In memoria di una signora amica

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IN MEMORIA DI UNA SIGNORA AMICA

 


(1963)

Quattro atti

di Giuseppe Patroni Griffi

Da Tutto il teatro

Arnoldo Mondadori Editore - Milano - 1999

Personaggi

Mariella Bagnoli

Le sue amiche:

Gennara

Urania

Antonia

Margherita

Roberto, suo figlio

Olga, ragazza di Roberto

Ester, moglie di Roberto

Alfredo, amico di Roberto

Il Maestro, marito di Gennara

Michele, amante di Gennara

Pupatella, cameriera

Un soldato americano

Tre prostitute

Pascariello

Atto primo

Una serata a Napoli nel dopoguerra.

Appartamento in un vecchio palazzo di Via Chiaia scon­quassato dalle bombe: un salone in rovina diviso da un tra­mezzo di legno che ne taglia una fetta. In questo spazio è ri­cavata una stanzina carica di libri, con un tavolo e un letto. Nel salotto un paio di vecchi mobili di qualche pregio, scas­sati, e due divani sdruciti, abbandonati lungo le pareti. Al centro, un tavolo rotondo coperto da un drappo verde sul quale pende un grande abat-jour con un volant largo, il tut­to di stoffa verde, nuova nuova.

È la casa di Mariella Bagnoli. Le sue amiche Gennara, Margherita, Urania, Antonia, quattro signore napoletane tra i quarantacinque e i cinquant'anni, stanno giocando a poker.

Gennara è molto magra con capelli nerissimi, Urania, piuttosto pingue, ha i capelli ossigenati, Margherita e Antonia poco appariscenti. Sono tutte e quattro molto truccate in viso, ma naturalmente sobrie ed eleganti nel vestire; oggi appunto sono tutte e quattro vestite di scuro come sanno che ci si veste per un tardo pomeriggio. Solo Urania ha qualche gioiello addosso. Parlano italiano con cadenza na­poletana, seminando qua e là parole dialettali; non manca­no le crisi di dialetto acuto, ma di solito sopravvengono nell'infervorarsi di una discussione o in un racconto. Sono delle signore di ottima educazione e famiglia, come Mariella, ma la cui vita è stata un rosario di errori, di imprudenze, di follie di cuore, di rovesciamenti di posizioni economiche, conseguenza di matrimoni sbagliati con ex giovani fannul­loni, spesso malasorte e certamente poco senso della realtà. Prima la guerra e adesso il dopoguerra hanno reso ancora più precario il senso della vita, per cui vivere alla giornata è per loro la nuova legge. Del resto sono donne che mandano avanti una famiglia non avendo alle spalle uomini o per lo meno uomini validi, e quindi far soldi, sfruttando ogni oc­casione, non è altro che una necessità. Unico vizio, il loro poker: ancora un'evasione necessaria, un modo di rubarsi tra di loro quel po' di danaro di cui di­spongono.

Nella stanzina ricavata col tramezzo, Roberto, il figlio ventiduenne di Mariella, sta lavorando. Prepara un pro­gramma musicale per la radio del Governo Alleato. Da una pila di dischi a 78 giri, Roberto ne sfila di volta in volta uno e ne controlla le spire a vuoto su un grammofono poggiato sul tavolo illuminato da una lampadina. Ogni tanto tra­sportato dalla musica che lo affascina e interessa, lascia an­dare il disco per un po' e va a sdraiarsi sul lettino: resta con le mani incrociate sotto la testa, ad ascoltare, gli occhi fissi al soffitto. Sta lavorando con la V Sinfonia di Shostakovic: ogni qualvolta ha controllato gli attacchi delle varie facce che compongono un tempo della sinfonia, passa a scrivere la presentazione, poi riprende il lavoro coi dischi.

Antonia         (in francese): Parole.

Urania:          Parole.

Margherita:            Parole.

Gennara:       E parole.

Gettano le carte sul tavolo. Margherita le raccoglie.

Antonia:        A che si apre adesso?

Margherita:            Alle dame.

Urania:          Assi o re!

Margherita:            Già, assi o re.

Gennara:       Tunon imparare! Poi ti lamenti che perdi.

Margherita (mentre mescola le carte): Quello strillo - ce l'ho ancora nell'orecchio... terribile... s'era pentito, poveret­to... eh, troppo tardi, ingegnere mio... sfracellato a terra. Io poi che sto a pianterreno, era come tenerlo in casa tut­to il giorno, perché c'è voluto un giorno intero prima che arrivasse il magistrato per rimuoverlo... (distribuisce le carte) Ho chiuso le imposte di tutte le finestre, tanto che m'è venuta una paura, chiusa dentro, la casa mi sembra­va un mausoleo scuro, e io una sepolta viva... aria, aria, per carità... Eppure per venire qua, oh, non avevo il co­raggio di mettere la testa fuori del portone.

 

Ha finito di dare le carte, le amiche incominciano a «legger­le» con gustosa lentezza.

Antonia:        Allora assi o re.

Nessuno risponde. Gennara getta le sue sul tavolo.

Gennara:       Passo.

Antonia:        Apro.

Allunga due cip al centro del tavolo. Urania e Margherita fanno altrettanto. Gennara segue le amiche che giocano.

Antonia         (scartando tre carte): Tre.

Margherita le serve tre carte dal mazzo.

Urania           (scartandone una): Una.

Margherita le serve la nuova carta.

Margherita (scartando a sua volta una carta e servendosi dal mazzo): Una.

              

Gennara si è girata verso il tramezzo e si protende un po'.

Gennara        (ostentando una «b» leggera e dolce chiama): Roberto!

Roberto immerso nel suo lavoro non risponde.

Margherita (mentre si studia le carte, quasi tra sé): Ogni po­meriggio, sa, fuori a quel balcone a innaffiarsi le piante -come ci teneva - a curarle... come fossero creature. (sol­leva lo sguardo sulle amiche) Un bell'uomo eh, nemmeno cinquant'anni... Dico io: ogni sirena ogni allarme a vuo­to centoventi bombardamenti di fortezze volanti, tu sei scappato nel ricovero sotto quel rombo tremendo, in mezzo a quelle cose isteriche degli Stukàs ca te facevano ascì pazzo, ti sei salvato e non sai come, poi il peggio fi­nisce e tu ti butti abbasso da un quinto piano?

Urania:          Va' a sapere com'è fatta la gente...

Margherita: Mah... Il cervello schizzato in faccia al muro.

Gennara:       E fallo per Dio, Margherì, distraiti!

Urania           (ad Antonia che non ha ancora parlato): Ti vuoi decidere?

Antonia:        Un momento, ci devo pensare. Dieci. (versa le fìches)

Urania           (rapida): Venti.

Margherita (di rincalzo): Trenta.

Gennara:       Figurati se non rilanciavi!

Margherita: Gennà, tu giochi, no, e statti zitta.

Antonia:        Viste.

Urania:          Viste.

Mettono la differenza al centro. Margherita ci resta male.

Gennara        (di nuovo sporgendosi verso il tramezzo): Roberto!

Roberto, che si capisce bene la sente, non risponde.

Antonia         (a Margherita): Che tieni?

Margherita scopre le carte sul tavolo.

Urania:          Tusei proprio una pazza. (mostra le sue)

Antonia a vedere le carte di Urania getta con rabbia le sue, e Urania prende il piatto.

Gennara        (perdendo la pazienza, in napoletano): Robbè!!!

Roberto seccato stacca il pick-up del grammofono e viene in salotto.

Gennara:       Scusami, bello mio, a che ora ha lasciato detto Michele che mi viene a prendere?

Roberto:        E che ne so.

Gennara:       Stamattina non è passato di qua?

Roberto:        Non lo so.

Gennara:       Tua madre non t'ha detto niente?

Roberto:        No.

Gennara:       Vuoi vedere che Michele ha lasciato un biglietto e la portiera se lo tiene magari per tre giorni... Me lo fa­resti un salto giù, non ti dispiace Robè?

Roberto senza replicare attraversa il salotto ed esce.

Gennara        (gli grida dietro): Non mi chiamare scocciante!

Gennara raccoglie le carte, tocca a lei. Versa un cip, Urania e Margherita fanno altrettanto, tranne Antonia. Gennara mescola le carte e le distribuisce sempre osservando Antonia che tranquilla prende le sue.

Gennara        (ad Antonia): 'O vuo' mettere stu cip!

Antonia:        L'ho messo.

Gennara:       Nossignora. (con lo sguardo conta le fiches nel

piatto)              Una, due, tre...

Antonia:        Perché ti rivolgi solo a me?

Margherita (sulla voce): Io l'ho messo.       

Gennara:       Perché ho visto che non l'hai messo.

Antonia:        E ti sbagli.

Urania           (con uno sguardo d'intesa a Gennara): Sono io che mi sono distratta, scusatemi (allunga un altro cip) andiamo avanti.

Gennara        (fulminando Antonia): Un cip prima, uno adesso, un altro appresso...

Antonia:        Gennà, tu quanto sei antipatica, io l'ho messo. Non apro.

Urania:          Apro io. Dieci. (versa le fiches)

Margherita fa altrettanto.                                               

Gennara:       Fino a trenta. (versa le trenta fiches)                

Le amiche la guardano come a dire chissà che punto deve avere in mano.

Gennara:       Che c'è? Fino a trenta ho detto.

Margherita: Uffa!

Gennara:       Ah, tu puoi rilanciare, io no. Questa me la dovete spiegare...

Urania           (da giocatrice, infastidita): Vogliamo giocare, sì?

Tutte versano la differenza.

Antonia:        Due. (butta lo scarto sul tavolo, Gennara le dà le carte)

Gennara        (ad Urania): E tu?

Urania: Una. (scarta)

Gennara le dà la nuova carta.

Margherita (a Gennara): Quattro, va'.

Urania:          Ma perché hai giocato se non tieni niente in ma­no? Con un rilancio tre volte tanto, te ne dovevi andare.

Margherita: Non si può sapere, in quattro carte ti può venire pure un poker.

Urania           (irritata, rapida): Va bene, andiamo avanti, andiamo...

Margherita: E poi mi annoio a stare a vedere voi che giocate e io no.

Gennara        (dopo aver dato l'ultima carta a Margherita): Servita.

Antonia:        E ti pareva!

Gennara:       Ogni volta un commento.

Antonia:        Perché lo so che gioco vuoi fare! L'ho capito da che hai rilanciato!

Gennara:       Che hai capito?

Antonia:        Ho capito che io e Margherita stiamo qui a farci spennare da te e da Urania.

Gennara:       Uh, guardate un poco...

Urania:          Quand'è così, non gioco più. (posa le carte)

Margherita (ad Antonia): Come ti vengono in mente certe cose...

Antonia         (a Urania): Tu non t'inalberare, perché io non ho voluto offendere nessuno; la mia è una constatazione. Perché, forse non è sempre così? Non vincete sempre e solo voi due?

Urania           (perde la pazienza): E certo! (si alza e si mette a stril­lare: a Margherita) Sta scema co' 'e ccarte mmano me pare l'asino mmiezo 'e suoni. (ad Antonia) Tu, tieni una mano tirata che appena vinci una lira, ti chiudi, non giochi più e ne pierdi ciento! Non sapete giocare! E vo­lete giocare! Perché siete voi che un giorno sì e un altro no vulite venì acca a fa' 'o poker!

Antonia         (alzandosi anche lei): Uè, 'o vuo' sapè? Gennara gioca solo col bluff, e a me m'attacca 'e nierve! È tutta 'a serata. Questo «servito» è un bluff, si sa!                     

Gennara:       Chi te l'ha detto a te ch'è un bluff?

Rientra Roberto.

Gennara        (si rivolge a lui): Son cose da pazzi, sostiene che è un bluff, senza saperlo.

 Urania          (dando sulla voce ad Antonia): Ma il bluff fa parte del gioco! Se tu non sai giocà, e nun 'o può fa', non te la devi prendere con chi gioca bene.

Antonia         (urlando ancora di più): Farà parte del gioco ma non deve diventare un sistema!

Gennara        (alzandosi a sua volta): Ma quale sistema! Le vuoi vedere le carte? (le agita le carte sotto il viso)

Roberto         (sovrastando tutte con un urlo): Seee-dute!

Le amiche tacciono di colpo, Roberto le osserva divertito.

Margherita (che è l'unica rimasta al suo posto. Senza urla­re - con gran calma): La vogliamo finire questa mano?

Urania:          Quello che dico io.

Tutte e tre si rimettono a sedere.

Antonia:        Chi ha aperto? Chi parla?

Gennara:       E chi se lo ricorda mo'.

Urania:          Forse io?

Margherita:            Tu, tu...

Antonia:        Sì tu, perché io sono di mano, e non ho aperto.

Un silenzio.

Urania:          Cip.

Margherita: Cip.

Gennara:       Sessanta.

Antonia:        Manco 'o cip ce voglio perdere. (e butta le carte)

Urania e Margherita: No. (e buttano a loro volta le carte)

Gennara raccoglie il piatto.

Antonia         (a Gennara): Mi fai vedere che tenevi?

Gennara        (rapida infila le sue carte nel centro del mazzo, di­spettosa): Perché non hai rilanciato! Pagavi e ti toglievi lo sfizio.

Antonia         (a Urania): E' visto si nun è bluff? Prima me le vo­leva far vedere lei, e adesso...

Gennara:       Che c'entra, nella rabbia...

Urania:          Anto', questo è il gioco e queste son le regole. Ah!

Antonia raccoglie le carte e le mescola. Presa dalla partita, Gennara si è dimenticata della missione di Roberto. Le ritorna a mente adesso.                                                       

Gennara:       Ah, Roberto, e non mi dici niente? Il biglietto?

Roberto:        Portiera innocente - nessun biglietto.

Gennara:       L'avrà perso. (ma non è convinta, lo dice per illudersi)

Roberto le dà un'occhiata sfottente e si ritira dietro il tramezzo.

Gennara è rimasta molto contrariata. Si fa un gran silen­zio: Roberto sta scrivendo, Antonia finisce di distribuire le carte. Le amiche le «leggono» scoprendosele lentissimamente una dopo l'altra per prolungare il piacere del momento.       

Gennara        (senza togliere lo sguardo dalle carte): Io a Michele gli spacco la faccia!                                                 

Ancora silenzio.

                                                                       

Margherita: Se c'era una cosa che mi piaceva, una bella cervella al burro, non sarò capace di mangiarmela!

Le amiche ridono.

Margherita: È la verità, mi tornerebbe quello sfracelo davanti agli occhi.

Urania:          Apro. (allunga due fiches)

Le altre la imitano. Il gioco riprende in silenzio. Roberto riattacca con la V di Shostakovic.

Voce di Pupatella: È permesso?

Entra Pupatella: è una giovane popolana squallida e deperita,ma truccata forte e vestita volgarmente. Le amiche si voltano pur continuando a giocare.

Pupatella:     Ci sta 'a signora?

Gennara:       Ma voi da dove siete entrata?

Pupatella:     D' 'a porta, da dove dovevo entrare?

Margherita (alle amiche): Stu palazzo sta in piedi per ope­ra e virtù dello Spirito Santo.

Gennara:       E a voi scusate, chi vi autorizza a infilarvi in casa della gente, così!

Urania           (intervenendo): Gennà, non la riconosci, è Pupatella.

Pupatella s'illumina d'un sorriso.

Gennara:       Siete Pupatella?!

Pupatella:     So'stata a servizio qua tanto tempo...

Urania:          E come no!

Gennara:       E chi vi riconosceva. (la squadra) Così cambiata...

Pupatella:     La vita cambia.

Con un solo sguardo, tra di loro, le amiche commentano il cambiamento evidente della giovane.

Gennara:       Eravate na guagliuncella... mi ricordo... due anni fa...

Pupatella      (annuisce e dice ingenuamente sorridendo, senza sapere quanta verità c'è dentro): Pare chisà quant'anni so' passati, è overo?

Margherita: Chissà quale giorno sprofondiamo noi il palazzo e 'o poker.

Urania           (con fastidio superstizioso): Ma che è oggi, Margherì!

Margherita: Come, che è? La porta non si riesce più a chiudere, i campanelli non funzionano, la parete del ballatoio è tutta storta... a me questo palazzo non mi dà nessun affidamento.

Urania Gennara e Antonia: Uuuuuh!

Margherita: Eh, sì, sotto mica so' camere, so' voragini di bombe.

Urania           (a Pupatella): Cercavate la signora? Dovrebbe stare qui a momenti, accomodatevi.                                

Pupatella:     Non fa niente, ripasso dopo.                       

Urania:          A noi non ci date nessun fastidio...                  

Pupatella:     No, grazie non posso.

Urania:          Che fate le cerimonie? (ha qualche idea per la testa, si vede, e infatti) Anzi vi devo parlare. (si alza dal tavolo prendendo con sé la borsa, non per una ragione precisa, ma come gesto abituale)

Pupatella      (imbarazzata): Tengo uno abbasso che m'aspetta...

Urania           (senza darle retta, le si avvicina): Forse mi potete fare un favore. (alle amiche) Continuate senza di me.

Pupatella      (avviandosi all'uscita): Non posso, signò, devo avvisare questo sotto il portone, senò se ne va...

Urania           (l'afferra per un braccio e la trascina verso il tramez­zo) ...e noi non lo facciamo andare, statevi quieta. (si af­faccia nella stanzino) Fammi un piacere, Roberto, c'è un amico di Pupatella giù al portone, fallo salire che io devo parlare un momento con lei.

Roberto stacca il grammofono infastidito, ed esce dalla stanza. Dà un'occhiataccia a Pupatella e questa abbassa la testa senza osare salutarlo.

Pupatella      (a Urania, appena Roberto è scomparso): Addirittura 'o signurino...

Urania:          Pupatè, quante storie fate, siamo in democrazia -vi devo parlare v'ho detto - 'o signurino è comunista, dice.

Rassegnata la giovane la segue dietro il tramezzo. Si seggo­no sul letto. Intanto le amiche continuano a giocare.

Urania:          Statemi a sentire, vi volevo fare una proposta, nell'interesse vostro e mio - i tempi si so' fatti assai diffici­li, ci dobbiamo arrangiare tutti, anche noi signori...

Pupatella:     È overo...

Urania:          Anzi noi signori facciamo sacrifici assai più grossi di voi, gente disgraziata che non teneva niente - pecché vui co' 'a guerra ch'avite perduto? - niente tenevate e niente v'è restato...

Pupatella:     Pezzienti èremo e pezzienti simmo rimasti.

Urania:          Giusto; quasi quasi, invece, una come voi si può dire che ha migliorato... non è vero? - avete conosciuto gente di tutto il mondo, di tutte le razze, avete frequen­tato, fatto, detto, vi siete imparata a vestire, a pittarvi, a comparire diciamo... (queste cose dette senza nessuna cattiveria, ma con obiettiva naturalezza, suonano ancora più ciniche a confronto con la triste goffaggine di Pupatella) Dovreste essere contenta, tutto sommato... Non siete contenta?

Pupatella      (sbalordita senza volerlo): Devo essere contenta?

Urania:          E certo.

Pupatella: I  onun ci avevo pensato.

Urania:          Prima che facevate, Pupatè, 'a serva - vogliamo mettere il confronto! Chi si deve vergognare oggi, sono io, costretta a vivere alla giornata.

Pupatella:     Cumm'a me!

Urania           (imbarazzata la corregge): Come voi... forse in ma­niera diversa... come le mie amiche del resto; non ab­biamo un marito - e chi 'o tène è meglio ca nun 'o te­nesse - i figli, grandi, che non fanno niente... Pupatè, non possiamo permetterci il lusso di essere poveri, noi, sarebbe comodo! E no, dobbiamo mantenere un deco­ro, un'apparenza, - e che sforzo, quanta fatica - perché solo con questi possiamo procurarci i mezzi per vive­re... Vi sto confondendo le idee?

Pupatella:     No, è che m'imbroglio un po'.

Urania:          Giusto, avete ragione, veniamo al dunque. Vi vole­vo dire che se vi capita, come a voialtri può capitare, di trovarvi per le mani cose da vendere, o che nell'ambien­te vostro sentite dire che c'è uno non so che si vuole (sottolineando) disfare di qualche cosa, portatela a me.Io mi rendo conto, per voi gente bassa è più difficile, vi mettono in mano quattro soldi, poi - sapete com'è - siete lazzari, che uno può pure sospettare... Invece no, io sono una signora. Ho bisogno, vendo. Un oggettino in mano a voi è roba rubata, in mano a me è roba di fami-glia. (la fissa per vedere se ha capito) Senza considerare che io ve lo pago assai di più.

