Il Vicino       Sarei curioso di conoscere il suo punto di vista.

Zenobia         Se osserva, non è imparziale; c'è già un desiderio, quello di osservare. 0 allora osserva distrattamente e non è più un buon osservatore.

Il Padre         Può... può essere imparziale per costruzione.

Zenobia         E chi l'avrebbe costituito così?

Il Vicino       La sua educazione può avergli insegnato soprattutto l'imparzialità.

Zenobia          (sprezzante)   Quale educazione? Quel­la data dai genitori? E chi giudicherà della sua educazione imparziale? I suoi parenti parziali?

Il Padre          (scattando)   È insopportabile. Vuoi tacere finalmente?

Zenobia          (calma)   Taccio.

(Silenzio. Il Vicino tamburella colle dita sui ginocchi. La Madre va a picchiare lo Smurz, che si attacca cerotti alle ferite. Con cattiveria gli strappa un cerotto che si stacca con dolore e difficoltà).

Il Vicino       Sua figlia è affascinante.

Il Padre         Eccoci... Finalmente al punto da cui avreste dovuto cominciare. Mi facilita il com­pito. Continuo. (Con tono mondano)  Anche suo figlio, che io del resto ho soltanto intravisto passando, mi pare un sano e gagliardo giovane.

Zenobia         Tenta di nuovo di farmi giocare con suo figlio? Non ne ho più l'età.

Il Padre         Basta! (Al Vicino)  L'animaluccio è difficile da domare... ah... ah...

Il Vicino       A momenti raggiungerà i suoi di­ciotto anni...

Zenobia         E come li raggiungerà? a piedi, a cavallo o con i pattini a rotelle?

La Madre       (al Vicino)   Dovrebbe condurlo qui, sarebbe una festa per la piccola.

Zenobia         Se Xavier vuole vedermi non ha bi­sogno d'esser accompagnato dal padre.

Il Vicino       La ringrazio dell'amabile invito; mio figlio sarà entusiasta di conoscere una com­pagna come Zenobia.

Il Padre          (rivolto alla madre)   Che cosa dicevo poco fa, in principio?

La Madre      Aspetta... Ah, sì, che non è più troppo giovane come l'ultima volta. Penso che bisogna... (Gli mormora qualcosa all'orecchio, mentre il Vicino va a storcere malvagiamente un braccio allo Smurz e poi torna a sedere).

Il Padre         Hai ragione.

La Madre      Dipende tutto da questo.

Il Padre          (al vicino)   Su che piano terremo la cosa?

Il Vicino       Alla loro età mi sembra che...

La Madre      Ma naturalmente, Leone... l'amore,

Il Padre         Bene. (Si alza e annuncia)  Professo la mia fede.

Zenobia          (si alza ed esce dalla stanza)   Là... là.

La Madre       (al vicino)   È bene educata, che discrezione, vero?

Il Vicino       La trovo affascinante. E mio figlio è veramente fortunato.

Il Padre         Un momento: professo la mia fede. (Pausa)  Io non sono uno di quegli esseri tiran­nici che spesso ci vengono mostrati dai libri e dalla natura stessa a scapito della cultura mon­diale e del progresso della vera civiltà.

La Madre       (a mezza voce)   Leone, non sei mai partito meglio.

Il Padre          (le fa segno di tacere e riprende. Il Vicino si assesta in posizione più comoda e sca­raventa il portacenere contro lo Smurz)   Del resto, se non fosse stato che da me i falsi valori sarebbero stati sommersi da valori ben più si­curi e cioè la morale, le idee in cammino, il progresso delle scienze fisiche, l'illuminazione delle vie e il macero dei residui putridi, di una demagogia che si sgretola all'insegna dei grandi costruttori di una volta che fondavano il loro lavoro sul senso del dovere e della cosa comune.

Il Vicino       Non le pare di aver perso un po' il filo?

La Madre      Già, non mi sembra infatti, che si possa arrivare proprio al punto che interessa...

Il Padre         È sciocco. Ho la stessa impressione. Credo che le parole mi trascinino.

La Madre      Ricordati che si tratta di tua figlia e di suo figlio.

Il Vicino       Non può trattarsi d'altro. I giovani devono essere il centro dell'interesse generale.

Il Padre         Sto cercando di ritornarvi. (Tono declamatorio)  Che piacere veder sbocciare in­torno a noi le gemme. (Si ferma).

La Madre      Vai, continua, si annunciava bene...

Il Padre         Sono a corto di aggettivi...

(Entra Cruche).

Cruche          Questa cucina è ignobile disgustante infetta sporca brutta sordida nauseabonda in­dicibile cadente scrostata maleodorante vomi­tevole e via di seguito. (Pausa)  Eppure debbo tornarci.

La Madre      Eccoti gli esempi.

Il Padre         Ah, è male trovare solo aggettivi dispregiativi... Ma le gemme... vai ti passo il compito.

La Madre      Le gemme verdeggianti.

Il Padre         No, verdeggianti è pesante. Vorrei evocare il verde tenero dell'involucro della noce, o la tinta chiara che va sul verde del tiglio, ma delicatamente più scuro alla base, è una fra­gile inflorescenza di un verde quasi pistacchio che da commozione fino a stringere la gola quando si passeggia in primavera in un sentiero pieno di stereo.

La Madre      Ma Leone!

Il Padre         È vero, cara, quei porci vengono sempre a sporcare gli angoli più incantevoli.

La Madre      Calmati.

Il Padre          (più calmo)   Hai ragione. (Tono de­clamatorio)  Che gioia sarà per noi vedere que­ste due teste teneramente vicine... orecchio con­tro orecchio...

La Madre      Leone, divaghi.

Il Padre         Senti, avendo detto delle due teste vicine, bisogna ben che si accostino a qualcosa.

La Madre      Con le braccia.

Il Padre         Una testa non ha braccia.

Il Vicino       Su tutto ciò che è astratto non ci sono mai braccia. Cara signora, guardi un po' ad esempio l'agricoltura.

La Madre      La Venere di Milo è astratta?

Il Padre          (si alza e con aria pensierosa e insie­me vagamente distratta va a colpire lo Smurz)   Noi divaghiamo, divaghiamo. (Rivolto alla Madre)  Faccio la domanda?

La Madre      No, tu corri troppo... e poi è lui che la deve fare. È il padre del giovane che chiede la mano della giovane.

(Zenobia rientra mordendo un sandwich).

Zenobia         La cucina è immonda. E voi state ancora dicendo le vostre buffonate?

La Madre      Mia figlia è molto impulsiva, ma io sono di vedute moderne e penso che i gio­vani debbano parlare francamente.

(Lo Smurz è svenuto. Il Padre lo guarda, poi va in cucina; ritorna con una caraffa piena d'acqua e gliela rovescia in testa. Lo Smurz si riprende a fatica) 

Io sono partigiana... no sono dalla parte... no, io sostengo ecco, io sostengo che bisogna essere abbastanza severi con i bambini quando sono piccoli perché imparino che la vita non è tutto miele, ma una volta superato lo scoglio dell'età dobbiamo far sì che possano navigare più in fretta ed a vele spiegate nelle tiepide acque della vita.

Zenobia         Teoria, d'altronde, assolutamente sbagliata.

Il Vicino         Si intenderà a meraviglia con Xavier.

(Zenobia si siede, si toglie una scarpa, si gratta un piede. Si sente lontano quel Ru­more: subito il Padre, la madre ed il vicino si alzano. Cruche entra. Tutti si immobilizzano, tranne lo Smurz. Il Rumore cessa e tutti paiono sollevati).

La Madre      Credo che noi non avremo il tempo di abituarci a questo delizioso alloggio.

Cruche          Debbo smettere o posso continuare a lavare fregare pulire lucidare spazzolare ordi­nare lavare spolverare e a far rilucere?

La Madre      Continua, continua, naturalmente.

Il Padre         Noi saremo qui per un certo tempo, a occhio e croce direi... più o meno... più o meno un certo periodo.

Il Vicino       Ho anch'io questa impressione, però è meglio che... rientri nel mio appartamen­to per verificare la cosa sul mio libro dei conti.

Il Padre          (accompagnandolo alla porta) Nien­te vi affretta. (Spingendolo fuori)  Arrivederci. (Chiudendo la porta)  Che seccatore.

