Il tempo addosso

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IL TEMPO ADDOSSO

Di Carlo Terron

COMMEDIA SEMISERIA IN TRE ATTI

“...Non bisogna mai cessare d’aver desideri.

Credo che non esistano appagamenti

 ma solo desideri che durano a lungo,

per tutta la vita,

 tanto che non si potrebbe nemmeno

attenderne più l’appagamento”.

M. RILKE

“Per essere felici è necessario essere liberi

 e per essere liberi è necessario essere coraggiosi”.

PERICLE

PERSONAGGI

AURELIA        - (Melzi-Branca-Sanvirtù, nata Traversi-Gentiloni), una vecchia sugli ottant’anni, con una testa ancora da cinquanta. La si nomina al primo posto perché non si offenda e ce la faccia pagar cara, ne è capace. Ha messo al mondo due degni figli, qui sotto elencati, decisa a non andarsene da questa terra prima che l’uno sia nominato senatore e l’altro cardinale, figurarsi EUGENIO (Melzi-Branca-Sanvirtù). Cavaliere della repubblica al merito del lavoro, consigliere delegato della M.B.S.: “La calza dei pontefici e dei re”, slogan un po’ anacronistico ma sempre d’effetto, casa fondata nel 1815

CLEMENTE   - (Melzi-Branca-Sanvirtù), vescovo ausiliario, suo fratello, con partecipazione minoritaria nell’azienda per via delle forniture ai seminari e alle missioni

CLELIA           - (Melzi-Branca-Sanvirtù, nata Boetti De Nardis), sposa ad Eugenio, dote versata: tremila ettari di terreni, un terzo fabbricabile

IRENE - (Melzi-Branca-Sanvirtù), loro figlia, malmaritata ad

ALFONSO      - (De Giussani) deputato al parlamento, eletto coi soldi del suocero, naturalmente nel partito democratico-cristiano, ala destra; ultimamente con leggera deviazione verso sinistra, un’inezia prudente in caso di emergenza, ma senza impegno

MICHELE       - (Melzi-Branca-Sanvirtù), diciassette anni, delfino della dinastia, se tutto va bene, chi vivrà vedrà

AUGUSTO     - (Casati-Prandi), un asso della medicina che ha dimenticato qualche pinza all’interno dei malati, ma, santodio, a chi non è successo? distrazioni delle grandi menti

UN GIORNALISTA, nudo e crudo, senza arte né parte, che compie il suo mestiere e basta, passa e non fa storia Di questi tempi, qui vicino, in una piccola città della cintura d’oro, intorno a Milano: trentottomilaseicentodue anime all’ultimo censimento.

PROLOGO NARRATIVO

NON NECESSARIO MA NEMMENO INUTILE (AL REGISTA)

Dove siamo, fra chi siamo? Parliamone fin che esistono ancora. Non ne avranno per molto, il tempo è contro di loro. Perbenismo al oltranza, beninteso, è fuori discussione. Però, alla facilità di farsene un’idea approssimativa corrisponde altrettanta difficoltà di penetrarne completo il senso. Alla prima occhiata, tutto riesce chiaro, più vai in fondo e più diventa maledettamente buio. Il germe della sconcordanza era all’origine. Puoi regolarti col dire: comicità dei modi e serietà della sostanza, ma conta lo stesso anche il contrario: comicità della sostanza e serietà dei modi. Due angolazioni egualmente valevoli. La fortuna è, in gente così, che comico e serio marciano paralleli senza mai incontrarsi, come le rotaie della ferrovia. Ma la volta che si dovessero intersecare, come regolarsi? Uno che intenda raccontarli, voglio dire, e, pur autogratificandosi di una cospicua stima, non si senta propriamente un Bernard Shaw. Tutto qui. Ci ingegneremo. Ma, poi, essi ci interessano fino a un certo punto. Semmai, come cornice al ritratto d’uno di loro, capace di far esplodere il quadro. Entro un perimetro di cinquanta chilometri intorno alla “capitale morale”, stanze imponenti come questa, esempio, se ne incontrano parecchie. Ne tenga conto lo scenografo d’accordo col regista. (Ma quei due lì son sempre d’accordo; è con gli autori e gli attori che non ci sono mai). Non sono sale da ricevimento, non sono saloni da assemblea o da rappresentanza, e, tanto meno, uffici, eppure sono tutto questo insieme. Ci si può così festeggiare un battesimo come firmare un accordo commerciale. Stanno nel ventre di vetusti, severi e piatti palazzi che ingombrano la piazza grande di piccole città bruttissime, custodi di una cattedrale miranda o di un portentoso Raffaello, capitati lì chissà come. Muso a muso: vescovado, municipio, prefettura e loro. Il gioco dei quattro cantoni, senza che nessuno conosca mai quale dei quattro, volta a volta, avrà la meglio. E meno di tutti il Vittorio Emanuele, oppure il Giuseppe Garibaldi, immancabili, che, all’ombra di mustacchioni spropositati, si annoiano solitari nel tetro tedio del bronzo, stracchi morti, al centro delle piazze, tenendosi su a doppia mano sull’elsa della spada; mai a cavallo, per risparmio; ma però sempre larghi di vestiti, quattro misure almeno più del necessario, ogni momento sul punto di cadergli i pantaloni, un’indecenza, posarci su l’occhio, dipende che entrambi eran bassi di sedere; e questo non a causa di risparmio: o son dimagriti col tempo o s’è pensato dovessero ingrassare. Quei saloni, da soli, sarebbero niente: malinconiche anticaglie. Quattro passi e il giudizio si rivela sbagliato. Gli stabilimenti sono alla periferia, cinquecento metri. Nuovi, lucenti, aggressivi, funzionali, pieni di macchine e di camion. “Danno da mangiare a cento famiglie”, mai che si tratti di novantanove. E mettiamo pure solo cinquanta; coi tempi che corrono è sempre una forza e una responsabilità, non occorre essere né la Fiat né l’Alfa Romeo. Quel motto è un blasone e, come ogni blasone, contiene la sua inevitabile dose di minaccia e di ricatto, ma basta intendersi e stare al gioco: tanto a me e tanto a te, c’è tornaconto per tutti: politica, religione, finanza locale, economia particolare. Trattasi, ma sì! delle piccole e delle medie industrie ancora – ma per quanto ?– a raggio familiare, dei figli e dei nipoti, naturale evoluzione delle aziende artigiane dei padri e dei nonni, quando non fecero fallimento e, per evitarlo, niente cultura, bacillo pericolosissimo, massimo il politecnico, e scarse distrazioni, unicamente sul concreto, sul fisiologico e, anche quelle, poche, pochissime, col pensiero di doversi alzare presto domattina. Casa, chiesa e bottega. Mentalità rimasta, anche se la bottega ora è una società anonima, se la chiesa è una speculazione, se le autorimesse contengono la Mercedes dei vecchi e la Giulia sprint dei giovani, e gli armadi rigurgitano di visoni; fin, qualcuna, tre cambi al giorno con colori digradanti dal chiaro allo scuro: mattino, pomeriggio e sera. Si sa: tessili, formaggi, calzature, liquori, macchine agricole, elettrodomestici, edilizia, mobili, salumi, detergenti, ombrelli, giocattoli, e via discorrendo, pettini, perfino: ogni luogo la sua specialità. La storia della Lombardia, la storia della ricchezza della Lombardia l’han fatta loro e non se lo dimenticano, come, in fondo, non hanno mai perdonato a quella testa calda che andava in giro vestito da carnevale – e a cui per giunta, i loro antenati sono stati costretti ad erigere un monumento, oltretutto, nefasto per il posteggio – di esser sbarcato in Sicilia e aver fatto tutta una minestra: “potremmo essere la Svizzera, potremmo!”. Isole singolarmente sovrane d’un arcipelago confederato, i loro titoli azionari non escono dalle casseforti – spesso è una cassaforte sola – della medesima famiglia. Non sono tanto potenti da venir quotati in borsa. E poi a che servirebbe? Offrirsi alla mercé della speculazione concorrente e niente altro. Son però abbastanza minacciosi, quand’è necessario, da tener in pugno l’economia di un Comune e, magari pure, una provincia, considerato i tanti che sono e, nelle poche cose che van d’accordo, van veramente d’accordo e possono anche far paura a Roma. D’altra parte, ad essere giusti, se molto ricevono non poco danno e, sul piano materiale, più o meno i conti tornano. Sul palpabile hanno tutte le ragioni (quasi). Basta. Da quel che vien deciso fra le scure pareti, popolate da ritratti a grandezza naturale, dalle grosse fisionomie, volgari se si vuole, però quanta volpina intelligenza e feroce volontà! intorno ai massicci tavoloni, dietro le portiere imbottite di codeste stanze ovattate, nostalgicamente vecchiotte e barbaramente signorili, inaccessibili ai non addetti al lavoro; testimoni di solidarietà di ferro, tanto quanto di inimicizie d’acciaio, dipende se, il prossimo anno, noi dovremo pagare cinquecento lire in più un paio di scarpe perché, all’estero, possano venir vendute cinquecento lire di meno; o se potremo risparmiarne dieci sul nostro sapone da barba, fortunati di uno sbaglio per eccesso di produzione urgente da smaltire, e fosse soltanto questo. Sopra e sotto, stanno, generalmente, come nel presente caso, le dimore dei vari rami del clan e i loro clan, eguali e diversissimi. È comodo. Qualche decina di gradino in su, o qualche decina di gradini in giù, e il Senato di famiglia è già riunito. In circostanze particolari, penetrando dalla porta di dietro, può accadere che qualche singolo le usi per degli improvvisi bisogni inconfessabilmente privati, naturalmente, otto volte su dieci, circoscritti a predaci lussurie intempestive. Dopo la guerra, s’è fatto più comodo ancora: hanno messo l’ascensore e c’è il sofà (maledizione che scricchiola). Ma è raro, rarissimo. Anche ai più spregiudicati – e sono pochi – anche ai più cinici – e lo sono tutti ma non in questo campo – non riesce agevole sconsacrare i templi. Antiche virtù immalinconitesi lungo le generazioni, in ambigui complessi? Oppure, antichi complessi sublimatisi, col tempo, in malinconiche virtù? Ecco un bel tema di psicologia comparata di classe. Tutto costa e il prezzo pagato e da pagare per esser diventati e conservarsi quel che si è, non fu e non è lieve, ma è diventato un abito mentale, ci sono allenati e non è che pesi un gran che. In difetto di investiture trascendenti e legittimazioni sovrane, non s’è trovato di meglio che la moralità bigotta da mettere a basamento di ogni diritto. Ereditarietà, tradizione, abitudine, ambiente, per non dire opportunità varie, hanno fatto della rispettabilità una Dea vorace sul cui altare non c’è sacrificio bastante. Beninteso, con la buonafede della propria malafede, anche qui se ne possono fare e se ne fanno di cotte e di crude. I cadetti motorizzati delle ultime leve, esempio, misericordia! sono una iradiddio, per dritto e per rovescio, a tutto spiano. Però al largo, nella terra di nessuno. Le loro notti senza alibi: ambrosiane, comasche e luganesi, han di che far inorridire gli avi ed arrossire i padri che pur conobbero qualche notturno sabato non confessabile. Ma è stagione breve. A trent’anni, debitamente accasati con doti sostanzialmente equipollenti, son già rientrati nei ranghi e conducono per mano le figliolette alla prima comunione. Sfoghi di gioventù, dicono, ed è messo a posto tutto; belli, lustri, bianchi e rossi, dietro alla loro scrivania alle otto del mattino, torelli caldi diventati buoi da giogo. È stata una sorta di blenorragia morale, sicuri di guarirne, che va fatta, come quell’altra, se si vuol diventare uomini. Peggio, cioè meglio, le loro sorelle, sempre sotto gli occhi di tutti. Meno male, c’è il rimedio a Milano, fra l’andare e venire all’università del Sacro Cuore, chi la frequenta; e chi no, robetta meno ancora, alla sciata d’inverno e ai bagni di mare d’estate; talvolta – è capitato – si può cavar qualche cosuccia anche dal pellegrinaggio a Lourdes pur di aver pazienza e non essere allergiche all’ afror di seminario: distrazioncelle raramente penetranti in cavità, ma che pur tirano su. Quel che accade più tardi, negli anni belanti, accade, deve accadere, se accade, dietro alla saracinesca del fare senza far apparire, norma di vita succhiata dal seno materno. Qui si può essere ladri come un bucaniere turco o cornuti come un cesto di lumache – e anche tutt’e due: è, anzi, una frequente combinazione simpatica – a patto di non mettere il prossimo nella necessità di non poterlo pubblicamente ignorare: legge secolare, mai scritta ma senza deroghe. Fa parte del capitale morale della famiglia. Con tanti nomi doppi e tripli che spesso portano – è il caso dei partecipi alla nostra storia – eccezione qualche raro aristocratico spiantato, imbarcato per rappresentanza – generalmente non esiste nobiltà di sangue. Li hanno accumulati per strada, naturalmente, attraverso le generazioni, come gli apporti di capitale, in una fitta ed estesa maglia di acconci sposalizi, che li rende, lontani o vicini, tutti parenti; contratti – altra norma inflessibile – in vista del beneficio dell’azienda, mai a soddisfazione del sentimento singolo, passerebbe nemmeno per la mente. Anche le rarissime mosche bianche che si ricordano: qualche pazzo Romeo, qualche testarda Giulietta, una vedova allegra o due, un paio di lunatici scapoli della parrocchia di Oscar Wilde (s’è saputo dopo morti, da corrispondenze segrete indecentissime) son le inevitabili eccezioni a conferma della regola. Eccentricità alonate di scandalo, lentissimamente riassorbite, senza mai perdere una vaga scia di sospetto, anni dopo anni. E tuttavia, vicariando la qualità con la quantità, a suo modo una specie di gretta aristocrazia s’è pur formata: coscienza di casta, orgoglio di potere, superbia di condizione, esclusivismo di funzioni, senso del dovere civico: l’amor proprio di venir dal basso, coltivato, difeso, vissuto ed imposto come un naturale privilegio feudale acquisito da una remota autorità di cui sia andata persa la memoria, ma, col passar del tempo, non abbia fatto che consolidarsi e accrescersi la responsabilità, o qualcosa del genere. Potranno essere guai, in seguito, con quel che deve succedere. Basti, tanto per farsene un’idea, che va avanti da mezzo secolo, fin con ricerche d’archivio pubblicate in edizione numerata, a proprie spese, la questione se il terzo è più importante nome, che, in origine, era il primo, dei MELZI-BRANCA-SANVIRTU’, derivi dalla contrazione delle due parole “santo” e “virtù”, secondo la loro pretesa, a testimonianza delle alte qualità morali e religiose dello ascendente; oppure tutto il contrario,come sostengono gli avversari rossi, dall’italianizzazione del francese sans-vertu, appioppato a un poco di buono, venuto giù con le truppe napoleoniche e fermatosi in terra lombarda a far fortuna, tramite donne, vino, ladrocinii e coltellate. Chissà mai!... argomento da non toccare. È la spina nel fianco alla famiglia. E punge di veleno, chi si azzardi a metterci il dito su.

ATTO PRIMO

Oggi è un gran giornata, qui; magari per ragioni totalmente diverse da quelle che si aspetta questa gente, e ce ne renderemo conto presto. Per il momento, con la sola eccezione del grand’ufficiale Eugenio, intorno al gran tavolo rotondo – o fosse rettangolare? – stanno a sedere, vestiti e atteggiati, autorevoli da far colpo, tutti i Melzi-Branca-Sanvirtù. Sono ad ascoltare e a giudicare, ma sì, una prova generale! Il discorso ufficiale che, fra un’ora, l’onorevole ALFONSO De Giussani, membro acquisito della famiglia, dovrebbe pronunciare davanti alle autorità locali e nazionali, civili e religiose. Purtroppo, la prolissità dell’onorevole De Giussani è proverbiale nel raggio di cento chilometri. La sua tattica è conquistare l’elettorato defatigandolo. Niente paura. Non s’è avuta la scaltrezza di tirar su il sipario al momento della perorazione degli affetti, sulla stretta finale, sennò sareste qui da stamattina. Valgaci, la delicatezza, una disposizione all’indulgenza, anche se sarà lunghetto ugualmente.

DE GIUSSANI          - (unico in piedi, leggendo, or sì or no, su dei gran fogli che tiene in mano) “...E per concludere, poiché bisogna pur concludere, una cosa ancora mi preme dirvi. Oggi, non è, no, il vostro legittimo rappresentante in Parlamento, il deputato, bontà vostra, liberamente eletto, che vi parla da questa nostra vecchia, amata piazza carica di memorie...”. Può ben dirlo. Il 18 luglio 1574, con quel caldo, San Carlo Borromeo, vi fece bruciare, come streghe convinte di possessione demoniaca, previo arrotamento, e taglio delle dita, sette povere isteriche ninfomani, colpevoli di darsi una mano a vicenda per calmarsi i nervi. E il 26 gennaio 1867, con quel freddo, da uno dei balconi che – sembra una fatalità – non mancano mai per cose del genere, l’Eroe dei due Mondi pronunciò naturalmente il solito fatidico “Roma o morte”! accolto da fragorosissimi fischi che lo lasciarono di sasso, ma che, però, non impedirono la muratura di una lapide a ricordo del memorando avvenimento patriottico. Intanto l’onorevole DE GIUSSANI ha continuato: “... Non è, no, il solerte custode dei vostri interessi, che ha nel cuore, prima ancora che nella mente, ogni problema della nostra amata comunità. No, non lo è. Oggi è un semplice cittadino come tutti voi, orgoglioso di essere nato e cresciuto qui. Compatite, quindi, la democratica commozione che mi stringe alla gola quale partecipe diretto all’onore che tocca ognuno di voi. Perché? Perché nominare la nostra città e dire Melzi- Branca-Sanvirtù è la stessa cosa. Sì, è la stessa cosa. Melzi-Branca-Sanvirtù! Chi non avverte la nobiltà che promana da questo nome: la consapevolezza di una presenza, l’esempio di una concordia, la garanzia di una continuità, la sicurezza di un avvenire? Come un secolo e mezzo fa, lo spirito d’iniziativa di un umile artigiano lungimirante: Bartolomeo Sanvirtù, al quale, giustamente, voi avete dedicato una strada, sia pure stretta e puzzolente, ma quello che conta è il pensiero; nella chiusa bottega, alla lucerna, accendeva, dal nulla, la scintilla di un fuoco che, divampando, si sarebbe fatto propulsore del benessere e del buon nome di questo alacre borgo, presto cresciuto, anche per suo merito, ad agiata città, minuscola di spazio e di abitanti ma grande di morali e civili virtù... (Qui sarà da consigliargli di tirare il fiato) ...come allora e più di allora, oggi, i Melzi-Branca-Sanvirtù sono al loro posto, sull’attenti e rispondono: presente!”.

CLEMENTE         - (il vescovo. Protestando, forse persuaso che il discorso sia finito lì) Eh no, perdio!

DE GIUSSANI     - Lei, vescovo, dice perdio e non vuole che io, deputato, dica presente?

CLEMENTE         - Strozzato così, alla fine del discorso, può prestarsi a interpretazioni equivoche. Possibile che non te ne renda conto?

IRENE                   - (che è sua moglie, beninteso non del prelato, dell’onorevole) Metti che, in piazza, ci sia un fascista e ti risponde: a noi!

CLELIA                - (sua suocera, non di lei, di lei è madre; di lui, il deputato) Quella carogna del presidente delle opere pie, per esempio.

DE GIUSSANI     - Ce n’è ancora.

CLEMENTE         - Fascisti? Lo credo bene.

DE GIUSSANI     - No. discorso. Non è finito.

IRENE                   - (sarcastica) Naturalmente! Nessuno si faceva delle illusioni.

CLEMENTE         - Comunque, in ogni caso, presente no!

CLELIA                - In questa fogna di città, hanno una memoria di ferro. Deve essere l’aria.

AURELIA             - (la vecchia, progenitrice di tutti) Lasciatelo terminare. Le critiche dopo. Siamo qui apposta.

IRENE                   - Così ce lo saremo sorbito due volte. La prova generale in casa e la rappresentazione ufficiale in pubblico.

AURELIA             - Se non ti va, puoi andar a far due passi.

DE GIUSSANI     - Procedo?

AURELIA             - Dai!

CLEMENTE         - Però, presente, mi fai la cortesia, niente!

AURELIA             - Zitto, tu!

CLEMENTE         - Come vuoi, mamma.

DE GIUSSANI     - Dove ero rimasto?

IRENE                   - A “I Melzi-Branca-Sanvirtù sono al loro posto e rispondono: presente!”.

CLEMENTE         - Ma, vi ripeto, non possono rispondere presente, abbiate pazienza.

MICHELE             - (adolescente, lui!) Perché, zio?

CLEMENTE         - Perché lo hanno risposto troppe volte prima. Tu non puoi capire, ragazzo mio, non eri ancora nato. È una parola che è diventata sospetta persino nelle caserme.

AURELIA             - Ho detto di continuare.

CLEMENTE         - Va bene, scusa.

DE GIUSSANI     - (cercando di ritrovare il tono) “... Non a caso, non a caso, non a caso...”.

IRENE                   - Non a caso: abbiamo capito.

DE GIUSSANI     - Sennò come mi rimonto? E se tu hai deciso di smontarmi, il discorso puoi pronunciarlo tu. Non chiedo di meglio che liberarmi di questo fastidio.

IRENE                   - Eh già, una volta tanto, sei costretto a non parlare soltanto per te stesso.

DE GIUSSANI     - La difficoltà, cara mia, è far passare per progressisti dei reazionari come voi.

IRENE                   - Come noi, vorrai dire. Che, per caso, tu ti senti esonerato?

CLELIA                - (di rincalzo) Con quello che ci è costato mandarlo in Parlamento!

IRENE                   - Ecco il risultato d’aver voluto che fossi per forza la moglie di un uomo politico.

CLELIA                - I propri errori si riconoscono sempre troppo tardi, figlia mia.

IRENE                   - E tutto per il calcolo di ottenere una fornitura all’esercito.

CLELIA                - Taci che, se non altro, quella la si è ottenuta.

IRENE                   - Ben altro avrebbe il diritto di ottenere una moglie dal proprio marito, nelle famiglie in cui persiste l’uso di non dormire, almeno per i primi anni, in camere separate.

MICHELE             - Per esempio?

IRENE                   - So io.

CLELIA                - IRENE, ti prego, non scandalizzare tuo fratello.

IRENE                   - Anzi, non potrei che edificarlo.

CLEMENTE         - Hai scelto male il momento,

IRENE. Se gli dai dell’impotente adesso, lo smonti completamente.

DE GIUSSANI     - Una parola di più su questo argomento, piglio la macchina, parto per Roma, mi chiudo a Montecitorio e non mi rivedrete mai più.

IRENE                   - Che ne dici, mamma, è il caso di prenderlo alla lettera portando in fondo l’argomento?

CLELIA                - Il guaio è che è un uomo senza parola. Sarebbe tempo buttato dalla finestra.

CLEMENTE         - Via via, caro De Giussani, la colpa è mia di aver usato un termine improprio.

IRENE                   - intendeva affermare il suo legittimo desiderio di maternità, riferendosi al rigore, forse eccessivo, di una morale astinenza, cristianamente lodevole ma, igienicamente, può darsi, poco raccomandabile.

IRENE                   - Chiamala come vuoi, zio; per me non è questione di termini. Io non sono formalista. Sono soltanto sana.

CLEMENTE         - E un po’ sensuale, devi ammetterlo.

DE GIUSSANI     - E io non sono stupido.

CLELIA                - Sei anche bugiardo.

DE GIUSSANI     - Perché?

CLELIA                - Perché asserisci di non essere stupido.

DE GIUSSANI     - Non c’è pericolo che lei si dimentichi una volta di fare la suocera.

IRENE                   - Vada a compenso della tua pervicace dimenticanza di fare il marito.

MICHELE             - Ho capito. Povera IRENE.

CLELIA                - MICHELE! Certe cose alla tua età, non le devi conoscere!

IRENE                   - E invece è bene che le conosca. Dopotutto, si tratta di sua sorella e di suo cognato. Intanto, così, senza parere, ci si rende edotti delle parentele.

DE GIUSSANI     - (al prelato) Lei, zio, porta una veste che la mette in grado di giudicare. È possibile che la gelosia possa far parlare così una donna che, se non altro per la famiglia dalla quale esce, minimo dovrebbe avere la testa sul collo?

IRENE                   - Gelosia? Sarebbe, guarda, come aver paura che qualcuno ti rubi l’automobile quando non gli funziona il motore.

AURELIA             - (al figlio vescovo) Intervieni tu o li devo prendere tutti a schiaffi io, te compreso?

MICHELE             - E io che c’entro?

AURELIA             - Tu non sei vestito di blu!

CLELIA                - Tua nonna ha ragione, MICHELE.

MICHELE             - Vuoi dire?

CLELIA                - Sì, caro, per la cerimonia devi vestirti di blu, e metti dentro la testa nella camera di tuo padre, raccomandagli di spicciarsi. Non deve essere lui, il protagonista, a scombinare l’orario della cerimonia.

IRENE                   - Sarà alle prese col colletto duro e col primo tight della sua vita. Avremo da assistere ad uno spettacolo divertente...

DE GIUSSANI     - Sente che acidità? Nemmeno a suo padre porta rispetto.

CLELIA                - Dio sa se mi dispiace, ma qui devo dargli ragione, IRENE.

IRENE                   - E così, anche fra voi, avete trovato un punto d’intesa.

AURELIA             - (sempre al vescovo come ci aspetta il saldo di un conto) Allora?

MICHELE             - Per la miseria, chi m’avesse detto che mi sarei dovuto vestire di blu! Se ne va col broncio, accompagnato dalla voce di sua mamma: “Ricordati di far fretta a tuo padre”.

CLEMENTE         - Ragazzi, ragazzi, gli occhi e gli orecchi di tutta la Lombardia sono su di noi. Non dimentichiamo mai il nome che portiamo.

CLELIA                - E dove viviamo.

CLEMENTE         - E il delicato momento politico che il Paese sta attraversando.

AURELIA             - Rispettabilità e concordia sono il nostro maggior capitale, l’unico che frutti.

CLEMENTE         - In cielo, l’unico che frutti.

AURELIA             - Anche in terra. Ed è meno difficile intendersi con Dio che coi propri simili. Ma sembra che nessuno se ne ricordi. Da una generazione all’altra, è un continuo precipitare. Belli esempi, sì! (All’oratore) E allora, vogliamo andare avanti?

DE GIUSSANI     - (riprendendo come un giradischi ricaricato) “...Non a caso, non a caso – due volte era già previsto nel testo – cadono nel medesimo giorno di questo radioso maggio, il centocinquantesimo anniversario dell’azienda che ha la responsabilità di far da spina dorsale alla economia locale, assicurando pane e companatico a cento famiglie, e il compleanno del suo attuale, beneamato capo...”. Si immobilizza, tacito, a braccia conserte.

AURELIA             - Perché ti fermi?

DE GIUSSANI     - Qui applaudiranno. O no? vorrei vedere che non applaudissero, col pacco dono che è stato mandato alle famiglie di tutti i dipendenti.

CLELIA                - Io, ad ogni modo, non ci farei troppo conto.

AURELIA             - Tu, comunque, tienti pronto a proseguire difilato.

CLELIA                - Fa’ una cosa: regolati con la scusa di buttar giù un sorso d’acqua minerale e sta a vedere.

IRENE                   - Ne avrà bisogno di un fiasco. Son due ore che chiacchiera senza concluder niente di concreto.

CLEMENTE         - Ecco, semmai, mia cara, un pregio più che un difetto. E poi, devi tener conto il partito al quale appartiene.

IRENE                   - Ma è anche il tuo, fino a prova contraria.

CLEMENTE         - Per carità, che confusione fai, nipote mia? Democristiani noi? Provvisoriamente, in mancanza di meglio.

