La rabbia nel cuore

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LA RABBIA NEL CUORE

Commedia in tre atti

di PAUL VANDENBERGHE

VERSIONE ITALIANA DI PAOLO TEGLIO

PERSONAGGI

MARTA LEFRANC

SUSANNA VALLIER

MADDALENA LE DANTEC

ANGELA

ALAIN

PIETRO LEFRANG

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Un modesto salotto, a Parigi.

 (Maddalena e Pietro sono seduti, uno di fronte all'altro. Sul tavolino, un servizio da tè. Due sigarette si stanno consumando in un portacenere. Pietro tiene tra le sue le mani di Maddalena).

Maddalena                      - (guardandolo negli occhi, con molta dolcezza) Povero Pietro. (Pausa. Si alza. Ma lui non le lascia le mani) Ma... ora scappo...

Pietro                               - No. Ancora un po', Maddalena.

Maddalena                      - (sedendo di nuovo, sorridendo) Siete incorreggibile.

Pietro                               - Mi sentirò così solo, quando non ci sarete.

Maddalena                      - Ci sarà Marta; sta per tornare.

Pietro                               - (con infinita stanchezza) Oh, Marta: ormai siamo morti per entrambi.

Maddalena                      - Non vorrete farmi credere che ven­tidue anni di felicità coniugale si cancellano dall'oggi al domani!

Pietro                               - Sì, Maddalena. Proprio dall'oggi al domani. Precisamente dal giorno della morte del nostro povero Giacomo.

Maddalena                      - Non vi sembra naturale... umano... che il suo dolore l'abbia mutata di fronte a voi? Le donne non soffrono allo stesso modo degli uomini; restano più fedeli alla memoria dei morti. È una tale angoscia di vedersi morire l'unico figlio e di vent'anni.

Pietro                               - Ho rispettato il suo dolore e l'ho condi­viso durante i primi mesi. Io pensavo che il tempo avrebbe diminuito la sua pena... E invece sono pas­sati ormai due anni dalla morte di Giacomo, ed il modo d'agire di Marta non è mutato: vive esclusivamente di questo suo ricordo: è diventata una specie di dolce follia... Un'idea fissa.

Maddalena                      - Non avete tentato di distrarla in qualche modo?

Pietro                               - Fatica sprecata. Tutti i miei tentativi non hanno ottenuto altro risultato che scene molto penose. Mi chiamava padre snaturato... ingrato... senza cuore: che pensavo soltanto ai miei piaceri... alle mie meschine comodità. Insomma, con queste sue esagerazioni avrebbe finito col mettermi perfino contro la memoria di mio figlio.

Maddalena                      - Ma via, Pietro, non sarete mica... geloso?

Pietro                               - Non si è gelosi di un morto. Tanto più quando è il proprio figliuolo. Ma io sono... sì, ecco, sento una sorda irritazione. Eppure, Dio sa quanto ho amato quel ragazzo.

Maddalena                      - Oh sì, Pietro... Come gli uomini amano i loro figli...

Pietro                               - (dopo una breve pausa) Certo non ho avuto molte ore d'intimità con lui, e non avevo diritto che si confidasse con me.

Maddalena                      - Giacomo era un ragazzo molto chiuso...

Pietro                               - Molto. Ma eravamo felici tutti e tre, ed io non cercavo tanto per il sottile. L'unica mia preoc­cupazione era, si può dire, soltanto la felicità di Marta.

Maddalena                      - È naturale.

Pietro                               - Sì. Non so... Forse... Certi uomini, con la paternità mutano d'animo. Io rimasi innamorato di Marta. Ci siamo sposati così giovani. Non deside­ravo affatto un figlio. L'amore di lei bastava a riem­pirmi la vita.

Maddalena                      - Sì. Ma lei?

Pietro                               - Oh, per lei è diverso. È sempre stata madre, in modo selvaggio, tragico. Sono convinto che, dalla sua ultima bambola, ha sempre vissuto, magari incoscientemente, per quell'attesa. Dalla nascita di Giacomo, fino alla sua morte, è stata pie­namente felice.

Maddalena                      - Come non capire, dopo tutto questo, il suo smarrimento d'ora?

Pietro                               - (proseguendo) Giacomo s'è portato con sé tutto il cuore di sua madre. Vedete, Maddalena, questo mi dà tanta pena: pensare che ci è voluta quella morte, per farmi capire quanto, in fondo, io contassi per lei.

Maddalena                      - (con lieve tono di rimprovero) Oh, Pietro.

Pietro                               - Ma sì. Giacomo era per lei una specie di trampolino, da spiccare il salto verso la gioia di vivere. Tutta la sua felicità le veniva da lui. Ke era tutta illuminata. Rideva, cantava, e ne approfit­tavamo tutti: io per primo. Ingenuo al punto di credere d'avere una parte qualsiasi nella sua felicità. Oggi però mi è impossibile non capire che, perdendo Giacomo, ho perso anche l'amore di Marta. Mi sento spaventosamente solo.

Maddalena                      - Ancora un po' di pazienza, amico mio. Marta è giovane. La gioia di vivere la riprenderà e dopo quella dura prova tornerà a voi, più affettuosa e migliore.

Pietro                               - No, Maddalena. Se avessi avuto un'ombra di speranza in questo senso, non vi parlerei così. Se ne parlo - e mi fa bene e mi dà sollievo - è perché non c'è via di scampo. Pino a qualche mese fa, era soltanto inquieta... Ora si fa aggressiva: sorprendo talvolta nel suo sguardo dei lampi d'odio.

Maddalena                      - Esagerate.

Pietro                           - Non esagero. Pensate un po': ha davanti allo spirito la visione ferma di un adolescente para­gonabile ad un angelo, una creatura che resterà nel suo ricordo eternamente giovane e bello... sicché quando vede la mia faccia disfatta, la mia triste realtà vivente, mi serba un sordo rancore. La mia presenza sgraziata la distoglie ogni momento dal suo sogno interiore: un vivo non può lottare contro il ricordo di un morto. La vita ci segna senza pietà, e ci diminuisce ogni giorno di più. Il corpo si appe­santisce, le rughe ci scavano, i capelli imbiancano... (Sorride tristemente) Un angelo non conosce questi inconvenienti.

Maddalena                      - (sorridendo anche lei) Sì, Pietro. È lo stesso destino per tutti. L'amore scusa, abbel­lisce ogni cosa, e, quando si ama qualcuno, non ci accorgiamo nemmeno che invecchia.

Pietro                               - Marta lo vede, purtroppo. Vi confes­serò una cosa, Maddalena: dalla morte di nostro figlio... noi dormiamo in camere separate. E da quel giorno non ho mai più potuto stringere tra le braccia Marta, nemmeno una volta.

Maddalena                      - (meravigliata) Davvero? a questo punto?

Pietro                               - Vedete bene che ho motivo per essere inquieto e anche disperato...

Maddalena                      - È atroce.

Pietro                               - (sovrappensiero) Eh... sì...

Maddalena                      - (a sua volta gli afferra la mano) Pietro caro, conoscete il mio affetto per voi. Vorrei tanto poter esservi utile...

Pietro                               - Maddalena, forse non ve ne rendete conto, ma voi mi aiutate moltissimo a vivere... Ogni nostro incontro è per me una specie di tonico. Io penso molto a voi; potrei dire... ogni giorno. Siete una donna, voi, una vera donna... Sapete sorridere e perfino ridere. Portate abiti di una gaiezza lumi­nosa, amate la musica, i libri e vi trovate a vostro agio anche in una trattoria di campagna: insomma tutti i piccoli piaceri della vita. Siete gioviale, affet­tuosa, viva: ecco.

Maddalena                      - (sorridendo e vagamente turbata) Ah, viva sì. Di una vita passionale. E, ho perfino ritegno a dirvelo, sono molto felice.

Pietro                               - Non abbiate scrupoli. È così riposante, per me, vedere un viso che mi fa credere ancora possibile la felicità.

Maddalena                      - Ma certo, Pietro.

Pietro                               - Quello che mi ha sempre stupito è che, ancora così giovane e bella, non abbiate mai pensato a risposarvi.

Maddalena                      - (enigmatica) Forse proprio perché amo troppo la vita.

Pietro                               - Ma... l'amore, Maddalena?

Maddalena                      - (sorridendo) Ecco, vi dirò: sento una specie di amore universale, che mi dispensa da un amore individuale... è molto vantaggioso, questo...

Pietro                               - Ma allora... il piacere?

Maddalena                      - (misteriosa ma sempre sorridente) Ah, beh! (Ride) Ma, mio caro, ora rasentiamo l'in­discrezione.

Pietro                               - Non passerò i limiti, state tranquilla.

Maddalena                      - Non ve ne farei una colpa; non siamo forse vecchi amici?

Pietro                               - Sicuro. (La guarda pensoso) Quando vi vedo così bella, così sana, fiorente... penso ai molti giovanotti che vi faranno la corte.

Maddalena                      - Non a lungo. Li disarmo subito. Non posso soffrire i ragazzi.

Pietro                               - (stupito, ma gradevolmente) Eppure la gioventù è bella, è gradevole.

Maddalena                      - In un uomo, ciò che mi attrae è la sua personalità, l'intelligenza, il cuore. Soprattutto la sua esperienza. Sono una donna fatta, io; e alla mia età non si è mai prese da un giovane; lo si prende. Non mi sento nessuna vocazione per far la parte di balia d'amore.

Pietro                               - Eppure mi avevano detto che certe donne, dalla trentina in su...

Maddalena                      - Non bisogna generalizzare. Certo, vi sono donne che subiscono a fondo il fascino di un volto giovane, una specie di ammirata tenerezza, un bisogno di protezione, di caste carezze. Ma il cuore ed i sensi formano un tale miscuglio, che la loro sen­sibilità finisce per smarrirsi. In quei casi, nove volte su dieci, si tratta di donne che per sterilità, o per altre ragioni, non hanno potuto appagare il loro bisogno di maternità. Ma io, lo sapete, non ho mai amato i bambini. Non ho mai desiderato di essere madre...

Pietro                               - Mai?

Maddalena                      - Mai. Sono così poco madre, che quel che mi dite di Marta mi confonde un po' le idee: mi sembra eccessivo e mi stupisce. Non so, mi pare... (Si ferma, imbarazzata).

Pietro                               - Che cosa?

Maddalena                      - No, niente. Stavo per dire una sciocchezza. Marta non c'entra. Il mio caso è par­ticolare. E non ha niente a che vedere con quello che stiamo dicendo, no? Eppoi... Come potrei capire Marta? È una madre. Io sono nata per l'amore. Sono una di quelle donne che, fino alla morte, serba davanti all'uomo un cuore di fanciulla...

Pietro                               - (quasi allegro) In fondo, siamo fatti per comprenderci. Il desiderio di paternità non mi ha mai ossessionato. Avrei dovuto sposare voi.

Maddalena ;                     - Non dite sciocchezze, Pietro.

Pietro                               - Sul serio: con voi, almeno, non sarei stato « ingannato ».

Maddalena                      - Che modi di dire...

Pietro                               - Non ne trovo altri... dovrei dire « leso? ».

Maddalena                      - Meglio.

Pietro                               - Sentite, Maddalena, io, a voi, ho detto tutto di me... Voi siete la sola che mi può salvare. Non bisogna più lasciarmi solo, Maddalena.

Maddalena                      - Non ho affatto intenzione di « lasciarvi solo », come dite voi.

Pietro                               - (incalzante) Cercate di capirmi. Io non mi posso più contentare delle vostre deliziose visite, più o meno bimestrali... Vorrei vedervi più spesso. Uscire con voi, andare a spasso, ai concerti, a teatro... Insomma uscire da questo clima deprimente.

Maddalena                      - E mi farete la corte?

Pietro                               - Certo.

Maddalena                      - (ridendo) Evviva la sincerità.

Pietro                               - Perché sottilizzare? Non siamo vecchi amici? Non ci siamo già capiti da un pezzo? Anche a mezze parole? Gli scrupoli... i motivi che avevamo per non superare i limiti della stretta amicizia, ora non esistono più... Voi siete libera, ed io non sono da meno di un vedovo...

Maddalena                      - Pietro...

Pietro                               - Anche se è la compassione a spingervi verso di me, non mi sentirò umiliato. Vicino a voi io vivo ore che poi non dimentico.

Maddalena                      - (pronta) No, Pietro, per pietà; mi mortificate inutilmente.

Pietro                               - Non ho più molta fede nelle mie doti di seduttore.

Maddalena                      - (civetta, per nascondere il suo lieve turbamento) Ho capito, ora scegliamo i compli­menti.

Pietro                               - Non mi faccio illusioni, io. Capitemi, Maddalena. Non cerco « un grande amore », ma sem­plicemente della tenerezza... La gioia di vivere con voi ore un po' liete; potervi stringere qualche volta tra le mie braccia; sentirvi al centro dei miei pensieri.

Maddalena                      - Così mi mettete in un imbarazzo tremendo, Pietro. Credete sul serio che una donna come me non possa essere sinceramente attratta verso un uomo come voi? Io non considero la vostra richiesta come una preghiera, ma la ricevo come un omaggio che mi fa felice.

Pietro                               - (le afferra la mano, che posa contro la sua guancia, baciandola amorosamente) Maddalena... Cara dolce Maddalena... Avevo ragione di credere e di sperare in voi... (La porta del fondo si apre brusca­mente. Alain compare. Con un solo sguardo ha visto ed ha capito tutto. Tanto più facilmente che Pietro, interdetto e sorpreso, non ha lasciato la mano di Mad­dalena).

Alain                                - Oh, pardon. Credevo non ci fosse nessuno. (Scompare e si chiude la porta. Tutto ciò è avvenuto in un attimo).

Maddalena                      - (che voltava quasi le spalle alla porta e che non ha visto nulla, con voce inquieta) Chi era?

Pietro                               - Alain, mio nipote. Mi pare di avervelo già presentato.

Maddalena                      - (cercando) Ah, sì, ricordo: quel ragazzo un po' strano che avete in casa?

Pietro                               - Che abbiamo raccolto. È figlio di una mia sorella morta con suo marito sotto un bombar­damento. Lui solo si è salvato, con qualche ferita. È con noi dalla morte dei suoi genitori.

Maddalena                      - Ci avrà visti, naturalmente...

Pietro                               - Vede tutto ciò che non deve vedere; ascolta tutto ciò che non dovrebbe sentire... perfino dietro le porte. È sempre in giro a spiare. Curioso ragazzo. Non lo credo molto buono... ma ha qualche attenuante...

Maddalena                      - Esistono individui che hanno il diritto di essere peggio degli altri?

Pietro                               - Diritto, no. Certo. Ciascuno di noi ha la sua croce. Ma quella di Alain è veramente troppo pesante per le sue ossa non ancora fatte.

Maddalena                      - (incuriosita) Come?

Pietro                               - Ho già parlato troppo.

Maddalena                      - (sorridendo) Un segreto?

Pietro                               - Un segreto, che conosco soltanto io in questa casa. Con Alain, si capisce; ma lui ignora che io lo conosco.

Maddalena                      - Non voglio essere indiscreta, ma mentirei se dicessi di non essere curiosa. E questo segreto vi fa essere indulgente con lui?