La Madre      Forse la piccola ha ragione; mi pare di conoscere già la sua faccia.

Il Padre         Comunque è sempre in famiglia che si sta meglio. (Trova tra i vari pacchi una frusta e ne approfitta per sfogarsi selvaggiamente sul­lo Smurz).

La Madre      Quel neo che ha vicino al naso mi fa pensare di averlo già incontrato.

Il Padre         I suoi tratti hanno qualcosa di familiare.

La Madre      Di comune.

Il Padre         ... E di banale, anche.

Zenobia          (con tono sognante)   Quando avevo la mia stanza ed i miei dischi, Xavier aveva la stessa stanza dall'altra parte del cortile. Ci scambiavamo i dischi tutto il tempo e li senti­vamo due volte per uno. Suo padre è stato sempre così idiota. (Guardando il padre grida)  Cosa gli fai, cosa gli fai? Lascialo stare.

Il  Padre        (smette,  tranquillamente)  Dov'è Cruche con le tagliatelle?

La Madre       (laconica)   È vero. Deve esser pron­to.

(Zenobia esce).

Il Padre         Vuoi che disfi la valigia nera? Ho il tempo prima che Cruche prepari.

La Madre      Certo mio caro, mi faresti un pia­cere. Credo che le forchette siano in fondo. Per carità non dimenticare le assi.

Il Padre         No, no, le farò subito dopo aver mangiato. (Si stropiccia le mani guardandosi attorno)  Io mi sento già completamente a mio agio, qui.

(Entra Cruche con un piatto fumante seguita da Zenobia con il pane e una caraffa d'acqua. La Madre ha preparato la tavola. Pa­dre e Madre si abbracciano).

Zenobia         No, sentite non ne avete più l'età.

La Madre      Non c'è età per amarsi.

Zenobia         Allora sono io che non ho più l'età per guardare: mi disgusta, ora mi disgusta. (Pa­dre e madre si siedono).

La Madre      L'amore non è mai ridicolo.

Zenobia         L'amore forse... (Si siede)  Non ho fame.

Cruche          Si raffredderà...

Il Padre         Uh... buono.

La Madre      Mi sembrano ben riuscite: lascia pure il piatto, Cruche, ci serviremo da noi.

(Cruche fa per uscire, evitando lo Smurz; il padre la richiama).

Il Padre         Cruche non dimenticate nulla?

(Cruche si ferma e con aria rassegnata si avvicina allo Smurz ed incomincia a frustarlo). La Madre È eccellente.

(Zenobia lascia ca­dere la testa sulle braccia a curva sulla tavola si tappa gli orecchi, restando ferma in tale posi­zione, mentre il Padre e la Madre mangiano. Cruche, somministrata la razione, smette ed esce).

Il Padre         Fantastiche queste tagliatelle.

La Madre      Molto buone. Davvero.

Il Padre         Direi succulenti.

La Madre      Deliziose.


ATTO   SECONDO

(Scena cambiata. Una mansarda, un po' più brutta della prima, con meno porte. Stessi ele­menti: i bagagli e pacchi del primo atto. C'è di tutto, dal fornello su un tavolo, al catino sull'altro. Sul fondo allo stesso posto dell'atto pre­cedente la porta che dà sul pianerottolo, ed un'altra porta che dà sulla stanza dove dor­mono padre, madre e Cruche. Zenobia è distesa su un divano mezzo rotto. Lo Smurz in pietoso stato si cura una ferita alla gamba con vecchie garze e muoverà spesso e con fatica il braccio per allontanare le mosche. All'alzarsi del sipa­rio Cruche è seduta sul bordo del letto-divano e disfa un vecchio maglione perché ridiventi go­mitolo. Nella stanza c'è una scala nella stessa posizione dell'atto precedente più stretta e più vacillante).

Zenobia         Che giorno è?

Cruche          Lunedì sabato martedì giovedì Pa­squa Natale prima domenica di Quaresima se­conda domenica di quaresima o niente dome­nica e neppure la Pentecoste.

Zenobia         Mi dicevo che il tempo passa, ma passa male.

Cruche          Non ne ha il posto.

Zenobia         C'è troppa gente o troppo cosa? Cos'è che gli impedisce di passare? Del resto, dove può passare, per la strada o nella cruna di un ago?

Cruche          È passato di qui, ripasserà di là.

Zenobia         Dàgli un bicchiere d'acqua mentre non ci sono.

Cruche          Cosa?

Zenobia          (indicando lo Smurz)   Dàgli un bic­chiere d'acqua.

Cruche           (con voce assente)   A chi?

Zenobia          (alzando le spalle)   Dammi un bic­chiere d'acqua.

Cruche           (la guarda ed esita)   Sei sicura di aver sete?

Zenobia         No, volevo darlo a lui.

Cruche          Ma di chi parli?

Zenobia         Perché sono coricata?

Cruche          Perché non stai bene. Sei in cattiva salute. Hai un brutto aspetto, con evidenti sin­tomi di disordine generale. Il tuo stato di salute non è soddisfacente.

Zenobia         Sono malata?

Cruche          Non si potrebbe veramente dire che tu sia malata.

Zenobia         È a causa della scala. Siamo saliti troppo in fretta. (Guarda attorno)  Non potrem­mo star peggio.

Cruche          Non abbiamo più la cucina.

Zenobia         Nient'altro che una stanza, e questa. Ma come la posso chiamare questa?

Cruche          Non ha nome. Si può chiamare ri­piego riparo ripostiglio armadio a muro conca di lavanderia e ancora altre cose ancora, senza contare il guazzabuglio. E speriamo che non ci piova, almeno.

Zenobia         Perché sono malata?

Cruche          Nemmeno io sono proprio fiorente, come d'altronde tuo padre e tua madre. In essi si possono già vedere i sintomi premonitori.

Zenobia         Di che tipo?

Cruche           (alzando le spalle)   Di tipo inquie­tante.

Zenobia         Al di fuori della loro totale idiozia non mi sono accorta di altri sintomi inquietanti.

Cruche           (guardandola fissamente negli occhi)   Niente? Proprio nulla?

Zenobia         Cosa stai facendo con questa lana?

Cruche          Un maglione una maglia un vestito un pullover una camiciola un lavoro al crochet.

Zenobia         O un golf.

Cruche          Non c'è lana abbastanza per un golf. Questo è consumato ai gomiti, quindi il pros­simo non avrà maniche.

Zenobia         Anche uno scialle.

Cruche          Forse, ma non avrò il tempo di finirlo.

Zenobia          (improvvisa)   Che cos'è il Rumore, Cruche?

Cruche          Quale rumore?

Zenobia         Mah... il Rumore.

Cruche          Ci sono mille specie di rumori. Quan­do poi non si tratta di gridi d'animali. Zenobia No, quel Rumore: il rumore di tutte le volte che ce ne andiamo, che ci alziamo in piena notte per salire le scale, come dei pazzi, dimenticando tutto, facendoci male... Perché non ci fermiamo mai neppure un momento? Perché si ha paura, di continuo? Perché? È grottesco...

Cruche          Non si ha paura;  saliamo più in alto; ecco tutto.

Zenobia          Ma se rimanessimo, se fossimo rimasti?

Cruche          Nessuno rimane.

Zenobia         Ma ora sopra cosa c'è? Non si sente niente, non si sente mai niente. Se si cercasse di ascoltare e di capire... E se discendessimo?

Cruche          Hai la febbre, la tua temperatura aumenta. Anche il calore cresce come l'agita­zione molecolare.

Zenobia         Io voglio tornare di nuovo giù.

(Lo Smurz si è mosso un poco e si trasporta lenta­mente verso la scala).

Cruche          Tuo padre ha chiuso la scala...

Zenobia         Schioderò le assi... voglio discen­dere. Voglio vedere chi vive adesso in casa no­stra, voglio scendere, scendere fino in basso; fino alla mia stanza di prima, quando avevo dei dischi. (Si alza, trema un po', Cruche la sostiene).

Cruche          Ridistenditi rimettiti a letto coricati allungati riposati calmati.

Zenobia          (va verso la scala e vede che lo Smurz si è coricato sulle travi, sbarrando il passaggio. Ha un gesto di disperazione e si appoggia alla tavola)   

Dammi un bicchiere d'acqua.