Roberto è già apparso in salotto seguito da un militare ame­ricano lungo e roseo. Gli ha indicato seccamente un divano e se ne torna verso il tramezzo: è fuori di sé.

Le amiche per nulla stupite continuano a giocare. Il mili­tare è rimasto là diritto impalato.

Roberto rientra nella sua stanzina e, senza curarsi delle due, va a sedersi al tavolo sbattendo la sedia.

Urania           (a Roberto): Abbiamo finito. (Pupatella, si alza preoccupata, seguita da Urania che continua in tono più basso) Avete capito?

Pupatella:     Non dubitate, se mi càpita...

Urania:          Il mio indirizzo ve lo fate dare dalla signora. (rien­trando in salotto scorge l'americano) Ah, e per questo tante storie? Gli americani sono i nostri padroni... Pu­patè, ve l'ho detto, dovete essere contenta!... Fatelo ac­comodare. (va a riprendere il posto al tavolo di gioco)

Pupatella tira il militare per un braccio e lo fa sedere sul di­vano. Restano in attesa senza scambiarsi una parola. Roberto di là riattacca col suo lavoro.

Urania           (mentre aspetta che le amiche finiscano il loro giro). Pupatella... roba americana, no.

La ragazza annuisce. Il giro termina e la partita a quattro riprende.

Gennara        (a Pupatella): Capisce l'italiano il Mister?

Pupatella:     Nun capisce manco 'o napulitano.

Gennara        (alle amiche): Quanto so' brutti st'americani. Ci credevamo che erano belli... non mi piacciono proprio.

Antonia:        Non ci far ridere! I divi del cinema sono fiori d'uomini.

Gennara:       E grazie! Vuò mettere una selezione come quella che opera il cinematografo su milioni e milioni d'indivi­dui - prima che uno diventa divo... Quelli che ci fanno vedere al cinema è l'eccezione, l'abbiamo capito adesso; no, io dico proprio come popolazione, come massa, è brutta.

Urania           (scrutando l'americano con distacco come fosse un animale) Tengono belli ccarni però.

Entra Mariella, svelta, nervosissima: in una mano un fascio di giornali della sera e un libro, nell'altra un fazzoletto col quale si sta sfregando una spalla dell'abito nero imbrattato di qualcosa di appiccicaticcio. Coetanea delle sue amiche, è piccola, magra, distinta. Si porta addosso una certa aria sciupata, che denota molta familiarità con guai e angustie, soprattutto poca dimestichezza con gli agi. Il suo tailleur ne­ro di linea elegante, è chiaramente un vecchio capo rinfresca­to con qualcosa di bianco allo scollo. I capelli prematura­mente grigi, tinti d'un assurdo blu carta da zucchero, ci dicono che è uscita di fresco dalle mani del parrucchiere.

Mariella       (attraversa il salotto senza guardare in faccia nes­suno): È diventato un paese assolutamente impossibile questo! (butta sul divano giornali e libro e finalmente, a mani sgombere, si sfila la giacca per pulirla meglio)

Pupatella s'è levata in piedi e tira per un braccio l'america­no perché faccia altrettanto.

Le amiche sono esilarate dal colore pazzesco dei capelli.

Urania:          Che hai fatto?

Gennara:       Ma ch'e' cumbinato?

Margherita: Mariè, ma sei uscita pazza?

Mariella:      Ch'è? Che cos'è? Che stranezza! Un cachet blu! I guagliuni nascono con la pelle nera e gialla e nessuno si meraviglia int'a sti vichi, e per un po' di blu nei capelli... Avrà esagerato... (rigira la giacca tra le mani) guarda qua... qua ci vuole Papof... Dico io... (Mariella si rivolge a una folla immaginaria - è nel suo stile recitare piutto­sto che parlare) ...Napoli è un mare di corna... e facitevi 'e corna vostre!

Gennara        (posa le carte interrompendo il poker): Ma mi spieghi perché continui ad andare da quel disgraziato?

Mariella       (si mette a gridare): M' 'e dai tu 'e soldi? Chillu scafesso se piglia tre lire... e poi non è il parrucchiere la questione... è la gente... (s'interrompe e corre al tramezzo chiamando) ...Robbè! ...Robbè! Ce ne andiamo sì o no da Napoli? (ritorna sui suoi passi) Quando ci decidiamo a lasciare stu paese!

Roberto entra in salotto ancora abbuiato, a vedere sua ma­dre con quei capelli gli viene da ridere - ma si trattiene.

Mariella:      ...Oltretutto nun m'ha portato mai bene... da che so' nata.

Roberto:        Mammà, ti devo parlare.

Mariella       (neppure lo sta a sentire - gli indica il divano): Tié, ti ho comprato Fontamara di Silone - conservami i giornali dopo che li hai letti.

Roberto non si muove.

Urania:          Ma ci vuoi dire che è successo?

Mariella:      Scendo per i Gradoni di Chiaia - mo' t' 'o ddico - 'a gente si volta, si rivolta, commentano... Che avran­no visto! Ma dove vivono! Che esagerazione! Non è che volessi questa cosa eccentrica - un riflesso azzurro nel grigio... 'O disgraziato s'è sbagliato int'a chillo sgabbuzzino fetente e niro, io int'all'oscurità nun ce veco bbuono, e guarda qua che m'ha cumbinato!... «Ch'è, ch'è, ch'è...», mi sono messa a strillare là mmiezz'a strada.

Nu scugnizzo, un lazzarone, un fischio dietro e m'arri­va ncapo na pummarola - quelle belle, grosse. Il tailleur tutto imbrattato... E noi vogliamo dare una democra­zia, una civiltà moderna a questo paese?... Chilli 'e fa­scisti ièveno bbuono pe' loro.

Gennara:       Che c'entrano i fascisti?

Mariella:      Ancora ti risenti quand'uno t' 'e tocca?

Gennara:       E si capisce, ogni cosa che succede adesso è col­pa dei fascisti. Ti buttano un pomodoro in testa - chi è stato - un fascista.

Mariella:      Sì. E chi poteva essere? Data l'età - un figlio di fascista...

Gennara:       Con te un discorso serio non si può tenere, sei un'esaltata..

Mariella:      Uè Gennà, tu nun m' 'e' 'a scuccià. Nella tua mente due sono i chiodi fissi, ì fascisti e Michele.

Gennara:       Non t'ha lasciato detto a che ora veniva a prendermi?

Mariella:      Non s'è proprio visto.

Gennara:       Vuol fare il furbo, ah!

Mariella sta per andare in camera sua, improvvisamente si accorge di Pupatella e dell'americano.

Mariella       (va loro incontro piuttosto confusa): Uh, Pupatella, e chi se n'era accorta, bella mia, un diavolo per capello...

Margherita (contemporaneamente, alle amiche): Questo poker oggi non s'è capito...

Urania           (a Margherita): Hai fretta di perdere?

Antonia:        Così ci togliamo il pensiero... (riprendono il poker)

Roberto non deflette, fermo, ostinato, segue i movimenti della madre che sta inventando una scena, tono alto, disin­volto, perché giunga alle amiche, mentre cerca di avviare frettolosamente, verso l'interno, Pupatella e l'americano che non capiscono niente, non si sanno muovere e le fanno perdere tempo.

Mariella:      Brava Pupatè, hai portato l'americano, grazie, sei stata proprio brava, è ingegnere sì, se ne intende, quello che mi serviva, quest'impianto di luce si fulmina sempre.

Roberto:        Mammà...                                                      

Con una rapida occhiata tra loro le amiche commentano la scena di Mariella.

Mariella       (gira un attimo la testa verso il figlio senza rispon­dergli): Basta una verifica generale Pupatè - tu conosci la casa, lo accompagni tu - gli hai chiesto se ci può pro­curare un po' di quelle cose elettriche americane che non si guastano mai?

Roberto:        Mammà, ti devo parlare!

Mariella:      E Roberto, lo vedi che sono occupata? Prenditi a Silone, va'... (all'americano) Come vi chiamate?

Pupatella:     Bob. Lui non capisce.

Mariella       (scompare all'interno mentre si sente ancora che dice): Ah Bob, bello Bob, diminutivo di Robert, si chiama come mio figlio...

Roberto rientra dietro il tramezzo e si siede al tavolo chiu­dendo con violenza il coperchio del grammofono. Riprende a scrivere furente.

Antonia         (mentre distribuisce le carte): Mariella si arrangia in tutti i modi.

Margherita: Che deve fare?

Urania           (ad Antonia): Perché, tu non ti arrangi? Ci arrangiamo tutti.

Antonia:        Ma c'è modo e modo.

Urania:          No, non c'è modo e modo. C'è un unico modo: quello che il tuo stato di bisogno, la tua miseria, e le tue necessità, ti permettono di escogitare.

Gennara:       Non c'è scelta.

Urania:          Giusto. Non apro.

Margherita: Neppure.

Gennara:       Apro io. Due. (allunga le fiches)

Antonia         (versando le sue): Guardate che non ci siamo ca­pite, non volevo dire niente di cattivo...

Rientra Mariella.

Mariella:      Domani è festa, eh? Io vorrei sapé che è sta puz­za che si sente int'a sta casa...

Urania           (fingendo di aver creduto alla scena dell'americano): Dovete staccare la corrente?

Mariella:      Noo, una verifica... qua si deve fare un impianto nuovo, già lo so, con tutte le bombe che s'è presa addos­so sta casa, non c'è una valvola a posto...

A sentire la voce di sua madre, Roberto è ritornato in salotto.

Roberto:        Mammà mi vuoi ascoltare!

Mariella è riluttante al colloquio, sa già cosa le vorrà dire suo figlio.

Mariella:      Non devi finire il programma per la Radio?

Roberto:        Insomma, mammà...

Mariella:      Ma che t'ha preso oggi, figlio mio... (raccoglie i giornali e il libro dal divano e lo segue nella stanzino) ...Pa­ne e vino non l'ho trovato, ho trovato solo Fontamara.

Roberto:        Tu ora vai di là e mandi via quei due dalla tua camera da letto.

Mariella:      Ma che stai dicendo, Robè?

Roberto:        Perché se non lo fai tu, ci vado io.

Si sente picchiare con le mani alla porta d'ingresso.

Gennara:       Questo è Michele.

Mariella:      Ne riparliamo dopo...

Roberto:        Sì, trova la scusa adesso...

Mariella:      Fammi il piacere! Devo andare a aprire la porta, no?

Lascia Roberto in fretta e riattraversa il salotto.

Gennara        (continua tranquillamente a giocare e ripete con lo stesso tono che è solo un'attesa): Questo è Michele.

Irrompe nel salotto il marito di Gennara che tutti chiamano Il Maestro. Molto più anziano di lei, è un vecchio magrissi­mo, dall'aria aguzza, di una bruttezza senza pietà. Si muove a scatti - un fascio di nervi scoperti - è il ritratto della ne­vrastenia. Veste di nero, porta cappello, cappotto e bastone e parla un napoletano strettissimo.

Il Maestro    (verso Gennara, fermandosi a distanza dal tavo­lo da gioco): 'O ssapevo ca stive cca...

Mariella       (arrancando dietro di lui) Che bella sorpresa ci avete fatto, Maestro...

Le amiche sono restate con le carte in mano, stupite - ma più di tutte lo è Gennara.

Mariella       (ostenta disinvoltura): Maestro mi volete dare il cappello, il bastone...

Il Maestro    (sta scrutando la moglie con odio e disprezzo): Co' 'e carte mmano... chesto lle piace 'e fa'...

Gennara        (di colpo aggressiva): Tu piuttosto, che sei venuto a fare qui?

Il Maestro:   Aggio perzo 'o chiavino, a casa comm' 'o solito nun ce sta nisciuno, so' rimasto fora 'a porta... Damm' 'a chiave toia.

Gennara        (prende dalla borsa la sua chiave e gliela porge): Chissà perché io non perdo mai niente.

Il Maestro    (pigliandosi la chiave): 'A vi' lloco, tène sempe na parola soverchia, invece 'e se mettere 'a lengua a chillu servizio...

Gennara:       Quanto sei scostumato!                                   

Il Maestro    (mentre se ne va): Nun ce stanno mai a casa sti ddoie zoccole.

Le donne sussultano all'epiteto. Gennara scatta in piedi tremante di collera.

Gennara:       Ottavio, io non ti permetto...

Il Maestro:   A chi non permetti? (ritorna sui suoi passi, e alza la voce insistendo con la sua inesorabile volgarità) Tu e tua figlia site duie zoccoloni, a casa è nu posto troppo onesto pe' vui...

Mariella:      Maestro, ma che state dicendo...

Il Maestro    (senza ascoltarla): Pecché, tua figlia nun va fa-cenno 'a fetente pe' copp' ai Club americani, cu' maggiori, capitani, colonnelli...

Mariella:      Vostra figlia è tanto una brava ragazza...

Il Maestro:   Chi?... Chella ha pigliato d' 'a mamma... appe­na vedono nu cazone subito sguàrrano 'e cosce.

Gennara è in preda a una crisi di lacrime, le altre sono annichilite.

Gennara:       Guarda che ci dobbiamo sentir dire. (cade a sedere)

Il Maestro    (ancora più violento): Uè, ma che te cridi ca nun 'o saccio ca me vai riempenno 'e corna?

Mariella       (decisa energica): Maestro mio, calmatevi, non sta bene...

Il Maestro:   Statte zitta tu, ruffiana...

Le amiche scattano indignate una dopo l'altra.          

Urania:          Basta, insomma, non è possibile...

Antonia:        Qua si sta superando ogni limite di decenza...

Margherita: Che maleducazione, basta!

Gennara        (si solleva imponendosi con tutte le sue forze al Maestro): Basta, sì, basta! Sei un fallito, un incapace,  un cretino, non ti sei saputo far strada, ti sei frustrato da solo e sei diventato una seppia velenosa. E me lo vuoi fare scontare a me? Ah, no! Proprio no!

Mariella:      Gennà, fallo per Dio, vogliamo far salire quassù tutto il palazzo?

Scappa da Roberto che si tiene inchiodato al tavolino, le mani pressate alle orecchie.

Mariella:      Robè, per carità, corri giù al portone, ferma Michele, dovesse arrivare proprio mo'.

Per l'ennesima volta Roberto si alza, guarda sua madre con cattiveria ma Mariella non ci fa caso:

Mariella: Va' bell' 'e mammà, va'...

Roberto attraversa il salotto di corsa.

Il Maestro    (intanto sta continuando a urlare contro sua moglie): E che altro sono, sentiamo, gran donna, scien­ziata dei miei stivali... (va a sedersi su un divano sfidan­do la moglie) Continua serpe!

Gennara        (improvvisamente calma): Sei brutto, Ottavio. Troppo brutto. Ma questo sarebbe niente, perché una volta eri intelligente ed eri un signore. Ora ti è rimasta solo la bruttezza... E tutta la musica che avevi in testa dov'è finita? Sei un maestro di musica, senza musica!

Il Maestro:   Tume fai schifo, t'occupi di musica ma non dovresti, non sei un'artista, sei un'ignorante...

Gennara:       E già, l'artista sei tu, ce ne eravamo dimenticate! (alle amiche) Un valente direttore d'orchestra come lui che avrebbe avuta una bella carriera, si mette a fare i capricci - vuole suonare la musica dodecafonica, ha preso una fissazione per Schoenberg, Schoenberg è il suo Dio; il fascismo, non l'ha mai gradita perché dice ch'è musica d'ebrei, e lui niente, cocciuto, caparbio - quello è di origine calabrese, capatosta, si vede - ed è fi­nito all'archivio del Conservatorio.

Il Maestro:   Aveva alleccà 'e divise de' gerarchi, comme e' fatto tu! 'A musica è musica, o fai chello che bbuo', o meglio ca t' 'a lieve 'a capo.

Gennara:       Che sciocchezze! Con tanta musica da eseguire! Perché è disonore dirigere Mulè, Mascagni, Respighi?

Il Maestro:   Ma tu a me nun m' e' capito ancora? Si pe' sunà Schoenberg aggia mettere int' 'o programma d' 'o cuncierto 'a musica 'e uno 'e chisto, allora nun voglio sunà manco cchiù Schoenberg...

Gennara:       E tu sai Schoenberg come si dispiace! Signor Schoenberg a Napoli c'è un maestro di musica che s'è rovinata la carriera per voi - Tanto piacere! - Il dispetto a chi l'hai fatto?

Il Maestro:   Guardate che ridicola. (urlando) Tu nun 'i 'a parlà 'e musica! Pe' dicere Strawinsky i' 'a chiedere permesso!

Gennara        (urla anche lei): Spiritoso, cretino! M' 'o 'mpari tu a Strawinsky.

Mariella:      Gennà ricominciamo?...

Gennara:       E questo cretino mi vuol far fare la figura del­l'imbecille! (al marito) Siete due ridicoli tu e Schoen­berg, con tutte le vostre teorie e intellettualismi... è ve­ro, musicisti senza ispirazione!

Il Maestro:   Eh! Hai detto esattamente chello ch'ha voluto fa Schoenberg: basta cu' st'ispirazione, che d'è stu con­cetto romantico d' 'a musica! Oggi dopo tutta 'a musica ca s'è scritta ci fa avutà 'o stommaco. Schoenberg ha fatto zumpà tutt'in aria... (si rivolge alle amiche) ...è sce­so al cuore della materia musicale, l'ha disintegrata e l'ha ricomposta in un nuovo sistema con criteri scienti­fici, partendo da dodici note eguali, equivalenti.

Gennara:       Il sistema seriale, lo sappiamo, bella trovata.

Il Maestro:   Mo' vo' fa vede' che sape...

Mariella:      Ma che è stu sistema seriale?

Gennara:       Una cosa astrusa.

Il Maestro:   Per gl'improvvisatori, per gli strimpellatoli ca conosci tu! (a Mariella) Voi predisponete una serie di dodici note, la rielaborate secondo la tecnica dodecafo­nica la quale dice che dovete essere voi a stabilire una parentela tra queste dodici note - non è affatto la natu­ra che ha stabilito i rapporti dei suoni uno più impor­tante dell'altro - che è? - e poi trasformate questa serie in diverse maniere armoniche e melodiche. Usando questo materiale che vi siete preparata con le vostre mani, passerete alla composizione vera e propria.

Le amiche sono terribilmente perplesse.

Mariella:      Non ho capito se mi sembra una cosa facilissima o complicatissima.

Gennara:       Complicatissima, complicatissima, Mariè... in-somma non esiste più la musica che suona dentro l'o­recchio del musicista che sta componendo, hai capito, i suoni se li creano loro facendo co' 'e note i problemi d'algebra.

Il Maestro    (sprezzante): Avess' 'a trasì mo' in argomento cu tte sull'estetica e 'a teoria della dodecafonia?

Gennara:       Ma non ci affliggere tu e la dodecafonia!... (di­spettosa e sorridente) A proposito degli strimpellatori che conoscerei io, se lo vuoi sapere, Strawinsky ha ac­cettato di venire a dirigere un concerto alla nostra Associazione Musicale.

Il Maestro    (si alza di scatto dal divano): E avvisàmmelo, puveriello, avvisàmmelo ca cade mmiezo a nu vranco 'e zoccole fasciste!

Mariella:      È proprio un'insistenza, Maestro, ma che brutta fissazione!

Il Maestro:   La dovrebbero sciogliere la tua Associazione Musicale! Compromesse col vecchio regime mo' vanno dicendo ca perseguivano intenti artistici. Siete delle ap-profittatrici! E nisciuno ancor v'ha denunciato? Ma vi denunzio io!

Gennara:       Guardatelo, è davvero un pazzo! E noi lo ascol­tiamo pure. Senti Mariella piuttosto, mercoledì arriva Cortot per il concerto, accompagnami a prenderlo, per­ché io faccio una fatica a capire il francese 'e chillu viecchio c' 'a dentiera.

Il Maestro    (indignato): Sentite che arie se dà sta fetente! (leva lo sguardo al cielo e tende le braccia rigide in basso) Padretè, ma pecché nun me fai murì! (un attimo così e esce senza salutare nessuno)

C'è come un senso di sbigottimento, poi Urania si avvicina al tavolo da gioco.

Urania:          Che schifezza 'e poker oggi - facciamo i conti, finiamo, finiamo...

Le quattro amiche ritornano al tavolo e incominciano a conteggiare le fiches.

Mariella:      Madonna, quant'è scostumato 'o Maestro, è un forsennato...

Gennara        (si vuol far compatire): Quando lo dico non mi credete... Ora si spiegano tante cose... Michele...

Mariella:      Su una ha ragione però eh, tu sei veramente una fascistona.