Pietro                               - Sì. Viviamo sotto lo stesso tetto, ma ci ignoriamo. Del resto, è molto chiuso e anche un po' sornione.

Maddalena                      - E Marta?

Pietro                               - Lo odia. Non si possono soffrire. È forse l'unica cosa che mi avvicina un poco ad Alain: siamo le due vittime di Marta.

Maddalena                      - Strano. Parrebbe che la presenza di questa creatura giovane, in casa sua, dovrebbe anzi distoglierla dal suo tormento.

Pietro                               - Tutt'altro. Le aggrava il rimpianto perché Marta lo confronta. E siccome Alain è tut­t'altro che perfetto, fa colpa alla sorte di averle strappato un figlio che diventa per lei, di giorno in giorno, l'ideale della perfezione, e le ha messo in casa un ragazzo che considera un demonio.

Maddalena                      - Ma che fa nella vita?

Pietro                               - Ora è un'altra volta disoccupato. Lavo­rava da un libraio, ma siccome perdeva il tempo a sfogliar libri, ha finito di farsi cacciar via.

Maddalena                      - Pietro caro, siete proprio cascato male. Ma ci penserò io a rimettere un po' d'ordine in tutto questo.

Pietro                               - Siete buona, Maddalena.

Maddalena                      - Nemmeno per idea: io sono invece una grande egoista. (Si alza) Questa volta, scappo sul serio. E siccome quel ragazzo ci ha sorpresi in piena espansione, è inutile confermargli il sospetto.

Pietro                               - Vi accompagno fino al metrò. Permettete?

Maddalena                      - Con gioia. (Escono).

Pietro                               - (prima di scomparire agli occhi del pubblico, si rivolge nelle quinte, in fondo al corridoio) Angela, potete mettere in ordine il salotto.

Voce di Angela               - Subito, signore. (Angela entra e riordina il salotto: colloca il vasellame sudicio sul vassoio, e si accinge ad uscire, quando Alain giunge da un'altra porta. Nel vedere Angela, che non si aspet­tava probabilmente di trovare, nasconde dietro la schiena un pigiama, che aveva arrotolato; ma Angela ha scorto il suo gesto).

Angela                             - (diffidente) Che cosa state armeggiando, voi, al solito?

Alain                                - Niente.

Angela                             - Non sono ancora stupida del tutto: che cosa nascondete dietro la schiena?

Alain                                - Affari miei.

Angela                             - Saranno affari vostri, ma se avete fatto un'altra sciocchezza e la signora se ne accorge, poi chi ci va di mezzo sono sempre io, capito?

Alain                                - Non esageriamo. Quando succede un guaio in casa, mia zia non se la prende che con me; ma io ho le spalle larghe.

Angela                             - (curiosa) Andiamo, signor Alain, siate gentile e ditemi che cosa nascondete dietro la schiena.

Alain                                - È un pigiama... un pigiama quasi nuovo. (Lo mostra).

Angela                             - Un pigiama?

Alain                                - Era di mio cugino.

Angela                             - (già inquieta) Dove l'avete preso?

Alain                                - Nella camera di Giacomo, no?

Angela                             - (spaventata) Mio Dio, avete osato entrare nella camera del...

Alain                                - ... del morto, sì, Angela. Zia Marta, contrariamente alle sue abitudini, ha dimenticato la chiave nella toppa, e io ne ho approfittato per vio­lare il santuario. Ed ho preso questo bel pigiama, che mi sarà utilissimo, visto che i miei sono ormai fatti di buchi.

Angela                             - (spaventatissima) Sapete bene che nes­suno, fuorché la signora, può entrare in quella stanza. Adesso succederà il finimondo...

Alain                                - (ironico) Il finimondo, non c'è dubbio.

Angela                             - Avrete buttato tutto all'aria?

Alain                                - Niente. Mi sono limitato a guardare. Ho aperto qualche cassetto, ho aperto l'armadio. Ho frugato un po' dappertutto, ma con riguardo, con tanto riguardo, che il fantasma di mio cugino non si è degnato di comparire per scacciarmi a pedate. Anzi, deve esser rimasto contento; deve essersi detto: « finalmente, ecco una faccia nuova ».

Angela                             - (superstiziosa) Non dite queste cose, signor Alain.

Alain                                - Quella camera v'impressiona, eh, Angela?

Angela                             - Diamine. Ho sentito tante volte la signora piangere sospirare parlare da sola, lì dentro... Mi fa un po' paura.

Alain                                - Non bisogna aver paura dei morti, Angela. Continuano ad esistere solo perché noi li teniamo presenti.

Angela                             - (angosciata, ma curiosa) Dite... Com'è, com'è ora quella camera?

 Alain                               - Esattamente come prima; solo le per­siane sono chiuse. Si crederebbe che Giacomo l'abbia appena lasciata e che stasera ritornerà. I mobili son tutti in ordine, col gran letto in mezzo, dove dormivo con lui nelle vacanze... (Sovrappensiero) La sera non si finiva mai di chiacchierare. Povero Gia­como. Era un bravo compagno. Il suo pigiama era sotto il guanciale, come una volta.

Angela                             - (tremante) Signor Alain, rimettete il pigiama dov'era, prima che la signora ritorni dal cimitero.

Alain                                - Ma sul serio credete che farò marcia indietro? C'era da diventar idrofobi a vedere tutti quei suoi vestiti allineati nell'armadio, e tutta la biancheria nel cassettone, mentre io non ho niente da cacciarmi addosso. Mia zia è così fuori di senno che non ha neppur voluto far lavare l'ultima bian­cheria che Giacomo ha indossato. Proprio pazza, no?

Angela                             - (pratica) Si rovinerà ogni cosa...

Alain                                - In uno dei cassetti dell'armadio vi sono dei fazzoletti sporchi, le calze e la camicia che por­tava il giorno dell'investimento. Si scorgono ancora delle macchie scure: sangue.

Angela                             - (impressionata) Madonna Santa!

Alain                                - Insomma, Angela, voi che siete intelli­gente e ragionevole, non trovate che sia assurdo?

Angela                             - La signora è diventata maniaca...

Alain                                - Pazza! Quando la vedo far la spola sempre dal cimitero alla camera del defunto, mi fa pensare a un moscone spaventato, che dà la testa contro i muri, senza accorgersi che la finestra è aperta.

Angela                             - (un po' scandalizzata) Signor Alain... andiamo...

Alain                                - Proprio: andiamo... (Pausa) Anche per quella storia della motocicletta...

Angela                             - Che motocicletta?

Alain                                - La motocicletta con la quale Giacomo s'è ammazzato. Non è neanche tanta scassata; avrei potuto ripararla e servirmene io. Nossignori. Mia zia preferisce vederla arrugginire. E non è matta? Io non ho nemmeno una bicicletta.

Angela                             - (conciliante) Andiamo, non siate cat­tivo, signor Alain.

Alain                                - Non sono cattivo. Dico la verità.

Angela                             - (prudente) Ad ogni modo, per il pigiama io non so niente e non ho visto niente.

Alain                                - Che vi salta in testa? Sono abbastanza uomo per assumere le mie responsabilità.

Angela                             - (inquieta ) Hanno aperto la porta del corridoio. Dio, sarà la signora...

Alain                                - (indicando il pigiama) Ora la caccio nel sacchetto del bucato. Non è molto sporco, e non sono superstizioso. Ma è prudente. (Esce. Angela sta per lasciare la stanza, portando via il vassoio. Entra Marta. È vestita di nero, ha il viso pallido, le occhiaie, ma non dà l'impressione di una donna stanca e ras­segnata. Anzi, il suo dolore è selvaggio, aspro, combat­tivo. Una leonessa alla quale si son tolti da poco i cuccioli e si rigira nella gabbia. È ancora bellissima e affascinante).

Marta                               - Novità, Angela?

Angela                             - (timorosa) No... no, signora.

Marta                               - (indicando il vassoio) E questo?

Angela                             - Ah, già... la signora Maddalena Le Dantec è stata qui oggi... Ha preso il tè col signore.

Marta                               - Grazie, Angela. (Angela esce. Marta, voltandosi, vede Pietro che entra) Sei tu? Eri fuori?

Pietro                               - Si. Sono andato a prendere un po' d'aria. (Breve pausa. Tossicchia per schiarirsi la voce) Ho accompagnato al metrò Maddalena Le Dantec, che è venuta nel pomeriggio.

Marta                               - (indifferente) Lo so.

Pietro                               - Diggià? Non ha perso tempo, lui.

Marta                               - Chi?

Pietro                               - Alain. Non te l'ha detto Alain che era stata qui Maddalena?

Marta                               - No, Angela.

Pietro                               - (segretamente rassicurato) Ah, benissimo.

Marta                               - (distrattamente) Sta bene?

Pietro                               - Maddalena? Benissimo. La conosci? Sempre allegra, attiva, esuberante. Ti ha aspettata, ma poiché tardavi.

Marta                               - Ha fatto bene. Non ho niente da dirle. E poi mi stanca con le sue chiacchiere. Ci compren­diamo sempre meno.

Pietro                               - (con un po' d'amarezza) S'intende, accetta l'esistenza quotidiana, con molto coraggio e buonumore. Si tuffa nella vita ogni giorno più a fondo; mentre tu fai di tutto per uscirne. In queste condizioni, si capisce che non potrete mai...

Marta                               - (con tono stanco) Per piacere, Pietro... Non ricominciare, eh? (Ed esce. Pietro la guarda uscire e scuote il capo. Accende una sigaretta e va a scegliere sopra un tavolino una rivista ed un giornale. Entra Angela, con gli arnesi per raccogliere le briciole che sono rimaste sulla tavola. Vuoterà anche il porta­cenere. Nel frattempo, Pietro ha trovato tra i giornali, che erano in giro sul tavolo, una rivista di un genere speciale, sulla copertina della quale si può scorgere una donna quasi nuda).

Pietro                               - (ha in mano la rivista) Chi ha portato qui questa indecenza?

Angela                             - (interdetta) Non so... signore. Non io.

Pietro                               - Lo credo. E neppure io, né la signora. Non può essere che Alain.

Angela                             - Può darsi.

Pietro                               - Non proibisco a mio nipote di leggere riviste pornografiche, se ci si diverte, ma potrebbe almeno avere il pudore di tenerle nella sua stanza. Possono capitare sotto gli occhi di chiunque venga a trovarci. Dov'è ora?

Angela                             - Il signor Alain? Dev'essere in lavanderia.

Pietro                               - Che idea. A far che? Bolle di sapone?

Angela                             - (ridendo) Non credo, signore.

Pietro                               - È capace di tutto. Gli vado a dire ciò che merita. (Esce, portando con sé la rivista ed un giornale).

Angela                             - (sta per uscire coi suoi arnesi, quando appare Marta, sconvolta. Sembra pazza).

Marta                               - (fuori di sé) Chi si è permesso di entrare nella camera di Giacomo?

Angela                             - (tremante di paura) Non lo so, signora.

Marta                               - Non so, e non so! Voi non siete stata, vero?

 Angela                            - (con un gesto di spavento) Oh, vi pare, signora!

Marta                               - E neanche il signore... (Con disprezzo) Che ci andrebbe a fare, disgraziato? Non può essere che Alain. D'altronde, appena entrata, ho subito sentito l'odore di tabacco e di lavanda. Giacomo, lui, non ha mai fumato. Io mi sono sforzata in tutti i modi a serbare intatta l'atmosfera di quella camera, ed ecco che quel vagabondo viene a sporcarla con la sua presenza. E non basta. Ha curiosato, ha buttato tutto all'aria, si è seduto sul letto, e ha rubato il pigiama di mio figlio.

Angela                             - (ipocrita) Il pigiama? Oh, è orribile, signora.

Marta                               - Dov'è? Cercatelo, chiamatelo, voglio vederlo. (Angela esce rapida. Rimasta sola, Marta cammina in lungo e in largo, come una furia, torcen­dosi le mani. Alain appare, con un sorriso quasi insolente sulle labbra).

Alain                                - (con candore) Avete qualche cosa da dirmi, zia?

Marta                               - Hai avuto il coraggio di entrare nella camera di tuo cugino?

Alain                                - Oh, il coraggio... Sì, insomma, ci sono entrato...

Marta                               - Te l'avevo proibito, assolutamente proibito.

Alain                                - Sicuro zia. Ma oggi ho visto la chiave sulla porta, ciò mi ha turbato. Ho ripensato al mio povero cugino. Ho riflettuto, ed è stata una specie di preghiera, una preghiera a modo mio, andare a meditare fra gli oggetti che gli appartennero. Un modo come un altro di onorarne la memoria. Allora ho spinto pian piano la porta e sono entrato...

Marta                               - Ipocrita. E per onorare la sua memoria, vai a rovistare in tutti i cassetti, apri i suoi armadi? È per onorare la sua memoria che hai rubato il suo pigiama?

Alain                                - Oh, rubato! Sapete bene che ve l'avrei detto. Ho pensato: forse zia Marta non si rende conto che non ho più niente da mettermi addosso... (Gen­tilmente) Poiché, sapete, zia, non ho proprio più niente da mettermi.

Marta                               - E allora va a lavorare, vagabondo! Puoi anche andare stracciato; non me ne importa niente. Ma non ti darò mai, capisci, mai, da metterti un indumento appartenuto a Giacomo. Nel fuoco, piuttosto.

Alain                                - (angelico) Non è mica gentile, questo.

Marta                               - E non esasperarmi, hai capito? Non ti perdonerò mai quello che hai fatto oggi. Sei un essere vile e spregevole. Sporchi tutto quello che tocchi. Entrando in quella camera, ne hai offesa la purezza, non fosse altro col tuo respiro. Non potevi farmi rabbia peggiore. Comunque, riportami subito il pigiama.

Alain                                - (apparentemente sottomesso) Va bene, zia. Appena asciutto, lo riporto.

Marta                               - (interdetta) Asciutto? -

Alain                                - L'ho messo nella caldaia con la bian­cheria.

Marta                               - (atterrita) Hai fatto questo! Hai osato fare questo! (Va verso di lui minacciosa) Mascalzone. L'hai fatto apposta, non è vero? Sapevi che facendo così avresti distrutto per sempre il ricordo vivo che mi restava di lui.

Alain                                - (sarcastico) Bel modo di onorare la sua memoria... (Con disprezzo schiacciante) Con dei panni sporchi.

Marta                               - (gli dà un ceffone, e si allontana un poco, in preda ad una crisi di pianto, che sta per mutarsi in una crisi di nervi. Alain ha incassato senza bat­tere ciglio. È in preda ad un'ira sorda, che sa padroneg­giare, ma che è tuttavia violenta. Si vendicherà poco a poco, con parole tremende).

Alain                                - Pare che vi abbia fatto una certa im­pressione quel che io vi ho detto.

Marta                               - (con voce rauca, attraverso il suo pianto) Taci, per l'amor di Dio. Dovresti vergognarti. Sei ignobile.

Alain                                - Può darsi.