(Cruche riempie un bicchiere dalla brocca sul tavolo, lo dà a Zenobia, ed esce. Zenobia si avvicina allo Smurz e gli tende il bicchiere. Con un gesto che pare un colpo d'artiglio lo Smurz fa volare il bicchiere. Zenobia indietreggia spaventata e cade sul letto, singhiozzando. Cruche rientra, asciuga per terra, raccoglie il bicchiere e si avvicina a Zenobia).

Cruche          Non piangere.

(Zenobia si mette a sedere. Entrano la Madre e il Padre con facce di circostanza).

La Madre      Quel povero uomo ha davvero troppa sfortuna.

Il Padre         Sì, certo. Se ci consideriamo al suo confronto, noi... non siamo assolutamente da compiangere.

Zenobia         Come sta Xavier?

La Madre      Ascolta, piccola cara, dopo tutto quel ragazzo non lo conoscevi profondamente.

Il Padre         Insomma noi viviamo qui soltanto da due giorni e Xavier era poco più di un vicino, un conoscente.

La Madre      Non puoi prender tanto gravemente  tutto ciò, come se si fosse trattato di tuo fratello, per esempio.

Il Padre         Tuo nipote.

La Madre      Tuo cugino.

Il Padre         Tuo figlio.

La Madre      Oppure il tuo fidanzato.

Zenobia         Xavier è morto?

Il Padre         Eh... Eh, disgraziatamente, non si può dire che ci sia più molto da sperare.

La Madre      Il poverino l'hanno sotterrato ieri.

Zenobia          (ripete con voce assente)   Xavier è morto.

La Madre      Fa pena vedere il dolore dei parenti.

Il Padre         Sì, quella gente è stata molto pro­vata. Noi abbiamo veramente fortuna. (Guarda intorno a sé, si frega le mani, va a colpire lo Smurz e ritorna).

La Madre      Non si può nascondere che sia molto duro per loro.

Zenobia         Ah, si faranno una ragione. Tutto il mondo se ne fa una. Anche noi ci facciamo una ragione e... senza sforzo.

Il Padre         La nostra sorte è invidiabile, ti assicuro che è invidiabile.

Zenobia         Che ora è?

La Madre       (guardando intorno a sé)   Non vedo la pendola.

Il Padre         L'ho messa nella borsa grigia l'altro ieri. Cruche avete portato voi la borsa?

Cruche          No. (Esce).

Il Padre         Guarda... oggi non ama discutere...

La Madre      Allora?

Il Padre         Dobbiamo averla lasciata in basso. E non ne sentiamo la mancanza. La prova in­confutabile ne sia il fatto che siamo qui da due giorni e nessuno si era ancora accorto che mancava.

La Madre      Devono essere le tre e mezzo... le quattro...

Zenobia         Se avessi ancora il mio grammofono o almeno la radio...

La Madre      Come? La radio? Ma noi non ab­biamo mai avuto la radio, cara...

Zenobia         Prima di venire quassù avevamo una radio.

Il Padre         Ti assicuro che sotto non avevamo radio. La pendola, sì, d'accordo. Ma radio niente.

Zenobia         Ho detto prima di venire quassù, per dire quando eravamo in basso proprio giù.

La Madre      Comunque io ho buona memoria e non ricordo di questa radio. È come per il vicino, tuo padre afferma che ha l'impressione di averlo già incontrato, quel poveretto, e an­ch'io gli trovo un aspetto familiare, ma non ricordo in nessun modo le eventuali relazioni che potevano legarci. Comunque, ho buona memoria e per dartene un esempio posso rievo­care in un solo istante il gagliardo portamento di tuo padre il giorno che mi accompagnò in municipio.

Il Padre          (alla madre)   Bisogna distrarre que­sta ragazzina. (A voce alta)  Evidentemente noi non conoscevamo quasi questo Xavier, ma per pura umana solidarietà, dirò di più, per spirito di buon vicinato comprendo che tu provi un vivo rammarico per la sua dipartita e provi nello stesso tempo il bisogno di attaccarti a delle futilità.

Zenobia         È spaventoso come si possa trovare la forza di parlare tanto ad una certa età... alla vostra età.

(Il Padre va a colpire lo Smurz a calci e ritorna).

La Madre      La morte di Xavier ti ha toccato soltanto così poco?

Zenobia         Penso che sia fortunato.

Il Padre         Fortunato? Ma coniglietto mio, tu non ti rendi conto che noi abbiamo un tetto, da mangiare, un po' di spazio...

Zenobia         Sempre di meno...

Il Padre         Sempre di meno? Ma il nostro vi­cino non ne ha certo di più.

Zenobia         Che me ne importa del vicino? Se a lui basta, tanto meglio per lui. Tutto ciò non toglie che, una volta, anche lui avesse sei stanze come noi.

Il Padre         Sei stanze? Esibizionismo.

(La Madre va a colpire lo Smurz).

Zenobia         Quanti piani ci sono ancora sopra di noi?

Il Padre         Non capisco la tua domanda.

Zenobia         E se il Rumore ritorna?

La Madre      Ma quale rumore?

(Si sente lon­tano il Rumore. Tutti si irrigidiscono tranne lo Smurz che continua a gorgogliare un po').

Zenobia          (pallida, a pugni chiusi)   E se il Ru­more ritorna?

Il Padre         Saliremo. (Si accosta alla scala e la scuote).

Zenobia         E se non c'è altro sopra di noi?

Il Padre         Questa scala deve ben condurre in qualche  luogo. Mi concederai  almeno  questa affermazione.

Zenobia          (pazientemente)   Ma di sopra non avremo che una sola stanza.

Il Padre         Non è assolutamente provato, tu non ne sai niente, non hai alcun diritto di con­cludere che in un cambiamento ci sarà meno spazio.

Zenobia         E se non ci fosse più scala, quando avremo salito un'altra rampa?

Il Padre         Se non ci sarà più scala, vuol dire che non ne avremo bisogno e di conseguenza tu non sentirai più il tuo famoso rumore.

Zenobia          (scoraggiata)   Se è questa la tua ma­niera di ragionare...

Il Padre         Trovo che sei strana. Al tuo posto molte ragazze sarebbero felici.

La Madre      Dimentichi che è un po' febbrici­tante la mia povera stellina. (Va ad accarezzare Zenobia che si scansa).

Zenobia         Cosa farete adesso?

Il Padre         Come, cosa faremo? È una domanda inutile. Il vento sta alzandosi, tentiamo di vivere.

La Madre      Ti assicuro che ha la febbre. (A Zenobia)   Vieni a coricarti, carina.

(Zenobia lascia fare, la madre la corica e va a battere lo  Smurz. Poi ritorna mentre il padre ha preso ha sfogliare un libro canticchiando, pianissimo, quasi senza accorgersene).

Zenobia         Di cosa è morto Xavier?

Il  Padre       Scusa?

Zenobia         Di cosa è morto Xavier?

Il Padre         Mah... di tutto e di niente. Sai bene come si muore quando si è giovani.

Zenobia         No.

Il Padre         Insomma, Xavier avrà fatto qualche imprudenza, ed il padre ha avuto il torto di non impedirgliela.

Zenobia         Ha sceso la scala?

Il Padre          (imbarazzato)   Non so.

Zenobia         Si è  rifiutato di abbandonare il piano inferiore?

Il Padre         Eh... io non so. L'essenziale è che è morto.

Zenobia         Ha cercato sicuramente di scendere, se non fosse così non l'avrebbero sotterrato. Se fosse rimasto nessuno avrebbe osato di an­dare a cercarlo.

Il Padre         Sotterrarlo, sotterrarlo, infine sup­poniamo che l'abbiamo sotterrato, dal momento che era morto era la sola cosa da farsi, dopo tutto.

Zenobia          (sognante)   E di Jean che cosa è stato?

Il Padre          (sinceramente sorpreso)   Jean?

La Madre      Di chi parli, Zenobia?

Zenobia         Quando noi vivevamo nelle quattro stanze con il balcone, proprio di fianco a noi, il figlio dei vicini dall'altra metà del balcone, veniva a lanciare i suoi aeroplani di carta. Si chiamava Jean e danzava molto bene.