DE GIUSSANI     - Sta a vedere che, alle prossime elezioni, non potrò nemmeno contare sui voti clericali, adesso!

CLEMENTE         - Anzi, al contrario. Per quell’epoca, avrai avuto tutto il tempo di diventar socialista: non hai nulla da temere.

DE GIUSSANI     - Un bel consiglio, sì, mi dà.

CLEMENTE         - Caro, come si son messe le cose, se vuoi conservare i nostri voti è l’unico partito che ti resta.

DE GIUSSANI     - Dice sul serio?

CLEMENTE         - Ma certo. Tu li raddoppierai, i tuoi voti.

DE GIUSSANI     - Bella forza, se i democristiani devono diventare socialisti.

CLEMENTE         - Non ci si deve formalizzare sulle parole. Sono i socialisti che devono diventar democristiani. Occorre solo che non se ne accorgano.

DE GIUSSANI     - Io non capisco.

CLEMENTE         - Non è necessario. È sufficiente che capiamo noi. Se si è in troppi, si fa sempre confusione.

AURELIA             - Torniamo a divagare?

CLEMENTE         - Non sono divagazioni, mamma, sono soltanto modesti consigli di politica previdente.

AURELIA             - Posso farmi un’idea di questo laborioso discorso, sì o no?

DE GIUSSANI     - Non si fida?

AURELIA             - (sapienza di un matriarcato!) Neanche un po’. In novanta anni di vita, ho imparato che niente deve essere lasciato al caso, e meno ancora deciso dagli altri, quando si può decidere da sé.

CLELIA                - (fra i denti) Volevo ben dire che si smentisse proprio questa volta!

DE GIUSSANI     - (tornando a raccogliere le sue carte) Io sono pronto.

IRENE                   - Non chiede di meglio, lui: deve provare gli effetti.

CLEMENTE         - Quello che mi raccomando: la concordia. Ricordarsi, figliolo, il tema delicato della concordia fra capitale e lavoro. Leggero, sfumato ma inequivocabile, e ricorrente.

DE GIUSSANI     - Se non si continuasse ad interrompere, ero proprio giunto al punto. Però, se mi dice che per rimaner democristiano, devo diventar socialista...

CLEMENTE         - Hai tempo, hai tempo.

DE GIUSSANI     - (riprendendo, gigione) “...Ebbene, amici lavoratori, esistono coincidenze che non sono coincidenze, bensì misteriosi avvertimenti. Solo una squallida e gretta concezione materialistica del divino dono della vita, inaridita e intristita dall’odio di classe, incapace di sollevare lo sguardo riconoscente verso l’imperscrutabile mistero che guida i passi del nostro transito terreno, potrebbe pensare a una coincidenza casuale...”.

CLEMENTE         - Ben detto.

DE GIUSSANI     - “...Eccellenza, Eminenza, signor prefetto, signor sindaco, amico presidente della camera di commercio, cari rappresentanti sindacali, l’unione...”.

IRENE                   - Hai dimenticato l’arciprete.

DE GIUSSANI     - Ma ho nominato il cardinale.

CLELIA                - Vorrei vedere di no. Si muove apposta da Milano.

DE GIUSSANI     - Allora, come mi regolo? Nomino anche l’arciprete? Non sembrerà eccessivo alle sinistre?

CLEMENTE         - Ubi maior, minor cessat.

DE GIUSSANI     - Cioè?

CLEMENTE         - Niente arciprete.

DE GIUSSANI     - (riprendendo) “...Eccellenza, Eminenza, eccetera... – niente arciprete - ...l’unione concorde, da voi, qui, testimoniata con la vostra presenza, esprime un significato che va aldilà del pur memorabile avvenimento che tutti commuove in quest’ora. Onorando questo galantuomo all’antica, generoso, onesto e pio, dal quale si irraggiano le migliori qualità dell’operosa e tenace gente lombarda; qualità, oggi, troppo sovente...”.

IRENE                   - Spesso. Sovente è un francesismo. Lo sa perfino MICHELE.

DE GIUSSANI     - E va bene: “...Troppo spesso, ahimè, sottovalutate; quest’uomo, mi appello a voi compagni lavoratori...”.

CLEMENTE         - Amici.

DE GIUSSANI     - “...Compagni ed amici lavoratori...”.

CLEMENTE         - Amici senza compagni.

DE GIUSSANI     - “... Mi appello a voi, amici lavoratori, quest’uomo che avete visto sempre primo arrivare e ultimo lasciare il posto della sua diuturna fatica al vostro fianco; quest’uomo che, del lavoro, ha fatto una missione; della famiglia un culto; della fede, un imperativo morale; dell’amore alla propria città, una gioia generosa e della solidarietà con le masse lavoratrici una non meno generosa consuetudine; onorando quest’uomo, dico, voi onorate una città. E, come il fiume torna al mare e il mare torna al fiume, onorando una città, onorate una famiglia”. È sufficiente o vi devo citare uno per uno?

CLELIA                - Non è necessario, ci conoscono abbastanza.

AURELIA             - Uniti, uniti.

DE GIUSSANI     - E allora facciamo: “Tutti per uno, uno per tutti. Ebbene, vi dico e concludo...”.

IRENE                   - Volesse il cielo!

DE GIUSSANI     - “Questa famiglia non è una famiglia...”.

AURELIA             - No? e cosa siamo?

CLELIA                - Come sarebbe a dire?

DE GIUSSANI     - In malora! Lasciatemi spiegare.

CLEMENTE         - Sono fiori retorici dell’oratoria dorotea,

CLELIA, abbi pazienza.

DE GIUSSANI     - “...Ovverossia, è, sì, una famiglia, ma è più di una famiglia, ...lasciatemela chiamare una democratica dinastia, un fascio di opere e di pensieri, di sentimenti e di virtù, volti all’unico fine del bene comune nella giustizia sociale e della privata solidarietà nell’intimità della propria casa..”.

CLEMENTE         - Fossi in te, taglierei il fascio e lo sostituirei con blocco. “Un blocco di opere...”. non per niente, ma certe parole restano come magnetizzate; suscitano strane associazioni di idee, mettono in moto discoli riflessi condizionati.

DE GIUSSANI     - (lo cancella in silenzio e via di nuovo) “...Questa famiglia...”-

CLELIA                - Meno male, si torna ad essere una famiglia!

DE GIUSSANI     - “...Questa famiglia, preclaro esempio di specchiatezza, non ha né principio né fine. Essa conobbe e conoscerà i suoi alti e i suoi bassi, il suo crescere e il suo calare, i periodi felici e i momenti difficili, le sue luci e le sue ombre. Ha i suoi moti come le maree e i suoi cicli come i pianeti. Ma una cosa è sicura e, su essa, potete contare: voi, i vostri figli, e i figli dei vostri figli: essa mai cesserà di brillare nel cielo della nostra città; perché mai verrà meno agli impegni, duri ed ardui impegni! assunti verso la collettività; e ai doveri, alti doveri! contratti con la Provvidenza. Labor et Virtus!”.

IRENE                   - E chi lo conosce il latino, fra tutti quegli scalzacani?

DE GIUSSANI     - Vorrai mica che glielo traduca in italiano, o magari, in dialetto. Sarebbe tutt’altra cosa.

CLELIA                - Eh già; in dialetto, il lavoro è lavoro sul serio.

CLEMENTE         - Veramente, adesso si dice anche la messa in italiano.

AURELIA             - A questo mondo non si è mai chiari abbastanza. Regolati così: prima lo mormori in latino e poi lo gridi in italiano. Come fa, CLEMENTE?

CLEMENTE         - Lavoro e virtù, mamma.

DE GIUSSANI     - (provando l’effetto) Labor et Virtus: lavoro e virtù. C’è un certo calo, però compensato dall’aumento di tono.

CLEMENTE         - Sposta: nomina prima la virtù. È una sfumatura ma sottolinea il senso di una gerarchia di valori ed ha, forse, maggiore efficacia.

DE GIUSSANI     - Labor et Virtus, Virtus et Labor: virtù, pausa, e lavoro! Bene. L’effetto, più o meno, rimane e si finisce con una parola maggiormente vicina al popolo. E, con la soddisfazione dipinta in viso, si pone a rivedere le sue cartelle. C’è però un passaggio... dov’è?... là dove fa: “al posto della sua diuturna fatica...”. ecco. Qui dovrei ricordarmi di tirare il fiato, sennò mi manca la voce e buonanotte! stecco. Mi ci vorrebbe...

IRENE                   - Un punto.

DE GIUSSANI     - Quale punto?

IRENE                   - Un punto fermo semplicemente. Di quelli che si fanno con la penna. Avrai sentito parlare, spero, della punteggiatura.

CLEMENTE         - (offrendogli una matita) Metticelo, figliolo. Accontentala.

DE GIUSSANI     - ringrazia e ce lo mette.

DE GIUSSANI     - Ottimo. Ora sono tranquillo. Tutto considerato, mica male.

CLEMENTE         - Lunghettino, se proprio vogliamo. Forse forse, anche, ma appena, un pochettino demagogico.

CLELIA                - Che, che! Per me, si sente che è entrato nella famiglia dalla porta di servizio. Acquistato, voglio dire. Parla dei Melzi-Branca-Sanvirtù come se dovessero giustificarsi e chiedere scusa di ciò che sono. Non ha capito niente.

DE GIUSSANI     - Ma cosa le ho fatto, a lei, che mi deve detestare al punto da nominarmi in terza persona? Cosa le ho fatto?

CLELIA                - (naturale e dolce) Non sei dei nostri, caro.

DE GIUSSANI     - (al prelato) Mi difenda lei. Se non per altro, per carità cristiana, che dovrebbe essere il suo mestiere.

CLEMENTE         - Non è il caso di drammatizzare, ALFONSO. Espresso un po’ brutalmente, secondo la sua natura schietta e sincera, qualcosa di vero nelle parole di mia cognata, c’è.

DE GIUSSANI     - La persecuzione lei la chiama natura schietta e sincera. Ah, andiamo bene.

CLEMENTE         - Non vorrei che tu avessi ad equivocare, figliolo. Più che altro una sensazione. Un semplice qualcosa di non ancora ben assorbito, amalgamato, ecco tutto. Ma non ti devi preoccupare. Solo aver pazienza. Col tempo, arriverai ad assimilarti a fondo anche tu.

DE GIUSSANI     - (cercando aiuto presso la vecchia) Bè, e lei è rimasta muta?

AURELIA             - Sono d’accordo con mia nuora. È un’impressione che ho provata anch’io.

DE GIUSSANI     - Ma se non ho fatto che scaricarvi addosso carrettate di lodi.

AURELIA             - Appunto. Non erano necessarie e nessuno te le ha chieste.

CLELIA                - E tu, IRENE?

DE GIUSSANI     - Figurarsi lei!

IRENE                   - Che vi devo dire? Io sono allergica, lo sapete. A me, tutte le volte che lo sento parlare, mi sembra di venir trasferita in un paese sottosviluppato. Parlo mentalmente, beninteso: l’Africa o giù di lì.

DE GIUSSANI     - Razzista! E non facevi che ripetere d’aver simpatia dei negri.

IRENE                   - Moltissima, ma per tutt’altre cose.

DE GIUSSANI     - Che ne sai?

IRENE                   - M’è stato riferito.

DE GIUSSANI     - Ah, ma è una congiura. Dovevate dirmelo subito.

CLEMENTE         - Ma no. Si tratta solo di sintonia, di dosatura, di orecchio, ecco: la percezione del rapporto esatto con l’ambiente. Ci vuol tempo, ti ripeto, ci vuol tempo. Del resto, nemmeno la

CLELIA                - è diventata una Melzi-Branca-Sanvirtù dall’oggi al domani. E ora, è, si può dire, il nostro diapason. Tempo e pazienza.

CLELIA                - A proposito di tempo, qui, non ne resta mica più molto. Fra poco sentiremo arrivare in piazza la banda con la solita sinfonia della “Gazza ladra”.

CLEMENTE         - Ma non conoscono che quella! La suonavano quando stavo ancora in seminario.

CLELIA                - Ne conoscono anche un’altra. Ma è la marcia funebre di Chopin e, generalmente, la usano per i funerali. Capirai, non era il caso.

CLEMENTE         - Mi sbaglio, o, al momento di tracciare il programma, si era accennato alla “Danza delle ore”?

CLELIA                - Hanno provato: troppo difficile.

AURELIA             - Soprattutto, troppo frivola, data la circostanza.

CLEMENTE         - Peccato. L’avrei ascoltata con piacere.

CLELIA                - Eh lo so. Pazienza.

AURELIA             - Ora, da bravo, onorevole, vai di là e riduci il tuo discorso a un quarto. Se ti riesce anche meno: meglio. Tagli tutti i concludo che non concludono mai, i lasciatemi dire e i lasciatemi soffrire, il crescere e il calare, le coincidenze che non sono coincidenze, il nodo alla gola, la commozione democratica, la giustizia sociale, la botanica, l’astronomia, gli incendi col petrolio, i fiumi, le maree, i pianeti, tutti i punti esclamativi, nonché i gesti da prelato e le facce da sacrestano, ché, in fin dei conti, non sei ancora né Moro né Andreotti.

CLEMENTE         - Sei un po’ più simpatico, vuol dire, in altre parole.

DE GIUSSANI     - Ma non resterà più niente, non avrà più eleganza, ne scapiterà lo stile.

AURELIA             - Appunto. Non deve essere un discorso elettorale a titolo personale; ma un semplice ringraziamento, come parente di un certo rango, a nome del festeggiato e, beninteso, della famiglia. Secco, breve e conciso. Senza tanti festoni di parole, facendo capire, senza dirlo, ma chiaro, che quelli che dovrebbero ringraziare sarebbero loro, non noi. E si passa subito alla messa in chiesa e poi al rinfresco in municipio.

CLELIA                - Sì perché, dico, alla resa dei conti, la benedizione del Santo Padre con la medaglia del suo pontificato, recata dall’arcivescovo, il messaggio del Capo dello Stato portato dal ministro dell’industria: tanto di cappello, tutte cose belle, importanti e gradite. Però, non dobbiamo dimenticare che noi diamo al Comune un asilo nuovo di zecca con, perfino, lo spreco antigienico delle docce, e si piglieranno tutti, a dir poco, una pleurite, abituati come sono a fare il bagno, sì e no, a Natale e a Pasqua; e alla chiesa un campanile a punta, alto sessanta metri, con la fornitura di campane al completo: sei, del diametro da cinquanta centimetri a due metri.

CLEMENTE         - CLELIA, non si poteva regalare un campanile muto.

CLELIA                - Tant’è vero che glielo regaliamo che parla, che urla addirittura.

AURELIA             - Sono d’accordo. Anche se era nostro dovere e nostro interesse. Insomma, tocca all’arcivescovo e al ministro parlare a lungo. E poi dovranno pur disturbarsi a dir grazie anche il sindaco e l’arciprete. Noi non dobbiamo portar via il tempo a nessuno. Oltretutto, è una questione di delicatezza.

CLEMENTE         - E di misura. Giusto mamma.

IRENE                   - Dovrebbe, penso, pronunciar due parole anche papà che è il bersaglio della cerimonia.

CLELIA                - Figurati quello, orso come è sempre stato.

AURELIA             - Eugenio non deve aprir bocca.

IRENE                   - Perché? Dopotutto, non è né ebete né muto. Ed è il padrone.

AURELIA             - Proprio per questo. Parlando, non potrebbe farlo altro che per ringraziare di persona. E sarebbe un diminuirsi. Non capisco come non riusciate a non rendervene conto. Sarà abbastanza che stringa la mano al ministro, che baci l’anello al cardinale...

CLEMENTE         - Invertiti.

AURELIA             - Cosa invertiti? Per amor del cielo, CLEMENTE, che discorsi sono?

CLEMENTE         - Prima l’anello al cardinale e dopo la stretta di mano al ministro, intendo dire.

CLELIA                - Ah, meno male.

AURELIA             - Non dimenticarti di ricordarglielo. Quindi, una manata sulla spalla al parroco e una pacca sulla pancia al sindaco e avrà fatto assai più del suo dovere. Ma s’è già perso tempo abbastanza ed è venuto il momento di far tornare il giovane MICHELE, naturalmente vestito di blu, senza, con ciò, cessare di rimanere un bel ragazzo, anche se gli manca la cravatta, perché, quella, la sventola in mano.

CLELIA                - Finalmente, senza quel disgustoso maglione, hai riacquistato l’aspetto di un cristiano battezzato.

MICHELE             - Chi mi allaccia il cravattino, piuttosto?

CLEMENTE         - Qua, che ci provo io.

MICHELE             - (mentre lo zio si industria a fargli il nodo) Sì che siete fortunati, voialtri preti.

CLEMENTE         - Vuoi dire?

MICHELE             - Avrete il disturbo della sottana ma siete privi del fastidio di questo laccio al collo.

AURELIA             - CLELIA, dagli una sberla.

MICHELE             - A me?

AURELIA             - A te, sì.

CLELIA                - E te la meriteresti.

MICHELE             - Oh bella! E perché?

AURELIA             - Perché non è così che si parla a un vescovo.

MICHELE             - Se credi di parlargli meglio tu.

AURELIA             - Io l’ho messo al mondo e, fin che al mondo ci resto, lo tratto come mi pare.

IRENE                   - E anche tutti gli altri, naturalmente.

AURELIA             - E anche tutti gli altri. Comincia a circolare, nelle ultime generazioni, un’aria di disordine e di anarchia da far paura.

CLEMENTE         - Hai inteso,

MICHELE?

MICHELE             - E’ ben perché ho inteso.

CLELIA                - Chiedigli almeno scusa.

MICHELE             - A chi?

CLELIA                - A tuo zio.

CLEMENTE         - Come già fatto.

AURELIA             - Cattivo prelato e pessimo educatore!

MICHELE             - Sto bene così? Tutto a posto?

CLEMENTE         - Un vero principe ereditario pronto per la presentazione ufficiale.

IRENE                   - Ora vedremo arrivare anche il sovrano in carica a farsi abbottonare il colletto.

MICHELE             - Mi par difficile. M’ero scordato di dirvi che, il papà, in camera sua, non c’è.

CLELIA                - Come, in camera sua non c’è?

MICHELE             - Non c’è, semplicemente.

CLELIA                - Dove si sarà andato a cacciare? Basta una volta che debba uscire dalle sue abitudini e bisogna condurlo per mano come un bambino. E, senz’altro aggiungere, va in cerca di recuperarlo.

AURELIA             - Capace di non aver voluto rinunciare, nemmeno stamattina, a far la sua scappata allo stabilimento. Questi son uomini veri! Stacca il telefono che si trova a portata di mano e chiama un numero. “... Il commendatore... Immediatamente... Sì. Passami il padrone... Sua madre! Fate anche finta di non riconoscermi?... Sicuro?... Va bene, basta così... Basta così ho detto...”. allo stabilimento non l’hanno visto. È di ritorno CLELIA. Sull’allarmato, per dar progressivamente nel sospettoso.

CLELIA                - Non c’è.

MICHELE             - Te lo avevo detto.

CLELIA                - Non c’è in tutta la casa.

CLEMENTE         - Mica può essersi volatilizzato.

CLELIA                - Pare di sì.

IRENE                   - Sarà a perder tempo chiuso in bagno a farsi bello. Non è che abbia mai avuto molta pratica di queste cose.

DE GIUSSANI     - (che finora, s’è fatto sentir poco, occupato a mutilare la sua orazione) Dio del cielo, sarà mica il classico infarto in bagno?... Avrebbe scelto il giorno meno adatto.

IRENE                   - Non dir cretinate!

AURELIA             - Come non ci conosci! Un Sanvirtù non sceglie un giorno come questo per andare all’altro mondo. E men che meno tuo suocero.

CLELIA                - Non c’è nemmeno in bagno.

AURELIA             - Vedrai che è andato a comunicarsi. Una buona mossa.

CLEMENTE         - Può essere. Tanto più che, pignolo come lo conoscete, avrà voluto verificare di persona che tutto sia in regola per la posa delle prime pietre. Non ho mai assistito a cerimonie del genere senza che l’arcivescovo non ne uscisse con la veste sporca di calcina. Tu, MICHELE, fa una corsa giù e dà un’occhiata.

AURELIA             - Che si sbrighi, perché manca poco.

IRENE                   - Ci vada pure, ma penso che non avrebbe scelto l’ultimo momento, non è da lui. Sembra che non lo conosciate. È sempre stato puntuale come una cambiale.

MICHELE             - Allora, ci vado o non ci vado?

CLEMENTE         - Va, caro, va. E il giovanotto è già fuori.

CLELIA                - Macché, macché! Non l’ho voluto dire presente il ragazzo.

DE GIUSSANI     - E’ scappato con una donna! Mio suocero aveva una amante.

IRENE                   - Possibile che le prove di stupidità che vai fornendo a getto continuo non ti bastino mai? Concediti un po’ di riposo, ogni tanto, figlio mio. Un amante, papà! Pover’uomo: San Giuseppe che si fa Don Giovanni.

CLELIA                - Intanto, il suo letto è ancora intatto, la camicia da notte piegata sotto il guanciale, né la Berta, né Francesco, nessuno, stamattina, l’ha veduto. Non ha dormito in casa, capito? Non ha dormito in casa! È spaventoso.

DE GIUSSANI     - Visto? Per me, dite quel che volete: aveva una doppia vita. L’infarto non gli è venuto in bagno? Gli è venuto tra le braccia della sua amante.

CLEMENTE         - Abbi pazienza, almeno non gettar olio sul fuoco.

AURELIA             - Ma se, alla sua età, di sera, sarà uscito, sì e no, mezza dozzina di volte. E mai solo. Ha ancora paura del buio, alla sua età.

IRENE                   - Si vede che questa è stata la settima.

AURELIA             - Non conosce nemmeno le strade. Più che da casa alla fabbrica, non s’è mai avventurato.

IRENE                   - Insomma, se in casa non c’è, uscito è uscito.

CLELIA                - E se la sua camera è rimasta intatta non ci ha dormito.

CLEMENTE         - Fa il piacere, De Giussani, butta uno sguardo in garage se vedi l’automobile.

DE GIUSSANI     - (fermato nel prendere il telefono) Si fa più presto a domandarlo all’autista.

CLEMENTE         - E’ meglio non intromettere estranei. E, poi, si è sicuri che non manchi anche l’autista?

DE GIUSSANI     - Come vuole. Vado.

AURELIA             - Senza dar sospetto. E lui va. Già sarà inutile. Probabilmente son tutti diversivi e false piste per creare suspence, come usa oggi.

CLELIA                - (prima ancora che suo genero uscisse) Oddio, CLEMENTE, pensi ad una disgrazia in macchina. Guardami negli occhi: non negarlo: tu pensi a una disgrazia.

CLEMENTE         - Io non penso a niente. Stiamo calmi. Anzi, una disgrazia la escludo. Se si fosse trattato di un incidente, lo sapremmo già. Gli ospedali, la polizia, un uomo conosciuto come lui, figurati!

AURELIA             - Naturalmente, ieri sera, nessuno si è curato di farsi dire dove andava.

CLELIA                - E chi si sognava nemmeno che sarebbe uscito? Da un po’ di tempo non è più lui. S’è fatto incomprensibile. A cena, butta giù un boccone senza farsi venir fuori una parola di bocca, poi si ritira nel suo studio e buonanotte, fortunato chi lo rivede fino al giorno dopo.

AURELIA             - Ecco i bei risultati di dormire in camere separate, alla moderna.

CLELIA                - Abbi pazienza, non è colpa mia, se tuo figlio russa come un treno merci.

AURELIA             - Sì, sì, lasciamo perdere. Si ritira nel suo studio e poi?

CLELIA                - Che se ne sa e poi? Può star là, solo, a cercar le pulci al cane, può scendere da

IRENE                   - al primo piano, può fare un salto su da te al terzo, può combinarne di cose!... La settimana scorsa s’è persino scoperto che leggeva la Bibbia, figurati!

CLEMENTE         - Hai detto la Bibbia?

CLELIA                - La Bibbia, la Bibbia.

CLEMENTE         - Dà da pensare. Un cattolico che si mette a leggere la Bibbia è sempre poco rassicurante.

AURELIA             - Lo sbaglio mio, diventata vedova, è stato di ritirarmi a vivere al piano di sopra. Se fossi rimasta qui, al mio posto, certe cose non sarebbero accadute.

CLELIA                - Nessuno ti ci ha obbligato, mamma.

IRENE                   - Non poteva fare altrimenti. È la regola di tutte le regine madri.

CLEMENTE         - IRENE, da brava!...

IRENE                   - Comunque, per chiudere l’argomento, quando son pochi saranno due mesi che non scende le nostre scale. E, per me, nessuno me lo toglie dal capo, è una forma di protesta per l’involontaria sterilità a cui sono condannata. Lo si incontra alla domenica perché ci si riunisce a far colazione da voi.

AURELIA             - E che non sale le mie è dall’ ultima settimana di quaresima. Ti posso dire anche il giorno perché per poco non mi prese un accidente dalla rabbia. M’era venuto a regalare, incredibile!, uno zampone di Parma il venerdì santo! Io che, lo sa, non mangio di grasso nemmeno a carnevale! Mi ricordo d’avergli chiesto se fosse diventato matto e lui mi ha risposto: è probabile. Gli ho tolto la parola per quindici giorni. Ricompare l’onorevole.

DE GIUSSANI     - C’è l’autista ma non c’è l’automobile. Poco oltre mezzanotte, quando se n’è andato, era al suo posto. Aveva appena finito di lavarla. Il che può voler dire acqua nei freni. Non so se mi spiego.

IRENE                   - Tu, poi, non lamentarti della fama di menagramo che ti stai guadagnando fra l’elettorato.

CLELIA                - E’ morto! Me lo sento. Per la prima volta, in vita sua, ha voluto fare un giro, gustando la soddisfazione che avrebbe coronato tutta la sua esistenza da povero bue da lavoro, s’è distratto e ci ha rimesso la vita. Non ci sono altro che alberi, paracarri, passaggi a livello e fossi su queste maledette strade lombarde!

DE GIUSSANI     - Ieri sera era anche piovuto ed erano bagnate.

IRENE                   - Di bene in meglio.

AURELIA             - L’ho sempre detto che non sapeva guidare la macchina.

CLELIA                - Scopriranno il suo cadavere in qualche roggia, chissà quando. Niente paura, devono essere tutti falsi bersagli. Immaginarsi se il primo attore viene eliminato prima ancora di entrare in scena! Pazienza. Avanti col telefono perché lo agguanti il vescovo e stia ad ascoltare in silenzio...

CLEMENTE         - “... Torna su subito”. (Ha riagganciato) Era

MICHELE.

CLELIA                - Niente?

CLEMENTE         - Peggio. La macchina davanti al Commissariato della polizia, crivellata di pallottole.

DE GIUSSANI     - I gangster! Ma certo! Oggi è martedì: la solita banda del lunedì.

CLELIA                - Me l’hanno assassinato!

DE GIUSSANI     - Lo ricattavano, s’è ribellato e l’hanno fatto fuori. Evidente!

IRENE                   - Mamma! Ma è pazzesco! Perché non si trova in casa, adesso l’hanno addirittura assassinato. E chi ha commesso il delitto? Su, sentiamo.

AURELIA             - (naturalissima) La concorrenza.

DE GIUSSANI     - Ho capito: è un dramma giallo!

CLEMENTE         - Rimaniamo nella realtà.

IRENE                   - ha ragione. Non perdiamo la testa. Soprattutto tu, mamma, che non l’hai mai persa, nemmeno davanti ai tedeschi.

AURELIA             - Io non la perdo per niente. Ma proprio per niente. Prendo i fatti e ne traggo le conclusioni.

CLEMENTE         - Ma è assurdo solo pensarlo. Siamo logici. Non è mai uscito dal suo buco, tutti lo stimavano, nessuno gli voleva male.

CLELIA                - Ci vuoi logici e cominci già tu a parlarne al passato.