Marta                               - Sei sempre stato un vizioso sornione. Ti rivedo a tredici anni, con le mani in tasca, gli occhi pesti, a curiosare dappertutto, tentando sempre di ascoltare i discorsi dei grandi. Mi facevi già ribrezzo. È stato un miracolo che tu non abbia contaminato Giacomo. Rabbrividivo d'angoscia, durante le va­canze, a vederti sempre con lui. Ah, se non avessi temuto di mettermi in urto con i tuoi genitori...

Alain                                - Se credete che Giacomo abbia aspettato me...

Marta                               - Non ti permetto d'insudiciare la memoria di Giacomo.

Alain                                - E chi la insudicia? io? Povero Giacomo! È stato un adolescente, come tutti: curioso, tormen­tato. Era anche più inquieto di me, poiché gli per­mettevate ben di rado, di staccarsi dalle vostre sottane. Le sue innocenti curiosità, che non poteva appagare, si gonfiavano e diventavano idee fisse. Io ero più libero di fare esperienze in materia.

Marta                               - A sentirti parlare, tu eri un piccolo santo, e lui un demonio. Vero?

Alain                                - Non un demonio... ma un ragazzo sem­pre inquieto per colpa vostra, del vostro affetto esclusivo e tiranno: sua madre se lo covava, e lui soffocava sotto le sue carezze. Appena aveva un minuto di libertà, tornava ai suoi monologhi a voce bassa piena di paura e di passione.

Marta                               - Bugiardo. Sei un bugiardo, e anche vigliacco: ti accanisci su un morto.

Alain                                - Dico la verità. Voi vi fate delle illusioni su Giacomo, cara zia. Di noi due, è stato lui a fare le prime scoperte ed a istruirmi.

Marta                               - Non è vero. Non ti crederò mai. Giacomo era un ragazzo puro. Lo è stato fino alla morte. Sten­tavo a crederlo, ma le sue risposte alle mie abili domande me ne hanno convinta. E tutto questo senza falsi pudori.

Alain                                - (alzando le spalle) Sfido, capiva che una simile confessione vi avrebbe fatto soffrire; temeva le vostre lacrime e il vostro sdegno. Perché vi voleva molto bene, e siccome era un po' vile, ha preferito la bugia pietosa.

Marta                               - Puoi sfiatarti, sfinirti, accanirti; non mi convincerai mai.

Alain                                - Lo so. Neghereste fede anche ai vostri occhi perché la certezza di quella sua purità vi è necessaria. È quella che vi aiuta a vivere il vostro sogno insensato e pericoloso. In fondo, è quasi un sollievo per voi che la morte ve l'abbia strappato, prima di giungere a dividere il suo cuore con un'altra, e di abbandonarle il suo corpo tutto intero. Voi siete ormai segretamente placata, vero? Poiché sa­pete che in quelle spartizioni, è sempre la madre ad essere defraudata.

Marta                               - (sordamente) Taci.

Alain                                - (si accanisce, senza pietà, scandendo le parole) Una madre ha soltanto il permesso di posargli le labbra sulla fronte, o sulle guance, mentre l'altra...

Marta                               - (punta sul vivo di sé stessa) Davvero sei un mostro, Alain.

Alain                                - (pacificamente) Sì, ma io almeno lo so. Però anche voi, nel vostro genere, siete un mostro. Non lo sapevate? Ve lo dico io, ora. Così lo sapete.

Marta                               - Se io sono un mostro, tutte le donne degne del nome di madre sono come me.

Alain                                - Pazze come voi ne conosco poche. Ciò che salva la maggior parte delle madri, è che esse sono anche donne di un uomo, un marito, e che quest'uomo rimane sempre un po' il loro amante... Come mia madre, per esempio: adorava papà... ado­rava anche me, ma non provava per questo la neces­sità morbosa di gironzolare, giorno e notte, col cuore in gola, intorno al mio corpo. Mentre voi, voi non avete mai amato mio zio.

Marta                               - Che ne sai, stupidino?

Alain                                - Salta agli occhi. D'altra parte lo dice­vano tutti, in casa. Lo chiamavano: « quel povero Pietro! ». È tutto dire. Ma quel povero Pietro ora ha capito, e si prepara a filare il perfetto amore con un'altra...

Marta                               - Cosa? Che dici? Un'altra calunnia.

Alain                                - Un semplice presentimento. Tra pochi giorni, mio zio sarà l'amante di Maddalena Le Dantec.

Marta                               - E tu credi con questo di farmi penare? Povero scemo! Se tu sapessi quanto me ne importa.

Alain                                - (con un sorriso feroce) È meraviglioso: urlate di disperazione perché ho fatto lavare il pi­giama di vostro figlio... e restate indifferente per il tradimento dell'unico essere che vi abbia amata. A parte questo, voi non siete mostruosa.

Marta                               - Taci furfante! Mi vuoi fare impazzire, alla fine? Credi di non avermi fatto già abbastanza male?

Alain                                - Ve lo rendo. Dalla morte dei miei genitori, non avete mai smesso di perseguitarmi col vostro odio, proprio quando avevo più bisogno di affetto. Non mancavano che le sberle... e oggi le ho avute. Siamo a posto. Ho incassato, l'avete ben visto; ma non crediate che le dimenticherò.

Marta                               - Vuoi forse delle scuse, moccioso?

Alain                                - Me ne infischio delle scuse. (Ironico) Offro quel ceffone alla memoria di Giacomo.

Marta                               - (violenta) Ti proibisco di pronunciare mai il nome di Giacomo.

Alain                                - Avete paura, eh? Presentite che avrei soltanto poche parole da dire, dare una o due prove per distruggere la sua leggenda. Povero Giacomo! Almeno io gli ho voluto bene per quello che era, un ragazzetto come tanti altri... Dev'essermi riconoscente di portarlo nel mio ricordo, tale e quale era, senza trucco. Il vostro buffo amore materno, la vostra stupida idolatria deve metterlo a disagio anche lassù come lo ha sempre messo in imbarazzo da vivo. Non gli avete mai lasciato respiro, povero ragazzo.

Marta                               - (furente di rabbia) La vuoi smettere una buona volta, dannato! Mi vuoi spingere alla dispera­zione? Ma io ho l'ultima parola, amico. (Apre la porta e chiama) Pietro! (Ad Alain) Ora farai i conti e subito. Puoi far fagotto, e prepararti a sloggiare. Andrai a sputare il tuo veleno dove vorrai, ma fuori di qui.

Alain                                - (si accontenta di sorridere insolentemente, ed accende pacificamente una sigaretta. Pietro entra).

Marta                               - (febbrile) Pietro! Se ti resta un dito di buon senso o un'ombra di umanità, caccia via questo verme. Non posso più sopportarlo.

Pietro                               - Che cosa ha fatto!

Marta                               - Da un'ora mi sta insultando.

Alain                                - Non vi ho insultata; ho soltanto dette delle verità, che avete scambiato per insulti: è diverso.

Marta                               - Non negare: per fortuna, tuo zio ti conosce.

Alain                                - E per fortuna, conosce anche voi. Vi chiedo soltanto di ripetergli parola per parola, quello che ho detto... (insiste) cominciando dalla faccenda del pigiama di Giacomo... (Pausa. Si sente solo il respiro ansante di Marta) Lo vedete? Siete la prima a sentirvi tremendamente imbarazzata a raccontar­glielo. (A suo zio) Mi sono guadagnato le seguenti qualifiche: vizioso, sudicione, scemo, ladro e altre che mi sfuggono. Il tutto condito da un ceffone.

Pietro                               - (stupito) Hai schiaffeggiato Alain!

Marta                               - L'ho schiaffeggiato. E con questo! Mi aveva spinta agli estremi...

Pietro                               - (sconcertato) Ah, siete due bei tipi.

Marta                               - (alzando le spalle) Non trovi altro da dire!

Pietro                               - (nervoso) Che vuoi che dica? Ho giurato a mia sorella, al suo letto di morte, che terremo Alain presso di noi quanto vorrà.

Marta                               - E così, tra un giuramento a tua sorella e la dignità di tua moglie, tu non esiti affatto?

Pietro                               - (amaro) Mia moglie! Non far della ironia, Marta. È troppo amaro. Da due anni non sei più una moglie. Non sono stato io a volerlo. (Sottovoce) Mi sono umiliato abbastanza. (Marta china il capo) Alain è figlio di mia sorella, è legato a me da vincoli di sangue; tu invece hai voluto ritor­nare un'estranea. E sia. Se Alain vuol andarsene... decida lui...

Alain                                - (con fermezza) Voglio rimanere. Non sono a vostro carico. Vivo della rendita dei miei geni­tori, della quale - tanto che ci siamo - è bene ricor­dare a zia Marta che una parte di essa è già servita a monumentare e infiorare la tomba di Giacomo: è vero zia Marta, così sensibile e pronta a darmi del ladro?

Marta                               - (ad Alain) Puoi aggiungere « mascal­zone » all'elenco di poco fa... (A Pietro) Rifletti bene, Pietro: se Alain non se ne va, vado via io. Scegli: lui o io.

Pietro                               - Ho detto tutto quello che avevo da dire.

Alain                                - (con terribile calma) Niente minacce vane, zia Marta. Né voi... né io. Perché io non voglio andar­mene, e voi andarvene non potete. L'ombra di Gia­como è in tutte le stanze di questa casa: qui è nato, qui è morto. Non potrete mai andarvene.

Marta                               - (vinta, scoppia in pianto) In due ad accanirvi contro di me: è troppo.

Pietro                               - (compassionevole) Andiamo, Marta...

Marta                               - (eccitandosi) Non ti avvicinare, non toccarmi. Mi fai orrore quanto lui. Prendi le sue parti contro di me, contro di me che ti sono stata fedele compagna per più di vent'anni. I tuoi vincoli di pa­rentela, il tuo stesso giuramento, non giustificano una simile indulgenza. Voi siete uniti da non so quale losca complicità che mi sfugge. Ma non fidarti di lui; ti tradirà, come tradisce tutti. Ti ha già tradito un momento fa, sentendo il bisogno di dirmi che Maddalena Le Dantec sta per diventare la tua amante. Puoi correre dietro tutte le sgualdrine della terra, ma lascia in pace me; lasciate in pace me che non vi domando nulla. Resterò sola. Sola col mio ragazzo... (Esce).

Pietro                               - (tentennando il capo) Povera Marta, povera donna! (Ad Alain, senza ira) Perché le hai parlato di Maddalena, stupido?

Alain                                - (sincero) Zio, giuro che non volevo farvi torto. M'è venuto così, nella rabbia. D'altra parte, sapevo che lei se ne infischiava. L'avete sentita? Lo ha detto lei. Lei se ne infischia - non vi ama -non vi ha forse mai amato.

Pietro                               - Eppure... ho pietà di lei, io. Perché tu non hai pietà, Alain? Perché la offendi ogni momento?

Alain                                - Lei non ha avuto mai pietà di me... Nessuno ha avuto mai pietà di me. Eppure, sono dieci... cento volte... più da compiangere di lei... Più da compiangere di voi tutti... La sorte si è acca­nita contro di me, e io ho accumulato troppo odio, troppi rancori, per potere ormai sperare più in una vita dolce e tranquilla. Mai non cederò davanti alla zia. Oggi mi ha schiaffeggiato: giuro che mi vendicherò.

Pietro                               - (alza le spalle) In che modo? Non puoi far niente contro di lei. Se anche tentassi di ucciderla, lei ti ringrazierebbe, prima di morire, perché in fondo, non domanda che questo: andare da suo figlio.

Alain                                - (demoniaco) Conosco un tormento più raffinato di qualsiasi supplizio, un tormento, senza urli e senza ferite. Dapprincipio non ci se ne accorge... Un po' come chi ha un cancro, che continua a vivere bene, perché non sa ancora il male che lo rode. Ma il risveglio è tremendo, come una follia.

Pietro                               - (tentennando il capo) Povero Alain!

Alain                                - (dolorosamente umano) Sì, zio, proprio così: «Povero Alain!».

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La stessa scena del primo atto.

 (Alain è solo in scena e legge una rivista, sdraiato sul divano, coi piedi più alti della testa. Ad un tratto crede di sentire un rumore, e scatta come fosse in agguato. Si alza e va a porre l’orecchio contro la porta: sembra che sgusci, senza rumore. In ogni suo atteg­giamento, vi è qualcosa di felino e d'inquietante. Rassicurato sulla natura del rumore, riprende la posizione iniziale. Dopo un momento, suonano alla porta di ingresso. Esce per recarsi ad aprire, e ritorna seguito da Susanna Vallier. È una giovane donna, molto bella. Sembra molto più commossa che intimidita; ma poco a poco prende padronanza).

Alain                                - Accomodatevi, prego.

Susanna                           - (in un soffio) Grazie...

Alain                                - (allegro, per metterla a suo agio) Come vedete... faccio io da cameriera; non abbiamo donne. Solo una a mezzo servizio che viene quando può... (Con molta grazia) Non siamo ricchi.

Susanna                           - (sorride un po' imbarazzata) Oh, ma...

Alain                                - Accomodatevi, signora... signora o signorina?

Susanna                           - Non ha importanza. Ma dite pure signorina.

Alain                                - Bene. Dunque, volete parlare alla signora Lefranc?

Susanna                           - (esitando un poco) Sì... Insomma, non è madame Lefranc quella signora sempre vestita di nero, che va quasi ogni giorno, alla stessa ora, al cimitero di Montmartre?

Alain                                - Precisamente.

Susanna                           - È qui?

Alain                                - Sì. È nella camera di suo figlio...

Susanna                           - (commossa) Nella camera di lui? Siete fratello di Giacomo?

Alain                                - Giacomo era figlio unico.

Susanna                           - Già, è vero... che stupida! Se Giacomo avesse avuto un fratello, me lo avrebbe detto. Infatti, non gli rassomigliate. Siete suo parente?

Alain                                - Cugino.

Susanna                           - Tutto si spiega. Non gli rassomigliate, ma avete lo stesso sguardo...

Alain                                - Avete conosciuto bene mio cugino?

Susanna                           - (chiusa) Sì. Molto bene. (Pausa. È evidente che non vuole intrattenersi sull'argomento).

Alain                                - Allora vado ad avvertire la zia che siete qui. (Si alza).

Susanna                           - Ditele per favore, che...

Alain                                - Mi perdoni, signorina, ma non posso accettare ambasciate per mia zia... sono un po'... in freddo con lei. Abbiamo litigato ieri sera... (Per rassi­curarla) Una scena come ne succedono nelle migliori famiglie; ma poiché sono piuttosto orgoglioso, non vorrei immaginasse che approfitto di questo vostro incarico per fare il primo passo. (Comico) È contro la mia dignità... vi spiegherete con lei. Mi limiterò ad avvisarla.

Susanna                           - (sospirando) Siete molto gentile...

Alain                                - (si accinge ad uscire)  - Chi debbo annunciare?

 Susanna                          - Il mio nome non le direbbe niente... insomma, annunciatele la signorina Susanna Vallier.

Alain                                - (si volta bruscamente. Un lampo di mera­viglia e di compiacimento attraversa il suo sguardo. Ritorna vicino a lei) Susanna Vallier siete voi?

Susanna                           - (stupita) Perché? Mi conoscete?