La Madre      Zenobia, pulcino mio, tu sogni ad occhi aperti.

Zenobia         Non sogno.

La Madre      Ascolta, perla del mio cuore, tu prendi tua madre per una vecchia matta. (Al Padre)  Bisogna distrarla, ti giuro che è neces­sario distrarla. (Va a picchiare lo Smurz).

Il Padre         Come? Vero è che i genitori, per quanto è in loro potere di farlo, hanno il com­pito di formare i figlioli, dando loro un'educa­zione tale che il contatto con la realtà della vita, che spia la loro uscita dal nido, si produca dolcemente e insensibilmente, ferendoli il meno possibile. Ma è anche loro compito distrarli? E la loro formazione comporta anche la di­strazione?

La Madre      Un'educativa distrazione. Certa­mente Xavier non era unico e Zenobia deve essere preparata all'incontro con il suo futuro compagno.

Zenobia         Io e questo futuro compagno, sup­posto che lo incontri, dove vivremo?

La Madre      Non ha importanza.

Il Padre         È un problema che si risolverà da sé.

Zenobia         E sarà proprio il solo. Del resto chi oserà porselo un simile problema?

La Madre      Sono persuasa, a ben pensare, che l'esempio è la migliore guida. Nel caso il nostro esempio.

Il Padre         Il nostro esempio è effettivamente esemplare. (Alla madre)  E se miniassi la nostra avventura?

La Madre      Caro, tu mimi così bene. Parla e non limitarti a mimare. Perché privarti di un mezzo d'espressione di cui hai la più completa padronanza?

Il Padre         Ricostruiamo. (Comincia il rac­conto)  Un bel mattino di primavera la città era in festa, con gli stendardi ondeggianti al vento. Il chiasso dei veicoli a motore copriva il giocoso rumore sorgente dall'enorme formi­caio umano. Io, con il cuore vibrante di sca­riche elettriche, contavo le ore con l'aiuto di un antico abbaco cinese, ereditato da un mio prozio che aveva partecipato al saccheggio del Palazzo D'Estate di Pechino. (S'interrompe e riflette)  A proposito: dov'è andato a finire que­sto abbaco? (Alla Madre)  Non l'hai più visto recentemente?

La Madre      No, mai più visto. Te lo assicuro. Forse lo ritroverai disfacendo i bagagli.

Il Padre         Non importa, comunque il fatto c'è.

Zenobia         Se è successo molto tempo fa, il fatto non c'è più. Il fatto che tu ricordi è di tutt'altro ordine.

Il Padre         Zenobia, io cerco di distrarti, ma tu non farmi perdere il filo.

Zenobia          (con indifferenza)   Continua, con­tinua. (Esce per andare nell'altra stanza).

Il Padre         In breve, io contavo le ore, e poiché sono ferrato in aritmetica, il calcolo non pre­sentava alcuna difficoltà. Non più di certi altri calcoli, come la circonferenza del cerchio, il numero di grani di sabbia contenuti in un mucchietto di sabbia, per il qual calcolo si pro­cede come la somma dei mucchi di sassi e così di seguito. I fornitori andavano e venivano incessantemente nell'anticamera della felice sposa, piegati sotto il peso dei mazzi di fiori, di frutti, di biancheria sporca, perché molti - non so come - la confondevano con la lavan­deria vicina. Ma io tutto ciò non lo ripeto che per sentito dire, perché lei era a casa sua e io a casa mia. Io ero pronto, risplendente dall'aria di salute che aleggiava intorno alla mia faccia ben rasata. E, solo con i miei pensieri, che significa veramente solo, mi preparavo a questa unioni di stati civili di cui si è ben potuto dire che... eh...

La Madre       (riflettendo)   Ma chi ha potuto dire...

Il Padre         Collaboriamo, collaboriamo. Ti passo il compito.

La Madre      Io, da parte mia, timida e nello stesso tempo avvampante, nonostante sapessi, perché i miei parenti erano gente moderna, che cosa mi sarebbe capitato, ché questo bir­bone non aveva pace fino a quando soli, io e lui, non mi avesse afferrata, parlavo conti­nuamente di una cosa e dell'altra, degli argomenti più disparati, circondata dalle damigelle d'onore, perché una sposa in quel giorno non pensa che a quel piccolo incidente che la società si rifiuta di nominare prima di averlo subito... Tranne che tra i primitivi, che sono ben da compiangere... (Al Padre che ritorna da aver colpito lo Smurz)  Leone, riprendi tu. Questa evocazione mi snerva.

Il Padre         Io bollivo, il sangue era in efferve­scenza. Quando il sangue fa delle bolle, l'em­bolia non è lontana. Così dicevo a mio cugino Gautier, Jean Louis Gautier che stava entrando in casa e che aveva terminato gli studi di medicina. « Non credi che un salasso mi fa­rebbe bene? », il cugino scoppiò a ridere. (Ride anche lui)  Rideva tanto... che anch'io mi misi a ridere. Era davvero troppo ridicolo... (Pausa, poi riprende con calma)  Come ci siamo diver­titi quel giorno.

La Madre      Avevo ventidue anni.

Il Padre         Passo subito alla cerimonia. (Sem­pre mimando)  Accettate di prender in moglie questa incantevole biondina? Come, signor sin­daco, voi cosa fareste nei miei panni? Io, rispose il sindaco, non c'entro, prima perché sono il sin­daco, poi perché sono invertito. (Ridendo e battendosi le mani sulle cosce)  Questa era divertente, cosa viene in mente al sindaco di fare una simile dichiarazione proprio in quel momento. Sincero o no che fosse, ormai l'aveva detto.

La Madre      Peccato. Era così un bell'uomo.

Il Padre         Il parroco a sua volta: « Amatevi gli uni e gli altri ». L'incenso, i bambini del coro, la questua. In breve, avevano fatto le cose molto bene: le questue sono state cinque.

La Madre      Sei sicuro?

Il Padre         Affastello un po' le cose, ma ricordo con precisione le cinque questue, perché il fatto era straordinario. Poi il pranzo dai suo­ceri.

(Cruche appare con un piatto ricolmo di carne: bue e punte di pollo. Il Padre, facendo il verso con la gola) 

Ci siamo ingozzati.

La Madre      Esageri.

Il Padre         Ci siamo ingozzati di cibo.

(Prende il piatto che gli porge Cruche e si mette a man­giare. Cruche far per uscire ma il Padre facendo schioccare le dita la richiama. Cruche capisce e rifà la scena, cioè picchiare indifferentemente lo Smurz. Assegnatagli la consueta razione di botte, esce) 

Lo champagne correva a torrenti, come si dice, che inebriavano tutti.

La Madre      Era spumante.

Il Padre         I tuoi parenti erano avari, è vero. (Entra Zenobia mangiando un sandwich).

Zenobia         È finito il tuo « suono e luce »?

Il Padre         Il seguito lo lascio alla vostra im­maginazione.   Noi   eravamo   soli,   sposati   dal mattino, nella piccola stanza...

Zenobia          (troncando)   Nove mesi più  tardi sono nata io.

La Madre      Noi ci andammo a stabilire a Arromanches dove ti offrirono un buon me­stiere.

Il Padre         Scorticatore. Un po' come essere scultore, ma più vario.

La Madre      Ed eccoci qua, una famigliola sor­ridente.

(Il loro balletto termina, lei va verso il marito, lui verso di lei e insieme verso lo Smurz che colpiranno con violenza) 

Felici, uniti malgrado le avversità.

(Scarica finale allo Smurz).

Zenobia          (con voce pallida)   E dopo non è successo nulla? (Si siede sul letto).

Il Padre         Dopo?

Zenobia         Dopo Arromanches.

Il Padre         Abbiamo lasciato il villaggio per la grande città, e continuiamo la nostra vita di coppia unita nel bene e nel male, ed in ciò che sta nel mezzo di questi limiti e che è più normale, perché il bene ed il male sono come le ore di punta, sono eccezionali.

Zenobia         Per l'elettricità le ore di punta non hanno nulla di eccezionale: è consuetudine giornaliera.

La Madre      Zenobia, io mi domando da chi tu puoi aver preso questo tuo carattere tanto raziocinante.

Zenobia         L'ho preso da voi e probabilmente per legge di contrasto.