CLEMENTE         - Alla peggio delle peggio, potrà essere ferito, toh!

CLELIA                - Starebbe all’ospedale. Ci avrebbero avvisati. Fosti tu a dirlo.

DE GIUSSANI     - Un’idea: l’hanno rapito.

IRENE                   - Per carità, risparmia le idee. Ne hai talmente poche che, se te ne privi, poi ti si deve riempire il cranio con dell’acqua di Colonia.

CLEMENTE         - E chi può pensare di rapire Eugenio, via!...

AURELIA             - Sempre la concorrenza!

CLEMENTE         - Qui non funziona la Cassa del Mezzogiorno. Dalle nostre parti non è ancora venuta su la mafia, renditene conto.

AURELIA             - Ah no?

CLEMENTE         - No, mamma no.

AURELIA             - (estremamente persuasa) E noi cosa siamo? Che lucida consapevolezza della realtà!

CLEMENTE         - Ma non può essere stato nessuno di noi né ad ammazzarlo né, tantomeno, a rapirlo, vorrei sperare.

AURELIA             - E come noi, più di noi, quanti ce ne sono qui attorno? Proprio tu hai deciso di ignorarlo? Non vogliono, non ci perdonano di essere i più forti. Credi che possa far piacere, nel giro, l’onore che gli stava per toccare oggi, con quel che può voler dire per il fatturato interno?

CLEMENTE         - Per questo, anche estero.

CLELIA                - Eccola la sacrosanta verità!

IRENE                   - Mamma!...

CLEMENTE         - (forse sta per perdere le staffe) Ma perdio!...

AURELIA             - Non bestemmiare, che sei, anzi: che, alla tua età, dovresti essere un principe della chiesa.

IRENE                   - E prossimo Papa.

AURELIA             - Naturalmente!

CLEMENTE         - Va bene, sono in ritardo sulla carriera, lo sappiamo; ma in nome del cielo, sii ragionevole e rispondi almeno a una mia domanda. Tu, nei loro panni, avresti sparato su uno dei Musi-Berti, avresti rapito uno dei Motta-Barbareschi?

AURELIA             - (bella sincerità) Non lo so. Rapito, forse no; sparato... Dipende anche dall’energia, dall’età, dall’aver sottomano il sicario adatto, tante cose.

CLELIA                - Fate qualcosa, in nome di Dio!

DE GIUSSANI     - Io penso che, l’unica, sarebbe rivologersi all’Interpol.

AURELIA             - Ma sì, disonoriamoci prima del tempo mettendo un annuncio urgente sul “Corriere della Sera”, adesso.

CLELIA                - Sentite agli ospedali, dai carabinieri, muovetevi!

DE GIUSSANI     - Vado giù io dal questore. È riapparso

MICHELE.

MICHELE             - T’ha risparmiato la fatica. È già salito su lui. Sta di là e ha chiesto di parlare con lo zio.

CLEMENTE         - Con me?

MICHELE             - Con te, sì. E da solo.

DE GIUSSANI     - Perché con lui, quando c’è in casa un rappresentante del parlamento democraticamente eletto?

MICHELE             - Che ti devo dire. Gi darà maggior garanzia un rappresentante del Vaticano. O si vorrà confessare. AUELIA E va, sbrigati!

CLEMENTE         - Sì, sì, ma intanto, calma, calma. E via ad abboccarsi col questore. Cosa si diranno?

DE GIUSSANI     - Mica per niente, però, diciamo la verità, ha forse torto l’opposizione quando ci accusa di lasciarci governare dalla chiesa?

MICHELE             - Tirati su. Ce n’è anche un altro che vuol parlare con te.

DE GIUSSANI     - Un altro questore?

MICHELE             - No, qualcosa meno.

DE GIUSSANI     - Che faccia ha?

MICHELE             - Quella che può.

DE GIUSSANI     - E cosa vuole?

MICHELE             - Mah?...

DE GIUSSANI     - E’ armato?

MICHELE             - Non m’è parso. È UN GIORNALISTA. Così dice.

DE GIUSSANI     - Non concedo interviste.

IRENE                   - Chi ti dice che sia qui per intervistare te?

DE GIUSSANI     - E per che altro, sennò?

IRENE                   - Metti caso che sappia qualcosa...

DE GIUSSANI     - In questo momento, non intendo ricevere gente che non conosco, va bene?

IRENE                   - Cos’è, paura della mafia anche te?

DE GIUSSANI     - Lasciatemi almeno MICHELE. Che, ad ogni buon conto, ci sia un testimonio.

CLELIA                - A rischio, dopo il marito, di trovarmi assassinato anche il figlio.

MICHELE             - Si spara?

IRENE                   - Non badarci, le ha preso una fissazione.

AURELIA             - E, invece, sarebbe da badarci. Perché, se non ve ne foste ancora resi conto, ora il più esposto rimane lui come erede diretto.

MICHELE             - Io? E cosa ho fatto?

CLELIA                - Vieni caro, vieni con la tua mamma.

DE GIUSSANI     - Mi abbandonate tutti?

IRENE                   - E che, ti sembriamo in condizione di poterti far compagnia, con un arcivescovo, un ministro e mezze autorità della Lombardia che, fra poco, batteranno all’uscio in cerca di chi è scomparso?

DE GIUSSANI     - Che cosa gli racconto, adesso, a quello là?

IRENE                   - Arrangiati.

AURELIA             - Pur che non ti comprometta a lasciarti scappar di bocca qualcosa.

IRENE                   - Del resto, tu sei maestro nel parlare senza dir niente.

DE GIUSSANI     - E che mi posso lasciar scappare se ne so meno di voi?

AURELIA             - Hai non più di cinque minuti per liberartene.

CLELIA                - (drammatica) Che si fa, che si fa? Saranno già per la strada e io mi sento vedova!

AURELIA             - Si fa che si trova il modo, in caso del peggio, di obbligarli a tornare per i funerali. E vi garantisco io che, se dovranno essere funerali, saranno il nostro trionfo. Il Presidente della Repubblica e il rappresentante della Santa Sede ci voglio, ai cordoni, dietro di me! Illusa! Non sospetta ciò che l’attende. Per il momento ci si deve accontentare che i quattro Melzi-Branca-Sanvirtù vengano fermati nel loro esodo dall’intempestiva e stravolta ricomparsa del congiunto vescovo.

CLEMENTE         - Tu, De Giussani, abbi pazienza, vieni un po’ di là.

DE GIUSSANI     - Anzi, con piacere, ma a far che?

IRENE                   - Improvvisa.

CLEMENTE         - Come io cercherò di far valere tutta l’autorità della chiesa, tu cerca di far valere tutta l’autorità dello stato.

IRENE                   - Stai fresco!

CLELIA                - CLEMENTE, quella faccia, CLEMENTE! Non tenermi sulle spine.

AURELIA             - Insomma, cos’è successo?

CLEMENTE         - Dopo, dopo. Bisogna far presto. È incredibile?

CLELIA                - E’ morto? Rispondi almeno sì o no.

CLEMENTE         - Magari! Sta meglio di me e di voi.

CLELIA                - Ah, respiro!

CLEMENTE         - (avviandosi) Non aver tanta fretta.

AURELIA             - Hai detto magari?

CLEMENTE         - Più tardi. Per ora non posso dirvi di più.

MICHELE             - Vengo anch’io.

CLEMENTE         - Per carità! Tu meno di tutti. Andiamo, ALFONSO, andiamo.

DE GIUSSANI     - E quell’altro fuori che aspetta?

CLEMENTE         - Lo riceveranno loro.

AURELIA             - Ma neanche per sogno.

CLEMENTE         - Bisogna, hai capito, mamma? Bisogna assolutamente distrarre l’attenzione da Eugenio.

IRENE                   - Una parola!

CLEMENTE         - (già mezzo fuori) Illustrategli il museo di famiglia. E calma, calma. Tu, ricordati: l’autorità dello stato! Speriamo di riuscire ad impressionarlo. Vieni, presto.

CLELIA                - (rincorrendoli) CLEMENTE, CLEMENTE. Ma che c’è, in nome del divino sangue? Fermata anche lei, sull’uscio, dall’apparizione del giornalista. Non aspettarsi un gran che. Uno da niente. Probabilmente, messo di mezzo solo per tagliar l’aria, guadagnar tempo e graduare gli effetti: gibiggiane da vecchio teatro. IL GIORNAL.Mi rendo conto d’aver scelto il momento meno opportuno.

IRENE                   - Ecco quel che si dice di un uomo che ha il senso delle situazioni.

IL GIORNAL.(percorrendo con uno sguardo circolare l’ambiente) Proprio la nobile austerità che m’ero figurata. Questa stanza è un ritratto. E lui non sarebbe quello che è se non si fosse già messo in posa per scattare una fotografia agli allarmati presenti.

AURELIA             - Cosa fa? Si mette anche in ginocchio? IL GIORNAL.Per ora soltanto una fotografia. In gruppo, prego.

AURELIA             - (e gli altri, adattandosi come meglio possono) Cambia faccia CLELIA, e anche tu, IRENE, via quella smorfia di sarcasmo. E tu, MICHELE, un po’ meno ebete se ti riesce.

IL GIORNAL.      - Naturali, naturali.

IRENE                   - Il bello è riuscirci.

CLELIA                - Deve scusare, siamo tutti un po’ sconvolti.

IRENE                   - Intendeva preoccupati.

AURELIA             - Niente affatto. Volevamo dire frastornati.

MICHELE             - Faccia commossi e non ne parliamo più.

IL GIORNAL.      - Capisco. Questa è, per loro, una gran giornata.

IRENE                   - Lo può ben dire. Però, che forza d’animo, questa gente!

IL GIORNAL.      - La leggendaria famiglia Melzi-Branca-Sanvirtù! Peccato che il gruppo non sia completo.

IRENE                   - In questo momento siamo provvisoriamente un po’ dispersi. Deve aver pazienza.

IL GIORNAL.      - M’avevano fatto sperare in una conferenza stampa del festeggiato. Ma dovevo immaginarmelo. L’ostentazione non è da loro. Gente all’antica. Che, alle parole, preferisce i fatti. Niente può riuscir più sibillino di un discorso innocente. E, infatti, se ne vedono gli effetti nello star più in guardia e in qualche occhiata ancor più insospettita.

IL GIORNAL.      - Tuttavia, se fosse possibile scambiar due parole col grand’uomo...

AURELIA             - Non potrebbe dirle né nulla di più né nulla di diverso di quanto siamo in grado di dirle noi.

IL GIORNAL.      - D’accordo, d’accordo, però...

AURELIA             - Insomma, a che scopo?

IL GIORNAL.      - Gioia!

AURELIA             - A me? Come osa?

IL GIORNAL.      - E’ la rivista di moda che mi ha incaricato del servizio. La storia della calza raccontata dal più autorevole discendente della famiglia che la inventò, è un argomento ghiotto per il pubblico femminile.

IRENE                   - Adesso non esageri. Le calze si portavano anche prima di noi.

AURELIA             - Dall’artigianato a mano, coi ferri, lungo sette generazioni, il nostro merito è stato solo di aver fatto, della calza, un’opera d’arte alla portata di tutti.

IRENE                   - La calza di massa.

IL GIORNAL.      - E un’industria specializzata, famosa, con centinaia di operai; che esporta in tutto il mondo. “La calza dei pontefici e dei re.” Come dire: La Scala dei calzifici.

AURELIA             - Bene. Lei sa già tutto. È inutile, quindi, che perda più tempo.

IL GIORNAL.      - Tutto? Non lo dica, signora. Per esempio... Ma no, non oso.

IRENE                   - Ho idea che oserà.

AURELIA             - Cosa dovrebbe osare?

IL GIORNAL.      - Sono in errore, o sto parlando con colei che ha inventato la baguette? E le ha già scattata una istantanea a tradimento.

AURELIA             - (non senza concedersi un sospiro di sollievo) Ha sprecato la pellicola. Io l’ho solo perfezionata. Ad inventarla fu mia madre. (Indicandogli perentoriamente un ritratto ad olio fra molti altri) Una Traversi-Gentiloni, maritata Branca.

CLELIA                - (chissà come, col pensiero fisso che ha, e l’orecchio oltre l’uscio, le viene in mente di precisare) E a lanciarla: Cleo De Merode, nel ’901.

IL GIORNAL.      - (annotandosela subito) Notizia piccante!

AURELIA             - Noi le calze le fabbrichiamo, non rispondiamo di chi le indossa.

MICHELE             - Chi era Cleo De Merode, nonna?

AURELIA             - Una cattiva signorina.

IL GIORNAL.      - Trascurabile macchia, cancellata da tutti i papi, i re, le regine di cui la casa è stata fornitrice esclusiva ed onoraria.

AURELIA             - (che vecchia questa vecchia!) Continua ad esserlo.

IL GIORNAL.      - Chiedo scusa.

AURELIA             - Considerato che l’argomento la interessa, lungo le pareti di questa stanza, sotto i ritratti dei nostri ascendenti, può trovare il fatto suo. In quelle vetrine, vede?, sono raccolti i pezzi più rari della nostra collezione storica. Scatti tutte le fotografie che vuole e la smetta di far domande. Ma, registrando un dialogo, è impossibile testimoniare il contemporaneo contrappunto di allarmi, di impazienze, di ammiccamenti; i cauti avvicinamenti all’uscio, il tendere gli orecchi e anche qualche repentino scomparire e ricomparire degli interessati, nei momenti in cui non sono direttamente chiamati in causa. Che invidiabile occasione per un regista che non sia un regista! Intanto, la vecchia, che, parlando impedendo di parlare, si dà forza, non ha smesso di tenere in pugno la situazione, senza dimenticarsi di girare un interruttore che illumina le vetrine con artistico effetto. Impari se non lo sa. Per antico privilegio, noi forniamo le prime e le ultime calze di ogni pontificato: quelle per l’elezione e quelle per l’esposizione della salma. Le prime le recuperiamo; le seconde, comprensibilmente e purtroppo, no; finiscono nel sepolcro. Si comincia, come può vedere, con l’infelice Pio VII, grande perseguitato di Napoleone. Proprio in faccia, invece, nel reparto dei re, tutto rammendato, può osservare l’unico esemplare avventurosamente riportato in Europa, delle dodici paia inviate, da Bartolomeo Sanvirtù, all’imperatore a Sant’Elena... Leone XIII: noti la sottigliezza e l’eleganza della caviglia... Papa Sarto, un po’ sformate; tutto il contrario... zampa da elefante... Benedetto XIV, piede fin troppo magro e nervoso... Pio XI e via via... Dal lato contrario, reparto sovrani: la regina Vittoria... d’una difficoltà! Peggio che calzare un pilastro del Duomo; tutto l’opposto della nostra indimenticabile Margherita, non un piede, lo stelo d’un calice...

IL GIORNAL.      - Ma sa che...

AURELIA             - No, non parli, lei deve ascoltare e fotografare e nient’altro...Ah, in angolo a sinistra, un cambio appartenuto a Giolitti; non portava che calze di lana; anche d’estate; e un altro, di fil di Scozia, del generale Baldissera: prima guerra d’Africa. Lungo il lato breve, a destra, le celebrità: la contessa di Castiglione, Giuditta Pasta, Adelaide Ristori...Giuseppina Strepponi... la contessa Maffei...

IL GIORNAL.      - Scommetto che non mancherà nemmeno Anita Garibaldi.

IRENE                   - Ha perso.

AURELIA             - Ma quella selvaggia non indossò mai un paio di calze in vita sua! Nacque, visse e morì scalza.

IL GIORNAL.      - Non mi dica!

AURELIA             - Di noi si può fidare.... La Malibran: quella macchia è sangue; le portava quando fu uccisa cadendo da cavallo... Adelina Patti, faccia caso: imbottite come quelle di Dina Galli, tre scomparti più in là; non erano gambe erano stuzzicadenti... Eleonora Duse. Aveva un dito a martello al piede sinistro e la gamba destra leggermente storta, e nessuno l’ha mai saputo.

IL GIORNAL.      - Eccetto D’Annunzio.

AURELIA             - A noi non risulta. Non fu nostro cliente.

IRENE                   - Deve tener presente che aveva la pessima abitudine di non pagare i creditori.

IL GIORNAL.      - Toh, c’è anche Pio IX!

AURELIA             - Perché Pio IX avrebbe dovuto fare eccezione?

IL GIORNAL.      - Mah, vedo, poco distante, i calzettoni di Cavour...

AURELIA             - Bè? Se guardasse meglio, si accorgerebbe che ci sono anche quelli di De Gasperi.

IL GIORNAL.      - Niente, niente, oh bella, hanno pure un buco.

AURELIA             - Quel buco ha un valore storico. Sono le calze che Sua Santità indossava al momento della breccia di Porta Pia, scappando, perdette una pantofola e trovò un chiodo.

IRENE                   - Può capitare a tutti.

IL GIORNAL.      - (che non ha fatto che fotografare, per così dire sui nervi scoperti della compagnia) Ma è una miniera di notizie affascinanti! S’è fatto vivo, cautamente all’uscio, il vescovo, e, approfittando che l’altro sta scattando l’ennesima fotografia, fa cenno alla madre di avvicinarsi e le mormora:

CLEMENTE         - Liberatevene subito, e allontana il ragazzo. E torna momentaneamente a ritirarsi.

AURELIA             - Lei, dica. Ho capito che è un intenditore. Merita che le si mostri un pezzo recente, ma unico nel suo genere. Non lo teniamo alla vista di tutti per varie ragioni, non escluse il riguardo e la moralità.

IL GIORNAL.      - Dica, dica, mi mette in orgasmo.

AURELIA             - MICHELE, accompagna il signore in camera del povero nonno e fagli vedere le ultime calze della Claretta.

IL GIORNAL.      - Ma no?

MICHELE             - Ma sì!...

IL GIORNAL.      - Proprio... le ultime?

AURELIA             - Recuperate a piazzale Loreto.

IL GIORNAL.      - Oh, grazie, grazie!

AURELIA             - Si figuri.

IL GIORNAL.      - Non sa cosa significhi per un antemarcia come me.

CLELIA                - Dovere.

AURELIA             - Nella nostra raccolta privata ne abbiamo di Ciano, di Balbo, di Starace...

IL GIORNAL.      - E di Lui?... di Lui?

IRENE                   - Torni a farci visita e non avrà da pentirsene.

IL GIORNAL.      - Non mancherò certo. E via, accompagnato da

MICHELE.

AURELIA             - (cadendo trambasciata sulla prima sedia che le capita a tiro) Questi dieci minuti mi saran costati cinquant’anni di vita, a star bassa.

IRENE                   - Peccato. Dovremo negarci la soddisfazione di festeggiare il tuo centocinquantesimo compleanno. Ma la

CLELIA                - ha già riportato dentro il cognato.

CLEMENTE         - (ci accontenta subito) E’ in guardina. Dalle sei di stamane.

CLELIA                - A far che?

CLEMENTE         - Arrestato.

AURELIA             - Ma, dico! Ti sembra il momento di scherzare?

CLEMENTE         - Ha mezzo ammazzato un uomo.

CLELIA                - E lui, si è fatto male?

CLEMENTE         - Neanche una sbucciatura.

IRENE                   - Da quando in qua, per un investimento, arrestano la gente?

AURELIA             - E un Sanvirtù, per giunta!

CLEMENTE         - Forse non mi sono spiegato bene. Non è stato un investimento. Gli ha scaricato addosso sei revolverate.

AURELIA             - CLEMENTE! Ti ha dato di volta il cervello?

CLEMENTE         - Volesse il cielo!

CLELIA                - Lo volevano rapinare? L’hanno minacciato? Legittima difesa.

CLEMENTE         - Né minacce, né rapina, né legittima difesa. Solamente mancato omicidio, sia pure preterintenzionale come dice il questore per consolarci.

IRENE                   - Ma è pazzesco. Non sta in piedi.

CLEMENTE         - L’altro non sta in piedi ed è anche molto poco probabile che ci si rimetta mai. Povere care, fatevi coraggio.

CLELIA                - Ma dove? Come?

CLEMENTE         - Stanotte, alla una, a Milano, nei pressi della Fiera campionaria.

AURELIA             - E cosa andava a fare, di notte, alla Fiera campionaria di Milano?

IRENE                   - Lascia perdere, nonna.

CLEMENTE         - Passava di là, dice.

IRENE                   - A piedi?

CLEMENTE         - In automobile.

CLELIA                - Solo?

CLEMENTE         - Solo.

AURELIA             - E poi?

CLEMENTE         - E poi.. Gli è venuto in mente, pare, di prendere le difese di... di...

CLELIA                - Di chi?

AURELIA             - Non abbassare gli occhi e rispondi!

CLEMENTE         - Ma sì, di una di quelle tali che si possono incontrare all’una di notte, nei pressi della Fiera di Milano. Non so, io non me ne intendo.

IRENE                   - Il papà che si mette a fare il difensore delle battone!

AURELIA             - Ma chi sono queste altre, adesso?

IRENE                   - Sono le stesse, tira via; è il nome tecnico della loro professione.

CLELIA                - Difesa da cosa?

CLEMENTE         - Sembra che uno... come si chiamano? Mi sta qui sulla punta della lingua... uno...

CLELIA                - Chi? Ma chi?

CLEMENTE         - Aspetta che ora mi verrà in mente, santo cielo! Eppure ce l’hanno un nome. Coloro che vivono del turpe mercato delle meretrici... Come si chiamano? Tu,

IRENE.

IRENE                   - Papponi.

CLEMENTE         - Sei sicura?

IRENE                   - Così dicono.

CLEMENTE         - Non mi suona un termine molto lombardo.

IRENE                   - E’ da quel dì che, in questo campo, s’è compiuta l’unità d’Italia!

CLELIA                - Insomma?!

AURELIA             - CLEMENTE!

CLEMENTE         - Vengo. Il protettore, lo sfruttatore, quello che è: il lenone, ecco, di quella malafemmina; fatalità volle che la stesse percuotendo proprio in quel momento....

AUGUSTO           - ha bloccato la Mercedes, ha preso il revolver che sta nel cruscotto, è sceso e, senza batter ciglio, glielo ha scaricato in corpo. Per poco non li ammazzava tutti e due.

AURELIA             - Quante volte non ho ripetuto all’autista di sostituirla con una scacciacani!

IRENE                   - Così, s’è eretto improvvisamente a difensore degli oppressi?!

CLELIA                - Non lo crederò mai! Eugenio che spara contro qualcuno, per difendere qualcun altro! Ma si è mai sentito?

AURELIA             - E che va a donne alla Fiera di Milano!

CLEMENTE         - Dice: freddo, calmo, sicuro. Pam! Pam! Pam! Senza smettere fin che non lo ha visto steso a terra in un lago di sangue. Poi su, ha caricato la ragazza in auto e via a corsa matta, attraverso tutta Milano senza curarsi dei semafori: verde, rosso, giallo, niente; il che ha reso più grave la cosa. Come un teddy-boy, lo stesso. Basta: sono riusciti, quelli della polizia stradale, che s’eran messi ad inseguirlo, a fermarlo solo sparando, forandogli il serbatoio della benzina. Ma ormai, era già qui, alle porte della città. Gli hanno infilato le manette e l’han portato in questura. Ecco tutto.

IRENE                   - E’ sufficiente.

CLEMENTE         - Cose che, nella nostra famiglia, non solo sembravano impossibili, ma nemmeno pensabili.

CLELIA                - Spaventoso!

AURELIA             - (investendo il figlio) E tu, naturalmente, non hai protestato, non ti sei opposto.

CLEMENTE         - Che protestare, che opporsi? Mamma: tentato omicidio: da dieci a vent’anni, ti rendi conto?

CLELIA                - Oddio, mi vien male!

CLEMENTE         - Il primo ad essere sconvolto era il questore.

AURELIA             - (macché, lei ha il complesso di Luigi XIV) Figurarsi se t’è venuto in mente di far valere il nome che porti, l’abito che indossi!...

CLEMENTE         - S’è fatto tutto quello che era possibile, te lo garantisco, e non era piacevole.

IRENE                   - Per ciò, hai chiamato, a darti una mano, mio marito. E dov’è adesso? Sta, per caso, telefonando per far intervenire il ministro della giustizia?

CLEMENTE         - Non essere ingiusta, IRENE. Né si è risparmiato, né ha perso la testa. Ha mostrato, anzi, molto buon senso e sangue freddo. Tant’è vero che ha seguito il questore per vedere di ottenere un colloquio.

IRENE                   - Perché non s’è portato dietro un fotografo, così domani li vedevamo, tutti e due, in cella, sui giornali?

CLELIA                - E’ lo scandalo?

AURELIA             - E’ il disonore, è la fine di tutto.

CLELIA                - Cosa accadrà, ora? Trattasi di un’allucinazione auditiva o si sente, da lungi, una cornetta stitica, sostenuta da degli ottoni zoppi, rosicchiare l’andantino della “Gazza ladra”?

CLELIA                - Fra un quarto d’ora, fra cinque minuti, cosa accadrà? S’apre l’uscio e vi sosta, sulla soglia, l’onorevole

DE GIUSSANI     - con una cert’aria di uomo soddisfatto di sé.

DE GIUSSANI     - Per un riguardo alla famiglia e alle alte personalità già sulla piazza, in via eccezionale, ce lo imprestano per la cerimonia, ma poi glielo dobbiamo restituire subito.

CLEMENTE         - Grazie, De Giussani. Da oggi, sei un Granvirtù!

DE GIUSSANI     - Dovere. Ora si scorge una mano dal di dietro, che lo scosta, e finalmente si può guardare in faccia il nostro eroe, un vigoroso tronco per nulla turbato e imbarazzato, dal volto sereno e calmo; forse, ma può trattarsi di un’impressione soggettiva, appena appena infiacchito da un velo di malinconica stanchezza nel cui tessuto, se un filo di ironia si insinua, non è praticamente percettibile. EUGENIO Ti sei dimenticato di farmi ridare la cravatta, la cinghia dei pantaloni e le stringhe delle scarpe. Senza, è un po’ imbarazzante. Sarebbero state restituite anche quelle.

CLELIA                - (uno scatto stridulo, una disarmonia nevrotica incoercibile) No, no e no! Non ci posso credere! Non è vero! EUGENIO Parola. Sarebbero state restituite. Ma lo stonato diversivo non può aver seguito, stroncato dall’irrompere di MICHELE, accompagnato dal giornalista.

MICHELE             - Eccoli. Sono arrivati. L’arcivescovo e il ministro. Vengono.

CLEMENTE         - (lavorando anche di mano sulle teste) Giù, giù. Tutti giù, genuflessi. E mentre i presenti incensurati si prosternano, compreso il gazzettiere, pronto con la sua Leica, disponendosi in due ali, esce incontro al porporato. Quale onore per la nostra casa, eminenza, eccellenza!...

AURELIA             - (non priva di qualità registiche) Almeno inginocchiati, tu!

EUGENIO            -  (tranquillo e lento) E perché? Se mi vogliono, ormai mi dovranno prendere come sono. Va a mettersi, senza ostentazione, ritto al capo della tavola, poggiandovi su le mani e attende, più che disinvolto, estraneo, percosso dal primo lampo del fotografo.

ATTO SECONDO

Siamo obbiettivi. Per quanto squisite, un mazzetto di violette di Parma servite di contorno a una bistecca alla fiorentina non può non destare una certa inquietudine, trattisi pure del palato più curioso e meglio disponibile. Come chiamare, se tanto mi dà tanto, la vista sia pur casta, di una riproduzione della Venere di Milo, inattesamente esplosa e prepotentemente campeggiante in un primo piano, al naturale, cioè a dire nuda di madre? Il tempo di lasciar percepire al molteplice occhio della opinione pubblica la nota di frivolità interrogativa e stridente provocazione indotta dal sublime marmo nella austera severità del salone, e poi possono pur raggiungerci la CLELIA con suo cognato a manifestare il loro parere.

CLELIA                - (trascinando il prelato al cospetto della statua) E questa è l’ultima della serie. Giudica tu e poi dimmi se non era il caso di richiamarti d’urgenza.