Alain                                - Se vi conosco? Ho nella mia camera, dieci lettere di Giacomo, nella quali non si parla che di voi...

Susanna                           - Davvero?

Alain                                - Giacomo era mio cugino, ma io ero anche suo amico e confidente... Oh, rassicuratevi, Giacomo era molto cortese... molto garbato... Non c'è niente, nelle sue lettere, che possa mettervi a disagio. Mi diceva soltanto la sua immensa felicità di avervi incontrata...

Susanna                           - (commossa) Povero caro. Povero caro. Com'è morto?

Alain                                - Ucciso in un incidente di motocicletta. Lo riportarono qui agonizzante. È morto nella sua stanza, senza riprendere conoscenza, senza che sua madre potesse ottenere da lui un ultimo sguardo.

Susanna                           - Povera donna. Quanto ha dovuto soffrire anche lei!

Alain                                - Soffre ancora come il primo giorno.

Susanna                           - La capisco. Il mio dolore invece è molto recente. L'ho saputo soltanto quindici giorni fa, per caso.

Alain                                - Ma come mai a quasi due anni dalla sua morte, voi...

Susanna                           - (spiegando) I miei genitori erano in America, quando un cablogramma da New York m'informò che mio padre era gravemente ammalato, e mia madre mi chiamava laggiù. A Parigi non mi tratteneva altro che l'amore di Giacomo. Ma mio padre era molto grave e mia madre era sola: non avevo il diritto di esitare. Quando ho annunciato la mia partenza a Giacomo, ho creduto che sarebbe impazzito di dolore. Mi aveva promesso di scrivermi, e dovevo rispondergli, indirizzando le mie lettere fermo posta.

Alain                                - Fermo posta?

Susanna                           - Sì. Giacomo non ha mai voluto darmi l'indirizzo dei suoi genitori; temeva che sua madre trovasse mostruoso che a vent'anni... egli avesse un'amante.

Alain                                - (con leggerezza) Che idea.

Susanna                           - Non è vero? Certo, era ancora bambino per inesperienza e timore... ma era proprio questo il suo fascino... Ma era anche un uomo, con la bel­lezza dei suoi vent'anni.

Alain                                - , Certo.

Susanna                           - Vi confesso che i suoi timori avevano finito per turbarmi. Non ricevendo nessuna lettera sua, ho creduto per molto tempo che fosse sua madre a impedirgli di rispondere. Le lettere che gli inviavo mi venivano respinte dopo un certo tempo. Ma io scrivevo ugualmente senza perdere la speranza, ma facendo mille supposizioni... Non potevo credere che avesse cessato di amarmi tutto ad un tratto. Al mio ritorno, un mese fa, ho potuto ricuperare alla posta le ultime lettere che gli avevo scritte, ma senza poter scoprire le ragioni di quel misterioso silenzio. È stato il caso... a farmi passare vicino alla sua tomba,..

Alain                                - Quando lasciaste Parigi per andare in America?

Susanna                           - Il 18 giugno...

Alain                                - Giacomo si è ucciso... (Si ri-prende) Voglio dire che la disgrazia è avvenuta il 19...

Susanna                           - (atterrita) Mio Dio! È vero. Il giorno dopo... il giorno della mia partenza... E avete detto: « Giacomo si è ucciso »... Oh, è terribile! Siete proprio sicuro che si trattava di un incidente? Non se lo sarebbe procurato da solo? È spaventoso!

Alain                                - (calmo) Ma no, rassicuratevi, signorina. Certo, la cause dell'investimento sono state difficili da chiarire... correva come un dannato. Ma se Gia­como avesse veramente voluto uccidersi, l'avrebbe fatto in altro modo. Diamine!

Susanna                           - Non si sa mai! Questo dubbio tremendo mi tormenterà ormai per sempre.

Alain                                - Non vi torturate, signorina. Senza quella sciagura, Giacomo si sarebbe abituato poco a poco all'idea della vostra partenza. Era sicuro del vostro amore, e vi avrebbe aspettata. Avrebbe forse finito col parlarne magari a sua madre, pur di avere la gioia di parlare di voi, per essere consolato in attesa del vostro ritorno.

Susanna                           - Credete?

Alain                                - Certo. Mia zia non è un mostro. È una donna... una madre... indulgente, in fondo, come tutte le madri. Sapeva bene che Giacomo non era più un bambino.

Susanna                           - Mi rinfrancate. Sembrava che Giacomo avesse tanta paura...

Alain                                - (a Susanna) Infatti! È sempre stato un po' timido. S'intende, che quando ora la vedrete non le direte subito della vostra relazione con Gia­como; ma lo capirà delicatamente durante la con­versazione. Del resto, v'interrogherà: nulla di quanto riguarda Giacomo la lascia indifferente. Anzi...

Susanna                           - Due donne che hanno amato la stessa persona, sia pur per ragioni così diverse, non possono sentirsi rivali. Debbono anzi provare una specie di gioia nell'evocare insieme la memoria del loro caro scomparso...

Alain                                - È cosi naturale. (Si alza) Vado ad avver­tirla. Arrivederci, signorina...

Susanna                           - (meravigliata, gli porge la mano) Non vi rivedrò?

Alain                                - Non oggi. È più corretto che io vi lasci sola con lei. La mia missione, per quel che mi riguarda, è finita. (Misterioso) Almeno per ora... (Esce. Rimasta sola, Susanna dà un'occhiata in giro nel salotto. Il suo sguardo si ferma sulla fotografia di Giacomo, che si trova sul pianoforte. Si alza e va a contemplarla. È così commossa ed assorta che non sente Marta entrare nella stanza. Nello scorgere quella donna in contem­plazione davanti al ritratto di suo figlio, Marta ha un cattivo movimento di stupore come se le si rubasse qualche cosa. Ma si domina).

Marta                               - Desiderate parlare con me, signorina?

Susanna                           - (di soprassalto si volta) Oh, scusate. Sissignora. Siete la mamma di... Insomma, voi siete la signora Lefranc?

 Marta                              - Sì, signorina.

Susanna                           - Il passo che sto facendo vi sembrerà molto strano... Ma... Oh, scusate, sono molto com­mossa....

Marta                               - Accomodatevi e calmatevi, signorina...

Susanna                           - (siede) Grazie, signora. È proprio stupido essere così nervosi... Vostro nipote mi ha assicurata che siete una donna molto indulgente... molto comprensiva...

Marta                               - (sforzandosi di sorridere) E non lo avete creduto?

Susanna                           - (sorridendo) Oh, sì signora, altrimenti sarei andata via senza vedervi. Mi ha incoraggiata a rimanere. È molto gentile... ha lo stesso sguardo di vostro figlio.

Marta                               - (meravigliata e subito turbata) Avete conosciuto Giacomo?

Susanna                           - Sì, signora, l'ho conosciuto; e proprio per questo son venuta a trovarvi...

Marta                               - Chi vi ha dato il mio indirizzo?

Susanna                           - (ancora troppo commossa per spiegarsi con chiarezza) Nessuno: vi sembrerà strano... Vi giro intorno da molto tempo senza avere il coraggio di fermarvi... L'altro ieri, all'uscita del cimitero, sono stata lì lì per parlarvi... Ma voi eravate tanto assorta... Insomma, mi è mancato il coraggio.

Marta                               - Questo non spiega come...

Susanna                           - È vero, scusatemi. Vi dirò: una diecina di giorni fa, ero stata a portare dei fiori sulla tomba di un mio parente. Passando per un viale, mi colpì lo sguardo il medaglione di una pietra tombale: era il ritratto di Giacomo. Al momento ho creduto ad una allucinazione; ma quando ho letto sulla tomba il nome e la data di nascita, rimasi così sconvolta. Perdonatemi: lo credevo vivo.

Marta                               - Giacomo è morto da...

Susanna                           - Lo so, signora; ora lo so: da due anni. Ma ero in America. Basta, sono tornata parecchie volte alla sua tomba, e lì vi ho visto la prima volta.. Ieri vi ho seguita fino a casa, e soltanto oggi mi sono decisa a salire...

Marta                               - Ma allora, com'è che Giacomo non mi ha mai parlato di voi?

Susanna                           - Credo che se fosse vissuto si sarebbe finalmente deciso a parlarvene.

Marta                               - L'avete frequentato molto tempo?

Susanna                           - Per tre mesi, precedenti la... il suo incidente.

Marta                               - Ma perché? Che cosa eravate per lui?

Susanna                           - (prudente) Ero sua amica...

Marta                               - Come vi siete conosciuti? (Innervosendosi, ma dominandosi) Ma parlate, signorina. Siete venuta qui per parlarmi... e ora tocca a me strapparvi le parole di bocca. Vi faccio paura?

Susanna                           - Oh, no, signora.

Marta                               - Porse dò l'impressione di essere un po' scostante, forse severa, ma non ci fate caso: dalla morte del mio ragazzo, ho perduto l'abitudine di sorridere...

Susanna                           - Vi capisco molto bene, signora.

Marta                               - Dunque... Come vi siete conosciuti? Ditemelo così alla buona, senza trascurare niente.

Susanna                           - In un modo quasi banale: nella libreria del Viale San Michele. Quasi contemporaneamente abbiamo chiesto al commesso un libro del quale rimaneva un solo esemplare. Gentilmente Giacomo me l'ha ceduto. Ma siccome sembrava anche che gli premesse, gli ho proposto di venire tre giorni dopo a prenderlo a casa mia, dopo averlo letto. E gli ho dato il mio indirizzo... Tre giorni dopo, era a casa mia. Credeva di rimanere soltanto cinque minuti, ma abbiamo cominciato a parlare di letteratura, di filosofia... Dopo un'ora si chiacchierava ancora, ed abbiamo preso il tè.

Marta                               - Avevate saputo interessarlo...

Susanna                           - Non so... forse... Ad ogni modo è la vita che mette le creature umane sullo stesso binario. Si lasciò trasportare dalle sue confidenze e mi mise a parte di uno stato d'animo, del quale certo non avrebbe parlato facilmente ad altra donna. Io non ero per lui la ragazzina innocente, cui non si dicono che banalità; sono una donna comprensiva, alla quale si può confidare tutto. Si sentiva che Giacomo aveva bisogno di espansione...

Marta                               - Che genere di confessione vi faceva?

Susanna                           - È un po' difficile dire. Mi parlava della sua timidezza... delle sue titubanze, di certe sue curiosità amorose. E questo con tale candore... (Dimentica quasi la presenza di Marta) Lo rivedo: un ricciolo biondo gli scendeva sulla guancia e di­ventava rosso ogni momento... un collegiale.

Marta                               - Era rimasto molto ingenuo.

Susanna                           - Non è esatto: inquieto, direi.

Marta                               - Vi parlava di me qualche volta?

Susanna                           - Certo, spesso. Aveva per voi una grande tenerezza, con molto rispetto e un lieve timore...

Marta                               - (dolorosamente) ...timore? ma come? Non avrebbe potuto avere una mamma più affettuosa... attenta... oserei dire, perfetta...

Susanna                           - Ecco: perfetta. Ma eravate lontana dai problemi che lo agitavano. Aveva l'impressione che per voi le donne fossero le eterne nemiche, dalle quali bisogna guardarsi. Molti giovanotti cresciuti in un ambiente un po' severo, sono del resto come lui... L'immagine della mamma, s'interpone continua­mente tra loro e la donna desiderata. Finiscono per dividere il mondo femminile in due categorie: le oneste... e le prostitute. Sono di una ridicola timi­dezza con le prime, e di una sfacciata insolenza con le seconde... Probabilmente per vendicarsi...

Marta                               - (pensosa) Giacomo non mi ha mai detto quello che pensava delle donne.

Susanna                           - Non osava. Ma quel problema lo tormentava. D'altra parte non cercava il piacere, ma un grande amore. A quell'età si è sempre un po' romantici.

Marta                               - E quel grande amore, l'ha poi trovato in voi?

Susanna                           - Sì, signora. Posso dirlo senza vergo­gnarmi, visto che me lo domandate. L'ho amato; gli ho dato la tenerezza, la mia esperienza e com­prensione di donna... In cambio ho avuto la sua giovinezza e il suo cuore. Mi ha amato con tutta la passione e la frenesia di un ragazzo che per la prima volta scopre l'amore.

 Marta                              - Ma quando aveva il tempo di stare con voi?

Susanna                           - Quasi ogni giorno. Quando non era accanto a voi... o al suo lavoro, era da me...

Marta                               - Infatti, ricordo che nei tre mesi prima di lasciarmi usciva più spesso...

Susanna                           - Per rassicurarvi, vi ha detto anche una piccola bugia: che prendeva lezioni di scherma.

Marta                               - Infatti. Ricordo anche che era costan­temente in preda ad una specie di esaltazione, una felicità febbrile. Ma avevo anche notato che si stac­cava da me. Le mie carezze lo annoiavano, gli davano perfino fastidio. Mi baciava a fior di labbra, in fretta e sgarbato.

Susanna                           - Ma non ha mai cessato di volervi bene.

Marta                               - E la parte migliore l'avevate voi.

Susanna                           - Avevo quello che non poteva dare a sua madre. Arriva il giorno che tutte le madri ci passano.

Marta                               - (amara) Tutte, no. Pur di rendere felice la mamma ci sono figli capaci dei più grandi sacrifici.

Susanna                           - Può darsi, ma sono casi eccezionali. Se la mamma è vedova o divorziata, può accadere; ma non era il vostro caso. Giacomo aveva bisogno di vivere. (Trae delle fotografie dalla sua borsetta) Ecco... Guardatelo... Non sembra il capolavoro della felicità? E qui? Eravamo in piscina. Ride con tutti i denti... (Mentre Marta guarda le fotografie, la sua mano trema. È in uno stato così anormale, che non può parlare. Dopo un momento, Susanna riprende le fotografie e le guarda) Com'era bello, è vero, signora?

Marta                               - (in un soffio) Bellissimo.

Susanna                           - (incosciente) Povero Giacomo, vi ho spesso invidiata di essere la sua mamma.

Marta                               - A torto, mi pare. Non avevate nulla da invidiare, dopo quanto mi avete detto. Se con voi era un « capolavoro di felicità » che cosa pote­vate pretendere di più?

Susanna                           - Sapevo che il suo amore non avrebbe potuto durare in eterno. Lo credeva lui, perché era un ragazzo. Ma io, no: avevo più anni di lui, capivo che un giorno avrebbe finito per stancarsi di me... Di voi non si sarebbe stancato mai. Non ci si stanca della propria madre. Il destino ha voluto che io fossi il suo primo e ultimo amore...

Marta                               - Ma ora siete segretamente serena perché nessun'altra donna ve lo contenderà...

Susanna                           - Avrei sacrificato anche la vita, se la sua avesse potuto dipendere dalla mia. Mai potrò amare un'altro, come ho amato Giacomo. Da due anni vivo del suo ricordo.