La Madre      Ho un bel ripensare ai membri della famiglia, non arrivo a immaginare per quale fenomeno hai ereditato queste particolarità e da chi le hai avute.

Il Padre          (alla madre)   Si può studiare con metodo la famiglia. Se lo desideri. Tutto ciò che è fatto con metodo, m'incanta. Si potrà ricostruire un albero genealogico e tu mi aiuterai.

Zenobia         Farai meglio a non ricostruirlo. Io lo lascerei cadere, l'albero.

(Cruche entra e comincia la sua filastrocca).

Cruche          Lei passa la mano - si libera - ab­bandona - non cammina più. Zenobia evade -fa vacanza - se ne infischia - si disinteressa della situazione.

Il Padre          (imperativo)   Cruche, ci si domanda perché voi vi immischiate.

Cruche          Chi è che si pone questa ridicola domanda?

Il Padre         Io.

Cruche          Allora non dite ci si pone, dite: « io mi domando... ecc. ». Oppure dite: « Cru­che sono grattacapi vostri? ». Oppure: « in cosa vi riguarda tutto ciò? ». Ed ancora: « quale interesse può avere per voi? ». Ma siate diretto, perbacco; non procedete per allusioni. Alludo forse io? (Tranquillamente si mette a lucidare un qualsiasi pezzo del mobilio).

Il Padre         Ah... in nome di Dio... (Furioso va a versarsi un bicchiere d'acqua, mentre la Madre, che ha trovato uno di quegli antichi e lunghi spilloni da cappello, lietissima della nuova arma, va a punzecchiare lo Smurz)  Non vi pago per discutere.

Cruche          Ho un certo lavoro da vendere, e lo  vendo; al prezzo che me lo pagate, vi assi­curo che non ne siete derubato. Ed al di fuori della vendita, nulla vieta al venditore di discu­tere col compratore, specialmente poi se non c'è frode nella merce. (Sbatte rumorosamente per terra il suo strofinaccio)  Del resto io chiudo.

Il Padre         Come chiudete?

Cruche          Non vendo più. Andrò a vendere altrove, o meglio, e se più vi piace, voi andrete ad acquistare altrove.

Zenobia         Cruche, tu te ne vai veramente?

Cruche          Senti, tuo padre è veramente troppo idiota. Cosa e come si crede? Io sono l'unica che non rischia niente qui...

Il Padre          (superiore e sarcastico)   Potreste spiegarmi in che cosa voi non rischiate?

Cruche          Perché io vendo un lavoro molto richiesto dai fannulloni, pigri, buoni a niente, inutili, poltroni, elementi sfruttatori della so­cietà. Di tali elementi, di tali bestie, abbonda la terra. (Si preme il cappello di paglia in testa, afferra una valigetta ed esce).

Il Padre         A momenti mi insultava.

(Cruche ritorna, posa la valigia, abbraccia Zenobia).

Cruche          Arrivederci, gattino. Fai molta atten­zione. (Riprende la sua valigia e si avvia).

Il Padre          (imperativo)   Cruche, voi dimenti­cate qualcosa...

(Cruche guarda intorno a sé, fissa per qualche attimo lo Smurz, fa segno di no).

Cruche          No, non vedo niente... (Esce e chiude la porta).

Il Padre          (fregandosi le mani)   Bene. Abbiamo fatto bene a sbarazzarcene: questa ragazza di­ventava sempre più insolente. Sono soddisfatto. (Va picchiare lo Smurz)  Inoltre faremo eco­nomia, e praticamente avremo una stanza in più.

Zenobia          (freddamente)   Non dormirò sola qui.

Il Padre         Bene, non sarai sola se dormirai con noi, da una parte.

Zenobia         Potrei dormire sola, da una parte.

Il Padre          (ride)   Come corri, la camera mi­gliore per la signorina...

Zenobia         Perché si hanno dei figli? Per dar loro la camera più squallida?

La Madre      Zenobia, non prenderla su questo tono...  Del resto, non sempre si hanno figli intenzionalmente.

Zenobia          (duramente)   Se non si sa, ci si trattiene.

Il Padre         Uhm... (Alla madre)  Trovo che è molto cresciuta.

La Madre      Possiamo ancora considerarla una bambina?

Il Padre         È vicina all'età adulta.

La Madre      È un'adolescente, ma già formata.

Il Padre         Non ci sarebbe niente di strano che fosse sposata.

La Madre      Se fosse sposata non sarebbe giusto che si sacrificasse per i vecchi genitori?

Il Padre         Bisogna aggiungere che noi siamo già sistemati nell'altra piccola stanza a parte.

(La Madre va alla porta, gira la maniglia ma non si apre).

La Madre       (con voce bassa e turbatissima)  Leone!

Il Padre          (ritorna asciugandosi le mani dopo aver colpito lo Smurz)   Cos'hai? mi hai fatto paura.

La Madre      Leone, la porta non si apre più.

Il Padre         Non dirlo... C'è la valigia nera e la mia macchina fotografica. (Va alla porta e cerca di aprirla, invano)  È Cruche che l'ha chiusa con la chiave, andandosene.

(Si sente lontano il Rumore: tutti si immobilizzano).

Zenobia          (indifferente)   Cruche non si è avvi­cinata alla porta.

Il Padre         Non è chiusa con la chiave, la maniglia è come bloccata. Saldata.

Zenobia          (imitando Cruche)   Incuneata fissata in strappabile inchiodata  impossibile a muo­versi. E, per così dire, non si può più girare. (Scoppia a ridere ma si ferma subito).

Il Padre          (va alla porta del pianerottolo, cerca di aprirla, si apre. Giovialmente, con  un sospiro)   Ah, pensavo che questo funzionasse ancora... si ha torto ad allarmarsi subito. Tutto va bene: ci rimane una stanza di dimensioni abbastanza vaste, e per fortuna è da questa parte che si trovano il fornello e il lavandino. (Ride)  Vedi? Saremmo rimasti rinchiusi se fos­simo stati nell'altra stanza. (Rivolto a Zenobia)  Che, detto tra noi, non aveva proprio nulla di eccezionale, te l'assicuro. Starai molto meglio qui, con noi.

Zenobia         Certamente.

Il Padre         Nondimeno, mi credo in dovere di prendere altre elementari precauzioni. (Va alla scala e la scuote)  Mi sembra più trabal­lante di ieri. Non trovi, Anna?

La Madre      Non ci ho badato, ma se lo dici tu, mio caro, è certamente vero.

(Il Padre con slancio sale più volte la scala per provarla).

Il Padre         No, ha l'aria di mantenersi ancora. Organizziamoci. Dove faremo dormire la pic­cola?

Zenobia         Per terra, starò bene. (Si siede por­tandosi una mano al capo; oscilla un po').

La Madre      Zenobia, non essere sciocca, ti metteremo  in  un  angolo molto  comodo.  (Al padre)  Leone, ho un'idea: potresti chiedere al vicino in prestito il letto di Xavier.

Il Padre         Eccellente suggerimento. (Si frega le mani)  Anche se la cosa mi imbarazza un po' dato il lutto molto recente.

La Madre        Xavier amava molto la piccola. Ma cos'hai mio pulcino verdolino?

Zenobia         Ho mal di testa.

(La Madre si avvi­cina, le prende il polso come fanno i medici, mentre il padre grattandosi il mento si guarda intorno).

La Madre      Non è niente, un po' di febbre.

Zenobia         Vorrei delle arance.

La Madre      Ascolta, gattino mio, non sei ragio­nevole. Lo sai bene che le teniamo per tuo padre che ne ha bisogno per la sua salute.

Zenobia         Sì, ma io le vorrei lo stesso.

La Madre      Zenobia, cerca di renderti conto della situazione attuale. Abbiamo soltanto più poche arance, tuo padre è un uomo adulto, un uomo fatto, con i suoi scompensi e le sue ne­cessità; le arance non sono per lui una golosità, ma una necessità. Noi abbiamo il dovere di dare a tuo padre quel succo vitaminico del quale abbisogna. D'altra parte tu, una ragaz­zina, una bambina... sei soltanto una promessa della vita, e noi non possiamo puntare su di te. Io sono però persuasa, notalo, che arriverai ad essere qualcuno; ma credo anche che, per ora, tra il fiore e il frutto è prudente scegliere il frutto.