CLEMENTE         - La Venere di Milo?! Qui?

CLELIA                - Ce l’ha fatta collocare, fresca, ieri sera. Sì, dico, a parte l’indecenza, ci si domanda tutti che senso ha. E così, per ogni sua azione, da mesi a oggi. Una provocazione dopo l’altra. Inesauribile! Tu stavi a casa del diavolo, in India. Sembra una maledizione, quando saresti utile, sei sempre lontano...

CLEMENTE         - Si trattava del Congresso eucaristico. In fondo, è il mio mestiere. Vi dovete mettere in testa che, nonostante tutto, io faccio il prete.

CLELIA                - Mi riferivo che un conto è conoscere le cose da lontano, e un altro conto è viverle sotto gli occhi.

CLEMENTE         - Così, da un momento all’altro?

CLELIA                - A valanga. È stato ogni giorno peggio. La logica, la coerenza di ciò che fa, come si comporta, dove va: un indovinello. L’assurdo. Da quella terribile giornata, qui si vive nell’assurdo.

CLEMENTE         - (che ha dato addosso con le nocche delle dita sul grembo della statua) E’ marmo, mica s’è accontentato di gesso. Oltre tutto, deve essere costata un occhio della testa.

CLELIA                - Spese di rappresentanza, che vuoi farci?

CLEMENTE         - Così, spiega?

CLELIA                - Oh, non si degna nemmeno di spiegare. Ma sarebbe niente. Figurati, lo sperpero sarebbe niente. È l’incoerenza che spaventa.

CLEMENTE         - Dicevi che ha fatto anche una rendita alle operaie madri?

CLELIA                - A condizione che non siano né maritate né vedove.

CLEMENTE         - Ah! Mi piace la precisazione.

CLELIA                - Ha spedito una circolare a tutte le dipendenti nubili. Se ne son già messe in lista undici che giurano di essere incinte, disposte ad esibire il certificato medico. E, non più tardi di stamattina, una delle cameriere – quarantasei anni e guercia! – m’è venuta a chiedere, a me! se nel caso, può usufruire anche lei del beneficio. Vedrai l’incremento.

CLEMENTE         - Un vero premio alla dissolutezza.

CLELIA                - Capirai, chi non si farebbe ingravidare con cinque milioni di dote assicurata e sei mesi di ferie pagate?

CLEMENTE         - Chiamalo niente.

CLELIA                - Non ti dico gli scapoli. Proteste perché gli è sembrata un’ingiustizia.

CLEMENTE         - Eh già, hanno torto? Loro non possono farsi mettere incinti.

CLELIA                - E sì, penso, dopo essere uscito da quella sorta di guaio, che ho ancora da capacitarmi come si sia potuto farlo prosciogliere con la scusa della legittima difesa... dopo quel guaio, se c’era uno che dovesse camminare sul filo del rasoio vita natural durante, era lui.

CLEMENTE         - Il minimo che gli si potesse domandare.

CLELIA                - Viceversa, vedi il risultato.

CLEMENTE         - Se non altro, sarà diventato il beniamino delle sinistre.

CLELIA                - Neanche questo vantaggio.

CLEMENTE         - Hai capito!... E poi, va incontro al popolo!

CLELIA                - Non è meno incomprensibile da quella parte che dalla nostra. Perché ha fatto, sì, clamorosamente, interrompere la costruzione del nuovo campanile...

CLEMENTE         - Ha fatto interrompere la costruzione del campanile?

CLELIA                - A dieci metri ha dato ordine: basta. Dalla finestra della tua camera puoi verificare. Pare il residuato di un bombardamento.

CLEMENTE         - Eh no, questo no, perdio! Non si rende conto delle conseguenze.

CLELIA                - Lo spiega che ha troppa stima di Nostro Signore per credere che faccia caso a un campanile di più o di meno. Cantato sul muso dell’arciprete. E può anche essere.

CLEMENTE         - (arrabbiandosi) Ma che c’entra Nostro Signore col campanile?

CLELIA                - E’ quello che dico anch’io: che c’entra Nostro Signore? Sta di fatto che, ora, serve da ricettacolo alle oscenità notturne delle coppie clandestine. Affacciati, affacciati alla finestra. Non hai nemmeno bisogno del binocolo: assisterai a visioni da far rizzare i capelli a un calvo. Dicevi la simpatia delle sinistre? Niente campanile: un calcio alla chiesa; ma, contemporaneamente, ha anche licenziato quattro operai, padri di famiglia; su una strada, dalla sera alla mattina.

CLEMENTE         - Per ristabilire l’equilibrio?

CLELIA                - Perché andavano a caccia. Dice: non si deve ammazzare gli uccelli. Guai! Non ha sentito ragione. Nessuna attenuante.

CLEMENTE         - Lui che, poco mancò non ha ammazzato un uomo.

CLELIA                - Ecco. Quattro giorni di sciopero perché s’è scoperto zoofilo. Cominci a fartene un’idea?

CLEMENTE         - Non credevo si fosse a un punto tale.

CLELIA                - Oh, siamo ben più in là. E ciò che ci farà vedere in seguito! Ogni giorno la sua sorpresa. Quando non son due, o tre. Non c’è cosa che dice e che fa, che non sia in contrasto con ciò che ha detto o che ha fatto, che dirà e che farà. Se ci si vede una regola, eccola. Ogni suo atto sembra l’atto di un altro. Anche i più banali e consueti; anche quelli giusti e buoni, e ne fa... ma senza una logica, sconclusionati.

CLEMENTE         - Controproducenti.

CLELIA                - E’ la parola. Aumenti di stipendio a vanvera, promozioni sulla simpatia...

CLEMENTE         - (toccandosi, con la punta del dito medio, la fronte) Deve essersi guastato qua dentro.

CLELIA                - No. No no. Escludo. Troppo facile. Anzi. È ben questo che sbalordisce. D’una vivacità, una prontezza; perfino umorista, è tutto dire. Irriconoscibile. Sennò, eh; tutto sarebbe risolto alla meno peggio. Uno diventa matto? Disgrazia. La si offre a Dio, si china il capo, ci si rassegna. E si provvede. Mai stato tanto naturale, disinvolto, sicuro. Un coraggio!... C’è qualcosa, non si capisce, come di diabolico, guarda, in tutto ciò che combina. Matti, semmai, vuol far diventare gli altri. E non è escluso che ci riesca.

CLEMENTE         - Ma cosa fantastichi,

CLELIA?

CLELIA                - Eh sì, abbi pazienza, perché per quanto incredibile, l’unico filo che potrebbe ancora cucire le sue azioni ora, si direbbe il proposito, il piacere perverso di sconcertare; macché sconcertare: irritare, provocare, offendere di continuo l’opinione pubblica.

CLEMENTE         - Via via, ti metti anche a piangere adesso?

CLELIA                - Scusami, un momento di debolezza.

CLEMENTE         - Almeno tu.

CLELIA                - Si fa presto a parlare. È un precipizio. Se tu sapessi!...

CLEMENTE         - EUGENIO?! Dopo una vita come la sua. È inconcepibile.

CLELIA                - Tu non sei stato qui. Restaci un po’ e vedrai. Disonorarsi per disonorare. Va bene? Arrivano a nascerti in mente pensieri del genere.

CLEMENTE         - Ma anche voialtri, abbi pazienza. Nessuno gliene ha chiesto ragione, ha tentato di farlo rinsavire, prospettandogli quel che si può andare incontro, mettendolo di fronte alle sue responsabilità?

CLELIA                - Tu non c’eri, ti torno a ripetere. È un altro! Ha perso ogni senso morale.

CLEMENTE         -

DE GIUSSANI     - poteva benissimo...

CLELIA                - Quello, figurati...

CLEMENTE         - Lascia perdere. Alla fine delle fini, è un uomo politico ed è marito di sua figlia.

CLELIA                - Gli ha parlato, sì sì, gli ha parlato.

CLEMENTE         - Ebbene?

CLELIA                - Lui a

DE GIUSSANI     - ha parlato. Mica viceversa. Se l’è mandato a chiamare. Convocato con una lettera raccomandata, il piacere di umiliarlo, quando poteva dirglielo a tavola, tra il formaggio e la frutta che è sempre il momento migliore.

CLEMENTE         - Meno male che a tavola ci viene.

CLELIA                - Sì, quando gli gira. E sai perché l’ha convocato? Semplicemente per notificargli che avrebbe cessato di sovvenzionare il suo partito e non facesse conto su lui alle prossime elezioni.

CLEMENTE         - Ah, stiamo ben combinati.

CLELIA                - Per farlo rieleggere, nemmeno una carta da mille.

CLEMENTE         - E perché? Vuol economizzare solo da quel lato lì, in avvenire?

CLELIA                - Perché, dice, gli è antipatico. Occhi negli occhi!

CLEMENTE         -

DE GIUSSANI     - o il suo partito?

CLELIA                - Tutti e due. Ed è una sacrosanta verità. Bisogna riconoscerlo. Ma ti pare una ragione? Figurati, se, nel nostro mondo, ci si mette a fare, o a non fare le cose per simpatia o per antipatia.

CLEMENTE         - Si starebbe freschi.

CLELIA                - L’ALFONSO, ha preso su, se ne è andato a Roma e ha ancora da rifarsi vivo. Telefona al sabato.

CLEMENTE         - Mettiti nei suoi panni, povero diavolo.

CLELIA                - Ci costa abbastanza essere nei nostri, te lo garantisco.

CLEMENTE         - E la mamma? Già, e la vecchia? Non mi dirai che nemmeno la mamma sarebbe riuscita a metterlo con le spalle al muro.

CLELIA                - Qui ti volevo. Sì, dico, vostra madre. Col temperamento che ha, quanto si sa imporre, come vi ha sempre fatti rigare a stecchetto...

CLEMENTE         - E allora?

CLELIA                - Allora? Messa alla porta. Presa gentilmente per un braccio, perché è gentilissimo, e messa alla porta. Alla porta,

CLEMENTE         - : vostra madre! Non ho niente da raccontare a nessuno, è stato tutto quel che ha detto. E, in special modo, tu, dovresti essermene grata.

CLEMENTE         - Così?

CLELIA                - Così, povera vecchia.

CLEMENTE         - Alla mamma?

CLELIA                - Non s’è ancora rimessa dal colpo. Non è più lei. Da generale a recluta. Perché, sennò, t’avrebbe fatto telegrafare di lasciare tutto e salire sul primo aereo?

CLEMENTE         - E lo stabilimento, come lo manda avanti lo stabilimento? C’è dentro la sostanza di tutta la famiglia.

CLELIA                - Te compreso.

CLEMENTE         - Appunto.

CLELIA                - Per il momento pare che la produzione non ne abbia risentito. Se Dio vuole, qualcuno fidato e capace c’è. Ma per quanto? Ti fai un’idea il giorno, quando, dopo un secolo e mezzo, si adottassero i suoi criteri e il suo nuovo modo di comportarsi?

CLEMENTE         - Me ne rendo conto.

CLELIA                - CLEMENTE, da due mesi, noi non si mette la testa fuori dall’uscio per non dover guardare in faccia la gente. Ti basti:

IRENE                   - che è IRENE, la permanente se la va a fare a Lugano, dove, oltretutto, non la sanno fare.

CLEMENTE         - E’ mai possibile?

CLELIA                - E’ possibilissimo,

CLEMENTE         - : a Lugano non sanno fare la permanente.

CLEMENTE         - Dicevo: è possibile che si sia giunti a tanto?

CLELIA                - Lo è talmente – volevo ben sentire anche il tuo parere – che penso di allontanare MICHELE, mettendolo in collegio più distante che sia possibile, magari meglio all’estero addirittura. Ti so dire tirarlo grande con quell’esempio e prepararlo alle responsabilità dell’azienda.

CLEMENTE         - Vedremo, rifletteremo, non star a precipitare.

CLELIA                - Nascoste, chiuse qua dentro come in carcere. Unico che non fa che andare e venire come un’ava matta è lui. Non ha più orari: del giorno notte e della notte giorno, pignolo e puntuale com’è stato, che nemmeno un orologio svizzero! La sfacciata ostentazione dell’irragionevole. È arrivato che mette soggezione: intollerabile! Va, viene, parte, torna, riparte. Dove prenda tanta energia è un mistero. Drogato, sembra drogato! Pensi che stia nella sua camera? Hai voglia, viaggia lontano chissà dove. Lo credi mille chilometri distante? Apri, per chiuderla, la porta del bagno, è lì, nudo integrale, che si sta tagliando le unghie dei piedi.

CLEMENTE         - Ha perduto anche ogni pudore.

CLELIA                - Avesse perduto soltanto il pudore, sarebbe ancora niente.

CLEMENTE         - E dove va, cosa fa questo moto perpetuo?

CLELIA                - Una parola! Ma, scusa, sai, sembra che tu ce la metta tutta per non voler capire.

CLEMENTE         - (cauto) Donne?

CLELIA                - Mah?!...

CLEMENTE         - Perché lo dici così scettica?

CLELIA                - Perché lo sono.

CLEMENTE         - Però, un’amante... Qualche volta, son tempeste che si abbattono su di un uomo, alla nostra, volevo dire alla sua, età. Non sarebbe il primo, né l’ultimo.

CLELIA                - Dio volesse!

CLEMENTE         -

CLELIA!

CLELIA                - Ma me lo augurerei. Ché, scherziamo? Porterei, guarda, un cero alla Madonna.

CLEMENTE         - Non essere assurda tu, adesso. Son flagelli che possono sfasciare una famiglia.

CLELIA                - Te lo giuro. Come in confessione. Magari! Si comincerebbe a capire, si troverebbe un senso, avrebbe una ragione. Somiglierebbe a tanti altri. Nella disgrazia, sarebbe una fortuna. Purtroppo, niente da fare. Non ci credo. Macché, macché, lo conosco.

CLEMENTE         - Se assicuri che è così cambiato, scusa, un altro?

CLELIA                - Che ti devo dire? Speriamo. Ma non mi faccio illusioni. Non è che ci siano mancati gli esempi nelle nostre famiglie. Però sono proprio i casi che stanno più attenti. Anzi. Quando un uomo perbene, in cresta alla menopausa, comincia ad esagerare nel mostrarsi rispettabile, nel farsi passare inosservato, puoi mettere la mano sul fuoco che ci siamo. Ho visto mio padre. Ma lui... No no. Chi ha per la testa le donne, una donna, non si comporta come lui. Non manda a prelevare di urgenza, a scuola, alle dieci del mattino, suo figlio per farsi spiegare il teorema di Pitagora, come si trattasse di risolvere le parole incrociate.

CLEMENTE         - Il teorema di Pitagora,

EUGENIO            - , alla sua verde età? Ma no!... E’ la più grossa di tutte.

CLELIA                - E’ toccato a MICHELE, un paio di giorni fa. Puoi interrogarlo.

CLEMENTE         - Non raccontarmi che

MICHELE             - è stato in grado di spiegarglielo perché, allora, veramente sarebbe il mondo alla rovescia.

CLELIA                - E poi anche se fosse stato in grado, pora stella, ti figuri la scena? Deve averlo guardato come si guarda uno sceso da un disco volante, tale e quale. Bè, tu credi che tutto sia finito qui?

CLEMENTE         - Sarebbe, penso, abbastanza.

CLELIA                - Fermi i telai per mezz’ora, non è stato contento fin che non ha trovato un operaio, dico un operaio, che gli ha fatto capire il teorema di Pitagora. Dopodiché, siccome, pare, gli era piaciuto, ha deciso, di punto in bianco, che farà aprire una scuola serale per l’insegnamento della geometria, si intende gratis, a sue spese.

CLEMENTE         - Ma allora, sii logica, come fai a negare che gli sia dato di volta il cervello?

CLELIA                - Non gli ha dato di volta il cervello.

CLEMENTE         - Se lo dici tu... A me sembra così evidente.

CLELIA                - Ma c’è di peggio.

CLEMENTE         - Ancora?

CLELIA                - Cose inconcepibili. Il Parsifal, CLEMENTE! Il Parsifal!

CLEMENTE         - Quale Parsifal, cos’è il Parsifal, in nome di Dio?

CLELIA                - Quello di Wagner.

CLEMENTE         - L’opera?

CLELIA                - L’opera, sì, l’opera. Giovedì sera, ancora col boccone in bocca, s’è messo in smoking, lui! e, con un temporale che buttava giù le piante, a centocinquanta chilometri all’ora, s’è fatto portare a Milano, alla Scala, a sentire il Parsifal, tutto intero, di fila, CLEMENTE. In tedesco: roba da ammazzare un toro. Lui che non è mai stato capace di distinguere la Traviata dalla Vedova allegra, e la donna è mobile è rimasto convinto che si parli di un comò.

CLEMENTE         - Ma frequenta gente, si accompagna a qualcuno in queste stravaganze?

CLELIA                - E chi ne ha idea? Pare di no. Ha fatto eccezione per il Parsifal: voleva che ci andassi insieme io. Ti immagini? Questo è quanto. Completamente uscito dai ranghi.

CLEMENTE         - Ah, una bellezza, proprio. Non c’è che dire. E – combinazione, oppure equivoco calcolato, approfittando di trovarlo, per caso, davanti alla venere? – si sente inaspettatamente esclamare dietro alle spalle:

EUGENIO            -  Bella, vero? Son contento che vi piaccia. È lui.

CLELIA                - (acida) E’ bella perché è nuda?

EUGENIO            -  (una curiosa dolcezza nell’ironia) No. E’ nuda perché è bella. (Al fratello) Non trovi?

CLEMENTE         - Con un po’ di buona volontà si può dire che è una nudità casta. Fu, assicurano, il segreto dei greci.

EUGENIO            -  (interessato) Ah sì?

CLEMENTE         - Così, almeno, insegnano a scuola.

EUGENIO            -  L’avranno insegnato pure a me, a suo tempo.

CLEMENTE         - E’ probabile.

EUGENIO            -  Tu, però, te lo ricordavi.

CLEMENTE         - (in guardia) Ma, sai, chi si ricorda una cosa, chi se ne ricorda un’altra; altrimenti si sarebbe tutti eguali.

EUGENIO            -  Eh già, questione di professione.

CLEMENTE         - Di memoria, vorrai dire.

EUGENIO            -  No no. Caso mai di stati d’animo. (Alla moglie, diretto) E tu?

CLELIA                - Io tutto quello che so dei greci è che hanno inventato le pieghe dei vestiti, che poi non è questa gran scoperta.

EUGENIO            -  Allora non sai perché quella lì è bella e nuda. E casta.

CLELIA                - Non mi preme.

EUGENIO            -  Fosse mai, perché racchiude, nel suo mistero, l’eternità della vita? Dico male? E si incanta a guardarla. Anche letterato. Povera donna, non trova nemmeno da ribattere. Si limita a un’occhiata di sconsolato sarcasmo al cognato. Che età potrà avere, tu che te ne intendi?

CLEMENTE         - Questa qui?

EUGENIO            -  L’originale... fa lo stesso.

CLEMENTE         - Mah, un duemila, duemilacinquecento anni.

EUGENIO            -  E fra altrettanti, potrà essere ancora là, tale e quale, lei. Chiamalo niente! (Altro tono, un completo disincanto) Valeva la spesa. È una ottima copia. Controlla, controlla dietro: garantita dal certificato e dal timbro del Louvre.

CLEMENTE         - Quando mai hai visto il Louvre, tu?

EUGENIO            -  Giusto, hai ragione. Quante cose uno non ha viste!... Dovrò far presto ad andarci. (Giocando, quasi allegro) Mai nemmeno sospettato che esistesse. L’ho incontrata, volevo dire l’ho vista, per la prima volta, ad un’asta, pensa un po’.

CLEMENTE         - Ti sei messo a frequentare le aste?

EUGENIO            -  Che vuoi, uno legge sul “Corriere”: stasera grande asta di opere d’arte. Si incuriosisce, fa una corsa, e va a dar un’occhiata di che si tratta.

CLELIA                - E si porta a casa la Venere di Milo.

EUGENIO            -  Brava. E si porta a casa la Venere di Milo.

CLELIA                - Sfortuna che, a quell’asta, non hai incontrato anche il David di Michelangelo!

EUGENIO            -  Eh già, avrebbe fatto simmetria. È un’idea.

CLEMENTE         - (che niente niente, pensa, questo qui si sia innamorato di una statua come quel pervertito di quel pagano, come si chiamava?) CLELIA, ti dispiace lasciarci soli?

CLELIA                - Anzi, con piacere. E sgombra il campo per la scena madre.

EUGENIO            -  E così, i greci, a quel che sento, furono anche gente morale.

CLEMENTE         - Chiama naturalezza la licenza ed è risolto il problema di non scandalizzare la gioventù alla quale non si può fare a meno di insegnare la storia antica, chissà poi perché.

EUGENIO            -  Vedo. Gesuiticamente educativo. E non si potrebbe – stesso trattamento – chiamare anche libertà la licenza?

CLEMENTE         - Son concetti alquanto elastici.

EUGENIO            -  Si potrebbe o no?

CLEMENTE         - Dipende.

EUGENIO            -  Da che?

CLEMENTE         - (che si va vieppiù imbarazzando) Mah... dalla coscienza... dal criterio di chi giudica.

EUGENIO            -  Io la rischio, che ne dici?... Dall’altra parte, io la rischio.

CLEMENTE         - Cosa?

EUGENIO            -  (ineffabile) I greci furono gente libera. Tutto qui. Prende tempo, lo guarda, sorride, aspetta. Bè?

CLEMENTE         - Beh che?

EUGENIO            -  Ah, niente. Scusa. Facevo per aiutarti. Avevo l’impressione che tu avessi qualcosa da dirmi. Impressione? Hai perfino fatto uscire la

CLELIA                - ... Proprio niente? Si vede che m’ero sbagliato. Meglio così.

CLEMENTE         - Perché dici meglio così?

EUGENIO            -  Tanto per dire. (Ma lo fa apposta?) Allora, se non ti dispiace, ti farò una domanda io. Oh, una sciocchezza. Benché mica, poi, nemmeno tanto dal punto di vista mio.

CLEMENTE         - (preparatosi a una gran serietà) A tua disposizione.

EUGENIO            -  Sai mica niente, per caso, tu, chi fosse un Pietro Paleocapa?

CLEMENTE         - (sconcertato) Paleo... chi?

EUGENIO            -  ... capa, Pietro Paleocapa.

CLEMENTE         - Morto?

EUGENIO            -  Mortissimo. È tutto quanto conosco di lui... Non lo sai. Sei il quarto, stamattina, che glielo domando e non lo sa. Più morto di così, come vedi!... E’ un nome che ho letto su una strada a Milano, stanotte: Paleocapa. E sì che è anche un nome abbastanza curioso; e qualcosa deve aver pur lasciato fatto! Mah... (Estrae da una tasca un pezzetto di carta e legge) Pietro Paleocapa: 1789-1869. Ottant’anni, una bella età. Non posso assolutamente star senza sapere chi era.

CLEMENTE         - E’ tanto importante?

EUGENIO            -  Abbastanza.

CLEMENTE         - Perché?

EUGENIO            -  Curiosità mia. Scusa un momento. Stacca inopinatamente il telefono e fa un breve numero. “...Sì, io... Cosa sta facendo?... Lasci perdere, a battere la relazione c’è tempo... Ecco, la passi alla signorina... Lei mi deve usare una cortesia. Raccogliere tutto ciò che riesce a sapere su... scriva.... E’ pronto? ... Pietro Paleocapa: Palermo, Asti, Livorno, Empoli, Ostia, Catania, Avezzano, Palermo, Avezzano: Paleocapa. Rilegga... Ecco... Sì, in biblioteca, qualche professore... al più presto. Grazie”. Capisci: si può finire titolari di una strada e nessuno sa nemmeno chi sei stato. (Alzando la voce) Guarda che tutto questo è schifoso!

CLEMENTE         - (vago) E’ umano.

EUGENIO            -  Schifoso!... Non badarci. Ti fermi qualche giorno o riparti subito?

CLEMENTE         - Mi fermo, mi fermo.

EUGENIO            -  Allora, ci si vede più tardi. Se ci sarò. E fa per uscire.

CLEMENTE         - (fermandolo sulla soglia)

EUGENIO            - .

EUGENIO            -  Sì?

CLEMENTE         - Fermati per piacere. È vero, dovevo dirti qualcosa.

EUGENIO            -  Nulla di grave, spero. E affonda in una poltrona, mettendosi a far la punta ad una matita con un temperino piuttosto vistoso, a scatto, che s’è fatto uscire da una tasca dei pantaloni.

CLEMENTE         - (per ciò, a disagio e, di conseguenza, incerto) Da quando in qua, ti sei messo a circolare con un coltello in tasca?

EUGENIO            -  Meno di un coltello, poco più di un temperino. Te lo dico?... Mi piace come brilla la lama. (Pausetta) E anche pensare, così breve, ciò che sarebbe capace.

CLEMENTE         - Per esempio?

EUGENIO            -  Di che può essere capace una lama?

CLEMENTE         - (perplesso) Di ferire?

EUGENIO            -  Anche di ammazzare. Questione come si adopera. Fornita di crudeltà. Qualità che non possiede la rivoltella, per esempio... Ebbene? Nulla di grave, allora?

CLEMENTE         - Grave cosa?

EUGENIO            -  Ciò che hai da dirmi.

CLEMENTE         - Ah sì. Sapessi quanto lo spero io. Nessuno, del resto, è in grado di conoscerlo meglio di te.

EUGENIO            -  Che devo conoscere?

CLEMENTE         - Se è, o non è grave.

EUGENIO            -  Perché, tu non ne sei in grado?

CLEMENTE         - Anche questo dipende.

EUGENIO            -  Da che cosa?

CLEMENTE         - Soprattutto, dal desiderio, dalla volontà,

EUGENIO            - , trattando coi propri simili, di non lasciarsi andare al primo impulso.

EUGENIO            -  Quale, per la precisione?

CLEMENTE         - Di essere ingiusti, o, quantomeno, troppo severi nel giudicare. Guai!

EUGENIO            -  Non afferro.

CLEMENTE         - O non vuoi afferrare?

EUGENIO            -  No. proprio. Ingiusti, severi, che vuol dire?

CLEMENTE         - Vuol dire la conclusione, dopo essersi messi di fronte ai fatti di qualcuno e averli valutati nel loro significato. O lo ignori?

EUGENIO            -  (una risata tutta dentro) Come se i fatti avessero una faccia sola.

CLEMENTE         - E’, appunto, ciò che intendevo.

EUGENIO            -  Sinceramente, non capisco.

CLEMENTE         - Capisci perfettamente. Con altre parole, è il medesimo discorso tuo.

EUGENIO            -  (sempre deliberatamente evasivo) Vuoi dire?

CLEMENTE         - I fatti e le loro facce. È talmente chiaro.

EUGENIO            -  (come distratto e, più o meno, tale per un bel po’) Da prete, sì, ah è chiarissimo. E da buon prete, disposto a distinguere, anche, immagino; per quel che ne so e per quel tanto che uno può riuscire ad essere un buon prete facendo il prete.

CLEMENTE         - E non basta?

EUGENIO            -  Nemmeno un po’. Perché, vedi, tirate le somme, rimaniamo sempre al vecchio metro della bilancia, così giusto all’apparenza e così falso nella realtà: tanto fatto e tanto meritato. Ma da uomo a uomo? Il problema era tutto lì: da uomo a uomo.

CLEMENTE         - Da uomo a uomo, non vale più il criterio del tanto fatto tanto meritato? Strano ragionamento.

EUGENIO            -  No. Penso proprio di no. Parlo in generale, beninteso. Non vale. Almeno, non nel senso che comunemente si crede. Varrebbe se si potesse dire, sempre e in ogni caso: qui è il bene, là è il male, ecco il giusto, ecco l’ingiusto, questo è un merito, questa è una colpa. Stabilire il peso giusto, figurati!... No no. Niente più bilance.