Gennara:       Come lo siamo stati tutti.

Mariella:      No, tu questo a me non lo devi dire. Tu lo sai. A me e a Roberto ci hanno arrestato dint' 'o cinemato­grafo, quando nel film Luce è asciuto Cape 'e Morto mmiez' 'o grano... Se alludi in generale, hai ragione... e mi ci metto pur io. Questo, Gennà, è il vero peccato mortale della nostra generazione... Ma che è stata, una folata d'imbecillità, un'impreparazione generale, un'e-splosione d'ignoranza?... Non mi faccio capace. Nessu­no di noi s'è fatto impiccare, bruciare vivo in mezzo a una piazza... E perché?

Urania           (a Mariella): Ma che ti sta succedendo, nè?

Mariella:      Niente. Io ci penso sempre a questo, sempre. Com'è potuto succedere?

Gennara        (mentre fa i conti, stizzita): È successo pure che li abbiamo ammazzati e appesi in mezzo a una piazza, quando non ci hanno fatto più comodo.

Mariella:      Hanno fatto bbuono - il riscatto si ottiene attraverso gesti violenti.                                                         

Rientra Roberto.                                                               

Roberto         (a sua madre - rapido secco): Allora, stavamo di­cendo... (e percorre il salotto in fretta come a dire che aspetta il seguito del colloquio interrotto).

Mariella:      Robè, tu mi pare 'n'SS, oggi - che è? (si dirige verso il tramezzo, ma prima di entrare nella stanzina si rivolge ancora una volta a Gennara) Un'altra soddisfa­zione il Padreterno mi deve togliere, aggia vedé Umberto ca se ne va! 'E corsa.

Gennara:       Bene, monarchia via e dentro il caos del comu­nismo! Fra cinque anni saremo una Repubblica Sovietica.

Mariella:      E ce lo meritiamo! (raggiunge Roberto che sta ad aspettarla)

Antonia:        Sempre lo stesso voi due!

Gennara:       È un'esaltata, lo dico e lo ripeto.

Continuano a far di conti, poi si pagheranno le vincite, e tranne Gennara, si danno una ritoccatina per andarsene.

Roberto:        Allora, li mandi via tu o li caccio io?

Mariella:      Ma a te che t'importa? Queste son cose che ri­guardano me; tu non sei autorizzato a vedere né a sapere niente.

Roberto:        Ma siccome le vedo e le so, non mi piace - mi disgustano.

Mariella:      Non esageriamo. Cos'è questo disgusto? Cu' tutt' 'e guai ch'abbiamo passato tu ci hai lo stomaco an­cora così delicato, né Robè?

Roberto:        Mammà tu sei di un cinismo ributtante.

Mariella:      Di certe cose, Robè, non m'importa proprio niente. Ben altro mi preoccupa - questioni di fondo. Comunque se servisse a calmarti, quest'americano dice che è il suo fidanzato - la cosa resterà ugualmente ignobile per te - ma potresti farmi il piacere di minimizzarla.

Roberto:        Scusa - gli americani delle altre volte, anche quelli erano fidanzati?

Mariella       (annaspando): Tu che vuo' 'a me, se a questa non le va bene nessuno... Ne cambierà uno al giorno, so' fat­ti suoi... Posso ogni volta stare a chiedere...

Roberto:        Mammà, nun fa' 'a scema...

Mariella:      Dimmi una cosa, Roberto, per caso ti mette a disagio l'idea di quello che stanno facendo di là?

Roberto:        Proprio non mi capisci!

Urania           (dal salotto): Ciao, Mariella.

Mariella       (alzando la voce): Ciao... (a Roberto) No, io ti capisco...

Margherita: A dopodomani, Arrivederci...

Mariella:      Arrivederci...

Antonia:        Ciao...

Mariella:      Ciao...

Le tre amiche se ne vanno. Resta Gennara che tira fuori lo specchietto dalla borsa, lo appoggia al mazzo di carte sul ta­volo, e prede tranquillamente a rifarsi il trucco.

Mariella:      ...ma voglio capirti meglio - tu sei giovane, ma­gari la cosa ti turba... lo dico sul serio. Sai, l'età dei tur­bamenti per me è finita e molto prima di quanto natura stabilisce - già gli slanci sensuali m'hanno fatto sempre ridere, mi sembrano grotteschi.

Roberto:        Invece sono tanto umani - e perciò vanno tratta­ti col rispetto che esigono.

Mariella:      Ah, sì? E che cosa ci vedi di umano, me lo spieghi?

Roberto:        Si tratta di educazione, mammà - non del gene­re «non metterti le dita nel naso», «non si parla col boc­cone in bocca», non siete mai andati al di là di queste nozioni, parlo dell'educazione che ci ha dato il tempo che viviamo, perché per fortuna il senso dell'epoca che vivi, serve... e allora mammà, siccome per me la natura non ha nulla di vergognoso, di grottesco o che si debba nascondere, gl'istinti sono sacri - il mercimonio, lo sfruttamento, la degradazione che usate farne, mi ripu­gna. Certe cose tu non le capisci.

Mariella       (perde la pazienza e si mette a gridare): Robbè, ma tu sti lezioni a chi 'e vuo' dà? Pozz' i' a rubbà? Allo­ra? Tu te ne vieni col mercimonio, lo sfruttamento, la degradazione... Rispetti le leggi della natura, ma le leg­gi economiche - alle quali nessun essere vivente è mai riuscito a sottrarsi - 'e vuo' rispetta, sì o no? Te si' scur-dato quando Pupatella pe' 'n anno ci ha fatto 'e servizi gratis, 'a mesata nun l'ha mai vista: mangià durmì e qualche sera 'o cinematografo... un po' di gratitudine... se ha bisogno adesso l'aiuto.

Roberto:        No, tu non l'aiuti, ti prendi i soldi che ti dà per la camera. Ti paga!

Mariella:      E certo! Lo sai benissimo! Pupatella mi paga perché l'affitto 'o lietto mio! Gennara, Urania, Antonia, Margherita, mi pagano perché gli affitto 'a sala 'e gioco tre volte la settimana, e mi dispiace che non tengo nient'altro d'affittarmi! Come credi che tiriamo avanti? Col programma musicale che fai per la Radio America­na? Vuo' ca me vaco a vendere i dischi della discoteca c' 'a Radio t'impresta? Qua parliamo, parliamo, ma chi deve tirare la carretta son io. I denari a me nun m'han­no fatto mai impressione - vabbè che ne ho visti sem­pre troppo pochi pe' m' 'a fa' - qua ci scervelliamo solo per metterci un boccone in bocca al giorno e per sedici acini di caffè...

Roberto:        Allora il boccone in bocca ce lo mettiamo un giorno sì e uno no, e aboliamo i sedici acini di caffè.

Mariella:      No, la tazza di caffè no, è l'unico vizio che m'è ri­masto - mi dispiace... e un pacchetto di sigarette, Robè, un pacchetto al giorno, non ne posso fare a meno.

Roberto:        Affittati pure quello che non tieni, allora...

Mariella:      Fatti un avvenire, e vedrai tua madre come tor­na a fare la signora. Tirerò fuori le mie vecchie fisime...

Roberto:        Siete rassegnate a tutto - fate pena. A noi non ci accadrà di vivere in una società che non ci piace, in un mondo che non ci piace, ne sono sicuro: almeno quello che non vogliamo lo sappiamo - la nostra generazione sarà migliore.

Mariella:      E tua madre te lo augura, figlio mio, perché la nostra è stata triste assai. (torna in salotto)

Gennara:       Non te la prendere.

Mariella:      Chi se la prende.

Gennara:       Ti fa il sangue acido.

Mariella:      Ma chi? (va a sedersi accanto a Gennara) Solo che certe volte mi viene il terrore: vuo' vede' che sotto sotto somiglia a quel fesso di suo padre? Ma quello - bisogna dire la verità - ha seguito il suo destino di fesso, con logi­ca, con coerenza - e chi s'è visto, s'è visto... Roberto, non è possibile, è troppo intelligente, troppo precoce.

Gennara:       Pigliate 'e soldi, tié... (le dà del denaro)

Roberto         (si affaccia nel salotto): Sto aspettando Olga, falla entrare. (va a buttarsi sul lettino e si mette a sfogliare il libro di Silone)

Mariella:      Meno male... (a bassa voce, contenta) Così si sfoga.

Gennara        (che ha finito di truccarsi, rimette tutto in borsa. Prende dell'altra moneta): Per il paralume nuovo...

Mariella:      Noe che c'entra, l'ho deciso io...

Gennara:       E va be', ma l'hai fatto per noi.

Mariella:      No, no, Gennà, è roba di casa... (le restituisce a forza il denaro) La verità è che diciamo tutti e due la stessa cosa, solo che le posizioni sono diverse. (pausa) Ce ne dovremmo andare da Napoli... tutto da capo... l'i­deale sarebbe Roma... là ci sono più possibilità... ma come facciamo a trasferirci... Io e lui ci siamo sempre divertiti insieme...

Picchiano di nuovo alla porta.

Mariella:      ...siamo sempre andati d'accordo.

Gennara        (pronta alla battaglia): Questo è Michele. (si alza) Vado io. (esce. Mariella resta al tavolo a seguire i suoi pensieri)

Gennara rientra facendo strada a Michele e Olga. Michele è un giovane non ancora trentenne, bruno, affilato, azzimato nel vestire - un innocuo sfruttatore piccolo borghese. Olga una ragazza senza trucco, dall'aria intelligente. Porta una valigia.

Olga:              Buonasera signora.                                              

Mariella:      Uè Olga...

Michele:        Ma lo vogliamo aggiustare questo campanello elettrico?

Mariella:      Ciao, Michele... (guarda i due, guarda Gennara che purtroppo se ne deve stare zitta per la presenza della ragazza) Vi siete incontrati fuori la porta? (Michele an­nuisce) Vi conoscete? Michele Amara, la signorina Olga Vita... (i due si stringono la mano) Uh, che brutta coppia fate insieme: Vita Amara (Gennara torna a sedersi al suo posto, muta, come la statua della dignità) Va' Roberto t'aspetta.

Olga:              Permesso...

Mariella:      Ma che fai con quella valigia?

Olga:              Aiuto Roberto a riportare i dischi alla Radio.

Mariella:      Brava piccerella...                                        

Olga entra nella stanza di Roberto che s'è alzato dal letto. Si baciano.

Gennara        (a Michele): Ringrazia 'a guagliona, senò sulla porta avevi lo schiaffo. Me lo ero preparato.

Mariella:      Gennà nun fa' 'a pazza! Michele mi raccoman­do a voi... (accenna al tramezzo, e poi unisce due volte gli indici come si fa per dire che i due se la intendono) Si può anche litigare a bassa voce... (si dirige all'interno della casa) Mi raccomando... (esce)

C'è una lunga pausa tra i due amanti. Michele con aria strafottente passeggia per la stanza, mentre Gennara lo se­gue con gli occhi, finché va a sedersi sul divano che sta più discosto da lei. Ora si fissano senza parlare, sfidandosi a chi aprirà per primo bocca. Contemporaneamente Roberto ha tolto di mano la valigia a Olga e facendo spazio l'ha ap­poggiata sul tavolo.

Olga:              Non glielo hai detto.

Roberto:       No.

Olga:              Perché?

Roberto:        Non mi va - libertà dagli affetti, dai sentimenti... vedi, questa quinta libertà gli americani non ce l'hanno portata, ma è necessaria quanto le altre per sentirsi se stessi. Nasci, e ti trovi un sacco dì facce intorno che pretendono il tuo amore, la tua devozione, hanno dirit­to, dicono, al tuo sacrificio. Se dai retta, se segui questa imposizione subdola, un giorno ti accorgerai che hai preso una strada per un'altra. Troppo grave, irreparabile. Mi ribello.

Olga:              Per questo, appunto, gliene avrei parlato.

Roberto:        No. Me lo sento già tra capo e collo il ricatto sentimentale, non lo sopporterei - con la mancanza di dignità che hanno le nostre madri meridionali...

Solleva il materasso del letto e scopre, tra questo e la rete, al­cuni capi di biancheria nascosti: poca roba da portar via.

Roberto:        Mettiamo prima i dischi?

Olga:              I dischi sotto, senò la roba si sgualcisce tutta.

Roberto:        Olga, io riesco a credere solo in quello che scel­go, con le mie mani, la mia testa...

Mentre proseguono in silenzio a fare la valigia, Gennara dà il la alla scenata con Michele, tutta a voce bassa, trattenuta, con scoppi improvvisi e subito soffocati.

Gennara:       Ah, non parli?

Michele:        Che devo dire.

Gennara:       Non abbiamo niente da dirci?                        

Michele:        Non mi sembra.

Gennara:       E io aspetto.                       

Michele:        Che cosa?                           

Gennara:       Che tu parli, guarda un po', perché io penso che hai qualcosa da dire.

Michele:        Ah, tu pensi.

Gennara:       No, lo so.

Michele:        E se lo sai che me lo chiedi a fare.

Gennara        (protendendosi verso di lui con uno scoppio di vo­ce): Uè Michè, ca io te spacco 'a faccia!

Michele:        Insomma che vuoi?                                       

Gennara:       Questa storia ha dda finì.

Michele:        A chi lo dici!

Gennara:       No, non la nostra, l'altra.

Michele:        Ah, non la nostra. E qual è l'altra, io non ho altre storie.

Gennara        (con un nuovo scoppio): Ma tu m'e' pigliata pe' fessa? (riabbassando il tono) Chella fetentella ha dda sparì.

Michele:        Non conosco nessuna «fetentella».

Gennara:       Allora dirai a quella «esimia signorina», ca' nun ci ha dda rompere 'o saciccio!

Michele         (nervoso, lento): Vomito - vomito - ora vomito.

Michele batte cadenzato il piede a terra e Gennara tamburella sul tavolo.

Roberto         (che sta per completare la valigia, s'interrompe): Tu sei un'altra cosa... un amore inventato da me – non subito. Capisci? (fa per abbracciarla)

Olga:              No, ora no, Roberto, potrebbe entrare tua madre - sbrighiamoci.

Roberto:        Figurati se entra: lei pensa che stiamo sul letto a far l'amore.

Pur dicendo questo con ironia, nel suo sguardo si coagula qualcosa, la fissa con desiderio. L'abbraccia. Si baciano.

        

Gennara        (intanto si protende di nuovo verso Michele): Per­ché non passi da Mariella? Perché non precisi più l'ora in cui mi vieni a prendere? Perché tutta questa libertà all'improvviso? Perché...

Michele:        Eeeh! Il gioco del perché!

Gennara:       Te lo dico io il perché: perché mi vuoi far perde­re le tue tracce... vuo' fa' 'o furbo - tanto a me, qua mi trovi che t'aspetto. Soldato, ti dovevo far prendere, chis­sà in qua' fuosso dell'Africa o d' 'a Russia mo' stiv'acciso! Era meglio.

Olga               (chiude la valigia): Mister Maxwell ci fa partire con la sua macchina, e domani stesso possiamo prendere servizio a Radio Roma.

Roberto         (con uno slancio di felicità): Voglio costruirmi un mondo giusto, che sia giusto per me e per gli altri! Vo­glio lavorare, lavorare da sentirmi stanco, e scrivere - mi piacerebbe qualcosa dove c'entrasse anche la musi­ca, ma come? (la stringe a sé) O scrivere di questa città odiata, ecco, questa città ingannatrice che fa figli a ca­tena e si scorda di nutrirli... raccontare a tutti com'è bello fuggirsene... (così stretti si seggono in punta al let­to) Quando sarà solo un ricordo, chissà come ci sembrerà Napoli...

Roberto e Olga restano a guardare innanzi a sé, uno sulla spalla dell'altro.

Michele:        Ti sei calmata?

Gennara:       No.

Michele:        E schiatta.

Roberto:        Con mammà non potrei... non c'è possibilità di ordine nella vita con lei... non saprebbe più da dove in­cominciare... (lascia la ragazza, si alza) Ho bisogno di sentirmi essenziale come un teorema di geometria - unico - inconfutabile... (si volta verso la parete del tra­mezzo, come parlando a sua madre) Tra qualche anno, mammà... lasciami tracciare il mio teorema - pochi an­ni... dopo di nuovo staremo insieme... ci divertiremo. (a Olga) È impagabile. È una giostra di tutti i valori, idee, principii, fantasie, che lei fa girare vorticosamente -per me è la persona più divertente che esista al mondo - ma non si può vivere su una giostra, tantomeno fondare una vita...

Michele:        Dico io non ti vergogni?

Gennara:       Di che?                                                         

Olga:              Ticapisco, Roberto, profondamente.

Roberto:        Lo so, ma sono triste lo stesso. (si siede di nuovo accanto a lei che gli strìnge le mani e gliele accarezza)

Michele:        Alla tua età, questa gelosia... G

ennara:          La gelosia è un sentimento naturale.

Michele:        Sì, ma di vecchiaia. Sei ridicola.

Gennara:       E tu no?

Michele:        Certo, vicino 'a na vecchia comm'a te.

Gennara:       Sei uno schifoso.

Michele:        Però mi sono affezionato. È il nostro destino - noi napoletani siamo tutti sentimentali.

Spuntano dall'interno Pupatella e l'americano. Michele si distrae a guardarli incuriosito.

Roberto:        Muoviamoci, Alfredo ci aspetta giù - glielo dice Alfredo più tardi... l'ho pregato... Alfredo è l'unico.

Pupatella      (passando, a Gennara): Buonasera signò.

Gennara:       Buonasera.

Michele segue i due che scompaiono nell'ingresso. Roberto prende la valigia.

Michele:        Chi è?

Gennara        (dopo un attimo d'imbarazzo): Non lo so. Lui... è il nipote di Mariella.

        

Intanto Roberto si guarda intorno se c'è qualcosa d'altro da portare con sé, scorge il libro di Silone, ritorna indietro, lo prende, lo nasconde nella tasca della giacca.

Michele:        Mariella tiene un nipote americano!

Gennara:       Come no! Il figlio... d'una cugina. Mi prometti che non la vedi più a quella?

Michele:        Me ceco l'uocchie! Sta alla scrivania in faccia alla mia!

Gennara:       Ma che disperazione si' tu, Miche'! (si alza e lo va ad abbracciare. Michele la subisce immobile)

Olga e Roberto escono dalla stanzino. Gennara si ricompone.

Michele:        Ciao Roberto.

Roberto:        Ciao Michele. Mammà dov'è?

Gennara        (chiama verso l'interno): Mariella!

Voce di Mariella: Vengo.

Gennara        (più che altro per darsi un contegno, soprattutto per la presenza di Olga): Che cos'era, Roberto, quella bella musica di prima che suonavi?

Roberto:        La V di Shostakovic.

Gennara        (delusa): Ah, il russo.

Roberto:        Sovietico, signo'.

Gennara:       Allora non mi piace.

Entra Mariella. Roberto la guarda con struggimento. Nessuno parla.

Mariella:      Che c'è?

Roberto:        Andiamo a riportare i dischi alla Radio...

Mariella:      Va bene.

Roberto:        Non vengo a cena, stiamo con certi amici di Olga.

Mariella:      Va bene.

Roberto         (che sta per farsi prendere dalla commozione): Ma ci rivediamo presto... torno presto.

Mariella       (le scappa da ridere): Robè, hai fatto sempre il comodo tuo, stasera tutte ste attenzioni? Grazie.

Olga:              Buonasera, signora.                                          

                                                                                                                         

I due ragazzi escono in fretta.            

Mariella       (gli grida dietro): Divertitevi.

Anche Gennara e Michele sono sulle mosse di andarsene.

Mariella:      Caruccio Roberto però, per quattro parole viva­ci - una sciocchezza - hai visto, si voleva far perdonare. Noo, proprio niente di suo padre. (a Michele) Suo padre m'ha lasciata ch'era piccolo - mascalzone e fesso.

Gennara:       Ciao Mariè, ci vediamo dopodomani.

Si abbracciano e si baciano.

                                         

Mariella       (a Michele): E voi filate diritto... un po' di pa­zienza... questa amica mia non vuole mettere la testa a posto.

Michele:        Non ha messo ancora il dente del giudizio, la bambina!

Gennara:       Andiamo, andiamo, delinquente.

Escono.

Mariella gira per il salotto mettendo ordine: sistema le se­die, conserva le carte da gioco e le fiches, svuota i portace­nere. Va poi nella stanza di Roberto a prendersi i giornali della sera. Rientra in salotto, cerca i suoi occhiali da riposo nel cassetto di uno dei mobili, si siede al tavolo sotto il pa­ralume, sciorina innanzi a sé uno dei giornali, inforca gli occhiali e si mette a leggere con avidità e, si vede, con piace­re e senso di distensione.