Zenobia         Sarebbe papà il frutto?

La Madre      Non è che un paragone, ma è significativo: il fiore deve sacrificarsi al frutto.

Zenobia         Ah.

Il Padre          (uscendo da una meditazione)   La miglior cosa sarebbe che la piccola stessa an­dasse a chiedere il letto di Xavier al vicino. Non può rifiutare. Tutto questo mi mette un po' a disagio... non è proprio mia abitudine...

La Madre        Lei non domanda di meglio, in fondo è per lei il letto; vuoi provare, mia pic­cola perla?

Zenobia          (voce stanca)   Ma certo, è perfetta­mente normale che ciascuno se la sbrogli da sé.

La Madre      Così questa sera avrai un buon letto per dormire.

Zenobia         È l'essenziale. (Si alza).

Il Padre         Del resto cosa rischiamo a doman­dare questo letto al vicino? Se accetta, bene: se rifiuta...

Zenobia         Rifiuta.

Il Padre         Ecco: non c'è nessun pericolo.

Zenobia         Tu il pericolo non l'hai mai visto, come puoi parlarne?

Il Padre         Me ne rendo conto quando c'è. Tu credi di conoscerlo meglio?

Zenobia         È da molto tempo che lo vedo. (Guarda lo Smurz). No, non ho paura del vicino... (Va alla porta, esce, traversa il piane­rottolo, la si vede bussare alla porta del Vicino ed attendere).

Il Padre         C'è sicuramente, insisti un po'.

(La Madre va ad aggredire lo Smurz, il Padre si siede con un libro. Zenobia batte, poi ritorna e si affaccia alla porta).

Zenobia         La porta sembra bloccata.

Il Padre         Ma no, suona bella mia... Sei abba­stanza grande per prendere da te un'iniziativa così semplice...

(Zenobia alza le spalle, riattra­versa il pianerottolo e risuona all'uscio del vi­cino. La porta del Padre si chiude immediata­mente. Zenobia bussa inutilmente alla porta del Padre. Il Rumore si fa man mano più forte. La Madre è atterrita e immobile; il Padre ha abbandonato il libro, la Madre va alla porta e cerca di aprirla, lascia cadere il braccio, ritorna sul letto, liscia la coperta. Il Rumore cessa e anche i colpi di Zenobia. Silenzio. Lo Smurz sembra torcersi dal ridere) 

Calmati, mia cara. I ragazzi finiscono sempre col lasciare i geni­tori. È la vita. (Va a picchiare forsennatamente lo  Smurz, ma più con dolore che con rabbia. Lo Smurz ride, si contorce dal ridere, sghi­gnazzando).


ATTO TERZO

(Una stanza ancora più piccola delle precedenti. Una mansarda. Un'alta piccola finestra da cui si vede un blu luminoso. Una scala da cui si vedrà arrivare il padre. Una porta bloccata. La stanza è scura senza alcuna comodità, un letto squassato, un tavolo vecchio, uno specchio scre­ziato, nessuna scala che sale. Il Rumore in piena azione, monotono e fastidioso. Una lieve luce sale. Senso di trambusto. Lo Smurz in penombra. Grida indistinte della Madre, poi voce del Padre dal basso mentre sta salendo, come al primo atto).

Il  Padre        (gridando)   La borsa gialla. Soprat­tutto non dimenticare la borsa gialla, Anna: c'è il macina-legumi, dentro.

(Appare con pac­chetti che lancia davanti a sé, e scende per tre o quattro volte) 

Anna, Anna, vieni, svelta, andiamo, passami la borsa gialla. (Innervosito) 

Ma no, che non rischi niente, passami la borsa gialla. Ti dico che abbiamo tutto il  tempo... Adesso la valigetta di fibra...

(Mormorio indistinto della Madre) 

Ma sì, buon Dio, è appog­giata al tavolo della toletta, l'avevo preparata io stesso. (Ridiscende, prende la piccola valigia e riappare). Credo che resti solo la borsa della biancheria).

Voce della Madre Non avrò il tempo.

Il Padre         Ma certo che avrai il tempo... là, là, quante storie per così poco...

(Si sente un grido atroce della Madre) 

Anna, Anna cosa c'è?

(Voce confusa, non comprensibile della Madre) 

Ma certo, cara, sono qui. (Risalendo) Fa' uno sforzo...  Ridiscendere  per  cercarti?  Andiamo Anna, non fare la bambina, ho le braccia e le mani  ingombre  di pacchetti. 

(Secondo  grido acutissimo) 

Anna, non giocare a farmi paura, andiamo non è più per la tua età.

(Indietreggia prudentemente, prende gli attrezzi dalla sca­tola e le assi. Incomincia a chiudere la botola. Si piega con un orecchio in ascolto, chiama con tono inquieto, più ipocrita che inquieto) 

Anna... insomma, rispondi. Ti prego, Anna, devi rispon­dermi. Capisci che significa? Non è possibile, non risponde più.

(Resta in ascolto: il Rumore cessa, si sente solo movimento al piano di sotto) 

Anna, non è la maniera di tenere in agitazione la gente... andiamo, Anna.

(La luce viene  più forte  dalla finestra e  illumina  lo

Smurz in un angolo. Il Padre con un martello in mano e i chiodi in bocca chiude febbrilmente la botola monologando con frasi mozze) 

Dopo vent'anni di matrimonio, abbandonare un uomo in questa maniera... Le donne sono proprio incredibili... (Scuote la testa)  Incredibili. (In­chioda l'ultima asse e si rialza)  Ecco... così... così deve andar bene.

(Si rialza, guarda intorno, ha un sussulto vedendo lo Smurz) 

Vediamo... uhm... è grazioso qui. (Percorre la stanza pas­sando rasente i muri)  I muri sono buoni. (Alza la testa)  Nessuna possibilità di fuggire dal tetto. (Prova la porta che non si apre)  Niente porta... Tutto come... voglio dire come supponevo. Non ci sarà più ragione di servirsene. (Passandogli accanto dà un calcio allo Smurz)  Cosa perfet­tamente logica, non importa se non ricono­sciuta dagli altri. Non sono una persona qua­lunque, io. Ben lontano dall'essere una persona qualunque. (Si irrigidisce)  Chi sono, io? (Tono declamante)  Ricapitoliamo: Leone Dupont, età quarantanove anni, dentizione buona, vaccini elegantemente distribuiti sulle membra. Altezza un metro e ottanta, che è superiore alla media, conveniamone; sano di corpo e di spirito, intel­ligenza di cui egualmente si hanno ragioni tali da credere superiore alla media. Campo di azione: una stanza di proporzioni, parola mia, largamente sufficienti per un uomo... ehm... un uomo solo. (Silenzio) 