Marta                               - Anch'io, signorina. Con questa diffe­renza: che io mi struggevo per un falso idolo. Il privilegio di conoscere il vero Giacomo, l'avete avuto voi sola. Ora, vi basta attingere nei vostri ricordi, per ricostruirvelo in mente proprio come era. Quel genere di ricordi lì, è preciso... è autentico... Le parole d'amore che vi mormorava, erano vere... le carezze che vi prodigava erano vere... fra le vostre braccia, imparava poco a poco a dimenticarmi... Per ritro­varmi la sera si metteva una maschera. Mentiva...

Susanna                           - (interdetta) Signora...

Marta                               - Oh, no, signorina, vi prego. Ora tocca a me. Da quando siete entrata qui, soffro come una bestia; ognuna delle vostre parole ha contribuito a distruggere la bella e pura immagine che mi ero fatta di lui. Fino a questo momento ho avuto l'orgo­glio ingenuo di credere di essere stata la sola nella sua vita... E il mio dolore si mutava in tenerezza. Piangevo un ragazzo; ora voi avete sostituito quella di un uomo ossessionato dall'amore e dal piacere. Ormai non potrò più pensare a lui, senza immagi­narlo tra le vostre braccia. Potete contentarvi, signo­rina. Giacomo è morto da due anni, ma voi l'avete ucciso per una seconda volta.

Susanna                           - Può darsi, anzi è probabile che voi non abbiate mai conosciuto altro amore all'infuori del vostro amore materno; è l'unica cosa che può farvi perdonare le vostre parole.

Marta                               - Non avete niente da perdonarmi. Sono irreprensibile io. Non tutti possono dire altret­tanto.

Susanna                           - Ma nemmeno io ho nulla da rimpro­verarmi, io. Ho amato Giacomo con meravigliosa esaltazione, senza calcolo, senza interesse, con gioia: esattamente ciò che pare o si dica possa formare la felicità. Non credo di poter essere condannata e giudicata, dal momento che sono libera e onesta.

Marta                               - Vi prego di andarvene; le vostre parole sembrano insulti per me. E vi auguro di non essere mai madre. In tal caso vi potreste ricordare un giorno di questo nostro colloquio. E mi auguro di non incontrarvi mai più.

Susanna                           - Condivido in pieno quest'augurio. (Sulla soglia prima di scomparire) Giacomo aveva ragione di temervi. Ora lo capisco. Addio, signora. Scusatemi di avervi disturbata. (Esce).

Marta                               - (con amara ironia) Disturbata! (Rimasta sola, Marta guarda a lungo il ritratto del figlio. E mormora, con infinita tristezza) Giacomo... perché hai fatto questo? (Siede e scoppia in pianto, con la testa ira le mani. Alain appare, sempre più inquietante e diabolico. Vede Marta di spalla, prostrata in pianto. Un lampo di trionfo passa nei suoi occhi. Comincia ad assaporare l'inizio della sua vendetta. Tiene in mano un pacco di lettere che si mette in tasca. Si avvi­cina piano piano a Marta. Ora le reciterà alla perfe­zione la commedia del pentimento e della tenerezza. Sembra sincero. Soltanto il suo sguardo, quando Marta non lo guarda più, svela la sua ipocrisia).

Alain                                - (alle spalle di Marta, con infinita dolcezza) Zia...

Marta                               - (con più stanchezza, che ira) Ah, no, non tu. Vattene. Per l'amor di Dio!

Alain                                - Sì, zia, me ne vado... Ma prima, per­mettetemi di parlarvi due minuti... Dopo... vi lascerò in pace per sempre. Lo giuro. Zia, ieri sera sono stato cattivo con voi...

Marta                               - Domandi scusa? tu? Sarebbe comico davvero. E anche straordinario.

Alain                                - (con amara tristezza) Scuse... Sarebbe troppo comodo cavarsela con delle scuse... Vorrei soltanto, in un avvenire più o meno lontano, ottenere il vostro perdono. Vorrei che mi deste il tempo e la possibilità di meritarlo davvero, con la mia con­dotta e le mie parole, questo perdono.

 Marta                              - Qualunque cosa tu faccia, non sono certa di potertelo accordare: mi hai fatto troppo male.

Alain                                - (amichevole) Siate buona, zia. Lasciatemi un po' di speranza. Aiutatemi a diventare migliore. Vi ho fatto del male, certo; ma non vi pare di essere stata anche voi molto aspra con me? Ieri sera ci siamo lasciati trasportare dalla collera. In quei momenti si dicono parole che superano le inten­zioni. Deve essere stata una brutta notte, per voi, ma anche per me: credetelo. Torturato dal rimorso, dieci volte ho sentito il bisogno di buttarmi ai vostri piedi; ma io non sono capace di gesti simili. Una specie di pudore sciocco mi paralizza, al momento. Ragiono troppo. Eppoi, posso confessarvelo: mi ispirate una specie di... timore...

Marta                               - (rialza il capo) Di timore?

Alain                                - Sicuro. Se no, da molto tempo avrei tentato di giustificarmi ai vostri occhi. Voi mi cono­scete male, zia Marta, perché non avete mai tentato di conoscermi. Vi siete fatta di me un'immagine falsa... Come ve la eravate fatta di Giacomo. Ora, avete la prova del vostro errore...

Marta                               - Eri dietro la porta mentre stavo par­lando con quella donna? Avrei dovuto immaginarlo.

Alain                                - (con tono di scoraggiamento) Lo vedete che le vostre prime reazioni sono sempre offensive? Perché avrei dovuto ascoltare dietro la porta? Io sapevo benissimo ciò che quella donna veniva a dirvi. La conosco da molto tempo...

Marta                               - (molto stupita) Conoscevi quella donna? da quando?

Alain                                - Dai primi giorni della relazione di Gia­como con lei.

Marta                               - E perché non mi hai mai detto nulla?

Alain                                - L'ho fatto - non stupitevi - per bontà... Non volevo aumentare il vostro dolore. Volevo che l'immagine di Giacomo rimanesse pura nel vostro ricordo. Sapevo che voi attribuivate molta impor­tanza a quelle cose... Ieri, nella collera, sono stato lì lì per tradirmi... Me lo sono amaramente rimpro­verato tutta la notte. Ma ho un profondo orrore per l'ingiustizia... Era talmente ingiusto mettermi così in basso nei confronti di Giacomo, che conoscevo meglio di chiunque...

Marta                               - Chi mi prova che tu non tenti ancora d'ingannarmi? Se non hai parlato, è forse perché eri nella impossibilità di portarmi delle prove, e perché sapevi che non avrei prestato fede alla tue afferma­zioni. Porse conoscevi l'esistenza di quella donna - è possibile - ma ne avevi certamente perduto ogni traccia, perché viveva all'estero. Devi essere stato raggiante nel vederla arrivare qui, senza neanche darti la pena di cercarla.

Alain                                - (col pianto nella voce) Zia, ma questa vostra ostinazione nel giudicarmi così bassamente è terribile. Vengo a voi con tanto di pentimento... riconoscendo umilmente i miei torti... Non chiedo che di farmeli perdonare, e non fate nulla per incorag­giarmi...

Marta                               - Non è colpa mia, se i tuoi discorsi e i tuoi atteggiamenti m'hanno fatto diffidente. Che cosa hai raccontato a quella donna, prima di venire ad annunciarmi la sua visita?

Alain                                - Ma, zia, ho fatto tutto quanto ho potuto per attutire l'urto che le sue parole dovevano neces­sariamente provocare in voi. La vedevo nervosa, sconvolta. Le ho parlato del vostro amore materno, del culto per la memoria di Giacomo. Quella donna avrebbe dovuto capire. Le ho anche raccomandato di non dire subito che era stata l'amante di Giacomo. E, per non spaventarla, l'ho rassicurata che eravate indulgente, comprensiva e buona. Insomma, sono stato molto gentile...

Marta                               - Me l'ha detto. Ma avresti potuto rispar­miarmi quel colpo, dicendole semplicemente che non c'ero...

Alain                                - Ma zia, come sarebbe stato possibile? Quella donna vi girava intorno da parecchi giorni... avrebbe finito per avvicinarvi in qualunque modo...

Marta                               - (pensosa) Sì, certo, ma nulla mi toglie dalla testa che non sei sincero e questo pentimento così repentino mi insospettisce molto.

Alain                                - Ebbene, zia, debbo proprio difendermi. (Cava di tasca le lettere) Conoscete questa calligrafia!

Marta                               - (trasale) È di Giacomo.

Alain                                - Ecco le prove. Ci sono qui lettere che risalgono a più di cinque anni fa, e sono delle vere confessioni. Se fossi stato cattivo, come voi dite, avrei potuto servirmene quando voi esaltavate le sue virtù, togliendovi tutte le illusioni.

Marta                               - (colpita, dopo una pausa) È vero, Alain. Sono stata spesso ingiusta con te...

Alain                                - Zia, voi non potete immaginare la gioia che mi date; ho tanto sofferto del vostro disprezzo.

Marta                               - In quelle lettere, ti parla di... sì... della sua relazione?

Alain                                - Certo che ne parla. E di ben altro. A me diceva tutto.

Marta                               - (esitando) Vuoi leggermi una di quelle lettere?

Alain                                - Mi mettete in un grave imbarazzo, zia. Ho l'impressione di tradire un segreto...

Marta                               - Ormai questo non ha più importanza... Ormai, nulla può meravigliarmi... né darmi maggior tormento...

Alain                                - Capisco il vostro disinganno, zia Marta. Ma, infine, perché non accettare un Giacomo quale era in realtà? Quando si ama qualcuno, lo si accetta in pieno con le sue virtù e i suoi difetti. La morte assolve tutte le colpe...

Marta                               - Non posso spiegarti... Ma da oltre venti anni mi ero abituata ad una sua immagine perfetta... Troppo perfetta. Questa rivelazione è così brutale da sembrarmi un orribile tradimento. Tradimento, perché se mi avesse messo a parte dei suoi senti­menti lo avrei capito e avrei perdonato.

Alain                                - Ma Giacomo non avrebbe mai potuto farvi tutte le sue confidenze: siete sua madre, e alla propria mamma un ragazzo non confessa mai i suoi disagi amorosi...

Marta                               - E perché? Mi credi ingenua o puritana?

Alain                                - Ne ingenua né puritana : siete sua madre. Non saprei come esprimermi e convincervi diver­samente. E ve lo dimostro. Leggete questa lettera; io non potrò mai leggervela ad alta voce. (Porge una lettera).

 Marta                              - (mentre legge la lettera, che le trema tra le I dita, Alain accende una sigaretta, senza toglierle gli occhi di dosso. Dopo aver scorso le prime righe, trasale, e mormora) È ignobile. Aveva appena sedici anni. (Ad Alain, indicando le altre lettere del pacchetto) E ti 1 racconta molte altre sudicerie simili?

Alain                                - Non siate così severa zia. Era evidente­mente un ipersensibile, ma poi si è molto calmato, ed ha trovato una distensione quasi serena in Susanna Vallier.

Marta                               - (scettica) Andiamo! Quella donna lo ha I strappato da tutto quanto costituiva il fondamento della sua vita: casa, famiglia, lavoro...

Alain                                - No, zia Marta. Il fondamento della sua vita era nella costante ricerca d'un amore totale. Ecco qua una delle sue ultime lettere: questa ve la  posso leggere... (Leggendo) «Mio caro Alain, vorrei poter cancellare dal tuo spirito tutti i germi malsani che vi ho deposto, dall'inizio della nostra corrispon­denza. Mi hai detto tante volte, che il racconto delle mie tristi esperienze ti piombavano spesso in un turbamento profondo. Mi hai anche supplicato di tacere. Non credere, Alain, che io sia stato spinto da malvagità o istintiva corruzione. Ma dovevo libe­rarmi. E con chi potevo confidarmi, se non con un coetaneo che conosco dall'infanzia? Oggi concludo e cancello tutte queste lettere, e le nostre insensate conversazioni. Grazie a Dio, credo che non ti abbiano toccato, e che tu abbia potuto, malgrado tutto, conservare il tuo equilibrio. Serbati così fino al giorno in cui incontrerai il vero amore: non puoi non incon­trarlo. La tua gioia sarà più perfetta. La realtà esiste soltanto nella creatura amata, nell'unione di due corpi e di due anime. Tutto il resto è ragionamento. Da quando Susanna è entrata nella mia vita, conosco la felicità e la serenità, perché ogni volta che io lo voglia, posso rifugiarmi nelle sue braccia e trovarvi una calma felice ».

Marta                               - Una calma felice! Quanto poco contavo io per lui. (Cambiando tono ed espressione) Così, senza la visita di quella donna, avresti continuato a ser­bare il tuo segreto? Non mi avresti mai letto queste lettere!

Alain                                - Mai. Ieri sera sono stato tentato, ma questa notte avevo deciso di bruciarle.

Marta                               - Sei migliore di quanto pensavo, Alain... j Non sei il ragazzo malvagio che credevo. Avevi ra­gione: ho la prova che se tu non avessi un tuo carat­tere ben formato sarebbe stato lui a sviarti. Se uno dei due era ipocrita, non eri tu.

Alain                                - Non gli ho mai serbato rancore, zia. D'altronde, si era ricreduto, poiché, in quest'ultima lettera, mi diceva: « Serbati puro per il grande amore, che dovrai fatalmente incontrare... ». È il solo dei suoi consigli che ho seguito.

Marta                               - Non lo hai ancora trovato?

Alain                                - Non lo cerco più.

Marta                               - Non ne senti il desiderio?

Alain                                - Sì. Un desiderio immenso... Ma so che non potrà mai attuarsi, almeno su un certo piano.

Marta                               - Che ne sai?

Alain                                - Ne sono sicuro...

Marta                               - Ma perché? Sei giovane... intelligente... Se vuoi, riesci anche simpatico... attraente. Non capisco.

Alain                                - Non fatemi troppe domande, zia. È il mio cuore, ora, più che la carne che ha bisogno di amore.

Marta                               - Come ci s'inganna: ti credevo incapace di amare... Ti credevo cattivo.

Alain                                - C'è in me più amarezza che cattiveria, e questo lo devo in gran parte a voi.

Marta                               - Perché non mi hai parlato prima?

Alain                                - Non si poteva. È evidente, se riflettete un istante alla nostra situazione fino a poco fa.

Maria                               - (commossa) Caro, caro ragazzo... Io non sapevo... (Gli prende la mano) Sei venuto a doman­darmi perdono. Ma chiunque sarebbe stato mille volte più cattivo e più spietato di te, ieri sera. La morte di Giacomo mi ha resa tremendamente ingiusta. Sono io in colpa con te, sono io ora che ti prego di perdonarmi, Alain.

Alain                                - (inginocchiato accanto alla poltrona in cui Marta si è seduta) Oh, zia!

Marta                               - (gli prende il volto, lo guarda a lungo, e dice con voce sorda) È vero: il tuo sguardo ricorda stranamente quello di Giacomo. (Alain scoppia in pianto e nasconde il capo sulle ginocchia di Marta. Sconvolta, ella gli accarezza i capelli e lo calma) Su, non piangere, bambino... Calmati... le tue lacrime non fanno che aumentare il mio turbamento e i miei rimpianti. Ti credevo incapace di piangere. Quanto hai dovuto soffrire. Povero caro!

Alain                                - (attraverso le lacrime) Piango di gioia. Mi ero così spesso augurato questo momento, senza osare mai di crederlo possibile...