Entra Alfredo, amico e coetaneo di Roberto. Ma diverso fisicamente, è certamente un giovane ancora insicuro di sé. Si sofferma a guardarla con occhio affettuoso.

       

Mariella       (avvertendo una presenza solleva lo sguardo dal giornale): Alfredo! Alfredino, come stai? Cercavi Roberto? È uscito,  mi dispiace, con Olga - stanno fuori stasera. Fammi un po' di compagnia, va'. Ma ti pare che sia sostenibile una situazione come la nostra... è mai possi­bile dopo tutto quello che abbiamo passato, che ci dobbiamo tenere ancora questa ridicola monarchia, sti cafoni di Re?


Atto secondo

Ancora una serata a Napoli di maggio. Un vecchio fondale dipinto alla maniera delle guaches na­poletane: cirri di nuvole orlate di luna e la luna stessa che fa capolino nel cielo illuminano il Molo di S. Vincenzo quan­do c'era ancora la lanterna. Un antico vapore all'ancora. Nello sfondo il Vesuvio con la fila scintillante dei lumi della funicolare sul fianco.

Siamo sul palcoscenico di un teatro popolare dove si rap­presenta una «sceneggiata». Sono di scena tre prostitute e uno scugnizzo, vestiti di maniera convenzionalmente tea­trale, le donne di folgorante nero, verde e azzurro, il ragazzo di stracci napoletani e americani con la classica coppola in testa e la sigaretta in bocca. Anche il loro modo di recitare e cantare è convenzionale, tutto urlato al pubblico con voce squillante. Lo scugnizzo è seduto a terra e fuma.

 Le tre pro­stitute vanno su e giù nell'attesa vana di un cliente. Due ri­flettori ad occhio di bue le seguono.

Sull'apertura di sipario, brevissima ouverture musicale.

Pascariello (sfotte cadenzando il passa e spassa delle prostitute):

E vide chi vene 'a coppa

don Antonio c' 'o fagotto

e vide chi vene 'a vascio

don Andrea c' 'a grancascia.

Prima prostituta: Ca' nun vene cchiù nisciuno, né 'a sotto né 'a coppa.

Seconda prostituta: Chilli ca ce devono a magnà, se ne so' gghiuti!

Terza prostituta: L'americani ci hanno lassate cu' 'na mano annanze e n'ata arreta!

Pascariello (cantilenando):                                                       

'A museca è fernuta

L'americani so'partuti

'e femmene so' ruminaste tutte fottute

ma nu bello souvenir speciale

'e napulitani l'hanno fatto pe' riàle

'nterra 'America s' 'o so' purtato                         

stanno tutti appestati                                        

'nchiavicati

int'e 'spitali zeffunnati...

Prima prostituta: Nè Pascarié, ma che son of beach c' 'a essere tu! E se diceno sti fetenzie?

Seconda prostituta (alla prima): Tu 'o conosci a chisto - 'o vi' quant'è bellillo - e' 'a vede' che figlio 'e mappina è... Chillo sta 'e casa int' 'o vico nfaccia a me - a un anno, già jastemmava 'e muorti, è overo Pascariè?

Pascariello la guarda coi suoi occhioni neri ma non risponde.

Terza prostituta (alla prima): Nun tene voglia 'e fa' niente, ma vuo' sentì quant'è figlio e ntrocchia? Pascariè, ma pecché nun vai a fatica', vai a fa' 'o guaglione 'a quacche masterascio, 'a quacche solachianiello...

Pascariello: I' so' piccirillo, nun pozzo fatica, la lecce lo proibisce - la lecce democratica protegge l'infanzia!

Musica.

Pascariello si alza da terra, spegne la sigaretta, si conser­va il mozzicone, e attacca il suo numero mentre le tre donne gli si stringono intorno:

Pascariello: Mammà

quando ce steveno 'americani

sapeva come fare                                      

per darmi da manciare

ma oggi che so' partuti

oggi non lo sa più                      

e n'ata vota nun mancio cchiù.

Sòrema

quando ce steveno 'americani

trasèva ogni serata

a casa c' 'a ciucculata

ma oggi che so' partuti

oggi non trase più

e 'a ciucculata nun l'aggio cchiù.

Papà

quando ce steveno 'americani

matina e sera steva                                   

cuccato e nun asceva                                   

ma oggi che so' partuti

oggi s'ha dda aizà                                        

'o lietto ha 'vuto lassà                                   

'o pane s'ha dda 'bbuscà

fatica nun ce ne sta

'a famme turnata è cca'

e canta Napule canta

si tieni ancora 'a forza 'e canta'.

Entrano in coro le tre prostitute con la loro canzone.

Le tre prostitute:

Joe

tu c' e' lassato

ma 'a luna sponta ancora 'mmiez' 'o mare.

Joe                                          

tu c' e' nguaiato

ma i mandulini cantano

e 'e rrose ancora spontano

dint'a sta città.

Sola c'è rimasta       

la nostalgia           

   della razione C

la nostalgia                                         

   del bacon, eggs and beam

la nostalgia

   della benzina-gin    

la nostalgia

   del fic-fic coi marines   

la nostalgia

   della pennicillin

Joe

tu c' e' pavato

ma 'e spiagge nun se venneno

tramonti nun se comprano

ce resta ancora 'o mmeglio 'e sta città.

Entra Mariella truccata da vecchia signora decaduta. Pascariello le si mette a correre intorno strillando:

Pascariello: 'A vi' lloco, 'a pazza!

Le tre prostitute le si avvicinano e la interrogano in tono tra derisorio e serio come prendendosi gioco di una squilibrata.

Terza prostituta: Signo', non è arrivato ancora?

Mariella:      No.

Terza prostituta: Neppure sta settimana?

Mariella:      No.

Seconda prostituta: Ma voi non lo sapete quando arriva stu vapore?

Mariella:      Non me l'ha scritto.

Prima prostituta (indicando il fondale): Eccolo là il vapore!

Seconda e Terza prostituta: Ma non è quello il vapore!

Mariella:      Quello sta lì da tre giorni.

Prima prostituta: Ma chi ha dda 'rrivà, nè, cu' chisto vapore?

Terza prostituta: O figlio d' 'a signora.

Prima prostituta: Ah... e comme facite a sape' c'ha dda 'rrivà si nun v'ha scritto?

Mariella:      Un giorno o l'altro deve tornare - le madri le sanno queste cose.

Terza prostituta (rapida alla prima): Statte a sentì, statte a sentì... (a Mariella) E quant'è che l'aspettate, signo'?

Mariella:      Sono vent'anni.

Prima prostituta: 'A faccia...

Le tre prostitute ridono.                                          

Mariella:      Voi ridete, eh...                                            

Terza prostituta: No, e chi ride!                                  

Seconda prostituta: Nui ridimmo pe' nun chiagnere, signo'.                                                                       

Mariella:      Vent'anni fa partì per l'America...                   

Seconda prostituta: Viato a isso!

Mariella:      ...diceva che sarebbe tornato presto, mi scriveva ogni giorno, parlava di nostalgie e di rimpianti, poi scrisse che aveva fatto una gran fortuna e che un giorno o l'altro, appena gli affari glielo permettevano, sarebbe tornato. E non scrisse più.

Prima prostituta: E chillo s'è miso a fa' 'o signore l'abbascio e s'è scurdato d' 'a mamma.

Mariella:      Voi pensate che si sia scordato della sua vecchia madre? È impossibile, noi ci volevamo molto bene.

Seconda prostituta (alle amiche): Sarà muorto, allora!

Pascariello (intervenendo all'improvviso): Farrà 'o gangsterre!

Mariella       (allarmata): Che dice?

Terza prostituta: Ha jastemmato 'o Padreterno, signo', chist'è nu chiapp' 'e mpiso.

Prima prostituta (a voce più bassa): Vuo' vede' che Pascariello have ragione! (a Mariella) Comme se chiama 'o figlio vuosto?

Mariella:      Antonio Gerace.

Le tre prostitute si appartano colpite da questo nome.

Prima prostituta: Antonio Gerace!

Seconda prostituta: Tony Gerace, 'o gangsterre!

Terza prostituta: È overo, Tony Gerace! Chillo murette tanto tiempo fa ncopp' 'a seggia elettrica, t'arricuorde?...

Seconda prostituta: Comme no, venette ncopp'a tutt'e giurnali!

Prima prostituta: Maronna mia, poverella...

Terza prostituta: Eccopecché è asciuta pazza!

Ritornano verso Mariella che è rimasta a scrutare il mare.

Prima prostituta: Se vede niente, signo'?

Mariella:      Niente.

Prima prostituta: Ma arriverà.

Seconda prostituta: Arriverà.

Terza prostituta: Primma o poi arriverà.

Mariella lentamente si volta e attacca la sua canzone.

Mariella  

Sul taglio dell'onda sottile

invano il mio sguardo si affila

gabbiani stordiscono di voli

la mia attesa, i miei passi sul Molo.

America America

matrigna America

quanti figli di mamma

ti sei portati via

col luccichio mendace

d'una sorte chimerica

America America

matrigna America.

Sull'ultima invocazione, mestamente Mariella ha attraver­sato la ribalta ed è uscita. Pascariello ripete col fischio il motivo finale.

Le tre prostitute sono rimaste fisse a guardare nella sua direzione.

Prima prostituta: Che malincunia, nè, stasera!

Seconda prostituta: Napule è addiventata nu deserto! Sulo 'e pazzi girano p' 'a città!                                        

Terza prostituta: M'è venuta na voglia 'e chiagnere...

Pascariello: Né, fémmene 'e vasci' 'o puorto, vulite essere accumpagnate a casa?

Seconda prostituta: Dice bbuono Pascariello, tanto, che ce facimmo cca - 'e napulitani so' addiventati tutti ricchiuni!

Prima prostituta: Cunzulammoci - c' 'a legge democratica protegge l'infanzia e l'infanzia ce prutegge a nuie!

Terza prostituta: Stammo allère - ca nu protettore - 'o vi' - pure in tempo di Repubblica se trova sempre!

Pascariello: E ghiamme, ja!                                          

Si prendono sottobraccio e si avviano cantando il finale della canzone.

Pascariello e le tre prostitute: E canta Napule canta si tieni ancora 'a forza 'e canta'.

Escono ripetendo il motivo a bocca chiusa. Arrivano gli ap­plausi dell'immaginaria platea, i due occhi di bue si spengo­no, quindi in piena luce il fondale viene tirato su a svelare:

La casa di Mariella come al primo atto. È sera. Niente è cambiato, solo che nella stanzina di Roberto, a letto, appog­giato a una pila di cuscini c'è Il Maestro. Accanto a lui è se­duta Pupatella, non più truccata ma sciatta e scolorita, con una scodella di minestra e col cucchiaio in mano, che lo in­coraggia a mangiare come si fa coi bambini.

Mariella seguita da Alfredo sta entrando in salotto. Ven­gono da fuori. I bei capelli grigi - l'unica cosa in lei sempre curata - sono incorniciati da un coppellino nero con breve veletta. Ha in mano i consueti giornali della sera che poggia sul tavolo.

Mariella:      Il pasto prima di dormire. (al ragazzo) Allora sto tranquilla, non ti sei commosso, non t'ho fatto piangere...

Alfredo:        M'avete fatto fare certe risate. Siete la mia attrice preferita.

Mariella:      Ma si può essere più idiota di quella madre, una scocciante, affliggente - e chillo 'o figlio facette bbuono ca se ne fuggì in America... ma dimmi tu che cretinata di commedia! A recitare però con te seduto là in poltro­na, te lo confesso, mi vergognavo un po'.

Alfredo:        Il primo atto l'ho trovato straordinario, l'inizio -voi e vostro figlio giovane che date il ricevimento chic -baroni, baronesse, marchesi...

Mariella:      Tutti baccalaiuoli... la volgarità delle facce, hai visto, più si atteggiano a signori, più viene fuori. (si to­glie il cappello sfilando lo spillo che lo trattiene) Chilli piezz' 'e nasi, chelli sopracciglie cespugliose... Scusa un momento. (va verso il tramezzo e entra nella stanzino) Maestro, come state?

Il Maestro:   Spero ca moro!

Pupatella      (che non è più la creatura mite d'una volta ma è diventata nevrastenica e aggressiva): Sì, quello ci atterra a tutti quanti!

Mariella:      Un po' di pazienza, fra un mese, quaranta gior­ni al massimo, camminerete di nuovo.

Pupatella:     È 'a terza vota ca lle porto 'a cena, 'o ffa pe' dispietto - s'è fatta mezanotte, i' nun ne pozzo cchiù signo'.

Il Maestro:   Chesta cucina co' 'e piedi.

Pupatella      (strilla): Mo' chiammammo 'o cuoco 'e Palazzo...

Mariella:      E statti un po' zitta! (al Maestro) Domani vi fac­cio preparare una bella cosa, ma adesso mangiate senò v'indebolite troppo - e dovete bere, Maestro, sforzatevi. Pupatè aiutalo. Con grazia.

Ritorna in salotto mentre Pupatella riprende lo strazio di convincerlo ad ingollare cucchiaiate di minestra.

Alfredo:        Come sta?

Mariella:      Quando gli levano il gesso correrà meglio di prima... Che ci vuo' fa', ci siamo tolte pure lo sfizio di calcare le tavole del palcoscenico - da ragazze, con l'educazione che abbiamo ricevuto noi? Era impensabile. E guarda che non ero mica una cretina. A diciotto anni io, mi sono messa a lavorare, che allora a Napoli, una ragazza perbe­ne che osava un tale gesto d'indipendenza, si considerava niente niente una che s'era messa a fare la vita. Ma io non mi sono mai persa d'animo, quest'è il segreto... Durante la guerra, venni a sapere che quelli di religione protestan­te ricevevano tramite le loro chiese, pacchi viveri, pacchi importanti. Ah, sì - dissi - e io cambio religione. La chie­sa anglicana la tenevo sotto casa, quindi... Mi misero un libro in mano, e cantammo, cantammo - non sai quanto cantano sti protestanti. Ma finì male - per il battesimo pretendevano di immergermi sana sana in una vasca d'acqua fredda - e chi si fece più vivo! Poi, troppo ridico­lo. Mo', con l'andata via degli americani tante risorse so­no finite - e che ci resta? Che si può escogitare? Il teatro nei quartieri? Benissimo - Mariella corre a fare la madre nobile nelle canzoni sceneggiate. E pensa come so' curio­se Urania e Gennara: pronte a tutto, no? Beh, il fatto che io recito, lo vedono come uno sputtanamento - dimmi tu, si nun so' pazze. Hai cenato? Vuoi cenare con me?

Alfredo:        No, ho mangiato qualcosa prima di uscire.

Mariella:      E mangiati una mozzarella con me.

Alfredo:        Non ho fame, lo sapete io mangio poco.

Mariella:      Non farai complimenti?

Alfredo:        No, e perché? Piuttosto vi do una mano...

Mariella:      Ah, bravo. Pupatella sta co' viecchio là, poi è di­ventata tutta isterica, ci credi, non oso chiedere di por­tarmi uno spillo - mi fa una scenata.

Alfredo:        Sedetevi, fumatevi una sigaretta, ci penso io. Riposatevi.

Mariella, che non domanda altro, si getta su un divano a fumare.

Mariella:      Mi fai proprio un piacere.

Mentre il loro dialogo continua, Alfredo apre i cassetti dei mobili, prende la tovaglia, i tovaglioli, piatti, bicchieri, la fruttiera, apparecchia la tavola, mostrando una conoscenza della casa, delle sue abitudini, dovuta ad una affettuosa frequentazione.

Alfredo:        Io non mi devo riposare, non faccio niente... Ma niente faccio, niente ho fatto, non ho intenzione di fare niente, e disprezzo profondamente quelli che fanno.

Mariella:      Eh, la democrazia è bella per questo, tutti gli ideali sono rispettabili. E la nonna che dice?

Alfredo:        Che deve dire? «Perché rientri così tardi - la not­te la fai giorno» questo dice. Mi tratta come se fossi an­cora un bambino, io nemmeno le rispondo, lei lo sa che non le rispondo, ma me lo chiede lo stesso. È un'abitu­dine ormai: come alzarsi la mattina, affacciarsi alla fi­nestra. Che ci posso fare? Più viene la notte più mi sveglio - è colpa mia?

Mariella:      Questa è un'altra sorte atroce, non saper chiu­dere gli occhi presto, le giornate non finiscono mai.

Alfredo:        Siamo di pressione bassa.

Mariella:      Altra calamità partenopea. Figurati che io per riuscire ad addormentarmi, tale è la disperazione, mi devo alzare e farmi una tazza di caffè.

Alfredo:        Vi fa l'effetto contrario?

Mariella:      Eh! Tanto ne ho preso, si vede chissà che 'mbruoglio, che reazione chimica si produce nel mio organismo, che ormai mi fa l'effetto d' 'a cammumilla. Ma che vai facendo per le strade di notte?

Alfredo:        Cammino. Cammino ore, fino alle quattro, alle cinque, chi lo sa... Mi fermo ogni tanto, mi siedo sui pa­rapetti a via Caracciolo - le gambe appese fuori, che penzolano sull'acqua... Allo sbocco delle fogne, quando ci stanno pezzi di pane che galleggiano, tact, arrivano i cefali a mangiare, sono così lucenti, nell'acqua nera, che si distingue scaglia per scaglia. Una notte stavano tutti a pancia all'aria, certe pance bianche, molli - che so' usciti pazzi i cefali? - avevano pescato coi botti, c'era stata una strage. La notte è bella assai... A Napoli di notte la gente va camminando e parlando da sola - si sentono certi monologhi... certe maleparole una dietro all'altra veloci veloci fitte fitte che sembrano rosari reci­tati liturgicamente, e con che devozione detti! E poi di notte si ha la sensazione piacevole, allarmante, che da un momento all'altro deve succedere qualche cosa, qualche cosa di decisivo...

Mariella:      E invece non succede niente, questo neppure di giorno.

Il Maestro    (con uno scatto di nervi a Pupatella): Si me ne fai mangia n'ata cucchiara 'e chesta robba, te chiavo tutt' 'o piatto nfaccia!

Mariella       (verso il tramezzo): Va bene, basta, non fa niente!

Pupatella s'è alzata scansando con gran fragore la sedia, strappa al vecchio il tovagliolo, prende posate e piatto e ir­rompe in salotto per andare in cucina; ma accanto a Mariella si ferma.

Pupatella:     'A signora Urania! Diceva sempe c'avev' 'a esse­re cuntenta - 'e che? Avite visto comm'è fernuto! Stongo n'ata vota cca - tutto comm'a primma! (Riparte e scompare all'interno).

Mariella:      Guardate che guaio che ho passato.

Pupatella si affaccia di nuovo in salotto.

Pupatella:     Tranne una cosa! (si dà una manata sul grembo)

Mariella:      Pupatella! E che sono queste volgarità!

Pupatella:     'A verità.

Mariella:      E con questo?

Pupatella:     Vo'dicere c' 'a verità è volgare! Bonanotte.

Mariella:      No. Mi porti prima la mozzarella e l'Idrolitina.

La serva volta le spalle e scompare.

        

Mariella       (va a sedersi alla tavola ormai apparecchiata): È stata pure sfortunata - tante storte bicosce hanno tro­vato chi se l'è strascinate nel Texas, solo questa!...

Alfredo:        Prima o poi, un napoletano che se la piglia...

Mariella:      Alfre', tu, come Roberto, vivete in un mondo speciale che sta nella testa vostra - chella ha fatto cos' 'e pazzi, addo' 'o trova nu cornutone che s' 'a sposa. Volesse il cielo!

Alfredo:        Eeh! Dove esistono oggi sti preconcetti!

Mariella:      Come, dove esistono? Questo è popolo ignoran­te - che te cride - fanno cose inaudite ma restano legati alle qualifiche... della leggenda: Pupatella - puttana. Marito di Pupatella - cornuto. Gennara - adultera. Michele - mantenuto...

Alfredo:        Eh, va be'! Ci vogliamo dimenticare che su que­sta gente è passata una Quinta Armata, signò - con australiani, marocchini, indiani...

Mariella:      Sarà passata ma... Al teatro, a quella sceneggia­ta che faccio io, la gentarella hai visto stasera come rea­gisce? Sono rimasti tali e quali: retrogradi e sentimentali.

Alfredo:        Si commuovono ormai per abitudine, è un riflesso condizionato.