CLEMENTE         - Non si può, credi che non si possa?

EUGENIO            -  Si può, si può. Nove volte su dieci si può. Ma la decima? Viene la maledetta decima e ti manda all’aria tutto quanto.

CLEMENTE         - E quella non è conoscibile, non è valutabile, franchigia speciale? L’umanità ha una coscienza per qualcosa.

EUGENIO            -  Se fosse, come dici tu, conoscibile, valutabile, cesserebbe di essere la decima e tutto tornerebbe a posto.

CLEMENTE         - Ma, nel consorzio civile, non si vive di eccezioni.

EUGENIO            -  Esatto. Questo genere di cose non dovrebbe ammettere eccezioni. È come la matematica, tu lo dovresti sapere. I mercanti del perso giusto! Se c’è un’eccezione, non valgono nemmeno più gli altri nove casi. Più niente. Ti figuri se, per nove volte, due più due facesse disciplinatamente quattro e, la decima, si mettesse a far cinque o ventitré?!

CLEMENTE         - Non mi sembra, scusa, che tu sia né molto originale, né molto coerente.

EUGENIO            -  Io non voglio essere né originale, né coerente. Mancherebbe altro! Chi ha stabilito che io debba essere originale? E coerente, poi!... Perché?

CLEMENTE         - Per poter avviare il minimo di un colloquio possibile con chi ci è vicino.

EUGENIO            -  Ma è appunto quello a cui io ho rinunciato. A che mi servirebbe la coerenza?

CLEMENTE         - (scoraggiato) Ora sono io a non capire.

EUGENIO            -  Non mi costa fatica crederti. Probabilmente, accadrebbe lo stesso a me, nei tuoi panni. Mi rendo conto benissimo, prima d’ogni altra considerazione, il tuo sconcerto; perfino, ma sì, la tua sincera preoccupazione. Correggimi se sbaglio.

CLEMENTE         - Sconcerto e preoccupazione di che?

EUGENIO            -  (quel continuo offrirsi e sfuggire, una sorta di stanca provocazione, elettrizzata, a tratti, da lampi di aggressività) In questo momento, soprattutto, penso, la sorpresa di sentirmi parlare così. Tanto e così acuto, se permetti l’immodestia. Me! l’uomo della pratica, delle cifre, dei bilanci, dell’ignoranza strumentale, della ricerca di mercato... e dei monosillabi. Non te lo garantisco al cento per cento, ma credo che sia la prima volta, in vita mia, che pronuncio la parola monosillabo. Cose, caro mio!...

CLEMENTE         - Beh, non lo nascondo, tutto ciò è piuttosto inaspettato, lo ammetto.

EUGENIO            -  Potresti dire anche un po’ sinistro. (A un vago segno di protesta) Ma è naturale! La improvvisa fuga in aeroplano dell’uomo concreto che non sapeva procedere altro che coi piedi inchiodati in terra: questo scambio delle parti che scherzo eh,

CLEMENTE         - ?... Ti devo sembrare un personaggio da commedia... Taci?

CLEMENTE         - (che deve dire?) Continua.

EUGENIO            -  Grazie. Primo punto di vantaggio: ottenuto, eccezionalmente, il permesso di pascolo abusivo nei prati altrui.

CLEMENTE         - Quali, ad esempio?

EUGENIO            -  I tuoi, se credi.

CLEMENTE         - I miei?

EUGENIO            -  Certo. Il cosiddetto patrimonio dello spirito – deve fare un effetto ben stonato questa parola, tanto pericolosa, sulla mie labbra – era la partita riserva a te. A me, toccava l’amministrazione dell’altra partita: quella solida, la materia, diciamo. Sacerdoti, e piuttosto autorevoli, via, di due distinte e separate parrocchie, ah non c’è dubbio. Un vescovo, forse un giorno cardinale e un cavaliere del lavoro, forse un giorno senatore, secondo gli elaborati e sconfitti piani di nostra madre. Pensa che capolavoro di equilibrio. Da difendere con le unghie e coi denti.

CLEMENTE         - Ma nessuno, scusa, ti ha mai impedito che io sappia...

EUGENIO            -  D’accordo. Come a te nessuno ha mai impedito produttive incursioni nel campo contrario, e ne hai dato prova. La stai, in un certo senso, dando anche adesso. Però, siamo sempre lì, come si dice? L’uomo adatto al posto adatto. Ed è proprio la buccia dello scivolone. Perché, vedi, venuto il momento: venuto il momento, l’impresa più difficile, che uno deve sbrigarsi da sé, è riuscire a strapparsi di dosso chiamiamoli i paramenti dove ci hanno, dove ci siamo infilati. E dentro ai quali, sicuri, difesi, superbi, s’è agito, pensato, goduto, sofferto: il nostro bene e il nostro male: noi, tutti interi, senza una crepa, senza una fessura. Nemmeno sfiorati dall’idea di doverne fare a meno mai. Mai! Che parola: mai.

CLEMENTE         - E’ il fondamento della società. Fuori di esso, c’è solo il caos.

EUGENIO            -  (volubile, uno che voglia tagliar corto) Sì, sì, può darsi. Anzi, è – era! – così senz’altro. Ma come si fa?!... Difendiamoceli pure i nostri rassicuranti paludamenti. Tanto vale non buttar via tempo a proseguire un discorso su una gamba sola. E che, oltretutto, non deve, poi, essere gran che nuovo.

CLEMENTE         - (fermo) No, non lo è. Te lo assicuro,

EUGENIO            - . È un discorso giustificativo, comune a chiunque, per una ragione o per l’altra, si trovi in crisi.

EUGENIO            -  (d’impeto) Ah sì? Prova che non si tratterebbe d’idee poi tanto balorde. Son contento di saperlo. Perché, perdio! uno ha bene il diritto di scoprire certe verità per conto suo. Scoprirle e patirle.

CLEMENTE         - Abbi pazienza. Esistono pure i diritti degli altri. Non ci hai pensato?

EUGENIO            -  Eh già. Il fatto è, vedi, che, spesso, i diritti degli altri non sono altro che comodo egoistico o curiosità improduttiva ed irritante.

CLEMENTE         - E i nostri, allora?

EUGENIO            -  Lo stesso!

CLEMENTE         - Comunque, esistono.

EUGENIO            -  Anche quando ti sei persuaso che non è possibile intendersi?

CLEMENTE         - Forse, soprattutto, allora. Il non intendersi, che poi non è vero, non significa non rispettarsi. Altrimenti saremmo all’anarchia.

EUGENIO            -  Dipende ciò che si intende per rispetto. E per anarchia, beninteso. (Intensamente ora) Tu pensi, ci sono, no? certi animali, fa conto la tartaruga, il gambero, ben murati nella loro corazza, a prova di martello. Bene. Metti il caso di mandargliela in frantumi. Un fulmine che te le sfili fuori. Nudi. Ora fa che si incontrino un gambero col guscio e uno senza e poi sappimi dire. Ma si crederanno reciprocamente due animali mai visti, di specie sconosciuta e nemica! Saranno tutto ciò che vuoi, l’uno per l’altro, fuorché gamberi. E tu ti illudi che si possano ancora capire, spiegare, aiutare, (calcando un’inezia) sopportare?

CLEMENTE         - Cos’è, una parabola?

EUGENIO            -  Se vuoi. Te ne sei accorto, m’è scoppiato, all’improvviso, il genio della fantasticheria filosofica e bisogna lasciarlo sfogare.

CLEMENTE         - E chi sarebbe il gambero privato del guscio?

EUGENIO            -  Può essere ogni creatura al mondo, quando venga il suo momento.

CLEMENTE         - Deve trattarsi di un momento esaltante a giudicare dalla tua metamorfosi.

EUGENIO            -  D’una cosa ti posso assicurare; che ne avrei fatto volentieri a meno.

CLEMENTE         - Mi consenti di dubitarne?

EUGENIO            -  Altroché! Farei lo stesso io. E questa, ecco, è la miglior prova della inutilità di discorrerne.

CLEMENTE         - Sei ben orgoglioso.

EUGENIO            -  (letteralmente stupefatto) Orgoglioso? (E amaramente sarcastico) Orgoglioso? Se ne riparlerà, CLEMENTE. Se ne riparlerà. Non avrete da aspettar molto. Ha già la mano sulla maniglia dell’uscio.

CLEMENTE         - Che intendi dire?

EUGENIO            -  Un po’ di pazienza.

CLEMENTE         - Non ti pare d’averne, tu, abusato abbastanza?

EUGENIO            -  No, non mi pare. Vedrai, sarà una sorpresa. Ma anche un sollievo.

CLEMENTE         - Perché, dovrà esserci una sorpresa ancora?

EUGENIO            -  Altro!... Ed apre il battente per andarsene, non senza spingere lo sguardo nell’altra stanza. Probabilmente sospetta che qualcuno stia lì ad ascoltare. Avrei giurato che stava lì. Povera donna... Hai capito? Un po’ di pazienza. Fa parte del tuo mestiere, del resto: un po’ di pazienza. E si avvia.

CLEMENTE         - (impedendogli di uscire) No. Non puoi andartene. Sarebbe comodo. E sleale.

EUGENIO            -  (sempre metà dentro e metà fuori) Ah così? Comodo e sleale?

CLEMENTE         - Ma, in nome di Dio, uno che deve pensare? Mettiti un momento al posto degli altri, se ti riesce.

EUGENIO            -  Non voglio. Ti va bene? Pretendo, forse io che gli altri si mettano nei panni miei? Ma ha già rinchiuso l’uscio ed è tornato sui suoi passi.

CLEMENTE         - Finora hai parlato tu. Parecchio, troppo. Parole insolite, insospettabili, nuove sulle labbra di un uomo del tuo stampo. E perciò, non lo nego, preoccupanti. Sì. Molto preoccupanti. Erano parole intrise di irritazione, cariche di astio, di rivolta; starei per dire di minaccia...

EUGENIO            -  Dillo. Dillo pure.

CLEMENTE         - Vedi? Ma vaghe, troppo vaghe, evasive, sfuggenti. Da far pensare niente e tutto. Volevano essere una requisitoria? Volevano essere una difesa?

EUGENIO            -  Padrone di scegliere.

CLEMENTE         - Nell’un caso come nell’altro, però, a questo punto, non ci si può fermare a metà strada. Scambio delle parti, hai detto. Benissimo. E allora, devi consentire a me, per una volta, quella dell’uomo pratico e concreto.

EUGENIO            -  La sai fare, la sai fare benissimo. Mi sa tanto che, se dipendesse da te, capace di trasformare il Cielo in una società anonima e proporti come consigliere delegato. La sai fare!

CLEMENTE         - In tal caso, stammi, un momento, a sentire.

EUGENIO            -  T’hanno mandato a chiamare, vero? Tu che parli di lealtà, t’hanno mandato a chiamare. C’è consiglio segreto in seduta permanente, immagino. La dinastia è in pericolo.

CLEMENTE         - Sì, sono sconvolti e m’han mandato a chiamare.

EUGENIO            -  D’urgenza. Si vola da un continente all’altro.

CLEMENTE         - D’urgenza. E, dopo aver parlato dieci minuti con te, trovo che hanno fatto bene.

EUGENIO            -  Cos’è, sei venuto a scomunicarmi? T’avverto, però, che io non abiuro.

CLEMENTE         -

EUGENIO            - !... Forse non ti rendi conto la gravità del tuo cambiamento.

EUGENIO            -  E’ l’unica cosa di cui mi rendo conto, guarda caso.

CLEMENTE         - Tanto peggio. O tanto meglio per dover, finalmente, mettere le carte in tavola. Nel tuo interesse. Vorrei che te ne facessi una ragione.

EUGENIO            -  Soltanto nel mio?

CLEMENTE         - Nel tuo e in quello di tutti. Di una famiglia che, sarà quel che sarà, ma, pure, ha rappresentato e rappresenta qualcosa, qui e fuori di qui; della posizione, del prestigio che essa, che tu, tu! hai in una comunità; delle responsabilità e dei riguardi che le si devono; del buon nome, dell’avvenire, del benessere stesso dei tuoi figli: dell’intera tua vita, Santo Dio! E che tu, con un contegno incomprensibile, stai devastando, non si sa perché.

EUGENIO            -  Penso che, a questo punto, minimo ti aspetterai un applauso a scena aperta dalle sentinelle dell’ordine costituito.

CLEMENTE         - Smettiamola di recitare, Cristo! Sembra che ti sia proposto di odiare tutto e tutti!

EUGENIO            -  Press’a poco.

CLEMENTE         - E ti pare una spiegazione? Non c’è senso comune.

EUGENIO            -  Perché, secondo te, esiste, deve esistere, per forza, una spiegazione?

CLEMENTE         - Sento, sono sicuro che esiste.

EUGENIO            -  La vuoi, la volete proprio? Non vi dispiacerà, poi d’averla avuta?

CLEMENTE         - Lascio decidere a te.

EUGENIO            -  E io t’accontento. Ma non faremo che complicare le cose. Tutto diventerà più difficile. Un esteso, calmo silenzio. Prima di dare una risposta, egli torna a controllare, aprendo uno spiraglio, all’uscio, che nessuno stia ad origliare. Poi leva dalla tasca un mazzetto di chiavi, ne sceglie una, si avvicina senza fretta a uno stipo, lo apre e ne estrae una grande busta gialla che gli getta davanti, sul tavolo.

CLEMENTE         - Che vuol dire?

EUGENIO            -  Apri. Leggi, leggi, c’è anche la spiegazione. Non si tratta né del mio testamento né di fotografie oscene. Un segreto di famiglia, se vuoi, per un po’ di tempo ancora. Ora, l’altro ha fra le mani l’ultima cosa che si aspetterebbe: alcune radiografie. E fissa interrogativo il fratello. Ti fai un’idea di che si tratta?

CLEMENTE         - (ci si può figurare in che stato) Che?... Non...

EUGENIO            -  Lascia stare il balbettare. Non è necessario. È come t’ho detto. Hai letto, no? Sì, CLEMENTE, mi restano pochi mesi di vita.

CLEMENTE         - (sincero! E l’impulso di prendergli le mani) EUGENIO!...

EUGENIO            -  (ritraendosi) Ecco, vedi, è proprio ciò che vorrei cercar di evitare. Avrebbe reso... renderebbe maledettamente più ardua... l’aspettativa, diciamo. (Più vibrato ma senza il sarcasmo di prima, una sorta di energica amarezza) Perché, in fondo, sai, la morte quando te la trovi scritta in mano così, è un problema personale che ti devi risolvere da solo. E senza di preoccuparti di essere originale o coerente.

CLEMENTE         - Ma, pure...

EUGENIO            -  E’ così. E basta. Sorprese che capitano. Qualcosa come un licenziamento con preavviso. Un giorno ti decidi a farti visitare, col malumore – e ti sembra intollerabile! – se vuoi farti passare la tossettina che ti disturba da un po’, di sentirti proibire un paio dei tuoi quattro mezzi toscani giornalieri... Ti trovi spinto davanti a un apparecchio, non ti fanno levare nemmeno la camicia: uno sfrigolio, uno scatto e, ventiquattr’ore dopo, ti consegnano la tua sentenza. Quella lì. Ti eri sbagliato. Non era la solita bronchitina da fumo, era qualcos’altro, come vedi, che, dai polmoni, ti si stava già arrampicando lungo la colonna vertebrale.

CLEMENTE         - E non hanno nemmeno avuto la carità cristiana...

EUGENIO            -  Di tenermelo nascosto? Poveretti, han tentato di mantenersi nel vago. Sì, sì. Ah, per questo, di mano leggerissima. Ma sai quanto io sia testardo. Ho preteso di sapere e ho saputo.

CLEMENTE         - Quante volte non sbagliano anche i medici!

EUGENIO            -  I medici sì, ma le macchine no. E’ questo il vantaggio dei nostri tempi. Aveva fatto tutto la macchina, quel tubo che m’ero trovato sul petto al buio. Pochi secondi. Infallibile. Ci aveva pensato lei a fotografare di dentro la cosa per benino. Che potevano fare? Buggerati, anche loro, i medici, dalla macchina, come me. E lo stesso... quando si dice il terrore della morte!... non fui persuaso. Le portai a Milano da un luminare della materia. Sono, dissi, di un mio collaboratore, vengo per incarico dei parenti. Le prese, le osservò a lungo: “stupende”, esclamò; “come se ne vedono raramente”, usò proprio la parola stupende: “un caso da lezione”. “Non ne dubito, ma è importante che io sappia, con precisione, di che si tratta”, insistetti... “sa, per potermi regolare e provvedere in tempo...: lo stabilimento, la famiglia... altre balle...”. “Capisco benissimo”, m’interruppe. E quasi le stesse parole, nemmeno si fossero telefonati! CLEMENTE, neanche il disturbo di una cura qualsiasi, sarebbero sofferenze e basta, tagliò corto. Farsi vedere quando cominciassero i dolori e giù un grande elogio della morfina, da non risparmiare, venuto il momento. Naturalissimo. Semmai, questo qui si mostrò un po’ meno generoso. Il primo aveva sentenziato un anno di vita. Lui lo ridusse a una decina di mesi, settimane più settimane meno. Ne sono passati quattro e io aspetto. Fa il conto.

CLEMENTE         - Fu?...

EUGENIO            -  Sì, sì, prima dei famosi festeggiamenti, prima. Un quindici giorni prima.

CLEMENTE         - E avesti la forza d’animo di non confidarti on nessuno?

EUGENIO            -  Con nessuno. Non so se sia stata una forza d’animo.

CLEMENTE         - (la sfumatura di un rimprovero) Nemmeno con tuo fratello.

EUGENIO            -  Nemmeno con mio fratello. Avrebbe reso, te lo ripeto, tutto assai più complicato e faticoso.

CLEMENTE         - Avresti continuato ad aspettare?

EUGENIO            -  Avrei tirato avanti, ecco tutto. Il peso di un breve silenzio. Tu non approvi, eh?

CLEMENTE         - No.

EUGENIO            -  Naturalmente. Secondo te, avrei dovuto riunire la famiglia, qui intorno a questo tavolo, dove, da un secolo, si prendono le decisioni importanti, dar comunicazione della novità: perché no? col suo bravo verbale da conservare nell’archivio dell’azienda. E poi, lasciarmi consolare, sentirmi dire come te: macché quante volte la medicina prende delle cantonate; e magari finire col crederci... Lasciarmi mettere a riposo, non troppo, per non insospettirmi più del minimo inevitabile. Vivere in un’atmosfera di falsa disinvoltura e di moderata allegria, ignorando il calendario, e un pellegrinaggio a Lourdes, fingendo che si tratti di una visita turistica. No, grazie tante.

CLEMENTE         - Riconosco quanto tu sia generoso. Tanta energia morale non era da tutti.

EUGENIO            -  Generoso?... Ah, vuoi dire per non darvi un dispiacere. Per non crearvi dei problemi e così via. Nemmeno passato per la testa.

CLEMENTE         - E perché, sennò? Non voler mascherare di cinismo la tua bontà.

EUGENIO            -  E tu non farmi ridere che non è il caso. Tanto per incominciare, ti sembra che dei problemi non ve ne abbia creati?

CLEMENTE         - E quand’anche? Ma, ora, essi appaiono in ben altra luce.

EUGENIO            -  Non ci sei. È talmente diverso. Bisogna trovarcisi dentro. Costi quel che costi, la mia morte, io, me la voglio assaporare giorno per giorno, ora per ora. Senza nessun’altra considerazione di nessun genere. Perché, vedi, è la morte che rende preziosa la vita; ed è la vita che rende ingiusta, colpevole, assurda, turpe la morte. Un crimine di quello lassù. Se c’è.

CLEMENTE         - Che dici,

EUGENIO            - ?

EUGENIO            -  Né più né meno ciò che penso.

CLEMENTE         - Tu bestemmi. Anche nel tuo stato d’animo, che io capisco e giustifico, tu bestemmi.

EUGENIO            -  No. Io non bestemmio e tu non capisci e puoi risparmiarti le giustificazioni. Te le regalo. Chiamalo, chiamalo pure stato d’animo se così ti garba. Tanto già, ormai, il mio, è un parlar fra sordi.

CLEMENTE         - (più semplice che gli riesce) Mi rendo conto, cosa credi? quanto qualsiasi parola sia inadeguata, suoni falsa nella mia condizione e con ciò che provo...

EUGENIO            -  E allora, stattene zitto.

CLEMENTE         - Tuttavia,

EUGENIO            - , anche se non indossassi questa veste, tanto inutile, anch’essa, in questo momento, da fratello a fratello, da uomo a uomo, dovrei dirti non puoi, non devi, non hai il diritto di reagire così. Per te, per il tuo bene, soprattutto.

EUGENIO            -  Senti senti, non ne ho il diritto!

CLEMENTE         - Esiste qualcosa superiore alla vita stessa. Se c’è qualcuno che lo ha dimostrato, che lo sta dimostrando, sei proprio tu.

EUGENIO            -  Ho ancora da capacitarmi se sei qui a volermi far fare bella figura per forza o a pronunciare uno dei tuoi quaresimali.

CLEMENTE         - Per chi più per chi meno dolorosa, crudele, se vuoi, apparentemente ingiusta, arrivo a dirti, esiste una sorte comune a tutti gli uomini.

EUGENIO            -  Naturalmente. La grande scoperta. Tutti muoiono. E, adesso che me lo hai ricordato, mi passa? (D’impeto) Ma non lo sanno! Qui vi voglio. Non sanno quando. Ti rendi conto?

CLEMENTE         - Cambia qualcosa, di fronte alle verità, ai doveri, alla dignità umana?

EUGENIO            -  Cambia tutto. È proprio perché non lo si sa che si può vivere... che è poi un vivere senza vivere: altro inganno, altra cattiva azione. Ma prova a conoscerne la scadenza, provati a sapere! Qui, questo calendario, lo vedi? Teniamoci larghi, crepi l’avarizia: una decina di mesi e poi un bel frego sotto. Più niente. Ecco la gran trappola. Allora, ti accorgi cos’è la vita. Verità, doveri, dignità, hai detto: le grandi manovre delle grandi cose. Ma sono le minime cose che te ne danno il senso, quando sai. Non occorrono le grandi: le minime d’ogni momento, le cose qualsiasi. Tutte, specialmente quelle, a cui non hai mai badato, mai dato importanza. Nella vita, sono tesori gli spiccioli. E non te n’eri accorto. Doppiamente defraudato. L’angoscia dell’eterno, proprio così: l’angoscia dell’eterno, che getta, su tutto, la morte, ti avverte che non hai mai vissuto, e la tua vita, unica ricchezza autentica posseduta dall’uomo, l’hai sperperata. Ma nemmeno sperperata. Cristo! Ignorata: l’hai ignorata.

CLEMENTE         - Non è vero. No è vero. L’errore di tutti sta nel credere che ci sia una gran differenza fra ciò che si è e ciò che si sognerebbe di essere. Sono la stessa cosa.

EUGENIO            -  ...Non la mia soltanto, ma la tua vita, non credere; quella degli altri, là. Nessuno escluso: la medesima irrisione. Messa in soffitta. Dimenticata! Primi, coloro che credono di viverla. La morte rende tutto importante, definitivo, irripetibile, irrecuperabile. E quando te ne accorgi, non è che tu puoi dire: momento, signori, mi ero sbagliato, torno indietro e mi riprendo la mia vita. Unica risorsa: la fortuna di non sapere. Legàti a questo filo!

CLEMENTE         - La vita e la morte sono eguali per ognuno, EUGENIO.

EUGENIO            -  Ah sì?

CLEMENTE         - Contano, per quello che valgono, per l’animo con cui si affrontano.

EUGENIO            -  Appunto. Un universo, e quale universo, inutilizzato! Mai venuto in mente, a te, di fare una cosa per l’ultima volta? Mai. Per me invece, ora e sino alla fine, qualsiasi cosa è l’ultima volta, ha questo peso sarcastico e funesto. (Volubile di toni nell’accavallarsi tumultuoso dei pensieri e dei sentimenti) Quando si dice: ieri a tavola. Le ciliegie. “Sono le ultime della stagione. Quest’anno ha piovuto troppo, non erano buone”. Dice nostra madre tanto per dir qualcosa. Nostra madre ha ottant’anni, l’esistenza interamente consumata; può mancare, nulla di più naturale, da un momento all’altro. Eppure, per lei, nemmeno l’ombra del pensiero che non ci possano essere altre ciliegie la prossima stagione, e speriamo che piova meno. Io no. Io so che, per me, ciliegie non ne arriveranno più in tavola. Per me, sparecchiato. Le ultime. Io non metterò più in bocca una ciliegia. Se riesci a capire questo, hai capito tutto.

CLEMENTE         - Come farti intendere, mio Dio?!

EUGENIO            -  (brutale) Taci. Sono io che devo fare intendere te. Tu non sai niente. (A stacco) Ma la gente, la gente per la strada, perdio! Uno ti passa accanto, cento, mille. Ti sfiora, ti tocca. Per un attimo, i tuoi occhi si incrociano con i suoi: un lampo e il pensiero dell’uno viene invaso dal pensiero dell’altro. Pure non ci fai caso, quasi non l’hai notato e quanto poi a ricordartene!... Nessuna traccia. Probabilmente, certo, non lo rivedrai mai più, non lo incontrerai mai più... E chissà quel che sarebbe potuto nascere fra voi. Fosse pur solo una parola, non sarà stata pronunciata. Lui per te, tu per lui, non sarete esistiti. Ma è atroce! (Anche una vaga sfumatura istrionica, ma quanto sincera!) Tu ci pensi? No.

CLEMENTE         - Che ne sai?

EUGENIO            -  Non ci pensi. Nessuno ci pensa come intendo io. Io sì, di continuo, un’ossessione. Ore, nelle mie fughe, ho seguito, spiato degli sconosciuti per la strada... E coloro che non si saranno incontrati nemmeno una volta e nemmeno così Mondi impenetrabili, ai quali sarai rimasto ignoto. Miriadi di volti, sconfinate distanze... Saranno vissuti, avranno pensato, fatto, disfatto, goduto, patito e non ne avrai saputo nulla. Come la metti la tua carità, il tuo abbraccio universale. Dì su, come la metti?

CLEMENTE         - Non hai il diritto di ragionare a questo modo.

EUGENIO            -  Va bene, me lo piglio. Posso pigliarmi tutto, io, ormai.

CLEMENTE         - E’ peggio, è una morte anche peggio dell’altra, EUGENIO.

EUGENIO            -  Non sai fino a che punto. Esserti creduto il centro del creato e scoprirti niente. Non c’eri! E senza più nemmeno il tempo per poterti accorgere che non c’eri, non hai voluto esserci. Non hai conosciuto ciò che avresti potuto conoscere, visto ciò che avresti potuto vedere, goduto ciò che avresti potuto godere, sofferto ciò che avresti potuto soffrire, dato e ricevuto ciò che avresti avuto da dare e da ricevere! Vanno sulla luna: ebeti! e finiranno sottoterra ignorando che, voltato l’angolo, c’è un vecchio privo di una gamba che vende turaccioli. Turaccioli! Là, a cinquanta metri. Lo sapevi?

CLEMENTE         - E’ ben altro quel che importa.

EUGENIO            -  E’ unicamente questo. Un animale, un albero, una pietra, un volto, uno sguardo, un odore, un buono o un cattivo pensiero. La feroce curiosità, l’inestinguibile fame di contatti, l’insaziabile bisogno di riempirti gli occhi, gli orecchi, la pelle, la mente! di ciò che è vivo, è vissuto e vivrà. Aderire alla realtà, abbattere gli ostacoli fra te e gli altri, fra te e le cose quali che siano. La vita autentica è questa. Mica il cerimoniale astratto ed estraneo che vi abbiamo sostituito. Prestigio, interesse, onori, croci di cavaliere, coscienza di classe, patria, famiglia, parentele... i battaglioni dei nostri retorici manichini: la nostra paura.