Un uomo solo. (Lieve riso)  Ma sì. (A voce alta come uno che si fa coraggio al buio)  Per un uomo solo, ecco. Domanda: cosa fa un uomo solo nella sua cella? (A se stesso)  Cella è forse troppo forte? C'è una fine­stra, qui, che è largamente sufficiente per la­sciare il passaggio ad un uomo di corporatura normale. Dunque, perché cella? (Si avvicina alla finestra)  Un passaggio normale da permettere ad un uomo... (guarda in basso, si volta e ri­torna)  ... di rompersi la faccia sul selciato, ca­dendo da un'altezza di ventinove metri e rotti... C'è un piccolo balcone sul quale si potrebbero far crescere piselli odorosi anemoni caprifo­glio convolvoli malvarosa, sempre che si desi­derassero delle distrazioni. Strano, questo modo di enumerare scandendo, mi ricorda qual­cuno, non si sa bene perché. Chi? Ecco tutto il problema. Del resto quando dico far crescere, è un modo di parlare; detto tra noi questi vegetali se la sbrigano molto bene da loro. (Ritorna al centro della stanza)  Ma io mi ero fatto una domanda. Cosa fa un uomo solo nella sua... nel suo ritiro? Ritiro: l'espressione non è proprio esatta. Cioè è esatta, se la si considera in una delle sue accezioni più cor­renti: l'eremita nel suo ritiro, il benedettino nel suo ritiro... Ma nel ritiro non c'è anche fuga, manca la volontà per la stessa deliberata decisione di isolarsi. Fuga dal nemico: è una fuga questo continuo ascendere? Un uomo... (va a picchiare lo Smurz)  ... degno di questo nome, non fugge mai. Fuggire passi; ma fuga va bene per il gas. (Pausa, non ride)  No, questo non fa ridere. È strano. Però sovente si batte in ritirata... cosa si batte? Il nemico. Così per ritorno continuo nelle cose questo mio ritiro sarà anche la mia vittoria sul nemico. Quale nemico? (Pausa)  Ecco ciò che bisogna rico­noscere. Non ho raggiunto l'età matura del­l'uomo senza aver manifestato, come tutti gli uomini liberi, un attaccamento all'entità invisi­bile ma palpabile, intangibile, ma quanto im­pressionante, che siamo d'accordo di chiamare la patria, benché nelle lingue straniere abbia un altro nome. Con l'aiuto delle mie ordinarie qualità ho ottenuto, al servizio della mia patria, titoli di riconoscenza discretamente manifestati da qualche filetto dorato sulla manica della giubba. (Si abbassa per aprire la valigia, si rialza e s'interroga)  Quale forza mi spinge, ora, ad indossare la mia divisa di Conestabile di riserva? Sono dunque una bestia da agire se­condo istinto? No! Alla base di ogni mio atto c'è una ragione ragionante, una riserva ragio­nante, un'intelligenza attiva e quasi cibernetica e questo perché essa è governata da una legge più alta e forte di me: il disinteresse. (Si gratta il mento)  Innegabilmente il Rumore è la causa del mio ascendere. E perché vestire la mia uniforme udendo il Rumore? Ah, se qualche staffetta fosse entrata nella stanza coperta di sangue e fango secco, brandendo un messaggio profilato di nero e carico di un amaro signi­ficato, gridando: all'erta! o all'armi! accascian­dosi eroicamente al suolo, certo in un caso simile mi troverei giustificato... (Spinge la va­ligia con un piede)  Ma cosa è successo? Ho sentito un Rumore e sono salito. Una situazione identica a quella in basso. È l'origine che bi­sogna colpire... È il Rumore che è causa di tutto. (Si volta, colpisce con veemenza lo Smurz, ghigna)  Un tempo ho finto di non udire... l'apparenza... di fronte alla famiglia. (Riflette)  La mia famiglia. Avevo dunque una famiglia. A momenti mi sembra di essermi appropriato dei ricordi di un altro. (Ride)  Di qualcun altro, dal momento che sono solo... è impagabile. Per tornare a questo Rumore, non mi si toglierà dalla mente che è un segnale... (Si interrompe, pensieroso)  Sono sicuro che, essenzialmente, la mancanza di una reale calma mi impediva di scoprire l'origine e il fonda­mento delle cose. (Con soddisfazione)  Ed eccone la prova. Sento di essere sulla strada di fare una enorme scoperta. (Pausa)  Un segnale. Un segnale d'allarme, innanzi tutto. Il mio se­gnale d'allarme; ma questo è il suo compito per me. Questo segnale che si fa udire. (Pausa) 

Supponiamo che il problema sia risolto. Abban­dono il campo. Non salgo più di un piano. Bene. Perché? perché sento il segnale. Va da sé che questo segnale è dunque diretto contro il fatto che io resti. Che cosa può dunque acca­dere se resto? Me lo domando e me lo doman­derò sempre, ma il mondo è fatto così. Il se­gnale è diretto contro di me. È dunque aggres­sivo; è un segnale d'attacco. (Ritorna presso la valigia)  Che si voglia attaccare un uomo come me, questo mi riempie di stupore, ma una cosa è sicura: chi dice attacco, dice difesa. E chi dice difesa... (Si sporge e tira fuori dalla valigia la sua uniforme)  Per fortuna, in caso di difesa, sono parato. Conestabile di riserva... non è gran cosa, forse... ma ci penseranno due volte. (Comincia a cambiarsi e mettersi l'uni­forme)  Ecco fatta luce sulla mia situazione. Mi si attacca: mi difendo... o almeno mi pre­paro a difendermi. Per il fatto che in questa stanza mancano le uscite sono incline a cre­dere, mi sono detto, che gli attacchi sono ora­mai senza oggetto. Se si vuole che me ne vada di qui, ho già notato, me ne avrebbero dati i mezzi. (Pausa. Si aggiusta addosso la uniforme) 

La mia sciabola. (Apre un'altro involto arroto­lato a guisa di tappeto e ne tira fuori la spada che cinge)  Metterò il kepì a suo tempo e se sarà il caso. Ricordo...

(Pausa, freddamente) 

Non ricordo. Un uomo della mia età non vive nel passato, sto costruendomi un avvenire.

(Si butta sullo Smurz e tenta di strangolarlo, con fredda calma, parlando con una voce assolu­tamente normale) 

Credo che ciò che starà meglio sulla finestra saranno dei piselli odorosi. Amo il loro profumo.

(Si rialza. Lo Smurz resta inerte per qualche minuto poi ricomincia a gorgogliare ed a riprendersi) 

Dei piselli odorosi che raccoglierò a suo tempo, al momento giu­sto, all'occasione, sarebbe a dire grosso modo quando saranno in fiore. Perché io amo i fiori. Un guerriero che ama i fiori, potrà sembrare bizzarro, ma comunque io sono guerriero ed amo i fiori. Ma forse tale dichiarazione sta a giustificare che non sono guerriero, ma credo soltanto di esserlo?

(Pausa, si rialza e annuncia) 

Confessione. In realtà, quale momento sarebbe migliore per aggredire la realtà, come lo spar­viero la sua vittima, che quello in cui l'uomo, isolato per forza di cose, si trova davanti la sua anima nuda che lo guarda bene in faccia? L'abitudine di giudicare dalle apparenze este­riori è ancorata nel cuore dell'uomo come il muschio alla pietra. In realtà, malgrado la mia divisa, non faccio altro che manifestare una caratteristica nazionale, fondamentalmente anti­militarista. (Pausa)  Ci si perde sovente in con­getture sulle ragioni che spingono nel seno di un popolo il gusto e il desiderio dell'uniforme. (Sogghigna)  Ah... ah... il motivo però è sem­plice: la ragione d'essere del militare è la guerra; la ragione d'essere della guerra è il nemico. E un nemico vestito da militare, per un antimilitarista, è due volte un nemico. Un antimilitarista non ha meno forte il sentimento nazionale e dunque cerca di nuocere al nemico della sua nazione. Ora quale mezzo migliore di opporre al nemico vestito da militare un altro uomo anch'esso militare? Ne deriva da ciò, che tutti gli antimilitaristi devono entrare nell'eser­cito. Così facendo, raggiunge tre scopi: primo irrita il militare nemico; secondo, dispiace nel proprio paese ad un militare di diversa arma, poiché è sacrosanto che tra uomini in diverse uniformi ci si detesti; terzo, egli si trasforma in elemento di un esercito che aborrisce e che perciò sarà un cattivo esercito. Perché un'ar­mata antimilitarista ha in sé il suo cancro e non saprà opporsi ad una vera armata, com­posta di civili patrioti. (Si gratta il mento)  Il mio nemico sarà civile?

(Pausa e cambiamento di tono) 

Si ha torto di consacrare alla pura speculazione un tempo che dovrebbe essere dedicato all'esame delle realtà tangibili, udibili, in una parola accessibili ai nostri sensi. In certi momenti io mi domando se non sto gio­cando con le parole.

(Pausa. Guarda la finestra) 

E se le parole fossero fatte per questo? (Pausa, poi annuncia)  Ritorno alla realtà. Questo ri­torno che interrompe però una confessione ben iniziata, mi sembra essenziale. Prova in effetti che ho idee un po' su tutto, non c'è che con­statare ciò che ho scoperto a riguardo di una uniforme, e l'uniforme banale di un Conesta-bile di riserva. Avrei potuto, e non tutti sono in grado di farlo, dare opinioni su altri grandi problemi dell'uomo... Ma è una lusinga? I grandi problemi non  si pongono unicamente quando si vive in società? (Pausa)  Ora io sono solo. Solo.