Rientra Pupatella. Con malagrazia, sbatte sul tavolo il piat­to con la mozzarella dentro e la bottiglia d'acqua fresca in­sieme alle cartine d'Idrolitina. Dispettosa, muta, senza salu­tare, si rivolta e va via, mentre Alfredo e Mariella si guardano sottolineando la sua ostentata irrispettosità.

Mariella:      Ti rendi conto che nevrastenia? È rimasta toc­cata - magari nella sua assurdità lei lo faceva con senti­mento... No, caro Alfredo, t'illudi. Qua si dimostra che non basta neppure una guerra - e che guerra - per libe­rarti dall'infelicità, dalla disgrazia - comme vulimmo dicere - dal destino fetente di nascere napoletani - con tutti gli annessi e connessi che la cosa comporta.

Alfredo:        E io dovrei considerarmi: chitarra e mandolino, tarallucci e vino... no, mi dispiace, non intendo assolutamente.

Mariella:      E come fai? (si mette a preparare l'acqua con le cartine e poi inizia svogliatamente a mangiare) Ora ti di­co una cosa: sai perché mi sono decisa a salire su quel palcoscenico? A parte il fatto che non vedo perché non avrei dovuto farlo, giacché non devo dar conto a nessu­no - c'è stata una ragione precisa. «Mariè, tu che sì na pazza, perché non vai a recità co' Attilio?» mi propose Margherita. Io non la presi proprio in considerazione, non per niente, così. Attilio è uno che gira sempre per casa loro, un vecchio amico del marito, un volgarone ma nu brav'ommo, ed è appunto il proprietario del teatro, no - era un cinema-varietà, ti ricordi: ha levato 'a miezo, e s'è messo a fare sti spettacoli popolari - sta guadagnando nu sacco 'e soldi. L'iniziativa, questo Atti­lio l'ha presa, perché è l'amante d'una mezzacalzetta che scrive ncoppa 'e giurnali, un'ampollosa, ofàna, che tiene la velleità di comporre per il teatro, ed è l'autrice, con Attilio, della schifezza che stasera hai ben potuto valutare. Lei insistette perché leggessi il copione, s'era fissata: «Qua ci vuole una vera signora per fare la parte, senò qua si travisa...», io ignara obiettai, «che v'andate a preoccupare, questa è una canzone sceneggiata, per il pubblico a cui è diretta...» Ih che se facette afferrà la scrittrice: «Non avete capito niente, per carità, si tratta di elementi popolareschi volutamente usati, oggi se vo­gliamo, sottolineato vogliamo, portare un nuovo pub­blico al teatro, bisogna essere umili, dare trame che prendano origine dalle loro stesse radici... basta con i pirandellismi, Ugo Betti è un onanista...» A me la pièce mi ripugnava appunto per la parte poetica, la storia d' 'a mamma e d' 'o figlio - io poi ho capito benissimo che il povero Attilio tremando di fronte a questa « poesia », co' 'na scusa, non so la teatralità del testo, s'è messo in mezzo e ha ncasato 'a mano co' 'e fetenzie, almeno an­dava sul sicuro. Ti dicevo, cos'è successo quando ho let­to il copione? Mi sono accorta che la storia mia con Roberto, guarda, girala come vuoi, è una classica canzone napoletana. E allora ti viene lo schifo - e sì! Tutta una vita contro certe retoriche, affrontata con spregiudica­tezza, per fare sta bella scoperta? Sei un personaggio da canzone napoletana! Come fai a ribellarti? Ho accet­tato. Mi pagano, e ogni sera ho modo di sentirmi tal­mente ridicola a essere quella madre, che almeno il pe­ricolo di avere compassione di me stessa, è passato.

Alfredo:        Non corriamo pericolo, noi, di soffrire per senti­menti prefabbricati.

Mariella:      E ti sbagli, il pericolo lo corriamo tu, io, Roberto, Benedetto Croce - questo è un paese maledetto, Alfrè.

Il Maestro che s'era rivoltato contro il muro per dormire, di nuovo si tira su col busto, appoggiandosi ai cuscini.

Il Maestro:   Nè, facitemi sentì pure a me, mannaggia, nun riesco a durmì.

Mariella       (portando alta la voce): Volete che veniamo da voi?

Il Maestro:   No, basta ca parlate cchiù forte...

Mariella:      Vi pesa la gamba?

Il Maestro:   Nuquintale!

Mariella:      Stiamo parlando del teatro napoletano, Maestro!

Il Maestro    (arrabbiandosi): Nun voglio discutere, nun me so' spiegato!... Voglio sentì na frase ogni tanto... me fa cumpagnia.

Mariella:      E va bene, Maestro, ogni tanto alziamo la voce. (ad Alfredo) Che poi in queste vecchie canzoni, i figli se n'andavano in America, diventavano ricchi, gangster -miraggi favolosi! Mo' figurati, l'America è diventata Ro­ma, i miraggi, un posto a Roma - tu ti rendi conto come siamo scesi in basso?

Alfredo:        D'altra parte noi giovani, oggi, che possiamo sperare - un futuro, un avvenire statalizzato, che si può sperare in una società politico-burocratica... per questo io nun voglio fa' niente, dovrei illudermi che un giorno diventerò chissà chi... noo, non è vero, l'epoca dell'av­ventura è finita, l'avventura era un fatto individuale... resisterò finché posso poi m'arrenderò.

Mariella:      Che ti devo dire, siete giovani senza fantasia, senza idee, riconoscete nello Stato il detentore dell'idea suprema, allo Stato il privilegio di prendere iniziative, di sbagliare... Glielo avrei voluto proprio dire a Roberto - non me ne ha dato il tempo - ma come tu in partenza rinunci all'improbabile? Non sentite il bisogno di ri­schiare, addirittura di peccare socialmente, sì, alla vo­stra età si ha il diritto d'avere idee confuse... qua dob­biamo nascere, e nasceremo, con una coscienza sociale matura, precisa - giusto, giustissimo, ma c'è pure la ne­cessità che i giovani siano incoscienti, incoerenti - qua bisogna prevedere l'esigenza d'un margine d'errore, senò addio, il mondo non va avanti! Un po' di frutta?

Gliela offre ma Alfredo fa un gesto di diniego.

Mariella:      Manc' 'a frutta?

Alfredo:        No, grazie, non mi piace.

Mariella:      Cos'è che vi piace, poi un giorno prima di mori­re spero che lo capirò. Questa pronta riluttanza che ostentate ai piaceri, minimi che siano, anche questa è colpa nostra?

Alfredo ride.

Mariella:      No, perché se ci stava Roberto, me lo dimostra­va in quattro e quattro otto. Prendi Roberto! È conten­to, il lavoro alla Radio magnifico, lo tengono in gran considerazione... capirai che ideale! Va bene che dice che sta scrivendo una cosa per conto suo, ma tu ci cre­di? Io no. Non lo faccio un artista a Roberto.

Alfredo:        Perché? Roberto è un ragazzo di prim'ordine, l'invidio...

Mariella:      Noo, l'artista è un'altra cosa, mo' non mi so spiegare o meglio sarebbe troppo lungo - è troppo moralista, e' capito? Comunque allo stato attuale delle cose, chi è? Un impiegato - co' 'na mugliera per di più. Uf­ficio, casa e moglie. Se già tua madre - che io non l'ho e non l'avrei mai scocciato, sono stata sempre indipendente, magari la fame ma mai di peso a nessuno, anche con mio marito dopo che m'ha lasciato non gli ho chie­sto un soldo perché non l'ho voluto considerare più - se già tua madre ti dà fastidio, perché ti sposi? E no, me lo devi spiegare! Sei partito per realizzare te stesso e inve­ce (sul motivo della Marcia Nuziale) ta-ta-tatà ta-ta-tatà: una moglie! Sai che scucciatura? E divertiti a fare un po' lo scapolo, gustati la vita mo' che hai l'età giusta -tanto io mi sono sempre saputa arrangiare e il necessa­rio non glielo ho fatto mancare... Ma con voi, la belle époque, non sarebbe mai esistita.

Alfredo:        Che esagerazione.

Mariella:      No, è la verità. Siete noiosi, ragazzi miei, scuccianti assai. Tu per esempio, quando dici non voglio far niente e mi fa schifo chi fa, riveli una tua fantasia, un tuo concetto filosofico che a modo suo è un atto di li­bertà. Mi piaci. Dove non mi piaci, è quando dici: fin­ché posso poi mi arrenderò - e allora?

Alfredo:        Come, allora?

Mariella:      Ti arrendi a chi?

Alfredo:        Alla realtà. Io, di mala voglia, ma mi dovrò ar­rendere. Il personaggio del vagabondo, del poeta, ha fatto i vermi - ci sono troppe cose da realizzare, c'è un mondo nuovo da mettere in piedi, dove i nostri piaceri non conteranno, per cui il sacrificio dei nostri gusti sarà il primo atto sociale, un mondo giusto, di onesti, di gente che si rispetta...

Mariella:      Guagliù, fatelo per Dio, non ci promettete un mondo senza cattiverie, la cattiveria è il sale dell'uomo! Per carità, un mondo dove tutti sanno questo è bene questo è male, dove nessuno pecca, nessuno è contorto, nessuno è turbato!... Ma come, un mondo migliore, che uno ha sognato spregiudicato, alla Voltaire, scintillante d'intelligenza - intelligenza vuol dire classe - dove la stupidità dovrebbe essere codificata con la pena di morte, è diventato, in mano a voi e ai giornali di sini­stra, la realizzazione degli ideali d'una maestrina! Guarda che un mondo uscito dalle mani di Ada Negri, mi farebbe diventa pazza - no, no, le idee sono buone ma la realizzazione è tutta sbagliata. Fate qualche cosa, per carità!                                                                               

Alfredo:        Il guaio è che a noi c'è capitato di dover mettere la prima pietra - l'edificio coi suoi belvederi, le sue terrazze,  i suoi lussi, chissà chi se lo godrà. Roberto ha preferito inquadrarsi subito - io forse più cinico, mi sto godendo gli ultimi sprazzi della vecchia inutile libertà. Poi, anche per me, arriverà il finale dell'Aida.

 Mariella:     Madonna mia, guagliù che tristezza, io me la immaginavo tutta diversa questa resurrezione... Ma ti rendi conto? Perché non si può far niente per ottenere l'uno e l'altro - quello che dite voi, ma coi mezzi che dico io...

Alfredo:        Quanto siete bella!... Perché non abbiamo niente di meglio da opporre - la storia è più forte di noi, è una calamità... il vostro ideale voltairiano è un'utopia d'una società raffinata, travolta. Oggi l'ultima raffinatezza che ci resta, ve l'ho detto, è l'assenteismo - che poi è an­che una volgarità.

Mariella:      Mi sento proprio avvilita... Eh, ma l'avevo capi­to - guardiamoci in casa nostra - sta Repubblica che stanno facendo, non mi piace niente. E' visto che stan-no cumbinando co' sta Costituzione? Il Concordato co' 'e priévete nun se tocca - i comunisti so' d'accordo; il divorzio, non ne parliamo proprio - e i comunisti so' d'accordo... ortodossia contro ortodossia, vengono a mancare i cardini di rivolta - come fai a cambiare que­st'Italia provinciale in una bella repubblica rivoluziona­ria... Ah, che delusione!

Alfredo:        Calma, abbiamo ancora qualche anno d'interregno.

Mariella:      Macché, ti devi agitare invece - sono convinta che qualcosa si può trovare, si deve trovare da opporre. Si trova. (quasi con un grido) Uh, che scema, tengo uno champagnino che m'ha portato Urania - ce lo beviamo? Ce lo beviamo alla nostra salvezza.

Alfredo:        Vado io?

Mariella:      No, non sai dove sta, l'ho messo al fresco nello stanzino buio.

Il Maestro:   Arapite stu balcone, sto sudando!

Mariella fa cenno ad Alfredo di eseguire ed esce. Il ragazzo va ad aprire il balcone: arriva un sentore di voci, discorsi lontani.

Alfredo         (gridando al Maestro): Abbiamo aperto!

Il Maestro:   Eh, primma ca l'aria arriva cca... ha dda cammina tutt' 'o salone!

Rientra Mariella con mezza bottiglia di champagne e due coppe.

Mariella       (consegna la bottiglia ad Alfredo): Piaceri del vec­chio mondo - fagli fare nu bello botto, va', che porta be­ne. (s'accosta al balcone) La primavera è forte, si sente (il tappo salta con fragore) Bene, bene, bene...

Il Maestro:   Ch'è succiesso?

Alfredo         (versando lo champagne nelle coppe): S'è svegliato il Vesuvio!

Il Maestro:   Meno male, almeno isso piglia un'iniziativa.

Mariella:      Maestro, una coppa di champagne?

Il Maestro:   Ma che champagne e champagne..

Alfredo         (le porge la coppa): A voi.

Mariella       (la solleva alta verso il paralume): Signor Iddio, allontana da me questo mondo migliore e conserva loro il gusto di peccare. (tocca con la sua quella di Alfredo)

Alfredo:        Siete il monumento dell'incoerenza.

Mariella:      Chi ci dice che l'energia motrice della vita, non sia l'incoerenza?

Bevono.

Il Maestro:   Nun tengo manco nu spartito pe' leggere...

Mariella       (dopo il primo sorso): Alla salute di Roberto, va', al suo avvenire, alle sue fortune - chi più di me può au­gurarglielo - con tutto il cuore! Di lui, io non ho biso­gno, basto a me stessa, perché dovrei andare a Roma... è stato un atto di sfiducia nei miei riguardi. Non me lo meritavo - hai voluto mettere una distanza fra me e te, e te la tieni. Poi Roma m'è antipatica - troppi priévete, troppi ministeri, mi bastano i fascisti di Napoli, quelli di Roma nun 'e voglio conoscere... e il mare, che è mare quello di Ostia? Tevere, con un pizzico di sale. È una bella pretesa sostenere che Roma tiene il mare quando non passa per la città...

Il Maestro:   Na vota 'o mese 'e Maggio, a Napule arrivava c' 'a voce 'e chillo ca venneva 'e fave fresche...

Mariella:      ...devi fare trenta chilometri per vederlo, e piac­cia o non piaccia, uè, Ostia è un altro paese... (smorza la voce e s'interrompe perché Il Maestro ha ripreso)

Il Maestro:   Scennevano 'a copp'all'Arenella, era tutta campagna 'a chelli parti, tu 'e sentivi e dicivi: È arrivato maggio. Co' 'e fave e co' maggio nu paro d'acquazzoni rinfrescavano e pulizzavano terra e cielo. I' me ne saglievo - ero giuvinotto signo' - pe' viculi ariusi, ca lenti lenti se ne vanno ncopp' 'a cullina. 'A chelli pparti se re­spirava veramente 'a salute - e là 'e strade accussì se chiammano, via della Salute, vico Paradiso, vico Nocel­le, vicolo d' 'e Tronole... L'aria era chiena d'addore, ma no addore 'e campagna addore d'orto - addore 'e ciardino, che a Napule voleva dicere 'a rosa e 'a lattuga, 'a vasinicola e 'o gelsumino, 'e galline 'e pallummi, 'o fico 'a mimosa 'a rosamarina 'e limuni 'o geranio 'o garofano, 'a menta e l'aglio... (come se avesse finito, poi di nuovo) 'e fravule... (un'altra pausa, poi ancora) 'a pansée...

Mariella e Alfredo hanno continuato a sorseggiare assorti, come se avessero sentito e non sentito.

Mariella:      Tutto sommato ora a Napoli, sola, mi trovo bene, in due anni mi sono scavata una nicchia in mezzo ai guai miei, e ci sto comoda.                    

Il Maestro:   ...l'addore d' 'e glicinie...         

Un silenzio.

Alfredo:        Statemi a sentire. Roberto mi continua a scrive­re che vi convinca a andare a Roma, che adesso ha la casa grande... Sarebbe naturale che voi andaste a vivere con lui. Che fate qui, in fondo non c'è uno scopo, e state sempre ad arrangiarvi ad arrabattarvi - là finalmente non dovete pensare più a niente, siete libera...

Mariella:      Non è casa mia. Quando io sognavo di andar­mene con Roberto e incominciare tutto da capo, in un altro posto, pensavo a una casa mia con Roberto - è di­verso. E poi lle voglio bene a sta casa fetente (si volge intorno), 'a vi', ci stanno appesi lungo lungo i muri tutte le lacrime mie, i dispiaceri, tutte le gioie, le risate... Un periodo che non tenevamo proprio una lira - Roberto andava a scuola - non tenevamo che mangiare e nessu­no ci faceva più credito, scoprii che l'unico ancora ver­gine era il pasticciere: per quindici giorni abbiamo mangiato solo paste e babà - sta stanza puzzava di vai-niglia, tutto impregnato di pasticceria, fazzoletti, mu­tande, maglie, un voltastomaco continuo, io tenevo i denti che mi ballavano in bocca e a Roberto gli venne la diarrea... Ce ne siamo fatte risate con Roberto, ora che vuoi, dopo due anni, sarà cambiato. Già il fatto che se ne scappò dimostrava che non era legato a niente. Mi capisci, non senti che ho ragione?

Alfredo:        Lo sento e sì. Solo che mi avete interrotto - vi stavo ripetendo quello che mi scrive Roberto, non era la mia opinione. Volevo dirvi che malgrado la fiducia che Roberto ripone in me, io ho mancato, perché non ho mosso e non muoverò un dito in questo senso.

Mariella:      Non ce n'è bisogno, come vedi.

Alfredo:        Ho paura che ve ne andiate, che mi lasciate - ci tengo molto a voi, siete un cosa nella mia vita che ha un senso, che mi àncora. Durante il giorno, io penso che vi vedrò, che verrò a passare qualche ora con voi, e per me - vi ripeto - è una cosa, in questo squallore napoletano. Mi sento più vivo, ecco, meno inutile, quando sto con voi, sento che questa terra esiste, e che io ci sono su questa terra - e se voi resterete sempre qui con me, non mi dispiacerà restare qui. Non combinerò niente? Pazienza.

Mariella:      Ecco, se tu dici così, i' piglio 'o treno e parto. E no Alfredo, tu non mi puoi caricare di questa responsabilità.

Alfredo:        Quale responsabilità?

Mariella:      Tusei troppo fragile, guaglió. Vuoi vedere che la mia influenza... tu tieni una famiglia.

Alfredo:        Quale influenza, quale famiglia, chi la vede? I miei genitori, i miei fratelli, li vedo solo alle feste co­mandate - sono cresciuto e vissuto sempre con mia nonna - avete capito perché?

Mariella:      No.

Alfredo:        E neppure io. Lo decisero loro, ero piccolo - gli piace stare con la nonna - e là so' rimasto. Siamo una famiglia di scombinati.

Mariella:      Qua siamo tutti scombinati, Alfredo, comin­ciando da me e finendo a te. Ma tu devi realizzare te stesso, e in questo paese non ci riuscirai mai. Sei tu che te ne devi partire, l'hai capito, sì o no? Devi fare come ha fatto Roberto - prima devi togliere il piede da questa fossa e poi attuare le tue idee. Anche se non vuoi fare niente, non fare niente a Napoli è una cosa, fuori Napoli è un'altra: qua, diventi una macchietta, là magari un artista, tié, un intellettuale, un pensatore... A me non ci devi far caso, io sono un'altra generazione, un'altra vi­ta, un'altra razza, io non c'entro niente co' te!

Il Maestro:   Signò.

Mariella:      Dite, Maestro.

Il Maestro:   Napule è fernuta!

Mariella:      Come?

Il Maestro:   Nun ce sta cchiù niente 'a fa'!

Mariella:      Stavamo appunto dicendo.

Il Maestro:   Pareva ca co' chisto dopoguerra chisà ch'avev'a succedere, avev'a riturnà cosmopolita comm' 'a na vota, quando cca 'bascio germogliava la vita europea -e invece simme n'ata vota tagliati d' 'o munno... Nutizie 'ell'arte, d' 'a musica, nun arrivano fino a cca, se perdo­no p' 'a strada! Aggio mannato a chiedere cierti spartiti a Berlino, doppo nu mese m'è turnata arreta 'a lettera: dice ca Berlino nun se sape addo' sta, nun ce sta cchiù - è sparita! So' cose ca succedono sulo a Napule.

La storia li fa ridere. Alfredo va al balcone.

Mariella:      Hai capito? Se sei convinto che le cose stanno così come tu dici, alzala subito la bandiera bianca, fa' come ha fatto Roberto, parti e cercati il meglio prima che sia troppo tardi.

Un silenzio.