Marta                               - Vedrai... Saprò riparare il male che ti ho fatto. La Provvidenza ha voluto questa chiari­ficazione tra noi. Non ci sono persone cattive... soffrono e si esasperano. Basta un po' di compren­sione. Incomincio ad aprire gli occhi. Da due anni vivevo nel buio... Ti guardo, e mi sembra di cono­scerti per la prima volta. Come siamo stati stupidi, Alain; io soprattutto. Credo che l'anima della tua mamma in questo momento si rallegrerà... e mi perdonerà anche lei... (Alain presta orecchi) Che c'è?

Alain                                - Deve essere tornato lo zio...

Marta                               - Oh Dio, è vero. È inutile che venga a sorprenderci... Non potrebbe capire: in questo mo­mento non mi sento di dargli spiegazioni. Ho bisogno di riflettere, di riordinare i miei pensieri...

Alain                                - Sì, zia, sarà meglio aspettare prima di fargli sapere...

Marta                               - Vado in camera mia. Stasera o domani gli parlerò. Gli dirò che, dopo una lunga spiegazione, abbiamo chiarito ogni cosa. Non credo sia necessario dirgli che quella donna è stata qui.

Alain                                - A che scopo? Bisognerebbe entrare in particolari, e sarebbe troppo complicato... lo zio non è molto allenato alle sottigliezze...

Marta                               - Hai ragione. A tra poco, Alain... (Fa per uscire, ma Alain la chiama, ed ella ritorna)

Alain                                - Se volete queste lettere... per leggerle o distruggerle... ve le dò. (Gliele porge, e con voce dolcissima) Eppoi... vi ringrazio, zia...

 Makta                             - Di che?

Alain                                - Di questi minuti passati insieme... della vostra fiducia in me... Della speranza che mi avete ridata.

Marta                               - Non bisogna ringraziarmi, Alain... (Sono faccia a faccia: Marta gli prende il capo, lo bacia in fronte, ed esce. Alain, rimane sovrappensiero, cerca; poi si rende conto che durante il colloquio è stato talvolta sincero, quasi a sua insaputa. Benché avesse preveduto la trasformazione di Marta, né è ugualmente turbato. Sorride. Prende un giornale e va tranquillamente a sedere in una poltrona. Pietro entra, terminando di abbottonarsi la giacca del pigiama).

Pietro                               - (burbero) Oh, sei qui,~ tu?

Alain                                - Sì, zio. Come va?

Pietro                               - Benissimo, va. (Lo guarda) Che hai? Perché sorridi?

Alain                                - È andata bene con la signora Maddalena le Dantec?

Pietro                               - (furibondo) Impicciati dei fatti tuoi! (Gala il sipario sulla scrosciante risata di Alain, mentre Pietro finisce di completare la sua frase) ...e non mettere naso nei miei.

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

PEIMO QUADRO

La stessa scena del secondo atto.

(Tre mesi dopo. La scena è la stessa, ma tuttavia qualcosa la rende più nuova, gaia e vivace: sono i fiori distribuiti nei vari vasi. Sul pianoforte, un ritratto di Alain che cela quasi quello di Giacomo. Marta ha abbandonato i suoi abiti neri e sfoggia ora una toletta chiara, che la ringiovanisce considerevol­mente. È un'altra donna, quasi allegra, ben messa e ben truccata. Quando si alza il sipario, Marta esce dalla stanza di Giacomo, diventata quella di Alain. Ha in mano una giacca che esamina da ordinata mas­saia, poi osserva il fazzoletto del taschino: lo guarda temendo forse di trovarvi tracce di rossetto. Dopo uno sguardo furtivo alla porta, fruga nelle tasche. Ne cava degli oggetti vari, ma la sua attenzione è attratta da un foglio di carta piegato in quattro. Lo scorre, ma poiché non contiene nulla d'interessante, lo ripone e fa per alzarsi, quando Angela entra).

Marta                               - C'è ancora della benzina in casa?

Angela                             - Sì, signora.

Marta                               - Guardate qui. Ci sono due o tre macchio­line da togliere da questa giacca del signor Alain.

Angela                             - Bene, signora.

Marta                               - Che cosa fa il signore?

Angela                             - Prepara la valigia, credo.

Marta                               - Ah, già, va a Tourcoing. Ma che ora è?

Angela                             - Quasi la una, signora.

Marta                               - La una? E Alain che non è ancora ritor­nato! La colazione è pronta?

Angela                             - Sì, signora. Può essere servita quando vogliono...

Marta                               - Appena arriva mio nipote...

Angela                             - Bene. -Intanto, vado a far la camera.

Marta                               - Quale?

Angela                             - Ma... la camera del signor Giacomo...

Marta                               - È inutile! L'ho già fatta io. Eppoi, vi prego, Angela, non dite più: «la camera del signor Giacomo... », mi fa tristezza.

Angela                             - Come debbo dire?

Marta                               - Non lo so... dite: «la camera azzurra» o più semplicemente: «la camera del signor Alain... » ora che ci sta lui.

Pietro                               - (giunge in maniche di camicia, ha le panto­fole e termina di farsi il nodo alla cravatta) Angela, andate a dare una spazzolata alle mie scarpe vecchie. Le nuove sono un tormento.

Angela                             - Quali scarpe vecchie?

Pietro                               - Ma quelle di tutti i giorni, andiamo.

Angela                             - Ah bene! (Esce).

Pietro                               - (è davanti allo specchio, mettendo a posto nervosamente la cravatta).

Marta                               - Ti fanno male i calli?

Pietro                               - (seccato) Piccole miserie dell'età.

Marta                               - (senza cattiveria) Non dir sciocchezze: li hanno anche i giovani...

Pietro                               - Grazie, Marta. In ogni modo sono una bella seccatura. (Il nodo della cravatta lo innervosisce) Niente di più irritante del nodo a una cravatta nuova.

Marta                               - Che toletta, per un affare a Tourcoing...

Pietro                               - Domani è domenica. Non voglio pre­sentarmi sporco o in disordine.

Marta                               - Da alcuni mesi sei molto più elegante di prima; anzi sei elegante come non prima...

Pietro                               - Quando sfiorisce la giovinezza... Bisogna pur difendersi con gli artifici...

Marta                               - Anche le tue cravatte ora sono di buon gusto. Prima le portavi rosse o gialle. Non so chi sia la persona che te le sceglie...

Pietro                               - (voltandosi) Vuoi farmi una scena di gelosia?

Marta                               - (ridendo) Sei pazzo?

Pietro                               - Sarebbe divertente. Ma confidenza per confidenza, noto che sul piano dell'eleganza, non hai niente da invidiarmi... Da un pezzo non ti vedevo più così ricercata.

Marta                               - Perché ti eri abituato a vedermi vestita di nero. Questo è uguale ai miei d'altri tempi.

Pietro                               - T'illumina il viso... Quasi quasi sto per ri-innamorarmi di te...

Marta                               - Non dir sciocchezze! Fai colazione qui?

Pietro                               - E dove ho il tempo? È la una passata e il treno parte alle due e dieci... (Va alla porta e grida) Angela, le mie scarpe! (A Marta) Però, potevi anche far preparare un po' prima.

Marta                               - Se tu mi avessi detto l'ora del treno... E poi, Alain non è ancora tornato. Anzi, cominciò a essere molto inquieta.

Pietro                               - Non è la prima volta che viene in ritardo...

Marta                               - Di solito, mi avverte. (Angela reca le scarpe, che pone davanti a Pietro).

 Pietro                              - (nel calzarle) Grazie, Angela. Mettete la mia valigia in corridoio e portatemi la giacca...

Angela                             - (nell’uscire) Sì, signore.

Marta                               - A te non fa niente?

Pietro                               - Che cosa?

Marta                               - Il ritardo di Alain...

Pietro                               - (noncurante) Ma no, tu dai sempre corpo alle ombre.

Marta                               - Alle ombre; alle ombre. Se avesse preso l'autobus, non ci penserei. Ma è uscito in moto­cicletta. Non avrei dovuto permettergli di far ripa­rare la moto...

Pietro                               - Dovresti dargli meno vizi.

Marta                               - Vizi! Se non chiede mai nulla, povero ragazzo!

Pietro                               - Non chiede nulla perché ha tutto. Tu previeni ogni suo desiderio. Con aria dolce, in fondo, fa sempre quel che vuole. E per colpa sua sono costretto a saltare il pasto...

Marta                               - Potevi far colazione da solo..;

Pietro                               - È inutile complicare il servizio: Angela ha già abbastanza lavoro...

Marta                               - Colpa tua. Avresti anche potuto partire domani sera. Non mi darai a intendere che a Tour­coing si trattano affari di domenica...

Pietro                               - Ma questa è un'inchiesta! (Indossa la giacca, che Angela gli porge) Faccio quel che mi pare: punto e basta.

Angela                             - (a Marta) Signora, è tornato il signor Alain.

Marta                               - (con un sospiro di sollievo) Finalmente! Dov'è?

Angela                             - In bagno a lavarsi le mani.

Marta                               - Ditegli di spicciarsi...

Angela                             - Sì, signora. (Esce).

Pietro                               - (brontolando) Eccoti rassicurata. Il bambino non si è smarrito. Io invece posso stare tranquillo; anche se ritorno con un giorno di ritardo, non sarà questo a non farti dormire.

Marta                               - Nell'incertezza, dimmi pure quando ritorni.

Pietro                               - Mercoledì, credo.

Marta                               - Avrai un tempo magnifico. E ti auguro di star sano e lieto. Non lo dico con ironia.

Pietro                               - D a un pezzo non sono più abituato a queste premure.

Marta                               - Vedo che parti per Tourcoing, con l'allegria di un collegiale che va in vacanza!

Pietro                               - T'incuriosisce?

Marta                               - Nemmeno per sogno... Ma così mi so regolare...

Pietro                               - Oh, guarda.

Marta                               - Mi prendi per una stupida?

Pietro                               - Gelosa?

Marta                               - Scherzi!

Pietro                               - Sarebbe troppo bello! Eppure se tu volessi, saremmo ancora in tempo.

Marta                               - Tempo perduto. Taci, Pietro. (Con m sorriso) Va tutto bene così come sta. Su... Vattene... Perderai il treno.

Pietro                               - (baciandola in fronte) Non ti dispiace restare sola?

Marta                               - Non sono sola; c'è Alain.

Pietro                               - Ah, già, è vero. E pensare che solo tre mesi fa avreste approfittato della mia assenza per sbranarvi a vicenda. Passate facilmente da un estremo all'altro.

Marta                               - Non ti è mai capitato di ritornare su un'idea?

Pietro                               - Sicuro. Ne vuoi la prova? mi dispiace lasciarti.

Marta                               - (quasi sorridente) Non ricominciamo, eh? (Entra Alain).

Pietro                               - Ecco il tuo paggio...

Alain                                - Partite, zio?

Pietro                               - Sì, caro, parto: a cuor leggero e con lo stomaco vuoto per colpa tua.

Alain                                - Perché?

Pietro                               - Scegli proprio il giorno della mia par­tenza per arrivare in ritardo di un'ora, così chi la paga sono io.

Alain                                - Dovevate non aspettarmi. Sono vera­mente confuso...

Pietro                               - E tua zia ci lasciava andare a tavola senza di te...?

Marta                               - Non dargli retta, Alain. Pietro vuol fare il martire, ma la verità è che non ha fame... (Un tantino ironica) La febbre dell'oro gli toglie l'appetito. Guardalo, ha forse la faccia di una vittima?

Alain                                - Sembra piuttosto in piena forma... (Lo squadra dalla testa ai piedi, con un fischietto ammira­tivo) Complimenti, zio! Che chic! Le dame di Tourcoing si ricorderanno del vostro passaggio.

Pietro                               - Parola mia: è una congiura! (Consulta l'orologio) Accidenti! Non ho più un minuto da per­dere... Arrivederci. (Sulla soglia) Vi telegraferò il giorno e l'ora del mio ritorno...

Marta                               - Perché? Se torni di notte hai le chiavi, no?

Pietro                               - Certo! Ma forse, arrivando, avrò ancora fame. Arrivederci. (Esce).

Alain                                - Ha l'aria di imbarcarsi per Citerà, altro che Tourcoing.

Marta                               - Sei straordinario. Noti tutto. Indovini tutto.

Alain                                - Ci vuol poco ad accorgersene. Zio non si dà neanche la briga di fingere.

Marta                               - Perché dovrebbe far la commedia? Sa che per me è lo stesso.

Alain                                - Lo sa e gli secca magari un po'.

Marta                               - Credi?

Alain                                - Diamine. Credete forse di essergli in­differente?

Marta                               - Se non gli fossi indifferente, non avrebbe un'amante!

Alain                                - Credete sia una buona ragione? È stato un colpo di testa, in un momento in cui noi eravamo tutti in tensione, un po' sfasati e un po' matti.

Marta                               - (pensosa) Già! (Pausa. Cambia discorso) Di un po', furfante, perché vieni a casa con un'ora di ritardo?

Alain                                - Non è colpa mia. Ero mortificato. Dall'ufficio è stato impossibile telefonare. In avvenire non dovrete stare in pensiero, perché il sabato qualche volta, si fa lo straordinario.

 Marta                              - Come sa di bugia questo straordinario di fine settimana; sarà qualche piccolo flirt, puoi anche confessarlo liberamente.

Alain                                - Giuro. Non è una bugia.

Marta                               - Perché giustificarti? È la tua età...

Alain                                - (incupito ad un tratto) Infatti... la mia età... è...

Marta                               - Ho capito. Non vogliamo dir niente alla vecchia zia Marta...

Alain                                - (protestando) Oh, « la vecchia zia Marta » che pesca i complimenti. Non siete mai stata così giovane.

Marta                               - Sst. Sst. Ciò non toglie che, vecchia o no, zia Marta perderà molto del suo fascino, quando il bell'Alain s'imbatterà nella giovane ignota dei suoi sogni...

Alain                                - Credo che la dovrò aspettare un bel po'.

Marta                               - Non sei più un bambino. Caro Alain; sei in età di prender moglie, di farti una famiglia. È normale. Bisognerà che poco a poco mi abitui all'idea. Se non proprio d'una rottura totale, almeno d'un leggero distacco da parte tua. Non dire no; vedrai. Non ho più l'ingenuità di credere che un uomo possa consacrare la sua gioventù a circondare di premure una donna d'età. Quando non è la morte a strapparci un figlio, è la vita. Vedi come sono diventata comprensiva e savia?

Alain                                - La vostra saggezza mi rattrista. Zia, se volete farmi un piacere, non parliamo più dell'avvenire.

Marta                               - Hai ragione. Non rattristiamo il pre­sente. E andiamo a colazione; sarà magari una buona idea.

Alain                                - Questa sera vi conduco al concerto, zia. C'è alla Sala Pleyel un magnifico programma. Faremo una scorpacciata di Gian Sebastiano Bach.

Marta                               - Perché sai che mi piace Bach. Ma forse preferiresti andare a teatro o al cinema.

Alain                                - Preferisco la musica.

Marta                               - Va bene. Andremo alla Sala Pleyel...