CLEMENTE         - Nega tutto ciò e avrai negato l’umanità che, pur con le sue miserie, le sue cadute, è la forma più elevata della vita, in nome della quale pretendi di rivoltarti.

EUGENIO            -  Ah sì? Ci siamo mai chiesti, noi, qui, chi siamo, cosa rappresentiamo l’uno per l’altro; perché ci siamo messi insieme, noi e non altri? Quel che di vero ci unisce? Dico di vero. Represso ogni impulso, mortificato ogni slancio.

CLEMENTE         - Ma è una domanda che contiene già la sua risposta, basta non essere ciechi e sordi.

EUGENIO            -  Tu sei mio fratello. Incontestabile. Bene. Che vuol dire? Che ci significa dentro? Nostra madre, mia moglie, mio genero. Sì, so quali vestiti preferiscono, i cibi di cui sono golosi, i difetti che me li rendono detestabili. Si sa sempre, subito, degli altri i difetti che ce li rendono detestabili. Ma poi? Chi sono veramente? Magari meglio di quel che mi sembrano. E io per loro?

CLEMENTE         - Come puoi parlare così del tuo sangue, dei tuoi figli?

EUGENIO            -  E’ vero, ho anche dei figli. L’unica cosa che so di mia figlia è che è fedele a suo marito solo perché ha il disturbo, ereditato da sua madre, di raccontar dormendo, ciò che ha fatto di giorno. Il sonnambulismo di sentinella alle corna. È una iena infelice solo per questo. E mio figlio? Mah!... Chi è? Lo conosco? Mi conosce? Gli vado a genio per padre? È giusto, faccio il suo bene allevando un essere artificiale, falso, assurdo e vile come sono stato io?

CLEMENTE         - Basta,

EUGENIO            - , te ne scongiuro, non fai che farti del male.

EUGENIO            -  Assurdo e vile, fuori dalla vita e lo vedo ora che è tardi. Bancarotta completa. (Nuovamente imprevisto) Perché poi, la consapevolezza della morte, tutto il tempo passato, presente e avvenire che ti casca improvvisamente addosso come è cascato addosso a me, ha anche questo di stupendo e malvagio: che ti apre la mente, ti rende, di colpo, intelligente, intelligentissimo, capisci tutto. Ti spalanca uno sconfinato orizzonte, ti restituisce nuova ogni cosa. Contempla, par che ti dica, assapora qual vertigine di libertà avrebbe potuto darti la vita, solo se non l’avessi gettata via e avessi tempo a riviverla... se non avessi sempre respinto ciò che ti poteva toccar dentro, muovere la tua anima, da qualsiasi parte ti venisse!... Tu taci. Con tutta la tua sapienza, non trovi niente da opporre.

CLEMENTE         - Che si può opporre alla cecità della disperazione, alla frenesia di dilaniarsi?

EUGENIO            -  (con abbandono, quasi il sollievo di una confidenza) Se tu sapessi, al principio... poi ci si assesta, non ci si rassegna: ci si assesta... ma al principio!... specie i primi tempi: l’odio per chi viveva e avrebbe vissuto quando non ci sarei più stato io. Vi ho odiati tutti. Ho desiderato la vostra morte, ho immaginato i vostri funerali. Con ferocia, con gioia... Vi ho seppelliti l’uno dopo l’altro, colma la tomba di famiglia.

CLEMENTE         - Povero fratello mio!...

EUGENIO            -  Quello sciagurato, quella notte a Milano? Sì. Lo volevo distruggere. Con ogni mia forza. Distruggerlo perché, ella sua brutalità, era vivo, vivo, vivo, senza ritegno. E m’è spiaciuto, perché non dirlo? m’è spiaciuto di non averlo ucciso, come niente m’era spiaciuto mai tanto nella vita.

CLEMENTE         - Taci, taci, è orribile.

EUGENIO            -  Sono i miei legittimi vantaggi. Non hai calcolato i sinistri vantaggi della mia situazione? Tu puoi compiere una strage, gettar bombe in Duomo, massacrare la tua famiglia, dar fuoco alla città. Beh? Metti anche, improbabile col passo della nostra giustizia, che facciano in tempo a processarti. Massimo, quanto ti potranno far pagare? Cinque, sei mesi. Il debito di un furto di galline. Eh che liquidazione!... E puoi far cose, cose... Grosse tentazioni,

CLEMENTE.

CLEMENTE         - Sta in guardia...

EUGENIO            -  Da che, da che?

CLEMENTE         - Esiste anche un orgoglio della sventura. L’ostentazione, il narcisismo della sofferenza non è che orgoglio. Guardatene.

EUGENIO            -  Senti che lussi!

CLEMENTE         - Non rifletti quanti sono sani, superbi, invidiati, oggi e domani, ora stesso...

EUGENIO            -  Sicuramente. Come no? Se n’è visti così, andarsene. Anche in questi mesi. E chi può escludere che qualcuno di voialtri mi preceda a tenermi il posto?

MICHELE             - stesso, guarda, coi suoi diciassette anni. Conta tanto, di fronte all’eternità del tempo vivere un giorno o vivere un secolo!...

CLEMENTE         - Vedi? E allora, allora?

EUGENIO            -  Ma è sempre la stessa storia: che importa se non lo si sa? È come essere eterni. E, perché ci si sente eterni, ci manca il gusto della vita. Si nasce, si vive e si muore soli per colpa di questo paradosso, mica per altro: nuova frode, chi ci ha messo al mondo. Per te medesimo, scusa, che della morte hai fatto una professione e ci speculi, su, essa è nient’altro che un’ipotesi.

CLEMENTE         - Non essere ingiusto con gli altri come lo sei con te stesso.

EUGENIO            -  Tu, come tutti, sai di dover morire. Sì, sì, figurarsi, credi perfino di possedere il segreto migliore di preparartici, prenotata una poltrona di prima fila in cielo; però, in fondo in fondo, non è che ci credi del tutto. La respingi in un futuro nebbioso, elastico, senza data. La morte degli altri è una realtà, la nostra rimane sempre solo un’ipotesi. Il meraviglioso trucco è qui. Ma, in nome di Dio, è il caso di dirlo, se tu fossi coerente con te stesso, sicuro come sei di ciò che predichi, in armonia con quel che prometti dopo, tu dovresti cercarla, andarle incontro. Ogni ora di più, nell’esilio di questa terra, ti dovrebbe sembrar rubata. Viceversa, appena hai addosso un raffreddore, ti cacci a letto e ti imbottisci di aspirina. Come mai?

CLEMENTE         - Spetta unicamente a Dio decidere il momento di chiamarci a sé. Non lo sai?

EUGENIO            -  Lo sapevo. Credevo di saperlo. CELMENTE A noi è chiesto solo di conservare e di far buon uso del dono che ci ha dato.

EUGENIO            -  Attento, l’hai chiamato dono.

CLEMENTE         - E ti pare che non lo sia?

EUGENIO            -  Altroché! E perché, allora, così crudelmente capriccioso, me lo toglie, e pazienza; ma mi manda anche il preavviso della data! Esagera.

CLEMENTE         - Che ne sai tu? Non puoi nemmeno essere sicuro che te la toglierà.

EUGENIO            -  A questo punto, mancherebbe di parola.

CLEMENTE         - Metti che si tratti di un ammonimento, una prova...

EUGENIO            -  Magari di benevolenza.

CLEMENTE         - Non è escluso.

EUGENIO            -  Ah già, trattamento di favore perché io provveda a mettere al sicuro l’anima. Eppure, più che la mia morte, mi par di capire, in te, c’è il timore che io muoia dannato.

CLEMENTE         - Sì, EUGENIO. Non tutto finisce con noi. Anzi!

EUGENIO            -  Come vedi, se questo sarà il risultato, il tuo principale avrebbe sbagliato i suoi calcoli.

CLEMENTE         - Stai parlando di Dio!

EUGENIO            -  Purtroppo. Un’altra delusione. Ma già l’esaltata rivolta si va estenuando in un’ironica malinconia, più che ad altri, rivolta contro se stesso. E va bene: una prova. Mettiamo una prova. Ma a chi fa un effetto a chi ne fa un altro. A me ha fatto questo. Dovete aver pazienza. E adesso, cercate, se ci riuscite, una risposta all’insocialità del mio contegno. È talmente innaturale il sentimento, bada bene: il sentimento non l’idea, della morte, da indurmi a pensare spesso che, forse, dopo di me, non ci sarà più niente. Per nessuno. Con lo spegnersi della mia coscienza, tutto il modo si spegnerà come il mozzicone di una candela esaurita... Un fantasma della mia mente, dissolto, dileguato, perché l’intero universo e la totalità dei viventi non sono che io, io soltanto.

CLEMENTE         - Concediti un po’ di misericordia. Un respiro di carità verso te stesso... l’umiltà della speranza.

EUGENIO            -  (stanco dentro) Non temere, al momento buono mi recuperate... Ho così poca stima di me!... Quando la beffa di questa energia, questa convulsa vitalità che ora mi esalta, avrà ceduto, mi ritroverete. Voi siete bravissimi in queste imboscate e io non chiederò di meglio. Pazienza io, pazienza voi. D’altra parte, un atto di viltà è pur umano in quell’ora. Siamo gente prudente, noi. Non si sa mai. Ma deve aver percepito un rumore. Spalanca l’uscio e ci trova, dietro, sua moglie che cerca di soffocare i singhiozzi mordendo il fazzoletto. Volevo ben dire. Tutto come doveva essere. Non manca niente.

CLELIA                - (convulsa, povera donna; se crede, gettandogli le braccia al collo) EUGENIO, EUGENIO mio!... Non è vero. Dì che non è vero. Non è possibile. Non voglio, non voglio!

EUGENIO            -  Lei non vuole, capisci?

CLEMENTE         - Così no. Non dovevi, CLELIA.

EUGENIO            -  (allontanandola) Su, da brava. Impara a non origliare agli usci e chiudi il rubinetto. Altrimenti, farai credere di essere tu a dover morire.

CLELIA                - (tra le lacrime) La darei volentieri la mia vita. Qui, subito, in cambio della tua.

EUGENIO            -  Ah, poterti prendere in parola!

CLELIA                - Sì, sì!...

EUGENIO            -  Le belle frasi.

CLEMENTE         - Basta, CLELIA.

EUGENIO            -  (impetuosamente) Via. Andate via, andate via! E mentre si mette a squillare il telefono, il cognato, sostenendo la cognata, escono. Lui lo lascia insistere e poi va a rispondere. “...Ah, lei. Ha fatto presto... Dica... Ingegnere... patriota.... amico di Manin e collaboratore di Cavour... Ministro dei lavori pubblici, senatore. Tutta questa roba!... Ecco una carriera!... Come?... Da Bergamo?... No no, per me, va benissimo... Sento... Anche il primo che pensò al canale di Suez! Chi lo avrebbe detto. Paleocapa... Vada avanti, mi interessa... Dove?... Un busto alla stazione e un monumento in piazza di Torino? ... Bene. Grazie... Adesso, però, deve usarmi un’altra cortesia. Farmi sapere chi era Manin... Non c’è fretta”. Mette giù il telefono, direttamente alla statua: E tu: pietra! rimarrai. Ora raccoglie le radiografie rimaste sul tavolo, le infila nella loro custodia e va a riporle dove le ha tolte. Ha appena dato un giro di chiave al cassetto, che entra

MICHELE             - e – lì, dov’è, non lo può vedere – persuaso di essere solo, si mette in contemplazione della venere e fa il gesto, naturale nella sua spontaneità di adolescente, di accarezzarle una mammella. Se suo padre gliene lasciasse il tempo, probabilmente si azzarderebbe anche a sollevarsi sulle punte dei piedi e a baciarla sulla bocca. Ma, poi, perché non glielo dovrebbe lasciare?

EUGENIO            -  (tutto fuorché un rimprovero) Bravo MICHELE!

MICHELE             - (a testa bassa, acceso come un papavero) Ero entrato a darle un’occhiata. Credevo che non ci fosse nessuno. Scusa.

EUGENIO            -  Non c’è ragione di abbassar la testa. Ormai, sei grande, devi imparare a non arrossire. Non c’è mai da arrossire ad esser sinceri.

MICHELE             - (un po’ rinfrancato, e via, un’alternativa di imbarazzo e disinvoltura) La nonna dice che è scandalosa. Non mi pare.

EUGENIO            -  La nonna ha vecchie idee.

MICHELE             - Dovresti sentirla.

EUGENIO            -  Ho cominciato a sentirla tanto tempo prima di te. Lasciala dire.

MICHELE             - Mica è la sola.

EUGENIO            -  Lasciali dire tutti. Infischiatene. Infischiamocene.

MICHELE             - Come se fosse facile.

EUGENIO            -  (distraendolo dall’ammirazione del marmo) Ti piace?

MICHELE             - Urca! Nemmeno confronto con la fotografia sui libri.

EUGENIO            -  Peccato che non apra la mano e lasci cadere quell’asciugamano lì, fino ai piedi, che ne dici?

MICHELE             - (innocente) E’ tanto bella anche così. Deve essere meraviglioso fare lo scultore.

EUGENIO            -  Ti piacerebbe?

MICHELE             - (lontano un pianeta) Parlo così, tanto per parlare.

EUGENIO            -  Se ti piace, una volta che ne fossi veramente convinto, perché non lo potresti fare?

MICHELE             - Papà, mi prendi in giro?

EUGENIO            -  No, MICHELE. Basta solo non far del male agli altri. Il resto si può tutto. Ricordatelo.

MICHELE             - (un pizzico di impertinenza) Anche lasciarsi bocciare agli esami?

EUGENIO            -  Sai la gran colpa!

MICHELE             - E l’anno scorso, per essere stato rimandato in religione, mi hai negato la motocicletta.

EUGENIO            -  L’anno scorso era l’anno scorso. E chissà quanto ci tenevi.

MICHELE             - Puoi dirlo.

EUGENIO            -  E’ stato proprio un grosso dispiacere?

MICHELE             - Beh, non ne ho fatto una malattia, però... Ma, giacché siamo sul discorso, quest’anno è probabile, che, di materie, a ottobre, ne abbia due. Meglio che te lo dica subito. Per quanto ci dia dentro, non mi si ficcano in capo. Penso sempre ad altro.

EUGENIO            -  Per esempio?

MICHELE             - Altre cose.

EUGENIO            -  Più piacevoli?

MICHELE             - Naturalmente.

EUGENIO            -  Facciamo un patto. Lasciati bocciare del tutto e puoi contare su una spider.

MICHELE             - (un vero rimprovero) Papà! Non è serio.

EUGENIO            -  Hai ragione. Come prendere sul serio certi discorsi quando non ci si parla mai, mai un po’ di confidenza... di intimità...

MICHELE             - Eh!

EUGENIO            -  ...Un po’ di amicizia!...

MICHELE             - (insospettito) Ma mi sei amico, tu?

EUGENIO            -  Avrei voluto esserlo.

MICHELE             - Come fa un padre essere amico di suo figlio?

EUGENIO            -  Già, come fa?

MICHELE             - Sarebbe mica male, però!

EUGENIO            -  Se ti faccio una domanda, mi risponderai sinceramente?

MICHELE             - Proverò. Purché non sia una domanda troppo difficile.

EUGENIO            -  La più facile del mondo (Con anche maggior pudore) Mi vuoi bene?

MICHELE             - Oh bella, sei mio padre!

EUGENIO            -  Già. Ho detto la più facile ed era la più difficile. Un’altra, solo da amico, vuoi?

MICHELE             - Dai.

EUGENIO            -  Non hai ancora fatto all’amore?

MICHELE             - (un soffio) No.

EUGENIO            -  (affettuoso) A diciassette anni, MICHELE, non hai ancora fatto all’amore. Vergogna!

MICHELE             - (l’incanto del raggio di confidenza che stinge il rossore!) E tu, alla mia età, l’avevi fatto?

EUGENIO            -  Beh, no, nemmeno io.

MICHELE             - Vedi?

EUGENIO            -  Ma io sono sempre stato un cretino. Guai se tu prendi esempio da me.

MICHELE             - (l’affascinante sfacciataggine d’un sano sorriso) Se avessi avuto la motocicletta, sarebbe già accaduto...

EUGENIO            -  Per questo la desideravi?

MICHELE             - Naturale. Anche per questo. E’ una risorsa con le ragazze, sai? Però quest’estate al mare!...

EUGENIO            -  Non dimenticartene.

MICHELE             - Puoi contarci. Parli proprio come un amico.

EUGENIO            -  Ne hai amici?

MICHELE             - Tutti i miei compagni. Ma adesso devo scappare a farmi venire il mal di testa su quella rogna dei logaritmi. Ciao, papà.

EUGENIO            -  Ciao, caro. E ricordati le mie parole. Dopo, ricordatele.

MICHELE             - Dopo, quando?

EUGENIO            -  Così, anch’io, tanto per dire.

MICHELE             - Va bene.

EUGENIO            -  Me l’hai promesso.

MICHELE             - A proposito, se devo ricordarmele, quali parole?

EUGENIO            -  Vivi compiutamente la vita, la tua vita, senza lasciarti imprigionare in ciò che vorranno farti diventare gli altri, e tu tesso sull’esempio degli altri. Tutto qui. È molto semplice.

MICHELE             - Ma mica facile. Sembra un testamento.

EUGENIO            -  Chissà!...

MICHELE             - (una strizzata d’occhio, il gesto del pollice dietro alla spalla) E’ bella, sai.

EUGENIO            -  Sì, è bella. E resta malinconico, fisso lo sguardo all’uscio dove l’ha visto scomparire. Poi, piglia il telefono e chiama un numero, quello di prima. “ ...A proposito: in piedi o a cavallo?... Quel Paleocapa, il monumento... Seduto?... in poltrona.... Certo, forse per risparmio... A Torino ha detto?... Mi faccia tirar fuori l’automobile....”. Viene avanti, sposta un massiccio seggiolone, lo sistema, spalle appoggiate alla Venere di Milo, e quindi, vi si accomoda dentro il più dignitosamente che gli riesce. In poltrona, in piazza. Allunga le gambe, le accavalla, prima una, dopo l’altra; poggia le mani sui braccioli, le mette in tasca, le solleva, conserte, al petto. Tenta, insomma, parecchie pose e anche tutte le varie combinazioni. Macché risparmio! Comodità.

ATTO TERZO

Sarà, senza fallo, vero chi disse il recipiente del tempo è giusto. Non, però, nel senso di eguale per tutti e nemmeno per ciascuno. La verità è che si passano ore, interminabili, lunghe quanto anni e anni, fuggevoli, brevi quanto ore. Dipende chi consuma, ciò che se ne aspetta e così via. In parole alla buona, son passati altri mesi. Le finestre che, spalancate, al principio, eran travolte dal chiaro sole della primavera, ora, chiuse, si difendono dall’uggioso assedio delle nebbie dell’ultimo autunno. Tranne il più giovane e suo padre, intorno al tavolo stan riuniti a parlamento tutti i Melzi-Branca-Sanvirtù. E non devono essere lì da poco, a giudicare dalle parole conclusive di un intervento del prelato, così ad orecchio non destituite di una certa perplessa severità.

CLEMENTE         - “... ecco quel che ne penso io. E dovrebbe essere il pensiero di tutti. Certe considerazioni è già brutto e antipatico, anche se può essere comprensibile, che si affaccino alla mente. Fa parte, purtroppo, della nostra miseria e della nostra debolezza, lo so...

CLELIA                - Meno male che l’ammetti. È qualcosa.

CLEMENTE         - ... a patto di scacciarle come mostri, prima che prendano corpo. Per nessuna ragione al mondo, si dovrebbero manifestare. E, tanto meno, farne argomento di discussione. È un piano inclinato pericoloso. Guardiamocene. Forza e rassegnazione, ognuno deve trovarle in se stesso.

IRENE                   - Sì sì, cercare tutto tranne un po’ di sincerità.

CLEMENTE         - E’ solo pazienza che ci vuole.

CLELIA                - Ti pare, per caso, che non se ne abbia?

CLEMENTE         - Intendevo dire carità. La pazienza che viene dalla carità.

CLELIA                - Che, alla resa dei conti, può diventare colpevole tolleranza.

CLEMENTE         - Credo proprio di no.

AURELIA             - Se la tua intende essere una lezione di umanità, te la puoi risparmiare per qualcun altro. Conosco io che sono sua madre e la

CLELIA                - che è sua moglie, il calvario che stiamo passando da quando s’è saputo.

CLEMENTE         - Nessuno lo mette in dubbio.

AURELIA             - (al termine di un fulminante sguardo circolare) Non mi pare. E l’occhio impietoso indugia sui due silenziosi: la nipote e suo marito deputato.

IRENE                   - Dici a me?

DE GIUSSANI     - No, dice a me.

AURELIA             - Dico solo: non mi pare.

DE GIUSSANI     - Lo dice a tutti e due.

CLELIA                - In croce, io, qui, sbattuta fra la pena di lui e lo spavento del precipizio che ci si sta spalancando sotto i piedi... Oltretutto, senza poter pronunciare una parola, fare un gesto, esprimere un parere, azzardare un consiglio...

AURELIA             - Prendere una decisione.

CLELIA                - Intervenire, insomma, in un modo qualsiasi, per recargli un po’ di sollievo.

AURELIA             - Soffrire e lasciar fare.

CLEMENTE         - A paragone di ciò che sta passando lui, tutto il resto scade in seconda linea.

CLELIA                - Naturalmente. Bisognerebbe non possedere né cuore né criterio per dimenticarlo. Avere, però, il conforto di essergli utili, di significare qualche cosa, di esistere. Non sentirsi inutili.

AURELIA             - Inutili, disprezzati e respinti. Oltre al resto.

CLELIA                - E’, forse, mancanza di carità, questo? Ci sta davanti come un accusatore.

AURELIA             - A sua madre, alla sua famiglia.

CLEMENTE         - Lo so. E’ un’ardua prova per tutti. Se fosse dipeso da lui, ce l’avrebbe risparmiata fino all’ultimo. E tu, CLELIA, ne puoi dir qualcosa. Ma che, almeno, questa prova sia un elemento di unione, non di disunione. In nome, proprio, di ciò che preme salvare.

AURELIA             - E allora?

CLEMENTE         - (sempre, suo malgrado, piuttosto tortuoso) Si sopporta con rassegnazione... Si aspetta. E si prega l’Onnipotente che gli tocchi il cuore. Ecco, questo. Niente di più e niente di meno.

IRENE                   - (maligna) E’ la tentazione dell’impazienza, mi par di capire, che si deve reprimere. Impazienza di che? Ecco il punto.

CLEMENTE         - Sì, IRENE, è l’impazienza. Ma non nel senso che intendi tu.

IRENE                   - Mi sa, viceversa, proprio in quello: qui, i confortatori respinti, i salvatori in agguato!... Ma guardiamoci bene in faccia.

CLEMENTE         - Sei senza pietà, IRENE.

AURELIA             - E’ venuta fuori tutta la sua cattiveria.

CLELIA                - Avesse, almeno, il pudore di star zitta, come suo marito.

IRENE                   - Cosa siete, cosa siamo!... I pochi mesi vanno diventando troppi, vero? Ci si pensa ma non se ne deve parlare. Tanto, già, condannato è condannato. Basta lasciar fare al tempo. Ma il tempo batte la fiacca. Non è dalla nostra. E il “dopo” si fa sempre più incerto e difficile. Questa volta ci si è messo contro anche il tempo.

CLELIA                - Non è misericordioso, dovresti dire, se avessi un cuore di figlia in petto. Perché, ciò che resta da chiedersi è se ci sia da esser contenti, oppure da rammaricarsi che le cose vadano per le lunghe più del previsto. Dico per lui, beninteso, per la crudeltà del suo patire.

CLEMENTE         - No, CLELIA, ho timore che, pur con le migliori intenzioni, tu dica per lui ma pensi per noi. Questo sarebbe male, molto male. Allora, IRENE, non avrebbe visto errato.

AURELIA             - (che non possiede le diplomatiche finezze del figlio sacerdote) E perché no? Quando, oltre il dolore, l’incubo nostro e suo, non meno nostro che suo, vorrai riconoscere, in pochi mesi, ti vedi demolire ciò che generazioni e generazioni hanno sudato a costruire, sul piano morale non meno che su quello materiale.

CLEMENTE         - Ma che c’entra?

CLELIA                - C’entra, abbi pazienza.

AURELIA             - E’ la cosa che c’entra di più. Forse non si ha il diritto, il dovere di salvaguardarlo per il domani? Noi passiamo, ma il nostro nome resta.

IRENE                   - Chiaro, no?

AURELIA             - ...Dio mi conosce e può testimoniare se non gli sarei stata riconoscente che mi richiamasse a sé prima di soffrire quel che soffro e di assistere a quel che assisto. Io sono vecchia, e ogni giorno, per me, è regalato. Ma i vivi contano pure qualcosa. Dimenticarcene sarebbe una diserzione. È duro ricordarlo, però sta scritto nel Vangelo: lasciate i morti seppellire i loro morti. “Che fibra!” l’ha mormorato, o lo ha solo pensato, l’onorevole, senza alzare gli occhi da una fastidiosa pellicina del dito medio destro, che si sta strappando con le unghie dell’indice e del pollice sinistro.

CLEMENTE         - Tu interpreti un po’ troppo disinvoltamente le sacre scritture, mamma.

AURELIA             - Non ho bisogno che mi venga ad insegnare tu come leggere il Vangelo.

CLEMENTE         - In questo caso, scusa, penso di sì.

AURELIA             - Lo conoscevo a memoria che tu eri ancora nella mente dell’Altissimo.

CLEMENTE         - Non è questione di conoscerlo a memoria.

IRENE                   - Ma no. Ecco, se Dio vuole, una che esce allo scoperto. Onore al merito. Ci vuol del fegato parlar così del proprio figlio. Da una parte il cuore, dall’altra il cervello. Coerente. Amministrazioni separate. A botta calda, pianto e disperazione – sì sì, non glieli abbiamo lasciati mancare –; passato il primo colpo, un incomodo da rimuovere al più presto, punto e a capo. Sì che, tutto questo, reca il timbro di famiglia!

CLELIA                - Basta,

IRENE!

AURELIA             - Lei, la più cinica, viene a farci il processo alle intenzioni.

CLEMENTE         - Stai superando i limiti, IRENE. Mi appello a tuo marito.

DE GIUSSANI     - Semplice spettatore.

IRENE                   - Ma diciamolo apertamente, una volta per tutte, senza frange, senza campanelli e senza contraddanze che non ingannano nessuno. Quel che gli rimproverate è ostinarsi a volersene andare all’altro mondo senza il vostro aiuto, il vostro controllo, e a modo suo: quest’agonia ribelle che non rispetta le regole. Ma, soprattutto, ciò che non gli perdonate è che tardi tanto a togliere il disturbo. Il respiro di sollievo, ah, la sua pazzia di salire sul Cervino!... Nessuno, allora, che si sia provato a trattenerlo, che abbia protestato. Uno scivolone garantito – forse ci faceva conto lui stesso. Lui stesso, forse, ci faceva conto, come tanti altri suoi ardimenti – e tutto era finalmente risolto con un funerale di prima classe, meritorio, oltretutto, di distrarre l’opinione pubblica. Invece, niente. Il rischio è diventato il suo elemento naturale. Dovrebbe già starsene tranquillo sottoterra, e si ostina nella provocazione di essere più energico e vispo di tutti noi messi insieme. Se non è un insulto, poco ci manca. Vero?... Impossibile evitarlo. Approfittando di starle seduta a gomito, sua madre non ha potuto fare a meno di lasciarle andare un manrovescio. E ciò vuol dire che la verità scotta.

DE GIUSSANI     - T’ha fatto male?

IRENE                   - Ebete!

CLEMENTE         - Non è a questo modo che si risolve il problema, CLELIA. E nemmeno tu, IRENE. Così arriverete a dilaniarvi, e niente altro. Non fate che precipitare quel che temete maggiormente: la disunione della famiglia.

AURELIA             - Chiamalo pure lo sfasciamento.