Alfredo:        Bella nottata, calda. Maggio è un mese sicura­mente inventato dai napoletani. (a Mariella) Perché non ci andiamo a fare una passeggiata?

Mariella:      A quest'ora?

Alfredo:        E che fa?

Mariella:      Mi porti a vedere i cefali?

Alfredo:        Anche. A Mergellina c'è un bar aperto fino all'al­ba, ci sediamo, voi vi prendete la vostra camomilla - un silenzio intorno, solo lo sguazzio delle barche, qualche fantasma di pescatore...

Mariella:      Sai che faccio?... Scrivo a Roberto che la mia stanza la dia a te. Va' a Roma va', e vedi un po' quello che devi fare. Deciditi.

Il Maestro: Signò - si tenessi solo l'età vostra, me ne fuiesse. È diventato un paese di gentarella, le grandi anime nun ce stanno cchiù e manco ne nasceno. Eh! Le cose so' passate sopra e nun se ne so' accorti sti napulitani - so' rimasti decorativi, pittoreschi, estemporanei; per l'arte di oggi ch'è scienza, studio, applicazione, nun so' buoooni... Signò...

Mariella:      Eh?

Il Maestro:   Vedo un altro Medioevo ca s'abbatte su Napoli - fuitevenne, fuitevenne!

Mariella:      Maestro, e non v'agitate, cercate di riposare.

Il Maestro:   Sì, sì...mo' m'addormo. Speramme ca dimane nun arapo l'uocchie.

Mariella:      Ma che dite, Maestro!                                    

Il vecchio non risponde più. Si rivolta di nuovo verso il muro in posizione per dormire.

Alfredo:        Ma la moglie che fa, se ne disinteressa?            

Mariella:      Non la vuole vedere, manco dipinta - porta jella.

Alfredo:        Chi lo dice?

Mariella:      È l'ultima trovata. S'è fatto comprare un corno da Pupatella, lo tiene sotto il cuscino, quando viene Gennara lo prende in mano proprio con ostentazione. Dice che non gl'importa niente di morire, anzi gli fa piacere, l'hai sentito, ma che deve morire quando vuole lui, non quando vuole sua moglie. 'O viecchio è terribi­le. T'avrei voluto fa' sta' qua quando si spezzò il femore, ih che succedette!

Alfredo:        Me l'immagino..

Mariella:      No, non te lo puoi immaginare - te ne saresti fatte risate. Stiso luongo luongo nterra, qua 'o vi' (indi­ca il pavimento) strillava ca pareva stessero castrando un porco - da terra non si voleva alzare, all'ospedale non ci voleva andare, dire casa sua come dire casa 'o diavolo... « Ma pecché 'o rispunni?», Gennara, niente, nun se sape sta' zitta, «ormai lo sappiamo, ha preso l'a­bitudine, ogni settimana t' 'o vide arriva' qua e fare na scenata » - Gennara gli dette nu sbuttolone, e addio!

Alfredo:        La vera vittima siete stata voi.

Mariella:      Non è vero, a me che fastidio mi dà... Lui sta più calmo, Gennara è più contenta di non avere il cataplasma in casa, mi corrisponde la pensione che mi fa molto comodo perché nel vitto del Maestro c'entra an­che il mio e quello di Pupatella - e così lei si può vedere Michele a casa sua, lo controlla meglio... l'unico scuntento è Michele - non la sopporta più. Mo' ha trovato una scusa di lavoro e una settimana sì e una no va a Roma qualche giorno, secondo me si sta facendo trasferi­re - mi sa che una volta o l'altra là succede brutto...

Alfredo:        Allora, lo facciamo sto viaggio?

Mariella:      Quale viaggio?

Alfredo:        Viaggio notturno dentro Napoli. Io non ho sonno e voi?

Mariella:      Neppure l'ombra.

Alfredo:        E andiamo su. (le porge il cappello ch'è rimasto sul divano) Ci sono certe macerie che col chiarore luna­re sembrano paesaggi metafisici. Vi presenterò una Napoli inedita.

Mariella:      Guarda tu, che cosa mi fai fare! (si rigira il cap­pello tra le mani, da un'occhiata al tramezzo) Scusa un momento.

Va nella stanzina, Il Maestro si è addormentato. Senza far rumore spegne il lume e rientra in salotto.

Mariella       (mentre si mette il cappello e lo ferma con lo spil­lone): Quando ci sposammo mio marito mi disse - ti farò stancare di viaggiare. Fra poco tengo cinquant'an-ni e non ho visto ancora Capri e Ischia.

Alfredo:        Vi ci porto io.

Mariella:      Eh! Cominciamo l'era dei grandi viaggi. A pro­posito, sai che il colonnello è morto? Mi chiudi il balcone?

Alfredo:        Chi?

Mariella:      Il colonnello - mio marito! Dice senza una ra­gione, non si sa. Tornato dalla prigionia, stava in salot­to, s'è alzato s'è messo sull'attenti e è muorto - così m'ha scritto mia cognata « Quant'era bello pareva che stesse passando la rivista »! (ride) Com'è giusto il Padreterno, com'è giusto... vedi la vita, alla fin fine non delude mai.

Alfredo ha chiuso il balcone. Stanno sulla porta. Mariella prima di girare l'interruttore della luce esita un attimo.

Mariella:      Uè Alfrè, basta che non ci pigliano... 'a vecchia c"o guaglione!                                                              

Alfredo con gesto deciso gira lui l'interruttore. Escono.

N.B. Il quadro della sceneggiata napoletana che apre questo se­condo atto può essere tagliato alla rappresentazione teatrale.


Atto terzo

Una serata a Roma.                                                     

Appartamento in un quartiere nuovo della Capitale. Stanza di soggiorno. Dalla lunga vetrata in fondo, a pochi metri, la facciata di una casa in costruzione, ingabbiata da pali di le­gno, fitta di quadrati di finestre simmetriche, vuote, nere. La stanza più che arredata, è sistemata in modo semplice, giovanile. Grandi scaffalature bianche ripiene di libri e di oggetti senza pretesa. Una scrivania ingombra di carte, macchina da scrivere con un foglio inserito e lasciato a mezzo, grammofono con altoparlante infilato in uno scaffa­le. Divano, una poltrona. Le pareti bianche, e il pavimento di marmo anch'esso bianco e freddo, accentuano il vuoto dell'ambiente e gli conferiscono un senso di estraneità.

Siamo nell'appartamento romano di Roberto, sono pas­sati ancora due anni. È un tardo pomeriggio. Mariella e le sue quattro amiche, incollate alla vetrata di fondo, stanno guardando fuori. Mariella è vestita da casa, gonna e pullo­ver scuri. Le amiche, si nota subito, sono in visita - tranne Gennara vestita a lutto, le altre hanno tailleurs e cappotti, anch'essi neri, ma in testa dei cappellini primaverili, già di paglia, con qualche fiore o un nastro colorati. Scostandosi dai vetri, muovendosi, e allontanandosene per veder meglio, guardano fuori di traverso, nella direzione in cui evidente­mente l'edificio che toglie la vista finisce e si apre un largo dal quale arriva una luce di tramonto lontano.

Mariella:      Là in fondo, non la vedi?

Antonia:        Co' stu casatiello nfaccia.

Mariella:      Che c'entra il casatiello qua di fronte, là abbasso, là sta la cupola.

Margherita:            Ah, sì, eccola. (Antonia scrolla la testa) Guarda Antò, in direzione del dito mio.

Urania:          Antò ma si' cecata?

Antonia         (scrutando meglio): Ahhh... la confondevo con quella nebbia azzurra, sì, sì, mo' la vedo la cupola, la distinguo, sì...

Mariella:      Quando è bella stagione, fuori al terrazzino uno si gode il panorama.

Urania:          Mah! Sti panorami di Roma... Terrazze, terrazze, tetti, tutto piatto piatto - e poi, stu fungo in mezzo... ma che so' panorami, questi?

Mariella       (si scosta dalla vetrata, le amiche la seguono): Eh sì, certo, per noi panorama vuoi dire più una disposi­zione di bellezze naturali, un golfo, un mare, una colli­na che scende tutta alberielli... Siamo abituati male. Gennara, non dici una parola, che è?

Gennara:       Niente, stavo guardando.

Mariella:      Ti senti malinconica - povero Maestro come m'è dispiaciuto.

Intanto si sono sedute chi sul divano chi sulla poltrona, Mariella è rimasta in piedi poggiata alla scrivania.

Gennara:       Michele, Michele - non mi so dar pace, per me era il figlio, il marito, l'amante. Ottavio, sai, era vec­chio, in una maniera o in un'altra doveva accadere.

Urania:          Mariè, tu non ti puoi immaginare quant'era brutto anche sul letto di morte. E che so io, la pace eterna, oh! Distenditi, calmati, che diavolo vuoi sorridere almeno mo' che si' muorto...

Gennara:       No, no, niente, antipatico, dispettoso più di pri­ma, è vero?

Margherita:            Una smorfia annichilente.

Gennara:       Mariè, era il morto più brutto che ho visto in vita mia.

Antonia:        Io non me la son sentita di andarlo a vedere.

Mariella       (a Gennara): Ma perché non mi hai avvisata, lo facevo un salto a Napoli.

Gennara:       Per non darti una scocciatura, è logico.

Mariella:      Siamo stati mesi insieme - gli volevo bene - un ultimo saluto glielo avrei rivolto volentieri.

Gennara:       Mia figlia m'ha fatto venì cierti niervi - si mette a strillare: « Papà bello, papà bello mio... » vicino a quel cadavere, con la gente intorno, che era pure imbaraz­zante - guarda ho perso il controllo: « Ué cretina, che ti fai venire le risipiscenze tardive? » - io la retorica sui morti non la digerisco, che so' sti falsità - « Miettete ncapo che tuo padre brutto ha vissuto e brutto l'atterriamo. » Ah!

Mariella:      Un po' di pietà.

Gennara:       La tengo la pietà, ma se mi ricordo quello che ci ha fatto passare... troppo cattivo, troppo malamente. Speriamo che il Signore l'abbia in gloria - mah, se si è accorto che era la macchina del Cardinale, neppure l'anima s'è salvata.

Mariella:      Tudici che se n'è accorto?

Gennara:       Temo proprio di sì - l'incidente così è successo proprio perché se n'è accorto. Tu prendevi un tram con lui - nun sia mai saglieva nu prevete! « Ah, ah, ci sia­mo! » come una molla si alzava, si attaccava al campa­nello finché la vettura frenava. La gente in subbuglio -non capivano: « Si scende, si scende! », 'o mazzo d' 'e chiave mmano, strillava, dovevi scendere per forza -non sapevo dove nascondere la faccia. Per uno di questi motivi, è successo, che te cride? Avrà vista la macchina del Vescovado col Cardinale dentro - il panico! Proba­bilmente s'è buttato a attraversare per non farsi tagliare la strada - tutte chelli fessarie, porta jella, tutte quelle fisime sue - e c'è rimasto.

Mariella:      Sarà morto dannato, puveriello.

Gennara:       E che ce vuo' fa'. Non una frattura, intatto, come se dormisse - una cosa interna.

Antonia:        La Curia però ha pagato belli soldi, è vero Gennà - sono stati bravi.

Gennara:       Sono stata brava io - me so' fatta piglia pe' pazza. Li ho ricattati, sì - ci stava il Cardinale in mezzo, figura­ti! Ho detto - chillo era nu povero viecchio, come puteva correre, si vede che era la macchina che correva...

Mariella:      T'ha lasciato l'eredità, hai visto? È stato un infelice, in fin dei conti.

Gennara:       Un caratteraccio, forse nemmeno colpa sua... ma gran Direttore, questo sì - guarda, c' 'e simmo scurdati - della stoffa dei Mugnone, dei Toscanini... Non ti dico che avevano combinato in quella camera ardente all'Ospedale - tutte rosazze gialle, rosse, una cosa cafonissima. So' arrivata io: via tutto. Gli ho messo delle belle viole mammole, delle roselline pallide, stava molto meglio, è vero?

Urania:          Sì, sì,Gennara ha fatto una cosa, una cosa davve­ro chic.

Antonia:        L'hanno detto tutti.

Mariella:      Mi dispiace non essere stata con voi. (a Gennara) Secondo te, i telefoni a che servono?

Gennara:       Ti sto dicendo che l'ho fatto apposta, per non metterti in agitazione - prendere 'e treni 'e corsa, tutto uno sbattimento inutile.

Mariella:      E già, invece aprire il giornale di Napoli e legge­re l'annuncio a tumulazione avvenuta, è stato meglio.

Gennara:       Ti scrissi anche una lettera...

Mariella:      Molti giorni dopo. Te ne sei fottuta, Gennà!

Gennara:       Mariè, te lo sto ripetendo - ho agito così per risparmiarti una scocciatura.

Mariella:      E hai agito male, perché io la scocciatura me la prendevo volentieri.

Gennara:       Con te, non va mai bene niente!

Mariella:      No. Hai sbagliato, lo devi ammettere.

Urania:          Su, avete ragione tutte e due. Gennara credeva di farti un piacere, invece a te ti faceva piacere venire a Napoli. E così?

Mariella:      Non esattamente. Soprattutto perché si trattava di una persona anche amica mia, se permettete.

Urania:          Certo, certo - volevo dire, non è che tu poi dovevi; andare in un paese che ti è antipatico.

Margherita:            Mariè, ma a te ti piacciono tutte sti culonne, tutta questa pietra? Soffoca.

Mariella:      Direi anzi ch'è la sua bellezza - Roma è una città nobile. Qua un palazzo è un palazzo, una dimora signorile; da noi so' più palazzi 'e case... L'aria, è brutta! Pesante, inflaccidisce, ti toglie la forza da dosso...

Urania:          Abboffa.

Mariella:      Proprio.

Margherita: Infatti sei un po' gialla di colorito. Vuoi met­tere quell'aria frizzantina che c'è a Napoli, leggera...

Antonia:        Aria 'e mare, si sa.

Margherita: Ma sono anche i palazzi - da' retta a me - che contribuiscono a questa oppressione, è la pietra che infetta l'aria.

Mariella:      Lascia stare, abitassimo al centro - pagherei. I quartieri sconfortanti, eccoli - la nuova desolazione. Dentro, non si starebbe male, ma uno addosso all'altro...

Urania:          Perché le fanno queste belle vetrate?

Antonia:        Pe' tené 'a gente che ti guarda i fatti tuoi in casa?

Mariella:      Speculazione. 'Mbruogli. A Roma, poi, li avverti di più, li tocchi con mano. Qui di fronte c'erano dei pini storici, alti, aristocratici: intoccabili dissero a Roberto quando la comprò, cioè alla moglie - la casa è di lei. L'anno scorso, in una notte li hanno fatti sparire... (in­dicando la vetrata) ...e guarda che hanno alzato là. Con chi te la prendi? Permessi a posto, tutto regolare. Or­mai col dominio incontrastato che i priévete hanno ot­tenuto, il campo è aperto a ogni avventura. È finita la paura salutare che i comunisti gli tenevano addosso. Gennà, un'altra volta col muso?

Urania:          Non se lo vuol togliere dalla testa. Scordatelo.

Gennara:       Come se fosse facile.                               

Urania:          Ma tu dovevi saperlo che finiva così, Michele è nu guaglione.

Gennara:       Era. E pur io ero più giovane. Tutto sommato la mia vita matrimoniale io con chi l'ho fatta - con lui. Le volte che venivamo a Roma, insieme, di nascosto! Mo' lui sta qua, anch'io sto qua per poche ore e muoio dalla $ voglia di rivederlo. Sarà permesso?                                 

Urania:          Se tu avessi guai più seri - l'hai capito, sì, stamattina al Ministero che la sovvenzione all'Associazione Musicale non ci pensano proprio a dartela?

Mariella:      E tu non hai riaperto gli abbonamenti?             

Gennara:       Campo con gli abbonamenti! Me la daranno, non vi preoccupate: metto per mezzo il Cardinale, e vedrai.

Urania:          Ah, m'era parso che non te la prendevi troppo.       

Margherita: Mariè, tu ci dovevi vedere stamattina a noi quattro pe' Ministeri, quattro galline pazze, non capiva-mo niente, sali scendi corridoio a destra scala a sinistra - eravamo simpatiche però - alla fine tenevamo un co­dazzo d'impiegati ai nostri ordini che ci accompagnavano di qua di là...                                                       

Urania:          Al Ministero della Difesa due colonnelli e un mag­giore. Ci hanno scortate per tutti gli uffici: Le signore sono napoletane? Il tenente l'ho fatto ai Cavalleggeri di Firenze - La caserma a San Pasquale a Chiaia? - Sì - Non c'è più, l'hanno abbattuta.                                     

Antonia:        Quello coi baffi era un bell'uomo.

Mariella:      Ma come siete finite su questo Ministero della Difesa?                                                                       

Antonia:        Domandalo a Urania!

Margherita: La seconda ragione della nostra scampagna­ta - siente che ha cumbinato st'incosciente.

Urania:          Nun 'e da' retta a sti ddoie sceme - esagerate!

Margherita: Esagerate? Si mette a firmare le licenze ai soldati che le facevano da attendenti.

Urania:          Quelli faticavano come ciucci - nemmeno una ca­meriera - inginocchiati a terra a passare la cera sui pavimenti, tutta la casa - tu conosci le esigenze mie - e poi la spesa, nu sacco 'e servizi, ah, e il giardinetto? Zappa 'a terra, innaffia, cura 'e fiori... gli volevi negare la licenza?                                       

Le amiche ridono.

                                

Mariella       (divertita): E gliela davi tu?

Urania:          Io? E che valeva la firma mia? Gliele firmavo a no­me di Giovannino. (accennando un improbabile dialetto del Nord) «Signura volio rivedere la mia mama, glielo vuol dir lei al capitano.» Va' bell' 'e mammà - poveri guagliuni, tu avresti detto di no?

Margherita (ridendo come una matta): E ha inguaiato Giovannino, che mo' sta agli arresti!

Mariella:      E non ti rendevi conto che rovinavi tuo genero?

Urania:          Ma io, con tutti gli attendenti che mi mandava, mi credevo che Giovannino era uno importante, invece in quella caserma non conta due soldi, è un imbecille - lo hanno messo agli arresti, subito, senza un attimo di riguardo.

Gennara:       Un po' di prigione gli fa bene, gioca meno ai cavalli...

Urania:          Tre stipendi interi, ultimamente, s'è giocato alla Sala Corse.

Mariella:      È incorreggibile.

Gennara:       E stamattina ho portato Urania dal generale Priscilla - te lo ricordi?

Mariella:      No.

Gennara:       Che stava a Napoli ai bei tempi - mi fece avere l'esonero per Michele... (Mariella non sì ricorda) Va be', nun fa niente - ora è un pezzo grosso al Ministero, Capo di Gabinetto, segretario...

Urania:          Ha capito la situazione. È stato squisito - la colpa è di un cuore di madre! Lo fa rimanere agli arresti, ma mi ha promesso che la faccenda non inciderà sulla co­sa... (le manca la parola) ...sulla cosa personale della carriera. Mariella sta proprio bene, è vero?

Gennara:       Benissimo.                                                 

Antonia:        Tranquilla, si vede - più ingrassatella.            

Mariella:      E io non faccio niente...                                  

Margherita:            Solo un po' gialliccia di pelle.                     

Intanto è entrata Pupatella portando il vassoio col tè. È pet­tinata, in ordine, e per la prima volta indossa un grembiule azzurro di cameriera. Poggia il vassoio sulla scrivania, e versa il tè nelle tazze.

Mariella       (con una luce di tristezza): Pensieri non ne ho -mia nuora non ha mai voluto che io avessi preoccupa­zioni, si occupa lei di tutto - persino Pupatella qua fun­ziona - mangio, leggo, un cinematografo...

Pupatella:     Latte o limone?

Mariella:      Limone per tutti?

Le amiche annuiscono. Pupatella mette le fettine di limone nelle tazze e serve compita il tè seguita dal loro sguardo compiaciuto.

Urania           (a Pupatella): Vi trovate bene a Roma?

Pupatella:     Benissimo assai.

Antonia:        Si vede dall'aspetto, pure lei s'è rimessa.

Mariella:      Ha fatto un sacco di amicizie co' tutte sti caiòtole d' 'o quartiere - la domenica vanno a ballare co' 'e suldati...

Pupatella:     Che soldati! Sono finiti i tempi, tutti dottori vengono a ballare con noi.

Urania:          E brava! Così un giorno - un bel professionista - vi sistemate pure voi.

Pupatella:     'A signora Urania - mi vuole sempre illudere...

Accende la luce ed esce sorridendo.