Alain                                - Metterete l'abito grigio? Vi sta bene.

Marta                               - Davvero ti preoccupi di questi particolari?

Alain                                - Perché no? Sono orgoglioso di andare a spasso con voi. Forse non ve ne accorgete nem­meno... ma vi guardano molto.

Marta                               - Già, diranno, anche con un figlio di quell'età, non c'è che dire, si difende bene.

Alain                                - Non vi rassomiglio abbastanza per sembrare vostro figlio...

Marta                               - Allora penseranno che sei mio nipote. Vedi che siamo quasi nel giusto.

Alain                                - (molto bambino) Da domani, mi lascio crescere i baffi.

Marta                               - Bell'idea! E perché?

Alain                                - Per sembrare più grande. Per imbrogliar la gente che vuol sapere troppe cose quando mi vede al vostro fianco. Così per gioco, eh?

Marta                               - Così, per gioco? Bamboccio! Avanti su, a tavola. (Lo prende per le spalle e lo spinge verso la camera da pranzo).

 SECONDO QUADRO

La medesima scena, tre giorni dopo.

 (La scena è immersa nell'oscurità quasi totale. Sono le undici di sera. Notte pesante e temporalesca d'estate. Si sente il brontolio del tuono, ancora in lontananza, e i lampi a tratti illuminano la camera. Una porta si apre pian piano: è Marta che esce dalla sua stanza. Accende una lampada posata sul pianoforte, quindi un'altra lampada piccola accanto ad un « cosy -corner », con una mensolina, guarnita di libri. La luce è discreta: due macchie luminose, ed il rimanente quasi immerso nell'ombra, mutano completamente il clima del salotto, che sembra così più intimo e misterioso. Marta indossa una bella vestaglia ed è molto ben pettinata. Oziosa, va ad azionare le manopole di un piccolo apparecchio radio. Non ne escono che suoni, resi confusi dai disturbi. Nuovo rombo del tuono: stavolta più vicino del prece­dente. In quelle condizioni, è impossibile sentire una buona trasmissione. Scoraggiata, chiude la radio. Indi, va a scegliere un libro sul ripiano del « cosy-corner ». S'accomoda per leggerlo, ma si ricrede e si dirige verso la porta della camera di Alain: sta in ascolto; poi ridiscende e prende in un cofanetto una sigaretta, l'accende, siede e legge. Ma è distratta e non riesce ad interessarsi al libro. Dopo un momento, entra Alain. Al rumore della porta, Marta si volta. Alain è in pigiama. Finge meraviglia e imbarazzo).

Alain                                - Scusate, zia. Non sapevo che foste qui...

Marta                               - Il temporale non mi fa dormire. Ho pensato di calmarmi con un po' di lettura.

Alain                                - Come me. Non ho chiuso occhio da quando sono andato a letto. Mi volto e rivolto... Ho l'im­pressione di essere disteso sui chiodi.

Marta                               - Questi temporali estivi fiaccano i nervi.

Alain                                - (con un gesto, come per andarsene) Zia, non voglio disturbarvi...

Marta                               - Non mi disturbi affatto! Che cosa cer­cavi?

Alain                                - Un libro.

Marta                               - Non aver soggezione.

Alain                                - Vado a mettermi la veste da camera...

Marta                               - Hai freddo?

Alain                                - (ridendo) No; anzi, ho caldo. E se non è indecente resto così.

Marta                               - (con leggerezza) Perché hai soggezione? Ti ho visto nascere...

Alain                                - Ma non ho più due mesi.

Marta                               - Quando aveva troppo caldo, tuo cugino, faceva il comodo suo.

Alain                                - Con la mamma, è diverso. Io, con la mia, non facevo caso a queste cose...

Marta                               - E allora? Non sono un po' la mamma per te?

Alain                                - Alla mia età si ha più bisogno di un'amica che di una mamma. Con la mamma si è sempre un po' riservati; non si dice tutto. Si desidera cercare altrove un affetto. Il mio « altrove » è qui, accanto a, voi, zia. Poi, siete così giovane, così moderna. Vi preferisco cento volte come amica che come madre, ma ho per voi un enorme rispetto.

Marta                               - Come vuoi, caro. La parte che mi attri­buisci è più lusinghiera. Ammettiamo che, invece di essere una mamma, un po' amica di suo figlio, io sia un'amica che riesce talvolta ad essere vagamente materna...

Alain                                - Preferibile!

Marta                               - (porgendogli un cofanetto) Vuoi una sigaretta?

Alain                                - (prendendola) È la prima volta che vi vedo fumare.

Marta                               - Fumo sì e no dieci sigarette all'anno... nelle grandi occasioni...

Alain                                - Allora, stasera è una grande occasione?

Marta                               - Stasera, è diverso. Fumo così... per passatempo... per aspettare la fine del temporale...

Alain                                - Siete come me: avete i nervi scoperti. Io non posso star fermo. Forse, è tutto questo rumore di tuoni. Mi ricorda il bombardamento...

Marta                               - Non pensarci più.

Alain                                - Una parola! Non pensarci più! Poco fa mi sono seduto sul davanzale della finestra, per convincermi che era proprio un temporale. Sono belli i lampi sugli "alberi del parco... mi pareva di essere seduto sull'orlo della notte. Una notte di fuoco. M'è presa la voglia di uscire e di correre.

Marta                               - Ma sei esaltato, figlio caro! A me il temporale impedisce soltanto di dormire...

Alain                                - In fondo, mi fa piacere. Così, non sono solo. Non mi piace stare sveglio, quando gli altri dormono...

Marta                               - Perché? Hai paura della solitudine?

Alain                                - Meno della solitudine che di certi pensieri...

Marta                               - Bisogna cacciare quelli cattivi... e tenere soltanto i buoni...

Alain                                - (scettico) Troppo facile. E soppresso il peccato, sulla terra si morirebbe di noia.

Marta                               - Non credo. Conosco gente animata da pensieri belli e puri che non muore di noia, come dici tu. Anzi. Non dico che siano arrivati a quel risultato improvvisamente, ma insomma, ci riescono e rimangono savi, fino alla morte.

Alain                                - Savi? Rassegnati, se mai.

Marta                               - Preferisco la rassegnazione all'inquie­tudine.

Alain -                             - Non si tratta di preferire... ma di « subire ».

Marta                               - Subire? E che siamo animali? E la ragione e l'intelligenza non esistono per niente?

Alain                                - Vi sono stimoli più forti di qualsiasi ragionamento...

Marta                               - (imbarazzata) Ragioni come un bambino...

Alain                                - Me l'aspettavo. Quando siete a corto di argomenti, dite: «ragioni come un bambino!».

Marta                               - È vero.

Alain                                - Io ragiono come tutti coloro che hanno la mia età... A sessant'anni avrò, certo, altre preoc­cupazioni. Si dice che lo spirito domina la materia, ma mi pare che anche la materia abbia qualcosa da dire. (Breve pausa) No?

Marta                               - (sorridendo, ma a disagio) Ma sì. Ma sì, Alain.

Alain                                - Che c'entra la saggezza, a vent'anni! Ne avete conosciuto, voi, dei « saggi » ventenni? È nell'invecchiare che il diavolo si fa eremita, no?

Marta                               - (sorride stanca) Mi stanchi, caro. Non riesco a seguirti in questi discorsi; non sono all'altezza.

Alain                                - Non siate modesta, zia Marta, in fatto d'intelligenza...

Marta                               - Sono forse un'istintiva, come sono quasi tutte le donne.

Alain                                - Può darsi.

Marta                               - E ho anche l'intuizione che il mio amico Alain stia covando un grande amore...

Alain                                - Io? Non conosco nessuno.

Marta                               - Si è qualche volta innamorati, prima di conoscere l'oggetto del proprio amore. Il cuore accumula tenerezza, ed il corpo desideri. Ci si trova presi da una specie di ebbrezza, che rasenta la dispe­razione; fino al giorno in cui si incontra qualcuno che travolge ogni cosa: il colpo di fulmine! (Si sente un rombo di tuono, alquanto vicino. Alain trasalisce) Che hai?

Alain                                - (passandosi la mano sulla fronte) Niente! (Bidè nervosamente) È il colpo di fulmine; sentite?

Marta                               - (guardandolo) Ma sei pallido. Stai male?

Alain                                - Mi duole un po' la testa.

Marta                               - (ponendogli la mano sulla fronte) Ma sì! Torse hai anche un po' di febbre. Non potevi dirmelo? Stenditi sul divano. Vado a prenderti un « cachets »... (Esce).

Alain                                - (va a guardarsi nello specchio: sbottona Volto del pigiama, scoprendo il petto. Poi, si distende sul divano, si accomoda dei cuscini sotto il capo, e cerca di assumere una posizione graziosa. Nell'udire il passo di Marta, chiude gli occhi. Marta ritorna con un bicchiere in mano).

Marta                               - Toh, mandalo giù, caro.

Alain                                - (dopo aver bevuto) Grazie, zia Marta.

Marta                               - (accarezzandogli la fronte) Ti farà bene.

Alain                                - Sono sicuro di avere un po' di febbre: lo sento dal cuore che batte più forte del solito. Sentite... (Prende la mano di Marta, che era posata sulla fronte, la scosta verso il suo petto nudo e la trattiene).

Marta                               - Sì. Batte forte.

Alain                                - (molto bambino) Cento all'ora, zia Marta. (Siccome sente che Marta vuol togliere la mano pri­gioniera sotto la sua, la porta alle labbra e la bacia ingenuamente, prima di liberarla. Ella è in piedi, quasi dietro di lui; egli rovescia maggiormente il capo indietro e le sorride).

Marta                               - (per nascondere il turbamento) Sei un gran bambino.

Alain                                - (sospirando) Magari fossi ancora un bam­bino. Non avrei tante preoccupazioni.

Marta                               - (ironica) Poverino! Sei tanto da com­piangere?

Alain                                - (con una vocetta addormentata) Più di quanto immaginate, zia.

Marta                               - Non credi che staresti meglio a letto?

Alain                                - (con voce di bimbo viziato) No, sto meglio qui...

Marta                               - Ma stai per addormentarti...

 Alain                               - Che importa. Sto bene qui. È comodo... non fa freddo...

Marta                               - Vuoi una coperta?

Alain                                - (con voce sempre più fievole) Non fa freddo. Grazie.

Marta                               - Come vuoi. Riposati. Non pensare più. Non parlare più. Ora leggerò un poco...

Alain                                - (dopo una pausa) Zia Marta?

Marta                               - Caro?

Alain                                - Suonatemi qualche cosa!

Marta                               - Non va bene col mal di capo...

Alain                                - Ma così mi addormento...

Marta                               - (ridendo) Grazie, troppo gentile. (Marta suona una « berceuse » che dura due o tre minuti. Quando ha terminato il pezzo, si rivolta a guardare Alain che finge di dormire, stringendo tra le sue braccia un cuscino. Si alza e spegne la lampada che si trova sul pianoforte. Una parte del salotto entra così nell'ombra. Marta si avvicina piano e, non dovendo più, in quella solitudine, sorvegliare i suoi sguardi, può contemplarlo avidamente. Il tuono romba ancora in lontananza. Sottovoce) Alain?... dormi? (Nessuna risposta. Gli siede accanto, con gli occhi inchiodati a quel volto. Mille pensieri l'assalgono. Come una volta, un'aspra lotta s'impegna in lei, ma questa è più dolo­rosa, poiché non si sente più protetta da quanto di puro, o per lo meno di rassegnato, c'è nell'amore materno. E nel momento in cui, turbata, ella sta quasi per chi­narsi sulla sua bocca, si sente nuovamente il tuono. 8i rialza, e, ritornando in se, si porta le mani sul petto. Quando si volta, Pietro è in piedi sulla soglia del salotto: accende la luce grande, e questa, cruda impla­cabile, sembra scacciare tutto quanto aleggiava di torbido e di malsano nella stanza. Smarrita) Tu?

Pietro                               - (sibillino) Sì. Non mi aspettavi?

Marta                               - No. Avevi detto mercoledì... Oggi, è martedì.

Pietro                               - Avevo finito, laggiù e allora sono ritor­nato. (Tossisce per rischiararsi la voce) Sei ancora in piedi? È tardi.

Marta                               - Con questo tempo elettrico non si può dormire. (Pietro si è avvicinato a lei) Ti sei bagnato?

Pietro                               - Non piove ancora... ma sarà meglio che incominci perché si soffoca. (Pietro si avvicina ancora. Ella lo guarda come ipnotizzata. Indicando Alain con un cenno) Che ci fa lì, coso?

Marta                               - Non si è sentito bene.

Pietro                               - E perché non è a letto?

Marta                               - (a disagio) Si è alzato per prendere un «cachet »; io stavo leggendo: gli ho detto io di sten­dersi un momento, finché gli fosse passato il mal di capo. E si è addormentato. (Durante questa spiega­zione egli non le ha levalo gli occhi di dosso) Perché mi guardi così?

Pietro                               - Ti trovo stranamente a disagio. Insomma, non sei naturale, ecco.

Marta                               - Colpa tua, perché mi guardi così. Sarà sciocco, ma non ritrovo la calma necessaria. È che in certi momenti credo di leggere nei tuoi pensieri.

Pietro                               - E questo ti turba?

Marta                               - Non so. Sembra che tu aspetti una spiegazione. Non c'è nulla di anormale.

Pietro                               - Me ne sono convinto; ma sei nervosa. Io non domando spiegazioni. Mi basta quello che mi dici tu. Ti credo. Quanto al resto... (Fa un gesto evasivo).

Marta                               - - Vedi? Che vuol dire: « quanto al resto? ».

Pietro                               - Ma niente! Il resto riguarda te soltanto... I tuoi pensieri profondi... i tuoi sogni... i tuoi stati d'animo: è il tuo dominio, il tuo giardino segreto. Ciascuno di noi ha il nostro, e io non mi permet­terei mai di violare il tuo. L'intimità ha certi limiti...

Marta                               - La tua discrezione è peggio di un inter­rogatorio; turba di più, precisando pensieri che chie­dono solo di essere soffocati.

Pietro                               - Non è colpa mia se il tuo sguardo è più eloquente delle parole: ti tradisce. Io non posso farci niente.

Marta                               - Insomma, sono stupidamente smarrita, ma non so che vai immaginando. Non ti aspettavo stasera, e tu lo sapevi. Il caso vuole che quel ragazzo si senta poco bene. Io mi spavento. Tu mi arrivi su un colpo di fulmine - è il caso di dirlo - e mi trovi al capezzale di questo ragazzo. Rimango sbalordita. Nel momento in cui sto per tornare in me, ho l'im­pressione, capiscimi, l'impressione di trovarmi di fronte a un giudice.

Pietro                               - Ma perché insisti, Marta? È precisa­mente quello che avevo capito. Si direbbe che ti torturi per divertirti. È commovente vederti disar­mata e debole, come una bimba, al punto di difen­derti male, da non so quale colpa che non hai com­messa... (È vicinissimo a lei).