CLELIA                - Ci siamo vicini.

AURELIA             - Una vipera velenosa hai messo al mondo.

IRENE                   - (hai voglia che riesca a tacere) Consolatevi. Alla lunga, vi resta sempre l’arsenico o qualcosa del genere. Non v’è ancora venuto in mente?... Tu, nonna?... Possibile?... Nel suo stato andate a colpo sicuro. Si guadagnerebbe del tempo prezioso per provvedere al restauro dei danni e voltar pagina. Eutanasia. Ve ne potete fare perfino un merito di coscienza.

CLEMENTE         - Sono io, ora IRENE, che ti ordino di tacere.

IRENE                   - Hai paura che il suggerimento segua il suo corso? Ho idea che non saresti mica tanto lontano dal vero. Ti so dire io, il giorno che, qui dentro, venisse a galla tutto!...

CLELIA                - Figlia infame!

IRENE                   - Può darsi. Ah non mi reputo molto migliore. Ma non certo nei suoi riguardi. Questo no, di sicuro. La più cinica? La più cinica. Io, per me, però, ho cominciato a stimarlo e anche, sì, vi sembrerà impossibile, a modo mio, a volergli bene, solo da quando è così e so di doverlo perdere. Ho idea che, solo ora che deve morire, ci sta insegnando a vivere. Per essere felici, è necessario essere liberi; ma per essere liberi, bisogna essere coraggiosi. Quel che non mi perdono è il non averlo capito subito. Ma, per imparare a fondo la lezione, occorrerebbe essere meno vigliacchi. Me compresa. Sta mandando tutto a catafascio? Ci sta rovinando la reputazione? Bene. Io me ne sento orgogliosa.

CLELIA                - Per volergli bene avevi bisogno dello scandalo.

IRENE                   - Forse! Io lo chiamo aprire gli occhi. Mi suona più adatto.

CLELIA                - Tu non puoi amare qualcuno senza odiare qualcun altro.

IRENE                   - Merito tuo: vostro, che m’avete impastata a questo modo. Mica intendo rinnegare la prosapia. Anzi.

CLELIA                - Un bene così offende, quando non fa paura.

IRENE                   - Voglio bene come posso.

CLELIA                - Non lo invidio.

IRENE                   - Nemmeno io il vostro. E ancora meno lui, mi sa tanto.

AURELIA             - E quello sterile di suo marito, là, la lascia sputare tutto il suo veleno, senza aprir bocca. Quando non ha da fare un discorso in piazza, lui diventa muto.

DE GIUSSANI     - Non avete fatto altro che ripetermi che io non sono dei vostri. E penso che abbiate ragione. Mi limito ad ascoltare per farmi un’idea. Se ci riesco.

IRENE                   - Ben risposto. Ne ha portato della rivoluzione! Chi lo avrebbe sperato? Rischia di far diventare intelligente perfino lui.

CLELIA                - Basta, ho detto. Fuori. Vattene, esci!

CLEMENTE         - E’ più prudente,

IRENE.

IRENE                   - Ed è quanto stavo facendo. Esiste un limite anche all’ipocrisia. (Diretta, al sobrio consorte) Tu, a proposito, sai che m’ha detto ieri sera? Non te lo immagini nemmeno.

DE GIUSSANI     - Come faccio a saperlo se sono arrivato soltanto stamattina ed è la prima volta che mi rivolgi la parola per dirmi che son diventato intelligente?

IRENE                   - Adesso non esagerare. “Caricalo di corna, m’ha detto, non risparmiargliele. Ne ha bisogno per completare la sua personalità”.

DE GIUSSANI     - Chi?

IRENE                   - Te. “Se poi, in sogno, ha proseguito, hai paura che ti scappi di raccontarglielo, procurati un buon sonnifero. E sennò, niente, sarà più divertente e chissà che non riesca a diventar qualcuno”.

DE GIUSSANI     - Così?

IRENE                   - Così.

DE GIUSSANI     - E io lo mando sotto processo.

IRENE                   - Non faresti in tempo. E li pianta lì, sbattendosi dietro l’uscio.

DE GIUSSANI     - Certo che, sì, dico... ben, vero... ecco!

CLEMENTE         - (comprensivo) Non farci caso. Nessuno è più padrone dei suoi nervi.

DE GIUSSANI     - Bella consolazione.

AURELIA             - E mettiti pure a difenderla, adesso!

CLEMENTE         - Non mi metto a difenderla. Cerco, solo, di entrare nel suo stato d’animo.

AURELIA             - Spendi malamente le tue virtù di sacerdote.

CLEMENTE         - Faccio quel che posso. E mi accorgo di potere assai poco, per non dir niente. È facile fin che tutto è facile. Ma, quando sarebbe necessario, ci si rende conto di essere impotenti, e alle cose veramente importanti non si è preparati. Cosa conta possedere la verità, quando, poi, non riesci a farne strumento d’aiuto per chi ne ha bisogno?

AURELIA             - Domandati, giacché ci sei, se, per caso, non abbia ragione lui.

CLEMENTE         - No. Mi domando se non ho torto anch’io. E non è un cambio a mio vantaggio, dentro a questa veste. Mi potete credere. Sembra, quasi, che il significato di quanto gli stia accadendo sia di farci verificare tutti i nostri fallimenti.

AURELIA             - E così, nemmeno tu sei più l’uomo di prima. Pure te ha influenzato. È una maledizione che non risparmia niente e nessuno.

CLEMENTE         - Sono parecchi i modi d’aver torto, mamma. Fortunata te che non te ne rendi conto.

AURELIA             - Un bel risultato, sì!

CLELIA                - Anche i figli ha avuto il tempo di mettermi contro.

AURELIA             - Tutti!

DE GIUSSANI     - E che dovrei dire io, allora, che, non contento di volermi far perdere il posto di deputato, mi esorta la moglie alla prostituzione, secondo la teoria che le corna sviluppano la personalità?

CLELIA                - Fa’ il caso di MICHELE. Non è più lui. Maleducato, sfacciato; nemmeno l’ombra della obbedienza e del rispetto di una volta. Timido e contegnoso com’era, ha perso tutta la sua innocenza.

CLEMENTE         - Non crearti fantasmi dove non esistono. La gelosia materna gioca dei brutti tiri. Son cambiamenti naturali, al termine dell’adolescenza. Probabilmente, era soltanto inibito e meno sincero.

CLELIA                - Era quel che doveva essere alla sua età: un figlio rispettoso e un ragazzo perbene.

CLEMENTE         - Che, forse, non lo è rimasto?

CLELIA                - No.

AURELIA             - Ha ragione. Ed è l’aspetto più grave delle nostre sventure, che è tutto dire. In pochi mesi, dacché è tornato dalle vacanze in sua compagnia, con lui solo! s’è cambiato da così a così.

CLEMENTE         - S’è fatto più uomo, ecco tutto.

CLELIA                - E lo chiami poco?

AURELIA             - (incalzando) S’è mai visto un padre che si tiene tanto appiccicato un figlio, sottraendolo agli studi, alla religione, alla famiglia, che lo fa continuamente viaggiare con sé, se lo tira dietro chissà dove e gli riempie la testa di chissà cosa?

CLELIA                - Si scambiavano, sì e no, una parola ogni ventiquattr’ore e, dall’oggi al domani, hanno messo insieme un’intesa morbosa. Sembrano due complici, sembrano.

CLEMENTE         - Forse sono, finalmente, un padre e un figlio come dovrebbero essere.

DE GIUSSANI     - (inopinato) Posso?

CLEMENTE         - Occorre che tu lo chieda?

DE GIUSSANI     - E’ un mutamento che ha colpito anche me. Come, del resto, non cessa di colpirmi questa sonnolenta malattia che, invece d’andare avanti, sembra tornare indietro. Ma va a fidarti della medicina. Quando non è incomprensibile, è dispettosa.

AURELIA             - Ecco. L’ha notato perfino lui. Un altro è diventato.

DE GIUSSANI     - Devo anche aggiungere, per la verità, che, ora, il ragazzo è più simpatico.

CLELIA                - Figurarsi, quello, se, dopo essere venuto fuori con una osservazione giusta, non provava il bisogno di aggiungercene una sbagliata!

AURELIA             - Più simpatico! Come se la simpatia fosse una virtù.

DE GIUSSANI     - Lo sarà sempre più dell’antipatia. Prima, tirava gli schiaffi.

CLEMENTE         - Nonostante tutto, e ammetto che, sotto un certo punto di vista, possa essere preoccupante, trovo anch’io che gli è stato utile.

CLELIA                - Si fa bocciare agli esami e ci guadagna un’automobile da corsa un anno prima di essere in età da guidare. Ecco come gli è stato utile. Non ha ancora compiuto diciotto anni, e lo ha già reso indipendente.

AURELIA             - E un ragazzo indipendente, a quell’età, è un ribelle anche quando non lo è. È così che si alleva il suo successore. Quando mai era accaduto qualcosa di simile nella nostra famiglia? Eravate, per caso, indipendenti, tu e lui, a diciassette anni?

CLEMENTE         - No, di sicuro. Ma non vuol dire. Chissà che la gioventù non abbia bisogno proprio di fiducia e di libertà. Forse è giusto così.

CLELIA                - E tu, proprio tu, chiami giusto avviare un ragazzo verso la corruzione precoce. Quasi non bastasse quella che gli verrà addosso col crescere.

CLEMENTE         - Non avete il diritto, Santodio! di saltar su con certe enormità. Qui, nessuno riesce più a ragionare serenamente.

AURELIA             - E di chi la colpa?

DE GIUSSANI     - (infelice!) Momento. Vuol dire, per caso, che se lo porti a donne insieme?

AURELIA             - Dio non voglia. Non me ne meraviglierei, con quel che ci sta facendo vedere.

CLELIA                - La sua purezza – per quel che conta – l’ha persa, questo è sicuro. Su certi segni, una madre non si inganna.

DE GIUSSANI     - Vuol dire?

CLEMENTE         - Sarà preferibile che tu continui a star zitto, De Giussani.

DE GIUSSANI     - Ritiro tutto.

CLELIA                - (un suo pensiero fisso, e non da oggi) La verità è che bisognava metterlo in guardia. Meno debolezze. È stato un errore tenerlo all’oscuro delle condizioni di suo padre. Non ne abbiamo calcolato le conseguenze.

CLEMENTE         - E’ il solo favore che ci ha chiesto. Come una preghiera, CLELIA, tu lo sai. Forse, è l’unico suo conforto.

CLELIA                - Risultato? È riuscito ad imporgli come modello il disordine e l’amoralità. Abbiamo fatto il suo gioco.

AURELIA             - Glielo si è dato in balìa.

CLEMENTE         - Macché gioco, macché balìa, abbiate pazienza! È un ragazzo. Perché la crudeltà di questo dolore prima del tempo? Lo saprà fin troppo presto.

AURELIA             - Quando ti fa comodo è un uomo, e quando non ti fa comodo torna un ragazzo. E, poi, per che ragione lui solo esonerato? È forse più delicato degli altri?

CLELIA                - A proposito di trattarlo come un adulto!

AURELIA             - Bisogna rimediare.

CLEMENTE         - Cioè?

AURELIA             - Che lo sappia.

CLEMENTE         - (mormorando) Illuminale tu, mio Dio.

DE GIUSSANI     - (nell’alzarsi, con l’evidente intenzione di andarsene) So che il mio parere non è richiesto; e anche se lo fosse sarebbe controproducente. Ma ve lo dico lo stesso: state sbagliando tutto.

AURELIA             - Che c’entri tu?

DE GIUSSANI     - Notoriamente, nulla. Ma la penso così. Per il mio gusto, esagerate.

CLEMENTE         - Grazie, De Giussani.

DE GIUSSANI     - Prego. In tutta la faccenda io sono, forse, quello che ci rimette di più, moralmente e materialmente. Però non si fa così. Non fosse altro che per quelle che potrebbero essere le sue reazioni. C’è poco da scherzare. Se certi scrupoli non si hanno per umanità, si dovrebbero avere per prudenza. E, combinazione, mentre sta varcando la soglia per ritirarsi, entra proprio l’interessato. Non arrivi in buon punto, giovanotto.

MICHELE             - Rompo le scatole? Scusate, credevo di trovare qui il papà. Fosse per lui, come è apparso scomparirebbe. Ma c’è stata un’inequivocabile occhiata fra le due donne.

CLELIA                - Fermati un momento,

MICHELE.

CLEMENTE         - Non vorrete?...

AURELIA             - E’ necessario.

CLEMENTE         - Riflettici, CLELIA. Si può far peggio. Guardalo, non è mai stato tanto felice.

CLELIA                - E’ da un pezzo che ci rifletto. Sono sua madre e decido io sola quel che va bene, o non va bene, per mio figlio.

CLEMENTE         - Fate come credete. Ma è una cattiva azione.

AURELIA             - Dovresti, tu, esserti sentito il dovere di questo ingrato incarico.

CLEMENTE         - No. Questo no. Responsabilità vostra. Un indugio presso il nipote, forse anche una carezza trattenuta sul nascere, prima di abbandonare il campo. Animo, MICHELE. Io ti aspetto di là.

MICHELE             - A che fare?

CLEMENTE         - (e poi esce) Se mi vorrai vedere, ti aspetto di là, sai?

MICHELE             - Va bene.

AURELIA             - E son già tre a lavarsene le mani.

MICHELE             - Ma che vi sta succedendo, gente?

CLELIA                - Cosa cercavi da tuo padre?

MICHELE             - Far due chiacchiere. Filo subito.

CLELIA                - Soltanto due chiacchiere?

MICHELE             - Anche qualcos’altro. Segreti nostri.

AURELIA             - E’ il tono di rispondere alla propria madre?

MICHELE             - Che lagna, nonna. Dài!... Ero venuto semplicemente a prelevarlo per la lezione di guida di ogni giorno. Anche se, ormai, mi sa che potrei insegnare io a lui.

CLELIA                - A rischio di farti rompere l’osso del collo.

MICHELE             - Va forte, però, accidenti se è bravo! Vorrei avere, io, metà del suo fegato.

AURELIA             - Lo senti?

MICHELE             - Buona. Quando è con me, è fin troppo prudente. Non c’è nemmeno più gusto.

CLELIA                - (prendendola alla larga) Ascolta

MICHELE.

MICHELE             - Bè?

CLELIA                - Sta un momento come si deve e fa attenzione. Su.

MICHELE             - E dài. Con voialtre mi fa sempre l’effetto di essere tornato a balia.

AURELIA             - Sta’ zitto. Mettiti a sedere e ascolta ciò che ti si deve dire.

MICHELE             - Se vi fa comodo, senza complimenti, faccio un salto in camera mia e torno coi pantaloni corti. È questione di un minuto e, intanto, voialtre, potete ripassarvi la parte.

CLELIA                - Da bravo. Sei sempre stato un ragazzo di giudizio. Questa è la volta di dimostrarlo.

MICHELE             - Quante manfrine per la solita solfa!

CLELIA                - Ti sei mai domandato, caro, come mai tuo padre sia tanto cambiato?

MICHELE             - Quel che conta è che sia cambiato in meglio. E mi pare che non esistano dubbi. A me, va benissimo così. A voialtre, meno, è naturale. È talmente diverso che pare nuovo. Nemmeno da far paragoni. Mi sembra, prima, di non averlo mai avuto un padre, pensa un po’.

AURELIA             - Bene. Allora mettiti in testa che il tuo vero padre era quello di prima. Questo dimenticartelo.

MICHELE             - Ma che discorsi andate facendo? Diventate matte?

CLELIA                - Caro, non è facile parlarne. Però, ormai sei grande, in grado di giudicare con la tua testa, e devi conoscere la verità, per quanto poco piacevole sia. Nascondertela ancora, potrebbe influenzare molto malamente il tuo avvenire e io non mi sento di assumermi questa responsabilità. Ne avrei rimorso fin che campo. Presto, più presto che tu non creda, avrai da affrontare delle pesanti responsabilità e devi esserci preparato.

MICHELE             - Ma senti le cretinate. Presto dovrò andare all’università, fare il soldato, ingravidare una serva, crearmi una famiglia e custodire la chiave della cassaforte in un’altra cassaforte. Lo so a memoria.

CLELIA                - Parlo seriamente,

MICHELE.

MICHELE             - E’ ben questo. Però, fai un po’ ridere. Ne ho così di cose da fare! E qualcuna, spero, anche più piacevole, se non vi dà fastidio.

CLELIA                - (fra sospiri sontuosi e lunghi come altrettanti strascichi regali) Tuo padre, MICHELE, sta attraversando una brutta, una bruttissima crisi.

MICHELE             - (una risata) Il papà?!... L’acqua si è messa a bollire, da un po’, tra voi! Me n’ero accorto. Ma io che c’entro?

CLELIA                - C’entri, sei quello che c’entra di più.

MICHELE             - E va bene: una crisi. La gente potrà fare a meno dei cappelli, non potrà mai fare a meno delle calze. Non sarà la fine del mondo. Lasciate fare a lui.

AURELIA             - Non si tratta dello stabilimento. Per grazia del Signore, finora non si tratta ancora dello stabilimento.

MICHELE             - Meglio, allora. Di che vi date pensiero?

CLELIA                - Non continuare ad interrompermi. Te lo ripeto, ciò che ti devo dire non è facile. Sa il cielo cosa darei per risparmiarmelo.

MICHELE             - Affare fatto. E io sai che ti dico? Si vede che è una crisi che gli fa bene. Attraverserà una brutta cruisi per voialtre. Per me, no di sicuro. Ne venissero! Non è mai stato tanto caro come adesso.

AURELIA             - Ma certo! È caro perché ti accontenta in tutto, te le dà tutte vinte, favorisce le tue peggiori inclinazioni.

MICHELE             - Tu non capisci niente, nonna.

CLELIA                -

MICHELE!

MICHELE             - (duro) Non capisce niente. Va bene? È ben diverso. Chiacchieri di quel che conosce e non stia sempre sotto a far incavolare chi non le ha fatto niente.

AURELIA             - Ti rendi conto?

CLELIA                - Abbi pazienza anche tu, mamma...

AURELIA             - Tirala, tirala per le lunghe. Fra poco gli domanderai scusa.

CLELIA                - Caro, è stato lui stesso a volere che non ti si dicesse.

AURELIA             - Ci ha obbligate.

CLELIA                - E, da principio, era parso giusto a tutti.

MICHELE             - (la sua testarda coerenza di creatura felice) E allora che state a perder tempo, facendo tante commedie? Lui sa e basta.

CLELIA                - Invece, non era giusto. È troppo importante. Non ti si può continuare a trattare come un bambino.

MICHELE             - Siete voialtre che continuate a trattarmi come un bambino. Lui no, di certo.

AURELIA             - E diglielo chiaro!

MICHELE             - Ma cosa, cosa, per la miseria?

CLELIA                - Si comporta così, è tanto mutato perché non sta bene.

AURELIA             - ...E non si deve prendere per oro colato, seguire ciecamente ciò che è soltanto una triste conseguenza del suo stato. Hai capito?

MICHELE             - (mulo) No!

CLELIA                - (morbido carnefice) Dice giusto tua nonna, MICHELE. Gli si farebbe più male che bene. Si tratta di reazioni... come posso dirti?... fuori dell’ordinario. Esasperazioni innaturali, delle quali non può valutare pienamente l’effetto, il danno...

AURELIA             - I pericoli!

CLELIA                - Il suo, in un certo senso, e senza che lui ne abbia colpa, non è uno stato normale. Ecco.

MICHELE             - Ci sono, ci sono. Vi rode che andiamo d’accordo. Dritte, voialtre!

CLELIA                - C’è ben altro, povero figlio caro. Come fartene persuaso?

MICHELE             - La crisi, lo stato non normale, farmene persuaso... Povere donne. Furbe come siete, siete anche poco furbe. Se non trovate altro da inventargli contro, ci vediamo. Ma sì che lo lasciano andare!...

AURELIA             - Sta’ lì.

MICHELE             - Oè, si spara a zero. E infatti:

CLELIA                - Il papà, MICHELE, lo perderemo presto.

MICHELE             - Come, lo perderemo? Ce lo portano via?

CLELIA                - Lo perderemo, semplicemente.

MICHELE             - (sconvolto) Eh?!...

CLELIA                - Molto presto, purtroppo.

AURELIA             - Prestissimo.

CLELIA                - Ha una grave malattia. Senza speranza.

MICHELE             - Il papà?!...

CLELIA                - Sì, caro. Devi farti coraggio, guardare in faccia la realtà, renderti conto della situazione.

AURELIA             - Gli resta ancora poco tempo da vivere.

CLELIA                - Qualche mese. È tremendo, MICHELE, ma non c’è rimedio.

MICHELE             - E lui, lo sa?

CLELIA                - Lo sa.

MICHELE             - (convulso, a pugni stretti) No, no!

CLELIA                - Da bravo. Occorre essere forti. Tutti insieme. Ti aiuteremo noi.

MICHELE             - (cupo) Perché me lo avete detto?

CLELIA                - Era tuo diritto.

AURELIA             - Era, soprattutto, nostro dovere.

CLELIA                - Avresti avuto ragione di rimproverarci, se te lo avessimo continuato a nascondere.

AURELIA             - Un giorno, tu sarai il capo della famiglia, il padrone dell’azienda. Avresti dovuto essere il primo a venirne informato. Di colpo, e per ritirarsi subito, fra i battenti dell’uscio si infila la testa dell’onorevole.

DE GIUSSANI     - Attente. Sta venendo qui.

CLELIA                - Come niente! Dipende da te, MICHELE. Mi raccomando: come niente.

MICHELE             - (lì per crollare) Lui non voleva che me lo diceste. Non voleva. Lui mi vuol bene. Non voleva!...

AURELIA             - E mettiti a piangere come una serva, proprio in questo momento.

CLELIA                - Fallo per lui. Mostrati uomo. Il povero ragazzo si irrigidisce in uno sforzo innaturale, giusto in tempo per trovarsi davanti a suo padre.

MICHELE             - Ciao, papà. Dall’altra parte, un’occhiata, il percepimento di una tensione, forse un sospetto che lo fa sostare sulla soglia.

EUGENIO            -  Ah, siete qui, voialtre. Cos’è? Eravate venute a mettere un reggipetto alla statua, per non scandalizzare il minorenne?

AURELIA             - Avrebbe bisogno di un paletò.

EUGENIO            -  Eh già, comincia a far freddo.

CLELIA                -

MICHELE             - ci raccontava i suoi progressi di autista precoce, merito il tuo insegnamento. A sentir lui, è un maestro.

AURELIA             - Entra, entra pure, non ci disturbi.

EUGENIO            -  In compenso, voi disturbate me.

AURELIA             - Però...

CLELIA                - (immediatamente) Vieni, mamma. Ce ne stavamo andando quando sei entrato. E prendono, tutt’e tre la direzione dell’uscio.

EUGENIO            -  Tu no, MICHELE, rimani.

CLELIA                - Veramente, suo zio lo stava aspettando.

EUGENIO            -  Rimani lo stesso.

MICHELE             - Sì, papà. Van fuori solo le due donne, non senza degli sguardi, una supplichevoli, l’altra imperativi. Verso colui che resta.

EUGENIO            -  Arrivo in ritardo. Ti domando scusa.

MICHELE             - Non importa. Già, ormai, ne so quanto te.

EUGENIO            -  Vuoi farmi capire che ne hai abbastanza delle mie lezioni?

MICHELE             - Oh no, papà.

EUGENIO            -  Sarà tempo che andiamo, allora. Non importa se è tardi. Vuol dire che faremo colazione fuori. Sarà meno malinconico che a casa. Dovresti essere tu a offrire, una buona volta, la colazione a me. Te la caverai con poco. Ho solo voglia, figurati, di riassaggiare le prime castagne arrosto. Non hai idea quanto ne ero goloso alla tua età. Vieni.

MICHELE             - C’è tanta di quella nebbia, oggi... E’ arrivata presto, quest’anno.

EUGENIO            -  Non vuoi?

MICHELE             - Un altro giorno, se non ti dispiace.

EUGENIO            -  Come preferisci.

MICHELE             - Ti dispiace?

EUGENIO            -  No no. Se ti fa paura la nebbia...

MICHELE             - Dico per te. Per non farti stancare. E si mozzerebbe la lingua coi denti pur di non aver detto quel che ha detto.

EUGENIO            -  (già la pena di chi non può non cominciare a capire) Eri qua da molto?

MICHELE             - (troppo precipitoso) No. Appena arrivato. Mezzo minuto, nemmeno.

EUGENIO            -  Di solito, anticipi. Eri in ritardo anche tu?

MICHELE             - (un povero sorriso) Sì, sì, anch’io.

EUGENIO            -  E allora, sai che possiamo fare? Combiniamo due cose insieme. Anzi, con le castagne, tre. Subito dopo colazione, che la nebbia si sarà diradata, si prende su la macchina e via. Scendiamo a Milano per informarci per la tua iscrizione a Brera. Dobbiamo deciderci, se vogliamo diventare uno scultore capace di mettere in piedi delle belle ragazze come quella lì. O te ne è passata la voglia?

MICHELE             - Ci penseremo. C’è tempo.

EUGENIO            -  Ci hai già rinunciato?

MICHELE             - Vedremo.

EUGENIO            -  (è stata la prova) Che succede,

MICHELE?

MICHELE             - Ma niente...

EUGENIO            -  Bugie no, tra noi. Ce lo siamo promesso.

MICHELE             - Che vuoi che succeda, papà? Niente.

EUGENIO            -  Te l’hanno detto, vero?...

MICHELE             - Papà!... Tutta la repressa disperazione esplode in quella sola parola e gli si rifugia sul petto, soffocandovi i singhiozzi di un pianto indifeso, da bambino ferito.

EUGENIO            -  (impercettibile) Maledette assassine... Stanno là, stretti, due dolori in uno. ... No, caro... su, su... Devi essere bravo. Sennò come faccio?... eh, come faccio, sennò?...

MICHELE             - Sì, papà. Il giorno successivo, o la settimana dopo, o anche più in là, il tempo non importava più, ormai; abbandonato su una poltrona: la posa di mesi fa, egli parlava, stanco, con la voce di una remota tristezza, a suo fratello, ammutolito, che aveva voluto spiegargli.

EUGENIO            -  ... Vi ho chiesto delle giustificazioni? A te preme la separazione delle responsabilità. Muta forse, qualcosa che tu non fossi d’accordo?

CLEMENTE         - Nemmeno

DE GIUSSANI     - lo era, e glielo disse. E tanto meno IRENE. Avresti dovuto sentirle.

EUGENIO            -  Sì sì, mettiamoci pure IRENE, mettiamoci De Giussani. Capire, considerare, perdonare, dicevi. Ma sì... Dal loro punto di vista tutto quadra. È una famiglia, la nostra, guarda, capace di spezzare la spina dorsale a un elefante. O dentro o fuori. E non si è mai smentita. Non ci si sfugge. Basta uno per tutti. Ci si son messe in due. Una di troppo. Visto e scelto alla perfezione il punto vulnerabile dove colpire. In un certo senso, se ne potrebbe andare perfino orgogliosi; se, più passano i giorni e più non mi accorgessi che si appartiene a due razze distinte... ma probabilmente, era inevitabile, come, forse, lo è per tutti, che mi avviassi incontro alla fine solo... (Un’accensione) E sì, Cristo!... Non avevo che lui. Lui solo, e m’è stato tolto. Tante cose avevo da dirgli... Che vuoi che mi importi più niente niente? Ho soltanto fretta che tutto finisca presto. Seppure...

CLEMENTE         - EUGENIO?...

EUGENIO            -  Appunto quello: seppure, una di queste sere, non troverò la forza di mettere, io, fine a tutto. Un paradosso, eh, farla finita perché ci se ne deve andare. Ma sarebbe, se non altro, l’ultima occasione di decidere da me, che mi resta: sottrarsi alla sinistra beffa di questa lugubre attesa. D’impeto, l’altro gli si avvicina e gli afferra entrambe le mani.