Mariella:      Qui è un'altra cosa: il popolino è sprezzante, ar­rogante, orgoglioso - non è considerato plebe, come da noi, ignorato - la ragazza lo avverte, si sente più forte, meno vittima.

Antonia:        Tutto è più civile, si vede.

Urania:          E trasferiamoci tutte a Roma, eh Mariella, in que­sta stanza lo spazio per un bel tavolo da poker ci sta...

Gennara:       Se non avessi l'Associazione, sarei la prima.

Mariella:      Sai Michele come sarebbe cuntento!

Gennara:       E si capisce, Michele è la vittima e io il carnefice - ma guarda che belle amiche che tengo.

Margherita (con simpatia): Ma sta' zitta, non ti lamentare sempre - un'altra tazza di tè? (Va alla scrivania a pren­dere la teiera, e intanto buffonescamente si mette a canta­re) « Prendete ancora con me un'ultima tazza di tè »... (Ritorna da Gennara e gliene versa dell'altro mentre con­tinua il motivo fingendo di non conoscerne le parole)

« ...è fuggito ». (alle amiche) Cos'è ch'era fuggito?

Mariella:      « L'amore dal cuor. »

Margherita:            Ah. (passa a versare il tè alle altre ripetendo) « L'amore dal cuore è fuggito. »

Gennara:       Quanto sei spiritosa.

Urania           (continua lei): « Il sogno è per sempre svanito. » Ve la ricordate la Johnson? La Fougez?

Si alza ad imitare la vecchia canzonettista, tenendo una si­garetta lontana dalle labbra come in un lungo bocchino, e riprende la canzone da capo.

Urania:           « V'attendo con il cuor tutto tremante nel piccolo caffè del nostro amor avete dato il cuore a un altro amante... »

Mariella       (sovrapponendosi): Robertino aveva allora otto anni - me lo portavo ogni sera a teatro con me.

Urania:           « e non pensate al mio dolor m'abbandonate senza alcun rimpianto... »

Mariella       (sovrapponendosi): Erano due jene, quelle.

Urania:          « Iov'ho voluto bene sempre e tanto. » Due vere artiste però.

Margherita si aggiunge al canto.

Urania e Margherita:   

« Lasciamoci senza rancor

è il nostro congedo d'amor.»

tutte esclusa Gennara:

«Ditemi addio, prendete con me

l'ultima tazza di tè.»

Nell'eccitazione del finalissimo, Margherita poggia male la teiera sulla scrivania e la fa rovesciare - il tè imbratta i fogli dattiloscritti che vi sono ammucchiati.

Mariella:      Madonna mia, le carte di Roberto...

Coi tovagliolini asciugano i fogli.

Margherita: Anche nella macchina da scrivere, guarda qua - ma come ha fatto a schizzare tanto! (strappa il fo­glio inserito, e fa per gettarlo via appallottolandolo)

Mariella       (la ferma in tempo): Ma tu si' pazza - chi lo sente a Roberto. (le toglie il foglio di mano, e lo spiana)

Entrano Roberto e Alfredo.

Le donne li guardano compunte come delle bambine mortificate.

Roberto         (secco, rapido): Che stai facendo, mammà, esibizione di quello che scrivo?

Mariella:      C'è andato il tè sopra, si sono macchiati...

Gennara:       Il tè non macchia.

Roberto:        Questo è tutto?

Mariella:      Te li ricopio io domani.

Roberto:        Non ce n'è bisogno, sai come si fa?

Roberto prende il foglio dalle mani di sua madre, quelli ba­gnati sul tavolo e alcuni altri, li mette insieme, li strappa e li butta nel cestino della carta straccia. Tutti hanno seguito il gesto con apprensione.

         

Alfredo:        Che significa, me lo spieghi?                      

Roberto:        L'avevo già deciso.

Mariella       (lanciando un'occhiata ad Alfredo): Ce ne andiamo di là, vi lasciamo liberi.

Roberto:        No, no, andiamo noi.                                     

Antonia:        Alfredo, non partiamo troppo tardi, al buio...

Gennara:       Di sera si guida meglio che di giorno.

Margherita:            Gennara la porta benissimo la macchina.   

Alfredo:        Estrosamente.                                                 

Roberto         (a sua madre): Ester non è rientrata ancora?   

Mariella:      No.

I due giovani s'inoltrano nella casa.

Urania:          Com'è aspro tuo figlio.

Gennara:       Ma che tiene?

Mariella:      Questi sono i nostri rapporti - anche meglio... ma non c'è più verità. È con sua moglie che si sfoga, pare che solo lei lo capisce. Lo vedi preoccupato, lo vedi scon­tento, vuoi parlare, cerchi d'imbastire una chiacchiera­ta? Ricevi un riassunto: « Sì sì è... No no... Si tratta... » non senti nemmeno la fine della frase perché già è scom­parso nell'altra stanza. Ti negano ogni personalità. Che vuole, che va cercando, si deve solo preoccupare di come passare il tempo... Siccome si sono creati una certa tran­quillità a scadenza mensile, questi si credono di aver ri­solto la vita tua e la loro - mi viene una pena, una pietà, ma non per me, perché io co' na sigaretta mmocca int'a nu cinema, nu bello film 'e Charlot - chillo Monsieur Verdoux è grande assai - mi sento un Re. Loro no, non sanno allargare i problemi illuminatamente oltre l'oriz­zonte, s' 'e téneno tutti ncapo, che gli tolgono il respiro. Per cui sono perennemente in crisi. La moglie ha avuto nove parenti sterminati int' 'e Lager tedeschi, puverella, have ragione, ma se ne parla ogni giorno - alla Radio so' tutti fascisti - l'America è divenuta la nemica nostra - la guerra è n'ata vota più vicina che mai - tutto vero, e allo­ra sai che succede? Che i parenti della moglie, i fessi americani, 'e fascisti d' 'a Radio, lo spettro della guerra, Stalin, stanno tutti qua dentro, int'a sta stanza affollati, che t'opprimono dalla mattina alla sera. Ma perché, noi abbiamo vissuto meglio di loro? Non avevamo guerre, rivoluzioni, atrocità, all'ordine del giorno? La rivoluzio­ne russa l'hanno fatta i russi della nostra generazione, non della loro! Ma c'era lo spirito della vita! L'ansia di vi­vere pure se andava male!

Gennara:       Viènetene un po' a Napoli.

Urania:          Davvero.                            

Margherita:            Spezzi.

Gennara:       C'è la stanza del Maestro.  

Mariella:      È una parola!

Gennara:       Col balcone a mare, sull'acqua - me l'ero scorda­ta quant'era bella. Pile e pile di spartiti toglievano la vi­sta - del vano del balcone ne aveva fatto un ripostiglio. Vedessi che aria, che luce - vieni.

Mariella:      Me ne vengo a Napoli! Non è così semplice - pa­re che anche questo dia fastidio. Lo vedi, sei tu che sei disordinata, mezza qua e mezza là, sei una saltimban-ca... I sentimenti convenzionali ti uccidono: è giusto che mammà stia con me, è giusto che io vada a stare con mio figlio - e invece il nostro rapporto era finito la sera che se ne scappò. Anche quello tra madre e figlio, come tutti i rapporti d'amore, ha una fine, che non ha niente a vedere con la morte fisica - per ognuna di noi c'è stato un giorno in cui tuo figlio ha cessato d'amarti. Per sempre. Poi restiamo amici, si sa...

Si sente lontano squillare il campanello d'ingresso. Gennara non riesce a tenersi e si alza di scatto.

Gennara:       Questo è Michele.

Mariella:      (stupita) Michele?

Anche le altre la guardano come se desse i numeri.

        

Gennara        (a Mariella): Tu mi scuserai, ma io gli ho dato appuntamento qua.

Mariella       (allarmata): Tu sei un'impudente - che vuoi, pro­vocare una scenata in casa di mia nuora?

Gennara:       È più di un anno che non lo vedo, l'ho chiamato stamattina al Ministero.

Mariella:      E chist'ato fesso che vène!                                

Gennara:       Si doveva permettere - gliel'ho detto - se non ti presenti vengo io a trovarti a casa.

Urania:          E chella 'a mugliera te faceva fa' nu bello volo.     

Entra Pupatella.

Pupatella:     C'è il signor Amara.

Pupatella fa per uscire.

Mariella:      Aspetta! (a Gennara) Va' di là e mandalo via.

Gennara:       Loobbligo a un appuntamento e poi lo caccio?

Mariella:      E glielo davi per la strada.

Gennara:       Ma non succede niente... (a Pupatella) Fallo entrare.

Mariella:      Gennà, comportati bene, senò ci appiccicammo sul serio.

Pupatella esce. Le amiche si assestano in attesa dello spettacolo.

Gennara è in piedi accanto alla scrivania, Mariella non sa nascondere il proprio nervosismo.

Entra Michele con Olga. Olga ha perso un po' l'aspetto di ragazza, ha l'aria di chi si diverta alla situazione. Michele sempre uguale, forse più grasso.

Al loro apparire Mariella cade a sedere tra le amiche. Gennara,  fuori di sé, freme.

Un silenzio. Nessuno si azzarda a scambiare saluti.

Rientra Pupatella che pur di non perdersi la scena, si mette a raccogliere le tazze in giro con estrema lentezza.

        

Gennara        (rompendo gl'indugi, a Pupatella): Quand'è così, ci dovevi annunciare la coppia Vita Amara - dico bene, Mariella?

Michele         (tranquillo): Sono venuto con Olga, perché tempo n'è passato e perché mi sembrava giusto, tra persone civili che conservano buoni ricordi.                                  

Gennara        (con calma affettata): Dove la vuoi la macchina da scrivere - in faccia?

Mariella:      Olga, siediti vicino a me...

Olga:              Non si preoccupi signora, io mi diverto. (infatti assiste alla scena con autentico spasso)                             

Gennara        (a Michele): Di' a quella che sta con te...

Michele:        A mia moglie.                                                      

Gennara:       ...a quella persona che sta con te...                    

Michele:        Quanto sei ridicola.

Gennara:       ...che se voleva divertirsi poteva andare al cinematografo.

Michele:        Ci piace divertirci insieme. Fra noi non ci sono misteri né segreti.

Gennara:       Allora in qualcosa hai migliorato. Congratulazioni.

Michele:        Mi dispiace di non poter dire altrettanto - m'ero illuso con Olga: andiamo a recare un devoto omaggio a un'amica sincera.

Gennara:       Uh, quanto mi dispiace!...

Michele:        Ma tu tieni la sincerità d' 'e gatte - sai solo graffiare.

Gennara:       E tu che hai scoperto il coraggio della sincerità, non ne trovi per presentarti sic et simpliciter davanti a me - ti fai accompagnare.

Michele:        Ionon avevo niente da dirti - sono venuto con Olga a offrirti la nostra amicizia, se ci tenevi - ormai abbiamo tutti l'età della ragione.

Gennara:       Che meraviglia, che bellezza! Diventiamo tutti amici, solo che della moglie non conosco niente, e del marito so perfino che tiene una voglia di fragola sul culo.

Indignazione delle amiche e ilarità di Olga.

        

Mariella:      Gennara! Ti proibisco di trascendere.      

Gennara:       Che, vogliamo misurare le parole - la discussione mi scotta, lasciatemi stare.

Urania:          Michele sta dicendo cose giuste, abbiamo tutti l'età della ragione.

Gennara:       E io no. Mi viene a sbattere in faccia niente mi­steri, niente segreti, la sincerità, questo maiale, quando m'ha fatto fessa pe' mesi e mesi, ricorrendo alle più schifose bugie - vado a Roma per incarichi di lavoro, sto migliorando il posto al Ministero, sei contenta? - mi dava anche soddisfazione - e invece veniva a portare avanti la tresca con la sua degna compagna. L'amicizia!

Michele:        Vogliamo rifare la storia dall'Arca di Noè?

Gennara:       Dall'età della pietra!                                      

Michele:        Dall'età tua!                                                  

Gennara gli si avventa contro ma è trattenuta da Manetta.

Gennara:       I' te spacco 'a faccia...

Mariella:      Michele almeno voi, siate più prudente...        

Urania:          E sì...

Gennara:       ...screanzato ingrato.

Michele:        Me le tira di bocca, che ci posso fare! (a Gennara) Insomma che vuoi da me - dimmelo, basta che la fi­niamo: un anno di lettere minatorie, di telefonate a ogni ora della notte - parla tu Olga - di lettere anonime, sì, perché anche quelle sono tue, di... di... minacce - so­no stato in pace solo quei pochi giorni della morte del Maestro! Dimmi quello che vuoi e io lo farò.

Gennara        (di nuovo calma): Devi morire.

Michele         (sfottente): Apri il balcone, Gennà, che mi butto.

Entra Roberto seguito da Alfredo. Il duetto si sviluppa in concertato - parlano tutti ad alta voce da un capo all'altro della stanza.

Roberto:        Che sta succedendo? (scorge Olga) Come stai, che piacere... (va ad abbracciarla)

Gennara:       Sai, s'è sposato la verginella... Una che a diciotto anni era già l'amante d'un suo amico! Olga (a Roberto): E tu, stai bene?

Mariella:      Gennà, mo' vuo' fa' piglià a capilli i due ragazzi? Alfredo, cerca di calmarla...

Roberto:        Ciao Michele... (si guarda intorno) Ma che succede?

Olga:              Scenata comica alla napoletana.

Gennara:       Sì- una varietà di pizza.

Olga:              Siamo là...

Alfredo         (che s'è avvicinato a Mariella): Ma chi li ha fatti venire questi due?

Mariella       (accennando a Gennara): Questa pazza - non lo vuole lasciare in pace...

Roberto:        Siamo rimasti al solito punto?

Michele:        Secondo lei, non avevo diritto a una famiglia mia!

Olga               (a Roberto): Continuano ad accapigliarsi, ti rendi conto?

Michele         (a Gennara): Dovevo restare in eterno il figlio di mammà!

Gennara:       Caso mai il mantenuto!                                   

Urania, Margherita, Antonia: Gennara!!!                              

Gennara:       Gli ho dedicato la mia vita...

Michele:        Troppa grazia, signora mia!

Olga:              Ma fra me, Roberto, Michele, è successa una cosa analoga - ci siamo spiegati, ce lo siamo detti, basta, siamo amici.

Gennara:       E voi non avete sangue nelle vene, siete aridi. Vi manca il senso del possesso.

Mariella:      Quant'è simpatica Gennara, sfida il ridicolo, ma lei niente, insiste, va avanti...

Alfredo:        Crede nel suo ruolo fino in fondo.

Olga               (ad Alfredo): Un grumo di passione.

Michele:        Un minimo di dignità, dico io, se non ce l'hai, fingilo.

Roberto         (a Gennara): Ma non ci sono spiegazioni, non ce ne possono essere - Olga di' tu - ci siamo amati, è vero? Siamo scappati insieme, è vero? I poeti, le idee, il biso­gno di sentirsi unici, essenziali, sono stati i nostri ruf­fiani, è vero? Eravamo perfetti, simili, che cosa c'era che non avessimo in comune? Ti ricordi un giorno, un'ora in cui non siamo stati felici? Bene - arriva Michele. Michele, tu lo sai, sei un ignorante, un uomo sen­za ideali, un qualunquista per vocazione - sei un figlio di mammà come hai detto esattamente prima, con l'a­stuzia che ti sei scelta quella che ti faceva più comodo, una mamma tutta utilità...

Mariella:      Non sta bene Roberto, perché lo devi umiliare!

Roberto:        Statti zitta, sto dicendo cose serie! (a Michele) Arrivi tu che, a fil di logica, sei un individuo spregevole, e ti prendi Olga. E allora che cosa vogliamo noi, Gennara, da questi due che ci abbandonarono - Olga fu il vei­colo che mi portò a Roma, voi la spinta per Michele. Se volete fare una cosa saggia, non vi resta che accettare quello che Michele ardentemente vi chiede: diventare davvero la sua mamma.

Gennara        (quasi con un grido): Mai!

Mariella:      Ma che proposte oscene.

Urania:          Sti guagliuni so' degenerati - non hanno principi.

Gennara:       Qui se c'è qualcuno che non ha dignità è lui... (indica Michele) Mi viene a provocare, sbandierandomi sua moglie - credevi di passartela liscia!

Olga               (a Roberto): I bei discorsi sono inutili, vedi? (a Gennara) Fortunatamente noi non abbiamo l'esigenza della scenata, degli strilli!

Gennara:       E io sì! Guagliò tu che ne sai di tuo marito? Te lo sei trovato sazio, quando io l'avevo soddisfatto di tutto, dico di tutto - e quand'uno è sazio, desidera soltanto non mangiare.

A questo punto entra Ester, la moglie di Roberto. Viene da fuori, ha un foulard intorno alla testa. È una donna brutti­na, magra, con dei grandi occhi tristi. Si ferma ad ascoltare: da prima nessuno, poi un po' per volta tutti la noteranno tranne Roberto, che per solidarietà con Olga le tiene stretta una mano tra le sue, e ovviamente Gennara e Michele trop­po intenti a dilaniarsi.

Gennara:       Ma quand'io l'ho incontrato era un impiegatuccio puttaniere che la domenica a mezzogiorno - col pacchetto delle paste in mano - andava a pranzo dalle «signorine» di una pensione di cui era abbituè, amico e confidente. Te l'ha raccontato questo, la statua della sincerità? E fattelo raccontare. È un casino di via Chiaia - vuoi l'indirizzo? Io ci sono andata su - l'enfant gàté in mezzo alle fanciulle in fiore, ih che spettacolo! Come si divertivano - mi ricordo ancora la crema delle paste che scorreva giù per il mento... non dubitate, so­no una donna per bene, ma ho coraggio, e il coraggio fa trascendere. Misi in mezzo la questura. Lo cacciarono -il cliente creava grane, anche se un simpatico cliente. Mi cascò sulle braccia, e non ti dico come stava in­guaiato, piccola - lo curai come la samaritana il lebbra so... Ecco il mio idillio. Ti piace l'ambiente, l'atmosfera, gli odori? - Bismuto, arsenico, non avevano inventato ancora la penicillina...

Michele:        Schifosa! Meschina, meschina, meschina...

Le si avventa contro. Stanno per venire alle mani, ma le amiche lo trattengono. Gennara s'è accorta finalmente della presenza di Ester e dell'imbarazzo generale. S'interrompe. Anche Michele se ne rende conto. La scenata, ad Ester, deve aver fatto molta impressione - non è abituata a questo im­pudico sciorinamento di fatti privati, a questo modo pub­blico di buttarsi in faccia le cose, che per un napoletano non è poi umiliante né lascerebbe traccia nel suo cuore. È ferma immobile. Quindi, senza dire una parola, seguita dal­lo sguardo dei presenti, attraversa la stanza tutta e scompa­re all'interno. Pupatella col vassoio pieno di tazze in mano, si affretta a correrle dietro.

Mariella ha il viso tirato, dipinta in faccia la disapprovazione per tale muta protesta, inconcepibile per lei, offensiva. Scambia delle occhiate di fuoco con le amiche.

        

Roberto è esitante, infine si decide.

Roberto:        Scusate.                                                        

Si allontana nella direzione in cui è uscita sua moglie.

Mariella:      Roberto... (lo ferma sulla porta) Io me ne vado a Napoli.                                                                   

Si guardano. Senza rispondere Roberto esce.

Mariella       (alle amiche): Avete un posto in macchina?

Alfredo         (pronto): Il mio - io torno col treno.                 

Le amiche le si stringono intorno.

Urania:          Hai visto, che ci voleva...

Margherita:            Ti sei decisa, finalmente.

Gennara        (sottolineando perché Michele la senta): Ora che sono rimasta sola, ci teniamo compagnia.

Alfredo         (a Mariella): Andate, io voglio aspettare Roberto.

Mariella:      Stai fresco - s'è chiuso con la moglie in camera ad esaurimento discussione. Sai che ho imparato in questa casa? Che credono di correre dietro alle idee, e non si rendono conto che corrono dietro a un benessere privato che le idee rendano decente.

Alfredo:        Siete ingiusta.

Margherita:            Noi siamo di un'altra razza, ci capiamo solo noi - andiamo Mariella.

Mariella:      Quanto sono belle queste amiche mie! Le ho vi­ste arrivare che mi sembravano tante ragazze - giovani, giovanissime, fiori di gioventù... E io mi sentivo una vecchia, spenta, carica d'anni.

Escono dalla porta dalla quale si va evidentemente in came­ra di Mariella.

Silenzio assoluto nella stanza bianca, più fredda e vuota che mai - Olga e Michele dimenticati, Alfredo che va su e giù.