Marta                               - (si butta nelle sue braccia e scoppia in lacrime) Sì, Pietro, hai ragione. Sono debole e tormentata... Così debole, che un temporale basta ad esaltarmi. Tu non puoi conoscere certi stati di animo, perché sei uomo, perché i piaceri che ti con­cedi, ti liberano dai tuoi tormenti. Non te ne faccio rimprovero, caro, ma devi comprendermi. Io non sono affatto una cattiva donna.

Pietro                               - Lo so, cara... E so anche che sei capace di grandi risorse. Per questo non ho perduto la spe­ranza di ritrovarti. Se tu sapessi quanto ti ho amata...

Marta                               - Taci, Pietro... Perdonami. La mater­nità mi ha per lungo tempo allontanata da te. Non chiedevo altro che di prodigarmi; mi sentivo così forte, • così indispensabile a mio figlio, che mi ripu­gnava talvolta ridiventare debole fra le tue braccia. Ora ho perduto tutto, e sono più debole, più smarrita che mai. Il ricordo del mio amore per Giacomo mi fa ricadere negli stessi pericoli, se tu non mi proteggi, non so forse spiegarti... Ma sono certa che tu solo puoi salvarmi.

Pietro                               - È ciò che volevo sentirti dire. Ne ero e ne sono sicuro. Calmati. Non devi aver più paura; sono qui io con te... Se mi darai ancora un po' della tua tenerezza, te la ricambierò cento volte, lo sai. Sono così felice che tu abbia bisogno di me. Ti pro­teggerò, non temere...

Marta                               - Non sono sicura di meritare tanta indul­genza. La tua bontà mi costringe a misurare il male che ti ho fatto.

Pietro                               - Taci. I torti non sono mai tutti da una parte sola. Avrei dovuto lottare di più per ricon­quistarti: era il mio dovere di uomo equilibrato di fronte alla tua debolezza e al tuo smarrimento mo­mentaneo. Non ho neppure tentato di guidarti... Eppure, credimi, Marta, non ti ho mai tradita. Un'avventura, non è un tradimento. Non ho mai cessato di amarti, nemmeno quando mi sembrava di odiarti.

Marta                               - Lo so, Pietro. Non ero così incosciente da non sentire la disperazione che traspariva dalla tua amarezza. Sapevo che il tuo cuore mi restava fedele e devoto; tanto fedele e devoto, che tu mi ritorni al momento preciso che io avevo confusamente bisogno della tua presenza.

Pietro                               - Sono ritornato prima per due ragioni: quando ti ho lasciata sabato, mi è parso di leggere nel tuo sguardo... come dire... una vaga promessa di tenerezza; poi perché ho fatto un brutto sogno... la notte scorsa. Un incendio: tu eri sola, in mezzo alle fiamme, mi tendevi le braccia, mi chiamavi... Ed io ero lontano... Allora mi sono precipitato: per non vederti scomparire in quel fuoco d'inferno.

Marta                               - (colpita) Hai sognato questo?

Pietro                               - Esattamente. Non invento niente. Mi conosci.

Marta                               - (lentamente, con voce sorda) Com'è strano! E tu hai detto : « un fuoco d'inferno ».

Pietro                               - Ho detto « un fuoco d'inferno », come avrei detto... non so... un fuoco del diavolo. (Marta rabbrividisce, chiude gli occhi e sta per svenire) Marta! che hai?

Marta                               - Nulla... un po' di malessere... senza dubbio è la stanchezza... Questo temporale... Sono stroncata.

Pietro                               - Ed io che ti trattengo, con queste stupide storie. (La conduce verso la stanza) Va a riposare... È tardi... Vuoi prendere qualche cosa?

Marta                               - No, caro, grazie. Ho bisogno soltanto di riposo. Non stare in pensiero; sono così felice, Pietro. Così felice.

Pietro                               - (baciandola) Presto, va a dormire.

Marta                               - E tu, no?

Pietro                               - Sì, tra un momento.

Marta                               - E Alain? Dorme beatamente; lo lasciamo qui?

Pietro                               - Lo lasciamo qui. Sta tranquilla. Buona notte, Marta.

Marta                               - (con un bel sorriso di gratitudine) Buona notte. (Esce).

Pietro                               - (accende la lampada posata sul pianoforte. Indi come la più normale delle situazioni, ma in tono categorico) Alain, alzati.     - (Immediatamente Alain balza in piedi e si preoccupa di riabbottonarsi rapi­damente il pigiama) Ti sono grato di non farmi la commedia del ragazzo addormentato e svegliato di soprassalto.

Alain                                - Non dormivo.

Pietro                               - Non avevo bisogno di conferma.

Alain                                - (rinunciando alla sua faccia tosta, con voce gentile) Come state zio? Avete fatto buon viaggio?

Pietro                               - (senza ira) Non seccarmi con queste domande. (Lentamente, guardandolo negli occhi) Sei un mostro, Alain.

Alain                                - Io?

Pietro                               - Non fare il finto tonto. Ti dico che sei un mostro! Uno degli esseri più pericolosi che io conosca.

Alain                                - Mi lusingate.

Pietro                               - Non tentare di farmi perdere il controllo con una arrabbiatura. Voglio serbare tutta la calma necessaria per dirti chiaro il mio immenso disprezzo. Da varie settimane tu reciti a Marta, non oso più dire a tua zia, perché me ne vergogno per te, una commedia ignobile. Ti trastulli col suo cuore, come un gatto si diverte col topo lungamente, prima di decidersi a dargli il colpo di grazia. Sei diabolico. Reciti la parte dell'ingenuo con arte perfetta. Tutti ci cascherebbero. Ma io non sono cieco. Del resto, bastava osservare poco fa lo sguardo di Marta, per misurare l'immensa rovina cagionata dal sottile veleno che tu le propinavi goccia a goccia...

Alain                                - (a denti chiusi) Non è vero.

Pietro                               - Era questa la tua vendetta, vero? Mi sembra ancora di sentire le tue parole: « Le farò conoscere un tormento più raffinato di un supplizio ». Solo un mostro può concepire una sevizia simile...

Alain                                - (con voce dolente) Non sono un mostro. Ho voluto vendicarmi; ma la mia vendetta che si limitava al farle leggere le lettere di G-iacomo, ha superato i limiti con la visita di quella sconosciuta, che era stata la sua amante. Per indurre zia Marta a leggere quelle lettere, ho dovuto fingere la dolcezza e il pentimento. Ma ho sentito che non ero in forma...

Pietro                               - Perché?

Alain                                - Perché tutto a un tratto zia Marta, ha subito una tale trasformazione... Mi ha espresso così sinceramente i suoi rimpianti. Mi ha prodigato, di punto in bianco, tanta tenerezza, che ne son rimasto come stordito. Da molto tempo vivevo senza affetto. Sono stato completamente disarmato. Ho dimenticato il male che volevo fare, per pensare soltanto alla dolcezza di amare, di sentirmi amato. È così. Bisogna credermi.

Pietro                               - Disgraziatamente, la tua natura malefica ha ripreso il sopravvento: non ti sei accontentato di sostituire Giacomo nel suo cuore. L'hai liberata da una dolorosa ossessione, ma solo per farla precipitare in un baratro più pericoloso. C'è in te un irrefrenabile bisogno di corrompere, servito da un prodigioso istinto. Lo dovrai forse al tuo istinto,.alle tue letture, non so ; ma riconosco che sei dotato di una spaventosa lucidità che si riscontra raramente in un ragazzo. Poco a poco hai condotto Marta allo smarrimento, al turbamento, alla confusione dei sensi e dei sentimenti. Tu conoscevi la sua vita senz'amore, e hai tentato di svegliarle i sensi, costringendola a considerare il tuo corpo. Tutto questo con frasi apparentemente innocenti, con sospiri e allusioni alla tua vita intima; con svenevolezze ingenue, con mosse ben calcolate, come quella di dimenticare di chiudere la porta del bagno, quando lei ti credeva fuori. Non ti bastava di essere il figlio adottato e diletto. Era troppo pulito... Ti sei ingegnato di creare un clima di inquietante sensualità. Sei un diabolico.

Alain                                - (stupito, senza tentare di difendersi) Avete notato tutto questo, zio?

Pietro                               - Ti stupisce? L'ho notato perché amo Marta. L'amore fa inquieti ed attenti. Mi basta il suono della sua voce a farmi intuire i pensieri che l'agitano. Io sento il pericolo che la circonda. Se sono tornato a rotta di collo stanotte, è per causa tua.

Alain                                - Siete geloso?

Pietro                               - Ti lusinga? Non sono geloso, imbecille. Ma voglio salvare Marta. La sciagura del nostro Gia­como, il caso, hanno fatto di lei una creatura inquieta e strana. Se non fosse onesta, il suo cuore potrebbe anche travolgere i sensi. Io la so incapace di un tradimento così basso. Se ti resta ancora qualche cosa di sano, devi aiutarmi. (Alain china il capo) In che modo ami Marta?

Alain                                - Non era che un gioco... Non posso spiegarti...

Pietro                               - Hai un'amante?

Alain                                - No.

Pietro                               - Perché? Sei intelligente... e non manchi di un certo fascino.

Alain                                - Non domandatemi questo; vi prego.

Pietro                               - Ho il diritto di sapere.

Alain                                - (con il pianto in gola) Se sapeste già, vi pentireste di insistere.

Pietro                               - Troppo comodo! Andiamo, Alain, sii sincero, una volta. Io ti voglio bene, e lo sai. Ricordati della mia indulgenza, anche quando eri ostile, ribelle e insopportabile... Ti ho sempre difeso.

Alain                                - Siete buono.

Pietro                               - In compenso hai tentato di tradirmi. Immagini la mia tristezza quando ti ho visto sdra­iato su quel divano, in posa languida. Ho pensato ad una sgualdrina.

Alain                                - (porta le mani agli orecchi per non più sentire) Basta! Basta! (Si alza, cammina e si dibatte come una bestia rinchiusa. I singhiozzi lo soffocano. Con crescente nervosità ed esaltazione, sta finalmente per dare libero sfogo al suo dolore) Debbo parlare. Liberarmi. Soffro troppo. Bisogna che voi almeno conosciate la causa prima della mia ribellione, di ciò che chiamate la mia perversità. E non abbiate paura che io possa tradirvi: non sono un uomo. (Urla rabbiosamente le parole sotto il viso di Pietro, che rimane impassibile) È avvenuto dopo quel bom­bardamento. Peggio della morte. Avessi almeno potuto seguire i miei genitori. Iddio è stato più generoso con loro. Io avevo vent'anni.

Pietro                               - Lo sapevo, Alain, sapevo tutto.

Alain                                - Lo sapevate? Ma allora, possono saperlo anche gli altri?

Pietro                               - Gli altri no; ma io non potevo ignorarlo. Essendo il tuo tutore, il chirurgo che ti curava non potè non mettermi a parte di questo segreto, nel tuo interesse. Mi mise in guardia. Mi disse che il tuo stato avrebbe potuto determinare perturbazioni fisiche e mutamenti di carattere. Ha avuto ragione. Se io non avessi saputo nulla, credi che avrei potuto sopportare le tue stranezze? Credi che avrei potuto lasciarti offendere tua zia, come facevi, appena pochi mesi fa?

Alain                                - Ora mi spiego... ora mi spiego...

Pietro                               - Sono stato brutale, poco fa, e sono andato un po' oltre con le parole: volevo provocare la tua confessione. Non potevo più vederti portare da solo un tal peso,

Alain                                - Sono così infelice, zio. Nessuno può compiangermi perché la mia disgrazia è ridicola, eccita l'ilarità, è bestialmente cronica, allo stesso modo come - per processo inverso - un cieco desta sempre pietà.

Pietro                               - Calmati, ora, calmati.

Alain                                - E credete che sia facile? a vent'anni amavo ed ero riamato. Ora lo spettacolo della vita è per me un perenne supplizio. Sono geloso di tutte le coppie che vedo; cerco di non vederle... È tragi­camente buffo. Vi sono giorni che mi sento impazzire e sono preso dal furore di prendere a calci nel ventre tutti gli uomini che incontro.

Pietro                               - Non devi lasciarti vincere dal rancore e dall'odio... Ma tentare di rassegnarti con la bontà. Vi sono giovani della tua età che entrano volonta­riamente in ordini religiosi.

Alain                                - Ma sono sorretti dalla fede. Io non sono credente.

Pietro                               - Vi sono esseri più infelici di te : ammalati, inchiodati da terribili infermità.

Alain                                - Ma sanno di essere infermi. Si rassegnano. Io sono, vittima. Mi sento vittima. Non posso vivere. Sento un continuo bisogno di vendicarmi.

Pietro                               - E invece devi controllarti, perché per te la vendetta è facile: possiedi il pauroso potere di turbare le donne. Puoi far loro tanto male...

Alain                                - È l'ultimo lusso che mi sono concesso. L'ultima civetteria. Non potete serbarmi rancore, se ho tentato di conoscere l'ebbrezza di sentirmi desi­derato.

 Pietro                              - Ma non hai pensato allo smarrimento della coscienza di Marta? Un momento simile non si dimentica: lascia il segno...

Alain                                - Sono pronto a riparare il male che ho fatto.

Pietro                               - Non c'è che un solo modo, ed è che anche Marta sappia

Alain                                - Oh, zio, no, ve ne supplico. Ho vergogna.

Pietro                               - Ascolta, caro: e sta calmo. Bisogna che ella sappia la verità... Avrei potuto dirgliela, senza avvisarti; ma voglio essere leale con te. Bisogna dirle la verità perché è l'unico mezzo di ristabilire l'equilibrio e l'armonia della nostra casa. Ti vorremo tanto bene tutti e due. Ella potrà aprirti tutto il suo cuore, volerti veramente bene come a suo figlio, senza pensieri nascosti, senza angoscio e senza inquie­tudini. Se non sa, non oserà nemmeno più abbracciarti. Eviterà di restare sola con te; esiterà ad uscire. E tu ricadrai in una squallida solitudine... (Con dolcezza) Ti pare, Alain?

Alain                                - (umile, senza forza) Fate ciò che volete.

Pietro                               - Mio povero Alain; vorrei trovare altre parole per te che sei molto intelligente; ma non ce ne sono. Voglio soltanto proporti di dedicarti ad un'arte che possa dare dolcezza e trasporto quanto l'amore: la musica. Tu ami molto la musica: prendi delle lezioni, dedicati ad essa, frequenta il Conser­vatorio. Potrebbe davvero essere la tua liberazione-

Alain                                - (al colmo della commozione) Sì.

Pietro                               - Non piangere. Va a riposare. Domani andrà tutto meglio. Ricordati che non sei più solo, Alain. Marta e io non siamo ancora vecchi. Tra poco anni darai il tuo primo concerto.

Alain                                - Zio... Perdono!

Pietro                               - Ora non bisogna dire più niente. Non ci sono più parole difficili tra noi tre.

Alain                                - (ritorna nella sua camera. Pietro lo guarda uscire. Prima di scomparire, Alain, con gli occhi pieni di lacrime, gli sorride per la prima volta con un'aria di purezza e d'infanzia ritrovata).

Pietro                               - (solo, molto commosso) Qualcuno deve sempre soffrire. (Accende una sigaretta, e butta via il fiammifero, più con desolazione che con rabbia).

FINE

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