CLEMENTE         - Voglio che tu mi prometta...

EUGENIO            -  Voglio che tu mi prometta! Pover’uomo e povero prete anche tu, fissato di custodire incolume la mia anima. Non riesci nemmeno a trovar più parole... Ma ci sono state, ci sono, altre tentazioni... E mica solo quella, sempre attraente, di mandare a catafascio tutta la baracca con un ultimo scossone. Anche altre. Ti dissi: i miei vantaggi. Non te le immagini?... Sì che te le immagini. E le hai anche temute, forse. Eh, perdio!... Nella mia situazione... Non ci avete pensato? Le avrei potute, le potrei... Ammazzare, sì ammazzare, le potrei.

CLEMENTE         - Tua madre, tua moglie.

EUGENIO            -  (cupo e chiuso) Per lui. Per il male che hanno fatto a lui. Era una creatura vera, chiara, lieta, spontanea, ardita. Adesso è lì spaurito, abulico, intimidito. Un povero cane bagnato, senza l’animo di sollevarmi gli occhi in viso. Certi suoi poveri sorrisi... E, di fronte a lui, io sento la mia morte come una vergogna, una colpa.

CLEMENTE         - Ma è assurdo, scusa.

EUGENIO            -  (senza averlo udito) ... Glielo si fosse detto prima, quando si era degli estranei ed io non significavo niente per lui, come lui non significava niente per me, pazienza. In un caso e nell’altro, tutto sarebbe accaduto e passato. Ma una ferita così... Ora, questo delitto a freddo, questo deliberato omicidio morale...

CLEMENTE         - Lo so, lo so. Se ne stanno rendendo conto anche loro. Non si doveva fare.

EUGENIO            -  Non si doveva fare, e tuttavia, si è fatto. Un’altra prova di quello lassù, potresti dire... E tu stai qui, sentinella disarmata, a girarmi intorno, aspettando, poi, che? Che? Allunga una mano e la appoggia su quella del fratello. Mi dispiace per te. Peccato. Nemmeno tu potrai fare la tua bella figura. Ormai, quando penso alla mia ultima ora, tutto ciò che mi rimane, figurati, è l’angoscia all’idea di questa inesorabile capacità di sofferenza, destinata a scomparire con me nel nulla. Perché, vedi, nonostante tutto, anche questa, è vita. E tutto potrebbe fermarsi qui, sull’accordo in minore di un’attesa e di una resa. Ma il destino, è il caso di dirlo, bussa alla porta in veste del petulante professor AUGUSTO Casati-Prandi che infila fra i battenti dell’uscio la sua aggressiva barbetta, compensatorio attributo di un fisico venuto su in stitica economia.

AUGUSTO           - Posso? Non mi sarei mai azzardato, mi credano, se le signore non m’avessero spinto ad entrare liberamente. Conosco di causa e scienza quanto disturba anche me l’entrata di estranei in sala operatoria.

CLEMENTE         - (Sulle spine) Ma no. La vediamo (Si accorge della topica) ... La vedo volentieri, caro professore.

AUGUSTO           - Non mi tolga le parole di bocca, monsignore. Lieto e onorato sono io. E lei, che ci racconta, commendatore? Un secolo che non ci si vede.

EUGENIO            -  L’aspettavamo.

AUGUSTO           - Proprio?

EUGENIO            -  Veramente. Senza di lei la commedia sarebbe stata incompleta.

AUGUSTO           - Mi lusinga. Dovere. Lei non s’è più fatto vivo, quindi: dovere. Però, mi dia la soddisfazione di riconoscerlo: lei, commendatore, non ama i medici.

EUGENIO            -  Neanche un po’. E credo di avere le mie bune ragioni.

AUGUSTO           - Ecco l’errore: crede. Ma, niente paura, si rimedia. Visto e considerato... Ci siamo: me lo dimentico sempre... Come fa monsignore?

CLEMENTE         - Come fa cosa?

AUGUSTO           - Quel proverbio, là, del Corano. Perbacco, è famoso. Mi meraviglio di lei.

CLEMENTE         - A dire il vero, la mia specialità sarebbe il Vangelo.

AUGUSTO           - Ah già, mi scusi tanto. Confondo sempre le religioni. Distratto, sono distratto. Dipende tutto che sono distratto. E mica solo sul Corano, sa? No no. Anche altro. Faccende più importanti. Poi mi torna in mente.

EUGENIO            -  Meno male.

AUGUSTO           - Sì sì. Eh, sennò, guai. Ah! ecco: visto che la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna.

EUGENIO            -  Ed è qui.

AUGUSTO           - E sono qui. Che ha da dirmi di bello, monsignore?

CLEMENTE         - (una fugace e preoccupata occhiata in direzione del fratello) Bello non è, forse, il termine più appropriato.

AUGUSTO           - Mi riferivo ai suoi penitenti. Aumentano, calano, subiscono delle variazioni stagionali? Su, la statistica è, come si dice? il mio hobby. Non mi ricordo mai se vada scritto con la ipsilon o con la semplice i lunga in fondo.

CLEMENTE         - Con la ipsilon.

AUGUSTO           - Grazie. Dovrò far mente locale. E, allora, i suoi penitenti?

CLEMENTE         - Non ci possiamo lamentare.

AUGUSTO           - Non ha idea il piacere che mi fa. Fin che c’è fede, c’è speranza. Chiesa e medicina, non ci resta altro, ormai. Voi per la vostra parte, noi per la nostra, si è rimasti l’ultimo baluardo alla montante anarchia. Ma per quanto ancora? Io vedo nero.

CLEMENTE         - Vorrà dire rosso.

AUGUSTO           - Vedo nero perché vedo rosso.

CLEMENTE         - Io no.

AUGUSTO           - Che Dio la benedica. Coi tempi che corrono, una professione di ottimismo sulle labbra di un sacerdote allarga proprio il cuore. Ma bisogna star vigilanti. Collaborare fra noi. Ah, ci tengo che lo sappia. Io, ai miei operandi, clistere e confessione. Sennò, non entrano in sala operatoria. Tassativo.

CLEMENTE         - Bravo, bravo.

AUGUSTO           - Mancherebbe altro. Non voglio avere rimorsi sulla coscienza. Giacché siamo sul discorso, mi levi una curiosità: il ciclo mestruale influisce sulla devozione? È da tanto che glielo volevo chiedere. Io propenderei a credere di sì. Ma mi occorre la conferma di un competente.

CLEMENTE         - Personalmente non le saprei rispondere. Non ci occupiamo di queste indagini.

AUGUSTO           - Male. Bisognerebbe occuparsene. La chiesa, se mi consente un’osservazione, ha il torto di non andare sufficientemente al passo coi tempi. Al sacerdote e al medico tutto può servire. La religione non avrebbe nulla da perdere e tutto da guadagnare a mettersi su basi scientifiche. Su, un piccolo sforzo: apriamo le porte al futuro.

CLEMENTE         - (per tagliar corto) Ci penseremo. A proposito, e i suoi pazienti?

AUGUSTO           - Benissimo. Non si riesce a tenerci dietro. Non me ne vanto, ma, da quando ho assunto io la direzione dell’ospedale ed ho aperto la mia clinica privata, la nostra piccola città s’è conquistata un primato. Gli operati che abbiamo noi, non li ha nessuno. Per quanto abbia il bisturi veloce, non c’è mattina che non debba lasciare una mezza dozzina di laparatomie agli assistenti.

CLEMENTE         - Complimenti.

AUGUSTO           - Non lo dica. Sapesse il dispiacere. Bravi ragazzi, però vede, hanno ancora da farsi un’esperienza. La mano del chirurgo è come quella del pianista. D’altra parte, se non operano, come imparano a suonare il pianoforte? Pardon: come se la fanno l’esperienza?

EUGENIO            -  E’ un circolo vizioso.

AUGUSTO           - Lo so, lo so. E’ la mia preoccupazione di ventiquattr’ore su ventiquattro.

EUGENIO            -  Eh già, vuol mettere il tocco del maestro!

AUGUSTO           - Come si fa? Bisognerebbe avere dieci mani. Pensi che sono qui fra un tumore alla prostata e un volvolo ileocecale. Non le dico altro. Per venire da lei, ho dovuto rinunciare in dita estranee una colecistectomia; non ho vergogna a confessarlo, alla quale tenevo immensamente. Si fanno dei così graziosi braccialetti coi calcoli epatici infilati come le perle! Cominciano ad andare di moda.

EUGENIO            -  Ma io non avevo fretta.

AUGUSTO           - L’avevo io, caro commendatore, l’avevo io. So quel che mi dico.

CLEMENTE         - (per andarsene) Lei deve parlare con mio fratello, a quel che sento.

AUGUSTO           - Altroché se devo parlargli.

CLEMENTE         - Quindi, vi lascio soli.

AUGUSTO           - Per carità. Noi abbiamo degli appuntamenti predestinati. Il medico è come il confessore.

CLEMENTE         - Appunto, ne basta uno.

AUGUSTO           - Vuol proprio lasciarci? Non desidera ascoltare anche lei?

CLEMENTE         - Meglio no. A più tardi.

AUGUSTO           - Pochi minuti. Rimasti in due, prima d’affrontare l’argomento che l’ha condotto qui, sente il dovere di rendere omaggio alla sovrana scultura che lo sovrasta dall’ombelico in su, senza farsi capace di ciò che gli può capitare a non tener conto delle reazioni del suo ospite che ha già manifestamente varcato la terra di nessuno dell’educazione ed è prossimo ad oltrepassare il confine della violenza.

AUGUSTO           - Venere, eh? Bella donna.

EUGENIO            -  Così dicono.

AUGUSTO           - Se ne parla per la città. Complimenti. Un po’ osè, come direbbe la mia signora, però una gran bella donna. Accidenti. Mi ricorda una contessa Tiepolo che operai di lipoma addominale nel trentasette. A proposito, ma è gravida?

EUGENIO            -  Chi lo sa?

AUGUSTO           - Direi di un tre mesi.

EUGENIO            -  Se lo garantisce lei.

AUGUSTO           - Nessun merito. Puro e semplice occhio clinico. Però, che costituzione, queste greche d’una volta! Ha notato che la statuaria antica fa tutte le donne con un po’ di pancia?

EUGENIO            -  Si vede che, a quei tempi, la pancia piaceva.

AUGUSTO           - (al termine di un giro affascinante intorno ai marmorei fianchi) Piaceva anche qualcos’altro. Con quel bacino lì, i nostri colleghi ginecologi non gli resterebbe che chiudere bottega.

EUGENIO            -  Trova?

AUGUSTO           - Più nessun taglio cesareo con bacini di quella misura. Potrebbe partorire in piedi, se non fosse che il bambino si romperebbe la testa. Bè, torniamo a noi.

EUGENIO            -  Sarebbe tempo.

AUGUSTO           - Sa che la trovo in forma? Bella cera, occhio vivo, tutto energia. Proprio bene.

EUGENIO            -  La deludo?

AUGUSTO           - Cosa pensa, commendatore?

EUGENIO            -  Eppure, lei m’ha tutta l’aria di un creditore che viene a sollecitare il saldo d’ un debito troppo lungamente rimandato. Non si preoccupi, sono un debitore solvibile. Deve solo frenare la sua curiosità scientifica e avere un po’ di pazienza. Come gli altri. C’è stata, si vede, una breve proroga non prevista.

AUGUSTO           - Macché, macché. La chiami pure una lunga proroga. Lunghissima. Tenga in mente che tutti, a questo mondo, possono sbagliare. Persino noi. Ma, poi, per uno sbaglio, quante belle sorprese!

EUGENIO            -  (come se lo picchiasse) Sta a sentire che m’è venuto a raccontare la favola di una cura miracolosa appena scoperta.

AUGUSTO           - Eh, non è poi lontano dalla verità. Tiravo in lungo per prepararla gradualmente, nello scrupolo di evitarle un’emozione troppo repentina. Come le medicine, le emozioni, in dosi massime, possono riuscir pericolose. Ho visto l’effetto che ha fatto su sua madre e sulla sua signora. Donne straordinarie. E poi, lo ammetto, anche, per un certo mio comprensibile imbarazzo privato.

EUGENIO            -  Mi stia a sentire. Punto primo: nessuno meglio di lei è in grado di sapere come non abbia né tempo né voglia di prestarmi a una lugubre commedia. Punto secondo: che i miei mi ritengano un mentecatto o qualcosa del genere, e lei mi giudichi un ingenuo, pazienza. Punto terzo: se, poi, vi siete messi d’accordo insieme, per farmi passare da imbecille, allora c’è un serio rischio che io la restituisca al volvolo intestinale che la sta aspettando, risparmiandole la perdita di tempo di dover scendere le scale. Son persuaso che farà assai più presto dalla finestra

AUGUSTO           - Come la capisco, come la capisco. Io sto assaporando un’esperienza interessantissima. Reagirei, tale e quale, anch’io, glielo giuro.

EUGENIO            -  In tal caso, si sappia regolare. E tenga presente che io non ho niente da perdere. Il modo di reagire consiste nel mettersi a frugare nella cartella di squillante cuoio bulgaro che non ha abbandonato un momento.

AUGUSTO           - Mi rammarico io per primo del mio fare piuttosto fatuo ed evasivo. È solo apparenza e diplomazia. Io mi trovo nella situazione paradossale di dover chiedere scusa per portare una buona notizia che, senza una deprecabile circostanza, non avrebbe mai avuto bisogno di essere portata. Mi spiego?

EUGENIO            -  No. E si trova in mano un mazzo di radiografie.

AUGUSTO           - Dia un’occhiata. I casi della vita! Legga, legga. Non c’è segreto professionale.

EUGENIO            -  (dopo averci gettato appena uno sguardo) Benigno Caldirola. Mai sentito nominare.

AUGUSTO           - Povero diavolo. Un usciere del Comune. Salvo l’aorta un po’ dilatata, reperto normalissimo, come vede. L’abbiamo ricoverato ieri. Caso disperato (un sarcoma d’un paio di chilogrammi a star bassi, figurarsi!). Un due settimane a dargliene tante. Non arriverà ai morti. (Una faceta risatina) E’ un vivo che non arriverà ai morti. Meno male che ha ignorato il suo stato e, speriamo, continuerà a ignorarlo.

EUGENIO            -  Un mio collega più fortunato. E con ciò?

AUGUSTO           - Ma non afferra ancora?

EUGENIO            -  A momenti afferro lei per il collo.

AUGUSTO           - Quando siamo andati in archivio a prendere le radiografie di otto mesi fa, sotto il nome Caldirola abbiamo trovato quelle lì, quelle lì che ha in mano lei. Vale a dire niente. Le lascio immaginare la sorpresa. Si son consultati i registri del tre febbraio: stesso giorno delle sue e... Un fulmine a ciel sereno. E allora, se Dio vuole, mi son potuto finalmente spiegare come mai più passava il tempo e più lei continuava a star bene. Non riuscivo a capacitarmene, mi svegliavo di notte. Sfido, io!... Insomma, accetti a mio nome le scuse di noi tutti. Tenga queste e mi restituisca le altre. E non me le strapazzi così, per favore.

EUGENIO            -  Sicché!...

AUGUSTO           - Un banale scambio di nomi. Commendatore, la buona reputazione della clinica è nelle sue mani. Faccio conto sulla sua comprensione e sulla sua riservatezza. Consideri che, dopotutto, le ho riportato la salute. Confusioni che non dovrebbero capitare, lo so, ma, purtroppo, capitano. Siamo desolati che sia accaduto con una personalità della sua importanza. D’altra parte, siamo anche felici; e così, una cosa corregge l’altra. Chi non vorrebbe essere bersaglio di un errore del genere? Nel malinteso, un vero terno al lotto. Si figuri se fosse stato viceversa.

EUGENIO            -  (buon per lui che non ha un’arma sottomano) Fuori. Fuori!

AUGUSTO           - Ma, commendatore? Non è contento? Non mi ringrazia?

EUGENIO            -  Fuori, le ho detto!

AUGUSTO           - (guadagnando l’uscio) Mi rendo conto, non creda, mi rendo conto. È la prima reazione. Sfogo comprensibile. Ma vedrà, dopo, che bellezza. Ha tutta la vita davanti a sé. Pensi: tutta la vita: la sua famiglia, il suo lavoro. Quando sarà più calmo, le sembrerà un miracolo.

EUGENIO            -  (un urlo) E la mia agonia chi me la ripaga?

AUGUSTO           - Tornerò. (Rinculando) Per intanto: congratulazioni. Esce, è più prudente.

EUGENIO            -  Un miracolo. Cialtrone!... Soddisfatto? Una parola. Tutto quel che, per il momento, traspare dalla sua collera è solo un sarcastico disgusto. S’è già reso conto ciò che significherà. Non perde tempo e va a spalancare l’uscio con un calcio. Avanti le sentinelle! Naturalmente, c’erano tutti. Manca soltanto il ragazzo. Solidali, ma non sciolti da un’allarmata perplessità che li rende vigili e cauti, fanno gruppo, lasciando in disparte la figlia il sui silenzio assume un’involontaria aria di provocazione. Chi si arrischierà, per primo, a rompere il ghiaccio? Tanto vale che sia lui stesso. E adesso?

CLELIA                - Adesso, domandi,

EUGENIO            - ? Sei sano. Sei sano. Sai che significa? Dopo quel che abbiamo... che hai passato. Ah, caro, caro. Sei sano! E se egli non se ne difendesse tenendola discosta con la mano tesa, gli butterebbe le braccia al collo e tutto risolto. Invidiabile spirito realistico dell’animo femminile.

EUGENIO            -  Ero, sano.

AURELIA             - Stai bene. Tutto il resto si rimedia.

CLEMENTE         - Che ti dicevo,

EUGENIO            - ? Tu che disperavi della Provvidenza. Essa non ci è mai stata tanto vicina come quando sembra che ci abbia abbandonati. Ti sei persuaso?

DE GIUSSANI     - (peccato non potersi complimentare con una stretta di mano come vorrebbe) Un bel colpo! Senza rancore.

AURELIA             - Mi figuro la felicità di

MICHELE             - quando tornerà da scuola.

EUGENIO            -  (strascicato) Sì, sì...

CLELIA                - Ma ti rendi conto? Dovresti saltare, ballare dalla gioia e sembra che non ti faccia nemmeno piacere.

EUGENIO            -  E’ proprio questo l’assurdo. Ma me lo farà, me lo farà.

DE GIUSSANI     - Lo credo bene.

EUGENIO            -  ...Me lo farà.

IRENE                   - E ti dispiace che te lo faccia. Ti dispiace che te lo faccia. È così papà?

EUGENIO            -  Un po’ di pazienza. Vero, CLEMENTE, che me lo farà?

CLEMENTE         - Sì,

EUGENIO            - . E sarà giusto.

EUGENIO            -  Umano, faresti meglio a dire.

CLEMENTE         - E’ sufficiente.

EUGENIO            -  Come si consolò il topo in trappola, quando si accorse che il formaggio non era avvelenato. D’altra parte, ci si deve pur abituare anche alle beffe della provvidenza. E tu, IRENE, non ti congratuli?

IRENE                   - Sono contenta, papà.

EUGENIO            -  Contenta come? Per loro, o per me?

IRENE                   - Sono contenta, ecco tutto.

AURELIA             - E allora, perché stai lì a sogghignare?

EUGENIO            -  Perché lei ha capito come finirà.

IRENE                   - No. Perché ho capito come già è finita. Contenta e un po’ triste anch’io. E voglio che, in questo momento, tu lo sappia.

EUGENIO            -  Poco, ma è già un conforto... E la tua idea, CLEMENTE? Sì, dico, che senso pensi abbia tutto ciò, ammesso che ne abbia uno?

CLEMENTE         - Quali problemi ti crei,

EUGENIO            - , di fronte a una grazia tanto grande? Non guardare come t’è toccata: t’è toccata. L’unico senso da meditare, eccolo.

EUGENIO            -  Già. Dovrei avere il cuore traboccante di gratitudine. E, invece, non ce l’ho. Un’altra beffa nella beffa. Evidentemente, questi mesi mi hanno guastato. Tu, mamma. È il tuo momento. Ho fatto una domanda: e adesso?

AURELIA             - (concreta, semplicistica ed esplicita) Adesso, si rimette la testa a posto e si fa dimenticare la brutta parentesi che ha rischiato di travolgerci.

EUGENIO            -  Lei ha risposto per tutti.

IRENE                   - Anche per te?

CLELIA                - IRENE! Hai scelto male l’occasione di fare l’intellettuale.

DE GIUSSANI     - D’accordo. Lei la sceglie sempre male.

IRENE                   - (come non fossero intervenuti) Anche per te, papà? Ha risposto anche per te?

CLELIA                - Ti preme proprio tanto?

IRENE                   - Sì. Ho bisogno di saperlo. E, possibilmente, dalla sua bocca. Un lungo sguardo silenzioso fra padre e figlia. Che te ne pare? Assurdo per assurdo, non era, forse, preferibile che non te lo dicessero?

AURELIA             - E’ matta!

CLELIA                - E’ solo malvagia.

IRENE                   - Non che ti dicessero prima: sei malato; era preferibile che non ti dicessero ora: sei sano.

EUGENIO            -  Ma me l’hanno detto. E così si riportano i remi in barca.

IRENE                   - E’ naturale.

AURELIA             - Si riacquista il timore di Dio e si ritrova il buonsenso, semplicemente.

EUGENIO            -  Fine della vacanza. Si indossa la faccia di prima, ci si infila la giacchetta per il verso dritto, si torna a regalar campanili, si rimette, di nuovo, in bilancio, la spesa per conservarsi un deputato in famiglia...

DE GIUSSANI     - Mi toglie un macigno dal cuore.

EUGENIO            -  Non c’è di che. Hai sentito: buonsenso... Si ritira fuori la grinta del padrone, si evitano i voli in aeroplano, si va a letto presto e si dorme invece di sognare, così si riposa meglio. Si richiude in cassaforte il tesoro della vita: il vecchio programma. Di nuovo, c’è, solo, che devi abbassar gli occhi davanti ai tuoi figli. La mia libertà!... Mi domando se vivevo quando dovevo morire, o se muoio, ora, che so di poter vivere.

IRENE                   - Perché guardi me?

EUGENIO            -  Perché tu mi risponda.

IRENE                   - Proprio io?

EUGENIO            -  Proprio tu.

IRENE                   - Ti sei già risposto da solo.

EUGENIO            -  E allora?

IRENE                   - E allora si vive, papà.

EUGENIO            -  Il leone ridiventa coniglio, vero?

IRENE                   - Che vuoi farci? T’è capitata così e non ci si pensa più. Probabilmente, la verità vera è che è impossibile ribellarsi a un mondo col quale ci si è identificati. Cessare di essere se stessi è, evidentemente, una fatica insostenibile. Ci vediamo. Tanto già, adesso il tempo non ci manca. E li abbandona.

AURELIA             - A suo padre. Avrebbe preferito saperlo morto!

CLEMENTE         - Non ha detto questo!

EUGENIO            -  L’avrebbe potuto dire.

CLELIA                - Sono bestialità. Domando e dico, in un giorno di gioia come questo!...

AURELIA             - Sono sciocchezze. Niente altro che sciocchezze. Malvagie e pericolose sciocchezze.

CLEMENTE         - E’ ancora giovane. Lasciatela maturare, e si renderà conto anche lei (ma l’intenzione è al fratello) che un vivere avido e vorace non può, non può, in nessun caso, sostituire un’esistenza consapevole e responsabile.

EUGENIO            -  Già!... Un’esistenza consapevole e responsabile... (Di spalle, gli occhi alla Venere) E quella lì, in solaio, eh, mamma?!

AURELIA             - Preferisco in cantina. In solaio c’è pericolo che sfondi il pavimento e ci ricaschi in casa.

EUGENIO            -  Sacrosanta prudenza.

CLEMENTE         - Peccato. Mi ci stavo abituando.

DE GIUSSANI     - Io avrei da fare una proposta. C’è il piccolo museo della nostra città, tanto misero e trascurato...

EUGENIO            -  Bravo. Ci si fa anche un merito culturale.

AURELIA             - Abbiamo altre cose più importanti, prima.

EUGENIO            -  Sicuro. La più importante di tutte. Come pensi, a proposito, di riportare all’onor del mondo il reprobo?

CLEMENTE         - Tu non hai nulla da doverti vergognare.

EUGENIO            -  Ne avrò.

AURELIA             - Tempo al tempo. Sotto un colpo come il tuo, vorrei vedere a chi non fosse permesso di smarrirsi... qualche sbaglio, qualche imprudenza, qualche eccesso. Il contrario non sarebbe né umano né normale.

CLELIA                - (ma si son messi già d’accordo) Tu sei stanco, moralmente provato. Esci da una crisi che avrebbe stroncato chiunque. Hai solo bisogno di un po’ di pace e di raccoglimento per ritemprare le tue energie. Bisogno e diritto.

AURELIA             - Avrai avuto un esaurimento nervoso, ecco tutto.

EUGENIO            -  Ma certo. Ammirevoli!

DE GIUSSANI     - Chi non ha avuto un esaurimento nervoso, oggi, col da fare che c’è? Non sarà la fine del mondo.

EUGENIO            -  Sicuro, sicuro...

AURELIA             - Con un periodo di riposo, ti metterai in sesto meglio di prima. Un po’ di settimane in un comodo luogo adatto. Tutto rientrerà nell’ordine e nessuno avrà più da dir tanto così.

EUGENIO            -  Che bravi, che bravi!...

DE GIUSSANI     - Abbiamo la Svizzera a due passi che, per quei siti lì è organizzatissima. Ci vive su.

CLELIA                - Finalmente una buona idea. Servirà a distrarti e a sollevarti l’animo. E, per Natale, di nuovo, al tuo posto, la nostra guida. Sarà un bel Natale.

EUGENIO            -  E così, tutto in regola, tutto sistemato, calcolata ogni mossa, prevista ogni tappa. Complimenti. In un “comodo luogo adatto”. Ci tengo. Mi piace il termine: un capolavoro. E che la gente lo sappia. Sennò, cosa servirebbe? Dovrete provvedere anche a quello.

AURELIA             - Perché la gente non lo dovrebbe sapere? È, per caso, una colpa? Uno non ha, forse, il diritto di ammalarsi?

EUGENIO            -  Mai più. A patto di essere sano, ne ha il diritto. E, in qualche caso, il dovere, evidentemente... E, poi, condono, amnistia... Perfetto! E tu, microfono di Dio, che ne dici? Ti spetta l’ultima parola.

CLEMENTE         - E’ una povera parola, lo so. Che vuoi che ne dica? In fondo, non è la peggiore delle soluzioni. Riflettici e te ne convincerai. Nell’umiltà ritroverai te stesso.

EUGENIO            -  Anzi, la migliore delle soluzioni... Il degno coronamento dell’avventura. E, al termine, un regolare certificato di guarigione, volevo dire di buona condotta, timbrato e bollato, da appiccicare ai cancelli dello stabilimento: “non pericoloso”. La mia epigrafe! Tutto è finito perché tutto ricomincia. Non c’è altro da aggiungere. Le gambe allungate, si lasciò andare in una poltrona e li lasciò. Li fece uscire. Rimase così parecchio. Poi, si rialzò, aperse un cassetto tirò fuori le radiografie non più sue, accese una candela e, una per una, le guardò incenerirsi. Ad essere precisi, tenne in mano e contemplò a lungo anche un revolver. Alla fine, una voce esultante da lontano e sempre più prossima: “Papà!...Papà!.. Papà!...”. Ansante per la corsa, ancora coi libri di scuola sottobraccio, teso in un riso di offerta, entrò, raggiante, MICHELE. Ma la sua offerta non poté venir raccolta. Suo padre si rabbuiò, soffiò sulla candela, e umiliato, a testa china, gli passò accanto senza guardarlo e uscì per lasciarsi vivere. Quarantotto ore dopo, un provvido infarto ripristinava la coerenza e la dignità.

FINE

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