(Si gira e vede lo Smurz che si è alzato e si avvicina alla finestra. Ha un moto di paura. Si capisce che per la prima volta egli ha l'impressione di non essere di fronte ad un oggetto. Parla come se volesse difendersi) 

Io ho sempre avuto l'impressione di essere solo, comunque. Ci vorrebbe l'evidenza... Una chiara prova di mutamenti per indurmi a rivedere questa impressione, tanto vicina alla certezza. Ho avuto torto o ragione di ricapitolare prima di passare al repertorio... di fare passare la sintesi, prima dell'analisi? (Si tocca gli occhi, parla come per difendersi)  Vedo. (Si tocca le orecchie)  Sento. Inventario.

(Da questo momento eviterà sempre di più lo Smurz che invece non lo perderà d'occhio un istante) 

Il mondo non ha ragione di stendersi molto al di là dei muri che mi circondano: è sicuro, però, che io non ne sono il centro. Devo elen­care anche i miei organi interni? Forse sarebbe spingere troppo oltre l'analisi. E io non cono­sco il mio corpo di dentro che per sentito dire ed in maniera troppo vaga. È possibile che il mio cuore faccia circolare il sangue, potrebbe anche esser vero che il movimento del sangue faccia battere il cuore... No, soltanto l'esterno. (Va allo specchio)  Con il suo aiuto posso pro­gredire più in fretta. Mi sono sempre chiesto per quale motivo un uomo è portato a desi­derare un indirizzo particolare nel suo aspetto fisico, e specialmente a farsi crescere la barba. (Si carezza la barba)  Forse preoccupato di ri­spondere a questa domanda, mi sono lasciato crescere la barba? E mi sento in grado di affermare che di motivi non ce ne sono: mi sono lasciato crescere la barba per capire per­ché ci si lascia crescere la barba, ma non ho trovato nient'altro che una barba. La barba ha come ragione la barba e basta. (Riflette) 

Buon inizio. No, decisamente le mie capacità non si sono indebolite con l'altezza. (Intenzione nel riferimento all'altezza; quindi si piega con una mano alla fronte)  Mi pare che una volta noi eravamo in molti qui e che faceva meno caldo...

(Si toglie la cintura dell'uniforme, della quale automaticamente si va spogliando piano piano) 

Questa mansarda mi rattrista. Eravamo in molti, ma io conservavo la maggioranza asso­luta. Non siamo più in molti e sento che la mia maggioranza si sta disgregando. Paradosso... a colpo sicuro. Paradosso. (Cambia tono; si affaccenda intorno ad una valigia)  Una volta avevo una rivoltella oltre alla spada. Preferisco la rivoltella. (Tocca la rivoltella, la verifica)  È un'arma leggera, ben manovrabile, che deve permettermi di riconquistare le sedi perdute...

(Punta su alcuni oggetti, indi sullo Smuri, fer­mamente, ma questo lo impietrisce non ces­sando di fissarlo. Abbassa infine l'arma. Diva­gando)

Parlavamo della mia barba? Vive, perché cresce; se la taglio, muore. Una pianta, niente di più di una pianta. (Va alla finestra)  Delle cappuccine, invece di piselli odorosi? Sono bel­lissime e potrei mangiarle in insalata. Prodi­giosa armonia di ossa, di carne, del sistema solare che riunisce nell'uomo il regno animale, minerale e vegetale. Si può dire altrettanto di qualunque altra bestia pelosa; e questo perché... l'uomo è il solo animale che non sia un animale.

 (Freddamente alza la rivoltella, punta, spara sullo Smurz che rimane impassibile. Pausa. Riprende con voce meno ferma) 

A quanto ricor­do questa rivoltella era caricata a salve. Se non fosse così, evidentemente non mi sarebbe ve­nuto in mente di sparare nella mia stanza, col rischio di ferire qualcuno.

(Comincia a girare e rigirare attorno allo Smurz come attorno ad un serpente)

Le persone che si lasciano traspor­tare da atti così sconsiderati, non meritano di fregiarsi del titolo di piante pensanti... Eppure fa comodo. (Mira alle finestre e il vetro si rompe con fracasso)  Beh?! Caricato a salve? (Guarda la pistola e la getta via)  Per ciò che mi riguarda, questo individuo può andare a farsi benedire; bisognerebbe trovare il tempo per fare un inven­tario, ed io non ho questo tempo. L'avevo una volta sul mio camino, in una scatola. (Si inginoc­chia per terra, appoggia un orecchio, ascolta) 

Si devono esser dimenticati di salire. (Finendo di sfilarsi l'uniforme, si ritrova in mutandoni) 

No, non ho più il tempo, forse non l'ho mai avuto. La vita è uno scandalo. Bisogna che mi rivesta. (Fruga nelle valigie e ne ritira un auste­ro completo: calzoni grigi e giacca nera)  Ecco un abito che mi ricorda qualcosa. Una cerimo­nia. Solennità. (Scuote la testa)  No, non rica­verò nulla dagli oggetti. (Si riveste con l'abito che aveva all'inizio)  Così mi sento meglio non c'è che dire. (Scopre un movimento dello Smurz e scatta. Pausa)  Il sentimento della solitudine, nell'individuo adulto può svilupparsi altrimenti che a contatto con i suoi simili? Se è così que­sto sentimento io l'ho provato da sempre e mi veniva da una o da diverse persone con le quali convivevo. Forse, persone ipotetiche. Tento tut­to ciò per facilitare il ragionamento da cui mi libero in questo momento.

(Mentre parla prende oggetti vari dai bagagli e li avvicina allo Smurz come deponesse omaggi) 

Se io mi sentivo solo era perché non ero solo; quindi, ne deriva che se continuo a sentirmi solo... (Si interrompe, va alla porta, cerca di aprirla invano e la batte in un eccesso di rabbia)  Non è vero: sono solo... Ed ho sempre fatto il mio dovere. (Pausa)  Noi corriamo a rompicollo verso l'avvenire e andia­mo così in fretta che il presente ci sfugge e la polvere che segue la nostra corsa ci nasconde il passato. Da qui... l'espressione ben conosciu­ta... (Pausa)  Uh, sono centinaia le espressioni ben conosciute che potrei enumerare... Frasi fatte.

(Comincia ad avere il fiato corto. Pausa. Riprende in tono differente e voce atona)

 Io non sono solo, qui.

(Sembra cercare qualcosa senza togliere gli occhi dallo Smurz. Si sente il Rumo­re lontano che però man mano, distintamente si avvicina) 

Chiudere gli occhi dinnanzi alla evidenza è un metodo che non ha mai dato alcun risultato... passi per un cieco... Non sento nien­te. (Più forte)  Non sento niente. (Prende il trita-legumi dalla borsa gialla e cerca di manovrarlo) 

Una volta almeno ci restava la speranza di una generazione futura che lavasse i panni sporchi degli antenati... nel... in un trita-legumi.

(Grida mentre il Rumore cresce) 

Non sento niente. (Getta il trita-legumi e si guarda le mani)  Que­ste mani sono bianche. (Guarda la finestra) 

L'idea delle cappuccine non era cattiva, ma penso che il caprifoglio mi darà soddisfazioni certo migliori. Più elevate. Non si mangia. Con­trollerò i miei appetiti. (Urla)  Lo giuro, control­lerò i miei appetiti. Per rendermene meglio conto e meglio sopirli. (Si getta in ginocchio ed urla)  Non sento niente, non sento niente.

(Il Rumore cessa, lo Smurz si accascia a terra visibilmente morto contro il muro. Si sente bat­tere alla porta: il Padre si scuote sorpreso) 

Conti? Non ho conti da rendere. Sono stato sempre solo. Nella polvere del passato non distinguo niente. (Traballa, resta attaccato alla finestra)  Copre la gente come le coperte, come i mobili... Erano dei mobili... non erano che dei mobili.

(I colpi sono cessati. Il Rumore ripren­de, molto vicino: brancola, cerca un appoggio per il piede)  Scusate... non sapevo... (Scivola e cade urlando)  Io non sapevo...

(Il Rumore e il buio trasparente invadono la scena: si apre la porta e entrano vaghi, spettrali profili di Smurz).

♦ Copyright 1961 by eredi Boris Vian * Vietato ogni adattamento, anche parziale. Protetti i diritti per il cinema,  la radio e la TV.

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