         251

Olga:              Be', noi andiamo - Alfredo ci saluti tu gli altri.

Alfredo:        Ciao Olga, ciao Michele... (si stringono la mano)

Michele:        Ciao Alfredo - ci vediamo...

Alfredo:        Ci vediamo.

I due escono.

Alfredo va alla scrivania, accende una sigaretta, getta uno sguardo sulle carte dell'amico.

Rientra Roberto.

Roberto:        Non guardare, non leggere, non vale niente! Che ti stavo spiegando prima? È chiaro? Parti dal tuo paese col sacchetto di sogni sulle spalle, t'inserisci nell'ingra­naggio e che succede? Non c'è una sola cosa che corri­sponda a quella che hai immaginato - la vita è uno sta­to così straziante... E allora ti chiudi nelle idee che sono l'unica salvezza perché ti rendono sordo, creano la non necessità degli altri, ti isolano, ma ti ghiacciano, ti tol­gono la possibilità di avere rapporti umani al di fuori di esse, ti impediscono di esprimerti, di scrivere. E mia madre fa l'ironia - ti giudica con occhio dal di fuori, co­me se vivesse su un altro pianeta, incastrato nella pupil­la già un giudizio fallimentare - lei chiusa nel suo pic­colo mondo anarchico di comodo!

Alfredo:        Parli di tua madre come se non la conoscessi, come se non ne conoscessimo il meccanismo...

Roberto:        Te lo dico io, qual è il loro meccanismo: loro vo­gliono affliggersi, piangere, ridere, soffrire, imbroglia­re, credere, disperarsi - non vogliono una sola di queste cose senza le altre, però fare un sacrificio, dico, per ca­pire chi ti sta intorno, uno, quello no - si esige solo comprensione per sé. L'atteggiamento nei riguardi di mia moglie non trova giustificazioni - Ester è una don­na che non si è riavuta ancora; una che lavora tutto il giorno perché ha bisogno di essere impegnata, non ba­sta un marito a tenerla lontana dai pensieri fissi che le logorano il cervello; è una donna che non riesce ancora a reggere in pancia un figlio perché è psichicamente scombussolata, con tutto il desiderio che ne abbiamo - io l'amo e l'aiuto, e lei fa mille sforzi per aiutarmi col suo amore. La signora non ne fa mezzo! E sai perché? Perché le è antipatica. Semplicemente antipatica!

Alfredo:        Hai detto niente!

Roberto:        Ah, perché tu la capisci?

Alfredo:        Ma chi credi che io abbia ritrovato oggi qui - la donna di una volta? Quello spirito leggero, quel con­trappunto lucido alla vita, che rappresentava la prova del nove dell'esistenza mia nelle solite, solite, solite giornate napoletane? No, ho ritrovato un'educanda in collegio per non dire una donna finita. Lasciala andare!

Roberto:        Chi la trattiene!

Alfredo:        Con Gennara starà bene. La sua ribellione signi­fica che è ancora vitale, grazie a Dio.

Roberto:        Che mi hai preso, per un imbecille? Credevo sol­tanto che trovando un certo ordine di vita, meno ango­scioso m'illudevo, cambiasse.

Alfredo:        Non tutti ci riescono, soprattutto quando lo stare bene non è per loro una meta; alcuni riescono solo ad adattarsi...

Roberto:        Poteva fare almeno questo.

Alfredo:        No, è la cosa peggiore. La tua casa a Napoli, eh, te la ricordi? Ci son salito giorni fa per capriccio - il pro­prietario l'ha venduta a dei commercianti di scarpe e sai che hanno combinato? L'hanno adattata. Abbassati i sof­fitti, le porte rimpicciolite, lucide a smalto, tagliate le stanze, corridoi che dividono, tutta d'intonaco bianco - il cuore mi s'è fermato - non è questa e non è la casa di prima: è uno schifo! Là io e te, chi sdraiato da una parte chi dall'altra, ci siamo letti tutti i libri del mondo, là ab­biamo studiato, insieme abbiamo capito, scelto, ci sia­mo rimpinzati di odio per la fogna nera che ci appestava, da quelle mura di vecchi signori napoletani siamo venu­ti fuori orgogliosi e onesti... oggi non potremmo starci dentro neppure cinque minuti - è chiaro?

Roberto:        Sì - ma forse sono spariti gli scarafaggi! Comun­que siamo tutti d'accordo: nostra madre, andrà a vivere da Gennara, io le passerò il mantenimento e lontana dagli occhi non si sentirà più in castigo. Ti va bene?

Alfredo:        Roberto, ricordati, tua madre è una donna che cerca di rimediare con molto humour e tanta fantasia a una vita di solitudine. Questo è tutto.

Roberto:        E ce ne metta ancora tanti perché io non ho più tempo, non ho più tempo, non ho più tempo...

Esce di furia dalla stanza lasciando l'amico interdetto, là in mezzo.


Atto quarto

Un'ultima serata a Napoli.

La camera del Maestro col balcone che dà sul mare, in casa di Gennara. Un vecchio ambiente di taglio demodé ma si­gnorile. Un lettino, una poltrona confortevole, un pianofor­te verticale chiuso.

Poco più di un anno è passato - cinque dall'inizio della commedia. È sera. Mariella sta adagiata sulla poltrona, smagrita, pallidissima, un plaid addosso, un giornale tenu­to fra le mani abbandonate stanche sulle ginocchia, la testa appoggiata allo schienale. Gli occhiali sono caduti a terra tra una quantità di altri quotidiani e riviste sparsi sul pavi­mento. Dal balcone aperto arriva dolce il fruscio della risac­ca marina.

Entra Alfredo. Porta un mucchio di giornali nuovi - si muove con cautela credendo che dorma. Scorge gli occhiali, li raccoglie, si accosta alla poltrona. Mariella gli sorride, im­mobile, nella posizione in cui si trova. La sua voce è fioca, parla lentamente.

Mariella:      Stavo pensando che nel mio organismo sta suc­cedendo lo stesso che succede in Corea...

Alfredo:        In Corea?

Mariella:      Globuli rossi e globuli bianchi, gli uni più affa­mati degli altri, che si divorano. Chi ha più fame e quin­di più capacità di mangiare, vincerà. I coreani per te non sono entità anonime come i globuli? - siediti, oh grazie dei giornali... eppure la vita dell'umanità è nelle loro mani.

Alfredo:        Gli occhiali...

Mariella:      Mi pesano... è tale la debolezza che li sento - come due ruote di carro.

Alfredo si siede ai piedi del letto poggiandoci sopra occhiali e giornali.

Mariella:      Fin quando convivevano in santa pace, tiravo avanti bene; si sono messi in testa di fare una prova di forza, e addio! Se i bianchi - come pare - si mangiano i rossi, arriva la fine mia e la fine della pace nel mondo.

Alfredo:        Non potreste scegliere pensieri meno catastrofici!

Mariella:      Oh, io non penso solo a questo, penso a tante al­tre cose - non sai quante me ne vengono in mente, per­ché mi prendono dei momenti di stanchezza infinita, così pesante, che sono allo stesso tempo un riposo, non so se mi spiego - e 'a capa me va pe' ll'aria. Navigo. Nel mio arcipelago privato. M'immagino Parigi che avrei voluto sempre vedere - Capri che sta là fuori al balcone non me la so immaginare - Parigi, uno ne ha letto e vi­sto tanto che mi sembra di esserci sempre stata - cam­mino per le strade, incontro Chevalier, René Clair, par­liamo, facciamo lunghe passeggiate, mi diverto, sono spiritosi... A Londra però sono imbattibili - là ci vivo - con Churchill mi faccio certe risate... mi mette di buon umore una giornata intera. Lo capisci che ci conoscia­mo talmente bene tutti, dopo anni che abbiamo fatto la guerra insieme, ci siamo sentiti ogni giorno attraverso giornali, radio, cinema, che la conoscenza fisica è un puro dettaglio. Chaplin, Toscanini, la signora Roosevelt - posso dire che siamo un gruppo di amici veramente affiatati.

A parlare Mariella s'è ravvivata come se la forza vitale aves­se ripreso a scorrere nel sangue.

        

Alfredo:        Beata voi che avete questo potere d'immagina­zione.

Mariella:      Non si tratta d'immaginazione, è realtà - io co­me potevo campa tanti anni sola, in questo paese, se non mi fossi sentita intima amica del meglio dell'uma­nità! La morte di Roosevelt fu un grosso dolore perso­nale, del resto nella comitiva il vuoto è rimasto incolmabile - per lui strinsi amicizia con la moglie, un modo di sentirlo ancora vivo... Hemingway, Picasso - ma che frontiere, che difficoltà di linguaggio, non esistono nei nostri rapporti privati - non passa giorno che io non scambi quattro chiacchiere, occhio a occhio, co' Truman - che non fa parte degli amici, beninteso - non ti dico che mi esce di bocca... Credi che scherzo?

Alfredo:        No, perché?

Mariella:      È una forza, sai, una forza... provaci pure tu, a parlare con le persone che ami, che ammiri, che stimi - dove stanno stanno - sono le amicizie più sicure... Ave­te mandato a chiamare Roberto?

Alfredo:        Arriva domani - e vi troverà meglio.

Mariella:      Noo.

Alfredo:        Sì.

Mariella:      Se vi fa piacere crederlo... Novità della moglie - ce l'ha fatta?

Alfredo:        Sembra di sì - dovrà stare quasi sempre a letto.

Mariella:      E che non si alzi allora, per carità – mamma mia, fare i figli pare che sia diventato complicatissimo.

Alfredo:        La novità nuova è che ha firmato con l'editore.

Mariella:      Ah. Sono contenta. Sono curiosa di leggerlo.

Alfredo:        Appena avrà le bozze, sarete la prima no?

Mariella non risponde. Un silenzio.

Mariella:      Sarà stato sincero con se stesso? Credi che sarà un libro che vale?

Alfredo:        Perché non volete credere in Roberto?

Mariella:      Perché è troppo forte - sa quello che vuole e l'otterrà. La gente così mi lascia dei dubbi... ma mi posso sbagliare. Perché ti voglio bene, a te? Probabilmente Roberto è meglio di te, più positivo, ma tu hai la mia stessa debolezza, le stesse mie incertezze... possiamo continuamente cambiare opinione, ma per non tradir­ci. Adesso è tardi però, ti devi sbrigare, non puoi giocar­ti gli anni così - ti dovresti vergognare. Roberto inco­mincia a realizzarsi, bene, male, son fatti che si vedranno - se non ti decidi, riflettici, un giorno lui si vanterà di proteggerti, diventerai l'amico intelligente, simpatico, un valore - come si dice - ma che non riuscì a esprimersi, sfortunato forse, certo non aveva le qua­lità per emergere... sono sicura che non è questo il tuo destino. Sei ancora in tempo, ma appena appena... Pro­mettimi che te ne andrai.

Alfredo non risponde.

Mariella:      Supromettimelo, di': lo prometto.

Alfredo:        Come i bambini?

Mariella:      Sì, come i bambini.

Alfredo         (a disagio): Lo prometto... ma subito non posso, non voglio.

Mariella:      Sta' attento, la decisione potresti prenderla più presto di quanto pensi... Io non ti dico grazie fino a quel giorno, non lo vorresti, ma quel giorno deve essere l'ultimo di un periodo.

Un silenzio. Alfredo si alza, passeggia per la stanza. Mariella tace.

Alfredo:        Dove vado? Ma dove vado! Che significa andar via - non c'è nulla che abbiano fatto gli altri, o che sia accaduto agli altri, che io invidio. Vi ricordate quando vi dissi, un giorno mi arrenderò? Voi mi chiedeste - a chi? Oggi me lo chiedo anch'io. A quale realtà? Esiste solo una piccola realtà personale, mi sono accorto - e egoisticamente parlando, la mia situazione privata non è male. La sfrutterò. Non tutti possiamo essere protagonisti, sarò un personaggio in ombra, di secondaria im­portanza - spregevole, può darsi - ma voglio essere li­bero. Se riesco a trovare la forza di prendere una penna in mano - le idee ce l'ho chiare adesso, posso sperare.

Mariella:      Vuoi restare a Napoli?

Alfredo:        Mi piacerebbe, se non mi facesse schifo la gente che mi sta intorno. A casa mia lo scombino è arrivato al massimo. La villetta che avevamo a Posillipo, mio padre l'ha demolita, s'è indebitato e ci ha costruito sopra un ca­sermone. Ora si crede uno importante - invece non vale niente - i miei fratelli s'illudono d'essere degli imprendi­tori, intanto mia madre si gioca i soldi loro al Circolo. La nonna s'è arrabbiata assai - la villetta l'aveva fatta fab­bricare mio nonno e l'aveva lasciata a mio padre. Una cosa è certa - se dovessi restare a Napoli: chiuso in casa, e chi s'è visto s'è visto. Altrimenti, me la squaglio - mai Roma, Milano, una di queste mostruosità. Me ne vado in un posto di mare, lontano, deserto, a vivere in mezzo ai pesci - creature silenziose, ermetiche.

Mariella:      Misteriose. Ci sono dei banchi d'alicelle - la mattina presto l'acqua è trasparente qua sotto - basta che fai con la mano così... (fa un piccolo gesto a cacciar via) ...spariscono - tanti aghi d'argento.

Alfredo:        A luglio, mi sono sentito un Dio! Invece che su un peschereccio mi pareva di stare a cavallo d'un gigan­te. Un mare robusto, gonfio di muscoli che guizzavano, ci portava per giornate e giornate di solitudine sulle sue spalle infinite. Ogni aurora, sdraiato a poppa, aprivo gli occhi, e mi nasceva da dentro il gesto di aprire le brac­cia, allargarle, tenderle ai due estremi dell'orizzonte... (ripete il gesto e aspira levando gli occhi in alto) ...a re­spirare l'universo. Un gesto sacro. L'ho ripetuto ogni mattina. Mi sentivo in armonia con me stesso, ho di­menticato tutto ciò che è inutile, ho dimenticato persi-no voi, ho provato l'orgoglio di essere parte del gioco di forze che tiene in piedi la creazione sulla quale viviamo. Esaltante. Ma quando si prova questo ti convinci che la morte è una cosa ingiusta.

Mariella:      Tucredi che la morte sia una cosa ingiusta?

Alfredo:        Sì, perché ci priva del creato a cui appartenia­mo, delle persone che amiamo, delle cose, di noi stessi.

Mariella:      Dovrai pensare allora che tutta la vita è una co­sa ingiusta, perché la morte è la conseguenza logica della vita.

Alfredo:        Può darsi che sia così.

Mariella:      No, sono pensieri di gioventù - vanno bene, si­gnifica che sei geloso della vita - ma quando si arriva a una certa età, si capisce meglio.

Alfredo:        Che si capisce? Che essendo ineluttabile la fine, nasce la rassegnazione...

Mariella:      No, capisci che si tratta d'un ritmo - come dopo una giornata vissuta t'addormenti stanco, fai conto che la giornata è la vita, quell'ultimo guizzo che precede l'addormentarsi, quel passaggio, quell'attimo, quel rit­mo, diventa l'eternità. Che ci può essere di meglio? In­tendiamoci, Alfré, mi addolora non ti dico quanto ab­bandonare baracca e burattini, ma non avendo detto mai no a niente, non lo diremo neppure questa volta.

Alfredo:        Ne vedrete ancora di cose curiose, sfrangiose...

Mariella:      Tudici che guarisco?

Alfredo:        Certamente.

Mariella:      Iodico di no. (arrabbiandosi con lucidità) Ma scusa, anni e anni di trascuratezza, mai 'na cura, catti­vo nutrimento o nutrimento mal distribuito, 'e cose che fanno salute nun me so' mai piaciute, milioni 'e tazze 'e cafè, 'e sigarette, un continuo stato ansioso - come pos­so guarire? La macchina s'è logorata, sono un'automo­bile scassata prima del tempo.

Alfredo:        Che ne potete sapere delle segrete risorse di un organismo...

Mariella:      Ma me lo sento - è questo che non volete capire né voi né i medici, mai mi sono sentita così bene; i ner­vi non scattano più, non esistono, l'aggressività qui dentro è scomparsa, un rilassamento quasi piacevole - e che vuol dire... ma fammi la cortesia, Alfré.

Alfredo:        Insomma io credo nella medicina, non all'auto­lesionismo dei malati.

Mariella:      Alfré da qui non si scappa: le piogge di sonno che mi cascano sulla testa, all'improvviso, sono un sin­tomo - quando mai avevo sonno, quando mai dormivo, tu lo sai, l'occhio sempre sbarrato... Vogliamo fare la solita tarantella convenzionale di quella che sa e l'altro che dice non è vero, ve l'assicuro, il medico ha detto, non ha detto...

Suo malgrado ad Alfredo gli scappa da ridere.                 

Alfredo:        Siete assurda - su che argomenti mi fate ridere.

Mariella       (ride anche lei): Ma è così - tu mi vuoi ingannare perché credi in questo vecchio cerimoniale - è roba su­perata. Del resto, non te la prendere - a noi che ce ne importa, vogliamo pure preoccuparcene? Sarà una co­sa simpatica, senza accorgersene - a occhio e croce me­no dolorosa di tante traversie della vita - quando arriva noi qua stiamo. Non ho nemmeno la forza di ridere, ci credi? Sai qual è l'avvilimento? Cinque anni dopo la guerra trovarsi punto e da capo - la mia paura è che questa volta non abbiamo materialmente le braccia ro­buste per riprendere la lotta. Andarsene in un momento così triste sarebbe un sollievo, poi penso a te, a Roberto, e mi dispiace assai... mi sembra un supremo egoi­smo. Guagliù, vi raccomando i fascisti, quelli mai... eh, mai più... l'esperienza insegna che non è un partito il fascismo, è una qualità d'animo, una qualità mediocre - si può annidare sotto ogni colore... capito? Perciò sta­tevi attienti... Lo vedi? Per aver riso un attimo prima, la stanchezza s'è triplicata.

Alfredo:        Non parlate troppo.

Mariella:      Parlare, comunicare, mi fa sentire meglio... (si aggiusta sulla poltrona, Alfredo le tira su il plaid che sta scivolando) ma non si stanca la voce - i muscoli, come se parlassi con le braccia, le gambe... Che fai stasera?

Alfredo:        Niente. Vi tengo compagnia.

Mariella:      No, non voglio, non ti rovinare la serata, la visita me l'hai fatta...

Alfredo:        Non vi ho mai fatto visite, io, sono venuto a stare con voi, sempre per mio piacere.

Mariella:      Lo so, lo so, ma i malati so' scuccianti - a me mi sono stati sempre antipatici, figurati se non mi sono antipatica io - quand'una è stata sempre bene... Sai che succede alla fine? Che quelli che ogni tanto cadono ma­lati, campano a lungo, quelli che: mai niente - se gli vie­ne una cosa, è l'unica e l'ultima.

Alfredo:        Proprio non volete uscire da un certo giro di pensieri?

Mariella:      Perché dovrei? Lo so - come faccio a convincer­ti che lo so? Vogliamo scommettere? Non mi sembra serio. Fra poco arriva quel mare di sonno che ti dice­vo... già lo sento - prima un fruscio, uno strano suono, poi un rimbombo...

Appoggia la testa allo schienale come per dormire.

Alfredo:        Riposate - vi fa bene. Dormite.

Le si avvicina, le aggiusta i capelli sulla fronte, le accarezza il capo, il mento, guardandola con tenerezza.

Un silenzio. Si sentono delle ondate violente contro gli scogli sottostanti, quelle poche fuori ritmo che provoca il passaggio d'una nave al largo.

Mariella       (a occhi chiusi): Alfré, di' a Roberto che a Roma non ci voglio andare...

Alfredo:        E come vi porterebbe ora...

Mariella:      No, non ora... Dopo. Voglio restare in mezzo al­le mie pietre - non importa ch'è 'na città fetente, nun fa niente - lasciatemi in mezzo alle pietre mie.

Alfredo rimane in silenzio accanto a lei, quindi si scosta con cautela, attraversa lento la stanza.

Dal pianoforte chiuso, come se qualcuno lo suonasse, partono le note di uno dei tre pezzi per pianoforte di Schoenberg (Op. 11). La musica è viva, presente.

Alfredo

La nostra amica ci lascia

scompare un respiro di vita

con tutti i suoi sì!

con tutti i suoi no.

Ma è solo un momento.

Vestita di tenere tinte

riappare incantevole

alla memoria

più viva per sempre.

Sapremo noi capire

il molto

che ci ha lasciato

quel tanto

che s'è portato?

Il senso è tutto qua.

Addio, addio, addio...

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